Rassegna Stampa Mailing List Histria
Sommario N° 785 – 23 Luglio 2011

469 – Il Dalmata n° 69 Luglio 2011 / 15-16 Ottobre 2011 - Repubblica di S.Marino: 58° Raduno Nazionale dei Dalmati

470 - Il Piccolo 16/07/11 La Croazia riapre i termini per gli indennizzi dei beni (Silvio Maranzana)

471 - Difesa Adriatica - Luglio 2011 Da Boscovich a Marco Polo, propaganda e grezzo sciovinismo (Lucio Toth)

472 - La Voce del Popolo 20/07/11 Umago: Oggi in Istria il bilinguismo dovrebbe essere uno stile di vita (Franco Sodomaco)

473 - Il Dalmata n° 69 - Luglio 2011 Cambia tutta la politica verso gli italiani nell' ex Jugoslavia

474 - CDM Arcipelago Adriatico 15/07/11 Narni (TR) - Una via dedicata a Norma, la nostra storia in Umbria (rtg)

475 - La Voce del Popolo 22/07/11 Antichi centri istriani destinati a rinascere aprendo uno scrigno di splendidi affreschi (Helena Labus Bačić)

476 - Il Piccolo 21/07/11 Pirano, il mandracchio torna alle origini, ripresi i lavori per la demolizione del molo pescatori interrotti dalla Soprintendenza (f.b.)

477 - La Voce del Popolo 22/07/11 Albona - Cerimonia di riapertura della chiesa di Santa Maria Maddalena, è stata rinnovata con fondi della Regione Veneto (Tanja Škopac)

478 - Il Piccolo 18/07/11 Si ripopolano le isole quarnerine e dalmate (Andrea Marsanich)

479 - Il Dalmata n° 69 - Luglio 2011 Il Papa tedesco parlò in italiano ad autorità e popolo croato di Zagabria

480 - Difesa Adriatica - Luglio 2011 Paolo Barbi, la visione europea della tragedia giuliano-dalmata (Patrizia C. Hansen)

481 - Il Piccolo 19/07/11 Piedimonte (Gorizia) punta i piedi: no alle vie dei carabinieri (Francesco Fain)

482 - Il Piccolo 21/07/11 Piedimonte (Gorizia) - Giovanardi: «Passo falso degli sloveni»

483 – CDM Arcipelago Adriatico 22/07/11 Napolitano nomina Bruno Crevato-Selvaggi nuovo Commendatore (Anvgd.it)

484 - Secolo d'Italia 22/07/11 Le vittime di Tito non furono solo gli italiani - Dopo decenni sono emerse in Croazia e Slovenia decine di foibe con migliaia di morti (Marco Valle)

485 - Il Piccolo 17/07/11 L'addio all'ultimo Asburgo Vienna torna "imperiale", intervenuta anche delegazione istriana con Lacota

486 - Il Legno Storto 19/07/11 Tito, socialismo per tutti e dolce vita per sé (Fausto Biloslavo)

A cura di Stefano Bombardieri

469 – Il Dalmata n° 69 Luglio 2011 / 15-16 Ottobre 2011 - Repubblica di S.Marino: 58° Raduno Nazionale dei Dalmati

SAN MARINO - 58° RADUNO NAZIONALE DEI DALMATI

15-16 OTTOBRE 2011

58° RADUNO NAZIONALE DEI DALMATI

PROGRAMMA

Le manifestazioni si svolgeranno nelle accoglienti sale del Centro Congressi

del Best Western Palace Hotel - via Cinque Febbraio di Serravalle - Repubblica di San Marino

Sabato 15 ottobre

ore 10,30 -12,30

"17° Incontro con la Cultura dalmata"

Sala della Fondazione Cassa di Risparmio della Repubblica

di San Marino - Via Giovan Battista Belluzzi n. 1

Saranno presentati i libri di argomento dalmata

editi nell'ultimo anno.

Assemblea generale dei Dalmati italiani nel

ore 15,00 Sala Cesare Mondo

Proclamazione degli eletti Insediamento del nuovo Consiglio comunale. Elezione del Sindaco di Zara in Esilio e Presidente dei Dalmati italiani nel Mondo nonché della Giunta per il mandato 2011 - 2016.

Relazione del Presidente e degli Assessori per l'esercizio 2010 - 2011; relazione del Madrinato dalmatico per la conservazione del cimitero degli italiani di Zara. ore 21,30 - 24,00

"Balo de le ciacole" Sala Ristorante - Musica dal vivo e tanta simpatia

Domenica 16 ottobre

Tutte le manifestazioni si svolgeranno nella Sala Cesare ore 10,00 Santa Messa

ore 11,00 Assemblea dei Dalmati 2011, consegna del 15° Premio Nicccolò. Tommaseo

ore 13,00 Il pranzo collettivo si svolgerà nella sala Ristorante al prezzo di euro 30,00, c'è posto per tutti. La vendita degli ingressi al pranzo - come d'uso - saranno effettuate al banco della vendita dei libri dalmati.

17° Incontro con la Cultura Dalmata

Tra la Romagna e le Marche, a pochi chilometri dalla riviera adriatica, la Repubblica di San Marino si estende su una superficie di appena 61 kmq. Fu fondata nel 301 d.C. dallo scalpellino dalmata Marino, qui rifugiatosi con l'altro santo dalmata San Leo - come narra la leggenda - per sfuggire alle persecuzioni dell'Imperatore Diocleziano.

Da allora, il piccolo Stato vanta una storia di libertà e indipendenza sempre difesa con tenace saggezza. Conservatosi libero comune anche nei difficili equilibri rinascimentali, la Repubblica di San Marino ha conciliato l'adesione ai tempi moderni con il rispetto di ordinamenti e tradizioni secolari. Generosa e solidale, la minuscola Repubblica ha aperto più volte le sue porte a quanti, in tormentati momenti della vicenda italiana, qui vennero a cercare rifugio e protezione. Tra gli altri, l'eroe dei due mondi, Giuseppe Garibaldi ed oltre centomila persone sfuggite ai bombardamenti dell'ultimo conflitto mondiale.

Perché il Raduno a San Marino ? Per almeno tre buoni motivi.

Rendere omaggio al nostro conterraneo, il venerato scalpellino dalmata di Arbe, San Marino, fondatore della Repubblica.

Svolgere il 58° raduno all'estero, la Repubblica è uno Stato membro dalla comunità internazionale; l'augurio è che l'incontro sia di buon auspicio per organizzare a Zara uno dei prossimi raduni.

San Marino infine è meta ambita, frequentata ogni anno da migliaia di turisti che ne apprezzano le bellezze culturali e paesaggistiche. Il territorio sammarinese si articola in tre rocche e si compone di nove antichi Castelli collegati tra loro da un'agevole rete urbana; dalle rocche il paesaggio è di rara bellezza e consente piacevoli soste nella cornice delle colline appenniniche.

Al 58° Raduno di San Marino gran parte delle manifestazioni si svolgeranno nelle ampie ed accoglienti sale del Best Western Palace Hotel di Serravalle, località a metà costa, sulla strada per raggiungere il centro storico della Repubblica. Con altri due alberghi a quattro stelle, adatti all'alloggio di chi arriverà in auto, sono a disposizione una generalità di accoglienti camere adatte ad esaudire ogni nostro desiderio. Data la bontà dei prezzi e le numerose mete da visitare a San Marino e dintorni in gite opportunamente organizzate dagli alberghi, molti dalmati hanno fatto sapere che prolungheranno la loro presenza per l'intera settimana del Raduno.

TRASPORTI - COLLEGAMENTI

Per chi arriva a San Marino in auto, il percorso è semplice. Chi utilizza l''autostrada A14 ed usce al casello Rimini SUD, prosegue lungo la Superstrada Rimini/San Marino seguendo le indicazioni per la Repubblica di San Marino per circa 15 Km. L'Hotel Palace si trova sulla destra in località Serravalle, gli altri due alberghi si trovano proseguendo, sempre sulla destra, nella via che conduce al centro storico di San Marino.

Per chi arriva in treno alla stazione FS di Rimini trova un servizio navetta gratuito che collegherà la stazione di Rimini con San Marino. Gli orari delle corse saranno comunicati ai partecipanti al Raduno dal centro prenotazioni qualche giorno prima dell'evento in base agli orari di arrivo previsti che saranno indicati all'atto della prenotazione o in occasione successiva.

FILATELIA

San Marino è anche ... filatelia. L'Associazione Filatelica Dalmata organizzerà a San Marino in occasione del Raduno un annullo postale speciale. Per l'occasione verrà stampata un'apposita cartolina dedicata all'avvenimento.

LE PRENOTAZIONI

per il Best Western Palace Hotel (via Cinque Febbraio - Serravalle), per il Gran Hotel Primavera (via L. Cibrario n. 24 - San Marino) e per all'Hotel San Giuseppe (via delle Felci n. 3 - Valdragone), "in occasione del Raduno dei Dalmati" devono essere fatte esclusivamente al Consorzio San Marino 2000 Via Piana n. 10347890 SAN MARINO Centro prenotazioni 58° Raduno Dalmati: Vip Incentive House Tel. 0549 906353 - Fax 0549 875280 e-mail
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. Per i soggiorni saranno praticati i seguenti prezzi per persona (p.p.):

€ 41,00 pernottamento con prima colazione p.p. € 61,00 pernottamento a mezza pensione p.p. € 81,00 pernottamento a pensione completa p.p. € 20,00 supplemento per camera singola p.p.

Gli alberghi offriranno la loro ospitalità per il pernottamento e la prima colazione, i pranzi e le cene si svolgeranno tutti all'Hotel Palace.

470 - Il Piccolo 16/07/11 La Croazia riapre i termini per gli indennizzi dei beni

La Croazia riapre i termini per gli indennizzi dei beni

Ancora un anno di tempo in base alla legge che verrà approvata dal Sabor Teoricamente sempre esclusi coloro che optarono per la cittadinanza italiana

di Silvio Maranzana

TRIESTE Si riapriranno per la durata di un anno i termini per le richieste di indennizzo dei beni sottratti dal regime comunista nei territori oggi croati. È quanto previsto nella proposta di legge governativa già approvata in prima lettura dal Sabor, il Parlamento croato «che dovrà esaminarla in seconda lettura a settembre - fa sapere il deputato della minoranza italiana Furio Radin - con alcuni emedamenti che dovrebbero risultare migliorativi».

L’argomento ha tenuto banco a margine della visita compiuta giovedì a Zagabria dal Presidente Giorgio Napolitano. «Il diritto alla restituzione dei beni - ha affermato nel corso del’incontro il Capo di Stato croato Ivo Josipovic - deve essere riconosciuto a tutti coloro che hanno visto lesi i loro diritti». Una svolta evidenziata dall’europarlamentare del Pd Debora Serracchiani. «Dopo i coraggiosi passi compiuti sul fronte dei crimini di guerra - ha detto - l’iniziativa della Croazia sulla restituzione dei beni è estremamente significativa, anche in relazione al ruolo di stabilizzazione che questo Paese può svolgere nei Balcani. In particolare i già ottimi rapporti bilaterali italo-croati non potranno che essere rafforzati.

Rendiamo atto al presidente Napolitano di essersi speso con coerenza e equità in un dialogo di cui oggi vediamo i frutti, ed auspichiamo che l’esempio della Croazia possa essere colto anche da altri Stati in cui si perpetuano situazioni analoghe di diritti negati». Finora per la restituzioni di beni sottratti sono pervenute in Croazia 4.211 richieste di cittadini stranieri che in virtù di questa proroga si prevede possano salire fino a 5.500. Quelle già presentate da cittadini italiani sono un migliaio, circa 600 provengono dall’Austria, da Israele poco meno di 200, altre giungono da Gran Bretagna, Francia e addirittura dall’Argentina. Per quanto riguarda la maggior parte degli esuli italiani, la questione dovrebbe però essere demandata ai trattati bilaterali firmati da Italia e Jugoslavia, per risolvere i quali la Croazia ha congelato una certa somma. «Ma molti casi sono controversi e c’è un’ampia zona grigia - afferma Renzo Codarin, presidente della Federazione delle associazioni degli esuli - di fronte a queste indubbie manifestazioni di buona volontà che vengono dai vertici dello Stato croato ci attendiamo che perlomeno i casi dubbi vengano risolti a favore degli italiani. Del resto molti nostri iscritti ci fanno rilevare come i rapporti con le istituzioni croate per la trattazione dei loro procedimenti siano ultimamente molto più cordiali e aperti».

471 - Difesa Adriatica - Luglio 2011 Da Boscovich a Marco Polo, propaganda e grezzo sciovinismo

Da Boscovich a Marco Polo, propaganda e grezzo sciovinismo

Che il nazionalismo sia una delle malattie del Novecento che ha prodotto più danni proprio alle nazioni che voleva proteggere e favorire è un'opinione piuttosto condivisa sia fra gli stu-diosi (storici, sociologi, antropologi) che tra le gente comune.

Si cerca anche di distinguere tra "nazionalismi buoni" e " "nazionalismi cattivi". Distinzione non facile se si considerano le vaste aree grigie in cui i due tipi di nazionalismi si incontrano e si confrontano, come è il caso del confine orientale italiano o di quello occidentale degli slavi del sud, che sono poi lo stesso luogo visto da due punti cardinali diversi.

Gli studi sull'argomento si stanno finalmente intensificando e l'attenzione delle associazioni degli esuli giuliano-dalmati è rivolta proprio a promuoverli e a diffonderli, consapevoli come sono che là si trova l'uovo del serpente che ha travolto e sconvolto le vite di tre generazioni di italiani dell'Adriatico orientale e ne condiziona inevitabilmente le vite dei loro discendenti. Altrettanto consapevoli sono questi esuli che anche altri popoli hanno patito una sorte altrettanto amara e spesso più tragica ancora: come gli armeni e i greci dell'Asia Minore o i tedeschi dell'Europa orientale.

Nazionalismo forsennato, psicosi collettive che si sono abbattute sulle regioni di frontiera, scatenando una vera e propria caccia all'uomo, al "diverso" identificato come nemico mortale, e come tale da eliminare se necessario anche fisicamente. Come fu nel disegno del movimento di liberazione iugoslavo - e quindi del regime che ne discese - tra il 1943 e il 1954 con gli italiani dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia. Anche quando la persecuzione veniva camuffata da caccia al «nemico del popolo».

Del resto, su opposte sponde ideologiche, non solo la Germania nazista, l'Italia fascista, la Spagna di Franco o l'Ungheria di Horthy, hanno tentato di cancellare la presenza sul proprio territorio delle minoranze nazionali e linguistiche. Anche la Francia liberale ha mantenuto a lungo un atteggiamento di negazione delle differenze linguistiche tentandone l'assimilazione. Talvolta però la malapianta del nazionalismo assume forme grottesche, assai diverse per fortuna da quelle che si scatenano nelle guerre e nelle rivoluzioni, specialmente "dopo" le guerre e le rivoluzioni, quando il vincitore ha le mani libere. Ma anche queste forme collaterali di sciovinismo non vanno sottovalutate perché sono l'humus nel quale si coltivano gli orgogli e i rancori etnici.

le appropriazioni postume della civiltà romana e veneta

E quanto ancora avviene nella Croazia di oggi, che sta per entrare nell'Unione Europea. E altrettanto si potrebbe dire per i Paesi contermini. A dispetto dei progressi delle ricerche storiche, condotte dal mondo della cultura croata nelle sue università, la propaganda politica di parte continua a sventolare fantasmi del passato, sollecitando paure ancestrali di minaccia all'integrità territoriale dello Stato croato o addirittura alla sopravvivenza della lingua nazionale. Non altrimenti si spiegano campagne di propaganda che assumono toni ridicoli, come quelle condotte in questi anni facendo passare ad esempio come l' «Atleta di Croazia» un bronzo di Lisippo, solo perché ricuperato 2.000 anni dopo nelle acque di Lussino. O appropriandosi di personaggi illustri del passato contrabbandando per «croati» artisti o umanisti che mai avrebbero pensato in vita loro di essere gabellati in tal modo.

Dopo l'umanista Francesco Patrizi di Cherso e lo scultore e architetto Giorgio Orsini di Sebenico, quest'anno l'attenzione si è appuntata su due personalità di fama universale: Ruggero Boscovich e Marco Polo, anzi Marko con la cappa.

Voci autorevoli si sono levate contro queste manipolazioni disinvolte delle vite e delle opere di uomini vissuti in epoche lontane dalle smanie etnico-centriche di classi politiche che debbono legittimare il loro potere interno alimentando spinte scioviniste.

Boscovich era un genio universale, padre gesuita educato e vissuto nel più vasto respiro della cultura europea dell'epoca dei Lumi, tra l'Italia e la Francia, membro delle accademie italiane più autorevoli, in rapporto con gli scienziati più illustri del suo tempo, loro collaboratore in esperimenti avanzati che hanno anticipato importanti scoperte dei secoli successivi. Percorreva le strade di Roma e del Lazio misurando gli spazi, fino a ricavare da un breve tratto dell'Appia Antica la misura della circonferenza della terra. A Milano fondò l'Osservatorio di Brera. Era figlio di un «agiato mercante serbo» - come si legge nel Dizionario Biografico degli Italiani - e di una ragusea di origine bergamasca, come ce n'erano tanti in Dalmazia, dai Tommaseo ai Salghetti-Drioli. Bergamo era terra della Serenissima e venire a vivere a Sebenico o nella libera Repubblica di Ragusa non era evidentemente una disgrazia, dato che queste famiglie vi hanno piantato radici secolari. Donde nasca quindi la «croaticità» etnica di Boscovich è difficile da riscontrare. Scriveva le sue opere maggiori - come tutti i suoi contemporanei - in lingua latina. Le minori in italiano e in francese.

Ciò che turba di queste appropriazioni postume di glorie scientifiche o artistiche è il totale silenzio sull'ambiente culturale plurale delle città dalmate, e di Ragusa in particolare, sulla loro indiscussa appartenenza all'area culturale italiana, cui i dalmati facevano costante ed unico riferimento di studi e di vita. Gli esempi sono innumerevoli e non solo tra i ragusei, come Ignazio Giorgi, Giorgio Baglivi, Elio Lampridio Cerva, Marino Ghetaldi, Giovanni Francesco de Gondola, lo stesso Marino Darsa, tra i fondatori della moderna letteratura croata di impronta europea. Non avevano difficoltà a parlare in casa e fuori in italiano, nel dialetto dalmato-veneto, o in «illirico», come allora si diceva per nobilitare una lingua usata soprattutto dalla popolazione del contado e dei sobborghi cittadini di recente immigrazione; una "lingua di popolo" insomma che meritava di essere rispettata e salvaguardata. Così come molti usavano scrivere in queste lingue del volgo, quando rinunciavano al latino, la lingua dotta per eccellenza. Anche il dialetto dalmato-veneto era pur sempre la parlata popolare di artigiani, mercanti e marinai degli antichi centri storici della costa.

Quanto poi a Marco Polo l'appropriazione è ancora più azzardata.

Bene ha spiegato Marzo Magno ne II Leone di Lissa quando tratta del ramo curzolano della famiglia veneziana dei Polo, estintosi all'inizio del Quattrocento, o lo storico Alvise Zorzi. I suoi recenti commenti di fronte all'impudenza di un ex-presidente croato in visita in Cina — non nuovo a uscite scioviniste — bastano a chiudere la vicenda:

«[...] Non ci sono dubbi sul fatto che Marco Polo fosse veneziano, la sua famiglia era veneziana sin dal decimo secolo e comunque se anche per assurdo fosse nato a Curzola l'isola allora era feudo della famiglia Zorzi». Ma perché - gli chiede l'intervistatore de "Il Piccolo" sul numero del 16 maggio scorso -tanto accanimento nell'accreditarsi un falso storico? «Beh - risponde Zorzi - per aggiungere un vanto alla loro nazione, non lo fanno solo con Marco Polo, ma praticamente con tutto ciò che rappresenta la civiltà italiana e romana... Il punto è che i croati si affacciano sul bacino adriatico decisamente tardi, insediandosi su una costa che prima era romana, poi bizantina, poi ancora veneziana; i croati sono una tribù slava che era originaria dell'odierna Ucraina, si stabilirono lì nel VII secolo, nel X divennero regno autonomo e poi dal 1102 al 1919 furono uniti al Regno d'Ungheria; non hanno una storia particolarmente ricca e antica, per questo si appropriano di una quantità di prodotti della civiltà romano-veneta.Tuttavia - conclude Zorzi - esistono in Croazia fior di storici e studiosi che non cadono assolutamente in questo tipo di tranelli».

Ed è a questi che ci rivolgiamo oggi noi esuli giuliano-dalmati, «pericolosissimi irredentisti» - come veniamo definiti in qualche pubblicazione farneticante - quando diamo alle stampe opere obiettive ed oneste per onorare e far conoscere persone di genio e di valore, come un Marino Darsa o un Antonio Baiamonti, affidandone l'esposizione a studiosi croati e italiani dall'animo sereno, come nello studio bilingue edito da La Musa Talìa per la Società Dalmata di Storia Patria di Roma intitolato Marino Darsa e il suo tempo. Marin Dzric i njegovo vrijeme e curato da Rita Tolomeo, o nel saggio An monti e Spalato di Dusko Keckemet, tradotto dal croato, pubblicato dalla Società Dalmata di Storia Patria di Venezia. Da questi studi emerge un

mondo ben più ricco e variegato di quello contraffatto dalla propaganda di Stato. Vale per il Cinquecento come per l'Ottocento e il primo Novecento, rievocato da Enzo Bettiza nei suoi romanzi. Una continuità di cultura che sfida e sfiderà il tempo e dà dignità anche alla giovane nazione croata, ben maggiore di quanta ne possa venire da goffe invenzio

Lucio Toth

472 - La Voce del Popolo 20/07/11 Umago: Oggi in Istria il bilinguismo dovrebbe essere uno stile di vita

Ultimamente sta perdendo terreno soprattutto nei centri commerciali, nella Polizia e nella Dogana
Oggi in Istria il bilinguismo dovrebbe essere uno stile di vita

UMAGO – Poliziotti croati che parlano l’italiano? Sarebbe più che opportuno, soprattutto dalle nostre parti. Purtroppo non è così, anche se in verità qualche cosa di più al riguardo si potrebbe farlo, soprattutto ora che stiamo per entrare in Europa, utilizzando magari proprio i Consigli delle minoranze eletti di recente. In Istria, nelle zone a statuto bilingue, come quelle di Umago, Buie, Cittanova, Verteneglio e Grisignana, si è sempre cercato di mantenere in vita il bilinguismo negli uffici delle istituzioni pubbliche e medico-sanitarie, nei tribunali, nelle banche, nei negozi. Ultimamente però si arranca, e il bilinguismo sta perdendo terreno soprattutto nei grandi Centri commerciali, nella Polizia e nella Dogana.

Il fatto è che negli anni ’90 del secolo scorso molti poliziotti istriani hanno scelto di cambiare mestiere e hanno abbandonato la divisa, con il risultato che oggi sono pochissimi i tutori dell’ordine che parlano l’italiano. Un problema di principio, sentito e sottovalutato, importante dalle nostre parti per la forte presenza della minoranza italiana, ma anche dal punto di vista turistico. Fra poco saremo in Europa e molte porte si apriranno, anche nel mondo del lavoro, soprattutto per chi conoscerà le lingue. E di poliziotti e doganieri non ci sarà più molto bisogno.

Che fare dunque? All’inizio di marzo la deputata umaghese al Sabor dell’SDP, Tanja Vrbat, aveva tentato di proporre al Parlamento alcune modifiche alla Legge sulla polizia in materia di bilinguismo, essenzialmente con lo scopo di definire e valorizzare meglio la componente minoritaria. Ma la sua interpellanza parlamentare non ha ottenuto alcun risultato. La Vrbat aveva proposto delle modifiche agli articoli 49 e 87 della Legge sulla polizia, suggerendo di dare la precedenza, nelle aree bilingui, in caso di nuove assunzioni, a poliziotti appartenenti alla minoranza italiana, che conoscono dunque la seconda lingua parlata in una determinata zona. Aveva inoltre proposto che nele aree bilingui il capo del locale commissariato di polizia si impegni a organizzare dei corsi di lingua italiana, sia per gli agenti di pattuglia che per quelli che fanno gli investigatori e sottopongono dunque le persone a colloqui informativi e interrogatori.

"Erano due proposte che a mio parere andavano a completare la Legge, e non erano certo in collisione con la stessa" - ci aveva detto all’epoca la Vrbat. - Perché reputo che nelle aree bilingui, come il Buiese, ma non solo, gli appartenenti alle minoranze debbano avere la possibilità di esprimersi nella loro madrelingua e che gli agenti dovrebbero di conseguenza avere il dovere di conoscerla. Anche perché nelle nostre zone la gran parte degli agenti di polizia proviene da altre regioni della Croazia. Spesso si tratta di persone che non sanno nulla né di diritti di bilinguismo né delle particolarità della storia di queste terre. Con la mia interpellanza parlamentare avevo voluto sensibilizzare i deputati al Sabor su un problema che considero estremamente importante, che è quello del dialogo e della comprensione nelle aree bilingui. Gli appartenenti alla minoranza italiana dovrebbero avere il diritto di parlare con la polizia senza dover ricorrere a un interprete, perché l’agente in servizio della località in cui risiedono dovrebbe capire la loro lingua. Purtroppo i nostri giovani non scelgono di iscriversi all’Accademia di polizia, mentre gli allievi che lo fanno provengono da altre zone della Croazia e non conoscono l’italiano. Come ho specificato nella mia proposta relativa all’articolo 87 della Legge, il ministero degli Affari interni dovrebbe garantire nelle aree bilingui dei corsi destinati ai dipendenti del Ministero, per insegnare loro la lingua dell’ambiente sociale, in questo caso l’italiano".

Un problema, quello del bilinguismo parlato, che invece non esiste, ad esempio, in Pretura a Umago, dove da sempre, grazie soprattutto alla volontà dei giudici, si parla sia la lingua croata che l’italiano. Ma si può fare meglio. I Consigli della minoranza italiana, ad esempio, potrebbero attualizzare il problema del bilinguismo nella polizia, anche senza cercare di cambiare articoli della Legge, facendo capire ai Comuni e alle Città che con pochi soldi si potrebbero organizzare corsi di abilitazione linguistica destinati agli agenti. Non si tratterebbe certo di una spesa eccessiva. D’altra parte i poliziotti avrebbero l’occasione di imparare un’altra lingua. Del resto lo recita anche il vecchio detto: "Una persona vale tanto quante lingue conosce". Ne sanno qualcosa di quanto convenga parlare bene l’italiano, a Umago, degli ex poliziotti che hanno cambiato mestiere e oggi fanno gli skipper.

Franco Sodomaco

473 - Il Dalmata n° 69 - Luglio 2011 Cambia tutta la politica verso gli italiani nell' ex Jugoslavia

CAMBIA TUTTA LA POLITICA VERSO GLI ITALIANI NELL'EX JUGOSLAVIA

A CAPODISTRIA SFILANO I BERSAGLIERI A POLA RADUNO DEL LIBERO COMUNE

Pdl croato per la restituzione dei beni agli italiani. Esuli a Dignano e Rovigno. Più italiano nelle scuole della Dalmazia croata e montenegrina. La Polizia italiana a Spalato e Lesina

Sono passati inspiegabilmente sotto silenzio alcuni avvenimenti che visivamente rappresentano il cambiamento epocale che si è verificato nelle terre dell'Adriatico orientale. Il Comune sloveno di Capodistria, soprattutto il Vicesindaco italiano Alberto Scheriani, ha organizzato il 26 giugno in occasione di una manifestazione eno-gastronomica una serie di avvenimenti ed ha imbandierato la città con il tricolore italiano, quello sloveno e la bandiera del Comune di Capodistria. Ha fatto sfilare per le vie del porto la Fanfara dei Bersaglieri che ha tenuto anche un concerto nel piazzale antistante la Taverna. Chi avrebbe mai pensato, solo pochi anni fa, ad un apertura di questo genere da parte della Slovenia che sembrava la più ostica a rasserenare i rapporti tra Roma e Lubiana? La cosa più sorprendete è che nessuno sa niente di questa manifestazione. Una delle due Comunità italiane, quella ritenuta principale, nulla ha visto e nulla sa. La seconda Comunità, quella autogestita ha delegato tutto al suo Presidente che è anche il Vice Sindaco italiano di Capodistria. Per quanto riguarda gli esuli Capodistriani, nessuna reazione né positiva, né negativa e così pure le altre associazioni istriane. Pare che nessuno sappia niente. Significativo il fatto che il Sindaco Popovic sia stato rieletto al primo turno.

Un'altro episodio ecclatante riguarda il Libero Comune di Pola in Esilio che ha organizzato il suo Raduno nazionale nella città di Pola. I Polesani residenti, italiani e croati, hanno accolto gli esuli con fraterna amicizia e perfino l'associazione dei partigiani titini, pur rimarcando le proprie tesi sull'esodo, ha dato il benvenuto agli esuli che per l'occasione erano presenti in numero più che doppio rispetto agli altri raduni. Il che significa che la base degli esuli ha accolto con favore il ritorno in patria e la pacificazione esuli e rimasti.

Una terza notizia riguarda la collaborazione tra la polizia italiana e croata. Vari nuclei della polizia italiana saranno presenti e opereranno a Pola, Fiume, Spalato e Lesina durante l'estate, non solo in funzione della repressione del crimine e della droga, ma anche per risolvere i piccoli e grandi problemi dei turisti italiani che affollano soprattutto queste città. Apprendiamo inoltre che quest'anno nelle scuole della Dalmazia croata ed ancor più in quella montenegrina il numero di ore di insegnamento della lingua italiana (che in Croazia è facoltativo ed in Montenegro è obbligatorio) sarà potenziato. Il Liceo linguistico informatico "Leonardo da Vinci" di Spalato in cui l'italiano è una delle lingue d'insegnamento, ha aperto le iscrizioni per il suo terzo anno di vita. Da una prima analisi delle richieste si ritiene che saranno superiori al numero massimo previsto per ogni classe, tenuto conto che gli allivi dispongono ciascuno di un propria postazione informatica che consentirà loro di avere una preparzione a livello europeo. Infine, una notizia schock: il governo di Centro destra croato della signora Jadranka Kosor ha presentato un Progetto di Legge al Sabor per riaprire i termini di presentazione delle domande per la restituzione dei beni immobili non coperti da trattati internazionali, che consentirebbe - in caso di approvazione del Parlamento - la restituzione del mal tolto anche ai cittadini italiani che non hanno la cittadinanza croata, compresi quelli che hanno ricevuto una risposta negativa. Finora i cittadini italiani che hanno richiesto la restituzione dei beni sono 1.032. Ottima notizia!

474 - CDM Arcipelago Adriatico 15/07/11 Narni (TR) - Una via dedicata a Norma, la nostra storia in Umbria

Una via dedicata a Norma, la nostra storia in Umbria

Durante gli anni in cui Licia Cossetto faticava a far riconoscere in Italia la storia di sua sorella Norma, seviziata ed infoibata dai partigiani nel 1943 a Santa Domenica di Visinada, non avrebbe potuto immaginare che il tempo ed uno stemperarsi delle tensioni al confine orientale, avrebbero trasformato la tragedia di Norma in un simbolo del riconoscimento di una pagina di storia e del superamento delle divisioni imposte dalle ideologie del Novecento.
Ritroviamo tutte queste ragioni nella cerimonia che si è svolta oggi a Narni Scalo, ai piedi della più famosa Narni in Umbria. A Norma Cossetto è stata intitolata una via alla presenza del Sindaco Stefano Bigaroni, dell’Sen. Valentino Valentini, del Vicesindaco di Attigliano Leonardo Fazio, del Consigliere dell’ANVGD Franco Papetti presidente del Comitato di Perugia e di Ilaria Ubaldi, Consigliere e anima dell’iniziativa.
Perché Narni? A rispondere è la stessa Ubaldi, consigliere comunale del Pdl. "Ho presentato la mozione nel 2008, c’è voluto del tempo ma alla fine ci siamo riusciti, sulla targa sta scritto, Via Norma Cossetto, 1920-1943 Martire delle Foibe". Come ha conosciuto la sua storia?
"Ho studiato all’Università La Sapienza di Roma, psicologia infantile. Da alcune letture sono venuta a conoscenza della vicenda di Norma che mi ha colpito moltissimo, anche per il fatto che di lei conosciamo tutto, voglio dire ciò che era prima che si consumasse la tragedia. Una ragazza italiana istriana sana e felice, una studentessa che si stava laureando a Padova e correva per le strade rosse dell’Istria in bicicletta. Poi la pagina oscura della nostra storia, la capitolazione dell’Italia, l’Istria che rimane nel caos e la violenza che esplode inarrestabile".
Poi questa mattina l’intitolazione della via…
"E’ stato per tutti noi un momento di grande emozione, per certi versi un avvenimento storico. Pdl e centrosinistra compattati in un revisionismo sostenuto da una grande sensibilità e desiderio di superamento delle divisioni imposte dalla storia e dalle ideologie. Così Norma diventa anche per noi un punto di riferimento, vittima innocente di una pagina buia del Novecento che deve insegnare e che non va dimenticata, soprattutto in un momento difficile come questo".
Ma per Lei e per la sua gente l’Istria che cos’è?
"Io ci sono stata e sapere che Norma fosse vissuta lì ha fatto sì che anch’io sentissi quella terra in modo diverso, con la consapevolezza che è stata italiana e che qualcosa di noi continua ad esistere, ed è ciò che da oggi starà ad indicare questa via".
Ora il 10 Febbraio per voi sarà diverso…
"Lo ricorderemo con diverso spirito, partendo da un punto concreto e raccontando ai ragazzi e alla cittadinanza pagine di storia per troppo tempo dimenticate e forse poco capite. A quel punto la gente comincerà a dirsi, so qualcosa ma non so tutto e il desiderio di approfondire farà il resto. Così sapranno che l’Istria ha una lunga storia italiana che continua ad esistere".
Concetti che sono stati sottolineati in tutti gli interventi, in particolare del Sindaco. Franco Papetti, fiumano, invitato alla cerimonia perché è uno dei testimoni della storia adriatica presente nelle scuole dell’Umbria in occasione del Giorno del Ricordo, ha voluto parlare soprattutto di Esodo: "E’ stata anche questa un’altra tragedia – afferma – che ha segnato centinaia di migliaia di vite e continua ad essere presente nelle coscienze e la percezione della realtà di tanta gente sparsa nel mondo. Ricordare Norma significa sottolineare gli aspetti più cruenti ma tante storie minime hanno scritto la vicenda di un popolo che va conosciuto anche per l’apporto concreto dato laddove ha stabilito la propria residenza. Ovunque, abbiamo portato qualcosa della nostra cultura civile, storica ed umana". (rtg)

475 - La Voce del Popolo 22/07/11 Antichi centri istriani destinati a rinascere aprendo uno scrigno di splendidi affreschi

Recupero e promozione del patrimonio culturale:
altri passi nella realizzazione di «Revitas»
Antichi centri istriani destinati a rinascere aprendo uno scrigno di splendidi affreschi

DRAGUCCIO – Presentata ieri la fotomonografia "Tracce colorate e gli affreschi istriani", che fa parte del progetto "Revitas", volto alla rivitalizzazione dell’entroterra istriano e del suo turismo. All’evento hanno preso parte il presidente della Regione Istriana, Ivan Jakovčić, il sindaco del comune di Cerreto (Cerovlje), Emil Daus, l’assessore alla Cultura e direttore del progetto "Revitas", Vladimir Torbica, l’assessore ai Rapporti internazionali e alle integrazioni europee, Oriano Otočan, nonché Teobaldo Rossi, rappresentante della Regione Veneto e dell’assessore Roberto Ciambetti, che non ha potuto presenziare.
La fotomonografia, scritta da Željko Bistrović, corredata da fotografie di Ivo Pervan e redatta da Jasna Perković Milosavljević, analizza una trentina di chiesette site nella parte croata e slovena dell’Istria che si distinguono per la ricchezza dei loro affreschi. Come rilevato da Bistrović, si tratta del primo volume scientifico, esaustivo, sul tema degli affreschi istriani scritto dopo il libro di Branko Fučić del 1963.
Si va dalla chiesa di Sant’Elena a Gradischie di San Canziano, sul Carso sloveno, con i lavori di Giovanni da Castua, alla chiesa di Santa Maria delle Lastre a Vermo, che custodisce i dipinti murali più conosciuti dell’Istria, di epoca tardo-gotica, ultimati l’8 novembre 1474 dai collaboratori del maestro Vincenzo da Castua; e poi ancora la chiese di Portole, di Visinada, di Gimino, Valle e via di seguito a risalire la penisola fino a Bersezio e Laurana.
Da quanto rilevato da Vladimir Torbica, "Revitas" è un progetto transfrontaliero che ha come obiettivo la rivitalizzazione dell’entroterra istriano portando i turisti e tutti gli interessati al patrimonio culturale e storico a visitiare i numerosi borghi medioevali. Il valore del progetto è di circa 1,8 milioni di euro ed è cofinanziato dall’Unione Europea nell’ambito dell’IPA "Programma di collaborazione transfrontaliera Slovenia – Croazia 2007 – 2013".
Al termine della presentazione, dinanzi alla chiesetta di San Rocco si è svolta la cerimonia di sottoscrizione della lettera d’intenti grazie alla quale entro la primavera del 2013 dovrebbe venir realizzato il progetto di restauro e adattamento della vecchia scuola di Draguccio, che ospiterà la "Casa degli affreschi istriani". A firmare il documento sono stati il presidente della Regione Istriana Ivan Jakovčić e il sindaco di Cerreto, Emil Daus. Il progetto, del valore di 1,2 milioni di kune, dovrebbe trasformare Draguccio in un centro turistico importante e riportare la vita nelle sue calli come pure nel suo circondario. Verrà finanziato con 600mila kune dalla Regione Istriana, mentre il comune di Cerreto dovrebbe investire 300mila kune. Una parte della somma necessaria, ovvero 12mila euro, verrà stanziata dalla Regione Veneto, mentre il Ministero della Cultura croato dovrebbe partecipare con oltre 150mila kune.
"Nell’ultima quindicina di anni, l’Istria ha incominciato a riscoprire i suoi borghi e cittadine, per lungo tempo addormentati e dimenticati – ha rilevato Jakovčić –. Sono felice di poter constatare che molte di queste perle istriane sono state riportate all’antico splendore. Sono anche certo che gli affreschi che adornano decine di chiesette in tutta la pensiola siano talmente preziosi da poter essere inseriti nella lista del patrimonio culturale mondiale dell’UNESCO. La cultura non conosce limiti e barriere, per cui sono contento del fatto che il progetto venga realizzato in collaborazione con comuni e città della Slovenia e con il sostegno della Regione Veneto", ha concluso Jakovčić.

Helena Labus Bačić

476 - Il Piccolo 21/07/11 Pirano, il mandracchio torna alle origini, ripresi i lavori per la demolizione del molo pescatori interrotti dalla Soprintendenza

Pirano, il mandracchio torna alle origini

Ripresi i lavori per la demolizione del molo pescatori interrotti dalla Soprintendenza

PIRANO Sono ripresi ieri i lavori di ristrutturazione del molo pescatori di Pirano, interrotti alla fine di marzo perchè non corrispodevano al progetto approvato dall'Istituto per la tutela dei beni culturali. Nelle prossime settimane, si procederà alla rimozione e poi al rifacimento del lastricato in pietra nell'area del molo principale e davanti al Teatro Tartini. Subito dopo, saranno rifatte anche le pareti del mandracchio e i due moli più piccoli. L'intervento di ristrutturazione era stato interrotto dall'Ispettorato alla cultura dopo che i piranesi si erano lamentati per il modo in cui si stava nella fase di demolizione del vecchio mandracchio. I blocchi in arenaria e le bitte in pietra venivano infatti rimossi senza essere prima numerati, per cui si eliminava in partenza la possibilità di ricostruire il molo in modo da sembrare alla fine quanto più simile a quello precedente. La delusione si è trasformata in protesta quando nel cantiere sono apparse le prime pietre nuove, che hanno fatto capire come i timori per le sorti del mandracchio fossero più che giustificati. Il molo testimonianza della ricca storia e dell'architettura del passato, rischiava di restare solo un ricordo. L'Istituto per la tutela dei beni culturali ha dato allora nuove disposizioni su come procedere nei lavori e anche il Comune ha fatto la propria parte, predisponendo gli interventi richiesti legati appunto alla necessità di proteggere al massimo il molo originario. A Pirano comunque persiste una certa preoccupazione. La superficie dell'area sarà alla fine ridotta e parte delle pietre rimosse non potrà piu' essere recuperata.

Inoltre, si lavorerà per tutta l'estate senza interruzioni, e questo di certo non favorirà i ristoratori e gli albergatori del centro di Pirano. Non c'era però altra soluzione, spiegano al Comune di Pirano. Parte dei mezzi per la ristrutturazione del molo pescatori provengono da fondi europei - 2,4 milioni di euro - ma per ottenerli è necessario completare l'intervento entro il mese di ottobre. Per quanto riguarda invece gli eventuali danni per il turismo, un bilancio verrà fatto alla fine della stagione estiva. Ieri, alla ripresa dei lavori era presente anche il sindaco Peter Bossman. (f.b.)

477 - La Voce del Popolo 22/07/11 Albona - Cerimonia di riapertura della chiesa di Santa Maria Maddalena, è stata rinnovata con fondi della Regione Veneto

È stata rinnovata con fondi della Regione Veneto

Oggi la cerimonia di riapertura della chiesa di Santa Maria Maddalena

ALBONA – Nel corso di una cerimonia prevista per oggi e che avrà luogo dopo una Santa messa officiata dal parroco, don Željko Zec, nel centro storico di Albona, sulla strada che dalla città vecchia porta al cimitero, sarà riaperta la chiesetta di Santa Maria Maddalena, restaurata grazie a fondi stanziati dal Ministero croato della Cultura, dalla Regione Veneto (grazie alla Legge sugli interventi per il recupero, la conservazione e la valorizzazione del patrimonio culturale di origine veneta in Istria e Dalmazia) e dalla municipalità di Albona.
Gli interventi di recupero di questo piccolo gioiello, splendido esempio di architettura sacra del 14.esimo secolo, erano stati avviati nell’ottobre dell’anno scorso, ed erano terminati in giugno. Si erano svolti suddivisi in due fasi, di cui la prima era terminata con qualche mese di ritardo rispetto ai termini di tempo prestabiliti, a causa delle sfavorevoli condizioni meteorologiche dei primi mesi dell’anno. La seconda fase dell’intervento aveva invece preso il via in aprile ed era durata fino a giugno. Nei giorni scorsi gli addetti ai lavori erano impegnati negli ultimi ritocchi.
La chiesa di Santa Maria Maddalena è di particolare pregio artistico poiché rappresenta uno splendido esempio di arte medievale. Apparteneva in antichità alla nobile famiglia albonese degli Scampicchio, come dimostrano due lastre tombali con lo stemma di questa casata rinvenute all’interno della cappelletta. Si tratta di una piccola costruzione sacra a pianta rettangolare e a una navata; oltre a una loggetta il cui tetto è sorretto da colonnine di sezione quadrata e rotonda, che esisteva originariamente ma che è poi scomparsa ed ora è stata ricostruita, l’edificio ha l’entrata formata da un arco gotico ogivale e la facciata principale impreziosita da un occhio a rosetta sovrastato da un campaniletto a vela. La cosa più preziosa sono tuttavia i resti degli affreschi interni, che raffigurano le scene di vita di un santo.
Come avevamo già scritto a suo tempo anche sulle pagine del nostro quotidiano, il progetto è stato in parte finanziato con fondi della Regione Veneto, in quanto il restauro della chiesa di Santa Maria Maddalena era una delle iniziative che Albona aveva candidato al concorso regionale per la salvaguardia del patrimonio veneto nella penisola istriana e in territorio dalmata.
A sostenere il progetto sono stati comunque anche il ministero della Cultura croato e la Città di Albona. Le spese complessive per completare i lavori si aggirano intorno alle 430mila kune, qui inclusa la somma di 64mila kune stanziata per degli interventi aggiuntivi, legati alla staticità dell’edificio. Per completare il progetto nel Preventivo cittadino di quest’anno era stato previsto un importo di 332mila kune. La Regione Veneto ha assicurato invece 40mila euro, il che equivale a circa 290mila kune, mentre il competente ministero ne ha aggiunte altre 100mila.
A eseguire i lavori è stata la ditta "Kapitel" di Gimino, che ha affidato una parte degli interventi alla "Ving" di Caroiba.
La cerimonia di inaugurazione è prevista per questa sera, in presenza delle autorità, al termine della Santa Messa che sarà officiata nella chiesina dal parroco.

Tanja Škopac

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478 - Il Piccolo 18/07/11 Si ripopolano le isole quarnerine e dalmate

Si ripopolano le isole quarnerine e dalmate

La popolazione cresce del 6,2%. Non è un baby-boom, la causa è il "buen retiro" di molti pensionati

di Andrea Marsanich

LUSSINPICCOLO Dopo decenni di calo demografico, il censimento dello scorso aprile ha registrato un aumento abbastanza consistente della popolazione che vive nelle isole croate. Sono stati censiti 132.443 abitanti, per un aumento del 6,2 per cento (7573 persone) rispetto all’ ultima maxi inchiesta, quella del 2001. I rilevatori sono stati sguinzagliati in 356 abitati isolani e in 199 si è appurato un numero superiore di residenti, in 144 vi è stata flessione, mentre in 16 il numero degli abitanti è risultato identico rispetto a quello di un decennio fa. Nelle sette regioni o contee adriatiche che annoverano isole abitate, cinque possono vantare un incremento demografico. Le restanti due sono quella di Sebenico, con 30 isolani in meno nei riguardi del 2001, e quella di Ragusa (Dubrovnik) dove la decrescita demografica è stata quantificata in 200 unità. L’ incremento di 6,2 punti percentuali non è però "vera gloria", se così si può dire, in quanto non c’ è stato il baby boom, bensì la regione insulare è stata scelta come "buon retiro" permanente da nugoli di pensionati. Facciamo l’ esempio delle isole quarnerine: le varie Cherso, Veglia, Lussino e Arbe per intenderci. Qui il numero dei morti dal 2001 allo scorso giugno è stato superiore di 1301 unità rispetto alla cifra dei bebè. Dunque nessun aumento naturale della popolazione ma solo una migrazione verso luoghi dove vivere oggigiorno è più facile rispetto a prima. La spiegazione arriva dal sottosegretario alle isole e allo sviluppo delle aree costiere della terraferma, Josip Boric: «Il maggior incremento riguarda le isole che sono collegate alla terraferma tramite ponti, come le varie Veglia, Pago, Puntadura e Murter. Aumenti riguardano anche le piccole isole, quelle che finora erano state maggiormente colpite dallo spopolamento come Premuda, Eso, Selve, Rava, Zlarin, Capri, Zirona Piccola e Vergada». «In generale – ha proseguito Boris - posso dire che negli ultimi due decenni sono stati fatti grossi investimenti sulle isole, migliorandovi le infrastrutture e i collegamenti e con essi anche il tenore di vita è salito di parecchio. Le nostre isole presentano ben 240 mila posti letto nelle strutture turistiche, una risorsa di eccezionale importanza». Ancora un’occhiata alleprincipali isole del Quarnero per entrare nel detaglio degli incrementi: Veglia ha segnato un aumento demografico dell’ 8 per cento, ad Arbe sono 150 anni (è forse l’unico caso tra tutte le isole dell’Adriatico) che i censimenti non hanno mai registrato un benché minimo calo, mentre Lussino e Cherso hanno avuto 27 abitanti in meno. A Lussino i residenti sono 7752 (-8), a Cherso (2852 (-19).

479 - Il Dalmata n° 69 - Luglio 2011 Il Papa tedesco parlò in italiano ad autorità e popolo croato di Zagabria

VISITA PASTORALE DI BENEDETTO XVI NELLA REPUBBLICA DI CROAZIA

IL PAPA TEDESCO PARLÒ IN ITALIANO AD AUTORITÀ E POPOLO CROATO DI ZAGABRIA

Le Comunità italiane di Dalmazia auspicavano da tempo un aggiornamento della Chiesa cattolica che, durante la guerra civile, aveva subìto un'eccessiva influenza nazionalista.

Improvvisamente telefoni, cellulari ed e-mail del nostro giornale sono stati intasati da numerosi amici, conosciuti e non, quasi tutti italiani residenti in Dalmazia, che ci hanno segnalato con incredulità e meraviglia che la televisione croata trasmetteva in diretta da Zagabria le riflessioni di Papa Benedetto XVI in lingua italiana. Le domande più frequenti, alle quali non siamo stati in grado di rispondere, toccavano alcuni temi dolenti: "ma adesso potremmo avere anche qui le Messe in lingua italiana?" "i preti croati saranno ancora cosi nazionalisti?" "cosa significa l'Omelia del Papa a Zagabria in lingua italiana?" Benché i giornalisti siano accusati di essere tuttologi e di parlare di tutto e di tutti senza sapere niente, ancor'oggi - dopo esserci informati e aver chiesto pareri a vaticanisti e teologi - i giornalisti de Il Dalmata non sono in grado di rispondere alle domande che ci sono state rivolte con angosciosa trepidazione dai credenti italiani di Dalmazia che hanno sofferto per il distacco del Clero croato della Chiesa di Roma nei loro confronti, soprattutto nel periodo che segue la guerra civile degli anni '90, mentre si aspettavano di essere tutelati nei loro diritti. Che cosa significa che il Vescovo di Roma abbia parlato in italiano all'estero? Benché vi siano altri esempi in tal senso, risulta chiaro che si tratta di un'eccezione, perché, di norma, il Papa si rivolge ai fedeli nelle più svariate lingue. Per la verità, il saluto iniziale di Benedetto XVI è iniziato in lingua croata. Lo abbiamo risentito in internet e, a detta di tutti i conoscitori della lingua croata, la pronuncia era ottima, forse migliore di quella quasi perfetta usata dal Papa in lingua italiana che scivola solo su qvesto e qvello, dove la "u" assume talvolta il suono di una "v".

Nulla di rivoluzionario, quindi, se il Vescovo di Roma ha scelto la lingua italiana in un paese estero, anche se si tratta più di un'eccezione che di una regola. Qualcuno ci ha fatto presente che proprio questo Papa ha più volte sottolineato il fatto che la lingua ufficiale della Chiesa rimane il latino, senza ignorare che, di fatto, gran parte degli ecclesiastici stranieri parlano tra di loro in lingua italiana, che conoscono piuttosto bene perché spesso i diaconi sono ospitati in collegi romani per uno o due anni prima di diventare sacerdoti e quindi apprendono la lingua italiana che poi usano con i confratelli delle altre nazionalità. Si è pensato anche che il Papa abbia voluto sottolineare l'importanza che la lingua italiana ha nell'Unione Europea che, pur parlata da circa 120 milioni di persone nel mondo viene considerata con sufficienza da inglesi e spagnoli che vantano una platea miliardaria di conoscitori di queste lingua e snobbano il francese, il tedesco e l' italiano, per non parlare delle altre lingue "locali". Vi è stato anche chi ha voluto ricordare che Zagabria, nell'Impero austro-ungarico chiamata ancora Agram, è diventata solo di recente sede del Primate della Chiesa cattolica perché, fino a metà dell'800, il Primate spettava alla Diocesi salonitana di Spalato. La Chiesa ha lunga memoria e non dimentica che la cristianizzazione della Croazia partì proprio da Salona (e non da Cirillo e Metodio che portarono il Vangelo e la scrittura cirillica in altri paesi slavi dell'est) quando ancora era una delle capitali più importanti dell'Impero Romano d'Occidente e dava i natali a San Girolamo traduttore delle Sacre scritture, che portò quanto è stato elaborato dalla Chiesa Apostolica Dalmata di Salona prima ad Aquileia e poi a Roma ed è tuttora uno dei dottori più importanti della Chiesa cattolica. San Girolamo parlava verosimilmente una lingua mista illirico-romanza da cui promana il dalmatico che viene considerato uno dei nuovi linguaggi che hanno concorso alla formazione della lingua italiana. Non si può neanche escludere che la Chiesa abbia ascoltato la richiesta di gran parte degli intellettuali croati affinché si raggiunga un accordo tra la cultura croata e italiana che potrebbe svolgere, come fece nel tardo ottocento, la funzione di traghettare la cultura croata nel vasto crogiolo della grande cultura dell'Unione europea, mantenendo nell'UE le tradizioni del popolo croato che stanno a cuore alla Chiesa. Contemporaneamente, la Croazia deve scegliere una cultura che ne protegga l'autonomia culturale in un' Europa poco attenta alle lingue nazionali. Difficile dire quali di queste quattro interpretazioni laiche del pensiero del Papa abbiano realmente ispirato la scelta di Benedetto XVI di parlare a Zagabria in italiano e non escludiamo che vi possono essere altre spiegazioni, che nessuno ci ha finora prospettato.

480 - Difesa Adriatica - Luglio 2011 Paolo Barbi, la visione europea della tragedia giuliano-dalmata

Presidente dell'ANVGD per un trentennio si è spento nella sua casa a Napoli il 10 giugno scorso

Paolo Barbi, la visione europea della tragedia giuliano-dalmata

Con la scomparsa del sen. Paolo Barbi, avvenuta venerdì 10 giugno a Napoli, l'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia che

lo ebbe presidente per tre decenni perde uno dei suoi rappresentanti più significativi,

sia per la sua statura politica e culturale sia per il suo ruolo di guida del maggiore sodalizio rappresentativo in Italia degli Esuli dall'Istria, da Fiume e dalla Dalmazia in un frangente storico complesso e segnato, tra l'altro, dalla firma del trattato di Osimo nel 1975.

Era nato a Trieste nel 1919 da genitori dalmati, originari dell'isola di Lesina. L'impronta dalmata, riconoscibile nel carattere forte e schietto dell'uomo, avrebbe maturato in lui la

sensibilità e l'attenzione per la questione del confine orientale investito dalla tragedia della guerra e dell'occupazione jugoslava e delle comunità italiane di quei territori, costrette all'esodo dalle violenze del regime comunista di Tito e rinate in Italia nelle diverse città di insediamento dopo lunghe permanenze nei campi profughi o in ricoveri di fortuna in condizioni di estremo disagio e marginalità.

Docente di Storia e Filosofia nella Scuola militare della Nun-ziatella, Barbi intraprese nel 1958 una fortunata e meritata carriera politica nelle fila della Democrazia Cristiana, del quale fu deputato per ben quattro legislature e senatore dal 1976 al 1979, rivestendo anche la carica di Sottosegretario di Stato nei Governi Leone (1968), Rumor (1969-1970) e nel quarto Governo Andreotti e membro di molte Commissioni, sia alla Camera che al Senato. Alle prime elezioni a suffragio universale per il Parlamento europeo (1979), venne eletto ed aderì al gruppo parlamentare del Partito Popolare Europeo, del quale fu capogruppo negli ultimi due anni di quella legislatura e membro delle Commissioni per il Bilancio e Politica.

Nel 1975 si trovò a dover affrontare, da dalmata e da dirigente dell'Associazione, la controversa vicenda del trattato di Osimo, preparato in tutta segretezza e firmato per l'Italia dal presidente del Consiglio Mariano Rumor, che sanciva la definitiva cessione della Zona B dell'ex Territorio libero di Trieste, ovvero dell'Istria nord-occidentale, alla Jugoslavia. Il primo trattato internazionale, riportano le cronache, non curato dal Ministero degli Affari Esteri ma i cui negoziati erano stati affidati ad un dirigente del Ministero dell'Industria. Nell'acceso dibattito parlamentare che si sviluppò, a fronte anche di una considerevole sollevazione dell'opinione pubblica e particolarmente delle comunità esuli in Italia, Barbi presentò interpellanze, pronunciò un fermo intervento critico ed espresse, all'opposto di tutto il suo partito e di Psi, Pci, Psdi e Pri, voto contrario.

Cattolico democratico, fu europeista convinto ed il primo a guardare alla questione degli Esuli giuliani e dalmati in una cornice europea. In uno dei suoi ultimi articoli, apparso nel marzo 2011 su "Difesa Adriatica", il mensile dell'ANVGD, Barbi scriveva tra l'altro: «Dunque il ricordo dell'esodo giuliano-dalmata, oggi dopo sessant'anni, deve servire a tutti - non solo a noi italiani - per capire quanti e quali disastri umani hanno prodotto la dottrina e la prassi del nazionalismo sciovinista e della "conflittualità naturale" degli individui e dei popoli. E anche per prender coscienza dell'inestimabile valore della costruzione unitaria europea, fondata invece sulla naturale socialità e sulla solidarietà delle persone, sulla sussidiarietà e sulla cooperazione delle loro organizzazioni politiche.

Quindi il Giorno del Ricordo non può esser considerato solo come una sorta di consolazione per gli Esuli [...] o magari anche un modo per riparare l'umiliante, insopportabile, lungo oblio dei loro così gravi sacrifici, affrontati consapevolmente per continuare ad essere liberi e parte integrante della nazione italiana. Deve essere, invece, soprattutto l'occasione per far conoscere bene tutto ciò anche alle nuove generazioni - che non hanno avuto la triste sorte di vivere quelle guerre, quei massacri, quelle deportazioni di intere popolazioni dalle loro terre di origine - e per educarle al federalismo europeo». La sua visione politica travalicava la dimensione nazionale in favore di una proiezione continentale nella quale le ingiustizie e le sofferenze delle popolazioni colpite dai lutti del conflitto e dell'intolleranza ideologica ed etnica dei totalitarismi del Novecento avrebbero trovato il giusto riconoscimento ed un pur tardivo, ma indispensabile, lenimento. E difatti proprio la caduta del Muro di Berlino e il disfacimento del vecchio assetto geo-politico derivato dagli accordi di Yalta e dalla Guerra Fredda avrebbero finalmente permesso alla pubblica opinione e ai governi di riconoscere, finalmente, la realtà delle persecuzioni ai danni della popolazione italiana autoctona nei territori ceduti all'ex Jugoslavia, così come quanto aberranti fossero i sistemi coercitivi dei regimi di quel che si chiamava il Blocco sovietico.

Nei suoi ultimi anni, e benché provato da precarie condizioni di salute, continuò a seguire puntualmente i lavori della sua Associazione e l'evoluzione della più generale situazione politica italiana. Nel 2003 diresse con energia, a Roma, il XVIII Congresso nazionale dell'ANVGD, portando il suo contributo di esperienza e di conoscenze al dibattito interno; dall'istituzione del Giorno del Ricordo, nel 2004, curò annualmente le relazioni con le amministrazioni pubbliche della sua città di residenza, Napoli, per l'organizzazione di adeguate celebrazioni istituzionali, alle quali partecipò sin quando gli fu possibile. Nel 2007, al Quirinale, pronunciò il discorso ufficiale nella solenne commemorazione alla presenza del Presidente Napolitano.

«Quello delle Foibe - disse tra l'altro in quella circostanza - è stato un fatto drammatico, inumano, terrificante e perciò fortemente impressionante. [.] Fu l'esplosione delle vendette e degli odi covati nell'esasperazione nazionalistica durata decenni e nel clima della guerra totale, impietosa, dei regimi totalitari. Si manifestò già dopo l'8 settembre '43 e poi alla fine della guerra nel maggio-giugno '45. Creava terrore: e proprio perciò fu cinicamente incoraggiato e utilizzato dal nuovo potere jugoslavo come brutale, passionale strumento per attuare un progetto razionalmente concepito e freddamente realizzato: la radicale pulizia etnica - questa pessima degenerazione novecentesca del nazionalismo romantico dell'800 - dell'Istria e della Dalmazia».

Ed ancora, di fronte alle più alte cariche dello Stato: «Nel '46 non si infoibava più: ma si utilizzava la fuga terrorizzata di gran parte della popolazione italiana per sostenere alla Conferenza di Versailles le pretese annessionistiche slave, che furono sancite nel Trattato di pace imposto all'Italia sconfitta, semidistrutta, umiliata, il 10 febbraio '47. Questo è il fatto più grave, di portata storica, che non riguardò solo alcune migliaia di vittime delle foibe, ma determinò l'esodo di un intero popolo». «Le esigenze della politica italiana nel quadro della situazione internazionale creata dalla "guerra fredda" e dalla "eresia" titina determinarono un atteggiamento generale di rimozione della questione adriatica [.] per cui anche i partiti e gli uomini che più avevano detto e fatto per la causa istriana furono indotti a considerare con fastidio le nostre valutazioni e le nostre richieste, fino al punto di imporci con procedure subdole l'affronto dell'inutile trattato di Osimo nel '75.

Non era più l'ostilità aperta della fazione comunista degli anni '40. Era, per noi, qualcosa di peggio: la freddezza, l'indifferenza, la scomparsa della solidarietà in tutta la comunità nazionale. L'Italia libera e democratica per cui avevamo sa-criticato tutto sembrava volerci ignorare, cancellarci. Persino - fatto di incredibile gravità! -negli studi storici, nell'insegnamento universitario, nei testi scolastici eravamo quasi totalmente ignorati. E vana fu, in tutti quegli anni, la nostra denuncia di quella vergogna della cultura italiana. Erano sordi che non volevano sentire».

Ciò nonostante, e ormai palesatasi la fine del lunghissimo dopoguerra, proseguiva: «La nostra identità è costituita, certamente, dalla cultura, dalla lingua, dalla religione, dalle tradizioni popolari; ma anche - ed in modo del tutto particolare -dalla secolare esperienza civica, sociale e politica che ha prodotto forme storicamente collaudate di pluralismo linguistico, di integrazione sociale, di fede e ad un tempo di tolleranza religiosa, di sviluppo economico, di convivenza pacifica. Un'identità, questa, che l'esasperato nazionalismo sciovinistico otto-novecentesco ha cercato di deformare, amputandone, la parte socio-politica e usando i valori culturali e linguistici come strumento della sua teoria conflittualistica e della sua rovinosa - e per noi giuliano-dalmati fatale - prassi bellicista».

Sempre vigile e partecipe del dibattito politico e giornalistico, non più tardi del 10 Febbraio di quest'anno Barbi protestò pubblicamente e con la sua consueta energia per il basso profilo delle cerimonie tenutesi nella sua Regione, e rimarcando la finalità non soltanto «politica», nel senso più alto del termine, ma finanche «educativa» del Giorno del Ricordo, perché utile alle nuove generazioni per comprendere la storia e quanto possano essere tragiche le sue dinamiche.

Di Paolo Barbi restano molte eredità, come si conviene ad una personalità di alto profilo intellettuale ed umano: non ultima, e coerente con le sue origini e con la sua educazione, l'onestà personale - qualità rara sul mercato contemporaneo - e la passione per la memoria delle vicende della Venezia Giulia e della sua Dalmazia, coltivata veramente sino all'ultimo e con la lucidità propria dei grandi testimoni.

Patrizia C. Hansen

Il cordoglio del Presidente della Repubblica

Il Presidente Giorgio Napolitano, appresa la dolorosa notizia della scomparsa di Paolo Barbi, ha inviato alla famiglia un sentito messaggio di cordoglio, nel quale si legge tra l'altro:

«È stato in Parlamento, nella vita pubblica e nella vita sociale un rappresentante sempre illuminato del cattolicesimo democratico e popolare. Da autorevole personalità democristiana italiana ed europea ha contribuito attivamente all'avanzamento della causa del progresso sociale e civile del Paese. Da educatore ha lasciato un'impronta incancellabile nella storia del Collegio Militare della Nunziatella di Napoli. Ha interpretato col più grande senso della giustizia e della pace i sentimenti e le aspirazioni delle popolazioni della Venezia Giulia, dell'Istria e della Dalmazia esposte a tormentate vicissitudini storiche. Personalmente perdo con lui un grande amico che conobbi, già a Napoli nei miei primi anni giovanili, disinteressato e solidale protagonista delle comuni battaglie per la democrazia e per l'Europa».

481 - Il Piccolo 19/07/11 Piedimonte (Gorizia) punta i piedi: no alle vie dei carabinieri

Piedimonte punta i piedi: no alle vie dei carabinieri

L’intransigenza del consiglio di quartiere rischia di creare un incidente diplomatico. In giornata la cerimonia di intitolazione di due strade dedicate all’Arma

di Francesco Fain

Due vie dedicate ai carabinieri a Piedimonte? No, qui si parla solo sloveno. Non è una polemica qualsiasi quella che parte dal consiglio circoscrizionale contro il Comune. Perché investe una delle istituzioni più importanti dello Stato, l’Arma. In una Gorizia dove i radicalismi etnici sembravano finalmente sopiti ecco questa sortita di Piedimonte.

Andiamo con ordine. La battaglia del Podgora fu uno degli eventi più tragici ed epici della Prima guerra mondiale sul fronte italiano ed ebbe come protagonisti i Carabinieri Reali. Per commemorare quelle gesta, il Comune di Gorizia fa deciso di dedicare loro due vie: la Salita 2° e 3° Battaglione Reggimento Carabinieri Reali mobilitato 19 luglio 1015 e la Strada Volontari Irridenti giuliano-trentini. Ma a Piedimonte non va giù quell’intitolazione in programma oggi. «Non siamo stati interpellati. È una decisione calata dall’alto», mugugna Walter Bandelj, presidente del Consiglio circoscrizionale di Piedimonte, quartiere a maggioranza slovena. Ma la questione non si limita al solo mancato coinvolgimento. Il busillis è un altro.

«È anche una battaglia per la tutela dei toponimi sloveni». Perchè? Perché quelle due strade oggi senza un nome «era meglio fossero chiamate via Podgora», rincara Bandelj. Proprio per tutelare la minoranza, il presidente del Cdq annuncia che sarà sua cura avvisare il Comitato paritetico nominato dal presidente della repubblica con il decreto legge 38 del 2001. «In particolare, chiederemo se sulla base dell’articolo 10 la delibera dell’amministrazione comunale è congrua a disposizioni di legge». Una polemica anacronistica agli occhi dei più ma che diventa «importantissima» per la circoscrizione di Piedimonte. Non solo. Sull’argomento interviene anche Damijan Terpin, segretario regionale della Slovenska skupnost. E le sue parole sono come sassi. «Con questa decisione, l’assessore Cosma (detiene i referati alla toponomastica, ndr) ha dimostrato di non essere capace di uscire dalla sua pelle. Il toponimo "Podgora" accomuna tutti, non divide. E poi, ci sono vie Podgora in mezza Italia meno che a Gorizia. Non vi sembra un’assurdità? Basta imposizioni. I metodi di Cosma sono sempre gli stessi».

E il Comune? Va avanti per la sua strada. L’assessore comunale alla Toponomastica Sergio Cosma parla di «strumentalizzazione politica», il sindaco Ettore Romoli si dispiace per «l’atteggiamento di Bandelj» e aggiunge: «Riguardo a tutte le nuove intitolazioni, non è mai stato sentito alcun Consiglio di quartiere. E poi, appare strano che ogni volta che si assume una decisione, vengano fuori proposte alternative che, prima, nessuno si era mai sognato di fare. Il centrosinistra ha governato per 5 anni: potevano intitolare loro una qualsiasi strada al Podgora. Quella parte politica - attacca Romoli - non solo non ha sistemato le strade ma non le ha nemmeno intitolate». Romoli conclude definendo «doverosa» l’intitolazione di quelle due strade «a coloro che si sacrificarono per liberare la nostra città».

Più o meno lo stesso ragionamento di cui si fa interprete lo stesso Cosma. «Una simile iniziativa non dovrebbe sollevare polemiche: tutti dovrebbero trovarsi d’accordo - esordisce l’esponente della giunta municipale -. Bandelj dice che era più opportuno chiamarle via Podgora? Perché non ha mai formulato tale richiesta alla nostra amministrazione? O perché non si è attivato durante i cinque anni di gestione Brancati? Questa è una strumentalizzazione. Vera».

482 - Il Piccolo 21/07/11 Piedimonte (Gorizia) - Giovanardi: «Passo falso degli sloveni»

Giovanardi: «Passo falso degli sloveni»

«È sorprendente come le storie di confine rischino di ripetersi uguali nei decenni, fomentando passioni e polemiche che la caduta delle frontiere rende difficilmente comprensibili». Lo sostiene il senatore ed ex ministro Carlo Giovanardi a proposito delle polemiche sull'intitolazione delle vie ai carabinieri. Giovanardi: «Leggo che a Gorizia il presidente del consiglio di circoscrizione di Piedimonte, quartiere a maggioranza slovena, e Damijan Terpin, segretario eregionale della Slovenka skupnost, protestano per l'intitolazione di due vie, rispettivamente al II e III battaglione carabinieri reali e ai volontari irredenti giuliano-trentini , lamentando la mancanza a Gorizia di una via denominata Podgora. Chi come me ha fatto il carabiniere di leva ama questo toponimo al quale fra l'altro è intitolata una delle tre divisioni dei Carabinieri (Pastrengo a Nord, Podgora Italia centrale, Ogaden al sud), senza che a nessuno sia mai venuto in mente di trasformarlo in divisione Piedimonte. Ma è così difficile allora onorare contemporaneamente coloro che combatterono e dettero la vita per l'ultimo atto del Risorgimento e contemporaneamente trovare in Gorizia una strada da intitolare al Pdgora? Mi aspetto dagli amici della minoranza slovena la condivisione della decisione di ricordare coloro che combatterono l'Austria Ungheria, in sintonia fra l'altro con i serbi croati sloveni che nello stesso periodo storico aspiravano alla loro indipendenza, con l'auspicio che assieme con la Giunta comunale di Gorizia anche in questa città venga reso più visibile il nome di Podgora, così caro agli sloveni ma anche agli italiani».

483 – CDM Arcipelago Adriatico 22/07/11 Napolitano nomina Bruno Crevato-Selvaggi nuovo Commendatore

Napolitano nomina Bruno Crevato-Selvaggi nuovo Commendatore

Con Decreto del 2 giugno scorso, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha conferito l’ambita e prestigiosa onorificenza di Commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica italiana a Bruno Crevato-Selvaggi, un alto riconoscimento che premia venticinque anni di progettazioni ed organizzazioni culturali in vari settori della cultura.

Laureato in Scienze Matematiche, si occupa di studi, ricerche, attività, pubblicazioni e mostre riguardanti la storia e la cultura dell’area giuliano-dalmata e la storia filatelica. Consigliere della Società Dalmata di Storia Patria (Roma) è anche Socio, già secondo vicepresidente, della Società Istriana di Archeologia e Storia Patria, della Società di Studi Fiumani (Roma), della Società Dalmata di Storia Patria (Venezia). È inoltre Segretario generale della Consulta delle associazioni, istituti, società di studio su Istria, Fiume e Dalmazia; membro della Commissione presso la Regione Veneto per la LR 15 /1994, Interventi per il patrimonio culturale d’origine veneta in Istria e Dalmazia; Vicedirettore dell’Istituto di Studi storici postali (Prato); membro della Consulta per l’emissione delle carte-valori postali e la filatelia presso il Ministero dello Sviluppo Economico.

Dirige il progetto internazionale di ricerca Fida sui fondi archivistici "italiani" in Archivi statali di Slovenia, Croazia, Montenegro. È Direttore del progetto internazionale di ricerca Sida sui fondi archivistici "italiani" in Archivi non statali di Slovenia, Croazia, Montenegro.

Ha promosso ed organizzato il recente convegno scientifico L’Unità nazionale e lo sguardo degli altri. Le province a presenza italiana tra impero asburgico e regno d’Italia 1861-1882, svoltosi a Roma il 10-11 giugno 2011, in Senato, nell’ambito delle celebrazioni per il 150° dell’Unità d’Italia. È Direttore del progetto internazionale di ricerca Psid - Posta della Serenissima in Istria e Dalmazia.

È Curatore scientifico ed organizzativo di tre mostre organizzate nella Sala della Lupa di palazzo Montecitorio: Dagli antichi Stati all’Unità d’Italia, 1999; La Repubblica italiana, 2003; Il Regno d’Italia, 2006.

Numerosissime anche le sue pubblicazioni, tra le quali ricordiamo Il Regno d’Italia, Roma, Poste Italiane, 2006; e, in collaborazione con altri o in veste di curatore: con Enrico Melillo, Ordinamenti postali e telegrafici degli antichi Stati italiani e del Regno d’Italia, tomo VII, a cura di Bruno Crevato-Selvaggi, Prato, Istituto di storici postali, 2001. Con Enrico Melillo, Ordinamenti postali e telegrafici degli antichi Stati italiani e del Regno d’Italia, tomo VI, a cura di Bruno Crevato-Selvaggi, Prato, Istituto di storici postali, 2000.

Tra i saggi, La rete postale, in La cultura italiana, diretta da Luigi Luca Cavalli Sforza, IV, Economia e comunicazione, a cura di Aldo Bonomi - Alberto Abruzzese, Torino, Utet, 2009; I francobolli della Repubblica, in Le Poste in Italia, 5. Dal 1970 ad oggi, a cura di Gianfranco Petrillo, Roma-Bari, Laterza, 2009 (Le Poste in Italia, opera diretta da Valerio Castronovo); L’epistolario: gli aspetti postali, in Ci vuole pazienza. Lettere di Elena Mocenigo Querini 1733-1778, a cura di Antonio Fancello e Madile Gambier, Venezia, Fondazione Querini Stampalia, 2008; I francobolli della Repubblica, in Le Poste in Italia, 4. Dalla ricostruzione al boom economico 1945-1970, a cura di Gianfranco Petrillo, Roma-Bari, Laterza, 2007 (Le Poste in Italia, opera diretta da Valerio Castronovo; L’organizzazione degli uffici periferici, il movimento e la distribuzione della posta, in Le Poste in Italia, 3. Tra le due guerre 1919-1945, a cura di Andrea Giuntini, Roma-Bari, Laterza, 2007 (Le Poste in Italia, opera diretta da Valerio Castronovo); con Andrea Giuntini, Le Poste italiane fuori d’Italia, in Le Poste in Italia, 3. Tra le due guerre 1919-1945, a cura di Andrea Giuntini, Roma-Bari, Laterza, 2007 (Le Poste in Italia, opera diretta da Valerio Castronovo); Des centres de recherche pour l’histoire postale: l’exemple italien, in Postes d’Europe XVIIIIe - XXIe siècle. Jalons d’une histoire comparée, a cura di Muriel Le Roux, Paris, Chp, 2007; La posta a Fiume nel secolo dei grandi mutamenti - Posta u Rijeci u stoljecu velikih promjena, in Rijeka u stoljecu velikih promjena (Zbornik radova) - Fiume nel secolo dei grandi mutament (Atti del convegno), Rijeka-Fiume, Edit, 2001.

L’onorificenza premia un’instancabile ed appassionata attività di promozione e divulgazione della storia giuliana e dalmata in tanti suoi aspetti e risvolti, sempre nel segno della rigorosa qualità scientifica e documentaria. (da www.anvgd.it)

484 - Secolo d'Italia 22/07/11 Le vittime di Tito non furono solo gli italiani - Dopo decenni sono emerse in Croazia e Slovenia decine di foibe con migliaia di morti

Le vittime di Tito non furono solo gli italiani

Dopo decenni sono emerse in Croazia e Slovenia decine di foibe con migliaia di morti

Marco Valle

«Finora in Croazia sono stati evidenziati 718 siti in cui avvennero crimini comunisti: 628 sono fosse comuni». Ad annunciarlo a fine febbraio è stato il ministro degli Interni croato, Tomislav Karamarko. Lo ha fatto in una lunga — e liberatoria — intervista concessa al quotidiano zagabrese Vecernji List. Così, dopo più di mezzo secolo, la Croazia si appresta a leggere uno dei capitoli più tragici della sua storia. Pagine per decenni pervicacemente celate e negate: i crimini commessi dal regime comunista jugoslavo tra il 1945 e il 1990, l'anno in cui la federazione si dissolse

Il ministro ha poi aggiunto «riteniamo che nei luoghi d'occultamento possano trovarsi i resti di 90mila persone, soprattutto di nazionalità croata, considerati anticomunisti o "nemici del popolo": civili, donne e bambini, come pure di soldati italiani e tedeschi. Sino ad ora sono state effettuate 81 riesumazioni che hanno portato al ritrovamento di circa 4000 corpi, appartenenti nella stragrande maggioranza dei casi a prigionieri di guerra, militari e civili: prigionieri che venivano legati con filo metallico, anche a gruppi, e poi finiti con un colpo d'arma da fuoco al capo». Karamarko ha anche confermato che la polizia croata sta intensificando le indagini per risalire ai responsabili degli eccidi commessi dai titoisti e rimasti sino ad oggi impuniti.

Una svolta epocale. Si rompe un muro d'omertà incredibilmente protrattosi per ben vent'anni dalla fine del comunismo e ora, sulla spinta di due risoluzioni del Consiglio d'Europa, il Sabor — il parlamento di Zagabria — è arrivato alla seconda lettura della legge «sul rinvenimento, la marcatura e la cura delle fosse delle vittime del regime jugocomunista dopo la Seconda guerra mondiale». È la piena condanna del terrorismo di stato titoista e, al tempo stesso, la riabilitazione definitiva degli sconfitti di ieri: i "nemici di classe" — gli imprenditori, i borghesi, i piccoli proprietari terrieri — e i "nemici del popolo", i cattolici, i moderati e, ovviamente, gli ustacia, i fascisti croati.

Non sono mancate le polemiche. A contestare la scelta governativa — fortemente voluta dal premier Jadranka Kosor — sono subito scesi in piazza i rottami del titoismo. Un dato scontato e abbastanza irrilevante. Ben più grave è però l'atteggiamento di politici considerati "moderati" che, come l'ex presidente della Croazia Stipe Mesic, hanno stigmatizzato l'iniziativa e si oppongono alla celebrazione di eventuali processi. Anche per loro meglio dimenticare. Rimuovere. Atteggiamenti su cui riflettere.

La decisione croata di squarciare il velo di paura che per decenni avvolse la defunta Jugoslavia comunista, segue con ritardo altre analoghe iniziative slovene e serbe. I primi furono gli sloveni e non a caso. La piccola repubblica — prima tra le "federate" a essersi scrollata i cascami del comunismo — è sempre memore della terribile guerra civile che nell'ultima fase dell'ultimo conflitto oppose le milizie "bianche" anticomuniste e cattoliche (i "domobranci") ai partigiani di Josif Broz Tito. Come tutte le guerre balcaniche anche quella slovena fu durissima: uno scontro all'ultimo sangue che si concluse nel maggio 1945. In tragedia.

In quella lontana primavera i "bianchi" sconfitti si ritirarono in massa verso l'Austria, allora occupata dall'VIII corpo d'armata britannico, per consegnarsi ai soldati di Sua Maestà. Ma gli inglesi, dopo aver accettato la resa dell'armata slovena, si ricordarono d'essere alleati di Tito e i custodi degli accordi fissati a Yalta. Con l'inganno, i britannici rispedirono più di 12mila uomini e donne oltreconfine. Lì gli aspettavano i loro carnefici. Fu un massacro. Nessuno tornò, nessuno volle vedere. Nessuno parlò. Per anni. Tanti anni. L'unica voce che si levò nel clima ambiguo del dopoguerra fu quella di John Corsellis, un operatore umanitario britannico testimone involontario ma consapevole dei fatti. Nel 1946 Corsellis scrisse il libro Slovenia 1945: una denuncia durissima e documentata sullo sterminio dei "domobranci" e sul tradimento inglese. Pochi (e malvolentieri) lo lessero in Gran Bretagna e nessuno, sino all'altro ieri, nell'ex Jugoslavia. Il lavoro circolò per decenni soltanto negli ambienti della diaspora slovena e in Italia, grazie all'Editrice Goriziana, Slovenia 1945 è stato finalmente editato solo nel 2008.

Ma la memoria di un popolo scorre, si tramanda e si sedimenta per vie invisibili, misteriose. E un giorno torna ad esigere verità. In Slovenia è successo. Nel 2005 il governo di Lubiana ha incaricato i professori Jose Dezman e Marko Strovs di formare una commissione di studiosi per indagare sugli orrori del periodo comunista. Un compito terribile. Dal 2005 a oggi i due docenti e i loro collaboratori hanno individuato — celati in foibe, gallerie, miniere abbandonate — seicento "killing fields", seicento campi della morte. Una lunga e atroce Spoon river balcanica. L'orrore toccò il suo apice nel 2009 quando ad Huda Jama — la "grotta cattiva" — i ricercatori scoprirono in una miniera abbandonata più di cinquemila corpi. La commissione slovena ha potuto stabilire che, a guerra finita, migliaia di persone vennero trascinate nelle cavità e massacrate. Poi furono ricoperte di calce e il recinto fu chiuso con una spessa coltre di cemento.

«A causa della grande quantità di vittime e della mancanza di ossigeno molti della dei cadaveri sono mummificati e non si sono completamente decomposti», spiega Strovs. «Le vittime furono obbligate dai miliziani jugocomunisti a entrare; vennero spogliate e fatte proseguire per circa 400 metri nella galleria, e lì furono assassinate con armi bianche. Per lo più a colpi di piccone. Erano per lo più sloveni e croati, uomini, donne e bambini, militari e civili. Huda Jama è uno dei peggiori crimini della seconda guerra mondiale». Ma la "grotta cattiva" è solo della tante tappe di questo Golgota balcanico. L'ultimo ritrovamento risale allo scorso dicembre: a Lese, un paesino presso il confine austriaco è stata scoperta un'altra fossa comune che celava i corpi di circa 700 uomini e donne. Civili. Sloveni e austriaci. Piccoli possidenti, maestri, farmacisti, sacerdoti. Taxisti, guardie campestri e pompieri. Tutti colpevoli perché insegnavano o possedevano qualche acro di terra o un negozio, oppure d'indossare una tonaca o l'uniforme "sbagliata". Per gli jugocomunsti erano solo "nemici di classe". Tutti da eliminare.

Marco di Blas, corrispondente del Piccolo, il quotidiano debenedettiano di Trieste, va sul posto e, sconvolto, scrive: «Quella di Lese non sarà l'ultimo ritrovamento e la sua scoperta aiuta a comprendere le dimensioni di una tragedia negata per decenni e ora finalmente riconosciuta e documentata… i tecnici della polizia slovena hanno trovato sulle salme segni di frattura e lesioni dovute a percosse e a colpi d'armi da fuoco. Gli abitanti hanno riferito ciò che avevano sentito raccontare dai loro genitori e nonni e ciò che avevano sentito raccontare dai loro genitori e nonni e cioè che negli ultimi giorni di maggio 1945 erano stati visti arrivare 19 camion carichi di prigionieri, che avevano proseguito il viaggio "verso il bosco". Di essi non si era saputo più nulla, né alcuno aveva osato chiedere che ne fosse accaduto».

Il silenzio, la paura. Per sei decenni. «La maggior parte delle vittime» ha riferito Marko Trovs «al momento dell'uccisione erano inginocchiate e così sono state trovate nella fossa». Il tribunale di Lubiana sta decidendo in questi giorni il luogo dove dare nuova e più decorosa sepoltura. È tempo. L'operazione verità avviata dalle repubbliche ex jugoslave ha il merito d'infrangere tanti tabù: per la prima volta si affronta la dimensione criminale del regime comunista, si cercano i responsabili, si raccontano storie proibite. Eppure una "zona interdetta" rimane. Mentre studiosi e tribunali fanno chiarezza sulle atrocità della "pulizia di classe" attuata ai titini, nessuno sembra accennare alla "pulizia etnica" attuata contro gli italiani nelle aree dei loro insediamenti storici. Come al tempo della repubblica federativa, a Zagabria e Lubiana quando si accenna ai crimini perpetrati in Istria, a Fiume, in Dalmazia, cala il gelo: ancor oggi si preferisce negare l'esistenza dei fatti o, tutt'al più, si cerca di relativizzarli, sminuirli. Un atteggiamento ottuso, antistorico. Come ricordano le recenti guerre balcaniche, chi non fa i conti con il proprio passato è destinato a ripetere errori e orrori. Sul confine orientale è ancora lunga la strada per un'autentica riconciliazione.

485 - Il Piccolo 17/07/11 L'addio all'ultimo Asburgo Vienna torna "imperiale", intervenuta anche delegazione istriana con Lacota

L’addio all’ultimo Asburgo Vienna torna "imperiale"

In 3500 alla cerimonia funebre. La salma portata nella Cripta dei Cappuccini

Presente il gotha delle teste coronate europee e le massime autorità austriache Intervenuta anche delegazione istriana con Lacota

Una delegazione dell’Unione degli Istriani, guidata dal presidente Massimiliano Lacota, si è recata a Vienna per prendere ufficialmente parte ai solenni funerali di Otto d’Asburgo, figlio di Carlo I d’Austria e di Zita di Borbone-Parma. Nipote e potenziale erede al trono dell’ultimo imperatore d’Austria e Ungheria, larciduca d’Austria fu l’ultimo principe ereditario dell’Impero Austro-Ungarico e, come tale, rimase il Capo della Casa d’Asburgo anche dopo la dissoluzione dell’Impero, fino al 2007, anno in cui abdicò in favore del figlio Carlo d’Asburgo Lorena. Nei giorni scorsi, il presidente Lacota aveva inviato un messaggio ufficiale di ondoglianze ai familiari dell’arciduca. di Flavia Foradini w VIENNA Difficilmente l'Austria vedrà di nuovo una celebrazione come quella che ieri ha portato all'inumazione della salma di Otto d'Asburgo nella Cripta dei Cappuccini.

Come già fu il primo aprile 1989, quando a Vienna si celebrarono le esequie dell'ex imperatrice Zita, il mondo politico ed istituzionale austriaco e europeo e migliaia di semplici cittadini hanno reso l'estremo saluto al figlio dell'ultimo imperatore. Sotto un cielo limpido ed estivo - "Kaiserwetter" (tempo da imperatori), come si dice a Vienna - sulla piazza Santo Stefano già qualche ora prima della cerimonia funebre si sono raccolte associazioni patriottiche e corporazioni studentesche in uniforme e con stendardi. Tra le presenze illustri, il gotha delle teste coronate europee.

Tra gli altri i reali Carlo Gustavo e Silvia di Svezia, i granduchi del Lussemburgo, i principi del Liechtenstein, gli ex re di Romania e Bulgaria, oltre al presidente austriaco Fischer e al cancelliere Faymann. Nel complesso, migliaia di persone come in un romanzo di Joseph Roth, e una replica del precedente funerale di Zita. Ma anche un'eco delle esequie di Francesco Giuseppe nel 1916, immortalate nella celebre foto in cui il piccolo Otto vestito di bianco e coi lunghi boccoli biondi incede tra i genitori sul Graben. Il Requiem sulle note di Haydn è iniziato alle tre del pomeriggio nella cattedrale preparata per il grande evento con semplici fiori bianchi e rossi e la bara coperta dalla tradizionale bandiera giallo-nera, fiancheggiata da ceri. Una vista austera, consona alla personalità di Otto d'Asburgo, educato per essere un giorno il nuovo monarca, ma cresciuto senza concessioni al lusso, attraverso svolte esistenziali drammatiche. «Ciò che ammiro in lui - ha detto il cardinale Schönborn nell'omelia - è stata la sua capacità di adeguarsi a situazioni sempre nuove ma al contempo il suo coraggio nell'attenersi a ciò che considerava sua eredità e missione». Dopo invocazioni lette dai sette figli dell'ex principe ereditario, che auspicando difesa della vita e della famiglia, e lotta a ideologie come il nazi-fascismo, il comunismo e il relativismo, sono risuonate in Santo Stefano come un nuovo suggello dei sempre ottimi rapporti tra gli Asburgo e la Chiesa cattolica, un velo di imbarazzo ha venato l'annuncio dato dal cardinale, che la funzione religiosa sarebbe terminata con una strofa dell'inno asburgico: «Un ultimo saluto al defunto, e un omaggio alla famiglia», ha precisato Schönborn. Alle 17 il corteo funebre di 3.500 persone nelle più svariate, variopinte uniformi dell'impero austro-ungarico, si è messo lentamente in marcia per percorrere tra ali di una folla composta i quasi 2 chilometri e mezzo tra la piazza della cattedrale, il Palazzo Imperiale, la Piazza degli Eroi, la Ringstraße, la piazza dell'Albertina e quindi il Neuer Markt, su cui si affaccia la Cripta dei Cappuccini. Davanti alla porta del convento, un cerimoniale analogo a quello voluto da Otto per la madre Zita, e non di lunga tradizione, come comunemente si crede, ha aperto i battenti al defunto verso l'ultima dimora. Alle 18.30, dopo che le note dell'Inno alla Gioia di Beethoven avevano reso onore alla carriera di Otto come europarlamentare, l'intera piazza ha intonato nuovamente l'inno asburgico. E per qualche minuto Vienna è ridiventata la capitale dell'impero.

486 - Il Legno Storto 19/07/11 Tito, socialismo per tutti e dolce vita per sé

Tito, socialismo per tutti e dolce vita per sé

Fausto Biloslavo

Dal completo bianco Panama allo smoking degno di Churchill, cravatte Dior o Yves Saint Laurent, mutande di seta comprate a Trieste e Milano, cappelli italianissimi di Borsalino, scarpe inglesi su misura svelano il lato più borghese e alla moda occidentale di Josep Broz Tito. Del maresciallo fondatore della Jugoslavia, nel sangue del secondo conflitto mondiale, conoscevamo soprattutto le uniformi degne di un monarca o i metodi da boia contro gli oppositori e gli esuli italiani. Non certo il Tito glamour e uomo di mondo. Della moglie Jovanka, ancora viva e caduta in disgrazia, ci si ricordava le fattezze non proprio da modella della mezza età dimenticando i gioielli che sfoggiava a fianco del marito.

Grazie all’Album d’oro, una mostra aperta a Belgrado, si scopre, invece, un'altra vita, pubblica e privata, della coppia presidenziale jugoslava fra il 1952 ed il 1968. Trecento foto inedite scelte su oltre 150mila e gli abiti indossati, oltre a cravatte, capelli, scarpe dei signori Broz ed i sigari preferiti dal maresciallo. Non certo una plumbea istantanea del socialismo reale dell’epoca, ma una specie di «Dolce vita» di Tito e compagna, sempre ben vestiti, attenti alla forma e pronti a stappare una bottiglia di champagne.

A dire il vero il capo partigiano ha sempre amato i dettagli dell’eleganza, a cominciare dai cappelli. «Lo faceva fin dai tempi di Mosca, quando gli agenti del Komintern vestivano come i gangster di Chicago. Oltre la metà dei cappelli Borsalino che aveva li ha fatti ordinare da un negozio di Trieste» racconta a Il Giornale, Dusica Knezevic, che cura la mostra, esposta nel Museo della storia jugoslava, assieme a Momo Cvijovic.

Tito aveva una grande collezione di cravatte firmate Dior, Yves Saint Laurent, Hermes, ma pure da sarti di casa sua, che magari le disegnavano per lui con i colori della Yugoslavia. Dall’Italia, oltre ai cappelli, faceva acquistare i guanti di cuoio Graziella, calzini finissimi e mutande di seta.

Per i ricevimenti di gala all’estero sfoggiava un frac su misura con papillon bianco e per le serate più «mondane» aveva una sfilza di smoking e di sigari cubani. Come cappotti amava gli eleganti Chesterfield britannici.

Dallo Shah di Persia, all’imperatore Hailé Selassié, alla regina Elisabetta amava non sfigurare. A Belgrado, nel 1957, Simone Signoret, lo definì «un gentleman molto raffinato (...) con un diamante sulla cravatta». Alla faccia del socialismo reale e della lotta per la libertà dei popoli, anche se Tito non aveva problemi a passare dai panni del «dandy» a quello del maresciallo in alta uniforme o cacciatore di tutte le latitudini. La mania per le divise inventate per lui, con grandi alamari, decorazioni varie e colori a tono, gli servivano come «arma» psicologica o diplomatica. Ad un suo biografo confessò che «in un Paese contadino c’è grande rispetto per il leader in battaglia e le sue divise». Quando accolse i russi a Belgrado nel 1955, durante una visita di riconciliazione, il New York Times scriveva come «la sua sfavillante divisa blu con alamari d’oro» facesse un figurone di fronte ai «grigi completi dei leader sovietici».

Nella mostra di Belgrado non manca la storia dei completi di cacciatore di Tito. Per la sua grande passione il protocollo curava i dettagli degli abiti da safari a seconda che si trattasse della caccia alla tigre, oppure al coccodrillo.

Se Tito amava l’eleganza, il maggiore Jovanka Budisavljevic, ex eroina partigiana appese senza problemi la divisa al chiodo.

La signora Broz non disdegnava i completi Chanel, ma Dior custodiva il busto di Jovanka nel suo atelier di Parigi. E lo stesso faceva Klara Rothschild a Budapest. «Dopo il matrimonio con Tito cambiò radicalmente. Nuove eccezionali acconciature, il trucco a cominciare dal rossetto di Dior, moltissimi gioielli ed una serie di ottimi vestiti. Era l’unica in Jugoslavia a quel tempo che portava dei cappellini», spiega la curatrice della mostra. Sembra che la moglie di Tito passò mesi nell’ambasciata Jugoslava a Roma per assumere una postura impeccabile.

Jovanka amava le tinte leggere in contrasto a dettagli forti colorati di violetto, rosso, giallo o arancio. Scarpe di lusso e borsette in pelle di serpente erano un altro vezzo. In qualche maniera provava a coniare una specie di stile alla Hollywood in salsa socialista: la sua eleganza, i gioielli, le acconciature ed il trucco si mescolavano alle uniformi guascone del marito, che sapeva fare anche il damerino. Soprattutto agli occhi del mondo esterno, perchè in patria gran parte delle fotografie della mostra e dello sfavillante guardaroba titino non si era mai visto.

I vestiti furono impacchettati e messi da parte su ordine di Mira Markovic, la consorte e zarina di Slobodan Milosevic, quando la nuova coppia presidenziale si insediò nella villa di Tito a Belgrado. Ci sono voluti quasi dieci anni per rispolverare, oltre alla immagini inedite, una dozzina di vestiti, 15 cappelli, 40 cravatte, 20 paia di guanti, 15 paia di scarpe, due cilindri ed una bombetta dei coniugi Broz. La mostra attira ogni giorno un centinaio di visitatori sia dell’ex Yugoslavia che turisti stranieri sulla sfondo di una rinnovata nostalgia. «Tito e Jovanka non avevano limiti di spesa: ville, isole, cavalli, zoo, collezioni d'arte e vestiti - osserva Knezevic - Per molta gente lui era un Dio, un liberatore, un potente padrino e al tuo signore non fai i conti in tasca. Chi aveva dubbi a proposito finiva a Goli Otok o altri posti del genere». I lager dove il maresciallo jugoslavo faceva marcire gli oppositori, anche italiani.

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