Rassegna Stampa Mailing List Histria
Sommario N° 784 – 16 Luglio 2011

455 – Il Piccolo 13/07/11 Napolitano rimanda la visita a Pola (Andrea Marsanich)

456 - La Voce del Popolo 15/07/11 Il presidente Napolitano: «La tragica pagina della storia appartiene al passato»

457 - Il Piccolo 09/07/11 «La legge sui beni sana gli antichi contrasti», soddisfazione in Italia per la svolta croata. (Giovanni Tomasin)

458 - Club Radio 14/07/11 Italia-Croazia: Lacota, bene dichiarazioni Josipovic

459 - Il Piccolo 11/07/11 Fiume, 31 ragazzi scelgono l'ex liceo italiano, preside soddisfatta delle nuove iscrizioni ma molte famiglie preferiscono le scuole della maggioranza (Virna Bachich)

460 - Il Piccolo 14/07/11 Missoni, autobiografia dell'anima dalmata (Maria Cristina Vilardo)

461 - La Voce del Popolo 14/07/11 Le isole dalmate fanno gola pure agli acquirenti italiani

462 - Avvenire 14/07/11 Testimonianze - Profughi d'Istria accolti dall'odio (Giovanni Mattazzi)

463 - L'Arena di Pola 30/06/11 Raduno del Liibero Comune di Pola: Perfino gli ex partigiani salutano gli esuli (Paolo Radivo)

464 - Il Piccolo 11/07/11 Jakovcic, 20 anni nella Dieta: tra due anni Istria autonoma (p.r.)

465 - Secolo d'Italia 12/07/11 D'Annunzio e la beffa di Buccari (Luciano Garibaldi)

466 - La Voce del Popolo 12/07/11 Albona - «Pozzo Littorio e Arsia nella Rotta culturale europea» (Tanja Škopac)

467 - Corriere Italiano 12/07/11 Le foibe e la pulizia semantica (Claudio Antonelli)

468 - La Voce del Popolo 09/07/11 Da Bersezio a Fianona alla ricerca di un fiore (Mario Schiavato)

A cura di Stefano Bombardieri

455 – Il Piccolo 13/07/11 Napolitano rimanda la visita a Pola

Napolitano rimanda la visita a Pola

Il Presidente conferma il viaggio di domani a Zagabria ma la crisi finanziaria lo spinge a rinviare l’incontro con gli italiani

di Andrea Marsanich

POLA A soli tre giorni da un evento tanto atteso e fin qui splendidamente organizzato, salta venerdì la parentesi polese dei capi di Stato di Italia e Croazia, Giorgio Napolitano e Ivo Josipovic. Dunque niente incontri con la Comunità nazionale italiana e con gli esuli e niente concerto alla celebre Arena romana. La notizia, tanto clamorosa quanto inaspettata, è cominciata a serpeggiare ieri tra i connazionali che vivono in Istria e nel Quarnero, tra i quali a migliaia avrebbero dovuto partecipare al concerto della Filarmonica di Zagabria e del coro riunito delle Comunità degli italiani.

Invece nulla di tutto questo e rinvio al 3 settembre prossimo, con la giustificazione che il motivo è riconducibile all’approvazione, in programma domani al Senato italiano, del maxi emendamento del governo alla Finanziaria. Quasi superfluo dire che la cosa ha creato delusione e disappunto in seno alla nostra Comunità nazionale e soprattutto tra gli organizzatori dello storico appuntamento polese, che tanto si sono impegnati per un happening dedicato al 150.o anniversario dell’Unità d’Italia, per i 20 anni dalla nascita di Croazia e Slovenia e alla vigilia dell’adesione di Zagabria all’Unione europea, come pure in occasione del ventesimo di fondazione della nuova Unione italiana. Avrebbe dovuto essere il più grande evento di sempre nella storia degli italiani "rimasti", con decine di pullman pronti a partire per Pola con a bordo numerosissimi connazionali.

Dovevano unirsi ai connazionali del posto e assistere ad un trattenimento musicale che si preannunciava indimenticabile. Contattato, l’ambasciatore italiano in Croazia, Alessandro Pignatti, ha parlato di rinvio al 3 settembre e non di cancellazione. «Il programma non dovrebbe spostarsi di una virgola - ha precisato il diplomatico - e noi ci lavoreremo in questo senso. Capisco la delusione della nostra Comunità nazionale, ma ripeto che si tratta solo di un rinvio». Alla voce imbarazzata dell’ambasciatore Pignatti si è unita la dichiarazione del deputato connazionale al Sabor e presidente dell’Unione italiana, Furio Radin: «Mi dispiace per la gente, per i coristi, per gli organizzatori, per i componenti della Filarmonica e per tutti noi. Si è lavorato tanto per poi veder saltare questo appuntamento all’anfiteatro polese che prometteva di essere tramandato ai posteri come qualcosa di eccezionale. Per la data del 3 settembre vedremo che tipo di manifestazione sarà. Non voglio aggiungere altro». Deluso anche Maurizio Tremul, presidente della giunta dell’esecutiva Ui. «Una grande aspettativa, una grande attesa - ha dichiarato - andata frustrata purtroppo per cause di forza maggiore. Dovremo probabilmente attendere un altro momento per celebrare un atto simbolico che volevamo fosse la grande festa degli italiani, dell’amicizia e dell’integrazione. Ringrazio tutti i miei collaboratori per lo sforzo profuso». Invece la visita ufficiale del Presidente Napolitano in Croazia non è stata rimandata e avverrà regolarmente. Da quanto confermato il capo del Quirinale arriverà stasera a Zagabria e parteciperà al pranzo offerto dall’ambasciatore Pignatti. Domani sarà ricevuto dal suo omologo Ivo Josipovic e dalla premier Jadranka Kosor.

Poi il rientro di Napolitano in Patria, con l’Arena di Pola che venerdì non si illuminerà al suo interno, né ospiterà numerosissimi connazionali che si preparavano per il gran giorno. Sul rinvio ci sono stati nel pomeriggio di ieri due comunicati, dell’Unione italiana e della Federazione delle Associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati. Nel primo si esprime rammarico per le 4–5mila persone che avevano aderito alla manifestazione a Pola, per i coristi e attivisti delle Comunità degli italiani prodigatisi nel preparare un programma per i due presidenti, mentre nel secondo si precisa che l’evento si terrà il 3 settembre, con programma invariato.

456 - La Voce del Popolo 15/07/11 Il presidente Napolitano: «La tragica pagina della storia appartiene al passato»

Il presidente Napolitano al Sabor si è soffermato sulle minoranze e sulle tragedie di queste terre

«La tragica pagina della storia appartiene al passato»

"Da italiano, da europeo, saluto con gioia pari solo alla vostra il prossimo arrivo di Zagabria nella famiglia dell’Unione Europea. Il vostro ingresso a pieno titolo quale 28.esimo Paese membro, il 1.mo luglio 2013, è un traguardo storico. Lo avete perseguito con tenacia e perseveranza, durante sei anni di difficili e complessi negoziati". Lo ha detto il presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, intervenendo al Sabor. "Insieme Italia e Croazia - ha aggiunto il Capo dello Stato nel suo discorso ai deputati - possono sostenere la prospettiva euroatlantica di tutta l’area balcanica e adriatica, rafforzando sicurezza, stabilità e prosperità della regione, su basi solide e durature".

RIAVVICINARE CHI HA SUBITO TORTI Napolitano ha inoltre annunciato che insieme al presidente Josipović si recherà presto in Istria "per rendere omaggio alle vittime di un atroce passato, inchinarci dinanzi agli innocenti, impegnarci a riavvicinare chi ha subito torti. Ma soprattutto per riaffermare che questa tragica pagina della storia appartiene al passato: non al presente, non al futuro. E col passato della violenza e della guerra fascista, l’Italia ha chiuso i conti con la lotta di Liberazione, con il 25 aprile 1945, e dando vita alla Repubblica e alla Costituzione".

BILINGUISMO, RISULTATI CONSIDEREVOLI Per il Capo dello Stato italiano "la presenza di una minoranza autoctona italiana in Istria e nelle altre zone di insediamento storico, Fiume e Dalmazia, così come l’esistenza di una storica minoranza croata in Italia rappresentano un ponte e una ricchezza nelle nostre relazioni". "La minoranza italiana in Istria, Fiume e Dalmazia gode del pieno rispetto dei diritti fondamentali, del sostegno anche finanziario del Governo croato ed ora del cosiddetto ‘doppio voto’, della possibilità cioè di esprimersi per il proprio candidato e allo stesso tempo per le liste politiche generali. Sono conquiste significative. I risultati raggiunti nel bilinguismo sono considerevoli".

NON DISCRIMINAZIONE Napolitano ha anche ricordato di aver incontrato più volte e incontrerà presto anche a Pola gli esuli italiani "i rappresentanti di coloro che sono stati protagonisti loro malgrado dell’esodo dalle terre natali dell’Istria, Fiume e Dalmazia. Sono certo che potranno trovare piena applicazione anche nei loro confronti i principi europei che abbiamo seguito finora: rispetto dei Trattati, non discriminazione e parità di trattamento. E rispetto per le loro dolorose esperienze".

"La comune appartenenza all’Unione Europea - ha concluso il presidente italiano - ai suoi valori, ai suoi principi, rappresenta il modo migliore per superare definitivamente ogni ferita e ogni contrapposizione, per farsi cittadini di una polis più ampia, comune e condivisa".

457 - Il Piccolo 09/07/11 «La legge sui beni sana gli antichi contrasti», soddisfazione in Italia per la svolta croata.

«La legge sui beni sana gli antichi contrasti»

Soddisfazione in Italia per la svolta croata.

Menia: «Lubiana più arretrata». Radin: «C’è tanto da fare»

di Giovanni Tomasin

TRIESTE Suscita grandi speranze la decisione del governo di Zagabria di aprire sulla restituzione anche per gli stranieri dei beni espropriati dopo la Seconda guerra mondiale. Tanto in Italia quanto in Croazia il gesto del governo marcato Kosor viene visto come una picconata al muro di diffidenza che decenni divide i due paesi.

«Troppo a lungo i cittadini stranieri non hanno avuto accesso alla denazionalizzazione - dice il rappresentante della minoranza italiana al parlamento di Zagabria, Furio Radin -, uno scandalo dovuto in parte al nazionalismo in parte alla mancanza di fondi. Ora quello scandalo è finito». Radin precisa che «si tratta di una proposta di legge in prima lettura, ci sono tanti margini di miglioramento». L’obiettivo del parlamentare sarà in primis di far sì che chi ha già fatto domanda in passato ora possa avere accesso ai beni senza dover ripetere le pratiche.

Anche il parlamentare italiano Roberto Menia accoglie con favore la notizia: «È un segnale che rende la Croazia europea a tutti gli effetti - dice -. Al parlamento italiano avevo posto il problema della restituzione dei beni agli esuli: se la proposta del governo di Zagabria dovesse andare in porto, come mi auguro che avvenga, segnerebbe un ulteriore avvicinamento all’Ue in generale e all’Italia in particolare». La proposta di legge marca una differenza anche fra Slovenia e Croazia: «Pur essendo membro dell’Ue Lubiana non ha concesso nulla su questo fronte - dice Menia -. Zagabria si presenta invece all’ingresso nell’Unione portando un’apertura oggettivamente più avanzata».

Renzo Codarin, vicepresidente dell’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, esprime una cauta soddisfazione: «Sicuramente si tratta di un atto di buona volontà in vista della visita del Presidente Napolitano in Croazia - afferma -. Aspettiamo di conoscere la vera entità di queste restituzioni, ma senz’altro è una notizia positiva che contribuisce al clima di distensione».

Più dubbioso Paolo Sardos Albertini della Lega Nazionale: «Da quanto vedo la proposta di legge si adegua a quanto già sancito dalla Corte costituzionale croata - spiega -. Ovvero apre alla restituzione dei beni agli stranieri la cui situazione non sia già regolata da trattati internazionali. Questo significa che potranno usufruirne gli italiani che in un primo momento scelsero la cittadinanza jugoslava, salvo poi pentirsene e fuggire in Italia. In pratica una grave penalizzazione di chi, con coerenza, scelse da subito l’Italia. È comunque un passaggio positivo, ma va considerato come un primo passo».

Stelio Spadaro, l’istriano che per decenni è stato una colonna della sinistra giuliana, auspica che questo passaggio porti a un’ulteriore avvicinamento delle sponde adriatiche: «È un altro passo importante che contribuisce a sanare vecchie sopraffazioni - commenta , ed è un segnale del cambiamento del clima politico e civile croato. Va apprezzata la convizione con cui la Croazia sta percorrendo, con evidente buona volontà, l’integrazione all’Unione europea». C’è ancora molto da fare, dice Spadaro: «Ma le nuove prese di posizione della politica croata, e i raduni degli esuli che sempre più frequentemente avvengono in località della penisola istriana rendono più veloce il cambiamento in atto, portando a una più stretta collaborazione tra le genti adriatiche». Da qui il plauso di Spadaro agli attori del cambiamento: «Sagge le Istituzioni, lungimiranti i popoli, e in particolare quelle associazioni degli esuli che in questi anni hanno saputo conservare, senza estremismi, la memoria di una civiltà che è parte cospicua e significativa della storia di queste regioni»

458 - Club Radio 14/07/11 Italia-Croazia: Lacota, bene dichiarazioni Josipovic

Italia-Croazia: Lacota, bene dichiarazioni Josipovic

TRIESTE, 14 LUG – Massimiliano Lacota, presidente dell’Unione degli istriani, "accoglie con grande favore le dichiarazioni del Presidente della Repubblica di Croazia Ivo Josipovic che ha sottolineato in maniera inequivocabile che il diritto alla restituzione dei beni confiscati ai cittadini italiani dal regime jugoslavo deve essere riconosciuto a tutti i livelli della Craozia e dalle sue istituzioni". Per l’Unione degli Istriani – ha aggiunto Lacota – questa e’ una tappa fondamentale verso quella riconciliazione tra nazioni che da molti anni gli esuli istriani fiumani e dalmati attendevano "e rappresenta la conclusione di un percorso che due anni fa incontrando personalmente pochi giorni dopo la sua elezione a Zagabria il Presidente Josipovic – ha concluso Lacota – ha determinato con una conseguente azione politica internazionale".

459 - Il Piccolo 11/07/11 Fiume, 31 ragazzi scelgono l'ex liceo italiano, preside soddisfatta delle nuove iscrizioni ma molte famiglie preferiscono le scuole della maggioranza

Fiume, 31 ragazzi scelgono l’ex liceo italiano

Preside soddisfatta delle nuove iscrizioni ma molte famiglie preferiscono le scuole della maggioranza

di Virna Bachich

FIUME Al termine della prima tornata d’iscrizioni alle prime classi delle scuole medie della Regione litoraneo-montana, alla Scuola media superiore italiana di Fiume tirano le somme e si dicono soddisfatti del numero d’iscritti ai quattro indirizzi di studio. Andando nel dettaglio sono 31 gli alunni che hanno scelto l’ex Liceo. L’indirizzo con il maggiore numero d’iscritti è quello generale, con 14 allievi, segue quello turistico-alberghiero con nove. Per l’indirizzo matematico, invece, hanno optato sette ragazzi. Un solo alunno si è notificato al triennio per commessi e probabilmente a settembre verrà iscritto all’indirizzo turistico-alberghiero. Anche questo anno, dunque, scarso l’interesse per l’indirizzo per commessi che come gli altri indirizzi avrebbe potuto accogliere 20 alunni. «Neanche questo anno potremo aprire questo triennio di studio – spiega la preside della Smsi di Fiume, Ingrid Sever –. Ne abbiamo parlato a livello di Comitato scolastico. Cercheremo di trovare una sostituzione per ovviare a questo problema. Eventualmente si potrebbe aprire un altro indirizzo, a esempio quello per cuochi che ci piacerebbe molto. L’iter però è molto lungo e vedremo se riusciremo a offrirlo ai ragazzi l’anno prossimo».

La professoressa Sever fa il punto della situazione per quanto concerne gli iscritti all’ex Liceo: «I ragazzi che hanno optato per la nostra scuola (l’unica media superiore italiana della Regione del Quarnero e Gorski Kotar) sono dunque 31, ossia il 57% degli alunni che hanno terminato le 8.e classi delle quattro scuole elementari italiane operanti a Fiume, frequentate in totale da 55 allievi». Avevamo chiesto al Ministero dell’istruzione - continua - di aprire 60 posti all’ex Liceo ma secondo il modo di fare del dicastero predetto hanno imposto 80 posti. Quindi può sembrare che ne abbiamo iscritti pochi ma noi sapevamo benissimo quanti erano i ragazzi delle 8.e classi delle elementari italiane. L’anno scorso a iscriversi alla Smsi di Fiume sono stati 34 alunni, ossia solo il 48% degli allievi delle classi conclusive delle scuole dell’obbligo con lingua d’insegnamento italiana.

Quest’ anno, quindi, questa prima tornata è andata abbastanza bene». È la valutazione espressa dalla preside Sever, la quale sottolinea come all’ex Liceo sarebbero ben lieti di potere iscrivere ancora qualche alunno e sono in attesa della seconda e terza tornata d’iscrizioni che si avranno rispettivamente la settimana prossima e nel mese di agosto. «Rispettiamo comunque i voleri delle famiglie che decidono di fare continuare gli studi in scuole della maggioranza» rileva la Sever, che sta attendendo la luce verde da Roma per l’avvio della ristrutturazione dell’ingresso dell’antico edificio (progettato nel 1888 dall’architetto triestino Giacomo Zammattio) e dell’aula magna.

460 - Il Piccolo 14/07/11 Missoni, autobiografia dell'anima dalmata

Missoni, autobiografia dell’anima dalmata

IL PERSONAGGIO

Mia mamma ha una grande parte in questa storia. A casa mia a Zara si parlava il dialetto veneziano-dalmato, però ho mantenuto anche l’uso della lingua croata

Il pubblico dell’atletica è tra i più belli e più colti in assoluto. L’emozione delle vittorie e la partecipazione all’Olimpiade le racconto in queste pagine

di Maria Cristina Vilardo

Quelle note di "Summertime", che lasciano in attesa l’interlocutore prima di far esplodere nella cornetta il suo saluto screziato dai colori del dialetto dalmato, non sembrano casuali. Perché l’estate, per Ottavio Missoni, è la stagione in cui ricongiungersi alle proprie origini. È un uomo di Zara, terra che gli ha dato il sangue di atleta olimpionico. Poi, certo, è anche lo stilista che tutto il mondo ama. E che si racconta in prima persona nel libro scritto con Paolo Scandaletti, il giornalista ideatore della rassegna «Libri e autori a Grado».

Edito da Rizzoli, «Una vita sul filo di lana» porterà Ottavio Missoni domani, alle 18, al Velarium Giardino del Gazebo della spiaggia principale di Grado. «Zara, dunque, il mio posto, la radice che mi rimane dentro: nelle voci, negli accenti, nei colori, nei profumi, in una malinconia che talora mi prende e diventa nostalgia. Per questo ci torno tutte le estati, e giro in barca tra le magiche isole della mia Dalmazia, la mia vera patria, quella dell’anima». Così scrive lo stilista, nato però i natali Ragusa, l’11 febbraio 1921. «Quando mi chiedono dove sono nato, dico: "Sono nato a Ragusa col passaporto italiano". Perché nel 1918, finita l’Austria, ai dalmati è stata data la facoltà di scegliere fra il nuovo passaporto jugoslavo e il passaporto italiano. Quella di mio padre è stata una scelta per essere italiani, non riconoscendosi nella cultura slava. Noi della costa non siamo né Balcani né Danubio: siamo Mediterraneo da sempre. Io chiamo la mia terra Dalmazia, non Croazia. Ho avuto la fortuna di nascere là e ho trascorso la giovinezza a Zara. Non poteva esserci un posto migliore, per la natura, per il mare». A Zara, scrive ancora Missoni, quando si incontrava qualcuno la mattina, si chiedeva: «Come hai dormito? Come stai? Hai fatto bei sogni?». E lui, che considerava tempo perso andare a scuola, la mattina dormiva a lungo. Con la complicità della madre, Teresa de’ Vidovich, contessa di Capocesto e di Ragosniza. La quale temeva che, svegliandolo presto, potesse diventare nervoso. «Mia mamma - dice Missoni - ha una grande parte in questa storia che ho scritto. A casa mia a Zara si parlava d’abitudine il dialetto veneziano-dalmato, però andavo tutte le vacanze a Sebenico, dal nonno Luca. Al terzo piano, c’era la cucina con el grande tavolon e mangiavano tutti là, dal vescovo al marinaio, ai pescatori. Così ho mantenuto anche l’uso della lingua croata, la madrelingua della mamma, che comunque parlava veneziano e un po’ di francese. A Sebenico giocavo in piazza con la mularia, che a quell’epoca non faceva distinzione tra chi era italiano, slavo o turco. A Zara nessuno dei 20mila abitanti parlava croato. Io lo parlo talvolta solo con Enzo Bettiza, che è di Spalato». Se il padre era capitano "de mar", un lontano avo di Missoni era pirata. «Due fratelli Misson, ufficiali bretoni, etano venuti in Italia al seguito di Napoleone - spiega. - Quando Napoleone tornò a Parigi, loro rimasero in Veneto, nella zona di Conegliano, dove c’è ancora qualche tomba col nome Misson. Sotto l’Austria, mio nonno era stato mandato dal Friuli a Ragusa (oggi Dubrovnik) come magistrato, e là sono nati cinque fratelli. Secondo i diplomi della Marina austro-ungarica, nel 1914 mio papà faceva Misson di cognome e nel 1915 diventò Missoni. In Bretagna esiste il clan delle famiglie Misson, una cinquantina, con il loro bollettino trimestrale. Dicevano di sapere che il mio cognome d’origine era Misson e d’ufficio mi hanno iscritto al clan. E loro raccontano che bretone era il pirata Misson, vissuto alla fine del ‘600. Era un pirata abbastanza singolare e utopico. Aveva fondato in Madagascar la repubblica Libertalia». Il Capitano Misson compare anche nelle "Storie di pirati" attribuite a Daniel Defoe, l’autore di "Robinson Crusoe". Secondo lo scrittore inglese, estendeva la sua fede nell’uguaglianza ai negri che accoglieva nel proprio equipaggio e ai nativi del Madagascar. Missoni cita invece il poeta Byron, che aveva definito il suo avo «l’uomo più mite che abbia mai affondato una nave o tagliato una testa». «Questa frase - precisa - l’ho sentita nel film "Cantando dietro i paraventi" di Ermanno Olmi. Lui sa tutto del pirata Misson, tant’è che adesso si è iscritto alla ciurma Misson. Quando mi scrive, comincia con "Caro Capitano" e si firma Ermann. Olmi ha letto il mio libro e mi ha telefonato. Gli ho spiegato che il pregio del libro è di non aver nessuna caratteristica letteraria né filosofica. Mi ha risposto: "Si sente benissimo che è un libro scritto con la semplicità del cuore". Detto da lui...». Il pubblico dell’atletica, annota poi Missoni, è fra i più belli e colti in assoluto. L’emozione delle vittorie, una dopo l’altra, fino ai livelli olimpionici, si sprigiona fra le pagine con precisione cronometrica, inseguendo le varie discipline in cui si è cimentato. Nei Master nazionali della Fidal del 2010, allo Stadio Olimpico di Roma, Missoni ha vinto l’oro nel giavellotto, nel disco e nel peso. «Un dritto e un rovescio, far la maja xè questo», esclama parlando del suo mestiere, in cui l’ha costantemente affiancato la moglie Rosita. Dopo i primi passi con il piccolo laboratorio triestino Venjulia, che all’inizio produceva tute sportive di lana, i Missoni hanno pian piano consolidato l’azienda di famiglia, firmando abiti, maglie, tessuti, collezioni per la casa. Oggi esistono persino i lussuosi Hotel Missoni a Edimburgo e nel Kuwait, ed entro il 2014 sorgeranno in Turchia, nell’Oman e in Brasile. «Una volta ho detto: "Il vero creatore sono io, ma si dà il caso che la Rosita ha creato me". E lei ha commentato: "Sei sempre il solito ruffiano!". Non abbiamo nessuna scuola alle spalle, solo l’esperienza, quella che bevi con gli amici, quella che ti danno i libri che leggi, le baruffe, la natura attorno a te. Il non avere nessuna scuola specifica, né di maglieria né d’arte, ci ha sollevato da tanti problemi. Eravamo completamente liberi di scegliere, senza condizionamenti. Per fare qualche cosa di nuovo, si deve andare contro delle regole. Noi non eravamo legati a nessuna regola, e questa forse è stata la nostra fortuna perché abbiamo potuto creare qualcosa di diverso». Flaminio Rocchi, padre francescano, parlava così del sindaco del Comune di Zara in esilio, carica ricoperta da Missoni per vent’anni: «Non ha mai coltivato un discorso. Ha gettato in mezzo a noi una manciata di parole colorate: la sincerità della natura». «Ah, ma guarda che bela roba che gà scrito! Straordinario, mi quasi pianzevo quando go leto. Padre Rocchi ha scritto un libro stupendo sull’esodo dei 350 mila giuliani, fiumani e dalmati, senza prender parte per nessuno. Lui raccontava i fatti, i dati, i numeri, e basta. Veniva sempre ai nostri raduni di Zara, che facciamo una volta all’anno». Ovunque, attorno ai Missoni, pulsa la natura. Anche la loro azienda è immersa nel verde. «Apro la finestra - conclude lo stilista - e vedo il Monte Rosa. Ho un bellissimo giardino, che forse è più un parco, dove mi occupo dei fiori. Ce ne sono sempre in ogni stagione, pochi o tanti. In un giardino non si è mai soli. Coltivemo anche el radiceto e lo abbiamo tutto l’anno. Infatti mia moglie dice che il vero privilegio della ricchezza è aver radiceto de primo tajo e gli ovi del tuo pollaio. Allora radiceto e ovi assieme... che meraviglia!».

461 - La Voce del Popolo 14/07/11 Le isole dalmate fanno gola pure agli acquirenti italiani

C'è chi può permettersi un investimento in... alto mare

Le isole dalmate fanno gola pure agli acquirenti italiani

ZAGABRIA – Le isole croate sono sempre più allettanti per gli stranieri desiderosi di investire nel lusso. Si tratta soprattutto di italiani, ma anche di tedeschi e inglesi che non soffrono di problemi finanziari e che possono permettersi di acquistare isole. Lo conferma un’indagine condotta dall’azienda "Scenari Immobiliari" di Milano secondo la quale già l’anno scorso gli italiani avrebbero acquistato più di 150 isole, non solo in Croazia, ma anche in Grecia e nei Caraibi. La costa dalmata per la sua vicinanza all’Italia rimane però tra le mete più interessanti, rivela l’indagine. Gli isolotti in Croazia sono numerosi e tanti di essi ancora disabitati con prezzi che vanno dai 5 ai 10 euro al metro quadro. Per il momento sono in vendita ad esempio due isolotti sulle isole Incoronate, di cui uno dalla superficie di 650.000 metri quadri per il quale gli interessati devono sborsare 6,5 milioni di euro. Il problema rimangono le isole disabitate sulle quali è inoltre vietata la costruzione di immobili, che diventano così meno interessanti per gli acquirenti.

L’interesse comunque c’è, confermano gli operatori che si occupano di questo tipo di vendite, anche se tengono a precisare che con la crisi economica mondiale sono decisamente diminuite le richieste per l’acquisto di isole, che provengono senza ombra di dubbio da persone con un potere d’acquisto di molto superiore alla media. Questi clienti possono ad esempio comperare un isolotto di 13 mila metri quadri a un prezzo che si aggira sui 468mila euro oppure un’ isola più grande della superficie di 450mila metri quadri per poco meno di 5 milioni di euro. Sono numerosi anche i clienti tedeschi interessati a questo tipo di affari: essi sono da sempre affezionati visitatori della Croazia e attendono l’entrata del Paese nell’Unione europea, sperando che l’adesione porti con sé anche facilitazioni all’iter burocratico di acquisto delle isole. Per chi fosse interessato, i prezzi di queste isole si aggirano dai 6 euro al metro quadro per le isole disabitate, meno attraenti e più distanti dalla costa, per arrivare ai 10 euro al metro quadro per le isole più belle. Tra i pochi che con facilità possono permettersi lussi simili ci sono soprattutto gli attori anche se alcuni di essi si sono già pentiti di aver acquistato un’isola. Si tratta di un costo non indifferente che aumenta in presenza dei divieti di costruzione.

462 - Avvenire 14/07/11 Testimonianze - Profughi d'Istria accolti dall'odio

AGORA’

Profughi d’Istria accolti dall’odio

Testimonianze. Gli italiani in fuga dalle loro terre, assegnate a Tito, non trovarono in

Italia la sperata solidarietà. Etichettati – a torto – come "fascisti", viaggiavano in treni

militarizzati. Il ricordo di un bambino.

di Giovanni Mattazzi

Contrariamente alla maggioranza degli italiani, ho sempre saputo, fin da ragazzo,

della tragedia delle foibe. Alla fine degli anni Quaranta avevo poco meno di nove anni e in

famiglia, a volte, si parlava di quanto accaduto durante la guerra. Già allora leggevo con

interesse tutto quello che mi passava fra le mani. E non solo Topolino e Intrepido, ma anche

romanzi, periodici e i giornali d’informazione e di politica che giravano per casa. Ricordo,

fra i settimanali, Meridiano d’Italia, una testata fondata nell’immediato dopoguerra da

Franco de Agazio: un giornalista coraggioso, assassinato nel 1947 dalla Volante rossa.

Da Meridiano d’Italia avevo appreso le vicende della Venezia Giulia, dell’Istria e

della Dalmazia. E su quel foglio e su altri ancora avevo letto le prime denunce delle

uccisioni indiscriminate di tanti nostri connazionali dopo l’8 settembre 1943 e il 25 aprile

1945. Avevo appreso della pulizia etnica attuata nei confronti di chi, deciso a difendere

l’italianità di quelle terre, non gradiva la presenza dei "liberatori" slavi che, nei 45 giorni

di permanenza a Trieste (tanto era durata l’occupazione da parte del IX Corpus), avevano

colmato di cadaveri la foiba di Basovizza. Ricordo la satira politica del Candido di

Giovannino Guareschi e il disegno a tutta pagina di un debordante Tito, in divisa da

maresciallo, curvo sotto il peso delle innumerevoli medaglie guadagnate "Al merito delle

foibe".

Dopo il Trattato di Parigi del 10 febbraio 1947, che consegnava alla Jugoslavia

l’Istria e la Dalmazia, e istituiva il Territorio libero di Trieste, circa 250 mila italiani

avrebbero lasciato quelle terre per trovare rifugio in patria, privi di ogni proprietà e di

ogni avere, verso un futuro non certo radioso.

Nel 1949 abitavo in Piemonte, nella stazione ferroviaria di Oleggio, un paesone

della provincia di Novara a pochi chilometri dal Ticino. Ero figlio di un capostazione delle

Ferrovie dello Stato e da ragazzo avevo abitato con genitori, sorelle e nonne, in diverse

stazioni, a motivo di quei trasferimenti che sono il tipico orgoglio/fardello dei funzionari

statali in carriera. Doveva essere una mattinata d’estate (portavo i pantaloni corti sopra il

ginocchio e non vi era scuola), quando mio padre entrò in casa agitato, dicendo a voce alta:

"C’è un treno di profughi da Trieste. Venite a vedere!". Con una delle mie sorelle mi buttai

di corsa giù per le scale, scendendo a precipizio (abitavamo nel piano alto dell’edificio).

Arrivato sotto la tettoia, attraversai i binari dello scorrimento veloce (a quel tempo i

sottopassi erano un lusso), guardai il treno – fermo sul binario morto – e, di colpo, mi

sentii a disagio. Le carrozze sembravano vuote, prive di vita.

Mi aspettavo di vedere gente sgranchirsi le gambe sul marciapiede o fumare una

sigaretta. Niente di tutto questo. Le carrozze, del tipo con ingresso alle estremità (non

quelle abituali ad accesso multiplo), avevano le porte sbarrate. Nessun finestrino era

abbassato (cosa inconcepibile d’estate). Era un treno fantasma, deserto o abbandonato. Mi

avvicinai, e con mia sorella iniziai a guardare meglio, percorrendo il marciapiede. Con

stupore mi accorsi che le vetture erano occupate, ma, stranamente, dall’interno non

giungeva rumore alcuno. Non un’eco di discussioni, di richiami, di grida, di pianti, di urla.

Nulla. Un silenzio inquietante e pauroso. I profughi erano seduti senza parole. Nessuno di

loro era in piedi negli scomparti. Per una sorta di timore o – più probabilmente – di

pudore, sembrava quasi che non volessero apparire. Forse desideravano proseguire

inosservati. Vinta la timidezza, io li guardavo sorridendo e facevo con le braccia ampi gesti

di saluto.

"Vi serve qualcosa?", gridavo, cercando di farmi intendere. "Possiamo fare qualcosa

per voi?". All’improvviso un finestrino si abbassa e una donna dai capelli bianchi, robusta

e sulla sessantina (una contadina in apparenza), si affaccia e, con mala grazia, mi porge

una bottiglia vuota dicendo: "Va’ a riempirla d’acqua!". L’afferro e mi precipito a razzo

verso la fontanella, attraversando di corsa i binari. Ero emozionato. Temevo che il treno

partisse, senza che io riuscissi a rendermi utile. Mentre sono intento a riempire la bottiglia

(un contenitore per il latte dalle linee squadrate), mi accorgo che a qualche metro di

distanza – aggrappati (per vedere meglio) alla tipica cancellata in cemento che separa la

stazione dal piazzale – cinque o sei uomini mi osservano con stupore. Vedendomi tutto

preso e indaffarato, qualcuno ride e comincia a canzonarmi. Un ragazzo mi urla: "Lasciali

perdere. Non portare niente!". "Perché?", domando io. "Perché quelli là sono fascisti!", è

la risposta.

Ritorno veloce al treno, badando a non far traboccare l’acqua, e porgo la bottiglia.

Questa volta la donna mi sorride e chiude il finestrino. Si siede dinanzi al vecchio che

l’accompagna – forse suo marito – e lo fissa scuotendo la testa. Ora anche lui sorride,

imbarazzato, e mi saluta con un cenno della mano. Poi i due si guardano di nuovo e

cominciano a piangere in silenzio. Io rimango immobile sul marciapiede e non capisco.

Comprenderò più tardi, ripensando a quell’incontro. Tutto mi apparirà chiaro, anni dopo,

sulla scorta di notizie più precise.

Verrò a sapere che il trasferimento di quegli sfortunati era stato militarizzato. Che

per impedire le rivelazioni agghiaccianti degli esuli e non offrire occasione d’incidenti ai

provocatori (come le risse alla stazione di Bologna), era stato fatto rigido divieto di

scendere dalle carrozze e di socializzare con la gente. I treni avevano una scorta, a

garanzia dell’incolumità dei trasportati e a tutela dell’ordine pubblico. Il modo brusco con

il quale la donna mia aveva allungato la bottiglia – quasi ad allontanare un fastidioso

seccatore – celava il timore di essere nuovamente oggetto d’insulti e di umiliazioni. Un

esagitato avrebbe potuto strapparmi il vetro dalle mani, riproponendo un canovaccio già

recitato altrove. In paese la voce della presenza del treno si era diffusa in un attimo e a

qualche militante, accorso dalla vicinissima Casa del Popolo, l’idea di provocare gli esuli

era forse balenata nella mente. Le ferite della guerra civile erano ancora aperte, e il

Piemonte non faceva eccezione.

Anche Oleggio aveva fatto la sua parte. Ma non accadde nulla. Nessuno aveva

voluto coinvolgere un bambino nelle miserie della politica e delle ideologie. Tutti avevano

recepito quel gesto per quel che era: un segnale di solidarietà umana. Forse i profughi

l’avevano considerato di buon auspicio per il loro incerto avvenire. Fino a quel momento,

percorrendo l’Italia, avevano probabilmente avvertito soltanto l’estraneità di una patria

indifferente, ostile, addirittura nemica.

463 - L'Arena di Pola 30/06/11 Raduno del Liibero Comune di Pola: Perfino gli ex partigiani salutano gli esuli

Perfino gli ex partigiani salutano gli esuli

Grande è stata l’attenzione della stampa locale per il 55° Raduno del Libero Comune di Pola in Esilio (LCPE). Il quotidiano dell’Unione Italiana (UI) «La Voce del Popolo» vi ha destinato molto spazio, sempre in termini elogiativi.

Il primo articolo, a firma Arletta Fonio Grubiša, è del 28 maggio e annuncia il programma del raduno guardandolo con l’ottica dei "rimasti". Il titolo crea un’aspettativa: «In attesa del 55.esimo Raduno degli Esuli – La Comunità degli Italiani di Pola (CIP) si prepara all’incontro».

«Come Comunità degli Italiani – dichiara Claudia Milotti, presidente dell’Assemblea della CIP – apriamo le porte al 55° Raduno Nazionale degli Esuli da Pola, supportando segmenti importanti del programma organizzato dal LCPE». La Milotti, nel sottolineare l’importanza del raduno, che per la prima volta si svolgerà a Pola, afferma: «Ci farà molto piacere ricevere i graditissimi ospiti con un saluto e la presentazione della nostra Comunità. Come la nostra tradizione vuole, il momento dei saluti sarà reso più cordiale da un brindisi, che vuole segnare la collaborazione esistita negli anni passati, ma anche nuovi percorsi culturali da compiere assieme. Speriamo che tutti i partecipanti si sentano a casa loro nella nostra Comunità. Questo è il nostro intento e augurio».

Non meno significative e apprezzabili sono le dichiarazioni del presidente della CIP Fabrizio Radin: «Quando l’Associazione che raggruppa gli esuli polesani ha espresso, mesi fa, il desiderio di organizzare il proprio 55° raduno a Pola, non ha avuto bisogno di bussare alla porta della Comunità degli Italiani, perché, per quel che riguarda i rapporti con gli esuli, era spalancata da almeno vent’anni. A metà giugno, dunque, ospiteremo in città e negli ambienti della CI un folto gruppo di nostri concittadini che le tragiche vicende del secondo dopoguerra hanno costretto all’esilio. Permettetemi innanzitutto di esprimere loro, per l’occasione, a nome della comunità dei polesani rimasti, la mia personale soddisfazione assieme ad un caldo augurio di benvenuto o meglio di bentornati a casa! La nostra Comunità degli Italiani sin dal 1991, per statuto e orientamento programmatico, dedica particolare cura ai rapporti con gli esuli. Al di là di questo aspetto formale, vi sono ragioni di carattere morale e civile che ci spingono ad esprimere rispetto e considerazione delle molteplici ragioni di una scelta dolorosa e traumatica come è stata quella dell’esodo da Pola. Ne siamo stati personalmente colpiti se è vero, come è vero, che ogni famiglia di polesani rimasti ha avuto una sua parte esodata. Da questo punto di vista, il 18 giugno di quest’anno chiude un ciclo e, per questo tramite, mi permetto alla fine di esprimere l’augurio che se ne apra un altro, di stima e comprensione reciproca tra tutti gli uomini e le donne che, a Pola come nel mondo, sentono di appartenere per lingua, cultura e tradizioni al campanile della polesanità».

"La Voce del Popolo" il 14 giugno ed il 16 giugno ritorna sull’argomento con due brevi articoli a firma di Daria Deghenghi aventi rispettivamente per titolo «All’ombra della maestosa Arena il Raduno degli esuli da Pola – Quest’anno alla 55.esima edizione, il ritorno al luogo natio» e «Pola, da oggi il 55.esimo Raduno nazionale degli esuli. Il primo nella città natale, lasciata 64 anni fa».

Il rilievo maggiore viene dato sabato 18 giugno con quattro articoli su più di una pagina dal titolo: «Commovente ritorno degli esuli polesi nella loro città natale – Fabrizio Radin: "Niente sentimenti amari. Oggi è un giorno storico" – La città, lasciata 64 anni fa, ospita il 55.esimo Raduno nazionale». Una grande foto orizzontale riprende i radunisti al Teatro Romano, mentre altre due immortalano l’incontro nel salone della CI.

In tre articoli, sempre Daria Deghenghi informa correttamente sull’incontro del venerdì mattina presso la CIP. In un articolo affiancato riporta poi i commenti di Argeo Benco, Silvio Mazzaroli e Fabrizio Radin. Così Radin: «Duecento nostri concittadini, protagonisti dell’esodo, sono tornati a casa. Ci hanno messo del tempo: potevano venire anche prima, perché sono almeno vent’anni che la nostra Comunità tiene aperte le sue porte agli esuli. Vent’anni fa si è dissolto il regime del partito unico e da allora ci sono state le condizioni necessarie per chiudere il capitolo del silenzio. Evidentemente la tragedia dell’esodo ha prodotto tanti e tali traumi da aver posticipato di un ventennio il ritorno ufficiale dei polesi alla loro città natale. Spero che questo sia solo il primo passo e che la collaborazione prosegua e si evolva».

Significativo anche il riquadro dal titolo: «Sorrisi, lacrime e stupore: quello che i giornali non dicono». Un quarto articolo, di Rosanna Mandossi Benčić, dà notizia dell’Assemblea e della premiazione di Stefano Zecchi.

Lunedì 20 giugno quasi l’intera pagina 8 è riservata a tre articoli sulle iniziative del venerdì sera, del sabato e della domenica con cinque foto e col suggestivo titolo generale: «Appuntamento per un nuovo (per)corso – Dal 55.esimo Raduno nazionale degli esuli da Pola, per la prima volta in città». Questi i titoli dei tre articoli specifici: «Santa Messa in memoria dell’equipaggio della "Rossarol"», «Targa "Istria Terra Amata" a Stefano Zecchi» e «"Ciacole" e ricordi all’estivo comunitario».

«Glas Istre» («La Voce dell’Istria»), principale quotidiano polese in lingua croata, ha dedicato al raduno ben sei articoli positivi sia nella versione cartacea che nel sito
www.glasistre.hr.

Il primo, a firma del connazionale rovignese Elio Velan, è quello del 10 giugno, pubblicato su sei colonne che occupano tutto il piede di pagina 3, con una foto dell’hotel Riviera. Il titolo è: «Primo raduno degli esuli a Pola – La prossima settimana i profughi italiani terranno il loro raduno annuale nella città dalla quale se ne andarono nel 1947». Il giornalista illustra in modo oggettivo e asettico il senso e il programma del raduno basandosi sia sull’articolo pubblicato da «L’Arena di Pola» lo scorso maggio sia sull’editoriale del direttore Silvio Mazzaroli.

Il secondo articolo del «Glas Istre», a firma Dubravko Grakalić, è datato 13 giugno e riveste notevole importanza politica. Riempie gran parte della pagina 5 con il titolo: «Gli esuli sono benvenuti, dell’esodo occorre discutere – I politici istriani e i rappresentanti della Lega dei Combattenti Antifascisti e degli Antifascisti salutano il raduno dell’associazione "Libero Comune di Pola in Esilio"». Nella parte alta della pagina campeggia una grande foto verticale dei carri con le masserizie degli esuli davanti all’Arena nel febbraio 1947. Dopo un breve riassunto del programma, l’articolista esprime una considerazione personale: «Sebbene simili gruppi di esuli ancora alcuni anni fa fossero considerati controversi e provocatori, la politica attuale guarda in positivo all’imminente raduno a Pola». Seguono le dichiarazioni degli intervistati.

«Gli esuli – afferma il presidente della Regione Istriana Ivan Jakovčić – si riuniscono regolarmente, e questo non è un avvenimento particolare. Stavolta si riuniscono a Pola e io desidero salutarli. Sono sicuro che, come gente che ama Pola, daranno il loro contributo allo sviluppo contemporaneo della città. La Croazia è una terra democratica che entra nell’Unione Europea, e con tutti i popoli vivremo insieme».

«È simbolico – dichiara il sindaco di Pola Boris Miletić – che questo raduno degli esuli a Pola arrivi proprio nel momento in cui l’Unione Europea ha aperto la porta alla Croazia. Tale questione non avrà alcun peso quando la Croazia sarà diventata membro dell’UE, perché saremo tutti insieme nell’Unione Europea senza confini. Non mi aspetto alcun problema in relazione al raduno».

«Non c’è nulla di particolare – afferma Furio Radin, deputato al Sabor e presidente dell’UI – nella riunione dell’organizzazione degli esuli a Pola. Recentemente si è tenuta una riunione a Dignano, e regolarmente si riuniscono in altre città. Questa è una cosa normale e buona. La Croazia finalmente entra in Europa e la transitabilità tra noi e l’Italia è benvenuta. Si tratta, finalmente, di polesani le cui famiglie hanno vissuto nella nostra città per secoli. È bello che dopo tanti anni abbiano trovato la forza di ritornare. Non vivo come un fatto politico questo raduno nel quale si ritroveranno alcune centinaia di persone. È bello che si ritrovino con noi che siamo rimasti, e si deve accettare ciò come fatto di civiltà e come un incontro di coloro che sono stati vittime della guerra».

«Se hanno buone intenzioni – afferma il presidente della Lega dei Combattenti Antifascisti dell’Istria Tomislav Ravnić –, non abbiamo nulla in contrario. Una parte degli esuli se ne andò perché non accettava il nuovo regime. Un’altra parte se ne andò per motivi economici, mentre alcuni se ne andarono perché il nostro regime diede chiaramente ad intendere che coloro che erano venuti in questa regione per decisione di Mussolini dovevano andarsene. La propaganda fu forte e gli esuli partirono; gran parte di loro era gente onesta e per bene. Costoro possono tornare anche oggi, ma devono rispettare la nostra legge croata. Non abbiamo nulla in contrario a che si riuniscano, purché non manifestino in favore del fascismo, che in questa regione ha fatto del male a sufficienza».

«Dopo la Seconda guerra mondiale – afferma Damir Kajin, vice-presidente della Dieta Democratica Istriana e deputato – lasciano Pola circa 30mila persone, l’Istria circa 140mila, il territorio croato circa 180mila. Si tratta di gente che ha optato e che ha ottenuto lo svincolo dalla cittadinanza jugoslava o che è fuggita. È chiaro che così è cambiato il carattere di quest’area. Ma, dopo il 1947, o meglio dopo il 1964, quando l’Istria si è integrata nella Croazia e nella Slovenia, questo carattere è indubbio e nessuno nel 2011 lo può modificare. Non c’è ritorno all’antico». «Gli esuli – continua Kajin – viaggiano liberamente nel mondo e possono andare dove vogliono rispettando le leggi della terra in cui arrivano. A ciò non occorre dare una connotazione politica. Ogni anno il sindaco di Fiume si incontra con gli esuli: perché dunque ora a Pola si dovrebbero originare tensioni? Si tratta di gente le cui famiglie hanno vissuto qui e che ora desidera ricongiungersi».

«C’è voluto molto tempo – aggiunge Kajin – perché l’Istria si riprendesse dall’esodo. Ma questo era l’ultimo atto della politica grande-italiana verso queste aree. Considero che sia legittimo oggi discutere anche delle ragioni dell’esodo degli italiani dall’Istria […] mentre dell’appartenenza territoriale dell’Istria non occorre discutere perché è chiara. Ma le conseguenze dell’esodo degli italiani istriani sono qualcosa di cui occorre discutere».

«Il raduno degli esuli a Pola – commenta l’articolista – forse aprirà anche queste discussioni. In ogni caso, dimostrerà la buona volontà di superare le aperte controversie del passato che non possono essere dimenticate».

Sempre a pagina 5, in un riquadro di taglio alto a destra, il «Glas Istre» dà notizia che «La polizia non si aspetta provocazioni», a riprova che le autorità locali hanno ben compreso lo spirito pacifico del raduno. Il trafiletto riferisce: «Il capo dell’Amministrazione di Polizia istriana Mladen Blašković riguardo all’arrivo di 200 esuli ha detto che l’Amministrazione di Polizia istriana non pensa di effettuare alcuna particolare attività. Ha detto che collaborano con la Comunità degli Italiani di Pola e che si sono accordati per l’organizzazione e i comportamenti degli esuli, perciò non si aspettano nessuna provocazione come negli anni precedenti, perché – come ha detto – queste hanno nuociuto soprattutto agli esuli».

Giovedì 16 giugno il «Glas Istre» ritorna sul programma del raduno con un articolo riassuntivo in pagina 4 intitolato «Il raduno degli esuli a Pola dal 16 al 19 giugno». Sul sito invece il titolo è: «L’associazione degli esuli per la prima volta a Pola – Questo fine settimana».

Il 17 giugno il sito informa sull’apertura del raduno con il titolo «Una cinquantina di esuli arrivati a Pola – Riunione dell’associazione italiana "Libero Comune di Pola in Esilio"» e con una foto che riprende il sindaco Benco durante il suo saluto introduttivo sulla terrazza dell’Hotel Riviera. Si parla nuovamente in termini positivi del significato e del programma del raduno. Un altro articolo recita: «Esuli: lavoro dell’associazione efficace, ma i giovani non ci sono – In visita a Pola». Si riportano sinteticamente i principali contenuti della relazione di Benco e dell’intervento di Mazzaroli.

Il «Glas Istre» riserva il 20 giugno quasi l’intera pagina 5 al raduno con un articolo di Elio Velan che fa la cronaca della giornata di domenica riportando dichiarazioni di Livio Dorigo, Lino Vivoda, Eligio Pastrovicchio e Argeo Benco, insieme ad alcune frasi pronunciate da mons. Eugenio Ravignani all’inizio della messa. Il titolo dice: «Dobbiamo educare i giovani per un’Istria quale comune terra d’origine – Malgrado alcune aperte tensioni, a Pola si è concluso felicemente il primo raduno degli esuli dopo la partenza del 1947». Questi i sottotitoli: «Qui ogni emozione è più forte»; «Il nostro posto è nella nostra città natale»; «Lacrime alla messa in cattedrale»; «È necessario smetterla coi discorsi pesanti e contorti sull’esodo con i quali opprimevo i miei figli, però non mio nipote" – Livio Dorigo». Nella parte alta della pagina campeggia una grande foto orizzontale a colori dei radunisti davanti al Tempio di Augusto. Più sotto compaiono una foto che ritrae mons. Eugenio Ravignani e mons. Desiderio Staver e le fotine di Eligio Pastrovicchio, Argeo Benco e Livio Dorigo.

Scrive fra l’altro Velan: «Il raduno di quattro giorni degli esuli a Pola, il primo dalla partenza nel febbraio 1947, è terminato con un bilancio positivo. Qualcuno però non ha goduto: ci sono infatti nell’ambito degli esuli anche coloro che sono arrivati in città con l’intenzione di convincere gli altri che questa era una decisione sbagliata, che non esiste la pace, che ciò è il contrario della tradizione e dello stesso nome dell’associazione "Libero Comune di Pola in Esilio", il quale continua a richiamarsi alle tradizioni cittadine precedenti alla guerra. Ci raccontano alcuni partecipanti che venerdì si è arrivati ad aperte tensioni e sono volate anche delle offese, ma tutto ciò si spiega nel contesto più ampio di un’associazione in cui operano varie correnti. In realtà, niente di nuovo: questa è una storia conosciuta tra gli esuli, in tutto ciò è necessario trovare il lato migliore; da parte nostra occorre superare certi stereotipi storici, gettar via tutto ciò che puzza di nazionalismo e certi discorsi fascistoidi (nostri e loro), ma anche riuscire ad accogliere l’invito al dialogo dei concittadini benintenzionati. Se sono riusciti a fare il raduno, significa che nell’ambito dell’associazione ha prevalso la corrente che richiama i soci al rapporto aperto con la città e la Comunità degli Italiani».

Il riquadro di fondo pagina dal titolo «Mazzaroli: Pola ci ha accolto con il cuore aperto» contiene dichiarazioni del nostro direttore e una sua piccola foto. In prima pagina in taglio alto a sinistra c’è un richiamo all’articolo di pagina 5 con il titolo: «A Pola siamo stati accolti a cuore aperto – Malgrado alcune tensioni esuli soddisfatti del raduno nella principale città istriana». Il sito del "Glas Istre" dello stesso 20 giugno propone una parte dell’articolo con il titolo «Esuli: all’Istria abbiamo mandato un segno di riconciliazione – Conclusa la prima riunione a Pola» e tre foto: quella davanti al Tempio di Augusto, la deposizione della corona al cimitero di Marina e l’assembramento intorno al cippo di Vergarolla.

Più limitata invece la copertura informativa de «Il Piccolo» di Trieste, che sul raduno ha pubblicato due articoli riassuntivi: quello del 15 giugno dal titolo «Pola, 200 esuli a raduno con il vescovo Ravignani – Domani incontri, musica e visite» e quello, più breve, del 21 giugno dal titolo «Primo raduno di esuli a Pola con Mazzaroli e Ravignani – L’incontro». Anche TV Capodistria, Radio Capodistria, TV Nova e Radio Pola hanno dedicato servizi al raduno.

Paolo Radivo

464 - Il Piccolo 11/07/11 Jakovcic, 20 anni nella Dieta: tra due anni Istria autonoma

A MEDOLINO FESTA DEL PARTITO REGIONALISTA

Jakovcic, 20 anni nella Dieta: tra due anni Istria autonoma

MEDOLINO Ivan Jakovcic ha festeggiato il suo primo ventennio alla guida della Dieta democratica istriana, il partito che da solo o in coalizione regge le sorti della maggior parte delle Città e Comuni dell'Istria e della regione stessa. Ha soffiato sulle 20 candeline alla conferenza stampa celebrativa convocata all'Albergo Belvedere, dove il 9 luglio 1991 si svolse la Convention del partito che lo elesse a presidente. «Mi ero iscritto al partito nel gennaio del 1991 - ha ricordato Jakovcic - e quel passo per me era stato così importante che mi ero perfino comperato un vestito nuovo. Poi da più parti mi fu suggerito di prendere in mano il timone dello schieramento, visto che stava navigando nel mare in tempesta con il rischio di naufragare». «Dopo aver ottenuto la fiducia alla Convention - così ancora Jakovcic - ho annunciato l'aggancio all'Europa, l'ecologia, la democrazia, il bilinguismo, la multiculturalità e gli altri valori diventati poi le peculiarità della Dieta». Nel suo discorso non ha tralasciato di parlare anche delle varie fratture all'interno del partito e della restituzione della tessera da parte di personaggi più o meno importanti. «Siamo comunque sempre riusciti a superare i momenti di crisi interna - ha detto ancora - e a guidare l'Istria nella direzione giusta». Per quel che riguarda il futuro, ha annunciato il raggiungimento del traguardo principale per il quale la Ddi è stata fondata. Vale a dire l'autonomia regionale dell'Istria, che sarà possibile subito dopo l'entrata della Croazia nell'Unione europea, dunque non prima di due anni. È intervenuto anche il "numero 2" del partito Damir Kajin, probabilmente più popolare di Jakovcic, ma che non l’ha mai sfidato. Tra i due non sempre i rapporti sono all'acqua di rose, specie per le grandi aperture di Jakovcic al potere centrale di Zagabria. «Malgrado qualche bisticcio - ha detto Kajin - mi congratulo con Jakovcic per esser riuscito a mantenerci uniti». Cambiando tema Kajin ha detto che «l'Istria è riconoscibile per il suo vino, l'olio d'oliva, le navi, i tartufi però uno dei suoi marchi più prestigiosi rimane la Ddi». (p.r.)

465 - Secolo d'Italia 12/07/11 D'Annunzio e la beffa di Buccari

D'Annunzio e la beffa di Buccari

Luciano Garibaldi

Nella risposta data al lettore Giuseppe Marigotti sul "Secolo d'Italia" di martedì 14 giugno scorso, lei ha ricostruito la disfatta che gli assaltatori della nostra Marina dovettero subìre nel 1941 nel corso del fallito assalto della Decima Flottiglia Mas al porto di La Valletta, nell'isola di Malta. Adesso, però, mi piacerebbe che venisse ricordata la clamorosa vittoria dei predecessori della Decima che realizzarono, durante la prima guerra mondiale, la cosiddetta "beffa di Buccari".

Antonio Razeto - La Spezia

La beffa di Buccari fu portata a termine nella notte tra il 10 e l'11 febbraio 1918 nello specchio acqueo antistante Fiume, allora appartenente all'Austria-Ungheria. Erano passati pochi mesi dalla disastrosa rotta di Caporetto, e un evento come quello che stava per essere messo a punto da un pugno di audaci marinai avrebbe certo risollevato il morale di tutti i combattenti. All'impresa presero parte trenta assaltatori su tre Mas, sigla magica che in origine stava per "Motoscafi Armati Svan" (dal nome dell'azienda costruttrice veneziana) e che fu presto mutata in "Motoscafi Anti Sommergibile", per poi passare alla storia - come vedremo - con l'invocazione latina, coniata da D'Annunzio, "Memento Audere Semper" ("Ricordati di osare sempre").

Gabriele D'Annunzio era, per l'appunto, uno dei trenta audaci che alle ore 10 del mattino del 10 febbraio salparono, a Venezia, dal canale della Giudecca. scortati da una squadriglia di cacciatorpediniere. I tre motoscafi erano il Mas 94, al comando di Andrea Ferrarini, il Mas 95, al comando del tenente di vascello De Santis, e il Mas 96, comandato da Costanzo Ciano, che aveva al suo fianco Luigi Rizzo, un ufficiale che si sarebbe coperto di gloria. Sul Mas di Ciano aveva preso posto il grande poeta. Alla testa della squadriglia di caccia che scortava i tre Mas era l' «Animoso», comandato da Arturo Ciano, fratello di Costanzo.

La squadra navigò per dodici ore. A mezzanotte era giunta alla méta: oltre l'isola di Unie, in vista della costa istriana e della baia di Buccari, antistante Fiume, i caccia non potevano spingersi perché sarebbero stati immediatamente individuati. Così, toccò ai tre Mas, protetti dal buio della notte, avanzare verso lo specchio acqueo ove era alla fonda la flotta austriaca.

Era da poco passata la mezzanotte quando ciascuno dei tre Mas lanciò due siluri verso le navi all'àncora. Soltanto uno colpì il bersaglio, in quanto gli altri cinque erano esplosi contro le reti protettive. Ma la sfida era stata lanciata. Rimessi in moto i motori, i tre Mas intrapresero la via del ritorno. Alle 7 di mattina dell'11 febbraio entrarono nel porto di Ancona. Circa a quell'ora, al comando della Marina austro-ungarica, a Fiume, veniva recapitata una bottiglia, con nastrino tricolore, raccolta nelle prime ore del mattino, e che conteneva un messaggio scritto da Gabriele D'Annunzio (che aveva fatto gettare in mare altre due bottiglie contenenti lo stesso testo). Eccone il contenuto, giustamente diventato famoso:

«In onta alla cautissima flotta austriaca, occupata a covare senza fine dentro i porti sicuri la gloriuzza di Lissa, sono venuti col ferro e col fuoco a scuotere la prudenza nel suo più comodo rifugio i marinai d'Italia, che si ridono d'ogni sorta di reti e di sbarre, pronti sempre a osare l'inosabile».

Poco prima della partenza dei tre Mas da Venezia, il timoniere volontario del «96», Angelo Procaccini, aveva scritto a matita, su una tavoletta poi inchiodata sul davanti della ruota del timone, la frase latina «Motum Animat Spes» («La speranza anima il movimento»), con le stesse iniziali del Mas. Dopo breve e amichevole discussione, D'Annunzio lo aveva corretto, dicendogli: «Bisogna pensare a qualcosa di più forte, di più energico». E gli era venuto di getto quello che diventerà il celebre «Memento Audere Semper».

Ma l'ispirazione poetica di D'Annunzio non si era fermata a quel motto. Pochi giorni dopo l'impresa - ormai celebrata da tutta la stampa nazionale - scrisse la «Canzone del Quarnaro», che poi pubblicò nel volumetto dal titolo «La beffa di Buccari»: «Siamo trenta d'una sorte / e trentuno con la morte. / ... / Tutti tornano o nessuno. / Se non torna uno dei trenta / torna quella del trentuno...».

La beffa ebbe l'effetto di una iniezione di entusiasmo non soltanto sulle truppe combattenti sui vari fronti, ma anche su tutta la popolazione. Entusiasmo che andò alle stelle, pochi mesi dopo, grazie all'ennesima impresa dannunziana: il volo su Vienna, con il lancio di migliaia di manifestini tricolori al posto delle bombe omicide con le quali gli aerei austriaci avevano colpito numerose città italiane, tra cui Milano.

La beffa di Buccari ebbe un seguito il 10 giugno di quel 1918, allorché la corazzata austro-ungarica «Szent Istvàn» (Santo Stefano) fu affondata vicino all'isola di Premuda, in Dalmazia, da un Mas motosilurante al comando di Luigi Rizzo, lo stesso ufficiale partner di Costanzo Ciano e di Gabriele D'Annunzio durante l'impresa di Buccari. Si può dunque affermare che la decisiva battaglia di Vittorio Veneto, che segnò la fine dell'Austria e il ritorno alla pace (4 novembre 1918), ebbe una serie di clamorose anticipazioni, tutte ad opera dei volontari della nostra Marina.

466 - La Voce del Popolo 12/07/11 Albona - «Pozzo Littorio e Arsia nella Rotta culturale europea»

Nell'ambito del progetto ATRIUM coordinato da Forlì e finanziato all'UI
«Pozzo Littorio e Arsia nella Rotta culturale europea»

ALBONA – Nell’ambito del progetto ATRIUM (abbreviazione dall’inglese Architecture of Totalitarian Regimes of the XX° Century in Urban Management, ovvero l’architettura dei regimi totalitari del 20.esimo secolo nella gestione dello spazio urbano), che fa capo al Comune di Forlì ed al quale la Città di Albona partecipa come partner, una rappresentanza di questa città italiana ha fatto visita ad Albona e ad Arsia. Si tratta di un progetto culturale della durata di 30 mesi, finanziato dall’Unione europea con fondi derivanti dal programma di cooperazione transnazionale per l’Europa del sud est (circa 2 milioni di euro), volto a valorizzare l’eredità urbanistica dei regimi totalitari nell’Europa del ’900 con l’obiettivo di promuovere fra i cittadini e i turisti delle realtà che vi sono coinvolte le tracce architettoniche dei regimi del passato, come il fascismo e il comunismo, quale elementi del patrimonio culturale europeo e del turismo culturale. Fine principale dell’iniziativa è quello di inserire i partner del progetto nella cosiddetta "Rotta culturale europea", ovvero produrre un dossier che una volta completato venga presentato al Consiglio d’Europa per ottenere il suo riconoscimento. Il progetto coinvolge 18 partner di 11 Paesi diversi: Italia, Slovenia, Ungheria, Slovacchia, Bulgaria, Romania, Grecia, Croazia, Serbia, Albania e Bosnia ed Erzegovina.
Come abbiamo appreso dai responsabili che coordinano l’iniziativa a livello municipale, l’amministrazione albonese partecipa all’iniziativa in qualità di partner IPA.
Della delegazione facevano parte le rappresentanti del Comune di Forlì, Claudia Castellucci e Cristina Vallicelli e Ulisse Tramonti, direttore del Dipartimento di architettura, disegno, storia e progetto della Facoltà d’architettura dell’Università di Firenze. I graditi ospiti sono stati ricevuti e accompagnati in visita al centro storico, a Pozzo Littorio ad Arsia, dal direttore del Museo civico, Tullio Vorano. Al termine dell’incontro il professor Ulisse Tramonti, che si occupa degli aspetti scientifici del progetto, ha espresso grande soddisfazione per aver avuto l’opportunità di visitare i due siti. Stando a quanto concluso al termine della visita, il patrimonio di cui dispone il territorio albonese, e in particolare Pozzo Littorio, la cui costruzione risale al periodo tra 1939 e 1942 e Arsia, che è stata edificata tra il 1936 e il 1937, rappresentano a tutti gli effetti oltre a un’importantissima testimonianza del patrimonio industriale del territorio, anche e soprattutto una ricchezza da sfruttare in futuro, in primo luogo a fini turistici e dunque economici, ma anche culturali.

Tanja Škopac

 

467 - Corriere Italiano 12/07/11 Le foibe e la pulizia semantica

Le foibe e la pulizia semantica

Claudio Antonelli

In un precedente articolo denunciavo il fatto che, nell’edizione di lingua inglese ("The Exodus of the 350 Thousand Giulians, Fiumians and Dalmatians") del libro di padre Flaminio Rocchi ("L’esodo dei 350.000 giuliani, fiumani e dalmati") i termini "foibe" e "infoibare" siano stati tradotti, inspiegabilmente, con varie parole inglesi, tutte inventate. Mi scuso con il lettore se torno di nuovo sull’argomento "foibe". Certi nomi hanno una forza che trascende il loro significato d’origine. Foiba è tra questi. Le foibe non sono delle semplici buche nel terreno. Ma sono dei buchi neri trasformatisi in tombe. Le morti per infoibamento, che hanno toccato da vicino o da lontano tutti noi, profughi delle martoriate terre del confine nordorientale, hanno aggiunto al termine "foiba" un’eco funebre che è l'essenza stessa ormai di questa parola. "Foiba" è termine non più solo associato solo ad una "violenza" geologica, come baratro che si spalanca nella terra a guisa di oscura ferita, ma alla violenza umana. Esso è legato ad una tragedia: la tragedia delle foibe, per tanti anni "tragedia negata". La quale è all’origine dell’identità di un popolo disperso ai quattro venti, ma che è affratellato da quell’atroce ricordo. Chi elimina la parola "foiba" non riuscirà certo ad annullare retroattivamente il nostro doloroso passato. Ma attenta alla nostra identità di profughi di quelle terre. Profughi assai particolari che non hanno mai celebrato la vendetta, l’odio, il revanscismo assassino, il terrorismo, e oserei dire che rifuggono persino dalla violenza verbale, e qualche volta anche dalla fermezza, a giudicare almeno dai discorsi pacati, concilianti, francescani, di gran parte dei dirigenti delle nostre maggiori associazioni; i quali hanno bollato con parole ferme di riprovazione coloro - siamo un’esigua minoranza di "estremisti" - che non hanno voluto unirsi al coro di lodi per l’incontro "storico" dei tre presidenti - italiano, sloveno e croato - tutti e tre ex comunisti, avvenuto nell’estate del 2010 in Piazza dell’Unità d’Italia a Trieste ("Concerto dell’amicizia").

Questa nostra lezione di dignità e di mitezza non può però impedirci di difendere ad ogni costo il valore di certe parole che finalmente da qualche anno si sono cominciate ad udire pubblicamente, ma che noi ci portavamo dentro nel petto da mezzo secolo, nell’indifferenza di una Patria abitata da un popolo ignaro quando non addirittura ostile. Ebbene noi non vogliamo che le parole - "foiba" e "foibe" - sancenti la nostra identità storica di popolo investito dalla violenza balcanica siano a loro volta infoibate, vittime di una nuova pulizia anche se questa volta solo semantica.

468 - La Voce del Popolo 09/07/11 Da Bersezio a Fianona alla ricerca di un fiore

a cura di Mario Schiavato

La Fritillaria Maggiore, una pianta endemica rarissima che fiorisce soltanto da queste parti
Da Bersezio a Fianona alla ricerca di un fiore

In una giornata di primavera ero salito su un autobus diretto a Pola con l’intenzione di fermarmi a Bersezio e quindi di salire verso la vetta del Sissol in cerca di un fiore, la Fritillaria Maggiore, una pianta endemica rarissima che fiorisce soltanto da queste parti e la Minore sui Pirenei. Dunque, la mia meta era il Sissol, che con i suoi 833 metri chiude la dorsale dei Monti della Caldiera, meglio della Riviera Liburnica, precipitando prima nella punta di Pax Tecum (Mašnjak in croato) e quindi nel profondo Vallone di Fianona lungo ben cinque chilometri. Mentre l’autobus quasi vuoto procedeva veloce, rimuginavo le poche notizie storiche che conoscevo del paesino di Bersezio abbarbicato sulla costa (157 metri sul livello del mare): come nel 1275 fosse con Laurana feudo della contea di Pisino e quindi come nel 1374 figurasse con Moschiena nel testamento di Ugone da Duino formando un tutto con le città di Castua e di Apriano. Oggi è in decadenza, pochi gli abitanti. Un paesino troppo isolato dal resto del mondo.

Il luogo dei sacrifici

Sorpassata Moschiena con l’occhio seguivo l’alternarsi delle gobbe lungo tutta la dorsale, itinerario che avevo percorso quand’ero molto, ma molto più in gamba, assieme al magnachilometri e amico Willy Petrić. Eravamo partiti dal paesino disabitato di Piccolo Montemaggiore (Mala Učka) dove avevamo passato la notte in un fienile assieme a dei chiacchieroni pastori montenegrini che però ci avevano foraggiato di formaggio pecorino (una delizia!). L’itinerario lunghissimo e ne pronunciavo mentalmente i nomi: Trebišće, un paesino che d’inverno non vede mai il sole, incassato com’è in un vallone e il cui nome in croato significa "luogo dei sacrifici"; Perun, dal nome di un antico dio slavo; Kremenjak coperto di pini prima della Kobilna e ancora Šikovac per finire (quanti chilometri per sentieri appena segnati!) dopo il cosiddetto "finestrone", un enorme arco naturale affacciato sulla Valdarsa, sulla vetta del Sissol appunto.

Un incontro inaspettato

Arrivato a Bersezio, mi avviai subito per il sentiero ben segnato e proseguii piuttosto amareggiato perché un incendio di qualche anno prima aveva distrutto parte della pineta, della dorsale ne aveva fatto un deserto e molto probabilmente aveva distrutto anche le poche, rare piante che cercavo. Così non potei non allibire quando, già in alto, ad un tratto vidi venirmi incontro una donnetta con una gran gerla sulla schiena. Che subito cominciò a parlare rapida, in un dialetto che, a tratti, m’era difficile capire:

Fianona,
una città morta

- Vengo da Fianona, Plomin, mrtvi grad!, una città morta - mi disse, o almeno questa è la traduzione che cercherò di fare del suo rapido colloquiare. – C’è un finestrone lassù, sul Sissol, e il sentiero che sale dal paese non è più frequentato come una volta da quando in strada ci sono kuriere svaki moment. Ma una volta chi doveva recarsi da un paese all’altro, passavano tutti di qui. Per fare più presto, meno strada. Eh sì, vengo da Fianona, vero da, ahime me meni! Proprio una città morta. E ancora di più, da quando hanno costruito la strada che passa sotto il tunnel del Monte Maggiore...
- Vorrebbe dire l’ipsilon istriana...

La «fabrika letrika»

- A ča ja snam kako se zuve! Una volta chi si recava da Fiume a Pola, passavano tutti per Fianona, proprio un gran traffico, i caffè in paese sempre pieni. E adesso? Qualche turista e la spussa dela fabbrica letrika che la copa anche i alberi! Quattro vecchi selvatici siamo rimasti, i bei palazzi dei signori, antichi proprio e di gente importante perché a Fianona c’erano molti possidenti, avvocati, dottori... Era un comune e anche il canonico c’era nella nostra chiesa Sveti Jure, quela nova... Oggi i palazzoni sono tutti murati, i tetti crollano, vrata i ponestre ciuse! Per fortuna mio figlio ha un buon lavoro, giù al porto, la nostra casa l’ha tutta messa a nuovo ma non ha una fidanzata. Non si sono più ragazze in paese. Solo vecchi istupiditi come me, jadni!

Le «babazze»
e la Vitka Kockavica

Ad un tratto la vecchia scelse un sasso piatto, si sedette curvando la schiena, mi chiese a bruciapelo:
- Ma lei che fa da queste parti?
- Un fiore molto raro che fiorisce solo da queste parti. Si chiama Meleagride
o Fritillaria Maggiore, della famiglia delle Liliacee.
- Beh, io sono ignorante. Di queste cose non ne so nulla. Ma come el sguarda ‘sto fior?
- Sembra un tulipano ma con la corolla all’ingiù. E i petali a quadretti, rossicci, gialli e bianchi...
- Ah, sì! Questo fiore noi lo chiamiamo Vitka Kockavica! Ma ja, ma ja! Se va giù verso Fianona, ne troverà parecchi di questi fiori. Qui meno, molto meno. Una volta le babazze, vojo dir le kurvetine, raccoglievano le loro cipolle quando volevano abortire! Eh, sì, roba sporca!

I muraglioni sul fiordo

Ed è stato così che finii a Fianona. Oltre il finestrone, una ripida discesa lungo muraglioni, ma di fritillarie neanche l’ombra. L’abitato che raggiunsi dopo un’oretta, abbarbicato alto sul fiordo e circondato da mura risalenti al XIII secolo, di origine illirico-romana col nome di Flanona, è veramente in cattivo stato. All’infuori delle chiese e dei campanili, restaurati di recente, quella gotica appunto di San Giorgio del 1474 e quella di San Giorgio "vecchio" che conserva iscrizioni glagolitiche dell’XI-XII secolo, tutto il resto versa in condizioni catastrofiche. E meraviglia soltanto l’abbarbicarsi di una pianta di campanule azzurrognole che tappezzano e ingentiliscono le muraglie.

L’estrema vedetta

In attesa di un qualche autobus per il ritorno, mi misi a sedere sotto il vecchio lodogno che cresce sul sagrato. Mi vennero in mente le notizie che avevo raccolto sulla cittadina. Secondo Plinio, Fianona nell’antichità era situata in fondo al vallone, sul mare. E tale era la sua importanza che sulla punta di Pax Tecum i romani avevano messo un presidio militare tanto che una strada, partendo da Trieste, si piegava verso l’Istria, deviava dapprima per Parenzo e Pola e terminava proprio qui. Guido Depoli sulla sua "Guida di Fiume e dei suoi monti" annota: "È questo uno dei luoghi più antichi della nostra costa: nel 354 vi fu ucciso Costanzo Cesare; distrutta nelle incursioni degli Avari, risorse, e nel 1012 venne da Enrico II imperatore data in feudo al patriarca di Aquileia Giovanni IV. Venuta in possesso di Venezia, costituì insieme alla vicina Albona l’estrema vedetta dei suoi possedimenti sulla terraferma istriana ed ebbe nome ed importanza nelle guerre contro gli Uscocchi per passare poi, nel 1797, agli Asburgo".

L’ultimo lembo
delle Alpi Giulie

A proposito degli Uscocchi ecco quello che Caprin scrisse nelle sue "Alpi Giulie": "Fianona è posta sulla spalla dei Caldiera, là dove l’ultimo lembo delle Alpi Giulie precipita nelle onde del Quarnero. Il suo rettore Gaspero Galavani, preso dagli Uscocchi e condannato per la sua eroica difesa a venir scorticato vivo, lanciò al vento il suo ultimo grido: Viva San Marco!". Sempre a proposito della cittadina si può anche citare Prospero Petronio che nel 1681 scrisse: "Può fare cinquecento anime ed hanno fiera la festa di Santa Barbara, hanno pascoli d’herbe odorifere particolarmente di salvia, onde riescono li carnagi e laticini così saporiti e delicati".

San Niceforo
e il cavallo selvaggio

La prima leggenda che cito è appunto legata a Fianona. Riportata dal già citato Caprin, narra dell’origine del vescovado di Pedena. "Costantino il Grande, nell’anno 324, desideroso di onorare il corpo di San Niceforo con nuova sepoltura, ordinò che tolto dal luogo dove era stato tumulato, venisse nella sua bara posto in una barca, sotto scorta di alcuni sacerdoti, che dovevano tenere in mano dei ceri accesi; date le vele al vento, si lasciasse andare la barca in balia delle onde e dove si fosse fermata si fabbricasse una chiesa a memoria del santo. Così fu fatto ed essendo la navicella entrata nel porto di Fianona, si credette che l’onore sarebbe toccato a questa cittadina. Ma quando il feretro venne posto sul dorso di un cavallo selvaggio, l’animale prese la corsa e s’arrestò appena a Pedena nel luogo ove oggi sorge la chiesa che appunto Costantino innalzò a dignità vescovile". E più avanti annota ancora: "Quando il suo vescovo si ridusse ad estrema povertà, compreso nella legge delle riforme di Giuseppe II, venne soppresso"...

La processione della notte di Ognissanti

Un’altra leggenda che si ricorda a tutt’oggi è legata a Bersezio e alla notte di Ognissanti durante la quale a mezzanotte si usava celebrava un rito solenne. Il vecchio parroco della chiesa raccomandò al suo sacrestano di svegliarlo al tocco delle campane. Era una bellissima notte di luna piena e tale era il chiarore fuori che ado su a cercare un fiore.
- Un fiore?! – rimase a bocca aperta.
Il poveraccio, svegliandosi, pensò che fosse già giorno e che il sacrestano si fosse dimenticato di svegliarlo. Si alzò in tutta fretta, s’avviò alla chiesa per celebrare la messa. Quando entrò s’accorse che anche quella era tutta illuminata ed erano presenti diversi fedeli che lui non conosceva. Ne rimase stupito. Mentre avanzava verso l’altare maggiore, gli rivolse la parola una donna coperta di fitti veli che egli sapeva già morta da lungo tempo. Ella lo esortò a lasciare al più presto la chiesa perché proprio quella notte, dato che era ancora vivo, lì dentro non era certamente il suo posto.
Il vecchio parroco si guardò attorno e s’accorse che tutti i presenti erano vestiti con sudari bianchi e al posto della testa avevano uno spaventoso teschio. In tutta fretta abbandonò la chiesa, corse verso il portone che si chiuse in silenzio alle sue spalle. Dopo poco però, pur con la porta chiusa, ne uscì una processione che s’avviò lentamente e in silenzio verso il non lontano cimitero...
Chissà se a Bersezio succede ancora una processione del genere nella notte di Ognissanti?

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