32 – La Voce del Popolo 06/04/11 Cultura - Dieta istriana del 1861: un' espressione della soggettività politica della regione (IR)

33 - Bergomvn 1941 n°3 - Niccolò Tommaseo e i bergamaschi (Ippolito Negrisoli)

34 – Il Gazzettino 20/02/1945 Dalmazia Martire (Dalmaticus)

35 - La Voce del Popolo 05/04/11 Istroromeno: Recupero di una varietà linguistica e culturale (Barbara Rosi)

36 – Il Sole 24 Ore 03/04/11 Trieste: L'anima di frontiera dal cuore tricolore (Franco Cardini)

°°°°° °°°°° °°°°°

32 – La Voce del Popolo 06/04/11 Cultura - Dieta istriana del 1861: un' espressione della soggettività politica della regione

Eventi a Pola a Capodistria per ricordare i 150 anni della sua prima seduta, a Parenzo
Dieta istriana del 1861: un’ espressione della soggettività politica della regione

POLA/CAPODISTRIA – Nella seconda metà dell’Ottocento l’Impero asburgico stava soffrendo di una congiuntura negativa: era percorso da forti spinte nazionalistiche, centrifughe, si trovava alle prese con una serie di problemi strutturali, era scosso da una grave crisi finanziaria culminata nel crollo della Borsa di Vienna (1857), dallo scacco diplomatico a Parigi, dopo la guerra di Crimea (1856), e dalla sconfitta in Italia (1859). Tutto ciò caratterizzò un nuovo periodo – che si concluderà con la guerra contro la Prussia e la conseguente perdita del Veneto e di ogni pretesa in Germania (1866), nonché l’Ausgleich del 1867 che farà nascere la "duplice monarchia" – che spinse Vienna a varare, nel 1860 e 1861, delle notevoli riforme costituzionali. Dopo un decennio di assolutismo, la patente imperiale di febbraio del 1861 torna a concedere il diritto di partecipazione alla vita politica, anche se limitatamente, su base censitaria. Ma fatto sta che ora ogni provincia può eleggere una propria Dieta e in questo contesto l’Istria, quale Margraviato, ottiene una determinata decentralizzazione amministrativa.

IL PRIMO CAPITANO La Dieta provinciale esprimeva di fatto la penisola con un soggetto politico regionale. E anche se il Margraviato faceva parte, con Trieste e Gorizia-Gradisca, del Litorale austriaco, costituiva a tutti gli effetti un’unità territoriale al di sopra della quale c’era solo Vienna. Le sue competenze spaziavano nei principali campi della vita pubblica come ad esempio la sanità, l’istruzione, le opere pubbliche, l’agricoltura, il commercio. Quale sede della Dieta e capoluogo fu scelta la città di Parenzo, mentre in seguito le sue sedute si sono svolte a Pola e a Capodistria.

IL RUOLO Così il 6 aprile di 150 anni fa si inaugurava a Parenzo la Dieta istriana. In quella circostanza il capitano distrettuale, il marchese Giampaolo de Polesini – scelto a capo della Dieta fra tutti i deputati eletti – pronunciò un discorso nel quale disse che l’Istria era "sorta per mano di Dio entro i limiti geografici che accennano alla sua appartenenza". La Dieta istriana ha costituito negli anni della sua esistenza (1861-1918) il massimo organo assembleare ed amministrativo dell’Istria.

L’ATTO DI RIBELLIONE Quando l’imperatore Francesco Giuseppe concedette la nuova Costituzione, i rappresentanti della Dieta dimostrarono esplicitamente la volontà dell’Istria, votando, su esortazione di Carlo Combi, con la parola "Nessuno". In questo modo, il 10 aprile 1861, eccetto i tre vescovi e i sei deputati conservatori filoaustriaci, gli altri venti deputati votarono "Nessuno". Il governo austriaco capì che si trattava di un vero e proprio atto di ribellione. Visto che per ben due volte non vollero scegliere un proprio rappresentante per il parlamento imperiale, la prima Dieta dell’aprile 1861 viene sciolta e nel settembre dello stesso anno si avrà una seconda Dieta istriana, con membri più fedeli all’autorità imperiale.

LA DIGITALIZZAZIONE DEI BOLLETTINI UFFICIALI Nel giorno del 150.esimo anniversario della prima seduta della Dieta provinciale del Margraviato d’Istria, la Società umanistica "Histria" e il Museo storico dell’Istria organizzano la cerimonia solenne che avrà luogo a Pola, presso il Dipartimento di scienze umanistiche dell’Università "Juraj Dobrila", già sede del Liceo femminile provinciale (via I. M. Ronjgov 1) con inizio alle ore 11, e a Capodistria, presso la sede dell’Archivio regionale (p.zza Kapodistrias 1) con inizio alle ore 19. Nel corso della celebrazione antimeridiana, nobilitata da un ricco programma culturale, Tajana Ujčić presenterà la prima fase di digitalizzazione dei bollettini ufficiali del Margraviato d’Istria; in serata Gracijano Kešac illustrerà il progetto della mostra "Con la penna e il pugno", mentre Salvator Ĺ˝itko terrà una conferenza su "La Dieta provinciale istriana dal 1861 al 1918". Seguirà la visita guidata alla chiesa di Santa Chiara, luogo della memoria storica relativa alle sedute della Dieta a Capodistria e oggi deposito dell’Archivio regionale.

GLI ORGANIZZATORI Ai progetti della digitalizzazione e della mostra, promossi dal Museo storico dell’Istria di Pola e dalla Società umanistica "Histria" di Capodistria, partecipano l’Archivio di Stato di Pisino, l’Archivio di Stato di Fiume, l’Archivio regionale di Capodistria, il Museo etnografico dell’Istria di Pisino, il Museo del territorio parentino di Parenzo, il Museo civico della Città di Rovigno, il Museo popolare di Albona, la Biblioteca universitaria di Pola, la Biblioteca centrale Srečko Vilhar di Capodistria nonché il Centro di Ricerche Storiche di Rovigno. I progetti vengono sostenuti dalla Regione istriana e dai Ministeri della Cultura delle Repubbliche di Croazia e di Slovenia. (IR)

33 - Bergomvn 1941 n°3 - Niccolò Tommaseo e i bergamaschi

NICCOLO' TOMMASEO E I BERGAMASCHI

I

I SUOI PARENTI

Tra gli illustri personaggi discendenti da famiglie originarie della nostra terra, ma da tempo emigrate altrove, il Tommaseo indubbiamente dimostrò maggior affetto e particolare interessamento per i parenti rimasti nel Bergamasco, come appare da alcune lettere al Can. Finazzi (1), il quale ne pubblicò e ne illustrò alcune sulla Gazzetta di Bergamo del 9 luglio 1864, e le ripubblicò poi nelle Notizie Patrie del 1865 (2).

Se il Rosmini più di una volta dichiarò al Can. Finazzi, il quale aveva documentato l'origine bergamasca della famiglia Rosmini,
« d'essere soddisfatto della sua origine », e anche in uno degii ultimi mesi di sua vita si compiacque, quasi in atto di patria riconoscenza, di dichiarare al Finazzi, come « avesse caro che si ricordasse che la sua famiglia, da tempo emigrata in Rovereto, fosse originaria di Bergamo » (3); se il Bonghi, lontano discendente da una delle più distinte e antiche famiglie di Bergamo, gradì la cittadinanza onoraria bergamasca conferitagli il 18 giugno 1860 su proposta di Gabriele Rosa e accolta all'unanimità dal Consiglio che volle onorare il « patriota e il filosofo illustre » d'origine orobica (4) ; il Tommaseo sentì profondamente e costantemente i vincoli di sangue con la parentela Bergamasca, di cui sapeva qualche cosa; ma « sulla soglia della vecchiezza » desiderava avere notizie più esatte e particolareggiate.

Sapeva, sì, della provenienza dei suoi antenati dal Bergamasco; l'aveva scritto, in anni lontani ed oscuri del suo esilio, da Parigi al Cantù il 25 giugno 1837, rivendicando l'italianità della sua Dalmazia: « Io sono Italiano, perchè nato da sudditi veneti, perchè la mia prima lingua fu l'Italiana, perchè il padre di mia nonna è venuto in Dalmazia dalle valli di Bergamo » (5).Parecchi anni dopo, il 4 giugno 1862, scriveva al dotto Can. Finazzi pregandolo di far ricerche della famiglia dei Balio che credeva di Caprino, terra del bergamasco; sapeva che «taluni erano passati sul principio del '700 in Dalmazia e ne era nata la madre di suo padre, rara donna, che formò la sua infanzia, cioè non piccola parte, e la migliore forse, dell'indole sua »; ma « giunto sulla soglia della vecchiezza », sentiva il desiderio di rintracciare notizie di quella famiglia che

« doveva essere modesta, anzi povera, ma che in Dalmazia tenne condizione onorata e civile tanto che suo avo, tenace della sua piccola nobiltà terrazzana e gelosissimo del buon nome, lì si scelse sua mo-glie »; e poiché gli pareva di aver sentito che parecchi casati di questo nome Balio durassero ancora nel Bergamasco, si rivolgeva alla gentilezza ed alla bontà del Can. Finazzi perchè a tutto suo agio gli desse notizie (6).

Il Finazzi lieto dell'incarico avuto dall'insigne letterato e più ancora dell'« inattesa notizia dell'attinenza d'origine del Tommaseo con la nostra Patria e del vanto che ne venia alla Patria del Tasso » (7), a mezzo del professor U. [Ulietti] (8), potè rintracciare le più accurate notizie sui Balio e comunicargli, con lettera del 7 luglio, « che in Celana di Caprino ebbe sede la famiglia dei Balio e fin dai 1600 il Card. Federico Borromeo in una sua visita ne aveva trovato distinto il banco di chiesa e distinta la sepoltura in cimitero; che al principio del 1700 qualcuno dei Balio era emigrato in Dalmazia e circa l'anno 1820 i discendenti erano venuti nella patria di origine a vendere il resto delle loro possessioni, cessando da questo momento ogni relazione tra i Balio di Dalmazia e quei di Bergamo (9) divisi parte in Celana e parte in Pontida. »

Il Tommaseo ringraziò il Finazzi con lettera del 12 agosto (10) chiamandosi soddisfatto dei particolari fornitigli che corrispondevano a quanto in parte già sapeva. Godeva di poter così raffrontare le notizie dei Balio di Sebenico con quelli di Celana e di Pontida. Godeva specialmente che un ramo di loro vivesse tuttavia in Pontida, terra sacra alla Libertà.

E pochi giorni dopo il Tommaseo faceva seguire una lunga lettera interessante per le notizie biografiche degli antenati e parenti suoi, nonché per i ricordi che nella piena effusione di affetti salgono dal cuore del grande Dalmata; lettera che meriterebbe d'essere riportata integralmente, se non fosse stata pubblicata altre volte (11).

Non possiamo però in questo articolo riassuntivo rinunciare a cogliere qualche spunto che ha maggiore attinenza colla parentela bergamasca del Tommaseo e mette in luce la sua figura nei rapporti con i parenti e l'influsso ricevutone nell'educazione della sua infanzia.

Dal Prof. Ulietti il Tommaseo desiderava ancora sapere se l'altro ramo di codesta famiglia (quello di Pontida) meno scaduto, portasse ancora il casato di Balio; «; ma — soggiungeva con ruvida fierezza plebea che sentì e spesso ostentò verso i nobili — non mi vergogno e non mi dolgo che due in Celana oggidì ce ne sia, contadini; forse più onorati di molti marchesi, certo meno infelici. I fratelli di mia madre, cugina a mio padre, è però di razza vantata di gentiluomini dell'Isola di Brazza ove nacque, lavoravano poderetti propri, ma li lavoravano con le proprie mani; e mio avo venuto a Sebenico con qualità di modesto negoziante e nondimeno così rispettato che si assumeva autorità di correggere severamente i figliuoli di gentiluomini..., morì lasciando povera la famiglia affidata al senno virile di questa Balio ed alle cure laboriose ».

Donna singolare Maria Balio che, per parte del padre, portava nelle vene sangue bergamasco; donna di tempra virile, energica, attiva, laboriosa; rude nella forma, un po' aspra nelle parole talvolta minacciose, ma, pur nella sua rudezza, di cuore generoso, caritatevole; forte nelle angosce di sua vita, italiana di sentimenti. Rimasta vedova
con quattro maschi ed una femmina seppe bene allevarli e dar loro un'onorata professione, e non piccola parte ebbe nella formazione dell'indole del grande suo nipote che con affetto e quasi culto di venerazione tratteggiò di essa un mirabile ritratto. Ella fu la sua educatrice. « Maria Balio — dice il Tommaseo in questa lettera — sentiva come religione l'amore dell'Italia, e ricordando sempre il suo viaggio a Venezia e le vecchie memorie storiche della Repubblica, quasi domestiche memorie recenti, infuse in me delle cose italiane l'affetto. Parlava il dialetto veneto ritenendone le forme più antiche;... : parlava l'Illirico con efficacia di locuzione e purezza d'accento onde stampò in me la forma di quelle eleganze, sì che, perdutone l'uso, me n'è rimasto pur vive e sicuro il sentimento, dopo tante lontananze e si lungo volgere d'anni. Aveva la campagna in amore e nell'orto, che il figliuolo le ebbe comprato vicino alle porte della città, passava le ore serene tra gli alberi ed i fiori, che della educazione mia furono non piccola parte... ».

Concludeva la lunga lettera il Tommaseo con queste parole:

« A lei debbo io in parte gli impeti subitanei (era questa una sua parola) prontamente placabili, e in certi versi scritti della età di 17 anni mi confessavo così :

Pìacidus vultu, sed pronus ad iram,

Et minimis angor, momento at protinus horae

Nubila diffugiunt animo intempesta sereno. »

A conservare traccia del ceppo famigliare ed a stringere viepiù i vincoli con i parenti lontani aveva anche preparato l'albero genealogico dei Balio di Dalmazia, come scriveva il 15 dicembre 1862 da Firenze al Finazzi: « Ecco i Balio di Dalmazia, colla loro discendenza infino al tempo che siamo »; e a sua volta le pregava di poter aver quello dei Balio del bergamasco e, « se si può, particolareggiate notizie sui Balio viventi, e quando a Pontida si trapiantassero ed ancora un qualche cenno delle condizioni presenti di quel paese. Grazie a Lei mille volte, e al professore pregato da Lei; grazie e auguri dal suo obbl.mo Tommaseo » (12).

Egli raccoglierà poi nel capitolo I nomi e le schiatte dell'opera Il Serio nel faceto (13), a proposito del suo cognome, le vicende de' suoi antenati del casato Tommaseo oriundi dell'isola di Brazza e de' suoi parenti bergamaschi. Alessandro Balio, il padre della nonna sua « era venuto in Sebenico da Celanella, terra in quel di Bergamo, nella cura di Pontida, nome della storia d'Italia tra i più memorandi. »

« I Balio de Mangillis (14); - continuava il Tommaseo — in origine Baylo (15), pare che siano delle più antiche famiglie della provincia e una loro sepoltura porta una dello prime iscrizioni in lingua italiana che in que' luoghi si leggano e forse altrove (16); e nel 1576 trovasi un Gian Maria, che è la terza generazione, console di Celanella e di due altri Comuni; e nel 1607 un Alessandro che ha beni stabili in Este, dal quale forse i Mangilli di Padova.

« Da una Caterina Balio nasce Giuseppe Bravi (17), deputato oggidì al Parlamento italiano; da una Maria Balio il prof. Ulietti (18). E tre rami rimangono della famiglia un dei quali è di semplici agricol
tori; e lo rammento a titolo d'onore... D'un de' tre rami nasce Giuseppe Balio, che ha avuto in sorte di disseppellire il monumento della Lega Lombarda, il quale ora è riposto nel luogo che fu testimone del grande patto, accanto alla chiesa gotica a tre navate che era dei monaci di S. Benedetto » (19).

Sempre vivo rimase nel Tommaseo l'affetto verso i suoi parenti bergamaschi; ne è una prova anche in una lettera scritta l'ultimo anno di sua vita al sacerdote Alessandro Balio (20) di Bondì di Cisano, che, lasciata la milizia volontaria, si era fatto sacerdote; lettera che l'attuale possessore, signor Angelo Bailo, conserva in quadro nell'avita casa a Bondì e che essendo, per quanto ci consta, inedita, per compiacenza del possessore siamo lieti di pubblicare :

« Caro e Rev.mo Signore, Avevo già da più giorni risposto col cuore all'inaspettata, ma tanto più gradita, sua lettera annunciante la nuova vita alla quale Ella si è pensatamente e presa esperienza degli uomini, consacrato. L'animo suo avrà ragione di trovarsene ogni dì più contento assaporando le pure gioie del beneficare modestamente e del caritatevolmente patire. Questo è l'augurio che, raccomandandomi alle orazioni di Lei, e pregandola di salutare in mio nome i fratelli, Le fo di cuore.

Suo aff. Parente, 8 del 1874 Fir. ».

Segue la firma illeggibile; s'intravvede un « Nic... ».

Alessandro Bailo, nato a Bondì di Cisano il 29-1-1841 e morto ivi il 30-10-1920 (come risulta dall'archivio Parrocchiale di Pontida), a vent'anni si arruolò volontario nell'esercito. quando le aspirazioni patrie di indipendenza agitavano le anime generose. Più tardi passò alla scuola militare di Modena e uscito col grado di ufficiale nel '66, prese parte alla campagna contro l'Austria, come risulta dall'archivio del Comune di Cisano. Nel 1872, lasciato il servizio militare, si diede al sacerdozio e assecondando le nobili aspirazioni dell'anima sua, si dedicò all'istruzione ed educazione dei sordomuti nell'Istituto di Bergamo, presso il quale ebbe l'ufficio di Direttore per oltre 25 anni. Si ritirò a vita privata il 31 dicembre 1907 e morì a Bondì, Nelle ultime sue ore volle sul letto i simboli della sua vita di soldato della Patria e di Cristo: la spada e il Crocefisso (21).

II

altri bergamaschi

Il Tommaseo non solo per vincoli di sangue si sentì legato da particolare affetto e simpatia alla nostra lena, ma anche da sentimenti di stima per i nostri uomini che coltivarono gli studi letterari e storici e si distinsero nell'amore di patria che fu così profondo e nobile in lui.

Fra il letterato dalmata e il Can. Giovanni Maria Finazzi (1802-1877), cultore egregio di patrie memorie, continuatore e innovatore dell'opera dei benemeriti eruditi bergamaschi del '700, discepolo spirituale del Maj, si strinsero rapporti di reciproca stima. E ne era ben degno il Finazzi, professore in Seminario e teologo nella Cattedrale, socio onorario e corrispondente di varie Accademie (22), onorato dall'amicizia d'uomini insigni, quali Alessandro Manzoni e Antonio Rosmini, in relazione con eminenti personalità, con Gabrio Casati, con Terenzio Mamiani, con l'archeologo G. B. De Rossi, col grande storico Teodoro Mommsen. Oltre che il merito dell'erudito si apprezzava nel Finazzi l'educatore, il sacerdote patriota « che in tempi nei quali non parvero sempre chiare le ragioni della Chiesa e della patria, amò fervidamente l'Italia » (23).

Nel '48 aveva benedetto il vessillo nazionale pronunciando queste solenni parole: «Siatene certi: noi, cittadini e fratelli, ci stringeremo e di cuore alle vostre bandiere, voi non vorrete, ne siamo certi, dividervi da quella Croce che come sacerdoti vi brandiremo dinanzi, unico pegno del comune riscatto » (24). Ribenedice il vessillo nazionale nel '60 (25) e l'8 giugno, rievoca dal pergamo dinanzi ad un pubblico commesso che gremiva la Basilica di Santa Maria Maggiore, lingula del grande statista conte di Cavour, nel cui nome — sono parole del Finazzi — sembravano indentificate Vindi pendenza., la grandezza e la fortuna d'Italia (26). Ma, pochi giorni dopo, il 28 giugno, gli giungeva dal Vescovo la proibizione
« di annunciare di qui innanzi la parola di Dio, nonché di amministrare ai fedeli il sacramento della Penitenza (27)». Per sei anni, scrive la (Franzi (op. cit.), « pesò sul can. Finazzi l'immeritato castigo, fino a che Pio IX, venutone a conoscenza e fatte esaminare le opere di questo teologo, non lo reintegrò in tutte le sacerdotali attribuzioni inviandogli, in segno di stima, una medaglia d'argento » (28).

A creare una corrente di reciproca stima e simpatia fra il Finazzi c il Tommaseo più che le idee politiche, nelle quali difficilmente potevano convenire chi aveva esaltato l'opera veramente grande del Cavour e il Tommaseo antiunitario, federalista e anticavouriano (29), concorsero i sentimenti religiosi profondamente sentiti e soprattutto l'amor degli studi letterari, storici, e il culto delle pa trie memorie che costituì il motivo dominante della vita di ambedue.

A quale anno risale la corrispondenza epistolare tra il Finazzi ed il Tommaseo? Per quanto ci consta, ad una lettera del 13 febbraio 1861 pubblicata dalla Franzi (op. cit.).

Il Finazzi nel 1860 aveva pubblicata un dialogo intitolato I preti e la politica dedicato « agli onorandi membri del clero italiano, che, unendo all'amor della patria l'amore della chiesa nel consorzio della vita civile come negli esercizi del ministero sanno essere e mostrarsi sacerdoti cittadini e cittadini sacerdoti » (30), e ne aveva inviata una copia al Tommaseo, che, ricevuto il libro in omaggio, ringraziava con una nobilissima lettera l'autore del dialogo: «ne aveva già letto via via parte e vi aveva sentito con piacere il linguaggio del sacerdote cittadino, affettuoso, quale deve essere, e temperato... »

A questa lettera ne seguono altre scambiate fra il Finazzi e il Tommaseo nel 1862, lettere che abbiamo citate a proposito della parentela bergamasca; ne venne quindi ravvivata la cordialità di amichevoli rapporti tra il letterato dalmata e il sacerdote bergamasco che se prima sentiva grande stima per « l'uomo delle profonde lettere », ora col più vivo senso di cittadino affetto si professava a lui devotissimo, (lettera di risposta del 4 giugno 1862).

Il Finazzi nella sua instancabile operosità era venuto componendo opere di carattere storico, persuaso che l'aura che spirava agli albori del nostro Risorgimento avesse a favorire l'incremento degli studi: nel 1857 dava alla stampa la Memoria sul Codice diplomatico bergomense pubblicato in due volumi dal can. Mario Lupo e dall'arciprete Ronchetti; nei 1361 un Commentario intorno a quaranta e più grossi volumi manoscritti concernenti la storia del Concilio di Trento del Padre Alberto Mazzolali Benedettino di Pontida; nel 1866 Breves Chronicae bergomenses pubblicate nei tomi V e VI della Miscellanea di Storia Patria in Torino, e nel tomo VI della stessa Miscellanea le Lettere del Card. Commendone scritte nella Nunziatura di Germania; nel 1867. anno in cui ricorreva il VII Centenario del Congresso di Pontida, ne celebrò la ricorrenza pubblicando Appunti storici sulla Lega Lombarda e sulla battaglia di Legnano; nel 1870 diede alle stampe la Cronaca anonima di Bergamo e l’Antico volgarizzamento del Chronicon di Castello Castelli, tolto dalla Reale biblioteca di Napoli e da lui pubblicato sotto il titolo I Guelfi e i Ghibellini in Bergamo. Presso la Deputazione di Storia Patria aveva caldeggiato l'idea di un Codex diplomaticus Longobardiae e, incaricato della parte relativa a Bergamo, vi apportava 201 documenti, alcuni inediti, altri integrati e riscontrati, raccolti nel tomo XIII dei Monumenta historiae Patrie con un dotto proemio Degli Statuti Italiani e in particolare del più antico statuto di Bergamo che si conserva nella Civica Biblioteca. Nel 1876 licenziava l'opera importantissima: Le antiche lapidi di Bergamo descritte ed illustrate, argomento del quale si era altre volte in pregiate monografie occupalo e delle quali era a conoscenza il Tommaseo (31). Produzione dunque importante anche se contiene parecchie inesattezze. Di queste pubblicazioni egli aveva fatto omaggio al Tommaseo, il quale pieno di ammirazione per tanta attività, gli espresse, nella lettera IV del carteggio, parole di lode e di incoraggiamento a proseguire in lavori che richiedono dottrina, indagine paziente ed acuta, non pochi disagi, e non danno, certo, lucro. La lettera, benché pubblicata dalla Franzi nell'opuscolo citato, resosi ormai raro, merita di essere riportata integralmente, non solo ad onore del Finazzi, ma anche a dimostrare l'interessamento del Tommaseo per le memorie storiche della nostra Bergamo e per gli eruditi bergamaschi.

« Rev. Monsignore,

Le cure che da più di trent'anni Ella dedica alle memorie della patria, meriteranno sempre maggiore coi tempo gratitudine non de' Bergamaschi soltanto; perchè non pochi tra i documenti raccolti ed illustrati da Lei concernono non solo il distretto di Bergamo. Hanno già pei' se stesse più che municipale importanza le cronache; e lo prova anche questa del Castelli da Lei data alla stampa (32); ma del codice diplomatico lombardo, compilato di recente, i documenti di Bergamo son non piccola parte (33). E la Società Storica di Lombardia mostra bene di sapere mettere a profitto i lavori di Lei, che Le costano indagini per archivi, per biblioteche, e ricerche e viaggi. INon si stanchi di raccogliere statuti e atti di sinodi, lapidi e pergamene, continui la nobile eredità del benemerito padre Lupi (34), e di quel Mazzoleni benedettino in San Giacomo della sua, anzi nostra Pontida, che tanta ricchezza di notizie radunò per la storia del Concilio di Trento (35). Io, giovane, sentivo il presidente Mazzetti nella stanza dell'abate Rosmini, che con quell'uomo non consentiva in assai cose, ma in questa gli rendeva la debita lode, vantarsi della sua preziosa raccolta. Alla quale, monsignore, Ella volle attingere di persona, imprendendo un viaggio, materialmente men lucroso di quello che fece anni or sono Francesco Mazzoleni, discendente di venuti da Bergamo, nato in Sebenico ov'io nacqui, il quale come Orfeo de' tronchi e Annone de' sassi, tirò in sè tanti dollari da poter in Posillipo edificare una magnifica villa.

E oggi appunto leggevo che gli ufficiali d'un legno americano, approdati a Napoli, con gran festa lo invitarono a uno splendido pranzo, e a bandiere spiegate e tra le armonie musicali lo ricondussero alla sua villa. Caro Monsignore, Ella non avrà mai tanti dollari nè tante feste. Nè tante ne avrà il presidente di codesta Accademia, dotto raccoglitore di memorie patrie e munifico donatore (36).

Nè, quanto doveva, l'Italia dimostrò la sua gratitudine a quel Nazzari che nel 1847 iniziò con onorato pericolo una memorabile resistenza; ed io godo pensando che il savio e coraggioso impulso venisse da un uomo di Bergamo. Voglia bene al suo

Dev. Tommaseo

Nel dì di S. Giovanni con auguri di cuore, '71 Fir. »

Il Tommaseo si riferisce alla nota presentata il 9 dicembre dell'anno 1847 dall'avv. Giovan Battista Nazari di Treviglio (37), deputato degli estimati non nobili della provincia di Bergamo nella Congregazione centrale della Lombardia. Con poche ma decise e sicure parole l'avvocato Nazari proponeva la nomina di una Commissione di tanti deputati quante erano le Provincie lombarde con l'incarico di studiare una relazione sulle condizioni del paese e sulla causa del diffuso malcontento della popolazione. Fu un atto estremamente pericolose in tempi nei quali una sola parola detta contro il governo straniero poteva gettare chi tanto ardiva nel carcere (38), ma fu anche il primo colpo decisivo — dice il Capasso — contro il governo austriaco; fu, scrisse in una mozione del 3 febbraio 1872 al Consiglio Comunale di Bergamo, G. B. Camozzi, «l'atto del Nazari come il piccolo masso di neve, che, fiaccatosi dall'alto del monte, precipita al basso formando una spaventosa valanga ». E l'impressione prodotta dalla mozione fu grande e per essa il nome di Bergamo fu esaltato non solo in Lombardia, ma in tutta Italia. « Bergamo salva la patria questa volta », scriveva il Giubili Della Porta il 17 dicembre. Quattromila cittadini portarono il loro biglietto di visita al nobile bergamasco. I milanesi in segno di ammirazione per la pronta decisione della Congregazione provinciale di Bergamo offersero alla nostra città un busto del Mascheroni, che sta nella Civica Biblioteca, con la dedica che termina così: Questa effigie - i Milanesi offrivano a Bergamo - Il 21 Dicembre 1847 - Epoca memoranda - All'Italia. (39)

Ma il Tommaseo nel 1871, pochi giorni dopo la morte del Nazari, lamentò che « l'Italia non dimostrava, quanto doveva, la sua gratitudine all'avvocato bergamasco. »

La corrispondenza del Tommaseo col Finazzi, si chiude con la lettera del 14 dicembre 1873 (V del carteggio).

Aveva il Finazzi spedito al Tommaseo in omaggio la sua memoria Dell'importanza di conservare e di crescere le glorie patrie, ristampa di un discorso letto nell'Ateneo il 2 settembre 1841 e ripubblicato nel 1873 con l'aggiunta di altre tre Memoriette di patria illustrazione (40). Aveva anche fatto omaggio al Tommaseo del Commentario alla Morale Cattolica di Alessandro Manzoni, pubblicato sulla fine del 1873. Il Tommaseo rispondeva con una lettera che merita d'essere riferita per il suo giudizio sulla Morale Cattolica del Manzoni e per le sue malinconiche e amare osservazioni sull'incomprensione degli Italiani che non apprezzavano come meritava l'opera manzoniana.

Già il Tommaseo ancor giovane nell'opuscolo Dell'animo e dell'ingegno di Antonio Marinovich (Venezia, 1840) aveva definito la Morale Cattolica « un libro di sapiente modestia, pensato col cuore, e che di per sè basterebbe alla gloria di un nome »; vecchio, « alla distanza dì trent'anni — osserva la Franzi — eccolo non meno ammirato di quest'opera manzoniana, alla quale gli Italiani fecero cosi poca attenzione » (41).

« Rev. Monsignore,

Al consiglio Ella ha aggiunto l'esempio del mantenere, quant'era in Lei, e dell'accrescere le glorie patrie: e un accrescerle è il pur mantenerle. Gloria patria Alessandro Manzoni, del quale Ella ha molto opportunamente dato a conoscere l'opera men nota ai più, degna invero di lui. Quand'io, e già più di cinquantanni, la lèssi, ammirai l'uomo, amai più la fede in cui nacqui. L'edizione di quel libro, fatta pure di non molti esemplari, stette degli anni a essere smaltita, come poi mi diceva egli stesso con quella rassegnazione sincera che viene dalla modestia virtuosa. Le lodi date ad altri suoi scritti, principalmente da celebrati stranieri, conciliarono al cattolico il compatimento degli Italiani, conciliarono qualche stima al Poeta. Ma erano tanto ricchi, e tanto son ricchi, gl'Italiani!... »

* * *

Meritano ancora di essere ricordate le relazioni di affettuosa amicizia e di grande stima, dalle quali fu legato col Tommaseo il poeta bergamasco Samuele Biava, nato a Vercurago nel 1792 e morto nel 1870, professore di umanità nel ginnasio comunale di S. Marta a Milano, poeta d'ispirazione romantica. Della stima del Tommaseo per l’ingegno poetico del Biava, ma nello stesso tempo della sua sincerità critica, fanno testimonianza alcuni articoli pubblicati nei periodici: Il Nuovo Ricoglitore (1826), l’Antologia di Firenze (1826), l’Indicatore livornese (1 febbraio 1830); lo attesta la commemorazione dello scomparso amico nella Nuova Antologia col titolo: Samuele Biava e i Romantici (die. 1871); lo conferma la rievocazione in più d'uno degli scritti tommaseiani, nelle Memorie poetiche (Venezia 1838), in Scintille (Venezia, 1841), in cui il Tommaseo ricorda ce con accorata nostalgia i tempi del suo soggiorno milanese e la figura dell'amico diletto e stimato », come scrive il prof. Eugenio di Carlo nella sua accurata pubblicazione Le relazioni tra Samuele Biava e Niccolò Tommaseo (con lettere inedite) (42): vi è raccolto un carteggiò di trenta lettere che, iniziato il 14 ottobre 1826 e chiuso il 23 ottobre 1868, segue la storia dei rapporti letterari tra i due insigni uomini ed è preceduto da una prefazione. A tale pubblicazione rimandiamo lo studioso: qui riferisco parte di una lettera, la XXVI (30 novembre '63 da Firenze), che ha, per l'argomento nostro, particolare interesse a motivo dell'accenno ad alcuni bergamaschi, al dott. Francesco Cima e ai professori Carlo Cima e Carlo Ulietti.

« ...Dite al S. Dottore Cima (43) ch'io ho fatta avere la sua lettera al Marchese Ridolfi, e ringraziatelo per me de' suoi doni. Mi piace ch'egli nel senso craniologico non abbondi. Ma pare che taluni tendano a riempiere di scienza le ossa del cranio per vuotare di senso comune l'anima.

« Le lodi da lui date al Bravi (44), affine mio perchè nato da un Balio, mi piacerebbero ancora più se non vi leggersi una parola la quale ben intendo che mira alla potestà temporale abusata da que’ di Roma, ma suona ambigua là nello scritto di lui. Singolare ch'io debba fare lo zelante all'egregio Bergamasco in quella appunto che un altro Bergamasco, il prof. Ulietti (45), figliuolo anch'egli a una Balio, mi predica riverenza alla sede di Roma. Se vedete il degno uomo, ditegli che gli scritti miei non sono registrati nell'Indice per eresia che sostengano; ch'io chiesi e richiesi che mi additassero gli errori a poterli corrodere, e mi fu risposto che solo la forma di certe proposizioni non pare approvabile a quella Congregazione, ma che la sostanza non contraddice a quel che insegna la Chiesa (46). Egli sa bene che il poter temporale non è cosa di domina; e anche Pio IX l'ha detto: ma sappia inoltre ch'esso Pio IX, parlando di me a un sacerdote autorevole, mi giudicò buon cattolico quantunque avverso al suo regno, e soggiunse parole d'affetto. Avesse intorno altra gente, apparrebbe ben altro ».

* * *

Il Tommaseo poteva con Torquato Tasso affermarsi Bergamasco per origine e per affezione, egli « troppo ineguale al gran nome in ogni cosa » ; e allorché elettori di Bergamo volevano nominarlo deputato al Parlamento Italiano, ricusò l'offerta con riconoscenza (47).

Di Bergamo e di Pontida rievocò le storiche memorie in quel capitolo I nomi e le schiatte inserito nel libro Il Serio nel faceto che già abbiamo più volte citato. Di Bergamo ricorda che fu « la prima città che si scosse al bagliore della libertà falsa, promessa da colui che fece suo balocco le corone de' re, i diritti de' popoli suo strumento e sua merce; Bergamo fornì ferventi repubblicani... » (48). Di Pontida ricorda « l'onorata memoria dei monaci di S. Benedetto, benemeriti in antico dell'agricoltura e poi delle lettere; e in quel monastero di Sant'Jacopo di Pontida i benedettini fondarono una stamperia, la quale diede, tra le altre, nel 1740, i Medaglioni del museo Pisani illustrati in tre volumi, opera da biblioteca, e dovuta ad un abate Alberto Mazzoleni (49), nato da gentiluomini in Caprino, tra Pontida e Celana; il quale, entrando nell'Ordine, s'elesse il nome di quel beato Alberto di Prezzate, vissuto nel sec. undecimo, la cui sepoltura ha bassirilievi notabili alla storia dell'arte, e le cui reliquie sono in Bergamo venerate oggidì... Il monastero è ad altr'uso sin dalla fine del secolo passato » (50).

Su proposta del can. Finazzi, Vice-Presidente del nostro Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti eretto in Ente morale con decreto di Vittorio Emanuele II in data 10 ottobre 1869, nella solenne apertura di quell'anno accademico veniva per acclamazione fatto socio d'onore il Tommaseo che accoglieva la nomina con le seguenti nobili parole :

« Firenze, 4 del 1870

Reverendo Monsignore, L'Accademia di Bergamo, appunto perchè modesta, è forse più ragguardevole d'altre parecchie. Io mi tengo onorato di questo segno d'affetto, anco perchè mi viene dal paese da cui parte della mia famiglia ebbe origine. Così potessi io rendergli, come gratitudine, onore !

Accetti Ella e i colleghi suoi, Monsignore, i ringraziamenti e gli auguri del Loro

obbl.mo Tommaseo ».

* * *

Al conte Paolo Sozzi Vimercati, Presidente del patrio Ateneo, ha da raccomandare la sottoscrizione per le feste che Firenze preparava per il centenario di Gerolamo Savonarola; il Tommaseo che ne era uno dei promotori gli scriveva:

« L'illustratore delle sventure dei Tasso (51) offrirà, spero, un tributo a questa illustre sventura. Ne fa preghiera al Presidente dell'Ateneo di Bergamo e a tutti i Colleghi uno che è per memorie congiunto a Pontida, la terra in cui la libertà e la religione consacrarono il vincolo della verace unità » (52).

* * *

L'idea di offrire un busto di Francesco Nullo alla nostra città era stata promossa a mezzo del giornale il Lombardo del 17 maggio 1863 da tre valorosi garibaldini: Nicostrato Castellini, Francesco Simonetta, Giovanni Chiassi: due di essi, tre anni dopo, chiudevano la loro eroica vita sul campo di battaglia: il Castellini, bello e forte, di 37 anni, a Vezza d'Oglio, il 4 luglio 1866; il Chiassi a Bezzecca colpito in pieno petto.

Le sottoscrizioni dovevano essere fatte a mezzo di duecento quote di lire cinque ciascuna.

Al nobile appello aderisce subito il Tommaseo che nei suoi scritti, editi poi da F. Vallardi sotto il titolo Italia e Polonia (53), aveva perorato la causa della Polonia. In nome della Commissione eletta da una popolare adunanza, il 2 marzo 1863, lanciava da Firenze un caldo appello ai Toscani, agli Italiani tutti perchè condividano la passione della misera Polonia che da quasi cent'anni irrigata di lagrime e di sangue offre spettacolo misero alle genti. Diceva tra l'altro: « l'Italia che con tutta Europa a lei deve salvezza dalla barbarie turca inondante, l'Italia congiunta a lei per vincoli di antiche memorie e recenti, inchinandosi ieri alla maestà del suo prode patire, deve oggi con moto d'affetto congratulante abbracciarla »; e chiudeva il fervente messaggio con queste parole: « date un tributo d'ammirazione, un pegno d'amore, un augurio di speranza, un presente di civiltà, un ricambio di gratitudine, un segno di vita ».

Ecco la lettera che il Tommaseo indirizzò al Direttore del giornale il Diritto del 1, VI, 1863, segnalataci dal comm. Antonucci, e siamo lieti di portare a conoscenza dei Bergamaschi l'omaggio di adesione che il patriota dalmata con sentimento di italianità e con orgoglio di avere Bergamaschi tra i suoi antenati rende al cavaliere generoso del diritto dei popoli alla libertà e alla indipendenza.

« La prego di dar in nome mio lire cinque per il busto del prode Francesco Nullo da offrirsi a Bergamo la degna sua patria. A lui morto per la Polonia deve quest'umile tributo chi nacque in terra slava ed ha Bergamaschi fra i suoi antenati.

21 maggio 1863 da Fir.

Suo dev.mo Tommaseo ».

Il busto del Nullo che a Bergamo sua patria - gli amici e i commilitoni - donarono, come dice l'epigrafe, è collocato nel Museo del Risorgimento dove sono raccolti i cimeli e le memorie dell'eroe che non mancò mai a nessun appello (54) « e che volle andare in Polonia a ripagar del sangue nostro quello che i Polacchi versarono per la libertà in tutte le guerre di questa Europa ingrata, crudele, egoista che li ha abbandonati. Ah, Nullo! Egli, il Cucchi, e il Piccinini erano di Bergamo » (55).

Concludendo questo articolo sono lieto di portare a conoscenza dei lettori, che la Commissione Consultiva per la toponomastica cittadina, con recente deliberazione ha accolto il voto da me espresso in un giornale cittadino (56) che s'intitolasse una via alla memoria del letterato, filologo e patriota dalmata.

La dedica dell'attuale Viale Albini al Tommaseo è tanto più significativa ora che il sogno del Dalmata, costante assertore dell'italianità della sua terra, si è avverato e la Dalmazia, che fu romana e veneta e ne serba venerande tracce, per il valore dell'esercito dell'Italia in armi è stata ricongiunta alla Madre Patria.

Ippolito Negrisoli

( 1) Or. Carteggio del Can. Giov. Finazzi che si conserva nei mss. della Biblioteca Civica: oltre a cinque lettere di N. Tommaseo, comprende varie lettere, alcune autografe, altre in copia, di personaggi illustri: di Giov. Batt. De Rossi, di V. Promis, di C. Guasti, di T. Mamiani, di Gabrio Casati, del Card. Agliardi, ecc.; una di Alessandro Manzoni, in data 24 maggio 1855, nella quale si dà notizia della grave malattia che metteva in pericolo la vita del Rosmini, La lettera venne poi stampata dal Finazzi alla fine del suo commentario intitolato Alessandro Manzoni e là Morale Cattolica.

(2) Notizie Patrie, 1865, pag. 114-152: La Madre (per una svista incorsa nel titolo si deve leggere Nonna) di Niccolò Tommaseo di Dalmazia originaria dei Balio di Pontida di Bergamo. Più recentemente Tullia Franzi raccolse le lettere del Tommaseo in un diligente e garbato articolo apparso nell’ Archivio Storico per la Dalmazia, vol. XII, 1932 (la bella Rivista fondata da Antonio Cippico) sotto il titolo Lettere inediti, di N. Tommaseo al Can. Giovanni Finazzi; articolo ripubblicato in parte nella Rivista di Bergamo, agosto 1933, e quest'anno ne L'Eco di Bergamo del 12 luglio.

(3) Notizie Patrie, 1865, pag. 153-155. I. Necrisoli, L'origine Sanpellegrinese di Antonio Rosmini, in Giornale di S. Pellegrino. 9 agosto 1941, riportato da L'Eco di Bergamo dell'11 agosto, e poi fa L'Osservatore romano e dal Gazzettino di Venezia.

(4) Gazzetta di Bergamo del 26 giugno 1860.

Sull'origine della famiglia Bonghi vedasi quanto scrisse il Mazzi in una lettera del 26-1-1906 apparsa nella pubblicazione Per il X Anniversario della morte di Ruggero Bonghi, a cura di C- Frisoni, Frascati, Tip. Tuscolana, 1906. Il Mazzi nella sua severità storica dichiara di non poter precisare in che tempo i Bonghi si siano trasferiti nelle Puglie. Ma da indagini fatte pare che siano emigrati, verso il secolo XVI, prima a Troia, poi a Lucerà; quivi nacque nel 1795 il padre di Ruggero, mentre il figlio, come è noto, nacque a Napoli nel 1826.

Nella Bibl. Civica trovasi un busto in bronzo del Bonghi offerto in dono nell'agosto del 1934-XII dal figlio Luigi insieme col fratello, lieto che nella nostra Biblioteca sia conservalo, tra le carte di Silvio Spaventa, un copioso carteggio autografo di suo padre, e nello stesso tempo memore delle lontane origini bergamasche della sua famiglia. Cfr. lettere scambiale tra il Direttore della Biblioteca, Mons. Dr. Giuseppe Locatelli e il sig. Luigi Bonghi in seguito alla visita fatta alla nostra Biblioteca nel giugno del 1833.

(5) E. Verga, Il primo esilio di N. Tommaseo, Milano, 1904; pag. 114.

(6) Lettera prima dei carteggio cit.

(7) Vedasi nel carteggio la minuta della risposta del Finazzi.

(8) Con l'iniziale U. viene indicato il Sac. Prof. Carlo Ulietti che, nato a Ca' Canino, frazione di Celana Bergamasco (il 4 ottobre 1792 da Giov. Batt. e da Marianna Bailo) ed imparentato coi Balio, potè facilmente rintracciare le notizie richieste dal Tommaseo a mezzo del Finazzi.

Il dotto professore merita un breve cenno biografico. Chiamato poco più che venticinquenne ad una cattedra nel seminario diocesano, dove egli da seminarista aveva lasciato caro ricordo per la bontà del cuore, « per l'ingegno pronto, acutissimo, alle sublimi non meno che alle tenui materie arrendevole », come disse il sacerdote Bartolomeo Tedoldi nell'elogio funebre recitato nella Chiesa Parrocchiale di Celana il 18 giugno 1869 e stampato poi a Bergamo (Pagnoncelli, 1869), v'insegnò latino e matematica per oltre 45 anni con dottrina e plauso. Lasciò varie pubblicazioni d'argomento patrio (tra l'altro, Notizie Storiche intorno al Seminario di Bergamo, Sonzogno, 1831) che gli valsero la stima e l'amicizia di letterati illustri, tra i quali il Tommaseo. A ricordo di cittadini benemeriti, di patrie glorie, di feste cittadine dettò nell'idioma nostro e nel latino epigrafi apprezzale per la squisitezza del gusto, per l'eleganza della forma, per la chiarezza e la precisione della sostanza. Fin dal 1828 fu socio attivo del patrio Ateneo. Tra gli incarichi onorifici affidatigli, ebbe dal Municipio di Bergamo, assieme al prof. ing. Noris, insegnante di fisica nel patrio Liceo, anche quello di ricostruire, nel 1857, sul pavimento dell'atrio sotto il Palazzo della Ragione la meridiana che, costruita nel 1798 dal prof. Giov. Albricci, per il continuo passaggio dei cittadini era deteriorata (Cfr. l'elogio cit. pag. 11). Morì in Celana il 16 gennaio 1869. Repentino morbo correptus abdormivit in Domino annos natus LXXVII, come si legge nell'epigrafe funeraria dettata dal Sac. Dott. Pietro Semeria; e fu sepolto in sacello pro sacerdotibus in capello coemeterii, tabe senili de repente confectus. - « Sac. Carolus Ulietti antiqui moris vir, christianae sapientiae », così nel registro dei morti dell'archivio parrocchiale di Celana.

(9) Che le notizie comunicate dal prof. Ulietti rispondano a verità lo conferma quanto si legge nelle Memorie Storiche del Collegio Convitto Vescovile di Celana raccolte e pubblicate dal Sac Alessandro Belotti (Ist. Ital. Arti Grafiche, Bergamo, 1898). Vi si accenna infatti ad una visita del Card. Federico Borromeo nell'agosto del 1610 (pag. 51); non si fa cenno del banco di chiesa distinto della famiglia Balio; vi si parla però di un deposito mortuario acquistato dalla famiglia suddetta per seppellirvi i morti. Trascrivo dalle Memorie sovraccitate quanto si riferisce ai Balio o Bailo (i due cognomi si equivalgano, vedi note 15 e 20: « ...Fra costoro doveva essersi distinto per benemerenza Gian Maria Bailo, perchè aveva acquistato per sè e per la famiglia il privilegio di avere uno speciale deposito mortuario nell'ambito della chiesa stessa verso oriente, proprio vicino e sotto la protezione della Madonna delle Grazie (pag 16-17). Una piccola iscrizione scolpita sulla pietra, che tuttora si conserva, attesta questo esclusivo diritto, e stabilisce la condizione cui dovevano sottostare coloro che avessero voluto parteciparne. Nell'iscrizione riportata nelle Memorie sopraccitate di A. Belotti (pag. 17) si nomina appunto un Zamaria Bailo. Ancora in Celana esiste una famiglia che ne porta il cognome (oltre che a Cisano e altrove), come m'assicura il Rettore del Collegio di Celana Sac. Prof. Don Angelo Alimonti, alla cui cortesia devo tali notizie, nonché alle famiglie Stefini e Beretta di Caprino bergamasco.

(10) Notizie Patrie, loc. cit. ,

(11) Questa lettera del 12 agosto 1862, come la lunga lettera di pochi giorni dopo, non trovasi nel carteggio citato.

(12) Cfr. Lettera II del carteggio rimasta inedita. Non trovasi l'albero cui accenna il Tommaseo; nè si sa se il Finazzi abbia compilato o fatto compilare l'albero dei Balio di Pontida.

(13) Il Serio nel faceto. Scritti Vari di N. Tommaseo. Firenze, succ. Le Monnier (1868) pag. 254. Vedasi anche Le Memorie Poetiche di N. Tommaseo. II ediz_. curata da C. Salvatori, pa. 40 e seg.

(14) Il cognome De Mangillis si aggiunse poi a quello di Bailo, mi scrisse il conte dott. Ruggero Tommaseo, da me interpellato, in lettera dell'8-9-XIX da Postire Isola Brazza.

(15) Il cognome Bailo per metatesi si mutò in Balio per influsso dialettale: infatti i Bailo nel dialetto nostro vengono chiamati Balio o Balie « nome che li non attesta — dice il Tommaseo (Il Serio nel faceto, pag. 107) — nè civile balìa nè venatico baliatico. » A quanto mi si dice da competenti anche presso l'Archivio Notarile Bailo vale quanto Balio.

(16) Si riferisce all'iscrizione già da noi citata e che qui riportiamo come è riferita dal sac. A. Belotti (Il Collegio Convitto Vescovile di Celana, pag 17.) IESUS - CHI METRA MORTI DPOI ZAMARIA BAILO PRIMA 0 RIRA ALATAR D" LA MAD.na - GIRA P SOLDI 20 POVERI - E PUTNI D'ANI 3 P LAMOR - D'DIO. (Jesus - Chi metterà morti nel deposito di Giammaria Bailo, prima offrirà all'litar della Madonna cera per soldi venti. Poveri e pultini d'anni 3 per l'amor di Dio). L'iscrizione attualmente trovasi in un ripostiglio della Chiesa e verrà dal Rettore-Parroco fatta murare.

(17) Il sac. Giuseppe Bravi, nato a Volpera (Mapello), nel 1784 per le sue benemerenze patriottiche venne nominalo deputato del primo parlamento d'Italia per il collegio di Ponte S. Pietro nel 1860, votò la proclamazione di Roma capitale; poi nominato deputato del collegio di Caprino. Fu cultore di scienze naturali e di filosofia e autore di varie opere.

(18) Vedasi nota 8.

(19) All'iscrizione, invocata dal Finazzi a difesa della tradizione, «fu giustamente negato ogni valore in base alla stessa sua dettatura, perchè la Lega Lombarda non fu detta allora Federatio Longobardorum ma Societas o Concordia Longobardorum. «D'altra parte nel 1897 il prof. Giuseppe Calligaris fece i calchi delle lapidi, e in base ad essi il chiaro Cipolla le dichiarò una recente falsificazione » (B. Belotti, op. cit. I, pag. 321).

(20) Che i due cognomi Bailo e Balio si equivalgono lo possiamo anche arguire dal fatto che il nome di Alessandro, abbastanza diffuso nel bergamasco (Sant’Alessandro è il patrono della Diocesi) « si ripete per tradizione onomastica in questa famiglia. Alessandro si chiamava il padre della nonna del Tommaseo: Alessandro il padre di Niccolo, Alessandro quel Balio di cui parla il Tommaseo nella lunga lettera già citata, nella quale, fra l'altro, scrive al Finazzi: «Era cugino a mio padre Alessandro Balio venuto costà (cioè nel Bergamasco) circa il 1820 a raccogliere un'eredità della quale i frutti, così come di un'altra toccatagli, il buon uomo consumò in breve tempo e finì la vita in angustie lasciando tre figliuoli... ».

(21) Devo alla cortesia di Pietro Bailo le notizie relative al Sac. Alessandro Bailo.

(22) A. Tiraboschi, Commemorazione del Can. Cav. Giovanni Maria Finazzi letta nell'Ateneo di Bergamo il 15 luglio 1877, Bergamo Stab. Tipo-Lito Gaffuri e Gatti, 1877, cfr. Incarichi e Onoreficenze.

(23) B. Belotti, op. cit. pag. 10.

(24) A. Tiraboschi, op. cit. pag. 10.

(25) Finazzi, Discorso per la solenne benedizione della Guardia Nazionale di Bergamo, il 24 giugno 1860.

(26) Finazzi, Nelle esequie di Cavour. Parole dette nella basilica di S. Maria Maggiore, pag. 17.

(27) Tiraboschi, op. cit., pag. 15.

(28) Tiraboschi, op. cit., pag. 18.

(29) Vedasi in proposito N. Tommaseo, Cronichetta del sessantasei, a cura di R. Ciampini (Einaudi). « Iniquo fu il Tommaseo col Cavour. Dopo quello contro il Leopardi, questo fu il suo peccato più grosso » (P. Pancrazi nella recensione della Cronichetta « I veleni del Tommaseo » (Corriere della Sera).

(30) TIRABOSCHI, op. cit.; cfr. Nota cronologica delle pubblicazioni del can. Finazzi, pag. 28.

(31) Nel 1856 il Finazzi aveva pubblicato Iscrizioni di Spalato e di altre città della Dalmazia che possono avere suscitato particolare interesse nel Tommaseo.

(32) Il Chronicon di Castello Castelli raccolto dal Muratori nei XVI volume Rerum Italicarum Srriptores. (La nuova edizione dei R.I.S. iniziata dal Capasso è stata ora condona a termine da Mons. Giuseppe Locatelli). Vedasi anche Mazzi Il Diario di Castellus de Castello. Bergamo, Ist. Arti Grafiche, 1925, e C. Capasso, Chronicon nella 2a ediz. del Muratori.

(33) Osserva il Tiraboschi (op. cit. pag. 21): «Le carte pubblicate salgono alla ragguardevole cifra di 201, la quale corrisponde alla quinta parte dei documenti raccolti nel Codex diplomaticus Longobardiae.

(34) Mario Lupo (1720-1789), Codex Diplomaticus Civicatis et Ecclesiae Bergomatis.

(35) Alberto Mazzoleni, nato a Caprino (1695-1760), benedettino, lasciò manoscritta una Storia del Concilio di Trento.

(36) Per quanto si riferisce al tenore comm. Fr. Mazzoleni, discendente dalla famiglia Mazzoleni trasferitasi dalla Valle Imagna in Dalmazia e morto ottantenne nel 1908 nella sua villa a Posillipo cfr. « Famiglia Mazzoleni » in Bergomum, 1933, pag. 119 e segg. Nel Mondo Letterario di Torino il Tommaseo a proposilo del tenore Mazzoleni aveva scritto: « Non parrà strano ch'io creda che nella voce potente di questo Mazzoleni abbia influenza l'origine bergamasca, paese di gente privilegiata a sentire e a rendere l'armonia ».

Del Mazzoleni il Tommaseo dà notizie anche nel capitolo il teatro e la civiltà inserito nel libro già citato il Serio nel faceto, pag. 109 e segg.

(37) Il dott. comm. Giovanni Battista Nazari-Scagliapesci morì in Milano il 7 giugno 1871 nella grave età di quasi 80 anni. Era nato in Treviglio il 21 novembre 1791. Nominato dal Governo Provvisorio di Lombardia presidente del Consiglio di Stato, tornò dopo qualche tempo a vita privata. Nel 1859 il Governo Nazionale non lo dimenticò. Nominato Senatore fece parte della Commissione per la Compilazione del Codice. (Cfr. Perseveranza 9 giugno 1871). « Peccato, diceva spesse volle Tommaso Grossi, che quest'uomo non faccia di pubblica ragione alcuni suoi dettati che gli farebbero moltissimo onore. Ma chi può vincere quella sua modestia che è veramente troppa? ». Cfr. Necrologio nella Gazzetta di Bergamo 11 giugno 1871. Una lapide sotto l’atrio del Municipio di Treviglio ricorda il Nazari.

(38) Il Viceré Ranieri scosso dall'entusiasmo col quale era stata accolla dalla popolazione la proposta del Nazari aveva scritto al Governatore Spaur che trovava necessario che il Nazari venire assoggettato a severa sorveglianza.

(39) Cfr. C. Capasso. La mozione N azzar i a Bergamo alla vigilia della rivoluzione del marzo 1848. (Boll, della Civica Bibl., 1908, pag. 153 e segg.).

(40) Tiraboschi, on. cit. Nota cronologica delle pubblicazioni.

(41) Cfr. La Morale Cattolica nelle Memorie poetiche di N. Tommaseo op. cit., pag. 291.

(42) Archivio Storico per la Dalmazia. Roma, vol. XVIII, 1935-XII. Gli originali delle lettere sono in possesso dell'avv. comm. Giorgio Lussana; e furono trascritti, o quasi interpretati, e ceduti al Di Carlo per la pubblicazione da Ciro Caversazzi (v. Bergomum 1935, fase. Il, pag. 124).

(43) il dott. Francesco Cima morto nel 1869 lasciò varie pubblicazioni scientifiche e letterarie e una biografia del prof. Carlo Bravi.

(44) L'abate Carlo Bravi ( 1794-1860; nato a Volpera (Mapello) da Agostino e Caterina Balio, fratello dell'ab. Giuseppe di cui abbiamo già parlato, fu professore di storia e di filosofia nel liceo di Bergamo; lasciò diverse opere, oltre una Biografia dell'Abate Antonio Tadini; scrisse sulla Convenienza di trattare la pittura in relazione all'attuale progresso dei lumi (1848); sui Principi di filosofia speculativa e pratica (1851), sulla Dignità ed importanza della filosofia (1851).

(45) Del prof. Carlo Ulietti abbiamo già detto cfr. nota 8.

(46) I libri del Tommaseo posti all'Indice furono: 1.) Studi filosofici (Decr. 12 sett. 1841); Roma e il Mondo (Decr. 20 aprile 1852); Savonarola Girolamo, opuscoli inediti (1835), v. Index librorum prohibitorum. Romae, 1924, p. 267. Altri scritti del Tommaseo vennero biasimati nella Civiltà Cattolica (7, 3, 463; 4, 8, 318), ma non vennero messi all'indice. Così in una nota del prof. E. Di Carlo, op. cit. pag. 43, nota 2 e anche nota 3.

(47) Tommaseo, Il Serio nel faceto, op. cit. pag. 257.

(48) Id., id. pag. 256.

(49) Alberto Mazzoleni (v. nota 35.) sulla Storia del Concilio tridentino raccolse autentici documenti che conservami in Trento inediti, ib. pag. 255.

(50) Il 13 maggio 1798 un decreto del Direttorio Cisalpino stabiliva la soppressione del monastero di Pontida, ma il 15 gennaio 1910, scriveva il sac. prof. M. Tagliabue nel numero unico Pontida, pubblicato a cura dei monaci benedettini in occasione del XXV di secerdozio del rev.mo P. Don Edmondo Paolazzi, priore Conventuale del Monastero di Pontida: « il 15 gennaio 1910 S. Mauro rivedeva dopo più che secolare esilio ritornare nella vecchia basilica i suoi monaci. Il 7 maggio 1911 in un trionfo di fede ed un tripudio di cuori ritornavano dall'ancor più lungo esilio le reliquie venerate e non mai dimenticate dai pontidesi di S. Alberto e di S. Vito.» E si domandava il dotto professore: «Ritorneranno un giorno anche le altre reliquie diversamente ma non meno preziose, le pergamene e le carte dell'archivio? Sarebbe il ritorno della storia quasi millenaria del grande Monastero, il deposito, l'eredità, la testimonianza del passato, quasi promessa per l'avvenire ».

(51) Il conte Vimercati Sozzi aveva letto all’ Ateneo (1844) una relazione sopra Argomenti relativi a Torquato Tasso e sopra un ritratto del poeta all'epoca della sua carcerazione in S. Anna, pubblicata poi a Bergamo, Mazzoleni, 1844.

(52) Atti dell'Ateneo, 1870.

(53) Italia e Polonia. Scritti di Niccolò Tommaseo, F. Vallardi Milano, 1863. Mille copie furono destinate a totale beneficio dei generosi figli della Polonia e depositate presso il comitato centrale Polacco in Torino.

(54) Epistolario di Giuseppe Garibaldi, Milano, A. Brigola e C. 1885, vol. I pag. 236; lettera del 20 giugno 1863 ai giovani patrioti di Girgenti.

(55) G. C. Abba, Cose Garibaldine, A. Caprera 1865 - Torino S.T.E.N., 1907, pag. 44.

(56) La Voce di Bergamo, 8 agosto 1941.

34 – Il Gazzettino 20/02/1945 Dalmazia Martire

Dalmazia Martire

Fra tanto incalzare di eventi, poco o nulla si è detto delle vicende della guerra in Dalmazia. Ora, che anche quelle province, lontane e contese, sono state raggiunte dalla invasione nemica, è necessario che in Italia si sappia, per tutte le eventualità del domani, quanto esse hanno sofferto. Dopo la capitolazione, che segnò il collasso militare e morale di un popolo, sulle coste della Dalmazia improvvisamente isolata ed avulsa dal nesso italiano, si abbatté la notte del caos e della dispersione. Il fatto del tradimento, in quello estremo settore più delicato d’Italia, ebbe riflessi particolarmente drammatici e crudi: gli italiani dalmati, costretti nelle loro città, fra popolazioni slave ostili ed infette di anarchico sovversivismo, che essi avevano dominate col prestigio della cultura o con la forza delle armi, si trovarono ad un tratto inermi ed indifesi, in balia di un giurato nemico, assistettero al disonore dei nostri soldati fraternizzanti con quello, e porgenti ad esso le armi per la sua nuova offesa.

Disarmati i presidi, le città nostre, fuorché Zara, salvate dal tempestivo intervento tedesco, caddero facile preda dei partigiani slavi, che premevano avidi dalle campagne: illegalità, uccisioni e rapine, funestarono i pochi giorni di loro dominio in quelle città civilissime. Ricacciate, successivamente, le bande nei boschi e nelle gole dei monti dalla occupazione germanica, si iniziarono a serie, i bombardamenti anglo – americani dal cielo, sistematici, continui, massicci. Sebenico ne uscì mutilata dal suo porto e nella grazia veneziana delle sue calli; Spalato n’ebbe sconvolti i segni della sua romanità veneranda. Ma, contro Zara, la città fedelissima, si accanì, con inaudita ferocia, l’aviazione nemica, asservita agli scopi del maresciallo bolscevico, che operava in funzione dell’antico livore balcanico, contro la piccola, impavida scolta d’Italia, slu conteso lido adriatico.

Nessun’altra ragione militare giustifica la furia devastatrice, per cui, con spietato rigore, si effettuò, ora per ora, durante lunghi mesi, dal 2 novembre 1943 al settembre 1944, il criminale disegno di distruggere, cancellandone sin le vestigia, una città indifesa, impreparata alla guerra, se non il premeditato proposito di annientare, polverizzando vite, ricchezze e pietre, lo spirito indomito di una gente, che per secoli aveva affermato fieramente le sue origini, la sua cultura, le sue tradizioni, di fronte allo slavo invadente per conto proprio o dei suoi tracotanti patroni, orientando la storia e la vita di tutta una regione secondo i motivi del genio italico. Distesa e raccolta, colle sue strette calli, le sue antiche chiese, le sue vecchie case che, con la tinta calda dorata delle sue pietre, le davano un aspetto di vetustà nobilissima, nel giro di una peni soletta, bassa e lunga poco più di un chilometro, ripiegata verso la costa, per formare il suo porto, Zara, piccola e inerme, ha subito oltre 45 bombardamenti violenti, a pettine o a tappeto, secondo le regole dell’inumano giuoco, inventato dal bieco infantilismo americano, che la rasero al suolo letteralmente e la resero informe cumulo di macerie, che segna, oggi, il posto dove, or fa un anno, sorgeva una linda cittadina, ricca di vita e di storia, della quale ormai non resta che il nome.

La bianca facciata dei suoi palazzi sul mare che si stagliava con tanta grazia sulla muraglia merlata dei monti, fatta azzurra dalla lontananza, è livellata oggi al suolo in una grigia uniformità di rovine, delle quali si slanciano ancora, solitarie, in solitudine di incubo, verso il cielo, come una invocazione, le torri dei suoi campanili e la rotonda centrale del " San Donato". E’ assente dal desolato coro la severa torre romanica di "San Grisogono", travolta miseramente insieme con l’insigne architettura del tempio. Diroccate e sventrate le altre chiese, coi loro antichi dipinti, le loro pale pregiate, le reliquie, i preziosi, miniati libri corali: distrutta, in gran parte, la snella mole di "Santa Maria" delle Benedettine, bruciato dalle fondamenta il "Battistero" del Duomo, più che millenario.

Le Calli e le piazze, sepolte sotto un comune immane tumulto, non hanno più volt; le rive, che tutt’intorno cingevano la città, di una linda, signorile cintura, giacciono devastate, come per convulsione tellurica, tutte avvallamenti e crepacci, che il mare invade e dirompe. Più micidiale di un terremoto, , la guerra dal cielo, con malvagità cosciente, pervicace, condotta, ne frugò ogni calle, ogni angolo; scaricando tonnellate di bombe su spazio popolatissimo e angusto, abbatté casa per casa, e accanendosi, in successivi attacchi violenti, sulle stesse macerie ancora fumanti, trasse dalle rovine, altre più desolanti rovine.

Sulla desolazione della città deserta e disfatta, dopo lo sgombero delle forze germaniche, regnò il silenzio e la morte; ora, per la prima volta nei tempi, truppe slave bolsceviche ne calpestano le martoriate pietre che piloti negri americani hanno abbandonato alla loro libidine seppellendovi in parte, la popolazione, o disperdendola a tutti i venti della disperazione. Chi potrà descrivere il Calvario di questa gente italianissima, trovatasi improvvisamente stretta, come in una chiusa trappola, in breve penisola, sull’opposta sponda ribelle e nemica, senza comunicazioni, senza risorse, minacciata e premuta dal retroterra dal rancore mortale di bande assassine, martellata dal cielo implacabilmente? Sbandati, smarriti, gli Zaratini, per sottrarsi ai crolli e agli incendi, cercarono rifugio dapprima nell’immediato contado, fra gente slava inospitale, connivente coi rossi banditi, donde, taglieggiati, angariati, più d’uno pagò con la vita la fatale imprudenza, dovettero ancora fuggire, per cercare un disperato scampo sul mare, insidiato a sua volta da siluri ed aerei nemici.

E cominciò, così, il doloroso esodo dalla città senza pace, su velieri infidi, che cadevano spesso, nel labirinto delle isole, preda dei partigiani, che li spogliavano e ne sequestravano persone e cose: o su un piroscafo avariato e di poca stazza, che, saltuariamente, quando il minor rischio lo permetteva, si avventurava sull’insidioso mare, accogliendo dei carichi umani che invadevano sin le sue stive, e li portava, in viaggi accidentati di più giorni di navigazione, a tappe e per rotte inconsuete, dall’inferno di Zara, nei porti di Trieste e di Pola. Dove venivano accolte fraternamente dalle sorelle adriatiche delle larve umane, sfinite dalle privazioni e dagli stenti, che avevano negli occhi, sul volto e sulle persone, i segni del cataclisma, cui erano appena sfuggite, e sembravano attonite, mirando le belle città ancora intatte, che vi fosse un mondo non ancora in rovina. Dispersi nelle varie province della Repubblica, chiusi in una nostalgia disperata, i Dalmati, sono fra i naufraghi più colpiti di questo grande naufragio, che ha travolto tanta parte d’Italia. La loro terra, all’estremo confine, oltremare, della Patria dilaniata e divisa, già sente profondo l’artiglio del secolare nemico confitto nel più vivo della carne; ed essi non sanno, se qual che sia il nuovo assetto del mondo, domani la loro terra già tanto discussa e contesa, sarà riassunta nel nesso delle province d’Italia. Edotti dalla dura esperienza del passato, che li vide randagi e fuggiaschi, essi soli, tra i tanti esuli, delle varie regioni d’Italia, non sanno se sarà dato loro di tornare alle loro care , devastate città, cui essi anelano e per cui sono pronti a soffrire la povertà, e i disagi più crudi; ché ogni zolla, la più ridente e più vaga, è un esilio, al cospetto degli amati, famigliari orizzonti, che innumeri generazioni saturarono di amore e di sacrificio.

Una fede, tuttavia, li sorregge e ristora; la fede che l’Italia della riscossa, che non conobbe capitolazione né tradimenti, uscita vittoriosa dalla prova tremenda, saprà rivendicare tutte le mète che si era prefissa nel suo cammino imperiale, e, monda dei passati errori, nuovamente signora del proprio destino, riedificherà, con l’ordine nuovo della sua vita e dei suoi istituti, le tante città distrutte, dall’ira nemica e, fra queste, anche Zara: la piccola Zara, fedele e martire, che, tutta bianca nel candore della pietra risorta, riprenderà il suo posto di vigile scolta d’Italia, sull’altra sponda del Mare Nostro.

Dalmaticus

35 - La Voce del Popolo 05/04/11 Istroromeno: Recupero di una varietà linguistica e culturale

Approfondita e documentata ricerca di Antonio Dianich sull'istroromeno della zona di Briani pubblicata dalle Edizioni ETS (Siena, 200 pagine)

Recupero di una varietà linguistica e culturale

Un vocabolario che fa conoscere le genti che abitavano le alture circondanti la Piana d'Arsa e nel versante occidentale del Caldiera

PISA – Il "Vocabolario istroromeno-italiano. La varietà istroromena di Briani (‘Bəršćina)" di Antonio Dianich (Edizioni ETS, Pisa 2011, 200 pagine, 20 euro), stampato con un contributo del Dipartimento di Linguistica "Tristano Bolelli" dell’Università di Pisa, è molto più di un semplice dizionario, seppur completo e valido. Per la ricchezza di dati certificati – indubbiamente è il coronamento di uno sforzo di ricerca protrattosi a lungo – sarebbe quasi più opportuno parlare di "monografia", di un’ampia raccolta che fa conoscere tanti aspetti, spesso inediti, del folklore contadino, degli usi e costumi, della storia (antica e recente) della semplice e buona gente che abita/abitava le alture circondanti la Piana d’Arsa e sul versante occidentale del filone del Caldiera.

Gli istroromeni, minuscolo gruppo linguistico dell’Istria, della cui storia non è certo quasi nulla eccetto le dolorose vicende dell’ultima guerra, che hanno provocato una loro drammatica diaspora, abitavano sulle colline intorno al lago di Felicia, ora, dopo la bonifica avvenuta negli anni ‘30, splendente vallata ai piedi del Monte Maggiore: una piccola povera ma felice arcadia, l’hortus conclusus della loro vita e della loro particolare parlata romanza. Ma ormai le vecchie case di pietra, un tempo spesso coperte da tetti di paglia, sono occupate da gente venuta da fuori: solo alcuni anziani, che sono rimasti perché non hanno avuto cuore di allontanarsi, parlano ancora il vetusto idioma.

LA COLONIA NELLA GRANDE MELA Per un miracolo della storia, sopravvive a New York una piccola colonia, anch’essa destinata all’esaurimento. "L’unica cosa che potevo fare, era recuperare dalla mia memoria e da quella dei contadini diventati a forza cittadini di una metropoli, i relitti di un funesto naufragio. Questo libro vuol essere un archivio di quanto ancora sopravvive della cultura degli ultimi istroromeni e specialmente della loro (e mia) lingua moritura. Ma esso è anche un ‘piccolo viaggio sentimentale’ nella mia autobiografia, un’elegia sulla fine di un mondo, del nostro mondo istroromeno", premette l’autore.

UN VOLUME RIVOLTO A TUTTI "Questo vocabolario è stato scritto non solo per gli studiosi accademici dell’istroromeno, e non solo perché costituisca un archivio quanto più esaustivo di una lingua in via di rapida estinzione – precisa Dianich, ma soprattutto perché gli istroromeni che ancora sopravvivono nel mondo possano essere loro i primi a consultarlo e a confrontarlo con le proprie abilità linguistiche e con la lingua che ogni giorno ancora usano in famiglia, ritrovando forse in esso qualcosa della loro storia e della loro cultura."

INTERESSSE PER LE LINGUE A RISCHIO DI ESTINZIONE Come mai un volume di questa natura? Risponde Roberto Ajello nella prefazione, quando spiega che da tempo ormai si è venuta creando, anche al di fuori degli ambienti accademici, "una sensibilità diffusa per le deleterie conseguenze della sempre più frequente scomparsa di varietà linguistiche e di saperi, culture, interpretazioni del mondo che in queste lingue solevano essere espressi". Ecco, allora, che diventa fondamentale sì comprendere il fenomeno in tutta la sua ampiezza e gravità, ma soprattutto cercare di immaginare piani di intervento e strategie per la salvaguardia di questo patrimonio ormai a rischio. "Il minimo che il linguista avvertito può fare è offrire almeno una descrizione delle varietà linguistiche agonizzanti e possibilmente tratteggiare anche alcuni pochi aspetti della cultura che muore o è morta già e sopravvive solo nella memoria di una generazione declinante. Questo ho cercato personalmente di fare nella mia età matura limitatamente a lingue-culture minoritarie molto distanti da qui, incastonate nel cuore occulto dell’Africa. Ma di lingue-culture devastate e morenti ce ne sono anche a due passi da qui, e il presente volume di Antonio Dianich, che ho voluto includere come attività del Dipartimento di Linguistica di Pisa in una ideale ‘collana’ di studi sul tema delle lingue in via di estinzione, ne è preziosa testimonianza. L’autore, parlante nativo di quella lingua che i linguisti chiamano istro-romeno e i parlanti designano come ‘vlwaški’, ha con tenera passione e nostalgia struggente ‘rievocato’ il suo idioma materno, circoscritto ad una piccola parte del territorio istro-romeno, sottraendolo all’oblio in cui sta per scivolare in conseguenza dei folli eventi con cui la Grande Storia, come è solita fare, ha marchiato a sangue questa popolazione", conclude Ajello, professore di linguistica a Pisa. A disposizione del Ministero degli Affari Esteri italiano, Roberto Ajello è stato inviato per attività di missione in Somalia dal Compartimento per la cooperazione allo sviluppo; è stato altresì membro della commissione tecnica che ha coadiuvato l’Organizzazione non governativa "New Humanity" per la ricostituzione dell’Università di Phom Penh in Cambogia a partire dal 1995.

I CONTENUTI La pubblicazione contiene, oltre al vocabolario istroromeno-italiano, un’accurata bibliografia, la tavola sinottica dei toponimi, i nomi di case e agrotoponimi, riferimenti alla storia dell’area, agli aspetti della vita di paese. Ma si possono ritrovare capitoli di indubbia curiosità anche per il pubblico più vasto, attratto da tutto ciò che contribuisce a ricreare e ritrovare il senso più autentico della vita di queste genti. Ci sono così riferimenti a streghe e stregoni, ai ritmi e alle cantilene che accompagnavano la quotidianità, ma anche quelle "pillole di saggezza" popolare che sono i detti e i proverbi, nonché le barzellette.

L’AUTORE Antonio Dianich è un istroromeno nato a Fiume nel 1933. Nel 1948 ha dovuto abbandonare il suo paese. Si è laureato in Lettere Antiche all’Università di Pisa e alla Scuola Normale Superiore. Ha sempre insegnato italiano e latino nei licei italiani, anche in quelli di Madrid e di Istanbul. Attualmente è in pensione: vive a Pisa, ma ha scritto questo libro tra gli olivi della Casa di Cimitagna, sulle pendici di un altro Monte Maggiore, dove cresce e produce ottime prugne un albero che i genitori portarono con sé dall’Istria, quand’era solo un germoglio con due piccole pallide foglie.

Barbara Rosi

36 – Il Sole 24 Ore 03/04/11 Trieste: L'anima di frontiera dal cuore tricolore

L'anima di frontiera dal cuore tricolore

di Franco Cardini

Frontiera inquieta, identità lacerate e composite. Trieste italianissima. Lo si è ripetuto con orgoglio, quasi con rabbia. Difendere l'italianità: ma come conciliare l'unicità della vocazione tricolore con le istanze centrifughe di duemila anni di storia? E come riuscire a mettere d'accordo, nella città delle italianissime campane di San Giusto i cui eroi si chiamano Slataper, Michelstaedter, Stuparich, Schmitz, Pressburger e Joyce, gli accenti "italianissimi" con il monumento all'imperatrice Elisabetta d'Asburgo, Sissi, che i triestini amano?

Dopo un glorioso periodo di libertas comunale, per sottrarsi al predominio della Repubblica di San Marco i triestini erano stati costretti a sottomettersi nel 1382 a Leopoldo III d'Asburgo, duca d'Austria: e pare lo facessero di buon grado.

Fu una carta vincente. Di lì a pochi decenni la dinastia ducale austriaca s'insediava alla guida del Sacro Romano Impero, riuscendone a trasformare la corona da elettiva a di fatto ereditaria: i secoli tra il XV e il XVIII furono secoli di prosperità, nei quali Trieste si presentò come l'unico porto mediterraneo della compagine imperiale. Quando nel 1806 l'impero romano-germanico fu costretto da Napoleone a ridefinirsi, più modestamente, come impero federale austriaco mantenendo però la sua dinastia, Trieste ne seguì le sorti. Venezia, a sua volta soggetta agli Asburgo fin dal 1797, non era più in grado di farle concorrenza. Dopo il 1815, era come Gorizia parte dell'impero austriaco: mentre il confine con il regno Lombardo-Veneto (esso stesso asburgico) correva poco più ad ovest, lambendo Palmanova.

Nell'Ottocento, la città era ricca, viva, attiva. Era il tempo dei grandi Lloyd, ma il vento patriottico che veniva da Ovest cominciava a farsi sentire, con le istanze liberali del suo ceto armatoriale. Il giovane imperatore Francesco Giuseppe decise di dare a quei sudditi ricchi e operosi ma inquieti un segno di moderazione e tolleranza, spedendo nel 1857 a governare il Lombardo-Veneto - al posto del vecchio, intelligente ma rigido maresciallo Radetzky - l'intraprendente e moderno arciduca Massimiliano, ammiraglio e innamorato di Trieste che elesse a sua dimora.

Dopo la fine della guerra franco-austriaca del 1859, il Lombardo-Veneto risultava mutilato di tutta la Lombardia tranne Mantova. Tanto valeva concentrarsi su Trieste, baricentro su cui convergevano i traffici dall'Italia nordorientale, dalla Germania, dall'Austria e dall'Ungheria. Un grande futuro europeo aspettava quel porto ventoso.

L'intraprendenza di Massimiliano era solo apparenza. Fratello minore di Francesco Giuseppe, era nato nel 1832 e la sua passione era il mare. Romantico e avventuroso, era stato giovanissimo pellegrino in Terrasanta riportandone un diario struggente.

Miramare è il ritratto di Massimiliano: solo che, invece di quello a olio realizzato dal pennello di Georg Decker, questo è un ritratto in candido calcare del Carso, la pietra aurisina estratta da una cava già romana. Come il suo castellano, Miramare inganna. Lo hanno definito benevolmente di stile eclettico, e brutalmente kitsch. Ma il kitsch esprime l'ansia di abbracciare troppi e troppo vasti orizzonti spaziali e temporali. Se lo visitate in una mattinata di fine inverno, vi sembrerà un castello di fiaba. Fatevi coraggio e percorrete il sentiero della Salvia, tra Santa Croce e Aurisina, in una giornata bigia e magari (moderatamente) ventosa. Lì, Miramare vi apparirà circonfuso da un nimbo livido e vi obbligherà a ripensare ai tetri versi di Giosuè Carducci: «O Miramare, a le tue bianche torri - attediate per lo ciel piovorno - fosche con volo di sinistri augelli - vengon le nubi».

Non v'era nulla di così pauroso, sul promontorio di Grignano, quando Massimiliano cominciò a costruirvi la sua dimora. Quanto allo stile, il suo ingegnere, l'austriaco Carl Junker, aveva scelto un neogotico lineare, più adatto al Baltico o alle dimore degli zar sul Mar Nero che non a quell'Adriatico settentrionale che a noi può già apparire quasi nordico, ma che per un austrotedesco era un'apoteosi mediterranea. Kennst du das land, wo die Zitronen blühen (conosci il paese dove fioriscono i limoni)?

Aveva cominciato a cullare l'idea di una dimora sospesa tra fiori e mare nel '55, quando a Trieste sovrintendeva alla marina imperiale; nel marzo dell'anno successivo la costruzione era già avviata. La nomina a governatore del Lombardo-Veneto lo distolse dal sogno. Ma due anni dopo l'imperatore Napoleone III e il re di Sardegna Vittorio Emanuele II gli resero un servizio, battendo gli austriaci e inducendo Francesco Giuseppe a rilevar il fratello da una carica che non troppo gli si confaceva e che l'obbligava a risiedere nella brumosa Milano.

A Miramare, dunque: di nuovo e, sperava, per sempre. Vi fece ingresso nella notte di Natale del '60, con la moglie Carlotta del Belgio. S'installarono al primo piano, già perfettamente completato e arredato da Franz e Julius Hoffmann con luminose tappezzerie azzurre. Il resto dell'edificio, gli interni, il piano superiore di rappresentanza tappezzato di rosso e arricchito dai simboli imperiali, erano da completare. Proprio quello che voleva lui: quello sarebbe stato il suo capolavoro.

Soprattutto il vasto parco, dove Massimiliano aveva fatto sistemare piante africane e americane per studiarle. Un angolo di tropici a sfidar la bora, una stazione climatica modello. Un luogo dove l'arciduca avrebbe voluto vivere come un vecchio marinaio a riposo: tra i libri di viaggio custoditi nella biblioteca di 7mila volumi, le mappe, le essenze venute dalle foreste più remote del mondo, i sogni d'incantesimi e maree, di dèmoni e meraviglie.

Fin dalla primavera del '56, giardino e parco erano affidati alle cure di Josef Laube, che fu più tardi sostituito da Anton Jelinek il quale aveva preso parte alla spedizione della fregata Novara intorno al mondo. Il quadrato di poppa della nave fu ricostruito a Miramare e divenne lo studio di Massimiliano. Ma in quel paradiso ch'era reggia, serra, cantiere e laboratorio, Carlotta non era felice. Figlia di re, consorte d'arciduca, era cognata della più bella imperatrice del mondo, Sissi, e ne invidiava il diadema. Su di lei seppe far leva Napoleone III con un'altra imperatrice, la moglie Eugenia, che lavorava a un'intesa tra i sovrani cattolici d'Europa per fermare l'orrida prospettiva di rivoluzioni democratiche e quella, ancor peggiore, di un'egemonia britannica e prussiana - cioè protestante - sul continente.

Napoleone, che non digeriva la pretesa degli Stati Uniti a tenerne lontane le pretese coloniali europee, approfittò della guerra di Secessione per mettere a punto una combine che prevedeva la restaurazione in Messico d'un impero sul cui trono doveva sedere un discendente di Carlo V, il sovrano sulle terre del quali non tramontava il sole. Il clero messicano e i latifondisti d'origine spagnola del Paese intendevano garantire un sicuro ordine conservatore.

Carlotta sarebbe stata imperatrice, come le altre teste coronate d'Europa, Elisabetta d'Austria, Eugenia di Francia, Vittoria d'Inghilterra. Sarebbe stato Napoleone III ad assicurare la copertura economica e la forza militare: ma Francesco Giuseppe, comprendendo che il prezzo di ciò era un'egemonia francese sul nuovo impero latinoamericano, era lontano dall'essere entusiasta dell'impresa. Forse, Massimiliano contava su di lui per ricevere un veto da opporre alle bizze di Carlotta.

Il veto non venne. Arrivò nel '63 a Miramare la delegazione del governo messicano, a offrire all'arciduca la corona e lui partì con Carlotta il 14 aprile '64.

Non sarebbe più tornato. In Messico, mise in atto un programma di riforme, che non gli conciliò le simpatìe dei democratici patriottici locali, mentre gli alienarono quelle dei conservatori che lo avevano invitato al trono. Catturato dai repubblicani di Benito Juarez, fu fucilato a Queretaro il 27 giugno 1867. L'imperatore inviò in Messico l'ammiraglio Wilhelm von Tegetthoff, il trionfatore di Lissa, per riportare la salma in patria. Così, le mura di Miramare assisterono al lento sprofondare di Carlotta nella follia.

Giosuè Carducci non amava gli Asburgo, ma la tragedia di Massimiliano lo commosse. E Miramare, con i suoi toni macabri è la più "gotica" delle Odi barbare.

I triestini amano Miramare. Fanno jogging, portano i bambini di domenica. Ma basta che il cielo si oscuri e torna la magia oscura di quel castello che ha assistito alla malasorte di un principe e di una giovane imperatrice per pochi mesi. Miramare fa paura e, anche se nessuno lo dice, gode di fama sinistra. La sua immagine gaia e tragica riassume questa terra fatta d'allegria e tragedie, dove si ama il vino e si vive nei caffè, ma a due passi dalla cupa mole della risiera di San Sabba e dalle bocche spalancate delle foibe. Trieste, dove per indicar qualcuno si dice "quel mato", quel matto, e dove l'istituzione più consueta dell'intellighenzia locale sembra essere il suicidio. Vento, mare, ricordi, paura, follia, gioia di vivere.

La Mailing List Histria ha il piacere di inviarVi la "Gazeta Istriana" sugli avvenimenti più importanti che interessano gli Esuli e le C.I. dell' Istria, Fiume e Dalmazia, nonché le relazioni dell'Italia con la Croazia e Slovenia.

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :

http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it
http://www.arupinum.it