Rassegna Stampa Mailing List Histria
Sommario N° 776 – 21 Maggio 2011

329 – CDM Arcipelago Adriatico 16/05/11 Cordoglio per la scomparsa di Mario Dassovich

330 - Difesa Adriatica maggio 2011 - Le nuove frontiere della Diaspora giuliano-dalmata (Lucio Toth)

331 - L'Arena di Pola 28/04/11 Il confine orientale entra a scuola (Paolo Radivo)

332 - Il Piccolo 20/05/11 Il console Cianfarani a Sissano Chiesto un asilo italiano ad hoc (p.r.)

333 – La Voce del Popolo 20/05/11 La Comunità degli Italiani di Buie porterà il nome di Vlada Acquavita (Daniele Kovačić)

334 - La Voce in più Dalmazia 14/05/11 Prologo - Resa dei beni: la «speranza» chiamata UE (Dario Saftich)

335 - La Voce di Romagna 16/05/11 Rossani e il martirio di Zara, il giornalista testimone dei bombardamenti che hanno distrutto la città dalmata (Aldo Viroli)

336 - La Voce del Popolo 17/05/11 La straordinaria visione di Antonio Bajamonti anticipatrice del moderno concetto d'Europa (Rosanna Turcinovich Giuricin)

337 - La Voce in più Dalmazia 14/05/11 Dubbi storici: Il secondo dopoguerra a Zara passato al setaccio dal prof. Zlatko Betonja (ds)

338 - Il Piccolo 16/05/11 Così la Croazia si è appropriata di Marco Polo (Pietro Spirito)

339 - Avvenire 18/05/11 Mandic maestro di ecumenismo (Francesco Dal Mas)

340 - Il Dalmata n° 68 - Aprile 2011 Un gran numero di dalmati parteciparono al Risorgimento italiano

341 - Idea 12/05/11 Margherita d'Incisa di Camerana: Da Camerana fino a Fiume con D'Annunzio (Patrizia Deabate)

342 – Il Giornale 19/05/11 Il re torna in Montenegro (Fausto Biloslavo)

343 - Il Piccolo 18/05/11 Sulla guerra di Bosnia ancora vent'anni dopo si sparano menzogne (Paolo Rumiz)

344 - Il Piccolo 19/05/11 Le tensioni etniche nella ex Jugoslavia in marcia verso l'Ue. In Sangiaccato, Kosovo e Bosnia-Erzegovina riemergono antichi conflitti mai sopiti. (Tito Favaretto)

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329 – CDM Arcipelago Adriatico 16/05/11 Cordoglio per la scomparsa di Mario Dassovich

Cordoglio per la scomparsa di Mario Dassovich

Un interminabile elenco di libri dedicati alla sua Fiume e all’Adriatico orientale: Mario Dassovich, grande fiumano, si è spento l’altra sera a Trieste lasciando ai posteri migliaia di pagine nelle quali ha cercato di raccogliere testimonianze, riflessioni, documenti di una vicenda che l’aveva occupato e preoccupato impegnandolo intensamente.

E non poteva essere diversamente, per il suo carattere schivo e combattivo, rigoroso e puntuale in pieno spirito austro-ungarico di queste nostre terre alle quale apparteneva per formazione e per scelta.

Mario Dassovich, classe 1927, nato a Fiume. Nell'ultimo dopoguerra era stato deportato per diversi anni in Jugoslavia, a Maribor. I suoi compagni – informati della sua dipartita – hanno voluto che scrivessimo che in quei giorni di tragedia "era stato per tutti un faro, infondendo coraggio ed orgoglio e quella forza necessaria a sopravvivere in condizioni disumane". Ci hanno chiesto anche di scrivere che "ne parlava solo con i sopravvissuti, per quel pudore che l’aveva sempre contraddistinto".

Stabilitosi successivamente a Trieste, aveva avuto modo prima di laurearsi in scienze politiche in quella Università, poi di frequentare la Columbia University di New York conseguendovi il "Master of Arts" della facoltà di economia di quell'Ateneo. Già attivo nella vita amministrativa e politica di Trieste (ove è stato funzionario di un'azienda di pubblico servizio, assessore provinciale, assistente universitario della locale facoltà di economia), negli ultimi vent'anni ha dato numerosi contributi fondamentali alla storiografia nel nostro confine orientale.

La sua opera principale s'intitola appunto I molti problemi dell'Italia al confine orientale ed è stata edita nel 1989-1990. Ha curato nel 1997 la pubblicazione del volume I sopravvisuti alle deportazioni in Jugoslavia ed è l'autore di varie altre opere che hanno incontrato un notevole successo (tra cui I treni del ventennio del 1993, Proiettili in canna del 1995, Italiano in Istria e a Fiume del 1990, All'orizzonte di Trieste un'altra frontiera del 1992).

Ed in altre edizioni: Appendice 1870-1947 alla ristampa della "Storia di Dalmazia" di G. Praga, Milano, 1981; Trieste e l’Austria fra retaggio e mito, Trieste, 1983; La diaspora fiumana nella testimonianza di Enrico Burich, Trieste-Udine, 1986; "Il Quarnero fra geografia e storia / Il golfo, le riviere, le isole, la città del capoluogo (1896-2008)" (Del Bianco editore, 2009, Udine). Con lo stesso editore ha pubblicato una decina di libri, tra cui, l’ultimo, Roma e Belgrado 1969-1992. Momenti di incertezze nella politica estera dell'Italia verso la Jugoslavia.

Era stato per lunghi anni consigliere del Libero Comune di Fiume in Esilio ed aveva diretto, in varie tornate, il mensile La Voce di Fiume.

330 - Difesa Adriatica maggio 2011 - Le nuove frontiere della Diaspora giuliano-dalmata

Le nuove frontiere della Diaspora giuliano-dalmata

Succede spesso che nostri interlocutori, anche amici, esterni ed interni, ci vengano a dire che quando si sarà spenta, per ineluttabili motivi anagrafici, l'ultima generazione degli esuli istriani, fiumani e dalmati, di noi, delle nostre vicende, del nostro esodo, delle Foibe, non parlerà più nessuno.

E gli italici governi cesseranno anche di finanziare le iniziative tese alla conoscenza del nostro patrimonio culturale. Insomma tutte le leggi che siamo riusciti ad ottenere da questa patria matrigna, e dallo Stato che la rappresenta, compreso il Giorno del Ricordo, finiranno nel dimenticatoio e nessun governo, né di destra né di sinistra, vorrà più saperne delle nostre lacrimevoli storie.

La triste considerazione viene sia da destra che da sinistra. Da destra per voluttà di autocommiserazione e per rabbia di sconfitti che non sono riusciti a ricacciare in gola ai vincitori i torti subiti. Da sinistra per il gusto di deridere le nostre smanie di far conoscere le ingiustizie patite. «Finalmente la pianteranno questi esuli, fascisti del c..., a romperci i c...».

È la gentile espressione di tanti «sinistrorsi» che mal hanno digerito il Giorno del Ricordo e le parole di tre Presidenti della loro e nostra Repubblica.

INDIRIZZARE LE FORZE VERSO PIÙ ALTI OBIETTIVI

I
vari fatalisti, dentro e fuori delle nostre associazioni, innamorati e succubi come sono del destino cinico e baro, hanno capito ben poco della nostra battaglia culturale degli ultimi decenni e neppure degli innegabili successi che essa ha conseguito. Ancor meno hanno capito le finalità che ci proponiamo, con coraggioso realismo, ma senza ombra di rinuncia, per l'avvenire. Riconoscere la realtà per quella che è significa misurare le proprie forze e indirizzarle agli obiettivi raggiungibili, i più alti possibili.

I disfattisti di turno mai avrebbero creduto dieci anni fa che avremmo ottenuto da un Parlamento quasi unanime le Leggi n.72 del 2001 e n. 92 del 2004, e tanto meno il rinnovo triennale della prima, e non si rendono conto della vittoria politica riportata, politica in senso alto, non come revanche di fascisti vinti - come vogliono ancora rappresentarla i nostri nemici di estrema sinistra - ma come conquista di verità dell'intera nazione, che ha voluto finalmente riconoscere, dopo mezzo secolo di oblìo, che esiste un confine orientale italiano, che questo confine ha sanguinato per generazioni, che lungo questo confine è fiorita una società civile di convivenza con etnie diverse e di partecipazione a tutte le vicende della nazione italiana, dall'antichità ai tempi moderni.

Onorare i nostri morti nelle Foibe e ricordare la lunga umiliazione dei campi-profughi, come rivendicare i nostri diritti sui beni perduti, non ci è mai bastato. Perché non siamo e non vogliamo essere la gente del piagnisteo e della lagna perpetua. Siamo una gente dall'animo fiero, orgogliosa dei sacrifici e della grandezza morale che è alla propria origine. Orgogliosa anche della propria cultura e dell'apporto dato alla vita del popolo italiano, di cui facciamo parte da quando è nata una nazione italiana.

Perché questo era ciò che i nostri nemici, di dentro e di fuori, ci avevano negato: che le nostre terre, l'Istria, il Quarnaro, la Dalmazia fossero anche terre italiane da sempre, malgrado la presenza sul territorio di genti di lingua diversa.

SUPERARE LE CONTRAPPOSIZIONI IDEOLOGICHE

Oggi questa negazione viene meno, perché abbiamo saputo superare le contrapposizioni politiche e ideologiche che annebbiavano la vista di chi guardava alle nostre vicende. Sgombrata la nebbia delle strumentalizzazioni partitiche, da una parte e dall'altra, anche uomini di sinistra, personalità di primo piano, hanno accettato e fatto propria la nostra visione della vicenda: un popolo che è stato sradicato dalla terra natale perché voleva difendere la propria identità di italiani, costruita nei secoli e tramandata di generazione in generazione.

Come studiosi e storici hanno riconosciuto apertamente, i nostri esuli sono riusciti a versare la loro memoria personale nella memoria della nazione facendola diventare storia riconosciuta, della quale tutti gli italiani si devono interessare se vogliono comprendere le vicende stesse dell'intero Paese. I libri, i convegni, gli articoli sui giornali più importanti, i saggi sulle riviste più prestigiose si sono moltiplicati in questi ultimi anni: segno di un'attenzione dei media e del mondo della cultura e della storiografia che in passato ci potevamo sognare.

È chiaro che non possiamo fermarci qui. Che l'opera di penetrazione nella cultura italiana va proseguita e allargata, fino a raggiungere strati sempre più vasti. Ed è quello che le associazioni degli esuli stanno facendo, con inaspettata concordia, al di là di ogni antica divisione, con l'azione costante che gli esuli di seconda generazione stanno conducendo nelle scuole e nelle università. E se incontrano ostacoli, tanto meglio! Vuol dire che ne uscirà più rumore.

AGIRE CON DETERMINAZIONE E INTELLIGENZA «POLITICA»

I seminari nazionali e regionali del Ministero per l'Istruzione, Università e Ricerca sono il riconoscimento di quest'opera di penetrazione. Non è un interesse puramente politico che spinge i governi a questi riconoscimenti. È lo spazio che le nostre vicende hanno conquistato nel dibattito storico che inducono la classe politica, di qualsiasi orientamento, a dare rilievo alle nostre tematiche per il loro interesse oggettivo. Anziché piangere quindi sul triste declino delle generazioni occorre agire con determinazione e intelligenza «politica», nel senso nobile del termine.

Primo obiettivo è coinvolgere sempre di più il mondo della scuola e dei media nel dibattito sui nostri temi (più allargati possibile nel tempo storico e nella materia trattata, dall'arte alla letteratura), come essenziali alla comprensione della storia d'Italia e d'Europa tra il XIX e il XX secolo, e quindi per comprendere anche i problemi del presente, che sono il risultato di ritardi culturali e di provincialismi tipicamente italiani.

Secondo obiettivo, non memo ambizioso, è portare il dibattito fuori dei confini nazionali, allargandolo proprio ai Paesi che ci sono stati un tempo nemici e agli altri popoli europei coinvolti comunque nelle nostre vicende. E quindi aprire un confronto di idee con sloveni, croati, serbi, e anche con austriaci, tedeschi, inglesi, ungheresi, che hanno condiviso in un modo o nell'altro i drammi e le aspettative di questa parte d'Europa che è l'Adriatico orientale.

APRIRE ALLA SECONDA GENERAZIONE, AI GIOVANI TUTTI

I giovani delle nostre associazioni hanno capito bene questa finalità e basta vedere il taglio nuovo e anticonformista che sanno dare alle mostre che vanno organizzando e che vengono finanziate da Regioni, Comuni e Province di ogni tendenza politica, perché ne apprezzano il valore culturale e formativo per le giovani generazioni.

Occorre quindi aprire le nostre associazioni a tutti i giovani che si interessano alle nostre vicende, siano o non siano figli o nipoti di esuli. Sono loro il nostro avvenire. Gli esuli di seconda generazione, che oggi sono nel pieno della loro vita lavorativa, devono dedicare le loro energie per formare questi giovani.

Tutte le associazioni poi dovranno al più presto dare vita ad un organismo comune, capace di richiamare finanziamenti e di coordinare strategie di presenza culturale ad alto livello, il solo in grado di vincere le miserie di polemiche anacronistiche.

Lucio Toth

 

331 - L'Arena di Pola 28/04/11 Il confine orientale entra a scuola

Il confine orientale entra a scuola

di Paolo Radivo


La casa editrice Le Monnier ha dato alle stampe il 133° numero del trimestrale del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR) "Studi e Documenti degli Annali della Pubblica Istruzione", tutto dedicato agli atti del primo Seminario nazionale su Le vicende del confine orientale ed il mondo della scuola svoltosi il 23 febbraio 2010 a Roma nella Sala della Comunicazione dello stesso dicastero. L’iniziativa era stata organizzata dal Gruppo di Lavoro tra il MIUR e le Associazioni degli Esuli istituito nel 2009 e tuttora operante.


Il ricco volume, ben curato, ha in tutto 255 pagine ed è prenotabile nelle librerie al prezzo di 7,60 euro. La sua diffusione tra gli operatori scolastici di tutta Italia consentirà di veicolare in forma autorevole i contenuti del seminario a un qualificato pubblico, che potrà in tal modo attingere utili informazioni sulle tematiche che ci riguardano.

Dopo la presentazione di Massimo Zennaro e la premessa di Antonio Lo Bello, la prima parte dell’opera inizia con l’ampia introduzione di Luciano Favini (Le vicende del confine orientale: ricordare o dimenticare?).

Sono quindi riportate le relazioni svolte al seminario dai docenti Raoul Pupo (Dal trattato di Campoformido alla Grande Guerra), Giuseppe Parlato (Dalla Grande Guerra al Trattato di pace del 1947), Roberto Spazzali (Le foibe e l’esodo giuliano-dalmata) e Giuseppe de Vergottini (Le ragioni di una rimozione storica), nonché la relazione che avrebbe dovuto leggere Guido Rumici (Il lungo dopoguerra della Venezia Giulia) e un articolo di Paolo Radivo (Perché il Regno d’Italia abbandonò gli Italiani d’Austria fino al 1914?).

Seguono alcuni scritti sul ruolo di enti, associazioni e istituti di ricerca legati al mondo della diaspora: Il significato del I Seminario di formazione sul confine orientale, di Lucio Toth; «Viaggio nella civiltà istriano-dalmata»: un’esperienza progettuale dell’Assessorato alle Politiche Educative e Scolastiche del Comune di Roma, di Laura Marsilio; Storie fuori dalla Storia, di Viviana Facchinetti; Il confine orientale, la scuola e l’INSMLI, di Aurora Delmonaco; Il confine orientale: la storia, la memoria, la scuola, di Maria Rocchi; Le ragioni di un impegno – Istoreto, di Riccardo Marchis; e Il «Giorno del Ricordo» nella stampa italiana: dagli anni Novanta ai nostri giorni, di Patrizia Hansen.


La seconda parte contiene gli interventi pronunciati nella sessione pomeridiana del seminario da alcuni professori delle scuole secondarie (di origine giuliano-dalmata e non). Nel capitolo Le esperienze delle scuole si possono leggere: «Le vicende del confine orientale ed il mondo della scuola». L’Archivio-Museo storico di Fiume della Società di Studi Fiumani, laboratorio di storia, di Marino Micich; La scuola di Bergamo ricorda, di Maria Elena Depetroni; Le associazioni degli esuli e la scuola, di Donatella Schürzel; Esodanti ed esodi letti da una sezione didattica «di periferia», di Dino Renato Nardelli; La didattica del confine orientale al confine orientale, di Chiara Vigini.

Nella sezione La didattica trovano posto gli interventi: Insegnare storia, di Caterina Spezzano; Da Trieste al villaggio San Marco: per una didattica del «Giorno del Ricordo», di Giuliano Albarani, Marzia Luppi e Paolo Davoli; Un progetto per conoscere: le foibe, l’esodo giuliano-dalmata, il «Giorno del Ricordo»: parliamo di uomini, donne e dolore..., di Enrica Rauso; Un’esperienza didattica: la «Giornata del Ricordo», di Vita Minisci; La storia «strappata»: quando la «Madre Patria» ha il volto della Madre, di Donatella Bracali; Camminare nelle scarpe dell’altro, di Daniela Bernardini e Luigi Puccini; Dalla conoscenza di un tessuto storico locale alla focalizzazione di un problema più generale, di portata nazionale ed europea, di storia dimenticata, di Angela Crisci; Il «Giorno del Ricordo» a Gorizia, di Maria Grazia Ziberna; Sulle vicende del confine orientale, di Annamaria Brondani Menghini; La questione orientale, di Maria Luisa Botteri; L’attualità della questione orientale, di Mirella Tribioli; Il dramma delle «foibe» e dell’«esodo»: una storia da riscrivere, di Francesco Casale; e infine Il tema generale delle foibe e dell’esodo, di Maria Rachele Ciancia, Maria Concetta Salerno e Vincenzo Ciminelli.


Completano la seconda parte le testimonianze di Renato Ferlin, Mario Flego e Benny Pecota. Alla breve conclusione di Antonio Lo Bello fanno seguito alcuni allegati: la legge 92 del 30 marzo 2004, istitutiva del Giorno del Ricordo, il programma del seminario, la brochure di presentazione, la dispensa di Guido Rumici Istria, Fiume e Dalmazia. Profilo storico e l’attestato di partecipazione.


Il volume è stato presentato dal CDM martedì 22 marzo a Trieste presso la libreria "Fenice". Sono intervenuti Rosanna Turcinovich Giuricin, Lorenzo Rovis, Chiara Vigini, Maria Elena Depetroni e Stelio Spadaro, che hanno parlato anche del secondo Seminario nazionale su scuola e confine orientale tenutosi il 23 febbraio 2011 a Roma nella medesima sede dell’anno precedente. Ha poi fatto seguito un dibattito.

332 - Il Piccolo 20/05/11 Il console Cianfarani a Sissano Chiesto un asilo italiano ad hoc

Il console Cianfarani a Sissano Chiesto un asilo italiano ad hoc

POLA Altra visita in Istria del console generale d'Italia a Fiume Renato Cianfarani che si immerge sempre più nelle realtà territoriali in cui vivono gli Italiani. L'altro giorno stato ospite della Comunità di Sissano che conta 450 soci. Qui è stato accolto dalla dirigenza con in testa il presidente Antonio Dobran. E c'era anche il socio più anziano Ivan Narciso Matijas che nell'immediato dopoguerra ha visto nascere l'allora Circolo italiano di cultura di Sissano. All'incontro è intervenuto il vice sindaco del Comune di Lisignano Paolo Demarin che è anche vice presidente dell'Assemblea dell'Unione Italiana. Quest'ultimo ha chiesto l'appoggio al console per l'apertura di una sezione d'asilo tutta italiana, sui modelli già funzionanti in altre località istriane come Pola, Dignano, Parenzo. Al momento i 10 bambini italiani, ha spiegato Demarin, sono inclusi nell'asilo bilingue che sicuramente non rappresenta il massimo per quanto riguarda l'educazione prescolare nella lingua materna. Demarin ha anche auspicato la ristrutturazione dell' edificio scolastico che accoglie gli alunni delle classi elementari inferiori della sezione periferica della SEI ''Giuseppina Martinuzzi'' di Pola. (p.r.)

333 – La Voce del Popolo 20/05/11 La Comunità degli Italiani di Buie porterà il nome di Vlada Acquavita

Rievocata con commozione la stimata concittadina: amore reciproco
La Comunità degli Italiani di Buie porterà il nome di Vlada Acquavita

BUIE – Un connubio di suoni, colori, ricordi e commozione ha caratterizzato la serata di mercoledì a Buie, presso gli ambienti della Comunità degli Italiani, nella serata dedicata al ricordo della poetessa Vlada Acquavita. La scomparsa dell’autrice connazionale ha scosso tutti, specie in quel di Buie, la sua città. "Lei amava tantissimo la sua Buie – ha ricordato la direttrice dell’Università Popolare Aperta di Buie Lorella Limoncin Toth – tant’è che propongo a tutti che questa CI sia nominata a lei". È quasi ufficiale, diventerà dunque in futuro CI "Vlada Acquavita" di Buie. Un annuncio corale, un’iniziativa unanime di Comunità, scuole, Università popolare della città, per rendere omaggio alla grande personalità, seppur mite, misteriosa e nascosta, di Vlada.
PAROLE E SENTIMENTI RAFFINATI A moderare la serata è stata la presidente della CI buiese, Lionella Pauzin Acquavita. Una nota critica sulla sua poesia è stata espressa dalla graditissima ospite, la professoressa Cristina Benussi, docente presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Trieste. "È una poetessa che si differenzia perché le sue tematiche sono universali. La sua poesia è complessa, ricercata, colta". UNA DONNA COLTA Con queste parole la Benussi ha fatto una lunga ed accurata analisi delle opere di Vlada facendo riferimento anche all’ultima raccolta pubblicata dall’EDIT, "Herbarium Mysticum. Clausole medievali". Per Giacomo Scotti l’opera è una "rivisitazione sensibile e accorta d’un passaggio, quello dal medioevo all’umanesimo, fondante per la cultura mediterranea e per la letteratura italiana".
FIGURA POLIEDRICA Vlada è stata la prima bibliotecaria professionista della CNI, perché era l’unica ad aver conseguito la licenza in biblioteconomia. Nella serata buiese, a testimoniare come fosse formativo lavorare con Vlada è stata anche Lijana Diković, consulente per la minoranza italiana della Biblioteca di Pola, che ha raccontato come quando lei stessa doveva iniziare a lavorare, si ritrovava a dover insegnare nelle varie bibliotece della CNI, a gestire il lavoro. "Con Vlada non ho potuto aprire bocca, era lei che avrebbe insegnato a me. Era una professionista. Poi l’ho conosciuta bene e abbiamo collaborato per tanti anni. Mi ha dato tanto".
HA CAMBIATO TUTTI, IN MEGLIO Non troppo diverso il pensiero di Snježana Pejović, della Biblioteca civica di Buie, che ha rimarcato quanto Vlada abbia cambiato il suo modo di vedere l’arte, la letteratura e la bellezza quando lavoravano assieme. La poetessa a collaborato anche con quella biblioteca, oltre ad esser stata la curatrice della piccola biblioteca della CI per trent’anni e per tantissimi anni anche di quella della SEI di Buie, dove insegnò anche la lingua francese. La direttrice Giuseppina Rajko, emozionata come tutti i presenti, si sente fortunata ad averla conosciuta: "credo che una melodia o un silenzio possa ricordarla, anche senza troppe parole", ha detto.
L’AFFETTO DEGLI ALLIEVI Diverse anche le testimonianze dei giovani: dalla neo-laureata Elisa Piuca, che nel corso degli studi ha realizzato alcuni lavori di seminario proprio sull’attività della Acquavita, a due sue ex alunne, Rosanna Bubola e Jessica Acquavita, rispettivamente attrice del Dramma Italiano e studentessa nonché collaboratrice del teatro triestino "La Contrada". Ad intervallare gli interventi, un omaggio è stato fatto anche dal pluripremiato fisarmonicista Manuel Savron, ex alunno della SEI buiese. Alcuni alunni dell’elementare "Edmondo De Amicis" hanno recitato delle poesie di Vlada Acquavita.
OMAGGIO MUSICALE Una sorpresa è stata ascoltare il duo Tatiana Šverko (pianoforte) e Arianna Bossi (voce), ad eseguire la lirica da camera "Per questo più", brano composto da Dario Bassanese sulle parole della Acquavita, brano con il quale qualche anno fa, Bassanese è stato premiato al concorso "Istria Nobilissima". Sullo sfondo, oltre alle fotografie raccolte, è stato proiettato un filmato concesso dagli archivi di TV Capodistria. Nel video, del 1984, si vede Vlada che introduce un relatore per una delle conferenze che vengono organizzate ancora oggi presso le CI in collaborazione con l’UI e l’UPT. Un video che ha fatto emozionare tanti presenti. Dalla famiglia di Vlada ai colleghi della scuola e tanti attivisti della CI.
MOSTRA DI QUADRI Al termine della serata letteraria, è stata inaugurata la mostra di quadri della pittrice triestina Elsa Delise. Un’artista molto stimata anche a Buie, cittadina alla quale è legata da un’intensa e pluriennale collaborazione a varie manifestazioni artistiche. I suoi lavori, di unica sensibilità e capacità interpretativa, si avvicinano molto alle raccolte poetiche "La Rosa selvaggia" ed "Herbarium mysticum" di Vlada Acquavita.

Daniele Kovačić

334 - La Voce in più Dalmazia 14/05/11 Prologo - Resa dei beni: la «speranza» chiamata UE

Prologo

Resa dei beni: la «speranza» chiamata UE

di Dario Saftich

Una delle condizioni di fondo per la conclusione dei negoziati di adesione tra la Croazia e l'Unione europea è rappresentata dal rientro dei profughi serbi alle loro case, ovvero dalla restituzione delle stesse. In questo caso buona parte degli immobili in questione si trova nell'entroterra dalmata.

L'UE insiste pure per la soluzione dei problemi dei serbi che si sono visti privare agli inizi degli anni Novanta del diritto di abitazione negli appartementi di proprietà sociale. Si tratta di un problema che interessa anche i maggiori centri urbani della Dalmazia è che è in via di soluzione grazie all'impegno profuso dal governo di Zagabria. Di tanto in tanto rimbalza sui mass media la richiesta di alcuni Paesi occidentali, tra cui gli Stati Uniti, di includere pure i cittadini stranieri nell'ambito del processo di denazionalizzazione in Croazia. Agli USA, in questo contesto, starebbe particolarmente a cuore il caso degli ebrei che si sono visti confiscare i loro beni già durante la Seconda guerra mondiale dalle autorità collaborazioniste dell'epoca. Le nazionalizzazioni poi sono state confermate dal potere comunista nel dopoguerra, in linea con il destino toccato in genere alla proprietà privata quando superava certi limiti ritenuti intollerabili dell'ideologia imperante in quei tempi.

L'Unione europea e la comunità internazionale in genere, però, si guardano bene dall'intervenire in questioni che rientrano nel diritto e nella prassi interna della Croazia, in materia di restituzione dei beni. Quello che conta è solamente che sia applicato anche il principio della non discriminazione nei confronti degli stranieri, peraltro ancora... latitante. Ironia della sorte a richiamarsi all'Unione europea e a sperare che siano le imbeccate di Bruxelles a favorirli, sono spesso e volentieri anche parecchi cittadini croati, che anelano pure alla resa dei beni loro sottratti nel passato. Tempo addietro eravamo stati testimoni di proteste a Zara per dei terreni situati vicino alla costa, che i vecchi proprietari faticavano a farsi restituire.

Ora è la penisola di Prevlaka, situata nella Dalmazia meridionale, in una posizione strategica all'ingresso nelle Bocche di Cattaro, a balzare agli onori della cronaca. Gli ex proprietari del villaggio di Vitaljina, nella parte meridionale dell'area ragusea, rivendicano da tempo invano la resa di ben 650mila metri quadrati di terreni agricoli. Il loro avvocato, Vladimir Gredelj, che da anni si trova a combattere contro il muro di gomma della burocrazia, ora non ha trovato di meglio che rivolgersi all'UE. In questo ambito ha invitato l'Unione europea a non permettere alla Croazia di chiudere il capitolo giustizia dei negoziati di adesione, fino a quando non verrà risolto il nodo dei terreni a Prevlaka, che, secondo lui, rappresenta il "maggior caso di corruzione in Croazia". Una storia infinita (di cui riportiamo la cronologia a pagina 8), che indica soltanto che le difficoltà in merito della resa dei beni è ben lungi dal riguardare soltanto i cittadini stranieri o i profughi serbi.

335 - La Voce di Romagna 16/05/11 Rossani e il martirio di Zara, il giornalista testimone dei bombardamenti che hanno distrutto la città dalmata

Il giornalista testimone dei bombardamenti che hanno distrutto la città dalmata

Rossini e il martirio di Zara

L'attacco al panfilo di Guglielmo Marconi

"Penso di essere, a ragion veduta, uno dei pochissimi testimoni italiani ancora viventi che hanno assistito, nelle circostanze che esporrò nelle pagine che seguono, alla totale distruzione della città di Zara, nel novembre-dicembre 1943, ad opera delle fortezze volanti americane". Così scrive Wolfango Rossani, all'anagrafe Sigfrido Rossi, nato a Guastalla nel 1909, nella premessa del suo libro "Zara brucia. E altre memorie di guerra e di vita" pubblicato nel 2001 (Editrice Bolognese). Storie e personaggi lo scorso 10 gennaio aveva ricordato la storia del conte romagnolo Pietro Montesi Righetti, che si trovava a Zara al comando della 107a Legione Camicie Nere Francesco Rismondo; nella vicenda era stata riportata la testimonianza di Rossani sui bombardamenti che hanno martoriato la città dalmata attraverso un articolo pubblicato dall'Osservatore Romano il 18 luglio 1983. Rossani aveva svolto il praticantato presso il "Giornale di Dalmazia". Negli anni '30 aveva cominciato a collaborare alla "Fiera letteraria" e alla terza pagina di alcuni quotidiani, tra i quali "L’Avvenire d'Italia", con articoli legati alla sfera estetica, sulle orme della lezione impartita da Benedetto Croce. Tornato a Bologna, dal 1945 e fino al 1970 era stato redattore de "Il Resto del Carlino", dedicandosi in particolare alla critica letteraria. Numerosi i suoi scritti consultabili presso importanti biblioteche, come quella dell'Università di Bologna. Negli ultimi anni oltre a "Zara brucia", aveva pubblicato alcune variazioni letterarie. E' morto nel 2002.

Aldo Viroli

Il destino di Zara, per effetto dei bombardamenti sistematici ad opera degli alleati, è abbastanza simile a quello di Rimini. Tra il 1943 e l'autunno 1944 la città dalmata è stata oggetto di una cinquantina di azioni aeree che hanno causato circa 2.000 morti, un tributo di sangue altissimo tenuto conto che la popolazione di Zara in quel periodo era di circa 12.000 abitanti. "Una delle più splendide città della Dalmazia venne demolita nelle sue strutture civili e portuali, nei suoi bellissimi monumenti antichi, gloriosa testimonianza di una civiltà veneta che copre più di un millennio di storia". Così, in "Zara brucia", Rossani manifesta il suo attaccamento alla città martoriata dalle fortezze volanti americane. Nella premessa il giornalista racconta il suo arrivo a Zara con il piroscafo da Ancona. Siamo nell'aprile 1941: "Mi guardai attorno e restai abbacinato da tanta bellezza; non conoscevo la Dalmazia e non sapevo che essa fosse così rigogliosa e luminosa e così simile, sotto tanti aspetti alla civiltà veneta da cui storicamente dipende". Rossani definisce Zara una seconda Venezia in miniatura: "Gli stessi calli, le stesse chiese - una delle quali, cioè la cattedrale romanico gotica, di splendida fattura con il suo elegante campanile - che ricordano gli analoghi edifici religiosi che si trovano nel nord del Veneto; con delle stradine strette, sinuose che conducono ai moli che circondano praticamente tutto l'abitato bagnato dalle acque del mare; un complesso architettonico fiorito e colorito, su cui piomba dall'alto una luce intensa, la luce del sole bagnato d'azzurro". Rossani racconta di essersi trasferito da Bologna a Zara per lavorare con il quotidiano "Giornale di Dalmazia" che sarebbe uscito l'anno successivo; il suo compito era quello di curare la terza pagina. Il lavoro è impegnativo, lui accetta i sacrifici che gli consentiranno l'iscrizione all'albo dei giornalisti professionisti. Rossani, alcuni mesi prima dei tragici eventi che ridurranno Zara a un cumulo di macerie, era stato richiamato sotto le armi essendo caduto il decreto di esonero per gli studenti universitari che stavano completando i loro corsi. Questa situazione avrebbe comportato per il giornalista l'obbligo di vivere in caserma come soldato semplice, senza poter continuare il lavoro in redazione. A trovare una soluzione si era impegnato il direttore, che aveva ottenuto dal comandante del Distretto militare di Zara il distacco al giornale senza obbligo di indossare la divisa. Rossani è a Zara quando arriva l'8 settembre: nel giro di una settimana i tedeschi, del tutto indisturbati, occupano la città. Il "Giornale di Dalmazia" diventa bilingue e viene nominato direttore uno zaratino di totale fiducia degli occupanti. Un articolo di fondo della pagina pubblicata in tedesco annunciava che in caso di vittoria delle potenze dell'Asse, data per certa, la Dalmazia sarebbe stata incorporata a tutti gli effetti nel grande Reich. "Ce n'era abbastanza - scrive Rossani - per fare inorridire gli stessi zaratini di fede fascista, alcuni dei quali lavoravano da tempo con noi. Ed essi in quella circostanza si dissero pronti a passare nelle fila dei partigiani slavi al comando del generale Tito, come in effetti avvenne più tardi". Rossani nel capitolo "Giorni tragici" descrive poi il primo massiccio bombardamento su Zara: "Ad un certo punto, nel vasto specchio di mare che mi era di lato e a una distanza di un centinaio di metri e forse più, si alzarono gigantesche colonne di fumo e di schiuma nerastra seguiti da schianti terribili e laceranti; erano le prime bombe, forse deviate dalla forte bora che soffiava in alto, che doveva cadere su Zara e che poi sarebbero cadute in abbondanza; era questo il primo bombardamento massiccio che gli inglesi - come si seppe poi - stavano effettuando sulla città dalmata provenendo dall'interno della Croazia". Nel capitolo "Una città in fiamme", Rossani offre una drammatica testimonianza su uno di quei micidiali bombardamenti: "Visione davvero terrifica e per me allora quasi apocalittica perché ebbi la netta sensazione che non ne sarei uscito vivo". Quando iniziano a cadere le bombe, sono le 10, il giornalista si trova in strada; assieme ad altre persone salta dentro una specie di trincea di fianco ad una casa in costruzione e riesce a coprirla con delle travi. La pioggia di fuoco dura almeno un'ora: "al termine volsi lo sguardo verso Zara e in quel momento stampai nel mio spirito una raffigurazione dell'immane flagello che non si sarebbe cancellata mai più e che vedo ancora a distanza di oltre mezzo secolo". E descrive con commossa partecipazione il dolore di una madre che tiene tra le braccia il corpo senza vita del figlioletto: "camminava lungo la banchina del porticciolo elevando un urlo straziante come di bestia gravemente ferita; alzava e abbassava ripetutamente la testa sul corpo inerme del suo piccino. Era come impazzita". Rossani racconta anche la terribile fine di alcuni zaratini che avevano cercato la salvezza in un rifugio improvvisato: "Mi avvidi che diverse persone cercavano di farsi udire urlando a gran voce attraverso le feritoie di un lungo rifugio in cemento armato, la cui entrata era stata colpita da una grossa bomba; ma nessuno di quelli che si erano rifugiati nel tunnel era rimasto vivo. Ed anche in questo caso una vera strage di innocenti, dovuta al fatto che questo rifugio era stato costruito in una località vicina a una fortificazione militare che gli inglesi avevano individuato dall'alto". Così scrive Rossani nell'articolo pubblicato da "L'Osservatore Romano" del 18 luglio 1983: "Fui così in grado di assistere all'arrivo delle fortezze volanti americane e subito dopo ad una scena sconvolgente: dalle strade, dalle banchine, dalle case e dal mare che bagna Zara, si alzavano altissime colonne di fumo e di fuoco seguite da tremendi boati. La povera città era colpita a morte: sullo sfondo del cielo si veniva stagliando un pauroso scenario di fiamme. Un quadro apocalittico allucinante, di fronte al quale ebbi netta la sensazione che le nostre vite erano attaccate ad un filo e che il nostro destino si presentava terribile. Ho potuto assistere alla lenta ed atroce agonia dell'antica e gloriosa città dalmata (Zara) che diventò una sorta di bersaglio dell'aviazione inglese e americana. Nel corso di poche settimane Zara subì un tragico destino: il suo porto, le sue banchine di marmo bianco, le sue strade, le sue piazze di struttura veneziana, le sue bellissime chiese romaniche e le sue colorite abitazioni furono spezzate, sgretolate, smozzicate e, per dirla con un famoso verso carducciano "pa-rean fai di scheletri in cimitero". Vista la situazione drammatica che si era venuta a creare in città, Rossani prende assieme a un'amica bolognese che aveva trovato lavoro come segretaria al "Giornale di Dalmazia", la decisione di allontanarsi dalla zona di guerra. Così i due trovano rifugio in una località vicina, Diclo, nella capanna di un contadino che li ospita in cambio di mobilio. Nel capitolo "La nostra fuga", Rossani descrive la fine dell'Elettra, il panfilo di Guglielmo Marconi. Mentre si trovava a pochi chilometri da Diclo, nota immobile nello specchio d'acqua una nave elegante di colore bianco, di cui al momento ignorava l'identità. Mentre la stava osservando, dal lontano orizzonte il giornalista scorge otto caccia bombardieri americani, che pochi secondi dopo piombano in verticale sulla nave a rotazione mentre dei soldati tedeschi sparavano, invano, dalla tolda dell'unità navale con le loro mitraglie contro i caccia. "In brevissimi istanti - scrive Rossani - mentre io mi ero riparato dietro a una masiera e guardavo terrorizzato, ma anche incuriosito, come sarebbe andata a finire - gli otto caccia centrarono la bella nave riducendola a uno scheletro dentro un mare di fiamme. Nessuno era intorno a me, neppure le sentinelle tedesche che, come si è detto, si erano allontanate; e mentre stavo guardando la fine di quella nave misteriosa non sapevo - come appresi più tardi -che si trattava nientemeno dell'Elettra, la nave celebre su cui Marconi nel marzo 1930, con un impulso radiotelegrafico, aveva acceso le luci del municipio di Sidney e sulla quale egli aveva fatto, nel corso della sa vita, tanti altri esperimenti importanti. Ora penso di essere stato l'unico italiano che, in quel tragico frangente, fu in grado di vedere, non veduto, l'agonia dell'Elettra, la cui carcassa sarebbe rimasta nel mare di Diclo per circa un decennio e solo nel 1956 sarebbe stata recuperata per riattarla come monumento storico e documentato delle prove geniali di Marconi". Rossani viene a sapere che a Zara c'era un sacerdote coraggioso che conoscendo perfettamente la lingua tedesca, si era messo in contatto con il comando locale per ottenere che almeno le donne e i bambini potessero venire messi in salvo imbarcandosi su una nave della Croce Rossa. Rossani e l'amica riusciranno a imbarcarsi su quella nave, che verrà poi a sapere utilizzata dai tedeschi, in spregio alle convenzioni internazionali, per il trasporto di armi, e a raggiungere Pola. Dal capoluogo della provincia dell'Istria il giornalista prosegue in treno fino a Venezia dove si era trasferito il Minculpop (il Ministero della Cultura popolare); si trattiene nella città lagunare diversi giorni, fino a quando ottiene la liquidazione per il servizio prestato al "Giornale di Dalmazia". Poi attraverso un viaggio avventuroso in auto, aveva ottenuto un passaggio da una misteriosa signora che si spostava con il figlio grazie a un lasciapassare che faceva scattare i tedeschi sull'attenti, riesce a raggiungere Bologna, dove ritrova i genitori. Rossani è anche testimone della liberazione di Bologna e di quando la folla festante si accorge, con senso di orrore e sgomento, che ai piedi del palazzo comunale, dove è stata poi collocata la lapide dedicata ai caduti partigiani, giacevano i cadaveri martoriati di alcuni caduti per la libertà. Attraverso Internet è possibile rintracciare diverse opere di Rossani poste in vendita da qualificate librerie antiquarie. Tra i titoli "Il cinema e le sue forme espressive. Appunti di critica estetica" pubblicato nel 1940 a Fiume e stampato dalla tipografia della "Vedetta d'Italia", il giornale del capoluogo del Carnaro. Diverse opere sono conservate presso importanti biblioteche.

Un rigraziamento al giornalista Paolo Barnard, figlio di Rossani, per aver fornito "Zara brucia" da tempo esaurito.

336 - La Voce del Popolo 17/05/11 La straordinaria visione di Antonio Bajamonti anticipatrice del moderno concetto d'Europa

Il saggio di Duško Kečkemet tradotto in italiano
dalla Società Dalmata di Storia Patria
La straordinaria visione di Antonio Bajamonti anticipatrice del moderno concetto d’Europa

ROMA – Una veste grafica "normale" per un libro "speciale". Copertina verde di carta lucida con lo stemma dell’editore, la Società Dalmata di Storia Patria, e un titolo asciutto: "Antonio Bajamonti e Spalato". L’autore è Duško Kečkemet, il testo originale è uscito a Spalato nel 2007 ed ora viene presentato nella traduzione in lingua italiana di Bedalov-Gloria, per la revisione dei testi e redazione di Franco Luxardo e Luciano Monzali, che firmano anche l’introduzione e la presentazione. Ma oltre questa didascalica premessa, va detto che nelle quasi quattrocento pagine del volume, si dipana un affascinante viaggio nella Dalmazia di Antonio Bajamonti, podestà di Spalato dal 1860 al 1880.
Non è la prima volta che la storia della Dalmazia ci arriva con un respiro ampio a ribadire concetti spesso dimenticati: questa terra è stata laboratorio di rapporti, fucina di idee, anticipatrice del moderno concetto d’Europa in un’epoca in cui le chiusure dettate dalla nascita dell’idea di nazione avrebbero portato al fenomeno tragico dei nazionalismi. Impossibile che in una tale società e spinte del momento potesse affermarsi la visione straordinaria di Bajamonti, eppure questa rimane come seme di un albero che più di un secolo dopo avrebbe iniziato a mettere radici, foglie, fiori e frutti, nella moderna concezione dell’Europa. Non è un caso che anticipatori di quest’idea si siano sviluppati in mondi di contatto come quelli espressi dall’Adriatico orientale, dove le diversità imponevano in modo naturale, o la ricchezza del confronto e dell’accettazione dell’altro o la contrapposizione netta con tutte le tragiche conseguenze del caso.
Oggi sappiamo che la violenza ha prevalso sul buon senso auspicato da personaggi come Bajamonti, e non solo. Oggi è giusto parlarne come di anticipatori di un mondo che ha avuto bisogno di colpi e contraccolpi e di milioni di morti per trovare la propria strada. Eppure, nonostante questa consapevolezza, resistono sacche di resistenza a leggere la vicenda in tutta la sua positività. L’italianità di Bajamonti, per molti storici croati, è una ragione sufficiente a relegarlo ad un ruolo marginale, spesso reso con toni molto negativi.
Da qui l’importanza dell’opera meritoria svolta da Kečkemet, che Luxardo definisce: "…uno dei principali intellettuali della Spalato odierna e per lunghi anni direttore del suo Museo Civico. La Società Dalmata di Storia Patria gli è grata per l’obiettività con cui ha trattato l’argomento e per l’ampia ed accurata documentazione". Con un auspicio – rileva ancora Luxardo – "che l’esempio di una capitano coraggioso quale Antonio Bajamonti possa stimolare il sorgere di suoi pari nel’euro-regione che gravita sull’Adriatico".
L’importanza del lavoro svolto da Kečkemet, è bene evidenziata nell’analisi che dell’opera compie Luciano Monzali, storico, grande conoscitore della storia dalmata che ha raccontato in alcuni libri di grande successo, caratterizzati dall’estrema chiarezza e da approfondimenti stimolanti. Egli, del collega spalatino, scrive: "Kečkemet studiando Bajamonti si sforza di compiere un’analisi approfondita e documentata della vita sociale, culturale ed economica di Spalato e della Dalmazia centrale nel corso dell’Ottocento. Naturalmente l’autore offre al lettore italiano un punto di vista dalmata croato sulle lotte nazionali della Dalmazia asburgica, ma fa ciò con equilibrio e un’obiettività interpretative che sono rari nella storiografia e nella pubblicistica croata. Il libro di Kečkemet, quindi, costituisce una lettura obbligata per tutti gli appassionati di storia dalmata".
Ed è lo stesso autore, nella prefazione all’edizione italiana, a confermare che "Bajamonti è stato esaltato come un irredentista italiano antislavo da una parte, e come un nazionalista italiano che desiderava l’annessione della Dalmazia all’Italia". Funzionale per tanto a storiografie contrapposte che hanno tolto al personaggio i suoi reali meriti, che Kečkemet cerca di riportare a galla in questo libro, a partire dall’incipit che sgombra il campo da ogni dubbio. "Questo non è un libro – scrive l’autore – sul Risorgimento nazionale croato né sul movimento autonomista in Dalmazia. Esso, piuttosto, descrive il ruolo di Antonio Bajamonti nelle lotte fra nazionalistie autonomisti a Spalato, e, in particolare, l’attività di Antonio Bajamontiquale podestà spalatino dal 1860 al 1880 in campo sociale, urbanistico ed edilizio, il suo contributo allo sviluppo della cultura di Spalato nonché i successi ed i fallimenti in questi ambiti".
Ecco, in poche parole, egli racconta l’uomo con le sue convinzioni e le debolezze. Sottolinea il motto del podestà "Volere e potere", comprensibile in un soggetto nato sotto il segno della Vergine. Interessanti i progetti per lo sviluppo di Spalato, strade, piazze, l’illuminazione a gas, ma anche la tutela del palazzo di Diocleziano e poi la diga, la riva, il teatro e l’acquedotto e di conseguenza le fontane che rendevano bella Spalato. A proposito di quest’impresa, Kečkemet, così commenta l’odierna situazione: "Spalato ha trascurato le fontane pubbliche, specialmente dopo l’introduzione dell’acqua corrente nelle abitazioni private. Le belle fontane a San Francesco, davanti al Teatro, nonché la più bella, la Fontana monumentale, sono state demolite, e tutte le fontanelle sono state rimosse. È stata a malapena salvata quella nel Parco cittadino. Spalato non possiede nuove fontane, al contrario di altre città di rilievo storico e culturale. Sarebbe necessario un nuovo podestà Bajamonti per idearle, ordinarle ed assicurare i finanziamenti necessari alla loro realizzazione!".
Questo lo spirito del libro, in un continuo gioco di rimando tra passato e presente, per ribadire l’importanza di un personaggio che investì nella città tutte le sue risorse con la caparbietà e la decisione che appartengono alla terra dalmata. Una lettura che entusiasma.

Rosanna Turcinovich Giuricin

337 - La Voce in più Dalmazia 14/05/11 Dubbi storici: Il secondo dopoguerra a Zara passato al setaccio dal prof. Zlatko Betonja

DOBBIAMO, FINALMENTE OFFRIRE UNA VISIONE GIUSTA DEL PASSATO

DUBBI STORICI Il secondo dopoguerra a Zara passato al setaccio dal prof. Zlatko Begonja, Direttore del Dipartimento di Storia dell'Accademia croata delle scienze e delle arti

Zara durante il secondo conflitto mondiale ha vissuto una terribile tragedia e nel secondo dopoguerra ha subito un'enorme metamorfosi. Nell'ambito dell'opinione pubblica croata fatica però ancora a emergere la consapevolezza di quanto è accaduto nel capoluogo della Dalmazia settentrionale in quel periodo convulso. Il dott. Zlatko Begonja, responsabile del Dipartimento per le scienze storiche dell'Accademia croata delle scienze e delle arti, ha il merito di aver passato sotto la lente senza patemi d'animo molti dei lati oscuri di quell'epoca, per troppo tempo rimasti tabù.
Il dipartimento opera nel magnifico edificio dell'Accademia, in riva Trpimir a Zara e dà lavoro a 14 persone.

Nonostante sia attivo dal 1954 finora le sue iniziative non sono state sufficientemente pubblicizzate nell'ambito dell'opinione pubblica. L'obiettivo del dott. Begonja, che ha conseguito il dottorato di ricerca con una dissertazione imperniata sulla storia zaratina nel 20.esimo secolo, è quello di invertire questa situazione. In un'intervista rilasciata tempo addietro al "Glas Zadra" di cui riprendiamo determinati stralci, Zlatko Begonja, si è soffermato proprio sul periodo più cupo della storia zaratina.


Dominava la paura


Come funzionò, nel dopoguerra, il potere esecutivo e giudiziario?


In primo luogo, e stando a quel che si può dedurre dai documenti e dalle testimonianze di molti, va detto che la paura dominava fra la popolazione, sia nella stretta cerchia cittadina di Zara che nei suoi dintorni. I carteggi scambiati fra le strutture governative del tempo stanno a dimostrarlo. Ad esempio, da Boccagnazzo furono inviati esposti alle autorità centrali cittadine con i quali si esprimeva il disappunto per il numero elevato di arresti e di uccisioni. Dalla prospettiva dei giorni nostri, si può dire che gli accadimenti disgraziati dell'epoca furono dovuti a vendetta. Possiamo comprendere come tanta gente, al tempo del regime fascista, patì indicibilmente talché attese a lungo il momento per vendicarsi, non solo nei confronti degli appartenenti alle formazioni militari fasciste, ma anche nei confronti di tutti coloro che, in qualche modo, collaborarono con esse.


Quanti zaratini, in quella atmosfera di linciaggio, perirono?


È assai difficile rispondere con esattezza alla domanda. In base alle mie conoscenze ed alla documentazione che posseggo, un centinaio. Cifra, si capisce, non definitiva, sussistendo numerose testimonianze di persone che attestano di sparizioni, all'epoca, dei loro parenti stretti; affermazioni che vanno supportate da prove documentali attendibili. Strada facendo, desidero sottolineare che nel territorio della nostra contea ci sono oltre 20 fosse carsiche, per le quali si sa che contengono sicuramente ossa umane. Ecco, ad oggidì, nulla è stato fatto per risolvere questo problema. Circostanza che vale, da sola, a spiegare la volontà politica. Ci si domanda perché nulla è stato intrapreso al fine di chiarire ciò che veramente accadde, sicché infine qualcuno risponda per il crimine imprescrittibile.


I problemi messi sotto il tappeto


Per chi rappresenta un problema far luce sul passato?


Non per me, ma per chi si preoccupò tutto il tempo di sospingere i problemi sotto il tappeto. Dobbiamo, finalmente, offrire una visione giusta del passato e, solamente quando esso sarà chiarito del tutto, i problemi svaniranno. Dall'angolazione politica, nessuno può essere sufficientemente competente ad argomentare della questione. Faccenda da politicanti, appunto: non vi sono giustificazioni all'assunto dei nostri politici allorché, riferendosi al passato, si limitano ad asserire che gli avvenimenti dipesero da questo o quell'interesse. Nessun interesse può essere superiore all'interesse della verità.


«Guardiamo al futuro»


S'è imbattuto, nel corso dei suoi studi, in fastidi, minacce o tentativi di impedire le ricerche?


Non ho registrato minacce dirette, ma consigli "in buona fede", sì, e frequenti: non era necessario, si capisce, occuparsi di quelle cose. Spesso i bene intenzionati solevano dirmi: "Lasciamo perdere il passato, rivolgiamoci al futuro". Ciance della peggior specie, ed evidentemente a costoro preme che certi altari non si scoprano mai.


Quale fu la situazione di Zara nel corso del periodo comunista?


Zara si trovò, "de jure", appena nel 1947 sotto la sovranità della ex Jugoslavia, ovvero fu restituita alla madre Croazia, per quanto "de facto" la situazione fosse mutata sin dall'ingresso delle formazioni partigiane in città. Il Trattato di Rapallo fu sottoscritto dai rappresentanti del Regno SHS, anche se noi sbagliamo sovente, ritenendo che Zara appartenesse all'Italia dal 1941. Ergo, Zara si ritrovò nel 1920 ad essere sotto la sovranità d'Italia. Fino agli anni '90, si guardò prioritariamente ad essa come a città ex-italiana. Bisogna nondimeno riconoscere che si procedette contemporaneamente anche alla ricostruzione della città.


Una città di successo


In che modo, allora, Zara venne a trovarsi in una situazione sfavorevole?


All'epoca, Zara non fu un centro amministrativo di rilievo, meno che per le località minori che gravitano naturalmente intorno ad essa. A differenza, ad esempio, di Spalato, che, grazie al concorso di circostanze varie, si guadagnò il ruolo che fu di Zara - capoluogo della Dalmazia. Dato di fatto che, disgraziatamente, si mantenne sino agli anni '90. Il solo fatto che Zara, in tempi recenti, sia diventata città di successo, nonostante le difficoltà connesse alla Guerra Patriottica, indica che, al tempo del periodo comunista, non fu affatto attuata nei suoi confronti una politica positiva.

Troppi pregiudizi


Per quale motivo non si parla, nemmeno oggi, di chi soccombette per mano dei vincitori?


Perché al nostro passato si guarda con pregiudizi. V'è chi, a priori, ebbe torto e chi, a priori, ragione.
Un'incongruenza logica. Con questo metro si valuta anche il fatto che i singoli individui avessero appartenuto al movimento ustascia e ne consegue che, in base al detto principio, fossero nel torto "sic et simpliciter". E tuttavia i casi in parola vanno esaminati complessivamente, perché non tutti coloro che appartennero al movimento ne fecero parte esclusivamente per annientare gli altri su base razzista o su quale che sia altra base. Alcuni vi soggiacquero semplicemente perché tentarono di fondare, sia ome sia, un proprio Stato: ne deriva che non tutti furono criminali. Vero che per i crimini fu responsabile il regime, ma col regime non si possono identificare i singoli.


E l'altra parte?


Esiste un'altra parte, che ci piace coprire col mantello dell'antifascismo, mentre in realtà non si tratta unicamente di esso. Da noi, nel periodo in esame, non sorse l'antifascismo civile del tipo occidentale, democratico, ma unicamente l'antifascismo comunista. Dopodiché, va preliminarmente data risposta alla domanda: quale antifascismo attecchì dall'agosto 1939 al giugno 1941? e fu presente, in quel lasso di tempo, in certi determinati spazi? I comunisti furono antifascisti? e che cosa in effetti facevano in quei momenti? Il quesito si pone perché all'epoca indubitabilmente era in vigore il patto fra Stalin ed Hitler. E dunque nel periodo in questione vi fu un buco nell'attività dell'antifascismo comunista. Altro valore segnaletico emerge nel momento in cui la Germania attacca il suo partner a Mosca e Stalin lancia il proclama per l'insurrezione generale contro il fascismo ed il nazismo. Da quell'istante noi assistiamo alla-
nascita del movimento comunista antifascista, che, semplificando, viene denominato antifascista, al fine di celare i retroscena delle effettive intenzioni e degli effettivi eventi.


Quale fu l'atteggiamento di Tito verso Zara?


Non mi sono granché occupato di Tito e dei suoi rapporti, esiste una corposa letteratura sui suoi arrivi a Zara. Ha fatto del bene nel dopoguerra, nel senso che diede impulso alla ricostruzione della città e dei territori distrutti; negativo fu, nei confronti di Zara, il complessivo atteggiamento politico suo e del governo dell'epoca. (ds)

338 - Il Piccolo 16/05/11 Così la Croazia si è appropriata di Marco Polo

Così la Croazia si è appropriata di Marco Polo

Ormai Zagabria considera l'esploratore un eroe nazionale, ma per gli storici è un falso
chi era

Una famiglia di ricchi mercanti viaggiatori

storia

Marco Polo (Venezia, 15 settembre 1254 - Venezia, 8 gennaio 1324) è stato un mercante, ambasciatore e viaggiatore italiano. Nato nella Repubblica di Venezia, è considerato uno dei più grandi esploratori di tutti i tempi. Insieme al padre Niccolò e allo zio Matteo, fu tra i primi occidentali ad arrivare fino in Cina, da lui chiamata Chatai, percorrendo la via della seta. Le cronache del suo viaggio sono state trascritte in francese dallo scrittore pisano Rustichello, suo compagno di prigionia a Genova. Furono raccolte in un libro intitolato Deuisament du monde, meglio noto come il Milione. Il padre Niccolò e lo zio Matteo (Maffio) erano ricchi mercanti che commerciavano con l'Oriente. I due attraversarono l'Asia nel 1255 e raggiunsero la Cina nel 1262, passando per Bukhara e il Turkestan cinese, arrivando a Khanbaliq (la residenza del khan, il nome mongolo dell'odierna Pechino). Ripartirono nel 1266 arrivando a Roma nel 1269 come ambasciatori di Kubilai Khan, con una lettera da consegnare al Papa con la richiesta di mandare chierici istruiti a evangelizzare popolazioni mongole pagane. Il giovane Marco partì per la Cina insieme al padre Niccolò e allo zio Matteo nel 1271 e rimase in Estremo Oriente per circa diciassette anni, prima di tornare a Venezia.


di Pietro Spirito

Piano piano i croati si stanno prendendo pezzi della storia italiana. Non gli studiosi, gli storici, ma governanti e politicanti sempre più all'assalto del passato nel tentativo di creare una mitopoietica a proprio uso e consumo. E passi per personaggi come Ruggiero Boscovich, nato a Ragusa, oggi Dubrovnik, nel 1711 e morto a Milano nel 1787, astronomo, matematico, fisico, gesuita, diplomatico e poeta che studiò, operò e visse in Italia, che in Croazia chiamano Ruder Boskovic e lo considerano una stella del proprio firmamento nazionale. Ma prendersi Marco Polo no, questa è una cosa che agli storici italiani non va giù, mentre la politica italiana osserva indifferente. L'ultima boutade è dell'ex presidente croato Stjepan Mesic, che è volato in Cina, a Yangzhou, per inaugurare un museo dedicato a Marko Polo, con la k, l'autore del libro "Deuisament du monde", meglio noto come il Milione, considerato il più grande esploratore di tutti i tempi.

Secondo i croati Marco Polo sarebbe nato a Curzola, Korcula, che per altro allora era dominio veneziano, e quindi lo considerano un croato doc. Inutilmente encicolpedie, libri, storici e insomma tutti i motori attivi della Storia si affannano a dimostrare che no, Marco Polo è un veneziano tutto d'un pezzo, ci sono documenti che lo attestano. I croati vanno avanti per lo loro strada, si sono presi il loro Marko Polo e non lo mollano. E in Italia a parte gli storici che un po' si arrabbiano e un po' sorridono nessuno dice niente. «D'altronde non è una novità - dice lo scrittore Alessandro Marzo Magno - negli Stati Uniti considerano Enrico Fermi uno di loro, mentre i francesi non vengono nemmeno sfiorati dal dubbio di indicare come francese Marie Curie, premio Nobel per la fisica, che da nubile si chiamava Sklodowska ed era polacca».

Nel suo libro "Il leone di Lissa", che in questi giorni Il Saggiatore manda in libreria in edizione tascabile, Marzo Magno si è messo sulla tracce del Marko Polo croato, interrogando fior di storici e andando a Curzola a vedere quella per i croati era la casa dove aveva dimorato l'esploratore. «In base a documenti notarili - dice Marzo Magno - si può affermare che la famiglia Polo, anticamente orginaria di Sebenico, si trovava a Venezia già dai tempi del nonno di Marco, e che sia Marco che i suoi fratelli sono nati a Venezia così come tutti i discendenti fino a quando la famiglia si estinse nel 1415». «La cosiddetta casa di Marco Polo a Curzola - continua Marzo Magno - è un palazzetto del '400 abbandonato che si dice sia stato edificato là dove c'erano le case della famiglia Polo». Anche Alvise Zorzi, storico, scrittore e giornalista di lungo corso, autore della più importante e accreditata biografia dell'esploratore, la "Vita di Marco Polo veneziano" (Bompiani) l'anno scorso è andato a Curzola a visitare la presunta casa dell'illustre veneziano. «Curzola è un posto stupendo - dice Zorzi - i croati sono simpaticissimi, e in fondo è divertente vedere una bella casa antica spacciata come dimora di Marco Polo». «Ovviamente - aggiunge - non ci sono dubbi sul fatto che Marco Polo fosse veneziano, la sua famiglia era veneziana sin dal decimo secolo, e comunque se anche per assurdo fosse nato a Curzola l'isola allora era un feduo della famiglia Zorzi». Ma allora perché tanto accanimento nell'accreditarsi un falso storico? «Bè - risponde Zorzi - per aggiungere un vanto alla loro nazione, non lo fanno solo con Marco Polo, ma praticamente con tutto ciò che rappresenta la civilità italiana e romana». «Il punto - continua lo storico - è che i croati si affacciarono sul bacino adriatico decisamente tardi, insediandosi su una costa che prima era stata romana, poi bizantina, poi ancora veneziana; i croati, una tribù slava che era originaria dell'odierna Ucraina, si stabilirono lì nel VII secolo, nel X secolo divennero regno autonomo e poi dal 1102 al 1919 furono uniti al Regno d'Ungheria; non hanno una storia particolarmente ricca e antica, per questo si appropriamo di una quantità di prodotti della civiltà romano-veneta». «Tuttavia - dice in conclusione Alvise Zorzi - esistono in Croazia fior di storici e studiosi che non cadono assolutamente in questo tipo di tranelli. E poi conta soprattitto il presente: proprio di fronte alla cattedrale di San Marco, a Curzola, c'è una pizzeria tutta veneziana, a partire dall'insegna, e nessuno osa metterlo in dubbio».

339 - Avvenire 18/05/11 Mandic maestro di ecumenismo

Mandic maestro di ecumenismo

da Padova Francesco Dal Mas

A Padova le celebrazioni in onore di san Leopoldo, l'apostolo del confessionale Kasper: sentì forte l'impegno per l'unità dei cristiani

Il cuore dell'ecumenismo non è la diplomazia ecclesiastica, ma l'ecumenismo spirituale, quello praticato da san Leopoldo Mandic, che nella nostra situazione è di grande attualità». Lo ha evidenziato il cardinale Walter Kasper, presidente emerito del Pontificio Consiglio per l'unità dei cristiani, alla solenne concelebrazione per la festa del frate cappuccino, presso il Santuario a lui dedicato, a Padova. Questa sera le celebrazioni, iniziate il 3 maggio, si concluderanno con un omaggio musicale a san Leopoldo, da parte dell'Orchestra di Padova e del Veneto, Nei giorni scorsi si è tenuta la tradizionale novena, con la partecipazione delle parrocchie del vicariato di Torre e in occasione della festa liturgica, il 12 maggio, il Quartiere est di Padova, insieme alle comunità parrocchiali, ha offerto l'olio per la lampada votiva. Padre Leopoldo, come viene ancora chiamato, è stato l'apostolo del confessionale, ma nel capoluogo patavino (e non solo) viene anche ricordato per il suo impegno di preghiera e di azione morale a sostegno dell'ecumenismo spirituale. Veniva dalla Dalmazia, terra -come ha ricordato Kasper, di molti conflitti tra cristiani e musulmani, ma anche fra ortodossi e cattolici. «Lui sentiva fortemente la vocazione del tutto personale di dare la vita per i fratelli ortodossi, separati da noi da mille anni, a causa, come disse il Concilio Vaticano II, della mancanza di amore dalle due parti». Richiamandosi alla testimonianza di Mandic e all'insegnamento conciliare, Kasper ha osservato che «impegnarsi per l'unità di tutti i cristiani non è un'appendice alla vita e alla missione della Chiesa, non è un articolo di lusso o una pura opzione di alcuni». L'impegno ecumenico è, invece, «un dovere e un sacro obbligo di tutta la Chiesa e di ogni cristiano». Di più, citando il beato Wojtyla, il cardinale Kasper ha puntualizzato che quella ecumenica «è una scelta irrevocabile», una «via irreversibile della Chiesa». «Ecumenico ante litteram» definì padre Mandic, Paolo VI alla beatificazione. «Lui non conosceva i testi del concilio ed il vocabolario ecumenico - ricorda ancora Kasper - ma conosceva Cristo e desiderava seguirlo, e così sentiva l'urgenza della riconciliazione fra i cristiani separi». Il porporato, attualizzando il tema, ha rilevato che oggi «c'è un malinteso: c'è chi crede che chi fa ecumenismo diventi meno cattolico. È vero il contrario: non si fa l'unità abbandonando la propria fede, ma anzi attualizzandola nella preghiera, nella conversione e nella penitenza, nel sacrificarsi per gli altri in unione con Cristo nell'Eucarestia».

340 - Il Dalmata n° 68 - Aprile 2011 Un gran numero di dalmati parteciparono al Risorgimento italiano

NEL 150° ANNIVERSARIO DEL REGNO D'ITALIA E DELL'INIZIO DELL'UNITÀ

UN GRAN NUMERO DI DALMATI PARTECIPARONO AL RISORGIMENTO ITALIANO

Nel 1806 tutta la Dalmazia nel Regno d'Italia di Napoleone. Si intensifica nel 1861 la snazionalizzazione voluta dal Governo di Vienna con la politica del "divide et impera"

Dopo la fine della Serenissima, attuata con un colpo di mano da Napoleone nel 1797, la Dalmazia continuò ad essere, per oltre mezzo secolo, un territorio abitato da popolazioni venete, croate, serbe, morlacche e montenegrine che avevano come punto di riferimento esclusivamente la cultura veneta della tolleranza e dell'aggregazione e la lingua italiana come elemento per consentire a tutti di capirsi fra di loro. Nei ceti colti e nei rapporti con l'Impero alla lingua tedesca, imposta dall'Austria come lingua dell'Impero, si continuò a lungo a preferire il latino, seconda lingua ufficiale.

Per far capire ai non dalmati questa realtà così particolare, è sufficiente citare un episodio significativo: il giornale dei nazionalisti croati di Zara, allora capitale del Regno di Dalmazia nel nesso dell'Impero austriaco, si chiamava Il Nazionale ed è stato pubblicato per nove anni, dal 1862 al 1871, esclusivamente in lingua italiana! Continuerà per alcuni anni con il nome di Narodni list in edizione bilingue, cioè in lingua italiana e serbo-croata, per poi proseguire solamente in quest'ultima lingua. In precedenza. il patriota Niccolò Tommaseo, Ministro dell'Istruzione pubblica nello sfortunato tentativo di ricostruzione della Repubblica di Venezia del 1848, aveva già tradotto il suo testo programmatico sulle nazioni europee Le faville anche in serbo-croato, pubblicando le Iskrice a Zagabria già nel 1844. Il libro avrà molte edizioni anche in italiano, latino, greco, francese ed ungherese e l'edizione in serbo-croato serverà a sottolineare che anche questa lingua slava, allora nuova, aveva piena dignità europea. È opportuno rammentare che l'Impero austriaco era denominato fino al 1806 "Sacro romano Impero" prima che Napoleone facesse deporre a Francesco I d'Asburgo il titolo di "Sacro romano Imperatore", sotto la minaccia del suo esercito, arrivato alle porte di Vienna, e che questo Impero era stato realmente super-nazionale, al punto che l'Imperatrice Maria Teresa Asburgo-Lorena parlava fluidamente l'italiano e malamente un tedesco dialettale (appreso dalla servitù, come si malignava a Vienna), mentre il poeta Pietro Metastasio poetava in lingua italiana ed era il poeta ufficiale di Corte. Il Regno lombardo-veneto costituiva allora le provincie più ricche dell'Impero e con il Viceré Massimiliano d'Asburgo raccoglieva alla Corte di Milano letterati del peso di Cesare Cantù e Melzi d'Eril che vagheggiavano un'unità d'Italia nel nesso di quell'Impero che era stato fondato mille anni prima da Carlo Magno. Prima che la componente germanofi-la di Vienna mandasse Massimiliano a morire in Messico, si respirava un clima definito al tempo "liquido" e la Dalmazia era stata costituita in Regno autonomo che non discriminava, certo, la nascente cultura e la lingua serbo-croata ed era in bilico tra due grandi tentazioni, ambedue filoitaliane: quella che puntava ad un'unità d'Italia nel nesso dell'Impero asburgico (lo stesso Antonio Bajamonti, il mirabile Podestà di Spalato avversato dal Governo di Vienna, aveva proposto una stretta collaborazione del Regno di Dalmazia con il Regno lombardo-veneto e le contee di Gorizia e Trieste, comprensiva del Margraviato d'Istria) prima che la Lombardia fosse strappata all'Austria ed entrasse a far parte del Regno d'Italia (1859). Con la nascita del Regno d'Italia del 1861, seguita poco dopo dalla costituzione di uno stato indipendente serbo, queste due componenti destarono i sospetti nel Governo di Vienna che cominciò a perseguitare gli italiani e gli ortodossi dalmati di matrice serba e, nel quadro della sciagurata politica del "divide et impera", aizzò i croati che, per la verità, intuirono la strumentalizzazione di questo appoggio, come è dimostrato dagli interventi alla Dieta imperiale di Vienna degli onorevoli nazionalisti croati Trumbic e Smodlaka in difesa degli italiani. Gli italiani di Dalmazia continuarono da parte loro ad aiutare i croati a formare la loro lingua nazionale. Con queste doverose premesse, è opportuno ricordare che la Dalmazia ha dato all'Unità d'Italia un gran numero di patrioti, che hanno combattuto nell'esercito di Casa Savoia e con i garibaldini e che molti dalmati si annoverano tra gli scrittori ed i letterati risorgimentali, mentre moltissimi sono gli iscritti nell'elenco dei condannati a morte per alto tradimento durante la Prima guerra mondiale (salvati dall'Amnistia promulgata da Carlo d'Asburgo quando sale al trono nel novembre del 1916 ed anche per questo atto di clemenza sarà proclamato Beato dalla Chiesa cattolica), mentre un gran numero di combattenti disertano dall'esercito austriaco per combattere nel Regio esercito, a cominciare dalla M.O.V.M. spalatina Francesco Rismondo, chiamato da Gabriele d'Annunzio "l'Assunto di Dalmazia", perchè il suo corpo non fu mai rinvenuto sul Monte San Michele.

341 - Idea 12/05/11 Margherita d'Incisa di Camerana: Da Camerana fino a Fiume con D'Annunzio

DA CAMERANA FINO A FIUME CON D'ANNUNZIO

Non si sa con certezza quale fu il rapporto tra il piccolo e grazioso centro dell'alta Langa e la marchesa Margherita d'Incisa di Camerana (1879-1962), crocerossina. giornalista, unica donna tra gli Arditi e legionaria a Fiume con Gabriele D'Annunzio: ciò che si può dire, in atte sa di ulteriori studi, è che da quel lembo di Langa. antico fetido di famiglia. Margherita prese, oltre il nome, lo spirito della grinta lan-glietta, la tenacia.

La marchesa Margherita d'Incisa di Camerana fu l'unica donna arruolata ufficialmente con gli Arditi comandati dal Vate. Una vita davvero avventurosa!

Patrizia Deabate

Cui aggiunse di suo lo spirito ribelle e l'anticonformismo. Fiume, nell'attuale Croazia, prima della grande guerra sodo il dominio dell'impero austro-ungarico e annoverata tra le "terre irredente", dopo la vittoria del 4 novembre 1918 fu rivendicata dall'Italia che però dovette subire l'avversità delle altre potenze vincitrici, contrarie all'annessione. Cosi, mentre sul piano diplomatico l'Italia cedeva, arroventandosi lo scontento degli ex combattenti per la "vittoria mutilata", il poeta D'Annunzio nel settembre del 1919 prese l'iniziativa e, alla testa di circa tremila legionari, parti alla volta di Fiume dalla città di Ronchi, che ancora oggi, per quel tatto, si chiama Ronchi dei Legionari. Fiume fu occupata tra il giubdu della popolazione italiana, D'Annunzio ne prese possesso e v'instaurò un proprio governo. Intanto a Roma si nicchiava, non si sapeva che fare, finché scelse di porre termine all'occupazione dannunziana a colpi di cannone alla fine del 1920. nel cosiddetto "Natale di sangue". Per sedici mesi, dal settembre 1919 al dicembre del '20. Fiume fu la "festa della rivoluzione". Una controsocietà sperimentale, contro lo Stalo borghese, contro Roma e contro tutti, contestazione totale al sistema, un mondo nuovo. fuori da ogni schema. In proposito Filippo Turati, leader del Partito socialista, così scriveva alla compagna Anna Kuliscioff: di povero Nitri (allora capo del governo, ndr) è furibondo per le indegne cose di Fiume Lì. Non solo proclamano la Repubblica di Fiume, ma preparano lo sbarco in Ancona, due raid aviatori armati sopra l'Italia e altre delizie del genere. Fiume è diventato un postribolo, ricetto di malavita e di prostitute più o meno "high lite". Mi parlò di una marchesa Incisa, che vi sta vestita d'ardita con tanto di pugnale. Purtroppo non può dire alla Camera tutte queste cose, per l'onore d'Italia».

Fiume era diventata il centro d'attrazione, a livello europeo, per artisti, intellettuali, finanzieri, ragazzi ribelli scappati di casa (com'era già stato in altri tempi per le imprese di Garibaldi), ma non solo: al bando ogni moralismo, sotto l'egida di D'Annunzio (autore, lo ricordiamo, de "Il piacere") vi trionfavano libertà sessuale di ogni tipo, droga, nudismo, feste sfrenate, goliardate futuriste, pirateria per autofinanziarsi. in cui spesso le vittime poi si aggregavano ai legionari. E beffe incredibili: famosa è rimasta quella dell'asso dell'aviazione Guido Keller che partì da Fiume in aereo per andare a lanciare un vaso da notte sopra Montecitorio. Ma vi regnava anche li parità dei diritti tra uomini e donne e tutto ciò che all'epoca era

Italia sarebbe stato introdotto soltanto mezzo secolo dopo. Ma chi era in realtà la Marchesa d'Incisa, al di là dei pettegolezzi di corridoio di Montecitorio? Dama di palazzo della principessa Laetitia Napoleone di Savoia, duchessa d'Aosta, dopo gli studi al collegio Sacro Cuore di Torino si era diplomata infermiera volontaria della Croce rossa a Padova. Prestò la propria opera in entrambe le guerre mondiali. Ha lasciato un diario che verme edito a Roma nel 1929 con il titolo "Nella tormenta", in cui è descritta la sua esperienza umana e professionale: inizia il 24 maggio 1915, data di entrata in guerra dell'Italia. Degni di nota, del gennaio 1920, sono i suoi commenti alla visita a Torino del presidente americano Thomas Woodrow Wilson, contraavanguardia: là gli intellettuali e gli spiriti liberi realizzarono le loro utopie. Per molti aspetti fu un Sessantotto ante litteram, come chiarito dalla storica Claudia Salaris. La città del Carnaro si fece promotrice di una rivoluzione globale per coinvolgere tutti i popoli schiacciati dalla politica imperialista delle nazioni forti e fece anche l'occhiolino alla Russia sovietica fresca di rivoluzione d'ottobre; Arturo Toscanini, accolto con ogni onore, vi tenne un concerto; il grande economista Vilfredo Pareto vi si recò per ottenere il divorzio, che in rio all'annessione di Fiume all'Italia. Nell'aprile successivo Margherita organizzava una festa per gli Arditi del primo reparto "Fiamme nere" (l'esercito non venne smobilitato immediatamente dopo la fine del conflitto). Il 20 luglio partì per Fiume, quindi ben prima dell'impresa dannunziana, insieme ai giornalisti al Vittoriale degli italiani, a Gardone Riviera, e alla fondazione "Toe" di Terni).

Leone Kochnitzky, reduce di Fiume, così ricordava Margherita. «Fra gli Arditi di D'Annunzio c'è una donna che sopra una succinta gonna grigioverde porta la giacca coi risvolti neri. Ha il grado di tenente; prende parte alle marce (...) Costantemente la si vede al fianco di Rossi Passavanti. Infatti fu a Fiume che Margherita conobbe e s'innamorò di Elia Rossi Passavanti' (1896-1985), eroe della prima guerra mondiale e futura medaglia d'oro anche per la seconda, allora a capo della compagnia di Arditi "La disperata". Margherita si definiva con vanto: Legionaria fiumana dal 5 ottobre 1919, destinata all'Ufficio propaganda, poi aggregata alla compagnia della guardia "La disperata" in qualità d'infermiera, guardarobiera, con tessera n. 6.869 (riservata ai componenti l'esercito fiumano, unica donna in tali condizioni, ndr) equiparata a tenente, divisa grigioverde con distintivi degli Arditi. Unica donna iscritta alla federazione Arditi d'Italia". Gli Arditi erano le squadre d'assalto all'arma bianca, reparti speciali dell'esercito, costituiti dal 1917: in guerra erano dispensati dalla sfibrante e malsana trincea. I loro ruolo di assalto e sfondamento delle linee nemiche era cruciale: gli Stati maggiori ne esaltavano il valore con comunicati ufficiali, spronandoli a compiere imprese azzardate e pericolosissime, il che ne fece "macchine da guerra" temute persino dai comandi militari, mentre cresceva il mito della loro invincibilità. Significativo un episodio d'insu-bordinazione accaduto a Brischis (Val Natisone) nel gennaio 1919, in cui gli Arditi del XVIII il Reparto d'assalto ricevuto l'ordine di ritorno di ognuno al proprio corpo di provenienza, non obbedirono, anzi gridarono che si sarebbero divisi solo con la forza e intonarono il loro inno "Giovinezza". Il giorno dopo diedero il benvenuto al Generale comandante la S2° Divisione, accorso da Udine, con uno scherzo "goliardico": un finto attacco a base di bombe a mano e mitragliate.

La stessa impresa di Fiume fu un plateale atto d'insubordinazione, una protesta per l'ingratitudine dello Stato che, dopo aver loro montato la testa e chiesto enormi sacrifici, li licenziava da un giorno all'altro senza neppure un «Grazie». Da qui la nascita dell'associazionismo degli Arditi e l'interesse che essi suscitarono negli industriali, nei futuristi e in Mussolini, che ne "adottò" il simbolo, il teschio col pugnale tra i denti, col motto «Me ne frego? (sottinteso: della morte).

Nel 1920 con la pace di Rapallo (misconosciuta da D'Annunzio) Fiume divenne uno Stato indipendente, sgomberato con la forza. In seguito la città venne finalmente annessa dall'Italia, per poi tornare in modo definitivo, nel 1947, alla Iugoslavia (ora Croazia). Margherita ed Elia Rossi Passavanti si sposarono, contro il volere della famiglia di lei, nel castello reale di Moncalieri il 20 luglio 1920, grazie alla protezione della principessa Laetitia Napoleone di Savoia-Aosta. La quale di matrimoni particolari se ne intendeva: figlia di Clotilde primogenita di Vittorio Emanuele II, la cui unione con Gerolamo Bonaparte fu clausola dell'alleanza Piemonte-Francia che permise l'Unità d'Italia, Laetitia aveva sposato lo zio Duca d'Aosta, fratello della madre, il quale, secondo "mormorazioni" torinesi, volle sacrificarsi per non lasciare zitella la nipote che non spiccava per avvenenza.

Per ordine dei comandi militari Margherita ed Elia si recarono in Eritrea, dove rimasero due turni in esilio a scontare la partecipazione all'impresa fiumana. In Africa vide la luce un figlio, sopravvissuto pochi mesi e intorno al quale aleggia il mistero, non esistendo riscontri scritti sulla sua nascita. Tornati in Italia, si stabilirono a Terni, dove vissero insieme tutta la vita e dove sono conservati carte e oggetti loro appartenuti, al museo della fondazione "Ternana opera educatrice".

Margherita si dedicò anche agli studi storia. Realizzò e disegnò un imponente albero genealogico che ricostruisce le origini della sua famiglia, quella dei Marchesi d'Incisa, Conti di Camerana e Gottasecca, Marchesi di Stile (a Sale San Giovanni c'è il castello Incisa di Camerana), Signori di Rocchetta e di Montaldo, di Priero, di Cairo, ecc. Fu inoltre pittrice e halasdato apprezzabili disegni ed acquerelli. Donna di profonda cultura, curò la formazione del marito (più giovane di lei) e l'avviò alle diverse carriere: Rossi Passavano' divenne deputato, docente universitario, storico, magistrato della Corte dei conti, "partigiano combattente" come Capo assistenza dell'8° Armata inglese. È uno dei due soli italiani che ebbero l'oro al valor Buttate sia per la prima che per la seconda guerra mondiale. A lui si deve la fondazione "Toe", costituita nel 1980 allo scopo di premiare laureati meritevoli e lavoratori distintisi nella professione. Un suo busto in gesso è conservato a Pinerolo, nel Musco storico dell'Arma di cavalleria, della cui Associazione nazionale fu a lungo presidente.

L'autrice di questo "reportage" ringrazia per la cortese disponibilità Elisabetta David dell'Archivio di Stato di Terni, che le ha messo a disposizione i suoi studi e che è nel novero di quegli studiosi che, in Umbria, tengono viva la memoria di Margherita d'Incisa di Camerana, donna eccezionale e personaggio storico praticamente sconosciuto (almeno finora) nel suo Piemonte natio

342 – Il Giornale 19/05/11 Il re torna in Montenegro

In Montenegro torna il re, ma senza corona

di Fausto Biloslavo

Nikola Petrovic, erede di Nikola I, riaccolto in patria con tutta la famiglia e gli onori: avrà due nuove residenze, uno stipendio mensile uguale a quello del presidente e un indennizzo da 4,3 milioni di euro. Ma non avrà un ruolo politico. Almeno per ora

In Montenegro torna il re e tutta la famiglia. Non al potere, ma con qualche aspirazione politica mai celata ed il portafoglio gonfio, dopo anni di trattative con il governo di Podgorica. Per il rientro in patria, con tutti gli onori, del principe Nikola Petrovic, erede al trono del Montenegro si è mobilitato il parlamento. Una legge ad hoc «normalizzerà» lo status della dinastia fondata da Nikola I oltre un secolo fa. Il re conosciuto agli inizi del ’900, come «il suocero d’Europa». Cinque delle sue figlie sposarono monarchi o principi europei. Una di queste era Elena del Montenegro, seconda regina d’Italia come moglie di Vittorio Emanuele III.
Gli eredi dei Petrovic incasseranno dal governo montenegrino 4,3 milioni di euro, nei prossimi sette anni, per la corona ed i beni perduti. L’erede al trono, Nikola, che è cresciuto in Francia e vive a Parigi avrà lo stesso stipendio di 3000 euro del capo dello stato montenegrino. Non solo: alla famiglia reale verranno restituite alcune terre confiscate a Njegosih. A Cetinje, antica capitale del regno, sarà ricostruita una nuova casa reale. Oggi c’è solo un museo, ma nel borgo fra le montagne, culla dell’indipendentismo montenegrino, è nata e cresciuta Elena, regina d’Italia. Pure a Podgorica, l’attuale capitale, il governo concederà una residenza all’altezza del principe ereditario. I dettagli della ricucitura con la monarchia sono stati negoziati per anni ed il vero nodo, oltre ai soldi e alle terre, riguardava il ruolo politico dell’erede al trono. Il precedente premier montenegrino e uomo forte del paese temeva la discesa in campo del principe o dei suoi familiari. Nikola II non voleva fare solo la bella statuina e nel 2010 il braccio di ferro era talmente forte, che l’erede al trono non si presentò alle manifestazioni per il centenario del regno.
La situazione si è sbloccata con l’attuale primo ministro, Igor Luksic. Secondo la legge ad hoc il principe potrà svolgere «alcune funzioni protocollari e non politiche» in Montenegro utilizzando «obiettivi rappresentativi e altri beni del patrimonio pubblico». Il principe Nikola si era già speso per l’indipendenza del Montenegro e l’ingresso della piccola perla dell’Adriatico nell’Unione europea. Classe 1944 è il figlio di re Michele e di Genevieve Prigent. Suo nonno combattè contro l’impero austro ungarico nella prima guerra mondiale, ma alla fine del conflitto la dinastia serba del cugino Karajeorjevic si prese anche il Montenegro. Nikola I fu costretto all’esilio sull’isola di Antibes. Il fervore monarchico riaffiorò al crollo dell’ex Jugoslavia voluta da Tito. Il passo per la discesa in campo politico di un Petrovic è breve, ma la legge che normalizza lo status della monarchia sancisce fra le righe un importante aspetto storico, che sfocia nell’attualità. Dal testo parlamentare si evince che nel 1918 la corte di Belgrado destituì la dinastia Petrovic e di conseguenza l’unione del Montenegro alla Serbia è stata un vero e proprio atto di annessione. L’unione ha retto fino ai tempi di Slobodan Milosevic. Nel 2006 un discusso referendum sull’indipendenza sancì definitivamente lo strappo di Podgorica da Belgrado. Non a caso la comunità serba che vive in Montenegro si oppone alla legge pro monarchia. Secondo il deputato serbo Goran Danilovic «si compie un atto unilaterale di revisione storica, che interpreta il passato nell’ottica più favorevole allo status quo».
Si sono messi di traverso sostenendo la linea serba anche gli eredi della dinastia Karadjeordjevic, che hanno rotto i ponti con i principi montenegrini dal 1918. Alessandro, l’erede al trono, è tornato a vivere a Belgrado dal 2001 nell’ex villa reale di Beli Dvor a Dedinje, la collina Vip di Belgrado. Pure lui sogna il ritorno della corona. Come ogni anno, anche lo scorso gennaio, si è rivolto al popolo serbo inneggiando alla monarchia costituzionale. Paragonando una serie di dinastie storiche ai regimi che le hanno sostituite ha invitato i cittadini serbi a riflettere «se Pol Pot sia meglio di Sihanouk, Menghistu di Selassie, Ceausescu di re Michele, Zivkov di re Simeone, o l’Afghanistan di oggi dello stato del re Mohammed Zahir!».

343 - Il Piccolo 18/05/11 Sulla guerra di Bosnia ancora vent'anni dopo si sparano menzogne

Sulla guerra di Bosnia ancora vent'anni dopo si sparano menzogne

Feltrinelli ristampa il libro "Maschere per un massacro", che Paolo Rumiz scrisse quando la guerra nell'ex Jugoslavia era ancora in corso

È uscito anche l'audiolibro della "Cotogna di Istanbul"

A quindici anni dalla prima edizione, pubblicata nel 1996 dagli Editori Riuniti (con una introduzione firmata da Claudio Magris), e ristampata nel '99, torna in libreria da domani una terza edizione di "Maschere per un massacro", straordinario intenso reportage di Paolo Rumiz, inviato speciale del "Piccolo" e poi editorialista di "La Repubblica", che dal 1986 ha seguito gli eventi dell'area balcanica e danubiana, vivendo in prima linea la dissoluzione della Jugoslavia e raccontandola con reportage prima dalla Croazia e successivamente dalla Bosnia Erzegovina. Un lavoro da giornalista di guerra per il quale ha ricevuto tra gli altri il Premio Hemingway 1993 e il Max David 1994 quale miglior inviato italiano dell'anno. Questo suo libro - che si affianca a "La linea dei mirtilli - Storie dentro la storia di un paese che non c'è più", uscito nel 1993, sempre per gli Editori Riuniti - "smaschera" i veri meccanismi della guerra balcanica dietro i fraintendimenti e le mistificazioni. Gli odi tribali, i massacri, i deliri nazionalistici, le pulizie etniche furono solo gli strumenti che un sistema politico ed economico allo sbando utilizzò per accrescere il proprio potere, tacitare le opposizioni e impedire il ricambio delle classi dirigenti. Questa nuova edizione é completata da un ampio capitolo in cui l'autore ripercorre gli sviluppi più recenti, offrendo le chiavi per comprendere una situazione ancora intricata e pericolosa. Quindi non solo racconto e testimonianza di una guerra feroce, ma uno sguardo su un presente non ancoea pacificato. Ricordiamo tra gli ultimi libri di Rumiz, "Il bene ostinato", uscito in marzo per Feltrinelli, tutto dedicato all'Africa, e, da segnalare, la nuova edizione - appena uscita - in audiolibro (Cd Audio formato Mp3) del romanzo-canzone "La cotogna di Istanbul", scritto al ritomo di una ballata "per tre uomini e una donna", pubblicato l'anno scorso e ora proposto nella lettura di Moni Ovadia e Paolo Rumiz, con le musiche originali di Alfredo Lacosegliaz e con la partecipazione di Diniz Ozdogan e Giuseppe Cederna.

Pubblichiamo un brano della nuova introduzione scritta dal giornalista e scrittore Paolo Rumiz in occasione della ristampa del suo libro "Maschere per un massacro" (Feltrinelli).

di PAOLO RUMIZ

Afan, il pittore sarajevese un po' fuori di testa che nella mia ballata bosniaca "La cotogna di Istanbul" divide a guerra finita con Max Altenberg rakija e pensieri, nomina con amarezza e disincanto «quella parola pomposa, 'Europa'/ che gli era diventata insopportabile,/ l'Occidente, che invece di capire/ l'imbroglio nascosto dietro la guerra/ a vista d'occhio si balcanizzava». E il narratore, usando parole simili, ci introduce fin dal prologo in «una cosa che noi chiamammo guerra/ e invece fu, ve lo posso garantire/ io che l'ho vista da molto vicino,/ solamente un imbroglio sanguinoso». Sono passati vent'anni da quell'inizio (sono del maggio 1991 i primi ammazzamenti attorno a Vukovar sul Danubio) e ancora non trovo una parola migliore di "imbroglio". Perché tale fu quel massacro costruito in laboratorio e sdoganato ai fessi come conflitto di civiltà, scontro tribale o generica barbarie. In questo depistaggio l'Europa è caduta in pieno, per inerzia, interesse o complicità, e questo ci espone tutti al rischio di essere balcanizzati senza aver approntato contromisure al diffondersi del contagio. È un'impreveggenza che nasce dal fatto di crederci immuni da una cosa che, sbagliando, presumiamo essere solo "balcanica", e di conseguenza irripetibile in Europa. "Maschere per un massacro", scritto a guerra ancora in corso, poco prima che l'eccidio di Srebrenica si svelasse, non è la fotografia di un evento concluso. Anche per questo, credo, la sua riedizione mi è stata chiesta per anni da lettori di ogni parte d'Italia. Il libro narra un viaggio doloroso, affascinante e pieno di inganni, verso la rumorosa caduta del sipario che nasconde gli eventi. Un mascheramento peraltro goffo, perché rispetto al disastro afghano e dell'Iraq, coperti da una cortina fumogena ben più tossica di disinformazione, l'imbroglio bosniaco era ancora ben leggibile. Non ci voleva un grande sforzo a capire, bastava porsi con più insistenza le domande base del mestiere: come, dove, quando e perché. E soprattutto: a chi giova. Da allora ho chiuso con quella terra di fiumi e montagne. L'ho fatto non certo per dimenticare, ma per il dovere morale e politico di applicare altrove la lezione. Non sono più tornato in Bosnia, anche per non rischiare dipendenza da quel mondo che mi aveva preso l'anima, quello che prima Ivo Andric e poi Claudio Magris mi avevano insegnato ad amare. Ma la distanza dai luoghi ha creato qualcosa che non prevedevo: il mito. E il mito ha generato un libro in versi che rileggesse epicamente gli eventi. C'era nostalgia, non della guerra, ma della bella umanità che la guerra aveva svelato . È stato duro riprendere in mano "Maschere per un massacro". La lettura mi ha obbligato a uscire da questa dimensione mitologica e a risalire il fiume degli eventi fino alla sorgente, talvolta con grande fatica. E lì ho visto zampillare immagini fresche, cariche di forza, tali da darmi un'altra conferma che poco da allora era stato compreso o risolto. Oggi posso dire che la polveriera è ancora lì inalterata, col suo grumo di rancori, falsi profeti stipendiati e interessi politico-malavitosi, e potrebbe coglierci ancora di sorpresa, così come ci ha colto di sorpresa la rivolta del Nordafrica. Anche quell'evento alle porte di casa non era nei conti dei nostri diplomatici, ben più attenti alle guerre intestine del loro ministero, e nemmeno nei conti di chi ci sfinisce da sempre con l'allarme dello scontro religioso con l'Islam, e non mette in conto l'ipotesi di conflitti sociali o rivolte politiche dentro l'Islam. Ben prima della crisi in Afghanistan, Iraq e Maghreb, la Bosnia ha segnato il fallimento dell'Occidente e dell'Europa. La rimozione nasce anche dalla fatica di ammetterlo. Tutti sappiamo dov'eravamo l'11 settembre 2001, quando arrivò la notizia dell'assalto alle Torri gemelle. Ma non chiedetemi dov'ero l'11 luglio 1995, quando cadde Srebrenica e iniziò l'ultimo massacro del secolo. Non me lo ricordo. Fu il triplo dei morti rispetto a New York, ma non ci fu nessuna diretta tv e nessuno se ne accorse. Srebrenica, che roba era? Un buco tra le montagne dal nome impronunciabile. L'Europa era al mare, la storia stava finendo, il contenitore di audience era esaurito. E poi, tutto sommato, a che pro sapere? Eravamo complici. L'Europa, le Nazioni Unite, la Nato. Avevamo lasciato che il massacro avvenisse. Migliaia di musulmani bosniaci (musulmani solo per l'anagrafe, va ripetuto, in Jugoslavia il fattore religioso era secondario) erano fuggiti nell'enclave fin dal '92, all'inizio delle ostilità, perché l'Onu l'aveva dichiarata zona protetta. Fuggiti, dunque, per salvarsi la pelle. Invece, Srebrenica divenne la loro trappola. Un lager sovraffollato di denutrizione e isolamento. Che ci fosse puzza d'imbroglio lo capii ben presto, anche se non avrei mai immaginato che si arrivasse fino al massacro a cielo aperto . Oggi sappiamo tutto sui giorni del disonore, ma sulla guerra di Bosnia - già abbondantemente preparata da bugie propagandistiche - si continuano a sparare menzogne. Ancora oggi, i dirigenti serbi e croati della Bosnia del tempo vengono definiti "baluardo contro il pericolo islamista", un pericolo che venne evocato solo per meglio giustificare con la fede cristiana lo smembramento della Bosnia-Erzegovina.

344 - Il Piccolo 19/05/11 Le tensioni etniche nella ex Jugoslavia in marcia verso l'Ue. In Sangiaccato, Kosovo e Bosnia-Erzegovina riemergono antichi conflitti mai sopiti.

Le tensioni etniche nella ex Jugoslavia in marcia verso l'Ue

In Sangiaccato, Kosovo e Bosnia-Erzegovina riemergono antichi conflitti mai sopiti. Il ruolo di Russia e Turchia

L'ANALISI»SCENARI BALCANICI

IL RUOLO DELLA SERBIA Belgrado ha iniziato il suo dialogo poco convinto con Pristina
LE TENSIONI IN CROAZIA Pesa in vista delle elezioni la condanna dell'ex generale Gotovina
LA CRISI DELLA BOSNIA Gli accordi di Dayton iniziano a mostrare i propri limiti

di TITO FAVARETTO

Mentre nell'Unione Europea (UE) la crisi dei debiti sovrani e dell'euro si sta complicando, aumentano le divisioni e le rivalità tra gli stati rispetto ai problemi internazionali e i partiti euroscettici avanzano, anche le aree per le quali esiste una prospettiva di adesione all'UE, come i Balcani occidentali, cominciano a manifestare segni di malessere. La situazione economica, deteriorata a causa della crisi, evidenzia quasi ovunque una forte disoccupazione e tassi di sviluppo attuali e prevedibili troppo bassi per sperare di ridurla in tempi accettabili, mentre l'afflusso di investimenti diretti esteri è ancora troppo limitato. Sul piano politico i governi di paesi importanti dell'area, quali la Croazia e la Serbia, sono vicini alla scadenza elettorale e vivono una fase di incertezza per l'aumentato consenso delle opposizioni. I processi di riforme e l'adeguamento della legislazione nei settori giudiziario e della pubblica amministrazione, concordati con l'UE, avanzano con grande lentezza, mentre sempre più diffuso è il fenomeno della corruzione.

Ma il malessere più evidente riguarda il problema delle tensioni etniche che riaffiorano periodicamente all'interno dei differenti paesi e si riflettono spesso sui loro rapporti. Alcune situazioni possono risultare più circoscritte e, forse, esaurirsi nel tempo: le contrapposte commemorazioni in Serbia e Croazia delle guerre del 1991 e del 1995; la condanna da parte del tribunale dell'Aia del generale Gotovina, considerato dai croati un eroe della "guerra patriottica" e la mancata estradizione allo stesso tribunale del generale Mladic, accusato del massacro di Sebrenica; la contestazione di modalità e criteri adottati per il censimento che si svolgerà in tutta l'area, da cui dovrebbero emergere anche i mutamenti etnici derivati dalla guerra. In altri casi, invece, si tratta di tensioni e conflitti ormai radicati e di incerta soluzione.

Tra i più evidenti si può ricordare quello riguardante il Sandjak. In quest'area della Serbia, ai confini tra il Montenegro, il Kosovo e le Bosnia-Erzegovina, la maggioranza di bosniaci musulmani porta avanti da anni richieste per una più adeguata presenza in enti e istituzioni. Negli ultimi tempi, però, tra tensioni crescenti (aggravate da conflitti interreligiosi), l'obiettivo perseguito è ormai quello di ottenere uno statuto di autonomia, per ora non previsto e contrastato dallo Stato. Un altro caso è quello dell'area posta a nord del fiume Ibar, in Kosovo, abitata prevalentemente da Serbi. Questa comunità, che ha organizzato alcune strutture parallele di gestione, non intende riconosce l'autorità del governo kosovaro. Ne è derivata una situazione a volte molto conflittuale e anche la missione dell'UE (EULEX) non è finora riuscita a determinare una normalizzazione.

Su pressione dell'UE un dialogo è iniziato tra Belgrado e Pristina ma la contestazione dell'indipendenza del Kosovo da parte della Serbia rende il rapporto difficile. Sembra perdere forza il progetto della concessione di uno statuto speciale di autonomia all'area del nord; riemergono ipotesi di possibili spartizioni territoriali. È la Bosnia-Erzegovina, tuttavia, il paese da cui provengono i maggiori segnali di crisi. Lo Stato è costituito, sulla base dell'accordo di Dayton (1995), da due entità (Repubblica serba (RS) e Federazione croato-musulmana), con ampie competenze. Vi è inoltre la presenza di un Alto Rappresentante Internazionale(AR), dotato di importanti poteri tra i quali quello di annullare leggi, sentenze e dimettere eletti che ostacolassero, a suo giudizio, gli accordi di Dayton. Nel tempo la politica degli AR è stata quella di tentare di "attenuare" le competenze delle entità rafforzando i poteri di Sarajevo. In un paese dominato da partiti etnici sempre riconfermati nelle successive elezioni, le resistenze, soprattutto da parte della RS sono state molto forti.

La Bosnia-Erzegovina è da sette mesi senza governo. La diffidenza e la contrapposizione tra le tre nazioni è crescente. I rappresentanti dei maggiori partiti croati hanno convocato un' "Assemblea nazionale croata" per riaffermare la completa uguaglianza tra le tre nazioni e proteggere i croati dal governo centrale. La RS ha indetto un referendum contro le decisioni imposte dall'AR concernenti la legge sulla corte e la procura della Bosnia-Erzegovina insediati a Sarajevo. L'AR Valentin Inzko, ha imposto alla RS di ritirare la decisione sul referendum, ritenuto contrario all'accordo di Dayton, minacciando sanzioni contro il suo presidente Milorad Dodik. Immediata la risposta: se il referendum sarà annullato, la RS ritirerà tutti i sui rappresentanti dalle istituzioni centrali. Al di là del merito e degli esiti della questione, la situazione della Bosnia -Erzegovina sta evolvendo verso una coincidenza di interessi di Croati e Serbi contro una centralizzazione identificata come maggior potere dato alla parte bosniaco- musulmana. Sotto questo profilo, nonostante le non poche responsabilità dei partiti etnici nel mancato sviluppo del paese, l'azione dell'AR ha complicato le cose delegittimando spesso le istituzioni e rafforzando, paradossalmente, la percezione di un protettorato che lede i principi democratici. La situazione ha riaperto un nuovo confronto internazionale nei Balcani. La Serbia ha preso posizione contro eventuali sanzioni alla RS obiettando che il referendum non attenta all'integrità della Bosnia- Erzegovina.

La Russia, la cui presenza e i cui interessi sono molto aumentati nei Balcani, ha assunto la stessa posizione e così anche la Cina. Persino gli USA, pragmaticamente, stanno invitando alla moderazione. E anche la Turchia, impegnata in un'azione di appoggio/mediazione nella vicenda del Sandjak, sta aumentando la sua attenzione sulla regione. In questa situazione l'UE cerca di mediare proponendo a Dodik di sospendere per ora il referendum in cambio di una revisione della legge in questione. Ma la immagine dell'UE nell'area risulta appannata e la sua capacità di attrazione diminuita (i sondaggi d'opinione sia in Croazia che in Serbia dimostrano una preoccupante flessione dei favorevoli all'adesione). È soprattutto il suo approccio ai problemi che sembra poco flessibile rispetto alle diverse realtà. Le tensioni e le diffidenze tra le etnie e il loro bisogno di sicurezza, che si esprime attraverso una domanda di maggiore autonomia, sono fenomeni che rappresentano una fase storica dei popoli in questa regione e che stanno riemergendo, peraltro, anche in aree più sviluppate. Finché la fase di difesa dell'identità non si sarà consolidata sarà difficile pervenire alla fase di apertura agli altri, necessaria per diminuire lo spazio della rappresentanza etnica e allargare quello di un'auspicabile rappresentanza della cittadinanza.

A cura di Stefano Bombardieri

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