Rassegna Stampa Mailing List Histria
Sommario N° 788 – 13 Agosto 2011

521 – Coordinamento Adriatico 12/08/11 Strage di Vergarolla: il 18 agosto a Pola si commemora il 65° anniversario

522 - Il Piccolo 10/08/11 Trieste - San Giusto, una targa a 65 anni dalla strage di Vergarolla (Andrea Di Matteo)

523 - Avvenire 12/08/11 Chi partì, chi restò: l`abbraccio a Pola (Lucia Bellaspiga)

524 - Il Piccolo 07/08/11 Il Consiglio della Conferenza episcopale accoglie le istanze del Papa sul complesso benedettino (p.r.)

525 - Il Piccolo 08/08/11 Daila torna ai Benedettini ha vinto il Vaticano (p.r.)

526 - Il Piccolo 10/08/11 Diocesi di Pola a rischio pignoramento - E Benedetto XVI punisce il clero croato nazionalista (Mauro Manzin)

527 – Avvenire 11/08/ 11 Il contenzioso Abbazia di Praglia e Croazia: II ministro croato della Difesa «annulla» la restituzione dei beni ai benedettini italiani (Fabrizio Mastrofini)

528 - La Voce del Popolo 12/08/11 Daila è dello Stato, stupore in Vaticano

529 . Il Giornale 11/08/11 Se la sinistra dimentica la storia, a Trieste si celebrano le nozze «titine» (Fausto Biloslavo)

530 - Il Piccolo 11/08/11 Trieste: «Nozze titine, il sindaco si scusi con la città»

531 - Il Piccolo 07/08/11 Trieste - La bimba con la bambola: l'esodo istriano in una foto, ritrovata la protagonista di un’immagine del ’57 scattata alla Stazione marittima (Gabriella Ziani)

532 - Il Piccolo 07/08/011 Arbe, la resistenza nel lager fino alla battaglia per la libertà - Le vicende della Rabska brigada (Marina Rossi)

533 - La Voce del Popolo 06/08/11 Speciale - In un ampio ed esaustivo catalogo tutta l'arte sacra dell'Istria (Helena Labus Bačić)

534 - Il Piccolo 10/08/11 Canfanaro: La rinascita del manzo Boscarin, protagonista per secoli del lavoro in campagna l’imponente bue ha rischiato l’estinzione ma oggi è un animale protetto (Roberto Covaz)

535 – La Voce del Popolo 09/08/11 Cultura - Lo stemma civico: simbolo e testimone della storia e dello sviluppo di Pisino (Branko Ljuština)

536 - Il Piccolo 11/08/11 Trieste: Caffè Tommaseo, uno dei 35 locali che fecero l’Italia

A cura di Stefano Bombardieri

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :

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http://www.arenadipola.it/

521 – Coordinamento Adriatico 12/08/11 Strage di Vergarolla: il 18 agosto a Pola si commemora il 65° anniversario

Scritto da Associazione Libero Comune di Pola in esilio

Strage di Vergarolla: il 18 agosto a Pola si commemora il 65° anniversario

Giovedì 18 agosto 2011 si svolgeranno a Pola le cerimonie in memoria delle vittime della strage di Vergarolla, organizzate dalla Comunità degli Italiani (CI) di Pola in collaborazione con il Libero Comune di Pola in Esilio e il Circolo Istria.

L’occasione è data dal 65° anniversario del terribile eccidio, avvenuto il 18 agosto 1946. Allora l’improvvisa deflagrazione di una trentina di mine accatastate presso la spiaggia di Vergarolla provocò un centinaio di morti, di cui 64 identificati, e un numero ancora superiore di feriti. Erano per lo più bambini, genitori e giovani che stavano trascorrendo una calda domenica di sole al mare dopo aver assistito alle gare natatorie della mattina e attendevano il programma sportivo del pomeriggio.

Tempo prima quelle mine erano state disinnescate e, pertanto, lo scoppio non poteva essere accidentale bensì intenzionalmente provocato. La vox populi attribuì l’attentato ad estremisti titini legati all’OZNA che avrebbero tentato di fiaccare la volontà di resistenza dei filo-italiani per indurli all’esodo. Tale ipotesi è stata avvalorata da documenti rinvenuti alcuni anni fa negli archivi inglesi di Kew Gardens.

Nel 1997, per iniziativa del Libero Comune di Pola in Esilio e del Circolo Istria con l’appoggio della Comunità degli Italiani, a lato del duomo di Pola fu inaugurato un cippo che ricorda il tragico evento. Il 18 agosto 2004 l’allora sindaco di Pola Luciano Delbianco, nella sua allocuzione durante l’annuale cerimonia, ebbe a dire:

«…Amareggiato dal fatto che gli autori di questo crimine non sono stati scoperti e puniti ed esprimendo le mie condoglianze ai familiari delle vittime, invito a rendere loro omaggio, con la speranza che una simile tragedia non abbia più a ripetersi».

In attesa di conoscere la piena verità sulla strage, le cerimonie di quest’anno intendono onorare quelle vittime innocenti con la compostezza e il cordoglio che hanno caratterizzato tutte le precedenti commemorazioni, nel medesimo spirito di riconciliazione tra polesani esuli e rimasti.

Il programma prevede:

– ore 10.00: omaggio alle vittime con la posa in mare di una corona di fiori nella baia di Vergarolla ad opera di una delegazione ristretta formata dai rappresentanti dei soggetti promotori;

– ore 11.00: nel Duomo di Pola Santa Messa di suffragio con la partecipazione del coro misto della società artistico-culturale «Lino Mariani» della CI;

– ore 12.30: deposizione delle corone di fiori ai piedi del cippo memoriale adiacente il duomo e allocuzioni delle autorità;

– ore 13.00: nella sede della CI in via Carrara 1incontro conviviale e rinfresco per tutti i partecipanti;

– ore 15.30: per gli interessati, visita della mostra Pola, la nascita della città nello spazio espositivo dell’ex chiesa dei Sacri Cuori e della mostra Gli inizi dell’aeronautica a Pola nell’ex rifugio anti-aereo.

Alle cerimonie, oltre alla presidente dell’Assemblea della CI di Pola Claudia Millotti, al sindaco del Libero Comune di Pola in Esilio Argeo Benco e al presidente del Circolo Istria Livio Dorigo, interverranno rappresentanti della Città di Pola e della Regione Istriana.

Un pullman, organizzato dal Comitato provinciale dell’ANVGD e dalla sezione della Lega Nazionale di Gorizia, partirà da Gorizia e farà tappa a Monfalcone, mentre un altro, organizzato dal Circolo Istria con il sostegno del Libero Comune di Pola in Esilio, partirà da Monfalcone facendo tappa a Trieste e Muggia.

Una delegazione del Libero Comune di Pola in Esilio presenzierà inoltre alla cerimonia di scopertura di una stele con i nomi delle 64 vittime identificate della strage di Vergarolla che inizierà sul Colle di San Giusto a Trieste alle ore 18, per iniziativa della Federazione Grigioverde e della Famiglia Polesana.

Associazione LIBERO COMUNE DI POLA IN ESILIO

(Organo ufficiale: "L’Arena di Pola" – Red: Via Malaspina 1 - 34174 TRIESTE Tel. e Fax: 040 830294; e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Trieste, 12 agosto 2011

522 - Il Piccolo 10/08/11 Trieste - San Giusto, una targa a 65 anni dalla strage di Vergarolla

San Giusto, una targa a 65 anni dalla strage di Vergarolla

IL documento
Negli archivi inglesi i nomi degli autori

Negli ultimi anni, grazie all'apertura del National Archivies di Kew Gardens (Londra), è stato possibile dare un nome ad uno dei sospettati attentatori. Si tratterebbe di Giuseppe Kovacich, fiumano, che all’epoca dei fatti veniva a Trieste molto spesso per raggiungere la sede Ozna in via Cicerone 2. Una storia, questa dell’eccidio di Vergarolla, riportata alla luce dal libro di Fabio Amodeo e Mario J. Cereghino "Top Secret-Trieste e il confine orientale fra guerra e dopoguerra" allegato a Il Piccolo e dal servizio giornalistico di Pietro Spirito in cui per la prima volta si facevano i nomi dei mandanti ed esecutori.
Una storia scomoda, poco conosciuta perché la si è taciuta per decenni. Ma a 65 anni dalla strage di Vergarolla in Istria, questa tragedia grida ancora vendetta ma soprattutto esige rispetto per le sue vittime. È il 18 agosto del 1946, una splendida domenica di sole e il mare è incantevole. La società Pietas Julia ha organizzato proprio per quel giorno le gare natatorie per la Coppa Scarioni, una manifestazione a carattere sportivo che si sta svolgendo in tutta Italia. La spiaggia di Vergarolla, alle porte di Pola, è affollatissima: bambini, giovani, mamme e papà, tutti pronti a seguire l’evento. La guerra si è conclusa da poco, il destino dell’Istria è appeso fra Italia e Jugoslavia: proprio nelle vicinanze della spiaggia giacciono accatastate 28 mine marine di profondità, private del detonatore, ma ancora integre nella carica esplosiva che complessivamente ammonta a quasi 9 tonnellate di tritolo. Ma la quiete domenicale in quel tratto di costa viene improvvisamente interrotta alle 14.10 quando un boato assordante, accompagnato da un’immensa palla di fuoco e un’alta colonna di fumo visibile anche a distanza, scuote la terra. Una mano ignota mossa dall’OZNA (la polizia politica di Tito) ha fatto esplodere quelle mine ammassate vicino al mare. La scena che si presenta ai soccorritori è apocalittica: alla fine vengono raccolti un centinaio di corpi, ma soltanto a 64 di essi è possibile attribuire un’identità, gli altri sono poveri resti umani brutalmente mutilati e, come racconteranno alcuni testimoni sopravvissuti all’inferno, martoriati dai morsi dei gabbiani. Ora, dopo 65 anni, grazie alla Federazione Grigioverde e alla Famiglia Polesana, il prossimo 18 agosto verrà scoperto nel parco della Rimembranza un monumento a ricordo con i nomi dei caduti. «Si tratta - sottolinea il generale Riccardo Basile, presidente della Federazione Grigioverde e della Famiglia Polesana - del primo monumento al mondo completo di tutti i nomi delle 64 vittime identificate e della relativa età anagrafica. L’età media di chi ha perso la vita era di soli 26 anni». Ma questa strage, tollerata dalle autorità alleate che ritenevano la Jugoslavia potenzialmente schierabile in funzione anti sovietica, viene considerata dai polesani come la goccia che fa traboccare il vaso e scatena l’esodo: nei mesi successivi da Pola partono in 28mila su una popolazione di circa 32 mila persone.

Andrea Di Matteo

523 - Avvenire 12/08/11 Chi partì, chi restò: l`abbraccio a Pola

ISTRIA IL RITORNO

Chi partì, chi restò: l`abbraccio a Pola

La «riconciliazione» 65 anni dopo l`esodo

DAL NOSTRO INVIATO A POLA

(ISTRIA, CROAZIA)

LUCIA BELLASPIGA

Un evento storico». Una «prima volta assoluta». Così la stampa in Croazia ha definito il ritorno a Pola di centinaia di esuli istriani, partiti decenni fa all`ingresso delle truppe di Tito, e tornati a radunarsi nella loro città per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale.

«Epocale» anche l`incontro con la comunità degli altri istriani, quelli allora rimasti nelle loro case e diventati, spesso forzatamente, jugoslavi.

Un evento di "riconciliazione" che parrebbe tutto italiano, dunque, ma che a pochi mesi dall`ingresso della Croazia in Europa assume i contorni di una grande prova generale. Se, infatti, di giornata storica parla in prima pagina La Voce del popolo, l`unico giornale di Pola in lingua italiana, lo stesso tono rimbalza sui quotidiani di lingua croata, un po` sorpresi dal successo dell`invasione pacifica: un "controesodo" fino a pochi mesi fa inimmaginabile, non a caso avvenuto tra il viaggio del Papa in Croazia e la visita del presidente Napolitano, atteso a Pola il prossimo 3 settembre. E una storia che parte da lontano quella che oggi riconduce "a casa" i polesani, accompagnati da figli e nipoti nati nella diaspora. I più anziani ricordano bene la struggente serata estiva di 65 anni fa. È il 15 agosto del

1946 quando la popolazione, nel dare ufficialmente il suo addio alla città, gremisce l`Arena romana illuminata a giorno, simbolo delle loro radici millenarie, e intona il "Va` pensiero" in un tripudio di tricolori.

Il dramma si consumerà poco dopo, dal gennaio del 1947, quando i polesani, per restare italiani, partono in massa verso l`altra sponda dell`Adriatico, ma anche verso continenti lontani. In soli due mesi Pola si svuota e di oltre 30 mila abitanti ne restano duemila. I "rimasti", appunto, come verranno chiamati.

Pola, come Fiume, Zara e centinaia di altre cittadine piccole e grandi di Venezia Giulia e Dalmazia, vedono partire, fagotto in spalla, un popolo disperato ma dignitoso, in totale 350 mila italiani che - solo loro - pagano

la sconfitta bellica dell`intera Italia fascista. «La gente arrotola i materassi

- scrisse padre Flaminio Rocchi, uno dei tanti sacerdoti che guidarono la gente verso la salvezza schioda i quadri, i lampadari, le porte e gli infissi delle finestre. Nelle case i colpi di martello battono sui cassoni come su bare...». I pochi che rimangono nella Jugoslavia comunista lo fanno per scelta ideologica, a volte, più spesso per necessità: a causa di un genitore troppo anziano da condurre via ma anche da lasciare solo, o per non perdere i risparmi di una vita intera. Gli istriani si dividono così in due anime, "esodati" e "rimasti", mentre gli jugoslavi irrompono a Pola, si appropriano delle stanze ancora calde di vita, e in poche ore cambiano il volto etnico della città. La vita è durissima per gli esuli, ma non è tenera nemmeno con i rimasti, e le due anime di Pola sono sempre più distanti: i primi tacciati di fascismo, i secondi di comunismo, una ferita aperta fino allo storico raduno dei giorni scorsi, culminato in un`intensa Messa in italiano.

«Nella luce della fede, attinta alla tradizione cristiana dei nostri padri, assume particolare significato questo nostro ritrovarci insieme - ha detto il vescovo emerito di Trieste, Eugenio Ravignani, concelebrando insieme al parroco di Pola, monsignor Desiderio Staver, in un Duomo affollato dalle due comunità riunite -. Siamo qui per rendere più stretto il vincolo d`amore che ci lega a questa città, a quanti ancora in essa vivono, e a tutti coloro che dovunque, come memoria sacra, custodiscono il ricordo dei giorni felici qui vissuti e di quelli della grande sofferenza, quando abbiamo dovuto lasciare Pola». Concetti forti, pronunciati senza remore, che nelle parole del vescovo "esule" e in quelle del parroco "rimasto" gettano un ponte significativo verso un`Europa sempre più allargata e superano il passato senza dimenticarlo. Ancora più significativo suona il rimando al vescovo croato di Pola e Parenzo, Ivan Milovan, «alla cui amabile bontà devo la gioia di celebrare oggi questa Eucarestia insieme a voi». In chiesa, una accanto all`altra, le autorità locali della Pola oggi chiamata Pula e quelle della città esule. «Molto tempo è passato dal 1946, ma certo non è cambiato il vostro attaccamento a questa città e all`Istria- ha parlato dall`altare il console italiano Renato Cianfarani, giunto da Roma pochi mesi fa-. Allo stesso tempo molto è cambiato da allora, i nazionalismi non sono ancora morti ma si sono attenuati, le ideologie si stanno spegnendo, siamo tutti fratelli e sorelle. Non è stato facile per voi, lo capisco, ma siamo più vicini alla tolleranza: questa terra presto entrerà in Europa e io vi ringrazio per aver oggi contribuito in modo significativo ad abbattere le frontiere». Nel Duomo di Pola è risuonato di nuovo il "Va` pensiero", cantato da nonni, figli e nipoti giunti dall`Italia o da sempre rimasti in Istria. Fuori, per le strade di Croazia, le nuove generazioni affamate di democrazia ed Europa festeggiavano i vent`anni dalla liberazione, con il dissolvimento del regime e del partito unico.

La stessa atmosfera si è respirata i giorni scorsi sulla stampa croata, con "Glas Istre" (La voce dell`Istria) che prima del raduno mostrava qualche nervosismo («Sebbene gli esuli ancora pochi anni fa fossero considerati provocatori, la politica attuale li guarda con favore...») e qualche ansia («La polizia non si aspetta provocazioni»), ma a evento finito titolava con un taglio nettamente diverso («Dobbiamo educare i giovani verso un`Istria quale comune terra d`origine») e ammetteva che «da parte nostra occorre superare stereotipi storici e gettar via tutto ciò che puzza di nazionalismo».

«È emblematico questo arrivo di profughi a Pola proprio nel momento in cui Me ha aperto le porte alla Croazia. Poi saremo tutti senza confini», ha ricordato Boris Miletic, sindaco croato dell`odierna Pula. Lo stesso saluto pronunciato da Silvio Mazzaroli, direttore dell`Arena di Pola", il giornale degli esuli nel mondo, al congedo finale, quando dal gruppo dei "rimasti" si è sentito il grido «Tornate a Pola»: «Cercheremo - ha promesso - ma se no vi aspettiamo al di là del mare. Ormai saremo tutti soltanto polesani».

524 - Il Piccolo 07/08/11 Il Consiglio della Conferenza episcopale accoglie le istanze del Papa sul complesso benedettino

«Restituire Daila». Ma i parroci dicono no
Il Consiglio della Conferenza episcopale accoglie le istanze del Papa sul complesso benedettino

POLA Svolta forse decisiva nella controversia tra la Diocesi istriana e i frati Benedettini dell'Abbazia di Praglia in provincia di Padova. Il Consiglio permanente della Conferenza episcopale croata composto dagli arcivescovi di Djakovec–Osijek Marin Srakic, di Zagabria cardinale Josip Bozanic, di Spalato-Makarska Marin Barisic e di Fiume Ivan Devcic, ha espresso la volontà di rispettare la decisione del Papa sulla restituzione del monastero di Daila e relativi terreni, ai monaci italiani. Nel comunicato stampa diffuso ieri dal Consiglio all'indomani della sua riunione, si dice che «la vicenda va osservata come una questione intraecclesiale» e che «noi vescovi restiamo uniti nel rispetto delle decisioni del Santo padre, della Santa sede e delle altre istituzioni ecclesiastiche». In sostanza, la nota suggerisce che sarà rispettata la conclusione della commissione cardinalizia, di cui ha fatto parte anche il cardinale Josip Bozanic, che dopo anni di intricate procedure giudiziarie nei tribunali croati, ha restituito il monastero di Daila e i terreni circostanti ai frati benedettini. Nel comunicato inoltre si esprime appoggio alla sospensione da parte di Benedetto XVI del vescovo istriano "ribelle" Ivan Milovan, che si è rifiutato di firmare l'atto notarile per la cessione della tenuta di Daila e il pagamento dell'indennizzo per i beni venduti. Ricordiamo a proposito che il Papa ha nominato un suo sostituto con l'incarico di firmare l'atto notarile con il quale, come si spiega nel comunicato, «vengono finalmente chiariti i rapporti all'interno della chiesa». Il Consiglio ha quindi espresso il giudizio che la vicenda sulla tenuta di Daila è sorta «in seguito all'azione dei regimi fascista e comunista che perseguitavano le persone ritenute non idonee, privandole dei diritti umani fondamentali e sequestrando i beni ai singoli e alle istituzioni. E in questa dolorosa situazione vennero a trovarsi i Benedettini di Praglia». La scottante questione continua però a dividere la chiesa in Croazia. Il clero istriano (80 parroci) riunito ieri a Pisino ha reagito molto negativamente al comunicato arrivato da Zagabria e chiede la riunione d'urgenza della Conferenza episcopale croata. Allo stesso tempo è stata espressa piena solidarietà al Vescovo della diocesi di Parenzo Pola Ivan Milovan che invece vorrebbe restituire la tenuta di Daila allo stato croato. Il cancelliere della diocesi Ilija Jakovljevic che nei giorni scorsi ha usato toni di fuoco contro il Vaticano, si è spinto oltre dicendo che lo Stato sarà risarcito anche dei terreni di Daila già venduti. Ora si attende la reazione da parte dei vertici statali che finora hanno respinto la richiesta dei benedettini italiani in quanto, come dicono, già risarciti in base agli Accordi di Osimo. (p.r.)

525 - Il Piccolo 08/08/11 Daila torna ai Benedettini ha vinto il Vaticano

Daila torna ai Benedettini ha vinto il Vaticano

Il passaggio di proprietà dell’ex convento è stato registrato al Tribunale di Buie Diocesi di Pola verso la bancarotta. E al clero istriano viene imposto il silenzio

POLA Come comunicato dalla Televisione pubblica, i frati Benedettini dell'Abbazia di Praglia in Provincia di Padova, sarebbero ritornati in possesso del monastero di Daila vicino ad Abbazia e della relativa tenuta immobiliare di circa 180 ettari (altri 190 ettari sono stati venduti). Per la precisione, al Tribunale comunale di Buie, i beni contesi sarebbero stati intestati alla società Abbazia d.o.o. di Pola, fondata ad hoc dai Benedettini stessi. Viene cosi attuato il contestato accordo definito dalla commissione cardinalizia nominata dal Papa (vi ha fatto parte anche il cardinale Josip Bozanic ora fortemente criticato dal clero istriano) che nel luglio scorso il vescovo istriano Ivan Milovan si era rifiutato di firmare.

Al suo posto aveva nominato un supplente per la curata di un minuto, quanto basta per apporre la firma. E la Diocesi istriana sembra abbia fatto marcia indietro dai focosi propositi di inoltrare ricorso appellandosi tra l'altro agli Accordi di Osimo secondo cui i Benedettini non avrebbero più diritto ad alcun risarcimento in quanto già risarciti con l'importo di 1,7 miliardi di lire. In base all'accordo depositato al tribunale di Buie, la Diocesi si impegna a versare ai benedettini 4 milioni di euro di risarcimento di varie spese procedurali, giudiziarie e interessi di mora. La Diocesi non dispone della cifra per cui si prospetta il pignoramento dei beni, in poche parole la bancarotta. Stando alla stampa croata si sono rivelate senza fondamento le promesse di sostegno giuridico e politico alla Diocesi da parte della premier Jadranka Kosor e del capo dello stato Ivo Josipovic. Le ultime residue speranze vengono riposte nella Procura di Stato che però non sembra avere in mano appigli legale per invalidare il passaggio di proprietà. È di ieri la notizia al momento ancora ufficiosa, della revoca della delega da parte del vescovo Milovan allo studio legale che finora ha difeso la Diocesi nella vicenda. A differenza dei giorni scorsi, ieri nessuno della Diocesi di Parenzo–Pola ha rilasciato dichiarazioni stampa, neanche il focoso cancelliere Ilija Jakovljevic. Per quale motivo? Semplicemente perché il Nunzio apostolico a Zagabria mons. Mario Roberto Casari ha imposto per cosi dire il silenzio stampa invitando i vescovi croati ad appoggiare il cardinale Bozanic che nella vicenda si è subito schierato dalla parte del Vaticano, scatenando la rivolta del clero istriano. Ora dunque sono tutti zitti. Il Glas Istre parla addirittura di situazione d'emergenza nella chiesa croata con mons. Casari che in virtù del diritto canonico avrebbe richiamato tutti all'obbedienza nei confronti del Vaticano. (p.r.)

526 - Il Piccolo 10/08/11 Diocesi di Pola a rischio pignoramento - E Benedetto XVI punisce il clero croato nazionalista

Diocesi di Pola a rischio pignoramento

I benedettini chiedono 500 mila euro come prima rata del risarcimento delle spese giudiziarie per l’ex monastero di Daila

POLA Ieri è stata scritta un'altra pagina nella telenovela relativa al contenzioso tra i frati benedettini di Praglia in provincia di Padova e la Diocesi istriana. Quest'ultima si è vista consegnare l'ordine di pagamento di 500.000 euro quale prima rata del risarcimento in denaro per le spese procedurali e giudiziarie sostenute finora dai monaci italiani. L'indennizzo in parola è contemplato nell'accordo del 13 luglio scorso firmato a nome della Diocesi istriana da monsignor Santos Abryl Castello incaricato dal Papa, visto che il vescovo istriano Ivan Milovan si era rifiutato di firmare. L'altro firmatario erano i benedettini italiani. Nel documento si precisa che nel caso la Diocesi non disponesse della cifra, si procederà al pignoramento dei suoi beni. E proprio questa prospettiva si sta dimostrando un incubo per il vescovo istriano Ivan Milovan, visto che non dispone di tanti soldi. Stando a varie valutazioni però, prima di procedere al pagamento di tanti soldi si dovrà attendere la decisione del Tribunale comunale di Buie (l'udienza è fissata per il 19 settembre prossimo) dove è in atto un contenzioso avviato proprio dai benedettini italiani. Al momento, come precisato dalla portavoce del tribunale Slavica Tomac–Ciric, sui libri tavolari è stata fatta solo una pre-iscrizione di proprietà per cui la società Abbazia fondata ad hoc a Pola dai benedettini, non può considerarsi ancora proprietario effettivo del monastero di Daila e relativa tenuta. Intanto sulla complessa vicenda si è fatto sentire da Zagabria il capoderattore della rivista ecclesiastica Glas Koncila Ivan Miklenic che espone alcuni particolari interessanti finora sconosciuti. Per la precisione che secondo il citato accordo del 13 luglio scorso, alla Diocesi istriana rimane il 60% della tenuta di Daila solo il 40% ritorna nelle mani dei Benedettini. Questo particolare per cosi dire è aderente all'accordo segreto firmato nel 2006 tra le parti in causa, accordo all'epoca firmato dal vescovo Milovan che poi stranamente non ne ha mai parlato. È tutta comunque da verificare l'affermazione di Miklenic che poi aggiunge che in Slovenia i benedettini sono stati risarciti dei beni confiscati dal regime comunista mentre in Croazia no. Si viene inoltre a sapere che non è stato il Vaticano a imporre il silenzio stampa nei giorni scorsi al clero istriano ma il cardinale Josip Bozanic. Il corrispondente da Roma della televisione pubblica Silvije Tomasevic rende noto che il Papa per vie diplomatiche ha ricevuto la lettera inviata nei giorni scorsi dalla premier Kosor che lo invita a rivedere la vicenda visto che secondo lei ci sarebbero malintesi ed equivoci. La risposta però non dovrebbe arrivare prima di settembre visto che il Papa è ora in vacanza a Castel Gandolfo e subito dopo partirà per un viaggio pastorale in Spagna. (p.r.)

IL RETROSCENA
E BENEDETTO XVI PUNISCE IL CLERO CROATO NAZIONALISTA

di Mauro Manzin

TRIESTE Aprite la porta del monastero di Daila e scoprirete un vaso di Pandora. Perché l’affare Daila non è solo la "guerra" per una proprietà, è forse la battaglia decisiva per il conflitto in atto oramai da anni tra il clero e i vescovi di destra della Croazia e la Santa Sede. L’esito? Almeno per ora la vittoria arride al Vaticano che in un colpo solo è riuscito a ottenere la proprietà di Daila per i frati benedettini di Parglia e porre sotto controllo la Chiesa croata di fatto oggi "commissariata" e gestita dal nunzio apostolico monsignor Mario Roberto Cassari. Discorso che non vale per l’arcivescovo di Zagabria, Josip Bozanic, fedele uomo del Papa e da tempo attaccato dai suoi confratelli di destra imbevuti di nazionalismo. Quei vescovi e quei preti, intendiamo, che durante i tempi della guerra che in Croazia chiamano "patriottica" (contro i serbi 1991-1995) non esitavano a predicare dai pulpiti la difesa del sacro suolo croato anche con l’uso della forza e della sopraffazione nei confronti dell’avversario, giovani accoliti di quella tradizione protofascista mai stroncata durante il regime titino che si rifà alle gesta di quel frate che comandava il campo di concentramento di Jasenovac durante la breve epopea di Ante Pavelic e prepotentemente riemersa all’epoca del defunto presidente Franjo Tudjman. Una Chiesa che per molti anni è stata una vera e propria Chiesa di Stato creando non pochi imbarazzi alla Santa Sede guidata allora da Giovanni Paolo II. Papa che, tra l’altro, ha avuto un grande amore per il popolo croato, un po’ meno per i suoi preti. E che oggi la Chiesa croata sia di fatto commissariata lo dimostra il silenzio stampa (imposto dal vaticano) rigorosamente rispettato anche dalla chiacchierona diocesi di Parenzo-Pola. Dietro a tutto, dunque, c’è l’antica guerra della maggioranza dei vescovi croati contro l’arcivescovo di Zagabria, Josip Bozanic, guerra che negli ultimi tempi aveva fatto anche proseliti visto il distacco della Chiesa croata di fronte alla pesante crisi economica che attanaglia l’ex paese jugoslavo e il fastidio per la costruzione, in tempi di vacche magre per il popolo, di una nuova lussuosissima e costossisima sede arcivescovile nella capitale. Quando Bozanic nel 2003 fu nominato arcivescovo di Zagabria suscitò il palese malcontento dei vescovi ultranazionalisti croati. Questa potente lobby ha sempre visto di cattivo grado l’arcivescovo che giunto da Veglia, lontano dai giochi nazional-politici ha "messo a posto" con l’appoggio di Giovanni Paolo II prima e Benedetto XVI poi i vertici dell’ala ecclesiale radicale. Bozanic ha anche fatto parte della speciale commissione vaticana che ha di fatto concesso la proprietà di Daila ai benedettini di Praglia e per questo i suoi avversari ora lo accusano di aver tradito gli interessi della Chiesa croata ma anche gli interessi nazionali, il tutto, perché per lui ci sarebbe in vista un alto incarico presso la Santa Sede. In effetti la palese e urlata disobbedienza della diocesi di Parenzo-Pola al Vaticano ha destato non poca perplessità tra gli esperti di cose di Chiesa in Croazia. La risposta a tutto ciò sarebbe una sola: il bersaglio non è stato il Papa bensì il cardinale Bozanic.

527 – Avvenire 11/08/ 11 Il contenzioso Abbazia di Praglia e Croazia: II ministro croato della Difesa «annulla» la restituzione dei beni ai benedettini italiani

Il contenzioso Abbazia di Praglia e Croazia

II ministro croato della Difesa «annulla» la restituzione dei beni ai benedettini italiani

Il ministro croato della Giustizia, Drazen Bosnjakovic ha dichiarato «nulla la restituzione dei beni del monastero di Daila», nell`Istria nordoccidentale, alla Chiesa cattolica croata, aprendo in questo modo la strada per la restituzione dell`immobile allo Stato croato, invece che all`Abbazia di Praglia, in Veneto vicino Padova, come aveva deciso qualche settimana fa il Vaticano. Le autorità croate hanno diffuso un comunicato in cui rilevano che secondo i riscontri effettuati i frati erano già stati risarciti per quei beni in base agli Accordi di Osimo. Il governo croato ha accolto così la posizione della diocesi di Pola e Parenzo che aveva rifiutato di restituire l`immobile ai benedettini italiani, nonostante una decisione della Santa Sede in tal senso e la nomina di un amministratore diocesano inviato da Roma per perfezionare l`accordo. Secondo gli Accordi di Osimo del 1975, l`Italia si è fatta carico di risarcire i propri cittadini per i beni persi in Istria dopo la Seconda Guerra Mondiale. II 2 agosto un comunicato della Santa Sede sulla vicenda ricordava che si tratta di una questione di stretta pertinenza ecclesiastica, sulla quale ha lavorato una commissione cardinalizia dal 2008 e le decisioni finali sono state approvate dal Papa stesso.

Fabrizio Mastrofini

528 - La Voce del Popolo 12/08/11 Daila è dello Stato, stupore in Vaticano

La Santa Sede chiede la possibilità di verifica del provvedimento ministeriale
Daila è dello Stato, stupore in Vaticano

CITTÀ DEL VATICANO/ZAGABRIA – "Vivo stupore" per la delibera emessa martedì dal ministero della Giustizia croato che dichiara nulla la restituzione dei beni del monastero istriano di Daila alla Chiesa cattolica croata: su questo caso "sarà doveroso dare ai soggetti interessati la possibilità di verifica di questo provvedimento nelle sedi opportune".

È quanto ha fatto sapere ieri il direttore della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, in merito alle decisioni prese da Zagabria rispetto al contenzioso che riguarda il convento istriano e l’Abbazia di Praglia (Padova), che in passato ne era proprietaria. Di fatto, la decisione di Zagabria apre la strada per il ritorno allo Stato del convento di Daila e dei beni annessi, mentre si ritiene che i benedettini di Praglia siano già stati risarciti in base agli accordi di Osimo.

CERTEZZA DEL DIRITTO "Le notizie su un annullamento o ‘constatazione di nullità’, da parte del ministero della Giustizia croato, di decisioni già approvate negli anni scorsi dall’Ufficio dell’amministrazione statale nella Regione Istriana sulle restituzioni di beni alla parrocchia di Daila – ha affermato Lombardi –, suscitano vivo stupore, sia per la straordinarietà della decisione adottata sia perché la premier croata aveva manifestato l’intenzione di affrontare in spirito di collaborazione un problema che sta a cuore tanto alla Croazia quanto alla Santa Sede, sia perché un tale modo di procedere non sembra coerente con il principio fondamentale della certezza del diritto. Ovviamente – ha concluso Lombardi –, sarà doveroso dare ai soggetti interessati la possibilità di una verifica di questo provvedimento nelle sedi opportune".

IL PERCORSO GIURIDICO E mentre dal Vaticano arrivano le espressioni di stupore e gli annunci riferiti a verifiche delle decisioni prese a Zagabria, il Tribunale comunale di Buie conferma che la Procura di Stato ha depositato la richiesta inerente al "divieto di alienazione degli immobili che erano stati restituiti alla chiesa di Daila", per tutelare un diritto della Repubblica di Croazia.

"Al momento la richiesta della Procura non è ancora stata inviata in procedura – ha spiegato la portavoce del Tribunale Slavica Tomac-Ćirić –. Non ci è possibile nemmeno dire quando lo sarà, perché oltre al fatto che siamo in pieno periodo di ferie va tenuto conto anche che tutte le richieste presentate in merito al caso in questione vanno risolte seguendo l’ordine delle consegne presso il Tribunale. Quindi, quando e che cosa si deciderà in merito alla richiesta della Procura dipenderà dalle posizioni che tutte le parti interessate assumeranno una volta che la richiesta entrerà in procedura".

ISCRIZIONI "Il competente Ufficio del Tribunale – così ancora la portavoce –, baserà la sua decisione anche sulla decisione del ministero, ma vanno tenute in considerazione anche tutte le altre circostanze. Ciò significa – ha spiegato –, che andranno cancellate le iscrizioni relative all’attuale proprietà e che bisognerà chiedere l’annullamento di tutte le iscrizioni fatte finora relativamente al diritto di proprietà sugli immobili e sui terreni.

Vista la richiesta presentata dalla Procura di Stato, a tutte le parti interessate deve essere data la possibilità di esprimersi in merito e pertanto il Tribunale dovrà sentire tutti i proprietari attualmente iscritti nei libri catastali: la chiesa di Daila, i benedettini, Mato Vekić, la società ‘Golf Istra’ e altri che detengono quote minori". Tutto questo – ha detto Slavica Tomac-Ćirić –, a condizione che ai sensi della richiesta della Procura nell’arco di 30 giorni le parti non trovino un accordo consensuale.

È solo nel caso non si arrivi a questo che per lo Stato comincia a decorrere il termine di 30 giorni per presentare querela. Comunque sia, ha precisato ancora la portavoce, la richiesta della Procura non incide in alcun modo sulla convocazione dell’udienza calandarizzata il 19 di settembre per dibattere la querela della società "Abbazia" di Pola, con la quale si richiede la restituzione degli immobili della chiesa di Daila. "In questo momento è impossibile dire se l’udienza ci sarà o meno. Forse, in considerazione delle nuove circostanze, la querela verrà ritirata, ma vista la complessità della vicenda – ha concluso Slavica Tomac-Ćirić –, non è il caso di fare alcuna ipotesi".

POLVERONE MEDIATICO Esattamente come va evitato di fare ipotesi sui possibili epiloghi della vertenza, almeno in questa fase che vede ancora ciascuna parte studiare in modo approfondito le mosse fatte dall’altra. Stando a quanto scrive Inoslav Bešker, comunque, non è dato da escludere che a essere chiamati in causa siano – "dopo le elezioni", precisa –, i giudici di Strasburgo. Un’istanza davanti alla quale "sarà molto difficile difendere la tesi che un ordine monastico può essere considerato profugo o optante", scrive Bešker, facendo un evidente riferimento alla motivazione della decisione di dichiarare nulli gli atti amministrativi approvati dal 1997 al 2002 dagli Uffici della Regione Istriana che decretavano la restituzione degli immobili di Daila alla Chiesa. "(…)

La questione è già risolta con gli Accordi internazionali (…)", si legge infatti nella nota ministeriale che spiega la decisione che apre le porte allo Stato per chiedere il rientro in possesso degli immobili di Daila confiscati nel secondo dopoguerra e restituiti negli anni ’90 ai benedettini. Ma è appunto attorno ai benedettini e alle loro aspettative di restituzione ovvero di risarcimento che ruota la vicenda, come scrive Bešker sullo Jutarnji List. Aspettative che nel 2006 sembravano risolte con il raggiungimento di un accordo "interno alla Chiesa" ai sensi del quale al Vescovado di Parenzo-Pola sarebbe andato il 60 p.c. delle proprietà e ai benedettini il 40 p.c. delle stesse.

Sembrava soltanto, ricorda Bešker, perché il fatto di "aver ottenuto il monastero e il 60 p.c. dei terreni che mai prima erano appartenuti alla parrocchia (fondata di recente) o al Vescovado (la cui competenza è stata estesa solo di recente a quel territorio), e di poter utilizzare gli stessi per costruire campi da golf o quant’altro", non ha placato le acque.

Anzi, la vicenda ha fatto scattare un allarme trasformatosi ben presto in un polverone mediatico contro il Papa insinuando una presunta sinergia con i monaci benedettini italiani con accuse rivolte alla commissione cardinalizia, e ai vertici della Chiesa croata, in primis all’arcivescovo di Zagabria, cardinale Bozanić. Quest’ultimo, infatti, avrebbe dato il suo benestare a una decisione che per il Vescovado di Parenzo-Pola "significa la bancarotta e quindi persino il rischio di dover vendere la Basilica Eufrasiana" perché i beni "vengono tolti alla Chiesa croata per essere assegnati ai benedettini italiani".

529 . Il Giornale 11/08/11 Se la sinistra dimentica la storia, a Trieste si celebrano le nozze «titine»

MEMORIA CALPESTATA

Se la sinistra dimentica la storia

A Trieste si celebrano le nozze «titine»

Davanti al Comune sventola la bandiera dei partigiani comunisti. E c’è pure il sindaco pd Cosolini

Fausto Biloslavo

Trieste Un matrimonio dal nostalgico sapore «titino» ci mancava a Trieste, dove le ferite della storia non riescono mai a rimarginarsi del tutto. Per i due novelli sposi, davanti al municipio, proprio in piazza Unità d’Italia, sono spuntati una bandiera della vecchia Jugoslavia di Tito, il tricolore con la stella rossa e cori dei partigiani che occuparono il capoluogo giuliano per 40 dannati giorni nel 1945. Nel «folcloristico» salto indietro nel tempo è spuntato, sembra per caso, il sindaco di Trieste, Roberto Cosolini a fare gli auguri. La sua giunta di centrosinistra si è insediata da poco più di un mese.

La storiella delle nozze «titine» è saltata fuori ieri sulle colonne del Piccolo , il quotidiano di Trieste. Il 16 luglio si sposano Igor Pauletic e Larissa Issaeva. Lui è il presidente e voce solista del Coro partigiano Pinko Tomazic, intitolato ad un comunista sloveno fucilato sul Carso triestino durante il fascismo. Lei è una docente russa d’inglese, nata a Togliattigrad.

A suggellare l’unione in Comune un vecchio amico dello sposo, il consigliere regionale della Sinistra arcobaleno, Igor Kocijancic, storico rappresentante locale di Rifondazione comunista. All’uscita dal municipio scoppia la festa nostalgica fra lo stupore dei passanti. Gli invitati coristi intonano i pezzi forti del loro repertorio: Vstajenje Primorske ( Resurrezione del litorale), Trst je naš (Trieste è nostra) e Internacionalo (L’Internazionale).

Qualcuno si è portato una bandiera jugoslava con la stella rossa dei tempi di Tito, infoibatore di migliaia di italiani e la sventola alle spalle degli sposi facendosi immortalare. La foto va a finire su Facebook assieme alle altre del coro che ritraggono pugni chiusi alla fine di un’esibizione e manifestazioni «patriottiche» di giovani con la bustina dei partigiani titini che occuparono Trieste.

«Era una sorpresa dei miei amici. Sono presidente del coro partigiano da 30 anni.Non c’era alcuna intenzione provocatoria e tantomeno di fare una manifestazione politica» spiega a Il Giornale Pauletic, lo sposo. Peccato che il sindaco attratto dall’improvvisato coretto partigiano sia sceso dal suo ufficio in municipio. «Ha detto che aveva sentito cantare e ha voluto dare un’occhiata,a fare gli auguri - racconta lo sposo - non creiamo una tempesta in un bicchier d’acqua».

La foto del sindaco con gli sposi, però, è sparita da Facebook . Alessia Rosolen e Franco Bandelli, due consiglieri di Un’altra Trieste, lista civica di centro destra, hanno stigmatizzato l’episodio. «Invitia- mo il sindaco a dissociarsi e a condannare l’episodio. L’esposizione nel cuore della nostra città di simboli che significano migliaia di morti e ferite ancora aperte non possono essere tollerate. Nessuno può pensare di derubricarlo come folclore».

Cosolini, contattato da Il Giornale , commenta così l’episodio delle nozze «titine»: «Quando sono sceso non c’erano né cori né bandiere, che avrei ritenuto per altro inopportune soprattutto per un matrimonio. Ho fatto solo gli auguri».

530 - Il Piccolo 11/08/11 Trieste: «Nozze titine, il sindaco si scusi con la città»

«Nozze titine, il sindaco si scusi con la città»

Polemiche sul vessillo dell’ex Jugoslavia in piazza Unità. Marini: come sventolare la svastica in Risiera

Un’interrogazione al sindaco Roberto Cosolini verrà depositata oggi, dal Pdl. Un’altra sarà preparata invece dalla Lega Nord. Le nozze "titine" celebrate in Municipio lo scorso 16 luglio, con tanto di contorno di successivi festeggiamenti in piazza Unità con bandiera dell’ex Jugoslavia e tricolore italiano con la stella rossa al centro nonché cori partigiani, diventano un caso politico. Con il centrodestra, a partire da quello che in Consiglio comunale siede all’opposizione, che chiede subito al primo cittadino di fare chiarezza. Così il capogruppo del Pdl Everest Bertoli questa mattina consegnerà agli uffici comunali un’interrogazione in cui domanda «se il sindaco, testimone oculare del fatto in quanto presente alla manifestazione medesima, non ritenga suo dovere in qualità di pubblico ufficiale di dover segnalare alle autorità competenti il vilipendio che è stato fatto alla nostra bandiera nazionale». Ma dall’atto preparato da Bertoli emerge un fatto ulteriore: «Inoltre - scrive il pidiellino -, visto che in alcuni uffici comunali sono cominciate a spuntare foto e calendari di Tito, come documentato anche da filmati di una emittente locale, chiedo se tali immagini sono in aggiunta o in sostituzione della foto del Presidente della Repubblica, se la loro esposizione è stata autorizzata dall’assessore al Personale». Intanto anche il segretario provinciale e deputato leghista Massimiliano Fedriga annuncia: «Il nostro gruppo in Consiglio comunale (composto da Maurizio Ferrara e Roberto De Gioia, ndr) - dice Fedriga - presenterà un’interrogazione. Tutto il centrosinistra aveva portato avanti la sua campagna elettorale dicendo di voler unire e non dividere, ora invece si verificano questi episodi che fanno venire i brividi». Dal Comune alla Regione. Durissime le parole di Bruno Marini (Pdl): «Sventolare la bandiera jugoslava della defunta Federativa sotto il Comune di Trieste è come sventolare la bandiera con la svastica davanti la Risiera. Tutti sappiamo che i tempi sono cambiati, tuttavia - continua Marini - fa pensare che in una piazza Unità mentre si festeggiava un matrimonio allo sventolio della bandiera dell’ex Jugoslavia e di quella italiana con al centro una stella rossa, sia sceso per congratularsi con gli sposi il sindaco di Trieste Cosolini che, a detta dello stesso sposo, ha lasciato il suo ufficio al richiamo dei cori partigiani». Attacca così Piero Tononi, altro consigliere regionale e vicecoordinatore provinciale del Pdl: «Trieste non merita di avere un sindaco incapace di comprendere l’inopportunità di prender parte a un evento che ci fa capire ancora una volta da che parte stiano quelli che rimangono legati al passato. Cosolini chieda scusa alla città». Critiche decise anche dal duo di Un’Altra Trieste in Comune, Franco Bandelli-Alessia Rosolen: «Invitiamo con forza il sindaco Cosolini a dissociarsi e condannare fermamente quanto accaduto lo scorso 16 luglio in piazza Unità e tutti gli esponenti politici presenti a fare altrettanto. Nessuno può pensare di derubricare quanto accaduto sotto il Municipio come folklore - proseguono i due di Un’Altra Trieste -. L’esposizione nel cuore della nostra città di simboli che significano migliaia di morti e ferite ancora aperte nella memoria di tanti nostri concittadini, non possono essere tollerate». Infine, Antonio Lippolis, segretario cittadino del Fli: «Stia attento il sindaco Cosolini a non farsi fare prigioniero della storia di chi "anche" rappresenta». (m.u.)

531 - Il Piccolo 07/08/11 Trieste - La bimba con la bambola: l'esodo istriano in una foto, ritrovata la protagonista di un’immagine del ’57 scattata alla Stazione marittima

La bimba con la bambola: l’esodo istriano in una foto

Ritrovata la protagonista di un’immagine del ’57 scattata alla Stazione marittima prima dell’imbarco per il Canada. «Ma lì nessuno ci diede una casa dove stare»

di Gabriella Ziani

Una bimba e la sua bambola, grandi e piccole allo stesso modo, sedute con sperdimento fra le valigie. Una foto può benissimo raccontare la storia, ma chi saprà mai il prima e il dopo di quello scatto fortunato, ma occasionale? Ecco oggi rivelato il romanzo di un’immagine diventata, come altre, famosa. Ritratto momentaneo dell’esodo istriano. Pubblicato sul nostro giornale negli anni ’50, come fatto di cronaca. Riproposto in mostre anche recenti. Senza che fosse svelato il destino di quella bimba, della sua famiglia, della bambola da abbracciare come se fosse il mondo cui restare aggrappati, mentre la nave era già pronta a partire per un luogo lontano e misterioso.

La bambina che allora aveva sei anni scarsi oggi è una signora di 60. L’abbiamo ritrovata. Si chiama Rita Casseler Tosatti e vive a Trieste: «Era il 1957 quando fu scattata quella fotografia. Eravamo alla Stazione marittima in attesa di imbarcarci, i miei genitori e i miei due fratelli, sulla "Saturnia" che ci avrebbe portati a New York, da dove saremmo arrivati fino in Canada, la nostra meta. Un fotografo mi notò, forse perché avevo quella grande bambola, e mi disse: "Puoi venire un attimo?". Mi portò con sè, mentre mia madre spaventata urlava, ma poi capì che voleva solo una foto. Che uscì sul "Piccolo". Mio zio, rimasto a Trieste, ci spedì il ritaglio e poi chiese a Giornalfoto la copia, che ho sempre conservato».

La storia dei Casseler è uno dei centomila romanzi di triste avventura da esuli, tutti uguali e tutti disperatamente diversi. «Sono nata a Buie - racconta la signora -, la mia era una famiglia di piccoli proprietari terrieri, la casa era stata costruita dal bisnonno, si produceva vino, si stava bene: tanto lavoro e zero politica. Ma nel 1955 nella zona B attorno a noi succedevano cose gravi, gente che veniva portata via... Nessuno ci fece mai niente, ma i miei decisero di partire prima che fosse troppo tardi».

Destinazione Trieste. Il taxi era preceduto dal camion con tutti i beni di casa, compreso il maiale chiuso in gabbia. «Ci avevano detto che al confine lo avrebbero comprato». E fu così che anche il maiale ebbe la vita accorciata per via della politica. «Al confine, dove c’era scritto "Repubblica italiana" - ricorda Rita - io mi buttai per terra, decisa a non rialzarmi, volevo tornare a casa. L’autobus ci aspettava, mia madre mi sollevò di peso, io vomitai per tutto il tragitto. Avevo 4 anni e mezzo».

A Trieste la famiglia restò nel campo profughi di Valmaura per un anno e mezzo, «in una baracca 6 metri per 6, coi letti a castello. Mio padre trovava solo lavori saltuari, mia madre era incinta, si seppe che il Canada aveva richiesto manodopera, e dunque la decisione fu presa».

La foto precedette una settimana di viaggio devastato dal mal di mare, ma allietato dalla salita a bordo del futuro papa Giovanni XXIII. «A Vancouver ci portarono nella zona italiana, mia mamma s’era messa addosso i gioielli, e il poliziotto le prese la collana e diede un morso al ciondolo. "Oro vero" disse. Non era un furto, ma una raccomandazione: "Nascondere. Potreste essere derubati"». Prima stazione, una stanza in affitto senza uso di cucina, dunque pane e latte a pranzo e a cena. «Quando mia madre andava a chiedere alloggi tutti rispondevano: "No children, niente bambini". Mamma era sarta e andò a lavorare in una fabbrica. Io finii all’asilo cinese. In quelli canadesi non ci volevano. Non capivo una sola parola. Ma senza una casa non si poteva stare e dunque ecco la drammatica decisione: noi saremmo tornati a Trieste, mio padre sarebbe rimasto a Vancouver, era entrato a lavorare nelle ferrovie. Non potevo sapere che l’avrei rivisto appena 5 anni più tardi. Quando sbarcò io non lo riconobbi».

I pianti dell’addio. La sosta a New York «in un albergone». Un’altra traversata. Primo alloggio a Trieste in un piano della villa che i Quarantotti Gambini avevano messo a disposizione dei fuggiaschi. Poi destinazione Silos. E intanto era nato il terzo figlio dei Casseler. «Restammo per 5 anni in un box di 4 metri per 4, ma almeno c’erano bambini con cui giocare» rammenta la signora. Al ritorno del papà la prima casa Iacp, poi la casa di proprietà. A ogni trasloco, traslocò anche la foto: Rita e la sua bambola, quattro occhi stupiti dalla vita.

«Anche mio figlio oltreoceano» Ma come docente

la curiosità

Quando le storie finiscono bene è divertente notarne i paradossi, le coincidenze, le casuali circolarità. Rita Casseler che rivive la propria storia di bambina e quella della sua coraggiosa famiglia attraverso il bianco & nero di una foto anni Cinquanta, si è sposata a Trieste con un fisico e ha avuto tre figli, proprio come sua madre. Il primogenito, guarda caso, si trova in America. Non un esodo propriamente detto, ma con aggiornato lessico una più moderna «fuga di cervello». «Mio figlio, che è veramente molto dotato, insegna alla Columbia University - spiega la signora Casseler Tosatti -, dopo essersi laureato in matematica alla Normale di Pisa ed essersi specializzato a Harward. Non ha ancora il posto fisso, ma comunque è un’esperienza importante. Si trova proprio là fra quei grattacieli che tanto impressionarono me bambina nel corso del mio esodo e controesodo, è veramente un caso singolare che dobbiamo finire in America, per un verso o per l’altro». Ma più singolare ancora è che il giovane ha sposato una ragazza cinese, di per sè notizia di scarso spessore, se non fosse che il fatto cammina un’altra volta sulle particolari esperienze della madre, spedita piccolina, a Vancouver, proprio nell’asilo della comunità cinese perché i canadesi «dicevano sempre che non c’era posto, in realtà non c’era posto solo per noi emigrati e stranieri». In più, la mamma nel breve periodo trascorso in Canada aveva trovato lavoro come sarta in una fabbrica: «E in quella fabbrica c’erano solo operaie cinesi, non è un fenomeno di oggi». Per mamma e figlia Casseler un’esperienza, allora, di gentilezza da un lato e di doppio o triplo spaesamento: l’Istria era diventata slovena, l’Italia era lontana, in Canada si parlava una lingua a tutti loro ignota, e immaginarsi per un bambino tanto dislocato trovarsi in una classe di cinesi: «Nessuno ci aiuto per la lingua - ricorda la signora -, io facevo come potevo e come tutti gli altri: tacevo e copiavo». Anche la seconda figlia della signora Rita ha lasciato Trieste. Lavora come grafico alla Mondadori libri a Milano. E il terzo segue le orme, ma si limita a studiare a Padova. (g. z.)

532 - Il Piccolo 07/08/011 Arbe, la resistenza nel lager fino alla battaglia per la libertà - Le vicende della Rabska brigada

Arbe, la resistenza nel lager fino alla battaglia per la libertà

Le vicende della "Rabska brigada", una brigata partigiana che ebbe origine nel campo sull’isola, dove il fascismo italiano inviò sloveni, croati ed ebrei

STORIA: SAGGIO TRADOTTO IN ITALIANO

di MARINA ROSSI

Nell’era post-comunista caratterizzata da forti rimozioni o da memorie troppo spesso strumentalizzate dalla politica, un volume, in parte autobiografico, di Anton Vratuša apre scenari inediti nel panorama storiografico italiano. Pubblicato a Lubiana nel 1998, il libro "Dalle catene alla libertà. La Rabska brigada, una brigata partigiana nata in un campo di concentramento" esce ora in lingua italiana, edito dall’udinese Kappa Vu, a cura di Alessandra Kersevan, Milan Pahor e Aleksandr Volk, con prefazione di Stefano Bartolini Vratuša e un corredo dirare immagini fotografiche.

La storia della Rabska brigada, di cui Vratuša fu vicecomandante, costituisce per il lettore italiano l’occasione per documentarsi sul sistema concentrazionario fascista (noto in Italia soprattutto grazie ai lavori di Carlo Spartaco Capogreco e Alessandra Kersevan). Gli italiani sanno poco della resistenza nata nei campi d’internamento cui il fascismo italiano inviò sloveni, croati, ebrei.

Nel nostro caso il campo fu quello di Arbe, ma vicende analoghe si svolsero in Friuli, a Gonars e in altre località italiane. Protagonisti furono gli internati, compartecipi gli italiani, dapprima come carcerieri e persecutori, e dopo l’8 settembre come militari allo sbando. Agli occhi delle loro vittime apparvero come figure che incutevano terrore, uomini abituati da vent’anni di fascismo a diffidare delle popolazioni slave e a considerarle barbare, inferiori alla civiltà italica. Il comandante Cuiuli, abituato a gestire il campo di Arbe con urla e minacce a suon di frusta, senza mai abbandonare la pistola, manifesta comportamenti identici a quelli degli aguzzini nazisti e come Rudolph Höss, comandante di Auschwitz, sarà giustiziato nel suo campo d’annientamento e sepolto a Kampor, tra le sue vittime.

Ovviamente, anche se non tutti gli occupatori sono stati feroci, Vratuša ci fa intendere che la buona condotta dei singoli non libera nessun sistema di potere dalle sue responsabilità. Nonostante le durissime condizioni di vita, i reclusi, malnutriti, debilitati dal lavoro forzato, dalle intemperie e dalle malattie, riuscirono ad organizzarsi come accadde a Gonars, a Treblinka, a Sobibor, nel ghetto di Varsavia e in altri campi. Gli aguzzini avevano tentato di corrompere le loro vittime offrendo loro la salvezza in cambio di una nuova schiavitù, quella dell’arruolamento nella Milizia volontaria, formata da gruppi di combattenti slavi disposti a collaborare e aggregarsi a reparti del Regio esercito per combattere contro i partigiani, già compagni di lotta prima dell’arresto e dell’internamento. L’autore ci parla del difficile rapporto tra gli internati, la cui solidarietà non è affatto scontata, così com’è difficile la comprensione tra gli abitanti dell’isola, croati, e gli antifascisti di Arbe.

L’armistizio dell’8 settembre 1943 consente ai reclusi di rientrare in terraferma e dar vita a una vera unità partigiana che giura il proprio impegno il 26 settembre 1943 a Mašun. Una serie di testimonianze raccolte dall’autore confermano che quella cerimonia rimase impressa in modo indelebile nella mente dei volontari. Nella solenne allocuzione di apertura il parroco Lampret, responsabile per le questioni religiose della XIV Divisione, sottolineò come la lotta di liberazione del popolo sloveno fosse strettamente legata ai principi cristiani di fraternità, libertà e amore. Dopo un periodo di addestramento, la Rabska brigada abbandonò Mašun per schierarsi lungo l’ampia linea di Knežak-Jurišce-Palcje-Postumia, parallelamente alla ferrovia Pivika-Postumia, ottemperando all’ordine del Quartier Generale per la Slovenia e del comando della XIV Divisione. Seguirono altri spostamenti e finalmente a quei partigiani fu concesso un periodo di licenza per rivedere i propri cari e ritemprare organismi fortemente debilitati, prima di rientrare nell’Esercito Popolare di Liberazione (Epl).

Ma il precipitare degli eventi bellici non consentì a tutti un felice breve rientro a casa: nell’autunno 1943 il corpo collaborazionista dei domobranci guidato da Leon Rupnik, considerato dagli antifascisti il Quisling sloveno, si oppose con forza al movimento partigiano sia con le armi sia con la propaganda.

Per comprenderne gli intenti basta leggerne i volantini rivolti alla popolazione («I tedeschi non sono vostri nemici, sono solo nemici delle bande comuniste! In loro troverete dei difensori che vi procureranno tutto il necessario per vivere. Non abbiate paura dei soldati tedeschi e dei domobranci che li accompagnano… Collaborate con loro… Non nascondete i comunisti, ma rivelate i loro nascondigli…»).

Per combattere il collaborazionismo l’Osvobodilna Fronta sviluppava i collegamenti con i comitati di villaggio, con i fiduciari, con gli attivisti giovanili e l’Unione delle Donne Antifasciste. Nella rievocazione di Anton Vratuša le donne sono molto presenti sia nell’esercito partigiano sia nei servizi ausiliari. L’autore ci parla anche del valore di tante donne ebree, fra cui delle infermiere così fedeli alla causa partigiana da seguire la brigata in montagna, così affezionate alla loro terra da resistere al richiamo di Israele e del sionismo nel dopoguerra. Le pagine riguardanti il battaglione ebraico della brigata sono particolarmente significative per la consapevolezza di quei partigiani esposti al duplice rischio in quanto ribelli e in quanto ebrei.

Vratuša poi ai vertici della Jugoslavia

Nel dopoguerra l’autore del libro ha rivestito importanti incarichi istituzionali

Chi è Anton Vratuša? Ce lo presenta lo storico Stefano Bartolini: «Sloveno, internato nel campo di concentramento italiano di Arbe (Rab), poi partigiano, delegato, con il nome di Urban, al Clnai come rappresentante del movimento di liberazione sloveno, nel dopoguerra diplomatico, politico, animatore di progetti di cooperazione internazionale. Un profondo conoscitore degli italiani, un uomo che in prima persona ha vissuto le vicende qui raccontate. Un uomo che, animato anche da un forte spirito patriottico, lo si rintraccia fortemente nelle sue pagine, ha partecipato alla lotta di liberazione e con lo stesso spirito si è recato al Clnai a trattare, tra le altre cose, il destino di territori contesi tra italiani, sloveni e croati. La sua stessa esperienza personale intreccia eventi italiani di rilievo. Un autore destinato sicuramente a far discutere, a prendersi accuse per il suo stesso ruolo dentro alla Storia, uno di quegli uomini ancora oggi considerato dal racconto nazionalista un barbaro slavo-comunista, un nemico giurato dell’Italia, per nascita e per storia personale». Dal marzo al maggio 1945 ha lavorato presso gli organi federali del ricostituito Stato jugoslavo. Nel dopoguerra ha ricoperto importanti incarichi istituzionali nella Repubblica federativa socialista di Jugoslavia, tra i quali: ambasciatore/rappresentante permanente della Jugoslavia all’Onu (1967-’69), vice Ministro degli Esteri (1969-’72), membro del Governo federale e suo vicepresidente (1972-’78), presidente del Governo della Repubblica Socialista di Slovenia (1978-’80), presidente del Consiglio federale del Parlamento della Repubblica socialista federativa di Jugoslavia (1981-’82).

533 - La Voce del Popolo 06/08/11 Speciale - In un ampio ed esaustivo catalogo tutta l'arte sacra dell'Istria

di Helena Labus Bačić

Il ricco patrimonio censito, descritto e fotografato grazie a un progetto ambizioso sostenuto da Regione e Diocesi
In un ampio ed esaustivo catalogo tutta l’arte sacra dell’Istria
Curato dal noto studioso Ivan Matejčić, dovrebbe articolarsi in sette libri di un certo spessore, con testi in croato e in italiano

PARENZO – Il ricco patrimonio di arte sacra dell’Istria riunito in un ampio catalogo. È questo l’obiettivo che si sono impegnati di realizzare il presidente della Regione Istriana, Ivan Jakovčić, e monsignor Ivan Milovan, vescovo della Diocesi di Parenzo e Pola, firmando di recente una lettera d’intenti, atto che ha sancito l’inizio di un certosino lavoro di raccolta e di descrizione delle numerose testimonianze dello spirito creativo dell’uomo nel corso dei secoli. Ne abbiamo parlato con Ivan Matejčić, conservatore, archeologo e noto studioso di storia dell’arte, sotto la cui guida verrà realizzato questo ampio progetto.

"Questa iniziativa prende spunto da un esempio concreto, quello di Zara, dove il ricco patrimonio artistico e culturale delle chiese della Dalmazia settentrionale è stato presentato in una serie di libri di grande qualità, sia per quanto riguarda i testi, sia per quanto riguarda la veste grafica – esordisce Matejčić –. Per illustrare meglio l’idea, ho mostrato queste pubblicazioni al vescovo Milovan e ai suoi collaboratori, al che in seno al Dipartimento per la Cultura della Regione Istriana è stato deciso di avviare il progetto che dovrebbe comprendere una serie di monografie sotto il titolo ‘Il patrimonio artistico della Chiesa istriana’.

Prima di avviare il lavoro vero e proprio, bisognava capire se in Istria esistevano monumenti degni di venir inseriti in una pubblicazione del genere. Terminato questo lavoro, si è visto che in Istria troviamo un numero più elevato di monumenti e artefatti di valore, ovvero di quelli che meritano di essere pubblicati in una monografia, di quelli esistenti nella Dalmazia settentrionale. L’unica differenza sta nelle dimensioni di alcuni monumenti e artefatti. Infatti, quelli dalmati sono più imponenti, visto che Zara è stata sempre una città più grande. Il nostro catalogo dovrebbe contare sette libri di notevole spessore, mentre i testi saranno in croato e italiano".

Il catalogo comprenderà opere provenienti da tutta l’Istria?

Da tutta l’Istria in senso amministrativo, non in quello geografico. La Diocesi di Parenzo e Pola copre esattamente il territorio che si trova sotto l’amministrazione della Regione Istriana e, dal momento che praticamente il 70 per cento del patrimonio artistico e culturale dell’Istria è sacrale, possiamo dire che così sarà messa a punto la storia dell’arte istriana. Il catalogo sarà sistematizzato in base alla tecnica d’espressione, ovvero verrà trattata la scultura dall’epoca paleocristiana fino al XIX secolo, la pittura, l’architettura…

Il seguente passo è stato quello di appurare se disponiamo di un numero sufficiente di esperti nei vari campi della storia dell’arte in grado di scrivere testi di alta qualità e siamo giunti alla conclusione che qui non ci saranno problemi. Secondo i nostri calcoli, il progetto dovrebbe venir realizzato nell’arco di dieci anni. I finanziamenti necessari verranno assicurati dalla Regione e dalla Diocesi, ma contiamo di ottenere pure i mezzi dai fondi europei, dal Ministero della Cultura e dalla Regione Veneto. Credo che questo catalogo contribuirà a far conoscere meglio il patrimonio artistico dell’Istria e la sua importanza nel contesto europeo e mondiale.

Quali sono gli esempi di arte sacra più importanti e di maggior valore nella penisola?

Gli esempi più importanti sono quelli che non si trovano da nessun’altra parte. L’Istria si distingue per il più grande numero di chiese paleocristiane del IV, V, VI o VII secolo che sono ancora in funzione. Tra queste sono da menzionare la Basilica Eufrasiana, la Cattedrale di Pola del V secolo, la chiesa di Santa Fosca di Gimino, la chiesa di Santa Maria Formosa di Pola... In altre zone, tali chiese sono molto spesso rinvenute soltanto come resti archeologici. Sono più o meno una decina gli esempi di chiese che non sono cambiate più di tanto negli ultimi 1.500 anni. Questo livello di conservazione dei templi cristiani vuol dire anche una grande quantità di capitelli, statue, altari, rilievi e altri elementi del decoro della chiesa che datano dai primi secoli del cristianesimo.

Soltanto alcune zone in Italia possono essere paragonate all’Istria per il numero e la qualità di artefatti e monumenti provenienti da quell’epoca. Nelle epoche successive, l’Istria non è più un grande centro artistico, ma vi troviamo numerose opere d’arte importate, anche di qualità. Però, se osserviamo il fenomeno della pittura murale, l’Istria è senza dubbio la regione con il maggior numero di chiese medievali dagli interni decorati con affreschi. Ovviamente, tutte queste pitture murali messe insieme non valgono quanto un metro quadrato di un affresco di Giotto o di Michelangelo, ma è tuttavia un valore enorme avere in uno spazio più o meno ristretto addirittura 101 chiesetta completamente affrescata. Si tratta di un documento eccezionale che parla della cultura artistica, della mentalità e della cultura in generale della gente dell’epoca.

Qual è l’importanza del patrimonio artistico e culturale dell’Istria nel contesto europeo e mondiale?

È imprescindibile il valore del patrimonio dell’Istria nel contesto europeo e mondiale, soprattutto nell’epoca paleocristiana e nel romanico. Non è possibile scrivere una storia dell’arte seria senza includervi i monumenti istriani, come lo è, ad esempio, la Basilica Eufrasiana, che vanta un’aula di rappresentanza al primo piano dell’Episcopio, l’unica al mondo rimasta praticamente intatta dal VI secolo fino al giorno d’oggi. Lo stesso discorso vale per la pittura murale medievale, come ho già rilevato.

Negli ultimi dieci anni abbiamo fatto nuove e interessanti scoperte nell’ambito della scultura rinascimentale del XV-XVI secolo. Abbiamo, infatti, trovato una trentina di sculture lignee di buona qualità, importate da Venezia. A Venezia, sculture di questo genere non si trovano più perché nell’epoca barocca sono state in gran parte sostituite da quelle di marmo. Però, nelle cittadine istriane di modesti mezzi, queste sculture si sono mantenute presentando oggi una grande ricchezza. In questo contesto mi è stato riferito da una collega italiana che "il capitolo sulla scultura lignea veneziana si scrive partendo dall’Istria".

Uno dei monumenti più importanti dell’Istria è certamente il complesso della Basilica Eufrasiana, che nel 1997 è stata inserito nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità dell’UNESCO. Quanto questa categorizzazione aiuta nell’opera di conservazione di questo eccezionale complesso?
L’inserimento nella Lista aiuta in senso morale, non quello materiale. Adesso non si può più vendere il gelato nei pressi della Basilica, tanto per illustrare la situazione. D’altro canto, si esige il massimo standard qualitativo nell’opera di conservazione del complesso.

Quanto sono alti gli standard di conservazione del patrimonio storico-culturale in Croazia? È soddisfatto della situazione?

Fino a dieci anni fa, gli standard professionali nell’attività di conservazione e restauro erano a livello europeo, quindi molto alti. Negli ultimi dieci anni, nel periodo in cui il Ministero della Cultura era stato gestito dal ministro Biškupić, il livello di cura è diminuito sensibilmente, in contemporanea con il calo drastico di quadri esperti nelle Sovrintendenze per la conservazione dei Beni storico-culturali. Il criterio della professionalità è stato soppiantato dalla burocratizzazione, dettata dalla politica.

Qualche anno fa, a Fiume sono stati svolti gli scavi archeologici nei pressi del campanile del Duomo ed è stata riportata alla luce una porzione del mosaico della basilica paleocristiana sulla quale è sorta in seguito la chiesa attuale. Il mosaico è stato quindi nuovamente interrato e coperto con l’asfalto, in attesa di una soluzione di presentazione.

Secondo Lei, qual è il miglior modo di metterlo in mostra senza danneggiarlo?

Già vent’anni fa, quando è stato scoperto il mosaico "per la prima volta" nell’ambito di certi lavori comunali, la mia proposta era di metterlo "sotto tetto". Un mosaico simile è molto importante per Fiume, che non è una città ricchissima di reperti del genere. Quindi, secondo me sarebbe necessario regolare urbanisticamente quella zona e realizzare una specie di "atrio cittadino" sotto il quale il mosaico, che è essenzialmente una forma artistica pensata per decorare gli interni e non gli esterni, potrebbe essere protetto dalle intemperie e allo stesso tempo visibile. Ogni altro metodo di presentazione potrebbe danneggiarlo. Si tratta di un reperto importante per Fiume, che non viene percepita come una città "di storia". Bisogna ricordare, infatti, che i mosaici e le sculture sono i documenti più eloquenti del passato di una città.

534 - Il Piccolo 10/08/11 Canfanaro: La rinascita del manzo Boscarin, protagonista per secoli del lavoro in campagna l’imponente bue ha rischiato l’estinzione ma oggi è un animale protetto

Protagonista per secoli del lavoro in campagna l’imponente bue ha rischiato l’estinzione ma oggi è un animale protetto

LA RINASCITA DEL MANZO BOSCARIN

dall’inviato Roberto Covaz

Il sindaco di Canfanaro Jumar: «È l’orgoglio della nostra terra»
«La festa del Boscarin non è solo un vanto di Canfanaro ma di tutta l’Istria. Speriamo di poterla proporre anche quando la Croazia entrerà nell’Unione europea». Parole di Sandro Jumar, sindaco di Canfanaro, un pezzo d’uomo che si intona alla perfezione nel contesto della festa. Le preoccupazioni di Jumar sono condivise anche dagli allevatori perché è assodato che con le restrittive e spesso inutili normative europee manifestazioni come questa dovranno essere regolamentate in modo più severo. Per non parlare degli impicci che la Ue creerà agli allevatori nei controlli veterinari. «Il nostro obiettivo è fare in modo che il nostro bue possa svilupparsi ancora dopo aver rischiato l’estinzione. Questa bestia rappresenta l’orgoglio dell’Istria del lavoro e della terra. Noi faremo di tutto per difenderla», promette Jumar.


CANFANARO Ha rischiato l’estinzione dopo aver servito per secoli i vari padroni dell’Istria. E se Venezia è stata la potente repubblica marinara che è stata lo deve anche a lui, a Boscarin. È il simbolo della sua terra arcigna, dei suoi uomini tenaci e orgogliosi, delle sue tradizioni religiose e agresti che il regime comunista aveva invano tentato di soffocare. Boscarin è il bue istriano, è il manzo con compagni corni, un bestione impressionante ma buono come la sua carne che è addirittura meglio del pane cucinato nella zlepigna. Autoctono dell’Istria (con probabili antenati ucraini) Boscarin è il più grande mammifero d’Europa. È l’Istria su quattro zampe. L’avvento dei trattori ne ha quasi provocato l’estinzione, ma lui, il gigantesco manzo, non si è arreso. A Boscarin e ai suoi amici Galjardo, Bakin, Savin e via dicendo il paese di Canfanaro dedica da una ventina d’anni la mostra del bue istriano. Che da tempo immemore viene chiamato dai contadini con gli stessi nomi. La fiera si tiene l’ultimo sabato di luglio in occasione della festa di San Giacomo, una delle ricorrenze religiose più sentite dagli istriani e che Tito aveva proibito. Dal 1991 questa ricorrenza è ripresa grazie all’intrapredenza di due appassionati di storia locale, Anton e Ivan Meden. All’ultima edizione ha assistito un pubblico record di quasi quattromila persone, moltissimi i turisti anche italiani che hanno abbandonato la riviera per addentrarsi nel cuore dell’Istria e assistere a uno spettacolo della natura unico e perfino commovente. Canfanaro sta sulla direttrice tra Rovigno e Pisino, vicino a Gimino. È a un tiro di schioppo dal canale di Leme. Siamo nell’Istria più interna e selvaggia. Un tempo qui scorreva il confine tra l’austriaca contea di Pisino (controllata dai conti di Gorizia) e i territori di Venezia. Le foreste sugli argini del fiordo parlano di fiere e di uomini in lotta, di leggende e di misteri. Come sono misteriose le forze che mantengono in piedi l’arcaico belvedere in legno che si affaccia sul Leme. E meno male che si può salire gratis. Ma torniamo a Boscarin e a Canfanaro. La mostra del bue è una festa con le majorette del luogo, la banda di Valle, le bancarelle, grigliate a tutto spiano e fiumi di malvasia. Tre le prove a cui sono sottoposti i manzi per stabilire chi è il migliore: l’aratura, il peso e la bellezza. L’allevatore della bestia vincitrice percepisce un premio di 1800 cune, circa 200 euro. Un decimo di quanto costa all’anno mantenerla. Il manzo, a differenza dei suoi avi lavoratori (epici quelli che lungo il Quieto trasportavano il legname della foresta di Montona destinato all’Arsenale di Venezia) se la spassa tutto l’anno in stalla o sui campi senza far nulla. Vive della gloria accumulata in secoli di fedele servizio all’uomo istriano. Riverito come se fosse un animale in grazia a Dio, Boscarin prima del concorso viene addirittura lavato e quasi quasi profumato con il buon fieno che gli organizzatori spargono sul campo dove vengono radunati i manzi. A Canfanaro quest’anno la gara del peso l’ha vinta l’esemplare di otto anni dell’allevatore Antun Antunovi›: 1250 chilogrammi. Ma la vita di Boscarin non è tutta rosa e fiori; parliamo infatti di un bue castrato, un manzo. Boscarin surroga i piaceri del sesso con il fieno prelibati e ghiotte pasture e si liscia idealmente le corna, a forma di lira, che sono il vanto dei suoi proprietari. I quali per vezzo e per sicurezza pongono all’estremità delle sferette di metallo. Boscarin è buono ma senza volere, con i suoi compagni corni può squartare un uomo.


Vent’anni fa erano rimasti dieci esemplari

CANFANARO Luccicano gli occhi di soddisfazione ad Anton Meden nell’osservare l’assembramento di Boškarin. «E pensare - sottolinea l’organizzatore della fiera di San Giacomo a Canfanaro - che nel 1991 quando abbiamo cominciato in tutta l’Istria c’erano appena 10 esemplari. Poi piano piano con la passione di tanti allevatori siamo arrivati a una cinquantina di manzi castrati e di centinaia tra buoi e vacche. Insomma, possiamo dire di aver salvato dall’estinzione questa razza. Che non è solo istriana, perché altri esemplari sono allevati a Cherso e a Veglia, ma trasportarli a Canfanaro costerebbe troppo». Avvolta nel mistero è l’origine della fiera di San Giacomo. Spiega Meden: «Le prime tracce risalgono al 1325, quando poco distante dall’attuale Canfanaro sorgeva un villaggio originario del 1096 e costruito sul preesistente sito di un castelliere. Quel villaggio si chiamava Castellier de Fontana ed era un territorio amministrato dal Patriarcato di Aquileia. Sull’altro versante del vallone sorge invece l’antica città di Gimino, dove pure si svolge da secoli una mostra di animali. Gimino apparteneva però alla contea austriaca di Pisino e con Castellier de Fontana correva una forte rivalità». Memorie di quel periodo antico sono la chiesa di Sant’Agata del decimo secolo. Più a valle, verso il canale di Leme, sorge invece il noto sito archeologico di Duecastelli. Ancora Meden: «Auspichiamo che il governo croato sostenga un’adeguata campagna di scavi dove sorgeva Castellier de Fontana».

«Per noi istriani è come avere una Ferrari»

L’allevatore Stifanic di Visignano: «Ha la forza di un trattore di 80 cavalli». Il meglio sta nelle corna

CANFANARO «Possedere un manzo istriano è come avere una Ferrari. Quando passi per il paese tutti te lo invidiano. E un tempo quanto i Boscarin erano usati per lavorare significava quello che oggi significa possedere un trattore da 80 cavalli». Aldo Štifani„ è uno degli allevatori più entusiasti del bue istriano. Proprietario di un’azienda agricola e di un agriturismo a Visignano, Štifani„ ha portato a Canfanaro il suo manzo, di nome Bakin, di 9 anni. È il probabile futuro campione giacché un manzo istriano, se non finisce prima al macello, può vivere anche fino a 25 anni. Le vacche addirittura fino a 30. Da alcuni anni Štifani„ organizza a Visignano, in occasione di Santa Maddalena, la mostra mercato delle bestie da riproduzione, non solo bovini. Ovviamente il bue istriano è il più ammirato. Ma come giudicare le qualità estetiche di un Boscarin? Štifani„: «Deve avere determinati requisiti. Prima di tutto il dorso dal garrese alla groppa deve essere bello diritto. Capita che per l’imponente peso la linea pieghi verso il basso. Poi la bestia deve sfoggiare un giugulo bello abbondante, pieno di pieghe, che quando bruca l’erba tocchi quasi terra. Inoltre, deve avere un bel colore chiaro tranne il palato, che deve essere rigorosamente nero come l’interno delle orecchie, l’interno della coda e i ovi devi esser mezzi bianchi e mezzi neri. Un discorso a parte meritano le corna. La forma deve assomigliare allo strumento della lira e devono essere protese all’indietro. Ma su questo requisito non siamo tutti d’accordo. Certamente una volta questo aspetto era importante, perché se una bestia aveva le corna per avanti rischiava di impigliarsi quando trascinava il legname o arava la terra. Per non parlare della pericolosità che ciò costituiva per gli uomini e per le altre bestie». La forza del Boscarin è straordinaria. Una coppia di manzi a Canfanaro trascinava tranquillamente un carro con sedici persone a bordo, sia in discesa che in salita. Nella gara dell’aratura, sviluppatasi in un dolaz (dolina) circondato da migliaia di spettatori come in uno stadio, nonostante i manzi sprofondasseo nel terreno fino a quasi al garretto per via dell’argilla pregna d’acqua l’operazione è stata portata a termine senza affanni da parte dei bestioni. I più indolenti dei quali qualche bacchettata sul muso se la sono presa a dire il vero. Appassionante osservare il gigantesco corteo composto da manzi e da umani fluttuare per le vie di Canfanaro, con i Boscarin appena infastiditi dal gran vociare attorno a loro. Le bestie più giovani apparivano le più nervose ma vigorose strattonate della cavezza stretta al collo riportavano alla quiete anche i più riottosi. A tratti sembrava quasi che il possente incedere dei manzi assecondasse le marcette della banda, con un alternarsi di lombi davvero in sintonia con le note. Ma di qui ad asserire che a loro piace la musica è troppo. Ne hanno a sufficienza qualità per voler loro bene.

535 – La Voce del Popolo 09/08/11 Cultura - Lo stemma civico: simbolo e testimone della storia e dello sviluppo di Pisino

Un affascinante itinerario iconografico narra in modo inconsueto il passato della città
Lo stemma civico:

simbolo e testimone della storia e dello sviluppo di Pisino

PISINO – Lo stemma è il complesso di figure, emblemi, colori e ornamentazioni che servono ad individuare una persona, una famiglia, una comunità o un ente. In quanto tale, racchiude in sé storia, tradizioni e cultura di un singolo, di un gruppo o di un popolo, e spesso segue, di pari passo, i mutamenti, soprattutto politici, ma anche sociali, che avvengono nel contesto in cui essi si collocano. Seguire l’evoluzione e i cambiamenti delle rappresentazioni, delle figure e degli elementi araldici significa ripercorrere anche le vicissitudini di una precisa realtà.

Finora la ricerca documentaria non ha forse dedicato lo spazio che si meritano le tante testimonianze e notizie storico-araldiche riguardanti le cittadine dell’Istria centrale, soprattutto di quelle che, tra il XIV e il XX secolo, si trovavano sotto l’amministrazione asburgica; viceversa, è stata più indagata la parte inerente quelle costiere, dominio della Serenissima. Per certi aspetti, deve ancora essere fatta una completa ed esaustiva analisi scientifica – e in alcuni casi la stessa identificazione – degli stemmi e dei sigilli dell’Istria "austriaca". E parlando di questa specifica area della penisola, sottoposta al controllo della casata degli Asburgo, il discorso porta immancabilmente a Pisino, centro dell’omonima contea, in tedesco Grafschaft Mitterburg.

Si è occupato dell’argomento, con uno studio organico e sistematico, Mirjan Rimanić, giornalista, ricercatore, conoscitore e appassionato cultore della storia dell’Istria interna, che qualche hanno fa ha dato alle stampe in edizione propria il volume "Pazinski grb – Postanak i razvitak grba grada" (Lo stemma di Pisino – Nascita e sviluppo dello stemma civico) e che di recente ha allestito una mostra tematica al Museco civico pisinoto.

Il percorso espositivo ricostruisce e riscopre un affascinante itinerario iconografico che narra in modo inconsueto il passato della città, appunto attraverso il prisma dell’araldica. Infatti, negli elementi che costituiscono lo stemma cittadino si possono riconoscere i segni della presenza di signori feudali, podestà, amministratori e potentati che si sono avvicendati a Pisino nel corso di circa sei secoli.

La mostra – inaugurata alla presenza dell’autore, del direttore del Museo, Denis Visintin, e della vicesindaco Ines Kovačić Drndić, resta in visione fino al 31 agosto – lancia un messaggio simbolico che, fondamentalmente, e salvo lievi ritocchi, è rimasto invariato dagli inizi del XV secolo ad oggi. In esposizione diciotto forme araldiche, a partire dalla più antica attestazione, il sigillo del capitano Corrado Burgravio di Luenz, del 1401, per proseguire con lo stemma del 1441 – è custodito nella chiesa parrocchiale di San Nicola, che risale al 1266 – in cui appare per la prima volta il motivo della torre bianca (presente nei successivi sviluppi e tutt’oggi) incastonato nello scudo del ducato d’Austria.

Gli Asburgo furono signori della contea di Pisino e di altri domini dell’Istria interna dal 1379 al 1918. Quest’ultima fattezza si manterrà fino al periodo fascista: con l’annessione all’Italia lo scudo diventa bianco, mentre la torre assume il colore azzurro e viene sovrastata dal simbolo del fascio.

Dopo la Seconda guerra mondiale, quando Pisino e la regione passano alla Croazia, nell’ambito della Jugoslavia socialista, sopra la torre viene collocata la stella rossa a cinque punte (1974), che verrà rimossa con lo smembramento della federazione. Nel 1990 si comincia a usare uno stemma a forma di scudo bianco con torre azzurra, che verrà ufficializzato nel 1994.

Branko Ljuština

536 - Il Piccolo 11/08/11 Trieste: Caffè Tommaseo, uno dei 35 locali che fecero l’Italia

Caffè Tommaseo, uno dei 35 locali che fecero l’Italia

L’esercizio triestino scelto dalla guida tra i luoghi simbolo del Risorgimento. Il direttore Tomini: «Siamo orgogliosi»
LA STORIA
"Tomaso" il nome originario del 1830

Il Caffè Tommaseo è indubbiamente il più antico Caffè di Trieste. È difficile definire una data esatta delle origini del locale che, fu riaperto, dopo alcuni lavori di ripristino, nel 1830 da un padovano, Tomaso Marcato, che gli diede il proprio nome, Caffè Tomaso. Venne fatto decorare dal pittore Gatteri e adornato di grandi specchiere, appositamente giunte dal Belgio. Il Caffè prendeva il posto di una caffetteria sita in quella piazza dei Negozianti che ora si chiama Tommaseo. Anche il Caffè venne ribattezzato, nel 1848, con il nome dello scrittore e patriota dalmata, che ancor oggi viene ricordato da una serie di cimeli: un ritratto e le edizioni delle sue opere custoditi in una bacheca posta al centro del locale. Ovviamente dopo l’uccisione di Guglielmo Oberdan che segnò la reazione austriaca, il locale prudentemente riprese il nome originario che mantenne fino al 1918, fino a quel fatidico 3 novembre che portò Trieste all’Italia e permise al Caffè di chiamarsi nuovamente e per sempre Tommaseo. di Fabio Dorigo «Da questo Caffè Tommaseo, nel 1848, centro del movimento nazionale, si diffuse la fiamma degli entusiasmi per la libertà italiana» recita la lapide fatta apporre dall’Istituto nazionale per la storia del Risorgimento all’esterno del locale storica di Trieste. Al Caffè Gelateria Fiorio di Torino, circolo dei conservatori di ferro, il 18 marzo 1821, tentarono di convincere l’inserviente di corte ad avvelenare il medicinale di Carlo Alberto di Savoia che era appena stato nominato reggente e aveva promulgato la Costituzione. Storie di caffè diverse. Fiamme da accendere o spegnere. Il Caffé Tommaseo di Trieste e il Caffè Fiorio di Torino sono due dei 35 locali storici che, in un modo o nell’altro, hanno fatto l’Italia. Locali protagonisti, nel bene e nel male, del Risorgimento. A censirli, in omaggio al 150 anni dell’Unità d’Italia, è stata dall’associazione Locali Storici in occasione dell’edizione "tricolore" 2001 della guida (264 pagine, in italiano e inglese). I 35 locali, tra cui il Tommaseo, il più antico caffè di Trieste (e il 14.mo a livello nazionale), si fregiano del titolo "I più Unità d’Italia" ("The Most United in Italy"), un primato evidenziato anche sul sito internet dell’associazione (www.localistorici.it). Il Tommaseo condivide l’onore risorgimentale con caffè come il fortino antisaraceno Bai di Genova (dove partì l’impresa dei Mille di Garibaldi e Nino Bixio), il Florian di Venezia (dove trovarono conforto i primi feriti della rivolta di Manin del 1848), il Pedrocchi di Padova (dove studenti e popolani si allearono contro l’Austria), il Cambio di Torino (che conserva il tavolino di Camillo Benso conte di Cavour e dispensa ancora il mitico bicerin), il Gilli di Firenze (che armò con vivande i volontari per Curtatone e Montanara), il Caffè Greco di Roma (protagonista dei moti del 1831), il Renzelli di Cosenza (dove iniziò la sfortunata impresa dei fratelli Bandiera). «Siamo orgogliosi - dice il direttore Giancarlo Tomini che gestice il caffé con Silvana Pecchiar, Renato Scaramelli e Elisabetta Bovo -. È un riconoscimento importante». La lapide, citata dalla guida locali storici d’Italia, fa bella mostra in piazza Tommaseo (già piazza dei Negozianti) e non lascia dubbi sui meriti risorgimentali del Caffè. In occasione dei 150.mo anniversario dell’Unità d’Italia offre un menù tricolore che affianca quelli dedicati agli avventori famosi James Joyce, Umberto Saba e la principessa Sissi. Non c’è, invece, il menù Italo Svevo, anche se Ettore Schmitz era solito trascorrere interi pomeriggi ai tavolini del Tommaseo scrivendo pagine su pagine nell’indifferenza del mondo editoriale italiano. Il Caffè, sponsor del vicino Teatro Verdi, ha festeggiato il 29 luglio scorso la prima dell’operetta "Viva l’Italia", il 29 luglio scorso, lo spettacolo di Gianni Borgna con Daniela Mazzucato allestito dal festival per i 150.mo dell’Unità d’Italia. «Tutti i precursori triestini del Risorgimento - si legge nella duie dei Locali storici d’Italia - hanno fatto sosta in questo locale storico e letterario. Da Madonizza a Valussi, a Orlandini. L’arredamento è ancora originale e, con gli stucchi dell’epoca, conserva le specchiere fatte venire dal Belgio nel 1830, i tavolini in marmo e ghisa e una pendola del 1839, con il nome del primo proprietario, Tommaseo Marcato». E qui, la guida, incappa in un errore veniale. Il nome del fondatore è quello del padovano Tomaso Marcato. E il primo nome del locale era Caffè Tomaso. Nulla di risorgimentale. Tomaso Marcato non diffuse "la fiamma degli entusiasmi per la libertà italiana", ma si limitò a introdurre per primo il gelato a Trieste

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :

http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/

http://www.arupinum.it

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