La Gazeta Istriana
a cura di Stefano Bombardieri

anche in internet ai seguenti siti :

http://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

Settembre – Ottobre 2011 – Num. 19

50 - La Battana n. 180 – Ottobre Dicembre 2011 Recensione " Antono Bajamonti e Spalato " di Dusko Keckemet

51 - La Voce in più STORIA 01/10/11 - La terribile odissea dei fiumani durante la Grande Guerra (2.a parte - fine) (Rudi Decleva)

52 - Il Piccolo 26/09/11 L'Itinerario di Paolo Rumiz - Nella cittadina di Valle dove sembra di vivere come nell'antica Grecia (6) (Paolo Rumiz)

53 - Il Piccolo 27/09/11 L'Itinerario di Paolo Rumiz (7) E alla fine si spalanca l'Adriatico sui due lati con la baia di Medulin (Paolo Rumiz)

54 - Il Piccolo 28/09/11 L'Itinerario di Paolo Rumiz (8) Alla fine il Gran Tuffo nel mare immobile di Punta Promontore – fine (Paolo Rumiz)55 - Rinascita 30/09/11 Alcide De Gasperi e il CNL di Cherso e Lussino (Gianna Duda Marinelli)

56 - Il Piccolo 05/10/11 Pietas Julia, 126 anni per lo sport e il sociale, la società di Sistiana, nata a Pola sotto l’Austria, è arrivata in Italia dopo l’ultima guerra (Vi.At.)

°°°°° °°°°° °°°°°

50 - La Battana n. 180 - Ottobre Dicembre 2011 Recensione " Antono Bajamonti e Spalato " di Dusko Keckemet

Duško Kečkemet

Antonio Bajamonti e Spalato,


Società Dalmata di Storia, collana di Atti e Memorie,
Venezia 2010

Fra le associazioni che in Italia coltivano l'interesse per le vicende della Dalmazia e ne rievocano la storia in chiave patriottica, italiana, si distinguono la Scuola Dalmata dei SS. Giorgio e Trifone di Venezia e la Società Dalmata di Storia Patria che è emanazione della prima. Quest'ultima, soprattutto negli ultimi anni, anziché attizzare irredentismi fuori tempo e luogo, conflitti e rancori con i Croati della costa orientale come purtroppo fanno alcune altre associazioni con i loro organi di stampa, mostra interesse, comprensione e perfino amicizia verso Croati e Montenegrini, addirittura cerca la collaborazione con essi, si sforza di seguire una storia non manipolata, di coltivare uno spirito tommaseiano nei rapporti fra le popolazioni che si affacciano sull'Adriatico.

La Società Dalmata di Storia Patria, con sede a Torreglia (Padova), privilegia soprattutto Zara, la città del maraschino, ma non dimentica Spalato, Traù e qualche altra città indorata dalla storia, dalla cultura e dall'arte diffuse nei secoli passati dalla Serenissima e non solo. Quella Società ha oggi come animatore e presidente Franco Luxardo, che è anche redattore capo de "la Rivista Dalmatica", periodico dell'Associazione Nazionale Dalmata in Roma. Non a caso, alla fine del 2010, "la Rivista Dalmatica" diretta da Luxardo uscì con una prefazione nella quale si legge: "Abbiamo pensato che non sarebbe opera inutile né inopportuna la pubblicazione di un periodico che (...) alieno da basse passioni e di grette mire di partito, fosse campo aperto a chiunque con serietà d'intendimenti e con serenità di giudizio faccia argomento di studio la nostra storia, tanto civile quanto ecclesiastica e letteraria...".

Proprio da Franco Luxardo, che su questa linea si muove da anni e che sovente si è rivolto al sottoscritto per collaborazioni a "la Rivista Dalmatica", abbiamo ricevuto in omaggio un denso volume che ci accingiamo a presentare.

Questo volume, dal titolo Antonio Bajamonti e Spalato (Venezia, 2010) in realtà uscito dalle stampe sul finire della primavera del 2011, è il frutto più recente dell'attività editoriale della Società Dalmata di Storia, il trentasettesimo volume della sua collana di Atti e Memorie. E una collana nella quale, per limitarci alle pubblicazioni degli ultimissimi anni, sono apparse opere quali "La Dalmazia nell'arte italiana" di Alessandro Dudan in due volumi, "Antonio Tacconi e la Comunità Italiana di Spalato" di Luciano Monzali, la "Guida della Dalmazia - Arte Storia Portolano" di A. Rizzi in due volumi e numerose opere in ristampe anastatiche di F. M. Appendini, A. Battara, F. Cornelius, G. F. Fortunio, S. Glubich, G. Lucio, G. Sabalich, eccetera, su Ragusa, Cattaro, Traù, Zara...

Ma torniamo all'opera più recente su "Antonio Bajamonti e Spalato", di cui il Bajamonti fu il podestà per venti anni, un volume di circa 400 pagine dovuto stavolta - e questa è la lieta sorpresa - alla penna non di uno studioso italiano di cose dalmatiche bensì di un noto ricercatore croato, Dusko Keckemet, già direttore del Museo Civico di Spalato, docente universitario di Storia dell'arte e noto storiografo del capoluogo della Dalmazia. Pubblicata nell'originale croato nel 2007, l'opera del Keckemet appare in italiano nella traduzione di Ina Bedalov e Diego Gloria, revisione dei testi e redazione di Franco Luxardo e Luciano Monzali. "Ecco un'altra 'pietra' sulla presenta di uomini politici di espressione italiana in Dalmazia. E che uomo! Buona lettura". Sono parole scritte da Luxardo nella lettera che accompagna il volume.

Certamente, Bajamonti - come tanti altri dalmati italiani, soprattutto uomini di cultura, di arte, di penna - è stato un grande. E se ha subìto un secolo circa di oblìo (non totale, per fortuna) sia in Italia che nell'ex Jugoslavia e in Croazia, non è stato dimenticato dagli abitanti di Spalato che ancora oggi, dicendone bene e, talvolta, male, lo ricordano in alcuni monumenti e fontane a cui danno il nome di colui che - rievocato spesso come medico - fu soprattutto uomo politico, ottimo amministratore pubblico, pubblicista (pubblicava sui giornali spalatini "L'Avvenire" e "La Difesa") e non mancò di cimentarsi nella poesia.

Il volume del

Kečkemet, colmando una lacuna, è una biografia del personaggio e della sua Spalato, e al tempo stesso una storia sui generis del movimento autonomista che fu guidato in Dalmazia proprio dal Bajamonti, il quale nei ventanni in cui fu podestà di Spalato trasformò urbanisticamente e sotto ogni altro aspetto la sua città, "ed ebbe moderne intuizioni di sviluppo economico e sociale abbinate a capacità operative, ben superiori a quelle dei suoi contemporanei di qua e di là dell'Adriatico " come si legge nella nota dell'editore (noi lo affiancheremmo al mitico podestà-sindaco di Fiume, Giovanni Ciotta), il quale giustamente esalta la ricostruzione del Kečkemet dal cui volume "traspare anche un affresco della società dalmata dell'Ottocento, ì cui esponenti erano borghesi mitteleuropei di lingua e cultura italiane", di etnìa croata e italiana, "all'incrocio fra l'antica presenta latino-veneta e il nascente sentimento nazionale croato" che - aggiungiamo noi - fu sostenuto non soltanto da intellettuali croati ma anche da più di un dalmata italiano, a cominciare da Vito Morpurgo e Lorenzo Monti.

Il saggio dello storico Kečkemet, nato nel 1923 a Supetar ovvero San Pietro della Brazza (l'isola sulla quale è tornato a vivere dopo il pensionamento), autore di una cinquantina di libri su Spalato e altre località della Dalmazia (Castel San Giorgio, Vranjic-Vragnizza, l'isola di Brazza) e su numerosi personaggi dalmati (Vito Morpurgo, Marco Marulic'-Marulo, Giorgio Orsini da Sebenico, Vincenzo Andrich, Emanuel Vidovic', Ivan Rendic', Ivan Mestrovic', Vladimir Nazor), è preceduto da un'introduzione di F. Luxardo e da una presentazione di L. Manzali.
Si articola quindi in venti capitoli i cui titoli ne indicano i contenuti: Autonomisti e nazionalisti; Bajamonti lo spalatino; Bajamonti politico; Bajamonti podestà; Bajamonti costruttore; I progetti di Bajamonti per lo sviluppo di Spalato; Le strade e le piagge; L'illuminatone a gas; Le chiese e i monasteri; Il mercato, il macello, la pescherìa; La tutela del Palazzo di Diocleziano; La diga; La riva di Spalato; L'acquedotto; Palazzo Bajamonti; La fontana monumentale; Il teatro Bajamonti; L'Associamone dalmatica e le Procurative; La sconfitta, la morte, l'oblio.


Come si vede già dai titoli, e come sottolinea sin dalla prefazione, l'autore ha voluto esaltare (riabilitare) il ruolo di Bajamonti non soltanto nelle lotte fra i nazionalisti croati e gli autonomisti italiani in Dalmazia, ma soprattutto la sua opera quale podestà dal 1860 al 1880 nei campi sociale ed urbanistico, il costruttore di nuove strade, colui che portò l'acqua in città attraverso l'antico acquedotto romano, che costruì un teatro, scuole, centri culturali, ampliò la città al di fuori delle mura del Palazzo di Diocleziano. Respingendo e sfatando i pregiudizi diffusisi fra i Croati negli ultimi anni dell'Ottocento e durante tutto il Novecento contro Bajamonti considerato - in quanto autonomista italiano - un avversario della unificazione della Dalmazia alla Croazia, un irredentista fautore dell'annessione della Dalmazia all'Italia, Kečkemet respinge pure la propaganda italiana del periodo fascista che spesso identificò l'autonomismo con l'irredentismo in Dalmazia.
Opportunamente, sull'argomento, cita quanto ebbe a dire l'illustre autonomista Coriolano de Cerineo da Traù nel 1861: "Noi tutti non siamo né dobbiamo essere o italiani o slavi, ma siamo e dobbiamo essere Dalmati" (non per niente Franjo Tudman cercò nel 1991 di cancellare perfino il nome della Dalmazia, definendola "Croazia meridionale"!).


Rimproverando gli storici suoi connazionali, come invece non sanno fare certi storici italiani nei confronti di connazionali che storpiano in chiave ultranazionalistica la storia della Dalmazia, Kečkemet scrive: "La figura e l'operato del sindaco spalatino Antonio Bajamonti sono un tabù per la storiografia croata da più di cento anni, e tali argomenti sono stati a volte evitati, oppure molto più spesso interpretati erroneamente, nonostante i meriti del politico autonomista a favore dello sviluppo della città di Spalato siano indubbi e fuori discussione... Per gli spalatini Diocleziano sarebbe stato solo uno tra i più importanti imperatori romani se non avesse costruito il suo palazzo monumentale in questa città. Il maresciallo francese Marmont sarebbe stato solo un grande condottiero di Napoleone se non avesse contribuito allo sviluppo urbanistico ed all'abbellimento di Spalato. Allo stesso modo anche Antonio Bajamonti avrebbe rappresentato per noi solo uno dei tanti capi di partito e ideologi nel burrascoso Ottocento, se non avesse contribuito alla trasformazione di Spalato da arretrata cittadina di provincia a piccola città europea ".


Dopo di che c'è da sperare che anche i più feroci anti-ita-liani di Spalato e Dalmazia faranno un esame di coscienza leggendo Kečkemet ed anche i più irriducibili mangiaslavi in Italia rivedranno le loro posizioni sui movimenti di risveglio nazionale in Dalmazia e sulla svolta avutasi sulla sponda orientale dell'Adriatico da quell'epoca in poi. Mussolini voleva cambiare il corso della storia e assoggettare un popolo con la sanguinosa avventura del 1941-43 ma non ottenne altro che gettare la vergogna sull'Italia e gli Italiani e cancellare, per fortuna solo in parte, quanto di buono era stato seminato dalla lunga presenza di Venezia in quella regione.


Certo, come annota Luciano Monzali nella presentazione, l'autore offre un punto di vista dalmata croato sulle lotte na-
zionali nella Dalmazia asburgica, ma lo fa "con un equilibrio e un'obiettività interpretative che sono rari nella storiografia e nella pubblicistica croata" e - aggiungiamo noi - ancora più rare nella pubblicistica e nella storiografia italiana. Quindi il libro di Kečkemet "costituisce una lettura obbligata per tutti gli appassionati di storia dalmata". Anche perché l'autore, "uomo di grande cultura, incredibile energia e capacità di lavoro" come afferma Monzali, è stato un "inesauribile esploratore degli archivi dalmati" e può offrire anche in questa opera tradotta in italiano "numerose testimonianze e documenti".
"Questa ricca documentatone e approfondita conoscenza della storia " non soltanto di Spalato, "consentono a Kečkemet di compiere una ricostruzione estremamente precisa dei vari aspetti dell'azione politica e amministrativa di Bajamonti". L'opera dello studioso dalmata croato, perciò, sempre a giudizio del Monzali, "costituisce così uno strumento prezioso per consentire al lettore italiano di conoscere aspetti di una cultura, quella croata, troppo poco nota e spesso mal compresa in Italia, certamente più complessa e ricca di quanto molti ritengono ". Parole sacrosante, tanto più da apprezzare in quanto scritte da un esponente della Società Dalmata di Storia Patria sorta a Zara nel 1926 (e sappiamo quale era l'"era"), rifondata dagli zaratini in Italia dopo il secondo conflitto mondiale, una Società che oggi - mentre infuriano le polemiche alle quali ha dato la stura il "Giorno del ricordo" - "mostra concretamente la volontà di molti italiani nativi della Dalmazia o di origine dalmata di tenere vivo un rapporto con la propria antica patria e di dare un effettivo contributo alla riconciliazione nazionale fra croati e italiani". Dello stesso tenore è il giudizio di Franco Luxardo il quale - ricordando che l'ultima biografia di Bajamonti in lingua italiana apparve nel lontano 1932 a firma di Oscar Randi - aggiunge le sue alle lodi di Monzali per Kečkemet, "uno dei principali intellettuali della Spalato odierna", encomiabile "per l'obiettività con cui ha trattato l'argomento e per l'accurata ed ampia documentazione ".
Tra l'altro Kečkemet cita un avversario degli autonomisti, Dujam Mikacic', collaboratore del giornale "Narodni List /Il Nazionale" di Zara, organo del Partito croato. Nel cinquantesimo di quel giornale (1912) e del Movimento nazionale croato il Mikacic', all'epoca segretario comunale a Spalato e stretto collaboratore del sindaco croato Gajo Bulat, ricordò minuziosamente i grandi meriti di Bajamonti che per le sue opere si era conquistato "all'istante le simpatie della cittadinanza, diventando popolare grazie al sostegno della classe intellettuale e al fanatismo delle masse. Dotato di intelletto superiore, eloquio garbato e portamento signorile, ricco di patrimonio e dalla ferrea volontà, animato di grande lealtà, capace di dimostrare anche in modo teatrale la sua statura morale, il dr. Antonio Bajamonti era nel vero senso della parola il padrone di Spalato. I popolani croati dei borghi spalatini fuori le mura lo amavano e lo esaltavano, e centinaia fra di loro lo chiamavano ćaća, ossia papà, orgogliosi di averlo come padrino " (partecipava ai matrimoni e ad altri eventi nelle case dei contadini e nelle confraternite).
"Il dr. Bajamonti non badava agli ostacoli... egli era la volontà fatta persona. Assorbito e stimolato dalla città che gli era molto affezionata, gli bastava il suo istintivo slancio interiore e lo sguardo che correva lontano. Quando Bajamonti decideva di fare qualcosa non c'erano cieli né mari né monti che potessero ostacolarlo. Questo fu il segreto dei suoi famosi successi, ma anche la causa del suo tragico fallimento ".

Chi oggi parlerebbe così di un avversario politico e nazionale? Gli esiti della Prima guerra mondiale e, soprattutto, l'occupazione italiana della Dalmazia nel secondo conflitto con il corollario di stragi cancellarono purtroppo non soltanto i meriti di Bajamonti ma anche di altri personaggi veneto-italiani nell'Adriatico orientale. Ciononostante Keckemet, sempre a proposito del Bajamonti, ricorda ai suoi connazionali: "Non è possibile descrivere la storia di Spalato e soprattutto il suo sviluppo nell'Ottocento ignorando l'apporto del suo ventennale podestà Antonio Bajamonti. Tutto ciò viene oggi dimenticato o negato. Eppure, a ben vedere, tra i suoi contemporanei persino coloro che gli furono avversari ideologicamente e politicamente e in dura lotta con luì sottolinearono la sua statura morale e i suoi indubbi meriti".

E proprio del Bajamonti, avversario del movimento nazionale croato e meritevole sindaco di Spalato, ci parla per centinaia di pagine il libro di Duško Kečkemet, che avverte i lettori croati: "Se qualche elogio sembrerà eccessivo non sarà per ifatti descritti quanto per i pregiudizi su di lui ancora profondamente radicati". Un libro, dunque, contro i pregiudizi. I lettori italiani, lo spero, ne trarranno qualche insegnamento.

Nato il 18 settembre 1822, Antonio Bajamonti si spense il 14 gennaio 1891. Nonostante le vittorie elettorali del movimento nazionale croato in tutta la Dalmazia fra il 1880 e il 1890, con eccezione di Zara, la sua morte ebbe ampia eco non soltanto in Italia ma anche nelle capitali della Serbia, della Bosnia, del Montenegro e nella stessa Dalmazia.

Ma ben presto sul personaggio, in onore del quale non venne eretto nessun monumento, nemmeno in cimitero, cadde l'oblio. Ha scritto Keckemet a conclusione dell'ultimo capitolo del suo libro: "I due più grandi costruttori di Spalato dopo Diocleziano, ossia Marmont e Bajamonti, sono caduti nel dimenticatoio e vengono persino trattate con disprezzo le opere che essi avevano realizzato, non solo con sapienza e volontà ma anche con grande amore per questa antica e bella città. Sic transit gloria mundi!".

Anche i libri, però, possono diventare monumenti.

Giacomo Scotti

51 - La Voce in più STORIA 01/10/11 - La terribile odissea dei fiumani durante la Grande Guerra (2.a parte - fine)

DOSSIER

La terribile odissea dei fiumani prigionieri in Russia (2.a parte)

Ombre e luci sui campi di battaglia della Prima guerra mondiale

di Rodolfo (Rudi) Decleva

E mentre gli uomini venivano mandati in Galizia a combattere per l’Imperatore, quest’ultimo, subito dopo l’entrata in guerra dell’Italia nel 1915 – internava nel Campo di Internamento di Tapiosuly (ora Sülysáp), a 36 chilometri da Budapest, intere famiglie fiumane che erano ritenute compromesse con l’irredentismo per l’Italia. Furono circa 800 i fiumani internati e di questi ben 149 perirono per denutrizione, freddo e colera, mentre nacquero 17 bambini e ci furono pure due matrimoni.

Nel 1996 una Delegazione della Società di Studi Fiumani – guidata da Amleto Ballarini con interprete il fiumano-ungherese genovese Alessandro Imro – si è recata sul posto erigendo un cippo ricordo grazie anche ad un tangibile sostegno del Libero Comune di Fiume in Esilio. Questa la dicitura apposta:

"Qui furono sepolti 149 italiani di Fiume. La Società di Studi Fiumani di Roma li affida alla pietà della nobile Nazione ungherese a perenne ricordo di una città che le appartenne e perché nulla più divida la fratellanza consacrata nel comune Risorgimento".

Benkò Istvàn, Sindaco di Sulysàp – non richiesto – disse:

"Vi chiediamo scusa per l’ingiustizia che i vostri Concittadini hanno subito".

Fatte queste premesse con ombre e luci fiumane sul campo di battaglia, esaminiamo cosa successe per i "fortunati" che caddero prigionieri nelle mani dei russi. Si calcola che almeno 25.000 soldati trentini, triestini, istriani,fiumani e dalmati di lingua italiana e facenti parte dell’esercito austro-ungarico vennero fatti prigionieri dai russi.

Per tale motivo, dopo l’entrata in guerra nel 1915, l’Italia decise di inviare una Commissione in Russia, ormai alleata, con lo scopo di convincere questi poveri soldati ad arruolarsi nella appena costituita "Missione Militare Italiana", raggiungere il fronte italiano e combattere per liberare le terre italiane ancora sotto il giogo austriaco.

La vita nei campi di prigionia russi era pura lotta per la sopravvivenza caratterizzata da fame, freddo, neve che copriva i tetti, pidocchi, malattie, nessun futuro e perciò non fu difficile trovare le adesioni di questi derelitti che, con l’opzione per la nazionalità italiana, accettarono di cambiare la divisa austriaca col grigioverde italiano.

Ciò malgrado, circa 10.000 di loro non accettarono il ricatto di tornare a casa, vuoi per fedeltà all’Imperatore o perché non volevano più sentir parlare di guerre, dopo la tremenda esperienza vissuta in Galizia.

La «Legione Redenta in Siberia»

I Redenti vennero concentrati a Kirsanoff e da qui fu organizzato il loro rientro in Italia via porto di Arcangelo, passando per i porti della Francia e dell’Inghilterra, ma si poterono effettuare solo due viaggi per un totale di circa 4.000 persone. L’operazione si interruppe sia per il ghiaccio che bloccava la navigazione nei mesi invernali che perché nel frattempo era scoppiata la Rivoluzione russa del 1917.

Sotto il comando del Col. dei Carabinieri Costa Manera, si formò così tra i rimasti la "Legione Redenta in Siberia" che – non potendo più rientrare in Italia – si spostò a Vladivostok e nella Siberia Orientale in appoggio all’esercito antirivoluzionario, presidiando la ferrovia Transiberiana. Da qui poi passò in Cina dove a Tientsin c’era la Concessione Italiana, protetta e garantita dal Governo cinese dopo la rivolta dei Boxers del 1900.

Si potè così procedere al rimpatrio dei Legionari via San Francisco mentre un piccolo contingente dei redenti rimase di stanza a Tientsin, quale presidio di quel lontano lembo di terra italiana: era l’anno 1920, che pose fi ne a sette anni di indicibili sofferenze.

Alcuni dei protagonisti

Qualche mese fa, rovistando tra carte vecchie di famiglia, ho trovato la foto di 87 fiumani che fecero parte della Sezione Fiumana dei "Redenti in Siberia" e non so spiegarmi come la stessa abbia potuto sfuggire alla mia attenzione per tanto tempo. Sessant’anni fa era stato mio padre che la aveva ritenuta degna di essere portata fuori da Fiume al momento dell’esodo e – dopo essere passata per Udine, Barletta, Tirrenia, Calambrone, Livorno e Genova – è saltata fuori per darmi l’opportunità di scrivere il ricordo di tante sofferenze e riportare alcune notizie di alcuni protagonisti fiumani:

Resaz Francesco (classe 1888), a Fiume proto (assistente edile), fu arruolato nell’esercito ungherese, e in Galizia si coprì di gloria combattendo nel IV Battaglione fiumano del 19° Reggimento Honvéd, con il grado di Zugfuehrer. Servì il suo Paese con quattro anni di servizio militare e tre di guerra cioè dal 1914 sino al ritiro della Russia dal conflitto a seguito della rivoluzione d’Ottobre del 1917. Due volte ferito, guadagnò quattro medaglie di bronzo e due d’argento, venendo proposto per la medaglia d’oro con diritto al titolo di Eroe nazionale.

Resaz Amedeo (classe 1894), di professione pittore, fu arruolato negli Honvéd e nelle battaglie della Galizia fu fatto prigioniero dei russi. Finita la guerra e cessata la prigionia, tornò a Fiume a piedi.

Smoquina Albino (nato 1893), pompiere, non fu mandato in Galizia, ma nel fronte sud e nel corso di un attacco contro gli italiani sul Monte Santo ebbe la gamba sinistra ferita da una granata. Sotto l’Italia gli fu riconosciuta generosamente la qualifica di invalido di guerra e quando morì la vedova continuò a riscuotere la pensione perché "morto in seguito alle ferite riportate in guerra".

Zustovich Guerrino, faceva parte del 97° e all’indomani della Rivoluzione russa fu visitato nel suo campo di prigionia dai Capi della rivolta Lenin e Trotsky, che dissero ai prigionieri: "Aderite alla rivoluzione del proletariato; non avete da perdere che solo le catene". Zustovich si fece fotografare con Lenin e Trotsky e quella foto abbellì in seguito la sua casa a Fiume. Iniziò così la sua nuova attività bellica al servizio della Rivoluzione spostandosi a Vladivostok e in Cina dove fu fatto prigioniero. Fu salvato dalla fucilazione da un Ufficiale francese che lo prelevò insieme ad altri "italiani" consegnandolo alla Legazione Italiana di Tientsin, e da qui entrò a far parte della Legione dei Redenti del Col. Manera.

Francesco (Nicio) Malle (nato 1891), di professione commerciante in stoffe in Piazza Santa Barbara (Piazza del Latte), fu arruolato negli Honvéd e inviato in Galizia. Trovatosi in un corpo a corpo contro i russi infilzò un soldato nemico con la baionetta e per tutta la vita fu inseguito da incubi e dal rimorso. Sul fronte si ammalò di tubercolosi polmonare e per vari anni fu ricoverato negli ospedali ungheresi. Spedito a Fiume senza speranze di guarigione, tanta era la paura di prendere il contagio che nessun parente lo andava a trovare. Il figlio Biagio ne conserva i bottoni della divisa e la Medaglia che ricevette.

Mario Cich si presentò volontario nella cavalleria degli Ussari ungheresi e partecipò al vittorioso sfondamento di Caporetto, ma in una successiva carica a Vittorio Veneto fu ferito e inviato dagli italiani in prigionia ad Ascoli Piceno;

Nando Pravdacich, puntuale pescatore domenicale di scombri sul sottomarino austriaco affondato davanti alla Lanterna del porto; usava spesso raccontare gli attacchi all’arma bianca del suo reparto di cavalleria contro i russi, dai quali fu ferito e vistosamente ne riportò le conseguenze con una marcata zoppìa della gamba destra.

Rodolfo Decleva (classe 1885), mio padre, fu arruolato nel 97° che aveva 29 anni ed era appena tornato dall’America con la sua Medaglia d’argento per merito sul lavoro guadagnata in tre anni sul Mississippi. Ebbe la fortuna di non essere inviato in Galizia né sul fronte italiano, restando di stanza a Trieste e spostato successivamente al Distretto di Pola.

M. Blasich, che potrebbe essere Mario Blasich (classe 1878), il Martire zanelliano, che fu assassinato il 3 maggio dall’OZNA. Blasich, medico, fu richiamato nel 1914 e inviato in Galizia, si consegnò ai russi dichiarando la sua fede irredentista.

Italo Nascimbeni (classe 1878), allo scoppio della Prima guerra mondiale, membro di famiglia irredentista, disertò dall’esercito austriaco e riparò in Italia, dove sistemò a Pesaro presso i parenti la moglie con i figli. Fu poi promosso Capitano del Regio Esercito Italiano con il compito di interrogare i prigionieri austriaci; conosceva 5 lingue.

Come sempre succede, sui libri di storia che parlano della Grande Guerra si legge solo delle grandi battaglie di Verdun, della Marna, di Caporetto e del Piave mentre poco si parla dell’asprezza delle battaglie sul fronte russo.

Arrivata l’annessione di Fiume e della Venezia Giulia all’Italia, le vistose perdite giuliane e fiumane in Galizia, gli internati di Tapiosuly, la gloria del 19° Honved e la tragedia del 97° furono ignorati per lasciare il posto solo ai Caduti regnicoli che avevano combattuto contro l’Austria, al ricordo dei quali vennero eretti targhe, lapidi e monumenti celebrativi.

Per le vedove e gli orfani fi umani non ci furono monumenti o lapidi ove piangere i loro cari dispersi e abbandonati per sempre in Galizia mentre per i nostri sopravissuti doveva bastare la gioia di aver riportato la pelle a casa dall’inferno russo e così cantare:

"Cavai, cavai, cavai porta i soldai/Soldai, soldai, soldai porta i cavai./Chi vive se la passa/Chi more va in casson./La Banda la vien, la Banda la vien,/La Banda la vien, la Banda la vien/La Banda Militar".

E con essi svanirono nel dimenticatoio anche i fortunati superstiti della "Legione Redenta in Siberia", ai quali tuttavia il Regime li autorizzò a fregiarsi di un Distintivo speciale denominato ironicamente "Distintivo per le Fatiche di Guerra" come da Regio Decreto 21.05.1916 n. 641.

(fine)

52 - Il Piccolo 26/09/11 L'Itinerario di Paolo Rumiz - Nella cittadina di Valle dove sembra di vivere come nell'antica Grecia (6)

Nella cittadina di Valle dove sembra di vivere come nell’antica Grecia

l’itinerario

reportage»di Paolo Rumiz - 6

Sesta tappa del viaggio a piedi da Trieste a Promontore attraversando l’Istria, tra grigliate, birre e un mare che appare immobile

Una combinazione di sentieri, carrarecce e strade minori Paolo Rumiz ha compiuto il suo viaggio dal 9 al 16 settembre, attraversando l'Istria a piedi e facendo tappa a Gracisce, Montona, Tignan sulla Draga, Debeljuhi di Canfanaro, Valle, Fasana e Promontore. L'itinerario è stato "inventato" sul momento attraverso una combinazione di sentieri, carrerecce e strade asfaltate minori, mantenendo il più possibile la direzione Sud in direzione di Capo Promontore, meta finale del trasferimento. Nel bagaglio due borracce, frutta secca, un computer, carte istriane al 30 mila, un bastone di ciliegio con punta ferrata, un cappello kaki tipo legione straniera, medicinali e un minimo di ricambi. Causa il caldo, maglione giacca a vento si sono rivelati inutili. Il chilometraggio finale è stato "allungato" dalla ricerca delle basi di pernottamento, quasi sempre lontane dalla strada.


di PAOLO RUMIZ

A Valle la vigilia della sesta tappa si consuma in un tramonto desertico dai colori di pesca, cui segue una notte da manuale di astronomia, con greggi di stelle che transumano sopra il campanile del paese e Vega insolitamente luminosa, quasi un rogo azzurro. Ho trovato un'oasi, un alberghetto di nome "Lav" con patio ventilato, cucina macedone e una rovignese bionda di nome Ruza che mi stappa una birra dicendo "Ovdja ce te se odmoriti dobro", qui riposerete bene. Sperando di avere trascritto giusto. La sera di grigliate e la musica quasi turca accentuano lo sballo stagionale di questo settembre infuocato.

Dopo il passaggio della Draga, è come se avessi fatto un salto di mille chilometri a Sud. Lo spazio intercorso fra la colazione "svizzera" nel paesino sloveno di Gracisce, la prima sera, e gli spiedini balcanici di Valle, pare infinito. Sento già l'Egeo, la Sirte. E se non ci fossero degli italiani ben vestiti che mi guardano con diffidenza dal tavolo vicino, mi lascerei andare in un solitario rebetiko, danza a braccia larghe, sull'orlo della piscina. Davanti alla Luna, e a quel paese il comportamento. Gino, vallese di lingua veneta addetto agli spiedi, mi chiede del viaggio e mi spiega una scorciatoia tra i campi per arrivare più rapidamente al mare in direzione di Peroj, una bella strada bianca fra cicale, ulivi e casite, con le prime aperture sull'orizzonte di Brioni.

E intanto Marco, il panettiere-filosofo, spedisce via sms una riflessione sul senso del nome Paolo, che in greco vuol dire "Piccolo", e sulla scuola di umiltà che la camminata a piedi comporta in un mondo dove governa l'arroganza delle automobili. Bella la cittadina di Valle. Camere linde e assembramenti mediterranei in piazza, come nella vecchia Grecia. Una barbiera bionda mi ripulisce allegramente barba e peluria selvatica accumulata in una settimana. Ma altri segnali disturbano. I bancomat sono tutti stranieri e al supermarket dove faccio scorta di succhi, i pomodori e le zucchine sono d'importazione.

La Croazia ha fatto una guerra in nome della patria, ma oggi la patria è in mano alle multinazionali. L'imbroglio, alla lunga, viene fuori. Parto prima del levar del sole, in tempo per incrociare una specie di uccello del paradiso che corteggia la piscina in cerca d'acqua da bere. Poi strada in ghiaia bianca e campi rossi. Ulivi. Finocchietto e chioccioline in cerca d'acqua anche loro. Lo zatterone istriano si inclina verso il Finis Terrae di Pola e Promontore. Mi sembra impossibile di essere arrivato fin qua così rapidamente, a un ritmo così modesto. Viaggiare verso un promontorio è una metafora perfetta della vita. Lo spazio si restringe ai due lati della strada, e hai sempre meno strade da scegliere. Ma il gusto del cammino e degli incontri aumenta, in questo grande conto alla rovescia verso il mare. Le esperienze fatte nel cammino precedente ti aiutano a godere ogni minuto che resta. E alla fine c'è il grande salto nell'ignoto. Come se tutte le anime in partenza si dessero appuntamento sui faraglioni, nelle notte di tempeste, dove solo il fare può svelarne la presenza. Caldo, ombra lunga che mi accompagna sulla destra.

Un chilometro prima di Peroj trovo il primo mare, ma non ho voglia di tuffarmi. Troppo immobile, troppo abbacinante. Per il mare ho bisogno del vento. Cammino avanti, con passo lungo e regolare, e il bastone mi dà un tocco di nobiltà. Ho imparato a muoverlo in perfetta sincronia con la camminata. Un colpo ogni quattro falcate. A Peroj constato che il mio portamento incute rispetto nella gente. Un po' come quello dei pellegrini in terra di Russia. A Fasana sul lungo mare, eserciti di turisti tedeschi in coda al battello per Brioni. Tutti grassi. Mio Dio, ma perché siamo diventati così brutti noi europei? Uno dei motivi, non ho dubbi, è che abbiamo smesso di camminare. Siamo gonfi, e non abbiamo nobiltà nell'incedere. Qualsiasi afghano, qualsiasi etiope sa camminare meglio di noi. E' mezzogiorno, ormai sono cinque ore che vado, ho fatto una ventina di chilometri, penso di fare una sosta e poi di ripartire per raggiungere Pola con un colpo di reni. Ma è una pia illusione. Dopo una birra e due calamari alla griglia constato che continuare è impossibile. Africa alle porte. Trentacinque gradi sullo stradone, e anche il mare è un brodo infrequentabile. L'unico rifugio di frescura è la navata della chiesa di San Cosma e Damiano, santi che più bizantini non si può, eredi dei gemelli greci Dioscuri, garanti della fertilità maschile. Annaspo tra russi, tedeschi e francesi, in cerca di un'agenzia turistica. Poi trovo una stanza benedetta con doccia, ventilatore e frigo acceso.

A sera in una konoba mi arrendo al cibo di mare. Calamari alla piastra con contorno di biette all'aglio, e la birra di terraferma è definitivamente sostituita dal malvasia con acqua frizzante ghiacciata. Spritz, insomma. Sono circondato di tedeschi a battaglioni che parlano, dio quanto ridono e parlano, rossi come gamberi, ma oggi è come se non esistessero. Assaporo la mia lussuosa solitudine. E intanto il vino mescola le lingue nella testa. «Blitve je bone, mi vado do Premanture, avete una Sliva?». Il mare è tremendamente immobile, una nera palude. Vado nel buio verso la riva ma non ne sento lo sciacquio. Mi barrico in camera alle dieci - l'indomani mi sveglio alle sei – e dedico il preludio del sonno allo stato dei piedi, che peraltro stanno straordinariamente bene. Solo due vescichine all'interno dei mignoli. Lavo, rilavo, ungo, butto polvere di pennicillina nella ferita. I piedi sono importanti. Da loro dipende la mia andatura, il mio portamento, il mio modo di incontrare le persone sulla strada. 19 km, ore quattro e mezza (6 - Segue. Le puntate precedenti del reportage sono state pubblicate il 21, 22, 23, 24 e 25 settembre. Tutto il viaggio sul sito www.ilpiccolo.it)

53 - Il Piccolo 27/09/11 L'Itinerario di Paolo Rumiz (7) E alla fine si spalanca l'Adriatico sui due lati con la baia di Medulin

E alla fine si spalanca l’Adriatico sui due lati con la baia di Medulin

l’itinerario - reportage»di Paolo Rumiz - 7


Penultima tappa del viaggio a piedi da Trieste a Promontore compiuto dello scrittore triestino attraversando la penisola istriana da Nord a Sud

Verso Capo Promontore la meta finale del viaggio Paolo Rumiz ha compiuto il suo viaggio dal 9 al 16 settembre, attraversando l'Istria a piedi e facendo tappa a Gracisce, Montona, Tignan sulla Draga, Debeljuhi di Canfanaro, Valle, Fasana e Promontore. L'itinerario è stato "inventato" sul momento attraverso una combinazione di sentieri, carrerecce e strade asfaltate minori, mantenendo il più possibile la direzione Sud in direzione di Capo Promontore, meta finale del trasferimento. Nel bagaglio due borracce, frutta secca, un computer, carte istriane al 30 mila, un bastone di ciliegio con punta ferrata, un cappello kaki tipo legione straniera, medicinali e un minimo di ricambi.


Non è male partire prima dell'alba, all'ora della raccolta immondizie e della pipì dei cani. L'ultimo strappo del viaggio comincia con una Luna a salvadanaio sulla destra e il luccichìo di Dignano verso sinistra, sul lato di un'alba che pare albicocca non solo per un gioco di parole. La direzione Sud dell'andare è quasi perfetta, e con essa la sensazione dell'appuntamento col grande equilibrio dei cieli che sta per scoccare con l'equinozio. Bello cercare l'ultima strada brancolando fra il giorno e la notte. Luna, stelle, sole, ora: tutto quadra.

Pola si annuncia con puzza di smog già a dieci chilometri. Il profumo di campagna in cui sono stato immerso per giorni si estingue, il mio olfatto è ipersensibile agli escrementi delle conurbazioni. Ma che importa, marcio con passo "legionario" verso la città romana. Il mio portamento è cambiato: sono più eretto, ho un'andatura più rotonda e regolare, il bastone mi conferisce una piratesca nobiltà. Lo leggo negli occhi della gente. Persino nei motorizzati è scomparso quel velo di disprezzo che avevo intuito all'inizio del viaggio. A furia di andare, ho conquistato il mio posto sulla strada. Potrei seguire la costa meno trafficata a Sud di Fasana, ma la frenesia dell'arrivo la vince. Rigo dritto, sogno caffè e cornetti caldi, voglio far colazione in piazza, fra le case venete e le rovine romane. L'inizio è incoraggiante: calpesto una lussuosa traccia pedonale, poi un tappeto morbido di aghi di pino. Ma poi tutto finisce, la strada si infossa tra due scarpate, il marciapiede scompare, il traffico aumenta e rischio di essere arrotato. Parcheggi di roulottes. Un gatto morto. Un riccio spiaccicato. Case improbabili color lavanda e zafferano. Alle 6.55 esce il sole, e trovo una via di fuga sulla destra, lungo file di villette e cancelli con cani isterici. Alle 7.35 passa un fiume di scolaresche zaino-munite, poi c'è il ponte della ferrovia.

L'arrivo a Pola è segnato da un vecchio paracarro con la scritta 109 chilometri. Case austriache e fasciste, condomini comunisti, infine l'Arena, più grande di quanto immaginassi. Sono le otto e la città è ancora intorpidita, come Trapani o Algeri. Un bar aperto, per il primo e unico cappuccino del viaggio. A un tavolo due croate di mezza età parlano usando parole italiane. Cose tipo: «Ja sam pronta» o «Ja sam stufa». Una delle due ha un fiore nei capelli, è un segno di un'altra cultura. Un'italiana di oggi non lo metterebbe mai.

Sorseggio prendendo le misure della strada fatta. Solo sei giorni fino a qui: pare impossibile, invece è stato facilissimo. Intorno a me colonnati romani e gru, navi militari, nobili magazzini austro-ungarici. Ma anche qui, come a Trieste, non leggi scolpita la leggenda di una grande marineria. Il mare è degradato a turismo. Risalgo dalle rive verso la periferia Sud della città, chiedo la strada giusta per Promontore a un tipo in canottiera azzurra. «Con mi la pol parlàr italian», risponde. Claudio Belci si chiama, e ha la mia età. Ha lavorato a Trieste al cantiere San Marco, e mi indica la via sul lato sinistro dello stadio intitolato ad Aldo Drosina.

Ora viaggio a Est-Sud-Est, direzione che a quell'ora significa marciare in un controluce micidiale. «Viva!» auguro a un'anziana. «Viva!» è una parola che funziona con tutti - italiani, sloveni e croati - ma la donna mi individua all'istante come italiano. «Chi te son ti?», chiede. «Son triestin» le rispondo. «Ah, te ghe somigliavi a un che abita qua intorno». Si chiama Veronica, le dico che vengo a piedi da casa mia, e quella mi chiede che strada ho fatto. Vuol sapere ogni chilometro. Tignan, Debeljuhi, Do Castei, Valle. «Tuto mi so – conclude – perché son vecia. Otanta ani go. I fioi no sa niente de l'Istria». Racconta che nel '52 è andata a Trieste a trovare la vecchia madre. «Quei ani i confini iera serai, ma l'Udba me ga lassà andar. I saveva che tornavo. Mi qua stavo ben, gavevo lavor». Le chiedo con che mezzo ha raggiunto Trieste. «In bici» risponde. Le chiede se ha pedalato veramente fino alla mia città. «Sicuro, fin Trieste. Quela volta chi che gaveva una bici iera rico, caro sior mio triestin». E così dicendo mi congeda, con un cenno energico della mano, e rientra nel cancello di casa senza aspettare di vedermi sparire in fondo allo stradone.

Si leva il borin, regalo di lusso. La camminata si fa più leggera, la periferia è tutta alle spalle. A Valbonassa faccio incetta di fichi, gli alberi sono pieni di frutta. Campi di bietole, ultimi segni di vendemmia, una croata mi offre un grappolo di malvasia e mi augura buon viaggio. Per tutta la strada ho visto ripetersi questo segno di omaggio al forestiero in tempo di vendemmia. In cima a una piccola altura compare il mare, blu cobalto, increspato dalla bora. In primo piano uno windsurf, a distanza la fatamorgana del Montemaggiore.

Ore dodici, infilo una strada bianca in salita verso destra, cerco di cavalcare l'ultima propaggine dell'Istria avendo l'Adriatico sui due lati. Prendo quota nella macchia, attraverso un mare di pini agitati dal vento, salgo ancora fino a una sella dove tutto si spalanca: la baia di Medulin sulla sinistra e il mare aperto sulla destra, con una vela solitaria, gonfia e inclinata verso il faro di Porer.

Promontore: sento due tipi chiacchierare in istro-veneto, e chiedo dove si può dormire. Il progetto è mollare il sacco e fare gli ultimi cinque chilometri in leggerezza fino al Capo. Ma nei viaggi così non si può programmare nulla. E lì in piazza succede che uno dei due indigeni mi scruti sotto il capello da Legione Straniera e dica: «Me sbaglio o lei la xe un che scrivi?». Beccato. Resa incondizionata, dichiarazione di identità, brindisi con malvasia. Finisce come deve finire. Invito a pranzo e la punta d'Istria rinviata all'indomani. 24 km, ore sei

(7 - Segue. Le puntate precedenti sono state pubblicate il 21, 22, 23, 24, 25 e 26 settembre. Tutto il viaggio sul sito www.ilpiccolo.it)

54 - Il Piccolo 28/09/11 L'Itinerario di Paolo Rumiz (8) Alla fine il Gran Tuffo nel mare immobile di Punta Promontore – fine

Alla fine il Gran Tuffo nel mare immobile di Punta Promontore

l’itinerario – reportage di Paolo Rumiz - 8

Si conclude il viaggio a piedi dello scrittore che in sette giorni e due ore ha attraversato tutta l’Istria da Trieste fino alla sua punta meridionale

Un percorso "inventato" con un bagaglio leggero L'Autore ha compiuto il suo viaggio dal 9 al 16 settembre, attraversando l'Istria a piedi e facendo tappa a Gracisce, Montona, Tignan sulla Draga, Debeljuhi di Canfanaro, Valle, Fasana e Promontore. L'itinerario è stato "inventato" sul momento attraverso una combinazione di sentieri, carrerecce e strade asfaltate minori, mantenendo il più possibile la direzione Sud in direzione di Capo Promontore, meta finale del trasferimento. Nel bagaglio due borracce, frutta secca, un computer, carte istriane al 30 mila, un bastone di ciliegio con punta ferrata, un cappello kaki tipo legione straniera, medicinali e un minimo di ricambi.


di PAOLO RUMIZ

Ma come, vi chiederete, una puntata intera per cinque miserabili chilometri? Va bene che la meta è il promontorio dei promontori, l'imbarco di tutte le rotte e il trampolino di tutti i tuffi del Mediterraneo... ma inevitabilmente vi direte: come la mena lunga questo qui. E invece no, rispondo, non è una storia esagerata, perché qui non si narra solo l'arrivo in punta d'Istria ("in ponta" si dovrebbe dire), ma un'altra cosa ancora, e cioè come a Promontore io sia finito nel letto di Rossana Rossanda, la "pasionaria" della sinistra italiana, o per essere più esatti nel letto di suo padre, e di conseguenza della sua venerabile madre. Eravamo rimasti al battere delle dodici in cima all'ultimo campanile della penisola istriana, quando, in mezzo alla piazza infuocata di Promontore, un signore di taglia imponente in bermuda e infradito mi riconosceva («Ma lei no la xe un che scrivi?») e mi invitava a casa sua, lì a due passi, per uno spritz. Ripartiamo da qui, dall'anfitrione che mi fa accomodare in un cortiletto di quelli d'una volta, con pergola e pozzo per l'acqua piovana, tira fuori acqua gasata fresca e una bottiglia di tocai, poi declina le sue generalità: Fabio Misso, «che iera Miskovic prima del Fascio». Onoratissimo. E già la sosta-spritz diventa pranzo, branzini de scoio e salata de orto. L'ex Miskovic è nato in Italia nel '48, a Palmanova, ma papà e mamma erano tutti e due di Promontore, «un de quà e un de là del stradon», e il legame con il luogo non si è mai spezzato. Con la casa di parte materna soprattutto, la stessa in cui ci apprestiamo a consumare il pranzo migliore del viaggio.

La casa della famiglia Rossanda. «Quella di Rossana?», chiedo. Risposta affermativa. E ancora ignoro che il mio anfitrione ha già avvertito sua moglie, per farle preparare il lettone di famiglia, al primo piano della casa. «Venga a vedere» fa il Fabio, e mi porta a vedere il cimelio. Una piazza d'armi di 170 anni, dove chissà in quanti avranno vissuto nascita, amore e morte dai tempi della battaglia di Solferino. «È ovvio che lei dorme qua», annuncia. E intanto la moglie Ivancica, bosniaca ex cantante del coro di Banja Luka, ha già preparato la tavola. Bosnia e Istria, sono sul mio. Ci si racconta le rispettive vite raminghe. Fabio che torna ogni estate alla terra d'origine a pascolare le pecore e a lumare le tedesche, Ivancica detta Margherita che cinguetta in una Jugo ancora ignara di amari destini, il Rumiz che familiarizza con i graniciari, la spesa oltreconfine e le storie di famiglia sulle "terre perdute". Un'epopea di frontiere talmente mobili, che nella storia di ciascuno salta fuori un po' del destino dell'altro. Gran giornata. Borin, tocai freddo, le storie che chiamano altre storie, l'Istria che si mescola alla Bosnia e alla Venezia Giulia: le pescate leggendarie con la saccaleva sulla costa ancora vergine di Promontore, la birra e il formaggio dei frati trappisti francesi venuti a Banja Luka al tempo dei Turchi, le magnifiche storie di mare degli esuli di Lussinpiccolo in casa di mia madre. «Ora è tutto finito», dice Ivancica. A Banja Luka non ci sono più né trappisti, né ebrei né musulmani. «Non sono le pietre, ma le persone che fanno una città», mormora. «Le persone non ci sono più, e la mia città non è più la stessa».

E si va avanti a racconti, fino a sera (frittata al prosciutto salato e molto altro), con anche i vicini che vengono a sentire. Così salta fuori la storia di Riccardo Muti conosciuto a Sarajevo, e del suo concerto a Trieste, l'incontro con Milosevic, Tudjman e Karadzic, sinistri comprimari della sanguinaria dissoluzione jugoslava, e poi il viaggio a vela verso Lepanto, con la traversata della punta d'Istria verso lo scoglio maledetto di Gagliola. E ancora le mangiate di calamari a Unie, e i racconti lussignani del vecchio Budinich, navigatore di mari e di numeri. Alla fine il lettone bicentenario dei Rossanda mi avviluppa in una notte di bonaccia, sudario e spazio d'atterraggio di invisibili zanzare. L'indomani via di buon'ora per il Grande Tuffo. Vado solitario sulla strada rossa in terra battuta, in mezzo a canneti così impolverati che pare abbia nevicato; vado eretto e cadenzato come un granatiere napoleonico, e mi accorgo che ho finalmente imparato a camminare (nel senso che prima non ne ero capace). Graffi di jet nel cielo desertico, unghiate planetarie. Il monte di Ossero come un miraggio.

A Est il mare è uno specchio ustorio, così cerco a Ovest, le baiette di ciottoli al riparo dal sole. Ma anche di là è deserto, la superficie è increspata di smagliature di minime correnti. Trovo, dimenticato su una roccia, un bikini fucsia di marca "La vie en rose", che metto in cima al mio bastone ed eleggo a bandiera dell'approdo finale a questa penisola-femmina così lungamente sfiorata, contornata e desiderata. Non tornerò a piedi. In punta d'Istria viene a prelevarmi l'amico Giorgio Godina, presidente del Cai XXX Ottobre. L'appuntamento è al selvaggio "Safari bar", imbastito tra i canneti e i lentischi da uno svizzero innamorato del vento. Ecco l'insegna di questa Tortuga, le altane in legno aggrappate ad alberi morti, l'ultimo obelisco trigonometrico della punta. Tuffo dalle rocce di Punta Promontore, Sud Perfetto. Jug. Mare immobile.

Ed ecco Giorgio che arriva con la birra fresca e la frutta, felice. Sette giorni e due ore ci ho messo. Potevo impiegare meno tempo, ma faceva troppo caldo. Dopo l'una era impossibile camminare in questo settembre libico. Fatti un po' di conti, ci ho messo 42 ore, e il calcolo non significa nulla, tranne che è la misura del mio territorio. Quarantadue ore dalla porta di casa. Ne avevo immaginate molte di più. Non sapevo ancora che la lentezza accorcia lo spazio. Mentre l'autostrada è una galera che dilata all'infinito i minuti secondi. (8 - Fine. Le puntate precedenti sono state pubblicate il 21, 22, 23, 24, 25, 26 e 27 settembre. Tutto il viaggio sul sito www.ilpiccolo.it)

55 - Rinascita 30/09/11 Alcide De Gasperi e il CNL di Cherso e Lussino

Dopo la firma del Trattato di Pace di Parigi del 10 febbraio 1947 le due isole italiane passano alla neonata RSFJ; da quel momento in poi inizia il dramma degli Esuli

Alcide De Gasperi e il CNL di Cherso e Lussino

di Gianna Duda Marinelli

Nel programma "Prix Italia 2011" di domenica scorsa, è stato ricordato Alcide De Gasperi. In questa occasione Giorgio Pasotti ha letto alcune frasi dell’intervento del nostro Ministro alla Conferenza per la Pace di Parigi del 1946. Le sue parole indicano l’imbarazzo e la consapevolezza di essere considerato dai rappresentanti delle Nazioni vincitrici "nemico". In un salotto si direbbe si è sentito fuori posto. La sua triste uscita "non chiedo nulla" è stata la ciliegina sulla torta.
Il complesso del perdente ha quindi accompagnato De Gasperi durante tutta la Conferenza di Pace. Con le poche parole, che G. Pasotti ha interpretato bene, ecco segnato da subito il futuro degli Italiani delle regioni orientali del nostro Stato.
De Gasperi poteva fare qualche cosa? Il nostro rappresentante era un rinunciatario o piuttosto aveva dovuto seguire le linee tracciate da altri, sempre se non si voglia chiamarli ordini veri e propri. Da Parigi in poi l’Italia ha chiesto scusa, in questo caso si trattava in partenza, di un perdente. In contemporanea, il sud vincente ed i partigiani del nord hanno colpevolmente taciuto.
La troppo civile e pacifica popolazione della Venezia Giulia e della Dalmazia rimasta prigioniera, perché occupata dalla neonata Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia, null’altro poteva che rivolgersi alle rinnovate Istituzioni.

Nel costruendo sistema democratico Italiano le pedine disposte su di una scacchiera dovevano essere occupate dai ministri, è probabile che in quel momento, la posizione più importante era stata affidata ad Alcide De Gasperi.

Eppure a questo importante uomo di governo dovevano essere stati affidati dei compiti precisi, uno pur se subdolo è stato evidente ed era quello di rinfocolare delle false speranze ai Comitati dei Giuliani e Dalmati che controllati nei CP (campi profughi) e nelle associazioni, versioni europee delle "riserve indiane" da subito non dovevano disturbare.
Numerosi i documenti conservati negli archivi privati, pezzi di carta che ogni qualvolta si tenta di riordinare ci fanno scoprire nuovi tranelli e nuove prese in giro.
Neutralizzati i rappresentanti dei CLN delle regioni orientali d’Italia, il gioco era fatto, i governativi sapevano già che non avrebbero mai avuto fastidi creati da probabili prepotenti.

Il CLN di Cherso, quasi contemporaneamente seguito da quello di Lussino, si era costituito l’1 settembre 1945, i firmatari erano stati: 23 civili e P. Alfonso Orlini con delega di Mons. Raffaele Radossi vescovo di Pola e Parenzo (rimasto a Pola) e di trenta sacerdoti e frati dell’isola. Si tratta dello stesso Orlini coautore con M. Cace e L. Papo di un volume politicamente scomodo su cui C. Montani ha scritto un articolo pubblicato su questo giornale ed intitolato "Quel volume sulle foibe che De Gasperi occultò".

Il CLN delle isole di Cherso e Lussino rappresentava i quasi 20.000 abitanti delle due isole ai quali andavano aggiunti i numerosi residenti da tempo nelle principali città portuali d’Italia dove per lo più erano occupati in attività della marina mercantile. Approfittando dei rapporti sociali coltivati in ambito internazionale, il CLN clandestino delle isole di Cherso e Lussino era nato a Trieste qualche giorno dopo il 12 giugno 1945 dopo che le truppe del Maresciallo Tito avevano lasciato la città giuliana per essere amministrate dal Governo Militare Alleato. Il CLN sarà ospitato dal Partito Liberale Italiano e si scioglierà il 10 febbraio 1947, dopo la firma del Trattato di Parigi con il quale assieme alle isole veniva ceduto alla neonata RSFJ gran parte dei territori orientali d’Italia acquisiti con il Trattato di Rapallo dopo la fine della Prima Guerra mondiale.


Di un anno e mezzo di attività intensa autofinanziata sono stati conservati numerosi documenti. Dopo 65 anni possono essere testimoniati: i soventi ed inutili viaggi a Roma, un soggiorno a Parigi per seguire in tempo reale le notizie l’evolversi dei negoziati sulla sorte della Venezia Giulia e della Dalmazia e, nel 1946 l’inutile e costoso viaggio negli Usa per un fallimentare appuntamento all’Onu, istituzione nata solo il 24 ottobre 1945.
Degli incontri romani va ricordato l’umiliante, frettoloso e tanto atteso colloquio concesso da Alcide De Gasperi dopo molta anticamera, purtroppo durato meno di 5 minuti perché in partenza per Parigi.
La sequenza dei telegrammi inviati a De Gasperi e le sue rassicuranti quanto formali risposte preludevano il prossimo oblio a cui era condannata questa regione ricca di un glorioso passato.
Ad un primo telegramma spedito da Trieste, A. De Gasperi rispondeva il 29 dicembre 1945: "Grato vostre espressioni cordialmente saluto assicurando mio costante interessamento ai connazionali di Cherso e Lussino (fig. 1)".
L’8 aprile 1946 il CLN Cherso – Lussino si rivolgeva anche alla Segreteria del Vaticano.
Il telegramma non avrà risposta pur che tra i firmatari del CLN si annoveravano: S. E. Padre Raffaele Radossi da Cherso vescovo di Parenzo e Pola, il Generale dell’ O.F.M.C Padre A. Orlini e 30 tra sacerdoti e frati. L’ultimo vescovo della diocesi Parentina che si firmerà finché avrà vita, "profugo giuliano", sarà umiliato e licenziato da mons. Bozo Milanovic stella d’argento concessagli nel 1973 dal Maresciallo Tito per i meriti acquisiti a sostegno della RSFJ ("Moje Uspomene", K. S. 1976).

Dopo l’esodo S. E. R. Radossi sarà destinato a reggere la diocesi di Spoleto mentre A. Orlini non sarà rieletto Generale dell’OFMC. Elusa una probabile intromissione dei due prelati emarginandoli, la Chiesa potrà dimenticarsi per sempre della fedelissima popolazione delle isole del Quarnero. Il mese di maggio sarà caratterizzato da un’attività molto intensa, si tratterà dell’invio di due telegrammi inviati i giorni 3 e 11. Più rilevante l’iniziativa del CLN dell’Istria che tenterà di precorrere i tempi presentando un programma di 5 pagine, datato 17 maggio 1946 ed indirizzato ad A. De Gasperi con il intitolato, "Dopo la Conferenza di Parigi – Nota riservata per il Ministro degli Esteri (personale riservatissimo). Proposte: plebiscito. Stato libero." Il documento sarà firmato da Franco Amoroso, Consultore Nazionale e Marino Colombis , membro del CLN della Venezia Giulia di Trieste e portavoce del CLN clandestino dell’Istria.

Il Ministro non affronterà o piuttosto non potrà affrontare il problema. Seguirà un’unica risposta datata 26 maggio 1946 che dice: "Ricevuto vostro messaggio assicuro costante interessamento difesa connazionali Cherso Lussino duramente provati cui va affetto solidarietà intera Nazione (fig. 2)".
Consci che bisognava interessare anche i rappresentanti stranieri, già il 29 maggio 1945 il Comitato si era rivolto al Presidente degli Usa, H. Truman.
Esaurite le strade nazionali, il CLN si rivolgerà inutilmente anche ai ministri: Byrnes, Bevin, Bidault.
Un modulo reperito fortuitamente, stilato in lingua croata, datato 25 novembre 1946 era stato consegnato ai gruppi comunisti Titini favorevoli all’annessione dei diversi centri dell’Istria alla Jugoslavia. Il documento che era stato firmato da 9 persone, si legge: "Appellandoci alla democrazia per la quale ci siamo battuti durante tutta la lotta popolare antifascista di liberazione e la grande guerra patriottica, dichiariamo e ci attendiamo che la conferenza della pace riconosca senz’altro i santi diritti del popolo e stabilisca l’annessione dell’Istria, Fiume, Trieste, Gorizia, Litorale Sloveno, Venezia, cioè di tutta la Regione Giulia alla Jugoslavia. Il CPL Distrettuale o cittadino di….Certifica che le firme sono originali e i dati esatti. Il presidente (timbro). Il Segretario". [Testo originale in lingua croata: "Kraj (Sjedište NOO) – Kotar (Grad) – Potpisani se izjavljunjemo za priklučenje svog mesta Jugoslaviji. Pozivajući se na demokraciju za koju smo se borili ktoz čitavie vrijeme Narodno oslobodilačke antifašističke borlu i velikog domovinskog rata, zahtjevamoi očekujemo, da će mirovna konferencija beruslavno priznati sveta narodna prava i odrediti priključene 9 stre, Rijecke, Trste, Gorica, Slovenskog Primorije, Benečije ti g. cijele Julijske Krajine Jugoslavije – Kotarski ili gradski NOO – potvrduje da su potpisi originali i podaci istinti."]


Il modulo era stato consegnato ai responsabili politici che operavano per il Partito nei diversi Distretti e città, dove venivano raccolte le firme per la loro annessione alla Jugoslavia. Il documento del 1946 era successivo al Pazinska Odluka ovvero Pazinska Deklaracija (Pronunciamento di Pisino) stilato nel 1945 dopo l’Armistizio dell’8 settembre.

Dall’ampliamento del Pronunciamento nasceva il "Memorandum of the Regional National Committee for Istria – Allied Commission for examination of the frontier line between Yugoslavia and Italy" conservato a Londra, fino al 1993 nell’archivio del "Royal Institute of Internationales Affairs" e dopo essere stato acquistato da ser Montague Burton per la biblioteca della London School Economic, nel L.S.E. dep. Foreign History. Nel dossier era compreso anche un "Annex to the Memorandum – of the Regional National Comittee for Istria" in cui venivano elencati i deputati espressi dai seguaci di Tito e non mai da elezioni democratiche (fig. 3).


Alle due accorate missive inviate a De Gasperi il 3 e 11 maggio 1946 ed era seguita un’unica risposta del 26 maggio 1946: "Ricevuto vostro messaggio assicuro costante interessamento difesa connazionali Cherso Lussino duramente provati cui va affetto solidarietà intera Nazione" (fig. 4). Non giungerà mai un commento alla missiva "riservatissima" del 17 novembre.


Il sincero interessamento di A. De Gasperi e l’impegno per difendere i "suoi connazionali" delle sassose isole del Quarnero sono tutti da dimostrare, resta anche l’incognita dell’affetto della Nazione. Dopo la firma del Trattato di Pace di Parigi del 10 febbraio 1947 il CLN di Cherso e Lussino si scioglie. Sono seguiti numerosi accordi bilaterali e riconoscimenti internazionali, tutti all’insegna della rinuncia a scapito dei connazionali con i quali la "Nazione è solidale". Da qui per gli Esuli è iniziato il loro Requiem tra incontri, commemorazioni e pubblicazioni per lo più nostalgiche, all’orizzonte nulla di propositivo, è proibito.

56 - Il Piccolo 05/10/11 Pietas Julia, 126 anni per lo sport e il sociale, la società di Sistiana, nata a Pola sotto l’Austria, è arrivata in Italia dopo l’ultima guerra

Pietas Julia, 126 anni per lo sport e il sociale

La società di Sistiana, nata a Pola sotto l’Austria, è arrivata in Italia dopo l’ultima guerra

SISTIANA Una storia che parte dal mare, dalle coste della Croazia per arrivare verso una nuova storia, in Italia.

Si tratta di quella di uno dei più antichi circoli italiani che dal ’61 è di stanza in Baia a Sistiana.

Tutto nasce nell’estate del 1886 dove a Pola (in latino identificata anche come Pietas Julia da cui prende il nome) si costituisce la società che inizialmente si dedica alla pratica della voga e della vela.

Sciolta per le sue posizioni filo-italiane, dopo il conflitto riprende l’attività con un periodo d’oro, dal ’26 al ’46 quando diventa fucina di numerosi atleti di spicco sia nelle specialità "remierie". Nel contempo si fa strada anche nella vela.

Il secondo conflitto segna pesantemente la storia della Pietas e dei suoi affiliati ed il dopoguerra incerto e minaccioso sui territori occupati d’Istria e Dalmazia costringe all’abbandono delle attività.

Alcuni degli associati giungono in Italia e si rifugiano a Trieste. Nel ’48 poi riescono addirittura a ridare vita alla Pietas con base a Monfalcone per poi spostarsi nel ’61 a Sistiana grazie all’intraprendenza di Guido Bernetti (a cui è dedicato un trofeo) fino al’72 con il trasferimento nella sede attuale.

Da qui in poi l’attività velica prende sempre più piede fino ad essere una delle attività predominanti grazie anche ai successi dei suoi associati, tra cui tra spiccano anche le donne come Francesca Komatar, prima classificata femminile al campionato italiano classi olimpiche. Una storia di successi quella della Pietas, (oggi guidata da Antonio Tommasi), che quest’anno ha festeggiato i 126 anni di attività e che riesce a coniugare lo sport con il sociale. «Oltre alla scuola vela composta da cinque istruttori con corsi settimanali – dichiara il direttore sportivo, Giorgio Salateo – una parte della nostra attività è rivolta al sociale, con delle uscite in barca organizzate per i non vedenti o con delle attività rivolte ai ragazzi con situazioni difficili». A ciò si aggiungono l’organizzazione o la partecipazione a gare dilettantistiche e professionali a livello nazionale, uno su tutti il Trofeo Bernetti considerato da molti come un valido training prima di affrontare la Barcolana.

Oggi la società conta 600 iscritti, tra soci ed aggregati, all’interno del quale crescono sportivi che raggiungono traguardi notevoli (uno dei suoi ex allievi, attualmente nell’aeronautica, partirà per le prossime olimpiadi londinesi del 2012). E per il futuro? Oltre a riprendere l’attività con uno dei primi amori della società, con un corso di kayak, c’è l’intenzione di ampliare la sede anche in vista della nuova vita della baia con la nuova realizzazione di Portopiccolo. (vi.at.)

La Mailing List Histria ha il piacere di inviarVi la "Gazeta Istriana" sugli avvenimenti più importanti che interessano gli Esuli e le C.I. dell' Istria, Fiume e Dalmazia, nonché le relazioni dell'Italia con la Croazia e Slovenia.

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :

http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/

http://www.arupinum.it

scrivi a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.