Rassegna Stampa Mailing List Histria
Sommario N° 779 – 09 Giugno 2011

A cura di Stefano Bombardieri

378 - La Voce del Popolo 04/06/11 Esuli visignanesi per un giorno al paese avito, rievocata la figura del presidente Angelo Turrin (ms)

379 – La Voce del Popolo 07/06/11 Lussinpiccolo: Villa Perla, tutto pronto per l'apertura, il nuovo asilo italiano (Tamara Tomić )

380 - Il Piccolo 08/06/11 Gli ex atleti giuliano-dalmati a Roma, a settembre due giorni con Benvenuti, Andretti, Panich e Missoni

381 – Anvgd.it 06/06/11 Scomparsa a Porto Torres Anna Zupicich la ''nonnina'' degli Esuli (fonte La Nuova Sardegna)

382 - Ambasciata d'Italia a Washington 03/06/11 Shoah: Stati Uniti ricordano Palatucci, eroe italiano

383 - Il Piccolo 06/06/11 Pola, fortificazioni austroungariche da restaurare (p.r.)

384 - La Repubblica 08/06/11 Spalato: Nel rifugio dell'imperatore le pietre parlano ancora (Cesare De Seta)

385 - La Voce del Popolo 08/06/11 Recensioni: «A Fiume non ci sono italiani» (1° continua)

386 - La Voce in più Storia e Ricerca 04/06/11 La storia dell'Adriatico orientale oltre la visione etnonazionalistica (Kristjan Knez)

387 - La Voce del Popolo 04/06/11 Speciale - Da Sebenico alle cascate della Krkah (Mario Schiavato)

388 – La Voce del Popolo 06/06/11 Cultura - Gianfranco Abrami, l'obiettivo è cogliere il volto più nobile e genuino dell'Istria (Franco Sodomaco)

389 - La Voce in più Storia e Ricerca 04/06/11 Il Regno d'Italia visto dall'Adriatico orientale (ir)

390 - Il Messaggero 04/06/11 Benedetto XVI in Croazia, burocratismo europeo non deve far paura (Franca Giansoldati)

391 - Il Piccolo 05/06/11 Croazia: Il Pontefice appoggia l'ingresso nell'Ue

392 - Il Piccolo 08/06/11 Boris Pahor e il lager di Visco «Sia di esempio la Germania» (Boris Pahor)

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378 - La Voce del Popolo 04/06/11 Esuli visignanesi per un giorno al paese avito, rievocata la figura del presidente Angelo Turrin

Rievocata la figura del presidente Angelo Turrin

Esuli visignanesi per un giorno al paese avito

VISIGNANO – Sempre commovente per gli affetti che regolarmente risveglia tanto nei partecipanti che nei compaesani che li accolgono, la rituale visita annuale della comunità dei visignanesi in esilio è stata segnata da un significato ancora più pregnante in quanto dall’ultima visita, ovvero dall’estate scorsa, ha perso il presidente, dott. Angelo Turrin, che venuto a mancare il 31 gennaio a S. Margherita Ligure, dove si era trasferito nel lontano 1961, ha voluto che le sue ceneri fossero traslate nella tomba di famiglia, a ridosso della chiesetta del cimitero visignanese.

Arrivato al paese natio, il gruppo formato da una settantina di persone e accompagnato da esponenti della locale CI si è recato come d’uso al cimitero, per rendere omaggio al valido presidente e per deporre quindi una corona sulla lapide che ricorda i visignanesi deceduti nell’esilio, lontano dal paese in cui erano venuti alla luce e avevano passato i primi anni della loro esistenza. Evocando la figura dello scomparso presidente, Nello Gasparini, giunto qui da Trieste, ha ricordato che va tenuto sempre presente tanto il doloroso passato quando il coraggio di cui i partenti dovettero dar prova quando lasciarono il paese natio per andare incontro ad un futuro sofferto e incerto.

L’appuntamento successivo era alla parrocchiale che si affaccia sull’ampia piazza con la bella vista sui colli digradanti verso il mare. Ad inizio del rito, celebrato da don Aloizije Baf, parroco di Visinada, la presidente della Giunta CI, Valeria Mattiassich, ha dato il benvenuto agli ospiti augurando loro di portarsi a casa nel cuore la gioia per una giornata serena e all’insegna di tanti ricordi. Mariastella Corva ha quindi ricordato i componenti della comunità scomparsi nel corso dell’anno, fra cui il segretario Bertino Buchich.

Il solenne rito religioso è stato allietato dal coro "Arpa" della locale CI diretto dal maesto Marko Ritoša, che oltre al verdiano "Va pensiero" ha eseguito i motivi "La nave" di Timoria, "Tornà", di Giuseppe De Marzi, espresso nel ciacavo istriano, per concludere ancora con Verdi, ovvero il non meno toccante "O Signore dal tetto natio". Una vera sorpresa è stato il complesso vocale giovanile che, istruito e accompagnato alla chitarra da Diana Bernobić, si è egregiamente cimentato nei motivi "Al sicuro in te", "Siyahamba" e "Cantiam con gioia al nostro Dio".

La giornata si è conclusa con un pranzo conviviale nel corso del quale la consorte del dott. Turrin, Carla Leporati, ha consegnato al presidente della CI, Erminio Ferletta, la busta con il lascito predisposto dal coniuge.

Il sindaco, Angelo Mattich, ringraziati gli ospiti per la fedeltà mostrata ancora una volta nei confronti del luogo natio, ha auspicato che ai prossimi appuntamenti vengano anche i discendenti di chi è partito, al fine di ridare nuovo respiro al paese e rafforzarne l’identità. (ms)

379 – La Voce del Popolo 07/06/11 Lussinpiccolo: Villa Perla, tutto pronto per l'apertura, il nuovo asilo italiano

Il console generale Renato Cianfarani ha incontrato a Lussinpiccolo i vertici cittadini e gli esponenti della CI
Villa Perla, tutto pronto per l’apertura
Il nuovo asilo italiano e la Comunità disporranno in futuro di una sede moderna e funzionale

LUSSINPICCOLO – Tutto è pronto per l’apertura del nuovo asilo in lingua italiana e della nuova sede della Comunità degli Italiani di Lussinpiccolo. Lo hanno annunciato il sindaco Gari Cappelli, e il console generale d’Italia a Fiume, Renato Cianfarani, durante l’incontro avuto nella sede della Municipalità. È stato ribadito il grande interesse della città di Lussinpiccolo e dei suoi abitanti per il nuovo asilo, a conferma dell’interesse esistente per la conoscenza della lingua italiana. Il sindaco Gari Cappelli ha ribadito che a Lussinpiccolo la Comunità Nazionale Italiana è parte integrante della cultura del posto. Anche Renato Cianfarani si è detto soddisfatto del traguardo raggiunto.

MAGGIORI COLLEGAMENTI CON L’ITALIA Durante i colloqui sono stati presentati i dati turistici dell’isola, che è un’importante destinazione per i vacanzieri italiani. Per questo motivo il sindaco ha chiesto collegamenti più efficaci con la costa italiana: in particolare sarebbe opportuno avere una linea diretta, un traghetto che colleghi Lussinpiccolo con l’Italia. È stato precisato che con Chioggia sono stati già promossi dei progetti per avviare collegamenti di questo tipo. Per velocizzare la realizzazione di questi collegamenti il sindaco ha chiesto l’appoggio del Consolato generale.

Per quanto riguarda le attività culturali, la vicesindaco Ana Kučić, ha precisato che Lussinpiccolo si attende una forte collaborazione con la Regione Veneto e anche supporti da parte del MAE.
Gli ottimi rapporti di collaborazione stanno già dando i loro frutti – ha sottolineato Renato Cianfarani – per fortuna ce l’abbiamo fatta. L’incremento del turismo è nell’interesse di tutti, ha inoltre aggiunto il console generale. All’incontro hanno partecipato inoltre i rappresentanti della Comunità degli Italiani di Lussinpiccolo, con in testa la presidente del sodalizio, Annamaria Saganić, e la direttrice dell’Ente turistico, Đurđica Šimičić.

UN BELLISSIMO EDIFICIO Il console generale si è indi recato a Palazzo Fritzy sede del Museo di Lussino. Accompagnato dalla presidente della Comunità, ha poi visitato Villa Perla, la futura sede del sodalizio e dell’asilo in lingua italiana. Il bellissimo edificio vanta una superficie complessiva di 460 metri quadri ed è disposto su due piani. Il pianoterra sarà adibito a Salone e sala conferenze della Comunità degli Italiani. Il primo piano, invece, ospiterà la sede dell’asilo, mentre al secondo piano verranno allestite la biblioteca, la segreteria e le aule per i corsi. L’inaugurazione ufficiale della nuova sede è prevista per il 18 giugno prossimo.

ALL’ETNIA L’APPOGGIO DI ROMA Il console generale d’Italia ha visitato nel pomeriggio l’attuale sede della Comunità degli Italiani di Lussinpiccolo, dove ha incontrato i membri del sodalizio. "L’Italia c’è, vi appoggia politicamente", ha sottolineato Cianfarani. La presidente della Comunità ha descritto le variegate attività della CI, precisando l’importanza che riveste la diffusione dell’italianità sull’isola. Gli italiani sono una minoranza autoctona e questo va ribadito sempre, ha dichiarato la presidente.

Il console generale ha ribadito l’importanza delle istituzioni italiane: "Senza le scuole e i mezzi dell’informazione non ci sarebbe futuro per la CNI." Cianfarani ha sottolineato pure l’importanza della diffusione della cultura e della lingua italiane, assicurando in questo senso che "l’Italia è sempre vicina alle Comunità. Siamo ben lieti a venirvi incontro e ad offrirvi il nostro aiuto". "Ci batteremo affinché i sussidi a vostro favore per il futuro rimangano allo stesso livello", ha aggiunto.

IN ATTESA DEL 18 GIUGNO L’evento comunque che tutti attendono maggiormente è l’apertura della nuova sede di Villa Perla prevista per il 18 giugno prossimo: si tratta di un evento importantissimo al quale presenzieranno due ministri della Cultura, quello italiano e quello croato. A testimonianza del fatto che i rapporti fra l’Italia e la Croazia sono sempre più stretti.

Tamara Tomić

380 - Il Piccolo 08/06/11 Gli ex atleti giuliano-dalmati a Roma, a settembre due giorni con Benvenuti, Andretti, Panich e Missoni

Gli ex atleti giuliano-dalmati a Roma
A settembre due giorni con Benvenuti, Andretti, Panich e Missoni

ROMA Nino Benvenuti, Abdon Pamich, Pierluigi Pizzaballa e altri campioni saranno i protagonisti dei due giorni dedicati allo sport istriano, fiumano e dalmata in programma a Roma, sotto il tricolore, il 21 e il 22 settembre. Dopo 70 anni torneranno anche in campo, il 21, le squadre calcistiche di Pola, Fiume e Zara, scioltesi alla fine del Secondo conflitto mondiale a causa del passaggio di quei territori alla Jugoslavia. Allo Stadio dei Marmi si confronteranno infatti, in un incontro rievocativo, gli eredi di quei calciatori che hanno indossato anche le maglie di numerosi team di serie A, segnando bel 687 reti. I discendenti degli esuli giuliano-dalmati provenienti da Italia, Stati Uniti, Canada, Argentina, Sudafrica e Australia vestiranno gli antichi colori delle squadre del F.C. Grion Pola, della U.S. Fiumana e della A.C. Dalmazia. Alla loro guida i tecnici Sergio Vatta, Lucio Mujesan e Pierluigi Pizzaballa. Nella due giorni vi sarà anche la consegna dei Premi Internazionali del Giorno del Ricordo, dedicati quest’anno appunto al settore sportivo. Protagonisti il pugile Nino Benvenuti (istriano, campione del mondo e olimpico a Roma 1960), il marciatore Abdon Pamich (fiumano, campione olimpico a Tokyo 1964), lo stilista Ottavio Missoni (dalmata e azzurro di atletica leggera alle Olimpiadi di Londra 1948), il pilota Mario Andretti (istriano, pilota Ferrari e campione del mondo di Formula Uno nel 1978), la schermitrice Margherita Granbassi (figlia di esuli istriani, campionessa mondiale e plurimedagliata a Pechino 2008). In programma inoltre una raccolta di fondi in favore della Fondazione Stefano Borgonovo, il calciatore che lotta contro la Sla (Sclerosi Laterale Amiotrofica) e dedica la sua vita alla ricerca di una cura per contrastarla; e un convegno sullo sport giuliano-dalmata a cura della Società Italiana di Storia Sportiva con la collaborazione dell’Associazione Nazionale Atleti Olimpici e Azzurri d’Italia. Tutte le attività saranno coordinate dall’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia. che in Italia rappresenta - sottolinea una nota dei promotori, - «la folta comunità degli esuli autoctoni di quelle terre che per millenni hanno rappresentato la latinità, la venezianità e l’italianità dell’Adriatico orientale».

381 – Anvgd.it 06/06/11 Scomparsa a Porto Torres Anna Zupicich la ''nonnina'' degli Esuli

Scomparsa a Porto Torres la ''nonnina'' degli Esuli

È mancata a Porto Torres, all’età considerevole di 109 anni, la fiumana signora Anna Zupicich. Il 30 gennaio scorso aveva festeggiato lo straordinario traguardo alla presenza del sindaco della città sarda e circondata dai Suoi cari, con la riservatezza e lo stile che gli organi di stampa locali hanno oggi sottolineato. Era nata a Fiume nel 1902, dunque ancora cittadina austro-ungarica; assistette pertanto al disfacimento dell’Impero, nel novembre 1918, alle controversie diplomatiche per l’assegnazione di Fiume all’Italia, infine all’ingresso di D’Annunzio a Fiume, nel settembre del 1919.

«Era proprio un gentiluomo – lo ricordava la signora Zupicich – e mi innamorai della sua splendida voce». Nel 1924 visse la gioia dell’annessione della Sua amatissima città all’Italia, e passò più tardi attraverso l’angoscia della nuova guerra e dell’occupazione jugoslava con le sue inaudite violenze. Per Lei, come per la popolazione italiana della Venezia Giulia, si prospettò l’esilio doloroso in Italia. Savona fu la sua prima nuova residenza, e qui trovò impiego presso gli uffici della Provincia.

Nel 1988 volle avvicinarsi alla sorella e alla famiglia, che già risiedevano a Porto Torres, e qui festeggiò i 100 anni inaugurando, in veste di deliziosa madrina, un centro commerciale.

Era molto conosciuta e ben voluta per il Suo garbo e la sua gentilezza, ma anche per i suoi interessi culturali. Amava molto leggere, documentarsi e tenersi informata. Con Lei, proprio nel 150.mo dell’unità d’Italia, scompare veramente una testimone di grandi eventi storici, vissuti in prima persona e dall’angolo remoto, ma strategico, della sua Fiume, città per la quale sono transitate le grandi storie del Novecento.

(fonte La Nuova Sardegna)

382 - Ambasciata d'Italia a Washington 03/06/11 Shoah: Stati Uniti ricordano Palatucci, eroe italiano

Shoah: Stati Uniti ricordano Palatucci, eroe italiano

Norristown, una citta' della Pennsylvania caratterizzata da una forte immigrazione italiana, ha inaugurato oggi un monumento alla memoria di Giovanni Palatucci, italiano di Montella (Avellino), reggente della Questura di Fiume nel corso del secondo conflitto mondiale e morto in un campo di sterminio per il suo impegno contro la deportazione degli ebrei .

Alla cerimonia, cui hanno preso parte il Console Generale italiano a Filadelfia Luigi Scotto e le autorita' politiche e militari locali, e' stata ricordata la figura di Palatucci, medaglia d' oro al merito civile per aver salvato la vita a 5000 ebrei, e per questo, nominato ' giusto' tra le nazioni e venerato col titolo di servo di Dio dalla Chiesa Cattolica .

Il tributo di Norristown, secondo l' ambasciatore italiano negli USA Giulio Terzi, e' un importante riconoscimento non solo a Palatucci ma a tutti gli italiani, funzionari pubblici, militari e comuni cittadini, la maggioranza non conosciuti, che tra il 1940 ed il 1943 aiutarono gli ebrei a fuggire dalla soluzione finale di Hitler .

Il monumento di Norristown, ha aggiunto Terzi, rappresenta oggi un '' simbolo della necessita' di non dimenticare, affinche' le nuove generazioni siano sempre protagoniste nella battaglia contro ogni discriminazione''.

383 - Il Piccolo 06/06/11 Pola, fortificazioni austroungariche da restaurare

IL COMUNE VALUTA FATTIBILITà E COSTI

Pola, fortificazioni austroungariche da restaurare

POLA L'amministrazione municipale ha presentato il progetto di recupero e rilancio del sistema di fortificazioni austroungariche nell'Istria Meridionale che in passato rappresentava la linea di difesa del porto imperiale. Tra Pola e le località limitrofe ci sono oltre 50 fortificazioni e batterie di artiglieria che si vorrebbe includere in un'offerta turistica del tutto nuova, incluse piste ciclabili che colleghino le varie strutture.

Il progetto è stato illustrato dal vice sindaco italiano Fabrizio Radin, da Barbara Raunic dell'Assessorato alla pianificazione del territorio e da Klara Udovicic, consulente per i rapporti internazionali e i progetti cittadini. «Nell'ambizioso progetto - spiega Radin - sono coinvolti il Museo archeologico dell'Istria, il Centro di ricerche storiche di Rovigno, la Sovrintendenza ai beni culturali, il Comitato di quartiere, l'Ente per il turismo e altre associazioni». Oltre al restauro degli edifici, il progetto prevede il recupero della aree circostanti. Dunque un progetto molto ambizioso e costoso. Tenuto conto che le casse municipali non dispongono delle necessarie risorse, si tenterà di attingere dai programmi di finanziamento messi a disposizione dall'Unione europea. Klara Udovicic ha parlato del programma Ipa-Adriatico. Ha aggiunto che il progetto sarà realizzato in tre fasi. La prima contempla l'analisi della situazione attuale, la seconda riguarderà la stesura di uno studio sull'impatto ambientale e l'avvio di una campagna d'informazione e infine i lavori veri e propri. Per il momento non si è parlato di termini anche perché il percorso burocratico si presenta alquanto tortuoso. Tra i vari ostacoli, i nodi legati alla proprietà delle fortificazioni. Alcune appartengono alla Città di Pola, altre al Ministero della difesa, su alcuni lotti sono intavolati anche cittadini privati difficilmente rintracciabili. Alcune di queste strutture sono entrate a pieno titolo nella storia e nella cultura della città e soprattutto nella memoria collettiva dei polesani: Zonchi, Punta Cristo, Monte Turtian, Fort Bourguignon, Munida, Monvidal, Valmaggiore, Bradamante e così avanti. (p.r.)

384 - La Repubblica 08/06/11 Spalato: Nel rifugio dell'imperatore le pietre parlano ancora

Nella città dalmata Diocleziano trascorse gli ultimi anni della sua vita

Ancora oggi il suo Palazzo resta una delle importanti testimonianze della civiltà romana, come ci racconta un turista d’eccezione

Nel rifugio dell'imperatore le pietre parlano ancora

CESARE DE SETA

SPALATO

Spalato è un esempio d'integrazione fra strutture urbane storicamente diverse. All'interno del bozzolo romano, con l'immenso Palazzo di Diocleziano, un reticolo di viuzze con antichi edifici, mercati e botteghe come nell'anno Mille. Fuori dal palazzo dell'imperatore, alberghi moderni, ristoranti e un porto per il grande turismo. Diocleziano tre secoli dopo Tiberio, che nel 79 d. C. si ritirò a Capri, compì una scelta analoga: si ritirò nella sua Dalmazia, dove trascorse gli ultimi undici anni della sua vita. La villa è, allo stesso tempo, un palazzo, una fortezza e una città: tra le più imponenti testimonianze della civiltà romana. Il palazzo non fu mai abbandonato e nei secoli, al suo interno, è cresciuta una città che vive ancora oggi. È come se il Colosseo o l'Acropoli di Atene fossero abitati e tra archi e colonne s'assiepassero uomini, case, mercati e botteghe, come nel Medioevo. Il palazzo di Spalato è la testimonianza di "lungo medioevo" . Nessun caso conosco così affascinante e imponente di "continuità" : quasi che il genius loci—spento a villa Adriana o a Pompei, a Leptis Magna o a Paestum — continuasse a buttare il fiore più prezioso della storia che è la vita degli uomini. Una immensa rovina che s'erge sul fronte del mare con la sua squadrata possanza, con uno sviluppo rettangolare di 180 per 215 metri: segnata da torri, attraversata da una croce di larghe vie porticate, con templi antichi e cristiani. Il decumano divide il settore meridionale (destinato all'imperatore) dal settentrionale, dove erano le residenze perla corte.

Sono seduto in un caffè dai variopinti ombrelloni nel peristilio e mi sembra persino imbarazzante sedere nello stesso luogo dal quale Diocleziano dominava un impero: spingendo lo sguardo lungo l'infilata del cardo, volto verso il mare, controllava l'attracco delle navi che portavano nuove da Roma; volgendosi in direzione opposta guardava ai monti che difendono la piana. Da mare soffia il libeccio e d'inverno, da nord, la più gelida bora: ma giunge intiepidita, come il maestrale che rinfresca l'aria in estate. Il peristilio divenne la piazza della città medievale. Sui lati longitudinali si leva un colonnato con capitelli corinzi che regge uno sfarzoso cornicione. Il mausoleo divenne cattedrale nel IX secolo e più tardi svettò il campanile romanico, un altro tempio divenne Battistero. Il valore sacrale delle mura ha qui una evidente conferma, la continuità nell'uso

di spazi e architetture si avverte in ogni pietra: iscrizioni latine o in croato, sarcofagi e mosaici paleocristiani, sfingi egizie, marmi policromi, legni intagliati, icone romanico-bizantine.

Neil'XI secolo iniziò una lenta colonizzazione dei territori fuori le mura: Spalato prosperò come comune autonomo, si diede uno statuto e batté moneta. Il peristilio divenne il centro urbano con la duplice presenza delle sedi del potere ecclesiastico e comunale. Tra XII e XIV secolo l'abitato era di legno e s'insinuava tra le ossa di marmo dell'antico palazzo. Nel 1420 fu conquistata dalla Repubblica di Venezia e la città perse la sua autonomia: ma si arricchì di un castello e fuori dalle mura occidentali sorse un'altra città con campi e campielli, ornata dal gotico fiorito di nuovi palazzi, chiese e monasteri. Il mercato sorge lungo le mura orientali, è uno dei luoghi più affascinanti della città: banchi disposti su quattro cinque file, divisi per generi di mercanzie e dalle dimensioni diverse. C'è folla e si fa fatica a passare dall'uno all'altro. Dall'altro lato del palazzo c'è una città moderna con le sue brutture: sono tanti i turisti, gli alberghi e le barche di ogni specie, caffè e ristoranti. La marina è una passeggiata incantevole, e mi ricorda la Riva degli Schiavoni e la Marina Grande di Capri.

385 - La Voce del Popolo 08/06/11 Recensioni: «A Fiume non ci sono italiani»

RECENSIONE di Iva Defrančeski-Zuccon
«A Fiume non ci sono italiani»

La rivista letteraria "Književna Rijeka", pubblicata dalla sezione fiumana della Società degli scrittori croati, presenta il secondo fascicolo del 2011 come numero doppio 2-3/ estate – autunno, sotto una veste tipografica nuova e con un nuovo redattore capo, Igor Žic. Il quale, ben noto per le sue posizioni politiche e nazionalistiche, continua a manifestare una evidente avversione per gli italiani di queste terre.

Al punto che, in uno dei tre testi da lui firmati in questo fascicolo, afferma categoricamente che a Fiume gli italiani non ci sono mai stati! Lo dice recensendo un libro dell’esule fiumano Giovanni Stelli, docente di didattica della filosofia all’Università della Basilicata, che a Roma dirige insieme ad Amleto Ballarini la Società di Studi Fiumani e, sempre con Ballarini, è stato tra i dirigenti del "Libero Comune di Fiume in esilio".

Il libro di Stelli è "La memoria che vive", sommario: Fiume, interviste e testimonianze, editore l’Archivio Museo Storico di Fiume, Roma 2009. Ma prima di affrontare l’argomento, Žic gira intorno all’osso per cianciare d’altro. Per cominciare tira in ballo una "Fiume di Mussolini", intendendo dire che solo nell’era fascista la città fu italiana (statualmente, certo), indicando come "élite spirituale della Fiume italiana fra le due guerre" gli uomini che fondarono e diressero, tra il 1923 e il 1940 la rivista "Fiume": Arturo Chiopris, Attilio Depoli, Guido Depoli, Silvino Gigante, Belario Lengevel, Don Luigi Maria Torcoletti, Edoardo Susmel e Riccardo Gigante. Per sua disgrazia - e nostra fortuna - tra questi uomini di penna non c’è nessuno con cognome in "ich", altrimenti avreste sentito lo strepitare del croatissimo Žic.

Nel 1952 quella rivista riprese le pubblicazioni a Roma, dove tuttora esce, a cura degli esuli fiumani Depoli, Prodam, Radetti e Burich. E qui inciampiamo nel secondo segno di perfidia di Žic: egli, subito dopo il Depoli, mette tra parentesi degli altri tre, i cognomi "originali croati": Prodan, Radetić e Burić. Dimenticando di spiegare che – ammessa la croaticità dei cognomi dei loro antenati – resta il fatto che fin dai tempi dell’Austria e poi dell’Ungheria, quei cognomi e tanti altri avevano subito adattamenti ortografici. Ma Žic, evidentemente, li considera croati italianizzati, dimenticando che anche migliaia di cognomi croati d’oggi derivano dal tedesco, dal ceco, dallo slovacco, dall’ungherese, dall’italiano…

Questa sua posizione si manifesta anche in seguito, per esempio quando indica i redattori della nuova serie della rivista, che tornò ad uscire a Padova dal 1981 al 1989 con Oscar Böhm, Carlo Cattalini (Katalinić), Mario Dassovich (Dasović), Camillo de Carlo, Luigi Peteani e Paolo Santarcangeli (nome vero Pal Schwaitzer). Le parentesi sono sempre dello Žic…

Nel 1991 la rivista "Fiume" tornò a Roma, avendo per redattore capo e direttore Amleto Ballarini e nuovi redattori. Non potendo croatizzare il cognome del Ballarini, lo Žic si limita a rivelare che costui "discende per via materna da una famiglia di pescatori croati, i Kocijan di Omišalj", Castelmuschio sull’isola di Veglia, e che "in qualità di ufficiale dei servizi di spionaggio dell’esercito italiano, ha avuto accesso a diversi documenti, per cui ha potuto pubblicare diversi libri sulla storia di Fiume".

Aggiungendo che il Ballarini, coautore del volume "Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni 1939-1947" uscito nel 2002 a Roma e quest’anno duramente criticato dallo storico croato Vinko Šepić-Čiškin, autore del volume "Nacionalnost ili državljanstvo" (Nazionalità o cittadinanza), ha avuto "come fedele collaboratore Giovanni Stelli, di otto anni più giovane di lui, nato a Fiume nel 1941". Mi limito ad osservare che lo stile ziciano di questa "recensione" ha proprio il sapore di un libercolo di spionaggio.

Infatti, continuando a "recensire" il libro di Stelli, torna a parlare della… Società di Studi Fiumani che, a suo dire, "recluta i suoi associati da inscindibili collegamenti etno-culturali, croato-italiani, fiumani", mettendo nuovamente tra parentesi la variante croata di certi cognomi: Bacci (Bačić), Barbalich (Barbalić), Blasi (Blažić), Cattalini (Katalinić), Liubicich (Ljubičić), Pamich (Pamić), Serdoz (Srdoč), Sichich (Šikić), Becchi (Bekić), Crisman (Krizman), Grubessi (Grubešić), Lenaz (Lenac), Massagrande (Golemović), Ossoinack (Osojnak), Sablich (Sablić), Skull (Škulj), Tomsich (Tomšić)…

Questi puntini sospensivi coprono altri ben più numerosi cognomi fiumani di origine certamente non croata. Ma evidenziandoli Žic manderebbe all’aria la propria tesi della croaticità esclusiva di Fiume. Ammesso che croaticità o italianità ci vengano dai cognomi in una regione da sempre multilingue, multietnica e multiculturale.

All’elenco dei cognomi Igor Žic fa seguire una "filosofica" considerazione con cui spiega a se stesso il perché i Fiumani sono… Fiumani di lingua e cultura italiana: "Chi vive sul confine può scegliere o la duplice appartenenza o la duplice non-appartenenza. Sebbene siano tutti senza eccezione ("svi od reda") etnicamente Croati, hanno scelto la duplice non-appartenenza e in tal modo si sono cacciati da soli nell’esilio (pateticamente parlando di olocausto), cioè fra gli esuli.

Cercando di essere Fiumani al di sopra dei Croati e degli Italiani, hanno finito per sparpagliarsi da un capo all’altro dell’Italia, delusi da ambedue le patrie!" Secondo la "filosofia" di Žic, gli esuli fiumani sarebbero i "cattivi figli della Croazia" che si sono lasciati "sedurre dalla bellezza della lingua, della pittura e della musica italiana". Questa ultima frase mi trova consenziente. Letteratura, pittura e musica italiana ancora oggi affascinano il mondo, non soltanto i fiumani.

(1 e continua)

386 - La Voce in più Storia e Ricerca 04/06/11 La storia dell'Adriatico orientale oltre la visione etnonazionalistica

LA STORIA DELL'ADRIATICO ORIENTALE OLTRE LA VISIONE ETNONAZIONALISTICA

di Krstjan Knez

Il trecentesimo anniversario della nascita di Ruggiero Giuseppe Boscovich anziché rappresentare un'occasione per evidenziare la statura dello scienziato raguseo, che viaggiava per l'Europa e annoverava rapporti con i più importanti ambienti illuminati del suo tempo (come è attestato, tra l'altro, dalla sua vastissima corrispondenza), ha focalizzato soprattutto l'interesse relativo alla questione della sua presunta nazionalità. È un argomento che non riveste alcuna rilevanza, perché non incide per niente sulla figura e sull'opera dell'illustre dalmata. Ma, evidentemente, non tutti sono dello stesso avviso. In Croazia, ad esempio, sembra essere di gran lunga più importante anteporre la sua appartenenza (nazionale, a patto, ovviamente, esista) al suo percorso formativo e di studio. E non deve stupire se il tentativo di "incasellare" entro la nazione croata tutti gli artefici, che dettero qualsivoglia contributo nei più disparati settori dello scibile umano, sia ormai una prassi consolidata.


Dai primi vagiti risalenti all'epoca del risorgimento nazionale, nel XIX secolo, alla stagione delle ideologie e dei totalitarismi sino all'indipendenza e alla democratizzazione del Paese, l'operazione tesa a trasformare in croati "sic et simpliciter" tutti coloro che operarono sul suolo di quella che oggi è la Croazia, ha investito buona parte dei personaggi illustri, specie di quelli dell'Adriatico orientale, nati oppure solo approdati su quei lidi.

A fine Ottocento in certi ambienti si dibatteva addirittura dell'origine croata di Giuseppe Tartini (proprio così). Ma non deve stupire più di tanto; nell'ultimo quarto di quel secolo Ladislav Mrazovic, viaggiatore, pubblicista, nonché critico letterario e teatrale, che aveva visitato la città lagunare, credeva che i Veneziani fossero dei "Croati romanizzati".

Francesco Patrizio di Cherso viene tuttora spacciato per Frane Petric definito anche Franjo Petris, come si legge su un volume edito una decina d'anni fa a Zagabria. Giovanni Lucio di Traù, autore della "Storia del Regno di Croazia e Dalmazia" (edita in latino nel 1666 e tradotta in italiano nel 1896), ribattezzato d'ufficio in Ivan Lucie, viene tranquillamente accolto come il "padre della storiografia croata", e non da oggi, lo storico Franjo Racki, difatti, gli dette quella definizione già nel 1879.

Giulio Bajamonti di Spalato, divenuto nel frattempo Julije, è presentato come un importante enciclopedista croato. Sovente si leggono non pochi spropositi anche sul conto di Niccolò Tommaseo. Questi sono alcuni esempi dello scempio culturale che viene attuato alla luce del sole e senza alcuna remora. Artisti, letterati, filosofi, architetti, storici, scienziati, militari, marittimi, ecc., delle sponde dell'Adria sono sempre presentati come croati, alterando i loro nomi e cognomi - argomentando sarebbero stati manipolati e alterati, non si sa bene da chi - e di conseguenza si ha l'impressione che a quelle latitudini non esistessero altre componenti nonché la sensazione che la lingua e la cultura italiane siano state innestate in un contesto che non le appartenesse.


Certi luoghi comuni sembrano fare ancora presa e la presenza della Serenissima viene colta per lo più in termini negativi. La Repubblica di San Marco, da noi come in tutti i suoi possedimenti, compresi quelli della Terraferma, ha curato principalmente i propri interessi - è un dato di fatto - sovente controllando severamente i settori di maggiore rilievo.


Non ha però "italianizzato" o imposto con la forza la lingua italiana. Siffatto aspetto fu sottolineato anche da Sime Ljubic, in un periodo di accesi contrasti nazionali che avevano interessato la Dalmazia, quindi in tempi non sospetti, ricordando che nei territori marciani la lingua croata non era stata affatto ostacolata. Anzi, la letteratura croata si era sviluppata proprio in quel possedimento. Su tali questioni non si può fare altro che rimandare ai tanti studi dello zaratino Arturo Cronia, insigne slavista e docente all'ateneo di Padova. Venezia era uno Stato di antico regime e come tale dev'essere considerato. Non avrebbe senso cercare in esso contenuti che non poteva sviluppare. La Dominante nell'Adriatico orientale non si può quindi paragonare all'operato dell'Inghilterra in India.


Ricordiamo queste cose perché in sede storiografica è auspicabile si colga, finalmente, il passato adriatico non più come espressione di esclusivismi nazionali in cui non vi è spazio per la dimensione plurale di quello spazio geografico, bensì come zona di contatto, di interazione, di reciproca influenza. In quest'ottica, la sola in grado di cogliere la complessità, le sfaccettature, i problemi e le contraddizioni di questa parte d'Europa, dobbiamo essere anche in grado di distinguere ed evitare di gettare tutto e tutti in un calderone. E invece siamo testimoni di una continua appropriazione, indebita, che poggia sulla fantasia, sulle argomentazioni stereotipate e pertanto ha bisogno della contraffazione.

Ma è mai possibile che ogni volta si affronti il passato di questi territori si debba sfociare nella polemica? Ha senso? Si potrebbe anche lasciar perdere, però sappiamo, fin troppo bene, che le menzogne, se ripetute, alla fine passano per verità, o, per dirla con un proverbio partenopeo, a forza d'insistere si piega anche il metallo. Se accettassimo quanto viene propinato, senza distinguere il grano dal loglio, adagiandoci al pressappochismo, daremmo solo man forte a coloro che tuttora considerano la presenza italiana di queste contrade come il risultato di un "passaggio". E doveroso perciò contraddire tale vulgata - benché sia come combattere contro i mulini a vento - e diffondere, uscendo dalle sedi riservate quasi esclusivamente agli addetti ai lavori, che quella componente è qui di casa, è abbarbicata a questo suolo a prescindere dall'amministrazione dello Stato veneziano o del Regno d'Italia. Che le comunità romanze (poi italiane) non siano le uniche su questo territorio è un dato di fatto e non rappresenta certo un problema. Anzi, costituisce un tassello di quella vasta area geografica, composita e plurale, che si estende(va) dall'Adriatico al Mar Nero e dal Baltico al Mar Egeo, che i due conflitti mondiali, i nuovi confini disegnati, i massacri, le espulsioni e le pressioni di ogni genere contribuirono ad alterare irreversibilmente.


Nell'intervista di Gianfranco Miksa fatta al prof. Zarko Dadic e pubblicata dal nostro giornale, abbiamo letto che, "(...) le figure del passato, originarie dalla Croazia odierna, sono da ritenersi croate". Ma che ragionamento sarebbe questo? Gli stati, come è noto, si formano e scompaiono, i loro confini si dilatano o arretrano. Di conseguenza anche le identità mutano cioè non sono sempre le medesime, specie se vi sono state delle cesure profonde. Se quanto sopra riportato corrispondesse al vero, oggi, allora, dovremmo scrivere che Immanuel Kant è un filosofo "russo" (!), perché la sua Konigsberg, dopo il cataclisma del secondo conflitto mondiale e l'occupazione sovietica, è divenuta Kaliningrad, oggi appartenente alla Federazione Russa. Sempre secondo quella argomentazione dovremmo parlare del "francese" Giuseppe Garibaldi, poiché Nizza,la città natale dell'Eroe dei due mondi, nel 1860 fu ceduta a Napoleone III. E tutti gli esponenti di quella raffinata cultura araba sviluppatasi nella penisola iberica che per secoli dette alla luce importanti personalità, dovremmo forse definirli "spagnoli"? E la millenaria presenza greca sulle coste dell'Asia minore, che tanto ha dato all'intera civiltà? Abbracciando quel pensiero dovremmo cancellare tutto con un colpo di spugna e quanti vissero ed operarono su quei lidi saremmo obbligati a considerarli semplicemente "turchi". Naturalmente sono delle aberrazioni che nessuno accoglierebbe. E allora perché dalle nostre parti sembra passare, senza grosse difficoltà, ogni più stravagante ipotesi?


Come è possibile, perciò, che lungo l'Adriatico orientale, zona plurale e area di incontro tra il mondo romanzo e quello slavo, lo ripetiamo perché è un concetto non troppo evidente, tutti gli apporti provengano sempre e solo da parte croata? E tutto il patrimonio civile e culturale lasciatoci dalla componente neolatina, dov'è? non sarà mica svanita come una bolla di sapone? O si vuol far credere che l'apporto italiano sia pressoché inesistente? aleatorio? e quindi tutta la storia di quell'area geografica, che crediamo di conoscere, sia un'invenzione intellettuale o ideologica? Quella componente che è (era) presente oltremare non è riconducibile a una colonizzazione, ad un travaso mirato teso ad alterare non si sa quali equilibri etnici. La Serenissima non accolse forse intere comunità morlacche in fuga dai territori ottomani, ospitandoli nei settori dalmati strappati alla Sublime Porta? e in Istria, grazie alla sua opera di colonizzazione di intere aree disabitate a causa delle guerre e dei flagelli delle malattie contagiose, non giunse un elevato numero di genti slave?

Anche in questi casi nessuno aveva intenzione di stravolgere la struttura etnica delle aree interessate. Certo funzionari, amministratori, militari e quant'altri si stabilirono anche sulle sponde orientali dell'Adria, è un aspetto questo che si verifica durante qualsiasi dominazione, però vi è un elemento che sfugge. Non si considera che in quelle terre potesse esistere anche una componente italiana (chiamiamola così per comodo ma è un termine improprio almeno fino allo sviluppo della coscienza nazionale, che risale alla metà dell'Ottocento), che ha contribuito a scrivere la storia di quelle contrade e ha espresso personaggi di rilievo. E invece no. Partendo dall'assioma che tutto e tutti sono croati e nel tentativo goffo di avanzare una sorta di "ius primi occupantis", si ignora volutamente la ricchezza di un'area eterogenea per definizione che può essere colta in tutta la sua essenza solo evitando le semplificazioni e le definizioni di comodo.


Abbiamo letto che Boscovich, per ritornare al personaggio oggetto delle discussioni degli ultimi mesi, "in base alla sua origine nazionale" sarebbe "un croato" e "come tutti i ragusei del suo tempo sono considerati oggi croati". Questa è una valutazione molto opinabile. Parlare di appartenenza nazionale prima ancora della comparsa delle identità nazionali per l'appunto è una forzatura e come tale non può essere accolta. E poi come potremmo accettare l'argomentazione che tutti sarebbero in fondo croati se sappiamo benissimo che ciò non corrisponde alla verità. Per secoli l'identità, che sovente rimaneva circoscritta al campanile o a un territorio limitato, era una questione puramente linguistica, culturale, spirituale e nulla più. Allora perché bisogna andare sempre alla ricerca di origini o appartenenze nazionali presso personaggi che mai le avevano manifestate perché inesistenti.


E stato evidenziato che la repubblica indipendente di Ragusa - il cui territorio oggi appartiene alla repubblica croata - sarebbe un fatto irrilevante in quanto anche l'Italia prima della sua unità era formata da un mosaico di realtà differenti. E vero, però, a differenza dello stivale in cui la popolazione aveva caratteristiche più o meno comuni, con dialetti molto differenti ma con una lingua che almeno negli ambienti più alti era compresa da tutti, lungo le sponde dell'Adriatico orientale riscontriamo una situazione molto diversa: convivevano e si intrecciavano popolazioni, lingue, usi e costumi e addirittura fedi religiose diversi e di conseguenza le specificità testimoniano l'esistenza di un mondo peculiare. La repubblica di San Biagio fu una realtà distinta, la quale, per usare le parole dello storico zara-tino Giuseppe Praga, elaborò ed espresse una "particolare civiltà italo-slava".


Nemmeno il cognome può diventare il metro per definire le possibili appartenenze. La storia ci insegna che nei contesti plurali le eccezioni sono fin troppo fitte e ogni individuo viene forgiato dall'ambiente in cui nasce e/o si trova ad operare. Fa ancora paura riconoscere che le aree urbane della costa erano italiane (che non c'entra nulla con l'Italia) e di conseguenza si tende a glissare su tale dato di fatto confezionando storielle che possano apparire credibili. La Dalmazia, anche in tempi più vicini a noi, era a tutti gli effetti una regione ibrida e bilingue. Antonio Bajamonti, fiero sostenitore dell'autonomia, dell'impronta italiana ma anche patrocinatore del risorgimento civile della componente slava, rispettato dagli stessi avversari politici, che pubblicava "L'Avvenire", le cui colonne erano spesso redatte nelle due lingue, nel 1886 pronunciò che l'elemento italiano della sua terra era "indigeno come lo slavo". Lo storico analizza i fatti e formula le sue considerazioni in base alle testimonianze pervenutegli. A meno che non si voglia inserire anche il "Mirabile podestà di Spalato" nel pantheon degli illustri croati è doveroso abbandonare l'interpretazione a senso unico che misconosce "l'altro" riducendolo a una sorta di "usurpatore".


Pavao Ritter (1652-1713), erudito, letterato, storico, editore, il quale aggiunse al suo cognome la forma croata cioè Vitezovic, nacque a Segna da padre le cui origini erano alsaziane - era ufficiale in quel tratto del confine militare asburgico - e da madre croata, è considerato croato perché tale si riteneva. A nessuno passa per la mente di definirlo "tedesco". Evidentemente l'identità, non imposta ma intesa come il risultato di una libera scelta personale, in certi casi viene attribuita arbitrariamente. Ci sono quindi due pesi e due misure. In questo modo però si scende nel ridicolo. Per fare un esempio ricordiamo la figura di Francesco Vidulich di Lussinpiccolo, presidente della Dieta provinciale dell'Istria, assertore della causa italiana e politico battagliero della seconda metà del XIX secolo, che lo storico Petar Strcic insinua si firmasse in "origine" come "Franjo Vidulic", ovviamente senza citare uno straccio di fonte. Il medesimo deve però ammettere che la sua appartenenza nazionale era dovuta alla componente italiana della sua famiglia (la madre era Elisabetta Capponi), cosa che tra le righe viene colta come un oltraggio.
Dato che la componente italiana dell'Adriatico orientale non è un'astrazione e poiché siamo consapevoli dell'apporto dato allo sviluppo dell'intera area - che non deve rappresentare un pretesto per decantare presunti primati dal sapore anacronistico - non possiamo fare altro che ripudiare il diuturno furto della storia e della cultura delle nostre contrade - che non è esclusiva, lo ripetiamo, però non è considerata nella giusta maniera - i cui contorni originali vengono manipolati per poter sostenere una tesi priva di alcun fondamento che rischia di rovesciarsi al primo giro d'aria.

Kristjan Knez

387 - La Voce del Popolo 04/06/11 Speciale - Da Sebenico alle cascate della Krkah

di Mario Schiavato

UNA CITTÀ PIENA DI MONUMENTI STORICI E UNA MERAVIGLIA DELLA NATURA

Da Sebenico alle cascate della Krka

C’era un gran caldo quel giorno a Sebenico e, dobbiamo ammetterlo, furono molte le tappe nei vari bar per dissetarci un poco. Tuttavia eravamo nella città di Nicolò Tommaseo, una città piena di monumenti storici e dunque avanti, su e giù lungo le sue stradette lastricate per poter ammirare dapprima la fortezza di Sant’Anna che con i suoi poderosi bastioni domina la città e quindi avanti e indietro per poter ammirare i palazzi Foscolo e Orsini, quello municipale costruito nel 1452, il palazzo dei principi con la sua severa torre nonché quello di Nicola Marcela e il Forte Barone appartenuto a quel Degenfeld che nel 1647 organizzò la difesa della città dall’invasione dei Turchi. Continuammo con il Convento di San Francesco, quindi con quella chiesa gotica che sul soffitto ha i dipinti di Marco Caporosso, poi con un’altra chiesa gotica, quella di San Giovanni per finire con quelle di Santa Barbara, di San Lorenzo, di San Nicola nonché il Palazzo vescovile con il suo raffinato cortile gotico. Dopo tanto andare ci volle una pausa. Un gioiello del Rinascimento Così, ci sedemmo davanti la cattedrale di San Giacomo, cioè davanti a quel gioiello di monumento architettonico del Rinascimento che di certo basta da solo per attirare una moltitudine di visitatori sulle rive orientali dell’Adriatico. Davanti a una birra dissetante passammo in rassegna tutto quello che le guide che possedevamo ci dicevano: la cattedrale venne iniziata nel 1431 con le pietre espressamente ricavate e arrivate direttamente da Curzola, da Arbe, da Brazza.... Tutti nomi illustri quelli che resero possibile la realizzazione di questo gioiello: all’inizio i vari maestri italiani Francesco di Giacomo, Lorenzo Pincino, Antonio e Pier Paolo Busato e poi, dal 1444, il famoso Giorgio Orsini, sotto la cui direzione vennero eretti i muri laterali, l’altare maggiore, l’abside con quell’inimitabile fregio delle 74 teste. Gli succedette Nicola Fiorentino che in parte impresse all’edificio la struttura del rinascimento toscano, soprattutto nella facciata e nella cupola, e infine alla sua morte nel 1505, arrivò Bartolomeo Giacomo da Mestre che terminò la costruzione. Se a tutto questo aggiungiamo una visita al Museo cittadino con le sue varie collezioni di resti archeologici, di stemmi, di armi, di monete e di manoscritti, vi possiamo assicurare che, ed era arrivato il crepuscolo, eravamo davvero molto stanchi. Comunque ci mettemmo in macchina nell’afa di quell’ormai tardissimo pomeriggio puntando su Zara nella speranza di trovare, lungo quel tratto di strada, un tranquillo alberghetto dove pernottare.

Case bombardate

Invece successe che subito prima del ponte che valica l’imboccatura del fiume Krka, un ingorgo di macchine ci fermò per un incidente piuttosto catastrofico tra un autobus e un camion, incidente che praticamente aveva ostruito la strada. Fu allora che qualcuno della nostra "ganga" si accorse di un cartello che indicava: "Parco nazionale delle cascate della Krka". Allora perché non deviare da quelle parti e aggiungere un’altra giornata alla nostra gita? Breve consultazione: era già molto tardi e perciò via, puntammo verso Drniš e Knin. All’inizio il panorama non era proprio dei migliori: case bombardate e bruciate durante l’ultima guerra che insanguinò quelle contrade. Poi alla fine di quell’insolito percorso trovammo il veramente comodo agriturismo "Kod Marice" che ci permise di cenare bene – agnello allo spiedo nientemeno! – e quindi, con qualche goccio di vino in più e dopo qualche sonora risata, potemmo stendere le stanche membra nel silenzio della campagna in letti semplici ma puliti.

Il trenino che non c’è...

Il giorno dopo sveglia per tempo e a dire la verità non ci mettemmo molto a raggiungere il vasto parcheggio all’entrata del parco. E già qui ebbero inizio le dolenti note che non vanno certamente a favore del nostro conclamato e osannato turismo: pagammo il piuttosto caro biglietto d’entrata, pagammo anche la non indifferente somma per il parcheggio, pagammo il trasporto sul trenino. Aspettammo qualche tempo per poter salire su questo mezzo che ci doveva portare giù verso il corso della Krka e le sue cascate. Niente da fare. Ci dissero che quella mattina non c’erano ospiti a sufficienza per poterlo riempire e quindi alzarono la stanga e ci permisero di andare giù con i nostri mezzi anche se avevamo già pagato e trasporto e parcheggio, somme che naturalmente non ci vennero rimborsate. Questa la prima disavventura. La seconda ci doveva attendere più sotto.

Un panorama... solenne

Inutile dire che già dall’alto il panorama si fece subito solenne, anzi incredibile. Il fiume, prima di entrare nella strettoia delle cascate, s’allargava come un ampio lago tra dossi carsici bianchi quasi senza vegetazione mentre lungo le rive il verde intenso ci mostrava già da lontano tutta la flora tipica dei fiumi, ricca soprattutto di salici e di pioppi. Ma anche di fichi! Quelli rossi, dolcissimi. Immaginarsi la scorpacciata!

Come ci avvicinammo all’entrata vera e propria, il rumore delle varie cascate si fece subito assordante. Nell’aria una specie di afrore d’acqua e di strame marcio. C’erano davvero soltanto un paio di automobili parcheggiate e non ci fu difficile trovare il moletto per poterci imbarcare sulla bella barca e poter navigare sulla parte alta del fiume, sul cosiddetto lago di Visovac, e magari raggiungere l’isoletta omonima col convento francescano, la chiesa e l’elegante campanile risalenti al XV secolo e magari poter anche raggiungere – a piedi, logicamente – le fortificazioni medioevali di Trošen e di Necven costruite nel XIV secolo nella parte settentrionale del parco per le famiglie Šubić.

Finché la barca... non va

Purtroppo anche questa volta niente da fare! Se non c’era un numero adeguato di gitanti la barca non partiva. Attendemmo, inutilmente insistemmo. Per poter salpare soltanto con il nostro gruppo ci chiesero una cifra esorbitante! Che fare allora? Voltammo indignati le spalle e mogi mogi c’incamminammo lungo il largo sentiero che, per fortuna, ci presentò subito i suoi incredibili panorami.

Il fiume Krka scaturisce ai piedi della cascata Krčić ed è lungo soltanto 72 chilometri. La zona è stata proclamata parco nazionale nel 1985 anche se l’intero territorio, che misura più di 14 mila ettari, già dal 1948 era sotto la tutela dello stato. All’inizio scorre lungo un vallone dalle pareti carsiche ripidissime per poi allargarsi una prima volta presso il monastero ortodosso di Aranđelovac donato da Jelena Šubić, sorella del re Dušan, nel 1402 e in parte distrutto durante la Seconda guerra mondiale. Quindi ritorna in un vallone fino a una prima cascata, il Roški slap, che conserva ancora numerosi mulini, s’allarga di nuovo per ben 13 chilometri per poi restringersi in uno dei passaggi più belli e interessanti, le cosiddette Grede. All’uscita, s’allarga di nuovo in quel lago di Visovac che abbiamo già citato. Dopo all’incirca 6 chilometri ecco il tratto più interessante, in più visitato: le cascate di Skradin con le loro diciassette gradinate che si protendono per oltre 800 metri, hanno un dislivello totale di 46 metri e una larghezza tra i 200 e i 400 metri.

Giochi d’acqua, di luce e di colori

Qui i giochi d’acqua, di luce e di colori sono davvero incredibili e ci fanno dimenticare l’eventuale, ma perduta, gita in barca. Come nei laghi di Plitvice, anche qui si ha il fenomeno della formazione del travertino che di continuo modifica il profilo delle cascate. Si passa da una all’altra tra il volare delle libellule e dei martin pescatore, mentre le zone più basse sono tutte un fiore di iris azzurri e di ranuncoli gialli tra il concerto e i tuffi delle numerose rane, mentre i salici con le loro lunghe chiome pettinano la corrente che scorre rapida sotto parecchi ponticelli di vecchi tronchi tra canaletti, insenature, baiette e brevi paludi.

Dopo le cascate di Skradin, la Krka praticamente incontra l’acqua salata in quello che diventa un altro lago, quello di Prokljan, sul quale sorgeva l’antica città romana di Scardona, quindi prosegue nuovamente in uno stretto vallone fino al grande ponte, quello che il giorno prima avevamo lasciato, e sbocca sul mare.

Per finire un’altra curiosità: sulle cascate di Skradin, nel 1904 venne costruita una centrale elettrica che, terza in Europa, dava la corrente alla città di Sebenico. Aggiungeremo che il ritorno ai nostri mezzi non fu altro che un ingozzarci di fichi rossi, bei frutti con la goccia dorata!

388 – La Voce del Popolo 06/06/11 Cultura - Gianfranco Abrami, l'obiettivo è cogliere il volto più nobile e genuino dell'Istria

il fotografo ha ritrovato la felicità a Petrovia
Gianfranco Abrami, l’obiettivo è cogliere il volto più nobile e genuino dell’Istria

UMAGO – Gianfranco Abrami, menzione onorevole a "Istria Nobilissima 2011", attraverso la sua fotografia vede l’Istria per quella che è, incontaminata, semplice e genuina. Ma oltre alla macchina fotografia Abrami ha la passione del teatro; infatti figura come attore in diverse commedie delle Comunità degli Italiani di Matterada e Umago, e come conferenziere. Una vita intensa vissuta a Trieste e poi a Petrovia, una vita che vale la pena di raccontare in modo semplice.
"Ho coronato il mio sogno! Fino al dicembre del ‘91, quando è morto nonno Giovanni, era bello venire qui in Istria, a Petrovia, a Umago, era la mia casa, come a Trieste dove sono nato la vigilia di Natale del 1949, e dove ho vissuto fino a quando sono andato in pensione il primo gennaio del 2003 – ci dice Abrami –. Era bello andare a pescare con nonno, Piero Sodomaco, l’ho fatto fino al 1977, quando il nonno si è beccato un ictus e la sua pesca è finita. Nonno Giovanni sapeva quanto mi piaceva la casa di Petrovia e sempre mi diceva che sarei stato io un giorno a vivere qui, e difatti morto lui, e, poco dopo mio padre, ho cominciato a riparare la casa, e a fine 2002, esattamente all’età di 53 anni e 7 giorni andato in pensione, sono venuto a Petrovia con mia moglie Libera, anche lei di Umago.
Ed ero felice perché i miei giri per l’Istria hanno potuto essere molto più frequenti. Eh si, perché andato con mia moglie alle terme istriane per dei dolori alla schiena di cui soffriva, visto che io non avevo cosa fare sino all’ora di pranzo, ho cominciato a girare nei dintorni, ed ho scoperto Pinguente, Portole, Draguccio, Sovignacco e tanti posti meravigliosi, era sbocciato un amore pazzesco per la mia terra. Ma dopo 4 mesi mia moglie è morta ed ho avuto un periodo di buio totale, ma poi ho ripreso i miei giri con la fedele macchina fotografica. Ho conosciuto una donna a cui piaceva girare e fare foto e la mia vita è ripresa in pieno. Appena venuto a vivere qui ho iniziato a collaborare con la CI di Umago e con quella di Matterada, ed ho iniziato a tenere conferenze sull’Istria e Dalmazia, si perché ho cominciato ad avventurarmi nel Quarnero e giù per la Dalmazia, scoprendo che anche li mi sentivo, come a casa".
Sembri un uomo felice, appagato. Cosa rara di questi giorni.
"E lo sono. Hanno cominciato a chiedermi delle foto per dei libri ed a oggi le mie foto si trovano su 27 libri in Italia, Slovenia e Croazia. ho organizzato una ventina di gite ed una ventina di mostre con le mie foto. Da quasi 4 anni ho una compagna meravigliosa che mi accompagna sempre nei miei giri e che riesce a capire i mille impegni che ho. Sono arrivato a oltre 150.000 foto e 1400 chiese, e non mi fermo, mi piace troppo, sono un uomo felice sì.."
Quali i prossimi impegni?
"Ho ideato un progetto di mappatura e conservazione dei lachi del territorio della città di Umago con gli alunni della scuola ‘Galileo Galilei’ di Umago e con la partecipazione della Città, della CI, del prof. Nicola Bressi funzionario del museo di Trieste, naturalista di fama internazionale, del UPT - UI. Il progetto è già passato alla fase di lavoro sul terreno con il monitoraggio dei primi 3 lachi nella zona di Salvore con gli alunni della scuola e di altri 3 con il prof. Bressi, il direttore della SEI di Umago Arden Sirotic e io. Ho tenuto inoltre decine di conferenze per le CI, fra le quali alcune di recente a Zara, Spalato e Cattaro in Montenegro".
Cosa significa parlare dell’Istria, delle sue chiese, dei suoi borghi e paesaggi?
"Si tratta di andare alla ricerca di quel mondo rurale che, malgrado le trasformazioni sociali, economiche e, per certi aspetti, anche etniche, ha saputo conservare i suoi aspetti originari, e che all’alba del terzo millennio sta inesorabilmente tramontando. Avventurarsi in un viaggio e conoscere a mano a mano il paesaggio, i piccoli borghi, villaggi remoti tuttora immuni da una urbanizzazione opprimente ed affrettata, vivere le bellezze naturali, scoprire angoli reconditi mossi da una curiosità quasi fanciullesca, tutto questo contraddistingue le mie fotografie. Volevo inoltre sottolineare che accanto alle cattedrali e alle basiliche delle principali città istriane esistono anche strutture minori ed ignorate. Vi sono chiesette rurali del XIV-XV secolo interamente affrescate, che sono sconosciute o quasi, altari lignei di ottima fattura, dipinti, o, semplicemente, degli ornamenti esterni. E poi non vanno dimenticati i borghi con tutto il loro fascino, spesso inseriti in ambienti di notevole bellezza, e non mancano nemmeno i riferimenti alla pietra, di cui l’Istria ne è particolarmente ricca, e sulla quale poggiano anche tanti edifici della città di San Marco."
Tutto ciò avrebbe una valenza parziale, se Abrami oltre alla fotografia non avesse anche abbinato delle gite itineranti per l’Istria. Va detto che finora i soci del sodalizio hanno visitato in lungo e in largo decine di località, sono stati nei luoghi noti e meno noti, godendo dei paesaggi, delle piazze, delle chiese, come se fossero in chissà quale grande città. Forse l’insegnamento di Abrami è quello di aver imparato molti a connazionali e non, a conoscere cose che avevano letteralmente sotto agli occhi e che non vedevano, cose che nelle foto sono semplicemente… meravigliose, come l’Istria.

Franco Sodomaco

389 - La Voce in più Storia e Ricerca 04/06/11 Il Regno d'Italia visto dall'Adriatico orientale

CONVEGNI: SOCIETA' DALMATA DI STORIA PATRI A ROMA

IL REGNO D'ITALIA VISTO DALL'ADRIATICO ORIENTALE

In occasione dei 150 anni dell'Unità d'Italia, la Società Dalmata di Storia Patria organizza il 10 e 11 giugno a Roma, presso la Biblioteca del Senato della Repubblica, il convegno internazionale e la mostra documentaria "L'Unità nazionale e lo sguardo degli altri. Le province a presenza italiana tra Impero asburgico e Regno d'Italia. 1861 - 1882".

Obiettivo del convegno è mettere in evidenza le ripercussioni che l'unificazione nazionale ha avuto nei territori con presenza italiana nell'Impero asburgico. Pur ponendo l'accento sul 1861, quale momento fondante, è stato scelto di allargare l'arco cronologico -fino al 1882, anno della firma della Triplice Alleanza, vista come spartiacque nei rapporti tra l'Italia e l'Austria-Ungheria, in seguito alla cui stipula si allontanava nel tempo la prospettiva di un completamento dell'unificazione nazionale italiana.


Il tema sarà trattato da tre diverse angolazioni: la prima, preliminare e introduttiva, relativa alla visione che dall'Italia unificata si aveva dei territori ancora asburgici e ai successivi mutevoli intendimenti ed atteggiamenti assunti dai governi italiani succedutisi in quegli anni. In un rovesciamento di prospettiva, verranno poi analizzate le ripercussioni che ebbe il processo unitario italiano e le reazioni che suscitò nei centri politici di Vienna e Budapest (nella capitale ungherese a partire dal 1867) con particolare riferimento ai territori della duplice monarchia con presenza italiana. La terza, in un altro passaggio di prospettiva, si occuperà degli sguardi locali, sia dal punto di vista della cultura politica, sia da quello degli atteggiamenti culturali e sociali. Le province a presenza italiana (Trentino, Goriziano, Trieste, Istria, Fiume, Dalmazia) saranno prese in esame nella loro totalità e in prospettiva unitaria. Accanto all'impatto che gli eventi verificatisi in Italia in quegli anni ebbero tra gli italiani e gli italofoni della duplice monarchia il convegno tratterà di come le diverse componenti nazionali (austriaci, sloveni, croati, ungheresi, ecc.) presenti nei medesimi territori guardavano al nuovo Regno d'Italia fra lealismo asburgico e contestuale sviluppo di identità nazionali, slave e non, e di quali ne furono le conseguenze sull'agire politico delle realtà locali. Un tema trasversale svilupperà lo sguardo degli slavi meridionali asburgici verso la nuova realtà italiana.

Infine, brevi comunicazioni affronteranno alcuni temi particolari.
Le due giornate vedranno i contributi di Carlo Ghisalberti ("Il governo italiano e le province a presenza italiana dell'Impero asburgico), Andreas Gottsmann ("Il governo austriaco, il Regno d'Italia e le province a presenza italiana), Laszlo Csorba ("Il governo ungherese, il Regno d'Italia e Fiume"); Liliana Ferrari ("Il Goriziano e il Regno d'Italia") ed Ester Capuzzo ("Trieste e il Regno d'Italia") nella sessione di venerdì, che si concluderà con una visita guidata alla mostra documentaria, che sarà illustrata da Carlo Cetteo Cipriani. L'esposizione proporrà momenti, personaggi e luoghi che hanno caratterizzato i processi politici e culturali esaminati.


La seconda parte del convegno, sabato, comprenderà i saggi di Giovanni D'Alessio ("L'Istria e il Regno d'Italia", William Klinger ("Fiume e il Regno d'Italia"), Luciano Monzali ("La Dalmazia e il Regno d'Itali"), Egidio Ivetic ("Gli slavi meridionali e il Regno d'Italia") e Donatella Schùrzel ("Letteratura in lingua italiana dai territori asburgici 1861-1882). Le conclusioni saranno affidate a Marina Cattaruzza. (ir)

390 - Il Messaggero 04/06/11 Benedetto XVI in Croazia, burocratismo europeo non deve far paura

Benedetto XVI in Croazia: burocratismo europeo non deve far paura

dal nostro inviato Franca Giansoldati

ZAGABRIA - Il diciannovesimo viaggio di Benedetto XVI ha come meta la Croazia, terra mitteleuropea di profonde tradizioni cattoliche ma di grandi cambiamenti, sotto l'effetto del vento della secolarizzazione. Nonostante nelle scuole venga insegnato il catechismo, i matrimoni e i battesimi cominciano a calare e i giovani non seguono la morale sessuale insegnata. Il progressivo scollamento tra i fedeli e la Chiesa offre i primi segnali negativi per una riflessione globale.

Papa Ratzinger da bordo dell'aereo papale, diretto a Zagabria, lancia un appello ai croati affinchè sappiano difendere le proprie radici culturali e a non farsi condizionare dalla mentalità imperante ora che entreranno a far parte dell'Unione Europea. Un passaggio tecnico che dovrebbe concretizzarsi entro la fine dell'anno e che, a vent'anni dalla indipendenza, è costato alla gente riforme economiche radicali. «Penso che la maggioranza dei croati sia contenta di questo grande momento. Del resto si tratta di un popolo europeo. Non balcanico ma mitteleuropeo, situato al centro del continente per sia sua storia e la sua cultura. Sicché penso che il sentimento prevalente sia di gioia» anche se, ha osservato il pontefice, stanno affiorando sacche di scetticismo e di movimenti ultranazionalisti critici verso Bruxelles. «Naturalmente - ha aggiunto rispondendo a qualche domanda sull'aereo - si può capire un certo scetticismo quando un popolo numericamente non grande entra in Europa, c'è paura di un burocratismo centralistico che spesso non tiene conto della diversità storica», tuttavia spetta ai croati il compito, una volta ammessi a far parte dell'Ue, a «a ravvivare la diversità nell'unità» facendo capire la bellezza delle diverse culture. Anche per frenare «un certo razionalismo astratto» che sembra essere alla base dell'attuale costruzione europea, incentrata più su basi economiche che non di natura culturale e spirituale.

L'occasione del viaggio papale è il raduno delle famiglie cattoliche, un tema che ha affrontato anche al momento della partenza indirizzando al Capo dello Stato italiano, Giorgio Napolitano, un telegramma nel quale ha incoraggiato la politica a non far mancare mai alla famiglia, «cellula fondamentale della società» , adeguati sostegni di natura giuridica e finanziaria. «Con il motto "Insieme per Cristo", cari fratelli e sorelle, vengo qui tra voi a celebrare la prima Giornata nazionale delle famiglie cattoliche croate. Questo importante momento sia occasione per riproporre i valori della vita famigliare e del bene comune» ha detto il Papa nel suo discorso pronunciato all'aeroporto di Zagabria, davanti alle autorità civili.

Nel pomeriggio è prevista una preghiera silenziosa sulla tomba del cardinale Stepinac. Per la Chiesa è un martire del comunismo e del nazismo. Sotto il regime di Ante Pavelic difese ebrei, serbi e rom poi, alla fine della seconda guerra mondiale, con l'arrivo del comunismo, si batté per la libertà religiosa fino alla prigionia più dura che lo condusse alla tomba. Una figura che secondo Papa Ratzinger insegna ai cristiani ad andare contro corrente per difendere i veri valori.

391 - Il Piccolo 05/06/11 Croazia: Il Pontefice appoggia l'ingresso nell'Ue

Il Pontefice appoggia l'ingresso nell'Ue

«Siete sempre stati parte dell'Europa e della sua cultura» sottolinea all'arrivo il Santo padre

ZAGABRIA La Croazia si aspetta dalla visita di Papa Benedetto XVI, questo fine settimana a Zagabria, una spinta decisiva ai suoi sforzi d'integrazione europea, con l'obiettivo di diventare il 28.o Paese membro dell'Unione.

L'hanno lasciato intendere chiaramente sia il presidente Ivo Josipovic, sia la premier Jadranka Kosor, a margine degli incontri avuti ieri con il Pontefice. A più riprese la dirigenza croata ha sottolineato la volontà di chiudere entro giugno il negoziato di adesione con Bruxelles, in modo da potere divenire membro effettivo dell'Unione ragionevolmente all'inizio del 2013, dopo che il Trattato di adesione sarà stato ratificato da tutti i Paesi membri. E ciò nonostante i dubbi e le perplessità espressi da alcuni Paesi Ue, a cominciare dalla Francia, che negli ultimi tempi avrebbero un pò frenato sull'ingresso di Zagabria. «Il suo arrivo cade in un momento felice in cui la Croazia celebra il 20.o anniversario dell'indipendenza e della fondazione dello Stato democratico moderno, e questo anniversario coincide con la conclusione dei nostri negoziati di adesione all'Unione europea» ha detto il presidente Josipovic nel discorso di saluto subito dopo l'arrivo ieri mattina di Benedetto XVI all'aeroporto di Zagabria. «Lei è arrivato, Sua Santità - ha aggiunto il presidente - nel momento in cui s'intravede all'orizzonte ormai vicino la realizzazione della totale incorporazione formale e politica della Croazia moderna in un mondo al quale, per cultura, la Croazia è sempre appartenuta». Ancora più esplicita sulle aspettative di Zagabria è stata la premier croata, Jadranka Kosor: al termine del colloquio con Ratzinger, ha sottolineato il sostegno del Papa alle aspirazione europee del Paese ex jugoslavo. «Gli ho detto che i croati vedono la sua visita come speranza e incoraggiamento per portare a compimento i negoziati il più presto possibile, per divenire il 28.o Paese membro dell'Unione» ha detto Kosor al termine dell'incontro. «Naturalmente - ha aggiunto - noi abbiamo il pieno appoggio del Santo padre nei nostri sforzi per entrare nell'Ue». «Fin dalle origini la vostra nazione appartiene all'Europa, e a essa offre, in modo peculiare, il contributo di valori spirituali e morali che hanno plasmato per secoli la vita quotidiana e l'identità personale e nazionale dei suoi figli» ha detto da parte sua Benedetto XVI nel suo intervento di saluto all'arrivo all'aeroporto di Zagabria. Significativo poi il riferimento che il presidente Josipovic ha fatto al «perdono e alla riconciliazione», due concetti, ha detto senza i quali «l'unificazione dell'Europa non sarebbe possibile». Una chiara allusione alle ferite inferte alla Croazia e agli altri popoli dei Balcani Occidentali dalle guerre sanguinose degli Anni '90, le cui conseguenze non sono state ancora del tutto superate.

392 - Il Piccolo 08/06/11 Boris Pahor e il lager di Visco «Sia di esempio la Germania»

Boris Pahor e il lager di Visco «Sia di esempio la Germania»

L'autore di "Necropoli" sollecita un intervento del presidente della Regione perché il campo di concentramento sia tutelato come monumento nazionale

di BORIS PAHOR

Innanzitutto bisogna dire che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha fatto rispondere positivamente all'esposizione presentata in nome dell'Associazione "Terra sul confine" dal suo coordinatore professor Ferruccio Tassin. Il quale specificava che nel Campo di concentramento di Visco, in Friuli, dal frebbraio al settembre del 1943 erano rinchiusi 4000 jugoslavi dal Montenegro alla Slovenia, dalla Croazia alla Bosnia Erzegovina. E menzionava altresì che la Sovintendenza saggiamente aveva vincolato una parte del "Lager ", mentre invece il Comune di Visco aveva progetti diversi e addirittura proibiva l'accesso anche a iniziative internazionali. Ciò in un luogo che è stato per cinque secoli sul confine, un luogo emblematico, di valenza europea sull'incontro fra le cultura. Un luogo violato dal campo di concentramento fascista. Campo che merita di essere conservato a monito di ciò che fu violato e ad auspicio di ciò che è giusto sperare per il futuro. Sì, la società "Terre sul confine" ha ricevuto dalla Prefettura di Udine una nota in cui si afferma che la Presidenza della Repubblica aveva interessato il presidente della Regione Friuli Venezia Giulia per le valutazioni di competenza in ordine ai possibili interventi rivolti al recupero storico-culturale relativo al Campo di concentramento di Visco. E' quindi ora compito del presidente della Regione attuare tutto il necessario perché il Campo di Visco diventi monumento nazionale e che perciò siano mantenuti (o eventualmente aumentati) i vincoli emessi dalla Sovrintendenza. Da parte mia, ben al corrente di come in Germania sono stati degnamente risolti problemi simili, auspico che la soluzione desiderata non sia differita alle calende greche, confortato in ciò anche da una tesi di laurea avuta in omaggio dalla dottoressa Tania Zanuttini, già laureanda nell'anno accademico 2009-2010 all'Università di Udine. La tesi discussa nel Corso di laurea specialistica e Studi europei con pieni voti e la lode, si intitola "Il culmine dell'intolleranza fascista - Il Campo di concentramento di Visco in Friuli - Febbraio-settembre 1943".

Con l'autrice non posso che complimentarmi sperando che un editore si interessi del suo lavoro, che è veramente concepito come un vademecum per chi è all'oscuro del sistema repressivo del regime fascista per quel che riguarda la differenza, per esempio, fra campi di internamento e di concentramento (parlando di questi temi, l'attuale presidente del Governo ha usato il termine "villeggiatura").

La Zanuttini documenta l'elenco dei morti, cita testimonianze raccolte da lei stessa, aggiunge - cosa importantissima - l'immagine attuale del Campo con il disegno della parte vincolata, che dovrà assolutamente essere rispettata per poter esporre, in questo unico Campo fascista ancora intatto, la documentazione riguardante anche gli altri "Lager" soprattutto quello di Rab-Arbe, dove i morti ogni mese erano più numerosi che a Dachau, cosicchè a un certo punto si cercò di risolvere il problema trasferendone parte a Gonars e a Visco. Ma purtroppo erano già in condizioni tali che sono deceduti là.

La Mailing List Histria ha il piacere di inviarVi periodicamente una minirassegna stampa sugli avvenimenti più importanti che interessano gli Esuli e le C.I. dell' Istria, Fiume e Dalmazia, nonché le relazioni dell'Italia con la Croazia e Slovenia.

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