Rassegna Stampa Mailing List Histria
Sommario N° 795 – 08 Ottobre 2011

634 – La Voce del popolo 01/10/11 Speciale - Zara: Quando la cultura diventa veicolo di amicizia tra popoli / Sarà un asilo privato fondato dalla CI (Ilaria Rocchi)

635 – CDM Arcipelago Adriatico 04/10/11 CI di Rovigno-ANVGD di Roma: s'aprono nuovi scenari - Un incontro ricco di spunti che traccia la via al futuro (Rosanna Turcinovich Giuricin)

636 - Il Mattino di Padova 07/10/11 Dopo Dajla spunta un nuovo caso, chiesto l'intervento di Napolitano

637 – Agenzia Italiana Stampa Estera Aise 06/10/11 Anvgd: Basta vie intitolate a Tito in Slovenia e Croazia, ed in Italia ? (Aise)

638 - Secolo d'Italia 05/10/11 Senza verità non è possibile riconciliarsi, interventi di Toth, De’Vidovich e Micich (Antonella Ambrosioni)

639 - L'Arena di Pola 28/09/11 Perplessità e ricordi (Silvio Mazzaroli)

640 - Il Piccolo 05/10/11 L'intervento di Marco Coslovich: "Mio padre anti-titino e i parenti in Istria"

641 - L'Arena di Pola 28/09/11 Le radici ritrovate (Paolo Radivo)

642 - La Voce del Popolo 07/10/11 Cherso - Palazzo Pretorio tornerà a splendere (kb)

643 - Il Piccolo 06/10/11 Battaglia a Dignano per l'occupazione abusiva. I Rom nelle abitazioni degli esuli (p.r.)

644 – La Voce del Popolo 06/10/11 Matterada - Una Comunità degli Italiani con tanti potenziali di crescita (Serena Telloli Vežnaver)

645 - Il Piccolo 03/10/11 Veglia celebra la vittoria sui musulmani a Lepanto, esposto il sepolcro del capitano Cicuta (a.m.)

646 – CDM Arcipelago Adriatico 06/10/11 Il "nuovo" Dizionario Fiumano, fresco di stampa (Nicolò Giraldi)

647 - La Voce in più Storia 01/10/11 - La Dalmazia di Prezzolini - Una randellata a quelli che blaterano di italianità, venezianità, romanità (Alessandro M.Magno)

648 - La Voce del Popolo 04/10/11 Igor Žic : Fiume, città che ha perso la sua identità sul banco degli imputati: il comunismo (Gianfranco Miksa)

A cura di Stefano Bombardieri

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :

http://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

634 – La Voce del popolo 01/10/11 Speciale - Zara: Quando la cultura diventa veicolo di amicizia tra popoli / Sarà un asilo privato fondato dalla CI

Emozioni a Zara per il ventennale dell’apertura della Comunità degli Italiani. Cerimonia solenne in via Borelli, a Palazzo Fozza, con tante autorità e connazionali
Quando la cultura diventa veicolo di amicizia tra popoli
Una realtà che, con la sua attività, ha fatto onore alla città, alla Dalmazia e alle proprie radici

ZARA – Un grande giorno, una festa molto sentita, che ha commosso tutti i presenti, ha toccato a fondo il cuore dei connazionali zaratini, soprattutto di coloro che non hanno mai rinunciato a esprimere e conservare la propria identità, a dichiararsi italiani anche in tempi in cui rischiavano a farlo pubblicamente. E ha emozionato visibilmente chi non ha mai rinunciato a combattere, perseguendo il sogno della rinascita. Tra questi, ad esempio, Gastone Coen e Nadia Cavenago Morović, ma anche il giornalista Šenol Selimović, uno tra i promotori della Comunità degli Italiani di Zara. Ma anche tanti altri, oggi non più tra noi, che hanno reso possibile la ricostituzione di una struttura italiana nella città dalamata, facendo in modo che oggi l'associazione di via Borelli 8 potesse celebrare i suoi primi venti anni di vita e di attività. La data di nascita ufficiale è il 23 dicembre, ma si è voluto festeggiarla giovedì scorso, contando sulla complicità delle belle giornate di questo settembre ormai agli sgoccioli.
Un via vai di persone, nella centralissima e "nobile" calle zaratina, e molti a imboccare l'ingresso del prestigioso Palazzo Fozza, in cui nel XVIII secolo abitò un’Accademia per Ufficiali della Serenissima e, prima della Seconda guerra mondiale, la Società Ginnastica. Oggi, accanto ad alcuni appartamenti privati, c'è la sede della CI. I segni delle brutture sofferte – non ultima l'incendio che rischiò di devastare l'edificio nel luglio del 2004 – non sono del tutto cancellati: è impossibile dimenticare il dolore sofferto. Ma Zara, oggi, e i suoi italiani e italofoni, è una comunità che, facendo tesoro del passato, guarda avanti, al futuro, in una prospettiva di fratellanza europea, dove ciascuno, consapevole e orgoglioso della propria identità e del proprio retaggio, guarda e cerca di comprendere l'altro, in uno scambio reciproco, in una crescita civile e culturale.
La sala grande è gremita. Ci sono soprattutto anziani e persone di mezza età: nella zona bar che fa da anticamera, sono invece in movimento di più giovani, alcuni giovanissimi, ciascuno con il suo compito "operativo": dall'accoglimento degli ospiti e dei soci ai dettagli più tecnici. Gentilissimi, tutti con il sorriso e sfoderando un buon accento italiano. Sbirciano ogni tanto dalla porta per seguire ciò che sta accadendo "di là", nel salone.
Maestro concertatore è l'instancabile Rina Villani, affiancata con fare discreto ma sapiente da Adam Marušić, consulente per gli eventi culturali, che in questo caso ha curato anche la "scenografia". Infatti, le pareti della sede sono tappezzate da manifesti e fotografie che illustrano, più di qualunque parola, le iniziative che in tutti questi anni la CI ha promosso, le persone e le personalità che hanno avuto modo di frequentarla. Film, mostre di vario genere, presentazioni di libri, conferenze, spettacoli teatrali, concerti... Sta lì, su quei muri che oggi forse avrebbero bisogno di una rinfrescata – gli ambienti sono stati inaugurati nel 2005 –, il resoconto, il riassunto di questi due decenni di esistenza della CI. Un anniversario piccolo e allo stesso tempo grande, cui le autorità intervenute hanno voluto rendere doveroso omaggio: il nuovo console italiano a Spalato, Paola Cogliandro, il vicepresidente della Regione zaratina, Gianni Bunja, l'assessore ai rapporti internazionali, Anita Gržan Martinović, in rappresentanza della Municipalità di Zara, il presidente della Giunta esecutiva dell'Unione Italiana, Maurizio Tremul, e la direttrice amministrativa dell'UI, Orietta Marot, il direttore generale dell'Università Popolare di Trieste, Alessandro Rossit, Senka Marević, in rappresentanza della Questura... È intervenuto anche il presidente della CI spalatina, Mladen Čulić Dalbello, mentre l'onorevole Lucio Toth si è rivolto agli zaratini con un comunicato a nome suo personale e dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, come pure ha scritto ai suoi "concittadini" Franco Luxardo.
Nel suo discorso Rina Villani ha rispolverato la storia più recente della comunità zaratina, ricordando che dal 1953, momento di chiusura di tutte le scuole e degli asili italiani, come pure della cancellazione di ogni segno visibile di italianità, in molti tentarono ripetutamente di riaprire, come era avvenuto un po' ovunque in Istria e a Fiume, un circolo italiano di cultura. Non ci riuscirono mai, per l'ostilità delle autorità locali di allora, nonostante l'interessamento del presidente italiano Sandro Pertini. E gli italiani di Zara continuarono a scendere, numericamente, ad ogni successivo censimento. L'inversione di rotta si ebbe appena nel 1991, con l'indipendenza della Croazia e grazie alla sua democrazia, nonché a un gruppo di persone che non avevano mai rinunciato al proprio progetto e che, con tenacia e impegno, lo realizzarono finalmente nell'inverno di vent'anni fa. Oggi, conclude Villani, il clima è molto diverso: la CI è conosciuta e stimata. "Il nostro dovere è continuare a mantenere vive la lingua e la cultura italiane e contribuire in questo modo alla ricchezza di questa città che ha un patrimonio immenso – ha aggiunto la presidente della CI –. Per poter fare ciò abbiamo bisogno di sostegno. Sono convinta che l'Italia, che non ci ha mai dimenticati, non ci farà mancare il suo appoggio, come del resto credo che la comprensione che la Città e la Regione ci ha dimostrato finora sarà costante anche nel futuro", ha detto Villani. La presidente ha quindi ringraziato i membri dell'Assemblea comunitaria, il Dipartimento di Italianistica dell'Università di Zara, le autorità cittadine e regionali, la Regione Veneto, il Consolato e l'Ambasciata d'Italia e, soprattutto l'Unione Italia e l'Università Popolare di Trieste, "perché se oggi esistiamo lo dobbiamo solo a loro".
Compiaciuti di poter prendere parte alla cerimonia, Alessandro Rossit, Maurizio Tremul, Paola Cogliandro, Gianni Bunja e Anita Gržan Martinović hanno via via evidenziato, nei loro interventi, il grande valore della missione portata avanti dalla CI, la validità del suo impegno e del suo proficuo percorso, riconoscendo i meriti conseguiti da un'associazione che ha fatto onore alla città, alla Dalmazia, alle proprie radici culturali, alla propria civiltà, alla propria lingua e identità, confermando un carattere che è sempre stato plurale in questo territorio e di cui la componente italiana è parte integrante. Lo ha fatto con orgoglio, ma anche con un rapporto di grande convivenza e interazione con la realtà locale, guardando all'avvenire.

Ilaria Rocchi

Il progetto è entrato in piena fase operativa
Sarà un asilo privato fondato dalla CI

All’indomani dei festeggiamenti, i rappresentanti degli enti coinvolti – Maurizio Tremul quale presidente della Giunta esecutiva dell’Unione Italiana, Alessandro Rossit in quanto direttore generale dell’Università Popolare di Trieste, e Rina Villani, presidente della locale Comunità degli Italiani – sono tornati a incontrarsi per concordare una serie di azioni, incarichi e passaggi volti tutti alla realizzazione del progetto dell’asilo. La riunione lavorativa, tenutasi sia negli ambienti della futura struttura prescolare italiana sia nella sede di via Borelli 8, è stata contraddistinta da grande spirito collaborativo, come ha commentato il presidente della Giunta esecutiva UI, Maurizio Tremul, che si è detto abbastanza fiducioso dell’avvio delle attività regolari già nel settembre prossimo.
Un asilo tanto atteso, che è destinato a fare epoca: non solo perché si tratterà della prima istituzione prescolastica riaperta in Dalmazia dopo la Seconda guerra mondiale, ma anche perché, così come concepito, aprirà una strada nuova nel mondo stesso della Comunità Nazionale Italiana. Infatti, come stabilito di recente, sarà un asilo privato, fondato dalla Comunità degli Italiani, che si avvarrà del sostegno dell’amministrazione municipale e dall’Unione Italiana. Abbandonato, dunque un percorso che finora non aveva portato a risultati sperati, accantonata la prassi abituale seguita in Istria e Quarnero – che prevede la creazione di una o più sezioni italiane all’interno di una struttura pubblica "della maggioranza" –, per Zara è stata scelta una soluzione che costituisce indubbiamente un precedente. Del resto, e come si è dimostrato nella realtà concreta, quello zaratino – e più in generale dalmata – è un contesto affatto particolare, che va affrontato con un approccio diversificato, adatto alle esigenze della locale comunità, italiana e non.
"Scriva che si chiamerà ‘Pinocchio’ – esulta Rina Villani, che finalmente vede vicino il traguardo –. Un bel regalo per l’anniversario della CI". E il suo pensiero vola anche a chi l’ha preceduta e voluto fortemente questo asilo, come i presidenti Silvio Duiella e Libero Grubissich, che oggi purtroppo non ci sono più. Villani fa affidamento sui fondi della Città per quanto riguarda le paghe del personale e una parte delle spese di gestione, mentre i rimanenti costi dovrebbero venir coperti dalle rette e da un cofinanziamento dell’UI.
Grazie ai mezzi del Ministero degli Affari esteri italiano, messi a disposizione della Legge ex 19/91, per l’acquisto della sede l’Unione Italiana ha investito 345mila euro, comprensivi di tutte le tasse e imposte spettanti. È già stata versata la prima rata, prossimamente ne verrà pagata una seconda e poi, il prossimo anno, il conguaglio finale. L’UI si è impegnata a trovare l’architetto che farà un progetto di riatto degli ambienti, considerato che si tratta di un villino, con tanto di giardino, finora destinato a uso abitativo, e che pertanto va sottoposto a un riatto interno per poter accogliere un asilo. Un intervento non molto esigente, riguardante soprattutto l’area dei servizi igienici e le cucine. "Appena avremo il progetto – dice Tremul – bandiremo la gara d’appalto per l’esecuzione dei lavori". La CI, nel frattempo, dovrà richiedere da parte sua alla Città la ridestinazione d’uso, ma non dovrebbero esserci intoppi. Parallelamente, la Comunità dovrà avviare anche l’iter per la fondazione e la registrazione dell’istituzione. "Metteremo loro a disposizione il nostro supporto operativo, la consulenza legale – aggiunge – e contatteremo il Ministero dell’Educazione e dell’Istruzione per quanto concerne la verifica del programma".
La CI, che organizza tradizionalmente corsi di italiano per i ragazzini presso la propria sede, ma anche nelle elementari di Zara come materia opzionale, nonché in due asili pubblici della città, conta di avere una ventina di bambini iscritto nell’asilo a partire dal prossimo anno pedagogico, anche se la presidente confida di poter comunque svolgere anche prima una qualche forma di attività con i piccoli interessati al programma, tipo laboratori. (ir)

635 – CDM Arcipelago Adriatico 04/10/11 CI di Rovigno-ANVGD di Roma: s'aprono nuovi scenari - Un incontro ricco di spunti che traccia la via al futuro

CI di Rovigno-ANVGD di Roma: s'aprono nuovi scenari

Un incontro ricco di spunti che traccia la via al futuro

When and if, Dare Tempo al Tempo, saggezza popolare che non conosce confini e che in qualunque lingua venga espressa contiene una forte dose di verità che l’esperienza conferma. Nello scorso fine settimana si è svolto a Rovigno un incontro tra la locale Comunità degli Italiani e il Comitato provinciale di Roma dell’ANVGD per conoscere e conoscersi, per collaborare, per crescere, che ha coinvolto, come mai prima, il Quartiere Giuliano Dalmato inserito nel Municipio XII di Roma, la stessa città di Roma con i saluti e gli auguri del Sindaco Alemanno, la Regione Lazio, il Governo italiano, la città di Rovigno, la regione istriana…il tutto nel migliore spirito di "Trieste e Pola" che ha visto insieme i Capi di Stato a ribadire la volontà di continuare su un cammino europeo fatto di rispetto della storia, superamento dei rancori, volontà di costruire.
Le delegazioni che si sono incrociate, con strette di mano e discorsi ufficiali, prima nella sala del Consiglio comunale di Rovigno, poi nelle scuole, poi ancora al Centro di Ricerche Storiche, con il convegno presso la Comunità degli Italiani ed infine al Teatro Gandusio, hanno ripercorso tracce già segnate da precedenti incontri, nello specifico a Roma, nel Quartiere giuliano-dalmato ma, prima ancora, nel corso degli anni, in varie occasioni e comunità e località che oggi rivendicano una primogenitura importante ma non essenziale. Ciò che è emerso, in modo prepotente e forte e positivo dall’appuntamento di Rovigno, voluto da Donatella Schurzel e Gianclaudio Pellizzer con i rispettivi staff, è che i tempi sono maturi per un ulteriore salto di qualità. Giustamente, il presidente della Famìa ruvignisa, Francesco Zuliani, ha ricordato che la "ricomposizione" con la comunità autoctona è iniziata ben quindici anni fa e lo stesso ha fatto Marino Micich sottolineando il ruolo dell’Archivio-Museo di Fiume e della Società di Studi fiumani di Roma con il Liceo di Fiume e la sua Comunità che attraverso un premio per i ragazzi ha allacciato rapporti profondi che oggi vivono di vita propria fornendo motivo di soddisfazione a tutti.
E si potrebbe aggiungere e continuare con il bellissimo esempio fornito da Pola con il suo Raduno nella città dell’Arena di quest’estate, e delle tante feste di San Giacomo di una comunità più piccola ma non meno importante come quella di Collalto guidata da Vigini. E i festeggiamenti per la Semedella a Capodistria, l’attività "trasversale" solo in parte "virtuale" della MLHistria, le iniziative del Circolo Istria, o le recenti giornate d’incontro a Piemonte d’Istria. Questi ed altri esempi simili hanno creato nel tempo una rete di rapporti che permettono oggi di raccogliere i frutti di una politica di apertura nei confronti delle necessità di tutti. Perché è proprio così: da una parte il desiderio delle seconde e terze generazioni dell’esodo di saggiare la forza delle loro radici, di capire l’importanza del rapporto con i luoghi di origine attraverso l’incontro con i residenti. Per la Comunità italiana, la possibilità di ricomporre una geografia umana che non finisce ai confini comunali ma ha esempi che si replicano in tanti luoghi del mondo, vicino e lontano. Anche il coro del maestro Bosazzi fondato a Roma, fa parte della storia di Rovigno e ne sono patrimonio le poesie di Bepi Nider. A caratterizzare un mondo, la fatica per gli esuli di rifondare una società, o dei legami, in cui riconoscersi lontano da casa e per i rimasti il coraggio di mantenere la propria identità anche nei momenti più difficili di minaccia nazionalista nell’ex Jugoslavia.
Non mancano e non mancheranno le divergenze, inevitabili in un mondo variegato e vivace come quello istriano-fiumano-dalmato ma anche tanti punti di contatto. Lo si è avvertito nei discorsi di tutti: un lungo elenco di personalità che hanno dato lustro all’incontro di Rovigno, prima nell’incontro in Municipio con il Sindaco Giovanni Sponza, Donatella Schurzel – Presidente ANVGD Comitato Provinciale di Roma, A. De Priamo – Delegato del Sindaco di Roma Capitale, M. Cuoci - Vice presidente Municipio di Roma XII, P.Ernesto Irmici - Regione Lazio, Renato Cianfarani – Console generale d’Italia a Fiume, Gianclaudio Pellizzer – Presidente della CI di Rovigno, Viviana Benussi – VicePresidente della Regione Istria. A ribadire tutti insieme che la conoscenza è il miglior biglietto da visita che accompagna la ferma volontà a collaborare a livello culturale ma anche economico. Per Roma, questa realtà giuliano-dalmata in città è l’occasione e il veicolo per allacciare rapporti con realtà come l’Istria, Fiume e la Dalmazia in un moderno concetto d’Europa che apre le porte alla collaborazione, alla cooperazione.
Il discorso è stato ripreso il giorno dopo a scuola nella mattinata e nel pomeriggio presso la Comunità degli Italiani con una partecipazione allargata anche al sen. Carlo A. Giovanardi - Sottosegretario della Presidenza del Consiglio dei Ministri, di Lucio Toth, Presidente dell’ANVGD e VicePresidente della Federazione, di Ivan Nino Jakovcic, Presidente della Regione istriana che a Rovigno stava accompagnando il Presidente della Repubblica, Ivo Josipovic. Il Presidente della Regione Istria ha raggiunto i partecipanti al convegno alla Comunità degli Italiani, nel momento in cui Marco Occhipinti stava parlando di filatelìa, dopo che del Quartiere Giuliano-Dalmato avevano parlato Marsan, Schurzel e Chiappori e il cui racconto sarebbe continuato dopo i saluti di Jakovcic con gli interventi di De Angelini e di Micich. Hanno desistito Viviana Benussi e Ambretta Medelin che avevano preparato delle relazioni su cosa significa essere un italiano oggi a Rovigno e in Istria. Ma sarà argomento del prossimo incontro – hanno detto con grande tranquillità – ormai la via è tracciata e l’autostrada dell’amicizia non si interromperà.
Per Jakovcic, Giovanardi e Toth, lo spirito di "Trieste e Pola" era l’anello mancante di un rapporto che tenta da anni una concreta e duratura legittimazione. "In Istria siete a casa vostra" ricorda Jakovcic: una casa da costruire insieme con apporti che possono venire da varie realtà a coronamento di una civile ed importante dimensione europea alla quale le genti di buona volontà anelano da tempo.
E’ stato commovente, la sera di sabato, assistere al Teatro Antonio Gandusio allo spettacolo allestito dagli alunni della scuola italiana guidati dai loro insegnanti. Hanno recitato e cantato riproponendo un vernacolo rovignese miracolosamente ancora fresco e presente nella difficile pronuncia: una tela di ragno che il vento fa vibrare e che basterebbe un nulla a strapparne i contorni. Prima col fiato sospeso poi sempre con maggiore convinzione, il pubblico ha preso atto del fatto che se è vero che i tempi cambiano, le mode passano, c’è qualcosa come l’identità che continua ad avere maggior peso di quanto anche i peggiori pessimisti possano immaginare. Vlado e Libero Benussi, Biba, il gruppo Batana, Sergio Preden-Gato, la Sezione artistico-culturale Marco Garbin sono preziosi tasselli di una realtà che resiste.
Il Sen. Giovanardi ha parlato di "vivacità" di una comunità, sintetizzando una sensazione che tutti hanno colto. E poi si è continuato a cantare durante e dopo cena, nella migliore tradizione delle Famiglie istriane. Un incontro ufficiale, serio, preparato con estrema cura, ha espresso così anche una dimensione scaturita spontaneamente, quella della festa.
La domenica le delegazioni si sono ritrovate a Moncodogno, prima dei saluti finali. La zona archeologica scoperta nel 1953 ma riportata alla luce alla fine degli anni Ottanta, affascina per la bellezza del sito, posto su un colle in posizione panoramica con vista sul mare e l’arcipelago rovignese, segna altresì il luogo simbolo dove tutto ha avuto inizio, dalla forza della pietra che è stata usata per costruire case e palazzi, botteghe e magazzini. Dura, bella, come il carattere delle genti che l’hanno resa propria. Perché le future generazioni ricordino è d’obbligo lasciare un segno, e per farlo bisogna costruire qualcosa di duraturo, di forte, moderno e perpetuo, che sappia parlare ai posteri…Roma città eterna insegna. Solo così si può sperare in quella ricomposizione che superi la forza distruttrice delle guerre e dei nazionalismi che hanno causato dolore e sofferenza. E’ il tempo di bandire la follia, è tempo di pace.

Rosanna Turcinovich Giuricin

636 - Il Mattino di Padova 07/10/11 Dopo Dajla spunta un nuovo caso, chiesto l'intervento di Napolitano

DOPO DAJLA SPUNTA UN NUOVO CASO CHIESTO L'INTERVENTO DI NAPOLITANO

TEOLO. Sul braccio di ferro tra la Santa Sede ed il governo croato relativo alla disputa sui beni di Daila reclamati dai monaci di Praglia, ma proprio di recente «nazionalizzati» per la seconda volta dal ministro di giustizia di Zagabria, Drazen Bosnjakovic, è pronta una richiesta di intervento del Quirinale. La lettera al presidente Napolitano, che dopo la riconciliazione conserva con il collega croato ottimi rapporti, riguarderebbe non solo il caso Praglia. Non solo dunque i 600 ettari di terreno sulla costa istriana e la splendida villa sul mare di Dajla, opera dell'architetto francese Terrier de Manetot. A far scattare la richiesta di intervento della massima carica dello Stato sarebbe un caso analogo a quello dei benedettini padovani che vede da anni coinvolte in un braccio di ferro con Zagabria le monache dell'isola dalmata di Rab/Arbe. Alle religiose furono espropriati da Tito la foresteria di Sant'Andrea e alcuni terreni circostanti. La nuova Repubblica di Croazia ha stabilito con la Chiesa la restituzione dei beni. «Ma l'accordo, che pareva vicino alla soluzione con il primo sindaco di Arbe è saltato con l'attuale primo cittadino Zdenko Antesic, un ex comunista ora membro del partito socialdemocratico che ha venduto gli appartamenti della foresteria agli occupanti alla cifra simbolica di mille euro», spiega la madre badessa. La situazione di Arbe è analoga a quella di Daila per la quale recentemente è intervenuto il segretario di Stato Vaticano, Tarcisio Bertone, che ha depositato un ricorso contro la delibera del ministro della giustizia Bosnjakovic di bloccare il passaggio di proprietà dei beni e di avocarli allo Stato. Secondo le monache di Arbe il braccio di ferro sulle proprietà dei religiosi che si è creata tra Croazia e Vaticano potrebbe essere risolta dall'intervento del Quirinale in virtù del fatto che la Croazia nel 2013 dovrebbe entrare in Europa. Per questo le benedettine dell'isola di Rab si sono rivolte al vescovo emerito di Belluno/Feltre, monsignor Maffeo Giovanni Ducoli, che attraverso una sua persona di fiducia vicina al presidente Napolitano è intenzionato a caldeggiare la soluzione della vicenda affinché prima del 2013 la Croazia risolva i contenziosi. Di questo, ovviamente, ne beneficerebbero anche i benedettini di Praglia che presso uno studio notarile di Fiume hanno provveduto a costituire una srl che è stata chiamata «Abbazia» per far trasferire i circa 30 milioni di euro di indennizzo del complesso architettonico sul mare di Dajla e dei terreni vicino a Cittanova

637 – Agenzia Italiana Stampa Estera Aise 06/10/11 Anvgd: Basta vie intitolate a Tito in Slovenia e Croazia, ed in Italia ?

BASTA VIE INTITOLATE A TITO IN SLOVENIA E CROAZIA/ ANVGD: E IN ITALIA?

ROMA\ aise\ - È notizia di questi giorni, né la Slovenia né la Croazia – Stati successori dell’ex Jugoslavia – vogliono più che siano intitolate al maresciallo Tito vie e piazze del Paese.

La Corte costituzionale di Lubiana ha bocciato il documento con cui la giunta della capitale aveva deliberato di ricordare il dittatore nella toponomastica cittadina. A darne notizia è l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, che riporta stralci della sentenza della Corte in cui si legge che "la figura di Josip Broz-Tito simboleggia l’ex regime totalitario e qualsiasi magnificazione del totalitario regime comunista è anticostituzionale" e che "il nome Tito non simboleggia solo la liberazione della Slovenia dall’occupazione fascista durante la Seconda Guerra mondiale, ma anche il regime comunista totalitario del dopoguerra caratterizzato da ampie e profonde violazioni dei diritti umani e delle libertà fondamentali".

È ancora l’Anvgd a segnalare che a Zagabria il presidente del locale "Comitato di Helsinki", Zvonimir Cicak, ha affermato: "non è ammissibile che ci sia nel centro della capitale una piazza che porta il nome del dittatore comunista jugoslavo, soprattutto dopo la scoperta di molte fosse comuni di cui lui fu l’unico responsabile". Dichiarazioni cui si è associato anche il movimento civico nato per la circostanza, che propone di chiamarla Piazza del Teatro, situato nei pressi, o ne chiede comunque un altro nome, "nuovo, civile e degno di essere onorato. La lotta per la cancellazione dai luoghi pubblici di tutti i simboli del terrore, del crimine e del totalitarismo – hanno dichiarato i portavoce del movimento cittadino – non è una battaglia solo in favore della Croazia, ma una difesa della democrazia e della libertà".

Anche in Serbia, ricorda l’Anvgd, la categoria di "jugoslavo" è scomparsa dai moduli del censimento in corso, segno della definitiva cancellazione dalla scena storica di quell’entità politica.

E in Italia? "Nel nostro Paese – denuncia l’associazione - risulta che 9 località, tra le quali Parma e Reggio Emilia, abbiano conservato nello stradario il ricordo di Tito, il cui nome è indissolubilmente legato agli eccidi delle Foibe e al conseguente esodo della popolazione italiana autoctona della Venezia Giulia e della Dalmazia tra il 1943 e ben oltre il 1954. La storiografia contemporanea, italiana e non, ha ormai gettato ampia luce sul sistema concentrazionario jugoslavo, fondato sulle deportazioni, gli internamenti e le sparizioni, ben conosciuti dagli Esuli giuliani e dalmati che ne rendono da sempre testimonianza".

"La legge sul Giorno del Ricordo (10 Febbraio), approvata nel 2004 dal Parlamento italiano nella sua stragrande maggioranza, - ricorda l’Anvgd – prevede ogni anno la commemorazione delle vittime delle Foibe nelle più alte sedi istituzionali della Repubblica Italiana. Ancora nel 2007, così si esprimeva il Presidente Giorgio Napolitano nel corso della solenne cerimonia al Quirinale: "va ricordato l’imperdonabile orrore contro l’umanità costituito dalle foibe, ma egualmente l’odissea dell’esodo, e del dolore e della fatica che costò a fiumani, istriani e dalmati ricostruirsi una vita nell’Italia tornata libera e indipendente ma umiliata e mutilata nella sua regione orientale […] assumendoci la responsabilità dell’aver negato, o teso a ignorare, la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica, e dell’averla rimossa per calcoli diplomatici e convenienze internazionali"".

Questi i 9 Comuni italiani nella cui toponomastica risulta ancora presente il nome del dittatore: Nuoro, Palma di Montechiaro (AG), Parete (CE), Parma, Quattro Castella (RE), Reggio Emilia, Ussana (CA) e Verzino (KR).

"Qui – conclude amareggiata l’Anvgd – lo stradario commemora, per indifferenza o residua archeologia ideologica, un regime che la comune coscienza democratica e la storia hanno consegnato al capitolo chiuso dei totalitarismi del Novecento". (aise)

638 - Secolo d'Italia 05/10/11 Senza verità non è possibile riconciliarsi, interventi di Toth, De’Vidovich e Micich

Senza verità non è possibile riconciliarsi

Massacri nei Balcani: diritto alla verità anche per l'Italia

Antonella Ambrosioni

Prosegue il dibattito promosso dal nostro giornale per lavorare a un percorso di pacificazione a tre tra l'Italia, la Slovenia e la Croazia a oltre 65 anni dalla fine della seconda guerra mondiale. Con queste pagine e quelle uscite nelle settimane precedenti il Secolo d'Italia dà seguito a un'iniziativa del 14 febbraio scorso svoltasi a Montecitorio sotto l'egida della Fondazione Italia Protagonista presieduta da Maurizio Gasparri.

In quell'occasione fu presentato un documento storico di grande valore per ricostruire la verità sulle foibe e su quanto accadde sul confine orientale dell'Italia: si trattava della ristampa anastatica del volume Trattamento degli italiani da parte jugoslava dopo l'8 settembre 1943, documento inedito preparato dal governo italiano nel 1947 come memoria difensiva al Trattato di pace di Parigi per tentare di difendere la posizione italiana di fronte alle pretese territoriali della Jugolavia su Istria, Fiume e Dalmazia.

L'interesse per questo documento ha destato paradossalmente più interesse "fuori casa" che non in Italia. Infatti è stato determinante per l'incontro sulla foiba di Jadovno in Croazia tra i tre presidenti di Serbia, Croazia e Slovenia avvenuto il 26 giugno di quest'anno in un clima di riconciliazione.

Il volume contiene la documentazione ufficiale della tragedia delle foibe realizzata da un gruppo di ricercatori che tra il '45 e il '46 organizzò una raccolta di informazioni e di fotografie relative a quanto avvenuto in Istria dopo l'8 settembre 1943. Sono qui evidenziate tutte le violenze che i partigiani titini avevano effettuato nei confronti della popolazione italiana in una logica di pulizia etnica, violenze che determinarono l'esodo di 350.000 italiani da quelle terre. Si dà conto delle violenze di jugoslavi contro jugoslavi, nell'ambito delle guerre civili interne alle varie etnie. Il documento individua, infatti, una chiara responsabilità da parte croata sul massacro avvenuto nelle zone interne della Dalmazia contro civili serbi ed ebrei. L'esercito italiano, che occupava militarmente le zone costiere della Dalmazia e le isole, aveva lasciato il controllo dell'interno della Dalmazia allo stato indipendente della Croazia, appena sorto dopo il disfacimento della Jugoslavia.

In 132 gioni, oltre 40.000 civili serbi, ebrei e zingari furono massacrati e gettati nelle foibe della zona di Jadovno. Tale eccidio cessò solo ad opera dell'intervento dell'esercito italiano, che pose fine alle violenze. Ora, dunque, il momento è più che maturo per gettare via la maschera dell'ipocrisia. Ora che la verità è stata riconosciuta, inconfutabilmente dimostrata, manca solo il tassello definitivo per conciliare verità storica e pacificazione: "allertare" la Presidenza della repubblica italiana a proporre una celebrazione simile a quella avvenuta nel giugno scorso a Jadovno, tra noi e i presidenti della Slovenia e della Croazia, da realizzare in un luogo che per noi riveste un grande valore simbolico, come la foiba di Basovizza.

«Sì, a Basovizza per sigillare una pace a tre»

Lucio Toth: è opportuno ora un incontro tra Napolitano e i presidenti croato e sloveno

«Un omaggio dei tre presidenti, croato, italiano e sloveno, davanti alla foiba di Basovizza sarebbe senz'altro un gesto simbolico di grande significato». Così ha affermato il senatore Lucio Toth, nato a Zara, già magistrato e senatore, che è il presidente dell'Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia ed è anche vicepresidente della Federazione degli esuli giuliani, fiumani e dalmati.

Lucio Toth, l'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di cui lei è presidente è una delle associazioni più importanti della diaspora giuliano-dalmata. Lei plaude, dunque alla proposta di una completa pacificazione e riconciliazione?

La foiba di Basovizza, che poi una vera foiba non è, trattandosi di una cava abbandonata, è diventata per gli italiani e soprattutto per i triestini e i giuliani, un luogo-simbolo della terribile stagione di massacri commessi dai partigiani di Tito tra il 1943 e il 1945 in territorio italiano, che non avrebbero mai dovuto invadere secondo gli accordi di Bolsena con gen. Alexander, che comandava le truppe alleate sul fronte italiano. Essendo una delle poche fosse comuni rimaste in territorio italiano, proprio le nostre associazioni di esuli hanno voluto che fosse riconosciuta ufficialmente come monumento nazionale. Un omaggio dei tre presidenti, croato, italiano e sloveno a questo monumento sarebbe senz'altro un gesto simbolico di grande significato. Ma di altre foibe vere e proprie, tombe abbandonate di caduti italiani civili e militari, ve ne sono oltre trenta in territorio sloveno e croato, dal Carso goriziano alla Dalmazia, con migliaia di salme.

Bisogna riconoscere però che nel quadro di una riconciliazione molti sarebbero anche i luoghi-simbolo cari alla memoria dei popoli sloveno e croato, come i campi di internamento ove furono imprigionati quanti erano considerati coinvolti nella resistenza iugoslava durante l'occupazione italiana della Slovenia e della Croazia tra il 1941 e il 1943. Ecco perché non è facile trovare un accordo su quali luoghi siano più "simbolo" di altri. Non per comode equiparazioni, ma per un comprensibile senso di umanità e di giustizia. Il pallottoliere dei morti non è cosa da nazioni civili. Non è solo la quantità che misura la tragedia di quelle terre.

Altri gesti significativi del passato possono essere dei buoni precedenti?

Un gesto significativo è stato certamente l'incontro dei tre presidenti a Trieste il 13 luglio 2010 in occasione del concerto di Riccardo Muti in piazza dell'Unità, quando tutti e tre resero omaggio alla stele che ricorda l'esodo di trecentomila istriani fiumani e dalmati dai territori teatro di quegli eccidi, che dell'esodo furono la causa primaria. Il riconoscimento delle foibe e dell'esodo è stato ancora più esplicito nell'incontro tra i presidenti Napolitano e Josipovic a Pola il 3 settembre scorso, durante il colloquio ufficiale tra i due presidenti e le Associazioni degli esuli.

Nella cerimonia di Jadovno del 26 giugno, a quanto mi risulta, erano presenti i due presidenti della Serbia e della Bosnia e un rappresentante del presidente croato. Il fatto più rilevante di quella giornata tra le montagne della Lika è stato però un altro: cioè il riconoscimento dell'opera di moderazione che le truppe italiane svolsero in tutta la Iugoslavia occupata a protezione delle minoranze serbe e delle comunità ebraiche, oggetto di pesanti persecuzioni e massacri da parte dei reparti di ustascia di Ante Pavelic. A Jadovno i soldati italiani del 1941 sono stati ringraziati per avere posto fine ai massacri, a smentita di una vulgata autolesionista che ha dipinto le truppe italiane in Iugoslavia durante la seconda guerra mondiale come un esercito di criminali. Già la storiografia israeliana aveva riconosciuto questi meriti dei comandi italiani e della differenza abissale tra quanto avveniva nei territori occupati dagli italiani e in quelli presidiati dagli ustascia dai tedeschi e dagli altri alleati dell'Asse. Tanto che le popolazioni si rifugiavano nei territori controllati dagli italiani per trovarvi protezione.

Quali sono i rapporti tra le comunità italiane rimaste in Slovenia, Croazia e Montenegro e le Associazioni dei profughi giuliano-dalmati?

I rapporti tra gli italiani "rimasti" e gli esuli di sessant'anni fa sono ottimi e miglioreranno anche. Gli scambi culturali, specie tra i ragazzi delle scuole, sono ormai frequentissimi, da Rovigno a Parenzo, a Pola, a Zara, a Lussino. Rimane ancora una certa diffidenza sciovinista da parte croata in alcune zone della Dalmazia, sconvolta dalla guerra inter-etnica del 1991-1996. È come se le nuove tragedie avessero riacceso un sentimento iper-nazionalista che finisce per colpire anche gli italiani, rimasti ed esuli, e non solo i serbi espulsi in gran numero dal territorio della Repubblica croata e rientrati solo in minima parte, per far posto ai profughi croati dalla Bosnia-Erzegovina, cacciati a loro volta dalle formazioni della repubblica serbo-bosniaca. Ma non bisogna avere paura dei rigurgiti del passato: lo spirito di pace prevarrà per il bene delle nuove generazioni.

Sarà risolto il problema dei beni abbandonati?

Questo nuovo clima potrebbe anche facilitare la soluzione del problema dei beni a suo tempo espropriati agli italiani dal regime comunista di Tito. Si tratta di vedere quanto la nuova Croazia, entrando nella Ue, vorrà uniformarsi agli standard di civiltà e di uguaglianza dei cittadini europei che questa appartenenza comporta.

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Disinformazione: i croati ci strappano anche Marco Polo...

«Nonostante la legge numero 92 del 2004 del Giorno del Ricordo, c'è ancora scarsissima conoscenza non solo sulle foibe ma anche sulla storia della civiltà italiana nelle terre istriane e dalmate, una presenza che conta duemila anni».

Marino Micich, presidente dell'Associazione per la diffusione della cultura istriana, fiumana e dalmata del Lazio, segretario generale della Società di studi Fiumani e direttore dell'Archivio museo di Fiume a Roma, si parla ancora «troppo poco di foibe».

Qual è oggi la conoscenza della tragedia delle foibe istriane?

Le faccio un esempio. I croati, approfittando di questo "vuoto" culturale, rivendicano spesso quali appartenenti alla nazione croata personaggi illustri, come lo scienziato dalmata italiano Ruggero Boscovich o, e qui si rasenta l'assurdo, proclamano la croaticità di Marco Polo...

Che cosa è stato fatto finora per divulgare correttamente la storia dei giuliano-dalmati nelle scuole?

In verità poche iniziative sono decollate in questi ultimi anni. Molto è lasciato ancora alla volontà dell'associazionismo giuliano-dalmata. Rispetto al passato l'attuale governo di centrodestra è stato senz'altro più "sensibile": è stato possibile nel febbraio 2010 organizzare il primo seminario per docenti sulle vicende del confine orientale italiano, grazie al sostegno del ministro dell'Istruzione che si è avvalso della collaborazione della Federazione degli esuli. Il Comune di Roma, con Alemanno, ha promosso il progetto per le scuole medie superiori "Viaggio nella civiltà istriana e dalmata". Il lavoro da fare però è ancora tanto. Per promuovere la cultura giuliana e dalmata è necessario creare nella Capitale, una Casa del Ricordo.

Le piace l'idea di organizzare un incontro alla foiba di Basovizza?

È un'idea encomiabile, ma la vedo difficilmente attuabile: in Italia esistono ancora troppi pregiudizi sulle foibe e si tende a non parlare dei gravi crimini commessi dai regimi comunisti. Questo è uno svantaggio difficilmente colmabile che, purtroppo, i croati e gli sloveni sanno ben gestire a loro favore. L'esodo degli italiani è stato provocato dal regime comunista jugoslavo, non mi pare che in Croazia o Slovenia qualcuno dei nuovi governanti abbia mai ammesso la gravità di questa verità storica. Con l'ex presidente croato Mesic è stato così, forse

con Josipovic qualcosa sta cambiando...

De Vidovich: noi gli unici a subire danni permanenti

«La pacificazione tra i popoli della ex Jugoslavia è avviata». Ne è convinto Renzo De Vidovich, è nato a Zara, già parlamentare è vicesindaco del Libero Comune di Zara in Esilio, presidente della Fondazione "Rustia-Traine" e direttore del periodico Il Dalmata.

I dalmati sono a conoscenza della funzione pacificatoria svolta dall'esercito italiano in ex Jugoslavia dal 1941 al '43?

Certo. Ricordo che mio padre, comandante delle Poste militari, quando si trasferiva da una città all'altra, incontrava spesso gruppi armati di cetnizi (serbi), di ustascia (croati) e reparti dell'esercito del Regno autonomo di Croazia di Aimone di Savoia, Duca di Spoleto e Aosta. Costoro catturavano contadini e pescatori locali e li consideravano nemici da fucilare se avevano un accento diverso da quello della loro etnia. Mio padre si faceva consegnare il prigioniero, con il pretesto che era lui a volerlo fucilare. In realtà, lo caricava su un camion e lo liberava dopo una qualche decina di chilometri.

E i croati?

L'Arcivescovo di Zagabria, cardinale Bozanic ha dichiarato testualmente nel 2007: «I crimini commessi dai fascisti italiani e dai nazisti tedeschi non potevano e non possono essere una copertura per quelli dei comunisti». E il vescovo di Segna e di Gospic, Bogovic ha ricordato che «i 302 sacerdoti uccisi durante e dopo la guerra, un quarto del clero croato dell'epoca, in stragrande maggioranza per mano dei partigiani titini è solo in piccola percentuale per quella dagli italiani e dai tedeschi». Infine, il monsignor Valter Zupan ha detto: «Attorno a Tito hanno creato un mito. Ho detto che era sullo stesso percorso di sangue di Hitler. Lo sanno gli italiani che sono scappati da queste isole a remi, spellandosi le mani».

E i serbi?

Da tempo anche la Serbia ha abbandonato la propaganda di Tito che addebitava agli italiani e ai tedeschi la morte di quasi due milioni di jugoslavi. Oggi anche in Serbia si riconosce che la stragrande maggioranza dei caduti jugoslavi è avvenuta nella guerra civile scoppiata nel '41. L'intervento dell'esercito tedesco e di quello italiano fu, praticamente, indolore e l'esercito italiano frenò fino all'8 settembre '43 queste faide etniche.

Quindi è venuto il momento di pacificazione nell'ex Jugoslavia?

Credo proprio di sì. Noi italiani siamo solo marginalmente interessati, ma siamo gli unici ad aver subìto un danno permanente, dovuto alla snazionalizzazione e all'esodo forzato di 350mila degli italiani dall'Istria, da Fiume e dalla Dalmazia.

639 - L'Arena di Pola 28/09/11 Perplessità e ricordi

Perplessità e ricordi

Come già altre volte ho avuto modo di dire, del mio brevissimo soggiorno a Pola (dall’autunno ’45 al febbraio ’47) in tenera età conservo pochissimi ricordi diretti, perlopiù strettamente familiari. Ricordo vagamente lo scoppio di Vergarolla che, occorso poco prima delle 14.00, mi colse nel mio lettino investendomi con una pioggia, fortunatamente senza conseguenze, di vetri infranti.

Di contro, rammento abbastanza bene quanto, in questi ultimi dieci anni di attività nell’ambito del LCPE, mi è stato raccontato da coloro che quel periodo l’hanno vissuto in età matura ed anche, di massima, tutto ciò che negli anni ho scritto sulle pagine del nostro giornale. È proprio in virtù di questi ricordi che il 12 agosto u.s., leggendo le bellissime pagine dedicate al recente Raduno di Pola dalla nostra Lucia Bellaspiga su «Avvenire» (invito tutti a leggerle nell’archivio elettronico del giornale o sul sito dell’«Arena di Pola» o, al limite, di richiedercene l’invio in cartaceo), un suo passaggio mi ha destato una qualche perplessità.

Scrive la nostra Lucia: «È una storia che parte da lontano quella che oggi riconduce "a casa" i polesani, accompagnati da figli e nipoti nati nella diaspora. I più anziani ricordano bene la struggente serata estiva di 65 anni fa. È il 15 agosto del 1946 quando la popolazione, nel dare ufficialmente il suo addio alla città, gremisce I’Arena romana illuminata a giorno, simbolo delle loro radici millenarie e intona il "Va’ pensiero" in un tripudio di tricolori».

Com’è possibile, mi sono chiesto, che i polesani abbiano dato ufficialmente addio alla propria Città il 15 agosto del ‘46? A Parigi il Trattato di Pace non era ancora stato definito, a Pola il lumicino delle speranze che le cose potessero concludersi diversamente, ancorché debolmente, ardeva ancora e lo scoppio di Vergarolla, causa scatenante del nostro esodo, sarebbe occorso solo pochi giorni dopo. La perplessità più grande mi derivava, però, dal racconto fattomi da chi allora era ben più grande di me e secondo i quali il saluto alla Città i polesani lo avevano dato la notte del 31 dicembre, al Teatro «Ciscutti», imponendo a se stessi, pur con il pianto nel cuore, un’ultima notte di festa in quella Pola che di lì a qualche giorno avrebbero definitivamente lasciata. Di questo, in occasione della nostra cerimonia a Pola del 18 agosto per rendere omaggio alle Vittime di Vergarolla, ho chiesto, ottenendola, conferma agli esuli ed ai rimasti "più datati" colà incontrati.


Non ancora soddisfatto, sono andato a spulciare nell’archivio della redazione le vecchie «Arene» del tempo e, anche se purtroppo non ho tutte quelle del periodo polese, ho trovato il giornale di sabato 17 agosto 1946 che proprio di quella memorabile serata fa la cronaca. Ve la ripropongo, avendola interamente trascritta, nel riquadro qui accanto. In essa non si fa alcun cenno a "un addio ufficiale alla Città"; si parla, bensì, di un’eccezionale ed entusiastica «manifestazione d’italianità» da parte dei cittadini di Pola; «…di una invocazione alta e potente che ha costituito la migliore risposta a tutte le insinuazioni, le falsità, le accuse che gli avversari hanno mosso contro la nostra città e il nostro popolo».


E qui mi si è aperta un’altra finestra della memoria che lega proprio quella manifestazione alla strage di Vergarolla. Ricordavo di aver scritto qualcosa a riguardo e, cercando tra quanto pubblicato in passato, sono risalito all’«Arena» n. 7 del 31 luglio 2006 dove a pag. 5, in un articolo dal titolo 18 agosto 1946: lo scoppio di Vergarolla. Incidente o crimine, scrivo tra l’altro, basandomi su quanto recepito da documenti reperiti in «The National Archives» del Regno Unito ed inviatimi dalla cara Silvia Lutterodt Sizzi:


« … le suddette risultanze, dunque, portano ad escludere il fatto incidentale ed a propendere per l’ipotesi dell’atto deliberato e, quindi, per il crimine. Peraltro, dai documenti ricevuti emergono altri due elementi che contribuiscono a rendere plausibile l’atto criminoso da parte di elementi slavo-comunisti. In precedenza, infatti, da parte slava era stata apertamente dichiarata la determinazione a voler boicottare ogni manifestazione, anche sportiva, avente una qualsivoglia connotazione politica. In effetti, qualche tempo prima, una bomba era stata trovata a Trieste sotto la tribuna della giuria in occasione di una gara internazionale di canottaggio e, di certo, le gare di nuoto di qualificazione alla Coppa Scarioni, organizzate in quel 18 agosto 1946 nella baia di Vergarolla dalla gloriosa società remiera polesana "Pietas Julia", attorno a cui in quegli anni difficili si raccoglieva la comunità cittadina di fede italiana, rientravano, con qualche ragione, nella deprecabile ottica slava. Inoltre, da un altro documento datato 19/8/46, risulta che in data 15 agosto una folla di circa 20.000 italiani, radunatisi nell’Arena, avevano intonato l’Inno nazionale, provocando minacciose rimostranze da parte degli slavo-comunisti. Secondo il commento al comunicato, potrebbe essere stata questa la scintilla che ha innescato la successiva violenza». La cosa, sulla base di quanto anche successivamente emerso da quegli stessi archivi, appare, in effetti, più che plausibile!


Da ultimo, su quanto effettivamente in programma quel 18 agosto di 65 anni fa a Vergarolla si continua ancor oggi a fare confusione; c’è chi parla di gare di nuoto e chi di canottaggio. Chi c’era non ha dubbi al riguardo, ma per dirimere ogni dubbio in chi invece non c’era pubblico di seguito nel predetto riquadro sotto l’allora titolo della rubrica All’ombra dell’Arena, l’annuncio che della giornata dà la stessa «Arena» del 17 agosto 1946.


E, per concludere, un’ultima chicca, che si può leggere in quella stessa pagina del vetusto giornale: il telegramma che l’avv. Bacicchi, da Roma, aveva inviato all’avv. Bartoli, segretario della DC di Pola. Eccone il testo: «Nel momento di partire per Parigi, trepidante sorte nostra Istria ma fiducioso giustizia divina, rivolgo mio affettuoso saluto tutti democristiani Pola. Che Iddio protegga le nostre case!»; una conferma che, al momento, un barlume di speranza ardeva ancora nei cuori dei cittadini di Pola.
Silvio Mazzaroli

640 - Il Piccolo 05/10/11 L'intervento di Marco Coslovich: "Mio padre anti-titino e i parenti in Istria"

Mio padre anti-titino e i parenti in Istria

L’INTERVENTO DI MARCO COSLOVICH

Aveva patito molto ma mai considerò gli italiani rimasti oltreconfine dei traditori o simpatizzanti del regime

Negli anni Sessanta mio zio Edi faceva l’autista per guadagnare da vivere. Una domenica prestò a mio padre la Fiat 1.900 A, blu ministeriale. Aveva il cambio al volante, un mono sedile anteriore per tre passeggeri e le gomme a fascia bianca. Andammo in Istria dopo quasi 10 anni di assenza. Fu una gita memorabile. A parte la dogana, che all’epoca non era uno scherzo, e mia sorella Marisa che soffrì il mal d’auto, visitammo quasi tutti nostri parenti rimasti in Istria dopo il grande esodo degli anni Cinquanta.

Zio Raffaele, i cugini Leone e Uci di Giurizzani, i cugini Ivo e Beppo di Materada, e poi gli amici: Piero di Buie, Italia e Gino di Retrovia (testimoni di nozze di mio padre) e Pidia e tanti e tanti altri.

Mio padre, fieramente antifascista (non a caso mio nonno è morto a Dachau), fieramente anti-titino (aveva scontato la galera con i "liberatori"), faceva il mestiere dell’elettricista. Ne aveva viste di cotte e di crude in Istria, ma mai gli era saltato in testa di considerare gli italiani rimasti nella Iugoslavia di Tito dei simpatizzanti del regime, o dei filo-comunisti, o dei traditori dell’italianità.

E da quel lontano 1964, appena ha avuto la possibilità, ha sempre portato tutta la famiglia oltre confine. I confini per lui, in un certo senso, non sono mai esistiti anche se ne ha sofferto moltissimo le conseguenze. Ha perso la casa, il lavoro, l’abitudine di andare a caccia, le domeniche all’osteria, le cantate a squarcia gola (era un canterino in paese). Questo però, non gli ha mai fatto venir meno il legame con gli italiani rimasti in Istria, che salutava per strada e che intratteneva a parlare ogni qualvolta che tornava al paese.

Stupisce perciò assistere oggi che il Presidente dell’Unione degli istriani dichiari: "A Pola nessun abbraccio fra gli esuli e i rimasti" (Il Piccolo 2.ott.). L’Unione italiana si sarebbe macchiata di gravi colpe contro gli esuli e il Presidente Massimiliano Lacota attende ancora "scuse ufficiali" dell’Unione italiana verso l’Unione degli istriani.

Le ragioni storiche, profonde, accertate, scandagliate dagli storici, io credo siano molte, forse troppe. Sono tante e troppe al punto che soffocano la verità storica della gente istriana. Sembra, infatti, non contare nulla, assolutamente nulla, il semplice fatto che molti, tanti italiani dell’esodo, siano tornati quasi subito a visitare, coltivare, intrattenere e consolidare i contatti con gli amici e i cari rimasti oltre confine in barba alle Unioni-disunioni.

Non è la prima volta che associazioni, club, partiti, sopravvivano alle loro funzioni originarie. I gruppi dirigenti di tali associazioni hanno bisogno di alimentare la passata narrazione, anzi, di rinfocolarla accendendo gli animi quasi temendo che i problemi possano trovare soluzione. Se si trovano le soluzioni le associazioni non servirebbero più a niente.

A mio padre i mesi di galera (per inciso ne scontò anche con i tedeschi) non glieli ha restituiti mai nessuno, ma per questo non pensò mai di rinunciare ad abbracciare i cosiddetti "rimasti". Il Presidente Lacota farebbe bene a fare ogni tanto una gita in automobile dalle nostre parti.

641 - L'Arena di Pola 28/09/11 Le radici ritrovate

Le radici ritrovate

Sabato 10 e domenica 11 settembre si è svolta con successo, in un clima costruttivo e sereno, la «Due giorni a Piemonte d’Istria e dintorni» organizzata dalla Comunità di Piemonte d’Istria (aderente all’Associazione delle Comunità Istriane) in collaborazione con l’associazione culturale «Cristian Pertan» di Trieste, la Comunità degli Italiani (CI) di Grisignana e il Comune di Grisignana. L’intelligente iniziativa è stata non solo una gita di piacere alla riscoperta delle proprie radici o un viaggio di istruzione, bensì un nuovo momento di incontro fra appartenenti a un popolo diviso e sparpagliato nel mondo, ma ancora accomunato dallo stesso dialetto. Istriani per nascita, residenza od origine hanno compiuto assieme un nuovo esperimento concreto di dialogo e riunificazione in quella stessa terra che ancora li affratella, nonostante le oggettive divaricazioni causate dalla guerra, dagli eccidi e dall’esodo. Anche con tali piccoli ma significativi gesti di buona volontà si sanano le ferite storiche e si lavora per costruire un futuro.
Sabato mattina circa quaranta "gitanti" si sono ritrovati a Grisignana nella Piazza del Duomo. I più sono arrivati da Trieste, 16 da Isola con un pulmino organizzato dalla presidente della CI «Dante Alighieri» Amina Dudine, altri da Rimini quali aderenti dell’Associazione Amici e Discendenti degli Esuli Giuliano-Dalmati (ADES), e Lino Vivoda da Imperia.
Quattro dinamici giovani hanno dato il benvenuto a nome dei rispettivi sodalizi organizzatori dell’evento: Mauro Gorjan, presidente della locale CI, Franco Biloslavo, segretario della Comunità di Piemonte d’Istria, Manoel Bibalo, presidente dell’associazione «Cristian Pertan», e Mate Mekiš, presidente della CI di Crassiza nonché guida turistica dell’Ente Turistico di Grisignana. Mekiš ha tratteggiato storia, caratteristiche e aneddoti dell’incantevole borgo, conducendo la comitiva alla sua scoperta.
A mezzogiorno il gruppo si è spostato nella chiesa della vicina Crassiza per rendere omaggio al beato don Francesco Bonifacio. In quel piccolo edificio di culto dedicato ai santi Stefano e Maria Maddalena il sacerdote piranese officiò la messa dal 1939 al 1946. L’11 settembre 1946, mentre rientrava da Grisignana, alcune guardie popolari jugoslave lo assassinarono con modalità mai del tutto chiarite. Il suo corpo non è stato ritrovato. «Allora – ha affermato Mekiš – i sacerdoti erano malvisti se non facevano come volevano le autorità. La colpa di don Bonifacio fu quella di essere voluto rimanere con i suoi fedeli, presso i quali aveva molto seguito».
La chiesa, per lunghi anni in abbandono, è stata lentamente recuperata dagli stessi crassizani e riadattata alla celebrazione della messa. Il 15 settembre 1996 vi fu inaugurata una lapide in memoria del martire della fede e l’anno scorso una vetrata circolare che lo raffigura. All’interno sono stati riposizionati un crocifisso ligneo e una statua della Vergine restaurati. I muri esterni sono stati ridipinti quest’anno. Non contiguo alla chiesa è il caratteristico campanile a torre.
Nel pomeriggio la comitiva, rifocillatasi in un agriturismo di Punta, si è diretta verso Piemonte fermandosi nel villaggio di Dubzi e raggiungendo a piedi la vicinissima foiba nota come «Martinesi», dal nome che il non distante villaggio di Martincici aveva assunto fra le due guerre. L’area, di agevole accesso, è protetta da una recinzione. Intorno a questa i convenuti hanno osservato infine un minuto di raccoglimento in ricordo sia di tutti gli infoibati sia delle altre vittime di morte violenta. L’inghiottitoio è profondo 110 metri. In assenza di ricerche ufficiali, non è certo ma probabile che vi si trovino resti di persone. Lo stesso don Bonifacio potrebbe esservi stato gettato. In attesa di verifiche, la Comunità di Piemonte d’Istria e il Comitato 10 Febbraio di Trieste hanno scelto questa foiba quale luogo simbolo e vi hanno deposto fiori in occasione dell’ultima Giornata del Ricordo.
Il gruppo è infine arrivato a Piemonte, dove lo attendevano altre persone. L’appuntamento era al Centro Polifunzionale, ricavato in quella che dal 1935 era stata la scuola elementare, dove si era continuato a insegnare in italiano fino al 1949, quando fu imposto il croato. Cessata la funzione scolastica per mancanza di alunni a causa dell’esodo, l’edificio fu chiuso e abbandonato. Dopo un restauro iniziato nel 2008 con i fondi della Regione Veneto e dell’Unione Europea, è stato inaugurato il 4 dicembre 2009. Il riatto consente ora di ammirare uno dei pochi esempi di architettura neo-rinascimentale in Istria, ancora più insolito perché compiuto quando già imperava lo stile "littorio".
Nella sala al primo piano è stato presentato il 13° Fondo librario «Cristian Pertan»: 356 volumi in italiano donati dall’omonima associazione alla CI di Grisignana. Alcuni fra questi riguardano le vicende giuliano-dalmate. Lo scopo è di promuovere l’italianità nell’Adriatico orientale venendo incontro ai nostri connazionali ivi residenti. L’anno scorso analogo dono era stato fatto alla CI di Pisino, prima ancora a quelle di Matterada, Umago, Zara e Isola («Dante Alighieri»). Per tale motivo, tra le circa 50 persone che gremivano la sala c’era anche la presidente della CI di Pisino Gracijela Paulović.
Claudio Stocovaz, presidente del Consiglio comunale di Grisignana, ha dato il benvenuto a nome del Comune ringraziando i promotori per questa bella iniziativa mirante a ricongiungere la comunità italiana rimasta con quella esodata e a salvaguardare la cultura italiana sul territorio. Ricordando l’amore di Cristian Pertan (morto nel 2005 a 31 anni) per la sua terra d’origine, Stocovaz ha auspicato che si continui su tale strada di riconciliazione intrapresa dai giovani. Manoel Bibalo ha ringraziato per la splendida accoglienza, mentre Franco Biloslavo ha auspicato che il Centro Polifunzionale possa diventare il cuore pulsante del paese. Il coro «Lipa» di Grisignana ha quindi cantato alcune simpatiche canzoni tradizionali.
Il buiese Denis Visintin, storico e direttore del Museo Civico di Pisino, ha tenuto una conferenza sui Besenghi. Questa antica famiglia nobiliare, forse di origini toscane, si era trasferita nel 1702 a Piemonte, dove i Contarini avevano nominato Pasquale capitano civile e criminale. Nel ’700 lo stesso Pasquale e poi diversi suoi discendenti ricoprirono più volte tale importante carica, dando un fondamentale contributo alla ripresa economico-demografica tanto del borgo quanto del suo contado e donando alla chiesa locale opere d’arte sacra. Caduta la Repubblica, i Besenghi nel 1802 si trasferirono a Isola, dove il casato si estinse con i due fratelli Pasquale (giurista, poeta e combattente per l’indipendenza greca) e Giacomo Besenghi degli Ughi.
Franco Viezzoli, presidente della Famea Piranesa, ha poi introdotto il suo istruttivo documentario Sognando l’Istria – Parte seconda, realizzato vent’anni fa ma ancora attuale. L’audiovisivo illustra l’area collinare costeggiante l’alto e medio corso del Quieto, con Pinguente, Sovignacco, Vetta, San Donato, i ruderi del castello di Pietrapelosa, Salise, Stridone, Portole, Piemonte, Castagna, Grisignana e le rovine degli antichi insediamenti di San Giorgio e Nigrignano. Mauro Gorjan ha consegnato doni a Manoel Bibalo, Denis Visintin e Franco Viezzoli. È quindi seguito un rinfresco.
Domenica 11 settembre ricorreva la festa patronale della Madonna Piccola. Con un pullman o con mezzi propri sono arrivate da Trieste a Piemonte alcune decine di persone, fra cui Lorenzo Rovis, presidente dell’Associazione delle Comunità Istriane. In mattinata al Centro Polifunzionale è stato proiettato il cortometraggio Alunni, con testimonianze e immagini della vecchia scuola. Poi nel duomo il parroco ha officiato una messa in croato con la predica, la prima lettura, qualche passaggio e alcuni canti in italiano, malgrado fosse stato richiesto l’uso della sola lingua italiana. Per tale discutibile scelta alcuni organizzatori non hanno partecipato alla funzione. Il coro, composto quasi tutto da ragazzi connazionali piemontesi, ha cantato al suono dell’organo, risalente al 1740, suonato da un altro giovane del posto.
55 persone si sono poi ritrovate nell’agriturismo della vicina Monticello. Terminato il pranzo, sono tornate a Piemonte, dove Franco Biloslavo le ha condotte alla scoperta dell’antico borgo. Alcuni esuli hanno raccontato fatti di vita vissuta e indicato il luogo dove Giuseppe Miani fu ucciso la notte del 26 luglio 1944 da un partigiano titoista italofono.
I presenti si sono quindi diretti al Centro Polifunzionale per la presentazione del volume di David Di Paoli Paulovich Piemonte d’Istria – Il patrimonio musicale della tradizione liturgica, edito dall’Associazione delle Comunità Istriane. Dopo gli interventi introduttivi di Gorjan, Bibalo e Biloslavo, Lorenzo Rovis ha lodato gli organizzatori della due giorni rallegrandosi per la presenza di molti giovani, i quali consentono al nostro mondo di andare avanti. «Oggi questa manifestazione è possibile – ha dichiarato – perché il clima generale è cambiato. Infatti quello del 3 settembre a Pola è stato un evento di portata storica che conferma l’avvento di un nuovo corso. Siamo qui perché tutti affratellati da questa terra meravigliosa».
«Il canto liturgico – ha evidenziato Di Paoli Paulovich – non è un orpello, ma un elemento fondante dell’identità di un popolo di antica tradizione cattolica come quello istriano. A Piemonte fu praticato fino al 1947. Con tale quaderno, frutto di anni di ricerche, abbiamo cercato di recuperarlo per impedire che sparisca». La due giorni si è conclusa con un rinfresco.

Paolo Radivo

642 - La Voce del Popolo 07/10/11 Cherso - Palazzo Pretorio tornerà a splendere

In perfetta sintonia il sindaco Jurjako e l'Unione Italiana
Palazzo Pretorio tornerà a splendere

CHERSO – Tra gentiluomini non è difficile giungere a un accordo. Infatti, per quanto concerne il restauro di Palazzo Pretorio, sede della Comunità degli Italiani di Cherso, la Municipalità locale e l’Unione Italiana si trovano in perfetta sintonia. Il sindaco di Cherso, Kristijan Jurjako, e il presidente della Giunta esecutiva dell’Unione Italiana, Maurizio Tremul, si sono incontrati ieri nel capoluogo chersino per definire gli ultimi accordi relativi agli imminenti lavori di ristrutturazione di Palazzo Pretorio, assieme a Tercizio Mužić, titolare della Margea, l’impresa edile che si è aggiudicata l’appalto.
UN INVESTIMENTO NECESSARIO Il restauro della sede della CI di Cherso (oltre 500 metri quadrati), a scanso di imprevisti, dovrebbe iniziare entro la fine di questo mese. Ad annunciarlo è stato Maurizio Tremul. Il presidente della Giunta esecutiva dell’UI ha spiegato che il costo del restauro si aggira attorno ai 4,3 milioni di kune. "Un investimento consistente, ma necessario, il cui finanziamento è stato assicurato attingendo a una parte dei cosiddetti fondi perenti", ha spiegato Tremul.
VERSO LA SCUOLA MATERNA CNI Il presidente dell’Esecutivo UI ha aggiunto poi che una volta completata l’opera di restauro della sede della CI sarà possibile iniziare a lavorare affinché nei prossimi anni anche a Cherso possa essere inaugurato un asilo in lingua italiana.
Il sindaco Kristijan Jurjako ha confermato che la Città contribuirà ai lavori assicurando alla ditta esecutrice uno spazio nel quale depositare gratuitamente il materiale edile ed esentandola dal dover pagare l’imposta per l’usufrutto del suolo pubblico.
PUNTO D’INCONTRO TRA LE CULTURE "La Città è contenta che i lavori possono finalmente iniziare. Palazzo Pretorio si trova in pieno centro storico e quando tornerà a risplendere in tutto il suo splendore contribuirà a rendere ancora più elegante e bella Cherso", ha dichiarato Jurjako, ricordando che la località isolana è sempre stata un punto d’incontro tra le culture croata e italiana. "Palazzo Pretorio - ha concluso il sindaco - una volta restaurato non garantirà solamente migliori condizioni di lavoro agli attivisti della CI, ma anche un ritrovo culturale per tutta la nostra collettività". I lavori di restauro complessivi dovrebbero essere ultimati entro l’estate del 2012. La facciata e il tetto dovrebbero essere restaurati, invece, già entro la fine di quest’anno. (kb)

643 - Il Piccolo 06/10/11 Battaglia a Dignano per l'occupazione abusiva. I Rom nelle abitazioni degli esuli

I Rom nelle abitazioni degli esuli
Battaglia a Dignano per l’occupazione abusiva.

Sindaco impegnato negli sfratti

DIGNANO Nella campagna contro l'abusivismo abitativo in cittavecchia, il sindaco Klaudio Vitasovic incontra un ostacolo per cosi dire insolito, la Questura istriana. Vediamo di spiegare. Le abitazioni in questione un tempo erano proprietà degli esuli che le hanno abbandonate, poi sono state nazionalizzate e ora appartengono alla città. Ebbene in alcune di queste case a dire il vero pericolanti e non sicure causa la pluridecennale incuria e degrado, si sono insediati dei clandestini. In primo luogo Rom e persone ai margini della società. Si sono quindi recati in Questura a Pola per denunciare il cambio di residenza, ottenendo senza problemi la carta d'identità con il nuovo indirizzo. Tutto ciò ha fatto infuriare il sindaco Klaudio Vitasovic, da anni impegnato a sgomberare gli inquilini abusivi onde attuare il progetto di restauro e rilancio del nucleo storico che ora come ora versa in condizioni pietose. Si è arrivati alla paradossale situazione dice, che qualcuno approffittando della momentanea assenza del proprietario, si insedia nella sua casa e si fa rilasciare la carta d'identità con il nuovo indirizzo. Effettivamente la spiegazione arrivata dalla Questura gli da ragione. Per la precisione nella definizione della residenza non è importante l'aspetto legale, ossia la proprietà o un normale contratto d'affitto. Contano invece, così la risposta, il dato di fatto riscontrato sul posto e l'intenzione manifestata dal cittadino di risiedere all'indirizzo indicato. Per l'insediamento abusivo si dice ancora, la parte lesa può rivolgersi al tribunale. Cosa fare dunque? Il sindaco Vitasovic non demorde e in tribunale ha già avviato diverse cause di sfratto. ( p.r.)

644 – La Voce del Popolo 06/10/11 Matterada - Una Comunità degli Italiani con tanti potenziali di crescita

MATTERADA A COLLOQUIO CON LA PRESIDENTE DEL SODALIZIO
DELLA NOSTRA ETNIA, MARTINA DAGOSTINI
Una Comunità degli Italiani con tanti potenziali di crescita

MATTERADA – Anche alla Comunità degli Italiani di Matterada fervono i preparativi per l’imminente inizio delle attività autunnali. Abbiamo avuto il piacere di parlarne con la giovane presidente del sodalizio, Martina Dagostini.
Quali sono le attività che la Comunità di Matterada proporrà nell’entrante stagione ai soci e simpatizzanti del sodalizio?
"Ai soci adulti la nostra CI offre diverse alternative, alcune classiche, altre innovative. Chi è portato al canto può inserirsi ed entrare a far parte del nostro coro misto. Chi invece è più portato alla recitazione, può aderire alla nostra Filodrammatica. Abbiamo pure un’affiatata squadra di bocce e una sezione ricreativo sportiva in ambito alla quale si gioca soprattutto a briscola e tressette. Inoltre abbiamo anche una biblioteca. Quanto alle altre alternative organizziamo dei corsi di ginnastica aerobica e dei tornei di tennis tavolo. Ai più piccoli, invece, a seconda delle affinità offriamo loro l’opportunità di inserirsi nel gruppo di Filodrammatica, in quello dei Minicantanti e dei piccoli cantanti solisti e, se sono più portati al disegno e alla pittura, nel nostro gruppo artistico. Tengo tuttavia a precisare che tutte le attività che organizziamo in ambito al sodalizio sono aperte a chiunque abbia desiderio di includersi, a prescindere dall’appartenenza nazionale".
Sezioni le cui attività sono di anno in anno sempre più apprezzate anche al di fuori dei confini locali. Non è vero?
"Direi proprio di sì. Sono soprattutto la Filodrammatica adulti e bambini ed il coro a darci grandi soddisfazioni. Con i nostri gruppi recitativi abbiamo recentemente avuto il piacere e l’onore di partecipare a Trieste al Festival internazionale per il teatro ‘Ave Ninchi’, dedicato ai gruppi teatrali dilettanti. E abbiamo riscosso un grande successo. Al Festival abbiamo proposto la commedia brillante intitolata ‘Gaetano’. Un lavoro piuttosto impegnativo, al quale i nostri attori hanno dedicato molto tempo. Ci piacerebbe tanto poterlo portare in tournée anche nelle altre Comunità dell’Istria, del Quarnero e della Dalmazia. Quanto alle attività del settore musicale, oltre al nostro bravo coro, possiamo vantarci anche di due giovanissimi e promettenti fisarmonicisti. Si tratta di Elisa Clai e Gianluca Prelogar, che secondo me hanno davvero tutte le prerogative per fare una grande carriera".
Avete già in calendario degli appuntamenti?
"Certamente. Abbiamo in programma diversi eventi sportivo ricreativi, come il Torneo di calcetto under 12, che organizzeremo tra pochi giorni in collaborazione con la Comunità degli Italiani ‘Fulvio Tomizza’ di Umago. È la prima volta che proponiamo dalle nostre parti un incontro di questo tipo, destinato a ragazzi così giovani, ma ci auguriamo fin d’ora che abbia grande successo. Grazie alla collaborazione che abbiamo instaurato con la Società calcistica locale, le partite si giocheranno al campo sportivo di Giurizzani. Il 15 di ottobre parteciperemo tradizionalmente agli incontri sportivi organizzati dall’Unione Italiana a Parenzo, con la nostra squadra di calcio over 30, con la squadra di bocce e con i giocatori di tennis da tavolo. Alla fine del mese in corso, infine, organizzeremo un Torneo di briscola e tressette".
Altre iniziative di rilievo che programmate nei mesi invernali?
"Se avremo disponibilità economiche, in collaborazione con la scuola di Giurizzani organizzeremo il tradizionale spettacolino di Natale, al quale solitamente partecipano gli attivisti di tutti i gruppi artistici e delle sezioni che fanno attività in ambito al sodalizio. Non mancheremo comunque di organizzare una grande festa a San Valentino, che è il patrono della nostra parrocchia. Si tratta di una ricorrenza molto sentita, che appartiene alle nostre tradizioni e alla quale in questi ultimi anni, abbiamo voluto dare l’impronta che aveva un tempo. Sarà come sempre l’occasione per riproporre all’affezionato pubblico il nostro folclore e le canzoni di una volta."
Oltre a dedicarvi al canto, alla recitazione e allo sport, organizzate anche mostre ed altri eventi artistico culturali?
"Sì, ultimamente dedichiamo molta attenzione anche ad altre forme di cultura, come l’arte e la fotografia. L’anno scorso abbiamo festeggiato il decennale della nostra Comunità, e in tale occasione abbiamo ospitato una mostra di disegni della giovane pittrice Valentina Trento e un’esposizione fotografica del noto connazionale Gianfranco Abrami. Con Abrami, che è un grande conoscitore delle nostre terre, stiamo organizzando pure una gita a Cherso e a Lussino. La faremo l’8 ottobre e colgo l’occasione per invitare chiunque volesse partecipare a quest’uscita a contattare la segreteria della nostra CI".
Siete una Comunità piccola ma molto attiva. Non è facile organizzare tante attività nel poco spazio che avete a disposizione?
"Purtroppo a volte è davvero difficile. Avremmo effettivamente bisogno di più spazio. La sala polivalente della nostra sede è priva dell’impianto di riscaldamento e d’inverno il freddo si fa sentire. La Città di Umago ci ha permesso di utilizzare tre vani di proprietà municipale che vengono usati dal gruppo artistico, dal coro, dalla Filodrammatica, e che nel contempo fungono pure da spazi per la segreteria e la presidenza. Dividiamo insomma un po’ tutto, come in una grande famiglia. E devo dire che quest’atmosfera di solidarietà si sente e che anch’io ne vado molto fiera. È ormai da tempo che abbiamo inoltrato alla Città di Umago una richiesta per ottenere degli ulteriori spazi, ma siamo ancora in attesa di una risposta".

Serena Telloli Vežnaver

645 - Il Piccolo 03/10/11 Veglia celebra la vittoria sui musulmani a Lepanto, esposto il sepolcro del capitano Cicuta

ESPOSTO IL SEPOLCRO DEL CAPITANO CICUTA

Veglia celebra la vittoria sui musulmani a Lepanto

VEGLIA Anche quest'anno Veglia città si appresta a celebrare a inizio ottobre la storica vittoria a Lepanto delle forze cristiane sulla flotta dell'Impero ottomano, che nel 1571 segnò la fine dell'avanzata turca nel Mediterraneo e in Europa. Il contributo dei "bodoli" (così vengono chiamati i veglioti) nella grandiosa battaglia navale a Lepanto, la greca Nafpaktos, si ebbe grazie alla galea Cristo Resuscitato, che era stata inquadrata nel corno sinistro dello schieramento cristiano, al 28esimo posto della prima formazione d'assalto. Il successo conseguito dal corno sinistro incise in modo fondamentale sul successo della Lega Santa, l'alleanza federata sotto le insegne pontificie. Nel corso dei sanguinosi scontri, la Cristo Resuscitato colò a picco.

Comandante dell'unità vegliota era il sopracomito Lodovico Cicuta, le cui spoglie si trovano in un sepolcro situato a pochi passi dall'altare della cattedrale di Veglia. Maja Parentic, direttrice del Centro culturale vegliota, ha reso noto in conferenza stampa che il 6 e 7 ottobre prossimi il sepolcro di Cicuta - attualmente interrato - sarà esposto al pubblico nell'ambito delle celebrazioni del 440esimo anniversario della megabattaglia lepantina.

Non è tutto perché sarà promossa pure la busta postale raffigurante una galea vegliota, inaugurata la mostra denominata "La marina delle Bocche di Cattaro durante l'amministrazione della Serenissima 1420-1797" e celebrata una santa messa nella cattedrale.

Quindi a Veglia sarà proposta la Serata della galea, con degustazione di quello che i marinai dell'epoca mangiavano e bevevano e infine il fotografo croato Sime Strikoman (noto per le sue foto di massa) scatterà istantanee con decine di persone che sulla riva vegliota andranno a formare la galea triremi isolana. (a.m.)

646 – CDM Arcipelago Adriatico 06/10/11 Il "nuovo" Dizionario Fiumano, fresco di stampa

Il "nuovo" Dizionario Fiumano, fresco di stampa

Cos’è un dizionario? Lo Zanichelli in proposito afferma che un dizionario è opera in cui sono registrati, secondo determinati criteri di scelta e di ordinamento (il più comune è l'ordine alfabetico), i vocaboli e gli altri elementi lessicali (prefissi, sigle ecc.) di una lingua (spesso anche quelli provenienti da altre lingue ma diffusi tra i parlanti della lingua considerata). Perché scriviamo questo? Per il fatto che sabato prossimo a Montegrotto Terme verrà presentato, nell’ambito del raduno degli esuli fiumani, il dizionario fiumano – italiano e italiano – fiumano, fresco di stampa. Curato da Nicola Pafundi e con il contributo di Mario Bianchi, Camillo Blasich e Sergio Katunarich, il dizionario è stato fortemente voluto dal Libero Comune di Fiume in Esilio, dopo aver condotto e sostenuto vari studi volti alla definizione di quella che è la parlata fiumana.
La passione con cui è stato redatto è certamente ben rintracciabile nelle parole che Nicola Pafundi ha voluto pubblicare nell’Introduzione. "Chi, invece, è aperto ai valori, alla loro conservazione, ha, in tre parole, conoscenza della realtà ed […] è a queste persone in particolare che il dizionario si rivolge, in quanto sanno, […] il valore della lingua dialettale, propria, radicata, capace di distinguerlo e di riflettere la sua personalità". La volontà, inoltre, di fornire il volume anche alla Comunità degli Italiani di Fiume e al Liceo Italiano è certamente uno degli elementi di distinguo del dizionario e di chi lo ha desiderato.
All’interno del dizionario fiumano – italiano e italiano – fiumano troviamo un’organizzazione metodica del lavoro. Troviamo la grammatica fiumana, attraverso diverse sezioni come La lingua e il linguaggio dialettale, L’alfabeto, Numeri cardinali, collettivi, Regole di pronuncia e ortografia, Nozioni di grammatica, Verbi. Viene spiegato tutto, in maniera semplice, non c’è pretesa da parte degli autori di aver svolto un lavoro accademico. Tuttavia è un’opera ben fatta che potrebbe venir a rappresentare un importantissimo contributo all’identità fiumana.
Scrive ancora Pafundi "[…]ciascun dialetto stringe a sé la comunità di appartenenza, al punto da racchiuderla sempre di più […] o ancora il dialetto fiumano […] rientra a buon titolo nel novero di quello che […] dobbiamo chiamare istituto". Pafundi ci parla di vocali e consonanti, di cadute di suoni, di troncamenti di suoni, ci spiega l’accento da usare, la derivazione da lingue straniere di alcune lettere usate nel fiumano, come la x e la k con valore di consonante e la j con valore di vocale "in quanto, in alcuni casi e solo con riguardo agli elementi grafici, va a sostituire la i": tecnicamente parliamo di "semivocale".
E’ un dizionario completo, C’è tutta la parte riguardante i verbi, forse, per gli specialisti, la parte più interessante di tutto il dizionario poiché rappresenta l’uso comune e più diffuso. Senza i predicati verbali la lingua non avrebbe la forma che le è stata data nel corso dei millenni. Forse alcune avanguardie del passato non sarebbero d’accordo ma si trattava pur sempre di esperimenti. Il merito del dizionario del Pafundi – cosa che potrebbe sedimentarsi, negli ambienti più vicini, nel corso degli anni come Il Pafundi ma forse è una leggerezza – è che la necessità di conservare va a braccetto con il momento contemporaneo. La continua trasformazione a cui il mondo dell’Associazionismo è sottoposto fa in modo che ci si aggrappi ai pilastri del mondo conosciuto. Il passato è ciò che meglio dà l’immagine della vita umana perché fotografato ed impresso. La lingua è ciò che può cambiare, mutare la sua forma e i suoi fonemi e tuttavia restare aggrappata alle esperienze umane più delicate – in via d’estinzione. Un dizionario deve rivedere il suo utilizzo e soprattutto la sua utilità – concettualmente diversissimi tra loro. Non può restare soprammobile di libreria per il gusto estetico di appartenere socialmente. Non deve rimanere nelle mani di chi conosce senza trasmettere – e c’è chi lo ha avuto tra le mani per tanto tempo. Un dizionario ha il merito di fissare le regole e di essere palafitta contro le inondazioni. Il Pafundi può essere via alla conservazione. Può rappresentare utile strumento. La sua diffusione deve essere capillare. Perché anche se verrà sepolto dal tempo, prima o poi riemergerà. E’ solo questione di tempo.

Nicolò Giraldi

647 - La Voce in più Storia 01/10/11 - La Dalmazia di Prezzolini - Una randellata a quelli che blaterano di italianità, venezianità, romanità

LETTI PER VOI

«La Dalmazia» di Giuseppe Prezzolini (ristampa Biblion edizioni)

Una randellata a quelli che blaterano di italianità, venezianità, romanità

di Alessandro Marzo Magno

Per forza non l’avevano più ristampata dal 1915, "La Dalmazia" di Giuseppe Prezzolini (Biblion edizioni, Venezia, 2010, pp. 141, 15 euro), con saggio introduttivo di Giovanni Brancaccio Biblion. È un pugno nello stomaco, una randellata a tutti quelli che blaterano di italianità, venezianità, romanità. E come tutto quello che va contro la vulgata, gli interessi precostituiti, e la voglia di certezze di un un’opionione pubblica pigra, "Dalmazia" è finito in un angolo, ostracizzato e dimenticato.

Che dice di tanto scandaloso Giuseppe Prezzolini?

Sostanzialmente che la Dalmazia, con la sola eccezione di Zara, non è italiana, bensì un territorio misto dove gli italiani erano una minoranza significativa dal punto di vista culturale, economico e politico, ma davvero infima dal punto di vista numerico.

Un discorso, questo, che oggi non scandalizzerebbe nessuno, perché più o meno così stavano le cose, ma fatto nel 1915, be’, immaginatevi voi lo starnazzare scandalizzato degli ultrà nazionalisti. Scandalo e indignazione accresciute poi dal fatto che lo scrittore proveniva dalle loro fila. Prezzolini non può andare di persona lungo le coste dell’Adriatico orientale: l’Italia è in guerra con l’Austria-Ungheria, a cui quelle coste appartenevano, è non è cosa.

Allora decide di fare un viaggio letterario per cercare di capire come stessero le cose di là del mare. Si impegna a fondo, almeno a giudicare dalla vastità della bibliografia, e alla fine ne emerge con alcuni convincimenti nettamente in controtendenza con il can can nazionalista dell’epoca. Intanto se la prende con Venezia.

Il "saggio governo veneto" non avrebbe di un ette contribuito al progresso sociale della Dalmazia. Al di là di un profondo antivenezianismo di tradizione fiorentina (Guicciardini, Machiavelli) che emerge dalle sue righe, Prezzolini ha sostanzialmente ragione: per Venezia la Dalmazia era luogo dove far legna e arruolare rematori.

Le condizioni di vita erano talmente arretrate (soprattutto dopo l’acquisizione del controllo del retroterra – Knin, Imotski – e del passaggio di popolazioni morlacche sotto il dominio veneto) che Venezia tenta di varare delle iniziative di rilancio (il "Viaggio in Dalmazia" dell’abate Alberto Fortis va letto in tale senso), ma ormai la Serenissima non è che l’ombra di se stessa e anche questo tentativo riformatore, così come tutti gli altri tentati in quegli anni, non andrà a buon fine.

Prezzolini sottolinea che Venezia non ha promosso l’italianità di quelle terre, facile replicare che non poteva essere che così, visto che il concetto di italianità non era ancora stato inventato e che l’Italia era ancora e solo un’espressione geografica. Se si gira la prospettiva e non la si guarda dall’Adriatico, ma dalle pianure danubiane, la Dalmazia non appare più come la costa orientale del Golfo di Venezia (come veniva chiamato l’Adriatico prima della caduta della Repubblica), ma l’estrema propaggine occidentale del mondo slavo.

E qui lo scrittore entra in un dibattito annoso, acceso e senza soluzione: se non si accetta che la Dalmazia sia entrambe le cose, non si va da nessuna parte. Prezzolini poi va anche oltre: afferma che la costa dell’Adriatico orientale costituisce il naturale sbocco al mare dell’entroterra serbo (al tempo la Croazia faceva ancora parte dell’impero austroungarico di cui nessuno poteva prevedere la dissoluzione) e che l’Italia ha tutto l’interesse a mantenere buoni rapporti con Belgrado affinché l’Adriatico resti un lago di pace. Tutto giusto, in teoria. In pratica le cose sarebbero andate diversamente, ma anche questo nel 1915 non era prevedibile e così Roma e il neonato regno SHS, poi jugoslavo, si sarebbero trovati da subito divisi da rivalità e incomprensioni.

Naturalmente una visione tanto extravagante, che andava ferocemente contro il nazionalismo imperante all’epoca (e per di più da parte di un nazionalista come Prezzolini, quasi un eretico rinnegato), non poteva che incontrare pesanti avversioni. E se c’era chi si rendeva conto che alla fin fine l’unica città italiana della Dalmazia era Zara (diversa la situazione sulle isole), c’era anche chi, come Attilio Tamaro, sosteneva che l’intera costa fosse italiana e che quella croata fosse una presenza un po’ abusiva.

Giuseppe Prezzolini è sempre stato un intellettuale indigesto che a un certo punto abbandonerà l’Italia per andare in esilio volontario in Svizzera.

Anche questo libro potrebbe a qualcuno apparire indigesto, proprio per questo va letto.

648 - La Voce del Popolo 04/10/11 Igor Žic : Fiume, città che ha perso la sua identità sul banco degli imputati: il comunismo

Parla Igor Žic, storico dell’arte, caporedattore della rivista «Književna Rijeka»
Fiume, città che ha perso la sua identità sul banco degli imputati: il comunismo

FIUME – Igor Žic è certamente un nome a cui si associano varie interpretazioni. Quelle più comuni lo vedono saggista, prosatore, critico, storico dell’arte e anche restauratore, professione quest’ultima che svolge dal 1987 al Museo di Storia e Marineria del Litorale Croato di Fiume. Ha all’attivo numerose pubblicazioni. Ben 586 lavori tra articoli, cataloghi e anche 21 libri, comprendenti pure edizioni in lingua straniera. Allo stesso modo è un nome che spesso si associa alla tesi della croaticità esclusiva di Fiume. E quindi una figura contestata per le sue posizioni storiche. La più recente è legata all’articolo "Giovanni Stelli: La memoria che vive" apparso su "Književna Rijeka", rivista letteraria pubblicata dalla sezione fiumana della Società degli scrittori croati, diretta dallo stesso Žic. Incuriositi dalle sue posizione per una città multiculturale come Fiume, abbiamo deciso di incontrare Igor Žic per rivolgergli una serie di domande.
Se dovesse riassumere in un paio di frasi la storia di Fiume, quale sarebbe la sua risposta?
"La nostra città è caratterizzata da una storia molto interessante, faticosa, piena di dettagli inaspettati. Una complessità storica che in ogni decennio deve essere riscritta, almeno in parte. E ciò a causa dei cambiamenti politico-culturali in Croazia e in Italia".
Qual è, a suo avviso, il periodo più affascinante?
"Senza ombra di dubbio la fase sotto la diretta ingerenza dell’Ungheria. Il cosiddetto Corpus Separatum che in 50 anni, dal 1868 al 1918, ha portato alla città grossi sviluppi industriali principalmente grazie alla ferrovia e al porto. Infrastrutture che sono anche la causa del boom che fece di Fiume una città di 67 mila abitanti nel ’14. Subito dopo Budapest, Fiume è stata la seconda città per importanza nel regno ungarico, ma anche l’ottavo porto in Europa, con 20 alberghi. Fu anche un periodo caratterizzato da forti sconvolgimenti politici, con schieramenti per la parte italiana, ungherese e croata. Allo stesso modo furono anche anni che portarono una ricca produzione artistica, letteraria e architettonica. Basti pensare che il Palazzo del Governatore, rappresentante della Corona ungarica di S. Stefano a Fiume, venne realizzato da Alajos Hauszmann, ossia l’architetto del parlamento di Budapest. Tale era l’importanza attribuita a Fiume dall’Ungheria".

Personaggio affascinante: Giovanni de Ciotta

Qual è il personaggio che l’ha colpita maggiormente della storia fiumana?
"Indubbiamente Giovanni de Ciotta. Sindaco di Fiume dal 1872 al 1896. È stato anche rappresentante della città quarnerina al Sabor di Zagabria, dove, pur conoscendo la lingua croata, si rifiutò sempre di adoperarla. Nipote di Andrea Lodovico de Adamich, conseguì gli studi d’ingegneria edile, con una specializzazione nel campo militare, cosa che gli permise di comprendere i problemi legati all’urbanistica e allo sviluppo della città. Da qui la sua visione di realizzare una piccola metropoli, tanto da definire le strade, gli acquedotti, parchi, fino al suo adempimento principale, il Teatro Comunale, oggi ‘Ivan de Zajc’. Ciotta rappresenta il frutto della nostra città cosmopolita. Le sue principali virtù risiedevano nel saper collegare le persone e utilizzare con abilità le risorse finanziarie". Secondo lei da quanto tempo esistono gli italiani a Fiume?
"È una domanda delicata, che va collegata direttamente con la questione della nazionalità, è un problema di definizione. La lingua e cultura italiana esistono a Fiume in diverse varianti. Molti sostengono che sia frutto diretto dell’Impero Romano. Però l’italiano come lingua è giunta nel Medioevo con il commercio, mentre l’italianizzazione spirituale delle città avvenne con i Gesuiti che fondarono a Fiume il Ginnasio".
Scordiamo che il primo documento scritto di questa città, ossia la "Tariffa del pesce", era in dialetto fiumano.
"Nel Medioevo il latino era la lingua dell’Europa colta. Da esso si è formato l’italiano, nella sua forma popolare, ossia quella del ‘volgare’. Sul territorio della Croazia è sempre stata presente la tradizione del glagolitico. Fiume, sotto questo aspetto, è stata uno dei centri, ma nel XIX secolo c’è stata una distruzione, intenzionale o involontaria, di questo patrimonio. Il dialetto veneziano presente a Fiume è legato alla potenza economica e marittima della Serenissima. La pesca è stata per secoli collegata a Chioggia, e quindi non sorprende che il documento conservato sia scritto nella variante fiumana del dialetto veneziano. Il documento della ‘Tariffa del pesce’ è stato registrato il 5 gennaio del 1448 come prima voce nel libro del notaio italiano Antonio de Reno – giunto a Fiume da Modena –, nella versione locale dell’italiano utilizzato. E ciò dopo una serie di suoi scritti in latino". Spesso la maggioranza, coadiuvata dalla storiografia croata, abbina la secolare presenza italiana di queste terre ai tragici fatti del Ventennio fascista. Come mai questo connubio?
"È un problema molto serio, di carattere locale. Sono remore del passato che ancora ci trasciniamo dietro. Desunte da un ragionamento comunista e sostenuto dal fatto che il fascismo è stato principalmente un’invenzione fiumana. La storiografia jugoslava non si è voluta mai occupare delle sfumature storiche legate a D’Annunzio e alle varie fasi del fascismo. Perciò era più semplice sostenere la diversità tra ‘loro’ e ‘noi’. L’italiano buono, agricoltore, è comunista. L’italiano della città, che brama il ritorno dell’Italia, è fascista, e quindi nemico del popolo. La logica comunista era che chiunque non condividesse i valori e i ragionamenti imposti dal sistema fosse un oppositore che andava eliminato o segregato ai margini della società. Non dimentichiamo che prima della guerra si ricorreva a uno stereotipo che voleva gli italiani tutti ‘ladri’".

Manca la volontà politica

Secondo il suo parere a Fiume è sufficientemente valorizzato il patrimonio storico-culturale? Che cosa si potrebbe eventualmente fare per promuoverlo maggiormente?
"Tantissime cose. L’artista austriaco Gustav Klimt, uno dei massimi esponenti dell’Art Nouveau, realizzò alcuni dipinti che oggi possono essere ammirati sul soffitto dello ‘Zajc’. Sarebbe opportuno rimpiazzare gli originali con delle copie e presentarli in qualche museo. Nella tesoreria del convento francescano di Tersatto è conservato un piccolo ma stupendo lavoro dell’orafo Benvenuto Cellini, al quale si dovrebbe dedicare maggiore attenzione. Qui ci sono anche splendide opere d’arte della collezione Nugent che dovrebbero essere presentate assieme al resto della collezione, conservata al Museo Archeologico di Zagabria. Raccolta che fino al 1894 era esposta al Castello di Tersatto. La figura del feldmaresciallo austriaco di discendenza irlandese, Laval Nugent (1777 -1862) – liberatore di Fiume e dell’Istria da Napoleone nel 1813, l’uomo che fece tornare Papa Pio VII in Vaticano, il padrone di Tersatto – è troppo poco utilizzata quale fatto appartenente al patrimonio culturale fiumano. Egli si considerava il successore dei Frangipani, mentre sua moglie proveniva dalla famiglia Riario-Sforza".
Spesso si parla di perdita d’identità: quali ne sono le cause?
"In primo luogo la politica autarchica e il rapporto di essa con le persone nel corso delle varie epoche storiche. Oggidì siamo una città con centri commerciali e un polo universitario, senza alcuna industria. Abbiamo quindi perso completamente quella vena che ci contraddistingueva per tanti decenni. Però c’è una spiegazione logica, che vede come principale imputato il comunismo. Il concetto del socialismo era astorico e antintellettuale. In altre parole, si negavano i fatti storici. Importava solamente ciò che era accaduto dal ’45 in poi. In questa ottica assumeva una posizione centrale la figura dell’operaio, spesso idolatrata al pari di un’icona. L’operaio, meno possedeva un’educazione scolastica e più era incline a seguire ciecamente i voleri del partito, meglio era. Di conseguenza, l’identità e la ricca storia cadevano nell’oblio generale. Una prassi che è andata avanti fino agli anni Novanta, quando avvenne uno sconvolgimento totale con lo studio della storia e dell’identità da parte della storiografia croata. I colleghi italiani, invece, hanno sempre mantenuto una continuità nell’analizzarla, però sempre nella funzione della politica del momento".

Patria del siluro e del fascismo

Per quale motivo esiste ancor oggi una specie di "cortina di ferro" tra storici croati e storici italiani? Perché alcuni argomenti continuano a restare tabù e vengono visti attraverso un prisma politico-nazionalistico? Cito ad esempio il caso di Gabriele D’Annunzio e della sua impresa fiumana: ha fatto indubbiamente delle cose da condannare, su questo nessuno ha dubbi, ma perché, da parte croata, non si riesce a guardare con serenità a questo personaggio, alle cose innovative e progressiste di cui comunque si era fatto promotore?
"Fiume ha due cose che sono globalmente importanti: il siluro e il fascismo. Entrambe non sono da esaltare, però sono dei fatti storici. Il siluro è ancor oggi un’arma letale, frutto della mente geniale di Robert Whitehead. Il fascismo vede come suo principale fautore Gabriele D’Annunzio, una figura complessa sulla quale in Italia proliferano pubblicazioni. La miglior opera su D’Annunzio è stata scritta da Michael Ledeen ancora nel 1975, con il titolo ‘Primo Duce, D’Annunzio a Fiume’. È stata tradotta in croato ma non pubblicata. Ledeen è uno dei personaggi più influenti del governo degli Stati Uniti, incaricato dei negoziati con la Cina e della lotta contro il terrorismo. Purtroppo, in Croazia non c’è consapevolezza dell’importanza globale di D’Annunzio, e neanche di quella di Ledeen. È un esempio di libro che potrebbe sollevare, almeno in parte, la ‘cortina di ferro’ tra gli storici italiani e croati, perché presenta un’ottica interpretativa oggettiva. Ma il problema essenziale della ‘cortina di ferro’ è che gli storici sono troppo inclini a soddisfare le richieste del mondo politico. Di conseguenza, la storia e la politica s’intrecciano l’una con l’altra in modo fastidioso e inadeguato. E ciò ostacola in maniera significativa la comunicazione scientifica".
È rimasto sorpreso dalle reazioni provocate dal suo articolo "Giovanni Stelli – La memoria che vive" apparso sulla rivista letteraria "Književna Rijeka"?
"Posso solo dire che i miei testi spesso provocano reazioni forti, perché presentano fatti che sono un po’ in contrasto con la teoria consolidata. Personalmente ritengo che Giovanni Stelli, nel suo libro ‘La memoria che vive – Fiume interviste e testimonianze’ (Archivio Storico del Museo di Fiume, Roma, 2009), abbia compiuto un passo importante verso la revisione dell’interpretazione croata inerente gli eventi confusionali tra il 1945 e il 1951. Proprio in questo periodo la ricercatrice Andrea Roknić sta completando il suo dottorato in storia con tema Fiume dopo la Seconda guerra mondiale. Ho insistito affinché incorporasse alcune parti del libro di Stelli".
Anni fa ha fatto parlare di sé quando ha attribuito alcune opere d’arte conservate al Museo di Storia e Marineria del Litorale croato a nomi prestigiosi, ma si attendevano conferme da parte degli esperti. Ci sono novità a proposito?
"No, purtroppo. Esperti di fama mondiale hanno confermato le mie ipotesi. Visto che la città è incapace di utilizzare il nome di Gustav Klimt e di Benvenuto Cellini, non è nemmeno in grado di valorizzare nomi di pittori quali Tiziano, Veronese e Giorgione e dello scultore Canova. Tutte opere d’inestimabile valore, custodite al Museo. Eravamo in accordi di realizzare delle mostre già nel ’91 e poi nel ’93, però tutto è stato sabotato da parte delle città. L’unica risposta possibile è che non esiste volontà politica per valorizzare un simile patrimonio".

Gianfranco Miksa

La Mailing List Histria ha il piacere di inviarVi periodicamente una minirassegna stampa sugli avvenimenti più importanti che interessano gli Esuli e le C.I. dell' Istria, Fiume e Dalmazia, nonché le relazioni dell'Italia con la Croazia e Slovenia.

Si ringrazia per la collaborazione l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Gorizia e l’Università Popolare di Trieste

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :

http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/

http://www.arupinum.it

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