Rassegna Stampa Mailing List Histria
Sommario N° 772 – 23 Aprile 2011

265 - La Voce del Popolo 19/04/11 Mesić ha inaugurato in Cina il museo dedicato a Marco Polo

266 – Corriere della Sera 22/04/11 La Provocazione - Ecco a voi Marko Polo, esploratore croato» Se Zagabria ci scippa l’eroe del Milione (Gian Antonio Stella)

267 - Il Friuli 21/04/11 Anvgd: Liberazione ma non per tutti

268 - Modena Qui 19/04/11 Foibe, tre buoni motivi per tacere sull'esodo, Oliva: «Il Trattato di Osimo? Servì per vendere più Fiat» (Massimo Nardi)

269 - Il Piccolo 18/04/11 Filippo Mazzaglia: «Esule istriano, ma agli atti non risulta» (f.b.)

270 - Gazzetta di Mantova 15/04/11 Revere e il dramma degli istriani, una giornata di storie ed emozioni

271 - Il Piccolo 21/04/11 Dignano, interesse del Gruppo Benetton per l'olivicoltura (p.r.)

272 - La Voce del Popolo 23/04/11 Turismo nel Quarnero: ottime le previsioni per il ponte pasquale (Stella Defranza)

273 Il Piccolo 21/04/11 Case degli italiani in Carso chiesti ulteriori limiti

274 - Il Piccolo 22/04/11 Stop al Comune di Ancarano Lubiana vota contro il distacco (Franco Babich)

275 - Il Piccolo 20/04/11 Benedetto XVI a Zagabria pregherà per Stepinac, fra ustascia e titini, la figura di un religioso che divide gli storici

276 - Secolo d'Italia 19/04/11 Quella "Terra Rossa " da amare (Luciano Garibaldi)

277 - La Voce del Popolo 22/04/11 EDIT, un ponte tra Italia e Croazia, l'opuscolo è stato pubblicato in allegato alla rivista «Bell'Europa»

278 - Nerazzurro n° 28 - 16/04/11 Triangolare del Ricordo: Orgoglio Giuliano-Dalmata (Raffaello Brunasso)

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265 - La Voce del Popolo 19/04/11 Mesić ha inaugurato in Cina il museo dedicato a Marco Polo

Omaggio comune al grande «viaggiatore nato in Croazia»

Mesić ha inaugurato in Cina il museo dedicato a Marco Polo

ZAGABRIA – L’ex presidente Stjepan Mesić ha inaugurato il museo dedicato "a Marko Polo" nella città cinese di Yangzhou, come scrive l’agenzia nazionale croata Hina. Le autorità cinesi, rileva ancora l’agenzia, desideravano ardentemente che fosse l’ex presidente croato a tagliare il nastro, tanto da posticipare la cerimonia di un giorno affinché questa avvenisse durante al sua permanenza in Cina, ovvero tra le date in cui si svolge il Forum Boao e la sua conferenza nell’Istituto nazionale cinese per i rapporti internazionali a Pechino.

GEMELLAGGIO CON CURZOLA Nel rivolgersi ai presenti durante la cerimonia, l’ex presidente croato ha espresso soddisfazione per l’onore concessogli di essere lui a inaugurare un museo dedicato "a un viaggiatore del mondo nato in Croazia, il quale ha aperto la Cina all’Europa, e che con i suoi scritti ha anche risvegliato l’interesse dell’Europa per la Cina".

Prima di recarsi nella sede del museo, Mesić ha visitato la via commerciale nel centro storico cittadino, come pure l’albergo ristrutturato in maniera tale da rispettare l’ambiente in cui è situato e, nel contempo, offrire ai clienti il comfort di oggigiorno. Yangzhou è nota anche perché Marco Polo ne è stato il governatore per tre anni. Nel 2014 celebrerà i 2.500 anni dalla sua fondazione. Dall’anno scorso, è gemellata con Curzola (Korčula), che si vanta di essere la città natale di Marco Polo.

TELECOMUNICAZIONI Domenica Mesić è stato a Shenzen, città nel sud della Cina, dove ha visitato la Huawei, la più grande ditta cinese di telecomunicazioni. Si tratta di un gigante che dà lavoro a 110.000 persone in tutto il mondo, dei quali solamente 30.000 nella sua sede principale. Huawei è una città nella città, suddivisa in alcuni siti collegati fra loro e, a parte gli impianti di produzione, dispone di magazzini completamente automatizzati, un centro per l’educazione dei quadri, alloggi per gli impiegati e un ospedale interno. L’ex presidente croato ha potuto vedere i prodotti più moderni di Huawei, apprendendo che la ditta, la quale da alcuni anni ha un ufficio di rappresentanza a Zagabria, intende entrare anche sul mercato croato. Mesić ha suggerito di pensare seriamente ad aprire un impianto di produzione anche in Croazia, ancor prima che questa entri nell’Unione Europea.

266 – Corriere della Sera 22/04/11 La Provocazione - Ecco a voi Marko Polo, esploratore croato» Se Zagabria ci scippa l’eroe del Milione

La provocazione - Il nazionalista Mesic ha inaugurato il museo dedicato al navigatore veneziano nella città di Yangzhou

Ecco a voi Marko Polo, esploratore croato» Se Zagabria ci scippa l’eroe del Milione

L’ex presidente va in Cina e celebra «il viaggiatore di Curzola» che ha avvicinato i due mondi

di GIAN ANTONIO STELLA

L’ex presidente croato Stjepan Mesic, scrive l’agenzia Hina, «ha inaugurato il museo dedicato a Marko Polo nella città cinese di Yangzhou» . «Marko» Polo? Con la «k» ? Esatto. Mesic ha anzi ricordato solennemente quel «viaggiatore del mondo nato in Croazia che ha aperto la Cina all’Europa» . I cinesi, pare, hanno applaudito.

Prova provata che le nostre autorità non sanno fare il loro mestiere: è mai possibile farsi scippare Marco Polo? La leggenda della «croatità» del grande commerciante e navigatore veneziano non è nuovissima. Qualcuno, secondo Alvise Zorzi che sulla città lagunare ha scritto un mucchio di libri dei quali uno proprio sull’autore de il Milione, la fa risalire a un’altra leggenda, quella che Marco fosse stato catturato dai genovesi nel 1298 in una battaglia nelle acque vicine all’isola di Curzola, in Dalmazia. Cosa che lo storico «serenissimo» esclude: «Pare piuttosto che, durante uno dei suoi viaggi, fosse finito nelle mani di corsari genovesi davanti a Laiazzo, sulla costa della Cilicia» . Ma il punto non è questo. Ammesso che possa esistere l’ipotesi che Marco fosse nato casualmente a Curzola (anche Italo Calvino, per dire, nacque casualmente a l’Avana ma a nessuno verrebbe in mente di definirlo uno «scrittore cubano» ), non solo l'isola che oggi i croati chiamano Korcula era di cultura venezianissima, come testimoniano la città vecchia, le porte con il «Leon» e la cattedrale di San Marco, ma era un feudo della famiglia Zorzi. E tale sarebbe rimasta fino alla metà del quindicesimo secolo. Attribuire natali «croati» non solo a Marco Polo ma a qualunque abitante della Curzola di allora solo perché oggi l’isola è in territorio croato, è una stravaganza storica. Con lo stesso metro, poiché l’antica Tagaste allora sede episcopale della Numidia si chiama oggi Souk Ahras ed è nell’attuale Algeria, Sant’Agostino per esser nato lì sarebbe un filosofo algerino. Settimio Severo, essendo nato nella romana Leptis Magna a due passi da Al Khums nell’attuale Tripolitania, sarebbe un imperatore tripolitano e Giustiniano nato nell’attuale Zelenikovo in Macedonia sarebbe un imperatore macedone o se volete, visto che governava nell’attuale Istanbul, turco. Per non dire di Giuseppe Garibaldi, che essendo di Nizza sarebbe un patriota francese. Ridicolo. Non bastasse, spiega Zorzi, Marco Polo non nomina mai (mai) Curzola nel «Milione» dettato nelle prigioni di Genova a Rustichello da Pisa (un redattore di romanzi cavallereschi che si scrivevano allora in lingua d’oeil come in lingua d’oeil è il libro originariamente intitolato «Le livre de Marco Polo citoyen de Venise, dit Million, où l’on conte les merveilles du monde» ) né Curzola è mai nominata in tutti i documenti di famiglia conservati a Venezia. Materiali abbondanti, dai quali è possibile risalire alla storia venezianissima di tutta la stirpe Polo (quasi certamente insediata dalle parti di San Trovaso) a partire dal X secolo: nati, morti, matrimoni, mogli, testamenti... Tutto. Come è dunque possibile che l’ex presidente croato, se non vogliamo mettere in dubbio la cronaca dell’agenzia Hina ripresa dal quotidiano della minoranza italiana «La voce del popolo» di Fiume, sia stato invitato dalle autorità cinesi a inaugurare un museo del navigatore veneziano proprio a Yangzhou, dove Polo racconta di aver avuto incarichi amministrativi dall’imperatore Kubilai Khan e dove si sarebbe fermato anche, qualche anno dopo, il missionario Odorico da Pordenone? E com’è possibile che il nostro governo e le nostre autorità diplomatiche siano riusciti a far passare in Cina, con tutto il peso che ha per i reciproci rapporti di amicizia, gli scambi commerciali e il turismo, una figura immensamente famosa tra i cinesi quale quella dell’autore de «Il Milione» ? Con tutto il rispetto per Stjepan Mesic, possiamo accettare che vada lì a ringraziare «per l’onore concessogli di essere lui a inaugurare un museo dedicato "a un viaggiatore del mondo nato in Croazia, il quale ha aperto la Cina all'Europa, e che con i suoi scritti ha anche risvegliato l'interesse dell’Europa per la Cina"» ? Alla larga dal nazionalismo rancoroso e dal risentimento per l’espulsione di 350 mila italiani dall’Istria, dal Quarnero e dalla proprio nella ex Jugoslavia, cosa può succedere se si coltiva l’odio. È andata così, amen. Lo sgarbo di Yangzhou, però, è l'ultimo di una serie di «appropriazioni indebite» da parte dei nazionalisti di Zagabria di un patrimonio culturale che non è loro. Vale per quei dépliant turistici di Spalato dove i nazionalisti slavi ribattezzarono il Leone di San Marco «Leone post-illirico» . Vale per il promemoria «addomesticato» fornito a Giovanni Paolo II per la sua visita in Dalmazia del 1988 che indusse il Papa a dire che «Spalato e Salona hanno un’importanza del tutto particolare nello sviluppo del cristianesimo in questa regione, a partire dall’epoca croata e poi in quella successiva romana» , come se gli slavi non fossero arrivati al seguito degli Avari tra il settimo e l’ottavo secolo ma un millennio prima. Vale soprattutto per la mostra nella Biblioteca Vaticana inaugurata in occasione del Giubileo da Franjo Tudjman, uno che nello sforzo di annientare anche il ricordo della cultura veneto-italiana si era spinto a definire Marco Polo «croato di stirpe e di nascita» . Si intitolava, quella mostra, «Arte religiosa e fede croata» . Ma, a dispetto del tentativo di spacciare la Basilica veneziana di Parenzo quale «alta espressione dell’arte croata» , lo stesso professor Miljenko Domijan, uno dei coordinatori, riconobbe col quotidiano «Novi List» che si trattava di una forzatura. Effettivamente, spiegò lo studioso, l’esposizione spacciava col marchio croato tante opere figlie della cultura italiana: «Non si poteva fare altrimenti perché la produzione di esclusiva etnicità croata ha scarso valore. Non so proprio che cosa potremmo mostrare, sarebbe tutto sotto un certo livello » . Furono così croatizzati il ritratto del vescovo di Spalato di Lorenzo Lotto, una Pietà del Tintoretto, un busto argenteo di Santo Stefano opera dell’oreficeria di Roma, una statua di San Giovanni da Traù del toscano Niccolò Fiorentino, l’arca di San Simone di Francesco da Milano (nel catalogo ribattezzato «Franjo iz Milana» ), una tela del Carpaccio e ancora piani e documenti della cattedrale di Zara in stile pisano o di quella di Sebenico costruita da Giorgio Orsini da Zara. Croatizzato, si capisce, col nome di Juraj Dalmatinac.

267 - Il Friuli 21/04/11 Anvgd: Liberazione ma non per tutti

Liberazione ma non per tutti

L’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia non celebrerà la ricorrenza perché il 25 aprile a coinciso con l’occupazione delle truppe comuniste del maresciallo Tito

Non tutti in regione festeggeranno il 25 aprile. L'Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia in una nota spiega i motivi per cui non potrà festeggiare la Liberazione.

Secondo l'associazione la festività nazionale celebrata il 25 aprile in tutta Italia per ricordare la liberazione dal fascismo e dal nazismo non coincide nella Venezia Giulia, con quanto accaduto nel resto del Paese.

La Liberazione dalle forze nazifasciste per la Venezia Giulia ha coinciso con l'occupazione delle truppe comuniste del maresciallo Tito, motivo per cui il 25 aprile non sarà celebrato.

268 - Modena Qui 19/04/11 Foibe, tre buoni motivi per tacere sull'esodo, Oliva: «Il Trattato di Osimo? Servì per vendere più Fiat»

Foibe, tre buoni motivi per tacere sull'esodo

Oliva: «Il Trattato di Osimo? Servì per vendere più Fiat»

di Massimo Nardi

tratto da Speciale TG Qui interviste

Il Giorno del Ricordo in Italia si celebra il 10 febbraio, ed è in memoria delle vittime delle foibe e dell'esodo giuliano-dalmata. Istituito con la legge 92 del 30 marzo 2004, concede anche un riconoscimento ai congiunti degli infoibati: è grazie a questa legge che oggi in Italia si può parlare dell'esodo istriano, o giuliano-dalmata, avvenuto a partire dal 1945, dopo la fine della guerra.

Quando, cioè, la maggior parte della popolazione italiana di quelle regioni preferi abbandonare la propria casa e il proprio lavoro per la diffidenza (ma forse e meglio dire la paura) nei confronti del nuovo governo jugoslavo, in seguito all'occupazione di tali regioni da parte dell'Armata Popolare di Liberazione della Jugoslavia del maresciallo Josip Broz Tito. Della tragedia dell'esodo si occupa l'ultima fatica di Gianni Oliva, storico, politico e scrittore piemontese di fama nazionale: 'Esuli', edito da Mondadori è presente in edicola da poche settimane. «Questo esodo è stato taciuto per anni - spiega il professor Oliva -, anche per ragioni di Stato». Ragioni di Stalo che erano prettamente commerciali: per dirla in breve, era meglio lasciare perdere quelle terre per vendere qualche macchina della Fiat alla Jugoslavia e guardare qualche ora di Tele Capodistria.

Professore Oliva, prima di analizzare il suo ultimo libro, 'Esuli', una domanda iniziale, per inquadrare il tema. Questi esuli all'epoca non furono poi tanto amati, specialmente dal Partito comunista di allora: per quale motivo?

«Credo che ci siano varie motivazioni: la prima è che l'Italia ha perso la seconda guerra mondiale, ma ufficialmente ha fatto finta di vincerla. Il peso della sconfitta lo hanno pagato soltanto le persone che stavano sul confine Nord Orientale. Quelli che sono stati infoibati (tra le 8 e le 10mila persone) e i 300-350mila che furono costretti ad abbandonare Fiume, l'Istria e le altre terre, erano persone scomode, che ricordavano la sconfitta e quindi non se ne è parlato per una sorte di silenzio di Stato. Poi c'è stato un silenzio di partito, il Partito comunista italiano, che aveva tutto l'interesse a non parlare di Foibe perché l'eccidio era stato commesso da un partito 'fratello", che era quello del partito comunista jugoslavo. E poi per un terzo motivo, quello del silenzio internazionale, perché nel 1948 il maresciallo Tito è il primo leader comunista che rompe i rapporti con Stalin e diventa una sorte di incrinatura nel monolite comunista. L'occidente comincia a guardare a Tito non come un alleato, ma come un interlocutore che non si deve mettere in imbarazzo con domande difficili. E' curioso notare che l'ambasciatore americano e quello inglese a Belgrado, fino al giugno 1948. ogni mese mandano al governo di Belgrado lunghi elenchi di italiani scomparsi, chiedendo loro notizie. Dal giugno 1948 quando si rompono i rapporti fra Stalin e Tito, più nessuno chiede nulla. E quindi sugli infoibati e sulla storia del Nord Est cade un silenzio. E, come sempre sui silenzi della storia, questi sono silenzi interessati, colpevoli e fatti di negazioni».

Da dove nasce la voglia di scrivere questo nuovo libro? Lei non è un profugo.

«No, non sono un profugo, non ho mai avuto rapporti con profughi, nè amici o fidanzate quando ero giovane. E' un interesse di studio, perché 'foibe' è una parola che nel retro pensiero evocava qualcosa di sinistro, ma siccome a scuola nessuno ce ne aveva mai parlato non sapevo di cosa si trattasse esattamente. Poi all'inizio degli anni '90, mentre mi trovavo a Washington per alcune ricerche sul periodo 1943-1945 e i rapporti fra alleati e resistenza, mi sono capitati in mano dei faldoni che riguardavano i rapporti italo-jugoslavi tra il '45 e il '48 e ho scoperto molto materiale che è presente anche in Italia, ma non è visibile, perché sono documenti ancora coperti da segreto, mentre negli Stati Uniti d'America o a Londra si possono consultare».

Lei ha intervistato molti esuli. Qual è il loro stato d'animo? «Ho intervistato alcuni esuli di prima generazione, cioè quelli che sono partiti da quelle terre quando erano già grandi e alcuni esuli di seconda generazione, che sono partiti quando erano bambini o sono nati quando erano già qui. Direi che per gli esuli di prima generazione è una ferita che non si è mai rimarginata, perché l'esule non è un emigrante. Un emigrante è uno che fa una scommessa sul futuro, anche se parte dalla disperazione, dalla fame, dalla miseria. Scommette sul futuro, e il sogno di queste persone è quello di toma-re al proprio paese col vestito buono per dimostrare che ce l'ha fatta. Invece l'esule è uno che parte lasciando il proprio presente, lasciando il proprio passato, la propria storia, il proprio campanile, il cimitero dove ci sono i suoi cari, mandato via senza una ragione.

Va soltanto a rimpiangere quello che ha perso. E io credo che per gli esuli di prima generazione sia stata un'esperienza tormentata, anche per quelli che sono usciti abbastanza in fretta dai campi profughi e si sono inseriti nella società. Penso a quelli che erano nella mia città di Torino, che in quegli anni hanno trovato occupazione alla Fiat, sia perché il lavoro delle persone provenienti dal Nord Est è sempre stato consideralo notevole e apprezzato, sia perché venivano fuori dalla repressione dovuta al comunismo e quindi dal punto di vista aziendale erano più affidabili in quegli anni. Anche questi, che sono riusciti ad inserirsi abbastanza in fretta, questo peso se lo sono portato fino alla tomba. Diverso è il discorso per i profughi di seconda generazione. Chi è nato qui si porta dietro la memoria familiare, il ricordo ne parla, e finalmente da qualche anno a questa parte grazie a quella legge, che lei ricordava può anche andare nelle scuole a fare testimonianza e contribuire a ridestare attenzione per un argomento così a lungo taciuto».

Quali forme di rimborso ebbero gli italiani esuli?

«Nessun rimborso, qui c'è la beffa che si aggiunge al danno. La Jugoslavia ad un certo punto ha versato all'Italia una somma che si aggirava attorno ai 117 miliardi di franchi oro, come indennizzo per tutto quello che era stato requisito ai profughi, depositandoli in una banca del Lussemburgo. Il governo italiano ha usato quei fondi,

per pagare i danni di guerra fatti durante l'occupazione della Jugoslavia. Insomma una partita di giro per cui i danni di guerra li hanno pagati i profughi».

Le terre di provenienza di queste persone erano a maggioranza italiana?

«Le zone del Nord Est, l'Istria e la Dalmazia sono state da sempre delle terre mistilingue, che storicamente hanno fatto parte per secoli della Repubblica di Venezia. Dopo il trattato di Campoformio del 1797, sono entrati a far parte dell'impero Austro Ungarico. Ma la popolazione era nettamente divisa, nel senso che chi stava sulla costa al 90% era italiano dedito ad attività commerciali e quant'al-tro. Gli slavi stavano nell'interno ed erano principalmente occupali nell'agricoltura. Quindi nel loro insieme erano terre mistilingue, ma in realtà al 90% italiani».

Si potevano quindi definire territorio italiano?

«Si potevano definire territori italiani, ma l'interno si poteva definire territorio sloveno piuttosto che croato».

Il 10 novembre 1975 l'Italia, con il trattato di Osimo, chiude il suo contenzioso con la Jugoslavia. Eravamo obbligati a farlo?

«Il trattato di Osimo è la presa d'atto di una realtà che ormai durava da 30 anni. Nel senso che i confini che erano stati stabili sulla cosiddetta 'linea Morgan' dal nome del generale americano che li aveva tracciali su una cartina geografica e sono stati stabiliti il 12 giugno 1945. Ancor oggi sono grosso modo i confini tra l'Italia e la Slovenia. Quindi c'era nel 1975 il prendere atto di una situazione che da 30 anni era così. Più interessante sarebbe studiare le ragioni per cui nel 1975 è stato deciso di prendere atto di questo fatto. Se andiamo a guardare le ragioni scopriamo che Tito era venuto due anni prima in Italia era stato a Torino. Aveva fatto un accordo commerciale con la Fiat per aprire aziende Fiat in Jugoslavia. Nello stesso tempo Tito era in un momento di difficoltà al suo interno e quindi questa concessione è servita in qualche modo a rafforzarlo. Sono le ragioni di Stato che vanno al di sopra delle ragioni delle persone».

L'esodo fu dovuto in parte anche ai massacri fatti dai partigiani comunisti di Tito, ricordiamo le foibe. Quante furono le vittime?

«Oscillano fra gli 8mila e le 1 Ornila persone. Ma la cosa drammatica non è soltanto il numero, ma la brevità temporale in cui sono concentrati. Tito voleva annettere alla nuova Jugoslavia comunista tutta la zona mistilingua, l'Istria la Dalmazia ed arrivare alla zona dell'Isonzo. Quindi comprendendo nella nuova Jugoslavia Monfal-cone per i cantieri, Trieste per il porto e Gorizia perché snodo viario e ferroviario verso il centro Europa. Siccome a Yalta i grandi non aveva stabilito il confine futuro dell'Italia Nord Orientale, che poteva essere quella attuale, poteva essere quello precedente al 1918, come poteva essere altro ancora, Tito decide di spingere le sue truppe per arrivare a Trieste. E' in quella zona prima degli angloamericani per creare una situazione di fatto. Arriva per primo il 30 di aprile e immediatamente Trieste cambia nome e inizia gli infoiba-menti. Da lì comincia l'eliminazione di tutti coloro che potevano opporsi all'annessione di quelle terre alla Jugoslavia. Quindi vengono eliminati tutti quei personaggi che avevano avuto ruoli nel passato regime fascista, ma viene eliminato anche tutto il comitato di liberazione della Venezia Giulia perché rappresentava la nuova Italia, quindi un'ostacolo ancora maggiore all'annessione. Furono sterminati tutti coloro che rappresentano lo Stato italiano, sia che fossero maestri, funzionari delle poste o il responsabile della capitaneria di porto. E' evidente, che ci sono delle compromissioni da parte di elementi italiani, evidentemente filocomunisti, che preparano le liste, perché i partigiani, che arrivavano dalle montagne della Bosnia e del Montenegro, difficilmente sapevano a quali porte dovevano bussare. Il 12 giugno 1945 gli alleati, americani, inglesi e sovietici, trovano l'accordo su quella linea di confine di cui parlavamo prima, la linea Morgan, che è ancora quella attuale. A quel punto non ha più senso, per necessità politica, infoibare nessuno perché ormai il confine è definito. Ma per la popolazione italiana che rimane nella parte di territorio che resta alla Jugoslavia, c'è la paura di quello che è accaduto in quei 40 giorni e la paura di quello che potrà ancora accadere. Come l'Italia aveva imposto il suo nazionalismo nel ventennio, così Tito impose il nazionalismo slavo che vuol dire emarginare la comunità italiana ghettizzarla, eliminarla da qualsiasi posto di responsabilità. Ecco questo combinato di cose, la paura, l'inquietudine e la margina-lizzazione fanno percepire a quella generazione d'italiani che per loro non c'è futuro e così decidono dipartire. Ma decidono di partire, lo sottolineo, senza un decreto di espulsione: è stata una scelta cui sono stati costretti dalla situazione. Dico questo perché da un punto di vista psicologico è stato ancora peggio. Essere espulsi è subire un'angheria. Partire perché non si vede più futuro è fare una scelta portandosi dentro molto spesso il rammarico di averla fatta e con la paura di averla fatta sbagliandosi. L'Italia in cui questi profughi giungono, non è un'Italia particolarmente generosa, né particolarmente ricca: è un'Italia che esce dalla guerra, dove c'è distruzione e miseria. Perciò questi profughi vengono disseminati in 109 campi: ce ne sono in tutte le regioni, la maggior parte sono caserme abbandonate, vecchi campi usati per i prigionieri di guerra. A Roma abitano nelle baracche utilizzate dagli operai per costruire l'Eur. A Fertilia, vicino ad Alghero, nei capannoni di un'azienda agricola di una colonia di romagnoli. E in questa emergenza alcuni vivono per anni. Ho conosciuto anni fa una signora anziana, che piangendo mi disse: «Quando ero una ragazzina aprivo la finestra della mia camera e vedevo il mare Adriatico che si infrangeva sugli scogli di Rovigno. Nel giro di qualche settimana sono finita a Tortona: ci vergognavamo a dire che stavamo al campo profughi della caserma Passalacqua, per cui davamo un indirizzo e un numero civico. Nella caserma avevamo delle grandi camerate con coperte di lana appese ad un filo che separavano il box della mia famiglia da quelli delle altre. Non c'era una parola, un sussurro, un pianto che non venisse sentito anche dagli altri. Avevamo la cucina e i servizi igienici in comune: sono vissuta nell'emergenza di sette anni».

Un'ultima domanda: quante persone emigrarono da quelle terre?

«Circa 300mila persone, cioè il 90% degli italiani che abitavano quelle terre. Non è una cifra esatta, perché si possono contare solo quelli rimasti in Italia che si sono organizzati nelle associazioni profughi. Altri invece sono emigrati negli Stati Uniti, in Canada e in Australia e si sono dispersi».

269 - Il Piccolo 18/04/11 Filippo Mazzaglia: «Esule istriano, ma agli atti non risulta»

«Esule istriano, ma agli atti non risulta»

A 67 anni compiuti si è trovato in pratica a fare l'esule istriano alla rovescia. Che non ha diritti, non matura punteggi nei concorsi, riceve una miseria di addizionale sulla pensione. Né gli viene riconosciuta la qualifica di profugo. Ma Filippo Mazzaglia, nato a Pola il 4 aprile 1944, reagisce con la forza che in passato lo ha portato sul ring («combattevo contro il fratello di Nino Benvenuti, a mio avviso anche più forte...») da cui, pluricampione regionale e del Triveneto categoria pesi welter, è uscito imbattuto, almeno a livello di competizioni ufficiali, nel 1974. Da allora, un'attività nell'ortofrutta dalle parti di Udine, una famiglia con moglie e tre figli, una quotidianità ricostituita dopo il dramma dell'esodo che aveva portato il padre Salvatore, lui autostrasportatore, a riciclarsi come addetto ai vitelli e capre vicino a Tricesimo. Tutto, pur di tirare su la famiglia in maniera dignitosa. «Ecco - commenta Mazzaglia - forse nasce tutto da lì, dall'eccessivo orgoglio di mio padre che pur avendo noi perduto tutto in Istria non aveva mai voluto chiedere niente a nessuno». Né benefici, né beni, niente di niente, come se quell'avventura fosse stata solo una parentesi dolorosa. Scelta comprensibile, del resto, visti i tempi.

Ma la storia è tornata a bussare alla porta di Mazzaglia. «Siccome mia figlia è disoccupata, e avendo sentito che anche per i figli dei profughi istriani esiste una corsia preferenziale per ottenere un lavoro, sono andato alla Prefettura di Udine per ottenere la qualifica di profugo e girarla all'Ufficio del lavoro. Un documento che, mi risulta, avrebbe dovuto provvedere a spedirmi direttamente lo Stato». Agli sportelli, invece, «non risulta, mi hanno detto. Ma come, ho protestato, sono nato là, non si può nascondere un'identità. Mi hanno scritto una lettera, precisando di aver chiesto informazioni sul sottoscritto... Informazioni? Ma quali?» Da ultimo, «mi è arrivata l'ennesima lettera - racconta Mazzaglia - in cui era scritto che non erano state accertate misure di assistenza nei miei confronti, che l'archivio documenti dell'Eca era in fase di riordino, e che mi avrebbero fatto sapere eventuali novità appena possibile...» Mazzaglia adesso vive con una pensione di 500 euro mensili, 15 dei quali, ironia della sorte, gli sono stati riconosciuti dall'Inps proprio in qualità di profugo istriano.

«Quindici euro mi danno. Altro che Giorno del ricordo...»

(f.b.)

270 - Gazzetta di Mantova 15/04/11 Revere e il dramma degli istriani, una giornata di storie ed emozioni

Revere e il dramma degli istriani Una giornata di storie ed emozioni

Giornata ricca di emozioni e delle storie dei dispersi: sono quelle evocate al convegno "L'esodo degli italiani dall'Istria, Fiume e Dalmazia. Una Pagina di storia italiana", svoltosi a Revere. Il convegno ha saputo raccontare, grazie a Marino Micich, direttore dell'archivio museo storico di Fiume e Mario Superina, reverese ed esule fiumano, la tragedia di un popolo.

L'incontro voluto dal sindaco Gloria Regina Bonini ha visto la partecipazione dei ragazzi della media e della 5ª elementare "Don Bartolomeo Grazioli". Micich, ha parlato della tragica scoperta delle foibe: «Occorre saper studiare e contestualizzare la storia - ha detto Micich - perché simili eventi non debbano più ripetersi. Città come Pola e Fiume, furono svuotate, centinai di profughi furono obbligati ad abbandonare case, beni e famigliari; molti altri subirono soprusi, persecuzioni, in un clima di sospetto e terrore, che ben presto si tramutò in vere e proprie violenze, nonché in veri massacri con la scomparsa e l'uccisione di moltissime persone». Un popolo quello dalmata, istriano e fiumano a cui è stata negata una terra, una storia: «Subivamo strane perquisizioni - dice Superina, allora bambino - con la scusa di evasioni dal vicino carcere, la polizia segreta Jugoslava, veniva a cercare gli evasi in mezzo ai libri, nei cassetti e sotto il materasso. Il clima era quello di sospetto e terrore ed ogni punto di riferimento come sacerdoti e maestri, un esempio fra tutti don Cesare, furono fatti sparire».

271 - Il Piccolo 21/04/11 Dignano, interesse del Gruppo Benetton per l'olivicoltura

SVILUPPO RURALE

Dignano, interesse del Gruppo Benetton per l'olivicoltura

PISINO Il Gruppo Benetton presente con i suoi marchi in 120 paesi del mondo intende offrire appoggio al progetto del Parco degli olivi di Dignano, inagurato nei giorni scorsi. Lo ha confermato il direttore dell'Agenzia per lo sviluppo rurale dell'Istria Gracijano Prekalj rispondendo a una precisa interpellanza dei consiglieri dell'opposizione, all'ultima seduta dell'Assemblea regionale. Prekalj non ha fornito altri particolari su questa probabile collaborazione con la nota industria di Treviso. Tale possibilità viene collocata nel sostegno della Benetton a tutta una serie di attività culturali, sociali, artistiche alcune delle quali vengono interpretate come legame di Luciano Benetton con le proprie radici. Una sua fondazione si occupa proprio della protezione e promozione del patrimonio culturale e paesaggistico. Sarà interessante vedere in che modo il gruppo trevigiano si includerà nel Parco degli olivi a Dignano, considerata la capitale dell'extravergine in Croazia. Nell'impianto il primo del genere nel paese, verrà realizzato un cultivar di almeno 300 piantine di olivo di varietà autoctona (busa, zizolera, puntosa, rossignola e carbonera) su 3.700 metri quadrati di superficie. Saranno inoltre coltivate altre 400 piantine di varietà diverse, da destinare all'ulteriore sviluppo dell'agricoltura. A beneficiare del Parco saranno soprattutto i produttori locali che oltre al marchio di provenienza geografica di cui già si dispone, otterranno anche il marchio Dop (denominazione di origine protetta). Tornando alla Benetton va detto che il Gruppo veneto sarebbe intenzionato a trasferire a Osijek nel cuore della Slavonia (dove è presente già da 10 anni) una parte della sua produzione all'estero. Innanzitutto quella in Tunisia, causa i fermenti sociopolitici. Nella città croata i manager italiani hanno già buttato l'occhio su due capannoni di 6.000 metri quadrati che vorrebbero prendere in affitto. Esiste una fabbrica Benetton anche in Istria, precisamente quella in funzione da 6 anni ad Albona nella quale è stato trasferito l'8% della sua produzione italiana. E già che ci siamo ricordiamo l'accordo raggiunto con il governo di Belgrado per l'apertura di una piattaforma produttiva in Serbia, precisamente a Nis, terza città del paese dopo la capitale e Novi Sad. L'investimento dichiarato è di 43,2 milioni di euro che in parte verranno recuperati sotto forma di incentivi statali. Nis non è stata scelta a caso, si trova infatti lungo il Corridoio 10 destinato a collegare l'Europa centrale con Grecia e Turchia. Solo un centinaio di chilometri più a nord la Fiat sta allestendo una fabbrica per la produzione della sua nuova monovolume. (p.r.)

272 - La Voce del Popolo 23/04/11 Turismo nel Quarnero: ottime le previsioni per il ponte pasquale

NELLA REGIONE LITORANEO-MONTANA SONO ATTESI CIRCA 20MILA TURISTI PROVENIENTI DA TUTTA EUROPA

Turismo nel Quarnero: ottime le previsioni per il ponte pasquale

Gli operatori turistici della Regione si dichiarano soddisfatti delle previsioni che riguardano il fine settimana pasquale appena iniziato. La presidente dell’ente per il turismo della nostra regione, Gordana Medved, ha dichiarato che quest’anno dovrebbero essere quasi 20mila i turisti che hanno deciso di trascorrere le vacanze pasquali dalle nostre parti.

Nella maggior parte degli alberghi, nelle pensioni private, nei campeggi e negli autocampeggi hanno prenotato 18.493 ospiti, per un numero complessivo di 53.643 pernottamenti. Quest’anno nel periodo pasquale saranno aperti 93 alberghi, che ospiteranno il 72 p.c. degli ospiti, mentre il restante 8 p.c. si sistemerà in alloggi privati e il 20 p.c. nei campeggi, e nei marina. Dato che, come succede ogni anno, alcuni ospiti non sono rientrati nelle statistiche (soprattutto quelli che decidono di partire all’ultimo momento), si prevede che in realtà il numero di turisti sarà anche superiore. L’offerta delle destinazioni turistiche, la bellezza della natura e la vicinanza del mare, nonché le previsioni del tempo piuttosto favorevoli, sono gli assi nella manica che dovrebbero assicurare una stagione turistica proficua. Quest’anno il maggior numero di prenotazioni riguarda l’isola di Veglia (6.143), seguita dalla Riviera di Abbazia (5.025), l’isola di Lussino (2.923), la Riviera di Crikvenica (1.450), l’isola di Cherso (800), Fiume e dintorni (732), l’isola di Arbe (660), Novi Vinodolski e dintorni (485) e Gorski kotar (275). Il maggior numero di turisti arriverà dalla Germania, Italia e Austria, mentre un numero minore dall’interno della Croazia. Per coloro che volessero associarsi agli ospiti e fare una gita sulle isole o ad Abbazia, il sito dell’ente per il turismo della nostra regione (www.kvarner.hr), ha pubblicato la lista dei programmi e avvenimenti da non perdere.

Pasqua ad Abbazia

Abbazia è pronta ad accogliere i turisti. Quest’anno niente è stato lasciato al caso, i programmi sono ricchi e gli operatori turistici non celano ottimismo. Il programma comprende la vendita di souvenir in Slatina, quindi un torneo di bridge nel Grand Hotel Milennium dal 22 al 25 aprile, un concerto di musica classica nell’Hotel Kvarner, che si svolgerà questa sera, alle ore 19, un concerto sul terrazzo dell’Hotel Imperial, domani, 24 aprile alle ore 12. Sempre domani, dalle 12 alle 14, davanti alle ville Angiolina e Amalia, in programma la manifestazione "Quadri vivi", passeggiata di statisti in costume - un bellissimo quadro di costumi e abiti dell’Abbazia di una volta. Lunedì, 25 aprile, sfilata di macchine d’epoca (oldtimer) del Club Liburnia Classic in Slatina, dalle ore 10 alle 13. Alle ore 18, in programma un concerto del coro di Vigili del fuoco volontari nella Chiesa di San Giacomo. Seguirà, alle ore 20, un concerto del coro oratoriale fiumano "Ivan Matetić Ronjgov", nella chiesa di Sant’Anna, a Volosca.

Stella Defranza

273 Il Piccolo 21/04/11 Case degli italiani in Carso chiesti ulteriori limiti

Case degli italiani in Carso chiesti ulteriori limiti

Il ministro della Giustizia Zalar difende le decisioni prese dal governo ma le liste civiche chiedono delle vere e proprie barriere alla vendita

di Franco Babich

LUBIANA Le misure approvate dal governo per tutelare il patrimonio immobiliare e ambientale del Carso sloveno vanno bene, ma potrebbero non bastare. Le Iniziative civiche per il Carso e per il Litorale sono tornate in questi giorni alla carica ed hanno rinnovato l'appello al governo di Lubiana affinchè chieda alla Commissione europea il permesso di attivare la clausola di limitazione della vendita di immobili agli stranieri nelle aree a ridosso del confine. Un invito all'esecutivo di prendere ancora una volta in considerazione questa ipotesi - finora scartata - è stato formulato nei giorni scorsi anche dai Comitati parlamentari per la politica interna e per le questioni europee. Intervenendo alla seduta dei due comitati, il ministro della giustizia Ales Zalar ha spiegato ancora una volta che la clausola di tutela può essere attivata soltanto in caso di forti scompensi sul mercato - dunque se ci sono ampie oscillazioni dei prezzi e del numero di compravendite realizzate - ma che questo non è il caso del Carso, almeno non negli ultimi due anni, anche se dal 2006 al 2008 era stata registrata una richiesta di immobili più alta della media. Il governo, ha ricordato Zalar, ha approvato tutta una serie di misure con le quali intende proteggere il patrimonio ambientale e immobiliare del Carso, ma nessuno di questi provvedimenti è discriminatorio nei confronti degli stranieri. Sono misure, ha ribadito il ministro, che hanno tre obiettivi fondamentali: contrastare futuri turbamenti o anomalie del mercato immobiliare nelle aree interessate, impedire qualsiasi azione o intervento nocivi per l'ambiente e rafforzare il coordinamento tra Stato e comuni in materia di pianificazione ambientale. Ma sono uguali per tutti, sloveni e stranieri. Per i deputati, comunque, questo non basta, e a livello di comitati parlamentari è stato chiesto al governo di riconsiderare la propria decisione di non chiedere l'attivazione della clausola di tutela. C'è tempo ancora solo fino al 1° maggio per farlo, quando scadono i 7 anni dell'entrata della Slovenia nell'Unione europea.

274 - Il Piccolo 22/04/11 Stop al Comune di Ancarano Lubiana vota contro il distacco

Stop al Comune di Ancarano Lubiana vota contro il distacco

La piccola località, parte della municipalità di Capodistria, non soddisfa le condizioni per l'autonomia Soddisfatta la comunità italiana: «Si sarebbe frammentato un territorio nazionalmente misto»

di Franco Babich

LUBIANA Il Comune di Ancarano non si farà. Il Parlamento sloveno ha bocciato l'ennesima proposta di legge sulla costiuzione della nuova municipalità e il suo distacco da Capodistria. Il risultato del voto è stato inequivocabile:

contro la costituzione del nuovo comune hanno votato 48 deputati, i favorevoli erano soltanto 17. Ad Ancarano annunciano nuovi ricorsi alla Corte costituzionale, a Capodistria sono invece soddisfatti. La bocciatura decretata dalla Camera è un successo anche per la Comunità nazionale italiana, che si è sempre schierata contro la costituzione del nuovo Comune e contro la frammentazione di un territorio nazionalmente misto. Ora ci sono anche le condizioni per indire le elezioni amministrative nel Comune di Capodistria, che erano state sospese proprio in attesa che si risolvesse la vicenda di Ancarano. È giunta dunque all'epilogo - se non ci saranno altre sorprese - una storia che si trascina ormai da anni. È dal 2008 che un gruppo di abitanti della piccola località a pochi chilometri da Capodistria, formalmente costituiti nell'Iniziativa civica per Ancarano, cercano di costituirsi come Comune a se stante. Sebbene la località non soddisfasse le condizioni per diventare Comune, la Camera di Stato permise il referendum consultivo sul tema nel novembre del 2009: vinse l'opzione favorevole alla nuova municipalità. L'atto legislativo di conferma del risultato referendario è stato però ripetutamente bocciato dal Parlamento, e Iniziativa per Ancarano ha deciso alla fine di rivolgersi alla Corte costituzionale, che le ha dato ragione, imponendo alla Camera di approvare la costituzione del nuovo comune. Il Parlamento, però, nemmeno questa volta l'ha fatto, anche perchè, al di là del risultato del referendum consultivo e delle motivazioni della Corte costituzionale, Ancarano non soddisfa i criteri d'autonomia. La sua separazione da Capodistria sarebbe stata un duro colpo anche per la minoranza italiana. Nel corso del dibattito parlamentare, il deputato italiano al Parlamento di Lubiana Roberto Battelli, che ha spiegato come non esistano assolutamente motivi validi per la costituzione della nuova municipalità. Inoltre, ha sottolineato Battelli, con la nascita del nuovo comune sarebbe stata attuata la frantumazione di un territorio nazionalmente misto, con conseguente ulteriore indebolimento della minoranza. Il voto ha dimostrato che le osservazioni di Battelli, ma anche di numerosi altri deputati, sono state recepite. La bocciatura è stata netta e trasversale: contro la costituzione del Comune di Ancarano hanno votato numerosi deputati dell'opposizione ma anche della maggioranza di governo, sempre più scollata. Il sindaco di Capodistria Boris Popovic è soddisfatto.

È una prova, ha detto, «che la politica slovena non è così marcia come sembra essere negli ultimi tempi». Il presidente di Iniziativa civica per Ancarano Gregor Strmcnik ha invece già annunciato un nuovo ricorso alla Corte costituzionale non appena saranno indette le elezioni amministrative a Capodistria. La data? Non è stata ancora definita, ma difficilmente si andrà alle urne prima di autunno.

275 - Il Piccolo 20/04/11 Benedetto XVI a Zagabria pregherà per Stepinac, fra ustascia e titini, la figura di un religioso che divide gli storici

Benedetto XVI a Zagabria pregherà per Stepinac

Durante la visita del 4 e 5 giugno il papa celebrerà il discusso cardinale croato L'appello del pontefice: «Chiedete all'Europa il rispetto della vostra identità»

Fra ustascia e titini, la figura di un religioso che divide gli storici


La figura di Alojzije Stepinac, arcivescovo di Zagabria dal 1937 al 1960, ancor oggi divide gli storici. C'è chi sostiene che avrebbe protetto gli ebrei croati, con magri risultati: 31mila furono quelli eliminati dalla Croazia di Pavelic, solo 8-9mila i sopravvissuti. Alcuni ricordano le sue critiche alla violenza degli ustascia. Tanti lo dipingono come una vittima del totalitarismo titino che lo condannò a 16 anni di galera in un «tristissimo processo» - parole di papa Pio XII - per collaborazionismo. Altri invece sottolineano che il porporato avrebbe giocato proprio tale ruolo sotto Pavelic, da silenzioso osservatore dello sterminio di serbi ed ebrei e delle conversioni forzate al cattolicesimo. Le stesse cause della morte, avvenuta nel 1960 ai domiciliari, sono incerte: avvelenamento per mano dei servizi jugoslavi o una semplice trombosi.
di Stefano Giantin wTRIESTE Una preghiera sulla tomba del discusso cardinale Alojzije Stepinac e poi via, in aereo, verso Roma. Si concluderà così la visita di due giorni in terra croata di papa Benedetto XVI, atteso a Zagabria il 4 e 5 giugno prossimi. Il primo giorno Ratzinger sarà ricevuto dal presidente Josipovic, dal premier Kosor e dal Gotha del mondo economico e culturale di Zagabria. Domenica 5, dopo la messa e il consueto bagno di folla, il Papa si congederà dai croati nella cattedrale di Zagabria, tempio che ospita le spoglie di Stepinac, arcivescovo della città durante il regime ustascia. Su Stepinac, beatificato da Giovanni Paolo II nel 1998, si continua a dibattere: salvatore di ebrei sotto Pavelic o collaborazionista? «Stepinac non era un criminale di guerra, aiutò gli ebrei croati a sopravvivere. Non aveva però quella forte personalità necessaria in un periodo così movimentato», spiega l'analista politico Davor Gjenero. «Stepinac si sforzò di salvare gli ebrei dei matrimoni misti e altre persone. A volte ci riuscì. Ma le sue proteste contro le leggi razziali furono deboli e tardive. E realizzò troppo tardi che l'indipendenza croata sotto l'influenza nazista e fascista non poteva portare a una vera autonomia e a uno stato di diritto», ribatte l'editore e scrittore Slavko Goldstein. Più che al passato, il viaggio del Papa a Zagabria sembra però proiettato verso il futuro. Zagabria deve «proteggere il suo patrimonio cristiano mentre si avvicina all'entrata nell'Ue» e opporsi agli «ostacoli che si presenteranno sotto il pretesto di una libertà religiosa mal compresa, contrari al diritto naturale, alla famiglia e alla morale». Per il Vaticano, è fondamentale che la Croazia non abbia paura a chiedere a Bruxelles «rispetto per la sua storia e per la sua identità culturale e religiosa». Parole di Benedetto XVI affidate al nuovo ambasciatore croato presso la Santa Sede, Filip Vucak. La Croazia, ha aggiunto il Pontefice, va anche lodata «per il ruolo di promozione della pace nella regione e della reciproca comprensione tra popoli che vivono insieme da secoli in Bosnia». Sul piano politico, la visita potrebbe aiutare a «sedare il nazionalismo, esacerbato dopo la condanna di Gotovina, delle strutture della Chiesa cattolica croata», si augura Gjenero. «Spero che accada quanto avvenne con la visita di Giovanni Paolo II a Zagabria durante la guerra: che il Papa plachi il nazionalismo nella Chiesa e nella società. Di questo - conclude l'analista - c'è ora particolarmente bisogno».

276 - Secolo d'Italia 19/04/11 Quella "Terra Rossa " da amare

Quella "Terra Rossa " da amare

Luciano Garibaldi

È vero che la storia si studia più volentieri e si impara meglio leggendo i grandi romanzi storici anziché i dettagliati testi accademici?

Rosa Marco - Torino

In gran parte è vero. Basta pensare ai Promessi sposi di Manzoni per la peste del Seicento o a Guerra e Pace di Tolstoj per la campagna di Russia di Napoleone. Ma vi sono casi anche recentissimi che confermano questa tradizione. Mi limito a due esempi: il romanzo storico Ben di Angelo Paranco, lanciato da Mursia l'anno scorso e dedicato alla ricostruzione della morte di Mussolini e Garetta Petacci a opera di partigiani diretti dai servizi segreti inglesi, e l'appena pubblicato La Terra Rossa, di Veruda, Luglio editore (
www.luglioeditore.it). Veruda (pseudonimo di Donato Mutarelli) è un giornalista e scrittore istriano autore di libri di successo come Osimo spiegato a tutti e Com'è difficile essere italiani e di tre noti testi biografici dedicati a Montanelli, Berlusconi e Bossi. Veruda è il nome dialettale di «terra rossa», il quartiere di Pola dove Mutarelli è nato negli anni Trenta e dove, come tutti gli esuli istriano-dalmati, ha lasciato l'anima e il cuore.

Questo romanzo, di ben 998 pagine, imponente come II cavallo rosso di Eugenio Corti, che è invece l'epopea degli alpini nella seconda guerra mondiale, è un appassionante mix tra il romanzo d'amore (protagonisti sono infatti un medico polesano esule in Australia, dove incontra, per ragioni professionali, una giovane turista triestina, e i due s'innamorano perdutamente) e l'ineccepibile libro di storia, dove gli anni più drammatici del Novecento (la nostra folle entrata in guerra, la sconfitta, la perdita di Istria, Fiume e Dalmazia, il disperato esodo di 300 mila italiani) vengono raccontati in maniera avvincente e coinvolgente. Un esempio per tutti: la sconfìtta di Capo Matapan, che la vulgata ritiene (al pari di altre batoste subite dall'Italia sui mari: da Punta Stilo a Capo Teulada, ai bombardamenti navali di Taranto e Genova, portati a termine senza alcuna reazione aerea da parte nostra) frutto dei tradimenti narrati nel celebre libro Navi e poltrone di Antonino Trizzino. Anche se tradimenti sicuramente vi furono, nel corso del conflitto, quel 28 marzo 1941, le cose non andarono così. Come racconta Mutarelli, «gli inglesi sapevano perché disponevano da tempo di un congegno elettromeccanico chiamato in codice "Ultrasecret", in grado di decifrare tutti i cifrari segretissimi con i quali i tedeschi, utilizzando un congegno chiamato "Enigma", comunicavano tra loro e con gli alleati italiani e giapponesi. Altro che traditori, spionaggio e spie ben organizzate. Appena trascorse le prime settimane di guerra, dieci sommergibili italiani erano stati già affondati. Com'era potuto accadere se i messaggi radio trasmessi dalle unità italiane alle loro basi avvenivano rigorosamente secondo codici e norme segreti? La risposta è che gli inglesi agivano con micidiale, gelida precisione perché sapevano tutto, grazie ai messaggi tra italiani e tedeschi che puntualmente venivano decifrati nella base inglese di Bechtley Park, a poche miglia da Londra». Fu così che la flotta italiana comandata daU'ammiraglio Angelo Jachino (1 corazzata, 8 incrociatori, 13 cacciatorpediniere, 5 sommergibili, oltre agli idrovolanti), diretta in Grecia, cadde, a sud di Creta, nell'agguato teso dalla flotta britannica comandata daJTammiraglio Andrew Currmngham. Circondate dallo schieramento delle unità britanniche (che comprendeva tre corazzate e una portaerei carica di aerosiluranti), in piena notte le nostre unità furono investite da una vera pioggia di proiettili da 381 che, squarciando il buio e il silenzio, trasformarono le nostre unità in roghi galleggianti, con il bilancio che ben sei navi colarono a picco: gli incrociatori Fiume, Zara e Pola (un tragico segno del destino anche nei loro nomi) e i cacciatorpediniere Carducci e Alfieri. Con essi scomparvero nelle acque gelide centinaia di marinai e tutti i comandanti delle unità, che avevano rinunciato a mettersi in salvo e avevano scelto di scomparire eroicamente con le loro navi. Marco Pirani, il protagonista del romanzo storico, è ufficiale guardiamarina sull'incrociatore Zara. Le quasi cento pagine che Mutarelli dedica alla battaglia di Capo Matapan possiedono il fascino della ricostruzione storica realizzata come un film, con i suoi protagonisti, gli attori, le comparse, i dialoghi. Tutto con assoluto rigore storico (Il libro è costato anni di ricerche). Particolare significativo: una delle tre corazzate britanniche che -giunte alle spalle della flotta italiana - la decimeranno, era la Valiant, la stessa che verrà poi affondata, il 18 dicembre di quell'anno, durante l'incursione dei «maiali» della Decima Flottiglia Mas guidati da Luigi Durand de la Penne nel porto di Alessandria d'Egitto.

«Centottanta secondi di fuoco», scrive Mutarelli a conclusione dell'intero capitolo, «con i cannoni ad alzo zero nel buio della notte. Tre soli minuti per annientare la prima Squadra navale italiana. Per gli inglesi era stato un trionfo. Per gli italiani, la più bruciante sconfitta navale della loro storia. Fu un massacro che costò alla nostra Marina la morte di 2300 marinai. Va però ricordato che i caccia inglesi tirarono a bordo 1.663 italiani in procinto di annegare. Molti anni dopo, nel febbraio del 1961, un articolo comparso sul Times diceva: «Riconosciamo che Matapan fu una nostra fortunata ed assai fruttuosa azione navale, ma tributiamo onore alla Marina italiana, quando onore le è indubbiamente dovuto... ».

277 - La Voce del Popolo 22/04/11 EDIT, un ponte tra Italia e Croazia, l'opuscolo è stato pubblicato in allegato alla rivista «Bell'Europa»

Presentato il progetto editoriale «Parchi nazionali e naturali della Croazia»

EDIT, un ponte tra Italia e Croazia

L'opuscolo è stato pubblicato in allegato alla rivista «Bell'Europa»

"Parchi nazionali e parchi naturali della Croazia" è il titolo della brochure interamente realizzata dall’ente giornalistico-editoriale EDIT, che racchiude al suo interno le punte di diamante delle bellezze naturali della Croazia, ovvero descrive, con tanto di informazioni utili e curiosità, tutti e 8 i parchi nazionali e tutti gli 11 parchi naturali situati sul territorio nazionale.

L’opuscolo in questione rappresenta un significativo passo avanti per l’EDIT, in quanto è stato pubblicato in allegato al numero d’aprile della prestigiosa rivista turistica italiana "Bell’Europa" (Cairo editore) e come tale è destinato principalmente al mercato turistico del "Bel Paese". La brochure è stata presentata ieri alla stampa dal direttore dell’EDIT, Silvio Forza, e da Nenad Rameša, coordinatore del progetto editoriale e direttore commerciale dell’ente.

"Con la pubblicazione di questo opuscolo abbiamo inaugurato un nuovo tipo di attività editoriale legata principalmente al ruolo di ponte tra Croazia e Italia che l’EDIT intende rivestire in futuro. Infatti, il nostro obiettivo è quello di assumere una funzione di collegamento tra due popoli e due culture attraverso gli scambi", ha spiegato Silvio Forza. "La Croazia - ha proseguito Forza -, ha tantissime cose da offrire dal punto di vista del turismo. Per tale motivo, abbiamo dedicato questo prodotto editoriale ai parchi nazionali e naturali croati, non limitandolo però, soltanto alle nostre testate, bensì proponendolo anche a "Bell’Europa", la rivista storica del turismo italiano, che ha accolto pienamente la nostra idea, esprimendoci poi la propria soddisfazione per l’elevata qualità del prodotto".

Come ha precisato Forza, l’EDIT ha già in passato pubblicato prodotti editoriali simili. Infatti, due anni fa uscì in allegato a "La voce del popolo" un supplemento dedicato ai parchi nazionali, mentre da diversi anni nei mesi estivi viene pubblicato l’inserto "Vacanze in Istria e nel Quarnero", che viene distribuito gratuitamente ai vacanzieri italiani ai valichi di frontiera. "Questa è però, la prima volta in assoluto che un nostro opuscolo viene distribuito oltre confine in quantità così importanti, come supplemento di natura commerciale di una rivista autorevole quale ‘Bell’Europa’, che ha una tiratura di 50.000 copie", ha sottolineato Forza, definendo questa "operazione" come una combinazione vincente sia per l’EDIT che per il turismo croato.

Per quanto riguarda i piani futuri, Forza ha annunciato che l’EDIT intende proseguire su questa strada, dedicando le prossime pubblicazioni (per il 2011 e il 2012 si prevede una pubblicazione annuale), al patrimonio artistico-culturale di svariate aree, sia costiere che continentali, come l’Istria, il Quarnero la Dalmazia e la Slavonia, includendo pure le bellezze della Slovenia. "Oltre a ciò, ci occuperemo di altri temi interessanti, come l’enologia, la gastronomia e i percorsi naturalistici".

Silvio Forza e Nenad Rameša hanno colto l’occasione per ringraziare l’Ente croato per il turismo che ha sostenuto l’iniziativa editoriale, nonché i parchi nazionali e naturali, l’Ente per il turismo della Regione litoraneo-montana, nonché le Pro Loco locali coinvolte nel progetto, per la preziosa collaborazione.

Alla realizzazione della brochure, che esce oggi come supplemento speciale de "La voce del popolo", hanno partecipato anche Lilly Venucci, in qualità di redattore esecutivo, Dean Černeka, art director, Patrizia Chiepolo Mihočić, Carla Rotta e Tiziana Dabović (collaboratrici), nonché l’ufficio marketing dell’EDIT, con in testa Nirvana Beltrame Ferletta.

278 - Nerazzurro n° 28 - 16/04/11 Triangolare del Ricordo: Orgoglio Giuliano-Dalmata

TRIANGOLARE DEL RICORDO

Orgoglio Giuliano-Dalmata

Le sofferenze, le umiliazioni, le atroci ed indicibili sofferenze patite dalle popolazioni giuliano-dalmate sono state per anni nascoste, quasi rimosse dalla coscienza nazionale, sia per calcolo politico che per equilibri internazionali dettati da potenze militari ciniche e vendicative.

Raffaello Brunasso

Riaccendere per un giorno riflettori su quelli che furono gli eroi sportivi di un'Italia che non c'è più, è uno stimolo a ricordarne le gesta e un omaggio nei confronti di una comunità che oggi non ha più le sue città, le sue vie, i suoi campi di calcio ma, completamente integrata in tutte le regioni italiane ed in molti Paesi esteri, conserva con amore la sua identità".

Così l'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, erede della storia e della cultura di quelle terre e di quelle genti italiche che per diversi secoli, come l'arena di Pola ben simboleggia a futura memoria, svilupparono commerci, avviarono nuove attività industriali e artigianali, creando nuove ricchezze e, conseguentemente, nuove possibilità di crescita sociale, intellettua
le e artistica. Uno sviluppo ed un progresso, ancora ben visibili ad un turista non distratto che si rechi in città come Capodistria, Pirano, Rovigno, Fiume, Zara e Ragusa. Le sofferenze, le umiliazioni, le atroci ed indicibili sofferenze patite dalle popolazioni giuliano-dalmate sono state per anni nascoste, quasi rimosse dalla coscienza nazionale, sia per calcolo politico che per equilibri internazionali dettati da potenze militari ciniche e vendicative. Come tutti sanno, ogni 10 febbraio si celebra la giornata del ricordo in memoria delle diverse migliaia di vittime infoibate (le stime non sono mai state effettuate in modo ufficiale, ma oggi si ritiene che gli italiani assassinati in questo modo barbaro dai banditi di Tito, fossero circa quindicimila, oggi si direbbe di pulizia etnica e forse un Tribunale internazionale farebbe anche il suo dovere.) e di quanti, dopo l'annessione di Istria e Dalmazia alla Jugoslavia, ritennero comunque di scegliere la via dell'esodo (circa trecentomila), la fuga in Italia e poi, successivamente, anche nell'altro capo del mondo, pur di affrancarsi dal feroce tallone slavo. In questa fetta di storia Patria dimenticata, sono rimasti inghiottiti anche avvenimenti minori, come la scomparsa di gloriose società sportive come il Football Club Grion Pola, la Fiumana e l'Associazione Calcio Dalmazia. Proprio per ricordare questi Club e ciò che hanno significato per gli italiani, l'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia organizza per il 21 settembre prossimo allo Stadio dei Marmi di Roma, un "Triangolare del ricordo".

Di questa iniziativa nel parliamo con Pierluigi Pizzaballa, indimenticato portierone nerazzurro degli anni Sessanta e mister designato della rappresentativa della Dalmazia. Gli altri due allenatori sono: Lucio Mujesan per il Grion Pola (istriano di Pirano e giocatore di Roma, Bologna e Verona negli anni '60-'70) e Sergio Vatta per la Fiumana (fiumano lui stesso, ha avuto una lunga carriera come allenatore di squadre giovanili prima al Torino e poi nello staff tecnico federale delle squadre under 1 6e 17 azzurre).

Pizzaballa su una panchina è quasi una novità assoluta se escludiamo le giovanili. Come nasce questa sua partecipazione al Triangolare del ricordo?

"Mah, a dir la verità me lo sono chiesto anch'io - spiega il portierone orobico - sono stato contattato dagli organizzatori, ho dato la mia disponibilità ed eccomi seduto sulla panchina della Dalmazia. Non ci sono delle ragioni particolari, ma sono senz'altro ben felice e onorato di poter partecipare a questo importante appuntamento non solo sportivo, ma che affonda le radici nella memoria, nella storia e nella cultura di un popolo".

La rosa dei giocatori della Dalmazia è composta da 18 giocatori, molti gli Zaratini.

"Sì, ho dovuto scegliere all'interno di un numero assai maggiore. Mi sono state inviate diverse schede, diciamo tecniche, di ogni singolo "giocatore" e sulle quali poi fare una scelta. C'era soltanto l'obbligo di formare una rosa omogenea composta da due portieri, sei difensori, cinque centrocampisti e cinque attaccanti". Sulla distinta., ehm., leggiamo di giocatori provenienti un po' da tutti gli angoli dei continenti: Sud Africa, Argentina, Stati Uniti. Siete andati a pescare i talenti nelle Pampas. "Sì, la scelta è stata piuttosto complessa. Tutti gli atleti, ovviamente, diretti discendenti di parenti che per nascita o residenza hanno vissuto nelle terre della Venezia Giulia e della Dalmazia. C'è stato dietro un grande lavoro da parte dell'Associazione. Praticamente tutte le sedi dei cinque continenti si sono messe in moto per recuperare il maggior numero di atleti e formare così una rosa il più possibile ampia. Il mio compito è stato proprio quello di selezionare la rosa dei 18 visionando le singole schede tecniche di ognuno."

Beh, come allenatore cosa ha previsto, che ne so, un ritiro, allenamenti particolari, un modulo.

"Eh-eh, cosa volete, noi ci troveremo praticamente solo il giorno prima dell'inizio del torneo, sarà già importante e bello conoscerci tutti, scambiarci le proprie esperienze sportive e di vita. Poi, certo, alla fine dovrò scegliere l'undici da mandare in campo, anche se, considerata l'organizzazione del triangolare (tre incontri da 45 minuti ciascuno), non mi sento di escludere che, giustamente, alla fine tutti e diciotto scenderanno in campo".

Una previsione sulla vittoria finale?

"Come sempre, vinca il migliore o, meglio, vincano i migliori. Ovvero, tutti quei partecipanti che con sacrificio e spirito di identità hanno voluto dimostrare il grande amore per la loro Terra e l'Italia".

Grazie mister e, sia pur condividendo le sue ultime parole, mi consenta di tifare per la Fiumana. Già, perché in un lontano novembre 1946 una famiglia di emigranti carnici decise di lasciare via Valscurigne, abbandonando quasi tutti i propri beni al civico 32, giusto salendo la strada, poco prima del quartiere Centocelle e del manicomio. Forza Fiume!

ll comitato d'onore, i patrocini...

Tanto per cominciare, diciamo subito che mercoledì 21 settembre, al mattino, tutti i partecipanti all'iniziativa (giocatori, mister, accompagnatori, ecc.) saranno ricevuti in udienza privata in Vaticano da papa Benedetto XVI. Poi, a seguire, puntatina in Campidoglio, dove il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, esprimerà il saluto e la vicinanza della Città Eterna agli eredi del popolo Giuliano-Dalmata. Hanno dato la loro adesione alla manifestazione, vero e proprio parterre de roi, il Governo italiano, il Presidente del Lazio (Polverini), del Veneto (Zaia), della Lombardia (Formigoni), del Friuli Venezia-Giulia (Tondo), della Liguria (Burlando). Per la parte più propriamente sportiva, risultano, tra gli altri: il bergamasco Gianfranco Baraldi, Presidente dell'Associazione Nazionale Atleti Olimpici, Riccardo Garrone, Presidente U.C. Sampdoria, Abdom Pamich, fiumano e grande podista (oro olimpico a Tokyo nel 1964), Nino Benvenuti, istriano e campione olimpico e mondiale. A concludere, un tocco di classe, lo stilista dalmata Ottavio Missoni.

Tre grandi del calcio italiano siederanno sulle panchine del Grion Pola, della Fiumana e del Dalmazia

Mentre siamo ormai in dirittura d'arrivo per le convocazioni dei giocatori che il 21 settembre allo Stadio dei Marmi di Roma disputeranno il Triangolare di calcio del Ricordo, indossando le maglie del Grion Pola, della Fiumana e del Dalmazia, si è completato il "tris d'assi" che guiderà le rispettive panchine.

Sergio Vatta condurrà in campo i ragazzi della Fiumana. Chissà che l'esperienza di settembre gli dia la possibilità di visionare nuovi atleti tra i discendenti degli Esuli, così da dare una connotazione storica alla squadra della Fiumana che va rifondando in Prima Divisione.

A guidare i discendenti degli istriani con le maglie del Grion Pola, sarà Lucio Mujesan, istriano anch'esso e indimenticato giocatore della Roma, del Bologna e del Verona nonché stimato allenatore.

Pierluigi Pizzaballa sarà invece il tecnico del Dalmazia. Da portiere della Roma e dell'Atalanta a figurina più ricercata nella storia della Panini, pur non essendo di origini giuliano-dalmate, ha accettato ugualmente la sfida del Triangolare

Ma vediamo i curriculum dei tre tecnici che siederanno sulle panchine del Triangolare.

SERGIO VATTA (Zara, 5 dicembre 1937) è allenatore di calcio e dirigente sportivo, specializzato nel dirigere i settori giovanili. Tra gli anni '60 e '70 avvia la sua carriera di allenatore in squadre di Serie C e D, ottenendo alterni risultati. La sua prima esperienza da allenatore la compie sulla panchina dell'Ivrea nel 1975. Nel 1977 passa alla squadra giovanile del Torino, dove resta fino al 1991, ottenendo risultati con calciatori come Giorgio Venturin, Christian Vieri, Gianluigi Lentini, Diego Fuser, Roberto Cravero, Antonio Comi, Dino Baggio, Dante Bertoneri e molti altri. Nella primavera del 1989 subentra all'esonerato Claudio Sala alla guida della prima squadra non riuscendo a salvarla dalla retrocessione in Serie B. Sarà questa la sua unica esperienza in prima squadra, visto che già in luglio il Torino è affidato ad Eugenio Fascetti. Nel 1991 Vatta entra nei quadri tecnici federali, come allenatore e responsabile delle Nazionali giovanili Under-16 e Under-17, ricoprendo tale ruolo fino al 1997. Nell'annata 1997-1998 allena la Nazionale femminile, che riesce a portare alla fase finale dei Mondiali. Successivamente a questa avventura, viene chiamato nel 1998 dall'allora presidente della Lazio, Sergio Cragnotti, a dirigere il settore giovanile biancoceleste, avventura terminata nel 2001 con la conquista dello scudetto sia della squadra Primavera guidata da Bollini che della squadra dei Giovanissimi Nazionali. La sua più recente esperienza professionistica la compie nella squadra greca del PAOK Salonicco.

LUCIO MUJESAN (Pirano, 11 gennaio 1943) è un ex calciatore e allenatore di calcio, degli anni sessanta e settanta di ruolo attaccante. Nato a Pirano, quando la zona faceva parte ancora del territorio italiano, cresce nel vivaio della Roma, per poi militare con Messina, Venezia, Avellino, Bari, Salernitana, Bologna (in serie A), Verona e nella Roma di nuovo nella massima serie. È stato il capocannoniere della Coppa Italia 1967-1968 con 6 reti, indossando la maglia del Bari; nella stessa stagione vinse pure la classifica dei marcatori in Serie B. Tipico bomber di categoria, è sempre andato a segno con regolarità nelle serie inferiori (ha collezionato anche 50 reti in Serie C), per poi soffrire spesso il salto in massima serie (con l'eccezione della stagione 1968-69 nella quale realizza 11 reti con la maglia del Bologna). In carriera ha totalizzato complessivamente 73 presenze e 21 reti in Serie A con le maglie di Bologna, Verona e Roma, e 141 presenze e 43 reti in Serie B. Cessata l'attività agonistica, intraprende quella di allenatore, guidando prevalentemente squadre di Serie C del Sud Italia.

PIERLUIGI PIZZABALLA (Bergamo, 14 settembre 1939) è un ex calciatore. Giocava nel ruolo di portiere e fu attivo fra gli anni sessanta e settanta. Iniziò la carriera nel Verdello ed esordì in serie A con la maglia dell'Atalanta in qualità di riserva di Zaccaria Cometti. Successivamente passò alla Roma, al Verona ed al Milan prima di chiudere la carriera, ancora con la maglia dell'Atalanta, collezionando 275 presenze nella massima serie. Pizzaballa conta anche una presenza in nazionale, essendo subentrato ad Albertosi nel secondo tempo di Italia-Austria del 18 giugno 1966. Fu inoltre convocato da Edmondo Fabbri come terzo portiere ai Campionati mondiali del 1966. In carriera ha vinto quattro Coppe Italia ed una Coppa delle Coppe. Il suo nome è divenuto particolarmente popolare tra gli appassionati di calcio poiché nei primi anni in cui la Panini pubblicò le sue collezioni di figurine dei calciatori, essendo Pizzaballa il portiere dell'A-talanta, cioè la prima squadra in ordine alfabetico della Serie A, la figurina del portiere orobico risultò più volte la numero uno dell'album: per questo motivo si sosteneva che questa fosse più rara delle altre e la frase: "Ce l'hai Pizzaballa?" diventò un tormentone ricorrente tra i collezionisti.

A cura di Stefano Bombardieri

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