La Gazeta Istriana a cura di Stefano Bombardieri
Giugno 2011 – Num. 17

41 – Panorama Edit 31/05/11 Dassovich, Fiumano esemplare, una vita dedicata a studiare il passato delle nostre terre (M.S.)

42 - La Voce del Popolo 30/04/11 Speciale - Mala Ucka (Piccolo Montemaggiore) la desolazione dell'abbandono (Mario Schiavato)

43 – La Voce del Popolo 11/06/11 Speciale - Due simboli nel cuore di Fiume, la chiesa di San Girolamo (Mario Schiavato)

44 - Bollettino Araldico Venezia n° 8 – Agosto 1912 La Casa Viscovich, impressioni di una gita a Perasto (G.De Pellegrini)

 

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41 – Panorama Edit 31/05/11 Dassovich, Fiumano esemplare, una vita dedicata a studiare il passato delle nostre terre

Una vita dedicata a studiare il passato delle nostre terre

Dassovich, Fiumano esemplare

A 83 anni, è scomparso Mario Dassovich. Come tante volte succede, specie con gli anziani, una caduta nella sua casa triestina si è rivelata fatale per porre fine a una vita dedicata alla ricerca storica e sfociata in una ventina di libri, a cui si aggiungono centinaia di saggi e articoli, fra cui spiccano - agli inizi - quelli che segnarono, nel 1952, l’inizio della collaborazione con la rinata rivista "Fiume", su cui pubblicò già nel primo numero un testo sull’atteggiamento della gioventù fiumana nei confronti di Tito.

Dall’area fiumana allargòprogressivamente il suo interesse al passato di tutta quest’area fino ad inglobare i rapporti italo-jugoslavi nella loro globalità fornendo giudizi che saranno di grande aiuto per chi in futuro vorrà dedicarsi a questi temi, anche perché supportati da una grande quantità di riferimenti, la cui individuazione permetterà un’ampia dilatazione e stratificazione delle ricerche.

Il mio primo contatto con il concittadino risale alla seconda metà degli anni Settanta quando, per un caso fortuito, mi ritrovai in mano il libro "Itineriario fiumano 1938-1949" verso cui, giornalista non ancora trentenne, mi attrasse non solo la grande mole di dati che mi fornì su quella che allora era stata - in ordine di tempo - l’ultima odissea dei fiumani, ma anche perché conoscevo di persona talune delle persone citate. Quelle pagine mi furono preziose per capire e tratteggiare in diversi scritti determinati specifici aspetti del passato cittadino.

L’incarico di un’intervista per il quindicinale mi offrì poi, cinque, sei anni fa, l’occasione di conoscerlo di persona. Mi accolse nel suo studio situato nella tranquilla via del Castagneto e parlammo a lungo. In un fluente dialetto in cui riaffioravano termini che nella mia città sento sempre più di rado, mi snocciolò nomi, date, raffronti, giudizi, il tutto condito con un’ironia che derivava da un’attenta osservazione dei fatti del mondo e di questo nostro microcosmo ed in cui uomini ed avvenimenti, nefandezze comprese, trovavano regolarmente una logica spiegazione.

Per me fu una scoperta felice che mi indusse a leggere i suoi libri man mano che uscivano e a darne notizia in queste pagine. Alla pubblicazione seguiva sempre la telefonata di gratitudine. Il caso ha voluto che ci rivedessimo all’inizio di quest’anno per un’altra intervista. Ritrovai un Dassovich leggermente più anziano nell’aspetto, ma immutato nella verve e sempre armato della sua formidabile memoria.

Così, rievocando la tumultuosa seduta del processo del 1946 in cui fu condannato a quindici anni, mi disse d’aver pubblicamente mandato a remengo il provocatore che, dal pubblico, chiedeva a gran voce che fosse messo a morte. Seguì un parapiglia con urti e spintoni con gli agenti di custodia, dopo di che il procuratore militare gli si avvicinò "ed educatamente lo fece sedere".

Gli anni del carcere a Maribor? Era un diciottenne, per cui "viveva tutto come un’avventura", mi disse con l’usuale sorriso, sorvolando sul fatto che erano comunque fatiche non certo trascurabili per un giovane privo di un rene.

Un uomo di cui la città e gli italiani di queste terre possono menare giusto vanto. ● M. S.

 

42 - La Voce del Popolo 30/04/11 Speciale - Mala Ucka (Piccolo Montemaggiore) la desolazione dell'abbandono

a cura di Mario Schiavato

Una sosta nel paese più alto d'Istria dove da tanto tempo mancano i profumi di uomini e animali
Mala Učka, la desolazione dell’abbandono

Quante volte sarò passato da quel paese abbandonato durante le mie giornate da "magnachilometri", durante quel mio solitario girovagare per i monti dietro casa? Mah... di certo un’infinità! Per raggiungere la vetta del Monte Maggiore con i suoi 1401 metri più i 4 della torretta belvedere costruita nel 1911 dal Club turistico di Abbazia. La lapide che ricordava l’evento murata sopra la porta d’entrata e scritta in italiano è stata logicamente divelta e la direzione dell’attuale Parco Naturale, pur efficientissima, non si è impegnata a rimetterla al suo posto!.

Andavo su da una parte o dall’altra, indifferentemente partivo da Apriano, da Abbazia, da Laurana per poi finire, oltre la vetta, magari al Lisina oltre l’Alpe Grande e il Sasso delle acque, o talvolta raggiungevo Ica lungo il Rio dei gamberi, o Moschiena lungo un altro torrente e non poche volte, nelle giornate lunghe e piene di sole, allungavo il passo per arrivare oltre il Perun, il Kremenjak, il Šikovac addirittura fino sul Sissol e poi correvo giù, raggiungevo Fianona per riuscire ad acchiappare l’ultimo autobus proveniente da Pola (allora non c’era la Ipsilon di oggi!) e tornare a casa col buio.

Alla ricerca di fossili

Conoscevo a menadito tutti i sentieri, (molti assieme all’indimenticabile amico Willy Petrić, pennello e barattolo di vernice in mano, li ho anche marcati), anche quelli più nascosti e abbandonati da ormai molti anni. Arrivare a Mala Učka (Piccolo Montemaggiore in italiano), il più alto paese dell’Istria, significava d’estate abbeverarsi alla fontana del... fascio – era di ghisa, costruita durante il ventennio al centro del paese –, ad agosto ingozzarsi di dolcissime ciliegie, in autunno raccogliere le more di rovo per la marmellata e, ai tempi in cui mia figlia frequentava la facoltà di biologia, cercare e raccogliere i fossili, che nei pressi del paesello sono molto numerosi.

Dato che lavoravo alla domenica, era al lunedì che me ne andavo quasi sempre da solo, catturato di solito dai vasti cieli aperti, dalla ricca vegetazione che nessun altro monte affacciato all’Adriatico ne ha di uguale. Lo hanno dichiarato illustri biologi che sin dall’antichità sono passati da queste parti, compreso l’illustre Federico II re di Sassonia (vedi la lapide murata a Laurana).

Quando c’er anche una scuola...

Adesso a causa... dell’età e delle gambe malate devo scegliere un’altra strada per arrivarci. Arrivato magari con un autobus al passo del Poklon inizio la discesa verso l’Istria sulla vecchia serpentina che salta il Monte, tracciata come mulattiera già al tempo degli scambi tra Liburni e Istri, consolidata dai romani e fatta strada vera e propria, anche se di macadam, sotto Giuseppe II d’Austria (da qui appunto il nome di Giuseppina) nel 1785.

Il primo picco che incontro è il Krog, dai fiumani normalmente chiamato Fortezza, che con i suoi conclamati 1000 metri esatti (anche se in effetti sono 1003). Più avanti raggiungo le poche case di Vela Učka (Grande Montemaggiore) e infilo una stradetta che passa addirittura accanto alla vecchia scuola costruita ai tempi dell’Italia e che sta a significare che allora in questi posti viveva molta più gente di adesso.

... e quando pulsava la vita

Arrivare oggi a Mala Učka ti si stringe il cuore: rari cespugli, spiccano sui prati i molti fiori, mentre nel cielo non è raro che volteggino le poiane. Oltre una specie di poggiolo appare il paesino che appunto con i suoi 1000 metri è il più alto dell’Istria e, una volta almeno, apparteneva al comune di Pisino. Oggi dunque una ventina di case diroccate (solo pochissime rifatte!), dai tetti sfondati, le stalle di un tempo che avevano i tetti coperti di paglia sono annerite dal fumo e dalle piogge. Poco lontano gorgoglia il torrentello Studena, originato da una sorgente che scaturisce più in alto sul costone di fliss a sud del monte e che giù si perde in un crepaccio che sgravia le acque nella vallata, in parte nel letto della Boljunčica.

Al tempo in cui vi pulsava la vita queste case dovevano essere bellissime: tutte di pietra strappata dal monte, avevano un non so che di pastorale. Oggi l’abbandono le fa andare lentamente in sfasciume. Civettuoli i ballatoi sopra gli ingressi dal portale ad arco, gli atri hanno ancora lembi di intonaco dipinto a fiori imprigionato in pareti e soffitti di giunchi intrecciati. Spaziose le cucine spesso a forma circolare (chiamate tòrnice) onde permettere una migliore irradiazione del calore offerto dalle fiamme del focolare messo al centro.

Sopra la cappa, grate di assicelle per la stagionatura dei formaggi (e anche dei prosciutti). Per le scale di legno – attenzione ai crolli! – si può talvolta salire alle stanze da letto molte provviste di caminetto perché d’inverno qui doveva far freddo sul serio! Dietro le case le stalle, tutte con i tetti di paglia ma ormai da tanto divorati dal tempo.

L’orrida devastazione del 30 aprile 1944

Provo una strana sensazione aggirarmi tra le mura sbrecciate, sotto gli archi che sembrano attendere l’ingresso di mandrie e di greggi al tramonto. Che il paese fosse morto lo avvertivo non soltanto dal silenzio, rotto dal frusciare del fogliame dei grandi noci e dal cinguettio degli uccelli, ma anche dall’assenza degli odori peculiari del villaggio: il profumo di uomini e di animali, di fumo, di fieno, di letame. Dopo l’ultimo conflitto mondiale la gente ha abbandonato queste dimore. Pian piano è scesa nel litorale, con giovani e vecchi, in cerca di migliori condizioni di vita.

Ed è palese che dopo l’orrida devastazione con l’incendio appiccato dai nazifascisti il 30 aprile del 1944 (c’è una lapide fissata alla roccia a ricordarlo, mentre nel cimitero di Moschiena riposano i morti, che furono uno ogni cinque abitanti), si è cercato di ricostruire qualche casa. Ma non è bastato. La gente è scesa dal monte.

I pastori macedoni scomparsi

Da queste parti è anche difficile acquistare un rudere per restaurarlo, per adibirlo a sede di vacanza: troppe le questioni giuridico-patrimoniali irrisolte, come ci ha detto un vecchio che per caso abbiamo incontrato. E così negli orti abbandonati non ci sono più le famose, saporite patate, gli alberi da frutto inselvatichiscono anche se parecchi continuano a dare le ciliegie, le susine gialle, mele, noci e, strano data l’altitudine, anche qualche fico anchilosato che cerca di farsi strada tra la sterpaglia.

C’è stato qualche anno fa, anzi più di qualche anno fa, chi ha cercato di trarre profitto dall’abbandono totale. Una volta qui il possesso delle greggi era regolato dal sistema del cosiddetto "kvarnar" (quaranta capi). E chi aveva "kvarnar kvarnara" stava bene, i pascoli erano immensi lungo i dorsali alti della costa liburnica, chilometri e chilometri di rara macchia mediterranea fino a Trebišće, Grabrovo, Bersezio...

Erano arrivati perciò alcuni allevatori da Tetovo che possedevano più di un "kvarnar kvarnara", i quali pastori non riuscivano a trattenere molto i loro prodotti caseari tanto erano richiesti soprattutto dalle varie "konobe" a servizio dei turisti. Questi pastori per lo svernamento raggiungevano l’Istria bassa, addirittura il Prostimo di Dignano e di Gallesano. Si pensò addirittura – dato che si disponeva di oltre tremila pecore – di acquistare un impianto di mungitura automatica. Poi arrivò la cosiddetta "guerra patriottica" e tutto questo decadde in breve tempo, i pastori e i loro greggi chissà dove sono finiti ed è un peccato perché la richiesta di formaggio pecorino da parte del turismo è molto alta.

Per la Giuseppina verso il Poklon...

Oggi? Gli interi versanti abbandonati sono coperti da una folta erbaccia legnosa che degrada il terreno e rappresenta anche un grande pericolo di incendi nella stagione calda e secca. Qualche anno fa le fiamme erano arrivate fino alla Valdarsa in quanto non ci sono strade o sono tracciate appena e non permettono un servizio antincendio. E, bisogna alla fine sottolinearlo, quassù la rigogliosità dei pascoli è confortata da circa 3000 mm di pioggia annua per metro quadrato (solo 1200 ad Abbazia e meno di 800 sulla costa occidentale della penisola istriana!).

Con tutti i miei ricordi, con i miei rimpianti, lascio questo paesino deserto, gli ampi panorami, l’aria pulita, il torrente che mormora quieto, le poiane che solcano il cielo e, assieme al vecchio che ho qui incontrato e che piange nel lasciare il rudere della sua casa, ritorno a malincuore sulla strada Giuseppina e poi su verso il Poklon.

43 – La Voce del Popolo 11/06/11 Speciale - Due simboli nel cuore di Fiume, la chiesa di San Girolamo

di Mario Schiavato

La storia della colonna dello stendardo e della chiesa di San Girolamo
Due simboli nel cuore di Fiume

Arrivando oggi nella piazza dell’ex Municipio di Fiume, incastrata dalle troppe automobili parcheggiate, tuttavia non si può fare a meno di gettare uno sguardo da un lato alla solenne colonna dello stendardo civico e dall’altro alla chiesa di San Girolamo e relativo chiostro. Non è semplice fare la storia di questi due... reperti archeologici.

La nave veneziana

In origine la colonna dello stendardo si trovava a circa venti metri davanti la Torre civica e quindi, all’epoca, sulla riva del mare. La sua storia si pone attorno all’anno 1502, mentre era in corso la guerra tra la Repubblica di Venezia e l’impero germanico di Massimiliano I e ricorda uno dei momenti tragici della città. I fiumani, essendo indifesi, con un certo terrore si aspettavano un attacco, perciò quando la mattina del 27 maggio 1508 videro approssimarsi da Castelmuschio una grossa nave, s’arresero subito.

Ne sbarcarono i parlamentari del provveditore Gerolamo Contarini, il quale assicurò ai fiumani la vita e gli averi. Fu così dunque che la città passò sotto il dominio della Serenissima la quale qui lasciò una sua guarnigione comandata da un certo Querini. A dire la verità il dominio veneto non cambiò di molto la vita dei fiumani se non per la presenza dei dignitari veneti e per la bandiera con il leone che sventolava infissa nella colonna di pietra che, a sua volta, recava scolpito il succitato leone nel medaglione centrale.

La colonna che ancor oggi possiamo vedere è alta circa due metri e porta di lato un bassorilievo raffigurante il patrono di Fiume, San Vito, un medaglione ora vuoto (la cui causa vedremo in seguito), e in alto, all’intorno, la seguente dicitura latina: "Numine sub nostro tute eequiescite gentes/arbitrii vestri quidquid habetis erit/MCCCCCVIII" (in traduzione: Sotto la protezione del nostro Signore riposate sicure, o genti/i vostri desideri saranno esauditi/1508).

L’attacco del capitano Trevisan

Ma le cose nel giro di tre anni cambiarono: la tregua tra Massimiliano e Venezia fu rotta e la guerra riprese. La guarnigione veneta di Fiume fu travolta da 1.500 fanti comandati da Andrija But al soldo dei Francopani e sotto la bandiera asburgica. Ben presto, però, arrivarono ben quindici galee veneziane comandate dal capitano Angelo Trevisan, che nella notte del 2 ottobre 1508 attaccò Fiume con duemila uomini.

Fu quella una battaglia terribile che imperversò anche nel giorno seguente. Molti furono tagliati a pezzi, della città si distrusse tutto quanto si poté (lo scrisse lo stesso Trevisan) in quanto le truppe venete s’erano imbestialite soprattutto nel vedere che il Leone di San Marco era stato completamente scalpellato e abraso, in esecuzione di un ordine emesso da But subito dopo il suo arrivo. Ecco, dunque, perché la colonna dello stendardo, oggi finalmente e onorevolmente sistemata nella piazza dell’antico municipio, reca a sinistra del bassorilievo di San Vito un rozzo medaglione vuoto.

Qua fu Fiume...

Secondo il Quercini, cioè il primo Provveditore veneto che curò l’inventario, il bottino che gli assalitori raccolsero valeva qualcosa come 7000 ducati d’oro e venne in parte distribuito alle "fedelissime ma povere zurme". Distrutta così la città, Trevisan fece una relazione e così scrisse alla Signoria veneta: "Et mai più si dirà qua è Fiume, ma qua fu Fiume".

La città però a poco a poco risorse mentre il Trevisan cadde in disgrazia per un’altra battaglia persa, nella quale morì un gran numero dei combattenti imbarcati. Per questo fu duramente condannato e addirittura bandito per tre anni dai territori della Serenissima.

Per ciò che riguarda invece la bandiera che veniva issata sul pennone, riportiamo quanto scrive lo storico Kobler nelle sue "Memorie" edite nell’anno 1896: "Da pochi anni a questa parte, dopoché fu riconosciuta l’autonomia politica della città, nelle pubbliche festività si vede spiegata sull’antenna presso il Civico Magistrato una nuova bandiera portante il colore violetto, carmino e giallo, i quali furono desunti dallo stemma del 1659."

Successivamente quel carmino, che poi sarebbe carminio, fu sostituito dall’amaranto e amaranto restò.

Ma negli ultimi tempi, si sa, altre bandiere si sono succedute. E dall’aquila è stato tolto anche quell’"indeficienter"...

L’affresco sconosciuto in San Girolamo

Per quanto riguarda la chiesa di San Girolamo, non era tanto l’edificio sacro che ci interessava, in quanto avevamo avuto l’occasione di visitarlo altre volte, ma il convento vero e proprio del quale immaginavamo un bel chiostro. E invece rimanemmo piuttosto delusi. Infatti, ormai non è altro che un giardinetto piuttosto abbandonato e gli archi del colonnato, se c’erano, certamente sono stati murati da moltissimi anni fa per poter in qualche modo ospitare e difendere dall’erosione del tempo tutte quelle lapidi qui murate e che ancora oggi fortunatamente lo circondano.

Dalle pareti interne dei corridoi talvolta sono stati tolti gli intonaci per poter rafforzare le mura ma, da quanto ci ha dichiarato il monaco fra Bernardo che ci ha fatto da guida, l’opera prosegue molto, ma molto a rilento e, da come vanno i lavori, non si sa di certo quando l’Istituto per la conservazione dei monumenti li porterà a termine. Tra l’altro in una parete sono stati trovati anche degli affreschi che però sono stati in parte rovinati proprio perché nessuno immaginava che esistessero. A questo proposito pensiamo che la città davrebbe interessarsi di più a questo sito il quale, tra l’altro, potrebbe attirare anche molti visitatori, nonché turisti.

Predicatori di fama

Ma veniamo alla storia vera e propria e del monastero e della chiesa. Ci dice il Kobler nelle sue "Memorie della liburnica città di Fiume": "Il tempo in cui fu piantato questo monastero, è incerto. In una lite insorta nel secolo XVII tra il capitolo della chiesa collegiata e il convento circa l’esercizio di alcuni diritti parrocchiali, i frati Agostiniani, basandosi sulla tradizione, dicevano che il convento esisteva a Fiume da otto secoli e che si era reso benemerito nella conversione dei pagani e degli scismatici...".

Comunque, sempre dal Kobler apprendiamo ancora che "... nell’Austria Sacra" un libro del Padre Marian si legge che Ugone da Duino nel 1315 fondava questo convento e negli annali del Dott. Kandler sta che quell’Ugone fece fabbricare nel 1315 anche la chiesa di San Girolamo".

Da copia autentica conservata nell’archivio arcidiaconale di Fiume si sa che "... il convento percepiva la quarta parte della decima, possedeva sul Carso una villa detta ‘Linda’ e un’altra detta ‘Studena’ e riceveva la decima del prodotto di granaglie, agnelli e api di Podgraje, Sabice, Gratos e Drepzak" (...).

Più avanti il Kobler aggiunge ancora: "Seguirono altri acquisti di fondi in Fiume, sul Carso, nell’Istria montana, sull’isola di Veglia. Coi possedimenti sul Carso fu composta la signoria di Klana la quale (...) rendeva annualmente fiorini 825,25 netti, e a titolo di caccia, di pesca e di patronato 100 zecchini"... Mica male per un convento il quale "... è certo, diede predicatori di fama e parecchi vescovi".

Il pozzo scomparso

Ritorniamo al Kobler per parlare ora della chiesa vera e propria: "Questa fu ristaurata nella prima metà del XVI secolo e ampliata intorno l’anno 1766. Allora fu allungata di 15 passi veneti nella parte occidentale ove è l’ingresso, ed a tergo fu aperto ad uso pubblico quel pozzo che tuttora esiste (ma che noi inutilmente abbiamo cercato); ma già prima, nell’anno 1744, era stato ristaurato il santuario e posto un nuovo altare di marmo a spese del negoziante G. Minolli. Sotto il coro si trovano due quadri dipinti a olio con gli stemmi dei signori di Duino e di Walsee".

Molto interessante ancora questa nota: "Sin dal secolo XVI la chiesa di San Girolamo consideratasi come chiesa italiana, e nella quaresima vi saliva il pulpito un predicatore italiano. Quanto durasse questa pratica, non consta; poiché nel secolo XVII si trova il predicatore italiano nel Duomo, poi nuovamente in San Girolamo, finché un conchiuso municipale del 1689 disponeva che in avvenire questi predicasse nel Duomo e non altrove".

"Nella chiesa e nel contiguo atrio vi erano molte tombe, ma di alcune pietre sepolcrali sono in tutto o in parte corrose le epigrafi". Sono appunto queste le lapidi oggi murate attorno a quello che una volta era il chiostro e che, speriamo, vengano quanto prima rivalutate e quelle tolte, rimesse al loro posto.

44 - Bollettino Araldico Venezia n° 8 – Agosto 1912 La Casa Viscovich, impressioni di una gita a Perasto

 

LA CASA VISCOVICH

Impressioni di una gita a Perasto

Nel giugno scorso trovandomi per alcune ricerche a Cattaro ebbi la fortuna di conoscere il conte Cristoforo Viscovich persona colta e simpatica che m' invitò a visitare Perasto, la sua città nativa, e ad assistere in pari tempo ad una caratteristica solennità. Ogni anno il 29 giugno, festa di S. Pietro, si riporta nella vicina isoletta della Madonna dello Scarpello l’ immagine della B. V. che dal primo, maggio viene esposta in Perasto pel mese mariano.

Al tramonto del sole il clero, in lancia a remi, trasporta la detta immagine alla pittoresca isoletta che sorge poco discosta e di fronte a Perasto. In passato i Turchi, tormentavano con continue scorrerie (quei disgraziati paesi, ed avevano tentato anche di rubare, durante la processione, il prezioso quadro; erasi perciò stabilito di proteggere il trasporto con una linea di difesa di barche armate e legate in catena fra loro. Tale usanza pietosa e guerresca che risale al 1400 è rimasta, ed è un ricordo caratteristico di tempi fortunatamente lontani.

Col sig. co. Cristoforo presi posto nella terz' ultima delle quarantaquattro barche armate che quest' anno presero parte, alla tradizionale festa. Legata la prora dell' una alla poppa dell' altra, la lunga fila si spiegò a semicerchio mentre di lontano vedevasi la barca trasportante la madonna che s'avviava in linea retta alla chiesetta.

Nella prima barca prese posto l’Alfiere e dato il segnale delle scariche, le fucilate si seguirono a riprese facendo rintronare le pittoresche incantevoli Bocche. Passando il corteo vicino all' altra isoletta di S. Giorgio, pur vicinissima, le scariche si rinnovarono in senso inverso, come per salutare gli antenati che colà dormono il sonno eterno sotto lapidi stemmate. Giunti all' isoletta e deposta sull' altare la madonna la funzione ebbe fine, e visitammo la chiesa e la casa del custode che è, si può dire, un piccolo museo di ricordi marinari di battaglie, di episodi, di grazie ricevute di cui i bocchesi, ed in ispecie i perastini, vanno giustamente orgogliosi. È un complesso che insieme con lo splendido quadro che offre la natura, produce un'emozione che lascia ricordo indimenticabile. Durante la mia permanenza a Perasto il sig. conte Viscovich con sentite parole espresse la sua riconoscenza verso il Sindaco di Venezia Conte N. H. Filippo Grimani, che nel discorso inaugurale del campanile di S. Marco volle ricordare il commoverìte episodio del seppellimento della bandiera della caduta repubblica Veneta (1797) sotto l’altare della chiesa di Perasto, e ciò primieramente come perastino memore e appassionato dei ricordi veneziani e poi perché chi effettuò la gloriosa cerimonia accompagnandola con un elevatissimo discorso, fu appunto l'avo suo conte Giuseppe Viscovich elogiato dal Cantù, dal Botta, e da altri storici illustri.

La casa del Conte Cristoforo Viscovich in Perasto, nella quale ebbi l'onore d'esser ricevuto con quella ospitalità e cortesia che si legano ai costumi degli antichi veneziani, è, si può dire, un vero museo di memorie storiche. Conserva ancora la torre dalla quale spunta minaccioso verso la montagna uno dei quattro grossi cannoni di cui era armata per proteggere sé e il paese dalle feroci incursioni dei Turchi, dei Montenegrini e dei Pirati. Vi si ammirano trofei, bandiere turche, pergamene, diplomi, ritratti bellissimi di famiglia e di parentela fra i quali risaltano quello dell' ultimo capitano di Perasto summenzionato, conte Giuseppe Viscovich, nel suo ricco costume di ve-neto ufficiale; e quello del conte Antonio Viscovich che si trovava a Parigi durante e dopo la rivoluzione e che accordatosi coll'ambasciatore Querini tentò di salvare la Veneta Repubblica, usando delle sue influenze presso quel Governo. (Lasciò Parigi dopo la caduta del Direttorio).

Vidi pure il ritratto del conte Alvise Viscovich, di lui fratello, capitano della Galeotta di bocchesi che al porto del Lido si oppose all' ingresso del vascello francese condotto dal Laugier e lo investì uccidendo il capitano e parecchi soldati.

Le spade intrise di sangue francese sono appese a quelle pareti in mezzo ad una quantità di armi antiche e gloriose.

Fra gli oggetti portati da Parigi dal co. Antonio e acquistati all'asta tenuta dai rivoluzionari, vidi una magnifica coperta da letto di seta tutta ricamata a mano con finissimo lavoro, già appartenente alla Regina Maria Antonietta, ed un piccolo fucile da caccia decorato d'argento dell'infelice Delfino.

Sono ivi raccolte numerose medaglie, decorazioni, croci di S. Marco ed una ricca collana d’oro del cavalierato di S. Marco di cui era insignito il co. cav. Francesco Viscovich colonnello degli Oltramarini, ch'ebbe il titolo di conte per meriti di guerra, con Ducale 11 giugno 1695 del doge Silvestro Valier.

Sarebbe lungo il ricordare qui tutti gli illustri personaggi della casa Viscovich e tutto quanto ammirai nella mia troppo breve visita, ma non posso dimenticare di far cenno all'impressione da me riportata che Perasto cioè sia stata la culla di veri eroi del mare, di patriotti, di soldati fedeli e devoti a Venezia, la quale ben s'apponeva affidando ai perastini la custodia delle proprie bandiere nelle battaglie navali contro l'eterno, feroce nemico (1) e che a Perasto, più che altrove, siano palpitanti le tradizioni e vivi i ricordi della gloriosa Repubblica. (2)

G. De Pellegrini

(1) Alla battaglia di Lepanto (1571) i Perastini ebbero come il solito la guardia del gonfalone sulla nave capitana di Venezia, e di 15 dì essi che vi si trovavano 7.restarono morti. Il pilota della nave di D.Giovanni d'Austria era pure un perastino Pietro Stiepcovich-Marcovich.

(2) La Comunità di Perasto era da tempi antichissimi costituita di Casade ciascuna delle quali era composta di varie famiglie aggregate,insieme, formanti un ordine chiuso di cittadini e dipendenti da un solo capo di casata. Qualche cosa come gli Alberghi di Genova.

Presso il Municipio conservasi un quadro ove intorno allo stemma della Comunità vedonsi gli stemmi delle dodici casate dei nobili origìnari perastini, " che disegnai per la mia raccolta e sono :

Bratizza Peroevich Smiloevich

Cismai Raicovich Stoisich

Dentali o Subazzi Sestocrilich Studeni

Miocovich Siloppi Vucassevich

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