Rassegna Stampa Mailing List Histria
Sommario N° 778 – 04 Giugno 2011

A cura di Stefano Bombardieri

362 - La Voce del Popolo 03/06/11 Dignano: L'abbraccio di esuli e rimasti al tradizionale Raduno (Daria Deghenghi)

363 - La Voce del Popolo 02/06/11 150.esimo dell'Unità d'Italia: Lo speciale della «Voce» consegnato a Renato Cianfarani

364 - Voce del Popolo Speciale 02/06/11 Riconoscere la nostra testardaggine nel mantenere vive la lingua e l'identità italiane (Silvio Forza)

365 - Libero 01/06/11 Addio a Marco Pirina lo storico delle foibe (Mirko Molteni)

366 - Il Piccolo 03/06/11 Accordo a Zagabria sì ai cartelli bilingui lungo tutta la Ipsilon (p.r.)

367 - Il Piccolo 03/06/11 Golfo di Pirano l'arbitrato sui confini depositato all'Onu (Franco Babich)

368 - Voce del Popolo 01/06/11 Ad Abbazia un asilo in lingua italiana, a villa Angiolina firmata la lettera d'intenti (Ivana Precetti)

369 - La Voce del Popolo 31/05/11 Dignano: «La mia casita» dà appuntamento all’anno prossimo (Ro)

370 - La Voce di Romagna 30/05/11 Rimini: Un ponte con la costa istriana-dalmata, presentati i collegamenti per la Croazia: dalla Romagna si andrà a Lussino, Rovigno e Zara (Aldo Viroli)

371 - Avvenire 04/06/11 Trieste? No, Trst! Così l'Istria subì la slavizzazione titina (Paolo Simoncelli)

372 - La Voce del Popolo 02/06/11 A Trieste una cerimonia in ricordo di un «grande fiumano», Mario Dassovich (Rosanna Turcinovich Giuricin)

373 - La Voce del popolo 03/06/11 Cultura - Venezia Giulia, dall'antichità ai giorni nostri percorsi interessanti negli «Atti» numero 40 (Barbara Rosi)

374 - Il Piccolo 03/06/11 Intervista a John Earle: «A Trieste servono dirigenti capaci di guardare lontano» (Paolo Rumiz)

375 – Corriere della Sera 29/05/11 Mauro Covacich : Da Tirana a Trieste, in un caleidoscopio di identità (Ida Bozzi)

376 – La Voce del Popolo 02/06/11 :Tutto pronto per la visita del Papa, la Croazia attende 'arrivo di Benedetto XVI

377 - L'Eco di Bergamo 04/06/11 Stipe Mesic: «Crimini nei Balcani Vanno condannati i singoli responsabili» (Alberto Bobbio)

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362 - La Voce del Popolo 03/06/11 Dignano: L'abbraccio di esuli e rimasti al tradizionale Raduno

DIGNANO L'abbraccio di esuli e rimasti al tradizionale Raduno
Dignano tra passato, presente e futuro

DIGNANO – Quando, nel 1997, a Peschiera del Garda vennero ad incontrarsi, per così dire a metà strada, gli esuli di Dignano e i dignanesi rimasti a vivere nella città natale, la Famiglia dignanese e la Comunità degli Italiani di Dignano, le due associazioni di riferimento, gettarono le basi per una "storica riconciliazione" di quello che si è definito più volte un tessuto demografico dolorosamente lacerato dagli eventi della storia e della politica post bellica di casa nostra. E c’è da dire che i dignanesi sono stati i primi tra i connazionali esuli e rimasti ad intrecciare questo tipo di rapporti tra le genti italiane delle due sponde dell’Adriatico, forieri di una ritrovata fraternità quando ancora le istituzioni e l’alta politica dialogavano a stento, perché troppo "impegnate" a snobbarsi a vicenda, quando non anche a guardarsi in cagnesco. Da allora ad oggi ne è passata di acqua sotto i ponti, ma i dignanesi di qua e di là dal confine continuano a coltivare gli stretti legami di amicizia reciproca nel segno di quel "Raduno" che tutti gli anni rievoca emozioni e ricordi comuni ad entrambi.
Il primo appuntamento di quest’edizione del Raduno, in corso dal 2 al 5 giugno, è stata una tavola rotonda presso Palazzo Bradamante dedicata appunto a Dignano, al suo passato, al presente e al suo futuro. Dopo i saluti del presidente della CI, Livio Belci, ad inaugurarne i lavori è stato il sindaco, Klaudio Vitasović, che ha affrontato l’argomento dall’ottica del passato recente, del presente e del futuro immediato della località.

Tanto poté l’autonomia

Località "trascurata su tutti i fronti fino al 1993", quando venne istituito il comune autonomo da Pola: un evento decisivo, questo, a detta del sindaco, che fece da spartiacque nella storia recente di Dignano spianando la strada ad uno sviluppo economico, sociale, infrastrutturale, urbanistico e culturale di grande slancio e vigore. In poco meno di un ventennio – ha ribadito il primo cittadino – sono state rifatte la rete idrica e fognaria, l’illuminazione stradale, alcune vie e facciate, ma anche restaurati a fondo i palazzi storici Bettica, Bradamante e il Municipio. Le campagne abbandonate di un tempo sono ora coltivate a regola d’arte. I vecchi oliveti stanno rinascendo e altri ne spuntano grazie ad incentivi statali e locali, ma soprattutto grazie ad un connubio felice tra le esperienze degli avi e l’innovazione tecnologica degli eredi, connubio che ha fatto di Dignano la capitale indiscussa dell’olivicoltura croata. Agricoltura e industria procedono a braccetto, invece, in quel di Gallesano: la sua zona imprenditoriale ha calamitato in dieci anni ben 2 milioni di euro di investimenti per offrire impiego a più di 500 persone. E ora si spera di ripetere l’esperienza anche alla futura zona industriale di Tison.

L’Adriatico ora unisce

Dignano sta cambiando in meglio anche a parere di Maurizio Tremul della Giunta esecutiva dell’Unione italiana, che si è complimentato con la municipalità, ma anche con gli attivisti e i soci della Comunità degli Italiani per il "loro generoso apporto al risveglio del luogo". Si tratta di una delle comunità più attive, meglio organizzate e più significative della nostra minoranza – ha dichiarato Tremul. Quanto alla ricomposizione di quel "tessuto sociale lacerato", per la quale Dignano fece da apripista in maniera esemplare, oggi si può affermare che costituisce un elemento distintivo dei processi di integrazione europea, di cui è ormai protagonista a pieno titolo anche la Croazia. L’Adriatico – ha osservato infine Tremul – è diventato finalmente un mare che unisce i popoli riconoscendo a tutti il pieno diritto alla conservazione delle lingue, delle identità e delle culture, senza correre il rischio di andare a cozzare come un tempo contro contrapposizioni inutili.

Storia, arte e credenze

Nel proseguimento il presidente della Famiglia dignanese, Luigi Donorà, si è soffermato a trattare il tema della cultura dignanese dall’ottica della musica nelle sue forme autoctone (discanto), sacra (canti patriarchini), colta (Smareglia) e popolare; Anita Forlani, ricercatrice presso il Settore culturale della CI, ha tracciato un’interessante storia del borgo dai castellieri e dalla romanizzazione all’alto Medioevo e all’esperienza dell’esodo; Sandro Manzin, della Giunta esecutiva della CI, ha tratteggiato invece il profilo di uno scrittore che si considera dignanese e che a Dignano ha dedicato buona parte della sua narrativa, Mario Schiavato; Giuliana Donorà, redattrice del "Notiziario dignanese" (il trimestrale degli esuli di Dignano), ha proposto un breve viaggio nel tempo rievocando le contrade, le osterie, la centralina elettrica, la famiglia Marchesi, la stazione ferroviaria e varie altre immagini di vita quotidiana di un tempo. Infine, Maria Grazia Belci della Famiglia dignanese ha illustrato quelle che sono le credenze popolari, i miti e i personaggi fantastici più "spaventosi" dell’immaginario popolare di Dignano e dintorni.

Daria Deghenghi

363 - La Voce del Popolo 02/06/11 150.esimo dell'Unità d'Italia: Lo speciale della «Voce» consegnato a Renato Cianfarani

Lo speciale della «Voce» consegnato a Renato Cianfarani

«Messaggio di identità e di unità nazionale»

FIUME – Un messaggio di identità e di unità nazionale che arriva attraverso le pagine della "Voce del Popolo" in occasione del 150.esimo della proclamazione dello Stato unitario e nel 65.esimo della costituzione della Repubblica Italiana. La Comunità Nazionale Italiana in Croazia e Slovenia e l’unica casa giornalistico-editoriale italiana che opera al di fuori dai confini dello Stivale, l’EDIT, partecipano a queste ricorrenze e alla festa che si sta celebrando in tutto questo 2011 e oggi. È quanto ribadito ieri al console generale d’Italia a Fiume, Renato Cianfarani, alla consegna dell’edizione speciale della "Voce del Popolo" dedicata al 150.esimo dell’Unità d’Italia – oggi in edicola gratis assieme al giornale – da parte del direttore della Casa, Silvio Forza, dal caporedattore responsabile del quotidiano, Errol Superina, responsabili del progetto, e dalla redattrice esecutiva dell’inserto, Ilaria Rocchi. Illustrando quella che è la missione dell’EDIT e delle sue pubblicazioni nel mantenimento della lingua, della cultura e dell’identità italiane in questi territori, Forza ha anticipato al console generale anche alcune iniziative che l’ente ha promosso e promuoverà nel corso dell’anno in riferimento a questo momento particolare e solenne che la Nazione d’origine sta vivendo. Superina ha ricordato il ruolo fondamentale svolto dalla "Voce del Popolo" nella tutela della presenza storica della componente autoctona italiana e della sua identità, dei giornalisti di ieri e di oggi che si sono battuti per gli interessi della CNI, spesso sacrificando vita privata, carriera e salute. Rocchi ha brevemente illustrato i contenuti dell’inserto "Italia: 150.esimo. Un messaggio di identità e di unità nazionale". Nel corso di un colloquio molto cordiale il console generale ha manifestato apprezzamento per il compito portato avanti dall’EDIT e dal giornale e ha rilevato l’interesse con il quale l’Italia segue e sostiene l’attività della CNI e delle sue istituzioni.

364 - Voce del Popolo Speciale 02/06/11 Riconoscere la nostra testardaggine nel mantenere vive la lingua e l'identità italiane

LA VOCE DEL POPOLO EDIZIONE SPECIALE

Riconoscere la nostra testardaggine nel mantenere vive la lingua e l’identità italiane

Italia: Sacrosante l’Unità e l’attenzione per la CNI.

di Silvio Forza

Quando il Cancelliere di stato austriaco principe di Metternich il 2 agosto 1847 scrisse (ed e ora poco importante se alcuni ritengono che non l’abbia mai fatto) la famosa e controversa frase "l’Italia é un’espressione geografica" di fatto, per implicita negazione, confermava l’esistenza di un’Italia che, almeno a livello di coscienze, era molto di piu rispetto a quanto egli andava dicendo nel vano tentativo di esorcizzare l’inevitabile. Ed era inevitabile che gli italiani, i quali avvertivano da secoli l’appartenenza a un territorio comune e a un comune sostrato culturale e linguistico, avrebbero dato vita ad un loro stato.

I precedenti c’erano gia: nel periodo romano, in eta augustea, la regione appenninica era stata suddivisa in 10 regioni (tra le quali Venetia et Histria) che disegnavano uno stato (escluse Sicilia e Sardegna, ma con dentro Nizza, la Savoia e un pezzo d’Istria) i cui confini ricalcano gran parte quelli attuali. Ed erano di antica data anche le basi ideologiche e culturali a sostegno di un’Italia unita.

Erano basi di indubbio prestigio: Dante, nel Purgatorio, si lamentava: "Ahi serva Italia, di dolore ostello, /nave sanza nocchiere in gran tempesta, /non donna di province, ma bordello"; Petrarca, gia nel XIV secolo, nella sua famosa canzone "Italia mia, benche ’l parlar sia indarno" voleva superare le "piaghe mortali" che vedeva nel corpo italiano dolendosene perche "Non e questo ’l terren ch’i’ toccai pria?/ Non e questo il mio nido/ove nudrito fui si dolcemente?/Non e questa la patria in ch’io mi fido,/madre benigna et pia,/che copre l’un et l’altro mio parente?".

Per non citare l’attivita politica paleounificatrice del Pater Patrie Cosimo de’ Medici, o nominare i tantissimi autori –tra i quali Machiavelli, Foscolo ("Ahi dal dolor comincia e nasce / l’italo canto"), Leopardi ("Una gente che libera tutta,/ O fia serva tra l’Alpe ed il mare;/ Una d’arme, di lingua, d’altare,/Di memorie, di sangue e di cor.") –che molto prima del Risorgimento avevano ben chiara l’idea di un’Italia divisa "triste" e soggetta ad occupazione straniera.

Oggi, a centocinquant’anni dall’unita del Paese, nonostante il progetto "Europa prima di tutto" da una parte, e le spinte regionaliste dall’altra, abbiano contribuito a sgonfiare (anche giustamente) i petti fieri di patriottismo nazionale, l’Italia unita va sempre ritenuta la piu grande vittoria storica ottenuta dalle gens italiche, divenute nel frattempo popolo italiano. Certo, l’Italia non va piu vista come un approdo finale, ma non per questo va considerata come un punto di fuga.

Essa rappresenta una certezza grazie alla quale, in un secolo e mezzo, gli italiani, da popolo angustiato da un senso di ingiustizia storica, frustrato dall’incapacita di non aver saputo dar vita per secoli a un ambiente e disegno territoriale unitario, sono diventati parte della compagnia di attori principali che solca le scene del palcoscenico mondiale.

Da provincia di vari imperi, l’Italia, nonostante tutte le deviazioni sostanziali ed i guasti d’immagine provocati dalla politica e dai politici attuali, e ormai da decenni la centrale centripeta che ha favorito, catalizzato e fatto conoscere la proverbiale creativita italiana in tutti i campi che ben conosciamo: l’enogastronomia, la moda, l’industria automobilistica, il cinema, la musica, lo sport, l’artigianato di prima qualita.

Anche noi, italiani dell’Istria e di Fiume, ci sentiamo parte di questa nazione: danneggiati, piu di altri, da un fascismo che non abbiamo mai sostenuto, umiliati, piu di altri, da una guerra voluta e perduta da altri, abbandonati, piu di altri, alle cocenti sbavature di un progressismo durato mezzo secolo e che ci ha decimati, ora chiediamo che la nostra testardaggine nel mantenere viva la lingua e l’identita italiana in Croazia e Slovenia (nei luoghi in cui ci sono sempre state, nel rispetto degli altri che ci vivono accanto), non venga considerata come un residuo acido, ma venga invece premiata con una considerazione istituzionale (italiana) che deve scaturire da una condivisione progettuale ed etica, non da obblighi –in fin dei conti burocratici –ereditati da logiche obsolete di democristiana memoria.

Chi contesta le ragioni sacrosante dell’unità del Paese spesso trascura il fatto che senza l’unitá nazionale ora le regioni padane sarebbero nulla piu che il sud-ovest dell’Austria e il sud-est della Francia. A parte il fatto che sarebbe ora di rivalutare positivamente il ruolo d’avanguardia avuto dai Borboni, specie in campo culturale e civico, nel Regno delle due Sicilie, e sconsolante constatare che dopo tanta esperienza politica, dopo tanti saggi di sociologia, psicologia, economia, antropologia culturale, al giorno d’oggi troppo spesso s’insista a dividere gli uomini in base ad appartenenze legate a categorie che nulla hanno di definitivamente elettivo: razza, religione, nord, sud. Le virtú, cosi come i guasti comportamentali, si riscontrano sia tra i bianchi sia tra i neri, sia tra i maschi sia tra le femmine, ma anche sia al Nord sia al Sud dello stivale appenninico.

L’Italia ha tanti problemi: dalla disoccupazione (dovuta non soltanto alla crisi ma anche alla delocalizzazione eseguita senza scrupoli in nome del profitto) all’immigrazione incontrollata, dal (quasi) monopolio dei media, alla rappresentativita politica a livello internazionale. Per non dire che oltre ai problemi locali e investita anche da quelli globali quali la spettacolarizzazione dell’informazione, la superficialità dei valori, il trionfo dell’immagine e il conseguente tonfo della sostanza, la riduzione della cultura a serva della pubblicità.

Ma le risposte a queste emergenze che spesso vengono (di)n(i)egate, devono essere articolate, fondate sul buon senso e non improvvisate bombardando bersagli sbagliati.

Cosi come l’italianità non deve essere percepita come un sentimento esclusivo rivolto contro qualcuno (magari contro le identita regionali, o contro le nuove identita del multiculturalismo) non si deve neppure scordare che senza l’unitá del paese l’Italia sarebbe, beh…probabilente soltanto un’espressione geografica.

365 - Libero 01/06/11 Addio a Marco Pirina lo storico delle foibe

Morto a 68 anni

Addio a Marco Pirina lo storico delle foibe

Mirko Molteni

■■■ Con Marco Pirina, stroncato lunedì sera a 68 anni da un infarto a Dobbiaco, se ne va uno dei maggiori studiosi della tragedia delle foibe e delle vendette partigiane nel nordest. Studioso e storico delle vicende della Frontiera Orientale d'Italia, è stato il fondatore nel 1988 del Centro di Ricerche Storiche "Silentes loquimur" di Pordenone.

Le sue ricerche hanno permesso negli ultimi 20 anni di squarciare il velo dell'omertà sugli eccidi causati dai partigiani jugoslavi del maresciallo Tito alla fine della seconda guerra mondiale.

Il suo instancabile investigare era la dimostrazione vivente del vero spirito della storia, che fin da Erodoto aveva preso questo nome, dal greco "Historia", che significa appunto "indagine", "inchiesta".

Peraltro già collaboratore di Libero, fra le sue numerose fatiche, negli ultimi tempi aveva fatto discutere il quarto volume del suo Registro delle vittime del Confine Orientale, presentato nel 2010. La ricostruzione puntuale, quanto drammatica, delle vite di ben 7.200 persone uccise nell'ultimo scorcio della seconda guerra mondiale, ma anche nei primi anni di pace, per la "svendita" delle terre di confine al comunismo jugoslavo.

Tante storie di dolore, dimenticate per non turbare gli equilibri di Yalta. Come quella del brigadiere Paolo Bassani di Vicenza, scomparso a Gorizia: atteso per dodici anni dalla moglie che ogni sera accendeva una candela affinché il marito ritrovasse la via di casa. O il tenente della guardia di finanza Pietro Stefanetto, infoibato. Per non parlare della emblematica vicenda di Norma Cossetto, giovane italiana sottoposta nel 1943 per un intera notte a inenarrabili sevizie da parte di un gruppo di partigiani yugoslavi e infine uccisa.

Tragedie nascoste, di cui l'Italia postbellica non doveva far menzione, ma che grazie a Pirina e ai suoi collaboratori sono tornate alla luce. Dagli almeno 21 anni di investigazione su 47 fonti d'archivio, lo storico traeva queste imbarazzanti verità: «Il 14 aprile 1945, Umberto II (luogotenente d'Italia dopo la fuga di Vittorio Emanuele) emanò un decreto luogotenenziale del Regio Esercito, nel quale i partigiani venivano dichiarati "cobelligeranti", vale a dire militari a tutti gli effetti. In pratica, tutto questo significa che i partigiani macchiatisi dei crimini più efferati non dovevano essere amnistiati, ma sottoposti alla convenzione di Ginevra. Pertanto, quando Palmiro Togliatti, nel 1946, coprì con l'amnistia gli eccidi partigiani commessi fino al 15 maggio 1945, commise un errore di valutazione perchè, essendo ancora in vigore il regno d'Italia, il decreto luogotenenziale non poteva in alcun modo essere annullato».

Pirina non aveva paura di mettere in discussione anche gli atti di clemenza del 1952 e del 1953. «In questo caso - commenta lo storico pordenonese - i partigiani amnistiati dichiararono a propria discolpa di aver agito contro fascisti e tedeschi in azioni di carattere bellico. Vale a dire che ammisero di aver agito da partigiani, ovvero da cobelligeranti del Regio Esercito, quindi colpevoli di crimini di guerra né più né meno di qualsiasi altra figura militare».

Più volte minacciato da chi ancora oggi non vuole ammettere che gli strascichi della guerra durarono fino al 1947, ma mai domo.

366 - Il Piccolo 03/06/11 Accordo a Zagabria sì ai cartelli bilingui lungo tutta la Ipsilon

Accordo a Zagabria sì ai cartelli bilingui lungo tutta la Ipsilon

Il deputato della minoranza Radin riesce a convincere il ministro dei Trasporti Kalmeta e il vertice di Bina Istra

POLA Il deputato italiano al Sabor Furio Radin ha vinto un'altra battaglia per l'estensione del bilinguismo visivo sulla Ypsilon stradale che l'11 giugno sarà inaugurata come autostrada fino a Umago. Ovvero i cartelli segnaletici bilingui saranno collocati sull'intero tracciato, dunque anche sul territorio delle città e comuni non bilingui, come ad esempio Gimino e Canfanaro. L'accordo in tal senso è stato raggiunto ieri a Zagabria, all'incontro tra il ministro dei Trasporti e comunicazioni Bozidar Kalmeta, il direttore generale della Bina Istra David Gabelica e lo stesso Radin. È stato quest'ultimo a insistere sull'estensione del bilinguismo, richiamandosi all'articolo 3 dell'Accordo italo-croato sulle minoranze, recepito anche nell'accordo siglato da Radin con il governo croato. L'articolo prevede l'estensione graduale dei diritti delle minoranze anche fuori dai territori cittadini e comunali sui quali sono stati applicati finora. Radin ha tirato in ballo anche la Legge sulle autonomie locali che sancisce la denominazione bilingue per tutte le unità di autogoverno locale a statuto bilingue. In altri termini per le città e i comuni situati lungo la costa occidentale dell'Istria. «La legge prevede dunque, così Radin, una denominazione riconosciuta su tutto il territorio nazionale. Certo, ha aggiunto, nessuno pretende di applicare le denominazioni bilingui fuori dal territorio d'insediamento storico dell Cni, ma nelle aree nelle quali la presenza della nostra Comunità è storica ciò diventa, ha evidenziato, un nostro diritto». Il problema era sorto quando in prossimità dell'inaugurazione del secondo tratto autostradale, che va da Canfanaro al confine con la Slovenia, gli organi competenti avevano deciso di applicare, per quanto attiene al bilinguismo, un criterio diversificato a seconda della collocazione dei cartelli. Nel dettaglio, tale approccio aveva fatto sì che i cartelli bilingui venissero posti soltanto agli svincoli che si trovano sul territorio dei comuni e città bilingui e non lungo tutto il tracciato.Dal canto loro Kalmeta e Gabelica hanno considerato tali argomentazioni dicendo alla fine che il bilinguismo è una ricchezza per la Croazia. E hanno dato disposizioni affinchè la segnaletica venga subito adeguata all'accordo raggiunto ieri. ( p.r.)

367 - Il Piccolo 03/06/11 Golfo di Pirano l'arbitrato sui confini depositato all'Onu

DA SLOVENIA E CROAZIA

Golfo di Pirano l'arbitrato sui confini depositato all'Onu

di Franco Babich

LUBIANA I rappresentanti diplomatici di Slovenia e Croazia hanno depositato all'Onu l'Accordo di arbitrato sui confini. Era questo l'ultimo atto formale perchè il documento diventasse valido a tutti gli effetti dal punto di vista del diritto internazionale. L'Accordo è stato sottoscritto dai premier Borut Pahor e Jadranka Kosor il 4 novembre del 2009 a Stoccolma, dopo di che è stato ratificato dai Parlamenti dei due Paesi. Lo scambio delle note di ratifica è avvenuto nel novembre dell'anno scorso. L'Accordo, ricordiamo, stabilisce che sarà una Corte arbitrale internazionale - composta da 5 giudici - a definire la linea del confine terrestre e marittimo tra i due Paesi. I giudici avranno inoltre il compito di stabilire il collegamento della Slovenia con le acque internazionali e le modalità di sfruttamento delle risorse marine nell'area. Punto di partenza sarà la situazione in data

25 giugno 1991, giorno della proclamazione dell'indipendenza. La linea del confine sarà tracciata sulla base del diritto internazionale; per il collegamento della Slovenia con le acque internazionali e lo sfruttamento delle risorse marine si terrà conto anche dei principi di equità e buon vicinato nonchè di tutte le altre circostanze che la Corte giudicherà rilevanti. La Corte si metterà comunque al lavoro soltanto dopo che la Croazia avrà sottoscritto l'accordo di adesione all'Unione europea. Il contenzioso risale al 1991. In mare, il confine marittimo tra le due repubbliche ex jugoslave non è mai esistito, per cui è da stabilire ex novo, mentre per quanto riguarda la frontiera terrestre il problema è rappresentanto dalla mancata coincidenza tra gli ex confini amministrativi e i confini catastali, per cui ognuna delle due parti interpreta la situazione del giugno 1991 come più le conviene. In Istria, Lubiana e Zagabria si contendono circa 130 ettari di terreno sulla sponda sinistra del fiume Dragogna, un'area all'epoca amministrata dal comune di Buie (Croazia) ma parte del comune catastale di Pirano (Slovenia)

368 - Voce del Popolo 01/06/11 Ad Abbazia un asilo in lingua italiana, a villa Angiolina firmata la lettera d'intenti

Alla presenza del vicepremier Uzelac a Villa Angiolina firmata la lettera d'intenti
Ad Abbazia un asilo in lingua italiana

ABBAZIA – Giornata storica, ieri, per la Comunità Nazionale Italiana su queste terre, ma anche per Abbazia dove in mattinata, nella splendida cornice di Villa Angiolina, dopo anni di attesa è stata firmata la lettera d’intenti per la costruzione di un asilo per l’infanzia e nido in lingua italiana sul territorio della Riviera liburnica. La cerimonia ufficiale si è svolta alla presenza dei massimi esponenti della CNI, ossia il presidente dell’Assemblea dell’Unione Italiana e deputato al Sabor, onorevole Furio Radin e il presidente della Giunta esecutiva dell’UI, Maurizio Tremul, del direttore generale dell’Università Popolare di Trieste, Alessandro Rossit, del presidente della Comunità degli italiani di Abbazia, Pietro Varljen e del sindaco abbaziano, Ivo Dujmić, firmatari dell’importante documento. A testimoniare l’importanza dell’evento, la presenza del vicepresidente del Governo per le attività sociali e i diritti dell’uomo, Slobodan Uzelac, sempre attento alle necessità delle minoranze nazionali, e del Console Generale d’Italia a Fiume, Renato Cianfarani, per il quale quello di ieri è stato soltanto "uno dei passi che favorisce l’integrazione e avvicina la Croazia all’Unione europea".

MULTICULTURALITÀ L’idea di aprire ad Abbazia un asilo in lingua italiana era nata anni fa, ma è stata concretizzata appena con l’odierna amministrazione cittadina guidata dal sindaco Ivo Dujmić, che nel gennaio 2010 ha messo a disposizione della Comunità degli Italiani una nuova sede negli spazi di Villa Antonio. Era stato questo uno dei primi passi verso una convivenza pacifica, ancor più salda, in terre in cui da sempre è viva l’identità nazionale italiana. Lo ha ricordato anche ieri il primo cittadino della Perla del Quarnero. "Abbazia è nota per la sua multiculturalità – ha detto – ed è proprio questo che la contraddistingue nella sua storia. La minoranza italiana è integrata al cento per cento nella realtà abbaziana, nella società, nelle manifestazioni e negli eventi culturali. Basti ricordare l’ormai tradizionale festival ‘Notti di note italiane’ che la nostra città ospita ormai da anni. Quest’anno aspettiamo Antonella Ruggero. E poi i gemellaggi con le città di Castel San Pietro Terme e Carmagnola, la firma di una lettera d’intenti per la collaborazione con Monfalcone, e via di seguito. Oggi è un giorno particolare, un passo avanti verso rapporti ancora più saldi e una conferma che Abbazia respira da sempre un’aria europea", ha detto ancora, aggiungendo che l’edificio che ospiterà l’asilo in lingua italiana, e più precisamente due sezioni per insegnamento prescolare e un asilo nido, sorgerà nell’area di Punta Kolova, su un terreno di proprietà della Città, compresa l’infrastruttura. I lavori di costruzione, a quanto sembra, dovrebbero partire entro un anno o un anno e mezzo al massimo.

PROGETTI "Il progetto di massima e quello esecutivo, come pure il futuro attrezzamento, verranno finanziati per metà dall’amministrazione cittadina abbaziana e per metà dal Governo italiano tramite l’UI", ha aggiunto Dujmić. La Città di Abbazia ha assicurato quest’anno complessive 300mila kune per il progetto di massima e altre 700mila, che verranno stanziate nel 2012 e che serviranno a coprire le spese della completa documentazione esecutiva, per un totale di un milione di kune. "Il progetto di massima dovrebbe venir completato entro la fine di quest’anno, dopo di che partirebbe l’iter per l’ottenimento del Piano di lottizzazione. Ora come ora calcoliamo che il valore dell’edificio potrebbe aggirarsi sui 20 milioni di kune, ma vista l’attuale situazione sul mercato, presumo che il prezzo alla fine risulterà minore", ci ha detto ieri Danijel Jerman, a capo del Dipartimento cittadino per le finanze e le attività sociali.

PLURILINGUISMO La firma della lettera d’intenti a Villa Angiolina resterà certamente impressa come uno degli eventi più importanti per la CNI, al pari di quello avvenuto agli inizi di maggio a Varvari, vicino a Parenzo, dove è stata firmata la lettera d’intenti per la ristrutturazione della sede dislocata del locale asilo per l’infanzia in lingua italiana. Lo ha ricordato Alessandro Rossit, nel suo discorso di circostanza, annunciando fin d’ora la prossima apertura di un istituto prescolare italiano a Lussinpiccolo e gli impegni protesi verso l’apertura di un asilo a Zara. Il direttore generale dell’UPT ha ringraziato la Città di Abbazia per la forte sensibilità e attenzione verso le necessità della minoranza italiana, ma anche il Governo italiano e l’UI per il loro impegno nell’assicurare pieno sostegno al mondo scolastico e di conseguenza al mantenimento dell’identità italiana in queste terre.
Ai ringraziamenti si è unito Maurizio Tremul: "Oggi poniamo le basi per un’apertura solenne – ha detto –. La costruzione dell’asilo rientra nel progetto di estensione della rete scolastica e prescolare in lingua italiana che l’UI sta perseguendo. La presenza del vicepremier Uzelac sta a testimoniare la sensibilità del Governo croato verso le minoranze nazionali. Questo asilo contribuisce a mantenere il multiculturalismo, la multietnicità, il plurilinguismo e va nella direzione della convivenza. Ringrazio il Governo italiano per aver inserito nei propri finanziamenti questo progetto", ha aggiunto Tremul.

SENSIBILITÀ L’onorevole Furio Radin ha precisato che la firma della lettera d’intenti simboleggia qualcosa di molto più profondo. "È la conferma di quella che è la caratteristica di questi territori, di questa città, e qui non mi riferisco soltanto al suo spirito multiculturale e la sua sensibilità, bensì al senso per le attività sociali e per il sociale in generale, fattore spesso dimenticato e trascurato", ha dichiarato, ringraziando Slobodan Uzelac per la sua presenza e Pietro Varljen per l’impegno profuso. Il vicepremier ha lodato, dal canto suo, l’Unione Italiana per tutto quello che sta facendo per la minoranza italiana in Croazia. "Un modello che andrebbe imitato da tutti – ha detto –. Complimenti al sindaco Dujmić per aver saputo accettare la realizzazione di un progetto così complesso in tempi tutt’altro che facili".

Alla cerimonia di ieri hanno partecipato anche Erik Fabijanić, in rappresentanza della Regione litoraneo-montana, nonché la titolare del settore Educazione e Istruzione della Giunta UI, Norma Zani, e il Segretario Generale dell’Assemblea e della Giunta UI, Christiana Babić, impegnatesi a fondo, al fianco di Maurizio Tremul e Furio Radin, per il raggiungimento di questo nuovo traguardo. E chissà che l’evento di ieri a Villa Angiolina non possa rappresentare la base per la prossima apertura ad Abbazia di una scuola elementare in lingua italiana....

Ivana Precetti

369 - La Voce del Popolo 31/05/11 Dignano: «La mia casita» dà appuntamento all’anno prossimo

DIGNANO Conclusa l'edizione 2011 della campagna di recupero

«La mia casita» dà appuntamento all’anno prossimo

Quattro fine settimana per il recupero delle casite in località Santa Fosca: iniziata il 6 maggio, si è conclusa sabato sera l’edizione 2011 del progetto di recupero e salvaguardia delle casite e dei muretti a secco (Moj kažun - La mia casita), le masere. Il Progetto, lo ricordiamo, è stato varato dalla Città di Dignano anche in considerazione del fatto che sul comprensorio c’è la più alta densità di casite di tutta l’area mediterranea. I lavori vengono svolti sotto l’occhio vigile degli esperti della "Kapitel" e di Branko Orbanić.

Come è ormai prassi, la chiusura dei laboratori è stata salutata da una sana pedalata per la campagna del Dignanese, che ha portato i partecipanti fino a Santa Fosca. Al rientro a Dignano, in piazza del Popolo, hanno potuto gustare assieme a molti visitatori un’ottima frittata per la quale sono servite ben mille uova. La passeggiata per la campagna quest’anno ha visto anche la presenza di cavalli.

Nel pomeriggio il sindaco di Dignano, Klaudio Vitasović, ha consegnato i diplomi di partecipazione a quanti hanno preso parte ai laboratori, quest’anno alla sesta edizione (e c’è chi li ha frequentati tutti nel corso degli anni!). La piccola cerimonia si è avuta presso le "tre casite", costruzione singolare e specifica del territorio, una vera e propria curiosità (anche in considerazione del fatto che si tratta delle costruzioni più grandi). I laboratori di quest’anno hanno previsto anche il recupero di altre due casite poco distanti, nei ressi di Median. A fine serata, uno spettacolo con i piccoli del "Mali balun" e una grande grigliata.

Come in alcune edizioni precedenti, anche quest’anno è stato possibile visitare il sito a bordo del trenino elettrico. Nell’edizione 2011, oltre a far vedere le casite, il trenini ha portato i visitatori anche alla chiesa di san Michele di Bagnole.

Appuntamento all’anno prossimo, a maggio, anche perché non ci si fermerà finché non saranno recuperate tutte le casite. (Ro)

370 - La Voce di Romagna 30/05/11 Rimini: Un ponte con la costa istriana-dalmata, presentati i collegamenti per la Croazia: dalla Romagna si andrà a Lussino, Rovigno e Zara

Presentati i collegamenti per la Croazia: dalla Romagna si andrà a Lussino, Rovigno e Zara

Un ponte con la costa istriana-dalmata

Migliorate le strutture fisse nell'area portuale

RIMINI - La mobilità via mare nel bacino Adriatico potrebbe svolgere un ruolo cruciale, ma non è ancora sufficientemente strutturata. Lo sostiene l'assessore provinciale alla Mobilità e Trasporti Vincenzo Mirra, che ieri ha presentato i nuovi collegamenti con la Croazia che partiranno il 18 giugno. Da Rimini si potrà andare direttamente nell'isola di Lussino e a Zara, da Cesenatico e Ravenna anche a Rovigno. Erano presenti il prefetto Vittorio Saladino, che ha evidenziato quanto sia positivo il collegamento tra le due sponde dell'Adriatico e l'assessore al Turismo Galli che definito il servizio utile ai turisti che arrivano da lontano, auspicando una collaborazione con realtà turistiche dalla valenza simile a quella riminese. Il dirigente Rossini si è soffermato sulla possibilità di mettere a sistema e uniformare alcune regole dei vari porti. I collegamenti fanno parte del progetto Adrimob, che ha preso il via lo scorso mese di febbraio con durata triennale. Capofila è la provincia di Ravenna, le risorse finanziarie sono oltre 2 milioni e 800mila euro, quelle investite dalla provincia di Rimini 180mila euro. Il servizio è cresciuto in questi ultimi anni e si è guadagnato l'apprezzamento dei turisti ma anche da chi viaggia per lavoro. Da giugno a settembre, ha spiegato l'armatore Righetti che è anche il comandante del catamarano, lo scorso anno i passeggeri sono stati oltre 18mila. Il progetto Adrimob coinvolge i principali porti dell'Adriatico della zona transfrontaliera. Questi gli obiettivi specifici: incoraggiare fortemente e favorire l'uso del trasporto marittimo per i passeggeri lungo le coste; rafforzare e integrare le reti infrastrutturali esistenti creando nuovi collegamenti tra i porti e le aree interne; migliorare il livello di qualità dei servizi alla portualità; incrementare la sicurezza della navigazione e la tutela dell'ambiente marino. Adrimob punta al miglioramento dei trasporti marittimi, combinati con altri mezzi di trasporto; al completamento e messa in rete di circuiti multimodali transfrontalieri al fine di aumentare l'uso dei mezzi di trasporto alternativi all'auto; ad azioni di marketing di promozione delle attività esistenti. In particolare, per quanto riguarda Rimini, Mirra ha spiegato che si punta a realizzare un nuovo allestimento e completamento accessorio delle strutture di proprietà della Provincia per l'effettuazione delle operazioni doganali. Poi a fornire informazioni dettagliate sui collegamenti e sull'offerta turistica della Provincia attraverso un infopoint allestito in posizione centrale dell'area portuale. Ed anche alla collocazione di postazioni di Bike Sharing nelle immediate vicinanze degli attracchi delle imbarcazioni adibite ai collegamenti trans adriatici, in sintonia con il sistema Bike Sharing sulla costa.

Aldo Viroli

371 - Avvenire 04/06/11 Trieste? No, Trst! Così l'Istria subì la slavizzazione titina

Trieste? No, Trst! Così l’Istria subì la slavizzazione titina

DI PAOLO SIMONCELLI


Pagine amare quelle che documenta Federica Gullino.


Dagli ultimi anni di guerra, quando le zone italiane di confine occupate dai comunisti titini videro aprirsi nuove scuole con insegnanti nominati per meriti partigiani, alle continue aggressioni fisiche nei confronti della popolazione, alla sanguinaria attitudine inglese a stroncare manifestazioni popolari, alle umiliazioni diplomatiche subite dall’Italia (pur dopo il suo ingresso nel Patto atlantico)… Un insieme tragico e vessatorio che non poteva che far sperare che col Memorandum d’intesa di Londra, firmato il 5 ottobre ’54, i rapporti italojugoslavi potessero avviarsi alla normalizzazione.


Al Memorandum era allegato uno Statuto speciale per la tutela linguistica e culturale delle rispettive minoranze che assunse ovviamente funzioni e interpretazioni diverse a seconda di dove, da quale confine, lo si osservasse.

Nasce così la possibilità di documentare su base di inedite relazioni diplomatiche, fornite alla Gullino dall’ambasciatore Pasquale Baldocci, al tempo viceconsole generale a Capodistria, la situazione della scuola italiana nelle terre della Zone B di fatto ormai jugoslave. Dopo che per anni, alla defascistizzazione dei libri di testo era stato sostituito un programma ideologico uguale e contrario, dopo che appariva conclamato nei nuovi testi scolastici che la Jugoslavia si considerava in debito territoriale con l’Italia per non aver avuto tutta Trieste e Gorizia e l’Istria, le visite ufficiali svolte in loco da Baldocci nel 1959-60 (sempre alla presenza di un vigile funzionario jugoslavo) offrirono un’immagine tutt’altro che decantata delle tensioni politicoculturali: chiuse con vari pretesti le scuole italiane; i circoli di cosiddetta cultura italiana risultavano centri di indottrinamento ideologico dove circolavano solo giornali comunisti italiani e dove campeggiavano ritratti e busti di Tito, Lenin e Dante.

«Per la storia – scrive Baldocci – si adopera ancora in certe scuole un volume tradotto dal russo nel 1945!», in altre «i Romani vengono descritti come barbari predoni e i veneziani come pirati, saccheggiatori e massacratori delle popolazioni slave»; e non solo: i nuovi autori italiani, locali, per eccesso di zelo ideologico finivano per scrivere di peggio: «Non di rado – commenta Baldocci – sono meno antiitaliani i manuali tradotti dallo sloveno o dal serbo-croato».

A questo punto risultava controproducente, da parte italiana, continuare a finanziare i circoli o mostrarsi pronti a nuove concessioni alla minoranza jugoslava vivente nella Zona A (occidentale) sperando in un’inesistente reciprocità; avrebbe significato abbandonare consapevolmente «la nostra minoranza alla politica jugoslava di assorbimento».

La conclusione sarebbe stata ineffabile, tipicamente italiana: la direzione Affari politici del ministero degli Esteri avrebbe rampognato Baldocci: il suo comportamento «assai poco formale avrebbe potuto provocare spiacevoli incidenti»! Vien da pensare che a Osimo la Jugoslavia non abbia avuto la Valle del Po solo perché non l’aveva chiesta.
Federica Gullino


QUANDO LA MAESTRA INSEGNAVA: «T COME TRST» Propaganda e scuola anti-italiana nella Trieste jugoslava Franco Angeli Pagine 112. Euro 16,00
L’annessione alla Jugoslavia «epurò» pure i libri scolastici

372 - La Voce del Popolo 02/06/11 A Trieste una cerimonia in ricordo di un «grande fiumano», Mario Dassovich

A Trieste una cerimonia in ricordo di un «grande fiumano», Mario Dassovich

Storia da analizzare e spiegare

TRIESTE – La cerimonia è conclusa… si compone l’immagine di un film. A Trieste un gruppo di Associazioni degli Esuli con Lega Nazionale e CDM hanno voluto commemorare, ieri mattina, la figura di un "grande fiumano" come Mario Dassovich, a due settimana dalla scomparsa, alla presenza della Sua signora.

ANDARE AVANTI Ma la consegna di "ricordare" una figura come la sua si è trasformata in una specie di testamento di un’intera generazione che "sta andando avanti" dopo aver caratterizzato e, di fatto, condizionato nel bene e nel male, l’atteggiamento verso la storia e la realtà in un sessantennio.

Il prof. Diego Redivo, storico, ha concluso il suo omaggio a Dassovich uomo e autore, citando Kurosawa, il cineasta, che fa dire ai personaggi di una sua opera, onirica come nel suo stile, riuniti ad un funerale "non siamo qui per piangere, non se n’è andato un giovane, ma per congratularci con quest’uomo anziano per tutto ciò che ci ha lasciato".

GRAZIE È stato proprio questo "grazie" a rimbalzare negli interventi di Paolo Sardos Albertini, Elda Sorci, Renzo Codarin, Lorenzo Rovis, Renzo de’

Vidovich, Paolo Mulo del Tommaseo, orgogliosi di aver condiviso amicizia e conoscenza con una persona definita "schiva, rigorosa, attenta, onesta, preparata". A spiegare il suo metodo scientifico, particolare, che ha contraddistinto la decina di opere pubblicate sulla vicenda dell’Adriatico orientale, fatto di citazioni inserite secondo un preciso schema a comporre un mosaico, è stato lo stesso Redivo.

LA FORMAZIONE Ha ricordato, infatti, la sua formazione anche umanistica completata con studi universitari di scienze economiche in prestigiose Università americane. In quest’ambiente di calcolo e statistiche ha assorbito una metodologia originale, mai per altro abbandonata, che era il suo modo naturale di affrontare le ricerche e di esporne i risultati.

Dassovich "che incontravo nella bella stagione sulla passeggiata di Barcola – ha voluto testimoniare Stelio Spadaro –, mi ha aiutato a ragionare e capire la complessità del suo pensiero. In tempi non ancora maturi, ribadiva con grande serenità che la vicenda dell’Adriatico orientale non era spiegabile con la semplicistica teoria dei nazionalismi contrapposti. C’era molto di più. Vale a dire una raggiera di contatti con le diversità di un mondo europeo che solo ora sembra palesarsi all’attenzione dell’opinione pubblica". E Fiume, in questo senso, è stata maestra.

Anche se Dassovich – ha affermato Sardos Albertini "non era affatto dannunziano nella sua pacatezza, riservatezza, uomo di raziocinio. Una caratteristica che ho ritrovato in quasi tutti gli intellettuali fiumani che ho avuto modo di conoscere. Meno che nelle donne, che forse dannunziane lo sono". Un rigore, una coerenza, quella di Dassovich, che gli ha permesso di destreggiarsi nel difficile mondo della guerra e del dopoguerra – da non dimenticare la prigionia in campi d’internamento per aver "distribuito dei volantini" – da maestro, nel senso che ha saputo insegnare agli altri ed ancora lo sta facendo.

LE OPERE La sala ha accolto con un applauso la proposta del prof. Redivo – anche segretario della Società di studi Risorgimentali che ha pubblicato i libri di Dassovich –, di ristampare due volumi sulla vicenda dell’Adriatico orientale come testo unico da destinare alle scuole. Tra le altre cose, Redivo ha ricordato che la pubblicazione dei libri avveniva sempre a spese dell’autore che non voleva pesare sul bilancio dell’Associazione. Il resto è affidato al tempo. L’analisi della sua opera, il peso di quanto ha lasciato, la forza del suo pensiero, le tappe significative del suo cammino. Lorenzo Rovis ha sottolineato la sua presenza sul giornale "Voce Giuliana" in 27 anni di collaborazione, praticamente materiale per un altro libro. Per non tacere del suo contributo alla Voce di Fiume. Nell’ampio e preciso archivio del giornale nella sede di Padova è ricorrente, in quasi tutti gli articoli, scritti a macchina, ma perlopiù vergati a mano l’incipit del "Caro Mario". I collaboratori ed i lettori scrivevano all’uomo e all’amico ancor prima che al direttore del giornale in un’interazione che gli ha permesso di mantenere inalterato nel tempo l’amore per la testata.

Pochi anni e di una generazione rimarrà solo l’esempio, ha sottolineato Redivo. Che non è solo passato, è storia da analizzare e spiegare, con animo diverso ora che l’emotività dell’esperienza personale si sta spegnendo con loro. Farne tesoro, nel giusto modo, affinché il loro apporto, la dirittura morale e la coerenza di molti di loro, non muoiano mai.

Rosanna Turcinovich Giuricin

373 - La Voce del popolo 03/06/11 Cultura - Venezia Giulia, dall'antichità ai giorni nostri percorsi interessanti negli «Atti» numero 40

Stasera a Rovigno la presentazione
della pubblicazione del Centro di Ricerche Storiche
Venezia Giulia, dall’antichità ai giorni nostri percorsi interessanti negli «Atti» numero 40

ROVIGNO – "Memorie", "Fonti e documenti" e "Rassegne biobibliografiche": sono le rubriche che compongono i due volumi di questo corposo, "giubilare", quarantesimo numero degli "Atti" del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, che verrà presentato questa sera alle ore 18 nella sede della Comunità degli Italiani della città di Sant’Eufemia. Un percorso lunghissimo, e coinvolgente, quello che si propone in questa pubblicazione curata da Marino Budicin, che abbraccia epoche e tematiche diverse, riscoprendo vicende, aspetti e fenomeni del passato della Venezia Giulia, molti anche inediti, altri affatto particolari, comunque tutti interessanti per gli appassionati di storia e del patrimonio artistico-culturale e civile dell’Adriatico orientale.

MEMORIE Il viaggio parte dalle "Memorie", sezione che in oltre cinquecento pagine contiene i contributi di: Vesna Girardi Jurkić, Anelli romani con motivi mitologici e simbolici dalla necropoli antica di Burle, presso Medolino; Giuseppe Cuscito, Società civile e comunità cristiana ad Aquileia nel sec. IV; Peter Štih, Diploma di re Berengario I del 908 e il monastero femminile di Capodistria; Lavinia Belušić, Le chiese in territorio veneto delle diocesi di Cittanova, Parenzo e Pola, 1450-1600. Aspetti e problemi tipologici; Giovanni Radossi, La confraternita dei poveri infermi di Rovigno e i suoi benefattori; Slaven Bertoša, Le tribolazioni dell’adattamento: alcuni aspetti del ripopolamento dell’Istria meridionale con gli aiducchi (1671-1676); Vania Santon, Bande armate in Istria alla fine del Settecento; Marino Budicin, Cronistoria degli interventi nel palazzo pretorio di S. Lorenzo della seconda meta del sec. XVIII: ultimi tentativi di preservazione di questa interessante struttura pubblico-istituzionale; Marta Budicin, Simon Battistella, architetto rovignese del Settecento; Rino Cigui, Epidemie e carestie nell’Ottocento istriano. Il tifo petecchiale e la fame del 1817 a Rovigno; Silvia Zanlorenzi, Sulla via verso Oriente. Nascita e sviluppo delle tottr via mare da Trieste all’Estremo Oriente, tra memorie personali e resoconti ufficiali; William Klinger, Le origini dei consigli nazionali: una prospettiva euroasiatica; Raul Marsetič, L’origine e lo sviluppo del cimitero civico di Monte Ghiro a Pola attraverso un secolo di storia (1846 – 1947); ed Egidio Ivetic, Lo sviluppo della nazionalità croata in istria tra Otto e Novecento.

FONTI E DOCUMENTI Sono invece undici i saggi racchiusi nelle "Fonti e documenti", anche qui mezzo migliaio di pagine, dedicate ad architettura, geografia, arte, religione, tradizioni... Gaetano Bencich si occupa del castello di San Giorgio al Quieto e del porto dei Santi Quaranta; Franco Stener offre un contributo alla conoscenza della cappella campestre di San Matteo di Schitazza; Kristian Knez affronta la problematica – con tanto di studi, ipotesi, discussioni e polemiche – sul luogo natio del pittore Vittore Carpaccio; Tullio Vorano torna ad affrontare il catastico di Albona del 1708; Ljudevit Anton Maračić rievoca le compilazioni cronachistiche settecentesche dei frati francescani istriani Santo Brandolini, Felice Bartoli e Pietro Trani; Drago Roksandić illustra la figura di Lujo Matutinović, soldato e scrittore; Antonio Cernecca "mette a confronto" Theodor Mommsen – storico, numismatico, giurista, epigrafista e studioso tedesco – e Pietro Kandler, storico, archeologo, erudito triestino. Sono invece di Corrado Ghiraldo alcuni nuovi cenni sulle chiese esistenti o crollate nella campagna di Dignano; mentre David Di Paoli rispolvera riti e canti della stella nell’Istria veneta e nel Quarnero. Claudio Pericin invece ripercorre la "lotta per un bicchiere d’acqua netta" e il ruolo dei parroci di campagna a difesa dei villici nell’Istria tra XIX e XX secolo, e, per finire, Marino Bonifacio indaga l’origine a la storia di undici casati dell’Istria.

OMAGGIO A BERTOŠA Chiude il numero XL degli "Atti" un omaggio al professore emerito Miroslav Bertoša, firmato da Robert Matijašić, e in cui si evidenzia l’attività dello studioso dell’Università "Juraj Dobrila" di Pola, storico ed enciclopedista, primo console della Repubblica di Croazia a Trieste. Ha insegnato e insegna presso le università di Zagabria, Pola, Fiume e Ragusa (Dubrovnik). Per la sua intensa e qualificata attività scientifica, culturale, pubblica e sociale ha ottenuto numerosi riconoscimenti. Ai cenni biografici segue un’ampia bibliografia delle opere, dei saggi, dei contributi e degli articoli editi da Bertoša.

Barbara Rosi

374 - Il Piccolo 03/06/11 Intervista a John Earle: «A Trieste servono dirigenti capaci di guardare lontano»

«A Trieste servono dirigenti capaci di guardare lontano»

Parla l'inglese che combattè in aiuto ai partigiani e da 30 anni vive nel capoluogo «Stiamo diventando una località di provincia, ci vorrebbe un barone Revoltella»

L'INTERVISTA JOHN EARLE

di Paolo Rumiz

A 23 anni, in piena guerra mondiale, viene paracadutato in Jugoslavia dagli inglesi per aiutare i partigiani a cacciare i tedeschi. A 24 si affianca al comando alleato a Duino, vive mesi indimenticabili a Trieste e, poco dopo, sposa una ragazza di San Giusto. A 60, dopo una vita nomade come giornalista della Reuters e del Times, torna nella città in cima all'Adriatico. Oggi, a 90 anni, rimasto vedovo e curvo sulle stampelle nella sua casa di via Udine, guarda ancora con passione alla città adottiva. Ne esplora gli angoli bui, le dedica libri, come Joan Morris, autrice di "The meaning of nowhere". Si chiama John Earle, è un gentleman inglese con antenati scozzesi, di portamento nobile e dalla vita che è un romanzo. Da un trentennio è osservatore attento e discreto degli eventi triestini. Guarda con passione alla città che ha conosciuto negli anni difficili alla fine della seconda guerra mondiale e capisci che la vorrebbe più vitale, più adeguata al magnifico posto che Dio le ha assegnato fra Centro Europa e Mediterraneo.

Ecco la sua testimonianza, nel dialogo imbastito con lui assieme a Patrick Karlsen, giovane studioso triestino di storia all'istituto Benedetto Croce di Napoli.

John, dove va Trieste?

La Morris vi trova "il senso del nessun luogo". Ecco, temo che la città sia risucchiata dal nulla, sparisca dalle mappe, si riduca a ultima periferia, a isola-che-non-c'è. Guardo il porto semivuoto e dico: è cambiato poco dal giorno della partenza delle cannoniere tedesche nel '45.

Le ferrovie italiane non vogliono più investire a Est di Mestre...

Lubiana è a ottanta chilometri, e io ci andrei volentieri, ma come? Ho un cognato a Vienna, e non ci sono più treni. Resta il binario, costruito dall'Austria, non dall'Italia. Uno dei motivi per cui sono tornato a Trieste è che sognavo di imbarcarmi per le isole dalmate da qui. Invece niente. C'è il ferry per Durazzo... Non c'è che quello. Il fatto è che l'Italia non ha una politica verso Est. Potrei dire che non ha una politica tout court. Le manca lo sguardo sul futuro lontano. Si guarda solo ai sondaggi, e quelli funzionano al massimo per una settimana.

Trieste appartiene a questa Italia.

È passata all'Italia nel 1918, ma all'Italia non serviva. C'erano già Genova, Livorno, Napoli, Venezia. Così Trieste è diventata periferia, dopo essere stata lo sbocco di un impero. Forse era meglio che diventasse città internazionale sotto l'egida dell'Onu, ma su questo non c'è stato accordo, specie tra gli occidentali.

Ma c'è lo statuto speciale della Regione.

Sì, ma il Friuli non guarda a Trieste, ha altri interessi. Questa città dovrebbe avere un altro statuto, come le città anseatiche, Brema e Amburgo. Ma basta guardare al passato: una volta Trieste dipendeva direttamente da Vienna, e le cose funzionavano. Così come siamo, uno dei tanti porti del Paese, non andiamo da nessuna parte.

E quindi?

Bisognerebbe applicare i punti franchi come si deve, oppure offrire all'Austria una zona extraterritoriale in porto. Ma assaggi questo vecchio whisky scozzese. Un dito appena. Tanto per scaldare l'atmosfera.

Che pensa della classe dirigente locale?

Dico che ci manca un barone Revoltella, uno capace di guardare lontano. Capì l'importanza di un canale a Suez prima di chiunque. Ma alla corte di Vienna non vollero ascoltarlo... Una così ci vorrebbe... Ma guardi che il crollo della classe dirigente è un dramma europeo. Anche a Londra, Parigi o Bruxelles non sanno dove andare. Speriamo che almeno l'euro tenga. Euro, mio dio, che brutto nome....

Cosa stiamo diventando?

Una piccola città di provincia, un posto dove si mangia bene, si va a passeggiare in Carso. Una vita modesta e defilata, come la mia... Un posto buono per anziani, non per la gioventù che ha voglia di lottare. Ho due nipoti ed entrambi hanno dovuto andarsene. Uno è già all'estero, in Spagna, dove ha trovato entusiasmo, riconoscimenti, lavoro.

La città le è sembrata bene amministrata in questi ultimi anni?

Il sindaco che ha appena finito il suo mandato non era poi così male. Ma la "Governance" in Italia è spesso ostacolata dall'apparato. Anche qui vedo forti resistenze della burocrazia a cambiare le cose.

Esempio?

La città è sporca, molto più sporca di dieci anni fa. Basta andare in Friuli o in Slovenia per vedere la differenza. E mi creda, gli stranieri lo notano subito. Non è un buon biglietto da visita.

Ci serve più patriottismo?

Certo, il patriottismo è una cosa sana. È difesa di valori. Il nazionalismo invece è cosa nefasta. Joan Morris dice che nel giro di una generazione il nazionalismo scomparirà. Io non sono così ottimista.

Vent'anni fa la Jugoslavia iniziava a scomparire...

Gli stati non sono immortali. David Guilmore, nel suo ultimo libro sull'Italia dice che il Paese potrebbe frammentarsi, ma si salveranno le diversità affascinanti che contiene.

Intanto l'Italia fa 150 anni.

Sì ma ho visto poche bandiere anche qui a Trieste. D'altra parte capisco. Che Italia poteva esserci nel 1861, senza ancora Roma e Venezia? Era la proclamazione di un regno, e noi fino a prova contraria siamo repubblicani.

Se avesse vent'anni come vedrebbe il futuro?

Con preoccupazione. A quell'età potevo girare il mondo senza paura, dai Paesi arabi alla Russia all'Afghanistan. Oggi è impossibile. C'è un calo allarmante di sicurezza. E un imbarbarimento culturale alimentato dai media.

Lei è andato a votare, mister Earle?

No, non mi è consentito. La Gran Bretagna mi ha tolto il diritto di farlo nel mio Paese d'origine, perché non ci abito più. Ed è giusto così. Il fatto è che l'Italia non me l'ha mai dato, il diritto di voto, nonostante sia qui da trent'anni. Le pare democrazia questa?

375 – Corriere della Sera 29/05/11 Mauro Covacich : Da Tirana a Trieste, in un caleidoscopio di identità

Da Tirana a Trieste, in un caleidoscopio di identità

di IDA BOZZI

In genere, affermare che l’ossessione di un autore «si incarna» nel suo nuovo libro vuole indicare il ritorno di un tema, di una cifra peculiare o di un carattere ricorrente. Vi sono però casi in cui l’espressione vale alla lettera: quando i «mostri» di uno scrittore si materializzano davvero, per così dire in «carne e ossa» (è stato tempo fa il caso di Lunar Park di Bret Easton Ellis, tra l’altro proprio una autofiction). Nel nuovo romanzo di Mauro Covacich, A nome tuo da poco uscito per Einaudi, un personaggio, la ragazza Angela, pare appunto incarnare cifre e temi ricorrenti fino all’ossessione nell’opera dello scrittore triestino. È infatti una delle adolescenti dalla sensualità odorosa e violenta che si incontrano di frequente nei romanzi dell’autore; è insieme anche la bambina adottata che attraversa la trilogia dei romanzi A perdifiato, Fiona e Prima di sparire (tutti editi da Einaudi); e infine (lo si scopre nel romanzo e lo ha precisato Covacich in varie interviste) incarna un eteronimo dello scrittore, L «autrice esordiente» Angela Del Fabbro di cui Einaudi ha pubblicato nel 2009 il romanzo Vi perdono, sul tema dell’eutanasia, scritto in realtà da Covacich stesso («Kovac» infatti significa «fabbro» ). È vero che il nuovo romanzo di Covacich si offre come una giustificazione «romanzesca» proprio all’ «operazione Del Fabbro» , complicata dalla narrazione autofinzionale: la prima parte, L’umiliazione delle stelle, racconta un viaggio in nave da Tirana a Trieste in cui il «personaggio Covacich» , chiamato a rappresentare l’Italia in un ciclo di incontri sull’ «avvenire culturale del mar Adriatico» , trova in cabina una compagna di viaggio dalla pelle nera, clandestina misteriosa e nuda, che si lascia chiamare «Angela» e intreccia con l’uomo una torrida relazione chiedendogli aiuto per diventare scrittrice («Non ti ho chiesto di fidanzarci, ti ho chiesto di scrivere» ). A questo antefatto «favoloso » che cita l’Odissea, segue nel volume il romanzo Musica per aeroporti, cioè la riproposizione del testo di Angela Del Fabbro: la storia di un «angelo della morte» , quasi una «accabadora» , si direbbe ad altre latitudini, contattata dai malati terminali per porre fine alle sofferenze con l’eutanasia. A ben vedere, però, A nome tuo gioca con svariati piani di autofabulazione: lo fa intanto con l’azione di smantellare la «falsa» autofiction di Angela Del Fabbro, che diventa romanzo tout court, pur avvolto da un’intensa aura autobiografica (e la protagonista non si chiama più Miele, ma Angela). Ma forse anche il «Mauro Covacich personaggio di scrittore» , protagonista della prima parte, è «altro» dal «Mauro Covacich» già apparso per esempio nel romanzo Prima di sparire, e non solo perché si muove tra gradi di realtà, verosimiglianza e sospensione della credulità diversi ( L «invenzione» della clandestina, la «vera» vicenda editoriale Del Fabbro). In ogni tappa del viaggio, a Durazzo, a Cattaro, a Dubrovnik, a Trieste, si alternano infatti almeno tre intrecci per il «Covacich personaggio» (o personaggi, al plurale), quasi romanzi di diversi affioramenti dell’inconscio e dell’io: gli iperbolici, un po’ ossessivi (quasi onirici) accoppiamenti con la clandestina, gli spassosi siparietti sociali con le «truppe cappellate» dei compagni di viaggio, ma soprattutto i passi sulla storia della ex Jugoslavia e le vicende di famiglia in cui Covacich offre pagine di equilibrata, nitida bellezza. Così come nella seconda parte, nel testo sull’eutanasia, che talvolta espone tali gradi di dolore umano da sembrare scritto senza parole29

376 – La Voce del Popolo 02/06/11 :Tutto pronto per la visita del Papa, la Croazia attende 'arrivo di Benedetto XVI

La Croazia attende l'arrivo di Benedetto XVI. Sabato e domenica Zagabria sarà invasa dai pellegrini
Tutto pronto per la visita del Papa
«Invito a pregare affinché il viaggio porti frutti spirituali e le famiglie cristiane siano sale della terra»

ZAGABRIA – La Croazia attende nel fine settimana la visita del Papa Benedetto XVI, che sarà a Zagabria sabato e domenica prossimi (4-5 giugno) per una visita pastorale dedicata ai giovani e alle famiglie cattoliche sotto il motto ‘’Insieme in Cristo’’. Più di 10mila persone sono impegnate nei preparativi della visita che, secondo i dati del governo, costerà alla Croazia circa 2,2 milioni di euro.
Benedetto XVI giungerà a Zagabria alle 11 di sabato, per recarsi prima al Palazzo presidenziale dove incontrerà il presidente Ivo Josipović, e poi presso la Nunziatura Apostolica, dove vedrà la premier Jadranka Kosor. Nel pomeriggio di sabato, due gli eventi di grande rilievo: al Teatro nazionale croato, l’incontro con gli esponenti della società civile, della cultura e i leader religiosi; la sera, nella centralissima Piazza Jelačić, la Veglia di preghiera con i giovani. All’evento, sono attese circa 50mila persone.

MESSA ALL’IPPODROMO La domenica mattina, il momento culminante del viaggio con la grande Messa che il Papa celebrerà nell’ippodromo di Zagabria in occasione della Giornata nazionale delle famiglie cattoliche croate. Attese 400mila persone.
Nel pomeriggio, poi, il Papa si recherà nella Cattedrale cittadina per recitare i Vespri e raccogliersi in preghiera dinnanzi alla tomba del Beato Alojzije Stepinac.
Per l’evento sono accreditati 1200 giornalisti, sono previste ingenti misure di sicurezza, e la chiusura parziale del traffico nel centro cittadino. I meteorologi per ora prevedono piogge e temporali per sabato e domenica. Se questa previsione si realizzerà i fedeli sono invitati a portare gli impermeabili, poiché gli ombrelli saranno vietati per ragioni di sicurezza.

UN GRANDE AVVENIMENTO PER IL PAESE Il presidente Ivo Josipović ha dichiarato ieri che la visita del Papa è un grande avvenimento per la Croazia, per i suoi cittadini, per i fedeli, ma anche per coloro che non sono credenti. Josipović ha aggiunto che non è bene politicizzare la visita del Pontefice. Coloro che strumentalizzano il viaggio di Benedetto XVI, ha concluso il Capo dello Stato, fanno del male al Paese. Il leader socialdemocratico Zoran Milanović, intanto, ha smentito le voci secondo le quali non avrebbe intenzione di recarsi all’incontro con il Papa al Teatro nazionale di Zagabria. "Rispetto profondamente il Pontefice, ma disprezzo coloro che 24 ore su 24 politicizzano la sia visita", ha rilevato il leader dell’SDP, aggiungendo che si recherà molto volentieri all’incontro con il Papa. Soffermandosi sulle accuse di polticizzazione lanciate da Milanović, la premier Jadranka Kosor ha detto che le parole del leader SDP denotano arroganza.

ZAGABRIA BLINDATA In occasione della visita del Pontefice Zagabria sarà una città blindata. La polizia nei mesi scorsi ha effettuato alcune decine di migliaia di verifiche lungo il tragitto che sarà seguito dal corteo papale e ha sequestrato oltre un migliaio di armi. Ai pellegrini è stato consigliato di giungere sabato in Piazza Jelačić per l’incontro con Benedetto XVI entro le ore 18, mentre l’ingresso nell’area dell’ippodromo domenica mattina dovrebbe avere luogo fino alle ore 8. È atteso nella capitale l’arrivo di circa 600 pullman da tutte le parti del Paese.

«ATTENDO CON GIOIA QUESTO INCONTRO» Salutando i pellegrini croati, al termine dell’udienza generale in Piazza San Pietro, Benedetto XVI ha ricordato il suo imminente viaggio apostolico in Croazia. ‘’Sabato e domenica prossima mi recherò a Zagabria, in Croazia, per celebrare con voi la Giornata delle famiglie cattoliche croate’’, ha detto il Papa. ‘’Mentre attendo con gioia questo incontro - ha aggiunto -, vi invito a pregare affinché il mio viaggio in quella cara terra porti molti frutti spirituali e le famiglie cristiane siano sale della terra e luce del mondo’’.

UN MOMENTO PARTICOLARE La visita del Pontefice a Zagabria sarà il 19.mo viaggio all’estero di Benedetto XVI, che in Croazia era già stato due volte prima di essere eletto papa. E si svolge in un momento particolare per il Paese, visto che quest’anno ricorre il 20.esimo anniversario dell’indipendenza della Croazia che tra l’altro entrerà a breve a far parte dell’Unione Europea. Due passaggi che sicuramente avranno un peso anche nei contenuti dei colloqui che Benedetto XVI avrà con le autorità locali e nei suoi discorsi per l’occasione, come ha spiegato ieri il direttore della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, nel corso di un briefing per presentare il viaggio. Del seguito papale faranno parte tra gli altri il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato; il nuovo sostituto, mons. Giovanni Angelo Becciu, mons. Eterović, segretario generale del Sinodo dei vescovi, di nazionalità croata, e il cardinale Ennio Antonelli, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, visto che il viaggio del Papa avviene in occasione della Giornata nazionale delle famiglie cattoliche croate.

ANNUNCIATA PROTESTA «ANTIPAPA» In vista della visita di Benedetto XVI in Croazia ieri stata annunciata una protesta da parte di una coalizione di ONG laiche contro ‘’lo sperpero dei soldi pubblici per uno spettacolo in onore solamente di un’unica persona’’. L’organizzazione, chiamata David, ha invitato i cittadini a una manifestazione ‘’antipapa’’, domani nel centro di Zagabria. ‘’Vogliamo protestare contro un governo irresponsabile che sta sperperando i soldi del popolo, e contro la dispendiosità della Chiesa cattolica che costruisce per sé stessa palazzi sontuosi e vive nel lusso e nella ricchezza, grazie non al proprio lavoro, ma alle imposte pagate dal popolo a dallo Stato’’, si legge nel comunicato che evidentemente allude al completamento della nuova sede della Conferenza episcopale croata, costata svariate decine di milioni di euro. Gli organizzatori invitano inoltre a protestare contro ‘’il comportamento immorale del clero, che incita il popolo alla intolleranza e all’odio contro tutto ciò che non è cattolico, contro i molti scandali e crimini dei sacerdoti cattolici commessi contro l’umanità nel passato e nel presente’’.

377 - L'Eco di Bergamo 04/06/11 Stipe Mesic: «Crimini nei Balcani Vanno condannati i singoli responsabili»

L'intervista Stipe Mesic già presidente della Jugoslavia prima e della Croazia poi

«Crimini nei Balcani Vanno condannati i singoli responsabili»

Non basta arrestare il generale Mladic. Belgrado deve affrontare la verità».

Parla Stipe Mesic, l'ultimo presidente della Jugoslavia al tempo della presidenza tripartita dopo la morte di Tito, che tentò di scongiurare la guerra e venne messo da parte dai nazionalismi incrociati, e secondo presidente della Croazia indipendente, dopo gli anni di Tudjman e della follia sciovinista del nazionalismo croato, che allargò il conflitto alla Bosnia sulla base dell'accordo scellerato con Milosevic circa la spartizione dell'ex Jugoslavia. Oggi arriva il Papa e Mesic, che ha invitato Benedetto a visitare Zagabria poco prima di lasciare la presidenza due anni fa, fa il punto sul suo Paese e sulle tensioni nei Balcani.

Presidente, a che punto siamo?

«Forse oggi tutti hanno capito che l'Europa è la casa comune per le terre degli slavi del Sud. Lo ha detto molte volte Giovanni Paolo II, che ho incontrato più di dieci volte, e spero che lo sottolinei anche Benedetto XVI».

Perché scoppiò la guerra?

«Ognuno voleva difendere la propria minoranza negli Stati vicini. Se apriamo le nostre frontiere e consideriamo lo spazio europeo come nostra patria non ci saranno motivi di conflitti».

La Croazia a che punto sta?

«Abbiamo ottemperato alle richieste dei negoziatori di Bruxelles. Entreremo in fretta. Ma io non sono contento».

Perché?

«I Paesi dei Balcani dovrebbero entrare in Europa tutti insieme. Solo così potremmo davvero riconciliarci anche tra di noi. Ma se i Balcani restano una sorta di zona grigia, prigionieri di corruzione e risentimento, la polveriera è pronta a riesplodere».

Zagabria ha contestato l'Europa per la condanna dell'Aja a 24 anni di carcere per il generale Ante Gotovina per crimini di guerra, e la passione per l'Unione si è affievolita.

«Purtroppo è così. Perché non vogliamo fare i conti con la nostra storia.

Dal punto di vista giuridico gli avvocati di Gotovina hanno sbagliato la linea di difesa. Ma nessuno lo ha spiegato e i media e anche la Chiesa croata hanno infiammato gli animi. Invece di difendere Gotovina hanno difeso il passato governo nazionalista di Tudjman. Ma su Tudjman deciderà la storia. Oggi bisogna convincersi che i crimini possono essere commessi sia da chi aggredisce, sia da chi si difende. Ma bisogna arrestare e condannare i singoli responsabili. Gotovina ubbidiva agli ordini del presidente, lui non si è macchiato di crimini. Ma nessuno finora ha indicato i colpevoli, anzi sono stati coperti».

Mladic e Gotovina si possono mettere sullo stesso piano?

«Assolutamente no. Mladic ha pianificato un'azione criminale e un genocidio, Gotovina ha commesso errori nella difesa della Croazia, ma i crimini sono stati commessi da altri, i villaggi serbi bruciati dalla polizia croata e da formazioni fuori controllo. Se non si fa chiarezza arrestando ogni responsabile nessuno da queste parti troverà una ragione per tornare insieme al vicino».

La Croazia a che punto è?

«Sta purificando la sua memoria, ma bisogna essere chiari sulle responsabilità giudiziarie e occorre spiegare alla gente cosa è stata la guerra. Non è facile impostare una catarsi, nella quale poi occorre specchiarsi. In Croazia c'è chi frena, e si tratta di radicali di estrema destra e qualche parte della Chiesa».

E in Serbia?

«La gente non sa nulla dei crimini di Mladic e Karadzic a Belgrado e nella Repubblica serba di Bosnia. Non conosce come si è arrivati alla guerra, non sa nulla dell'azione degli intellettuali di Belgrado che hanno teorizzato Grande Serbia, pulizia etnica e conflitto. Spero che i serbi possano seguire il processo a Mladic e Karadzic, e capire come un gruppo di criminali sprezzanti abbia costretto un intero popolo a sentirsi sotto accusa. I popoli non sono mai criminali. Per tornare ad una convivenza bisogna personalizzare le colpe».

Lei non è stato invitato oggi all'incontro con il Papa. Perché?

«Le mie analisi non piacciono. La Nunziatura ha cercato di rimediare con la possibilità di poter incontrare il Papa insieme all'attuale presidente Ivo Josipovic. Ho ringraziato il nunzio monsignor Cassari, ottimo diplomatico, ma la decisione della Conferenza episcopale mi ha offeso. Ho sempre parlato chiaro sulle guerre e le responsabilità di una parte della Chiesa nelle polemiche nazionaliste. E ho sempre detto che Giovanni Paolo II ha fatto bene quando ha messo in guardia dall'odio i croati. Oggi non si può spazzar via dall'orizzonte un'intera storia con le sue luci e le sue ombre».

Alberto Bobbio

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