Rassegna Stampa Mailing List Histria
Sommario N° 797 – 21 Ottobre 2011

663 – CDM Arcipelago Adriatico 17/10/11 Franco Luxardo riconfermato nel ruolo di Presidente dei dalmati nel Mondo (Rosanna Turcinovich Giuricin)

664 – SM Tv San Marino 15/10/11 58° raduno dei Dalmati nel mondo

665 - Coordinamento Adriatico Ottobre 2011: Risorgimento e Toponomastica, Coordinamento Adriatico al Raduno dei Dalmati

666 - Difesa Adriatica Novembre 2011 - Gli Esuli rientrano nel solco della storia (Renzo Codarin)

667 – La Voce del Popolo 18/10/11 Malastoria - Talijanasi e S'ciavi (Kristjan Knez)

668 - Il Gazzettino 13/10/11 Polesella - La storia dei Grimani cementa il gemellaggio con Sanvincenti

669 - Il Piccolo 16/10/11 Parenzo: I conti de Vergottini, in Istria dal '600, non sopravvissero all'arrivo dei titini - Risarciti con 251 milioni di lire dall'Italia (Silvio Maranzana)

670 - Il Piccolo 18/10/11 Benedetto XVI silura il vescovo di Pola, resa dei conti vaticana per il caso Daila

671 - Il Piccolo 19/10/11 Il nuovo vescovo di Pola: «Restituire Daila ai frati» (p.r.)

672 - La Voce del Popolo 21/10/11 Convento di Daila - Non c'era alcuna intenzione di italianizzare il territorio

673 - Il Piccolo 20/10/11 Trieste- Sgarbi: «Riportiamo le masserizie istriane al magazzino 26» (Ivana Gherbaz)

674 - La Provincia di Varese 16/10/11 Ottavio e Rosita Missoni Quando l'arte si veste di lana (Mario Chiodetti)

675 - La Voce del Popolo 19/10/11 Cultura - Società di Studi Fiumani a Roma: mezzo secolo di vita e impegno

676 - Il Tempo 16/10/11 Premio Acqui - I coraggiosi italiani del lungo esodo (Mario Bernardi Guardi)

677 - Il Messaggero 20/10/11 Roma: Applausi e ricordi sulle note di Serdoz (Roberta Petronio)

678 - La Voce del Popolo 20/10/11 Cultura - Stuparich: l'uomo, lo scrittore, le sue «guerre», i suoi luoghi (ir)

679 - Osservatore Romano 20/10/11 La scommessa dei Balcani, verso l'integrazione europea (Francesco Citterich)

A cura di Stefano Bombardieri

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :

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663 – CDM Arcipelago Adriatico 17/10/11 Franco Luxardo riconfermato nel ruolo di Presidente dei dalmati nel Mondo

Franco Luxardo riconfermato nel ruolo di Presidente dei dalmati nel Mondo

E’ iniziata un’altra legislatura dell’Associazione Dalmati nel Mondo, con l’elezione dei Consiglieri, della Giunta e del Sindaco/Presidente – con la riconferma di Franco Luxardo - durante il Raduno che ha portato a San Marino quasi cinquecento persone, salutate anche dal Segretario di Stato agli Esteri, Antonella Mularoni e dalla FederEsuli con il Presidente Renzo Codarin, Guido Brazzoduro del Libero Comune di Fiume e Lorenzo Rovis, Presidente dell’Associazione delle Comunità Istriane di Trieste.

Una dualità Sindaco/Presidente, riferita alla massima carica rappresentativa dell’Associazione che riassume il fermento teso a quel salto qualitativo che ancora una volta i Dalmati pongono all’attenzione di tutti, come bisogno naturale e imprescindibile di riappropriarsi di una realtà che sta marciando veloce verso il futuro. Tra gli altri compiti, quello di dialogare con l’altra sponda dell’Adriatico sgombrando il campo da ogni realtà formale che possa essere d’ostacolo, anche quella del nome. Gli accadimenti sono sotto gli occhi di tutti e, quanto emerso al 58.esimo Raduno dei dalmati a Serravalle (San Marino) nell’ultimo fine settimana, non fa che confermarlo. La questione di fondo riguarda proprio la necessità di trovare una giusta chiave di lettura per inserirsi nel nuovo corso della storia senza perdere nulla, anzi guadagnando, in ambito storico e della tradizione, in capacità di innovazione e in tutto ciò che ha caratterizzato la vicenda plurisecolare della terra dalmata.

L’entrata della Slovenia nell’Unione Europea era stata una tiepida anticipazione di quanto sta succedendo ovvero del fatto che la prospettiva di una Croazia europea a tutti gli effetti, muta profondamente i rapporti e le linee di forza. Una sensazione chiara dopo il concerto di Trieste, rafforzata dagli incontri di Pola del 3 settembre scorso dove la FederEsuli, al fianco del Presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, ha incontrato il Presidente della Croazia Ivo Josipovic.

Le parole pronunciate da quest’ultimo – e citate a San Marino -, sulla sua "dalmaticità", sul suo "dialetto infarcito di termini italiani che non ho mai sentito stranieri" e la sua affermazione sul fatto che la Croazia non "sarebbe oggi lo stesso Paese senza il contributo della cultura italiana", impongono una riflessione profonda. Si sciolgono le contrapposizioni nette, il perdono dei due Capi di Stato per "le atrocità subite dai rispettivi popoli nei venti di guerra", contribuiscono ulteriormente ad un processo che va capito e pilotato.

La notizia portata da Rina Villani della Comunità degli Italiani di Zara, sulla soluzione dell’annoso problema dell’asilo italiano che diventerà una realtà già dal prossimo anno, è stata salutata con grande entusiasmo e con la volontà di contribuire direttamente alla sua evoluzione. Questa la grande sfida che i Dalmati sentono e che intendono fare propria, attraverso un diverso approccio al futuro, dentro l’associazione investendo sulle giovani generazioni, e fuori – ma solo per un dato geografico – assecondando l’attività delle Comunità degli Italiani per mantenere in Dalmazia e Montenegro la testimonianza di un’italianità mai sopita nei loro cuori ma alla quale va data una cornice moderna che porti a progetti soddisfacenti per tutti.

Un esempio concreto è stata anche la scelta di iniziare il raduno affidando a Coordinamento Adriatico – per altro guidato da un dalmato eccellente come il prof. Giuseppe de Vergottini – il convegno dedicato al cammino dei Dalmati verso l’Unità d’Italia con il coinvolgimento di specialisti in studi storici e giuridici delle Università di Trieste e Padova, quali Claudio Carcereri De’ Prati, Laura Barbara Gagliardi, Lucio Toth e Giorgio Federico Siboni con moderatore Davide Rossi.

La risposta al quesito sul comportamento del Regno nei confronti della realtà dell’Adriatico Orientale, ha radici profonde da andar a ricercare nel rapporto tra le popolazioni marittime orientali con la Serenissima e poi con l’Austria. I relatori, con disquisizioni dotte, d’alto livello scientifico, hanno inteso dimostrare il prevalere degli interessi politici nell’epoca napoleonica su quelli nazionali, per non tacere delle intime volontà dei singoli gruppi operanti in queste zone che sono stati oppressi quasi la loro spinta ad emergere e far sentire la propria voce, fosse pura eresia, condannabile con l’esclusione da ogni gioco di potere. Lasciati alle proprie frustrazioni e all’inevitabile ricorso a dimostrazioni settarie, quando addirittura di personale immolazione alla causa di un riconoscimento dell’italianità dalmata.

Gli studi profusi in questo campo stanno portando a galla nuove considerazioni, svelano rapporti tra la popolazione dalmata con una realtà veneta nella quale erano inclusi a pieno titolo, e le testimonianze si sprecano. Il tutto per spiegare la volontà dalmata di vedersi inclusi nel processo d’Unità d’Italia e il reale disinteresse del Bel Paese nei loro confronti, considerati addirittura "un problema". Al convegno – che si stava sdoppiando in Istria con quello dedicato alla Dieta di Nessuno – è stato inviato anche il saluto del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano con l’augurio di successo dei lavori. Il Raduno ha portato nella piazza di San Marino, la Fanfara dei Bersaglieri, sono arrivati dall’altra sponda dell’Adriatico i rappresentanti delle Comunità degli Italiani e dal resto del mondo numerosi dalmati affezionati a quest’occasione d’incontro.

Insieme hanno preso parte ai lavori del Consiglio che ha letto la nuova Giunta composta da: Chiara Motka, Giorgio Varisco, Rachele Denon Poggi, Adriana Ivanov Danieli, Enrico Focardi, Walter Matulich, Guido Battara, Giovanni Grigillo, Elio Ricciardi, Elisabetta Barich, Gioia Calussi, Orietta Politeo.

Agli eletti si aggiungono altri rappresentati "a vita", il Sindaco onorario Ottavio Missoni e il coro dei Saggi: Miriam Paparella, Honeré Pitamitz e Tullio Vallery.

Dopo la messa di domenica mattina officiata da Mons. Luigi Negri, Vescovo di san Marino e Montefeltro che ha ripercorso la vicenda dell’esodo toccando corde profonde di vera commozione, è seguito l’incontro culturale con la presentazione di alcuni volumi della sessantina di titoli pubblicati nel corso di un anno dall’ultimo Raduno. Atteso il conferimento del Premio Niccolò Tommaseo a Ottavio Missoni per ciò che egli ha simboleggiato nel mondo della cultura e della realtà dalmata, con l’uso pubblico del dialetto che è diventato un marchio riconoscibile ed apprezzato da tutti come un tributo all’orgoglio delle proprie origini. Il ragazzo di Ragusa, cresciuto a Zara, vincitore nello sport e nella vita, risponde sornione alle manifestazioni di affetto della sua gente alla quale, nonostante gli impegni di una vita sotto i riflettori, ha saputo sempre rimanere legato. Anche grazie al suo contributo, i Dalmati si sono nutriti d’eccellenza esprimendo quel mondo evoluto, al quale il mare ha impresso la giusta apertura verso tutto e tutti che li rendono così particolari.

Rosanna Turcinovich Giuricin

664 – SM Tv San Marino 15/10/11 San Marino: 58° raduno dei Dalmati nel mondo

San Marino: 58° raduno dei Dalmati nel mondo

Le fanfare dei bersaglieri per la prima volta sul Titano a ricordo dei esuli anche istriani e giuliani figli di un lungo esodo d'italiani. Da tutta Europa e dalle regioni d'Italia 250 delegati (500 ospiti) nella terra di Marino e Leone. Al Palace Hotel i lavori del convegno fino a sera con la proclamazione del nuovo consiglio, presidente e Giunta, per il mandato 2012. Come ogni anno anche l'elezione del sindaco di Zara in esilio. Domani, domenica, santa messa officiata dal vescovo Negri, premio Tommaseo al cittadino nato a Ragusa in Dalmazia, Ottavio Missoni stilista e sportivo di fama, davanti alle autorità sammarinesi. In conclusione il 17° incontro di cultura dalmata, in trasferta sul Monte tra Marche e Romagna, con la rassegna letteraria annuale dei libri d'argomanento storico, religioso, di costume. L'Associazione Filatelica Dalmata propone nella terra del bel francobollo un annullo postale e la cartolina celebrativa sull'avvenimento sammarinese.

665 - Coordinamento Adriatico Ottobre 2011: Risorgimento e Toponomastica, Coordinamento Adriatico al Raduno dei Dalmati

Risorgimento e Toponomastica, Coordinamento Adriatico al Raduno dei Dalmati

Scritto da Francesca Lughi

Ancora una volta - la cinquantottesima - la comunità dalmata si è incontrata, dal 14 al 16 ottobre, testimoniando la propria energica presenza in Italia e ribadendo così la volontà di rafforzare quel ruolo vigoroso e attivo che gli esuli giuliano-dalmati hanno conseguito in Italia e nel mondo. Tra tutela del passato e istanze per il futuro, l’appuntamento quest’anno ha guardato come meta alla Repubblica di San Marino: l’antico abitato adagiato, come tanti luoghi della Dalmazia, su una rupe sovrastante una verde vallata, a pochi chilometri dalle sponde dell’Adriatico.

Località differente dai centri dei raduni trascorsi, la Repubblica del Titano è custode della memoria di Marino, scalpellino dalmato e santo eremita. Ritiratosi a meditare in solitudine, dal suo romitaggio nascerà una Repubblica la cui indipendenza ha sfidato i secoli e le brame di potere di signori, sovrani e imperatori.

A tutti i partecipanti al Raduno, i Capitani Reggenti della Repubblica hanno voluto esprimere i sensi della propria sentita e amichevole accoglienza. In linea con le celebrazioni promosse per il 150° anniversario dell’Unità nazionale, la mattina del 15 ottobre, l’Associazione Coordinamento Adriatico, nella persona del Prof. Davide Rossi (Università degli Studi di Trieste), ha presentato al numeroso pubblico concorso per l’occasione la tavola rotonda sul tema I dalmati e il compimento dell’Unità d’Italia.

Il programma degli interventi era così strutturato:

Prof. Avv. Claudio Carcereri de’ Prati

(Università degli Studi, Padova)

L’orgoglio dalmata. Alle origini della dissidenza politica e religiosa

Dott. ssa Laura Barbara Gagliardi (Università degli Studi, Milano)

La Rivoluzione e l’ordinamento napoleonico. Prodromi risorgimentali in Dalmazia

Dott. Lucio Toth (Presidente ANVGD.)

Il compimento dell’Unità. La partecipazione dei dalmati al Risorgimento

Dott. Giorgio Federico Siboni (Società Storica Lombarda)

Fermenti patriottici in Alto Adriatico. Prospettive storiografiche e interpretative

Nel pomeriggio della medesima giornata l’Associazione Coordinamento Adriatico ha poi voluto offrire agli stessi Capitani Reggenti i volumi de La toponomastica in Istria, Fiume e Dalmazia - tramite l’omaggio del Prof. Davide Rossi e del Dott. Giorgio Federico Siboni, rispettivamente estensore della ricerca e Senior editor del trimestrale «Coordinamento Adriatico».

L’approccio all’opera, come ha spiegato puntualmente Davide Rossi, «è rigorosamente scientifico. I volumi - favorevolmente accolti da istituzioni culturali e politiche - costituiscono infatti il primo repertorio corretto e completo dei toponimi italiani d’oltre Adriatico. Avvalendoci della cartografia fornita dall’autorevole collaborazione dell’Istituto Geografico Militare e grazie al coinvolgimento di diversi studiosi, coordinati dai curatori, si è potuta riscontrare molta sintonia nei criteri di lavoro e nei giudizi da questo emersi».

Ecco perché tale studio intende diventare - secondo gli auspici espressi da Giorgio Federico Siboni - una sorta di «laboratorio per il futuro, in nome di quel rigore e rispetto delle diverse realtà del territorio di cui proprio qui a San Marino esiste un modello importante e per il quale le carte analizzate costituiscono un esempio emblematico. Tali documenti, da continuare a studiare, compongono infatti un’impronta in vista della più omogenea unificazione europea.»

666 - Difesa Adriatica Novembre 2011 - Gli Esuli rientrano nel solco della storia

GLI ESULI RIENTRANO NEL SOLCO DELLA STORIA

NUOVE IPOTESI PER I TEMI IN AGENDA

Passa per Trieste e per Pola il superamento di una storia che ci ha tenuti prigionieri per tanto tempo. Che cosa è cambiato: il clima. La presenza a Trieste il 13 luglio dei tre Presidenti, Napolitano, Josipovic e Tùrk ed ora a Pola di Napolitano e Josipovic porta ad una distensione nel rispetto delle singole memorie.

Ciò non significa dimenticare né la storia - che viene affidata all'analisi degli specialisti - né la sofferenza dei singoli ai quali è stata confermata stima e comprensione nelle parole dei Presidenti e nei gesti compiuti sia nel capoluogo giuliano - l'omaggio al monumento ai 350.000 esuli di Piazza Libertà - e pochi giorni fa a Pola - con l'ulivo piantato davanti all'Arena in ricordo di chi lasciò la propria città natale nel febbraio del 1947.

A ribadirlo, con forza e consapevolezza estrema, i due Capi di Stato che proprio a Pola hanno annunciato la prossima entrata della Croazia in Europa e l'impegno a gestire i rapporti futuri in questo "clima" appunto ispirato all'amicizia, al rispetto. La Croazia nelle parole del Presidente Josipovic rende omaggio alla presenza storica, civile e culturale degli Italiani nelle città adriatiche passate prima alla Jugoslavia ed ora parte della Croazia (e della Slovenia) da vent'anni, un anniversario ricordato insieme ai 150 anni dell'Unità d'Italia in quell'Arena che parla di Roma e di futuro.

La sensazione è che siano state proprio le genti istriane, la loro poliedricità, la multiculturalità a favorire una dimensione europea di queste terre, presente da sempre, ma che oggi si conferma in modo formale a tutti gli effetti.

A noi Esuli, che abbiamo partecipato all'evento del 3 settembre, spettano alcune considerazioni di fondo. Abbiamo avuto modo di incontrare i Presidenti ai quali abbiamo ribadito il nostro ruolo e le nostre necessità.

La loro piena disponibilità e la volontà di lavorare per risolvere le questioni ancora aperte, ci porta a dover fare un ulteriore passo avanti. Al prossimo incontro della Federazione si dovrà per tanto ragionare sulla concretizzazione delle proposte tante volte discusse con il Governo italiano alla luce del fatto che Slovenia prima, ed ora anche la Croazia intendono colmare il loro debito nei nostri confronti. Ci sono diverse ipotesi che verranno rese note al momento opportuno, visto che hanno bisogno di un confronto all'interno della Federazione stessa per armonizzarne i contenuti. Ma su alcuni punti, l'atteggiamento è collaudato e condiviso: mi sto riferendo ad un equo indennizzo. Che diventi definitivo dipenderà dalla risposta che l'Italia potrà dare in termini finanziari alla nostra proposta. Ma ci stiamo arrivando.

Ho voluto mettere l'accento su ciò che so rappresenti l'ago della bilancia, in questo momento, tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere in termini di rispetto e credibilità nei confronti dei paesi coinvolti.

Ma c'è un'altra dimensione che ho avvertito a Pola e che è strettamente legata agli effetti che un clima disteso potrà avere sul nostro futuro. Penso al legame con le radici di noi esuli e discendenti degli esuli, per gli uni il desiderio di sentirsi a casa nel luogo in cui sono nati, per gli altri l'opportunità di allacciare nuovi-antichi legami con una realtà che hanno interiorizzato con i racconti e gli affetti delle famiglie e ai quali vorrebbero dare nuovi significati.

È un processo in atto, una necessità che è partita da tempo per volontà e disponibilità dei singoli ma che oggi - dopo l'incontro dei Presidenti - può significare una concretizzazione anche

a livello istituzionale con progetti ed iniziative da realizzare con il supporto e l'apertura delle autorità locali. Mi riferisco all'esperimento riuscito del Raduno a Pola del Libero Comune, alla cerimonia congiunta per ricordare l'eccidio di Vergarolla. Mi riferisco alla libertà con cui ho visto sventolare il Tricolore tra il pubblico in Arena, non come atto provocatorio ma come conferma di presenza e partecipazione. Non so quanti esuli ci fossero seduti sulle gradinate dell'Arena, abbiamo assistito però ad un gesto inaspettato, l'applauso spontaneo di tutto il pubblico - seimila persone – ad esecuzione iniziata del Va'pensiero, senza che nessuno lo considerasse inopportuno, ed in diretta televisiva sulla rete nazionale della Croazia ed su Tv Capodistria in Slovenia.

Certo i gesti simbolici non risolvono e indietro non si torna... possiamo però andare avanti con uno spirito diverso, lasciare un segno perché il passato non venga mai più cancellato.

Renzo Codarin Presidente della FederEsuli

667 – La Voce del Popolo 18/10/11 Malastoria - Talijanasi e S'ciavi

MALASTORIA...
Talijanaši e S’ciavi

L’Adriatico orientale, inteso come area di incontro e di simbiosi tra realtà diverse, non poteva originare altro che situazioni specifiche e, talvolta, forse, anche contraddittorie, ma fino ad un certo punto. Di conseguenza l’elemento romanzo e quello slavo si sono incontrati, influenzati a vicenda o addirittura fusi. La caotica storia dell’Istria, poi, con le funeste parentesi che la colpirono inesorabilmente – malgrado anche alle nostre latitudini si invocasse "A fame, peste et bello libera nos, Domine" – non fece altro che intricare ulteriormente la composizione delle comunità sul territorio o meglio delle "nazioni" per usare il termine che troviamo nelle fonti e con un significato completamente diverso da quello odierno. E poi c’erano contesti che non erano mutati nel corso dei secoli e la cui continuità venne spezzata solo dall’esodo. Ma anche in quel caso l’immagine novecentesca non può essere riflessa in toto a un passato più o meno lontano.

Le interpretazioni di chiara impronta nazionale, per non dire nazionalista, hanno avuto sempre particolare difficoltà a cogliere tutte le sfumature di una penisola relativamente piccola ma composita. Ci sono state omissioni, teorie più o meno bizzarre, cecità a vedere oltre il proprio campanile – difetto attribuibile soprattutto agli studiosi italiani, che colsero in particolare la dimensione urbana e quindi italiana (l’aggettivo lo usiamo per una questione di comodità) ignorando però i conterranei slavi – o ancora l’incapacità di comprendere l’eterogeneità del territorio – specie tra i Croati – per cui vi sarebbe una slavità quasi insita e tutto il resto andrebbe colto come una sorta di corpo estraneo, giunto gradualmente su quei lidi per poi snaturarli.

La Repubblica di Venezia sarebbe stata pertanto la maggiore imputata, essa avrebbe "italianizzato" il territorio, mentre per la storiografia liberalnazionale, la Serenissima non avrebbe fatto altro che irrobustire la presenza slava nella penisola, attraverso il travaso di genti giunte grazie alla colonizzazione messa in atto dalla stessa.

Entrambi i punti di vista appaiono oggi decisamente superati e costituiscono ancora un fardello. Ecco perché quando si discute in merito alle questioni ottocentesche e primo novecentesche sovente ci si imbatte nell’assurdità.

Gli Italiani vengono dipinti come i "padroni", ossia un’élite che deteneva il potere quasi assoluto su tutto e tutti ed era estranea al territorio. La posizione preminente degli Italiani è innegabile, il potere politico, economico, culturale e intellettuale era concentrato nelle loro mani perché lo sviluppo storico aveva forgiato quella realtà, cittadina e municipale, la quale aveva irradiato la sua influenza anche sul contado. Proprio come avvenne in tanti contesti della penisola appenninica, con la sola differenza che dalle nostre parti le campagne si distinguevano etnicamente dalla città o dal borgo. Naturalmente anche questa è una soluzione di comodo, la dicotomia in realtà non era così netta.

Pertanto quando prendiamo in esame l’Istria del periodo dei cosiddetti risvegli nazionali (usiamo il plurale!) che in pratica farà convergere le varie anime della penisola nell’alveo di tre popoli, dobbiamo avere l’onestà intellettuale di riconoscere l’esistenza di almeno tre popoli per l’appunto.

Ma l’identità nazionale fu una costruzione lenta e progressiva e le collettività furono effettivamente "educate" alla nuova idea. Si tratta della "nazionalizzazione delle masse", attraverso la scuola, la cultura nelle sue più varie manifestazioni, le feste e i momenti aggregativi, l’associazionismo e quant’altro.

Queste questioni sono emerse anche nel corso del convegno internazionale svoltosi a Parenzo lo scorso fine settimana, dedicato al 150esimo anniversario della Dieta provinciale dell’Istria, in cui sono stati affrontati numerosi aspetti e problemi di quest’angolo adriatico nella seconda metà dell’Ottocento. È stato un incontro interessante e vivace, perciò il nostro plauso va alla neonata Società storica istriana di Pola e al Museo del territorio parentino per la buona riuscita delle tre giornate di studio.

Uno degli argomenti presentati, da Maja Polić di Fiume, è stato quello delle "
čitaonice", cioè le sale di lettura, intese come fulcro del movimento nazionale croato e al tempo stesso le uniche associazioni politiche e culturali di quella componente presenti in regione. Anche le medesime erano uno strumento per l’affermazione nazionale. E fin qui non abbiamo nulla da obiettare.

Ciò che ha lasciato dell’amaro in bocca è stata la terminologia utilizzata. Nel 2011 ci si aspetterebbe che determinati vocaboli appartenessero ormai solo al repertorio della storia. Ma è un’illusione, evidentemente. Nel corso dell’esposizione la giovane relatrice ha candidamente parlato di Italiani e di Talijanaši, proponendo cioè una visione distorta e strumentalizzata del passato, tipica di una certa storiografia jugoslava la quale doveva minimizzare l’apporto italiano alle vicende dell’Adriatico orientale, in cui gli Italiani erano tutt’al più dipinti come una sparuta minoranza, attorno alla quale gravitavano degli "slavi italianizzati", dei veri e propri lacchè, che avrebbero "tradito la patria" e il loro "popolo" per passare dall’"altra parte", in altre parole dei "rinnegati".

Il termine, che troviamo sulla stampa del XIX secolo e degli inizi di quello successivo, potrebbe essere usato qualora si volesse riportare una definizione coeva. E invece è entrato nell’uso comune e appare addirittura nei titoli di alcuni saggi. Ma è una voce spregiativa e come tale andrebbe definitivamente accantonata.

Il Talijanaš è l’equivalente dello S’ciavo ancora in uso in certi ambienti triestini, voce rozza che nessuno storico di buon senso si permetterebbe di utilizzare. Per fortuna! Dalle nostre parti, invece, pur di sminuire quanto la componente italiana ha prodotto non si bada ai "dettagli". Secondo Petar Strčić, uno tra gli autori che ama particolarmente l’uso del vocabolo in questione, i Talijanaši erano "quegli appartenenti al popolo croato e sloveno i quali si consideravano italiani".

E come argomentiamo questa definizione? Forse in base al cognome? Se questo fosse vero, dovremmo allora definire italiani tutti coloro che hanno un cognome di quell’origine, anche di quelle famiglie finite nell’Istria interna che si croatizzarono per vie assolutamente naturali. Si veda, per esempio, il volume di Just Ivetac "Furlanski i krnjelski zrmani" (2003).

Parimenti moltissimi elementi slavi si italianizzarono senza imposizioni – la storia della nostra penisola non può essere ricondotta sempre e solo alla politica scellerata del fascismo – o meglio assorbirono quell’identità che significa la lingua, la cultura, la tradizione di un territorio che l’ha prodotta. Quella convivenza che c’è sempre stata, e che non è venuta meno neanche nei periodi più plumbei – per nostra ventura la gente comune è stata più intelligente della politica – ha contribuito molto al "mescolamento" e i rapporti di parentado sono la testimonianza più palese. Siccome l’identità è una scelta ed è il risultato dell’ambiente in cui viviamo, sarebbe opportuno smetterla con quelle argomentazioni anacronistiche e prive di senso.

L’italianità delle nostre contrade è parte integrante dell’Istria, se così non fosse non ci sarebbero dialetti romanzi, non avremmo una toponomastica, o le più diverse espressioni culturali, non ci sarebbe un’architettura tipica, usi e costumi, una culinaria, mestieri, terminologie varie, ecc. Tutto questo non è stato "innestato" da fuori.

Se continueremo a confrontare il cognome per stabilire la "nazionalità" significa che non abbiamo fatto nemmeno un millimetro di progresso. I redattori del Cadastre national de l’Istrie stabilirono a tavolino l’identità della popolazione istriana proprio in base al cognome! Ma si era nel 1945-46, una guerra era appena terminata ed era in atto la lotta per la definizione dei nuovi confini, di conseguenza ogni arma usata a favore delle proprie aspirazioni era ritenuta legittima.

Quella logica perversa è stata però anche deleteria. Ha portato alla chiusura delle scuole italiane, al trasferimento di intere classi nelle sezioni croate o slovene, fu un’ulteriore pressione che incise sulle partenze che ingrossarono l’esodo. Nel terzo millennio gli storici, disinteressati e non politicizzati, dovrebbero allargare l’orizzonte e abbandonare gli stereotipi di un passato che non vuole passare. Anche grazie a certi mestatori.

Le riflessioni che Kristjan Knez ci propone in questo intervento scaturiscono a margine del convegno scientifico internazionale che si è svolto a Parenzo dal 13 al 15 ottobre in occasione del 150.esimo anniversaro dell’istituzione della Dieta provinciale istriana. Vi hanno preso parte storici, ricercatori e studiosi provenienti da Croazia, Italia, Slovenia, Polonia, con il coinvolgimento di numerosi enti culturali e istituzioni scientifiche di alto livello, compreso il Centro di ricerche storiche di Rovigno e la Società di studi storici e geografici di Pirano, di cui il giovane storico piranese, da anni nostro collaboratore, è presidente.

Di fronte all’assenza di repliche, Knez ha voluto rompere il silenzio su certe affermazioni e prese di posizione da parte di una giovane studiosa di Fiume, reputate uno "scivolone" in un simposio per il resto articolatosi in modo ineccepibile.

Kristjan Knez

668 - Il Gazzettino 13/10/11 Polesella - La storia dei Grimani cementa il gemellaggio con Sanvincenti

POLESELLA - La storia dei Grimani cementa il gemellaggio

Sarà presentato sabato mattina a Sanvincenti l'opuscolo bilingue (italiano e croato) "Grimani: Polesella - Svetvincenat", curato da Stefano Turolla e Roberta Pellegriti. La pubblicazione nasce come proseguo di un precedente lavoro del 2007, in occasione del gemellaggio tra i due centri.

«Si tratta di un gemellaggio molto interessante che ha un fondamento storico e culturale non irrilevante che si basa sulla presenza in Istria e in Polesine delle famiglie Morosini e Griman», spiega Stefano Turolla, che ha curato la parte relativa alla presenza dei Grimani a Polesella nella pubblicazione che sarà presentata sabato. È stata una ricerca molto approfondita quella di Turolla che ha confrontato documenti, mappe e perticazioni tra Rovigo (Accademica dei Concordi e Archivio di Stato) e Venezia (Archivio di Stato, Museo civico Correr).

Turolla ha studiato l'albero genealogico dei Grimani: quelli di Santa Maria Formosa si sono insediati a Polesella, i Grimani di San Luca a Sanvincenti. I Grimani a Polesella, oltre che essere proprietari dell'imponente palazzo, di cui oggi rimane ben poco, possedevano diverse attività (una fornace, una beccaria, altre attività economiche). «La tromba d'aria del 1892, che ha distrutto la parte centrale, non ha stravolto completamente l'aspetto del Palazzo. Il cambiamento più radicale si ha dopo la chiusura con tombinamento della Fossa, ad opera dell'uomo, per motivi di sicurezza idrica del territorio». Documentazione fotografica degli anni '70 mostra come la costruzione fosse molto simile a quella odierna.

La parte relativa alla presenza dei Grimani in Sanvincenti è stata curata da Roberta Pellegriti, una studiosa veneziana, ricercatrice allo Iuav.

669 - Il Piccolo 16/10/11 Parenzo: I conti de Vergottini, in Istria dal '600, non sopravvissero all'arrivo dei titini - Risarciti con 251 milioni di lire dall'Italia

I cugini "nemici del popolo" cancellati con i loro averi

I conti de Vergottini, in Istria dal ’600, non sopravvissero all’arrivo dei titini

Hanno perso palazzi, castelli, ville padronali, aziende agricole, cave di pietra LA CITTà Era il capoluogo dell’Istria

Parenzo divenne nel 1861, sotto l’Austria-Ungheria, il capoluogo della regione istriana e ospitò la sede del parlamento regionale, cioé la Dieta istriana, oltre a uffici giudiziari e amministrativi. Nel 1844 il Lloyd austriaco aprì una linea turistica di vaporetti che includeva Parenzo, nel

1866 l’arciduchessa austriaca Stephanie entrò in porto a bordo del suo yacht Fantasy, nel 1867 l’arciduca Carlo Stefano e l’arciduchessa Maria Teresa d’Asburgo-Lorena vi trascorsero le vacanze, nel 1868 fu visitata da Carlo Luigi d’Austria. Il più vecchio hotel è il Riviera costruito nel 1910. Nel

1902 venne inaugurata la ferrovia a scartamento ridotto detta la Parenzana che arrivava a Trieste.

di Silvio Maranzana

TRIESTE Erano in Istria dalla fine del ’600 i de Vergottini. Superarono l’invasione napoleonica, la repressione dell’Austria, l’occupazione nazista.

Ma non l’arrivo dei partigiani di Tito. Giuseppe era già uno dei notabili al tempo della presenza francese, Nicolò fece parte della Repubblica veneziana di San Marco guidata da Daniele Manin e Niccolò Tommaseo che nel 1848 si oppose all’Austria, Giuseppe fu uno dei deputati della Dieta del nessuno che nel 1861 rifiutò di mandare propri rappresentanti a Vienna, Tomaso, deputato al parlamento viennese, fu il presidente del Comitato di salute pubblica di Parenzo che che nel 1918 consegnò la città all’Italia. «Nel 1943 - racconta Giuseppe de Vergottini, oggi professore ordinario di Diritto costituzionale all’università di Bologna - l’arrivo dei partigiani slavi pose tragicamente fine alla fase istriana della mia famiglia. Antonio, ex podestà di Parenzo venne prelevato la mattina del 24 settembre, da lì condotto a Pisino nel castello di Montecuccoli trasformato in prigione, e ucciso all’inizio di ottobre. Negli stessi giorni venne sequestrato, ucciso e gettato nella foiba di Vines il cugino Nicolò. Da questa foiba i vigili del fuoco di Pola comandati dal leggendario maresciallo Arnaldo Harzarich il 18 ottobre estrassero 23 salme. Sua moglie Wilma rimase sotto le bombe di un attacco aereo tedesco mentre si recava al carcere per incontrarlo. Il corpo di Antonio invece non venne mai ritrovato». Con l’occupazione jugoslava i de Vergottini vengono dichiarati nemici del popolo e le loro proprietà, che erano suddivise tra due rami della famiglia vengono confiscate. «La prima proprietà - riferisce ancora Giuseppe - comprendeva un’azienda agricola di 400 ettari con numerosi capi di bestiame e fabbricati rurali nel territorio di Parenzo e nelle frazioni di Sbandati, Monghebbo, Monsalice, Fontane, Foscolino e Orsera, la casa in via della Stazione dove risiedeva la famiglia di Antonio, altri immobili urbani, metà del castello vescovile di Orsera, un’importante biblioteca e altri beni ancora. La seconda proprietà invece comprendeva l’antico palazzo risalente al diciassettesimo secolo, di stile tipicamente veneziano costruito in pietra d’Istria, con balconi e loggiati su tre piani. prospicente il protiro della basilica e includente l’intero isolato situato tra le vie "Alla basilica eufrasiana", Vergottini e Peteani.

E poi, nel comune di Orsera, l’altra metà del castello e la fattoria di San Martino costituita da un complesso di edifici dove abitavano cinque famiglie di coloni, e poi stalle, silos, fienili oltre al bestiame. All’interno i terreni coltivati a vigneto si estendevano per 126 ettari. Vi erano le cave di pietra site in Monte Ricco e poi la villa padronale in località Santo Spirito costituita da un castelletto con torre merlata con annesso parco. I terreni, per un totale di 200 ettari con diverse case coloniche, attrezzi e bestiame, erano in parte in località Santo Spirito collegati a una pineta che costeggia il mare e in parte in località Maio, nel comune censuario di Villanova». (6 - segue; precedenti puntate pubblicate l’11, 18 e 25 settembre, 2 e 9 ottobre)

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Risarciti con 251 milioni di lire dall’Italia

TRIESTE «Tutti i nostri averi - racconta ancora Giuseppe de Vergottini - vennero confiscati, trasformati in proprietà sociale e oggi divenuti proprietà privata. Il palazzo di famiglia venne lasciato in stato di abbandono per finire oggetto dopo la fine del regime comunista di speculazioni immobiliari. Oggi sembra destinato a un recupero da parte delle autorità locali che lo trasformerebbero in un centro destinato a ospitare iniziative culturali e forse a sede del museo diocesano. La casa di via della Stazione fu trasformata in una fabbrica di conserve di pesce e venne completamente sfigurata nella sua fisionomia originaria. Oggi si presenta del tutto irriconoscibile». Secondo quanto riferì lo stesso padre Flaminio Rocchi, in base alla legge del 1985 i de Vergottini vennero risarciti dallo Stato italiano con la somma complessiva di 251 milioni 760 mila lire. «La famiglia ha seguito la trafila della richiesta di indennizzo secondo la legge italiana - riferisce da parte sua Giuseppe de Vergottini - ottenendo nel tempo una riparazione irrisoria rispetto al valore commerciale attuale degli immobili e dell’avviamento commerciale delle aziende agricole». Mai richieste di restituzione o indennizzo sono invece state avazate nei confronti dello Stato croato. «Conosciano già la risposta - afferma de Vergottini - non abbiamo diritto a nulla perché siamo stati optanti a favore della cittadinanza italiana. Non so se qualcosa potrà cambiare con l’ingresso della Croazia in Europa, non ci facciamo alcuna illusione».

(s.m.)

670 - Il Piccolo 18/10/11 Benedetto XVI silura il vescovo di Pola, resa dei conti vaticana per il caso Daila

Benedetto XVI silura il vescovo di Pola

Al suo posto nominato monsignor Drazen Kutlesa, bosniaco che parla l’italiano.

Resa dei conti vaticana per il caso Daila

Un patrimonio immobiliare sul mare stimato quasi 100 milioni di euro
La vicenda di Daila vede su fronti opposti i Frati Benedettini di Praglia in Provincia di Padova intenzionati a ritornare in possesso della tenuta dalla quale furono brutalmente cacciati nel 1948, e le autorità croate che invece non vogliono assolutamente mollare l'immobile sul mare, il cui valore viene stimato sui 100 milioni di euro. Il Tribunale comunale di Buie ha respinto la richiesta di intavolazione della tenuta, ai monaci italiani. Richiesta derivante dall'accordo tra i Benedettini e la Diocesi istriana, stilato dalla commissione cardinalizia di 3 membri tra i quali il primate della chiesa croata, cardinale Josip Bozanic. In base al documento gran parte della tenuta, dovrebbe venir restituita ai ai Benedettini. Il Tribunale ha ritenuto non valida la firma apposta il 13 luglio scorso dal vescovo spagnolo Norberto Villa, appositamente incaricato dal Papa (nella foto) visto il rifiuto a firmare del vescovo istriano Ivan Milovan, temporaneamente sospeso dall'incarico causa la sua disobbedienza.


di Mauro Manzin

TRIESTE La decisione era nell’aria da settimane. Ma si sa, i tempi del Vaticano sono diversi da quelli di qualsivoglia "istituzione". Così Benedetto XVI ha nominato vescovo coadiutore della diocesi di Parenzo e Pola monsignor Drazen Kutlesa, finora prelato della Congregazione per i Vescovi, che conosce l’italiano, il tedesco e l’inglese. Nato 43 annni fa a Tomislavgrad, in Bosnia-Erzegovina, il vescovo coadiutore assume di fatto pieni poteri. La nomina rappresenta un vero e proprio commissariamento della diocesi ex italiana dopo la disobbedienza del vescovo ordinario, monsignor Ivan Milovan, che si era ribellato a una decisione del Pontefice riguardo alla restituzione di beni (monastero di Daila) - già nazionalizzati dalla ex Jugoslavia - al monastero di Praglia, che li aveva avuti originariamente in eredità. Il presule si era rivolto alla giustizia locale, che ha sospeso il decreto pontificio appellandosi al Trattato di Osimo del 10 novembre 1975 che stabiliva l’obbligo per l’Italia di indennizzare i nostri connazionali che hanno lasciato case e proprietà nell’attuale Croazia. In realtà, l’Italia non ha poi onorato completamente questo impegno, ma la decisione del Pontefice non riguardava un problema bilaterale tra la ex Jugoslavia e il nostro Paese, quanto una questione di giustizia interna alla Chiesa perchè le ingenti ricchezze erano state già incamerate (e in parte dissipate) dalla diocesi di Pola cui erano state trasmesse dallo Stato dopo l’indipendenza della Croazia.

La decisione del Tribunale croato di invalidare quanto stabilito dal Papa aveva suscitato «stupore» da parte della Santa Sede perchè, come aveva detto padre Federico Lombardi, «sia per la straordinarietà della decisione adottata e perchè il primo ministro croato aveva manifestato l’intenzione di affrontare in spirito di collaborazione un problema che sta a cuore sia alla Croazia sia alla Santa Sede, sia perchè un tale modo di procedere non sembra coerente con il principio fondamentale della certezza del diritto». La nomina di ieri conferma la linea vaticana per la quale quella sui beni croati dell’abbazia di Praglia rappresenta una controversia intraecclesiale.

L’allontanamento di monsignor Milovan, annunciato dal Nunzio apostolico a Zagabria, arcivescovo Mario Roberto Cassari, rappresenta però la vittoria dell’arcivescovo di Zagabria Franjo Kuharic nei confronti delle fronde più nazionaliste del clero croato. Ma è, indirettamente, anche una forma di "scomunica" della politica dello Stato croato nei confronti della Chiesa cattolica. Un messaggio molto forte che giunge alla vigilia delle elezioni politiche in Croazia. Per la premier Kosor e l’Hdz un viatico non certo rassicurante specialmente dopo la linea dura promessa dal primo ministro in piena campagna elettorale. Insomma per molti la Kosor rischia di rimanere con il cerino acceso in mano.

671 - Il Piccolo 19/10/11 Il nuovo vescovo di Pola: «Restituire Daila ai frati»

Il nuovo vescovo di Pola: «Restituire Daila ai frati»

Lavorerà a fianco dell’arcidiocesi di Zagabria perché la vicenda giudiziaria possa premiare i benedettini di Praglia che puntano a riavere la proprietà


POLA Ha fatto buon viso a cattivo gioco il Vescovo della Diocesi di Parenzo-Pola monsignor Ivan Milovan alla nomina di monsignor Drazen Kutlesa proveniente dall'Erzegovina, a vescovo coadiutore. Nomina avvenuta da parte del Santo Padre Benedetto XVI che in realtà, così almeno afferma la stampa, avrebbe proceduto a uno strisciante avvicendamento ai vertici della chiesa istriana. In un comunicato stampa il vescovo Milovan si è detto convinto che monsignor Kutlesa darà un notevole contributo all'arricchimento della vita religiosa e della missione della Chiesa nella Diocesi. Conosco molto bene monsignor Kutlesa aggiunge Milovan e lo ritengo una persona nobile e molto capace.

E si è fatto sentire anche lo stesso Drazen Kutlesa, 43enne finora prelato della Congregazione per i vescovi. Nel comunicato diffuso a Mostar, poco prima di mettersi in viaggio per l'Istria, dice che la sua nomina avviene in un momento delicato per la diocesi istriana e nel contempo esprime l'auspicio che la Chiesa in Croazia rimarrà fedele alla Santa sede. Assumendo la nuova missione pastorale ha aggiunto,sono cosciente che nei prossimi anni dovrò indirizzare tutte le mie forze per il bene della Chiesa in Istria, molto ricca per la sua storia, fede e cultura. Monsignor Kutlesa non lo ha detto chiaramente, ma ha fatto capire che la sua missione sarà inquadrata negli sforzi che i monaci italiani stanno facendo con l'appoggio della Santa Sede e del Cardinale Josip Bozanic, onde ritornare in possesso della tenuta di Daila dalla quale furono cacciati nel 1948.

Già entro il mese in corso al Tribunale comunale di Buie sono state fissate alcune udienze nelle varie cause giudiziarie avviate sia dai Benedettini stessi che dallo Stato croato che non intende assolutamente cedere l'immobile. Tornando alla nomina del vescovo coadiutore, molti parroci istriani si sono dichiarati sorpresi del fatto che la scelta sia caduta su un sacerdote proveniente dall'Erzegovina. È chiaro, hanno aggiunto, che si sta preparando in tempi brevi il passaggio dei poteri dal vescovo Milovan (questa la punizione per aver disobbedito apertamente al Vaticano nella tormentata vicenda di Daila) al vescovo Kutlesa. Se così sarà, si spera che quest'ultimo dimostri maggiore sensibilità nei confronti dei fedeli di nazionalità italiana, e che l'italiano sull'altare riconquisti le posizioni perdute negli ultimi 20 anni. Monsignor Kutlesa comunque parla l’italiano avendo frequentato gli ambienti vaticani dove si è formato. Ora bisognerà vedere anche che cosa ne sarà del parroco di Daila e del vescovo di Rovigno entrambi presenti nel tentativo di attuare un’ulteriore speculazione edilizia al posto dell’antico monastero. (p.r.)

672 - La Voce del Popolo 21/10/11 Convento di Daila - Non c'era alcuna intenzione di italianizzare il territorio

La Conferenza episcopale croata (HBK) sulla vicenda del convento di Daila
«Non c’era alcuna intenzione di italianizzare il territorio»

VARAŽDIN – I vescovi croati appoggiano appieno le posizioni assunte dai monaci benedettini italiani e dal Vaticano nel "caso Daila". Questo, in estrema sintesi, il messaggio che emerge dal comunicato ufficiale emesso a conclusione dei lavori della sessione plenaria della Conferenza episcopale croata (HBK), svoltasi ieri a Varaždin, nel corso della quale è stato affrontato anche il tema relativo alla proprietà del monastero di Daila e dei terreni circostanti situati in Istria. "Nel corso dei lavori abbiamo discusso anche la questione rispetto alla quale nel mese di agosto si sono sviluppati articolati dibattiti sia all’interno della Chiesa sia nell’opinione pubblica", ha detto l’arcivescovo di Fiume, Ivan Devčić, che ha quindi dato lettura del comunicato stesso. Un documento nel quale, tra l’altro, i vescovi croati "riconoscono i meriti scaturiti dall’opera pastorale e sociale svolta dai monaci benedettini nel convento di Daila, ma parimenti ritengono che le decisioni prese dalla Santa Sede, nel tentativo di addivenire alla soluzione di un contenzioso canonico, ‘puntavano a riportare le cose – per quanto possibile – nei limiti della verità e dell’equità’".

MESSAGGIO AI FEDELI "Con questo comunicato non pregiudichiamo la soluzione del caso sul quale si dovrà esprimere lo Stato essendo adesso la questione al vaglio del Tribunale amministrativo. Non intendiamo nemmeno incidere su quelle che saranno le decisioni dell’organo giudiziario. Noi – ha detto Devčić – desideriamo soltanto inviare un messaggio ai fedeli e all’opinione pubblica con l’intenzione di contribuire a far rientrare la polemica e – ha concluso l’arcivescovo di Fiume –, per rafforzare la nostra unità interna." Ma veniamo al comunicato della Conferenza episcopale croata, nel quale viene affermato a chiare lettere che "sono assolutamente infondate le conclusioni diffuse da alcuni media stando alle quali la Santa Sede o addirittura lo stesso Pontefice avrebbero preso le decisioni assunte nel ‘caso Daila’ nell’intento di procedere in un certo qual modo all’ ‘italianizzazione’ della Croazia".


RINGRAZIAMENTO AL PAPA "Noi vescovi della Conferenza episcopale croata desideriamo sinceramente rinnovare il messaggio d’amore, rispetto, lealtà e fedeltà al Santo padre, Benedetto XVI, ringraziandolo per l’attenzione che ha personalmente dedicato, da qualche tempo a questa parte, alle vicende inerenti ai rapporti tra i benedettini e il monastero di Daila", si legge in apertura del testo diffuso dall’Ufficio stampa dell’HBK. "In particolare desideriamo esprimere il nostro ringraziamento al Santo padre per aver ricevuto, lo scorso 8 ottobre, rappresentanti della nostra Conferenza episcopale, che hanno manifestato il desiderio di illustrargli direttamente le circostanze della vicenda", prosegue il comunicato nel quale i ringraziamenti a Benedetto XVI vengono estesi anche per il sostegno dato dalla Santa Sede al percorso europeo della Croazia.


APPREZZAMENTO PER L’OPERA DEI BENEDETTINI "Considerato il pluriennale contenzioso inerente al ‘caso Daila’, noi vescovi croati riconosciamo i meriti scaturiti dall’opera pastorale e sociale svolta per oltre 80 anni dai monaci benedettini nel convento di Daila – dove operavano come una comunità dipendente dall’Abbazia di Praglia –, luogo in cui hanno operato al servizio del popolo, con grandi difficoltà e pur essendo soggetti a maltrattamenti, prima di essere condannati ai lavori forzati e prima della confisca di tutti i loro beni. In questo contesto noi, vescovi croati, non desideriamo dimenticare nemmeno uno di coloro (frate, monaco, suora, laico) che nei tempi bui del fascismo, del nazismo e del comunismo sono stati sottoposti a torture, denigrati, condannati a pene detentive o che hanno addirittura perso la vita", prosegue il comunicato. I vescovi, quindi, sottolineano che "le decisioni prese dalla Santa Sede, nel tentativo di addivenire alla soluzione di un contenzioso canonico, ‘puntavano a riportare le cose – per quanto possibile – nei limiti della verità e dell’equità".


SOSTEGNO AL VESCOVO COADIUTORE "Inoltre – si legge ancora nel documento –, è ben noto che il passaggio dei diritti di proprietà non determina la riduzione della sovranità che lo Stato croato legittimamente esercita sul territorio". Pertanto i vescovi riuniti nell’HBK ribadiscono l’auspicio della Santa Sede che "le inaspettate difficoltà emerse possano essere risolte con un approccio di reciproca comprensione e grazie alla fraterna collaborazione interna alla Chiesa. È con questo spirito – affermano i vescovi –, che l’HBK accoglie il vescovo coadiutore a mons. Ivan Milovan, inviato dal Pontefice nella Diocesi di Parenzo-Pola".

673 - Il Piccolo 20/10/11 Trieste- Sgarbi: «Riportiamo le masserizie istriane al magazzino 26»

Sgarbi: «Riportiamo le masserizie istriane al magazzino 26»

Del Bello: «Si potrebbe prolungare il museo di via Torino»

L’assessore De Anna: «Un patrimonio da valorizzare»

Spunta l’ipotesi di una casa della follia
E siccome Trieste è anche la capitale mondiale della salute mentale, perché non fare al Magazzino 26 un Museo della Follia? L'idea è sempre di Vittorio Sgarbi che prende spunto dall'omonimo museo allestito da Cesare Inzerillo a Venezia, al Palazzo Moro Marcello, in occasione della Biennale d'Arte. E di idee ce ne sono. Piero Delbello pensa già di creare una sorta di piccola Ellis Island, l'isola di New York dove sbarcarono milioni di migranti in cerca del sogno americano. Sull'isola infatti negli anni novanta è stato aperto il museo dell'immigrazione dove si racconta la storia dell'immigrazione negli Stati Uniti e si trovano stati esposti anche gli oggetti personali portati con sé durante il lungo viaggio in nave. Insomma il punto franco è ampiamente superabile, dice Sgarbi, se c'è lo spirito d'impresa».

di Ivana Gherbaz

Si potrebbe dire che ufficialmente è partita la corsa, ad ostacoli, per riuscire a tenere aperto il cancello di quella che in molti chiamano "la città proibita". Anche questa volta a metterci "lo zampino" è Vittorio Sgarbi che ieri ha fatto una delle sue incursioni in Porto Vecchio. Al centro del "salvataggio" ci sono le masserizie degli esuli che, temporaneamente, si trovano ammassate nell'ormai fatiscente Magazzino 18. E perché non trasferirle a pochi passi nel vicino Magazzino 26? Che ha a disposizione decine di migliaia di metri quadrati vuoti, visto che a fine novembre chiuderanno anche i battenti della Biennale diffusa, e potrebbero quindi essere nuovamente riempiti di contenuti.

A fare da accompagnatore a Vittorio Sgarbi il direttore dell'Istituto regionale per la cultura fiumana, istriana e dalmata. Piero Delbello ha raccontato come nel corso degli anni dell'esodo dall'Istria, in porto sono stati riuniti gli oggetti personali, compresa una grande quantità di mobili, di proprietà delle migliaia di persone che hanno lasciato quelle terre per raggiungere i campi profughi sparsi in tutta Italia. "Un patrimonio che andrebbe valorizzato, una possibilità in più per riuscire a tenere aperto quel varco per continuare a fare del Porto Vecchio un luogo vivo attraversato anche dalla storia, dalla cultura e dalle tradizioni delle terre istriane", ha detto Delbello.

E' inutile negare che a Vittorio Sgarbi l'idea sia piaciuta. Del resto fu lui a rispolverare dai magazzini di Palazzo Venezia, una decina d'anni fa, le opere di Tiepolo e Paolo Veneziano che durante la seconda guerra mondiale erano state portate dall'Istria in Italia per motivi di sicurezza. «Al Magazzino 26 si potrebbe pensare di realizzare un prolungamento del museo della Civiltà istriana, fiumana e dalmata – spiega Sgarbi. Se ora sono in mostra delle opere, quelle della Biennale, perché non esporre anche degli oggetti. Si deve approfittare di questa opportunità, di uno spazio da poco ristrutturato che deve diventare una struttura museale stabile».

Per ora si tratta di un'ipotesi, di un'idea, ma nulla è stato definito considerando anche che i cancelli del Porto Vecchio si chiuderanno molto probabilmente il 30 novembre, quando scadrà la deroga al regime di Punto franco stabilita dal Prefetto per consentire l'accesso alla Biennale. Ma non si può pensare di buttare via un patrimonio dice Piero Delbello «le masserizie esistono e quindi bisogna decidere cosa fare di loro».

A rilanciare sulle possibilità di sviluppo delle attività in Porto Vecchio anche l'assessore regionale alla Cultura Elio De Anna. «Questo è un esempio non solo di memoria storica – dice De Anna – ma anche delle tradizioni della civiltà contadina. La Regione sta facendo un percorso di recupero delle culture popolari, e questi oggetti devono essere valorizzati come patrimonio di queste terre. Trasferirli nel Magazzino 26 potrebbe consentire l'utilizzo permanente di quegli spazi».

674 - La Provincia di Varese 16/10/11 Ottavio e Rosita Missoni Quando l'arte si veste di lana

Ottavio e Rosita Missoni Quando l'arte si veste di lana

L'infanzia in Dalmazia, la guerra, il colpo di fulmine a Londra e la gloria In un libro la vita di una coppia che ha reso grande la moda made in Italy

di Mario Chiodetti

II "vecio": «Il vero creatore sono io. Però lei ha creato me»

"Magliai per caso, artisti per ostinazione", recitava il titolo di ima rivista di moda negli anni '80, nel presentare una sfarzosa collezione Missoni, sempre più orientata a stupire per la continua capacità di variare sul tema.

Allora l'Italia era capitale mondiale del colore, con le griffe di Benetton e di Ottavio e Rosita: la moda era tra le poche cose che il Paese esportasse con gaudio, assieme alla pasta e alla Ferrari. Gli artisti ostinati lavoravano come dalmati a Sumirago, punto linea pimto linea, e la maison cresceva come le copertine delle riviste specializzate in ogni parte del mondo.

"Una vita sul filo di lana" Ottavio Missoni l'ha raccontata nel libro da poco pubblicato per Rizzoli; anzi: il "vedo", l'altra sera a villa Recalcati ospite del Festival del racconto con Rosita e l'amica Natalia Aspesi, ci tiene a sottolineare che lui è sempre stato primo, sul filo di lana. A 90 anni compiuti a febbraio, l'uomo capace di rinverdire i suoi allori sportivi vincendo due ori e un argento ai campionati master veterani di atletica leggera, si racconta con leggerezza e ironia davanti al pubblico del "Chiara", con battute in triestino e la consapevolezza ili essere un pezzo della nostra storia recente del costume.

"Missonato" in beige, mentre la moglie è in un bianco e nero "optical", con treccina occipitale di capelli e nastrino, ovviamente griffato col marchio della casa, l'Ottavio buca lo schermo perché è rimasto se stesso: il ragazzone che corse i 400 metri alle Olimpiadi di Londra nel '48, quello che con i soldi del papà capitano di vascello e il compagno della Nazionale Giorgio Oberwerger, discobolo, aprì un laboratorio di maglieria a Trieste affascinato dalle nuove macchine.

«Ho combattuto a El Alamein, fui preso dai neozelandesi che ini intimarono: "Come in", con il risultato di quattr'anni di prigionia in Egitto. li mi sono abituato ad annusare il prossimo e ho stretto le amicizie della vita. Tornai a casa nel '46 e Zara non c'era più, mi rimaneva soltanto nella memoria e nel cuore. A quel punto, dovevo lavorare», dice Ottavio con humour. Questo tormentone del lavoro è ripreso anche da Rosita, nel corso della lunga "confessione" pubblica, stimolata dalle domande di Natalia Aspesi, die con Tai e Rosita è stata pure' in vacanza in Dalmazia. «Ottavio prima di mezzogiorno non si rende nemmeno ben conto di dove sia - incalza la moglie - lui vede soltanto i nostri meravigliosi tramonti, io anche le albe».

I due si conobbero in Piccadilly Circus: lei collegiale dalle suore in trasferta a Londra per le Olimpiadi fatali del '48; lui nazionale di atletica, «che mi apparve con i compagni in una divisa strepitosa, doppiopetto azzurro e pantaloni grigi, lo stemma dell'Italia sul petto. Un colpo di fulmine». Risultato: matrimonio nel '53, nascita di Vittorio l'anno successivo, poi di Luca e Angela, che oggi ha preso il posto della madre in azienda mentre la nipote Margherita fa da testimonial, e soprattutto unione di cervelli e nuova attività a Gallarate, in un capannone in affìtto. «Il vero creatore sono io, però Rosita ha creato me - sostiene convinto Ottavio - se con Giorgio eravamo due presidenti e nessuno lavorava, con Rosita son rimasto mi presidente e lei a lavorar».

Così la compagna di quasi sessantanni di vita, ripercorre le tappe di un'ascesa vertiginosa: le prime collezioni per la "Rinascente", l'articolo della grande Anna Piaggi su "Arianna", la mezza pagina nel "Corriere" con i disegni di Brunetta, la magica sfilata di Firenze del 1970 che lanciò il nome Missoni nel mondo. «E anche le tette nude a palazzo Pitti - fa l'Ottavio - il titolo fu "Crazy Horse a palazzo Pitti": ci scacciarono». Successe che sotto gli abiti in magli di lamé le modelle non portavano reggiseno, e le luci della passerella svelarono così bellezze fino ad allora nascoste. Nel libro, Ottavio Missoni parla molto di sua madre, Teresa de' Vidovich, nobile dalmata, che non voleva si svegliassero presto i nipotini il mattino «se no diventano nervosi» ; delle mangiate al ristorante di pesce "a'Riccione" di Milano con Gianni Brera - che lo soprannominò il "conte" per l'eleganza nella falcata - e il Club del Giovedì.

Oggi Rosita si occupa degli alberghi Missoni - quello di Edimburgo è stato premiato tra i primi dieci nel mondo - e Ottavio la segue: «Io non so l'inglese, per cui dico "I’m the husband of Rosita", e finisce lì».

Il loro miracolo, oggi, non sarebbe ripetibile. A domanda, Ottavio Missoni risponde: «Nel '74 eravamo in sette a fare la moda in Italia; nasceva il prèt-à-porter, ma la maglieria però era già all'avanguardia. Adesso questa globalizzazione rompe le palle dappertutto, c'è difficoltà in ogni settore)!. Rosita fa eco: «Allora se avevi talento le riviste parlavano di te, oggi lo spazio redazionale è direttamente proporzionale alla quantità di pubblicità che puoi garantire alla testata».

Mario Chiodetti

675 - La Voce del Popolo 19/10/11 Cultura - Società di Studi Fiumani a Roma: mezzo secolo di vita e impegno

UN ANNIVERSARIO SULLO SFONDO DELLA FIGURA DEL MAESTRO NINO SERDOZ E DELL'ORCHESTRA «TARTINI»
Società di Studi Fiumani a Roma: mezzo secolo di vita e impegno

ROMA – Sullo sfondo della figura del maestro Nino Serdoz, esule da Fiume, il 50.esimo anniversario della ricostituzione in esilio della Società di Studi Fiumani a Roma. Oggi alle ore 17 la Sala della Protomoteca in Campidoglio ospita una giornata di ricordo – che si svolge con il patrocinio del sindaco Gianni Alemanno e dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia – dedicata al maestro Serdoz e all’associazione che da oltre mezzo secolo mantiene vivo, in Italia e all’estero, il retaggio spirituale, culturale e storico del capoluogo quarnerino e, più in generale, dell’Istria e della Dalmazia.

Prima tra le realtà dell’esodo ad avere riallacciato, vent’anni orsono, i rapporti con la città d’origine e con la comunità dei rimasti, la Società di Studi Fiumani affonda le sue radici nel lontano 1923. Come si legge sul sito Internet
www.fiume-rijeka.it dopo lo strappo dell’esodo, fu ricostituita a Roma nel 1960 da alcuni intellettuali fiumani, come Vincenzo Brazzoduro, Enrico Burich, Italo Derencin, Casimiro Prischich, Giorgio Radetti e Gian Proda.

Il programma prevede all’apertura il saluto di Marino Micich, direttore dell’Archivio Museo Storico di Fiume, segretario generale della Società, nonché presidente dell’Associazione per la cultura Fiumana, Istriana e Dalmata nel Lazio, e del consigliere di Roma Capitale, Andrea De Priamo; a seguire gli interventi del presidente della Società di Studi Fiumani, Amleto Ballarini, di Roberto Serdoz (figlio del maestro Nino scomparso a Trieste nel 2004) e infine due testimonianze di coloro che collaborarono per anni nell’ambito dell’Associazione Orchestra d’Archi "Tartini", gli esuli fiumani Olga Zelko ed Erio Justin.

L’evento proseguirà con un concerto d’archi intitolato "Cofanetto musicale", a cura di artisti di fama internazionale, che parteciparono a suo tempo ai concerti della ormai disciolta Orchestra d’archi "Giuseppe Tartini": Daniela Petracchi, Franco Petracchi, Francesco Squarcia, Alexandra Stefanato e Angelo Stefanato. Gli artisti eseguiranno musiche di Giuseppe Tartini, di Antonio Vivaldi e di altri autori.

676 - Il Tempo 16/10/11 Premio Acqui - I coraggiosi italiani del lungo esodo

Premio Acqui Vince «Quando ci batteva forte il cuore» di Stefano Zecchi sui fratelli di quel profondo Nord che ci è stato strappato via

I coraggiosi italiani del lungo esodo

Popoli dell'Istria, della Dalmazia e di Fiume attaccati alle loro terre ma costretti ad andarsene per non essere spazzati dalla pulizia etnica

di Mario Bernardi Guardi

Tragedia_

Nel caso peggiore c'erano le foibe, in quello migliore l'accettazione silenziosa

Romanzo storico_

Alle ragioni della Storia si ribella Nives, maestra che difende i paesi italiani

Tra appuntamenti istituzionali ed eventi massmediatici (il Festival di Sanremo con i "compagni" tricolori Gianni Morandi e Roberto Benigni), il 150° dell'Unità d'Italia è stato spesso uno scialo di retorica "patriottarda".

Un'occasione perduta per quel che riguarda il recupero della storia patria e la ricostruzione di una memoria condivisa dagli eredi dei "vincitori" e da quelli dei "vinti", visto che il Risorgimento fu anche una " guerra civile ". Ma un' altra cosa va detta, e cioè che pochi si sono ricordati dell'Italia che non c'è più, dell'Italia che non è più Italia, dell'Italia perduta. Degli italiani dell'Esodo. Quelli dell'Istria, della Dalmazia, di Fiume, visceralmente attaccati alle loro terre, ma costretti ad andarsene, per non essere spazzati via dalla "pulizia etnica" slava o obbligati a rinunciare alla loro identità. Perché, come è noto, nel caso peggiore c'erano le foibe; in quello migliore l'accettazione silenzio-sadelle nuove mappe geografiche disegnate dai vincitori.

Il libro di Stefano Zecchi ("Quando ci batteva forte il cuore", Mondadori, pp.215, euro 18,50), vincitore dell'Acqui Storia, sezione romanzo storico, è prima di tutto un commosso omaggio ai nostri fratelli di quel "profondo Nord" che ci è stato strappato via, che ha bussato alle nostre porte e che spesso non è stato accolto coni' amore che avrebbe meritato. Perché il suo "cuore tricolore" (e qui davvero non c'è retorica) batteva forte ed era facile porgergli orecchio. In secondo luogo, quella di Zecchi è una intensa "cronaca familiare", ricostruita sequenza dopo sequenza. Si parte da Pola, prossima ad essere ceduta alla Jugoslavia. Ma alle "ragioni della Storia" si ribella Nives, maestra di scuola elementare, impegnata nella difesa dell'italianità delle sue terre. Una difesa appassionata, "militante", diremmo: Nives si impegna, promuove iniziative, non accetta gli inviti alla prudenza, ama la Patria - Pola e l'Italia - e sente che è suo dovere battersi fino in fondo.

Ma è una donna, una moglie, una mamma: «Perché non te ne stai buona?», le dice il marito Flavio. Non ti accorgi che metti in pericolo la vita tua, la mia, quella di nostro figlio? Già, il piccolo Sergio, sei anni. Ma lui prova un'enorme ammirazione per quella mamma indomita. E lei, l'eroe, non il babbo che, tornato dalla guerra, vorrebbe starsene tranquillo, nell'attesa, chissà, che tutto possa comunque risolversi. E quel babbo prudente, dai toni sommessi e un po' grigi, a Sergio non piace. Da quando è tornato, nel '43, non è riuscito ad "accettarlo". Non era "completa" la famiglia, quando c'erano soltanto lui, Sergio, e la mamma? Quella bella mamma intrepida che lotta

con tutte le sue forze contro l'arroganza e la violenza dei "predatori" slavi. Mentre il babbo se ne sta chiuso tra casa e bottega oppure se ne va a passeggio, quando, la sera, Nives accoglie a casa sua i concittadini per discutere sul da farsi di fronte al precipitare della situazione. Infatti, ormaile grandi decisioni sono state prese e sulla testa degli italiani: Pola sarà assegnata alla Jugoslavia.

Nives non ci sta. E non ci può stare perché lei è l'Eroe: e l'Eroe, in ogni tragedia o mito che si rispetti, è "forte come la morte", anzi, di più. Così, il suo destino è segnato.Ora, Flavio ha un compito enorme davanti a sé. Deve andarsene da Pola, verso l'Italia, e portare in salvo quel bambino così " diffidente" nei suoi confronti. Lo farà, ed eroicamente. Affrontando difficoltà di ogni genere, pericoli, agguati, stanchezze, notti all'addiaccio, la fame e la sete, sempre terribili. Proteggendo il suo bambino, a costo di colpire e di uccidere chi lo minaccia. È un babbo esemplare, Sergio. Ma è anche una mamma che dà affetto e calore: la mamma che non c'è più. Ma prima "c'era" davvero?

Non avrebbe dovuto pensare, come prima cosa, al suo bambino e poi ai grandi ideali della patria e dell'onore? Mentre il rapporto tra padre e figlio va ridefinendosi inuno straordinario "viaggio" di (reciproca) conoscenza e (reciproca) formazione, certe domande cominciano a farsi strada nella mente di Sergio, ed anche, inevitabilmente, nella nostra. Ed ogni risposta, lo sappiamo, non risolve gli interrogativi: resta aperta, problematica, discutibile come ogni scelta di vita"forte" che impegna noi stessi ma che, in qualche modo, "vincola" anche gli altri. Questa riflessione è il filo rosso che percorre la storia raccontata da Zecchi. Così italiana, così esemplarmente "universale", come ogni storia vera. E "cruciale" come le storie che raccontano tutto: la vita e la morte, l'amore e l'odio, le attese e gli affetti, le perdite e le conquiste. L'"io" e il "noi", sempre così dolorosamente complessi. Li scopriamo davvero - e Zecchi ce li rivela - quando ci batte forte il cuore, facendoci capire che siamo vivi e dobbiamo andare avanti, comunque.

La giornata conclusiva del Premio sarà al teatro Ariston di Acqui Terme, sabato prossimo. Con Stefano Zecchi saranno premiati Andrea Vento (Sezione storico divulgativa, "In silenzio gioite e soffrite. Storia dei servizi segreti italiani dal Risorgimento alla guerra fredda", Il Saggiatore) e Roberto de Mattei ("Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta", Lindau). Premio Speciale per "La Storia in Tv" a Roberto Giacobbo ("Voyager"). Testimoni del Tempo 2011 Ezio Greggio, Ida Magli, Marcello Veneziani, Brunello Cucinelli. Premio Speciale Medaglia Presidenza della Repubblica ad Antonio Martino.

677 - Il Messaggero 20/10/11 Roma: Applausi e ricordi sulle note di Serdoz

Applausi e ricordi sulle note di Serdoz

di ROBERTA PETRONIO

Pomeriggio intenso di musica e ricordi nella sala della Protomoteca in Campidoglio, gremita oltre le aspettative degli organizzatori.

Ieri la Società di Studi Fiumani, che celebrava il cinquantesimo anniversario di ricostituzione in esilio, e Roberto Serdoz hanno accolto centinaia di ospiti al concerto in ricordo di Nino Serdoz. La comunità giuliano-dalmata ha risposto all`invito con evidente entusiasmo, misto all`orgoglio per aver condiviso i

natali e numerose emozioni con una personalità artistica di così alto profilo.

Serdoz, esule da Fiume, ha tenuto nella sua carriera «682 concerti per altrettanti trionfi» ha ricordato Amleto Ballarini, presidente della Società. Il maestro e direttore d`orchestra ha davvero lasciato il segno dopo 43 anni di attività, con musicisti sempre in perfetta armonia diretti in modo impeccabile:

quando scorre l`album di famiglia in bianco e nero, la platea segue concentrata ogni passaggio. Allo stesso modo, tutti restano soggiogati dalle note d`archi del Cofanetto musicale che spazia da Tartini a Vivaldi, curato dagli amici di Nino Serdoz, i musicisti Daniela Petracchi, Franco Petracchi, Francesco Squarcia, Alexandra Stefanato e Angelo Stefanato, che parteciparono ai concerti della disciolta Orchestra Giuseppe Tartini, fondata dallo stesso Serdoz. In prima fila siede, tra gli altri, Lando Fiorini, amico personale di Roberto Serdoz, il figlio del maestro che ieri ha tirato le fila dei ricordi durante la cerimonia. Hanno inviato un messaggio di saluto il ministro per i Beni e le Attività Culturali Giancarlo Galan, il senatore Alfredo Mantica, e il sindaco Gianni Alemanno, che ha ribadito: «Per la città di Roma è un onore ospitare in Campidoglio un concerto-ricordo del maestro fiumano».

678 - La Voce del Popolo 20/10/11 Cultura - Stuparich: l'uomo, lo scrittore, le sue «guerre», i suoi luoghi

UNA SESSANTINA GLI INTERVENTI AL CONVEGNO DI DUE GIORNI CHE SI APRE OGGI A TRIESTE
Stuparich: l’uomo, lo scrittore, le sue «guerre», i suoi luoghi

TRIESTE – L’IRCI (Istituto Regionale per la Cultura Istriano-Fiumano-Dalmata) di Trieste, in collaborazione con la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Trieste, organizza un convegno internazionale dal titolo "Giani Stuparich. Tra ritorno e ricordo" in occasione del 50.esimo anniversario della morte dello scrittore. L’appuntamento, al quale hanno aderito i maggiori studiosi a livello internazionale del poeta e del settore, si terrà presso il Civico Museo della Civiltà Istriana, Fiumana e Dalmata di via Torino 8, e si aprirà oggi alle ore 15, sviluppandosi anche per l’intera giornata di venerdì.
UNO SCRITTORE RAFFINATO Giani Stuparich (Trieste, 4 aprile 1891 – Roma, 7 aprile 1961) è uno scrittore dei più raffinati del Novecento. Di origini lussignane, nato a Trieste, dove frequenta il liceo-ginnasio insieme al fratello Carlo, studia a Praga, a Berlino e a Firenze, dove consegue la laurea in lettere e filosofia. Tre tappe che segnano un indirizzo al suo pensiero, arricchendolo dell’esperienza di mondi così diversi fra loro. Praga era, come Trieste, la città irredenta, Berlino la città tronfia di germanica potenza, Firenze il più fervido centro italiano di studi. Quando scoppia la guerra Giani Stuparich, che già aveva espresso i suoi ideali di libertà nel nobilissimo studio storico, di ispirazione mazziniana, "La nazione czeca", pubblicato nel 1915, si arruola volontario nel Reggimento Granatieri di Sardegna. Ferito sull’altipiano di Asiago, viene fatto prigioniero dagli Austriaci.
La tragica esperienza della guerra (ottiene la medaglia d’oro al valor militare), la costante presenza della morte, tutte le impressioni rapide e profonde dei combattenti rivivono ne "I Colloqui con mio fratello" (1925) e nel commosso diario "Guerra del 15" (1931). Giani Stuparich non potrà mai allontanare da sé quel tempo: tutta la sua opera, dai racconti pubblicati fra il 1929 e il 1932, all’ultimo romanzo "Simone" del 1953, ripropone in vario modo gli stessi temi presentati nel diario. L’opera più valida di Stuparich, l’"Isola", uscita nel 1942, è anche quella meno dolente e tormentata, ma la Seconda guerra mondiale, e le sue conseguenze, restituiscono con maggior profondità a Giani Stuparich – che come ebreo fu anche perseguitato – il sentimento di una fatale ingiustizia che si accanisce su Trieste e sulla sua gente.
LA QUESTIONE DELL’ITALIANITÀ Ci sono due momenti nella storia di Trieste, e quindi nella vita di Stuparich, in cui si pone con forza la questione dell’italianità della città e della Venezia Giulia. Il primo è quello della battaglia interventista, che vede Stuparich, che non aveva mai voluto confondersi con gli irredentisti (e che rifiutò sempre per sé questa definizione), combattere al loro fianco. Il secondo momento è quello della fine del secondo conflitto mondiale, quando il destino di Trieste rimane per lunghi anni sospeso o oggetto di contrattazione fra le potenze vincitrici. Stuparich vive con profondo dolore le drammatiche vicende di Trieste e dell’Istria nel secondo dopoguerra (l’occupazione jugoslava, quella degli alleati, la divisione della zona A dalla zona B, l’esodo degli italiani dall’Istria) e denuncia il fatto che i destini dei popoli ancora una volta venissero decisi dai potenti del mondo, incuranti delle aspirazioni e delle esigenze delle popolazioni.
LE TESTIMONIANZE DELLA FIGLIA E DELLA NIPOTE Stuparich ha scritto per molti giornali – "La Voce", "La Stampa", "Tempo" – e ha lavorato per "Radio Trieste". Dal 1932 al 1961, l’anno della morte, ha pubblicato una mole considerevole di testi: sono prose sostenute da un forte impegno morale, nelle quali l’autore trasmette con sincerità la sua visione del mondo e i valori umani nei quali crede fermamente. Il convegno di Trieste, con relatori provenienti da Atenei italiani (Trieste, Milano, Genova, Palermo, Venezia, Roma, Bari), dall’Università "Juraj Dobrila" di Pola, dalla Francia, dalla Spagna, dagli USA e da Belgrado, ne offrirà un ritratto a tutto tondo, con l’apporto anche della figlia dello scrittore, Giovanna Criscione Stuparich (Roma), e della nipote, Giusy Criscione, autrice della più completa bibliografia dello e sull’autore e curatrice della Mostra documentaria dell’ANVGD "La Donna in Istria e in Dalmazia nelle immagini e nelle storie", attualmente in visione al Museo di via Torino.
DUE GIORNATE, SESSIONI PARALLELE I lavori del simposio si apriranno nella Sala dei Capolavori (al secondo piano) del Civico Museo della Civiltà Istriana, Fiumana e Dalmata alle ore 15, con il saluto delle autorità. Seguiranno gli interventi che, nella giornata successiva di venerdì, si articoleranno in ben tre sessioni parallele e in altrettanti ambienti del Museo: nella Sala "Alida Valli" (terzo piano), nella citata Sala dei Capolavori e nella Sala "Quarantotti Gambini" (secondo piano), tutte a partire dalle ore 9. Complessivamente, tra relazioni e testimonianze, una sessantina di contributi, in cui verrà affrontato un ventaglio molto ampio di tematiche, abbracciando praticamente tutte le sfaccettature della personalità, dell’opera, dell’impegno morale e civile di Stuparich. Con un occhio sempre attento alle sue radici istriane e in particolare a Lussino. Un ambiente, quello lussignano, presente anche "fisicamente" grazie alla mostra-omaggio a Neera Hreglich, affiancata a "La donna in Istria e in Dalmazia nelle immagini e nelle storie" negli spazi espositivi al pianoterra del Civico Museo della Civiltà Istriana, Fiumana e Dalmata. (ir)

679 - Osservatore Romano 20/10/11 La scommessa dei Balcani, verso l'integrazione europea

Verso l'integrazione europea

La scommessa dei Balcani

di Francesco CITTERICH

Dopo la recente decisione della Commissione europea di concedere alla Serbia lo status di Paese candidato all'adesione alPUe (seppur condizionata alla ripresa del dialogo con il Kosovo), i Paesi dei Balcani occidentali — gran parte dei quali costituivano la ex Jugoslavia — si stanno muovendo in ordine sparso e con diverse prospettive nel cammino verso l'integrazione.

La Slovenia, entrata a far parte anche della zona euro, è l'unica delle sei Repubbliche della vecchia Federazione jugoslava ad aver aderito alla Ue, nel 2004, mentre la Croazia ha chiuso con successo, alla fine dello scorso giugno, il negoziato di adesione, e diverrà membro a pieno titolo (il ventottesimo) dell'Unione europea il primo luglio del 2013. Bruxelles ha infatti decretato che la giovane Repubblica croata — a vent'anni dalla proclamazione dell'indipendenza — ha soddisfatto tutti i requisiti necessari per chiudere gli ultimi capitoli del negoziato di adesione. Il via libera definitivo dell'Esecutivo comunitario all'ingresso della Croazia nell'Ue è giunto dopo cinque anni abbondanti di difficili negoziati. L'ultimo allargamento dei confini dcll'Ue risale al 2007, quando entrarono Bulgaria e Romania.

Anche per il Montenegro sembrano aprirsi senza intoppi le porte dell'Ue. Bruxelles ha già raccomandato l'avvio del negoziato di adesione con Podgorica, che aveva ottenuto lo status di Paese candidato lo scorso mese di dicembre. La data d'inizio del negoziato sarà decisa dal consiglio europeo del 9 dicembre prossimo. «E un riconoscimento al duro lavoro da noi fatto in tutti questi mesi», ha detto il ministro degli Esteri montenegrino, Milan Rocen, con riferimento al programma di riforme messo in cantiere, in primo luogo quella elettorale, sullo stato di diritto e le misure di lotta a corruzione e criminalità. Per quanto riguarda la ex Repubblica jugoslava di Macedonia, che ha lo status di Paese candidato dal 2005, la Commissione europea ha raccomandato per la terza volta l'apertura del negoziato di adesione. Ma a impedire il via libera all'integrazione di Skopje e sempre l'annosa disputa con la Grecia sul nome del Paese ex jugoslavo.

Molto diversa la situazione in Bosnia ed Erzegovina. 11 Paese, bloccato da una estenuante impasse politico istituzionale legata ai persistenti contrasti fra le tre comunità etniche che lo compongono (musulmana, serba, croata), conseguenza anche della guerra degli anni Novanta, non ha ancora ottenuto lo status di Paese candidato e, come ha confermato un recente rapporto della Commissione europea, e ancora lontano da una reale prospettiva comunitaria. A oltre un anno dalle elezioni politiche (3 ottobre 2010), la Bosnia ed Erzegovina è infatti ancora senza un Governo centrale.

Con una situazione socio economica interna ancora mollo difficile (45 per cento di disoccupazione, corruzione e criminalità a livelli molto elevati), il Kosovo è invece il Paese balcanico più indietro nel processo di integrazione europea.

Indipendente dal 17 febbraio del 2008, è stato riconosciuto finora da 83 Paesi sul totale di 193 rappresentati all'Onu. La dirigenza kosovara si è felicitata della raccomandazione della Commissione Ue per l'avvio di negoziati in vista della liberalizzazione del regime dei visti (il Kosovo e il solo Paese della regione a non usufruirne). La Serbia si oppone strenuamente alla autoproclamata proclamazione di indipendenza di Pristina, con cui lo scorso marzo ha avviato un dialogo su questioni concrete relative alla vita quotidiana

della popolazione.

L'acuirsi della tensione nel nord a maggioranza di popolazione serba potrebbe pregiudicare molto il discorso per Pristina e per Belgrado. Ma se il dialogo della Serbia con il Kosovo farà progressi concreti, Bruxelles proporrà ai Ventisette di fissare una data per l'avvio del negoziato di adesione di Belgrado. A decidere sullo status di candidato alla Serbia sarà anche in questo caso il consiglio europeo del 9 dicembre prossimo. La cattura nei mesi scorsi dei criminali di guerra Mladic e Hadzic, potrebbe essere un punto a favore dei serbi.

Situazione diametralmente opposta in Albania. Appesantito da una crisi politica che dura ormai dal 2009, il Paese delle Aquile dovrà probabilmente ancora attendere molto per ottenere lo status di Paese candidato. La Commissione europea ha infatti riconosciuto al Governo di Tirana limitati progressi. Per il commissario Ue all'Allargamento e alla Politica europea di vicinato, Stefan Fùle, le dodici raccomandazioni rivolte da Bruxelles a Tirana non sono state ancora recepite, con le forze politiche — che non sono tuttora in grado di superare lo stallo — ritenute responsabili del ritardo delle riforme necessarie. Fùle ha così fatto appello ai leader di maggioranza e opposizione e superare le divergenze e avviare immediatamente la collaborazione per l'integrazione del Paese nella Ue.

E l'impegno a lavorare in comune per assicurare un futuro europeo all'intera regione dei Balcani occidentali — raggiunto tra Serbia, Croazia, Montenegro e Bosnia ed Erzegovina al termine del vertice a Belgrado della cosiddetta Iniziativa Igman — dimostra la volontà di questi Paesi di aggiungere un ulteriore tassello alla pace e alla stabilità. Al summit hanno partecipato i presidenti della Serbia, Boris Tadic, della Croazia, Ivo Josipovic, del Montenegro, Filip Vujanovic, e il presidente di turno della presidenza tripartita bosniaca, Zeljko Komsic. Ai lavori ha preso parte anche il commissario europeo Fùle. Obiettivo principale della Iniziativa Igman, consesso fondato nel novembre del 2000, è promuovere e facilitare il dialogo nei Balcani in campo politico economico e culturale, rafforzare la fiducia reciproca e promuovere i valori democratici. I quattro leader hanno confermato la volontà di continuare nel processo di riconciliazione. Dopo aver sottolineato come le relazioni di buon vicinato siano i pilastri della politica di allargamento dell'Ue, Fùle ha detto che Bruxelles appoggerà tutte le iniziative dirette a favorire la cooperazione regionale.

La Mailing List Histria ha il piacere di inviarVi periodicamente una minirassegna stampa sugli avvenimenti più importanti che interessano gli Esuli e le C.I. dell' Istria, Fiume e Dalmazia, nonché le relazioni dell'Italia con la Croazia e Slovenia.

Si ringrazia per la collaborazione l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Gorizia e l’Università Popolare di Trieste

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :

http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/

http://www.arupinum.it

scrivi a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.