Rassegna Stampa Mailing List Histria
Sommario N° 793 – 26 Settembre 2011

599 – Il Piccolo 22/09/11 Triangolare del Ricordo, gol e nostalgia tutti attorno a Missoni: bello ritrovarsi tra amici (Guido Barella)

600 – CDM Arcipelago Adriatico 16/09/11 I Dalmati a San Marino per il 58.esimo Raduno nazionale

601 - La Voce del Popolo 16/09/11 A Albona il prossimo raduno degli Albonesi (tš)

602 - Il Piccolo 22/09/11 Inaugurato a Cittanova il nuovo asilo italiano (p.r.)

603 - La Voce del Popolo 20/09/11 Per Sant'Eufemia esuli e rimasti insieme ai tradizionali «Appuntamenti rovignesi» (Sandro Petruz)

604 - Il Piccolo 14/09/11 Codarin: «Ora la Croazia ha rispetto per gli esuli» (Silvio Maranzana)

605 - Il Piccolo 18/09/2011 Inchiesta - Le grandi proprietà sottratte agli italiani : La saga del Maraschino si combatterà in Europa (Silvio Maranzana)

606 – La Voce del Popolo 13/09/11 D'Annunzio e l'impresa di Fiume, ricordata a Ronchi una pagina di storia (rtg)

607 - Il Piccolo 24/09/11 Daila, il monastero resta ai croati, il Tribunale di Buie ha invalidato l’accordo tra Benedettini e Chiesa istriana sulla proprietà del bene (p.r.)

608 - La Nuova Voce Giuliana 01/09/11 Qualcuno ha perso il pelo ma non il vizio (Sergio Tomasi)

609 - Il Piccolo 11/09/11 La battaglia dei de Dominis per Arbe paradiso perduto (Silvio Maranzana)

610 - La Voce in più Dalmazia 10/09/11 Ventennale della comunità italiana - Italiani a Zara sotto le bombe: prima l'esodo, poi la rinascita

611 – La Voce del Popolo 20/09/11 Cultura - Zara nel cuore del prof. Alessandro Bigarelli

612 - Avvenire 23/09/11 Lettere - Grazie per il servizio sugli esuli di Pola (Lino Vivoda)

613 – Il Piccolo 21/09/11 L'Itinerario di Paolo Rumiz (1) A piedi da Trieste a Promontore attraversando l’Istria (Paolo Rumiz)

614 – Il Piccolo 22/09/11 L'Itinerario di Paolo Rumiz (2) A piedi fino a Montona fra tedeschi settembrini sognando una birra (Paolo Rumiz)

A cura di Stefano Bombardieri

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :

http://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it

599 – Il Piccolo 22/09/11 Triangolare del Ricordo, gol e nostalgia tutti attorno a Missoni: bello ritrovarsi tra amici

Triangolare del Ricordo, gol e nostalgia

Alla Fiumana la manifestazione dell’Anvgd. Le lacrime di Pamich, l’orgoglio di Benvenuti e l’emozione della Granbassi

Tutti attorno a Missoni: bello ritrovarsi tra amici

«Noi altri andavimo a far le gare nelle Marche. Se ciapava el vapor la sera, sette ore de mar, se gareggiava e se tornava». Ottavio Missoni arriva allo stadio Flaminio e attorno a lui è subito festa. Si siede su una poltroncina della tribuna e apre il libro dei ricordi. «Oramai gavemo solo quello, il ricordo. Però, xè bel ritrovarse tra tanti amici...» E racconta, il Tai, di quando era giovane a Zara, andava a veder giocare il Dalmazia e lui gareggiava nell'atletica leggera. «Di qua e di là del mar, e infatti mi iero campione marchigiano. L'idrovolante invece se lo cioleva per andar a Trieste. Ma iera picio, gaveva 7, 8 posti no me ricordo più». E adesso è qua, in una Roma baciata da un sole estivo che stringe decine di mani. Si avvicina una signora e gli sorride: «Mio papà era di Zara e mi raccontava sempre di lei». Lui sorride. «I ricordi, solo i ricordi ci sono rimasti. Ma almeno adesso la realtà la si conosce, dopo le mistificazioni del passato». (g.bar.)


dall'inviato Guido Barella

ROMA All'improvviso, nel vociare che anima lo stadio Flaminio in questo pomeriggio di fine estate, dal tunnel degli spogliatoi si alza un coro. È "La mula de Parenzo". A cantare sono ragazzi giunti nella capitale da ogni angolo d'Italia e del mondo (dagli Stati Uniti, dal Canada, dall'Argentina, dal Sudafrica, dalla Svizzera...) per vestire le maglie delle squadre di calcio per le quali facevano il tifo i loro nonni. Maglie e squadre che da oltre 65 anni non esistono più. Quelle amaranto della Fiumana, verdi del Grion Pola, biancoblu del Dalmazia Zara. Loro, i ragazzi, sono pronti a sfidarsi sul rettangolo verde. E lo faranno con straordinario impegno, anche se magari la tecnica non è proprio sopraffina. Ma che importa, qua c'è da onorare il ricordo. Anzi, il Ricordo con la "R" maiuscola. Perché questo è il Triangolare del Ricordo, organizzato dalla presidenza dell'Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia e dalla sua sezione Giovani.

Alla fine vincerà la Fiumana (3-0 al Dalmazia e 4-0 al Grion Pola), davanti proprio al Grion, che ha battuto 6-4 dopo i rigori il Dalmazia, terzo. Chi ha vinto festeggia, chi ha perso sacramenta. Perché ci tenevano, questi ragazzi, eccome. «Significa – sorride in tribuna Nino Benvenuti, istriano di Isola – che continuano a sentire l'orgoglio di venire da quelle terre rispettate».

Sì, l'occasione voluta dall'Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia ha permesso a tanti campioni del passato, di origine istrodalmata, di ritrovarsi per un pomeriggio. E così in tribuna ecco anche, con l'istriano Nino Benvenuti, il dalmata Ottavio Missoni e il fiumano Abdon Pamich. E con loro, anche Margherita Granbassi, campionessa di oggi: «Il nonno era di Pisino – ricorda -. Venne a Trieste per studiare e a Trieste si fermò. Ma ho sempre sentito forte in famiglia questo senso delle radici istriane».

Intanto, Abdon Pamich, oro nella marcia alle Olimpiadi di Tokio 64, ha gli occhi lucidi. «Domani sono 64 anni che io e la mia famiglia abbiamo lasciato Fiume – racconta -. Avevo 13 anni e là ho lasciato la mia giovinezza. Poi ci sono tornato, ma non era più la mia Fiume: sentivo parlare in dialetto solo tra qualche donna al cimitero...». Chi dovette andarsene, chi rimase.

Ieri mattina, un convegno organizzato dalla Anvgd, sempre a Roma, "Lo sport giulano-dalmato in campo e nella storia". Tanti interventi (anche quello di Emilio Felluga, da Isola, oggi presidente del Coni del Friuli Venezia Giulia), e tra questi la testimonianza di Sergio Delton, della Comunità italiana in Istria, a raccontare lo sport di oggi, praticato dai figli e dai nipoti di chi allora invece rimase.

Intanto, Bruno Pizzul fa da voce narrante con il microfono in mano mentre vengono premiati i campioni istrodalmati di ieri. E Pizzul, friulano di Cormons, ricorda un particolare: «L'Ampelea, la squadra di Isola d'Istria, disputò la sua ultima partita proprio contro la mia Cormonese. Ed era una super squadra, l'Ampelea: poteva offrire come ingaggio ai giocatori un posto di lavoro nelle fabbriche di lavorazione del pesce!»

Sul campo si festeggia la Fiumana e il più contento è Sergio Vatta, maestro di calcio di lungo corso: in verità è zaratino ma veste la tuta amaranto della squadra quarnerina, lui che sogna di veder rinascere davvero la Fiumana e vederla iscritta al campionato di Prima divisione, là dove giocava quando dovette sciogliersi. «Ma questa maglia amaranto la indossavamo anche quando giocavamo a calcio nei campi profughi. E la Federazione non voleva riconoscerci. Così come ancora oggi non vuole riconoscerci. Ma io non mollo». Applausi, medaglie, abbracci.

Tramonta il sole di Roma anche sul Triangolare del Ricordo. Abdon Pamich è commosso: «E' bello trasmettere ai giovani il nostro passato»

600 – CDM Arcipelago Adriatico 16/09/11 I Dalmati a San Marino per il 58.esimo Raduno nazionale

I Dalmati a San Marino per il 58.esimo Raduno nazionale

Sarà la Repubblica di San Marino ad ospitare il 15 e 16 ottobre 2011 il 58.esimo Raduno dei Dalmati. La scelta del luogo ha molteplici significati. Si intende rendere omaggio al conterraneo, il venerato scalpellino dalmata di Arbe, San Marino, fondatore della Repubblica (301 d.C). Ma anche svolgere il 58° raduno all’estero, la Repubblica è uno Stato membro dalla comunità internazionale; l’augurio è che l’incontro sia di buon auspicio per organizzare a Zara uno dei prossimi raduni.
San Marino infine è meta ambita, frequentata ogni anno da migliaia di turisti che ne apprezzano le bellezze culturali e paesaggistiche. Il territorio sammarinese si articola in tre rocche e si compone di nove antichi Castelli collegati tra loro da un’agevole rete urbana; dalle rocche il paesaggio è di rara bellezza e consente piacevoli soste nella cornice delle colline appenniniche. Vale a dire, un motivo in più per ritrovarsi all’insegna della bellezza e in un luogo che comunque "guarda dall’alto" l’altra parte dell’Adriatico, quella Dalmazia che rappresenta un richiamo infinito.
San Marino è anche … filatelia. L’Associazione Filatelica Dalmata organizzerà a San Marino in occasione del Raduno un annullo postale speciale. Per l’occasione verrà stampata un’apposita cartolina dedicata all’avvenimento.
Al 58° Raduno di San Marino gran parte delle manifestazioni si svolgeranno nelle ampie ed accoglienti sale del Best Western Palace Hotel di Serravalle, località a metà costa, sulla strada per raggiungere il centro storico della Repubblica. Con altri due alberghi a quattro stelle, adatti all’alloggio di chi arriverà in auto. Data la bontà dei prezzi e le numerose mete da visitare a San Marino e dintorni in gite opportunamente organizzate dagli alberghi, molti dalmati hanno fatto sapere che prolungheranno la loro presenza per l’intera settimana del Raduno che si svolgerà secondo il seguente programma.


Sabato 15 ottobre
ore 10,30 -12,30
"17° Incontro con la Cultura dalmata"nella Sala della Fondazione Cassa di Risparmio della Repubblica di San Marino – Via Giovan Battista Belluzzi n. 1. Saranno presentati i libri di argomento dalmata editi nell’ultimo anno.
ore 15,00 Sala Cesare
Assemblea generale dei Dalmati italiani nel Mondo. Proclamazione degli eletti Insediamento del nuovo Consiglio comunale. Elezione del Sindaco di Zara in Esilio e Presidente dei Dalmati italiani nel Mondo nonché della Giunta per il mandato 2011 – 2016. Relazione del Presidente e degli Assessori per l’esercizio 2010 – 2011; relazione del Madrinato dalmatico per la conservazione del cimitero degli italiani di Zara.


ore 21,30 – 24,00
"Balo de le ciacole" Sala Ristorante – Musica dal vivo e tanta simpatia
Domenica 16 ottobre
Tutte le manifestazioni si svolgeranno nella Sala Cesare
ore 10,00 Santa Messa
ore 11,00 Assemblea dei Dalmati 2011, consegna del 15° Premio Niccolò Tommaseo
ore 13,00 Il pranzo collettivo si svolgerà nella sala Ristorante al prezzo di euro 30,00, c’è posto per tutti. La vendita degli ingressi al pranzo – come d’uso – saranno effettuate al banco della vendita dei libri dalmati.

TRASPORTI – COLLEGAMENTI
Per chi arriva a San Marino in auto, il percorso è semplice. Chi utilizza l"autostrada A14 ed esce al casello Rimini SUD, prosegue lungo la Superstrada Rimini/San Marino seguendo le indicazioni per la Repubblica di San Marino per circa 15 Km. L’Hotel Palace si trova sulla destra in località Serravalle, gli altri due alberghi si trovano proseguendo, sempre sulla destra, nella via che conduce al centro storico di San Marino.
Per chi arriva in treno alla stazione FS di Rimini trova un servizio navetta gratuito che collegherà la stazione di Rimini con San Marino. Gli orari delle corse saranno comunicati ai partecipanti al Raduno dal centro prenotazioni qualche giorno prima dell’evento in base agli orari di arrivo previsti che saranno indicati all’atto della prenotazione o in occasione successiva.


LE PRENOTAZIONI
per il Best Western Palace Hotel (via Cinque Febbraio – Serravalle), per il Gran Hotel Primavera (via L. Cibrario n. 24 – San Marino) e per all’Hotel San Giuseppe (via delle Felci n. 3 – Valdragone), "in occasione del Raduno dei Dalmati" devono essere fatte esclusivamente al Consorzio San Marino 2000 Via Piana n. 103
47890 SAN MARINO Centro prenotazioni 58° Raduno Dalmati: Vip Incentive House Tel. 0549 906353 - 0549 906353 Fax 0549 875280 e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. Per i soggiorni saranno praticati i seguenti prezzi per persona (p.p.): € 41,00 pernottamento con prima colazione p.p. € 61,00 pernottamento a mezza pensione p.p. € 81,00 pernottamento a pensione completa p.p. € 20,00 supplemento per camera singola p.p.
Gli alberghi offriranno la loro ospitalità per il pernot¬tamento e la prima colazione, i pranzi e le cene si svolgeranno tutti all’Hotel Palace.

601 - La Voce del Popolo 16/09/11 A Albona il prossimo raduno degli Albonesi

ALBONA – Il prossimo Raduno degli Albonesi, il tradizionale appuntamento tra i rimasti e gli esuli albonesi, potrebbe tenersi ad Albona. È quanto annunciato domenica scorsa a Trieste, al castello di San Giusto, dove si è tenuta la 38.esima edizione dell’incontro tradizionalmente promosso dalla Società operaia di mutuo soccorso "Onorato Zustovi" di Trieste e dalla Comunità degli Italiani "Giuseppina Martinuzzi" di Albona.

I Raduni hanno luogo di solito ogni due anni, ma il 39.esimo dovrebbe tenersi già l’anno prossimo. A confermarcelo al rientro dall’incontro triestino è stato Tullio Vorano, presidente della Giunta esecutiva della CI, nonché del Comitato albonese della "Dante Alighieri".

Nell’occasione potrebbe essere presentato pure il libro sulla Società operaia di mutuo soccorso "Onorato Zustovi". Fondata nel 1871 è rimasta attiva fino all’inizio della Grande guerra per poi riprendere brevemente l’attività nel 1919. Venne ricostituita verso la metà degli anni ‘50 a Trieste, su iniziativa dell’albonese Marco Macillis. Gli incontri degli albonesi si tengono a partire dal 1952. Il 37.esimo raduno è stato organizzato nel settembre del 2009 a Treviso. (tš)

602 - Il Piccolo 22/09/11 Inaugurato a Cittanova il nuovo asilo italiano

Inaugurato a Cittanova il nuovo asilo italiano

Lavori ultimati in soli tre mesi. Contributo di 100mila euro del governo di Roma Gli altri costi a carico del Comune che pagherà anche il personale impiegato

CITTANOVA Un anno fa l'inaugurazione della sede ristrutturata della Comunità degli italiani (era intervenuto anche il capo dello stato Ivo Josipovic), ora quella dell'edificio ampliato dell'asilo: l'italianità da queste parti ora poggia su basi veramente solide. La sua superficie è stata portata a 295 metri quadrati di spazi interni e a 126 mq esterni. I lavori sono stati eseguiti nell'arco di soli 3 mesi, come del resto previsto dal contratto. Parlando di costi, va detto che il governo italiano tramite l'Ui-UpT ha contribuito con 100.000 euro. Dalla stessa fonte sono arrivate i mezzi e le attrezzature didattiche e in futuro la fornitura di di riviste professionali e l'aggiornamento linguistico e didattico delle educatrici. Dal canto suo la municipalità si è impegnata a coprire i costi rimanenti,a sostenere le spese di manutenzione e quelle per gli stipendi del personale. L'asilo che dal lato amministrativo opera all'interno della Scuola elementare italiana, comprende una sezione italiana e una croata. Ben presto però potrebbe diventare autonomo, sul modello già adottato in altre località istriane. Alla cerimonia d'apertura, il direttore della scuola Luka Stojnic ha espresso un concetto molto bello: è facile pronunciare la parola "futuro", però è più difficile costruirlo. Hanno parlato inoltre il sindaco di Cittanova, il connazionale Anteo Milos. La nostra città ha detto, è rivolta al futuro anima e corpo visto che vogliamo fare bella figura nell'ambito del progetto Unicef "Città dei bambini". Hanno parlato inoltre i presidenti dell'Unione italiana Furio Radin e dell'Università popolare di Trieste Silvio Delbello. (p.r.)

603 - La Voce del Popolo 20/09/11 Per Sant'Eufemia esuli e rimasti insieme ai tradizionali «Appuntamenti rovignesi»

FRANCESCO ZULIANI ESPRIME GRATITUDINE ALLA COMUNITÀ DEGLI ITALIANI
Per Sant’Eufemia esuli e rimasti insieme ai tradizionali «Appuntamenti rovignesi»

ROVIGNO – A causa del primo maltempo di settembre l’annunciata serata dei tradizionali "Appuntamenti rovignesi" non si è tenuta all’Estivo della Comunità degli Italiani, bensì al Centro multimediale. Si tratta di una manifestazione molto sentita dai connazionali anche perchè coinvolge sempre pure gli esuli rovignesi, in primo luogo membri e attivisti della "Famia Ruvignisa". All’incontro erano presenti la vicepresidente della Regione Istriana, Viviana Benussi, il sindaco Giovanni Sponza, il suo vice, Marino Budicin, la vicepresidente del Consiglio municipale di Rovigno, Cinzia Russi Ivančić, il presidente della Comunità degli Italiani di Rovigno Gianclaudio Pellizzer, il presidente della "Famia Ruvignisa", Francesco Zuliani, tantissimi attivisti della CI e circa 180 esuli rovignesi ritornati a Rovigno in occasione della festività di Sant’Eufemia, patrona della città.

La serata è stata abilmente condotta dalla giovane Romina Curto, neoeletta vicepresidente del Consiglio cittadino della minoranza Italiana. Il ricco programma della serata è iniziato con l’esibizione dei midi cantanti della CI, diretti da Biba Benussi. Il giovanissimo e talentuoso Alessio Giuricin ha aperto la serata con "Li ven soûn par li Casàle", una delle canzoni tradizionali della minoranza italiana rovignese, che è stata subito accompagnata in coro da i tutti i "ruvigni∫i" presenti. A seguire, con la sua incantevole voce, Lorenza Anna Puhar ha eseguito "Rovigno bela" e quindi ha interpretato in duetto con Alessio, con l’accompagnamento del coro formato da Melissa Bobicchio, Elisabeth Dobrović, Rebecca Sponza e Laura Verdnik, la famosa canzone "Femo paze". Sul palco sono poi saliti Biba e Vlado Benussi, che insieme ai loro allievi hanno intonato le canzoni "El musseto" e "Santa Eufemia".

Dopo l’applaudita esibizione dei giovani cantanti rovignesi, l’attore e regista esule Tullio Svettini ha recitato "Risorgimentando: dai mille di Garibaldi a Trieste italiana" raccontando la storia dell’Unità d’Italia.

Il programma è proseguito con la Filodrammatica giovani" cheha presentato l’atto unico dialettale "Ah, i omi", su sceneggiatura di Nives Giuricin con interpreti lei stessa, Serena Santin Kocijančić, Edita Apollonio e Anna Fatorić.

Infine a esibirsi è stato il coro della Società artistico culturale "Marco Garbin", che per l’occasione ha presentato un ricco programma di canzoni tradizionali, da "Li ven soûn par li Casàle" e "Vignì sul mar, muriede", fino a "La cornacchia del Canadà", "In savate e capel de paia", per concludere con l’immancabile la "Viecia batana". E anche in questo caso il pubblico ha cantato in coro. Alla fine dello spettacolo sul palco sono saliti il presidente della Comunità degli italiani di Rovigno, Gianclaudio Pellizzer e il presidente della "Famia Ruvigni∫a" Francesco Zuliani, che hanno ringraziato tutti i convenuti alla serata. Nel suo intervento Pellizzer ha voluto ringraziare in particolare l’amministrazione civica per il supporto che offre alla CI per mantenere vivo il bilinguismo e per la tutela dell’identità culturale italiana.

"Siamo molto felici che tanti esuli rovignesi tornino ogni anno nella nostra e nella loro città in occasione di Sant’Eufemia – ha poi aggiunto Pellizzer –. Come lo storico incontro tra i presidenti Napolitano e Josipović e il concerto svoltosi di recente all’Arena di Pola, al cui successo hanno contribuito pure i cantanti della nostra SAC, pure incontri come quello di questa sera hanno una grande importanza per tutti noi perchè sono un’occasione per dialogare, collaborare e stare insieme"

Dopo aver voluto donare un omaggio floreale a Cinzia Russi Ivančić, a Biba Benussi e a Nives Giuricin, nel suo discorso d’occasione il presidente della "Famia Ruvignisa", Francesco Zuliani, che fu per otto anni anche professore di materie tecnico – scientifiche alla SMSI di Rovigno, ha sottolineato che per i membri dell’Associazione che egli rappresenta è sempre una grande emozione ritornare a Rovigno, incontrare gli amici d’infanzia e rivivere il clima culturale del passato. "Purtroppo nel dopoguerra noi esuli siamo finiti sparsi un po’ ovunque per l’Italia e in altri paesi del mondo - ha detto Zuliani -, e non siamo riusciti a mantenere vivo nè a trasmettere ai nostri discendenti il tessuto culturale che voi avete invece saputo custodire. Ve ne siamo profondamente grati. Al termine dei discorsi di circostanza, Gianclaudio Pellizzer ha donato a Zuliani un quadro raffigurante Sant’Eufemia realizzato dall’artista Predrag Gol. L’augurio di entrambi i presidenti e di tutti i presenti in sala è stato di reicontrarsi fra un anno.

Sandro Petruz

604 - Il Piccolo 14/09/11 Codarin: «Ora la Croazia ha rispetto per gli esuli»

Codarin: «Ora la Croazia ha rispetto per gli esuli»

Il presidente della Federazione a Pola ha parlato con il presidente Josipovic: «Zagabria riconosce che abbiamo diritto a sentirci radicati nelle terre cedute»

di Silvio Maranzana

TRIESTE «Ora non solo l’Italia, ma anche la Croazia e la Slovenia sono consapevoli che il genocidio a danno degli italiani messo in atto dalla Jugoslavia comunista non può aver giustificazione neppure in tutte le schifezze che il fascismo ha commesso in quelle terre o comunque nei confronti di sloveni e croati».

É quasi trionfalistico il bilancio che fa degli incontri tenutisi a Pola e del concerto svoltosi all’Arena, il presidente Renzo Codarin che ha guidato la Federazione degli esuli a colloquio con i due Capi di Stato: Ivo Josipovic e Giorgio Napolitano.

Presidente Codarin, allora una vecchia pagina chiusa o una nuova finalmente aperta?

Direi una porta sfondata, anche se ci sono voluti molti anni di lavoro anche da parte nostra per abbatterla. È già trascorso parecchio tempo da quando lo stesso Presidente Napolitano ha fatto dichiarazioni particolarmente forti sulle foibe e sull’esodo suscitando tra l’altro anche la reazione risentita dell’ex presidente croato Mesic. Ma già in quell’occasione abbiamo capito che gli esuli italiani in qualche modo erano riapparsi sulla faccia della storia.

Qual è stato l’elemento determinante per questo recupero forse insperato?

Sicuramente la Legge sul giorno del ricordo che ha avuto l’approvazione pressoché unanime da parte del Parlamento italiano. Fino ad allora Slovenia e Croazia potevano farsi forti anche delle divisioni che sull’argomento esistevano all’interno dello schieramento politico italiano. Oggi c’è una posizione concorde, su questo argomento Governo e Presidenza della Repubblica si trovano sulla medesima linea, il Ministero degli Esteri sta facendo un’azione decisa e costante

Cos’è cambiato allora?

Molte cose, anche nei libri di testo scolastici. Nelle scuole finalmente si parla pure di foibe e esodo, si fanno seminari e incontri. Ma soprattutto è cambiato il clima internazionale che rende più facili i rapporti con i nostri Stati vicini e che ci permetterà forse di giungere a una negoziazione sulle questioni tuttora irrisolte

Ma voi, in un prossimo ipotetico appuntamento solenne, sareste disposti a rendere omaggio anche alle vittime del lager che il fascismo insediò nell’isola di Arbe?

Certamente, noi non abbiamo nulla a che spartire con il fascismo. Il grande esodo da Pola con 28 mila italiani scappati, avvenne nel 1947 quando il fascismo era ben che caduto, migliaia di persone furono costrette a spostarsi dalla zona B addirittura dopo il 1954 quando l’Italia era da tempo una Repubblica democratica

Ma anche la base degli esuli coglie riscontri così positivi dai rapporti attuali tra gli Stati? Eppure l’Unione degli Istriani non vuole saperne di entrare sotto l’ombrello della Federazione

Sicuramente vi sono anche posizioni più estreme, persone che esprimono rabbia quando vedono che non si fanno passi avanti sulla questione dei beni, mentre si vedono in Istria case abbandonate che sarebbe stato meglio per tutti se fossero state restituire ai proprietari italiani

Su questo problema c’è l’ostacolo del trattato di Osimo che prevede che gli optanti vengano indennizzati dallo Stato italiano. Ma lo stesso vosto presidente Lucio Toth ha affermato che il trattato di Osimo deve essere superato. Condivide?

Il trattato di Osimo è stato firmato con uno Stato comunista che non aveva un concetto molto elevato della proprietà privata. Ora Croazia e Slovenia hanno compreso che dietro alle richieste di restituzione dei beni da parte italiana non ci sono rivendicazioni irredentistiche o politico-territoriali. Tra breve anche la Croazia sarà in Europa e finalmente tutti i confini spariranno. Il Trattato di Osimo non potrà aver spazio all’interno dell’Unione europea. In passato gli Stati erano padroni anche di fare trattati che non rispettavano i diritti dell’uomo, nell’immediato futuro non sarà più così. Il pronunciamento della Corte suprema di Zagabria che equipara gli stranieri ai croati è un primo passo su questa strada.

Cosa hanno detto i concerti di piazza dell’Unità d’Italia a Trieste e dell’Arena di Pola?

Hanno certificato in modo solenne che si ha il diritto di sentirsi radicati su un certo territorio anche se non fa più parte di uno Stato, che ormai non si può più nascondersi dietro i vecchi confini

A quando i prossimi appuntamenti decisivi?

Già a ottobre esponenti dei Governi italiano e croato avranno incontri per affrontare i problemi rimasti. Siamo fiduciosi per due motivi: Il Governo italiano sa ascoltare anche gli esuli e il presidente Josipovic ha dimostrato di avere rispetto per la storia.

605 - Il Piccolo 18/09/2011 Inchiesta - Le grandi proprietà sottratte agli italiani : La saga del Maraschino si combatterà in Europa

La saga del Maraschino si combatterà in Europa

Nel 1944 i partigiani di Tito decimarono la famiglia Luxardo e confiscarono i beni

L’erede Franco: «Chiederemo la restituzione quando Zagabria enterà nella Ue»

L’EPURAZIONE
INCHIESTA» LE GRANDI PROPRIETÀ SOTTRATTE AGLI ITALIANI

Almeno novecento italiani assassinati
Secondo alcune fonti sarebbero stati 180 gli italiani uccisi nel periodo immediatamente successivo all’occupazione jugoslava di Zara. Nicolò Luxardo era anche deputato alla Camera dei fasci e delle corporazioni, Pietro vicepresidente della provincia di Zara, ma non furono queste le motivazioni che indussero i partigiani a ucciderli. Scrive Diego de Castro: «Non interessava affatto ai titini se uno era o meno fascista, tant’è che a Trieste i peggiori torturatori usati dalla Rsi continuarono il loro mestiere agli ordini dell’Ozna e lo continuarono con tale ferocia che gli stessi jugoslavi dovettero farli sparire».


di Silvio Maranzana

TRIESTE

Nicolò e la moglie Bianca vennero uccisi a colpi di remi e annegati da un capo partigiano il 30 settembre 1944, pur dopo essere stati assolti da un Tribunale del popolo. Piero, che aveva rifiutato di fuggire, venne prelevato dai titini il 12 novembre dalla vecchia caserma austriaca dove era stato rinchiuso assieme ad altri italiani e di lui non si seppe più nulla. C’è una lunga scia di sangue con omicidi e nefandezze nel caso forse più clamoroso di beni confiscati agli italiani nell’ex Jugoslavia: quello che riguarda i Luxardo di Zara, la famiglia del maraschino da secoli famoso nel mondo trasferitasi nel dopoguerra a Torreglia in provincia di Padova.

«É una leggenda metropolitana - racconta Franco Luxardo, esponente della quinta generazione (ma oggi assieme a lui al timone dell’azienda c’è già la sesta) - il fatto che noi abbiamo fatto richiesta di restituzione ai Governi jugoslavo prima o croato poi. Le nostre istanze per beni abbandonati e danni di guerra sono state rivolte unicamente al Governo italiano. Con le varie leggi succedutesi abbiamo ricevuto in 50 anni all’incirca il 20% di quanto valevano le nostre proprietà del 1938. Non so se la recente sentenza della Corte costituzionale di Zagabria potrà aprire oltreconfine un nostro caso, temo che manchi ancora un accordo interstatale Croazia-Italia. Se adesso con l’entrate nell’Ue la Croazia cambierà leggi e regolamenti di attuazione potremmo valutare l’opportunità di avanzare richieste a Zagabria».

I Luxardo avevano a Zara la grande fabbrica del Barcagno costruita all’entrata del porto tra il 1911 e il 1914 che comprendeva, su tre piani, lo stabilimento vero e proprio, gli uffici e anche gli appartamenti dei proprietari, oltre a 5mila mq di capannoni industriali e un parco. Poi alcune proprietà immobiliari in viale Malta (zona Cereria), terreni coltivati a marasche poco oltre confine a Smilcic e Islam Latinski, capannoni e terreni nel villaggio di San Filippo e Giacomo dove dagli anni Venti esisteva una produzione per il Regno di Jugoslavia.

«Ma una proprietà importantissima - aggiunge Franco - erano gli elenchi della clientela italiana ed estera che permisero ai nuovi proprietari tra il 1946 e il 1949 di tentare di raggiungerla fingendosi la famiglia Luxardo o i loro eredi ufficiali. La nuova azienda Maraska fu così per 30 anni oggetto di numerose azioni legali per usurpazione di marchi da parte di mio padre Giorgio e mio cugino Nicolò in Italia, Svizzera, Germania, Usa: risultammo ovunque vincenti».

I componenti della famiglia Luxardo che non erano scappati furono dunque eliminati. «Disponiamo di una sentenza del Tribunale del popolo di Zara del novembre 1945 - riferisce ancora Franco Luxardo - con cui mio zio Nicolò venne condannato a morte e mio padre Giorgio a 10 anni di carcere duro con la confisca di tutti i loro beni. Fatto sta che Nicolò assieme alla moglie Bianca era stato ucciso già un anno prima e gli altri proprietari tra cui Pietro, non vengono nemmeno nominati. È evidente che il processo venne fatto al solo scopo di confiscare tutti i beni della famiglia».

La più antica ricetta del "rosolio maraschino" risale al XVI secolo e la si deve ai farmacisti di un monastero domenicano di Zara. La prima produzione industriale viene avviata già nel 1759 da Francesco Drioli. Agli inizi dell’Ottocento viene nominato console del Regno di Sardegna a Zara, capoluogo della Dalmazia austriaca, il ligure Girolamo Luxardo. Sua moglie, Maria Canevari si dedica a produrre liquori in casa di tale qualità che richiamano l’attenzione di amici ed estimatori. Girolamo sfrutta questa iniziativa familiare fondando nel 1821 una fabbrica per la produzione del maraschino e dopo otto anni di studi e perfezionamenti ottiene dall’Imperatore d’Austria il privilegio dell’esclusiva per 15 anni di tale tipo di liquore. Nel 1913 grazie all’impulso di Michelangelo Luxardo viene costruito il modernissimo stabilimento del Barcagno, una delle più grandi fabbriche dell’Impero austro-ungarico.
Nella seconda metà del Novecento con Vittorio Salghetti Drioli si chiude definitivamente a Mira la storia bicenteneria della Drioli. Gli eredi Vlahov, propietari di un’altra distilleria zaratina, cedono la ditta alle distillerie Casoni di Modena. A Zara nello stabilimento Luxardo ricostruito dopo i bombardamenti i croati costituiscono la Maraska company Zadar, la più importante azienda liquoristica del Paese.
La Luxardo, azienda leader nel settore liquori e pasticceria, è oggi più viva che mai a Torreglia di Padova: proprietaria di 20 mila piante di ciliegie marasche, nel 2010 ha esportato i propri prodotti in 70 nazioni.

606 –La Voce del Popolo 13/09/11 D'Annunzio e l'impresa di Fiume, ricordata a Ronchi una pagina di storia

RICORDATA A RONCHI UNA PAGINA DI STORIA
D’Annunzio e l’impresa di Fiume

RONCHI DEI LEGIONARI – Omaggio ieri a Ronchi dei Legionari ad una pagina di storia regionale. Dopo la Conferenza di Pace di Parigi, in Italia come negli altri Paesi europei, si svilupparono potenti associazioni di ex combattenti che volevano avere una voce in capitolo nel nuovo disegno politico della nazione. Gabriele D’Annunzio, poeta ed eroico combattente nella Grande Guerra, notissimo in Italia per i suoi voli aerei su Vienna e Trieste, nonché per la cosiddetta "Beffa di Buccari", si pose alla testa di un movimento di opinione che, in nome della "Vittoria mutilata", contestava l’eccessiva arrendevolezza del governo italiano ai tavoli della pace.

La posizione di Fiume preoccupava il poeta abruzzese, che già nel maggio del 1919 aveva assunto una chiara e pubblica posizione di protesta. Parallelamente a D’Annunzio, si mossero anche alcuni giovani ufficiali dei granatieri che erano stati ritirati da Fiume. Tra di loro si distinsero i famosi "Sette giurati di Ronchi", che prima di partire giurarono di ritornare a Fiume per salvarla all’Italia.

In questo clima di passioni politiche e di incertezze D’Annunzio decise con un migliaio di soldati di occupare Fiume. Nella notte tra l’11 e il 12 settembre 1919 Gabriele D’Annunzio e i suoi uomini partirono da Ronchi per dar vita a quella che la storia ricorda come l’Impresa di Fiume.

A ricordarla ieri, davanti al monumento eretto in loro onore a Ronchi del Legionari, una folla di persone, convenute da Trieste, da Monfalcone, Udine e Gorizia, fiumani e non che hanno risposto all’invito della presidente della Sezione fiumana della Lega Nazionale di Trieste, Elda Sorci, affiancata, durante il suo discorso, dal sindaco del Libero Comune di Fiume, Guido Brazzoduro, e da numerose personalità e rappresentanti d’arma che hanno esposto i propri labari e bandiere.

Elda Sorci ha voluto sottolineare come proprio in questo luogo, il cav. Aldo Secco, figlio di legionario fiumano, pronunciò il suo ultimo discorso ufficiale. Scomparso poco tempo dopo, l’ha seguito un altro fiumano, Maroth, anch’egli figlio di legionario: alla cerimonia erano presenti la vedova e il figlio.

Lunga la lista delle persone ricordate da Elda Sorci, che ha voluto leggere anche il saluto inviato dal sindaco di Monfalcone, Silvia Altran. Assente per impegni in altra Regione italiana, il sindaco ha voluto significare la partecipazione ad un avvenimento strettamente legato alla storia di Ronchi e del territorio. Un gruppo di cultori delle Patrie memorie a Monfalcone, guidato dal consigliere regionale Adriano Ritossa, intende realizzare una mostra permanente che ricordi i fatti storici ed i personaggi che ne furono protagonisti.

Che cosa è successo il 12 settembre: partiti da Ronchi i legionari con Gabriele D’Annunzio si trovarono allo sbarramento di Cantrida, dove il generale Pittaluga tentò di farlo desistere dall’azione, ma il poeta soldato decise di continuare la marcia e arrivò a Fiume verso le 12.30, accolto con tutti gli onori militari e da una festosa folla.

Gabriele D’Annunzio giungeva in una città che lo accoglieva favorevolmente, ma dove si stava dibattendo animosamente il problema del rinnovo del Consiglio municipale, che avrebbe sostituito quello nazionale, e dove aveva preso piede l’alternativa politica legata all’idea dello Stato Libero propugnata da Riccardo Zanella, a sua volta sostenuto più o meno segretamente da Giovanni Giolitti.

L’Impresa di Ronchi se da una parte rappresentava un nobile gesto di difesa degli italiani di Fiume, dall’altra veniva vista con sospetto e addirittura considerata un’audace espressione del fermento rivoluzionario nazional-fascista, capeggiato da Benito Mussolini, che si andava propagando in tutta l’Italia.

Il primo atto pubblico che D’Annunzio fece appena giunto in città, fu quello di recarsi nel pomeriggio al Palazzo del Governatore e, quindi, affacciarsi dal balcone principale per salutare la folla convenuta e chiederle la conferma del famoso proclama di annessione del 30 ottobre 1918. (rtg)

607 - Il Piccolo 24/09/11 Daila, il monastero resta ai croati, il Tribunale di Buie ha invalidato l’accordo tra Benedettini e Chiesa istriana sulla proprietà del bene

Daila, il monastero resta ai croati

Il Tribunale di Buie ha invalidato l’accordo tra Benedettini e Chiesa istriana sulla proprietà del bene

POLA Si ritorna a parlare della vicenda di Daila che vede su fronti opposti i Frati Benedettini di Praglia in Provincia di Padova intenzionati a ritornare in possesso della tenuta dalla quale furono brutalmente cacciati nel 1948, e le autorità croate che invece non vogliono assolutamente mollare l'immobile sul mare, il cui valore viene stimato sui 100 milioni di euro.

Ieri il Glas Istre ha pubblicato la notizia non ancora ufficiale, secondo cui il Tribunale comunale di Buie avrebbe respinto la richiesta di intavolazione della tenuta, ai monaci italiani. Richiesta derivante dall'accordo tra i Benedettini e la Diocesi istriana, stilato dalla commissione cardinalizia di 3 membri tra i quali il primate della chiesa croata, cardinale Josip Bozanic.

In base al documento che in pratica sanciva precedenti accordi tra le parti, circa il 50 percento della tenuta, dovrebbe venir restituita ai ai Benedettini. Secondo indiscrezioni trapelate dai corridoi del tribunale, il giudice avrebbe individuato un vizio di forma. Per la precisione non sarebbe stata ritenuta valida la firma apposta il 13 luglio scorso dal vescovo spagnolo Norberto Villa, appositamente incaricato dal Papa visto il rifiuto a firmare da parte del vescovo istriano Ivan Milovan, temporaneamente sospeso dall'incarico causa la sua disobbedienza.

Stando alle stesse fonti, il vescovo Villa non avrebbe presentato un'autorizzazione ufficialmente valida a firmare per conto della Diocesi istriana. Pertanto il tribunale avrebbe richiesto un'autorizzazione aggiuntiva che il Vaticano non avrebbe inviato. Per mantenere la precedenza nel procedimento di intavolazione i Frati Benedettini ora devono inoltrare ricorso al Tribunale regionale di Pola. Nel caso di bocciatura del ricorso, perderanno il diritto di precedenza. Ciò significa che dovranno mettersi in fila e attendere che il Tribunale deliberi in merito alla richiesta dello Stato croato di nazionalizzare la tenuta per la seconda volta. Ci riferiamo al decreto emanato il 9 agosto scorso dal Ministro della giustizia Drazen Bosnjakovic secondo cui gli immobili contesi ritornano nelle mani dello Stato. Quest'ultimo rivendica la proprietà spiegando che i Frati Benedettini non hanno più cosa cercare a Daila in quanto risarciti nell'ambito degli Accordi di Osimo.

La vicenda lo ricordiamo ha provocato una grossa spaccatura all'interno della chiesa croata. Praticamente il vertice con in testa il cardinale Josip Bozanic che nel contenzioso è in linea con le posizioni del Vaticano e perciò favorevole alla restituzione della tenuta ai monaci italiani, è rimasto isolato dalla base, più specificatamente dal clero istriano che si è arroccato invece su posizioni nazionaliste.

Stando alla valutazione di alcuni esperti, la tormentata vicenda nella quale sono coinvolte anche altre parti, tra cui gli acquirenti dei terreni di Daila che la Diocesi istriana ha nel frattempo venduto a destra e a manca, andrà avanti per altri 2-3 anni.

A proposito del nazionalismo dei parroci istriani, sono in molti a chiedersi perché nessuno interviene per fermare l'offesa e l'umiliazione dei fedeli di nazionalità italiana che, come avvenuto a Torre, si vedono continuamente ridurre le funzioni nella loro lingua madre. (p.r.)

608 - La Nuova Voce Giuliana 01/09/11 Qualcuno ha perso il pelo ma non il vizio

La cronaca quotidiana è imprevedibile. Alcuni fatti sono effìmeri e durano l'arco di una giornata, altri invece lasciano dietro di sé uno strascico di commenti e di giudizi che incidono nell'equilibrio della vita nel consorzio cittadino.
Oltre ad argomenti più importanti di ordine economico-finanziario, che avremmo modo di commentare successivamente, così come i mass-media dedicano gran parte del loro impegno e zelo perché riguarda tutti i cittadini della Nazione di ogni ceto sociale cui essi appartengono, agosto è stato attento perché ci ha fornito in cronaca un argomento che ha stigmatizzato la nostra sensibilità e provocato iI nostro atteggiamento di italiani e di istriani.
Certamente la cronaca cittadina non ne ha dato molto seguito, ed ha fatto bene, ma non si può minimamente sottacere, per il buon vivere, ad una provocazione così spudoratamente coraggiosa avvenuta ai piedi del Municipio, in piazza dell'Unità d'Italia, dove è il cuore palpitante di una cittadinanza vivace, sensibile ed intelligente.

Le nozze "titine" celebrate a metà luglio scorso con tanto di performance in piazza Unità a Trieste con bandiera della defunta Jugoslavia di Tito e il tricolore italiano con la stella rossa al centro hanno suscitato imbarazzo, tutt'al più questa minima cronaca avrebbe potuto divertire se preparata sotto le finestre di qualche caseggiato nel profondo Carso sloveno dove sopravvive ancora una radicata nostalgia di un regime titino morto e sepolto con tutto il suo odio.
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La carta si lascia scrivere, ma il quotidiano locale riporta la foto con il relativo commento nonché la fortuita presenza del Sindaco (almeno me lo auguro!) che dovrebbe, a detta dello stesso, essere il sindaco di tutta la città e di voler eliminare gli steccati ideologici e nazionalistici; allora, almeno una precisione ci dovrebbe stare!

Di stelle rosse ne abbiamo avuto abbastanza ed hanno lasciato un segno profondo ed anche doloroso nelle popolazioni di queste terre: in Istria, Fiume e Dalmazia e, purtroppo, anche nella stessa Trieste, il confine orientale è largamente segnato da quel passaggio del dopoguerra che ha lasciato dietro di sé resti mortali nell'ipogeo carsico e cicatrici indelebili di una ventata di odio verso tutto ciò che era connotato di italiano.

Non vorremmo mica scardinare per la seconda volta, dopo Capodistria, il monumento a Nazario Sauro, posto di fronte alla Stazione Marittima, che, rivolto verso la città, testifica con il suo estremo sacrificio l'italianità dell'Istria e di Trieste, per poi rimpiazzarlo, malauguratamente, con altro simbolo di triste memoria?
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Mi astengo dal fare altre considerazioni, ma non voglio neppure mettere la testa sotto la sabbia per nascondere l'indignazione per un gesto dissacrante e provocatorio avvenuto dinnanzi un palazzo istituzionale, simbolo dei più bei sentimenti di amor patrio di tutta la triestinità passata e presente.

Tra gli altri, un deputato leghista ha espresso la propria contrarietà dicendo che tutto il Centrosinistra ha portato avanti la campagna elettorale a sostegno del neosindaco che si è impegnato e voler unire e non dividere tutte le componenti ideologiche della città, mentre ora abbiamo assistito ad un episodio di partigianeria "folkloristica" sotto il Comune di Trieste che equivale (Marini) a sventolare la bandiera con la svastica davanti alla Risiera di San Sabba.

Al ritorno in servizio, dopo la pausa agostana, non si vuole appesantire il clima, già caldo in queste giornate afose, ma si vuole far, umilmente, presente al Sindaco (e ne abbiamo la netta sensazione) che non tutti i suoi collaboratori hanno giurato, in cuor loro, fedeltà allo Stato italiano e che, anche se caldeggiamo l'Unità Europea, dai balconi dei nostri palazzi sventola sempre il tricolore.
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I chiarimenti in proposito ci sono stati, anche pubblicamente, e, come diceva un autorevole giornalista che non c'è più "se si innesta la polemica, dai la stessa notizia due volte".
Non intendo, quindi, fomentare un benché minimo indice polemico, anzi, se le osservazioni vengono lette con animo sereno, non possono non venir intese come un mero fatto di piccola cronaca cittadina ideato ed ambientato con somma faciloneria che avrebbe potuto far pensare, nella collettività, a fraintendimenti di rigurgito propri di un periodo da gettare nel dimenticatoio per non infiammare nessun senso nostalgico, di qualsiasi parte, proprio in un momento di fibrillazione economica ed occupazionale, estesa in tutta l'Europa ed oltre, e in un momento anche quando la nuova Amministrazione cittadina dovrebbe spendere le sue migliori energie per promuovere la ripresa del lavoro, l'utilizzo della portualità turistica e commerciale, la ridistribuzione, possibilmente equa, di tutte le risorse che derivano dalla capacità, dall'impegno di tutti, dalla fatica quotidiana che ciascuno di noi siamo tenuti a profondere per il bene della nostra intera cittadinanza.

Sergio Tomasi

609 - Il Piccolo 11/09/11 La battaglia dei de Dominis per Arbe paradiso perduto

La battaglia dei de Dominis per Arbe paradiso perduto

Nel 1943 la fuga di Ivan e Betsi sotto l’incalzare dei partigiani di Tito

L’erede Elisabetta: «Vane le richieste per riavere i due palazzi e i
terreni»

LE PROPRIETA'
INCHIESTA - LE GRANDI PROPRIETA’ CONFISCATE AGLI ITALIANI
E la casa di Zagabria è facoltà di ateneo
Già nel 1927 erano solo 100 gli italiani

La famiglia de Dominis d’inverno non viveva ad Arbe, ma in una grande casa di Zagabria dietro al Sabor, in origine un convento acquistato da un avo, il "bano" Vakanovic. Nel 1997 gli eredi hanno fatto richiesta per rientrare inpossesso anche di questa proprietà. Nel frattempo però il governo croato ha modificato la legge di successione che permette ora di ereditare solo in linea diretta e dal momento che l’ultima proprietaria è stata la sorella della nonna di Elisabetta sembra che anche in questo caso ora non vi sia nulla da fare.

di Silvio Maranzana

TRIESTE Sono le cinque di pomeriggio del 7 settembre 1943.
Nell’isola dalmata di Arbe, Betsi de Dominis sul tavolo del giardino sta facendo un solitario con le carte, ma s’interrompe, agita il campanellino d’argento e chiede alla cameriera di servirle il tè. Quel tè però sul tavolo non arriverà mai. Betsi risponde al telefono e poi corre dal marito urlando in croato: «Ajme meni, Ivan. Mia sorella dice che domani sbarcheranno i partigiani di Tito e ci uccideranno tutti». Ivan chiama il fittavolo Franjo Pende e gli firma una procura per gestire i terreni e i palazzi fino al suo ritorno. Ma Ivan e Betsi ad Arbe non ci torneranno mai più e i Frangipane de Dominis, la più antica e storicamente conosciuta famiglia della Dalmazia
settentrionale con estesi possedimenti nel Quarnero fin dall’undicesimo secolo, ad Arbe non avranno più possesso nemmeno di una pietra. É il 1997 quando il figlio della coppia, Dragomir de Dominis fa richiesta in Croazia per rientrare in possesso delle ultime proprietà di famiglia: due palazzi trecenteschi e numerosi terreni. Da due anni la vicenda è seguita dalla figlia di Dragomir, Elisabetta, giornalista triestina residente a Gorizia. «Nonostante i beni immobili fossero iscritti nel catasto tavolare e inalienabili - racconta Elisabetta - gli avvocati mi hanno riferito che dopo la guerra con la Serbia, negli anni Novanta, l’amministrazione comunale li abbia venduti. Prima erano stati in parte confiscati, in parte nazionalizzati e completamente saccheggiati. Ad Arbe (in croato Rab) l’Ufficio della confisca della città sta procrastinando da 14 anni tutte le sentenze sulle nostre richieste di restituzione». Il caso dei de Dominis è forse uno di quelli che potrebbe ora trovare soluzione alla luce della recente sentenza della Corte suprema di Zagabria che si è espressa sulla liceità della restituzione di una palazzina di Zagabria confiscata dal regime di Tito a una croata oggi cittadina brasiliana. Possibilità da cui rimangono esclusi i cosiddetti "optanti" che dovrebbero essere invece indennizzati dallo Stato italiano in base a quanto previsto dai trattati bilaterali. «I miei non hanno optato - riferisce Elisabetta de Dominis - perché si sono ritrovati per cause di forza maggiore in Italia prima che Tito desse loro la possibilità di optare». In quel settembre 1943 Ivan e Betsi de Dominis giungono a Fiume e lì apprendono che ad Arbe alcuni italiani sono stati impiccati in piazza, decine di benestanti gettati in mare con una pietra al collo, le case e le chiese saccheggiate e sfregiate. Ivan è stato dichiarato "nemico del popolo". Così decidono di andare a Venezia. È il dicembre 2010 quando Elisabetta giunge faccia a faccia con il Presidente croato Josipovic. Dei due palazzi de Dominis, uno è oggi l’Albergo Astoria, l’altro durante il regime di Tito è stato venduto agli affittuari per una cifra ridicola. Josipovic appare possibilista nella ricerca di una soluzione finché non gli viene riferito che nel secondo palazzo oggi abita una nota cantante lirica croata, Dunja Veizovic. Tutto si blocca di nuovo e l’esilio dei de Dominis prosegue.

_ _ _

Arbe entra stabilmente sotto il dominio veneziano nel 1409 e vi rimane fino al 1815 allorché dopo una breve parentesi napoleonica entra a far parte dell’Impero austriaco. Nel 1920 viene occupata da d’Annunzio e l’anno dopo arrivano anche le truppe italiane, ma sempre nel 1921 l’isola viene annessa al Regno dei serbi, croati e sloveni che diverrà poi Regno di Jugoslavia. Subito comincia l’evacuazione degli italiani e già nel 1927 gli italiani rimasti sono soltanto cento. Nel 1941 l’Italia fascista e la Germania nazista invadono la Jugoslavia. Il dittatore ustascia Ante Pavelic offre a Ivan de Dominis la corona di Croazia. «Ma mio nonno che era uomosaggio e antifascista, oltre che genero di un ebreo che il regime aveva spogliato di tutto - racconta Elisabetta - rifiutò». Comincia il periodo più buio nella storia dell’isola. A Campora è allestito un campo di concentramento che raccoglie slavi ed ebrei rastrellati nella zona d’occupazione italiana. In otto mesi i fascisti vi rinchiudono 6.500 persone di cui oltre mille muoiono per la fame e il freddo. «Il giorno della fuga
mio nonno corse al campo di concentramento dove erano stati internati anche alcuni ebrei suoi vicini di casa a Zagabria - racconta ancora la nipote – e diede loro 13 mila delle 28 mila lire che aveva». Nel 1945 l’Esercito jugoslavo occupa l’isola e scattano le rappresaglie comuniste. Le tragedie nella zona non sono affatto concluse. È in una vicinissima isoletta disabitata, Goli Otok che Tito invia i suoi oppositori: 30 mila persone delle quali oltre 4 mila muoiono per torture o sfinimento.

(1-segue)

 

610 - La Voce in più Dalmazia 10/09/11 Ventennale della comunità italiana - Italiani a Zara sotto le bombe: prima l'esodo, poi la rinascita

Italiani a Zara sotto le bombe: prima l’esodo, poi la rinascita

Ventennale della Comunità


I bombardamenti alleati, che trasformarono la città in un cumulo di macerie – tanto da meritarsi l’infausto appellativo di "Dresda dell’Adriatico" –, nonché l’incalzare delle truppe partigiane jugoslave di Tito, indussero la stragrande maggioranza degli italiani zaratini ad abbandonare le proprie case e intraprendere la dolorosa via dell’esodo.

Rimasero pochi connazionali, una minima parte della popolazione, che si trovò a essere testimone dell’instaurazione
del potere jugoslavo, di una lunga scia di violenze ed abusi tali da spingerli a mantenere e curare la propria lingua e cultura quasi nella clandestinità.

Vent’anni fa, sullo sfondo di uno scenario analogo – anche se non altrettanto drammatico e devastante, ma pur
sempre di natura bellica –, con i palazzi e i monumenti "ingabbiati" per proteggerli dai proiettili di un’altra armata nemica (un tempo invece professata e venerata come "amica"), le granate che piovevano sul centro, i continui allarmi, la corrente elettrica che mancava quotidianamente, i rubinetti dell’acqua periodicamente vuoti, le
calli deserte, le frotte di profughi che se ne andavano per raggiungere lidi più sicuri – sulle sponde del Quarnero e dell’Istria, come oltremare –, un’italianità rimasta sopita per oltre quarant’anni risorgeva, come dalle catacombe, cercando di riconquistare quel ruolo che, storicamente, aveva sempre ricoperto nella città del maraschino.

Si risollevava dalle macerie, come l’Araba Fenice, fiduciosa, sulla spinta della ventata di democrazia e dalla speranza in un futuro migliore che si era diffusa dopo la fine di un regime totalitario (nonostante il "volto umano" del socialismo di Tito) e della federazione jugoslava.

Si trattava, di una straordinaria prova di coraggio, una dimostrazione di vitalità della, seppure sparuta, presenza italiana in Dalmazia.
Un gruppo che, per decenni, si era visto costretto a confrontarsi con una realtà ostile, con una posizione di marginalità e isolamento rispetto al resto della Comunità nazionale italiana. Con il rischio di estinguersi, considerata la chiusura di tutte le istituzioni (leggi scuole) italiane, avvenuta nel 1953, la cancellazione di ogni traccia pubblica di italianità, l’esodo, con la conseguente trasformazione della vita sociale e la forte assimilazione, quasi totale, della
popolazione autoctona.

Nel 1910 gli italiani costituivano oltre il 30 per cento della popolazione di Zara (circa 11.550 su quasi 36.600 abitanti); nel 1921, con il concorso dei cosiddetti regnicoli erano arrivati al 65 p.c. (su 12.283 connazionali, gli autoctoni erano in tutto 8.335); nel 1948 ne furono censiti 2.044 (scendendo al 14,6 p.c. delle
"anime" zaratine), nel 1953 poco meno della metà, 1.223 (il 6,46 p.c.). Il "cammino" successivo seguirà, vertiginosamente, un percorso verso il vuoto: 62 italiani dichiarati nel 1961 (su una massa di 25.243 persone, lo 0,25 p.c.), 45 nel 1971 (su 43.087, lo 0,1 p.c.), per toccare il minimo storico nel 1981 – annus horribilis un po’ per tutta
la CNI – con 35 connazionali su ormai 60.371 abitanti (ossia lo 0,05 p.c.).

Poi, nel 1991, la lenta risalita: il censimento di vent’anni fa dava gli italiani di Zara a quota 76 (lo 0,09 p.c.). In un decenniocresceranno di qualche unità, e nel 2001 arriveranno a 89 (lo 0,12 p.c.). Ancor sempre pochi, ma ai quali vanno aggiunti tutti gli zaratini che, pur non dichiarandosi espressamente di nazionalità italiana, sono di madrelingua italiana e si riconoscono nella cultura e nella civiltà italiane.

In questo clima di rinascita, che pur si inseriva in un contesto travagliato (non solo per la guerra nell’ex Jugoslavia, ma anche perché la stessa minoranza italiana si vedeva costretta a combattere le sue battaglie politiche per mantenere diritti che aveva precedentmente acquisito), un gruppo di entusiasti guidati da Bruno Duca e Giorgio Pinto (che insieme con Nadia Cavenago Morović, Alida Duka e Šenol Selimović, faranno parte della prima giunta
esecutiva del sodalizio), promuoveva la fondazione della prima istituzione italiana, dopo quarant’anni di "inesistenza". Era il 1991. A dire il vero, due anni prima era giunta all’allora Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume una specie di iniziativa "anonima" (senza firma né recapito) con cui un "gruppo di Arbanasi" chiedeva aiuto.
La Comunità degli Italiani di Zara nascerà ufficialmente il 23 dicembre del ’91, data in cui verrà rilasciato il documento ufficiale che ne decretava la costituzione.

Primo presidente dell’associazione sarà Bruno Duca (seguito da Libero Grubissich, Silvio Duiella e, oggi, Rina Villani) che in Borgo Èrizzo, al pianoterra della sua abitazione fisserà la sede provvisoria della CI. Seguirà un cammino – spesso in erta salita – verso la conquista di una serie di obiettivi:
uno spazio adeguato nel centro storico (Palazzo Fozza, andato a fuoco nel luglio del 1994, poi ristrutturato), una biblioteca, eventi culturali, l’ampliamento di soci e habituè, corsi di italiano, l’introduzione della lingua di Dante nelle scuole croate, un asilo italiano...


Con lo strenuo appoggio dell’Unione Italiana e l’indefesso sostegno degli esuli, oggi gli italiani di Zara possono dire di aver raggiunto, o comunque di essere in procinto di conquistare, buona parte dei traguardi che si erano posti in quel lontano 1991.

Auguri

611 – La Voce del Popolo 20/09/11 Cultura - Zara nel cuore del prof. Alessandro Bigarelli

INTERESSANTE CONFERENZA ALLA COMUNITÀ DEGLI ITALIANI
Zara nel cuore del prof. Alessandro Bigarelli

ZARA – È l’alba di un giorno del settembre 2006. Le prime luci del mattino fanno presagire che la giornata regalerà ancora un caldo avvolgente ed intenso. Un uomo sta sul ponte del traghetto di linea Ancona-Zara e guarda davanti a sé. Circondato da mille isole – Zara è "una terra di tante terre, una terra di mille terre", recita il testo della canzone dedicata a Zara – non sa dove appoggiare lo sguardo. I colori prendono sostanza diffondendosi tra mille sfumature di verde e blu, poi si delinea la forma della terra. Già ma quale terra? Isola? Penisola? Semplice lingua di terra sospesa e leggera, ribelle e fiera come fu la gente zaratina che seppe difendersi orgogliosamente dall’assedio dei turchi. È ancora la canzone a ricordarcelo. Eccola laggiù la penisola con la città storica, eccola Zara, e solo in quel momento l’uomo realizza il desiderio mai espresso, mai pronunciato: "A Zara".
Quel signore alto, longilineo, è il professor Alessandro Bigarelli, modenese come il compianto maestro Pavarotti. Bigarelli giunge a Zara inviato dal Ministero degli Affari Esteri come lettore di lingua e cultura Italiana presso l’Ateneo della città. Non è solo un docente, un insegnante di italiano e tedesco, non è solo un ricercatore che di tanto in tanto pubblica suoi saggi; Bigarelli è anche e soprattutto un autore di testi, un compositore di canzoni. Per lui è stato naturale perciò dedicare alla città di Zara un omaggio musicale, un intenso atto d’amore. La canzone "A Zara" è dunque il leitmotiv della conferenza che il prof. Bigarelli ha tenuto alla Comunità degli Italiani di Zara. Un evento alquanto ricco di sorprese, che ha visto il prof. Bigarelli spaziare tra cronaca e storia, tra letteratura e diritto canonico. Testo e musica di "A Zara" sono dunque gli elementi ispiratori della conferenza durante la quale il relatore ha accompagnato tutti gli ospiti presenti attraverso itinerari di arte e scienza, di fantasia e perizia artigianale, viaggiando con loro viaggi immaginari e reali che vedono come protagonisti "illustri" e talvolta famosi personaggi modenesi. Non sveleremo qui in questa sede se sia proprio vero che tali personaggi storici nati o vissuti a Modena siano effettivamente mai stati a Zara, ma un fatto è certo. Con la loro opera, col loro ingegno hanno contribuito a tracciare un legame significativo tra la città emiliana di Modena e quella dalmata di Zara.
Sulla base di lunghe ricerche il prof. Bigarelli ha parlato perciò della famiglia dei principi di Montecuccoli, grandi generali e condottieri anche in terra di Dalmazia; ha parlato del cardinale Ercole Rangone, del geografo e cartografo alla corte degli estensi di Modena Giacomo Cantelli, e infine, della famiglia Vlahov di Sebenico, produttrice di liquori. "A Zara" è dunque un viaggio canoro, colto e semicolto, che rende omaggio a una città "che ti sorprenderà".
Il prof. Alessandro Bigarelli ha accompagnato il pubblico attraverso itinerari di arte e scienza, di fantasia e perizia artigianale, viaggi immaginari e non, che hanno portato "illustri" modenesi nella città dalmata. Ma dalle sue parole è trapelato anche il suo grande amore verso la città dalmata per la quale ha composto e dedicato la canzone "A Zara". E sono stati proprio il testo e la musica di questa canzone a creare la magia dell’evento.

612 - Avvenire 23/09/11 Lettere - Grazie per il servizio sugli esuli di Pola
(Lino Vivoda)

Grazie per il servizio sugli esuli di Pola

Caro direttore, di ritorno dall’Istria ho potuto leggere il bellissimo servizio di Lucia Bellaspiga che il 12 AGOSTO Avvenire ha dedicato al primo raduno a Pola degli esuli polesani, che ha coronato gli sforzi di tanti di noi in questi anni per giungere a questo risultato di ricomposizione degli esuli rimasti. Peccato non si sia potuto fare un analogo servizio sul "Concerto dei due presidenti", Napolitano e Josipovic nell’Arena di Pola il 3 settembre, dove noi esuli abbiamo ricantato il "Va’ pensiero" dopo 65 anni da quella grande manifestazione di italianità del 15 Agosto 1946, cui seguì purtroppo, tre giorni dopo, l’orrenda strage organizzata dall’OZNA a Vergarolla il 18 Agosto, causando la morte di un centinaio di persone, tra le quali mio fratello Sergio, di 8 anni con i due "santoli", i coniugi Toniolo. Assieme a noi esuli hanno cantato, con i 200 coristi delle comunità Italiane in Istria, i soci dei 52 circoli italiani da Capodistria al Montenegro che, con i croati di Pola hanno riempito con oltre 6000 persone l’Arena.

Una bella manifestazione di amicizia che dovrebbe porre fine alle diatribe di un passato ormai storia.

Lino Vivoda

esule di Pola dal 1947 col "Toscana"

613 – Il Piccolo 21/09/11 L'Itinerario di Paolo Rumiz (1) A piedi da Trieste a Promontore attraversando l’Istria

A piedi da Trieste a Promontore attraversando l’Istria

REPORTAGE DI PAOLO RUMIZ - 1


Prima tappa di un viaggio che parte da via Carducci e punta all’estremità sud della penisola croata tra panorami mozzafiato
«Locanda con alloggio sullo stradone, di fronte alla cappelletta di Santa Maria del Soccorso. Dormirò qui. Una donna mi offre un grappolo appena colto»
«L’idea fermenta per per mesi, talvolta per anni. Poi la decisione si prende un due ore. Allora è tempo di andare. Mezzagiornata per fare il sacco e via. Frutta secca e due borracce»

TRA SENTIERI E CARRERECCE Paolo Rumiz, giornalista e scrittore, ha compiuto il suo viaggio dal 9 al 16 settembre, attraversando l'Istria a piedi e facendo tappa a Gracisce, Montona, Tignan sulla Draga, Debeljuhi di Canfanaro, Valle, Fasana e Promontore. L'itinerario è stato "inventato" sul momento attraverso una combinazione di sentieri, carrerecce e strade asfaltate minori, mantenendo il più possibile la direzione Sud in direzione di Capo Promontore, meta finale del trasferimento. Nel bagaglio due borracce, frutta secca, un computer, carte istriane al 30 mila, un cappello kaki tipo legione straniera, medicinali e un minimo di ricambi.


di PAOLO RUMIZ

Partire. Fare l'Istria a piedi. La bisettrice del Triangolo, un tiro di schioppo da Trieste a Promontore. Prendere le misure di questo pezzo di mondo a estate finita, con la malinconia e l'odore di uva nell'aria. E il lusso di un tuffo laggiù, dopo chilometri di sudore. In fondo ai faraglioni, Sud perfetto, verso il faro di Porer. L'idea fermenta per mesi, talvolta anni. Poi la decisione si prende in due ore. Capita che il tempo ci sia, una finestra che non si ripresenterà più. Capita che il tempo sia buono e che, in aggiunta, il corpo dia segnali di insubordinazione. Perdita delle chiavi di casa, insonnia, voglia di bastonare un tizio solo per come cammina. Allora è tempo di andare. Niente più alibi. Mezza giornata per fare il sacco e via. Il materiale buttato sul letto, sempre troppo, e lo zaino che non si chiude. Scarpe leggere, un chilo di frutta secca, due borracce. Un piccolo computer per scrivere la storia in diretta. Parto senza avere allertato nessuno. Sarò un perfetto sconosciuto. Un bagno di umiltà. Chissà cosa mi dirà la strada.

L'indomani alba pulita. Certezza di dimenticare qualcosa. Ore 7.20 via Carducci, bus numero 40 per Prebenico, il posto giusto per partire, sulla frontiera, alto sulla valle dell'Ospo. Da lì si infila meglio il crinale dei monti della Vena. Mi aspettano Sergio Ollivier e Marco Rodriguez per accompagnarmi fino a Gracisce, prima tappa. Li vedo e penso che sono matto. Ho 63 anni. Strappo per San Servolo, traversata su Kastelec, ultimo caffé fatto in casa da Vlado e Marija. Qui l'autostrada per Capodistria è in tunnel, si va oltre agevolmente per una collinetta dietro il paese. Radure, rimboschimenti, una immensa cava. Marco mi ha dato un bastone ferrato di ciliegio. Mi fa prendere il passo transumante che ho imparato dai mandriani del Molise. Si fanno distanze enormi con quel ritmo lento. Troppi pini, troppi chilometri senza orizzonte. Ma, presso i paesi, settembre regala frutta a volontà. Fichi, prugne, noci, more. Rigoni Stern fece mezza Europa a piedi nutrendosi così. Ma allora le campagne erano abitate: trovavi carrettieri, pastori, viandanti. Noi non troviamo anima viva. Se sei solo e ti rompi una gamba, ti ritrovano dopo un mese. Mentalmente, Trieste è a mille chilometri.

Lungo il ciglione arriviamo alla rupe vertiginosa, torva, di San Sergio, Crni Kal. Il castelletto in cima è stato addomesticato da una passerella. In basso, nella foresta, il paese col campanile storto. Sullo strapiombo, due rocciatori appesi al nulla. Il rombo lontano dell'autostrada che ci ha seguito fino a ora, finalmente si attenua. Gran giornata. Vista immensa: alti a Nordest il Taiano e la Sbevnica; a Sudovest, oltre il vallone del Risano, i colli che portano a Covedo e, oltre, a Portole e Stridone. Il ciglione è tagliato dalla ferrovia per Capodistria e il binario si tuffa in un dislivello pazzesco. Un solo binario, un collo d'oca. Ma l'andirivieni è impressionante, tutta l'economia slovena passa per queste Termopili. Mi chiedo cosa accadrà quando verrà il doppio binario, se Trieste continuerà a fottersene del suo porto.

Direzione Podpec, paese sovrastato da strapiombi e da una torre di difesa, ultima vedetta sul mare lontano. Il ciglione qui è magnifico, simile a quello fra San Lorenzo e Sant'Elia sopra la Rosandra. Landa, pettinata dalla bora. Cespugli di profumato santoregio. Voglia di birra che comincia a crescere. Voglia matta di mare, anche. Ora non lo vedrò per chissà quanto tempo. Supplizio di Tantalo, si dice. A Podpec mi butto su una panca sotto un tiglio, i piedi alti su un muretto. La seconda borraccia è già agli sgoccioli; camminando si beve il doppio e si mangia la metà. Nel silenzio sento mille rumori. Due donne che chiacchierano. Una radiolina. Un maiale che grufola. Mi sento già in Bosnia. Ma le falesie contorte somigliano anche alle Dolomiti Lucane.

Tagliamo su Hrastovlje, paralleli alle ferrovia. Sono le due del pomeriggio, e il paese è in fregola da vendemmia. Due vecchi ci invitano ad assaggiare il primo succo spremuto. Ma noi è la birra che cerchiamo, nell'osteria in fondo al paese. Cinque birre in tre, prosciutto e peperoni sottaceto. Ollivier è felice, un simpatico chiacchierone che andandosene, stasera, mi getterà in un silenzio ancor più insopportabile. Dopo la birra, la salita per Gracisce – 250 metri di dislivello nel pietrame – ci pare un purgatorio, ma sul crinale un'alta torre di vedetta consente di riassumere tutta la tappa in un unico colpo d'occhio. Marco è incantato, farebbe carte false per continuare la strada domani. E io farò più fatica a star solo dopo tanta compagnia.

Locanda con alloggio sullo stradone, di fronte alla cappelletta di Santa Maria del Soccorso. Dormirò qui. Una donna mi offre un grappolo appena colto. Scende il silenzio. Alle cinque il traffico è già azzerato. Nubi rosa, luna color pergamena, brume azzurre, bosco di un verde profondo. Odore di campagna di una volta, mare che pare un miraggio. Ho le labbra secche, mi riaffiora una poesia di Mevlana: «La secchezza delle tue labbra è un messaggio dell'acqua». Abbiamo attraversato terre carsiche, dove l'acqua è un dono di Dio forse più che altrove. Marco è certo che qui ci sia un legame fra il culto delle fonti e quello della Vergine santissima. Dormirò di sonno esausto, profondo e regolare, non disturbato da piccoli risvegli.

L'indomani frontiera verso Pinguente; una frontiera rognosa, perché la sbarra croata e quella slovena distano più di tre chilometri d'asfalto. Non ho nessuna voglia di percorrerli in ossequio ai burocrati. Ho in mente un'uscita clandestina, sopra una fascia di rocce a picco. Speriamo bene. In camera mi accorgo che un "mandriol" verde smeraldo si è posato sul mio sacco rosso e non se ne vuole andare. Km 22, ore sette (1 - Segue)

614 – Il Piccolo 22/09/11 L'Itinerario di Paolo Rumiz (2) A piedi fino a Montona fra tedeschi settembrini sognando una birra

A piedi fino a Montona fra tedeschi settembrini sognando una birra

L’ITINERARIO : reportage»

di Paolo Rumiz - 2

Seconda tappa del viaggio da Trieste a Promontore attraversando l’Istria da una parte all’altra come i viandanti di un tempo

A SPASSO CON UN LIBRO DI KAVAFIS Paolo Rumiz ha compiuto il suo viaggio dal 9 al 16 settembre, attraversando l'Istria a piedi e facendo tappa a Gracisce, Montona, Tignan sulla Draga, Debeljuhi di Canfanaro, Valle, Fasana e Promontore. L'itinerario è stato "inventato" sul momento attraverso una combinazione di sentieri, carrerecce e strade asfaltate minori, mantenendo il più possibile la direzione Sud in direzione di Capo Promontore, meta finale del trasferimento. Nel bagaglio due borracce, frutta secca, un computer, carte istriane al 30 mila, un bastone di ciliegio con punta ferrata, un cappello kaki tipo legione straniera, medicinali e un minimo di ricambi. Causa il caldo, maglione giacca a vento si sono rivelati inutili. Come libro di viaggio, poesie di Kavafis tradotte da Ceronetti. Il chilometraggio finale è stato "allungato" dalla ricerca delle basi di pernottamento, quasi sempre lontane dalla strada.


di PAOLO RUMIZ

Alle sei e mezza mi sveglia una fame da lupi. Niente dolorini per fortuna, la carcassa tiene. Nemmeno una vescica, anche la carrozzeria è a posto. Sono sorpreso, perché il secondo giorno è normalmente il più difficile. Oggi ho la conferma che in viaggio si guarisce; il fisico si scassa solo tra le scartoffie.

Il giorno della vigilia, sopra pensiero, sono finito col naso contro una porta a vetri che m'era parsa aperta. Ho perso quasi i sensi, poi m'è cresciuto un profilo da alce. Anche stamane ho quel rostro sotto la fronte. Riempio le borracce di succo di mela al "market" oltre la strada. La giornata è bella. Il verde intorno è segnato di brume azzurre negli avvallamenti. La colazione slovena è linda, mitteleuropea e inaffrontabile per il mio stomaco mediterraneo: salumi, uova, fichi, succhi, thè, yogourth, pane, brioche fresca e altro ancora. Spazzolo uova e salumi, porto con me solo i fichi.

L'uomo al bar mi dà un'occhiata d'ammirazione quando gli dico che vado a "Premantura". E' già tanto che non mi prenda per matto.

Cristo santo, sono solo. Marco e Sergio già mi mancano con le loro "ciacole". Ma forse è meglio così, vista la strada contrabbandiera che ho scelto di fare verso le montagne per evitare lo scomodissimo posto di confine verso Pinguente, piazzato su una fottutissima strada che ignora l'esistenza dei pedoni. Così decido di cancellare le tracce, diventare clandestino e irreperibile. Esco, per l'ultima volta mi giro indietro verso Nordovest, e tra due colline, lontani, mi appaiono l'ospedale di Cattinara e il ripetitore di Conconello. Trieste ti saluto.

Si va. Strada per Dvori, poi subito a destra, sul crinale detto "Grande Griza", direzione chiesetta di San Quirico. Non c'è anima viva, sento solo il respiro e il battito regolare del cuore. Vento leggero, la gobba del monte offre soprattutto sulla destra un terreno aperto da deltaplani. Vedo giù in basso il posto di confine sloveno. Ancora più in basso, nel fondovalle, la frazione di Mlini, che una casa divisa in due dalla frontiera.

Dopo la chiesa con cimitero recintato il sentiero si fa contorto e pietroso. Lascio sulla destra un bunker affacciato su strapiombi, poi scendo verso Dvori, quattro case in bilico fra Croazia e Slovenia. Il sole picchia. Lontano, in mezzo al nulla, la tettoia azzurra del confine croato e, oltre, il campanile di Pinguente. Scendo ancora fino a una strada bianca, prendo a destra verso una gola che taglia la fascia rocciosa.

Trovo un cartello "Attenzione confine", ma sembra rivolto alle sole automobili e lo ignoro. Poi una sbarra col lucchetto. Due tornanti e sono sullo stradone asfaltato; il posto di confine croato è ancora lontano, ma la Croazia incomincia subito, proprio lì all'incrocio con la strada bianca. Sono oltre, con un piccolo tuffo al cuore. Prendo la stessa strada delle automobili, i camminatori non sono contemplati.

Alla sbarra con la bandiera a scacchi ti dividono in tre categoria. Auto, camion, pullman. Resto in piedi sulla mezzeria, un po' per sfottere. Poi mi metto in coda con le auto. Controllo curioso alla carta d'identità. Fa caldo. L'unico posto in ombra è il cartellone con la scritta "Dobrodosli Croatia", sotto c'è un'erbetta fine e posso levarmi le scarpe. Ufficio cambio, e via di nuovo. L'asfalto è semivuoto, a metà settembre l'Istria è già un posto fuori dal mondo.

Vedo passare un'auto triestina con dentro un avvocato che conosco. Lui appartiene già a un altro mondo. Io, certamente, a quello dei miserabili. Riparto col mio passo lungo, mi accorgo che questo viaggio è una bella lezione di umiltà. Cicale. In alto sulla sinistra, la massicciata della linea ferroviaria per Pola. Fa un lungo giro sopra Pinguente per tornare indietro alle pendici del Montemaggiore. Il treno, è l'unica cosa che sento amica in questa demenziale transumanza solitaria. La macchina è cosa ostile.

Scendo per il castello di Pietrapelosa. Valle verdissima, senza traffico, percorsa da torrenti di acqua pulita. Mi concedo due pediluvi tra pesciolini e gamberetti. I piedi vanno trattati bene, vivaddio, se è vero che si scrive con i piedi. Dico sul serio, la scrittura è figlia del cammino. Anche i pensieri, anche i ricordo nascono dal ritmo regolare dell'andare. Mi segue una cinciallegra, e so bene che è Virgilio, l'amico perduto, che mi fa compagnia.

Verso la strettoia alla confluenza col Quieto il vento aumenta tra i pioppi. Sotto il castello c'è una "konoba" con bungalow e birra garantita, posto ideale per chiudere la giornata. Ma i camminatori sono strani, io ho in mente il paracarro di Montona. È là nella mente, come un'ossessione. Ci sono ancora dodici chilometri almeno, è appena l'una, la cosa mi pare fattibile. Da solo, vado più veloce. In tutto farò 32 chilometri, non sono pochi. Ma il paracarro mi ordina di continuare.

Pergola con birra all'incrocio con lo stradone del Quieto. Me la devo, visto quello che deve venire, un vallone monotono che non finisce mai. Per fortuna che c'è il vento, che a Est di Porta Portòn accelera, come tra Mostar e Pocitelj nella valle della Neretva.

Il bordo dell'asfalto è infernale, passo sulla riva sinistra del fiume, segnata da un largo sentiero. Ma anche lì è una galera di monotonia. E Montona che appare, falsamente vicina, peggiora il supplizio.

Incontro un gregge con pastore macedone. Il viandante riconosce il viandante a distanza: sollevo il bastone in segno di saluto, lui ricambia e sorride. Passo sotto il ponte dell'acquedotto, ora ho Montona sopra di me. Ma arrivarci è un altro supplizio, la strada è una lunga spirale che finisce davanti alla grande porta con un selciato liscio che accieca nel controluce della sera. Una birra, subito, veliko pivo, con tanto di cameriere. Me la devo.

Trovo da dormire per puro caso, il paese è pieno di tedeschi settembrini. A Montona non si parla più italiano e nemmeno croato. Il luogo ha perso la voce. Brezza di montagna, il sole affoga nella bruma color prugna, luccichio lontano di Grisignana. Tavolo con vista, "minestra de bobici" e frittata con prosciutto istriano. E ancora birra, birra, birra. Solo alla fine un calice di "teran", per non sembrare un tedesco. 32 km, nove ore (2 - Segue. La prima puntata del reportage è stata pubblicata il 21 settembre)

La Mailing List Histria ha il piacere di inviarVi periodicamente una minirassegna stampa sugli avvenimenti più importanti che interessano gli Esuli e le C.I. dell' Istria, Fiume e Dalmazia, nonché le relazioni dell'Italia con la Croazia e Slovenia.

Si ringrazia per la collaborazione l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Gorizia e l’Università Popolare di Trieste

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