Rassegna Stampa Mailing List Histria
Sommario N° 773 – 30 Aprile 2011

279 - Agenzia Italiana Stampa Estera Aise 29/04/11 L'Arena di Pola - Foibe istriane: Ancora nessuna novità sulle vittime italiane (Aise)

280 - L'Arena di Pola 28/04/11 Anche noi avremmo bisogno di Quaresima, uniti si vince, divisi si perde. (Silvio Mazzaroli)

281 - Il Piccolo 23/04/11 L'intervento: 25 Aprile, festa della retorica senza legame con l'attualità (Marco Coslovich)

282 – Avvenire 27/04/11 Editoriale - Unità d'Italia e schizofrenia della memoria (Paolo Simoncelli)

283 - La Voce del Popolo 29/04/11 Marko Polic-Pol, e dopo le amebe vennero i croati (Giacomo Scotti)

284 - Treviso Oggi 26/04/11 Conegliano - Un monumento a memoria dei profughi istriani

285 – La Voce del Popolo 29/04/11 Fiume - Il Santuario di Tersatto compie 720 anni (Stella Defranza)

286 - La Voce del Popolo 29/04/11 Con scadenza quotidiana a partire da giugno Linee fra Termoli e la Dalmazia

287 - Il Piccolo 26/04/11 Il disfacimento dell'ex Jugoslavia: Il Sangiaccato alza il capo e chiede l'indipendenza (Mauro Manzin)

288 - La Gazzetta del Mezzogiorno 27/04/11 Fra Giacomo è nato nel 1400 a Zara: la grotta, luogo di preghiera, la vita e le opere (ti)

289 - Il Manifesto 27/04/11 Elena, storia italiana di un esodo forzato, «Palacinche», tra foto e fumetti (Linda Chiaramonte)

290 - Il Piccolo 26/04/11 Storia - Quando a Torino il prefetto Salerno temette un attentato a Tito (Roberto Carella)

291 - Avvenire 24/04/11 Paolo Rumiz: «Il Nordest ritrovi l'anima dell'incontro», l'analisi dello scrittore triestino Rumiz: nei mosaici di Aquileia la chiave per ripensarci e guardare al futuro (L.C.)

292 - Il Gazzettino 28/04/11 In principio fu Aquileia (Leopoldo Pietragnoli)

293 - Il Piccolo 29/04/11 Altre frontiere ora dividono l'Europa, il dramma dei profughi sta minando le basi su cui ha preso forma a fatica l'Unione (Predag Metvejevic)

294 - Corriere della Sera 26/04/11 Lettere a Sergio Romano - I treni per l'Istria (Patrick Mazzieri)

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279 - Agenzia Italiana Stampa Estera Aise 29/04/11 L'Arena di Pola - Foibe istriane: Ancora nessuna novità sulle vittime italiane

L’ARENA (POLA)/ FOIBE ISTRIANE: ANCORA NESSUNA NOVITÀ SULLE VITTIME ITALIANE

POLA\ aise\ - "Il Sindaco del Libero Comune di Pola in Esilio Argeo Benco aveva spedito lo scorso febbraio una lettera al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in merito alla mappatura in corso nella Repubblica di Croazia di numerosi siti dove i titini avrebbero gettato le vittime dei propri eccidi durante e dopo il secondo conflitto mondiale.

Secondo notizie di stampa, la polizia croata avrebbe già svolto interrogatori, sporto denunce e steso rapporti sui crimini allora commessi, mentre altre denunce sarebbero giunte da associazioni o singoli. Il Ministro degli Interni Tomislav Karamarko avrebbe sollecitato gli inquirenti a intensificare indagini, scavi, riesumazioni, riconoscimenti delle vittime e individuazioni dei colpevoli". È quanto si legge su "L’Arena di Pola", periodico del "Libero comune di Pola in esilio" diretto da Silvio Mazzaroli.

"Viste tali confortanti premesse, Benco, esprimendo l’apprezzamento della nostra Associazione per il lavoro delle autorità croate, aveva auspicato che, ottemperando alle risoluzioni 1096 e 1481 dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, il Parlamento di Zagabria approvasse al più presto la legge sul rinvenimento, la marcatura e la cura delle fosse delle vittime del regime comunista jugoslavo dopo la seconda guerra mondiale.

Il nostro Sindaco aveva inoltre ribadito le richieste inviate nel maggio 2009 dall’Associazione in una lettera al Presidente della Repubblica e agli organi di Governo di attivarsi presso le autorità croate e slovene perché siano resi noti i luoghi dove sono state trovate vittime italiane, affinché sia consentito in un primo tempo alle Associazioni degli Esuli di recarsi a rendere l’omaggio collettivo ai propri connazionali ivi giacenti e affinché in un secondo momento l’indagine sia volta a far conoscere "chi si trova dove", di modo che i familiari possano rendere l’omaggio individuale mirato.

Benco aveva infine reso noto la disponibilità del Libero Comune di Pola in Esilio a collaborare con quanto in suo possesso per agevolare le ricerche in Istria. Tutto ciò allo scopo di lenire le ferite del passato in un’ottica di sincera riconciliazione europea.

Su indicazione della Presidenza della Repubblica, l’Ambasciatore d’Italia a Zagabria Alessandro Pignatti Morano di Custoza ha risposto l’8 marzo a Benco confermando le intenzioni del Ministro Karamarko, ma precisando che questi non ha menzionato la presenza di soldati o civili italiani nei siti finora identificati.

L’Ambasciatore ricorda che il Governo italiano da tempo si muove nell’ambito della Commissione bilaterale sulle sepolture di guerra prevista dall’accordo italo-croato del 2000, ma che l’attività della stessa è stata bloccata negli ultimi anni per la ritrosia del Governo croato nella riesumazione delle vittime italiane.

La Farnesina e l’Ambasciata italiana a Zagabria insistono affinché la Commissione possa riprendere il lavoro al più presto, in modo da identificare i luoghi di sepoltura. L’Ambasciatore assicura che non mancherà di avvalersi del contributo della nostra Associazione e di informarla sugli sviluppi. Inoltre si dice molto lieto che il Libero Comune di Pola in Esilio, accanto al giusto ricordo della memoria delle vittime, "condivida gli obiettivi di riconciliazione e di superamento delle ferite del passato, nella convinzione che il futuro è rappresentato dalla comune appartenenza dei nostri Paesi all’Unione Europea"". (aise)

280 - L'Arena di Pola 28/04/11 Anche noi avremmo bisogno di Quaresima, uniti si vince, divisi si perde.

Anche noi avremmo bisogno di Quaresima
Uniti si vince, divisi si perde.

È un’affermazione, un incitamento, uno slogan che si sente molto spesso. Lo si sente, nei momenti di difficoltà e di crisi, nel mondo dello sport, dell’associazionismo…; in politica, specie in campagna elettorale, costituisce una sorta di abusato refrain. Insomma, sembrerebbe proprio trattarsi del vero toccasana per il conseguimento degli obiettivi che si perseguono; tutti, apparentemente, ne sembrano convinti, ma quanti poi effettivamente vi tengono fede? A dire che sono pochi non si corre il rischio di sbagliare ed è fuor di dubbio che noi esuli non siamo tra questi eletti. Il nostro non è solo il mondo della diaspora bensì anche delle divisioni e dei contrasti intestini. Dall’esterno tutti ce lo fanno notare e non mancano quelli che ne godono e ne traggono vantaggio; anche all’interno sono sempre di più quelli che non se ne fanno una ragione, che imputano a questa cronica malattia la causa della nostra debolezza e che spingono per una maggiore concordanza.


Sarebbe, forse, il caso che tutti ci facessimo un po’ un esame di coscienza e lo spunto potrebbe oggi venire proprio dalle celebrazioni per il 150mo Anniversario della cosiddetta Unità d’Italia.


Tutte le nostre Associazioni sono state concordi nell’evidenziare l’improprietà dell’intitolazione di dette celebrazioni che, a maggior ragione e fondamento storico, avrebbero potuto far riferimento alla "nascita", anziché all’unità, dello Stato italiano; tutte hanno, più o meno diffusamente e dottamente, argomentato che 150 anni fa le nostre terre non ne facevamo ancora parte e che oggi non ne sono più parte integrante; tutte hanno esaltato la sentita ed atavica italianità delle nostre genti e tratteggiato l’elevato contributo, sino all’estremo sacrificio, da esse dato prima per la nascita e poi per l’unità d’Italia. Persino da oltre confine sono intervenute voci per affermare che detto contributo non deve essere dimenticato.

Ebbene, pur con tanta concordanza, non siamo stati sino a questo momento capaci di dare vita ad una sola iniziativa congiunta per far sì che queste incontestabili verità diventino patrimonio conoscitivo di tutta la Nazione; per far sì che i nostri governanti e politicanti ne debbano prendere ufficialmente atto e tributare un più che doveroso riconoscimento. Tutti ci dichiariamo orgogliosamente "Italiani" ma persino sulla partecipazione ai festeggiamenti, sull’esposizione o meno del Tricolore e sull’opportunità o no di abbrunirlo non c’è stata intesa.


In effetti, il Libero Comune di Pola in Esilio (vedasi "Arena" di ottobre 2010) un’iniziativa finalizzata a quanto sopra enunciato aveva provato a promuoverla indirizzando, a firma del suo Sindaco, ad esponenti di Governo una lettera in cui si chiedeva, in sintesi, di autorizzare la partecipazione alla parata militare del 2 giugno (che delle suddette celebrazioni verosimilmente costituirà uno dei momenti più significativi) di una rappresentanza di esuli con i Labari delle Province irredente ed oggi perdute listati a lutto e con appuntate le Medaglie al Valor Militare concesse ai loro cittadini, in particolare, nel corso della Grande Guerra. La stessa lettera era stata, altresì, indirizzata anche a tutte le altre Associazioni degli esuli nella speranza, per non dire convinzione, che la richiesta sarebbe stata da tutte condivisa ed appoggiata.

Invece, l’iniziativa è caduta nel vuoto; qualcuno ha per le vie brevi sollevato dei distinguo; nessuno si è degnato di rispondere, nemmeno per formulare una proposta complementare od alternativa; nessun appoggio è stato dato alla nostra richiesta. Facile dedurre che, così stando le cose, anche le Autorità di governo faranno "orecchie da marcante". Ne consegue che in questa, come in tante altre circostanze, non potremo attribuire solo ai politici la responsabilità e la colpa per cotanto inopportuno, per non dire vergognoso, disinteresse. Responsabilità e colpe sono, indubbiamente, anche nostre!


Lo spunto per "cospargerci il capo di cenere" può, casualmente, venirci anche da questo tardivo pasquale mese di aprile testé conclusosi. Non c’è Pasqua senza Quaresima; non c’è resurrezione, o rinascita che dir si voglia, senza pentimento ed assunzione di responsabilità. Il mio non vuole, né potrebbe, esser un discorso ecumenico bensì pragmatico per indurre i più ad una riflessione che, anche in virtù del progressivo assottigliamento delle nostre fila, appare sempre più doverosa.

È un invito rivolto a tutti nella piena convinzione che non sia poi impossibile fare "un passo indietro" né mai troppo tardi per cercare di porre rimedio alle nostre molte disfunzioni e che, pertanto, si sia ancora in tempo per avanzare insieme qualche proposta che possa essere di soddisfazione per tutti e per ciascuno.


Non mi illudo che dall’oggi al domani si riesca a trovare l’accordo su tutto, ad eliminare tutte le diversità di opinione e di posizione che caratterizzano un corretto confronto dialettico alla luce di interessi che possono anche, effettivamente, essere diversi. Ciò che propongo è che si cerchi, quantomeno, di trovare l’accordo su argomenti nei cui confronti non dovrebbero esserci motivi di discordanza. Cito ad esempio, tra quelli emersi in tempi recenti e per i quali, magari in momenti diversi, si è palesata una sostanziale concordanza:
– il riconoscimento ufficiale del contributo dato dalla nostra gente per la nascita e l’unità d’Italia, di cui sopra;
– la revoca delle onorificenze date dall’Italia a Tito ed ai suoi scherani, proposta dall’Unione degli Istriani;
– il finanziamento di borse di studio per l’approfondimento della verità storica delle vicende delle quali, nostro malgrado, siamo stati protagonisti, a cui si è fatto cenno nell’ambito della Federazione.


Sono argomenti per i quali non dovrebbe essere impossibile sedersi attorno ad un tavolo e discutere in maniera costruttiva per promuovere iniziative e richieste congiunte che, proprio per il fatto di essere unitarie, potrebbero avere più peso e possibilità di accoglimento e successo.


Potrebbe essere un buon inizio. Perché non pensarci seriamente?

Silvio Mazzaroli

281 - Il Piccolo 23/04/11 L'intervento: 25 Aprile, festa della retorica senza legame con l'attualità

25 APRILE, FESTA DELLA RETORICA SENZA LEGAMI CON L'ATTUALITA'

L'INTERVENTO

MARCO COSLOVICH

Le autorità jugoslave dell'epoca hanno perseguitato gli italiani antifascisti di Istria, Fiume e Dalmazia: ecco perchè per noi la data è amara

Tra i consunti documenti di famiglia mi sta particolarmente a cuore la dichiarazione rilasciata da Vittorio Poccecai, presidente del Cln di Umago d'Istria, che attesta le azioni partigiane condotte da mio padre nel 1943:

"... contro i tedeschi alle cave di Canegra, demolizione degli impianti di approdo delle medesime cave e brillamento dei ponti di Sicciole:". Vittorio Poccecai, con la fine della guerra e l'arrivo dei "titini", fu, come mio padre, arrestato e perseguitato in quanto italiano antifascista, vale a dire una scomoda dimostrazione che gli italiani sapevano essere antifascisti e democratici e tutt'altro che fascisti ottusi e fanatici come faceva comodo credere ai partigiani di Tito.

La ricorrenza del 25 aprile, il giorno della nostra liberazione nazionale dal fascismo e dal nazismo, mi sta quindi particolarmente cara. Per me assume anche il significato di una lotta di liberazione che continuò anche dopo la fine della guerra. Le nostre terre di confine hanno visto al feroce sciovinismo nazista e all'avventato nazionalismo fascista, contrapporsi ed aggiungersi l'ottuso nazionalismo jugoslavo. In nome della libertà dei popoli e della pluralità nazionale, condite da una buona dose di retorica internazionalista, le autorità jugoslave dell'epoca hanno riservato repressione, persecuzione e intolleranza ai nostri italiani antifascisti dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia.

Ecco perché il giorno della nostra festa della liberazione nazionale è per noi anche una data amara, una data incompleta. Ecco perché anche in questa occasione, rispetto al resto della nazione, corriamo il rischio di sentirci fuori posto, incompresi, convitati malinconici. Da qualche anno non riesco più a partecipare alla festa della liberazione nazionale. Faccio fatica a riconoscermi nei comizi d'occasione che una parte della sinistra non perde l'abitudine di propinare. Stanca opportunità per ribadire principi senza anima e per sublimare le frustrazioni politiche. Per non parlare delle autorità pubbliche, incapaci di trovare un solo motivo, che non sia retorico, di collegamento di quella grande nostra pagina di storia con l'attualità.

Ma ciò che rende anche triste questa grande ricorrenza, è la mancanza, a livello locale, di un vero ed autentico riconoscimento da parte degli eredi della destra italiana. Una cecità totale guida i passi di questi esponenti.

Non uno che riconoscesse in maniera forte e univoca, il senso, il valore civile e morale della lotta di liberazione nazionale. Essi si accaniscono, con un fervore appunto cieco, a rinfacciare le pagine buie della resistenza, come le foibe. Ne fanno la narrazione fondante e principale, quasi questa fosse l'anima e lo spirito stesso della Resistenza, dimentichi del prima e del dopo. Il 25 aprile lo passerò in famiglia tra i boschi in montagna, come i vecchi partigiani che mi permettono oggi di ricordare la libertà che ci hanno donato, spesso morendo per noi.

282 – Avvenire 27/04/11 Editoriale - Unità d'Italia e schizofrenia della memoria

EDITORIALE

UNITÀ D`ITALIA E SCHIZOFRENIA DELLA MEMORIA

PAOLO SIMONCELLI

SI è inaugurata nei giorni scorsi a Palazzo della Ragione a Padova la mostra «Scolpire gli eroi. 80 bozzetti dei protagonisti

dell`Unità d`Italia», a cura di Cristina Beltrami e Giovanni Villa, promossa dalla Presidenza del Consiglio e dal Comune di Padova nell`ambito dei 150 anni dall`Unità. Mostra suggestiva che evoca la particolare trasmissione della memoria storica (e storico-politica) attraverso la materialità dell`effigie. Mostra capace di suscitare interrogativi e riflessioni sulla schizofrenia della nostra memoria storica; in particolare tramite un bozzetto e un reperto. Il bozzetto è quello del marmo che ritrae Giuseppe Manno (1786-1868) scolpito da Pietro Canonica nel 1894 (l`originale è nei giardini pubblici di Alghero) che rinvia alla figura di questo intellettuale sardo, giurista e storico della Sardegna sabauda preunitaria, segretario privato di Carlo Felice, presidente del Senato subalpino, esponente di un legittimismo non ottuso, ma che al momento del dunque fu un oppositore di Cavour e della sua politica liberale (interna e internazionale, questione romana compresa). Effigie singolare tra i protagonisti dell`Unità (non certo tra gli intellettuali del tempo). Non ne facciamo davvero una questione ideologica; piuttosto di confronto con l`altro termine di paragone: il reperto della mano marmorea recuperata dal monumento a Niccolò Tommaseo eretto nel 1896 nella Sebenico austriaca (!) da Ettore Ximenes. Monumento fatto saltare il 25 maggio 1945 dai partigiani comunisti slavi. Tra le macerie, prima che venissero gettate in mare, qualcuno correndo grossi rischi, trafugò quella mano che, oggi in mostra, è conservata presso la Scuola Dalmata dei SS. Giorgio e Trifone di Venezia. Un monumento a Tommaseo (con tutto che era stato esponente della Repubblica di San Marco insorta nel 1848-49) consentito nell`Austria asburgica ma non nella Jugoslavia comunista: la memoria storica che trasmetteva, andava abrasa con l`unico sistema censorio possibile: la dinamite (non diversamente dalle cannonate dei talebani che nel marzo 2001 abbatterono le due grandi e antichissime statue di Budda nella valle afgana di Bamiyan). Bene, la schizofrenia della nostra memoria storica è esemplata in questo confronto che per giunta, e del tutto casualmente, occorre mentre a Bolzano si discute ormai in via pratica, non più teorica, di come oscurare l`altorilievo del Piffrader con un Mussolini a cavallo. Il monumento al Tommaseo dello Ximenes rivisse, tra la disattenzione generale, nella serie filatelica dedicatagli dalle poste italiane nel 1974 in occasione del centenario della morte. In quel 1974, sappiamo oggi, era in corso una pericolosa tensione politica con la Jugoslavia comunista di Tito che non mancò allora di ostentare addirittura misure militari (invero utili a forzare la mano alle autorità italiane per farle addivenire al Trattato di Osimo). Una mostra dunque che serve anche a non dimenticare la censura e l`intolleranza, e per contro il ricordo (ove consapevole) di esponenti di culture politiche diverse da quelle fondative dell`Unità.

283 - La Voce del Popolo 29/04/11 Marko Polic-Pol, e dopo le amebe vennero i croati

E dopo le amebe vennero i Croati...
Marko Polić-Pol

Potrei firmare anche virgole e punti del testo pubblicato da Gian Antonio Stella sul "Corsera" di Milano e riportato integralmente da "La Voce del Popolo" l’indomani (23 aprile), ma poiché sull’argomento dell’appropriazione indebita di grandi personaggi della letteratura, della cultura e della storia italiana ho scritto a più riprese, arrabbiandomi forte, negli ultimi cinquant’anni, proverò a fare una cernita e una sintesi su questo brutto vezzo degli storici e politici croati – e fossero soltanto loro! – che non hanno risparmiato nessuno dei tanti grandi italiani "colpevoli" di essere nati o semplicemente di essere passati nelle e per le terre della Dalmazia, del Quarnero e dell’Istria oggi incluse nella Croazia. Per questi signori quegli italiani, per lo più sudditi della Serenissima repubblica di Venezia, furono e restano croati.
Negli ultimi venti anni si è giunti a croatizzare il veneziano e italiano Marco Polo. Già Franjo Tuđman lo fece, ora c’è caduto Stjepan Mesić, anche lui per un viaggio in Cina. Nel periodo immediatamente successivo alla secessione della Croazia dalla Jugoslavia ed alla conquista dell’indipendenza, all’inizio degli anni Novanta del secolo appena tramontato, nel contesto di un nazionalismo esasperato dalla guerra e dai rancori prolungatisi nel dopoguerra, Tuđman e i suoi se la presero anche con l’Italia e si appropriarono di numerosi scrittori, architetti, scultori ed altri artisti italo-veneti, dichiarandoli croati.
Il filosofo chersino Francesco Patrizi divenne Franjo e Frane Petrić ed ancora oggi, nei convegni annuali a lui dedicati a Cherso, è sempre e soltanto croato, viene chiamato sempre come lui non si firmò mai. Gli studiosi croati della sua opera sono però costretti a tradurre i suoi libri dal latino e dall’italiano. Poi si è arrivati al celeberrimo Marco Polo. Recandosi in Cina, il "Supremo" si vantò davanti al Congresso del Popolo di aver seguito le orme del suo "connazionale", ordinando ai suoi di scriverne il nome con la kappa: Marko. Cominciò da allora a correre sulla linea ferroviaria Zagabria-Venezia il treno Marko Polo (e l’Italia non protestò) e prese a navigare, come tuttora naviga, la nave passeggeri Marko Polo con la kappa. Dunque, a dire di Tuđman e di altri "storici" croati il veneziano sarebbe nato a Curzola (dove una leggenda parla di una "casa di Marco Polo") e sarebbe stato di nazionalità croata. Oddìo, c’è pure qualche altro che lo vuole nato a Sebenico, ma lasciamo stare. Certo, in Dalmazia, ancora oggi, gente col cognome Polo, De Poli e simili ce n’è tanta, ma è pur vero che Venezia fu la signora della Dalmazia e di gran parte dell’Istria per quattrocento anni e ci furono giudici, capitani, podestà, rettori e conti veneziani mandati sull’Adriatico orientale che si chiamavano Polo e lasciarono in queste terre qualche rampollo, come l’hanno lasciato i Tiepolo (vedi a Pago i Chiepolo) i Cambi a Spalato, i Fiamengo a Lissa eccetera, eccetera.
Come se non bastasse, Tuđman volle mettere le mani anche su Ruggero Giuseppe Boscovich, raguseo, figlio di padre erzegovese e di madre oriunda bergamasca – Bettera – lo scienziato gesuita vissuto in Italia fin dai tredici anni di età. Scrisse le sue opere soltanto in italiano e in francese, personalmente polemizzò con chi voleva cambiargli nome e cognome, ma ciononostante Tuđman voleva che il monumento dello scienziato a Milano lo indicasse con nome e cognome scritti con la grafia croata: Rudjer Bošković. Il governo italiano quella volta disse di no e la visita ufficiale del "Vrhovnik" in Italia sfumò. Mise piede in Italia soltanto per visitare a Roma la mostra dell’arte rinascimentale croata, quasi esclusivamente dalmata e quasi esclusivamente fatta di opere di scultori e architetti italiani del Rinascimento. Purtroppo ad ospitare quella mostra fu la Città del Vaticano e Tuđman mise piede in Italia soltanto per andare in quel minuscolo anche se potentissimo Stato.
In alcune guide della Croazia e in tutti i libri di testo in materia di commercio nelle scuole superiori croate si legge che l’inventore della "partita doppia" fu un croato, e si fa il nome di Benko Kotruljić alias Kotruljević, raguseo. Ebbene quell’uomo era Benedetto Cotrugli, figlio di un mercante pugliese stabilitosi a Ragusa, autore - Benedetto non suo padre – del famoso libro "Della mercatura e del mercante perfetto" pubblicato a Venezia nella prima metà del XV secolo. Oltretutto, il Cotrugli visse per lo più in Italia e si spense a Napoli.
Uno "storico" di musica zagabrese con il quale polemizzai negli anni Settanta, scrisse – e nella storia della musica croata si ripete quanto lui scrisse allora sul "Borba" – che il compositore istriano del XV secolo Andrea da Montona il Vecchio, tra l’altro inventore della stampa delle note musicali, era croato. Perciò gli cambiò i connotati chiamandolo Andrija Motuvljanin-Starić. Anche il montonese, tanto per cambiare, visse fin da ragazzo a Venezia e scrisse unicamente in italiano i versi dei suoi pezzi musicali. Quando il papa Giovanni Paolo II arrivò a Fiume (e molti giornalisti italiani scrissero Rijeka, alla radiotelevisione pronunciato "rigieca"), la Curia zagabrese inviò a tutti i giornali (compresa "La Voce del Popolo") un inserto a pagamento di una decina di pagine sui "santi croati". Ne trovai alcuni – per lo più "beati" - vittime delle persecuzioni anticristiane degli imperatori romani: santi polesani, istriani. Non mi risulta che all’epoca romana ci fossero croati e slavi in genere in Istria e Dalmazia.
A Fiume, un modesto autore di saggi su argomenti più disparati relativi alla cultura, all’arte, alla museologia, alla storia e agli eventi politici del capoluogo del Quarnero, per dimostrare che tutto qui fu in passato e resta oggi croato, se la prese con alcuni nostri scrittori, facendo i nomi di Ezio Mestrovich e Nirvana Ferletta, scrivendoli alla croata: Meštrović e Frleta- Volle "dimostrare" che i "cosiddetti" italiani fiumani, e non solo loro, erano dei croati voltagabbana, quasi quasi dei traditori. Che ne direbbe se io gli mettessi sotto gli occhi e il naso cognomi italiani di personaggi croatissimi come il leader del Partito nazionale croato della seconda metà dell’Ottocento, Juraj Bianchini, oppure il grande poeta croato dello scorso secolo, Gvido Tartaglia, il grande attore zagabrese del Novecento, Tito Strozzi, o l’attuale ambasciatore croato in Argentina Castelli, il notissimo studioso d’arte in Dalmazia, Nenad Cambi, il poeta Jakša Fiamengo, il compositore Mario Nardelli, l’architetto Bernardo Bernardi, il capo dell’Istituto di Epidemiologia della Croazia, dott. prof. Dinko Rafanelli, il cantante del gruppo "Trubaduri", Luciano Capurso, il presidente del Sindacato dei marittimi della Croazia, Predrag Brazzoduro, la giornalista Sanja Corazza, il pittore Josip Botteri Dini, il giornalista e leader degli studenti croati, Vojislav Mazzocco? Potrei continuare fino a domani.
Ho scritto altre volte e lo ripeto qui: la Croazia ha grandi croati, uomini e donne, di cui vantarsi, che meritano di essere celebrati in tutti i campi, compresa l’arte e la letteratura; non ha perciò bisogno di rubarli ad altri popoli. Temo però che i ciechi nazionalisti non cesseranno mai di rubacchiare per ornarsi delle penne altrui.

Giacomo Scotti

284 - Treviso Oggi 26/04/11 Conegliano - Un monumento a memoria dei profughi istriani

UN MONUMENTO A MEMORIA DEI PROFUGHI ISTRIANI

L'inaugurazione in via papa Giovanni XXIII

CONEGLIANO - Sarà inaugurato venerdì 29 aprile, alle ore 11.00, il cippo a ricordo degli istriani, Fiumani, Dalmati "morti per amore dell'Italia" presso il giardino comunale di via papa Giovanni XXIII (incrocio con via Veneto).

L'iniziativa è promossa dal Comune di Conegliano e dall'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia.

"La stele, in pietra d'Istria, è un dovuto omaggio a ricordo, da parte degli Istriani, Fiumani e Dalmati della Marca Trevigiana, dei confratelli della sponda orientale dell'Adriatico morti per l'Italia, nell'ultimo conflitto mondiale, sopratutto nel periodo 1943-54 - spiega Paolo Luxardo, profugo da Zara - la cerimonia di inaugurazione avviene nell'150° anno dell'Unità d'Italia per ricordare, sopratutto alle nuove generazioni, il grande amore e rispetto portato, da tutti i nostri concittadini alla Patria. Gli Istriani, Fiumani e Dalmati furono sempre impegnati nelle molteplici vicende che portarono alla formazione di uno Stato unitario; eravamo presenti, infatti, nelle tre guerre d'Indipendenza, nelle molteplici avventure di Garibaldi, sia nei Mille che sbarcarono in Sicilia,che nella difesa della Repubblica Romana".

Una legione istriano-dalmata accorse, poi, nel 1848, a difendere la risorta Repubblica Veneta, contro gli Austriaci; ed a capo della medesima, accanto a Daniele Manin, vi fu il Sebenzano (di Sebenico) Nicolò Tommaseo.

"Nella Grande Guerra, poi, molti nostri compaesani,passarono,senza indugio,dalle file dell'esercito Austriaco (le nostre terre,erano infatti sotto la dominazione Austro-Ungarica fino al 1918), a quello Italiano, combattendo eroicamente sul Carso - conclude Alberto Fratantaro, profugo da Cittanova d’Istria - Per noi la fine del Risorgimento avvenne nel 1918, con il ricongiungimento al regno Sabaudo, tra un tripudio di bendiere tricolori; agli eventi bellici ricordati parteciparono,sia nobili che borghesi e popolani, sia studenti che operai. Questo è il significato che ha il Nostro monumento e speriamo che tale concetto sia compreso dalla poplazione Coneglianese,sopratutto dai giovani, che sono l'avvenire del Nostro Paese".

285 – La Voce del Popolo 29/04/11 Fiume - Il Santuario di Tersatto compie 720 anni

Presentato il ricco programma dei festeggiamenti per l'importante anniversario
Il Santuario di Tersatto compie 720 anni

Stanno per iniziare i festeggiamenti per il 720.esimo anniversario del Santuario mariano a Tersatto, una ricorrenza che verrà ricordata non soltanto durante i riti religiosi, ma festeggiata anche tramite mostre, concerti e altri avvenimenti culturali, presentati ieri da fra Serafin Sabol.

"Il nostro Santuario è veramente importante, sia per la sua posizione strategica vicina all’Italia e ai confratelli di Loreto, sia per la sua lunghissima tradizione, risalente al lontano 1291. Tra una decina di giorni inizia la prima parte delle celebrazioni di questo importantissimo anniversario. Non posso non fare riferimento alla mia esperienza in questi vent’anni di operato a Tersatto. Abbiamo iniziato in tempo di guerra, circondati da pochissimi fedeli e offrendo loro un programma molto modesto, ma sono felice di potermi rifare adesso e di annunciare un mese intenso e movimentato, pieno di ospiti illustri", ha detto fra Serafin Sabol.

Il programma inizierà domenica, 1.mo maggio e si protrarrà fino all’11 giugno, ma in effetti continuerà, anche se diradato, fino a tutto dicembre. La novità di quest’anno è la collaborazione con il Teatro "Ivan de Zajc" e con gli organizzatori delle Notti estive fiumane, che arricchiranno il segmento culturale della manifestazione.

Alcuni degli avvenimenti più rilevanti di quest’anno sono la messa e la processione del 1.mo maggio, con inizio alle ore 18.30, alla quale seguirà un concerto del coro infantile di Grobnico "Grobnički tići" dal titolo "Mammina cara, mi rivolgo a te con una canzone". Per giovedì, 5 maggio, è prevista l’inaugurazione della mostra "Annali del Santuario mariano", realizzata in collaborazione con il quotidiano "Novi List", che ha attinto le foto dal proprio archivio fotografico.

Le messe che si terranno dal 6 all’8 maggio sono state concepite in collaborazione con i santuari di Segna, Marija Bistrica e Aljmaš, in Slavonia, che celebreranno i riti liturgici in contemporanea con i frati di Tersatto, ricordando i marinai e le loro famiglie. Il 10 maggio, dopo la messa, gli interessati potranno assistere ad una ricostruzione degli usi e dei costumi di Grobnico nei giorni di festa, in particolare durante le nozze. Verranno dimostrati alcuni atteggiamenti tipici dello sposo, quali formule venivano recitate e come ci si comportasse tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo.

Il 28 maggio si terrà un grande concerto di cori francescani, che radunerà 650 cantori da tutta la Croazia. Dopo la visita del Santo Padre, dal 9 all’11 giugno, si svolgerà il festival del film religioso. Quest’anno i film tratteranno i temi più disparati: dai missionari in Africa e in India al rapporto che hanno con la fede i tossicodipendenti. Tutti i credenti sono invitati ad aderire agli eventi presentati perché, promette scherzando fra Serafin: "Quest’anno non ci raduneremo soltanto per pregare, ma anche per divertirci."

Stella Defranza

286 - La Voce del Popolo 29/04/11 Con scadenza quotidiana a partire da giugno Linee fra Termoli e la Dalmazia

Con scadenza quotidiana a partire da giugno
Linee fra Termoli e la Dalmazia

CAMPOBASSO – L’accordo tra la Contea raguseo-narentana e la Regione del Molise costituirà una relazione forte ed operativa che sarà ancora più sostanziale con i collegamenti diretti con una nave che ogni giorno congiungerà Termoli alle coste della Dalmazia, a cominciare con la stagione turistica. L’intesa in questo senso è stata raggiunta nel corso dell’incontro tra il presidente della la Contea raguseo-narentana, Nikola Dobroslavić, e il governatore del Molise, Michele Iorio.
INTERVENTI Ed è stato proprio Dobroslavić a sollecitare le autorità regionali del Molise a mettere in campo subito gli interventi programmati tra Molise e area ragusea per alimentare e accreditare ancor più, anche in questo modo, l’entrata della Croazia nell’Unione europea, adesione che si prevede per il 2013. Iorio, poi, ricordando i rapporti stabili che legano le due regioni, ha sottolineato: "Questo ci consentirebbe di sostenere le nostre imprese nell’intraprendere progetti innovativi che abbracciano il bacino adriatico, permettendo la creazione di nuovi e più forti rapporti di cooperazione, di collaborazione e di programmazione comune anche nell’ambito dei progetti IPA, e più in generale di programmi europei per lo sviluppo". Iorio ha quindi annunciato l’aumento dei collegamenti marittimi per la Croazia.
TURISMO Di questo argomento si è parlato anche all’incontro nella sede della Giunta regionale del Molise, dove una delegazione croata capeggiata dall’ambasciatore in Italia, Tomislav Vidošević, è stata accolta dal presidente del Consiglio regionale, Michele Picciano, e dall’assessore regionale alle attività produttive e al turismo, Franco Giorgio Marinelli. Sotto la lente di ingrandimento ovviamente turismo, commercio ed agroalimentare per lo sviluppo di una cooperazione internazionale che vede coinvolte le due Regioni già legate da alcuni accordi sottoscritti. "La nostra intenzione rimane quella di incrementare i due settori base, turismo e scambi commerciali – ha detto Franco Giorgio Marinelli –, intesa che da qualche anno abbiamo condiviso sulle due sponde e che verrà certamente aperta con il collegamento via mare da Termoli alla costa croata a fine giugno. Il mare non ci divide, ma ci unisce".
LEGAME CON LA CULTURA CROATA Il presidente del Consiglio regionale Picciano dopo aver sottolineato alcune manifestazioni congiunte di carattere culturale e quindi il legame croato che in Molise esiste da secoli per la presenza di tre Comuni abitati dalla minoranza croata, rilevando il ruolo strategico della Croazia si è augurato che presto ci possa essere una forte intesa sugli interscambi culturali e commerciali. Intanto la cooperazione tra le due Regioni si consoliderà da subito con l’apertura di uno sportello Sprint per la conoscenza e la commercializzazione dei prodotti tipici delle due regioni e di un Desk a Ragusa (Dubrovnik) per notizie sull’offerta turistica.
INIZIATIVE DI FEDE Una vetrina croata a Bruxelles sarà realizzata nella sede della Regione Molise insieme a un marketing congiunto sul versante del turismo religioso. È intenzione della Regione Molise, come ha ribadito Marinelli, di raggiungere idealmente e con manifestazioni e iniziative di fede e religiose una sorta di gemellaggio tra Međugorje e Castelpetroso, due luoghi sacri dove è apparsa la Madonna.

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287 - Il Piccolo 26/04/11 Il disfacimento dell'ex Jugoslavia: Il Sangiaccato alza il capo e chiede l'indipendenza

IL DISFACIMENTO DELLA EX JUGOSLAVIA

Il Sangiaccato alza il capo e chiede l'indipendenza

di Mauro Manzin

TRIESTE La dissoluzione della ex Jugoslavia è oramai finita? Niente affatto. Le velleità indipendentiste sembrano non finire mai. Ce l'ha fatta il Kosovo, con il grande e decisivo aiuto degli Stati Uniti, in Bosnia si torna a parlare della secessione dell'Erzegovina, un fatto quasi ciclico a ridoso di ogni appuntamento elettorale in Croazia. Ma stavolta gli ardori separatisti infiammano un altro pezzo di quella che fu la Jugoslavia di Tito. A soffiare sul fuoco dell'indipendenza è il Sangiaccato, una piccola regione a cavallo del confine tra Montenegro e Serbia. A Novi Pazar, infatti, è iniziata la campagna per l'autonomia del Sangiaccato. Lo scopo principale del neonato movimento indipendentista è quello di riuscire, in modo pacifico e democratico, a internazionalizzare il problema del Sangiaccato con l'instaurazione di un'entità autonoma transfrontaliera. Ma si sa, nei Balcani appena si parla di indipendentismo le mani scivolano inesorabilmente sui coltelli (per parafrasare Kerleza). Nel comunicato emesso dal movimento autonomista si legge tra l'altro che la questione del Sangiaccato è aperta da oramai un secolo, la regione in questione è storicamente indipendente, tale fin dalla sua nascita. Durante le guerre balcaniche del 1912, quando nell'area dominavano i turchi, il Sangiaccato era «illegalmente e contrariamente al volere internazionale - sostengono i fautori dell'autonomismo - occupato e diviso fra Serbia e Montenegro». Durante la Seconda guerra mondiale ottenne una sorta di status federale e poi fu nuovamente suddiviso ancora tra Serbia e Montenegro. Attualmente in Serbia ci sono sei comuni del Sangiaccato e in Montenegro cinque dove vivono in maggioranza musulmani o bozniacchi. Gli autori del progetto sono convinti che in base all'autonomismo geografico e anche perché in passato vi erano potentati turchi l'area può puntre all'indipendenza. Autori che scrivono altresì che nella loro terra sia musulmani che i bozniacchi sono soggetti alle più crude forme di discriminazione e vivono in condizioni economiche catastrofiche. Autori che sono sorpattutto giovani, nativi sì del sangiaccato ma che vivono o in Bosnia o in Kosovo, tutti bozniacchi o musulmani. Hanno l'appoggio anche del principale muftì della comunità islamica in Serbia, Muamer Zukorljic il quale è anche il vero e proprio ideologo dell'autonomismo. Durante la guerra del 1991-1995 è stato indetto anche un referendum sull'indipendenza che, ovviamente, ha stravinto. Al tempo fu promesso alla regione un status autonomo che oggi, i promotori dicono assolutamente attuabile pur nel rispetto dell'intangibilità dei confini di Serbia e Montenegro, «del resto in Europa - scrivono - ci sono molti esempi di autonomismo transnazionale». Il Montenegro considera comunque l'autonomia solo come il primo passo verso l'indipendenza e che i suoi fautori sono in preda a una sorta di "febbre da Kosovo". A Podgorica sostengono altresì che intellettuali e politici sono contrari a un simile progetto, affermazioni alle quali gli autonomisti replicano sostenendo che chi è ostile al progetto non è nè musulmano nè bozniacco e che i politici sono asserviti a Djukanovic. Il nuovo vento, dunque, continua a soffiare e a destabilizzare Paesi come il Montenegro che già da qualche tempo guardano all'Unione europea.

288 - La Gazzetta del Mezzogiorno 27/04/11 Fra Giacomo è nato nel 1400 a Zara: la grotta, luogo di preghiera, la vita e le opere

LA GROTTA, LUOGO DI PREGHIERA

Nella storia dell'uomo l'arcano o il mistero risultano spesso connessi ad una grotta, per quel graduale passaggio dalla luce alle tenebre che la sua profondità determina. Come vanno accertando gli studi di paleontologia, grotte e caverne non solo hanno offerto all'uomo primitivo rifugio e riparo, ma anche luogo di culto e di preghiera.


«Le superstiti chartae notarili del Medioevo - spiega Lino Fazio, esperto di storia patria - confermano anche in Bitetto la presenza di tali usanze presso i ceti sociali privilegiati, il clero e i notabili. Nella chiesa del Beato Giacomo, proprio in una di queste cappelle gentilizie, quella fatta costruire per sé e per la sua famiglia da "fr. Matteo Giannini, oblato seu del terzo ordine della Religione Osservante", venne temporaneamente riposto, attorno al 1515, il Beato Giacomo dopo il rinvenimento del suo corpo incorrotto. Detta cappella, che era sita in cornu Evangeli, cioè nel lato destro dell'altare, secondo la descrizione tramandata da Mons. Arenio, vescovo di Bitetto dal 1584 al 1599, si presentava "a guisa di grotta", quindi sicuramente seminterrata e di più facile accesso rispetto alla cripta cimiteriale francescana. Tale scelta può essere stata suggerita anche dal ricordo della predilezione di fra Giacomo per grotte e luoghi appartati durante le sue prolungate orazioni. Dette testimonianze, incontestabili, escludono ogni possibile relazione tra le vicende del Beato e quelle del sepolcro ipogeo scoperto (anno 1400 circa), e opportunamente riportato alla luce nel rispetto della storia del sacro edificio».
«Liberato dalla terra - continua Fazio - presenta una volta a botte di fattura rustica e piano di calpestio sulla nuda roccia con uno sviluppo, trasversale alle navate, in corrispondenza della seconda campata. Una commettitura o punto di giunzione al centro sembra avallare l'ipotesi che la lunghezza del sepolcreto sia frutto di ampliamento o, meglio, di fusione di due preesistenti e contrapposte cripte appartenute alle antiche cappelle gentilizie. Esso, oltre ad una entrata esterna dall'antico agrumeto, ha una botola d'accesso dall'interno della chiesa, all'altezza della seconda campata della navatella destra, subito dopo l'altare di Sant'Antonio. Già la conformazione "a guisa di grotta" rimarca la sua destinazione ad uso funerario, ma il sito e la giuntura centrale permettono di riconoscere in questo ipogeo, senza alcuna ombra di dubbio, il "piccolo sepolcro esistente in questa chiesa comunale degli ex-Riformati e quello precisamente che trovasi tra l'altare di San Francesco e quello di San Antonio». [ti.]

LA VITA E LE OPERE IL MIRACOLO DEL BASTONE

Fra Giacomo è nato nel 1400 a Zara, capitale della Dalmazia da Leonardo e da Beatrice Varinguez. A Bitetto arrivò nell'1438. Visse a Conversano e Cassano delle Murge per poi ritornare a Bitetto. Prima di morire il Beato piantò in terrà, nel piccolo giardino di agrumeti, il suo bastone di legno di ginestra, che crebbe in un albero maestoso. Dopo due secoli seccò, ma se ne conserva ancora lo stesso tronco. Coloro che avevano conosciuto fra Giacomo, in vita ed erano informati dei miracoli da lui operati, continuarono a invocarlo dopo il suo trapasso. Non era il richiamo del luogo del sepolcro a tenere desto il ricordo di fra Giacomo bensì la santità. Infatti, fra Mariano da Firenze riferiva nel V libro del Fascicolo che, dopo la morte di fra Giacomo, in verità Dio fece per i meriti di lui molte guarigioni ed espulse i demoni dal corpo di molti ossessi;
fra Marco da Lisbona scriveva nel 1570 e confermava quanto era stato riferito da fra Mariano: dopo la morte di fra Giacomo, nostro Signore fece per i meriti suoi molti miracoli, sanando gli infermi e liberando gli indemoniati. Sempre fra Mariano da Firenze, aggiunse a quanto aveva asserito precedentemente: i frati, circa vent'anni dopo la sua morte, volendo deporre nel suo sepolcro un altro confratello, trovarono il corpo di fra Giacomo così intatto e incorrotto che, tutti pieni di stupore a ragion veduta, lo esumarono e lo deposero in una cassa di legno dove è venerato quotidianamente dal popolo. Lo stupore dei frati del convento si manifestò nel convincimento che si trattasse di un miracolo che Dio aveva voluto operare direttamente sul corpo del suo servo. Alcuni anni più tardi, Francesco Gonzaga lo invocava con l'attributo di Beato.

289 - Il Manifesto 27/04/11 Elena, storia italiana di un esodo forzato, «Palacinche», tra foto e fumetti

«Palacinche», tra foto e fumetti

Elena, storia italiana di un esodo forzato

Linda Chiaramonte

Dopo la seconda guerra mondiale Elena è stata una fra i circa 31 mila esuli di Fiume, in totale più di 250mila da tutta l'Istria. In quegli anni, con la città passata alla Jugoslavia e il regime comunista di Tito, gli italiani furono costretti con la violenza ad andare via.


Fra loro anche lei, otto anni, che insieme a padre, madre, nonna e sorella, ne ha vissuti dodici in alcuni campi profughi del nostro paese, più di un centinaio su tutto il territorio. La sua storia è raccontata in Palacinche, libro uscito con Fandango (collana Documenti). Attraverso vecchie foto di famiglia, scatti recenti e disegni si ripercorrono le tappe di Elena, mamma di Caterina Sansone, fotografa e autrice del progetto insieme al fumettista Alessandro Tota.

«Profuga per molti anni nel suo stesso paese come i tanti immigrati italiani che, oltre alle difficili condizioni di vita e alla delicata integrazione, sono stati a lungo vittime del pregiudizio dei loro stessi connazionali che li percepivano, nel peggiore dei casi, come fascisti e, nel migliore, come stranieri», è scritto nell'introduzione del volume.


Alcune foto e tavole sono state esposte per la prima volta in pubblico a Bologna durante il festival Bilbolbul.

Palacinche è il nome di una frittella che Elena preparava alle figlie. «Ricordo nel centro di Fiume un chiosco che sfornava crépes fumanti con l'insegna Palacinke - dice Caterina Sansone -Quella parola ha riportato in superficie dolci ricordi d'infanzia. Vorrei partire da qui, da questo piatto tipico, mitteleuropeo, arrivato, come tante altre ricette austroungariche, sulle tavole delle famiglie istriane. Da questo nome uguale in croato e in italiano (diverso solo nella scrittura), da un piatto che insieme a canti e proverbi, ha attraversato la frontiera, come parte del bagaglio culturale di un popolo in esilio. Meglio partire da un ricordo gioioso per attraversare la memoria dell'esodo».


Si tratta di un lavoro di narrazione visiva che mescola tecniche diverse. È un viaggio a ritroso che Tota e Sansone hanno intrapreso in quegli stessi luoghi grazie alle testimonianze raccolte dalla madre. Elena, nata a Fiume nel '42, partita con la famiglia nel '50 con poche cose in valigia e una macchina da cucire, e che in quella città non fece più ritorno. Un racconto che sembra uscire da un passato molto remoto, ma più vicino di quanto si creda, come dimostra il campo profughi di Capodimonte smantellato solo nel 1991. «Conoscevo solo alcuni tasselli di una storia familiare che non sono mai riuscita a farmi narrare per intero - continua Caterina - di cui sapevo solo aneddoti sparsi. Ho sentito la necessità di riappropriarmene come memoria storica e testimonianza di una generazione».

Per questo nell'estate 2009, insieme ad Alessandro Tota, è partita per un viaggio fra l'Italia e la Croazia, «cercando gli stessi posti in cui quelle vecchie foto erano state scattate e immaginando come potesse essere la vita in una baracca in un bosco di Napoli o in un campo profughi a Termini Imerese», ha proseguito la fotografa. La prima tappa è stata Firenze, dove Mena arrivò nel 70 e dove vive tuttora, poi Napoli dove, dal '51 al '63, ha vissuto nel campo profughi nel Rea] Bosco di Capodimonte, in baracche di legno e lamiera, dopo aver trascorso alcuni mesi a Bagnoli nel campo Irò (International Refugee Organisation), attualmente base della Nato.


Un'altra tappa è stata Termini Imerese, vicino Palermo, cittadina in cui per nove mesi la famiglia di Elena ha abitato in un campo allestito in un edificio del centro. Qui, con la sua famiglia, ha ricevuto la qualifica di profuga. Poi ancora a Udine, nel centro di smistamento da cui sono transitate circa centomila persone, e rimasero circa una settimana prima di essere mandati in Sicilia. Trieste, dove tutti i profughi trascorrevano la prima notte in esilio e in cui vive attualmente Meri, sorella maggiore di Elena. Infine Fiume, oggi Rijeka, Croazia, dove tutto ha avuto inizio. Sansone e Tota, entrambi trentenni, dal 2006 vivono e lavorano a Parigi. Lei è assistente di fotografi internazionali, Tota è stato pubblicato in Francia nel 2009 e l'anno scorso il suo Yeti, lavoro pluripremiato, è stato edito da Coconino Press/Fandango libri.

290 - Il Piccolo 26/04/11 Storia - Quando a Torino il prefetto Salerno temette un attentato a Tito

STORIA

Quando a Torino il prefetto Salerno temette un attentato a Tito

di Roberto Carella

«Spiegavo a Tito la storia di Palazzo Madama e del Senato Subalpino. Mi gelò dicendo: 'Questo lo so già'. Volevo metterlo a suo agio. Ma alla fine ci riuscii solo con whysky e un buon sigaro. Avevo comunque timore di un attentato. Erano infatti gli anni Settanta e a Torino c'erano moltissimi esuli istriani e dalmati. Così, quando Tito andò alla Fiat da Agnelli diedi l'ordine alla scorta e all'auto del presidente della Jugoslavia di correre a non meno di 120 orari...».

A parlare è l'allora prefetto di Torino, Giuseppe Salerno, in un'intervista pubblicata postuma in un libro scritto dal giornalista Antonio De Vito ("La finestra del Prefetto, Mezzo secolo di storia nel paese delle riforme incompiute", pagg. 232 pagine, Miraggi Edizioni, euro 15,00), con l'introduzione dell'ex sindaco Diego Novelli e con articoli "storici" fra cui quello di un giovane Eugenio Scalfari. Il libro trae spunto da un'intervista fatta da De Vito (già giornalista dell'Unità e della Stampa) a un prefetto che ha dovuto gestire gli anni di piombo in una città in prima linea.

E ne escono due verità: 1) nella burocrazia e nella politica assistiamo a uno spettacolo spesso indecoroso come negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta. 2) Ma a volte un burocrate sa riscattarsi con il cuore e l'intelletto. Scalfari aveva criticato aspramente l'operato dell'allora commissario straordinario Salerno nella città di Palermo, troppo asservito ai comitati d'affari e ai costruttori. Ma Diego Novelli ha poi trovato nel Salerno prefetto di Torino un alto burocrate di grande equilibrio che, rischiando la carriera, ha risolto il problema dei senzatetto e lo ha aiutato nei giorni più tumultuosi. Insomma, un'evoluzione, una catarsi. Ma nello specchio dell'intervista, nelle parole di Novelli e nei commenti di De Vito scopriamo un'amara verità: poco è cambiato nella società italiana. Salerno, per esempio, ricordava: «A Novara arrivò il ministro sovietico del commercio estero, Patolicev, a tavola mi disse: la vostra situazione economica è buona, ma avete attaccata al piede la palla di piombo del Sud». Vi pare sia cambiato qualcosa? È arrivata la Lega, è salito al potere Berlusconi, Prodi è imploso, Mani pulite è un ricordo, il Muro di Berlino rimane solo per i turisti, eppure l'Italia viaggia a due velocità. Anzi, a tre. E l'ultima è vicina allo zero.

291 - Avvenire 24/04/11 Paolo Rumiz: «Il Nordest ritrovi l'anima dell'incontro», l'analisi dello scrittore triestino Rumiz: nei mosaici di Aquileia la chiave per ripensarci e guardare al futuro

«Il Nordest ritrovi l'anima dell’incontro»

L'analisi dello scrittore triestino Rumiz: nei mosaici di Aquileia la chiave per ripensarci e guardare al futuro

I o c'ero quando venne Giovanni Paolo II a Trieste. Era appena finita la guena nella ex Iugoslavia, almeno vicino alle nostre frontiere, e si respirava un cessato allarme. Allora il Papa pronunciò quella frase di estrema importanza: "Non abbiate paura". Settantanni di disastri di frontiera avevano creato antagonismi pesanti lungo quel crinale. L'uomo che aveva contribuito a far cadere il muro di Berlino aveva il coraggio di rilanciarci, senza più temere la frontiera». Paolo Rumiz, giornalista e scrittore nato a Trieste, ricorda nitidamente la visita del Papa polacco in Friuli Venezia Giulia, il carico di speranza ma anche la fatica delle genti del Nordest a raccogliere concretamente il suo invito. «Purtroppo l'ammonimento di Wojtyla non è stato ascoltato in pieno. Non c'era più il nemico alle porte ma la politica non è stata capace di rinnovarsi, continuando a rivendicare vecchie rendite di posizione». Per Rumiz la situazione è paradossale: «Rilevo un dato, tanto più pensando al Papa tedesco. Mentre la Germania ha saputo unire Est e Ovest nel giro di vent'anni e un -tedesco arriva quasi a Pietroburgo senza mostrare passaporto, noi qui, dal nostro Nordest italiano, possiamo arrivare al massimo a Lubiana. Oltre comincia l'altra Europa. Come si spiegano queste due velocità? Azzardo: la Germania ha fatto i conti con il passato, il nostro Paese è ancora incapace di rielaborare onestamente la sua storia per liberarsi delle zavorre e aprirsi all'esterno, soprattutto verso Est. Non è possibile che la famosa locomotiva del Paese non abbia una politica verso Oriente. Per assurdo Trieste era più collegata con Austria, Ungheria ed ex-Jugoslavia vent'anni fa di quanto lo sia oggi». Per lo scrittore triestino, le circostanze odierne spingono il Nordest ad aprirsi verso Sud. «Affacciati sull'Adriatico, siamo il

punto del Mediterraneo che collega Europa e Africa. L'Adriatico è sempre stato grande canale di comunicazione, punto di sutura tra Oriente e Occidente, Nord e Sud. Basti pensare a quanti simboli della Chiesa aquileiese sono alessandrini di ispirazione. La croce di Aquileia ha un cerchio che richiama un simbolo egizio antico. Nella nostra lingua antica "arcobaleno" si dice "arco di san Marco". Occorre avere presenti queste origini, per ripensarci e capire quanto ci riguarda quel che accade nel Nord Africa».

A Benedetto XVI in procinto di visitare il Nordest Nordest, Rumiz - che ha raccontato nei suoi reportage il nostro Paese e le terre confinanti, soprattutto verso Oriente - vorrebbe sottoporre alcuni temi. «Il Papa arriva in una terra "incartata", che ha perso il senso della propria vocazione incisa nei mosaici di Aquileia. Avverto l'urgenza di affrontare la questione dell'accoglienza degli stranieri. Siamo un condensato di contraddizione: le terre che continuano a dare un gran numero di missionari esprimono anche la peggior xenofobia. Coabita il massimo dell'apertura con il massimo del rifiuto aggressivo del diverso. Occorre sviluppare maggiore capacità di ascolto reciproco: della paura di chi vive qui, e vede arrivare masse di persone straniere, e del bisogno di chi giunge qui per sopravvivere. Aquileia potrebbe offrire la chiave per uscire da questa contraddizione e guardare avanti». (L.C.)

292 - Il Gazzettino 28/04/11 In principio fu Aquileia

In principio fu AQUILEIA

Con le sue 57 diocesi la metropolia friulana nel Medioevo fu la più grande in Europa, seconda per dignità alla sola Roma

Anche se il nome di Venezia e lo scenario di Piazza San Marco costituiranno gli elementi di maggior impatto mediatico per la prossima visita di Papa Benedetto XVI – fu così, del resto, anche nel 1972 per la fugace sosta in laguna di Paolo VI diretto alla vera meta della visita, Udine – la "prima volta" di un Papa ad Aquileia, al di là del profondo significato pastorale, riveste notevole importanza per l’intera comunità (civile, non soltanto

ecclesiale) del Nordest, anzi di un territorio più vasto, che va oltre i confini italiani, in Slovenia e in Croazia, in Austria e in Germania.

In quest’area sono oggi attive trentasei diocesi, tutte nate dalla Chiesa "madre" di Aquileia, la grande città portuale in rapporti privilegiati con Alessandria d’Egitto – di qui il sottile filo d’oro della leggenda di San Marco – da cui partirono nel terzo secolo gli annunciatori del Vangelo alle popolazioni della Decima Regio e dei confinanti territori d’oltralpe: con le sue 57 diocesi la metropolia di Aquileia fu la più grande di tutto il Medioevo europeo, seconda per dignità alla sola Roma, unica forse nell’unione di popoli di lingua ed etnia diversi, del mondo latino con quello germanico e slavo. In quello stesso terzo secolo la scuola teologica di Aquileia, che avrebbe dato alla Chiesa una figura straordinaria come Cromazio, elaborava addirittura un proprio originale Credo, il Symbolum

Aquileiense: una professione di fede con la cui corale proclamazione nella basilica paleocristiana di Aquileia si concluse, il 1. maggio del 1990, il primo Convegno ecclesiale del Nordest, che aveva radunato per quattro intense giornate ottocento delegati – vescovi, sacerdoti, religiosi e laici uomini e donne – delle quindici diocesi trivenete chiamati ad affrontare il tema "Comunità cristiane e futuro delle Venezie", posto all’inizio del cammino di un nuovo annuncio del Vangelo.

Storia e cronaca quotidiana, fede e sociologia, cultura e liturgia, teologia e statistica si intrecciarono, in quei quattro giorni, nelle assemblee generali e nelle ventiquattro commissioni di lavoro, con la suggestiva alternanza delle cinque lingue di ogni giorno – italiano, friulano, tedesco, sloveno, ladino – nella solenne concelebrazione

inaugurale: cinque lingue unificate, al momento del Credo, nella lingua antica e comune, il latino. Una nota non soltanto di colore, sottolineata nell’articolo di quel giorno lontano, perché conteneva un profondo significato, quello del riconoscimento insieme dell’unità e delle diversità delle Chiese del Nordest. Il muro di Berlino era caduto pochi mesi prima, mentre già si avviava a conclusione il biennio di preparazione che aveva coinvolto tutte le comunità ecclesiali del Nordest sulle tematiche del

cambiamento: ma più che ai nuovi e inesplorati scenari dell’Est Europa, pur presenti sullo sfondo della riflessione di uomini e donne di terre di confine e quindi anche di relazione, l’attenzione era rivolta soprattutto al cambiamento "interno", quello prodotto dagli esiti del modello veneto di sviluppo in popolazioni che per oltre quindici secoli erano vissute "all’ombra del campanile".

Un cambiamento, peraltro, che in quell’anno non aveva ancora toccato il sistema di governo (e di sottogoverno) delle tre Regioni, saldamente in mano al partito "bianco", la Democrazia cristiana, guida indiscussa di alleanze con il partito socialista e con il pentapartito; e democristiani erano i tre presidenti di Regione, Adriano Biasutti, Franco Cremonese, Tarcisio Andreolli che avevano portato il saluto della comunità civile, ponendo in risalto – come si riassunse allora – la sintonia del messaggio dei credenti con l’impegno degli amministratori, prima di recitare anch’essi, con la lucerna accesa in mano, l’antico Credo aquileiese.

Ma va dato atto alle Chiese del Nordest di aver lucidamente colto un cambiamento ben più profondo, sotto la scorza della immutabilità delle giunte regionali e comunali. «È talmente profondo il cambiamento, strutturale e culturale, che negli ultimi decenni ha interessato le regioni del Nordest, incidendo anche sulla vita religiosa delle sue genti, che non possono più bastare semplici aggiustamenti delle strategie pastorali, ma si pone con urgenza la necessità di una nuova evangelizzazione, che significa parlare il linguaggio dell’uomo d’oggi per annunciargli il perenne messaggio del Vangelo», fu, alla vigilia, l’indirizzo con cui il patriarca di Venezia, Marco Cè, presentò alla stampa il convegno.

Dopo quattro giorni, il convegno si concluse con la scelta della "profezia", cioè di una testimonianza radicale del Vangelo, vissuta nell’attenzione a ogni persona e a ogni situazione – e non è difficile cogliere l’eco ancora risonante di quella testimonianza che la Chiesa di Aquileia aveva dato tanti secoli fa, prima con i martiri sotto Decio e Diocleziano, poi con gli annunciatori del Vangelo sulle strade della Decima Regio – che doveva trovare nella famiglia e nella parrocchia gli spazi privilegiati della nuova evangelizzazione, spazi di comunità e di comunione tra persone, contro la massificazione da una parte e la solitudine del soggettivismo dall’altra. Il convegno aveva preso coraggiosamente atto della crisi e della caduta dei valori evangelici e della prassi cristiana nell’affermarsi dei miti egoistici e mondani del materialismo pratico, del benessere, del denaro, del successo, ma aveva anche annotato che gli idoli della terra non arrivavano a dare senso al vivere, soprattutto al soffrire e al morire: e su quella frontiera – la stessa del confronto dei primi secoli con gli idoli della mitologia imperiale romana – aveva additato la sfida aperta al rinnovato annuncio del messaggio cristiano.

Non era stato detto ufficialmente, ma si era accennato alla ipotesi di un secondo convegno una decina d’anni dopo, per una verifica, un bilancio, una nuova tappa. Le Chiese del Nordest si ritroveranno ad Aquileia, a più di vent’anni da quel primo incontro, ad aprile 2012, per delineare un cammino di rinnovamento e di rilancio dell’azione pastorale, per assumere con disponibilità e passione l’impegno di operare per il bene comune nel territorio, come hanno scritto i vescovi. Si vedrà allora quale sarà il bilancio degli impegni assunti nel 1990, dopo un ventennio segnato da nuovi e ancor più profondi e rapidi mutamenti e quali le nuove prospettive di una rinnovata profezia. Il 7 maggio Benedetto XVI incontrerà ad Aquileia i vescovi del Nordest, ma anche quelli delle nazioni confinanti, per un momento di preghiera che aprirà l’ultima e decisiva fase del percorso di preparazione verso il secondo convegno. Si saprà soltanto quel giorno quale messaggio il Papa affiderà alle Chiese "figlie" di Aquileia e alle genti che in quelle trentasei diocesi vivono.

Ma già adesso l’orizzonte che si apre per quella visita e quel messaggio ha un significato importante: come ai tempi dell’antica metropolia, anche oggi è un orizzonte che non conosce confini di Stati – tanto meno di Regioni o di Comuni –, né barriere di etnie e di lingue, uno scenario che affratella latini, germanici, slavi, in una unità che riconosce le diversità. In questi tempi grigi di localismi esasperati e ottusi, di steccati crudeli e inutili, il ritrovarsi dei credenti ad Aquileia attorno al Papa delinea un possibile scenario futuro – anche civile e sociale – per il Nordest, uno scenario in cui possono riconoscersi tutti gli uomini e le donne di buona volontà.

Leopoldo Pietragnoli

293 - Il Piccolo 29/04/11 Altre frontiere ora dividono l'Europa, il dramma dei profughi sta minando le basi su cui ha preso forma a fatica l'Unione

Altre frontiere ora dividono l'Europa

Il dramma dei profughi sta minando le basi su cui ha preso forma a fatica l'Unione

TAVOLA ROTONDA "SOCIETÀ I NUOVI ESULI "

Un dialogo a Trieste su reti e frontiere

Il poeta Charles Baudelaire li chiamava "strani viaggiatori". Sono persone che viaggiano nella paura senza sapere se verranno accolti o no
Come dimenticare i tempi in cui c'erano sempre soldati armati a custodire i confini tra Italia e Jugoslavia. E adesso, tra gli stessi Paesi dei Balcani

Si intitola "Reti e frontiere" la tavola rotonda che si terrà oggi a Trieste nell'ambito della quarta edizione del Festival delle Città Impresa, ideato da ilnordest.eu, Nordesteuropa.it e Il Corriere della Sera. Organizzato in collaborazione con "Il Piccolo", e con il sostegno di Allianz e UniCredit, l'incontro si svolgerà alle 10 all'Hotel Savoia. Parleranno Dimitrij Rupel, già Ministro degli Affari Esteri della Slovenia; Gianni De Michelis, presidente Ipalmo: Predrag Matvejevic, scrittore e docente dell'Università La Sapienza di Roma; Boris Pahor, scrittore; Paolo Rumiz, giornalista de "La Repubblica" e de "Il Piccolo". Coordina il giornalista Alessandro Mezzena Lona. La riflessione partirà dalla constatazione che il Nordest e Trieste vivono e si percepiscono ancora oggi come terra di frontiera ma soprattutto come ultimo lembo di un'Italia distante più che come ponte di una nuova Europa.

di PREDRAG MATVEJEVIC

Parlerei prima delle frontiere e poi delle reti. Cercherò di stabilire alcune relazione fra di loro. Le reti moderne trascendono le frontiere come mai prima. La questione antica e sempre nuova o rinnovabile delle frontiere riemerge nella storia presente. Nei decenni che ci stanno alle spalle abbiamo visto tanti Paesi provenienti dalla cosiddetta "altra Europa" diventare membri dell'Unione Europea e gli altri che si preparano per farne parte. Le frontiere dovevano ad un tempo rimanere fisse e cambiare di natura, con un controllo meno rigoroso di quello che esisteva prima dello sfacelo del "blocco". Le stesse persone che hanno vissuto tra frontiere sorvegliate, che dovevano superare con artifici e a volte pagando il prezzo della umiliazione, oggi si vedono chiamate a diventare i guardiani attenti di quelle stesse barriere ed a controllarle. C'è un paradosso in questo ruolo? Non è difficile immaginare un Polacco che impedisce ad un Russo o a un Ucraino di passare attraverso il suo territorio. Ma come si comporterà un Ungherese quando si presentasse davanti a lui un altro cittadino con la stessa nazionalità, che provenga dalla minoranza ungherese dell"ex-Jugoslavia? O uno Sloveno che, a una ventina di chilometri da Zagabria, debba fermare un Croato con il quale nel passato aveva condiviso una sorte simile? Vecchi particolarismi I vecchi particolarismi potrebbero ridisegnare le frontiere interne dell'Europa, incoraggiati da vari tipi di nazionalismo, di regionalismo, di localismo, di "devoluzionismo" e da altre tendenze simili che si manifestano con arroganza e alle quali una idea moderna di vicinanza e di convivenza rimane estranea. Si tratta di ripensare, di fronte a queste tendenze irrazionali alla divisione, ciò che si potrebbe definire come una nuova architettura della frontiera. La cultura avrebbe sicuramente da dire i suoi giudizi sul problema, se non fosse così messa ai margini nell'elaborazione del progetto europeo, chiamata in soccorso molto raramente o solo per liberarsi dalla cattiva coscienza. Per quanto riguarda questa vecchia questione, collegata con quella delle reti, conviene prendere nuovamente in considerazione le diverse nozioni di permeabilità delle frontiere o confini, della loro accessibilità e della permessività, della fragilità, della "doganalità" e della "custodialità" in riguardo. Alcuni di questi termini sono da ridefinire in una epoca in cui le reti permettono di superare o di ignorare completamente le vecchie classifiche e divisioni. Ricordiamoci in questo momento un antico esempio che già Tacito evocava nel'introduzione della sua "Germania": a fianco delle cosiddette frontiere naturali, come il Reno e il Danubio, o come alcune catene di montagne, le Alpi o i Pirenei, si crea spesso una frontiera particolare imposta dalla paura reciproca. Mutuo metu - diceva il vecchio storico, facendo una felice allitterazione. Questo sentimento è ben noto a una buona parte di noi esuli, in particolare a quelli umiliati e offesi, che dovevano viverlo in passato durante la Guerra fredda. (Mi ricordo del tempo in cui le dogane fra l'Italia e la Jugoslavia furono rinforzate o custodite dalle speciali garitte, piene di soldati armati, sempre pronti a sparare). E' inutile oggi parlare di nuovo delle cortine di ferro e dei muri simili a quello di Berlino. In questo momento il problema cruciale si pone a proposito dell'immigrazione-emigrazione, soprattutto dopo gli effetti domino della rivolta nei paesi arabi sulla sponda mediterranea del sud e oltre. Il discorso su quelli che abbandonano i loro paesi superando varie frontiere merita la nostra riflessione. Quanti sono sbarcati stanotte a Lampedusa?! Quanti altri sulle coste siciliane?! Quanti devono essere subito ricacciati sull'altra sponda del Mediterraneo? Quanti sono affogati prima di raggiungere la nostra riva? Quanti potrebbero rimanere da noi e per quanto tempo? Di quanti la nostra economia avrebbe bisogno? Quanti meriterebbero di essere regolarizzati? Quanti rimangono clandestini? Quanti, quanti, quanti... Un discorso così strettamente quantitativo diventa oppressivo, talvolta quasi totalitario. Le cifre nascondono i destini. I soli numeri non suscitano pietà. Sappiamo che esista un limite, una soglia al di là della quale non si può andare, ma non si dovrebbe abusare di questo argomento. L'economia e la vita del paese, confrontate con la minaccia di crisi e di disoccupazione, non debbono chiudere completamente le nostri porte e i nostri porti mediterranei. La solidarietà dell'Unione europea non ha passato tutti gli esami. Quali che siano gli argomenti che introduciamo, tecnologici o istituzionali, politici o partitici, con una freddezza che talvolta fa vergognare e un cinismo che non rifugge neppure dal razzismo, non possiamo giustificare una specie di terrore delle quantità. Per quanto la cosa possa apparire ingenua, alcuni elementari riferimenti ai valori - valori culturali, sociali o morali, nonché quelli di umanesimo o di fede - dovrebbero poter trovare il loro posto nell'approccio dei problemi citati. Nei paesi di cui la tradizione era in vari modi contrassegnata dal cristianesimo questo sarebbe un obbligo di fede. Ci domandiamo se coloro che sono pronti a corteggiare la nostra Chiesa per diverse ragioni, ricordano alcuni insegnamenti evangelici. Se hanno mai letto o sentito (se non è comico domandarlo ancora una volta) le parole della Sacra Scrittura: «Ama lo straniero e dagli pane e vestito. Amate dunque il forestiero perché anche voi foste forestieri nel paese d'Egitto», potremmo aggiungere per tanti Europei - anche voi foste immigrati nelle Americhe. Fra asilo ed esilio Ho trascorso 18 anni "fra asilo ed esilio", in Italia più di 14 anni durante e dopo la guerra fratricida nei Balcani. Imparando la lingua del paese, fui sorpreso scoprendo una molteplicità di termini, affini o quasi sinonimi, che servono per capire alcuni rapporti che c'interessano: emigrati, immigrati, migranti, esiliati, stranieri, profughi, rifugiati, fuggiaschi, sfollati, "asilanti", deportati, esuli, "esodati" (un termine triste, creato in Istria dopo la seconda guerra mondiale), respinti, fuoriusciti (un aggettivo totalitario, usato in epoca mussoliniana), espatriati, espulsi, apolidi ecc., ce ne sono tanti. A queste reti terminologiche si potrebbero aggiungere varie classificazioni: clandestini o regolari, con permesso di soggiorno o senza, quelli privilegiati che hanno ottenuto la cittadinanza e quelli sfortunati che non l'avranno forse mai. Il mio traduttore in lingua tedesca non riusciva a tradurre neanche la metà di questi termini italiani. «Non esistono da noi», disse. Alcuni non hanno corrispondenza neanche in francese o in inglese. Il fenomeno è probabilmente legato al fatto che l'Italia produsse nel suo passato recente una delle più numerose emigrazioni dall'Europa nel Nuovo mondo. Questo potrebbe forse aiutare un'adeguata presa di coscienza e non solo una rete terminologica. Per poter passare ad un approccio meno quantitativo, cercando un altro discorso, qualitativo, potremmo proporre due metafore: la zattera con la quale si passano la frontiere, e il fagotto che contiene quello che possiede l'emigrato. Sulla "zattera", veicolo che prendono questi "strani viaggiatori" ( è il termine di Baudelaire), si sta stretti, ci sono troppe persone che hanno pagato con i loro risparmi di molti anni il prezzo dell'imbarco. Si viaggia nella paura - pensando se si arriverà e, anche a sbarco avvenuto, se si otterrà accoglienza - o si verrà ricacciati indietro. Pensiamo ad una donna educata nella religione islamica, che fino a ieri copriva pudicamente il suo viso, e adesso magari deve fare i suoi bisogni dal bordo del ponte dell'imbarcazione esposta agli sguardi curiosi di tanti maschi, compagni di viaggio... Il fagotto dell'emigrante contiene le cose più elementari: indumenti, eventuali documenti, una foto o un oggetto più personale, legato a un ricordo. Sono rari quelli che fanno scivolare da qualche parte un libro, a meno che non si tratti di un modestissimo manuale per apprendere la lingua del paese di destinazione. Pochi musulmani portano, per esempio, il Corano, possono ottenerlo incontrando il primo imam nella moschea.

294 - Corriere della Sera 26/04/11 Lettere a Sergio Romano - I treni per l'Istria

I treni per l’Istria

I trattati di pace italo-austriaci del dopoguerra migliorarono i collegamenti ferroviari frontalieri sul Brennero e Pusteria per favorire le popolazioni locali. Ben diverso tra l’Italia e le città ex italiane di Pola e Fiume senza più treni da oltre 60 anni, contro i 10 a testa del 1940 da Trieste, comprese le carrozze Torino/Roma-Fiume. Solo pochi autobus, ancora meno per la turistica costa istriana. Treni rimasti al percorso jugoslavo fino ai primi anni Novanta, prima della spaccatura del Paese. Sembra un tabù parlare di ripristino, nonostante l’enorme flusso di vacanzieri italiani, l’importante frontalierato locale e soprattutto la presenza della nostra piccola e unica minoranza autoctona. Quasi impossibile andarci per chi non ha la macchina, o non la vuole usare. Non basta dedicare all’Istria i nomi delle strade; sarebbe bello anche poterci arrivare.

Patrick Mazzieri

A cura di Stefano Bombardieri

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