Rassegna Stampa Mailing List Histria
Sommario N° 790 – 27 Agosto 2011

554 – La Voce del Popolo 19/08/11 Pola - Corone di fiori e alloro alla memoria delle vittime - Resta indelebile la ferita di Vergarolla (Daria Deghenghi)

555 – L’Arena di Pola 25/08/11 I Polesani commemorano assieme Vergarolla (Paolo Radivo)

556 - Il Piccolo 21/08/11 Lettere - Ricordi : la strage di Vergarolla (Pietro Sanzin)

557 – La Voce del Popolo 25/08/11 Pola - Incontro con i presidenti: un momento storico, il 3 settembre a Pola un evento in onore di Giorgio Napolitano e Ivo Josipovic (Arletta Fonio Grubiša)

558 - Il Piccolo 20/08/11 Trieste: «Le masserizie degli esuli devono restare in Porto», La proposta lanciata dal direttore dell’Irci Piero Delbello (Gabriella Ziani)

559 – Anvgd.it 25/08/11 Daila, la rimozione della memoria (Anvgd Nazionale)

560 – La Voce del popolo 19/08/11 Daila, fra intrighi e speculazioni (Errol Superina)

561 - Il Piccolo 24/08/11 «Daila non minerà i rapporti Croazia-Papa», Il cardinale Bozanic: «Un problema da risolvere non può danneggiare un legame consolidato» (Giovanni Tomasin)
562 - Il Giornale 25/08/11 Genova: Ai profughi di serie B neppure la casa (Diego Pistacchi)

563 - L’Arena di Pola 25/08/11 Avanti a piccoli passi (Silvio Mazzaroli)

564 - Agenzia Italiana Stampa Estera Aise 24/08/11 Patrimonio veneto in Istria e Dalmazia: Entro il 30 settembre le domande di contributo alla Regione (Aise)

565 - Vanity Fair 20/08/11 Come eravamo - Le quattro verità di Trieste (Marco Missiroli)

566 – Panorama Edit 31/07/11 Cherso - La sede CI a Palazzo Pretorio presto sarà realtà, Il presidente del sodalizio, Gianfranco Surdić, spera che i lavori possano finalmente iniziare il prossimo autunno (Bruno Bontempo)

567 - Il Piccolo 24/08/11 Storia - Libro: «Trieste ’53, scontri provocati dai Servizi», le tesi di un libro di Anna Millo (U.Spirito)

A cura di Stefano Bombardieri

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :

http://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

554 – La Voce del Popolo 19/08/11 Pola - Corone di fiori e alloro alla memoria delle vittime - Resta indelebile la ferita di Vergarolla

Nel 65º anniversario dell'esplosione che vestì di lutto la città
Corone di fiori e alloro alla memoria delle vittime
Resta indelebile la ferita di Vergarolla

Sessantacinque anni fa la tragedia di Vergarolla avrebbe scritto le pagine più dolorose e laceranti della storia della città. Ma Pola non dimentica. Ancora una volta il dolore ha chiamato a raccolta i polesani e i loro ospiti. Quest’anno più numerosi che mai. Assiepati a ridosso del Duomo, affollati intorno al cippo memoriale, sparpagliati nella via Kandler e in piazza San Tommaso, ma sempre composti, attenti, commossi e, soprattutto, memori di quel funesto 18 agosto 1946 che decise il destino di centinaia di famiglie spianando la strada all’esodo in massa degli italiani da Pola e dall’Istria.

Doverosa la manifestazione di cordoglio per un dolore indelebile. Anche quest’anno la Comunità degli Italiani di Pola e il Libero Comune di Pola in Esilio si sono dati appuntamento per ricordare le vittime della terribile esplosione alla presenza di autorità e ospiti, tra cui l’ambasciatore italiano a Zagabria, Alessandro Pignatti Morano di Custoza, una delegazione del Consolato generale d’Italia a Fiume, dell’Unione Italiana, del Circolo "Istria", ma anche sindaci, vicesindaci e assessori dei Comuni di Trieste, di Muggia, di San Dorligo della Valle e di Monfalcone, esponenti della ANVG, dell’Associazione delle Comunità Istriane, del Libero Comune di Fiume in Esilio e del Comitato 10 febbraio della Provincia di Trieste.

"Siamo qui, assieme, per ripercorrere a testa alta le pagine del passato e commemorare degnamente i concittadini che persero la vita in quella domenica di agosto quando ormai si credeva che dopo gli orrori della guerra la vita sarebbe ripresa. E siamo qui per onorare accanto ai tanti, l’eroica figura del dottor Geppino Micheletti. Pola non dimenticherà mai il 18 agosto 1946!". Parole, queste, di Claudia Millotti, presidente dell’Assemblea della Comunità degli Italiani di Pola, che ha invitato gli astanti a contemplare il cippo commemorativo al fianco del Duomo, "semplice ma significativo, una pietra spezzata a simboleggiare le vite spezzate, la città mutilata e distrutta dal dolore".

Sulla pietra solo un’epigrafe sintetica, essenziale: Vergarolla, la data e l’ora. In calce, una firma importante: "Grad Pula – Città di Pola".

Per dire che la città – tutta – onora le vittime e conserva il ricordo della tragedia. Ma non più aggrappandosi al passato rivangando vecchi rancori. Anzi. "Dopo secoli di alterne fortune – ha concluso Claudia Millotti – i muri e i paletti eretti dall’intolleranza hanno ceduto, e la Croazia nel 2013 farà parte della grande famiglia europea. Quanto a noi, l’abbracciamo fieri di aver saputo, voluto e potuto conservare la presenza italiana, la storia, la lingua e la cultura italiane a Pola e in Istria".

Anche la guerra ha i suoi colpevoli

Interprete fedele dei sentimenti dell’allora "dolente, sgomenta e rassegnata al peggio popolazione di Pola", furono le pagine dell"Arena di Pola", il periodico informativo del Libero Comune di Pola in esilio. L’attuale direttore, Silvio Mazzaroli, ne ha rispolverato alcune pagine "storiche" curate dal fondatore, Guido Miglia, che attribuì la responsabilità dell’accaduto alla guerra.

"Sarà anche vero – così Mazzaroli –, ma personalmente trovo questo modo di affrontare il problema pilatesco e anacronistico. Le guerre non sono qualcosa di inevitabile ed imprevedibile; sono dovute alle passioni e agli appetiti degli uomini ed investono, pertanto, loro precise responsabilità, che nello specifico caso di Vergarolla stanno gradualmente emergendo dagli archivi della storia configurandolo, senza ombra di dubbio, come un crimine e non un fatto accidentale, come, appunto, già nel 2004 nel corso di un’analoga cerimonia ebbe a dire l’allora sindaco di Pola, Luciano Delbianco".

Ma se quello c’era stato, a suo tempo, ad omaggiare ai piedi del cippo le vittime della tragedia di Vergarolla, assente è stato ieri il sindaco attuale, Boris Miletić. Un’assenza cui non ha mancato di accennare Mazzaroli auspicando che in futuro la cerimonia "anziché essere voluta ed organizzata da coloro che siamo usi definire, con una terminologia che vorremmo poter accantonare, esuli e rimasti, fosse organizzata dalla Città di Pola e dai suoi reggitori e qualora ad essa presenziassero affiancati, in un’ottica appunto di continuità nel cambiamento, così come lo sono al balcone del suo Municipio, anche i colori di Pola, dell’Italia, della Croazia e, in un domani prossimo, dell’Europa, sarebbe un segnale di raggiunta maturità civile e civica ed un faro acceso sul futuro di tutti noi.

Questo il nostro auspicio e l’invito che rivolgiamo a quanti sono nella condizione di accoglierlo". La cerimonia al cippo è stata preceduta anche quest’anno da una funzione liturgica alla memoria delle vittime, officiata in italiano da Desiderio Staver e cantata dal coro misto della "Lino Mariani". Diretto da Edi Svich, il coro ha eseguito in anteprima il Madrigale contemplativo in ricordo delle vittime, scritto da Luigi Donorà.

Daria Deghenghi

555 – L’Arena di Pola 25/08/11 I Polesani commemorano assieme Vergarolla

I Polesani commemorano assieme Vergarolla

Si sono svolte a Pola lo scorso 18 agosto in un clima disteso e con una partecipazione ancora superiore a quella del 2010 le cerimonie per il 65° anniversario della strage di Vergarolla, organizzate dalla Comunità degli Italiani di Pola (CIP) in collaborazione con il Libero Comune di Pola in Esilio (LCPE) e il Circolo di Cultura Istro-Veneta «Istria».
Intorno alle 9.30 è partito dalla riva davanti alla Capitaneria di Porto un battello che ha condotto una delegazione ristretta dei soggetti promotori, insieme ad alcuni giornalisti, fin davanti alla spiaggia di Vergarolla, teatro del terribile eccidio. Appena salpati, è emerso dall’acqua nei pressi dell’imbarcazione un benaugurante delfino.
Claudia Millotti, presidente dell’Assemblea della CIP, ha espresso soddisfazione per il fatto di trovarci lì tutti assieme con molta naturalezza. Ha ammesso di essere molto emozionata e commossa. «Pare impossibile – ha detto – che questo mare così calmo, bello e trasparente sia stato testimone della più grande strage avvenuta a Pola in tempo di pace. Era una tranquilla domenica di sole e tante famiglie si stavano godendo la pace riconquistata. La pineta pullulava di gente per assistere alle manifestazioni sportive organizzate dalla società "Pietas Julia". La città, riunita a Vergarolla, era in festa. Improvvisamente la catastrofe, un boato che non dimenticheremo mai: 28 mine disinnescate e poi innescate di nuovo hanno creato l’inferno. La strage ha spalancato le porte all’esodo cambiando la storia della città. Più di 100 furono le vittime, 64 quelle identificate. Noi ora siamo qui in rappresentanza di tutti i polesani che avrebbero voluto esserci».


Paolo Radivo, consigliere dell’LCPE, ha letto i 64 nomi con la relativa età (quando nota) pregando affinché il Signore conceda loro l’eterno riposo. Poi Claudia Millotti e Lino Vivoda, consigliere ed ex sindaco dell’LCPE nonché fratello di una delle vittime, hanno lanciato in mare la corona che la CIP e l’LCPE hanno dedicato a quei loro concittadini defunti con la scritta «I polesani» su un nastro tricolore. Contemporaneamente Ardemio Zimolo, vice-presidente del Consiglio municipale, ha gettato in mare la corona della Città di Pola che riportava una dedica bilingue gialla su nastro azzurro.


Ritornata a riva, la delegazione si è diretta al duomo, dove stavano affluendo gli altri partecipanti: in tutto circa 200, provenienti sia da Pola sia dall’Italia. Di questi ultimi, 53 sono giunti da Gorizia con il pullman organizzato dal Comitato provinciale dell’ANVGD e dalla sezione della Lega Nazionale, altri 53 da Monfalcone, Trieste e Muggia con il pullman del Circolo «Istria». Non erano solo esuli polesani o istriani, ma anche residenti nelle province di Trieste e Gorizia desiderosi di assistere alle cerimonie e di visitare Pola. Altre persone dall’Italia sono arrivate con mezzi propri.


Per il Libero Comune di Pola in Esilio erano presenti il sindaco Argeo Benco, 9 consiglieri (la sera prima si era tenuta all’Hotel Riviera una seduta di Consiglio) e diversi soci, per il Circolo «Istria» il presidente Livio Dorigo, il tesoriere Fabio Scropetta e altri aderenti o simpatizzanti. Anche quest’anno non è mancato Furio Radin, deputato della comunità nazionale italiana al Parlamento di Zagabria, presidente del gruppo parlamentare delle minoranze e presidente dell’Unione Italiana. Ci hanno poi onorato della loro partecipazione il sindaco di Muggia (TS) Nerio Nesladek, il vice-sindaco di Trieste Fabiana Martini, il vice-sindaco di San Dorligo della Valle (TS) Antonio Ghersinich e l’assessore alla Cultura, Commercio e Marketing Territoriale di Monfalcone (GO) Paola Benes.


Cospicua e di alto livello è stata anche la rappresentanza degli altri sodalizi della diaspora. C’erano infatti il vice-presidente di FederEsuli e presidente dell’Associazione delle Comunità Istriane Lorenzo Rovis, il vice-presidente nazionale dell’ANVGD nonché presidente del Comitato provinciale dell’ANVGD e dalla sezione isontina della Lega Nazionale Rodolfo Ziberna, il presidente della Famiglia Dignanese Luigi Donorà (con alcuni membri del direttivo), il segretario della Comunità di Piemonte d’Istria (aderente all’Associazione delle Comunità Istriane) Franco Biloslavo e la componente del direttivo dell’Associazione delle Comunità Istriane e della Comunità Chersina Carmen Palazzolo Debianchi. Da segnalare inoltre il presidente del Comitato 10 Febbraio di Trieste Daniele Mosetti, quello della società nautica «Pietas Julia» di Sistiana Antonio Tommasi e la presidente della sezione polese della società «Dante Alighieri» Silvana Wruss.


Ma l’ospite più prestigioso è stato senz’altro l’ambasciatore d’Italia a Zagabria Alessandro Pignatti Morano di Custoza. Non era mai successo prima che un ambasciatore italiano in Croazia intervenisse a tali commemorazioni: ciò testimonia l’ulteriore salto di qualità compiuto quest’anno. Si sono invece rammaricati di non poter presenziare il console generale d’Italia a Fiume Renato Cianfarani (ancora convalescente), il vice-console onorario italiano a Pola Tiziano Sošić, la presidente della CI di Valle Rosanna Bernè e la presidente della Famiglia Montonese Simone Peri, che ha inviato un sentito messaggio augurale di vicinanza e condivisione.


Alle 11 ha avuto inizio la messa. Il duomo era gremito un po’ più dell’anno scorso e come la mattina del 19 giugno 2011 per il nostro raduno, tanto che alcuni sono dovuti rimanere in piedi. Mons. Desiderio Staver ha ringraziato le autorità e chiesto al Signore di essere misericordioso con le vittime di Vergarolla donando loro l’eredità beata del suo Regno. «La Chiesa peregrinante – ha aggiunto – va verso l’eternità ricordando quelli che sono già nell’eternità. Abbiamo un Padre, un Re che ci ha donato suo Figlio immolatosi per noi perché testimoniassimo l’amore e il perdono. Nessuno vive e muore da solo, ma sempre in comunione». Anche stavolta la funzione religiosa è stata splendidamente accompagnata dal coro misto della società artistico-culturale «Lino Mariani» aderente alla CIP, che al termine ha cantato il «Va’ pensiero». Claudia Millotti ha ringraziato sia mons. Staver, auspicando di poterlo avere per tanti anni ancora in quel duomo ricco di storia e di ricordi, sia il coro per le indimenticabili emozioni dateci.
Gli intervenuti si sono poi posizionati nell’attiguo giardino all’ombra degli alberi, mentre le autorità sono rimaste davanti al cippo memoriale e il coro della «Lino Mariani» a lato della chiesa. Per prima è intervenuta Claudia Millotti. «65 anni fa – ha detto – la tragedia di Vergarolla avrebbe scritto le pagine più dolorose e laceranti della storia di Pola. Grazie a nome della Comunità degli Italiani di Pola a tutti coloro, polesani e non, che si inchinano alle vittime del terribile evento e che ne mantengono viva, con rispetto e umana pietà, la memoria. Grazie alle autorità per la significativa presenza, grazie al Libero Comune di Pola in Esilio e al Circolo di Cultura Istro-Veneta "Istria" per esserci al fianco in questo luogo. Siamo qui, assieme, per ripercorrere a testa alta le pagine del passato e commemorare degnamente i concittadini che persero la vita quella domenica di agosto del 1946, quando ormai si credeva che dopo gli orrori della guerra la vita sarebbe ripresa. E siamo qui per onorare accanto ai tanti l’eroica figura del dott. Geppino Micheletti».


«Pola – ha continuato la Millotti – non dimenticherà mai il 18 agosto del 1946! Ci riuniamo in questo luogo dal 1997, da quando a 51 anni dalla tragedia vi venne posto il cippo memoriale, semplice ma significativo: una pietra spezzata a simboleggiare le vite spezzate, la città spezzata, distrutta dal dolore e mutilata. Sulla pietra solo una scritta sintetica, essenziale: "Vergarolla", la data, l’ora. Ai piedi una firma importante: "Grad Pula - Città di Pola", a conferma che Vergarolla è una tragedia intrisa nella sua storia. Con la posa del cippo la Città diede un forte segnale di democrazia, di libertà e di maturità ed indicò il percorso da seguire. Giunti al 65° anniversario, l’emozione di ritrovarci attorno a questo cippo è sempre la stessa, grande, sofferente nel ricordo, perché, per quanto il tempo possa lenire il dolore, le tragedie umane scavano tracce indelebili sul volto, nei cuori e sulla pietra. Il dolore chiama a raccolta noi polesani, ci unisce, e apre la strada per scrivere nuove pagine di un futuro sereno».


«L’Europa, ambasciatrice di civile convivenza, unisce popoli e costumi – ha rilevato la presidente – nella comune meta della pace. Perché proprio la pace, la tolleranza, ossia la conquistata capacita di ascoltare l’altro, sono il collante dell’umanità. Dopo secoli di alterne fortune, i muri e i paletti eretti dall’intolleranza hanno ceduto, e anche la Croazia nel 2013 farà parte della grande famiglia europea. E con lei l’Istria. Noi vi accederemo fieri di aver saputo, voluto e potuto conservare la presenza italiana, la storia, la lingua, la cultura italiana a Pola e nell’Istria. In un’unica casa, nel rispetto della comune memoria, continueremo a ritrovarci in questo luogo, in questo giorno, convinti nei valori della preghiera, della giustizia e della speranza cristiana che il bene avrà il sopravvento sul male. Porteremo alle vittime e alle loro famiglie la nostra vicinanza, il nostro cordoglio e i fiori del ricordo perché "Nessuno muore del tutto finché ne sarà conservata la memoria"».


Il direttore de «L’Arena» Silvio Mazzaroli ha ringraziato Claudia Millotti, ribadito che l’esplosione di Vergarolla fu un crimine e non un fatto accidentale e auspicato che a organizzare l’evento sia in futuro la Città di Pola alla presenza delle bandiere croata, italiana, polese ed europea.


L’ambasciatore Pignatti, lodando quanto affermato dai precedenti oratori, ha ringraziato tutti i partecipanti e le autorità croate e si è rallegrato del fatto che a Pola gli esuli siano i benvenuti. Richiamandosi al discorso pronunciato dal presidente Napolitano al Parlamento di Zagabria, ha sottolineato che è giusto e necessario coltivare la memoria per costruire il futuro su solide basi. «L’Italia – ha rilevato Pignatti – ha sostenuto con convinzione l’avvicinamento della Croazia all’Unione Europea perché la comunanza dei valori europei rinsalderà ancora di più i nostri rapporti». L’ambasciatore ha infine confermato che i presidenti Napolitano e Josipović saranno a Pola il prossimo 3 settembre e ha invitato tutti i convenuti ad assistere al concerto all’Arena, dove si celebrerà con musiche sia italiane che croate l’amicizia fra i due paesi.


Dopo le allocuzioni, l’Ambasciata d’Italia, la Città di Pola, l’LCPE, il Circolo «Istria», la CIP e l’ANVGD – Lega Nazionale di Gorizia hanno deposto le rispettive corone ai piedi del cippo, accompagnati dal requiem cantato dal coro della «Lino Mariani». La maggioranza dei presenti si è quindi recata nella sede della CIP per un incontro conviviale e un rinfresco all’insegna della ricomposizione fra esuli e rimasti. Verso le 15 la comitiva goriziana è andata a visitare il centro storico. Poco dopo altri partecipanti dall’Italia hanno raggiunto l’ex chiesa dei Sacri Cuori. Nello spazio espositivo inaugurato lo scorso 14 luglio Giulia Codacci Terlević, archeologa e curatrice del Museo Archeologico dell’Istria, ha illustrato i contenuti della mostra Pola, la nascita della città, donando infine a tutti gli interessati il catalogo della mostra stessa, nonché due pubblicazioni sul Tempio di Augusto e l’Arena. Il gruppo è poi sceso nell’ex rifugio anti-aereo, dove ha rapidamente visitato la mostra Gli inizi dell’aeronautica a Pola.


Alle 18, sul Colle di San Giusto a Trieste, il vice-sindaco dell’LCPE Tito Lucilio Sidari e il consigliere Lino Vivoda hanno presenziato alla scopertura della stele con i nomi delle 64 vittime identificate della strage di Vergarolla, promossa dalla Federazione Grigioverde e dalla Famiglia Polesana.

Paolo Radivo

556 - Il Piccolo 21/08/11 Lettere - Ricordi : la strage di Vergarolla

RICORDI

La strage di Vergarolla

Quell’agosto del 1946 mia sorella Marisa e io eravamo ospiti "balneari" a Stoia, nella villa di nostro zio, Piero Pasini. Già il sabato precedente il giorno delle gare che si sarebbero svolte a Vergarolla (la Coppa Scarioni se ricordo bene) si parlava di andare ad assistere a questo evento sportivo. Nostro zio era un grande anfitrione e quella domenica erano ospiti gli amici Pergolis, Pagliaga, Miletti con la figlia Silva, Vianello con Marilena e Furlani, tutti comodamente sistemati attorno a un grande tavolo nella pineta nella quale erano stese tra gli alberi delle comode amache.

Un po’ perché si pranzò tardi e soprattutto per il gran caldo, appena alle 14 ci alzammo da tavola e la prevista passeggiata a Vergarolla andò in niente. Poco importante per i miei dieci anni: le alternative erano insidiare con la lenza spari e libe dal moletto del vecchio squero, fare una nuotata in quel mare di cristallo, piluccare l’uva ancora un po’ acerba e invece scelsi un "figher" che mi invitava con i suoi piccoli frutti neri e dolcissimi.

Mi ero sistemato da poco sui rami quando arrivò una raffica di vento polveroso assieme a uno schianto, un boato mai sentito prima, neanche durante i bombardamenti a Trieste. Le grida degli adulti mi fecero scendere in fretta e dalle loro parole capii che qualcosa di molto tremendo era accaduto. La conferma del dramma la ebbimo quasi subito da chi era al corrente della presenza di quegli ordigni lasciati incoscientemente incustoditi sulla spiaggia.

Immagini indelebili, quella lunga fossa comune nel cimitero di Marina, lo strazio dei parenti e amici, lo sgomento dei presenti quasi avessero il presentimento che quel fatto esecrabile fosse l’avviso di qualcosa di inevitabile. Si parlò tanto sulle responsabilità del dramma: alla sera facevamo una passeggiata fino a un’osteria vicina (Budin?) e lì qualcuno disse di aver inteso, prima dell’esplosione, il motore di un camioncino e degli spari, cosa credo mai confermata.

Venne il momento della partenza e il "Vettor Pisani" ci riportò a Trieste, dopo qualche mese iniziò il calvario degli istriani. Ancora oggi capisco benissimo le persone che non possono né dimenticare né perdonare.

Pietro Sanzin

557 – La Voce del Popolo 25/08/11 Pola - Incontro con i presidenti: un momento storico, il 3 settembre a Pola un evento in onore di Giorgio Napolitano e Ivo Josipovic

Il 3 settembre a Pola un evento in onore di Giorgio Napolitano e Ivo Josipović

Incontro con i presidenti: un momento storico

POLA – Rimandati di meno di due mesi, ma della medesima straordinaria importanza, gli eventi che la Comunità nazionale italiana e la Città di Pola ospiteranno sabato prossimo, 3 settembre: l’arrivo del presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano e del presidente della Repubblica di Croazia, Ivo Josipović, in cui onore si organizza il grande concerto all’Arena denominato "Italia e Croazia insieme in Europa".

A precedere l’evento in Arena saranno gli incontri con gli esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia e con l’Unione Italiana e i rappresentanti della Comunità Nazionale Italiana. Stessa l’alta simbolica valenza e stesso il programma che era stato previsto per lo scorso 15 luglio, quando la tappa polese dei due Capi di Stato era slittata a causa di ragioni di forza maggiore.

Ad annunciare l’happening, ieri in sede di incontro stampa alla Comunità degli Italiani di Pola, l’ambasciatore della Repubblica Italiana in Croazia, Alessandro Pignatti Morano di Custoza, il presidente dell’Unione Italiana e parlamentare, Furio Radin, ed il presidente della Giunta esecutiva UI, Maurizio Tremul.

PERCORSO EUROPEO L’ingresso libero a tutti all’Arena sta sempre a significare un invito rivolto a tutti i cittadini di Pola, dell’Istria, di Fiume, agli appartenenti alla CNI, agli esuli e a coloro che con mente aperta e senza pregiudizi abbracciano i valori della convivenza e della tolleranza, per festeggiare assieme momenti e celebrazioni di importanza eccezionale che, così come evidenziato dall’ambasciatore Pignatti Morano di Custoza, sono quelli della fine dei negoziati e dell’entrata della Croazia in Europa, i vent’anni della Repubblica di Croazia e il 150.esimo anniversario dell’Unità d’Italia.

Sono scadenze di fondamentale rilievo – ha detto il diplomatico –, da inquadrarsi in un futuro rappresentato dalla comune cornice europea per l’Italia e la Croazia e che meritano grandissima attenzione, tanto che la promozione degli eventi polesi costituisce una vera sfida organizzativa per tutti.

CONVIVENZA E TOLLERANZA "Sabato, 3 settembre 2011, i presidenti della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano e della Repubblica di Croazia, Ivo Josipović, parteciperanno all’Arena di Pola al più grande evento ad oggi organizzato dalla Comunità Nazionale Italiana. Com’è giusto che sia – è intervenuto Furio Radin –, a questo importantissimo momento d’incontro sono invitati tutti i cittadini che sentono propri i valori della convivenza, della tolleranza, della multiculturalità insiti in questo territorio. Il significato simbolico di questo raduno è enorme in quanto è la prima volta in assoluto che nell’Anfiteatro di Pola i presidenti di due Stati incontreranno e si rivolgeranno assieme ai cittadini".

LUOGO SIMBOLO Si è ribadito che la scelta dell’Arena non è certo casuale: "L’Arena è un simbolo, il luogo davanti al quale si è consumato, in gran parte, il dramma dell’esodo di massa. Un esodo che non era soltanto l’esodo degli italiani, ma in generale l’esodo delle genti di queste terre. Al contempo, l’Arena incornicia lo spazio nel quale siamo cresciuti noi italiani rimasti, il luogo nel quale abbiamo intrecciato amicizie e socializzato con gli appartenenti alle altre etnie. L’attesa per i discorsi dei due presidenti è grande.

Ci aspettiamo molto dal loro intervento perché il percorso intrapreso a Trieste, in Piazza Unità d’Italia, in occasione del Concerto del Maestro Muti, prosegue ora a Pola ed è un percorso che non può più essere interrotto. Non è un percorso di riconciliazione, perché da parte nostra la riconciliazione è avvenuta già molti anni fa; questo è il percorso che porta al comune futuro europeo".

Pur rilevando che "alcuni fatti recenti rappresentino per la Comunità Nazionale Italiana in Croazia un passo indietro in tema di tutela dei diritti", Radin ha detto: "In qualità di appartenenti alla nostra Comunità, ma anche in quanto cittadini di questo territorio multiculturale e tollerante, desideriamo un futuro nel quale il passato non sia dimenticato, ma superato. Auspichiamo un futuro all’insegna del rispetto nei confronti di tutti, senza per questo rinnegare nulla del nostro passato, bensì con lo sguardo rivolto oltre la linea dell’orizzonte."

"Si invitano, pertanto – così ancora Radin –, gli appartenenti alla Comunità Nazionale Italiana, ma anche tutti i cittadini di Pola, dell’Istria, di Fiume, del Quarnero e delle altre aree del nostro insediamento avito, di accorrere quanto più numerosi ad assistere a questo accadimento storico. A venire nella Città dell’Arena, sabato 3 settembre alle ore 19.30. L’ingresso è libero."

IL RUOLO DELLA CNI Se l’ambasciatore non ha risparmiato i ringraziamenti rivolti all’Unione Italiana, all’Università Popolare di Trieste, alla Città di Pola e alla Regione Istriana per l’organizzazione, l’energia e il supporto investito per accogliere detta manifestazione, Maurizio Tremul ha esteso a sua volta i ringraziamenti all’Ambasciata italiana, alle Autonomie locali coinvolte, al vicesindaco, nonché presidente della Comunità degli italiani di Pola, Fabrizio Radin, come pure all’ente "Pola Film Festival" per il sostegno nella parte logistica.

Il presidente della Giunta esecutiva ha ricordato che lo scorso 14 luglio, in occasione della sua visita a Zagabria, Napolitano ha espresso (nel suo discorso al Sabor) concetti e pensieri molto importanti per la Croazia e la sua integrazione europea, per cui il ruolo della Comunità Nazionale Italiana è di notevole contributo allo sviluppo dei rapporti bilaterali. A detto importante ruolo rivestito dall’UI, nel processo di integrazione e di costruzione di un futuro nella comune casa europea, si aggiunge ora il contributo musicale di grande livello artistico-culturale del concerto all’Arena, in onore dei presidenti e al quale si sta dedicando grande pubblicità.

IL CONCERTO Sarà diretto dal Maestro Ivo Lipanović e vedrà esibirsi sul palcoscenico dell’Arena l’Orchestra sinfonica della Radio-televisione croata (HRT), solisti di fama mondiale (Giorgio Surian e Valentina Fijačko) e i Cori riuniti delle comunità degli italiani (200 voci coriste). Il repertorio di "Italia e Croazia insieme in Europa" partirà dai rispettivi inni nazionali e proseguirà con il Nabucco (Verdi), brani attinti dalla "Tosca", "La Boheme" (Puccini), la "Suite istriana" (Devčić), "Nikola Šubić Zrinjski (Zajc), "La piccola Floramye" (Tijardović) per concludere con il "Va pensiero" verdiano e la "Danza sinfonica" di Jakov Gotovac.

Si preannuncia che i pullman organizzati dall’Unione italiana per il trasporto all’Arena sono una cinquantina, dal momento che si auspica una massiccia presenza di connazionali e di tutta la popolazione. L’incontro con gli esuli è fissato per le 17.30, quello con l’UI alle 18, cui seguirà il raduno all’estivo comunitario assieme ai rappresentanti della CNI, per cui sono stati estesi 400 inviti. Il concerto all’Arena inizierà alle 20, però l’ingresso dei cittadini è anticipato alle 19.30.

Arletta Fonio Grubiša

558 - Il Piccolo 20/08/11 Trieste: «Le masserizie degli esuli devono restare in Porto», La proposta lanciata dal direttore dell’Irci Piero Delbello

Le masserizie degli esuli devono restare in Porto»

La proposta lanciata dal direttore dell’Irci Piero Delbello per quei beni passati dal magazzino 26 al 18. «Facciamo qui un museo etnografico»

ISTRIANI »LA MEMORIA DELL’ESODO

di Gabriella Ziani

Tanti libri e manichini di cartapesta

"RES NULLIUS" Quei duemila metri cubi di arredo da anni sono stati classificati come cose di nessuno che non sono state mai più reclamate

I DIFFICILI TRASLOCHI Scongiurata l’ipotesi di buttare via tutto, il 50 per cento del materiale andò comunque distrutto in un incendio


Tra i libri portati «in esodo» ci sono i romanzi rosa della Delly ma anche l’«Alcesti» di Euripide, la collana Medusa di Mondadori e «Cuore» di De Amicis. È un viaggio a ritroso nel silenzio quello che offre il Magazzino 18 di Porto vecchio. Le curiosità senza risposta sono tante. Chi si portò dietro manichini in cartapesta di misura infantile (forse da negozio) che hanno ancora calzette e scarpette ai piedi? E la scatoletta di pece nera? Più inquietanti i fascicoli scritti a mano, masserizia essi stessi. Quelli della Prefettura che catalogò pezzo per pezzo le cose stipate, e quelli di un ignoto che si portò via le brutte copie da un ufficio legale. I testi, scritti a mano, sono datati 1940. Ma la sorpresa è sul retro: si tratta carta riciclata e l’originale è del 1902. Questo sì era senso del risparmio. Tanto che le brutte copie furono portate con sè.

I fuggiaschi avevano fiducia nel futuro, non sbarcavano a Trieste su barconi come gli africani, portavano con sè forchette e coltelli, piatti, bottiglie di cognac locale, i quaderni di scuola e i passeggini dei piccoli, strumenti per arare campi in un altro eventuale campo, credenze a vetrina, intere librerie, foto degli sposi e dei nonni, pizzi ricamati in casa, i mattarelli per stendere la pasta, la cappa di cucina coi mestoli, le brocche e i bicchieri, il calcolatore di cassa di un negozio per chissà quando, i pitali, i documenti, i letti con testiera di legno, cacciaviti e chiodi, centinaia e centinaia di armadi e cassettoni tutti uguali, arrotondati in cima, e migliaia di sedie.

I profughi istriani sognavano solide case altrove, certi avevano fiduciosamente ingaggiato i Gondrand e altre imprese per garantirsi altrove la consolazione delle cose, ciabatte comprese. Adesso che in Porto vecchio si è aperto per una mostra d’arte «trendy» il Magazzino 26, con la Biennale diffusa, ronza poco vicino il muto rumore delle masserizie istriane, chiuse a chiave in un magazzino-rudere dove cresce in parete, sotto eleganti capitelli di ghisa annerita, una vite spontanea che sta dando magnifici grappoli. È il Magazzino 18. «Questa è la nostra Ellis Island, il luogo di approdo degli emigranti in America - dice Piero Delbello direttore dell’Irci e guardiano dei beni-, e siccome da 60 anni queste cose stanno in Porto vecchio, anche il tempo conta: dovrebbero rimanere qui, come museo etnografico, testimoniano la civiltà quotidiana di un territorio. Nessun altro museo potrebbe ospitarle con altrettanta forza narrativa».

Ruderi dentro ruderi, binomio perfetto. E un paradosso che è già storia: in origine quei 2000 metri cubi di arredo, ormai classificati come «res nullius» (cosa di nessuno), che nel tempo nessuno ha più reclamato, erano ospitati proprio al mitico 26. Quando si decise per la sua ristrutturazione, le masserizie (ormai degne di nome proprio) cambiarono per la terza volta posto dopo una disastrosa sosta al 22. Fra poco si aprirà di nuovo la grande questione. Il mucchio di simbolica vita che racconta in silenzio migliaia di biografie immaginarie e immaginabili come una Pompei e una Spoon river assieme, e che è anche la fotografia etno-antropolgica di un luogo e di un tempo, si troverà di fronte ai progetti di riqualificazione del Porto vecchio dato in concessione.

Che ne sarà del Magazzino 18, oggi con vetri rotti, calcinacci in terra, e la poderosa, volonterosa opera di accastamento e scaffalatura fatta dall’Irci, con Piero Delbello e con l’enorme sforzo di tanti volontari? Gli enormi vani sono diventati corridoi di almeno 30 metri di lunghezza l’uno che hanno per pareti gli armadi, in fila, e uno sopra l’altro. Mezzo salone è occupato da ordinate pile di testiere per letti, ricordo di sonni interrotti. Un’intera ala, apposta o per necessità, è la montagna di sedie accatastate una sull’altra, zampe di ragno attorcigliate. Altro che moderne installazioni: cimitero di sedili che hanno mancato la seduta. «Dapprima, spedite da tutte le Prefetture d’Italia dove c’era stato un campo profughi - racconta Delbello - le masserizie furono ospitate al Magazzino 22. Decisero di demolirlo (non c’erano vincoli, negli anni ’80) per costruire l’Adriaterminal. Ci fu l’ipotesi di buttare via tutto, di dare a fuoco. Gli esuli si opposero, Prefettura e Avvocatura di Stato fecero un ultimo appello ai proprietari, dopodiché arrivò la dichiarazione ufficiale di "res nullius". Ci fu concesso il Magazzino 26. Da soli, con fatica mostruosa, ci mettemmo a traslocare pezzo a pezzo. Ma prima che il trasloco fosse finito, scoppiò effettivamente un incendio. Io penso - conclude il direttore dell’Irci - che così andò perso almeno il 50% dei materiali». Una parte, ragionata, di questi pezzi che da comuni sono diventati eccezionali sarà portata al Museo della civiltà istriana, dalmata e fiumana di via Torino (quando e se). Per esempio la ricostruzione di un focolare, con cappa, panca, pentole, pavimento in pietra. Il resto è sospeso in un non-tempo. Richiuso il portonaccio, si esce dal film sulle memorie per entrare nel set del Porto vecchio: si attende lo sbarco della realtà

559 – Anvgd.it 25/08/11 Daila, la rimozione della memoria

Daila, la rimozione della memoria

Al maremoto scatenatosi nelle scorse settimane intorno al caso del complesso abbaziale di Daila, rivendicato a norma di diritto canonico dai Padri benedettini italiani che ne furono cacciati nel 1947, nazionalizzato (e lasciato cadere in rovina) dal regime comunista di Tito, quindi "restituito" dallo Stato croato di Tudjman alla Diocesi di Parenzo-Pola che non aveva titolo per riceverlo, in ultimo smembrato da una serie di vendite a società private che ne hanno ricavato campi da golf, è succeduta una calma piatta che, ovviamente, non è difficile immaginare temporanea.

Sedatasi per ora la tempesta, l’arcivescovo di Zagabria, cardinale Josip Bozanić, esplicitamente accusato dal clero croato di aver obbedito alle imposizioni della Santa Sede che ne ha preteso la restituzione ai frati di Praglia, dopo molti e lunghi giorni di silenzio è intervenuto da Trieste – dove si trova per la settimana liturgica italiana – per rassicurare l’opinione pubblica interna sulle relazioni con il Vaticano: «Non è cambiato nulla nei rapporti con la Santa Sede e non vedo perché una vicenda così marginale avrebbe dovuto inficiare i nostri rapporti», ha voluto minimizzare il prelato, violentemente imputato dagli ambienti nazionalisti croati di aver "ceduto" non soltanto alla volontà del pontefice (ma il voto dell’obbedienza?) ma, peggio ancora, di non essersi opposto ad un deliberato che riconosce il pieno diritto degli italiani, sia pure fratelli nella fede (ma evidentemente non tanto).

Ma la vicenda di Daila ha riportato alla luce antichi sintomi delle insofferenze da sempre manifestate da tanti ambienti croati, religiosi e non, nei confronti dell’elemento italiano.

Un efficace articolo di Errol Superina su "La Voce del Popolo" del 19 agosto scorso ne evidenzia senza mezzi termini il riacutizzarsi e li inserisce correttamente in un quadro di fragilità intrinseche mai sanate:

«[…] Alla luce dei rapporti tra l’Italia e questa parte dell’Adriatico – scrive tra l’altro Superina –, una consistente parte della società croata è ancor sempre ossessionata – lo si vede anche in queste settimane – da remote insicurezze sulla sua presenza storica in questi territori, per cui teme tutto quello che anche lontanamente possa col tempo rivelarsi una rivendicazione, una richiesta di risarcimento, un rimborso, una restituzione e cose analoghe […]». Ed ancora più chiaramente: «[…] non disturba cioè il fatto che si debbano restituire dei terreni ai benedettini, è un vero peccato, invece, che si tratti di "benedettini italiani".

Diciamolo una buona volta: ormai anche politici e giornali quando si riferiscono a Daila parlano quasi esclusivamente di "restituzione agli italiani", con toni che denotano un’acritica esaltazione della propria identità e un malcelato disprezzo dell’altro, soprattutto se italiano».

Bisogna comprendere che le costanti pretese di tanta parte della società croata (e jugoslava prima) rispetto alla memoria e all’identità storiche dei territori connotati da una plurisecolare cultura italiana di derivazione latina e veneziana, si avvalgono di una strategia tanto elementare quanto efficace nel generale decadimento delle conoscenze: composta da quello che definiremmo il calco (tradurre un nome non croato in croato, come Niccolò Fiorentino, artefice del Duomo di Sebenico, "tradotto" in Nikola Firentinac, stessa sorte toccando all’architetto Giorgio Orsini ribatezzato Juraj Dalmatinac); quindi dall’appropriazione indebita con annesso corto circuito del tempo (Marco Polo croato perché dato per nato a Curzola – stante che nessuna fonte lo attesti –, oggi Korcula in Croazia) ed infine dall’asseverazione postuma (tutto ciò che si trova nel territorio oggi nazionale è croato ab antiquo), come ha sanzionato nel caso di Daila il ministro della Giustizia Bosnjakovic che in un disinvolto rimescolamento di carte da gioco ha dichiarato «nulla la restituzione dei beni del monastero di Daila» dallo Stato alla Chiesa cattolica croata, aprendo così la via della re-restituzione dell`immobile allo Stato croato, invece che all`Abbazia di Praglia.

Se per tutto ciò si volesse usare un termine della psicanalisi freudiana, il più adeguato è senz’altro «rimozione». Una rimozione collettiva, se si deve prestare fede ad un recentissimo sondaggio secondo il quale il 47% dei cittadini croati ritiene che le minoranze nazionali non debbano avere gli stessi diritti della maggioranza. L’Europa, nel canocchiale così rovesciato, è un punto lontanissimo.

Anvgd nazionale

560 – La Voce del popolo 19/08/11 Daila, fra intrighi e speculazioni

La vicenda del monastero benedettino e i contorni di manovre oscure
Daila, fra intrighi e speculazioni

Con il "Caso Daila" è scesa in campo la parte più scalmanata della società croata, rifattasi jugocomunista alla stessa velocità con cui agli inizi degli anni Novanta, dall’oggi al domani, taluni dei suoi componenti vestirono i panni di ipocriti baciapile, colorando i fiumi di rosso con i propri libretti di partito. Insomma, un esercito di cantastorie frottolanti, depositari peraltro di feroci conti aperti con la storia. Ma i fatti di Daila sono, ahimè, incontestabili e ogni giorno saltano fuori, soprattutto grazie all’impegno morale e civile di pochi giornalisti, risvolti sorprendenti e, a volte, conturbanti, che mettono sotto una nuova luce i "tramachi" operati dalla Diocesi istriana con i terreni appartenuti ai benedettini di Praglia.

Piuttosto che luce diremmo che emergono i contorni di manovre oscure, di strane e antiche sinergie tra clero istriano e politica, legate questa volta al colossale business del golf. E la cronologia dei fatti, volutamente censurata dai protagonisti dall’"affaire" in alcune delle sue parti più compromettenti, parla chiaro.

Nel 1999 lo Stato regala alla Diocesi di Parenzo e Pola un enorme podere a Daila (nei pressi di Cittanova) che fino al 1947 (quando furono cacciati) fu proprietà dei monaci benedettini. Si tratta di circa 400 ettari di terreno fertile con annessi edifici, monastero e altri caseggiati minori per un valore approssimativo non inferiore oggi ai cento milioni di euro. Non si capiscono i motivi che abbiano indotto lo Stato a compiere quest’operazione visto che, come lo stesso sostiene a tutt’oggi, i benedettini sarebbero stati risarciti con circa 800.000 euro (non dalla Croazia, per intenderci). Se la Chiesa è stata risarcita, ci si chiede allora come mai l’Ufficio dell’amministrazione statale croato abbia deciso, successivamente, di procedere anche alla restituzione fisica dei beni.

Proseguiamo.Soltanto a questo punto, come sostiene tra l’altro anche il settimanale "Glas Koncila", si fanno avanti i monaci benedettini rivendicando i diritti di proprietà su una parte (il 40 per cento circa) di quei poderi non coperta dai risarcimenti del 1947. In un incontro svoltosi a Roma il 17 maggio del 2006, il vescovo della Diocesi di Pola e di Parenzo, Ivan Milovan, firma solennemente un accordo con i frati benedettini sulla suddivisione del possedimento di Daila in un rapporto di 60:40 in favore della Diocesi istriana.

Oggi, pertanto, ci si chiede come mai il vescovo Milovan, al momento della firma a Roma, non decise in quella sede di voler restituire Daila allo Stato piuttosto che dividerlo con i monaci benedettini di Praglia? Perché non colse a Roma l’occasione per richiamarsi agli Accordi di Osimo (che col caso Daila, francamente, non c’entrano niente)?, come mai il vescovo Ivan Milovan di ritorno da Roma cominciò a (s)vendere buona parte di quei terreni a Daila, che né a lui né allo Stato croato, mai prima dell’arrivo di Tito erano appartenuti?

L’alienazione dei beni evidentemente non venne gradita dalla Chiesa, che istituì una commissione cardinalizia (di cui faceva parte anche il primate della chiesa in Croazia, Josip Bozanić) incaricata di appianare il contenzioso e fare, almeno in parte, giustizia. Risultato: il 40 per cento del possedimento venne assegnato ai benedettini di Praglia, il resto alla Diocesi istriana.

Scatta a questo punto la reazione del clero istriano e di quei politici già abbondantemente con le mani in pasta nel progetto "Campi da golf", che chiedono aiuto allo Stato. Il resto è storia fresca: il vescovo Milovan denuncia il Papa alla premier Kosor dopo di che la stessa scrive al Santo Padre auspicando comprensione e collaborazione, ma ordinando allo stesso tempo al ministro della Giustizia del suo governo di annullare il decreto del 1999 con il quale questo stesso Stato, la Croazia, assegnava Daila alla Chiesa.

Ora in Istria la politica plaude allo Stato che ha nazionalizzato una seconda volta i terreni di Daila, esigendo (occhio ai furbetti) che dall’operazione vengano comunque esclusi (guarda, guarda) i terreni che la Diocesi nel frattempo ha venduto a ditte – tra cui una fondata dallo stesso Arcivescovado – e a privati inclusi nel progetto di costruzione dei campi di golf.

Più chiaro di così!

Da questa polemica, che si trascina da settimane e che ha prodotto una profonda lacerazione all’interno del clero croato, è emerso in pochi giorni in Croazia un diffuso atteggiamento di ostilità verso Papa Benedetto XVI e verso il cardinale Josip Bozanić, fedele e coerente sostenitore delle decisioni del Santo Padre.

Cosa dire a questo punto per concludere? Tutta la faccenda si presta a diverse interpretazioni. Potrebbe anche finire in tanti modi. Una cosa comunque è certa: tutti finiranno in tribunale. Primo appuntamento il 19 settembre a Buie, dopo di che non si escludono tappe anche a Strasburgo. Per la Croazia, per la sua affidabilità, per la sua credibilità, saranno comunque esami impegnativi.

Ma c’e ancora una considerazione da fare.

Alla luce dei rapporti tra l’Italia e questa parte dell’Adriatico, una consistente parte della società croata è ancor sempre ossessionata – lo si vede anche in queste settimane – da remote insicurezze sulla sua presenza storica in questi territori, per cui teme tutto quello che anche lontanamente possa col tempo rivelarsi una rivendicazione, una richiesta di risarcimento, un rimborso, una restituzione e cose analoghe. Accade quando c’è di mezzo l’Italia, ma vale lo stesso con tutti i vicini confinanti, dalla Slovenia, alla Serbia, alla Bosnia...

Per questo motivo, di là da una personale carenza di fede che innocentemente ammetto, credo che i fatti di Daila abbiano ancora una chiave di lettura: non disturba cioè il fatto che si debbano restituire dei terreni ai benedettini, è un vero peccato, invece, che si tratti di "benedettini italiani".

Diciamolo una buona volta: ormai anche politici e giornali quando si riferiscono a Daila parlano quasi esclusivamente di "restituzione agli italiani", con toni che denotano un’acritica esaltazione della propria identità e un malcelato disprezzo dell’altro, soprattutto se italiano.

Effettivamente ci vuole ben poco per vedere, capire e percepire il clima di intolleranza nazionale in cui viviamo. Dopotutto, e i dati sono di qualche giorno fa, il 47 per cento dei croati ritiene che alle minoranze non vadano dati i diritti che spettano alla maggioranza...

Il caso Daila, rendiamocene conto, serve oggi al governo innanzitutto per nascondere la propria sporcizia e i propri fiaschi. La tattica è vecchia, ma fa sempre presa: ci si sciacqua la bocca con il sentimento nazionale del popolino e si inventano presunti nemici e pericoli per l’integrità territoriale del paese. Riprendersi Daila con un colpo di penna al governo può anche comportare un’utilità provvisoria per recuperare in fretta tra gli incolti e gli sprovveduti, il terreno perduto nel momento in cui il caso è stato scoperto.

Quel che conta adesso è riottenere un altro mandato. Per farlo si usano tutti i mezzi, si è disposti perfino a far scoppiare casi internazionali, si calpestano principi e valori, anche i più sacri, in un generale clima di tensione e di insicurezza. E anche in questa occasione, nell’antivigilia delle elezioni (ricordiamoci i precedenti casi: Mesić-Napolitano, fascia ittica, doppia cittadinanza, francobolli, attrici italiane/istriane, lune nel pozzo...), il clima politico per le minoranze si annuncia particolarmente aspro.

Errol Superina

561 - Il Piccolo 24/08/11 «Daila non minerà i rapporti Croazia-Papa», Il cardinale Bozanic: «Un problema da risolvere non può danneggiare un legame consolidato»

«Daila non minerà i rapporti Croazia-Papa»
Il cardinale Bozanic: «Un problema da risolvere non può danneggiare un legame consolidato»

di Giovanni Tomasin

TRIESTE La disputa sulla proprietà del monastero di Daila «non inficia gli ottimi rapporti fra Croazia e Vaticano stabiliti dal papa in occasione della sua visita a Zagabria». È il commento del cardinale Josip Bozanic, arcivescovo di Zagabria, sulla disputa che ha diviso la diocesi di Pola e i frati Benedettini di Praglia (Padova), a cui secondo Roma spetterebbe il monastero espropriato ai tempi della Jugoslavia. Un caso che negli ultimi mesi ha sollevato un vero e proprio polverone e creato un muro contro muro fra autorità civili ed ecclesiastiche croate e la Santa Sede. Bozanic era ieri a Trieste in occasione della 62esima Settimana liturgica nazionale, dove ha parlato dell’importanza della liturgia per la comunità cristiana. Negli ambienti ecclesiastici si dava per assodato che il cardinale non si sarebbe pronunciato sul caso di Daila, evidentemente un nervo scoperto per la Chiesa nel suo complesso. In sede di conferenza stampa, però, Bozanic non ha nascosto la sua convinzione che la disputa sulla proprietà del monastero croato non minerà i buoni rapporti fra Croazia, chiesa croata e Vaticano: «Le relazioni sono tuttora molto buone - ha affermato il cardinale -. Anche quando c’è una questione da risolvere, questo non cambia di segno un’amicizia profonda e consolidata. Il clima creato da Benedetto XVI con la sua visita a Zagabria rimane immutato». Già pochi giorni fa, nell’omelia pronunciata alla liturgia per la ricorrenza dell'Assunta al Santuario di Maria Bistrica, Bozanic aveva preso, pur fra le righe, posizione in favore del Vaticano. Appellandosi all’unità della Chiesa, il cardinale aveva lasciato intendere di considerare Daila un problema intra-ecclesiale. Un punto di vista opposto a quello del clero istriano, che ha plaudito la decisione del governo di Zagabria di rinazionalizzare il bene pur di non darlo ai Benedettini. A Trieste Bozinac ha colto anche l’occasione per sottolineare ancora una volta la buona riuscita del viaggio pontificio a Zagabria: «La visita di Benedetto XVI in Croazia per la Giornata nazionale della famiglia - ha detto il cardinale - è stata un momento molto alto per il cattolicesimo croato. L’incontro fra il papa e i giovani è stato molto toccante». Bozinac ha anche parlato della devozione del pontefice nei confronti del beato Alojzije Stepinac, cardinale croato e figura controversa della Seconda guerra mondiale: «Il papa ha esplicitamente dichiarato che sarebbe venuto in Croazia per pregare sulla tomba del beato - ha detto -. Stepinac fu un esempio fulgido dell’importanza della liturgia per i cristiani, viveva la celebrazione con grandissima compartecipazione».

562 - Il Giornale 25/08/11 Genova: Ai profughi di serie B neppure la casa

Ai profughi di serie B neppure la casa

di Diego Pistacchi

Li chiamano profughi e se li coccolano: vitto, alloggio e stipendio. Mentre i profughi veri, quelli che lo sono per legge con tanto di attestazione scritta, vengono respinti se solo provano a chiedere il rispetto dei loro diritti. I clandestini sbarcati a Lampedusa continuano a trovare posto e tanta attenzione in Liguria come nel resto d’Italia. E tra loro vengono chiamati per l’appunto «profughi» anche coloro che magari sfruttano solo l’occasione per sbarcare in Italia. Le istituzioni liguri invece snobbano gli esuli dell’Istria e i Giuliano-Dalmati, italiani da sempre, depredati dei loro averi dalla dittatura comunista, scampati alle foibe ma non all’odio razzista dei compagni titini. E riconosciuti per legge veri profughi, cui spetta il diritto di usufruire di alloggi popolari a canone agevolato. E persino quello di acquistare la casa stessa a prezzo ridotto.

Tutto ciò, però, solo sulla carta. Ancora oggi esiste a Genova un piccolo gruppo di profughi Giuliano-Dalmati, che sono stati costretti a fare causa all’Arte, l’azienda regionale per l’edilizia popolare, per ottenere quello che non gli viene riconosciuto. Ennio Petani insieme a suo fratello, continua ad esempio a chiedere invano che il suo canone di affitto in via Giro del Vento venga adeguato secondo la legge nazionale. E come inutilmente fece per anni suo padre, chiede di poter acquistare lo stesso appartamento in cui ha sempre vissuto con la famiglia da quando arrivò a Genova. Nulla da fare. Per lui, così come per gli altri profughi, solo dei no. Uno, giunto per iscritto a suo padre nel 2003, porta addirittura la firma dell’avvocato Francesco Rizzo, dirigente della struttura di gestione di Arte. «Mi hanno confermato trattarsi del figlio del prefetto Rizzo che, ironia della sorte, nel 1972, firmò l’atto con cui si rendevano disponbili a Genova le case per noi profughi - ricorda Petani - Quell’atto faceva riferimento a tutte le riserve di legge previste. E infatti io e la famiglia, con altre decine di nuclei familiari, ottenemmo quegli alloggi».

Dove sta allora il problema? Sta nel fatto che per l’Arte, la famiglia Petani non avrebbe ricevuto l’alloggio in quanto profugo. Quindi non hanno diritto alle agevolazioni previste dalla legge. Insomma, loro non risultano profughi. E ciò nonostante l’attestazione datata 14 aprile 1958 con la quale il prefetto di Latina riconosceva formalmente lo status al signor Michele Petani e alla sua famiglia. «L’Arte dice anche che intanto non è prevista la vendita dell’alloggio che abitiamo e che semmai lo sarà ce lo comunicherà - insiste il figlio dell’esule giuliano - Poi gira tutto alla Regione, che ha facoltà di decidere su queste cose. Ma io non riesco neppure a parlare con l’assessore competente».

L’assessore competente è Giovanni Boitano, ieri contattato dal Giornale.

«Sono a conoscenza di questa vicenda - premette l’assessore - Ho chiesto un po’ di tempo per verificare come stiano realmente le cose. Non abbiamo dato alcuna direttiva ad Arte di accogliere o rifiutare le istanze, ma solo di raccogliere il materiale per valutare. Al più presto avrò un quadro preciso della cosa e assicuro che saranno rispettati i diritti di chi li ha. Allo stesso tempo non potremo fare concessioni a chi non ne ha».

La famiglia Petani e gli altri profughi «veri» hanno almeno una speranza, oltre a quella di mischiarsi per qualche giorno nel centro di accoglienza di Lampedusa. Anche se masticano amaro: «Finora la Regione Liguria per noi profughi ha dato solo il patrocinio al Triangolare del Ricordo che si svolgerà il 21 settembre a Roma. Sa tanto di presa in giro».

563 - L’Arena di Pola 25/08/11 Avanti a piccoli passi

Avanti a piccoli passi

Anche quest’anno, il 18 agosto, ci siamo riuniti a Pola attorno al Cippo, la cui posa nel 1997 per volontà congiunta del Libero Comune di Pola in Esilio, del Circolo Culturale Istria e della locale Comunità degli Italiani costituì la prima espressione tangibile di una nascente volontà di dialogo tra le parti separate della nostra originaria comunità, per rendere un sentito e commosso omaggio alle vittime innocenti dell’eccidio di Vergarolla: ai 64 nostri concittadini le cui salme poterono essere riconosciute, ai poveri resti di coloro a cui non fu e mai sarà possibile dare un nome, alle decine di feriti ed alla memoria del dr. Geppino Micheletti, figura simbolo di questa nostra tragedia.
Come riscontrabile nella cronaca della giornata a pagina 4, la partecipazione alla celebrazione, rispetto alle passate edizioni, oltre che più numerosa, è stata anche più "qualificata" – per la presenza, per la prima volta, dell’Ambasciatore d’Italia a Zagabria, Alessandro Pignatti Morano di Custoza, di autorità espressamente venute dall’Italia oltre che locali e di rappresentanti di altre associazioni del mondo della diaspora – dando così testimonianza di maggiore condivisione di una memoria, che non vuole essere e non è solo nostra, tradottasi in un’eccezionale "infioritura" del Cippo.


66 anni or sono interpreti dei sentimenti della allora dolente, sgomenta e rassegnata, al peggio, popolazione di Pola furono soprattutto le pagine della nostra "Arena". Andandole a rileggere e rivivendone le emozioni, vi si scopre, tra l’altro, che l’allora direttore e fondatore del giornale, Guido Miglia, attribuì la responsabilità di fondo per l’accaduto alla guerra.


Erano momenti tragici e di forti tensioni e la spersonalizzazione, per così dire, da lui fatta delle responsabilità appare quasi una scelta obbligata e di comprensibile buon senso; oggi, un simile modo di affrontare il problema apparirebbe, però, pilatesco ed anacronistico. Le guerre non sono qualcosa di inevitabile ed imprevedibile; sono dovute alle passioni ed agli appetiti degli uomini ed investono, pertanto, loro precise responsabilità che, nello specifico caso di Vergarolla, stanno gradualmente emergendo dagli archivi della storia configurandolo, senza ombra di dubbio, come un crimine e non come un fatto accidentale. Onestamente lo riconobbe, nel corso di un’analoga cerimonia di diversi anni fa (vedasi l’articolo della «Voce del Popolo» del 19 agosto 2004) anche il sindaco pro tempore di Pola Luciano Delbianco. Oggi, inoltre, in via di attenuazione le contrapposizioni di un tempo, appare possibile, oltre che doveroso, affrontare questa ed altre simili problematiche con maggiore serenità ed obiettività per giungere, come da anni si dice di voler fare, alla definizione di quella verità che, assolutamente da non dimenticare, deve porsi alla base di più stabili e, soprattutto, rispettosi rapporti tra nazioni e popoli vicini. Se, pertanto, risulta, sotto taluni aspetti, tuttora prematuro giungere a conclusioni di tipo politico in merito a quanto accaduto, è, di contro, già ora possibile fare, quantomeno, una considerazione di tipo civico.


Vergarolla è stato un episodio tutt’altro che marginale nella storia di Pola avendo determinato un cambiamento epocale della sua società e del suo sviluppo tale da ingenerare, nei cuori e nelle menti non solo dei suoi originari abitanti, due diverse realtà: quelle della Pola di ieri e della Pola di oggi. A ben guardarsi d’attorno e con un pizzico di maggiore razionalità appare in tutta evidenza e ben più concreta anche un’altra realtà, quella di una Città in costante e continuo divenire come testimoniano le sue pietre; una realtà di cui tutti dovremmo, anzi dobbiamo, prendere atto e farcene una ragione; una realtà nella quale, peraltro, la presenza italiana, al di là dell’ufficialità, è tuttora viva e, pur soggetta ad avvertibili condizionamenti che ne limitano comportamenti e possibilità d’espressione, con maggior coraggio e sincerità da parte di alcuni e meno da parte di altri suoi esponenti, non manca oggi di esprimere solidarietà e simpatia, quando non anche amicizia, nei nostri confronti; solidarietà e simpatia che, a chi lo merita e ce ne sono, dovremmo essere anche noi, sempre più numerosi, disponibili a ricambiare senza riserve.


La nostra cerimonia, pertanto, non ha voluto solo ricordare un tragico momento di frattura quanto piuttosto dare un segnale di continuità. Un segnale che potrebbe essere di gran lunga più forte qualora questa cerimonia, anziché essere voluta ed organizzata da coloro che siamo usi definire, con una terminologia che vorremmo poter accantonare, esuli e rimasti, fosse organizzata dalla Città di Pola e dai suoi reggitori – peraltro, nella circostanza, formalmente partecipi – e qualora ad essa presenziassero affiancati, in un’ottica appunto di continuità nel cambiamento, così come lo sono al balcone del suo Municipio, anche i colori di Pola, dell’Italia, della Croazia e, in un domani ormai prossimo, dell’Europa. Sarebbe un segnale di raggiunta maturità civile e civica ed un faro acceso sul futuro di noi tutti. È l’auspicio e l’invito che rivolgiamo a quanti sono nella condizione di accoglierlo e che talune presenze e le parole pronunciate, in particolare, dalla prof. Claudia Milotti, Presidente dell’Assemblea della Comunità degli Italiani di Pola, e dall’ambasciatore Pignatti Morano di Custoza fanno apparire non poi così peregrini.
Per concludere, la celebrazione dell’Anniversario di Vergarolla è stato un nuovo successo ed un ulteriore piccolo passo avanti sul percorso da anni intrapreso per contribuire, senza dimenticare, a costruire un futuro di relazioni migliori rispetto al passato.

Silvio Mazzaroli

564 - Agenzia Italiana Stampa Estera Aise 24/08/11 Patrimonio veneto in Istria e Dalmazia: Entro il 30 settembre le domande di contributo alla Regione

PATRIMONIO VENETO IN ISTRIA E DALMAZIA: ENTRO IL 30 SETTEMBRE LE DOMANDE DI CONTRIBUTO ALLA REGIONE

VENEZIA\ aise\ - Scade il 30 settembre il termine per presentare domanda di contributi alla Regione Veneto per attuare progetti volti al recupero alla valorizzazione del patrimonio culturale veneto in Istria e Dalmazia, così come previsto dalla Legge Regionale 15/1994.

Per il 2012 possono presentare richiesta di contributo enti locali, istituzioni pubbliche, istituzioni private e organismi associativi di volontariato. Le istituzioni private e gli organismi associativi non devono perseguire finalità di lucro.

Le iniziative per le quali può essere presentata domanda di contributo devono rientrare in una delle sette tipologie indicate dalla regione:

Progetti di indagini, studi e ricerche riguardanti:

a) il patrimonio culturale di origine veneta presente nell’Istria e nella Dalmazia;

b) la cultura istro-veneta e la cultura dalmata, considerate nella loro specificità e nelle loro manifestazioni più significative, in rapporto alla cultura italiana e veneta in particolare;

c) la storia dell’Istria e della Dalmazia nel contesto della storia veneta ed europea;

Pubblicazione e diffusione degli studi e delle ricerche più significativi effettuati nelle materie di cui alle lettere a), b) e c).

Progetti finalizzati a favorire lo sviluppo di centri e di attività culturali e d’istruzione per le comunità di lingua italiana nelle Repubbliche di Slovenia e di Croazia e la Dalmazia montenegrina;

Progetti per il ripristino e la costruzione di scuole italiane di ogni ordine e grado, con particolare riferimento a quelle materne, e per la fornitura di arredi, attrezzature e sussidi didattici;

Iniziative finalizzate all’identificazione, alla catalogazione, al recupero e alla valorizzazione dei beni culturali di origine veneta presenti nell’Istria e nella Dalmazia. Solo per questa tipologia di iniziative, i soggetti ammessi a contributo dovranno presentare, entro 12 mesi dalla data di ricevimento della comunicazione di ammissione a contributo, la seguente documentazione:

- progetto esecutivo e capitolato di spesa;

- autorizzazioni delle autorità locali competenti, attestanti il nulla osta per l’avvio dei lavori;

- contratto, sottoscritto dalle parti, con il quale viene affidata all’impresa l’esecuzione dei lavori;

Pubblicazione e la diffusione di informazioni culturali, socio-economiche e relative al patrimonio ambientale per contribuire allo sviluppo della cooperazione tra il Veneto e le comunità interessate alle iniziative di cui alla L.R. n. 15/1994;

Iniziative dei Comuni veneti che, nel quadro del consolidamento della comune identità culturale europea, propongono gemellaggi con enti territoriali delle Repubbliche di Slovenia e di Croazia, e la Dalmazia montenegrina, in cui siano persistenti o storicamente rilevanti la cultura e la tradizione veneta, o che registrino la presenza significativa di comunità italiane di origine veneta.

Le domande di contributo devono essere redatte in lingua italiana (incluse le denominazioni di città e località geografiche) utilizzando lo schema disponibile all’indirizzo www.regione.veneto.it/avvisi, accompagnate da nota su carta intestata del richiedente e consegnate a mano o spedite a mezzo raccomandata con avviso di ricevimento (non saranno ammissibili le domande trasmesse via fax) al seguente indirizzo: "Al Signor Presidente della Giunta Regionale del Veneto - Direzione Regionale Relazioni Internazionali - Fondamenta Santa Lucia, 23 - 30121 Venezia".

Sul frontespizio della busta dovrà essere indicata la seguente dicitura: "L.R. n. 15/1994, Proposta progettuale per Programma 2012".

I progetti per restauri non devono eccedere un preventivo di spesa di 150.000 euro. Tutti gli altri progetti proposti non devono eccedere un preventivo di spesa di 80.000 euro.

Il termine per la presentazione delle domande di contributo per il Piano annuale 2012 degli interventi scade il 30 settembre.

Verificata l’ammissibilità delle domande pervenute, il Comitato Permanente per la valorizzazione del patrimonio culturale veneto nell’Istria e nella Dalmazia, valuterà i progetti presentati sotto il profilo della loro attinenza alle finalità previste dalla legge regionale proponendo i criteri di assegnazione dei singoli contributi.

L’entità dei contributi assegnati – il cui ammontare complessivo sarà definito in base alla disponibilità dei capitoli di spesa del bilancio regionale di previsione per l’esercizio finanziario 2012 – sarà, in seguito, determinata nel Programma annuale degli interventi della L.R. n. 15/1994 per l’anno 2012, approvato dal Consiglio Regionale su proposta della Giunta Regionale, e verrà resa nota ai soggetti beneficiari dalla Direzione Regionale Relazioni Internazionali con apposita comunicazione.

Il bando integrale è in rete all’indirizzo

http://www.regione.veneto.it/Temi+Istituzionali/Relazioni+Internazionali/Istria+e+Dalmazia/.

(aise)

565 - Vanity Fair 20/08/11 Come eravamo - Le quattro verità di Trieste

Come eravamo - Le quattro verità di Trieste

Austro-ungarica, porto franco, irredentista, poi finalmente libera e italiana. Questa città è una vecchia signora unica, una città dove sono passati tutti e tutti hanno seminato

Marco Missiroli

«Un giorno Dio decise di dare il vento a Trieste, prima era di nessuno, da quel giorno Trieste è terra di moltitudine». Oggi il vento non c’è a Trieste, oggi è l’anniversario dei 150 anni dell’Unita d’Italia e l’uomo che mi parla invoca l’orizzonte: «Questa città è la sua bora, l’unica identità che è sempre rimasta. La prima che ha mai avuto e da cui è partita». Si chiama Ilia, è un vecchio sottile come un filo, la faccia a spigolo e 82 anni da testimone di una patria sofferente. La piazza che lo contiene si affaccia su un tricolore accasciato all’asta, tutt’intorno un nugolo di gente, più dietro quell’Adriatico che ha fatto la sorte di una città tagliata dai popoli. «Austriaci, sloveni, inglesi, croati, americani,

tedeschi: ci sono passati tutti e tutti hanno seminato, lasciando stirpi mezzosangue e una città imbastardita: chi c’è stata dall’inizio se non la bora?». Ilia si avvicina alla parata militare che attraversa piazza Unità d’Italia, ha una coccarda verde bianco rossa sul bavero della giacca e la pelle increspata dagli anni, parla in una lingua che non è italiano e non è nemmeno triestino. «Senza vento siamo persi. Troppi popoli. Troppe trasformazioni. E comunque… si stava meglio con l’Austria ». Ride e si avvia, non verso la bandiera issata, ma verso il mare. Vuole che lo segua e io lo seguo, ci avviciniamo al blocco di pietra che pizzica l’Adriatico e le sue parole sono eco. Troppi popoli, troppe trasformazioni: Trieste austro-ungarica, Trieste porto franco, Trieste irredentista e Territorio Libero. Infine Trieste d’Italia: ma non è il 1861, è subito dopo la grande guerra. Tergeste, come la chiamavano i latini, ha la sua identità italiana da circa 90 anni, è matricola e allo stesso tempo reduce della Penisola.

Come il vicino Regno Lombardo-Veneto, faceva parte dell’Austria in un’Italia ancora informe, e già possedeva qualcosa che nessuno le ha mai tolto:

l’unicità.

«UNA SIGNORA UNICA»

Il signor Claudio annuisce: «È una signora unica, la mia Trieste. Per quattro verità. La prima: il coraggio; anche se è stata calpestata da mezzo mondo non ha mai perso la dignità e l’ha fatta perdere solo in parte a chi è venuto qui». La seconda verità? «Trieste è generosa. Da quando è diventata porto franco ha cominciato a dare. Ma non basta dare e prendere: ci voleva qualcuno che amministrasse un senso morale e i soldi. Questo qualcuno sono stati gli ebrei. L’identità italiana nasce anche da loro». Si gira verso la piazza, la tromba di un bersagliere ha appena incominciato a suonare. «Terza

verità: la bellezza, ha le ragazze più belle e acute d’Italia, non le dimenticherai. Hanno partorito l’identità triestina. E poi…», si gira ancora verso il mare, «e poi, questa è la quarta verità, Dio le ha dato il vento.

Per pulirla quando le sue identità pesano troppo. Per riportargliele quando le rivuole indietro. A proposito, sai che la bora fa innamorare?».

QUARTA VERITÀ DI ILIA: Franca e Matteo, che il confine ci unisca Trieste è nei suoi bar di piazza, le esistenze di una città si fermano sui tavolini e sopra i vassoi di linee mitteleuropee. Tre sedie e un divanetto del celebre caffè Tommaseo, Franca e Matteo si siedono qui. Istriani.

Innamorati. «I triestini sono goderecci, hanno talento nel vivere il tempo libero, e questo posto è l’ideale per farlo ». Franca sorride, ha uno sguardo da gatto, conserva le vite della sua famiglia e una memoria tramandata. Franca è nata in territorio croato, costretta ad andarsene nel

1962 per ritrovare la propria identità italiana (assieme a 350 mila esuli che dalla seconda guerra mondiale hanno lasciato l’Istria «controllata» dal regime iugoslavo): ha due mesi quando assieme al fratello e alla madre sale sopra un pullman. Lasciano Umago, cittadella ex iugoslava e ora croata, arrivano a Cremona in un campo profughi che li custodisce per un anno. Il padre è rimasto alla vecchia vita, cerca di salvare i pochi affari, non ci

riesce: una notte lascia tutto e sale su un carro di fieno che lo porta oltre il confine. Raggiunge la famiglia, con la moglie e i due figli si trasferisce a Trieste. «Qui siamo diventati sciavi». Slavi. Schiavi.

Venivano chiamati così gli istriani che arrivavano in città, e la parola conserva l’ambiguità di un rifugio forzato. La città li prende con sé, approva leggi per l’assegnazione di alloggi o l’attivazione di corsie preferenziali per le assunzioni. L’accoglienza non è facile: «Dicevano che i profughi istriani erano dei privilegiati, noi per non lasciare spazio a queste voci non abbiamo mai chiesto le case popolari, papà ha fatto in modo che ricominciassimo a vivere con dignità, solo con le nostre forze».

Ricominciare a vivere: una casa più che modesta e un lavoro in ferriera, poi le scuole e il lavoro come infermiera. E un talento per l’arte. A trent’anni incontra Matteo: «La mia ispirazione». Franca sorride e lo fissa. Matteo è nato a Trieste da padre e madre immigrati, ha vissuto per anni al Campo profughi Silos della città, «le tende dividevano le stanze che erano dei cubi di legno ». Classe 1947 e capelli alle spalle, artista come lei.

«Artista è una parola piena di responsabilità che nasce in quegli anni di povertà e desolazione. Si lega al mio essere istriano». Istriano di radici, proveniente dall’Istria. La parola che più di tutte conserva la sofferenza dell’abbandono e l’orgoglio del ritrovarsi. Per Franca e Matteo vale due volte, perché hanno ricominciato qui, a Trieste, perché si sono conosciuti qui. «Dei dipinti che creiamo io sono la mano, lui è la mente, le idee».

Cos’è per voi Trieste? Chi è per voi Trieste? «È casa», la voce è di Franca, parla per due. «È radice, anche se c’è una frase contraddittoria che ritorna in questa città». Quale frase? «A Trieste no se pol». Non si può, è vietato.

La memoria istriana non dimentica, forse. Matteo prende la mano della moglie. La memoria dell’incontro nemmeno.

TERZA VERITÀ DI ILIA: Sul palcoscenico, Trieste ha occhi di cristallo Tu vedrai le ragazze di Trieste, tu non le dimenticherai. È un detto. Teatro Stabile Sloveno, sono le quattro del pomeriggio. Va in scena uno spettacolo sul confronto culturale sloveno-italiano di Franco Però. C’è la storia, quella vera, la lingua è slovena. Il pubblico è di studenti provenienti dai territori oltre il confine, sul palco due portenti di attrici e la scenografia di una cucina. Si affrontano le battaglie morali della storia di Trieste, si guarda Trieste da un teatro che fa la verità. L’arte ricorda, i giovani spettatori non fiatano. Perché conoscono la memoria dei genitori, dei nonni. Si racconta anche di quando Trieste era capitale di quel Territorio Libero (mai davvero nato ufficialmente) che dal 1947 al 1954 comprendeva una parte dell’Istria e che libero fu solo in apparenza. Dove finisce il confine sloveno, dove inizia quello italiano? Che cos’è un confine? A Trieste le scuole slovene esistono e sono attivissime, nei confini triestini possono essere la parte da leone: Lara Komar ha studiato lì. È una delle due attrici, ha trent’anni e tutti i crismi della ragazza triestina. Dà ragione a Ilia, ti accorgerai delle ragazze di Trieste: Lara ha il senso della bellezza, e dell’acume. Guardala, non la dimenticherai. Il suo cognome significa «zanzara» in sloveno. Lara punge. Nello sguardo di cristallo, nelle parole: «La nostra storia è sottosopra, in pochi sanno qual è la sua vera storia, in molti però parlano. La verità è che Trieste è una terra sofferta, e te lo dice una che ha due punti di vista, due mondi diversi». Lara ha padre triestino sloveno, madre triestina italiana, e una convinzione che pensano in molti: «Non c’è più la sensazione di dover dire se sei italiano o sloveno, certo la Slovenia come Stato non mi appartiene ma io mi sento italiana, pur conservando una parte culturale slovena». Tiene gli occhi socchiusi e si mangia le labbra, come se le labbra si preparassero alle parole. «Trieste è una terra che apparentemente non ha una sua identità ma vive delle identità che le sono sopra, che la abitano, e forse la sua identità è proprio questa. La parte malata viene da certi indottrinamenti verso le minoranze etniche. Il fratello di mio nonno si è trasferito a San Francisco sessanta anni fa. Si sente americano al cento per cento. Restando qui da sloveno cosa diventi? Italiano? Non a pieno, qualcosa rimane indiviso… ma c’è proprio il bisogno di fare una scelta?». Chiedo cosa pensa dell’anniversario dell’Unità d’Italia. Lara aspetta, si mette in bilico sulla sedia, lo sguardo si schiude appena: «Non lo so. Con l’Unità d’Italia non lo so», ci pensa ancora su, è adesso che sgrana gli occhi di cristallo, «so solo che a Trieste purtroppo c’è ancora gente che festeggia l’anniversario per voler a tutti i costi cancellare un’identità mista, multietnica, sconfinando a volte in un nazionalismo fuori dal tempo». Tu vedrai le ragazze di Trieste, tu non le dimenticherai. E il detto di Ilia si fa verità.

SECONDA VERITÀ DI ILIA L’Unità in un boccone, prendi dal padre, o figlio. E mangia Il palazzo è un grattacielo arrossato, la zona un fazzoletto di cemento sopra il porto. Il piano è il quarto. Prendiamo l’ascensore, sul pianerottolo ci aspetta Xenia, ventisei anni. Ci fa accomodare, la madre rimane sulla porta e il padre poco più dietro. La famiglia è triestina, ebrea. C’è qualcosa che fa sentire a casa. Forse è il senso di ospitalità nel sorriso della madre, nella gentilezza del padre. La tavola è apparecchiata, alla parete una litografia con la T di Trieste su fondo bianco. «È degli anni ottanta», racconta il padre, «è stata esposta anche a Parigi», sono le uniche parole prima di chiederci se vogliamo partecipare alla celebrazione del vino, subito, e a quella del pane, poi. Indossano la kippah, Xenia legge in italiano i versi dal Libro delle preghiere, il padre le reciterà in ebraico. Ha già versato il vino, ce lo darà poco dopo, taglierà la treccia di pane, ce ne darà poco dopo. Beviamo il vino, in piedi, e non c’è mai un senso di estraneità. Il pane è fatto in casa, lo conservo in mano e non mi arrischio a mangiarlo, sa di prezioso. La madre ha preparato cibi triestini, la jota (una minestra contadina fatta di crauti acidi, patate, fagioli e per questa volta senza cotiche) è quasi pronta.

Prima di sedermi sbircio un libro su un tavolo: è sui ricreatori, miracolo sociale di Trieste. I ricreatori sono centri nati nel 1908 a cui le famiglie della città affidavano i propri figli: sono strutture che non avevano solo una funzione di intrattenere, ma di formare, di educare, di aggregare. Ecco l’italianità che nasce a Trieste quando l’Italia non era ancora nata. «Sono stati una bella intuizione dell’impero austro-ungarico: creare delle strutture laiche e parascolastiche per togliere i bambini dalla strada che si basassero sul gioco»: il padre si chiama Eugenio, è coordinatore dei ricreatori triestini. «Anche se la nostra città non era ancora d’Italia, i ricreatori univano la popolazione di lingua italiana nei vari quartieri, la popolazione slovena non partecipava per limiti linguistici ». Così si formava, giocando, la prima società con una base comune: la lingua. «I ricreatori furono un vero e proprio dono morale. Esattamente come erano state le patenti di tolleranza, a fine ’800». Maria Teresa d’Austria diede libertà agli ebrei di partecipare alla vita politica e sociale, soprattutto economica. «Così molti ebrei cominciarono a venire da tutta Europa e nacquero le assicurazioni e molti affari triestini. Così è nato anche parte del tessuto sociale italiano». Le parole di Eugenio ricalcano la seconda verità di Ilia, uomo del vento. La madre di Xenia porta in tavola la jota, prima di sedermi fisso il pane che custodisco in mano. Lo mangio, la Trieste d’Italia è in un boccone antico.

PRIMA VERITÀ DI ILIA: La dignità e il coraggio, ombre intorno all’anulare La bora ricomincia, viene timida e ingrossa di colpo. Sibila mentre saliamo la strada che da Trieste porta a Padriciano, è una via strozzata da pietre e terra. Costeggia una recinzione alta tre uomini e lunga Dio sa quanto. È il Campo raccolta profughi istriano. Siamo in quattro in macchina, una di noi è Maria Trento. Profuga per due anni dal 1953, istriana che più istriana non ce ne sono, triestina d’adozione come ce ne sono ovunque. Quasi ottantenne, gli occhi sottili di chi ritorna. Con lei c’è anche il figlio Lucio, presterà lui la voce alla madre. La memoria toglie il fiato di chi ha vissuto, non lo sguardo: Maria fissa il presidente degli istriani che ci apre il cancello del Campo, entriamo e lei sussurra: «È qui, è questo. È successo qui». Ha lasciato il suo paese a venti anni, è stata trasferita subito al Campo profughi di Padriciano. Una storia come tanti altri esuli, un ritorno che è unico. La bora adesso è forte e taglia la pelle, davanti a noi un casermone arancio, intorno altre strutture di cemento e su un lato un magazzino lungo cinquanta metri. Nel mezzo uno spiazzo di sterpaglia e sassi, le parole di Maria se le ruba via il vento, le ripete il figlio: «Qui c’erano le baracche, una fila di baracche dove si viveva anche in 7-8 in un buco di legno». Al Campo Maria è arrivata con il marito e con la figlia maggiore Graziella, Lucio nascerà poco dopo in una casa a Trieste. In Istria hanno lasciato molta terra e la casa di famiglia, e il principio di una rabbia che non è mai finita: «Noi siamo sempre stati italiani, sempre. E quella era terra italiana, ci hanno costretto ad andarcene e ricominciare da zero. E a ricominciare da zero non si finisce mai». Maria viene avanti per la rampa che ci porta oltre i muri arancio. C’è freddo quando entriamo, e il vento sfiata sotto gli infissi logori. «Vede qui – indica uno stanzone – le camere erano fatte da coperte appese dal soffitto. I maschi separati dalle donne, mio marito era dall’altra parte. Ci pensa a essere divisi dalla propria casa e dal marito?». Il presidente degli istriani racconta che duecento donne si sono tolte la vita in campi di raccolta come questi, la perdita di radici toglie ogni senso. «Se rimanevamo in Istria c’era la violenza, se ce ne andavamo c’era la perdita e ti davano pure del fascista».

Lucio racconta che con i genitori sono tornati spesso nel loro paese d’origine, il padre non ha mai accettato, la madre dopo un po’ ha cercato di integrarsi e di legare con le persone che avevano avuto la stessa sorte: «La sofferenza comune e l’essere italiani, ecco da dove abbiamo ricominciato ».

Maria entra in una stanza dove i mobili dei profughi sono stati ammassati, il presidente degli istriani ci mostra degli arnesi da falegname o da meccanico sopra un bancone: «Alcuni avevano portato l’intero corredo professionale convinti di rifare lo stesso mestiere una volta a Trieste: si sbagliavano». Maria tiene una mano lungo il muro: «Una parte di me è in Istria, una è qui, una è di Trieste. Tutte e tre sono italiane». Torniamo fuori, su un lato della facciata c’è una targa «A perenne memoria degli italiani d’Istria che perirono di nostalgia». Maria non la legge e si volta, fa vedere l’anulare: «Per lasciare il mio paese ho venduto la fede, anche mio marito l’ha venduta. Ci è voluto il tempo e questa città per ritrovarne un’altra».

566 – Panorama Edit 31/07/11 Cherso - La sede CI a Palazzo Pretorio presto sarà realtà, Il presidente del sodalizio, Gianfranco Surdić, spera che i lavori possano finalmente iniziare il prossimo autunno

Il presidente del sodalizio, Gianfranco Surdić, spera che i lavori possano finalmente iniziare il prossimo autunno

La sede CI a Palazzo Pretorio presto sarà realtà

di Bruno Bontempo

Una Comunità, quella di Cherso, che però opera in condizioni molto disagiate in quanto è sistemata in un palazzo del centro storico della cittadina isolana, antico e malmesso, che attende da molto tempo l’avvio dell’opera radicale di ristrutturazione, progetto peraltro già avviato dall’Unione Italiana. Nell’ambito del piano di interventi da realizzare con i mezzi delle convenzioni MAE-UI, il progetto è partito infatti con l’acquisto dello stabile di Palazzo Pretorio e poi con i bandi di concorso per i lavori di restauro e l’acquisto degli arredi e delle attrezzature per la sede di una Comunità che l’Unione Italiana - come tiene a sottolineare il presidente della Giunta esecutiva, Maurizio Tremul - giudica "molto importante".

I connazionali chersini sono impazienti, la questione della sede si tira avanti da lungo tempo e - scherzando - la paragonano a quella del leone di S. Marco, che da molti anni aspetta di venir rimesso nella nicchia vuota della Torre dell’Orologio. Ma alla luce dei più recenti sviluppi, la storia della sede CI sembra destinata ad andare finalmente a buon fine, sicuramente prima - ne siamo convinti - della intricata vertenza legata al leone marciano o meglio alla sua (che qualcuno ritiene una brutta) copia.

Al timone della Comunità c’è Gianfranco Surdić, che ha parecchi motivi per essere ottimista. "L’Unione Italiana ha dato i contorni definitivi all’investimento, ha ottenuto tutte le licenze e il progetto vola spedito verso l’assegnazione dei lavori alla ditta vincitrice della gara d’appalto. Si ha ragione di credere che i lavori potrebbero iniziare in autunno - ci introduce nell’argomento il presidente del sodalizio -. La nostra sede di Palazzo Pretorio è un vecchio edificio, ex ambulatorio, che data dai tempi di Venezia e che ha un valore non solo simbolico, ma anche storico, in quanto aveva fatto parte, in passato, del blocco di case che ospitavano il Conte Capitano che comandava il paese, e rappresentava il cuore della città".

Il progetto della Casa degli Italiani

L’edificio, acquistato dall’Unione Italiana, consiste in un pianterreno, due piani, un sottotetto. Al pianterreno - dove c’è già in affitto una filiale della Zagrebača banka - verrà realizzato uno spazio espositivo, al primo piano è prevista una sala multifunzionale per incontri, spettacoli e conferenze nonché un piccolo bar e una vasta biblioteca, al secondo uno spazio multimediale che verrà adibito ad ospitare i corsi di italiano e altre attività dei giovani e l’ufficio della presidenza.

Il progetto dell’architetto fiumano Marko Franković prevede che lo stabile sia munito anche di ascensore. "I vani del sottotetto, in un secondo momento, potrebbero venir affittati, con il cui ricavato contiamo di coprire le spese di gestione dello stabile, altrimenti difficilmente sostenibili" spiega Gianfranco Surdić

In questi ultimi anni l’attività della Comunità italiana è stata spesso limitata proprio dalla mancanza di spazi adeguati. "Abbiamo puntato molto sui corsi d’italiano per bambini, guidati dalla nostra concittadina, prof.ssa Isabella Mužić, laureatasi a Trieste. L’interesse è grande, anche perché essendo Cherso un centro turistico, la conoscenza dell’italiano è utile e importante - aggiunge Surdić- . I corsi sono aperti a tutti, anche a quelli che non sono di origine chersina.

Il nostro compito è di mantenere viva la lingua, il dialetto istroveneto, la cultura, le tradizioni italiane di Cherso, affinché non si finisca per venir trattati da stranieri a casa nostra. E lo facciamo anche in questo modo.

La CI conta 240 soci, ma quelli che parlano l’italiano sono molti di più. Il clima di paura degli anni del dopoguerra ha contribuito a una dispersione degli italiani, molti dei quali non si sono mai iscritti alla CI e oggi non ci tengono più ad esprimersi, a dichiarare le propria nazionalità e le proprie origini. Probabilmente potendo disporre di una sede già anni addietro, potendo organizzare incontri, serate sociali e altro, saremmo riusciti a legare maggiormente i nostri connazionali al sodalizio, così invece...

Ora speriamo di recuperare i più giovani: ci ripromettiamo di rilanciare l’attivitàappena potremo disporre di una sede funzionale e di spazi adeguati. Speriamo non sia troppo tardi. Per gli anziani organizziamo tornei di briscola e tressette, bocce e quattro-cinque conferenze nell’ambito della collaborazione UI-UPT.

L’ultima della serie ha trattato il problema della diffusione incontrollata del cinghiale, introdotto sull’isola nei primi anni ‘60 con lo scopo di arricchire l’offerta del turismo venatorio e diventato oggi il nemico numero uno di coltivatori e allevatori. I primi esemplari erano stati sistemati nelle riserve, ma già allora i cacciatori stranieri avevano ammonito che i cinghiali non potevano vivere dentro un recinto, che sono animali talmente astuti che prima o poi avrebbero capito che dentro questo spazio limitato non avrebbero avuto cibo a sufficienza e ne sarebbero usciti in qualsiasi modo, o a nuoto o scavando delle gallerie sotto i recinti.

E così è stato. Sono usciti dalle riserve, si sono moltiplicati e diffusi su tutta l’isola e cacciano attivamente, scegliendo come proprie vittime anche cerbiatti ed agnelli, che peraltro sono indifesi di fronte alla loro aggressività. Il cinghiale è stato proclamato specie aliena, che in biologia si intende una specie vivente alloctona, la caccia è aperta tutto l’anno, però la lobby delle doppiette è molto forte e gli amanti dell’arte venatoria, forse per timore di veder scomparire una delle loro prede preferite, spesso rinunciano ad abbatterne qualcuno anche quando è a tiro, frenando così la campagna atta a ridurre la presenza dei cinghiali sull’Isola".

Una minoranza che conta

Come sono i rapporti con il Comune?

"Siamo una minoranza abbastanza consistente in rapporto al numero di abitanti, per cui anche le forze politiche devono tenere conto della nostra presenza. Siamo rispettati, anche se il sostegno finanziario è contenuto perché il nostro è un comune con risorse molto limitate, e poi quest’anno ci sono stati i tagli ai fondi delle associazioni dovuti alla crisi economica".

Qual’è il ruolo della CI nei rapporti di gemellaggio tra Cherso e due città italiane, Motta di Livenza e Comacchio?

"Siamo molto attivi anche in questo particolare tipo di contatti, veniamo inseriti nelle iniziative e lo scorso marzo ho fatto parte della delegazione chersina che è andata a Motta, guidata dal nuovo sindaco, Kristijan Jurjako, per le celebrazioni del 501esimo anniversario dell’apparizione della Madonna. In agosto una delegazione mottense sarà a Cherso. Poi c’è anche il gemellaggio, più recente, con Comacchio, in provincia di Ferrara, e a giugno c’è stata la festa dell’amicizia Cherso-Comacchio, con la presentazione dei prodotti tipici dell’isola e concerti bandistici e di sopele."

Si parla pure di un possibile gemellaggio con Chioggia, la cui Amministrazione comunale si è già detta propensa a stabilire proficui rapporti con Cherso, dal momento che da sempre le storie della costa veneta si sono intrecciate con quelle dell’Istria, del Quarnero e della Dalmazia. Chioggia è stata meta naturale dell’esodo. Oggi c’è ancora una consistente comunità chersina, il cui giornale si fa portavoce dei sentimenti e dell’attivismo di una chersinità diffusa tra tutti i continenti e che non vuole dimenticare neanche "i fratelli rimasti a Cherso e in buona parte associati nella locale Comunità degli Italiani.

Dobbiamo capire che la nostra attività ha un significato soltanto se punta al mantenimento della continuità storica della nostra presenza nella nostra isola d’origine" è stato il messaggio lanciato dagli esuli in occasione della festa patronale di San Isidoro.

Leone marciano, storia intricata

Ma il presidente della CI, Gianfranco Surdić, ha un suo "sogno nel cassetto".

"Sì, è quello di veder il nostro leone di S. Marco, che stava sulla Torre dell’Orologio, rimesso al suo posto nella nicchia che è vuota ormai da troppo tempo, e far felice la nostra gente, soprattutto i più anziani. Finora abbiamo incontrato tutta una serie di ostacoli che hanno impedito il ritorno del leone. Lodevole l’operazione in corso da anni a Cherso per salvare l’architettura veneta, come il consolidamento e la ristrutturazione di Palazzo Petris e il Torrione, ma si attende già da più di dieci anni il completamento della Torre dell’Orologio con l’inserimento del Leone di San Marco che, nonostante le tante promesse, trova sempre nuovi impedimenti per risalire al suo giusto posto e ridonare bellezza ed armonia a tutta la piazza.

Forse con l’entrata della Croazia in Europa qualche tabù verrà a cadere, si spera, e questo leone tornerà al suo posto. Il leone è a Cherso, si tratta di una copia, ma finora gli esperti dell’Istituto nazionale per la salvaguardia dei beni storico/culturali, del Ministero e le autorità competenti hanno sempre negato il loro consenso, giustificando il diniego con il fatto che la copia non è conforme all’originale (opinione condivisa anche da Luigi Tomaz, esule-chersino - è stato anche sindaco di Chioggia -, studioso e autore di numerosi testi, saggi e libri sulla storia di Cherso, nda). Dispiace vedere la nicchia vuota sulla storica torre, tutta in pietra calcarea a corsi regolari, probabilmente del XV secolo ma restaurata nel 1552, che secondo alcune fonti sarebbe stata costruita su indicazioni degli allievi di Michelangelo. E a noi chersini è difficile accettare il rifiuto imposto dagli esperti".

Ricorderemo per sommi capi la tormentata e intricata storia del leone marciano di Cherso. Tutti o quasi i simboli del dominio veneziano vennero distrutti dagli austriaci dopo la caduta della Repubblica veneta, nel 1797. Solo un leone, quello che si trovava all’esterno della Torre del porto, sui bastioni di ponente, venne adagiato in mare per preservarlo dalla distruzione in atto e salvato. Fu ripescato nel 1905, restaurato a Venezia e poi messo sulla Torre dell’orologio dove rimase fino al 1943, quando fu definitivamente distrutto dai partigiani. Quello che ora si cerca di rimettere nella nicchia vuota sulla Torre dell’Orologio sarebbe una copia fatta - alquanto maldestramente - a Gorizia.

"Al di là di tutte queste vicende, oggi il leone non è più il simbolo di una nazione nemica, di una tirannia, ma di una storia, di una grande cultura adriatica - aggiunge Gianfranco Surdić -. Il dottor Alberto Rizzi, uno dei massimi esperti di sculture esterne a Venezia, oltre che di leoni marciani, ha proposto che sulla Torre, al fianco del leone, vengano messi i simboli della Croazia di oggi, come aggancio alla più attuale realtà sociale e politica, senza penalizzare le tracce, i valori storici e culturali che la Serenissima ha lasciato anche sulla nostra Isola". ●

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La città di Cherso è gemellata con i comuni italiani di Motta di Livenza e Comacchio. Ma è stato un altro vincolo d’amicizia, quello che lega la società alpinistica Platak di Fiume alle sezioni CAI venete di Pieve di Soligo e Motta, a condurci ancora una volta alla scoperta di alcuni suoi bellissimi angoli di natura incontaminata. Attraversata dal 45esimo parallelo, con una superficie di 405,78 km quadrati, ex aequo con Veglia, Cherso è la più grande isola dell’Adriatico per estensione territoriale. Allo stesso tempo, però, con una popolazione che non raggiunge le 4000 anime, ha una media di otto abitanti per chilometro quadrato, che dà all’isola il primato di minor densità demografica tra le isole abitate di tutto il Mediterraneo. Tra i quasi 3000 abitanti del suo capoluogo, c’è anche una "colonia" di oltre 200 connazionali iscritti alla locale Comunità degli Italiani, nata nel 1982, dopo che dal ‘70 il Circolo Italiano di Cultura era stato sezione dell’Aspl. Il sodalizio, guidato dal presidente Gianfranco Surdić, oggi rappresenta l’ultimo baluardo a difesa della lingua, della cultura e delle tradizioni italiane da sempre presenti sull’Isola.

567 - Il Piccolo 24/08/11 Storia - Libro: «Trieste ’53, scontri provocati dai Servizi», le tesi di un libro di Anna Millo

«Trieste ’53, scontri provocati dai Servizi»
STORIA: Le Tesi di un libro di Anna Millo

U.Spirito

Gli scontri a Trieste del novembre 1953 furono organizzati dai servizi segreti italiani. Lo sostiene, in un libro appena uscito, la storica Anna Millo, che basa il suo lavoro anche su una serie di documenti inediti da poco usciti da archivi finora inaccessibili. Secondo la Millo, almeno due delle vittime vennero uccise non dalla polizia ma da pallottole sparate da agenti provocatori.

Con "La difficile intesa" Anna Millo analizza sulla base dei documenti del Ministero degli Esteri i rapporti fra Roma e la città contesa

Docente all’Università "Aldo Moro" di Bari Laureata in Storia della Chiesa all’Università degli Studi di Trieste, Anna Millo è attualmente è ricercatore confermato in storia contemporanea presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Bari "Aldo Moro". Nel 1989 ha conseguito il dottorato di ricerca in storia sociale europea presso l’Università degli Studi di Venezia. È stata fra l’altro ricercatore presso l’Istituto regionale per la storia del movimento di Liberazione nel Friuli-Venezia Giulia. Tra i suoi libri di storia triestina si ricorda "L’elite del potere a Trieste" (Franco Angeli, 1989) e "Trieste, le assicurazioni, l’Europa. Arnoldo Frigessi di Rattalma e la Ras" (Franco Angeli, 2004). di Pietro Spirito La recente apertura di alcuni archivi e la disponibilità di documenti fino ad ora esclusi alla consultazione ha messo gli storici nella condizione di osservare da angolazioni finora inedita la "questione di Trieste", il complesso intreccio politico e diplomatico da cui dipese il destino della città negli anni dell’immediato dopoguerra. Tema particolarmente appetito dagli studiosi alle prese con nuovi documenti è il rapporto tra il governo di Roma e Trieste negli anni in cui la città, in bilico tra Zona A e Zona B, fu amministrata da un governo militare alleato. Un contributo importante in questa direzione arriva ora dal nuovo libro della storica Anna Millo, "La difficile intesa. Roma e Trieste nella questione giuliana 1945-1954", appena pubblicato dalle Edizioni Italo Svevo (pagg. 238, euro 22,00), saggio basato in gran parte su documenti dell’archivio del Ministero degli Esteri, che apre nuove prospettive storiografiche sulla questione giuliana. «Per esempio emerge un coinvolgimento dell'amministrazione e della politica italiane molto più complesso e influente di quanto si potesse supporre, anche se i partiti italiani di governo non furono sempre uniti e coerenti nei confronti della "questione di Trieste". «Occorre distinguere - risponde Anna Millo - tra le diverse fasi che caratterizzano la vita politica italiana di allora. Prima della firma del Trattato di pace e fino al maggio 1947, anche i comunisti facevano parte dei governi di "unità nazionale". Avevano un progetto di confine diretto tra Italia e Jugoslavia che evitasse la formazione del Territorio Libero, e si fecero promotori di un rilancio delle trattative tra i due paesi. La scelta di De Gasperi - e anche della diplomazia italiana nella persona dell’ambasciatore Pietro Quaroni, che condusse il negoziato con gli jugoslavi nel dicembre 1946 - fu invece di respingere la proposta, accettando l’alea del Territorio Libero, nella convinzione che potessero nel futuro prodursi migliori condizioni in un contestuale consolidamento della posizione internazionale dell’Italia». Poi cosa accadde? «Immediatamente dopo l’uscita della Jugoslavia dal blocco sovietico, nel luglio 1948 fu lo stesso Quaroni a comprendere per primo come l’ipotesi della spartizione tra Zona A e Zona B si affacciasse come l’esito più probabile. Da qui, nell’incertezza degli anni successivi, l’ancoramento italiano all’integrale applicazione della Dichiarazione tripartita, che nel marzo 1948 aveva promesso la restituzione dell’intero TLT, rimasto allo stadio progettuale, all’Italia». Gli stessi partiti filo-italiani non sempre condividevano le scelte "romane". «I partiti filo-italiani di Trieste (ad esclusione del Msi), pur nelle loro diverse ispirazioni ideologiche avevano radici in culture che si richiamavano alla democrazia e all’antifascismo. Specialmente negli anni dopo il Trattato di pace, quando si comprende che la vertenza internazionale sarebbe stata lunga e di non facile composizione, si rendono conto dei limiti di una linea governativa, impostata sul sostegno all’agitazione propagandistica ed anche ad una cospirazione che non esclude l’impiego della violenza contro gli avversari. Questa linea risultava molto esile sul piano delle proposte politiche e suscitava interrogativi sul futuro modello amministrativo, sulle istanze di autonomia locale, sui programmi per affrontare l’asfittica situazione economica. Il margine di autonomia di questi partiti era ridotto, dato che i finanziamenti arrivavano proprio da Roma, ma non per questo rinunciavano a far sentire la loro voce. Quando comprendono le conseguenze implicite nella linea Pella (rinuncia alla Zona B, prova di forza con il Gma), fra di loro si aprono profonde divisioni e anzi la frattura più grave riguarda proprio la Democrazia cristiana». Il consigliere politico Diego de Castro, figura centrale di quegli anni, lei sostiene che con ogni probabilità continuò ad avere un ruolo nei servizi segreti, come già al tempo della guerra, anche durante il periodo a Trieste. Cosa glielo fa supporre? «È più arduo supporre che ne fosse estraneo, data l’importanza che i servizi italiani avevano assunto a Trieste. Credo tuttavia che il suo coinvolgimento non sia da intendersi come un ruolo diretto e attivo, ma piuttosto come una piena conoscenza e consapevolezza di quanto accadeva, una forma di lealtà verso i vertici politici governativi che lo avevano nominato a quell’incarico e a cui anche quei servizi rispondevano. Questo non gli impedì di prendere decisioni con piena autonomia di giudizio senza alcun rapporto di subalternità. In alcuni casi è tuttavia documentata la copertura da lui fornita a uomini collegati ai servizi». Gli incidenti del '53 sembrano essere il momento culminante di tutte le tensioni e le contraddizioni accumulate nei rapporti tra Roma e la Trieste del Gma: gli incidenti furono fomentati da Roma? «Numerosi elementi di prova convergono in questa direzione, e sono emersi via via che il trascorrere del tempo ci allontanava dalla "guerra fredda" e dalla cosiddetta "prima repubblica": dalle risultanze dell’inchiesta del giudice Mastelloni di Venezia dei primi anni Novanta (su cui riferisce nel suo libro Silvio Maranzana), alle memorie autoassolutorie di Paolo Emilio Taviani, all’epoca ministro della Difesa, alle dichiarazioni dello stesso De Castro, fino ai segnali non equivocabili che si rinvengono nei documenti conservati al Ministero degli Esteri». Nel libro lei sostiene la tesi per cui almeno due delle vittime di quegli scontri caddero sotto il fuoco non della polizia ma di agenti italiani provocatori. «Nel libro sostengo che, nella ricostruzione delle giornate del novembre 1953, accanto a numerosi fatti certi e provati, sussistono ancora oggi margini di ambiguità e di oscurità, che derivano soprattutto dalla impossibilità di reperire o di accedere a fonti documentarie che potrebbero aiutare a fare ulteriore chiarezza. Ma, collegando insieme tutto ciò che sappiamo e ciò che non sappiamo, non è improbabile che possa essersi verificato uno scenario di quel genere. Del resto, tali erano le incongruenze nella versione sostenuta dalla parte più radicale dello schieramento filo-italiano a Trieste e anche nella versione ufficiale adottata da Roma che una parte almeno dell’opinione pubblica giuliana fin da subito non fu disponibile a crederci, e questo fatto lo segnalò prontamente anche il Sifar, in un’informativa di poco successiva ai fatti».

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