Rassegna Stampa Mailing List Histria
Sommario N° 777 – 29 Maggio 2011

A cura di Stefano Bombardieri

345 - La Voce del Popolo 28/05/11 Pola - In attesa del 55.esimo Raduno degli Esuli (Arletta Fonio Grubiša)

346 - L'Arena di Pola 26/05/11 Torino 2011 - L'adunata del cuore: la grande adunata alpina (Carlo Montani)

347 - Il Piccolo 22/05/11 Beni in Croazia, all'esame le richieste degli italiani

348 - La Voce del Popolo 28/05/11 E & R - Seconde e terze generazioni per il futuro del Ricordo, echi dal Forum giovani dell'Anvgd (Roberto Palisca)

349 - Il Piccolo 25/05/11 Cittanova, torna la Croce restaurata (p.r.)

350 – La Voce del Popolo 27/05/11 Draga di Moschiena, la nuova sede CI sarà un punto di incontro tra le culture (Tamara Tomić)

351 - La Padania 21/05/11 Da Cattaro a Venezia per imparare l'arte del merletto di Burano

352 - Il Popolo diocesi di Pordenone 29/05/11 Detroit, commemorata la "Giornata del Ricordo"

353 - L'Arena di Pola 26/05/11 Luigi Drioli antifascista perseguitato da fascisti e antifascisti (Paolo Radivo)

354 - Messaggero Ancona 22/05/11 I Maratti, la famiglia che fece l'impresa, la fuga dalla Croazia, la vita grama sotto il Conero (Antonio Luccarini)

355 - La Voce del Popolo 25/05/11 Cultura - La famiglia Contarini e Piemonte, lo storico Gaetano Benčić ha vergato alcune pagine incentrate su questi nobili veneziani (Kristjan Knez)

356 – La Voce del Popolo 23/05/11 Cultura - Mercoledì al via il «Forum Tomizza 2011» con eventi a Trieste, Capodistria e Umago

357 – La Voce del Popolo 21/05/11 Speciale - Una Valle che si erge sul... colle (Mario Schiavato)

358 - La Voce del Popolo 28/05/11 Speciale - Bogliuno, un paese quasi deserto (Mario Schiavato)

359 - Il Piccolo 27/05/11 Arrestato Mladic il "boia di Srebrenica", catturato a 80 chilometri da Belgrado dove viveva in una casa modesta (Stefano Giantin)

360 - La Stampa 27/05/11 Fine della guerra calda (Enzo Bettiza)

361 - Il Piccolo 25/05/11 Croazia in Europa nel luglio 2013, ma Londra e Parigi frenano (Stefano Giantin)

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345 - La Voce del Popolo 28/05/11 Pola - In attesa del 55.esimo Raduno degli Esuli

La Comunità degli Italiani di Pola si prepara all'incontro
In attesa del 55.esimo Raduno degli Esuli

Dal 16 al 19 giugno si svolgerà a Pola il 55.esimo Raduno Nazionale degli Esuli da Pola.
In vista dell’arrivo dei Radunisti, la Comunità degli Italiani di Pola si sta preparando per dare il benvenuto e offrire il proprio supporto organizzativo per l’incontro.

Secondo quanto programmato, l’arrivo degli ospiti dall’Italia, che come preannunciato potrebbero essere ben 180, è previsto nella serata del 16 giugno. Dopo la sistemazione all’albergo Riviera e presso altri hotel cittadini, ci sarà la Riunione di Consiglio. L’incontro con i connazionali presso la Comunità degli Italiani di Pola è fissato per la mattinata successiva, dopo di che seguirà l’imbarco per la navigazione attorno alle Isole di Brioni, l’Assemblea Generale dei Soci, l’incontro serale in Sala Convegni per il conferimento della benemerenza "Istria Terra Amata" allo scrittore Stefano Zecchi, per il contributo dato alla diffusione della storia degli esuli a livello nazionale.

La mattina del 18 giugno, si visiteranno le cittadine di Valle e Dignano e ci si renderà protagonisti dell’incontro con i rappresentanti delle locali Comunità degli Italiani, mentre in serata ci sarà la cena e l’intrattenimento congiunto "Esuli e Rimasti" presso la sede comunitaria.

Il giorno 19 giugno, appuntamento in Cattedrale per la messa concelebrata dal Vescovo Mons.Eugenio Ravignani e da don Desiderio Staver, con l’immancabile intervento del coro misto della "Lino Mariani". Dopo l’adunata antistante il Duomo e una storica foto di gruppo, ci si trasferirà al Cimitero della Marina, per lo scoprimento, nel Sacrario Italiano, della targa in memoria ai Caduti del cacciatorpediniere "Rossarol", inabissatosi al largo di Lisignano il 16 novembre 1918 dopo l’impatto con una mina.

L’incontro per la prima volta in città

Vediamo, nel frattempo, le considerazioni sull’avvenimento e il programma da cogestire, da parte di Claudia Millotti, presidente dell’Assemblea della Comunità degli Italiani di Pola.

"Come Comunità degli Italiani apriamo le porte al 55.esimo Raduno Nazionale degli Esuli da Pola, supportando segmenti importanti del programma organizzato dall’Associazione Libero Comune di Pola in esilio. L’anzidetta Associazione ci ha chiesto la collaborazione, il nostro supporto per accogliere il Raduno che per la prima volta – da qui il suo rilevante significato – si terrà a Pola.

Quali sono questi segmenti di particolare rilievo?

L’incontro dei radunisti con i rappresentanti della Comunità degli Italiani di Pola. Ci farà molto piacere ricevere i graditissimi ospiti con un saluto e la presentazione della nostra Comunità. Come la nostra tradizione vuole, il momento dei saluti sarà reso più cordiale da un brindisi, che vuole segnare la collaborazione esistente negli anni passati ma anche nuovi percorsi culturali da compiere assieme.

Altro momento importante sarà quello di sabato, con una serata conviviale e programma d’intrattenimento culturale, da trascorrere tutti assieme, esuli e rimasti. Per detta serata si preannuncia un estivo comunitario eccezionalmente festoso, accogliente e affollato, perché ben 180 sono i partecipanti al Raduno provenienti dall’Italia. Si esibiranno per l’occasione la "Lino Mariani" al completo, come ambasciatori della nostra polesanità, e gli altri attivisti della Comunità. Di rilievo la giornata domenicale, che ci coinvolgerà nei preparativi e nell’organizzazione già al mattino, con la Santa Messa al Duomo e quindi con il cerimoniale al Cimitero della Marina.

La CI, dunque, è inclusa attivamente nell’organizzazione del programma in comune del Raduno. Speriamo che tutti i partecipanti si sentano a casa loro nella nostra Comunità. Questo è il nostro intento e augurio".

Porte aperte per la collaborazione

Considerazioni a proposito del 55.esimo Raduno Nazionale degli Esuli a Pola espresse anche da Fabrizio Radin, presidente della Comunità degli Italiani di Pola: "Quando l’associazione che raggruppa gli esuli polesani espresse, mesi fa, il desiderio di organizzare il proprio cinquantacinquesimo raduno a Pola, non ebbe il bisogno di bussare alla porta della Comunità degli Italiani, perché la nostra porta, per quel che riguarda i rapporti con gli esuli, era spalancata da almeno vent’anni.

A metà giugno, dunque, ospiteremo in città e negli ambienti della CI un folto gruppo di nostri concittadini che le tragiche vicende del secondo dopoguerra hanno costretto all’esilio. Permettetemi innanzitutto di esprimere loro, per l’ occasione, a nome della comunità dei polesani rimasti, la mia personale soddisfazione assieme ad un caldo augurio di benvenuto o meglio di bentornati a casa!

La nostra Comunità degli Italiani sin dal 1991, per statuto e orientamento programmatico, dedica particolare cura ai rapporti con gli esuli. Al di là di questo aspetto formale, vi sono ragioni di carattere morale e civile che ci spingono ad esprimere rispetto e considerazione delle molteplici ragioni di una scelta dolorosa e traumatica come è stata quella dell’esodo da Pola. Ne siamo stati personalmente colpiti se è vero, come è vero, che ogni famiglia di polesani rimasti ha avuto una sua parte esodata.

Da questo punto di vista, il 18 giugno di quest’anno si chiude un ciclo: per questo tramite mi permetto alla fine di esprimere l’augurio che se ne apra un altro, di stima e comprensione reciproca tra tutti gli uomini e le donne che, a Pola come nel mondo, sentono di appartenere – per lingua, cultura e tradizioni – al campanile della polesanità.

Arletta Fonio Grubiša

346 - L'Arena di Pola 26/05/11 Torino 2011 - L'adunata del cuore: la grande adunata alpina

L’Adunata del cuore

La grande Adunata alpina, un impegno di passione che si rinnova da 90 anni, ha assunto valori straordinari nella ricorrenza del centocinquantesimo anniversario dalla proclamazione del Regno d’Italia. A Torino, pavesata a festa in una sinfonia tricolore destinata a ripetersi nei raduni delle altre Associazioni d’Arma, tutti programmati nel capoluogo piemontese, gli Alpini hanno dato vita all’ennesima partecipazione da primato, con presenze complessive che sono state valutate in mezzo milione e con la tradizionale sfilata protrattasi per undici ore fra l’incessante entusiasmo del pubblico.

Si deve sottolineare che il motivo ricorrente negli striscioni che hanno percorso le vie della città, assieme ad un numero impressionante di bandiere, di gagliardetti ed a tutte le Medaglie d’Oro del patrimonio alpino, è stato quello dell’unità: non solo nella pur doverosa chiave storica, ma prima ancora, nel riferimento etico. Oggi, il valore unitario per cui si batterono gli Eroi del Risorgimento fino al sacrificio della vita è posto ripetutamente in discussione; ed allora, ben venga il richiamo degli Alpini, espressione di un’alta coscienza umana e civile riconosciuta da tutti.

Uno striscione esortava l’Italia a "piangere" perché ne ha valide motivazioni, ma tanti altri, insistendo sulle tradizioni di solidarietà e di amore patrio che sono state sempre nel pensiero e nel cuore degli Alpini, traducendosi in fatti concreti, hanno espresso una consapevole fiducia nel futuro: «non basta dire viva l’Italia ma bisogna fare il bene dell’Italia», come stava scritto in un messaggio particolarmente applaudito. Si può e si deve comprendere l’amarezza di chi vede la Patria in condizioni tanto difficili, ma gli Alpini, nei 139 anni della loro vita gloriosa, sono stati sempre capaci di coniugare al meglio il nobile sentire con il forte agire. Lo faranno anche stavolta, fedeli all’impegno che hanno rinnovato a Torino.

La grande folla che ha fatto ala al passaggio degli Alpini ha risposto con adesioni convinte e vorremmo aggiungere, con un affetto che ha radici lontane e si consolida visibilmente col passare del tempo: in questo caso, la cosiddetta maggioranza silenziosa diventa tangibile, facendosi udire chiara e forte, se non altro col fragore incessante degli applausi e lo sbandieramento dei nostri "santi colori". Momenti di particolare commozione sono stati suscitati, come sempre, dai reparti in armi, dalle penne mozze, dalla lunga successione delle Sezioni estere (che hanno raggiunto un nuovo massimo) e da quella di Fiume, Pola e Zara che secondo la tradizione ha aperto la sfilata degli Alpini italiani, con il celebre striscione inaugurato dall’impareggiabile don Luigi Stefani, Esule dalmata e Cappellano della Julia, nell’Adunata fiorentina del 1957. A proposito di Istria e Dalmazia, si deve porre in luce che anche a Torino è stata riproposta, come nelle precedenti Adunate, la presenza delle loro bandiere lungo le transenne, sia per ricordare l’ingiusto sacrificio di quelle terre da sempre italiane, sia per esprimere il ringraziamento giuliano, fiumano e dalmata a chi si era generosamente battuto per la loro difesa: senza fortuna, come sta scritto in un grande Sacrario della Patria, quello di El Alamein, ma con indiscusso valore.

A titolo di esempio, fra i tanti Alpini che hanno onorato quelle bandiere con un vibrante saluto d’ordinanza, e non solo, è motivo di profonda soddisfazione rammentare coloro che, uscendo significativamente dalle righe, hanno manifestato sentimenti davvero autentici salutando l’Istria «italiana, sempre, sempre, sempre» (Lombardia) od inchinando il gagliardetto del proprio Gruppo davanti al vessillo istriano (Sardegna).

E poi, come non ricordare, fra i tanti invalidi che hanno voluto onorare l’Adunata con un intervento proveniente prima di tutto dal cuore, quell’Alpino novantottenne reduce dall’Abissinia che ha sfilato ancora una volta nella sua carrozzella? Come non menzionare i superstiti della campagna di Russia, che hanno sfilato, come affermavano tanti striscioni, assieme agli innumerevoli commilitoni tragicamente Caduti? Come non dire della Protezione Civile, intervenuta a tempo di record nell’Abruzzo vittima del sisma, o del Sindaco di Fossa che ha voluto attestare visibilmente il sentito grazie del suo Comune e della sua gente?

Purtroppo, si deve ricordare con tristezza la perdita che proprio la Sezione abruzzese ha dovuto subire con la scomparsa del Suo "vecio" Cesarino Di Nunzio, di Villetta Barrea, vittima di un infarto dopo il passaggio davanti alle tribune di Piazza San Carlo ed "andato avanti" congedandosi dal mondo come avrebbe voluto: da Alpino. Ecco un’emozione ed un sacrificio cui si deve un omaggio commosso e condiviso, al pari di quello riservato ai Caduti in Afghanistan, presenti in tanti striscioni e, prima ancora, nelle menti e nei cuori.

Comunque sia, tutti coloro che hanno partecipato alla sfilata avrebbero diritto ad una citazione: se non altro, per gli occhi limpidi che incrociavano lo sguardo di quanti, ai lati della strada, avevano portato in dono agli Alpini un’adesione non certo formale ai loro valori di giustizia, alla loro capacità di donare e, proprio per questo, al loro genuino impegno patriottico. Tutti, in ogni caso, hanno diritto ad un grande abbraccio ideale, che intende testimoniare la riconoscenza dell’Italia.

Carlo Montani

347 - Il Piccolo 22/05/11 Beni in Croazia, all'esame le richieste degli italiani

Beni in Croazia, all'esame le richieste degli italiani

Le autorità d'oltreconfine chiedono integrazioni alle domande di restituzione Positivi i commenti tra i profughi: «Primo, timido segnale di attenzione»

La Corte suprema ha dato ragione a una brasiliana

Un'altra svolta nella questione dei beni abbandonati in Croazia la si è avuta nell'agosto scorso allorché la Corte suprema croata, in disaccordo con il Governo, ha convalidato la sentenza emessa nel 2008 dal Tribunale amministrativo di Zagabria che aveva dato ragione a una brasiliana di origini ebraiche, Zlata Ebenspanger, la quale aveva chiesto la restituzione di una palazzina di sua proprietà in via Radic 35 nella capitale croata che era stata espropriata ai tempi di Tito. L'anno scorso si è appreso che da quando nel 1991 la Croazia è divenuta uno Stato indipendente sono stati 4.211 gli stranieri che hanno chiesto la restituzione di beni espropriati. Di questi, 1.034 italiani tra cui anche i Luxardo eredi del più vecchio stabilimento industriale di Zara: la distilleria del famoso Maraschino.
di Silvio Maranzana wTRIESTE Le autorità croate esamineranno le richieste di restituzione dei beni abbandonati dagli italiani, espropriati o nazionalizzati da Tito. Le amministrazioni croate hanno infatti inviato nelle settimane scorse lettere agli oltre mille profughi italiani che tra il 2002 e il 2003 avevano fatto domanda di restituzione dei beni. In esse si chiedono alcuni documenti integrativi e la traduzione nella lingua croata. Ultimamente non è intervenuto alcun mutamento nella legislazione croata che ancora non ammette restituzioni o indennizzi nei confronti dei cosiddetti "optanti", cioé degli esuli che dopo il Trattato di Parigi del 1947 (e dopo quello di Osimo per quanto riguarda la Zona B) abbiano optato per la cittadinanza italiana. Non era mai successo però che le stesse autorità d'oltreconfine sollevassero "motu proprio" la questione. E infatti anche negli ambienti dei profughi l'iniziativa, pur senza sollevare aspettative, è stata accolta positivamente. «Le acque in qualche modo si sono finalmente smosse», è il commento di Renzo Codarin vicepresidente dell'Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia. E Paolo Sardos Albertini, presidente della Lega nazionale, aggiunge: «Un piccolo segnale di attenzione, anche per i profughi la speranza è l'ultima a morire e forse ancora non è morta». Tiziano Sosic, viceconsole onorario d'Italia a Pola oltre che avvocato, conferma che molti sono stati gli italiani che hanno deciso di insistere, che hanno inviato i documenti aggiuntivi e le traduzioni richiesti. In non pochi casi le autorità croate hanno anche concesso una serie di proroghe. Per la maggior parte dei casi a interessarsi delle richieste non sono i profughi stessi, deceduti o comunque molto avanti con gli anni, ma i figli se non addirittura i nipoti che magari avrebbero diritto al bene dal punto di vista ereditario. In ballo vi sono terreni, ma anche case, locali d'affari, fabbriche. La questione, nemmeno affrontabile ai tempi della Jugoslavia, è incominciata a mutare nel 1999 allorché la Corte costituzionale croata ha abrogato l'articolo della legge che limitava la restituzione dei beni ai soli cittadini croati. Come rilevato da Ezio Giuricin sul sito web "Coordinamento adriatico" le modifiche proposte dal Governo croato però non cambiano la situazione poiché resta in vigore l'articolo 10 che stabilisce che il diritto alla restituzione non si applica nei casi in cui la materia sia stata regolata da accordi internazionali o bilaterali. È il caso degli "optanti" per i quali la questione patrimoniale è regolata dall'accordo firmato a Belgrado il 23 maggio 1949 e con l'intesa del 18 febbraio 1983 seguita al Trattato di Osimo. «Ci vuole ancora una modifica della legge», fa rilevare Codarin. È questo l'obiettivo tuttora nel mirino di Furio Radin che rappresenta la comunità italiana nel Parlamento croato, il Sabor. L'intento è di modificare gli articoli della proposta governativa che privilegiano unicamente i cittadini croati e coloro che avevano la cittadinanza jugoslava al momento delle nazionalizzazioni. «Forse basterebbe - aggiunge Sardos Albertini, che è anche avvocato - che nel corso delle cause che si apriranno ora grazie a queste richieste integrate, la legge venisse applicata in modo meno restrittivo. Sarebbe anche un segnale importante da parte della Croazia per entrare nell'Unione europea».

348 - La Voce del Popolo 28/05/11 E & R - Seconde e terze generazioni per il futuro del Ricordo, echi dal Forum giovani dell'Anvgd

a cura di Roberto Palisca

Echi dal Forum dell'ANVGD svoltosi a Rimini e destinato ai giovani discendenti degli esuli
Seconde e terze generazioni per il futuro del Ricordo

A Rimini, come avevamo annunciato, lo scorso fine settimana si è svolta la prima edizione del Forum dei giovani discendenti degli esuli giuliani e dalmati. Un incontro organizzato in primo luogo per porgere occasione alle seconde e terze generazioni per un rinnovato confronto sui temi della conservazione e della divulgazione della storia ereditata da chi ha scelto o è stato obbligato ad andarsene e alla quale è oggi indispensabile fornire nuove prospettive e nuovi spazi, sia nell’ambito dell’associazionismo che nella più ampia società civile.

E la risposta delle seconde e terze generazioni è stata generosa. Ad accogliere l’invito dei promotori del Forum sono stati giovani giunti da ben dodici Regioni italiane (Friuli Venezia Giulia, Veneto, Lombardia, Piemonte, Liguria, Emilia Romagna, Marche, Umbria, Lazio, Campania, Molise e Puglia) animati dal vivo interesse per un impegno che li coinvolga e li renda testimoni a loro volta.

Il primo appuntamento, la mattina di sabato 21, era intitolato "Portatori di identità" e prevedeva i saluti e gli interventi del vicepresidente nazionale ANVGD Marino Segnan, del delegato ANVGD per il mondo giovanile Pietro Cerlienco e di Guglielmo Salotti, storico. Ma la giornata è entrata nel vivo nel pomeriggio, con l’incontro „Comunicare, confrontarsi, costruire: il nostro futuro è adesso", nel corso del quale sono intervenuti i giovani presenti. Perché – come hanno rimarcato Segnan e Cerlienco nella loro introduzione – la necessaria continuità della storia e della memoria deve affidarsi alle nuove generazioni, consapevoli e formate a raccogliere il testimone. Un intermezzo di forte impatto emotivo è venuto dal collegamento audio-video via Skype con Herat, in uno degli scenari più difficili dell’Afganistan, dove opera Filippo Odair Marcato Guimaraes, iscritto al Comitato provinciale ANVGD di Padova, il cui saluto ha significativamente posto l’accento sulla necessità di non vivere in separatezza la memoria, ma di portarla adeguatamente agli altri per condividerla.

Il segretario nazionale Fabio Rocchi ha presentato il programma del Triangolare del Ricordo, in calendario a Roma il prossimo 21 settembre allo Stadio dei Marmi, che vedrà scendere in campo, per la prima volta dopo l’esodo, le storiche squadre del Grion Pola, della Fiumana e del Dalmazia, nelle quali giocheranno i giovani discendenti degli Esuli. Patrizia C. Hansen ha illustrato quanto il "Gruppo di lavoro" sul confine orientale istituito presso il MIUR ha conseguito in ormai due anni di incontri tra le associazioni degli esuli e i vertici del Dicastero in relazione all’insegnamento della storia giuliana e dalmata nelle scuole italiane e al suo corretto inserimento nei libri di testo.

Sono quindi intervenuti molti dei giovani presenti, da Parma come da Varese, da Busto Arsizio come da Barletta, da Fertilia a Trieste, da Milano a Genova. Vivaci i contributi di idee e di riflessioni, mediati dalle diverse esperienze personali ed ambientali, ma comune a tutti il forte intento di comprendere e acquisire strumenti adeguati di intervento in contesti ormai profondamente diversi dal passato. Molte e diversificate le proposte e le considerazioni venute dal dibattito pomeridiano: comune denominatore, la disponibilità al dialogo, ad interloquire con tutte le componenti della società civile, senza pregiudiziali ma tenendo fermi principi irrinunciabili: la dignità dell’esodo, la realtà delle foibe, l’italianità autoctona e la sua secolare civiltà espressa lungo tutto l’Adriatico orientale.

In questo senso pressoché tutti i giovani si sono pronunciati a favore del dialogo e dell’interazione con le comunità italiane d’oltre confine, con le quali "è indispensabile immaginare iniziative convergenti nel nome della conservazione della cultura e della lingua italiane nei territori oggi a sovranità slovena e croata, soprattutto in considerazione dei radicali mutamenti storici degli ultimi decenni e dell’avvento, anche in quelle comunità, di seconde e terze generazioni estranee agli eventi più tragici del passato".

La serata è proseguita con gli incontri di beach volley (ragazze) e calcetto (ragazzi), che hanno rappresentato, per divertimento e lealtà sportiva, un giusto coronamento della giornata. Per la cronaca, la formazione femminile "fiumana" ha vinto il torneo di beach volley, mentre i ragazzi istriani del Grion Pola si sono aggiudicati quello di calcetto.

Dedicata ad un bilancio conclusivo la sessione conclusiva dell’incontro. Al vicepresidente Segnan il compito di commentare e rilanciare le proposte pervenute, una delle quali è di convocare il Forum Giovani 2012 a Fertilia (Alghero), storico insediamento degli esuli in Sardegna. Condivisa anche la convinzione di dover rafforzare la presenza delle seconde e terze generazioni in seno all’ANVGD e alle sue rappresentanze regionali e di prevedere una maggiore interazione tra i giovani dell’Associazione. Un bilancio certamente positivo, per numero di partecipanti e densità di apporti, hanno sottolineato con soddisfazione gli organizzatori, che andrà confermato – è un impegno e una promessa – con iniziative già in essere e proposte emerse nella tre giorni di Rimini, nel segno di una indispensabile evoluzione di programmi e metodi.

349 - Il Piccolo 25/05/11 Cittanova, torna la Croce restaurata

Cittanova, torna la Croce restaurata

CITTANOVA È tornato finalmente a casa il Crocifisso ligneo rinascimentale della Chiesa della Beata Vergine del Carmelo dopo un lungo restauro a Venezia, grazie al sostegno finanziario della Regione Veneto. Nel laboratorio specializzato di Giovanna Menegaschi e Roberto Bergamaschi il Crocifisso è stato dapprima sottoposto alla pulitura e quindi alla disinfezione dai microorganismi avvenuta in una camera senza ossigeno per la durata di sei settimane. Poi si è proceduto al risanamento di alcune parti del volto, dei piedi e della croce e infine alla riverniciatura. I lavori sono venute a costare 15.900 euro, attinti dalla cosiddetta Legge Beggiato.

A controllare le operazioni sono stati due esperti istriani dell'Ufficio per la conservazione dei beni culturali, Natasa Nefat e Ivan Matejcic. È stato proprio quest' ultimo, 10 anni fa, in collaborazione con la Regione istriana a includere gli oggetti d'arte sacra nei progetti di recupero e restauro del patrimonio culturale lasciato dalla Repubblica Serenissima in Istria, Fiume e Dalmazia. Il Crocifisso tornato così all'antico splendore è stato collocato provvisoriamente nella Chiesa parrocchiale di San Pelagio nell'attesa della riapertura della sua chiesa domiciliare, chiusa per lavori di restauro. (p.r.)

350 – La Voce del Popolo 27/05/11 Draga di Moschiena, la nuova sede CI sarà un punto di incontro tra le culture

Il console generale d'Italia a Fiume, Renato Cianfarani,
con i dirigenti del Comune e del sodalizio
Draga di Moschiena, la nuova sede CI sarà un punto di incontro tra le culture

DRAGA DI MOSCHIENA (Valsantamarina) – È prevista per lunedì prossimo la pubblicazione del bando di gara per l’assegnazione dell’immobile che si auspica sarà la futura sede della CI di Draga di Moschiena. Si tratta di una notizia importante sia per la CNI locale che per la comunità di maggioranza del luogo dato che, la nuova sede sarà un punto di incontro importante tra le due culture. Il secondo passo dopo 15 giorni dall’uscita del bando sarà la pubblicazione del concorso per l’avvio dei lavori di ristrutturazione dello stabile, la cosiddetta "Casa Betti".

A confermare la notizia è stato il console generale d’Italia a Fiume, Renato Cianfarani, che per l’occasione ha incontrato dapprima il sindaco di Draga di Moschiena, Ratko Salamon, e poi i rappresentanti del sodalizio locale, confermando gli ottimi rapporti sussistenti tra la CI e il Comune. Cianfarani ha proseguito la visita con una puntata alla Comunità per poi effettuare un sopralluogo nell’edificio che sarà la futura sede della CI. Il console generale ha ricordato che l’intera comunità locale potrà trarre grandi vantaggi da questo, dato che nel futuro edificio della CI verrà istituita anche una casa di cultura, con contenuti di rilievo (tra cui una galleria d’arte), che avranno una valenza significativa per tutta la località e non solo per la CNI. Queste sinergie positive tra la CI e il Comune di Draga di Moschiena sono state confermate anche dal presidente del sodalizio, Riccardo Staraj.

Renato Cianfarani ha precisato inoltre che i fondi per il rinnovo dello stabile, posizionato nella zona centrale della cittadina, sono già stati stanziati e si è detto molto soddisfatto per questa iniziativa voluta fortemente dall’autorità che rappresenta: "Il Consolato Generale si è battuto affinchè la CI avesse una sede adeguata. Si tratta di una comunità piccola numericamente, ma molto attiva".

Ha specificato poi che oltre alla nuova sede della CI, anche la casa di cultura riveste un ruolo importante ed è vista dal console generale come importante punto di incontro tra comunità di minoranza e comunità di maggioranza. "A Draga di Moschiena i rapporti tra amministrazione comunale e comunità sono ottimi", ha aggiunto. Va ricordato che con l’assegnazione dell’immobile questo rimarrà di proprietà del Comune, ma verrà concesso per uso ventennale all’assegnatario, rinnovabile a scadenza del termine.

Tamara Tomić

351 - La Padania 21/05/11 Da Cattaro a Venezia per imparare l'arte del merletto di Burano

Sono anche queste tradizioni secolari a unire i territori e le comunità venete nel mondo

Da Cattaro a Venezia per imparare l'arte del merletto di Burano

«Rìuscire a mantenere l'attenzione su una pratica unica ed un'arte antica come 11 merletto di Burano, e ad esportare l'eccellenza che appartiene alla nostra città e alla nostra storia è merito degli organizzatori, e dimostra una forte sensibilità verso le comunità di Veneziani nel mondo che individuano nella tradizione, il vero elemento di unione tra i due territori». Questo il commento della presidente dela Provincia di Venezia Francesca Zaccariotto che ieri ha consegnato i diplomi di partecipazione a Mila Moikov e Jel-ka Vukotic due signore artigiane della comunità italiana del Montenegro che hanno frequentato per tre settimane un corso di merletto veneziano. L'iniziativa rientra nel progetto cofinanziato dalla Regione del Veneto per il "Recupero, la conservazione e la valorizzazione del patrimonio culturale di origine veneta nell'Istria e nella Dalmazia" e dalla Camera di Commercio di Venezia.

Tra i presenti alla consegna dei diplomi Bruno Giuseppe Moretto presidente dell'Associazione Veneziani nel Mondo, Maria Luisa Severi docente del corso e presidente dell'associazione culturale "Il merletto veneziano", Giuseppe Molta delegato della Camera di Commercio e Vittorio Ravà amministratore delegato del Casinò di Venezia.

«È un dovere per la nostra associazione - ha spiegato Moretto - che vuole in qualche modo caratterizzarsi per essere vicina alle eccellenze di cui Venezia va fiera».

«Le signore che hanno partecipato al corso - ha aggiunto Severi - si sono dimostrate molto volonterose e fortemente interessate ad imparare».

Zaccariotto ha donato delle pubblicazioni storiche su Venezia mentre le due signore hanno ricambiato con il primo lavoro realizzato al corso. Una volta tornate nel proprio paese le due corsiste potranno aprire un laboratorio artigianale del merletto. 1 lavori realizzati verranno esposti come un nuovo elemento dell'offerta turistica della Cattaro "veneta".

352 - Il Popolo diocesi di Pordenone 29/05/11 Detroit, commemorata la "Giornata del Ricordo"

Pordenonesi nel Mondo

COINVOLTA ANCHE CLEVELAND TRA MOSTRE FOTOGRAFICHE E DIVERSE PROIEZIONI

Detroit, commemorata la "Giornata del Ricordo"

Il Consolato d'Italia ha organizzato una serie di iniziative per sensibilizzare

La legge 92 del 30 marzo 2004 ha istituito la "Giornata del ricordo" in memoria delle vittime delle foibe, dell'esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale e della concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati. La legge è chiamata anche "legge Menia", dal nome del parlamentare triestino fattosi promotore dell'iniziativa. Il "Giorno del ricordo" conserva e rinnova la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre di istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale. Il 10 febbraio è stato adottato poiché quel giorno, nel 1947, venne firmato a Parigi il Trattato di Pace fra l'Italia (uscita sconfitta dalla Seconda Guerra mondiale) e le Potenze alleate ed associate. Il Trattato di Pace comportò numerosi effetti per il nostro Paese: oltre ai risarcimenti, vennero infatti imposte all'Italia condizioni che riguardavano aspetti territoriali e militari. Tra gli aspetti militari si ricordano quelli del confine occidentale (cessioni territoriali alla Francia), settentrionale (con l'accordo

De Gasperi-Gruber), la decolonizzazione, la questione del Dodecanneso. La ferita più dolorosa fu senz'altro quella sul versante orientale del nostro confine, con la questione di Trieste e quella di Istria, Fiume e Dalmazia. Le commemorazioni della "Giornata del ricordo" prevedono iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi tra gli studenti di ogni ordine e grado.

E' altresì favorita, da parte di istituzioni ed enti, la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti in modo da conservare la memoria di quelle vicende. Tali iniziative sono inoltre volte a valorizzare il patrimonio culturale, storico, letterario e artistico degli italiani dell'Istria, di Fiume e delle coste dalmate in particolare, ponendo in rilievo il contributo degli stessi, negli anni trascorsi e negli anni presenti, allo sviluppo sociale e culturale del territorio della costa nordorientale adriatica altresì a preservare le tradizioni delle comunità istriane-fiumane e dalmate residenti nel territorio nazionale e all'estero.

Nel più ampio contesto delle celebrazioni per i 150 anni dell'Unità d'Italia, il Consolato d'Italia a Detroit e il vice Consolato a Cleveland hanno organizzato per la prima volta in questa circoscrizione consolare - con la collaborazione di numerosi altri soggetti negli Usa ed in Italia - una serie di iniziative che intendono divulgare tra il pubblico la conoscenza di quegli eventi. Due mostre fotografiche itineranti. "Istria, Fiume, Dalmazia e gli Italiani di là dal mare-Istria, Fiume, Dalmazia and the Italians across the Adriatic" è stata inaugurata domenica 20 febbraio nell'area di Detroit al Venetian Club -hanno ricordato non solo gli eventi del confine orientale d'Italia, ma anche le vittime delle foibe ed i 350 mila italiani costretti a lasciare la terra dei loro padri. Il programma delle celebrazioni tenutesi nella circoscrizione consolare di Detroit comprendevano anche la celebrazione della Santa Messa (a Cleveland e Detroit) per ricordare quegli eventi; la trasmissione di interviste radiofoniche nell'area di Cleveland; la proiezione di un documentario e la presentazione di un libro. Il Consolato d'Italia a Detroit ha fornito così il proprio contributo per dissolvere il silenzio che ha avvolto per decenni la storia del confine orientale del nostro Paese e le violenza subite dagli italiani della Venezia Giulia e di Istria Fiume e Dalmazia.

353 - L'Arena di Pola 26/05/11 Luigi Drioli antifascista perseguitato da fascisti e antifascisti

Luigi Drioli, antifascista perseguitato da fascisti e antifascisti, repubblicano sconfessato dalla Repubblica Italiana

Era ora. Sì, era proprio ora di rendere pubblicamente il dovuto omaggio a Luigi Drioli. Si era cominciato a farlo tra il 16 aprile e il 22 maggio 2010 con una mostra documentaria all’Archivio di Stato di Trieste nel contesto della XII Settimana della Cultura. Si è continuato con alcuni saggi contenuti nell’ultimo numero degli "Atti e Memorie della Società Istriana di Archeologia e Storia Patria". E si è perseverato con il fascicolo Luigi Drioli un esempio di coerenza, edito dalla Società Istriana di Archeologia e Storia Patria (SIASP) e presentato martedì 12 aprile a palazzo Gopcevich dagli storici Gloria Nemec e Roberto Spazzali su iniziativa della stessa SIASP, dell’Archivio di Stato di Trieste e del Comune nell’ambito della XIII Settimana della Cultura. L’opuscolo raccoglie in 96 pagine l’introduzione delle quattro figlie di Drioli, Grazia Vittoria, Gianna, Sandra e Italia (Itti), due testi tratti dal volume di Mario Dassovich Sopravvissuti alle deportazioni in Jugoslavia, ovvero la testimonianza dello stesso Drioli Avevo tentato di suicidarmi e il saggio di Dassovich La vicenda del "gruppo Drioli" nei commenti della stampa, e infine i tre contributi tratti dal numero 110 (2010) degli "Atti e Memorie": Luigi Drioli, di Grazia Tatò, Luigi Drioli: l’ultimo eroe del Risorgimento italiano, di Roberto Spazzali, Archivio di Stato di Trieste. Inventario dell’archivio Luigi Drioli (1945-2003), di Chiara Artico, e Mostra documentaria sull’archivio e la figura di Luigi Drioli (16 aprile - 22 maggio 2010), sempre di Chiara Artico.


Ma chi fu Luigi Drioli? Potremmo rispondere: un irredentista perseguitato dai fascisti, un antifascista democratico incarcerato dagli antifascisti titini, un repubblicano imprigionato dalla Repubblica di Jugoslavia, sconfessato dalla Repubblica Italiana e snobbato dai repubblicani italiani.


Nato a Isola d’Istria nel 1902, orfano di padre a otto anni e di madre a diciannove, Luigi interruppe gli studi per dedicarsi al negozio di famiglia. Nel 1925 fondò la società remiera "Pullino". Di formazione mazziniano-irredentista, durante il ventennio aderì alle organizzazioni clandestine democratico-repubblicane "Italia Libera", "La Giovane Italia" e "Giustizia e Libertà". Fu perciò sottoposto a vigilanza di polizia, a fermi, ad arresti e a due processi con l’accusa di attività antifascista, venendo anche proposto per il confino.


L’8 settembre 1943, quale rappresentante del Partito d’Azione, promosse la nascita del Comitato di Salute Pubblica, divenuto poi Comitato di Liberazione Nazionale di Isola, e tentò di opporsi alla deriva filo-jugoslava favorita dai comunisti locali. Durante l’occupazione nazista inviò dei giovani a combattere nei battaglioni partigiani "Trieste" e "Alma Vivoda", fondò insieme ad altri repubblicani la divisione "Giustizia e Libertà", mantenne contatti con il CLN di Trieste e con gli altri della Venezia Giulia, distribuì volantini nelle fabbriche isolane "Arrigoni", "Ampelea" e "Sanguinetti" e tra i mobilitati dall’organizzazione del lavoro obbligatorio "Todt", nascose stampa clandestina nel suo negozio e bombe in casa, compì azioni di sabotaggio e trasmise informazioni di interesse militare. Fu poi anche lui richiamato dalla Todt.


Ritiratisi nazisti e fascisti, dal 29 aprile al 13 maggio 1945 fece parte del CLN che governò Isola ma che venne infine esautorato da un Comitato Esecutivo Antifascista filo-jugoslavo. In seguito Drioli formò un CLN clandestino e tenne contatti a Trieste con il CLN della Venezia Giulia e con il Gruppo Esuli Istriani, cui consegnava relazioni di interesse anche militare e da cui riceveva materiale propagandistico da diffondere segretamente in Istria. Il 27 agosto 1945 durante un comizio osò parlare pubblicamente agli operai isolani contro la raccolta di firme in atto per l’annessione alla Jugoslavia. Aiutò le vittime della "spedizione punitiva" compiuta a Capodistria contro lo sciopero-serrata del 29-30 ottobre 1945 e promosse un boicottaggio delle merci jugoslave. In vista dell’arrivo nel marzo 1946 della Commissione inter-alleata per la definizione del confine informò il CLN giuliano del divieto di manifestazioni filo-italiane, dei licenziamenti di impiegati e operai dei conservifici isolani (compresi antifascisti e comunisti), sostituiti con personale filo-jugoslavo in parte proveniente da Trieste, nonché delle intimidazioni contro gli «sciovinisti» italiani e i «resti del fascismo».


Divenne così sempre più inviso ai "poteri popolari", tanto che sia lui sia la sua famiglia ricevettero minacce di morte. Il 2 agosto 1946 apprese dalla radio "Agenzia Triestina Informazioni" (detta volgarmente "Radio Piria" perché diffusa da megafoni a forma di imbuto) di essere stato sfrattato dal suo negozio; si dovette allora trasferire in un piccolo locale periferico. Nel novembre 1946 subì una perquisizione sia a casa che in negozio, ma a suo carico non venne trovato nulla; però gli sequestrarono accessori in precedenza venduti agli iscritti al PNF, vecchio materiale repubblicano e ricevute di denaro testimonianti il suo apporto alla lotta contro nazismo e fascismo, lo incarcerarono per tre giorni e lo interrogarono. Nel marzo 1947 "Radio Piria" lo tacciò di fascismo per aver dato alla sua ultimogenita il nome Italia. Malgrado ciò, decise di resistere. «Io – spiegò poi – consideravo che era mio dovere restare e lavorare per la nostra causa. Per un antifascista ritenevo che la partenza fosse un atto di diserzione, una viltà». Tale convincimento si accordava con quello sia del Governo De Gasperi sia del CLN istriano, che si prefiggevano di far rimanere il maggior numero possibile di istriani nella loro terra per non lasciare libero il campo agli jugoslavi e per contrastare la snazionalizzazione in corso.


A fini di sopravvivenza aprì un negozietto a Trieste e per sicurezza iscrisse le figlie maggiori Grazia Vittoria e Gianna in un collegio di quella stessa città. Fece dunque sempre più il pendolare. Il 27 febbraio 1948 a Isola venne arrestato con il pretesto di un accertamento fiscale. Due giorni dopo fu condotto nel carcere di Capodistria, dove per sei mesi venne trattato duramente con percosse, ammanettamento notturno, interrogatori frequenti, isolamento, minacce e divieto di contatti con i familiari. Per evitare di cedere alle torture tentò il suicidio, ma sopravvisse. Il processo contro Drioli e altri sei imputati venne celebrato nell’ex chiesa di San Francesco da un tribunale militare, espressione del Governo Militare Jugoslavo della Zona B del TLT, sotto una parvenza di legalità, con gli avvocati difensori scelti dagli imputati, in presenza anche della stampa straniera e con ampia pubblicizzazione tramite altoparlanti nelle piazze. Si applicò il codice penale militare jugoslavo introdotto il 3 maggio 1945. A Drioli si imputò di aver organizzato, in quanto presidente del CLN clandestino di Isola, il Gruppo Resistenza Istriana "Domenico Lovisato" (GRI) formatosi in clandestinità allo scopo di reagire con le armi ai soprusi titini, di averne approvato e firmato lo statuto, di averlo finanziato e di aver trasmesso al CLN per l’Istria informazioni sulle manovre dell’Armata jugoslava e sull’"Agenzia Triestina Informazioni". Drioli tuttavia negò di aver mai fatto parte del GRI. L’accusa contro gli altri imputati era di costituzione di banda armata, attività terroristica contro le forze armate jugoslave, spionaggio, attività sovversiva contro i Poteri Popolari, introduzione di armi, preparazione di un attentato contro il trasmettitore della radio "Agenzia Triestina Informazioni" situato alla Croce Bianca di Pirano, nonché collusione con il CLN. Il processo, iniziato il 28 settembre 1948, si concluse il 1° ottobre con la condanna di Drioli a dodici anni e sei mesi di carcere e lavori forzati, la condanna di Salvatore Perentin a quattordici anni, di Livio Dandri e Domenico Difino a otto e di Ottavio Dudine a quattro, e l’assoluzione di Livio Dandri, Adilio Parma e Maria Degrassi.


Nel giugno 1949 la sentenza di appello del Tribunale Militare Superiore per la Zona B ridusse la pena per Drioli a dieci anni, per Difino a sei, per Dandri a cinque e per Dudine a tre. La corte riconobbe che Drioli era incensurato e che la sua azione politica era risultata irrilevante. Drioli restò nel carcere di Capodistria fino al 24 dicembre 1949, quando venne trasferito al carcere di Trnova (attuale Slovenia), dove rimase fino al luglio 1950. Tornò poi nel carcere di Capodistria fino al 17 gennaio 1952. Quindi passò nell’ex convento di Strugnano, da dove il 4 novembre 1954 fu trasferito al castello di Ig, a sud di Lubiana. Per ventidue mesi si trovò rinchiuso in una cella senza finestre e per parecchi mesi non poté nemmeno leggere. Ma a pesargli maggiormente furono le numerose angherie e punizioni, cui si aggiungevano i lavori forzati di sterro. I trenta chili persi, la prostrazione psico-fisica e il freddo patito gli procurarono un’affezione pleuro-polmonare, un artrosi vertebrale e altri disturbi. Ma rifiutò sempre di chiedere la grazia o uno scambio con due prigionieri slavi. Il CLN istriano, uniformandosi alle direttive politiche di Roma, fu prudente nell’interessarsi del suo caso. La liberazione sarebbe potuta avvenire su pressione italiana già dopo l’entrata in vigore del Memorandum di Londra il 26 ottobre 1954, ma Drioli rimase in carcere altri dieci mesi «per la scarsa energia – scrisse poi – dei nostri governanti». Eppure in Jugoslavia un’amnistia aveva graziato delinquenti comuni, cominformisti, spie, contrabbandieri e detenuti politici...


A Isola la moglie Odilia e le figlie Sandra e Italia subirono varie vessazioni, come la requisizione di alcune stanze e l’allontanamento di Sandra dalle scuole medie di Capodistria. Nel novembre 1953 energumeni titini scardinarono il cancello di casa, abbatterono le porte d’ingresso e aggredirono moglie e figlie, costringendole a rifugiarsi a Trieste senza poter portare con sé nemmeno i quadri di Garibaldi e Mazzini, a lui tanto cari. Da lì fecero appello al ministro degli Esteri italiano, al commissario generale del governo e alla stampa. Ma la diplomazia italiana si mosse con cautela, pur abbondando in rassicurazioni.


Drioli fu liberato appena il 1° settembre 1955, nell’ambito di un umiliante scambio fra cinque prigionieri istro-italiani e quattro sloveni di Moccò (Comune di San Dorligo della Valle) rei di assassinio, che per giunta non vollero essere trasferiti in Jugoslavia. La sua carcerazione era durata sette anni, sei mesi e sette giorni. Ai familiari le autorità italiane imposero di non pubblicizzare la notizia fino al rientro effettivo per non turbare i rapporti bilaterali. Moglie e figlie lo poterono riabbracciare il 5 settembre alla stazione ferroviaria di Opicina.


Ma le amarezze maggiori cominciarono allora: infatti le autorità italiane non mantennero le promesse e a Drioli non fu consentito di aprire un’attività commerciale a Trieste. Così rimase senza lavoro e dovette prendere in affitto un piccolo appartamento. L’assistenza ai familiari cessò quasi per punizione dopo il suo intervento, il 4 novembre 1955, all’assemblea costituiva della Famiglia Isolana, aderente all’Unione degli Istriani. Nel clima di distensione italo-jugoslava, il CLN dell’Istria e lo stesso Partito Repubblicano lo considerarono sempre più imbarazzante per la sua fermezza, malgrado egli si prodigasse a favore di altri profughi isolani. Nel settembre 1956 subì l’onta della riduzione del sussidio decisa da un’apposita commissione del CLN senza nemmeno avvisarlo. Si rendeva conto che ormai il CLN stava aiutando soggetti poco meritevoli mentre snobbava chi aveva rischiato la vita in Zona B e per giunta finanziava attività, stipendi e viaggi non istituzionali. Ma non volle polemizzare apertamente. Nel 1957 scrisse: «batto inutilmente parecchie porte, perché debbo non vivere ma vegetare l’elemosina (assistenza e qualche aiuto). Vivo sempre coll’incertezza del domani».


Luigi, Odilia, Sandra e Italia furono temporaneamente riammessi al sussidio dall’agosto 1958 al marzo 1959; Gianna no, in quanto appena sposatasi. Luigi Drioli riuscì finalmente ad aprire una piccola merceria, dalla quale tuttavia la Regione Friuli - Venezia Giulia lo sfrattò una volta divenuta proprietaria dello stabile. Appena il 1° settembre 1963 ottenne una pensione di guerra di terza categoria per l’infermità civile contratta in prigionia. Si candidò nelle liste del PRI alle elezioni politiche e regionali del maggio 1968, pur sapendo di non avere possibilità di successo. Si mobilitò poi contro il Trattato di Osimo, approvato anche dal PRI, sostenendo la proposta di Zona Franca Integrale da contrapporre alla Zona Franca Industriale a cavallo del confine prevista dall’Accordo di Osimo sulla promozione della collaborazione economica italo-jugoslava. Il 23 dicembre 1977 fu colto da un infarto mentre si stava recando alla prima seduta della commissione istituita dalla Provincia di Trieste per la realizzazione del libro Storia di un esodo. Istria 1945-1956, cui tuttavia contribuì indirettamente tramite gli appunti e tutti i suoi documenti, ceduti poi dalle figlie all’Archivio di Stato di Trieste nel 2009.


Appena nel 1979, dunque dopo la morte, gli fu riconosciuta la qualifica di partigiano combattente prima inutilmente richiesta. Quando però nel 1980 lo Stato italiano volle risarcire la famiglia con sole 100.000 lire per le requisizioni di merce subite da parte titina, le figlie rifiutarono ritenendo tale cifra umiliante e ben inferiore al corrispettivo sottratto.

Paolo Radivo

354 - Messaggero Ancona 22/05/11 I Maratti, la famiglia che fece l'impresa, la fuga dalla Croazia, la vita grama sotto il Conero

Acque e Lune

Il libro di Glauco Taccaliti, edito dall'Archivio di Stato, fa luce su ciò che indifferenza e ignoranza hanno oscurato

Una storia da romanzo, fino alla straordinaria avventura di Carlo, pittore acclamato nel Seicento

I Maratti, la famiglia che fece l'impresa

La fuga dalla Croazia, la vita grama sotto il Conero, un nipote che approda alla fama

di ANTONIO LUCCARINI

L'ANALISI storica, quando è fatta con puntualità ed amore, non solo è capace di narrare il passato in forma avvincente come se si trattasse di una realtà romanzata, ma è capace di rivelarti sempre cose nuove, facendo luce proprio su ciò che l'oblio, l'indifferenza ed ignoranza hanno reso oscuro. La pubblicazione di un interessantissimo libro pubblicato dall'Archivio di Stato di Ancona e scritto da Glauco Taccaliti, non uno storico di professione, non un "addetto ai lavori", ma un "battitore libero" con la passione e il rigore adeguati a fare della ricerca storica un vero momento di vitalità culturale, dedicato alla famiglia Maratti dal suo approdo sui lidi anconetani dalla nativa Croazia fino a quando al più illustre dei figli, Carlo, arriderà un successo artistico di straordinaria importanza, è un esempio concreto sulle possibilità di un uso intelligente e non polveroso ed accademico del materiale archivistico. Il libro "I Maratti - una famiglia di origine slava nella Camerano del Cinque e Seicento" ripropone non solo il tema della centralità del mare Adriatico nella storia del territorio, ma è in grado, sulla scorta della documentazione analizzata, di correggere la versione tradizionale che circola, sulla scia del Bellori, della prima vicenda esistenziale del grande pittore Carlo Ma-ratti, meglio conosciuto come il Maratta. Non ci sono documenti che riportano la data dell'arrivo in Italia di Matteo del fu Maratti, schiavone da Zara, ma essa dovrebbe collocarsi, probabilmente, subito dopo il 1540.

Egli era giunto, come tanti altri, con precarie e fragilissime imbarcazioni, sulla nostra costa per sfuggire, da una parte alla minaccia islamica, dall'altra agli stenti di una vita misera e infelice in una terra arida. Quasi sicuramente attraverso l'Adriatico, insieme alle paure degli invasori turchi, gli scambi mercantili avevano portato, sui porti croati, anche mitologie e leggende di campi ubertosi, di pianure fertili, di città ricche di monumenti e chiese. E allora era facile che si tentasse l'avventura come veri e propri pionieri per approdare sulla sponda opposta: si abbandonavano amicizie, affetti, tradizioni e si giungeva nella terra di Marca sperando che il vento della fortuna soffiasse, finalmente, in modo favorevole su un'esistenza grama. Matteo Maratti, dal lido anconitano si diresse verso l'interno dove già si erano stabiliti altri slavi e prese dimora proprio a Camerano dove ottenne, nel 15 47, l'assegnazione di un terreno da coltivare come colono con un canone annuo di una coppa di grano, della quarta parte del vino prodotto e il rispetto di clausole imposte dagli statuti anconetani. La vita fu subito, per lui, dura come la marna che affiorava dai campi nelle terre che da Camerano andavano verso il monte, i campi meno fertili della zona: l'unico vantaggio era dato dal poter utilizzare, a piacimento, le acque fresche dei fossi Betelico e Boranico. Freddi e diffidenti nei confronti dei forestieri, gli abitanti della zona non volevano neanche che i nuovi arrivati frequentassero le loro chiese e per i coloni slavi, che ormai stavano diventando numerosi, fu creata allora una nuova parrocchia, tutta per loro, quella di San Germano. Matteo era arrivato in Italia con la moglie e i due figli giovinetti, ma la famiglia in poco tempo si arricchì di nuovi venuti e dopo Antonio e Margherita vennero Tommaso, Giovanna e Lucia. Le carte notarili che si facevano garanti dei prestiti di frumento concessi al povero Matteo - che molte volte non ne aveva per la semina e molte volte non ne aveva per mangiare - puntualmente riportavano i ritmi del disagio, della miseria e della sfortuna che la famiglia di profughi slavi dovette affrontare. Matteo morì senza poter veder alcuno spiraglio di luce sul destino della famiglia. Fu Tommaso il primo a dare ai Maratti la possibilità di venir fuori da una vita di stenti, riuscendo alla fine, dopo indicibili rinunce e sacrifici, a diventare padrone delle terre che con tanta fatica aveva reso fertili e redditizie. Ma se non c'erano più i morsi della fame da tener a bada, c'era comunque da temere l'agguato del destino, portatore di perdite e rapine. Morirono, nel tempo, gli anziani genitori, fratelli e sorelle e, prematuramente, alcuni figli e la stessa moglie.

Tommaso ebbe, però, rimasto solo, la fortuna di incontrare Faustina di Masino, vedova Francioni, che portò in dote, oltre alla sua risolutezza e alla sua sagacia, anche cospicue proprietà che garantirono alla famiglia Maratti, finalmente, se non l'agiatezza, almeno la sicurezza economica. Dalle nuove nozze di Tommaso, poi, il 15 Maggio del 1625, nacque finalmente il figlio maschio tanto atteso, quel Carlo, che avrebbe conosciuto, più tardi, una straordinaria fama come pittore. Tommaso purtroppo morì quando il figlio era ancora in tenera età e Faustina, con i figli del primo matrimonio e il piccolo Carlo, riprese possesso della sua casa in città, lasciando per sempre la vita dei campi. Ma non lasciò gli affari e sfidando, con la sua condotta autonoma e decisa, le voci malevole e diffidenti di un paese che assegnava alle donne un ruolo subalterno e marginale, seppe far "fruttare" il proprio capitale garantendo ai figli un avvenire senza difficoltà e permettendosi il lusso di mandare a Roma a "studiar da pittori" il figlio di primo letto Bernabeo Francioni, che mostrava una certa attitudine per il disegno e il giovanissimo Carlo Maratti, che in precocissima età già rivelava un indiscusso talento. La stessa Faustina si recò a Roma, affrontando i rischi di un viaggio periglioso - da Camerano, da cui non si era mai mossa, a Roma, capitale sfarzosa attraente e temibile ad un tempo, c'era un lungo itinerario da fare pieno di incognite e disagi - per controllare il comportamento dei figli che per la verità erano in costante litigio e mal si sopportavano. Gelosie ed invidie tormentavano il cuore di Bernabeo, forse consapevole della superiorità delle qualità artistiche del fratello minore. E quest'ultimo divenne, in poco tempo, frequentando la prestigiosa scuola del Sacchi, il più grande pittore della Roma del tempo, assurgendo ad una celebrità internazionale, quale nessun artista romano riuscì in quegli anni ad eguagliare. Quella luce che il nonno Matteo aveva sperato potesse un giorno illuminare le sorti di famiglia, brillò, infine, purissima e luminosa grazie al genio artistico di Carlo che si spense nel 1713.

355 - La Voce del Popolo 25/05/11 Cultura - La famiglia Contarini e Piemonte, lo storico Gaetano Benčić ha vergato alcune pagine incentrate su questi nobili veneziani

Volumetto bilingue che nasce nell'ambito del progetto internazionale SeeNet-cooperazione nel Sud-Est europeo

La famiglia Contarini e Piemonte
lo storico Gaetano Benčić ha vergato alcune pagine incentrate su questi nobili veneziani

In occasione della Festa di San Francesco a Piemonte, borgo dell’Istria interna sulla valle del Quieto, il comune di Grisignana in collaborazione con la Regione Istriana ha promosso la "Giornata della famiglia Contarini", che rientra nel progetto internazionale SeeNet-cooperazione nel Sud-Est europeo, sostenuto dal Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Italiana e della Regione Toscana. In quella circostanza è stato presentato un opuscolo dedicato ad un aspetto particolare della storia della località. Si tratta del fascicoletto bilingue (croato e italiano) "Contarini u Završju/I Contarini a Piemonte" il cui testo è stato redatto da Gaetano Benčić (la versione croata è stata curata da Nada Pavičević), docente di storia alla Scuola media superiore italiana di Buie, attento e preparato studioso del passato istriano, in particolare dell’area gravitante sul Quieto. L’autore, profondo conoscitore del territorio in questione, che ha percorso in lungo e in largo durante le sue rilevazioni archeologiche (che ci ricorda molto il metodo kandleriano e dei suoi successori, cioè di verificare gli elementi direttamente sul campo), ha vergato alcune pagine incentrate sulla famiglia veneziana il cui nome è legato al paese dell’alto Buiese.

Il casato apparteneva ad uno dei più antichi e nobili della città di San Marco e annoverava una notevole forza economica. Nel 1473 il ramo denominato del "Zaffo" acquisì il titolo di conte ed ottenne il feudo di Joppe ossia Jaffa, o Giaffa nella versione italiana, sulla costa dell’odierno Israele. In Istria riscontriamo diversi funzionari della Repubblica provenienti da quel lignaggio: un capitano di San Lorenzo del Pasenatico (Giovanni nel 1331), un castellano di Moccò (Girolamo, 1511), un podestà e capitano di Capodistria (Sebastiano, 1517-1518), un provveditore in Istria (Giulio, 1626), un podestà di Portole (Fantino, 1763). Il rapporto con Capodistria era molto stretto basti ricordare che ben venti podestà della capitale della provincia veneta provenivano da quella famiglia, come pure due vescovi, Tomasino nel 1317 e F. Girolamo nel 1600. Francesco Contarini fu invece vescovo di Cittanova tra il 1466 e il 1495.

Con le guerre dell’inizio del XVI secolo contro gli arciducali il borgo ed il suo distretto passarono nell’orbita della Dominante, anche se formalmente si dovette attendere la pace di Worms firmata dieci anni più tardi. Il castello era gestito da un castellano inviato da Capodistria. Il territorio di sua pertinenza era alquanto ampio e interessava anche Visinada, Rosariol e Medelim, due abitati ubicati nei pressi della prima oggi scomparsi, mentre oltre il Quieto Piemonte deteneva Castagna e Bercenegla, anche quest’ultimo abitato non esiste più e le sue rovine si trovano non lungi da Circoti. Il 21 luglio 1529 il Consiglio dei Dieci mise in vendita le proprietà già ricordate. Il vincitore del bando pubblico avrebbe controllato quel settore ad eccezione di una porzione di terreno nei pressi del mulino di Battizzano in quanto attraverso un ponte ivi esistente passava il legname del Bosco di Montona, a riprova dell’importanza di quella selva per la Serenissima.

A proposito della compravendita e della successiva spartizione Gaetano Benčić scrive: "Sabato 7 luglio 1530, a Rialto, sotto il porticato della chiesa di San Giovanni, vennero resi pubblici i nomi degli acquirenti del castello. Si trattava di due nobili uomini: Giustiniano Contarini del fu ser Zorzi e Girolamo Grimani del fu ser Marin. Lo comprarono versando la somma di 7500 ducati. Due anni dopo i nuovi proprietari di Piemonte per evitare discordie tra gli eredi, decisero di dividersi il territorio tirandolo a sorte. Il 3 settembre 1532 in piazza San Marco a Venezia i due si accordarono sulla divisione. Il torrente di Battizzano venne scelto come linea divisoria. Al Grimani andò Visinada con le sue pertinenze. Al Contarini Piemonte col suo territorio. Da quel momento comincia la giurisdizione autonoma su Piemonte da parte dei Contarini".

Per il borgo iniziò una stagione nuova. Da punto strategico di rilievo, specie nel XIV e XV secolo, divenne un feudo privato. Erano mutate anche le sue caratteristiche; le mura, infatti, non erano più alte come un tempo e le torri, già colpite nel corso degli scontri bellici precedenti, non avevano più alcuna funzione. Le porte e la cinta, invece, anziché rappresentare un segmento della difesa erano divenute ormai simbolicamente un limite di proprietà. I Contarini giungevano solo saltuariamente in quella parte della penisola, l’amministrazione era affidata ad una persona di loro fiducia, chiamata con il titolo di Capitano. Il signore Giulio Contarini giunse probabilmente nel 1634, ad esempio, in occasione dell’inaugurazione della chiesa della Natività di Maria, ampliata e restaurata.

Il palazzo intitolato alla famiglia è il risultato dell’ingrandimento di una rocca duecentesca e divenne la residenza dei Contarini. Al pianterreno lo spazio era riservato alla cantina in cui erano sistemate le botti nonché al magazzino per depositare quanto si ricavava dalla decima. Le stalle e gli altri ambienti erano situati in un cortile vicino. Al primo piano del palazzetto si arrivava mediante una scalinata esterna, oggi non più visibile in quanto crollata. Lì si trovava un ampio salone, le stanze di residenza del capitano, la cucina e il focolare. Al piano superiore vi erano invece le altre camere e il solaio.

Nel sintetico testo Benčić propone una descrizione esauriente del borgo proponendo anche alcuni cenni sulle due porte d’accesso, una delle quali è tuttora esistente, sullo stemma e sull’amministrazione della giustizia, affidata al capitano, ai giudici e allo zuppano cioè al rappresentante eletto dai capifamiglia del paese. Infine l’autore si sofferma su un importante documento che aiuta a comprendere come la vita nel borgo. Si tratta del "Capitolo per il luoco di Piemonte e Giurisdizione", del 1604, che regolava i diritti ed i doveri di quella comunità nei confronti del loro signore. Vengono presentati i ventitre articoli e in chiusura ricorda che "non si deve immaginare un’arbitrarietà nella gestione del feudo. Certo, la vita era difficile, ma ne emerge un’immediatezza di contatti umani, anche tra sudditi e signore, per noi, che oggi ci consideriamo cittadini, difficilmente realizzabile".

Kristjan Knez

356 – La Voce del Popolo 23/05/11 Cultura - Mercoledì al via il «Forum Tomizza 2011» con eventi a Trieste, Capodistria e Umago

In programma dal 25 al 27 maggio; torna il convegno «Non c'è confine c'è» e il concorso «Lapis Histriae»
Mercoledì al via il «Forum Tomizza 2011» con eventi a Trieste, Capodistria e Umago

UMAGO – Tornano le giornate dedicate allo scrittore di Matterada: la dodicesima edizione del Forum Tomizza si svolge quest’anno il 25, 26 e 27 maggio, nei tre luoghi dell’autore, rispettivamente a Trieste, Capodistria e Umago. Il convegno "Non c’è confine c’è" e il concorso letterario "Lapis Histriae" rappresentanto il fulcro della manifestazione, che quest’anno sarà coronata, come di consueto, da una serie di eventi di carattere vario. Il "Forum Tomizza 2011" decolla dal capoluogo giuliano, mercoledì prossimo alle 15.30, con il convegno "Non c’è confine c’è", che sarà ospitato nella Sala Piemontese di Palazzo Economo e vedrà la partecipazione del giornalista Mauro Manzin (Trieste), della sociologa Melita Richter (Trieste), dello scrittore e pubblicista istriano Milan Rakovac (Zagabria), "spiritus movens" delle giornate tomizziane, quiondi di Fabio Todero (Trieste), ricercatore dell’Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia, dell’antropologo e giornalista Enrico Maria Milič (Trieste), dell’italianista universitaria Sanja Roić (Zagabria), di Drago Kraljević (Buie), ex ambasciatore della Croazia a Roma, e di Norina Bogatec, ricercatrice dell’Istituto di ricerche sloveno (Trieste).

In serata (ore 21), alla Casa della musica, appuntamento con "ArtIstra − musica e poesia: omaggio a Fulvio Tomizza", un inedito "concerto letterario" dedicato a Fulvio Tomizza, per la voce narrante di Agnese Ermacora e la tromba, il flicorno e multieffetti di Mario Fragiacomo (la performance è stata organizzata dal Gruppo - skupina 85 e l’ingresso è libero). Un’esperienza da non perdere, questo concerto letterario che Fragiacomo offre in duo con Agnese Ermacora, legando la scrittura musicale a quella testuale che Irene Visintini ha trascelto dalle opere più significative di Fulvio Tomizza. Fragiacomo ne ha infatti composte le musiche originali utilizzando i testi letterari affidati alla voce narrante, lasciando semplicemente che la suggestione letteraria eserciti la sua influenza sulla musica, ed affiancandovi musiche popolari istriane rappresentative di quelle tanto amate da Tomizza. Per questa fusione ed incontro tra musica e letteratura Mario Fragiacomo è stato anche premiato di recente con la prestigiosa Targa Mazars dell’Università Bocconi di Milano, nel contesto del Festival internazionale "Jazz in Bocconi". Le musiche sono di Mario Fragiacomo, Sergio Endrigo, Piero Soffici, P. A. Maltelini, Bruno Bidoli, ed altre tradizionali dell’area istroveneta e triestina rivisitate in jazz. I testi letterari di Fulvio Tomizza sono estrapolati da "La miglior vita", "Gli sposi di via Rossetti", "Quando Dio uscì di chiesa", "Materada", "La ragazza di Petrovia", "Ieri un secolo fa", "Franziska".

Giovedì tappa significativa a Capodistria, dove nel corso della mattinata (a partire dalle 10.30) l’Università del Litorale accoglierà i partecipanti della seconda sessione del convegno. All’incontro interverranno: Srećko Horvat (Zagabria), filosofo e semiologo, teorico della cultura; Elio Baccarini (Fiume), filosofo e pubblicista; Gradimir Gojer (Sarajevo), giornalista, direttore del Teatro Nazionale di Sarajevo e una delle personalità culturali più importanti della Bosnia Erzegovina; Vesna Vuk Godina (Maribor), professoressa di antropologia sociale e culturale; Azra Nuhefendić (Trieste), scrittrice, giornalista e corrispondente di "Osservatorio Balcani e Caucaso"; Neža Čebron Lipovec, storica cell’arte, specializzata nela conservazione di beni, e l’etnologa Katja Hrobat (Capodistria). Inoltre, in quest’occasione verranno presentati gli atti del simposio "I 60 anni di Radio Capodistria" e il libro "U sredini u množini" di Nataša Petrinjak.

Alle 17 è in programma un "itinerario tomizziano", con partenza da piazza Tito, in cui la professoressa Jasna Čebron farà da Cicerone in una passeggiata letteraria. Alle 21, sul palcoscenico dell’Estivo della Comunità degli Italiani "Santorio Santorio", altro momento di "ArtIstra − musica e poesia", ossia il concerto di Rade Šerbedžija & Livio Morosin & ospiti, organizzato in collaborazione con Radio Koper-Capodistria, la Comunità degli Italiani e il Forum Tomizza.

A Umago l’approdo finale, venerdì 27 maggio. Si inizia alle ore 10, alla Comunità degli Italiani "Fulvio Tomizza", conferimento del premio letterario internazionale "Lapis Histriae 2011". La giuria della sesta edizione del concorso – composta da Elis Deghenghi Olujić, Nataša Petrinjak e Marcello Potocco – si era riunita il 18 maggio a Fiume, nella redazione dell’ente giornalistico editoriale italiano EDIT per scegliere i finalisti. Al concorso di quest’anno, il cui tema era "Non c’è confine c’è", sono pervenuti 140 racconti, scritti in croato, serbo, sloveno, bosniaco e italiano. I sei racconti che entrano nel finale sono: "Šolski izlet" di Maja Cimerman (Lubiana), "Usne" di Lejla Kalamujić (Sarajevo), "Moje" di Marija Labak (Osijek), "Koridor" di Darko Macan (Zagabria), "Mišolovka" di Zoran Pilić (Zagabria) e "Odlasci i dolasci Stipana Sudarevića" di Tomislav Žigmanov (Subotica). Il premio è di 1.000 euro, offerto dalla ditta SIPRO s.r.l. Di Umago. Inoltre, il vincitore riceverà un’opera dello scultore Ljubo de Karina.

Alle 10.30 si svolgerà, sempre negli spazi della CI, la terza sessione del convegno. Sono annunciati i contributi di: Silvio Forza (Pola), giornalista, redattore esperto di marketing, direttore dell’EDIT di Fiume; Nikola Petković (Fiume), poeta, scrittore, critico letterario, professore universitario e da poco eletto presidente del Circolo degli scrittori; Franko Dota (Zagabria), dottorando in storia moderna e contemporanea, nonché corrispondente dell’agenzia di stampa italiana ANSA in Croazia e Slovenia; Snežana Ilić (Zrenjanin), coordinatrice del programma per le minoranze etniche e religiose presso il Centro per lo sviluppo della società civile della Vojvodina; Mirt Komel (Lubiana), filosofo, saggista e drammaturgo; Nataša Petrinjak (Fiume), giornalista indipendente; e Osman Zukić (Sarajevo), che presenterà l’attività poetica della rivista "(sic!)" di Sarajevo e una relazione sul passaggio dalla poetica di guerra a quella di transizione nella prosa degli autori bosniaci ed erzegovesi. Da rilevare che quest’anno arriva a Umago una delegazione della rivista – formata da Mirnes Sokolović, Edin Salčinović, Osman Zukić e Vedad Jusić –, che si esibirà nel corso della parte serale del "Forum Tomizza".

Alle 19 al Museo Civico è in calendario la performance di Ivo Vrtarić, mentre alle 20, alla Biblioteca Civica, per "ArtIstra" riflettori puntati sul vincitore di "Lapis Histriae", su Milan Rakovac, Rosanna Bubola, Metka Cotič, Slađan Lipovec, Alessandro Salvi, Nikola Petković, Darko Pekica, Tahir Mujičić, e performance del gruppo "(sic!)". Sabato 28 maggio alle ore 12 a Matterada, il "Forum" si concluderà con la commemorazione sulla tomba di Fulvio Tomizza.

357 – La Voce del Popolo 21/05/11 Speciale - Una Valle che si erge sul... colle

di Mario Schiavato

SIamo andati ad ammirare la rusticità di questa pittoresca località istriana
Una Valle che si erge sul... colle

L’abbiamo incontrata durante uno dei nostri soliti vagabondaggi per l’Istria. Bella e insolita, sembra una stonatura o un controsenso che a questa località istriana sia stato affibbiato il nome di Valle (Bale in croato), quasi fosse situata in un luogo depresso. Invece l’abitato, con la sua chiesa e il grande castello, torreggia in cima a un bel colle ricco di prati e di vigneti che, pur declinando verso il mare, raggiunge l’altezza di 142 metri, dominato all’intorno da altri parecchio più erti, che vanno da nord a sud ad arginare l’altopiano che si delimita da Dignano a Canfanaro.

I grumassi

Ai tempi degli antichi romani Valle faceva parte dell’agro colonico di Pola, ed era molto importante perché si trovava quasi al suo centro, a guardia, cioè, della strada romana – della quale si possono vedere ancora parecchie tracce – che da Pola per il Leme (limes, limites), conduceva a Parenzo. Da qui dunque il nome romano di Castrum Vallis, cioè vallo del castro, guardiano principale di quell’agro polese verso settentrione.

E che fosse il centro, oltre che di guarnigione e di comando, lo attesta la nomenclatura di parecchie contrade che circondano il paese (Quinziana, Valenziana, Majana, Tuliana ecc.) significando con ciò che molte ricche famiglie romane nei dintorni possedevano le loro ville i cui ammassi di macerie (i grumassi) ne attestano ancora oggi l’esistenza con pezzi di pietra squadrata, cornicioni, embrici, mattonelle e altro ancora che spesso sono stati usati per la costruzione di varie abitazioni sia del paese che delle stanzie limitrofe.

Il restaurato maniero dei Bembo

Comunque, più che un paese Valle è davvero un castello. Un tempo era tutto guarnito di mura merlate che ora sono in gran parte cadute e in parte dissimulate da costruzioni esterne che si sono via via aggregate, abbarbicandosi a quello che era l’edificio primario. In quest’area è certamente ben conservato (e oggi molto bene restaurato soprattutto grazie ai fondi della regione Veneto) il robusto e antico maniero con le sue torri, la sua magnifica facciata, già di proprietà della nobile famiglia dei Bembo, a cui era passato, per maritaggio, dalla famiglia Suardi nel 1618.

Valle comunque mostra la sua piena rusticità nelle stradette selciate, nelle case di pietre squadrate, nelle cisterne ben tenute, nelle fortificazioni anteriori al Quattrocento pesanti, grandiose e dalle torri alte "quasi che i proiettili dovessero colpire più per la caduta che per il lancio", come sottolineò un autore veneziano del tempo. Il quale sottolinea ancora che il castello è "l’opera nonchè un prodotto genuino del Medioevo, restaurata dai Veneziani nella prima metà del Trecento.... Per metà distrutta dagli Ungheri nel 1413 fu presto riparata. Era alta cinque pertiche fino alla fine dei merli. Nel 1552 purtroppo si disfaceva in diversi punti, e gli abitanti indignati dichiaravano al capitano di Raspo che "ove la Repubblica non pensasse a ripararla, sarebbero costretti in occorrentia di guerra abbandonare esso loco...". Ancora, un’altra parte rovinò nel 1652 e l’ordine di rimetterla nello stato primitivo non venne eseguito. Comunque ancora oggi sono visibili cinque torrioni, due merlati, un altro a levante, la cisterna comunale....

«Esposto a venti di tramontana...»

Ed ora vediamo che cosa di Valle scriveva nel 1650 il più volte citato nelle nostre pagine il vescovo Tommasini: "Questo castello è lontano da San Vincenti dalla parte di levante miglia sette, confina il suo territorio da mezzogiorno con Dignano, da ponente con Rovigno e Due Castelli da tramontana. È posto sovra un colle con muraglie antiche, esposto a venti di tramontana, che rendono l’aria salubre e perciò è pieno di gente onde in esso con i suoi borghi si enumerano più di duecento fuochi: quasi tutti parlano all’italiana e godono questa giurisdizione: due eminenti rappresentanti, creati ed nominati dal consiglio, giudicano insieme con il podestà tutte le cause, come ancora era uso degli antichi luoghi di questa provincia".

Il Petronio invece nel 1681, dopo aver descritto i vestiti delle donne "hanno l’habiti tutti di color nero simili a quelli che vengono portati dalle monache, cingendosi con cinture di bruma e velli in testa, in particolare le vedove e quelle che costumano dell’andar in chiesa si coprono anche con una cappa di scotto nero... Alle feste ed in altri tempi d’allegrezza compariscono però con belli vestiti di panni scarlatini, paonazzi ed altri colori e maniche adornate con grossi bottoni d’argento e con bellissime cinture di velluto e agli orecchi con pendoli pure d’argento...". Più innanzi sottolinea: "Non sono in Valle persone civili ma attendono tutti alla coltura de’ loro campi e de’ loro bestiami, allettati dalla fertilità del terreno che rende a meraviglia".

Siamo per fortuna arrivati in un giorno di mercato con moltissime bancarelle che offrivano di tutto e ci siamo fermati nella cosiddetta Piaza dela mussa. Desideravamo interrogare qualche passante soprattutto attratti da un gruppetto di donne che, specialmente le più anziane, parlavano un dialetto stretto e piuttosto difficile da capire. Gentilissime, ci accolsero molto bene e da quel nostro gaio, spassoso discorrere ne è venuta fuori la leggenda legata al castello dei Bembo appunto.

La storia dei tre fratelli

‘Na olta, tanti ani fa, la xento la jera povera, scrobi i magnava, polenta e formajo per disnar e sena, puina, macaroi solo ala domenega. Un padre molto povero e straco, straco da no’ poderghene più, aveva tre figli. Un giorno questi giovanotti decisero di andarsene per il mondo in cerca di fortuna. Il padre acconsentì subito e anzi li guidò fino a un incrocio di tre limidi, di tre sentieri, e disse loro: - Ognuno vada per la sua strada ma, me racomando moredi, tra un anno tornate, tornate tutti e tre perché desidero conoscere come ve la siete cavata, che cosa avete combinato.

Come promesso, passato un anno i tre figli ritornarono a casa. Il più anziano aveva imparato il mestiere di sarto, il secondo quello di calzolaio, il terzo era diventato ladro. Sì, nientemeno che ladro di professione!
Quando il signore dei Bembo intese della faccenda, chiamò, anzi costrinse l’intera famiglia nel castello. Su suo ordine il primo dei figli gli confezionò un elegante vestito, il secondo un paio di comodi stivali. Ed il terzo? Disse il signore a quel baldo giovanotto:
- Voglio vedere che cosa sei capace di fare, tu che dici di essere un ladro molto capace. Già, dimmi un po’, sapresti rubare il cavallo che cavalca mia figlia e che proprio in questo momento si trova all’entrata del castello e per giunta circondata dai miei armigeri con le spade sguainate?

Il furbastro sorrise, uscì in fretta, corse nel bosco vicino, costruì un pupazzo di paglia, lo vestì con degli stracci e, di nascosto, ritornato nel castello, dalle mura lo calò davanti l’entrata. A quella vista gli armigeri spaventati e allarmati, scapparono di qua, scapparono di là, spararono, scaricarono i loro archibugi, fecero scintillare le loro spade. Cosa fece allora il giovanotto? Approfittando della confusione, senza tante cerimonie tirò giù di sella la ragazza, le rubò tutti i gioielli con cui s’era adornata e, salito in groppa al cavallo, al trotto, rapido scappò lontano.

Il Bembo lo fece subito ricercare e richiamare. Poi gli disse:
- Certo io non approvo il tuo mestiere. Comunque io sono buono: ti lascio e i gioielli e il cavallo che hai rubato a mia figlia a un patto: che tu questa bravata la abbia fatta per l’ultima volta!

Il giovanotto accettò. Vendette ori e cavallo, col ricavato si comperò dei bei campi di terra fertile, ‘l caro coi sameri, do cavare, e data tuta ‘sta richesa, ognidun che capitava nela so casa, mai el piato svodo el catava..., come affermò ridacchiando una delle tante donne anziane trovate in quella che viene chiamata Piaza dela mussa.

358 - La Voce del Popolo 28/05/11 Speciale - Bogliuno, un paese quasi deserto

di Mario Schiavato

Visita in un paesino che sembra un magazzino di quinte scenografiche accantonate alla rinfusa
Bogliuno, un paese quasi deserto

Subito all’uscita del tunnel del Monte Maggiore, Bogliuno (in croato Boljun) appare quasi al centro dell’enorme vallata della Valdarsa (lontano feudo dei patriarchi di Aquileia) con il campanile che svetta tra le poche case e le rovine del castello che quasi luccicano sotto il sole. Il nome, secondo il De Franceschi, non è che una tarda corruzione slava del latino volgare Bagnoli. Ricordato così nei documenti quasi fino al XV secolo, venne alterato poi, nelle scritture dei documenti tedeschi soprattutto, in Bagnul, Vanyol, Vinol, Vynal, Finale, come questo che fu il più usato...

Le sue origini romane sembrano essere confermate da molti rinvenimenti archeologici, tra cui il cippo sepolcrale di Caio Valerio Prisco, commerciante di Aquileia, che secondo informazioni che avevamo avuto, doveva trovarsi ai piedi del colle sistemato sotto un albero ma che noi, nonostante le nostre ricerche, non siamo riusciti a trovare e, a quanto ci è stato detto da una donna anziana che pascolava due capre, sembra che durante la guerra sia stato distrutto da una bomba dei tedeschi.

Compresso sulla cima del colle

L’incontro più suggestivo con il paese si ha venendo da sud, viaggiando cioè sulla strada che congiunge Fianona a Vranja. Superato il paese di Valdarsa, dove talvolta è ancora possibile sentir parlare il romeno dei cici, si prosegue in salita lungo la vasta balza calcarea oltre la quale si estende l’ampia piana dell’antico alveo del prosciugato lago di Cepich. Sullo sfondo, ad est le gobbe del Monte Maggiore e, a settentrione, ecco Bogliuno.

L’abitato è raccolto su una stretta piattaforma di roccia arenaria posta alla sommità d’una balza incisa, per tre quarti del suo perimetro, da profonde erosioni. Il paesetto appare così quasi compresso sulla cima del colle. Sopra le modeste abitazioni, moltissime disabitate, spiccano le mura giallo-brune del già ricordato vecchio castello. Da sopra i tetti svetta un tozzo campanile, ma a dire la verità, le case sembrano trovare a stento un po’ di spazio su quel colmo ristretto.

La semischiavitù dei contadini

Da vari documenti appare che qui, per diversi secoli, fiorì una vita di tipo "cittadino", in netto contrasto con le altre strutture, prettamente feudali, degli insediamenti esistenti lungo la vasta vallata dell’Arsa, dapprima feudo della Chiesa d’Aquileia, poi acquisita da Ugone VI dei Duinati che la inserì nel regno d’Austria. Tutto intorno infatti, sparsi lungo la valle, sorgevano quei minacciosi e tristi castelli nei quali i terribili feudatari d’oltr’Alpe spadroneggiavano a loro piacimento e che non mancavano al malfamato jus primae noctis.

Infatti i miseri contadini dei manieri di San Martino, di Passo, di Lupogliano, di Letai, di Vragna, di Cosliaco, di Sumbergo e di Chersano vivevano in uno stato di semischiavitù, mentre tra le case di Bogliuno, nelle sue calli, nelle sue piazzette si continuava a respirare un’aria molto più libera. Era l’unico centro borghese della valle infatti, nel quale fioriva un certo commercio e dove i servi della gleba del contado potevano scambiare i pochi beni che venivano lasciati loro dall’ingordigia dei padroni.

Come abbiamo detto il borgo per lungo tempo dipese dai patriarchi di Aquileia e venne accordato nel 1356 ad Isacco Turini, quindi venne trasmesso ai Moyses. Appena alla fine del XIV secolo venne dato in feudo a laici di varia origine: fu allora che ebbe inizio il suo frequente passaggio di mano in mano tra feudatari e signorotti, seguendo la sorte degli altri manieri della zona, finché se ne impadronirono i Duinati.

Gli «eredi della domenica»

All’inizio della salita verso il centro, a destra su di un breve pianoro, si trova una vecchia chiesetta restaurata di recente. Non ha forse valore artistico, ma fa parte del paesaggio. A nord, vecchie costruzioni in parte diroccate, affiancano la strada che, in breve salita entra finalmente nell’abitato per attraversarlo tortuosamente da sud a nord in tutta la sua lunghezza.

Di questi tempi Bogliuno è quasi vuota, abbandonata, nonostante parecchie case siano state e vengano rimesse in sesto dai cosiddetti "eredi della domenica", come del resto di recente è stata restaurata anche la chiesa dei Santi Cosma e Damiano, risalente probabilmente ai secoli XIII-XIV, evidentemente risultato di due costruzioni sovrapposte, in quanto gli elementi stilistici della prima costruzione denotano un’arte molto più primitiva della seconda. Sul fondo dell’abside trovò allora posto un altare barocco di fine fattura. Di recente sono stati scoperti anche brani di antichi affreschi, ma se non si provvederà alla loro conservazione, anche questi ultimi resti pittorici spariranno nel nulla.

La loggia spicca per le sue caratteristiche. È formata da quattro archi con un corpo sovrastante, nel quale sono ricavate quattro rozze finestre. Sul fianco destro una scalinata porta al piano superiore. I possenti massi con i quali è stata edificata sembrano voler raccontare antiche storie.

Un piacevole disordine

Imboccando alla fine una stretta viuzza che s’inoltra tra corrose costruzioni, ci portiamo verso il centro del paese. Sia le calli che le case sono fuse in un piacevole disordine. Ognuno qui costruì come gli sembrò giusto e comodo. Così ballatoi con balaustra o ringhiere ornano gli edifici e chiudono gli androni. I camini si ergono alti sopra le sporgenze dei focolari, incorporati nelle pareti delle cucine. Finestre di diversa fattura e grandezza, non poche stranamente deformi, ornano le facciate delle case. Anche qualche stalla e qualche letamaio diffondono odori che avevamo dimenticato. Gli scorci che questo insieme offre al visitatore sono realmente molto pittoreschi ed è motivo di sorpresa che ancora nessun artista si sia ispirato a questi suggestivi scenari. Bogliuno sembra proprio un magazzino di quinte scenografiche accantonate alla rinfusa.

Ča, ste turisti forsi?

Comunque, nonostante i parecchi e continui restauri, è doloroso osservare che parecchie abitazioni sono deserte: le imposte semidivelte si staccano dai cardini, i vetri infranti sono pericolanti sui telai scoloriti che svelano il buio senza vita dell’interno. Un senso di pena ci prende e molto volentieri ci fermiano davanti ad una che pare un po’ meglio conservata delle altre. Davanti la porta, sentadi sul scagno all’ombra, due vecchi, probabilmente marito e moglie, ambedue con un nodoso bastone tra le mani ricambiano ridendo il nostro saluto e sembra quasi vogliano confessarsi in un dialetto mezzo croato e mezzo italiano:

Dice l’uomo:
- Aj me meni! Ča, ste turisti forsi? No xe gnente de veder in sto naše jadno misto. Solo starci i mižerija.
- Siamo venuti per vedere il castello...
- Ah, ja, dvorac. Ogni tanto drento i fa feste. Ma još malo e po’ no sarà più gnente... I on će se srušit! I muri cascarà, vero da!

La donna ridacchiò. Poi si mise a dire le sue, in un dialetto più veneto:
- Noi semo veci, quasi tuti xe veci a Boljun. I giovani scampa. Pochi ghe ne resta. De cossa i vivaria? De ‘sta poca tera forsi e do vache? Nostro fio volessi far qualcossa, sicuro ch’el volaria. Si, quella roba che adesso i ciama agroturizam, me par. Insoma, verser la sua e altre case ai foresti. Vin ghe ne xe, un poco ma bon, anche formaio, verdura, boni capuzi e anche pomidori grossi come un pugno... Ča ja znam... Teško je, nišun vol far credito... Le banche promete, promete, po’ gnente...

- Eppure qualche casa è stata rimessa a nuovo.
- Ma ja, xe quei che lavora a Arsia, Albona, nei alberghi de Rabac, anche a Fiume o a Pola, magari in Germania o in Italia e che i vien a casa dei veci, qualche volta ala domenica o per le ferie. Xe lori che i ga i soldi per giustarle le case. Qua xe aria bona. E pase, fin tropa pase... Anche se magari el pan bisogna farselo da soli, quei sempi del forno, qualche volta i se dimentica de portarnelo...

Per continuare il discorso dobbiamo accettare l’invito ed entrare in casa per bere un bicchiere di vino rosso, un po’ acido, ma ristoratore, o un cafetin fato co’ la vecia cogoma. Le scale pulite ci portano in una cucina bianca, lustra di calce fresca, con tanto di focolare. La cappa è piena di scodelle. Le vecchie sedie impagliate messe attorno al tavolo sono un tantino traballanti. Comunque c’è qui un’altra atmosfera, più distesa, anche per le risate del šior Frane, che a tutti i costi vuole narrarci le sue vecchie barzellette. E i suoi ricordi. Di quando nell’osteria alla domenica arrivava el Vice de Paz con la fisarmonica trieština e si ballava e si cantava...

- Savè quela de... la mula de Parenzo, ga meso su botega, de tuto la vendeva...
Comincia a cantare el šior Frane e, logicamente, noi dobbiamo fare... il coro!

359 - Il Piccolo 27/05/11 Arrestato Mladic il "boia di Srebrenica", catturato a 80 chilometri da Belgrado dove viveva in una casa modesta

Arrestato Mladic il "boia di Srebrenica"

Catturato a 80 chilometri da Belgrado dove viveva in una casa modesta Tra sette giorni l'estradizione nel carcere olandese dove ritroverà Karadzic

la malattia di Ratko Subito sospeso il primo interrogatorio per motivi di salute L'ex generale ha detto solo di non riconoscere il Tribunale dell'Aja L'ORGOGLIO DI TADIC Il governo ha lavorato senza sosta negli ultimi tre anni per giungere alla cattura di tutti i criminali ancora latitanti

di Stefano Giantin

BELGRADO Sembrava scomparso nel nulla, la sua famiglia aveva cercato invano di spacciarlo per morto, correva voce che si fosse rintanato in Russia.

Oppure che Belgrado non volesse realmente catturarlo, pur sapendo dove si nascondeva. Da ieri, la Serbia può con orgoglio dire di avercela fatta, seppur con quindici anni di ritardo. Ratko Mladic, il "boia di Srebrenica", ex generale accusato del massacro degli 8.000 musulmani nell'enclave bosniaca nel 1995 e dei 10.000 morti dell'assedio di Sarajevo, è stato arrestato in Serbia dalla polizia di Belgrado. Le prime voci sulla sua cattura erano circolate già ieri mattina, ma la conferma è arrivata solo per bocca di un entusiasta Boris Tadic. Il presidente serbo ha atteso i risultati del test del Dna effettuato sul fermato che aveva assunto l'identità di tale Milorad Komadic. Poi, poco dopo le 13, ha annunciato «in nome della Repubblica di Serbia che Ratko Mladic è stato arrestato». «Il processo di estradizione verso il Tribunale penale per l'ex Jugoslavia è già in corso. Questo è il risultato della piena cooperazione della Serbia con il Tpi», ha aggiunto Tadic, in un giorno storico per il Paese, per le vittime dell'ex comandante delle forze serbo-bosniache e per la «piena riconciliazione nell'intera regione». «Il governo, dalla sua elezione nel 2008, ha lavorato senza sosta per giungere alla cattura di tutti i criminali latitanti», ha ribadito il presidente serbo, lanciando una frecciata a chi aveva accusato anche lui e il suo entourage di inazione verso i criminali di guerra. Nel pomeriggio sono arrivate le prime indiscrezioni sull'arresto del responsabile del più sanguinoso massacro in Europa dai tempi della Seconda guerra mondiale. Mladic è stato catturato alle 5.30 del mattino a Lazarevo, un paesino in Vojvodina, nel nord della Serbia, a 80 chilometri da Belgrado.

«Tutti sono scioccati, me compreso. Mai visto in giro questo Komadic», si è giustificato il sindaco di Lazarevo. Ma alcuni suoi concittadini hanno ricordato che la modesta casa bianca al numero 2 della ulica Vuk Karadzic, di proprietà di un parente di Mladic, era già stata perquisita in passato, durante le ricerche del latitante su cui pendeva una taglia da 10 milioni di euro. La caccia a Mladic, secondo la Serbia, è costata alle casse statali 12 milioni di euro l'anno. Secondo le prime informazioni, il "Napoleone di Bosnia", com'era definito ai tempi di Milosevic, avrebbe avuto due pistole con sé ma non avrebbe opposto resistenza al momento della cattura. Varie fonti descrivono un ex generale che non si era premurato di camuffarsi.

Niente barba da "guru new age" alla Radovan Karadzic, ma forse l'invecchiamento lo aveva protetto a sufficienza. Di sicuro, quando nella serata di ieri si è presentato al Tribunale di Belgrado e la Tv pubblica ha mostrato le prime immagini, Mladic è apparso molto dimagrito: prenderebbe molte pillole e le sue condizioni di salute sarebbero precarie. Non a caso, poco dopo, l'interrogatorio è stato interrotto: dovrebbe riprendere oggi.

«L'unica cosa che ha detto è che non riconosce il Tribunale penale dell'Aja» ha dichiarato il suo legale Milos Salijc. Ma per il generale, che fino al

2001 circolava liberamente per Belgrado, ora si aprono comunque le porte del carcere di Scheveningen, in Olanda, dove fra una settimana, finite le procedure di estradizione, ritroverà Karadzic, dentro dal 2008. Karadzic che ha già espresso «rammarico per la perdita della libertà» dell'ex compagno di pulizia etnica. Per la Serbia si spalanca invece la strada verso l'Ue.

«Questo evento cambia le prospettive d'integrazione europea di tutti i Paesi dei Balcani e permetterà di ridurre le tensioni sia in Serbia, sia in Bosnia. E consentirà a Belgrado di ottenere lo status di Paese candidato all'ingresso nell'Ue entro l'anno», assicura l'analista politico Vladimir Todoric. Che sia solo una coincidenza che l'arresto sia stato effettuato nel giorno dell'importante visita a Belgrado del Commissario Ue agli Esteri, Ashton? «Ogni settimana arriva a Belgrado qualcuno d'importante, prima Barroso, poi Ashton. Non vorrei speculare troppo sulla tempistica», aggiunge l'analista. Di certo, le manette sono scattate in tempo per evitare che il decisivo rapporto sulla collaborazione Tpi-Belgrado, che sarà presentato all'Onu il 6 giugno dal procuratore Serge Brammertz, sia negativo, sbarrando la strada di Belgrado verso l'Europa. E quasi sicuramente il successo serbo arriva anche grazie a un lento ma inesorabile repulisti voluto da Tadic degli uomini che, nei servizi e nella polizia, per 15 anni non hanno voluto mettere le mani sull'"eroe" serbo. «Sono sicuro che in passato è stato protetto da uomini dell'intelligence e specialmente da membri del governo dell'ex premier Kostunica», accusa l'analista Milan Marinkovic. Ma in Serbia oggi è tempo di festeggiamenti, più che di accuse, anche se gli ultranazionalisti del Partito radicale hanno annunciato proteste di piazza contro il «traditore Tadic», costringendo la polizia a vietare manifestazioni e raduni in una Belgrado super blindata.

360 - La Stampa 27/05/11 Fine della guerra calda

Fine della guerra calda

Enzo Bettiza

Con l’arresto dopo sedici anni di latitanza blindata dell’ex generale serbo bosniaco Ratko Mladic, catturato in un villaggio non lontano da Belgrado, è di fatto giunta alla fine la terza e ultima guerra calda d’Europa. In un certo senso si è concluso, potremmo dire, un lungo ciclo storico che aveva già avuto per sfondo lo stesso quadrilatero balcanico della Prima guerra scoppiata nel 1914: le antiche strade di Sarajevo, le forre della Bosnia-Erzegovina, le anse danubiane della Slavonia, i labirinti più tenebrosi di Belgrado. Fatalità ha voluto imprimere un sigillo sinistro perfino nel nome di battesimo del carnefice di Srebrenica. Rat» significa «guerra» in serbocroato e «Ratko» si potrebbe quindi tradurre, con una minima forzatura lessicale, come «beniamino della guerra».

Sono tanti i passaggi tremendi che vengono a mente in questo momento di svolta e, se vogliamo, anche di redenzione di una Serbia che a strappi intermittenti, a indugi, giravolte traumatiche, spesso impopolari, è riuscita infine a liberarsi dei tre maggiori responsabili del fratricidio inter-jugoslavo. Vale la pena di rievocare le tappe della tormentata e claudicante riconciliazione dei serbi con l’Europa e con se stessi. Nel 2000 l’arresto e la consegna al Tribunale Internazionale dell’Aja di Slobodan Miloševic, architetto del progetto caotico e sanguinario di espandere una Serbia immensa sulle macerie delle repubbliche e regioni jugoslave che anelavano all’indipendenza: i tentativi, via via falliti, di sottomettere o quantomeno sterilizzare la Slovenia, di amputare la Croazia, smembrare la Bosnia-Erzegovina, svuotare il Kosovo della prolifica maggioranza albanese, hanno finito per tramutare l’anacronistico sogno miloseviciano di una Grande Serbia in una Serbia minore, impoverita, devastata dai bombardamenti, isolata dall’Occidente e abbandonata in definitiva anche dall’alleata Russia.

Dopo la morte in un carcere olandese di Miloševic, è caduto nel 2008 in trappola ed è stato subito spedito all’Aja Radovan Karadzic, il guru della serbocrazia bosniaca, il Nerone maniacale della cittadella di Pale, pseudocapitale di un’autopraclamata repubblica allora dipendente da Belgrado: quattro anni d’assedio spietato di Sarajevo inerme, cecchinaggi indiscriminati, incendi, granate sui bazar, sugli alberghi, sulle moschee, il tutto con un costo di più di diecimila morti d’ogni età. Nei giorni dell’orrore il mediocre poeta e psichiatra Karadzic, contemplando con un cannocchiale militare le rovine della città sottostante, declamava dalla sua altura fortificata i versi del poema antiturco «Il serto della montagna» dell’omerico principe montenegrino Njegoš.

Oggi, con una prontezza di riflessi mediatica che quasi ricordava quella del presidente Obama nell’annunciare agli americani e al mondo l’uccisione di Osama bin Laden, il presidente serbo Boris Tadic ha voluto solennemente informare i serbi e soprattutto gli europei che l’ex capo dell’esercito sterminatore di Pale, l’uomo di mano di Karadzic, è stato catturato e identificato e sarà presto estradato all’Aja come criminale di guerra. Fatte le debite proporzioni tra l’annuncio di Obama e quello di Tadic, non si può sorvolare sul coraggio che il presidente Tadic, sia pure nel più dimesso quadro balcanico ed europeo, ha dimostrato nel denunciare in prima persona un evento d’impatto nazionale e internazionale che non tutti i serbi digeriranno facilmente. L’enorme durata della latitanza di Mladic nel cuore della Serbia profonda, protetto da forti coperture politiche, militari, ecclesiastiche, accademiche, testimonia il grado di rispetto e di muta popolarità di cui il boia di Srebrenica poteva ancora fruire fra tanta gente a lui vicina. Il Presidente ha calpestato un tabù leggendario: l’aureola dell’eroico combattente ortodosso contro gli infedeli islamici o, peggio, islamizzati.

L’entrata nell’Unione Europea, che giorni fa è stata presente a Belgrado con una visita di Barroso, responsabile della Commissione di Bruxelles, è la grossa moneta di scambio che il governo democratico della Serbia spera di ottenere come premio per il complicato e molto tardivo arresto di Mladic. Era il prezzo che Bruxelles esigeva da Belgrado per sbloccare le modalità, fino a ieri stagnanti, dell’accesso serbo (insieme o dopo quello croato) alle istituzioni comunitarie. Tadic, che da tempo si dichiara convinto europeista, non a caso ha sottolineato: «L’operazione che ha portato all’arresto rende il nostro Paese più sicuro e più credibile. Sono fiero del risultato raggiunto, è una cosa buona che questa pagina cruciale della storia serba si sia conclusa. Penso che per noi le porte dell’Europa siano ormai aperte».

Sono frasi, insieme morali e realistiche, che vorrebbero cancellare una storia ventennale di sangue e lacrime e rimuovere l’infausta memoria del triumvirato – Miloševic, Karadzic, Mladic – che ha inflitto alla Serbia solo umiliazioni, vergogna, povertà, ostracismi, nonché perdita di grandi territori come il Kosovo, sacri e germinali del passato serbo. Una cosa non dovrà mai essere dimenticata: che l’ultimo dei triumviri che verrà processato all’Aja per atti delittuosi contro l’umanità sarà chiamato a rendere conto del maggiore genocidio compiuto in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Gli ottomila musulmani maschi, da ragazzi di dodici anni ad anziani settantenni, trucidati in quattro giorni nel luglio 1995 sotto gli occhi di quattrocento soldati blu dell’Onu. Richard Holbrooke, onesto e duro tessitore degli accordi di Dayton, ha lasciato scritto prima di morire nel suo libro «To end a War»: «Per la sua vasta intensità, nulla, in quella guerra, è riuscito a eguagliare Srebrenica. Il suo nome è destinato a restare inciso nel lessico d’orrore delle guerre moderne, al pari di Lidice, Baby Yar e la foresta di Katyn».

Nei suoi diari intimi il capo dei massacratori, paffuto, allegro, col bicchiere in mano e il kepì alla francese dei generali monarchici serbi d’antan, scrive invece ch’egli, ordinando lo sterminio dei musulmani, raccomandava sempre ai suoi soldati: «Uccidete solo gli uomini. Le loro donne devono vivere per soffrire».

361 - Il Piccolo 25/05/11 Croazia in Europa nel luglio 2013, ma Londra e Parigi frenano

Croazia in Europa nel luglio 2013 Ma Londra e Parigi frenano

Chiesto un monitoraggio per verificare che Zagabria non abbandoni la lotta alla corruzione Il ministro Frattini preme per il rispetto dei tempi con la fine dei negoziati già il mese prossimo

di Stefano Giantin

BELGRADO Zagabria entrerà nell'Ue, ma su tempi e modi regna ancora confusione tra i Paesi membri dell'Unione. I commenti, ufficiali e non, dopo la cena di lavoro del 23 maggio a Bruxelles tra i ministri degli Esteri dei 27 Paesi membri, hanno messo in allarme Zagabria. La Croazia è sicura di avere a fianco un nocciolo duro di capitali Ue - tra cui Roma - che spingono per la chiusura degli ultimi 5 capitoli negoziali e per la conclusione delle trattative per l'adesione della Croazia entro il 30 giugno. E soprattutto incalzano per dare «luce verde» all'ingresso di Zagabria nel club europeo più prestigioso il 1° luglio 2013, data certa per i media croati. Ma Parigi, Amsterdam e Londra starebbero premendo per un nuovo "meccanismo di controllo" - rapporti trimestrali da inviare a Bruxelles prima dell'ingresso ufficiale croato nell'Ue - che imponga ai croati di non abbandonare, in particolare, la strada della lotta alla corruzione. Se Zagabria prenderà brutti voti, l'entrata nell'Ue potrebbe essere posticipata e rallentato il flusso dei sostanziosi fondi Ue. «La Croazia da tempo è sotto osservazione, soprattutto sui criminali di guerra. Un sistema nuovo potrebbe essere superfluo, ma dietro forse c'è chi teme le capacità dell'Ue di assorbire altri membri. Potrebbe essere una tattica di stallo», suggerisce Tomas Valasek del think tank Center for European Reform. «Rispetto a Romania e Bulgaria, la Croazia è più matura. È stata una decisione politica ammettere così presto nell'Ue Bucarest e Sofia. Penso che i croati vadano accolti e che il meccanismo di monitoraggio non sia una buona idea. «Nell'Ue si tende a rimandare per ragioni di politica interna», osserva Erhard Busek, ex vicecancelliere austriaco e coordinatore della South European Cooperative Initiative. «Tutti i partiti politici sono pronti ad accettare un sistema di controllo», spiega invece l'analista politico croato Davor Gjenero. «Se i negoziati non si concludono però entro giugno-luglio, affiorerà un pericoloso sentimento antieuropeo. In autunno inizierà poi il periodo pre-elezioni politiche, tutti si occuperanno solo di campagna elettorale. La Croazia potrebbe perdere tempo prezioso per l'ingresso nell'Ue», mette in guardia l'analista. Ma l'Italia è fra i Paesi che vuole evitare questo rischio, impedendo che passi la linea dura contro Zagabria. «La larga maggioranza dei Paesi europei è convinta che occorra una risposta politica favorevole alle aspettative della Croazia. I dubbi di alcuni Paesi si superano con la dimostrazione che la Croazia - come io credo - ha raggiunto risultati adeguati nel programma di riforme richieste dall'acquis europeo per l'ingresso nell'Unione», spiega il ministro degli Esteri, Franco Frattini. «Non crediamo che una clausola di monitoraggio - aggiunge il ministro - sia l'opzione preferibile e soprattutto che essa non debba riferirsi al periodo successivo all'adesione. Potremmo semmai prevedere un meccanismo di accompagnamento sull'applicazione pratica dell'acquis dal giorno della firma del Trattato di adesione fino alla data di effettivo ingresso nell'Unione. Un monitoraggio post-adesione, specialmente se collegato al futuro ingresso nell'area Schengen, rischierebbe di significare che un Paese che ha firmato il Trattato di adesione non è in realtà effettivamente pronto, e soprattutto supererebbe la regola finora osservata, e cioè che l'ingresso o meno dipenda da risultati tecnicamente valutati dalla Commissione, che non dovrebbero essere oggetto di veti o condizionamenti di tipo politico». Anche sui tempi, il titolare della Farnesina è fiducioso: saranno giugno 2011 per la fine dei negoziati e luglio 2013 per l'ingresso. E «l'Italia lavora affinchè quelle date si traducano in realtà».

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