Rassegna Stampa Mailing List Histria
Sommario N° 798 – 29 Ottobre 2011

680 – La Voce del Popolo 26/10/11 Pisino, primi passi verso una sezione d'asilo in italiano

681 - La Voce del Popolo 22/10/11 U.I. - Riacquisizione della cittadinanza italiana: un iter che va sveltito al più presto (Franco Sodomaco)

682 - L'Arena di Pola 28/10/11 Da una sola esperienza diversi sentire (Silvio Mazzaroli)

683 - L'Arena di Pola 28/10/11 Da Parenzo squarci di luce sulla storia istriana (Paolo Radivo)

684 - La Sicilia 27/10/11 Palma di Montechiaro (AG), giovani universitari iniziano una «battaglia: Eliminare l'intitolazione al maresciallo Tito di una via cittadina (Filippo Bellia)

685 - Panorama Edit 15/10/11 A Fiume il 50.esimo raduno dei Fiumani? (Ardea Velikonja)

686 - Il Piccolo 23/10/11 Ragusa: La villa del commissario diventa un hotel di lusso (Silvio Maranzana)

687 - Il Piccolo 24/10/11 Rovigno supera Ragusa con tre milioni di presenze (Silvio Maranzana)

688 - La Voce del Popolo 22/10/11 Speciale - Montona e la leggenda del Veli Joze (Mario Schiavato)

689 - Il Piccolo 23/10/11 Storia - Le voci e i ricordi degli esuli da Zara, una raccolta di testimonianze indagate da Francesca Gambaro (P.Spi.)

690 - La Voce del Popolo 27/10/11 Cultura - Rovigno: Recuperato un patrimonio inestimabile

691 – La Voce del Popolo 24/10/11 Cultura - On line altri tasselli del Novecento fiumano

692 - La Gazzetta del Mezzogiorno 27/10/11 Fascisti croati sotto la croce, la storia illuminante di Pino Adriano e Giorgio Angolani (Diego Zandel)

693 - La Voce del Popolo 22/10/11 Cultura - Giani Stuparich: il dono di vedere lontano ma incompreso dal suo tempo (Rosanna Turcinovich Giuricin)

694 - Il Piccolo 23/10/11 Capodistria, vent'anni fa il ritiro jugoslavo, celebrato l’ultimo atto del processo d’indipendenza (Franco Babich)

695 - Osservatorio Balcani 28/10/11 Nel bunker di Tito (
Azra Nuhefendić)

A cura di Stefano Bombardieri

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :

http://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

680 – La Voce del Popolo 26/10/11 Pisino, primi passi verso una sezione d'asilo in italiano

Pisino, primi passi verso una sezione d’asilo in italiano

"Il nostro obiettivo è ora aprire una sezione in lingua italiana presso l’asilo pubblico di Pisino. La direttrice dell’istituzione prescolare cittadina è favorevole, mentre nei prossimi giorni avrò un incontro con il sindaco – ha annunciato la presidente della Comunità degli Italiani di Pisino, Graziella Paulović, in apertura dell’incontro con la Giunta esecutiva dell’UI –. Negli ultimi tre anni, da quando cioè è stata risolta la questione della sede, di passi in avanti, importanti, ne abbiamo fatti. Siamo riusciti ad avviare e sviluppare la nostra attività. Ci siamo rivolti principalmente ai più giovani – ha spiegato ancora –, in parte perché gli adulti sono impegnati con il lavoro e difficilmente trovano il tempo necessario per impegnarsi in seno alla CI, ma principalmente perché il nostro obiettivo fondamentale è la diffusione della lingua e della cultura italiane.

I nostri corsi hanno successo e avremmo bisogno di più ore per renderli ancora più efficaci", ha detto rivolgendosi al presidente dell’Esecutivo UI. Maurizio Tremul ha precisato di non poter promettere nulla per il futuro, considerato che, al momento attuale, non si conoscono gli importi dei finanziamenti che verranno erogati all’Unione Italiana per il 2012. Nella presunzione che si abbiano a disposizione le medesime risorse del 2011, la linea guida della GE nella stesura del nuovo Piano finanziario sarà quella di riconfermare tutte le attività in programma quest’anno.

681 - La Voce del Popolo 22/10/11 U.I. - Riacquisizione della cittadinanza italiana: un iter che va sveltito al più presto

UMAGO Presente all'Assemblea dell'Unione Italiani nel mondo anche il console Renato Cianfarani
Riacquisizione della cittadinanza italiana: un iter che va sveltito al più presto

UMAGO – Dall’assemblea plenaria dell’Unione Italiani nel mondo, svoltasi ieri a Umago, sono trapelate diverse novità che interessano anzitutto coloro che fruiscono delle pensioni italiane in Croazia e in Slovenia (circa 5mila persone), e quanti sono ancora in attesa di acquisire la doppia cittadinanza (almeno 7mila persone che vivono in vari Paesi del mondo, di cui 2.500 in Croazia).

Ai lavori dell’assemblea è intervenuto pure il console generale d’Italia a Fiume, Renato Cianfarani. Presenti, inoltre, Dorina Buić responsabile del SIK – Sindacato dell’Istria e del Quarnero, Arden Sirotic, come rappresentante della Comunità degli Italiani di Umago, Mariano Cherubini, membro della Giunta esecutiva della CI di Lussinpiccolo, nonché i rappresentanti del Patronato ITAL.
I lavori sono stati aperti da Giuseppe Rota, presidente onorario dell’Unione, il quale ha sottolineato nel suo intervento l’importanza della collaborazione fra la UIM e il consolato d’Italia.

CONNAZIONALI DELUSI E AMAREGGIATI "Finalmente anche da queste parti non c’è più motivo di avere paura di sentirsi e di dichiararsi italiani. Tuttavia le pratiche per la doppia cittadinanza vengono affrontate con estrema lentezza, al punto che, al posto dei sei mesi inizialmente promessi, molti cittadini che hanno tutti i documenti in regola, l’acquisizione della cittadinanza italiana la aspettano già da sei anni. E fra questi ci sono pure tanti ‘italianissimi’ presidenti delle nostre Comunità e consiglieri dell’Assemblea dell’Unione Italiana..." – ha dichiarato Rota nel suo intervento. "Tante persone che hanno presentato la richiesta sono stanche di aspettare, deluse e amareggiate per tanta attesa. Ci sono state fatte mille promesse e poi i risultati sono venuti a mancare" – ha dichiarato ancora Giuseppe Rota.

La relazione di circostanza è stata invece presentata dal presidente dell’UIM di Trieste, Giorgio Feroce. Una relazione molto completa e interessante anche per il mondo della nostra etnia.
"La UIM è un’associazione che si occupa delle problematiche riguardanti gli Italiani che vivono al di fuori dai confini dell’Italia. Non siamo un movimento politico, non collaboriamo con i partiti.L’UIM nasce come organismo particolare di un grande Patronato quale l’ITAL muovendosi autonomamente. La sezione di Trieste, per la propria collocazione geografica, rivolge la sua attività particolarmente verso gli Italiani che vivono in Slovenia,in Croazia e in Italia. I problemi da affrontare non sono pochi, né di poco peso. La rappresentanza anzitutto. Il seggio garantito nei parlamenti ad esempio.

La diffusione delle scuole con lingua d’insegnamento italiana. Rallegra l’incremento delle iscrizioni negli asili italiani, ma bisogna anche insistere per la pari dignità degli esami di lingua italiana alla maturità di stato. Come facciamo a sostenere le richieste di riconoscimento del bilinguismo ad ogni livello se noi per primi non lo pratichiamo? Se non affermiamo che in queste terre ci sono popolazioni che si esprimono in maniera diversa, non per scelta opportunistica ma per conservazione della cultura dei propri avi, di coloro che sempre hanno vissuto qui?" – Ha detto Feroce. "I presidenti, Giorgio Napolitano in testa – ha poi aggiunto –, hanno saputo creare un clima nuovo. Sappiamo bene che il problema più gravoso per numerosi connazionali residenti in Slovenia e in Croazia è il riconoscimento della cittadinanza italiana. Un iter che, nonostante le nostre ripetute sollecitazioni fatte nel corso degli anni ai ministeri italiani interessati, non riusciamo a velocizzare"

DIRITTI D’ASICURAZIONE SANITARIA "Altro nostro obiettivo è quello del riconoscimento dei diritti sull’assicurazione medico-sanitaria, per cui dobbiamo confrontarci con la Regione Friuli Venezia Giulia. Dobbiamo essere riconoscenti per l’impegno profuso in questo senso in tempo brevi dal console generale d’Italia, Renato Cianfarani, ma anche dal Sottosegretario Alfredo Mantica".
A parlare della realtà croata in Istria a nome del Sindacato, è stata Dorina Buić.

"Tanta gente qui in Istria cerca un lavoro stabile e per questa ragione spesso è costretta ad andare in Italia o in Austria. D’estate tante persone riescono a trovare un impiego stagionale nel turismo e nell’alberghiera, ma non è una soluzione e la situazione generale resta difficile. C’è sempre meno tempo per la famiglia. Le persone che hanno più di 40 o 50 anni e che non hanno o hanno perso il lavoro, non riescono quasi mai a trovare un nuovo impiego. Bisogna pensare a come aiutare loro ma anche i giovani, i pensionati, le tante persone che non riescono più a sbarcare il lunario".
Anche Luigi Weber, ex presidente dell’UIM, ha evidenziato il bisogno di accelerare l’iter per il conseguimento della doppia cittadinanza, e ha sottolineato che si tratta di appena 7mila richieste nel mondo, di cui 5mila in Croazia. e che finora meno della metà sono state prese in considerazione.

Nell’esprimere la sua grande soddisfazione per la serietà del lavoro e per l’impegno dell’UIM, il console generale Renato Cianfarani ha espresso l’augurio che i tempi di attesa per la cittadinanza italiana si accorcino notevolmente.
"Svolgete una funzione sociale molto importante. Il Consolato è vicino agli italiani e sostiene la collaborzione con l’Unione Italiana e con la UIM, che come dimostrato si prodiga molto per i diritti dei connazionali".
In conclusione dell’Assemblea, l’UIM ha approvato il bilancio finanziario per il 2010 e quello di previsione per il 2011 (1.449 euro di entrate e altrettanti di uscite).Come si è appreso durante l’incontro, prossimamente ai fruitori delle pensioni italiane l’UIM trasmetterà dei formulari da compilare e da firmare, con lo scopo di accertare la loro esistenza ancora in vita.

Franco Sodomaco

682 - L'Arena di Pola 28/10/11 Da una sola esperienza diversi sentire

Da una sola esperienza diversi sentire

Il recente incontro dei Presidenti delle Repubbliche d’Italia e Croazia a Pola ha riacceso la polemica, o quantomeno il confronto, tra quanti, pur avendo condiviso l’analoga tragica esperienza delle foibe e dell’esodo, sono favorevoli o contrari ad un riavvicinamento tra italiani, croati e, per analogia, sloveni e, più in particolare, tra quanti di noi "italiani" scegliemmo, a seguito del 2° Conflitto mondiale, di esulare dalle nostre terre d’origine e quanti, invece, decisero di rimanervi, vuoi per la piena condivisione dell’ideologia comunista, vuoi per una sua rassegnata e sofferta accettazione. Non c’è di che meravigliarsi!


Questo diverso modo di sentire, questo scontro di sentimenti, è tuttora avvertibile, palese e, soprattutto, più che giustificato a livello individuale; lo è altrettanto, anche se per taluni aspetti strumentale, a livello collettivo, ovvero associativo, dove talvolta il sentire dei più soffoca e condiziona quello dei singoli. Lo è anche nell’ambito del nostro stesso Libero Comune di Pola in Esilio dove i distinguo tra favorevoli e contrari non sono pochi e di poco conto. Il sottacerlo sarebbe sciocco e, soprattutto, irriguardoso nei confronti del sentire di tutti e di ciascuno che va, invece, rispettato. Il rispetto altrui non deve, però, impedire di sviluppare le proprie convinzioni e di perseguire gli obiettivi che ne conseguono ed è ormai fuori discussione che, per volontà dell’Assemblea generale dei soci, l’obiettivo che la nostra Associazione persegue è quello della ricucitura dello strappo verificatosi nell’ambito dell’originaria comunità polese, dando altresì la propria disponibilità a collaborare con quanti intendano svolgere un’analoga azione nei confronti delle comunità: istriana, fiumana e dalmata.


Certo, è necessario avere ben chiaro ciò che si vuole conseguire attraverso detto riavvicinamento, nel quale, soprattutto, i contrari vedono una sorta di riappacificazione acritica volta a dimenticare il passato, gravandolo nuovamente di quell’oblio che solo in anni recenti è stato parzialmente sollevato per cercare di ristabilire una verità storica che per noi risulta a tutt’oggi abbondantemente distorta. Nulla di più sbagliato ed è persino pleonastico affermare che l’obiettivo perseguito è esattamente l’opposto. In effetti, riavvicinamento significa in primo luogo dialogo; proprio quel dialogo che sin qui mancato ha impedito di pervenire al rispetto delle reciproche memorie che, individuali per propria natura, non potranno mai essere pienamente condivise. Rispettate però sì ed è questo il solo presupposto per una riappacificazione stabile e duratura.


Tuttavia, ancorché particolarmente sentito e coinvolgente, quello del rispetto della memoria relativa al periodo limitato e contingente degli anni a cavallo del secondo conflitto mondiale non è il solo aspetto che deve essere preso in considerazione; ce n’è un altro, persino più importante, che riguarda la salvaguardia dell’italianità dell’Istria e, più in generale, delle terre dell’Adriatico orientale.


A tale proposito, un nostro socio, dopo averci manifestato il proprio rammarico per le difficoltà incontrate in Patria in quanto esule e che si tradurrebbe in un insostenibile disagio nel ritrovarsi esule nella propria Città d’origine – motivo per cui non ha partecipato al nostro recente raduno a Pola ed è visceralmente poco incline alla riconciliazione – scrive: «Ricordando che lo scontro etnico fra le civiltà latino-veneta e balcaniche nasce per motivi di esasperazione sciovinistica nel passato, possiamo affermare che il regime comunista ne fu solo la concausa acceleratrice. Oggi che anche la Croazia e la Slovenia non hanno più i regimi del passato, rimane tuttavia nell’intimo slavo il desiderio di contrastare e ove possibile estirpare nei territori dell’Istria e della Dalmazia la centenaria presenza latino-veneta, nella speranza che nell’esaurirsi di quest’ultima quella balcanica trovi uno spazio e una propria ragione storico-culturale». Si tratta di affermazioni sulle quali merita soffermarsi e riflettere.


In primo luogo esse evidenziano che l’antagonismo italo-slavo ha radici più profonde che non la contrapposizione delle sole ideologie del secolo scorso; in secondo luogo denunciano il cambiamento in atto anche nelle vicine Repubbliche e, da ultimo, il perdurante tentativo da parte slava di estirpare dalle nostre amate terre la centenaria presenza latino-veneta, per non dire italica. È proprio in quest’ultima affermazione che risiede il pericolo che oggi più di qualsiasi altro dobbiamo impegnarci a scongiurare, non solo per tramandare un ricordo inesorabilmente destinato ad affievolirsi con il tempo di quella che è stata la nostra storia, bensì per mantenere vive anche lì dove per secoli hanno allignato la nostra cultura, le nostre tradizioni e la nostra lingua e dare loro un futuro.


Se è questo ciò che veramente si ha a cuore, se è questo ciò che veramente si vuole una domanda sorge spontanea. Pensa veramente qualcuno che il pericolo lo si possa scongiurare standosene qui in Italia, quand’anche non dispersi per il mondo, ripiegati su se stessi? o che lo si possa fare solo con le parole o con i libri?
Evidentemente no! Ci vogliono fatti e rifiutare il confronto con una realtà – quella dei connazionali sull’altra sponda dell’Adriatico – sarebbe fortemente autolesionistico, perché contrario ai nostri interessi.

Ecco perché il Libero Comune di Pole in Esilio, cercando di trarre beneficio dal cambiamento dei tempi in atto, ha intrapreso, con determinazione e con un pragmatismo scevro da soverchie illusioni riguardante soprattutto i tempi di realizzo, la via del riavvicinamento e del dialogo, nella ferma convinzione che solo il sostegno alla nostra comunità autoctona e l’incremento della nostra presenza in loco possano garantire, sia pure in quel contesto plurietnico e plurilinguistico che sempre c’è stato, la salvaguardia dell’italianità dell’Istria. Lo ha fatto per amore della nostra terra e della nostra storia e con l’orgoglio per quello che siamo e rappresentiamo.
Meditate, meditate gente!

Silvio Mazzaroli

683 - L'Arena di Pola 28/10/11 Da Parenzo squarci di luce sulla storia istriana

Da Parenzo squarci di luce sulla storia istriana


Si è svolto a Parenzo dal 13 al 15 ottobre un convegno internazionale sui 150 anni dalla fondazione della Dieta provinciale istriana, organizzato dalla Società storica istriana e dal Museo del territorio parentino con il sostegno finanziario della Città di Parenzo e della Regione istriana e il sostegno organizzativo del Centro di ricerche storiche di Rovigno. L’intensa tre giorni ha avuto luogo nella sala del palazzo che ospitò la Dieta dalla seduta istitutiva, il 6 aprile 1861, al 1897. Messaggi augurali sono giunti dai presidenti Giorgio Napolitano e Ivo Josipović. Esprimendosi ognuno nella propria lingua, venticinque studiosi italiani, croati e sloveni hanno messo a fuoco sia il ruolo svolto dal primo "Consiglio provinciale istriano" sia temi interconnessi. Ampio spazio è stato lasciato tra una sessione e l’altra alla libera discussione. Ne sono emersi importanti squarci di luce sulla storia istriana.


La vice-sindaco italiana Nadia Štifanić Dobrilović ha ricordato come nel XIX secolo Parenzo rinacque: vennero costruiti nuovi edifici pubblici, si ravvivarono i commerci e sorsero società culturali, artistiche e sportive.
Petar Strčić (Università di Fiume) ha lamentato che gli italiani d’Istria, numericamente minoritari, dominassero tanto la Dieta quanto l’economia provinciale e impedissero l’uso ufficiale sia del croato sia dello sloveno. Il vescovo di Parenzo-Pola Juraj Dobrila tentò di far riconoscere le due lingue slave, partendo però dall’idea che croati e sloveni fossero un’unica nazione. L’insuccesso dei suoi tentativi lo portò infine a disertare le sedute dietali. La successiva generazione di politici istro-croati reputò quella croata una nazione a parte.


Diego Redivo (Istituto per la Storia del Risorgimento, Trieste-Gorizia) ha sostenuto che l’irredentismo fu lo sviluppo in senso etnico-esclusivista dell’idea di nazione tardo-settecentesca intesa quale comunità di cittadini che difendono le conquiste politiche della rivoluzione. In Istria, come in tutto l’Impero e in tutte le aree europee mistilingui, specie dagli anni ’80 dell’800 ogni comunità nazionale tese ad affermare i propri diritti in contrapposizione a quelli altrui, pur partendo da principi e valori borghesi comuni. Accanto a un irredentismo annessionistico ce n’era però anche uno culturale. La Grande guerra fu determinata non dagli irredentismi, ma dagli interessi economici imperialistici degli Stati che strumentalizzarono le proprie minoranze nei territori da conquistare.

Nevio Šetić (parlamentare a Zagabria) ha evidenziato come, nel 1903, i nove deputati dietali istro-croati sostenessero il movimento nazionale nel Banato di Croazia, che sfociò in manifestazioni represse sanguinosamente dalle autorità ungheresi. Sentendo la Croazia banale come madrepatria, non solo incoraggiarono le proteste dei propri fratelli in lotta, ma inviarono denaro per le famiglie delle vittime e per i funerali.

Il connazionale William Klinger (Centro di ricerche storiche di Rovigno) ha illustrato come gli autonomisti italiani di Fiume riuscirono abilmente a far sì che la propria città, annessa alla Croazia banale nel 1848 e di nuovo nel 1860-61, fosse riconosciuta fra il 1868 e il 1870 quale Corpo separato, ovvero quale terza componente della parte ungherese dell’Impero.


Stipan Trogrlić (Istituto di scienze sociali Ivo Pilar - Centro periferico di Pola) ha rilevato come nella seconda metà dell’800 la Chiesa istriana perse la propria universalità, dividendosi su base nazionale e politicizzandosi. Il clero slavofono, legato al mondo rurale, divenne il principale fattore propulsivo del movimento nazionale croato. Il vescovo Dobrila non espresse mai odio verso gli italiani, ma difese maggiormente croati e sloveni perché più deboli e meno tutelati.


Roberto Spazzali (Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel FVG, Trieste) ha sottolineato come il socialismo istriano di fine ’800 si basasse su principi di emancipazione sociale più affini alla tradizione democratico-mazziniana e riformista "latina" che all’austro-marxismo classista triestino. Auspicava una riforma federale dell’Impero. Ebbe difficoltà ad attecchire, salvo che a Pola, Rovigno, Dignano e Albona, per la mancanza di una classe operaia politicamente consapevole. Agli inizi del XX secolo i mazziniani istriani fondarono la Democrazia sociale italiana con forti nuclei a Pola, Capodistria e Isola. Suo obiettivo era l’emancipazione sia socio-culturale sia nazionale di tutti i popoli dell’Impero.


Ilija Jakovljević (Diocesi di Parenzo-Pola) ha sottolineato come il vescovo Dobrila, considerando ogni persona fatta a immagine di Dio, rivendicasse l’uguaglianza di tutti senza distinzione di nazionalità e si definisse «pastore sia degli italiani che degli slavi». Partecipò attivamente alle sedute della Dieta battendosi per una maggiore autonomia provinciale e per maggiori fondi da destinare a fini socio-sanitari. Insieme al vescovo di Veglia Vitezić aiutò gli studenti poveri. Avvertì la classe dirigente italiana che il popolo istro-croato stava dormendo, ma che, se ne fossero state respinte le istanze, avrebbe potuto svegliarsi riservando brutte sorprese.


Pietro Zovatto (Università di Trieste) ha però rilevato che Dobrila assegnò borse di studio per l’Università di Vienna solo a seminaristi slavi.


Salvator Žitko (Società storica del Litorale, Capodistria) ha rammentato come l’Istria fosse l’unica Provincia imperiale senza un capoluogo fisso. La sede della Dieta e della Giunta fu spostata nel 1898 da Parenzo a Pola, fra il 1899 e il 1902 a Capodistria, quindi ancora a Pola, infine nuovamente a Capodistria fra il 1904 e l’ottobre 1910, quando il mancato compromesso inter-etnico ne determinò la fine. La parte croata insistette perché la sede venisse trasferita a Pisino.


Carlo Ghisalberti (Università «La Sapienza», Roma) ha giudicato illusoria ma molto duratura l’idea di Cesare Balbo per cui l’Austria avrebbe potuto cedere province italofone in cambio di territori balcanici. Ricasoli, successore di Cavour nel giugno 1861, dichiarò che il Regno d’Italia non si sarebbe gettato in avventure. Peraltro, dopo il 1866, neppure la Gran Bretagna avrebbe tollerato una nuova guerra europea che ridimensionasse ulteriormente l’Impero asburgico. La Triplice alleanza segnò nel 1882 una svolta apparentemente contro natura, ma che garantì 33 anni di pace e sicurezza.


Giovanni Radossi (Centro di ricerche storiche di Rovigno) si è soffermato sul primo Consolato generale del Regno d’Italia nell’Impero asburgico, sorto a Trieste nel febbraio 1867. Inizialmente ebbe giurisdizione su Litorale, Fiume, Dalmazia, Croazia, Carinzia e Carniola. Nel 1870 furono aperti i Vice-consolati (poi Consolati) di Gorizia e Fiume, e fra il 1867 e il 1876 le Agenzie consolari di Pirano, Parenzo, Rovigno, Lussinpiccolo, Zara (poi Vice-consolato, nel 1900 Consolato), Sebenico, Spalato e Ragusa.


Antoni Cetnarowicz (Università di Cracovia) ha rammentato come la prima richiesta di uso paritetico del croato e dello sloveno fosse stata formulata da alcuni deputati dietali sloveni nell’aprile 1861, sostenuti dai vescovi Legat e Vitezić. Nel gennaio 1863 i vescovi Dobrila e Vitezić e il deputato Jurinac presentarono una nuova mozione in tal senso. Il 25 settembre 1887 Volarić fu il primo deputato dietale a parlare in croato annunciando che lo avrebbe fatto anche in futuro. Nel 1888 Volarić e altri rappresentanti croati presentarono un’interpellanza per il Governo di Vienna in croato, mentre alcuni deputati sloveni in sloveno. Vidulich, presidente della Dieta, respinse entrambe scontrandosi con il governatore del Litorale de Pretis Cagnodo. Nel gennaio 1898, durante le sessioni tenute a Pola, Spinčić, Mandić e Trinajstić, impossibilitati a parlare dopo i tumulti in galleria, lasciarono la città. Il Governo invalidò la decisione della maggioranza dietale sull’uso esclusivo dell’italiano. Nella sessione dell’autunno 1904 a Capodistria i deputati sloveni disertarono la Dieta per la contrarietà dal capitano provinciale Rizzi all’uso della loro lingua.

Paolo Radivo si è chiesto il vero motivo per cui, il 10 e il 16 aprile 1861, 20 dei 30 deputati dietali scrissero «Nessuno» sulla scheda per l’elezione dei due parlamentari al Reichsrat, suscitando la reazione del Governo, che nel maggio sospese la Dieta e il 20 luglio la sciolse convocando nuove elezioni. Allora i liberal-nazionali italiani invitarono gli elettori ad astenersi e gli eventuali eletti a dimettersi. Ne derivò una Dieta filo-asburgica, che elesse a parlamentari il luogotenente austriaco del Litorale Burger e il vescovo Dobrila. Le conseguenze di condotta avrebbero potuto essere gravi per gli istro-italiani se lo stesso luogotenente non avesse poi confermato in carica, nominato o recuperato alcuni liberal-nazionali. Spazzali ha giudicato marginale e poco democratica la classe dirigente dietale, che si irrigidì su questioni procedurali e di puntiglio invece di occuparsi dei tanti gravi problemi dell’Istria. Ghisalberti ha ricordato come la prima preoccupazione dei Governi "regnicoli", dopo la rottura dell’alleanza con la Francia, fosse quella di non turbare l’ordine internazionale. Erano Governi debolissimi, diffidenti verso qualsiasi tentativo insurrezionale degli austro-italiani. Al contrario i "nessunisti" dimostrarono una candida e generosa ingenuità. Il connazionale Gaetano Benčić (Centro di ricerche storiche di Rovigno) ha sostenuto che i "nessunisti", non volendo collaborare con l’Impero, rifiutarono di occuparsi di politica. Erano convinti che il Governo non avrebbe sciolto la Dieta, ma avrebbe fatto eleggere i due parlamentari dal corpo elettorale.


Alida Perkov (Camera di commercio croata e Camera regionale - Pola) ha parlato della Camera di commercio e industria dell’Istria insediata a Rovigno il 31 dicembre 1850 quale associazione senza scopo di lucro dei soggetti coinvolti in attività economiche. Con i suoi 10 membri era tra le più piccole dell’Impero, ma svolse un ruolo rilevante specie dal 1850 al 1861 e dal 1910 al 1914. Promosse l’economia, stimolò l’educazione e presentò rapporti statistici. In particolare preparò, organizzò e co-finanziò la Prima esposizione istriana di Capodistria (1910). Nel 1927 assunse il nome di Consiglio provinciale dell’economia e fu trasferita a Pola.


Il connazionale Rino Cigui (Centro di ricerche storiche di Rovigno) ha citato i numerosi provvedimenti presi dalla Dieta per contrastare le malattie infettive, promuovere il servizio sanitario pubblico nei vari Comuni e fronteggiare la carenza di personale medico. L’efficacia di tali misure fu però limitata, tanto che a fine ’800 l’Istria risultava ancora fra le Province meno sviluppate dell’Impero sul piano sanitario.


Il connazionale Denis Visintin (Museo civico di Pisino) ha delineato l’arretratezza dell’agricoltura istriana nella seconda metà dell’800. Le linee ferroviarie Trieste-Pola e Trieste-Parenzo avvicinarono le piazze di mercato all’entroterra agricolo. I prodotti provinciali parteciparono a fiere ed esposizioni sia internazionali sia locali. Sorsero organizzazioni sindacali e di categoria, cooperative, cantine vinicole e oleifici. La Dieta, spesso senza l’appoggio governativo, tentò di ammodernare il comparto e si impegnò molto nel contrastare le principali epidemie della vite: oidio, peronospera e fillossera. La qualità dei vini però rimase sempre scadente.


Marino Budicin (Centro di ricerche storiche di Rovigno) ha parlato dei fratelli veneziani Gaspare e Antonio Coana, che nel 1859 fondarono a Rovigno la prima tipografia istriana stampando molti libri e il primo giornale istriano (1860). Nel 1876 Gaetano Coana creò a Parenzo una nuova tipografia, che diede alle stampe gli atti della Dieta, quelli della Società istriana di archeologia e storia patria, i documenti della Diocesi e vari libri e giornali. Le due tipografie favorirono l’apertura a Rovigno e Parenzo di cartolerie e rilegatorie, incentivando la lettura e arricchendo i fondi librari delle biblioteche.


Nadja Terčon (Museo del mare «Sergej Mašera», Pirano) ha tratteggiato l’importante ruolo svolto nella seconda metà dell’800 da Capodistria, Isola e Pirano nei collegamenti marittimi (sia merci che passeggeri) e nell’industria navale. Isola fu il principale centro di produzione del pesce in scatola.
Elena Uljančić-Vekić (Museo del territorio parentino) ha illustrato le soluzioni adottate a partire dagli anni ’60 dell’800 per garantire un regolare e sano approvvigionamento idrico alla città di Parenzo. Una svolta si verificò negli anni ’80 con l’arrivo di tecnici esperti da Vienna. Nel 1908 fu inaugurato l’acquedotto comunale, collegato nel 1940 a quello istriano.


Il connazionale Raul Marsetič (Centro di ricerche storiche di Rovigno) ha raccontato genesi e sviluppo del cimitero polese di Monte Ghiro, inaugurato nel 1846, ampliato nel 1867, raddoppiato nel 1889 e accresciuto un’ultima volta nel 1909.


Mihovil Dabo (Università di Pola) ha esposto le principali carenze del sistema scolastico istriano individuate nelle relazioni che le Giunte comunali inviarono alla Giunta provinciale nei primi anni ’60: mancanza sia di strutture che di insegnanti, inadeguatezza dei docenti e mancata frequentazione o precoce abbandono specie da parte dei bambini delle zone rurali. Dalla Croazia banale giunsero sacerdoti che soprattutto nei villaggi fecero anche da maestri, non sempre però con la dovuta preparazione. Visto il mancato riconoscimento ufficiale del croato e l’inesistenza di scuole superiori in tale lingua, lo studio dell’italiano fu decisivo per il miglioramento delle condizioni socio-economiche degli alunni slavofoni.


Maja Polić (Istituto per le scienze storiche e sociali dell’Accademia croata delle scienze e delle arti, Fiume) ha parlato della nascita delle sale di lettura a Castua (1866), Lussinpiccolo (1867), Pola (1869) e Verbenico (1871) come delle prime iniziative pubbliche del movimento nazionale croato in Istria, composto allora da pochissimi intellettuali, in maggioranza sacerdoti. In quelle sedi si svolsero varie attività sia culturali che politiche.
Radivo ha ricordato il primo scontro fra italiani e slavi nell’Adriatico orientale, verificatosi a Trieste nel luglio 1868 con 3 morti italiani in seguito alla riforma varata dal Governo liberale di Vienna, appoggiata dalla Giunta municipale triestina e dai democratici irredentisti ma osteggiata dal clero sloveno e croato, che estrometteva la Chiesa dal controllo delle scuole comunali. Nella diocesi di Parenzo-Pola il vescovo Dobrila svolse un’azione moderatrice scongiurando incidenti.


Giuseppe de Vergottini (Università di Bologna) si è soffermato sulla figura dell’omonimo avo (1815-1884), eletto deputato dietale nel 1861, costretto a 6 mesi di esilio nel 1866, quindi podestà di Parenzo dal 1872 al 1884 e tra i fondatori della Società istriana di archeologia e storia patria. Il nipote Tomaso (1857-1942) fu deputato prima a Vienna (1889-1891), poi alla Dieta (1892-1904) e nel novembre 1918 presidente del Comitato cittadino di salute pubblica.


Pietro Zovatto ha delineato la singolare figura di monsignor Lorenzo Schiavi, nato vicino a Pordenone nel 1829. Cattolico conservatore ostile al movimento risorgimentale, nel 1866, dopo l’annessione della sua terra natia all’anticlericale Regno d’Italia, chiese "asilo" al vescovo di Trieste-Capodistria Bartolomeo Legat, il quale lo destinò al seminario capodistriano. Oltre ad insegnare, Schiavi scrisse numerosi testi, tra cui dei manuali scolastici di letteratura. Fu premiato dalle autorità asburgiche per il suo lealismo.


Gaetano Benčić ha lumeggiato la figura di Gian Paolo Polesini (1818-1882), capitano della «Dieta del Nessuno» capace di moderazione, ma anche studioso di storia istriana vicino a Pietro Kandler. Intenso fu il suo legame con la natia Parenzo e notevole il suo impegno nel settore agricolo.


Ivan Matejčić (Università di Fiume) ha narrato le vicissitudini della sala che ospitò la Dieta fra il 1867 e il 1897. Fu realizzata verso la metà dell’800 nella parte superiore dell’ex chiesa gotica di San Francesco, la quale era stata preceduta fra il V e il XIII secolo dalla chiesa paleocristiana di San Tommaso e prima ancora da un edificio romano.
Il connazionale Kristjan Knez (Società di studi storici e geografici, Pirano) ha osservato come fin dal 1861 la Dieta volesse promuovere la ricerca delle fonti per la storia patria. Dal 1873 finanziò la meticolosa opera di trascrizione di documenti medievali e moderni riguardanti l’Istria effettuata da Tomaso Luciani all’Archivio di Stato di Venezia. Dal 1885 tali documenti furono pubblicati sugli Atti e memorie della Società istriana di archeologia e storia patria. Knez ha giudicato offensivo il termine «Taljanaši» usato da Maja Polić per qualificare gli slavofoni filo-italiani o gli italofoni di origine slava.


Il connazionale polese Egidio Ivetic (Università di Padova) ha evidenziato come nell’800 l’Istria, fino ad allora mera espressione geografica, assunse carattere regionale sia per la sua unificazione politico-amministrativa sia per gli studi storici iniziati da Kandler e ripresi con vigore tra il 1880 e il 1914 specie da Bernardo Benussi e Camillo de Franceschi. L’élite liberal-nazionale istriana cercò nelle testimonianze del passato la conferma dell’italianità della provincia e dunque la propria legittimazione quale classe dirigente.


De Vergottini ha fatto presente come la letteratura italiana specie degli anni intorno alla Prima guerra mondiale avesse rimarcato la volontà annessionista della «Dieta del Nessuno». Tuttavia nell’aprile 1961 mancò nel Regno un riverbero forte di quel gesto. Peraltro i "nessunisti" oscillarono tra separatismo e legittimismo. Radivo ha affermato che quell’aperta disobbedienza non ebbe ripercussioni nell’Italia di allora perché gran parte dei "regnicoli" ben poco sapevano dell’Istria e perché Cavour non assecondò il secessionismo degli italiani d’Austria, concentrato com’era nel reprimere l’incipiente "brigantaggio" al Sud, nello scongiurare insurrezioni garibaldine e nell’ottenere Roma.

I "nessunisti" denotarono prima scarso realismo e poi incoerenza, avendo accettato il nesso asburgico.

Secondo Benčić invece non credevano di fare una cosa tanto deleteria e forse non la fecero realmente, perché il loro fu un atto più simbolico che separatista.

Paolo Radivo

684 - La Sicilia 27/10/11 Palma di Montechiaro (AG), giovani universitari iniziano una «battaglia: Eliminare l'intitolazione al maresciallo Tito di una via cittadina

Palma di Montechiaro, giovani universitari iniziano una «battaglia» «Eliminare l'intitolazione al maresciallo Tito di una via cittadina»

Palma di Montechiaro. Alcuni giovani universitari palmesi sono del parere che l'amministrazione comunale di centro destra debba eliminare dalla toponomastica cittadina il nome del maresciallo Tito, fondatore e presidente per lungo tempo dello stato jugoslavo e ritenuto responsabile della pulizia etnica delle popolazioni dell'Istria e della Dalmazia, con la sparizione nelle foibe di migliaia di esuli donne, uomini e bambini.

A rilanciare la proposta della eliminazione di via Tito (una strada importante da cui si accede al Villaggio Giordano e al cimitero) dalla toponomastica del paese, a nome dei giovani universitari, è stato lo studente in Medicina alla Università Cattolica di Roma

Vincenzo Cammalleri, attraverso un appello lanciato sulle pagine del periodico locale "Il peso specifico". Il giovane universitario ha deciso di rispolverare l'iniziativa di fare depennare l'arteria, fatta intitolare all'ex dittatore jugoslavo dall'ex sindaco Rosario Callo, a seguito della presenza nella attuale amministrazione comunale di centro destra, con la carica di vice sindaco, dell'ingegnere Angelo Cottirto, uno dei giovani del gruppo che si definiva "Di via Cangiamila" e a cui appartenevano tra gli altri l'ex assessore provinciale Stefano Castellino e l'attuale consigliere comunale Salvatore Castronovo.

Questi giovani 4 anni fa furono proprio promotori di un convegno incentrato sull'eccidio degli esuli dalmati e istriani da parte del maresciallo Tito e accusarono l'ex sindaco Rosario Gallo di essere stato il promotore di una intitolazione ormai non più sopportabile. Nel suo intervento Vincenzo Cammalleri ha scritto, a nome dei giovani universitari, che Palma non può più sopportare che venga ancora onorata la memoria del tiranno jugoslavo.

«Se era comprensibile ma non per questo deprecabile -ha sottolineato ancora il laureando in Medicina- il silenzio dell'ex sindaco Rosario Gallo che fu il promotore dell'intitolazione della strada al maresciallo Tito, è invece incomprensibile il silenzio della attuale amministrazione comunale che annovera fra le sue fila uomini politici che in passato hanno portato all'at-

tenzione mediática la questione sulla via incriminata. Uomini politici tra cui il vice sindaco Angelo Cottitto ed altri due consiglieri del gruppo dei Giovani di via Cangiamila. E allora è naturale chiedersi perché, dopo un anno di amministrazione, non si sia fatto nulla per risolvere la questione.

Certo, se l'immobilismo in cui sembra versare l'attuale amministrazione arriva persino ad impedire di mettere fine ad una piccola, grande vergogna, nonostante i tuoni e i fulmini gettati quando era all'opposizione, allora forse è meglio non pensare a risolvere i problemi ben più gravi e complicati che rendono sempre più difficile volere bene a questa terra».

FILIPPO BELLIA

685 - Panorama Edit 15/10/11 A Fiume il 50.esimo raduno dei Fiumani?

A Montegrotto il tradizionale incontro degli esuli del capoluogo del Quarnero

A Fiume il 50.esimo raduno dei Fiumani?

A cura di Ardea Velikonja

Puntuale come ogni anno si è svolto a Montegrotto Terme in provincia di Padova il 49.esimo raduno dei Fiumani che ogni volta è carico di emozioni di coloro che hanno dovuto abbandonare la propria città natia.

Dopo la relazione sul lavoro svolto nel corso di dodici mesi il sindaco del Libero comune di Fiume in esilio Guido Brazzoduro sia nel corso della riunione del Consiglio cittadino che all’Assemblea ha sottolineato l’importanza della visita fatta dal presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano a Pola e il successivo incontro con il presidente croato Ivo Josipović.

All’assemblea ha partecipato pure una delegazione della Comunità degli Italiani del capoluogo del Quarnero con la presidente Agnese Superina, il consigliere Rosi Gasparini e la preside della Scuola media superiore in lingua italiana Ingrid Sever. Presenti pure il ministro Roberto Pietrosanto, il direttore del Centro Studi Fiumani di Roma, Marino Micich, ed il presidente dell’Associazione Dalmati nel Mondo, Franco Luxardo, che ha portato i saluti anche dal territorio, il suo, che ha ospitato pure quest’anno il raduno dei Fiumani.

Per l’occasione ha ricordato l’incontro dei Dalmati che si tiene a San Marino in cui come qui a Montegrotto, verrà messa in evidenza la collaborazione in atto all’interno della FederEsuli sui numerosi progetti di rinnovamento delle strutture e del rilancio dell’attività delle associazioni aderenti.

Tanti dei presenti vorrebbero che il 50.esimo raduno dei Fiumani si svolgesse l’anno prossimo a Fiume. Però, come ha detto la presidente della CI Agnese Superina bisognerà procedere congiutamente con il coinvolgimento della municipalità di Fiume e del suo sindaco Vojko Obersnel.

Le ha fatto eco Fulvio Mohoratz che ha detto che bisognerà valutare se i tempi sono maturi per farlo. "I segnali che arrivano dalla città, dalla produzione di libri che confutano la dimensione dell’italianità in loco, non depongono a favore di una decisione positiva. Si dovrà lavorare sodo per creare le premesse necessarie a un raduno che sia veramente tale", gli ha risposto Agnese Superina aggiungendo che "i tempi non saranno mai maturi, ma se vogliamo farlo, facciamolo. Attenti però a non vanificare un lavoro fatto in loro, con le autorità municipali, per tanti decenni".

Nel corso della riunione si è parlato pure del problema del cimitero dove le tombe vengono rivendute con una semplice comunicazione alle famiglie inadempienti. Un applauso è andato ai ragazzi della Fiumana che si sono aggiudicati la medaglia al Triangolare di Roma organizzato dall’ANVGD.

In calce alla riunione è stato dato ampio spazio al nuovo "Dizionario del dialetto fiumano-italiano" redatto da un gruppo di appassionati che a percorso la strada già tracciata da simili dizionari. Ma al nucleo originale di questi si è aggiunta la ricerca sul campo, un periodo di scavo, di un folto gruppo di persone che ancora ricordano e che l’hanno trasformato in un "testamento di fiumanità". Il libro è stato curato da Nicola Pafundi con il contributo di Mario Bianchi, Camillo Blasich e padre Sergio Katunarich e contiene una grammatica ad uso del dizionario, il dizionarietto dei verbi, dei cenni storici e di costume e la Toponomastica.

Il "Dizionario del dialetto fiumano-italiano e italiano-fiumano" verrà presentato alla Comunità degli Italiani di Fiume il 2 novembre prossimo dopo l’incontro in Cripta per la tradizionale messa dedicata a tutti i Defunti.

La tre giorni di Montegrotto si è conclusa dopo la posa di una corona di alloro ai piedi del Monumento ai caduti in centro città, una gita collettiva alla Villa dei Vescovi a Luvigliano di Torreglia e il tradizionale pranzo di domenica con la torta con la bandiera fiumana che ogni anno emoziona la maggior parte dei presenti.

686 - Il Piccolo 23/10/11 Ragusa: La villa del commissario diventa un hotel di lusso

La villa del commissario diventa un hotel di lusso

Il palazzo e il parco di Felice Mayneri sull’isola di Lopud accolgono i turisti La nipote ha scoperto solo ora l’agonia del nonno: ucciso con un colpo al giorno

RAGUSA

È stata la quinta repubblica del mare

Fino agli inizi del 1800, Ragusa fu indipendente, la quinta repubblica marinara del Mediterraneo. Nel 1805 aveva una flotta di 278 velieri mercantili la cui portata complessiva era di 24.772 carri. Di questi, 158 erano brigantini. La città contava ben settemila lavoratori del mare:

marinai, corallari, pescatori, costruttori navali, armatori e capitani. Gli armatori erano 380, i capitani 150. Lo scrittore Giacomo Scotti ha focalizzato la sua potenza rapportando questi numeri che si riferiscono a una popolazione complessiva di 25 mila abitanti con quelli dell’Inghilterra, la nazione marinara per eccellenza: 6 milioni di abitanti e 27 mila marittimi imbarcati su 2280 bastimenti.

di Silvio Maranzana

TRIESTE Il primo giorno un colpo di pistola alla spalla, il secondo su una gamba e così avanti fino a farlo morire con una lenta agonìa tra dolori indicibili. Tra le storie degli italiani cancellati o cacciati dall’ex Jugoslavia, quella dei Mayneri è atipica, ma non per questo meno tragica. Era coperta da un fitto velo tessuto dalle vicessitudini storiche, ma anche da pudori e dissapori interni alla stessa famiglia che l’ultima erede, Maddalena, appena l’estate scorsa ha cercato di squarciare. Questi alcuni stralci del racconto del suo viaggio in barca alla ricerca delle proprie radici e in particolare del nonno, che solo ora ha scoperto che venne eliminato in quel modo truce.

«Ci stiamo avvicinando alla presenza del nonno Felice Mayneri che ha fatto per una vita dell’isola di Lopud il suo eremo, il regno delle sue creazioni e delle amicizie strette con gli isolani. Ancora illuminata dal sole la villa Mayneri segna il bordo bianco-rosa del porto che si staglia dal verde lussureggiante dello sfondo. Sulla sinistra due belvedere laterali in pietra introducono ancora oggi quello che si chiama parco Dordic - Mayneri.

All’ingresso incontro la conduttrice dell’albergo perché è questa la funzione attuale del palazzo di mio nonno. Chiedo di voler cenare e pronuncio il mio nome, ma in maniera un po’ rude vengo subito avvisata che verrò trattata come un qualsiasi turista». Lopud, una delle isole più meridionali della Dalmazia, fa parte delle Elafiti, cioé le isole dei Cervi che si trovano di fronte a Ragusa. Era sede di uno dei vicerettori dell’antica Repubblica di Ragusa, città alla quale era da sempre collegata.

Anche a Ragusa i Mayneri avevano un palazzo, residenza invernale. La famiglia aveva origini piemontesi (l’industriale Michele Ceriana Mayneri fu uno dei fondatori della Fiat), la nobiltà fu concessa a Benedetto, intendente generale a Torino, il barone Augusto Mayneri nel 1878 a Modena sposò Magdalena de Giorgi. Si trasferirono a Ragusa ed ebbero due figli:

Margherita nata nel 1879 e Felice, nato nel 1881, nonno di Maddalena.

Durante la guerra Felice Mayneri non era un cittadino qualsiasi, ma il Commissario civile italiano a Ragusa. Nell’aprile 1941 infatti Ragusa venne occupata dalle truppe italiane, ma non fu annessa al Regno d’Italia per l’opposizione del dittatore croato Ante Pavelic. «Alla ricerca di notizie su mio nonno - racconta ancora Maddalena - veniamo accompagnati attraverso i vicoli di Lopud a casa di Darko Roman. "Era una persona per bene che ha fatto tanto per quest’isola - racconta Roman - ma quando nel 1944 i titini l’hanno arrestato si è sparsa la voce che faceva morire di fame coloro che lavoravano per lui nel parco, nel giardino e nelle vigne. Ma tutti sanno che non è vero"». Darko Roman racconta quello che ha sentito dire sull’arresto di Mayneri e sulla sua deportazione forzata a Curzola: «Si dice che a Curzola gli abbiano sparato sulla spalla in un cortile di una casa-prigione, ma lui ha saputo togliersi la pallottola e curarsi. Il giorno dopo gli hanno sparato in una gamba, ma lui nuovamente ha tentato di rurarsi. Così sono andati avanti a sparargli ancora, fino a finirlo». (7 - segue. Precedenti puntate pubblicate l’11, 18 e 25 settembre, 2 e 9, 16 ottobre)

------- -------

Il paradiso della baronessa d’Asburgo

TRIESTE Sull’isola di Lopud ha messo recentemente le mani nientemeno che la baronessa Francesca d’Asburgo. Dietro di lei vi sarebbe un gruppo di investitori guidati dall’uomo d’affari austriaco Erwin Roth che è riuscito a comprare l’ex Villa Mayneri, residenza estiva della famiglia fino al 1943, e l’ampio parco ancora chiamato Dordic - Mayneri, per la modesta somma di 5 milioni di kune, all’incirca 625 mila euro. Roth sarebbe giunto in Dalmazia a metà degli Anni Novanta su invito del noto cestista, oggi scomparso, Cresimir Cosic e ha subito aperto uffici prima a Zara e poi a Spalato dove figurava come direttore della compagnia "Otocna rustika". La baronessa d’Asburgo che dopo i bombardamenti serbi si adoperò per finanziare molti restauri nella città di Ragusa, intenderebbe fare di Lopud un centro esclusivo di vacanze per il jet set internazionale. Ma sulle disponibilità finanziarie della baronessa sono sorti molti dubbi. Già nel 1997 Francesca d’Asburgo aveva ottenuto in concessione per 99 anni il monastero francescano che si trova sulla sommità di Lopud, con il patto che vi avrebbe finanziato i costosi restauri. Nei primi anni di concessione però non ha speso nemmeno un centesimo. Suo padre, il miliardario Heini Thyssen, spartendo la porpria eredità, a Francesca non avrebbe lasciato soldi, ma le sue preziose collezioni d’arte. Poi però gran parte del denaro ricavato sarebbe stato speso dall’ex marito di Francesca, l’arciduca ereditario Carlo d’Asburgo, per finanziare la propria campagna elettorale al Parlamento europeo. (s.m.)

-------------- -------------------

Ragusa: L’epurazione fascista contro gli italiani Erano duemila durante la Prima guerra mondiale ma furono assorbiti dalla maggioranza croata

TRIESTE «Nel 1990 quarantasei ragusani hanno formato a Ragusa una Comunità degli italiani che ha finito però per dissolversi sotto i colpi del nazionalismo croato». Lo fa rilevare lo scrittore Giacomo Scotti, non certo sospetto di nazionalismo italiano, nel libro "Ragusa, la quinta repubblica marinara". Nel 1915 il ministero italiano degli Esteri aveva redatto una relazione sulla presenza italiana nella Dalmazia merdionale. «Il Comune raguseo - si legge - conta circa 13 mila abitanti dei quali 2 mila almeno sono italiani. I libri più diffusi sono italiani. Si leggono Il Piccolo di Trieste, la Domenica del Corriere e altri periodici del Regno. Circa un terzo della proprietà fondiaria è in mano agli italiani, fra i quali il barone Girolamo Ghetaldi, la famiglia del conte Bonda già deputato al Parlamento di Vienna, il conte Caboga proprietario di un grande mattonificio, la nobile famiglia degli Zamagna, l’ottimo cittadino Giovanni Avoscani e poi ancora gli Svilicossi, i Radmilli, i Marotti, i Fiori, i Tolentino, i Valentino, i Serragli, i Banaz, i Detoni, i Negrini e molti altri. Detoni è un grosso esportatore di legnami e propietario dell’unica fabbrica di calce. Il Monte di pietà - Cassa di risparmio è in mano italiana, il teatro Bonda ha un terzo dei palchettisti italiani e italiano è il suo presidente. Fiorente è la sezione ragusea della Lega nazionale con 500 soci, alla quale fanno capo la Biblioteca popolare italiana, il Circolo filarmonico raguseo e il Gabinetto di lettura con oltre 100 soci. Vengono ricordate l’Unione sportiva, la Società operaia progresso e l’organizzazione degli studenti italiani delle scuole medie. Erano anche democratici gli italiani di Ragusa tanto da provocare le ire dei rappresentanti consolari dell’Italia fascista. A metà degli anni Trenta il console Carlo Staffetti decise di imporre una "bonifica fascista" alla comunità di Ragusa, decretando lo sciglimento della Società operaia, il concentramento di tutti gli italiani ragusei nell’Unione italiana, l’eliminazione della vecchia direzione dell’Unione e la nomina ai suoi vertici di elementi fedeli al fascismo e graditi al consolato, non per elezione, ma per acclamazione imposta dal console. Questo atto alienò parecchie simpatie verso le istituzioni di Roma anche all’interno degli stessi italiani e l’elemento italiano finì così per integrarsi nella maggioranza slava fino a scomparire.

(s.m.)

687 - Il Piccolo 24/10/11 Rovigno supera Ragusa con tre milioni di presenze

Rovigno supera Ragusa con tre milioni di presenze

È la capitale turistica della Croazia: ha il doppio di pernottamenti rispetto a Grado Il vicesindaco Budicin: «Programmazione e pulizia alla base del successo»

L’obiettivo Indurre i visitatori a spendere di più

Allargare il periodo turistico dagli attuali tre a sei mesi, alzando la media della capacità di ricezione degli alberghi dall’attuale 25% del periodo annuale al 55% e elevare del 30% i consumi in loco del turista medio (oggi 70 euro al giorno). Sono gli obiettivi del masterplan di sviluppo turistico del Comune di Rovigno come li illustra l’assessore a finanze e sviluppo economico Martina Cekic Hek. Il Comune ha anche varato un programma di incentivazione e concessione di crediti a imprenditori e artigiani in particolare per il settore turistico.

di Silvio Maranzana

INVIATO A ROVIGNO

La popolazione che in molte giornate è risultata più che triplicata: da 15 mila a 48 mila residenti, tremila persone che per settimane sono state occupate in tutti i servizi del settore, un giro d’affari per complessivi 210 milioni di euro, il presidente della Repubblica Ivo Josipovic che ha dormito nella suite numero 251 al quinto piano del fantascientifico neonato design hotel Lone. Rovigno si crogiola nel suo boom turistico con il nuovo record annuale di tre milioni di pernottamenti (più 13% rispetto l’anno scorso), tagliato già il 7 ottobre allorché dal primo gennaio erano arrivati nella località dell’Istria, 434.167 persone: numeri che la incoronano capitale turistica dell’intera Croazia. Da Salvore a Ragusa, passando per tutte le isole quarnerine e dalmate, non esiste alcun centro che la superi.

Per fare un paragone Grado, storica località turistica dell’Adriatico occidentale, quest’anno ambisce a limare il proprio record (che è del 1979) di un milione 654 mila giornate di presenza: la metà di Rovigno. «Un anno soltanto questo limite era già stato passato - confessa Odette Sapac, direttrice della Comunità turistica di Rovigno - era il 1986 e i campeggi si riempirono di serbi, montenegrini e bosniaci». Ma oggi è tutta un’altra storia, Rovigno ha due capienti alberghi a cinque stelle e punta anche sul turismo della fascia medio-alta. «Da alcuni anni sono arrivati i russi - racconta Odette - e sono quelli più danarosi, ma sono ben affiancati da giapponesi, cinesi e canadesi». E le strutture ricettive sono decine, ristoranti pizzerie e bar si sono a loro volta moltiplicati o oggi sono un’ottantina. Come spiegare il miracolo in una cittadina che, nonostante tre villaggi turistici, non ha spiagge sabbiose da sogno e nemmeno veri e propri stabilimenti balneari? «Per una concatenazione di fattori - riferisce orgoglioso il vicesindaco Marino Budicin, espressione della minoranza italiana - alle bellezze della natura e allo spirito particolare che emana dalla città vecchia, abbiamo aggiunto un’accurata programmazione urbanistica, con un piano regolatore che non ha puntato tanto a moltiplicare la ricettività quanto a non alterare il paesaggio. Cosa possibile anche grazie alla stabilità politica della nostra amministrazione dal ’93 in mano alla Dieta democratica istriana. Oggi dei 19 consiglieri comunali, 15 sono della Dieta e 6 dei 19 sono della minoranza italiana». É il clima complessivo secondo Budicin ad aver favorito il salto. «Rovigno è un posto tranquillo, ben controllato dalle forze dell’ordine: non ci sono furti e borseggi. L’attenzione all’ambiente è massima, l’acqua è pulita, c’è forte vigilanza da parte dei vigili del fuoco contro gli incendi di boscaglia che qui non si verificano.»

688 - La Voce del Popolo 22/10/11 Speciale - Montona e la leggenda del Veli Joze

di Mario Schiavato

Nella valle del Quieto, tra campi, vigneti e fitti boschi, torreggia un magnifico borgo-acropoli
Montona e la leggenda del Veli Jože

Là, dove la valle del Quieto s’allarga maggiormente in campi coltivati, vigneti, ma soprattutto in una distesa di fitti boschi nei quali crescono e si raccolgono anche i famosi e ricercatissimi tartufi, su un colle isolato di quasi trecento metri d’altezza, torreggia l’antica Montona, magnifico borgo-acropoli oggi sempre pieno di turisti, ma conosciuto anche per un particolare e tanto apprezzato festival cinematografico che in estate attira e riempie la sua grande piazza di moltissimi spettatori.
L’abitato antico, costruito sulla sommità, riparato dalla cinta interna delle mura costruite nel primo Medio Evo, si ampliò con i suoi edifici sulle pendici meridionali e orientali difese a loro volta da un altro sistema di mura, di torri e di porte. Comunque la più importante rimane quella d’accesso, che risale al XVI secolo e che dispone di un maestoso portale, oggi impreziosito da un molto interessante lapidario e che praticamente costituisce il passaggio obbligato per quanti entrano nella cittadina.

Cinque secoli veneziani

Seguendo il muro di cinta, si raggiunge una piazzetta col palazzo comunale e l’elegante loggia veneziana degli inizi del secolo XVI, che permette di godere un meraviglioso panorama sulla distesa di vigneti della valle sottostante. Di fronte a questa, un secondo portale che si apre su una torre del XIV secolo, permette di entrare lungo la strada lastricata da pietre lustre nel nucleo interno dell’antico castello. Sopra l’ingresso sono scolpiti il blasone della famiglia Memmo nonché lo stemma della Serenissima, il Leone di San Marco. La loggia appunto, l’edificio municipale, le abitazioni di alcuni signorotti, qualche pozzo, gli stemmi dei Cappello, dei Nadal, dei Soranzo, degli Zusti, dei Pasqualigo, dei Donati e dei Molin attestano i cinque secoli di dominio della Repubblica di Venezia.

Un «diadema» appoggiato al monte

Dice il Caprin nella sua più volte da noi citata opera "Alpi Giulie": "Montona era il baluardo veneziano in terraferma. Accostandosi al monte, su cui essa poggia come un diadema, scorgendo intorno al grosso delle case i bastioni del castello e su questo salire nell’aria la torre merlata. L’occhio della memoria vede come i primi abitatori cercarono soltanto i vantaggi della posizione e come nell’avvicendarsi dei secoli una serie ininterrotta di famiglie, ingrandì e abbellì il luogo, sempre mantenendolo munito, rispettando quelle opere fortificatorie. (...) Un castelliere preistorico così mutò in oppido romano e questo in un maschio baronale. (...) Montona domina un paesaggio che s’affonda tra venchi bianchi e folte cresciute prative o che sbalza con cumuli accerchiati di vigneti, o che pianeggia con le falangi giallastre di frumento. Ai suoi piedi la provvidenza ha sempre fiori da offrire al bacio del sole. I casolari dispersi si riparano sotto un secondo tetto di fronde vive". E più innanzi aggiunge: "I villani credono che la campagna di Montona era abitata da tre fate: la fata del vino, la fata dell’olio, la fata del sale; tre figure gioconde che formano un’allegoria pittorica felicissima, la cui pura trasparenza lascia comprendere come si abbia voluto personalizzare e idealizzare la coltura e i prodotti del luogo".


Nella piazza, selciata con lustre lastre di pietra, si trova la torre-campanile del 1442, il duomo di Santo Stefano, a tre navate, in stile rinascimentale e barocco la cui ricostruzione data dal 1614 sarebbe sorto su disegno di Andrea Palladio e il palazzo Polesini o Castello, completamente rifatto nel XVI secolo e restaurato più volte. Nel mezzo dell’imponente piazza c’è una cisterna, risalente al 1330, che ha un rilievo particolarmente interessante che raffigura le torri e le mura della città.

Le... lotte per il legname

Da quanto annota il Morteani (Storia di Montona), "... sino da quando si formò il marchesato e la suprema autorità fu data, dal volere imperiale, a Volchero patriarca di Aquileia – esattamente nel 1209 – Montona divenne suddita di quei principi ecclesiastici. (...) Acconciatasi di mala voglia al nuovo governo, imitando le consorelle che aspiravano a guadagnare le libertà soffocate da straniere dominazioni, con un’assemblea composta puramente dal popolo gettò le basi del municipio ed affidata la carica di podestà, per la prima volta nel 1248, al conte Mainardo di Gorizia, per l’ultima volta, nel 1271 al veneto Tomaso Michieli, spezzato il giogo marchionale, fece nel 1278 atto di dedizione a Venezia. Comunque è certo che la valle posta ai piedi del colle, allora in vasta parte ancora paludosa, era proprietà del comune e tale rimase anche quando lo stesso si diede alla Serenissima, poiché la dedizione ebbe luogo con le stesse condizioni con cui s’era data la città di Parenzo, vale a dire conservando il proprio dominio, le proprie leggi ed il proprio patrimonio".

Certo è che i boschi della vallata che, per il loro legname facevano molto comodo alla Repubblica veneziana, subirono nei secoli non poche dispute di confine soprattutto tra le località limitrofe come Sovignacco, Portole, Piemonte, Pietrapelosa che spesso e volentieri uscivano dai loro confini per impossessarsi dei tronchi, tanto che più di una volta il Consiglio dei Dieci con il Doge a capo dovette intervenire per sedarle, decidendo tra l’altro che "i Montonesi possono eseguire tagli di piante, non a nome dello stato, ma per conto della comunità propria, i cui abitanti avevano sempre tagliato, lavorato e cacciato i cinghiali ed altre fiere in tutta la valle descritta per loro conto comunitativo; ed è in parte tale bosco già tanto importante e sviluppato da fornire remi, madieri e travi, che i Montonesi conducono al mare lungo il fiume per venderli ai commercianti Veneziani".

La foresta e le glorie veneziane

Comunque spesso venivano imposte delle severe restrizioni "per provvedere che le piante meglio cresciute servissero esclusivamente alla costruzione navale della Repubblica". Riferisce ancora il Morteani: "La foresta ricorda d’aver partecipato a tutte le glorie veneziane e d’essersi spogliata per quella flotta che uscì vittoriosa dalla battaglia di Lepanto. Erano del suo legno le galere andate alla presa di Costantinopoli o a combattere all’isola di Cipro e alle coste della Barberia; furono fatti con i suoi tronchi gli zatteroni pensati da Angelo Emo, l’ultimo eroe della Dogaressa. Cadevano quegli alberi sotto la scure, e poco dopo tornavano galleggianti, presso la foce del Quieto, con il leone sulla prua e cento remi ai fianchi. E perché quelle foreste fossero riservate esclusivamente allo stato, si provvide ad introdurre un catastico dei boschi tutti, siano privati che del comune".

Il Consiglio dei Dieci ne ebbe direttamente la sorveglianza, che esercitava mediante ispettori e guardiani "sotto pena di criminalità per chi violasse le leggi". Certo, nei secoli questa dei boschi della valle di Montona fu una vicenda molto complicata, con ripetute imposizioni, ribellioni e anche sconfinamenti sia da una parte che dall’altra non sempre debitamente punite, che troverà conclusione appena nel 1872 sotto l’amministrazione austriaca, con l’estrazione della cosiddetta sorte che ridurrà in mano di pochi "fortunati" la proprietà del vasto territorio, garantita per di più dalla rigorosa sorveglianza dell’erario. "Allora la foresta aveva una lunghezza di oltre diciotto chilometri infoltita di querce longeve, che si riproducevano continuamente. Olmi e frassini, frammettendo i loro tronchi sugherosi, intrecciavano le loro chiome nella volta trasparente".

Il Maestro Andrea Antico

Tra gli uomini illustri di Montona bisogna assolutamente ricordare Andrea Antico, che appartenne alla schiera dei maestri veneti di musica popolare e tra l’altro ideò la stampa delle note mediante tavole xilografiche. Dopo aver figurata tra i compositori della grande raccolta di canzoni italiane di Petrucci, impressa con caratteri mobili, licenziò con il suo nuovo sistema nel 1510 a Roma Le Canzoni nove con alcune scelte de varii libri di canto e nel 1516 il Liber quindecim missarum, del quale singoli esemplari si trovano nella Biblioteca Angelica di Roma, nel Liceo musicale di Bologna, nell’Archivio della cattedrale di Modena e a Parigi.

Il gigante e il campanile

Quella del Veli Jože e di Montona è certamente una delle leggende più belle dell’Istria interna anche se indubbiamente è dovuta alla tradizione slava. Si narra che nella cittadina venisse tenuto come schiavo questo gigante il quale era talmente grande e grosso da non poter passare per le strette vie dell’abitato per cui aveva dimora in uno dei famosi boschi dei dintorni. Egli per tutti i contadini dei villaggi circostanti zappava le vigne e gli oliveti, arava i campi, pascolava il bestiame, tagliava la legna addirittura per l’intero paese e, in compenso, ogni sabato riceveva una giovenca arrosta.

Un sabato, però, i maggiorenti di Montona si radunarono sotto la loggia, dissero, discussero e decisero:
- Il gigante è un ingordo. Invece di una giovenca, al sabato gli porteremo solo un vitellino arrosto.
Detto, fatto. Veli Jože lo mangiò in un boccone e non protestò. Divenuti ancora più avari, i benestanti montonesi il sabato successivo decisero all’unanimità di portargli soltanto un gallo. Che non bastò a saziare neanche un dente del gigante. Ma egli tacque anche questa volta. Arrivò il terzo sabato ed ecco che quegli spilorci gli diedero soltanto un topo, bello grasso, ma sempre un topo. Fu allora che il gigante Jože, che in precedenza – naturalmente sempre secondo la leggenda – aveva trasportato le pietre e costruito la torre-campanile, valicate con un poderoso balzo le mura e le torri della cittadina, se lo caricò sulle spalle e se lo portò via.
Non sentendo suonare le campane e non vedendo più il campanile, gli abitanti allibiti e amareggiati si riunirono di nuovo tutti – non solo i benestanti questa volta – a consiglio e decisero di richiamare il gigante perché ne costruisse uno nuovo di zecca e magari anche un tantino più alto e più bello. Ma Veli Jože finse di non sentire quelle imposizioni. Finché ecco un giorno, che è che non è, din don dan, din don dan, le campane ripresero a suonare. Infatti il gigante buono aveva piantato il campanile tra le querce della vallata e, per divertirsi, con ogni dito della mano tirava una corda!
Immaginarsi lo sconforto dei montonesi. I quali, neanche dirlo, subito si riunirono sulla piazza. In quattro e quattr’otto venne eletta una delegazione col compito di recarsi in tutta fretta nel bosco a parlamentare con il gigante:
- Oh, buon Veli Jože, perdona, perdona... - dissero tutti in coro. – La nostra città senza campanile è come un uomo senza la testa, senza gli occhi, senza la bocca. Vorrà dire che per la campanina ti daremo un gallo, per quella mediana una pecora, per la campana maggiore un maiale e per il campanone un intero bue arrosto!
Il gigante rimase un tantino perplesso. Brontolò un po’ e fu come se si sentisse rotolare un tuono, ma poi soddisfatto restituì il campanile, lo rimise al suo posto in cima al colle accanto alla chiesa dove i turisti, i quali arrivano numerosi ogni giorno, possono ammirarlo ancora oggi.

689 - Il Piccolo 23/10/11 Storia - Le voci e i ricordi degli esuli da Zara, una raccolta di testimonianze indagate da Francesca Gambaro

STORIA

Le voci e i ricordi degli esuli da Zara

Una raccolta di testimonianze indagate da Francesca Gambaro

L’idea di memoria individuale come memoria collettiva, la memoria come "opera costante e dinamica di selezione, sintesi e ricostruzione delle immagini del passato che muove sempre dagli interessi del presente", memoria infine come fattore d’identità e di istituzionalizzazione di pratiche sociali. Sono queste le coordinate lungo le quali si è mossa la copiosa ricerca di Francesca Gambaro, giovane studiosa milanese che ha appena dato alle stampe per Alcione Editore il saggio "La città della memoria - Storie di vita di esuli da Zara nel secondo dopoguerra" (pagg. 243, s.i.p.), ampia raccolta di testimonianze orali sul dramma dell’esodo da Zara. Classe 1980, figlia e nipote e di esuli zaratini, Francesca Gambaro appartiene alla terza generazione di chi ha dovuto abbandonare le terre avite, cui passa ora il testimone della conservazione e diffusione di una memoria che, si sa, è stata ampiamente e a lungo rimossa in Italia. Tuttavia Gambaro procede con metodo non solo nell’assemblaggio di ricordi raccolti di prima mano da testimoni e protagonisti viventi di quegli anni, ma anche nell’inquadramento epistemologico del concetto di memoria, delle sue implicazioni sociali, psicologiche e storiche. E se la lente resta puntata sulla città di Zara - i devastanti bombardamenti aerei, l’occupazione dei partigiani jugoslavi, le violenze e la fuga - con qualche azzardato paragone con l’oggi (le guerre balcaniche), la raccolta di interviste permette di avere un quadro articolato non solo dei fatti, ma anche delle conseguenze, dove l’identità nazionale resta il fulcro attorno al quale ruota l’interrogazione sul rapporto, appunto, tra memoria e identità. Come ha influito l’esodo nella costruzione dell’identità degli intervistati? Quanto hanno influito sulla percezione di sé nel tempo le traumatiche esperienza vissute? Sono queste alcune delle domande cui l’autrice cerca di dare risposta, analizzando tante "storie di vita" di un capitolo da molti ancora trascurato della recente storia europea. (p.spi.)

690 - La Voce del Popolo 27/10/11 Cultura - Rovigno: Recuperato un patrimonio inestimabile

LIBRI A CURA DI ILARIA ROCCHI

DOMANI LA PRESENTAZIONE DEL VOLUME «COSÌ ROVIGNO CANTA E PREGA A DIO» (COLLANA DEGLI ATTI DEL CRS)
Recuperato un patrimonio inestimabile
A renderlo accessibile è la minuziosa ricerca, raccolta e trascrizione di David Di Paoli Paulovich

ROVIGNO – Bitinade, arie da nuoto e arie da contrada sono l’espressione più autentica della Rovigno popolana, nota e apprezzata anche grazie all’opera di recupero e promozione portata avanti dalla Società artistico culturale "Marco Garbin" della locale Comunità degli Italiani. Ora esce una corposa ed esaustiva ricerca che mira a far conoscere e valorizzare maggiormente pure il ricco patrimonio musicale sacro; un patrimonio le cui radici affondano nell’antica tradizione monodica del patriarcato veneziano e gradense, e ancor prima aquileiese. A trasmettere nozioni ed emozioni, oltre a un’ampia silloge di canti liturgici e religiosi in massima parte inediti o del tutto inaccessibili – trascritti dalla viva prassi della tradizione orale, fotografata a cavallo della metà del XIX secolo sino alla metà del XX secolo – è il volume "Così Rovigno canta e prega a Dio.

La grande tradizione liturgica, musicale e religiosa di Rovigno d’Istria", frutto di due decenni di minuziose ricerche di David Di Paoli Paulovich, che esce – con ben 1196 pagine – nell’ambito della Collana degli Atti del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno. Verrà presentato domani al Centro multimediale della città di Sant’Eufemia alle ore 18, con il concorso dell’editore, della Comunità degli Italiani, dell’Unione Italiana e dell’Università Popolare di Trieste. Ne parlerà il prof. Giuseppe Cuscito, dell’Università degli Studi di Trieste. Interverrà, nella parte musicale, la corale della "Marco Garbin".

UN UNICUM La pubblicazione, un unicum nel suo genere, offre per la prima volta riuniti materiali che l’esodo dalle regioni adriatiche orientali dopo il Secondo conflitto mondiale ha reso dispersi e frammentari. Di Paoli Paulovich li ha riaccostati secondo il ciclo dell’anno liturgico anche per la fruizione in un’ottica di pastorale ecclesiale volta alla continuità, secondo il principio del renovare conservando. L’opera, premessi brevi cenni sulle origini della chiesa di Rovigno, tratta della musica sacra a Rovigno e in particolare del canto patriarchino, delle realtà corali e strumentali, degli organi e delle sue chiese. Quindi entra nel vivo delle ufficiature celebrate durante l’anno liturgico, accenna ai tratti liturgici e folclorici delle feste più importanti, offrendo le trascrizioni relative alla celebrazione della S. Messa, dell’Ufficio Divino per i tempi d’Avvento, Natale, Epifania, di Setttuagesima, Quaresima, di Passione, della Settimana Santa, del tempo pasquale, del tempo post-pentecostem, ai riti delle rogazioni e al culto di Sant’Eufemia: riportate, infine, le orazioni e le preghiere nella tradizione popolare.

FUSIONE DI CULTURE Nel lavoro si trascrivono le preziosissime espressioni musicali del canto patriarchino o aquileiense di tradizione orale in lingua latina diffuso e praticato nell’Istria e nella Dalmazia, che si ritenevano perdute per sempre, quelle del canto polifonico e quelle del repertorio sacro in lingua volgare, già praticate nelle liturgie della basilica di Santa Eufemia di Rovigno d’Istria, basilica istriana dalla grande tradizione e autentico modello ecclesiale per l’Adriatico Orientale sino al 1945. Una parrocchia, quella rovignese, invidiata in tutta l’Istria, tant’è che Trieste, Udine, Gorizia, Fiume, Parenzo - Pola, per ricordare le sedi vescovili e arcivescovili più vicine, non ebbero mai pari ricchezza.

Ma in che cosa consiste, dunque, l’eredità spirituale rovignese scomparsa nel vortice della Storia negli anni Sessanta dello scorso secolo? Il fatto che vi si possa scorgere, in definitiva, la bella sintesi di molteplici esperienze musicali sacre plurisecolari, nobile eredità della tradizione veneto-aquileiese, fuse insieme con una sensibilità liturgica patrimonio comune al rovignese d’ogni estrazione sociale, esperienze che si riverberavano, stagione dopo stagione, nella vita quotidiana, fermentando non solo la spiritualità ma pure la cultura singola e collettiva di dove un intero popolo, che partecipava attivamente e concorreva organizzatissimo alle solenni liturgie della religione cattolico-romana dei quali era divenuto attento custode, praticando modelli e repertori di veneranda antichità e tradizione.

RIAPPROPRIARSI DELLA TRADIZIONE E GUSTARNE I DONI "Non si potrebbe comprendere la bellezza vivida, smagliante e al contempo serena di Rovigno, che sprizza viva dalle antiche pietre che anelano, tra calìte e calisièle, come in un vortice di colori al Duomo di Sant’Eufemia, senza intuire come quel ‘bello’ sia anche il riflesso meditato e vissuto di tanta bella umanità che visse nella città istriana, educata fin dall’infanzia soprattutto ad elevare coralmente lo spirito nella bellezza delle cerimonie liturgiche, compenetrate di tanta musica sacra", afferma Di Paoli Paulovich. Oggi, rispetto a ieri, solo i rintocchi del campanile di Sant’Eufemia suonano eguali. Il lascito dei secoli passati ha rischiato di scomparire durante l’epoca del regime jugoslavo. "Vi furono momenti negli anni Cinquanta del secolo appena trascorso in cui vi fu chi pensò di celebrare la S. Messa nella sacrestia di Sant’Eufemia anziché nella basilica. Dalle migliaia di fedeli che affollavano le Messe grandi a Sant’Eufemia e le innumerevoli chiese di Rovigno si era passati a poche decine di devoti. Poi il colpo di grazia alla Tradizione rovignese, nel 1969, con la riforma liturgica conciliare, che accantonava liturgie officiate per secoli – ricorda –. Ma ‘la misaricuòrdia da Deîo la si grànda’, per usare un’espressione rovignese. Ciò che è nobile, bello e fruttuoso deve continuare. Continuità. Voglia questa fatica riporre nella sua sede l’anello mancante in quella ch’è una grande frattura dell’identità vera e autentica di Rovigno, e che la distingue dalle altre città istriane. E, soprattutto vogliano i Rovignesi di ieri e quelli di oggi, autoctoni rimasti e nuovi abitanti che la Provvidenza ebbe a destinare a questi luoghi, riappropriarsi, gustare e scoprire tanta nobile eredità, vivendola quale dono", conclude lo studioso.

SULLE ORME DI UNA RICCA TRADIZIONE "In buona sostanza, la presente opera offre riunite per la prima volta tutte le fonti attualmente disponibili in materia, le quali potranno essere successivamente oggetto di analisi, comparazioni e studi approfonditi, di natura letteraria, musicale, storica e liturgica", premette l’autore nell’introduzione, e precisa: "Con questo volume non si offre, infatti, solamente uno strumento di conoscenza, esaustiva nelle intenzioni, ovvero d’indagine scientifica, ma pure uno strumento unico, destinato all’uso e all’ausilio di coloro i quali vorranno rivivere l’espressione di quella Fede bimillenaria ch’è da sempre stata non solo ornamento, ma soprattutto fondamento della civiltà istriana, enzima che fermenta inevitabilmente anche la sua componente culturale laica, come ci ammonisce il grande filosofo Benedetto Croce: potrei dire che una parte di Rovigno giace tra queste carte, e senza tema di esagerazioni".

L’AUTORE David Di Paoli Paulovich, nato a Trieste, per parte paterna di antica famiglia istriana e per parte materna di antica famiglia toscana, dopo gli studi liceali classici ha conseguito presso il Conservatorio "Giuseppe Tartini" di Trieste il diploma di Composizione; e quindi anche il diploma di Musica Corale e Direzione di coro. All’attività compositiva affianca quella musicologica, di ricerca e di direzione corale (dirige all’organo la Cappella corale di Montuzza dei Frati Cappuccini di Trieste, di cui è fondatore). Già relatore presso la Fondazione Ugo e Olga Levi (Venezia), collabora con il Centro di Ricerche Storiche di Rovigno. Socio della Società degli Studi Fiumani di Roma, della Società di Studi Storici e Geografici di Pirano, della Società Istriana di Archeologia e Storia Patria di Parenzo (Trieste), è iscritto alla Società Italiana degli Autori ed Editori (Roma). Ha seguito l’iter studiorum del corso accademico biennale di eccellenza Co.per.li.m. Corso di Perfezionamento Liturgico Musicale organizzato dalla Conferenza Episcopale Italiana e dall’Ufficio Liturgico Nazionale tramite il Centro Interdisciplinare Lateranense e la Pontificia Università Lateranense. Laureato in Giurisprudenza presso l’Ateneo triestino, dal 2001 è magistrato onorario presso il Tribunale di Trieste. Si è dedicato alla ricerca nel settore musicale sacro, in particolare alle tematiche musicologiche-liturgiche dell’area adriatica orientale e del canto liturgico patriarchino-aquileiese di tradizione orale. Collabora quale compositore con le edizioni Elledici di Torino e con quelle delle Pie Discepole del Divin Maestro di Roma. Lungo l’elenco delle pubblicazioni; tra queste citeremo le monografie "L’antico canto patriarchino di Umago nella vita liturgica. Canti liturgici di tradizione orale della giurisdizione ecclesiastica umaghese" (in colaborazione con Francesco Tolloi, ed. Duomo di S.Pellegrino-Umago e Chiesa della Madonna della Neve-Matterada), "Sul canto patriarchino dell’Istria, del Quarnero e della Dalmazia" (ed. Italo Svevo, Istituto Regionale per la Cultura Istriana, Fiumana e Dalmata), "Il canto patriarchino dell’Istria, del Quarnero e della Dalmazia nei riti e nelle antiche tradizioni religiose dell’area veneto-adriatica" (in "Archivio della Cappella Civica di Trieste - Quaderno tredicesimo", Pizzicato Edizioni Musicali), il recente "Piemonte. Il patrimonio musicale della tradizione liturgica" (ed. Associazione delle Comunità Istriane, Trieste, 2011), cui si aggiungono diversi saggi, molti dei quali incentrati sulle varie località dell’Istria, del Quarnero e della Dalmazia, nonché numerose edizioni di musiche.

691 – La Voce del Popolo 24/10/11 Cultura - On line altri tasselli del Novecento fiumano

Prosegue un l'ambizioso progetto su Internet della Società di Studi Fiumani a Roma
On line altri tasselli del Novecento fiumano
L'aggiornamento riguarda il CAI, Riccardo Zanella e altre personalità legate alla città

ROMA – Materiali consultabili on line: nell’ambito del progetto Archivi del Novecento, la Società di Studi Fiumani a Roma presenta ai ricercatori il nuovo fondo del Club Alpino Italiano-Sezione di Fiume e l’aggiornamento dell’Archivio personale di Riccardo Zanella e del Fondo Personalità Fiumane.

La Sezione di Fiume del CAI ha infatti depositato presso l’Archivio Museo Storico di Fiume di Roma il proprio archivio relativo agli anni della sua ricostituzione in esilio, dal 1952 al 1989. La prima fase del lavoro è consistita in un completo riordinamento del fondo e una suddivisione delle carte in 2 grandi serie: "Attività", suddivisa a sua volta in varie sottoserie; e "Soci", con il dettagliato elenco e schedario di essi dal 1976 al 1987. Alla descrizione del Fondo seguirà nei prossimi mesi l’inventariazione completa della corrispondenza.

Dell’Archivio personale di Riccardo Zanella si pubblica una più approfondita e dettagliata descrizione della nutrita corrispondenza (Serie 3), in particolare delle due sottoserie riguardanti l’attività politica di Zanella dal 1898 a Fiume in seno al Partito Autonomo fino al 1959 in esilio a Roma: un lungo periodo scandito dalle battaglie per la tutela dell’autonomia politico-amministrativa di Fiume all’interno dell’Impero austroungarico, dai dissidi con Gabriele d’Annunzio nel biennio della sua Impresa (1919-1920), dalla tumultuosa presidenza dello Stato Libero di Fiume creato dal Trattato di Rapallo (1920), dal lungo esilio politico per l’antifascismo di Zanella in Jugoslavia e in Francia, e infine dalla frenetica e disperata attività protesa alla difesa dell’italianità e della storica indipendenza di Fiume nel consesso della conferenza di pace di Parigi.

Del Fondo Personalità Fiumane si pubblicano le carte relative ai subfondi di Carlo Chiopris, Umberto Gaglione, della Famiglia Gelletich, di Giovanni Perini, del vescovo di Trieste Antonio Santin (di cui si segnala la corrispondenza in parte originale in parte in fotocopia), del drammaturgo e poeta Osvaldo Ramous, di Stefano Tuchtan, di Riccardo Zanella e il subfondo contenente la trascrizione dattiloscritta delle lettere tra l’ammiraglio Enrico Millo e Gabriele d’Annunzio durante l’Impresa fiumana (1929-1920).

Il tutto è reperibile nel sito
www.archividelnovecento.it

con la S.S.F. nella pagina http://www.archividelnovecento.it/site/ssf.html.

Gli inizi, il percorso

La prima idea di raccogliere in un Archivio-Museo le memorie sparse di Fiume era sorta nel 1956, da una corrispondenza tra mons. Luigi M. Torcoletti e il dott. Nino Perini in occasione di una mostra di cimeli fiumani. Solo alcuni anni dopo acquistò forma più concreta in un incontro a Venezia di Attilio Depoli con alcuni amici. Per iniziativa dello stesso Depoli, cui s’aggiunsero il prof. Enrico Burich, il prof. Giorgio Radetti e il dott. Gian Proda, il 27 novembre 1960 la Società di Studi Fiumani rinasceva a nuova vita per riprendere, in mutate e più difficili condizioni, l’antica attività. Tra i suoi primi atti fu l’appello lanciato a tutti coloro che possedevano cimeli storici, documenti, pubblicazioni, perché ne volessero far dono all’istituendo Archivio-Museo. L’appello della Società non cadde nel vuoto e ben presto cominciò ad affluire alla casa del dott. Proda un abbondante materiale di valore storico.

Nel frattempo lo stesso Proda era riuscito ad ottenere dall’Opera nazionale assistenza ai profughi giuliani e dalmati la promessa che alcuni locali in una palazzina in costruzione a Roma sarebbero stati riservati all’Archivio-Museo di Fiume. L’Archivio-Museo, nella sua sede di Roma, grazie ad alcuni generosi lasciti è dotato di un razionale arredamento e il materiale finora raccolto e che s’accresce sempre mercé le nuove offerte, viene ordinato, catalogato e schedato in modo da poter essere utilmente consultato dagli studiosi.

Uno scrigno di fiumanità

Attualmente l’Archivio possiede una notevole raccolta di documenti, tra i quali due copie manoscritte degli Statuti elargiti a Fiume dall’Imperatore Ferdinando I d’Austria nel 1530, il Libro dei verbali della Giovane Fiume, la prima società irredentistica fiumana, i documenti di interesse fiumano di numerosi archivi personali e documenti vari relativi a particolari momenti della storia della città.

Il complesso documentario supera i 40.000 documenti. La Biblioteca storica fiumana, unita all’Archivio, annovera, oltre a numerose centinaia di volumi di interesse fiumano, istriano e dalmata, molte annate delle riviste e dei quotidiani pubblicati a Fiume sino al 1945 ("Eco di Fiume", "Gazzetta di Fiume», "Il Popolo", "La Bilancia", "Il Giornale", "La Vedetta d’Italia", "Studio e Lavoro", "Varietà", "La Difesa", "Vita Fiumana", "La Vedetta", "Giovine Fiume", "Liburnia", "Fiume" ecc.). Un pezzo, particolarmente interessante, in questa raccolta, è costituito da una copia, l’unica esistente, del primo giornale uscito a Fiume nel 1813, "Le notizie del giorno".

All’Associazione per la cultura fiumana, istriana e dalmata nel Lazio, che ha sede negli stessi locali della Società di Studi Fiumani è stata affidata, a partire dal 1998, parte della gestione del patrimonio culturale esistente nell’Archivio Museo. Si conservano materiali riguardanti Riccardo Zanella, Antonio Grossich (si segnalano le lettere autografe di G. D’Annunzio, 1919-1921), Riccardo Gigante, Gabriele D’Annunzio, Icilio Bacci, Andrea Ossoinack, Maria Vitali, Giovanni Giurati, Oscar Sinigaglia, Armando Odenigo, Michele Maylender ed altri. I Fondi audio-visivi comprendono numerose stampe dell’800, dipinti originali di pittori fiumani rappresentanti significativi aspetti di Fiume, ritratti, e quasi un migliaio di fotografie, cimeli storici di ogni genere.

692 - La Gazzetta del Mezzogiorno 27/10/11 Fascisti croati sotto la croce, la storia illuminante di Pino Adriano e Giorgio Angolani

LA STORIA L'ILLUMINANTE VOLUME DI PINO ADRIANO E GIORGIO ANGOLANI

Fascisti croati sotto la croce

Gli ustascia e «La via dei conventi»

di DIEGO ZANDEL

Pino Adriano, regista e giornalista televisivo, e Giorgio Cingolani, storico e saggista, sono gli autori della storia più completa ed esauriente, scritta e pubblicata in Italia, del movimento «ustascia», i nazifascisti croati, e del suo creatore Ante Pavelic. In un libro di 614 pagine, dal titolo La via dei conventi. Ante Pavelic e il terrorismo ustascia dal fascismo alla Guerra Fredda (edito da Mursia), i due autori percorrono dagli inizi, inquadrandolo nel contesto europeo e più particolarmente balcanico, il fenomeno, che conobbe il suo tragico apice nei quattro anni, dal 1941 al 1945, della cosiddetta Repubblica indipendente croata quando, giunto al potere con il contributo del governo fascista italiano, Ante Pavelic diede avvio a uno Stato in cui la missione principale fu quella di massacrare ebrei, serbi e rom.

Il tutto, è da aggiungere, con il tacito consenso, quando non il consenso, della Chiesa cattolica che aveva trovato in Pavelic il difensore dei valori cristiani. Basta citare a riguardo la figura di monsignor Alojije Stepinac, per altro reso santo da papa Wojtyla, il quale riteneva che, a dispetto dei massacri di centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini - il cui unico torto era quello di essere serbi, ebrei e rom -, i meriti del regime fossero superiori rispetto ai demeriti, in virtù della sua lotta «contro l'aborto, un male - scriveva Stepinac -"ispirato in prima linea dai medici giudei e ortodossi", del suo divieto per tutte le pubblicazioni pornografiche, l'abolizione della massoneria, i decreti contro la blasfemia, l'educazione cristiana dei soldati, l'aumento delle dotazioni ai seminari, agli istituti ecclesiastici e ai sacerdoti, il soccorso governativo all'attività caritatevole della Chiesa e infine i contributi alla costruzione e riparazione delle chiese».

E, naturalmente, poi contava anche l'impegno, accanto ai fascisti e ai nazisti, nella opposizione al comunismo, il movimento che in quegli stessi anni stava conducendo, agli ordini di Tito, la lotta di liberazione del Paese contro l'occupazione nazifascista.

A questo riguardo il libro di Adriano e Cingolani chiarisce diversi aspetti relativi alla storiografia, così come l'aveva configurata la Jugoslavia comunista. Quest'ultima, nell'intento di avvalorare la tesi della lotta di liberazione come lotta di popolo, ridusse il fenomeno ustascia, per i croati, e cetnico, per i serbi, a un'attività perseguita soltanto da alcuni

collaborazionisti di tedeschi e italiani, mentre invece si trattava di movimenti estesi, figli di un nazionalismo che era molto vivo e sentito soprattutto tra la popolazione rurale.

Come scrivono i due autori, « sottovalutare le responsabilità ustascia, quantomeno nella dimensione numerica dei crimini, era strumentale allo sforzo di ricostruire un nuovo tessuto sociale, il cui collante doveva essere rappresentato dallo jugoslavismo comunista, sintetizzato dal motto 'fratellanza e unità'».

Quanto, viceversa, fosse esteso il movimento ustascia lo dimostra anche ciò che è successo dal 1945, con la fuga di molti croati e gerarchi ustascia, per altro carichi del bottino in lingotti d'oro dell'ex stato croato, dalla Jugoslavia di Tito (fenomeno da non confondere, essendo di altra e diversa natura, con quello dell'esodo degli italiani dall'Istria e da Fiume, avvenuto dopo il febbraio del 1947). Nella fuga dei croati, equiparabile a quella dei nazisti dalla Germania, s'incontra ancora la responsabilità del Vaticano che fornì rifugi, mezzi e documenti per salvare gli ustascia, anche quelli - moltissimi - responsabili di crimini di guerra. Siamo alla vigilia della Guerra Fredda, in cui il grande nemico per l'occidente, e per i valori cristiani, diventerà il comunismo. Pertanto, come scrivono i due autori «in questa prospettiva, tutti coloro che erano pronti a battersi contro il comunismo costituivano, qualunque fosse il loro passato, un patrimonio che andava preservato ad ogni costo».

E proprio sul contributo del Vaticano alla messa in salvo dei gerarchi ustascia e dei loro bottini di guerra, per capirne l'importanza, il libro prende il titolo, perché sarà proprio La via dei conventi quella che porterà Pavelic e camerati, magari travestiti da frati, dalla Croazia all'Austria, da qui in Italia e, quindi, in Argentina e un po' dovunque, lontano.

Ma fino a un certo punto. Perché l'attività ustascia non morirà qui, ma continuerà, usata da più parti in occidente in funzione anticomunista e terroristica, grazie a una rete estesa, complicità e trame degne di un romanzo di Forsyth. In cosa consista tutto ciò è ben descritto nella terza e ultima parte del libro, che ci porta fino agli anni Settanta e, quindi, alla comprensione di quella esplosione nazionalista e indipendentista che è stata alla base della dissoluzione della ex Jugoslavia.

• «La via dei conventi» di Pino Adriano e Giorgio Angolani (Mursia ed.,pp. 614, euro 20,00)-

693 - La Voce del Popolo 22/10/11 Cultura - Giani Stuparich: il dono di vedere lontano ma incompreso dal suo tempo

Convegno organizzato dalla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Trieste e dall’IRCI
Giani Stuparich: il dono di vedere lontano ma incompreso dal suo tempo

TRIESTE – "Povera la mia Istria?" si chiede Giani Stuparich nel romanzo "L’isola" nel quale racconta il viaggio a Lussino con suo padre. Ed elenca i prodotti che arrivavano a casa sua con i loro profumi, la fragranza, la freschezza, sapori autentici e pieni di storia che esaltavano le papille ma muovevano anche la fantasia. Anche in queste descrizioni Stuparich precorreva i tempi, così come nei suoi scritti sulla Prima guerra mondiale o nel libro dei ricordi. Chi ha il dono di vedere lontano, spesso non viene capito dal suo tempo ma il messaggio "in bottiglia" viaggia ad incontrare i posteri.
Sono considerazioni emerse dal convegno organizzato a Trieste dalla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Trieste e dall’IRCI. Una due giorni con decine di interventi di studiosi provenienti dalle altre università italiane e dal resto del mondo per una riflessione a livello internazionale sull’opera dell’autore triestino. Il tutto in questo 2011 che segna due ricorrenze, della sua nascita nel 1891 e della sua scomparsa nel 1961.
In prima fila la figlia Giovanna, novantaduenne, a ricordare gli insegnamenti del padre, la nipote Giusi Criscione vissuta con questa figura incombente del nonno, una sfida dura ed affascinante che ha segnato alfine un percorso di successo. A salutare il numeroso pubblico che ha affrontato una giornata di bora scura per non mancare all’appuntamento, il Presidente dell’IRCI, prof. Lucio Delcaro, la presidente della Provincia di Trieste, Maria Teresa Bassa Poropat e l’Assessore alla Cultura del Comune di Trieste, Andrea Mariani.
Uniti, idealmente, ad un autore che fuori Trieste è poco, o per niente conosciuto, ma che qui, in questa terra di confini e divisioni, di mare e pietre urlanti, vanta un costante e mai sopito interesse per la sua opera. Ai coordinatori del convegno scientifico, Proff. Giorgio Baroni e Cristina Benussi, il plauso di autorità e partecipanti.

Testimone della realtà letteraria del ‘900

"Quando abbiamo chiesto di aderire al convegno – dichiara il prof. Baroni – accanto ai sessanta che hanno risposto affermativamente, ce n’erano tanti altri che avrebbero voluto aderire ma che non disponevano di fonti adeguate ad affrontare uno studio approfondito. Il che sta a significare la necessità di proporre un’azione nazionale per dare a Stuparich il ruolo che gli spetta quale testimone della realtà letteraria del Novecento triestino ed italiano con ristampa della sua opera integrale. Dal convegno emergono modelli di grande attualità: per esempio la sua dimensione profondamente cristiana in una città laica come Trieste. Ma la sua è una religiosità che si manifesta nei principi e nel rapporto con l’altro. Di profonda pietas nel dolore della trincea ma anche nella volontà di donarsi per giusti ideali. Tra qualche mese, quando – lo prometto – vedranno la luce gli atti di questo convegno, ci sarà un ulteriore veicolo di dibattito e conoscenza dell’autore che reputo fondamentale per comprendere il Novecento".
L’uomo che in trincea si portava nella borsa i libri di Mazzini e Dante, ha tanto da insegnare. "Per alcuni anni, è stato anche mio professore – ricorda la figlia Giovanna – mi concedeva un unico privilegio: non mi dava del lei e mi chiamava per nome davanti ai miei compagni. E’ stato un maestro moderno, un uomo eccezionale". Potrebbe sembrare banale, ma parlarne oggi, significa puntare il dito verso quella mancanza di valori che impoverisce il presente.
"Non a caso – afferma la Prof.ssa Benussi – abbiamo voluto proporre Stuparich in tutti i suoi aspetti letterari in continua evoluzione, tanto da distinguere un prima e un dopo la guerra. Importante il suo rifiuto dell’omologazione, per cui centrale rimangono le sorti dell’individuo, ma anche il mito del dovere. Come Slataper, anche Stuparich è un federalista per cui abbraccia un territorio vasto che si riconosce nella cultura e nella lingua. Per raccontarlo si serve della memoria attraverso la quale cerca di costruire".

Iniziativa atta a riscoprire gli autori dell’epoca

Al successo del convegno ha contribuito anche il "contenitore", vale a dire l’edificio che ospita l’IRCI e diventerà il Civico Museo della Civiltà Istriana, Fiumana e Dalmata. Per diversi motivi. Le relazioni sono state presentate in diverse sale, adiacenti a quelle museali che ospitano allestimento provvisori che anticipano il concetto del Museo stesso, vale a dire un viaggio attraverso usi, costumi, tradizioni, lingua, la quotidianità di un mondo dissolto ma ancora pieno di richiami e di insegnamenti. Mentre si parla di Stuparich, la mostra su Nera Hreglich, donna lussignana, racconta di capitani di lungo corso e di donne, forti e volitive, in grado di tramandare il culto della famiglia, con forza e determinazione. Ma ci sono anche le altre donne nella mostra curata da Giusi Criscione e poi, non ultime per importanza, le mostre dell’IRCI, curate da Piero Delbello e Roberto Starez sulla cultura materiale in Istria attraverso il racconto suggerito dalle masserizie si è svolto in varie.
"L’apporta dell’IRCI – afferma la prof.ssa Benussi – è stato fondamentale e continua un’operazione di riscoperta dei nostri autori, già collaborata con Quarantotti Gambini. Questa interazione tra letteratura e collezioni museali rappresenta un unicum che lascia negli studiosi delle varie università italiane ed estere, una sensazione di perfetta interazione tra lo studio sulle fonti archivistiche e il chiaro riferimento alla quotidianità dell’epoca. L’atmosfera è perfetta".
A partire dalla sala in cui il convegno è stato inaugurato nella quale sono esposte le immagini fotografiche delle opere custodite nel vicino Museo Sartorio. "Il nostro sogno – ha sottolineato Piero Delbello, direttore dell’IRCI, nel suo saluto ad ospiti e partecipanti – è che quelle opere provenienti dalle chiese di Capodistria, Isola e Pirano, restaurate con il contributo del MIBAC, trovino definitiva collocazione proprio in questa sala". Sembra una piazza istriana con i balconi che s’affacciano dalle sale superiori.

Uno degli illustri assenti nei libri di scuola

Ma perché, è la domanda che aleggia al convegno, Stuparich è poco presente nei libri si scuola? Il discorso vale per molti altri autori della letteratura novecentesca. Qualche anno fa al Ministero s’era stabilito che l’ultimo anno della scuola secondaria fosse dedicato interamente allo studio del secolo XX, ma la direttiva è rimasta prevalentemente inapplicata. E Stuparich è una delle tante vittime illustri dell’incapacità della scuola italiana di affrontare la contemporaneità.
"E’ vero – afferma la prof.ssa Elis Deghenghi Oluic, unico rappresentante dell’Università di Pola, al convegno – mi sono accorta che di Stuparich si sa veramente poco. Nel preparare il mio intervento al convegno, ho sfogliato diverse antologie proprio per verificare questo dato. E risulta proprio questa assenza. Anch’io lo sto riscoprendo nella consapevolezza che c’è una Trieste di carta che è incredibilmente interessante e che, a mio avviso, si studia troppo poco. In questi volumi ne esce una dimensione di diversità giustamente esibita che non si riscontra in nessun’altra città italiana e che ne rafforza l’identità e che determina il livello dell’insegnamento che può dare agli altri".
Lo scoppio della guerra, nel 1914, aveva rappresentato per Stuparich una sconfitta, il crollo degli ideali coltivati fino allora, di cooperazione spontanea dei popoli verso un obiettivo comune di civile convivenza. Tuttavia, dopo l’inizio del conflitto europeo, anch’egli si era convinto – come Slataper e altri rappresentanti dell’interventismo democratico – che ormai l’unica possibilità perché gli italiani della Venezia Giulia vedessero riconosciute le loro aspirazioni nazionali era che l’Italia dichiarasse guerra all’Austria, a fianco dell’Intesa. Aderì alla guerra come a una necessità, pur rilevando la contraddizione irrisolta esistente tra i suoi ideali liberal-democratici e le aspirazioni nazionali che ormai potevano trovare soddisfazione solo in quel modo violento. Da qui la sua sofferenza e l’impulso a continuare a scrivere, per dare ragione e merito ad una sofferenza che continua a pesare sulla storia e nell’animo della gente. Da leggere e rileggere quindi "Colloqui con mio fratello" e "Guerra del ’15", "Ritorneranno", per il quale lo scrittore fu fatto oggetto di una campagna di stampa, dalla quale derivò anche l’episodio dell’arresto da parte delle SS tedesche e dell’imprigionamento nella Risiera di San Sabba. "L’isola", considerato un gioiello, per la capacità dello scrittore di condensare nella dimensione del racconto una grande ricchezza di motivi, affrontati con felice semplicità e linearità di stile. E poi "Trieste nei miei ricordi", un testo nel quale si intrecciano memorialistica e saggistica storica e filosofica, analisi della realtà e scavo interiore. Dal 1932 al 1961, l’anno della morte, pubblicò una mole considerevole di scritti, alcune centinaia di pezzi, che recentemente sono stati editi – in parte - in due volumetti antologici da Sandra Arosio, che in tal modo ha salvato dall’oblio questi scritti. La stessa ansia comunicativa è percepibile nelle conversazioni radiofoniche di Stuparich, anch’esse molto numerose e pubblicate in minima parte, che sono un terreno ancora tutto da esplorare da parte degli studiosi.

Rosanna Turcinovich Giuricin

694 - Il Piccolo 23/10/11 Capodistria, vent'anni fa il ritiro jugoslavo, celebrato l’ultimo atto del processo d’indipendenza

Capodistria, vent’anni fa il ritiro jugoslavo

Celebrato l’ultimo atto del processo d’indipendenza. Il presidente Türk:

«Oggi nuove sfide, occorre l’impegno di tutti»

di Franco Babich

CAPODISTRIA La Slovenia ha celebrato il ventesimo anniversario della partenza dell’ultimo soldato jugoslavo dal suo territorio. Nella notte tra il 25 e il 26 ottobre del 1991 gli ultimi soldati dell’ex Federativa, insieme alle famiglie, s’imbarcarono sul traghetto maltese "Venus" lasciando il porto di Capodistria. Era, quello, l’ultimo atto del processo d’indipendenza iniziato qualche anno prima. Ieri quei giorni sono stati ricordati con una grande manifestazione allo Stadio Bonifica di Capodistria, alla quale sono intervenuti, tra gli altri, il presidente della repubblica Danilo Turk, il presidente del parlamento – formalmente sciolto in vista delle elezioni del 4 dicembre – Ljubo Germic, il ministro della Difesa Ljubica Jelusic, degli Interni Ales Zalar, il comandante dello Stato maggiore dell’Esercito sloveno Alojz Steiner e il direttore generale della Polizia Janko Gorsek, oltre al sindaco di Capodistria Boris Popovic. Nel suo discorso celebrativo, il capo dello Stato ha ripercorso le principali tappe della storia slovena nell’ultimo secolo, soffermandosi in particolare sul processo d’indipendenza. «Quel periodo va visto nel suo insieme e va riconosciuto il contributo di tutti. È sbagliato – secondo Turk – enfatizzare soltanto singoli episodi e sopravvalutare i meriti di alcuni dei protagonisti». Anche nelle prossime settimane, ha ricordato il presidente, gli sloveni decideranno nuovamente del proprio domani. L’attuale modello di sviluppo si è esaurito e si devono cercare nuove risposte alle sfide del presente e del futuro. Secondo Turk, comunque, così come 20 anni fa, le risposte non può darle soltanto la politica ma va cercata anche all’interno della società civile e tra tutti i cittadini. La pluralità della società slovena è stata una risorsa nel passato ed è una risorsa anche oggi. Secondo Turk, questo valore deve essere sfruttato per un confronto sereno e ragionato in modo da individuare le soluzioni migliori per il futuro del Paese. Nel 1991 il Parlamento sloveno proclamò l’indipendenza il 25 giugno.

Due giorni dopo inizio la breve guerra con l’Armata popolare jugoslava. La tregua e il ritiro delle truppe federali nelle caserme furono concordati in luglio mentre in ottobre anche l’ultimo soldato jugoslavo lasciò la Slovenia.

695 - Osservatorio Balcani 28/10/11 Nel bunker di Tito

Nel bunker di Tito

Azra Nuhefendić

Dal bunker antiatomico di Konjic, trasformato in galleria d'arte contemporanea, alle vie del centro di Sarajevo.

Chi ha fatto la guerra? Perché? Un viaggio nel cuore della Bosnia alla ricerca di risposte

Mi affretto per vedere, prima che chiuda, uno degli eventi culturali del 2011 in Europa, la mostra d’arte contemporanea di Konjic. Dopo un’oretta di pullman, da Sarajevo, arrivo nella città di Konjic. L’
esposizione è allestita nel bunker antiatomico di Tito, rimasto segreto per sessant’anni. Mentre aspetto l’ora della visita guidata, mi siedo sul muretto dell’edificio del Kulturni Dom (la Casa della Cultura). Un palazzo costruito negli anni Sessanta, semplice ed elegante, innalzato sulla sponda destra del fiume, ben integrato con l’ambiente. Oggi però è trascurato, maltenuto, semivuoto. Peccato, penso. Dall’altra parte della strada stanno costruendo un mostro di cemento, acciaio e vetro. È ingombrante per il luogo, non ha nessuna bellezza, sarà un altro degli innumerevoli centri commerciali. In BiH non si produce più niente, si commercia solo.

Due donne

Dopo un po’ arriva un’anziana e si siede accanto a me. Un attimo, ed eccone un’altra che si accomoda vicino. Sono delle donne paesane, della campagna, tutte e due con il fazzoletto sulla testa, una di colore nero mentre l’altra variopinto, il che vuole dire che una è musulmana e l’altra cattolica. Chiacchieriamo. Sono dei due villaggi vicino, aspettano l’autobus per tornare a casa. Tutte e due vivono da sole, i figli sono altrove, emigrati oppure spariti o uccisi durante la guerra. Le nonnine sospirano in modo identico quando gli chiedo come è andata con la guerra. Nei loro villaggi hanno compiuto massacri prima i croati e poi i musulmani per vendetta. Con malinconia parlano della solitudine. A una s’illumina il viso quando parla di una capra: "Non era come le altre, mi guardava dritto negli occhi, quella capiva tutto". Poi ci spiega che è arrivato il figlio dalla Norvegia e l’ha convinta a dare via la capra. "Ma ne prenderò un’altra", afferma con la voce insicura, come se stesse cercando di darsi coraggio o di convincere se stessa. Guardo quelle due donne, una cattolica, l’altra musulmana, si parlano, si capiscono, tutte e due mangiano il burek, e hanno destini simili, la stessa solitudine e lo stesso abbandono.

Arrivo davanti all’entrata del bunker antiatomico, è la porta di una casa come tutte le altre intorno. Il posto è idilliaco, niente preannuncia che da là si entra nel rifugio blindato, cinquemila metri quadrati scavati nella montagna a 300 metri di profondità. Il segreto del bunker fu svelato all’inizio della guerra degli anni novanta, perché quelli che avevano giurato il silenzio non si sentivano più vincolati al Paese che si stava disintegrando, la Jugoslavia.

Il gruppo è composto da una ventina di tedeschi che fanno parte delle forze internazionali in BiH. Tito non era mai stato personalmente nel bunker, e adesso ecco, ci sono i soldati di un Paese che, in teoria, la Jugoslavia temeva e contro i quali si proteggeva costruendo fortezze come questo bunker. Un altro gruppo è costituito da montenegrini, poi sei sloveni, uno studente italo-tedesco e due di Banja Luka. Un ufficiale dell’esercito bosniaco ci spiega, un po’ annoiato, cosa stiamo per vedere. È alto e robusto. Noto che la sua divisa, a differenza degli ufficiali dell’ex armata popolare jugoslava (JNA), non è in perfetto ordine. Hmmm, forse meglio, perché erano proprio quelli perfettini, in uniforme, a seguire ciecamente gli ordini anche quando si trattava di attaccare il proprio popolo.

Il posto è da favola, arredato, ben curato, tutto funziona: le sale, le camere, i bagni, gli uffici, le stanze con vari macchinari e sistemi che permettono la sopravvivenza nel luogo per sei mesi senza alcun bisogno del mondo esterno. Alcuni soldati tedeschi si sdraiano sul letto di Tito, uno si guarda allo specchio nella stanza della first lady, altri toccano i vecchi macchinari stampa. In una stanzetta c'è un aggeggio che ti permette di registrare e riascoltare subito la voce. Scherziamo e io, abbracciata con un certo Boris di Banja Luka, mi ritrovo a cantare "Druže Tito mi ti se kunemo" (Compagno Tito, ti giuriamo di non abbandonare la tua strada).

L’ufficiale che ci fa da guida è preciso quando parla dei dettagli che riguardano il bunker, mentre sull’esposizione di arte contemporanea non si sofferma, si limita a dire: "Sì, quello là è di tizio…" Non gli interessa, non capisce e non cerca neanche di coinvolgerci.

Finita la visita, dopo due ore e mezza, mi preparo per tornare a Sarajevo. Gli sloveni mi offrono un passaggio in pullman, ci vanno per una breve visita perché già l’indomani hanno in programma di fare rafting sul fiume Neretva. Scherziamo, offro loro da assaggiare il formaggio torotan, comprato al mercato locale. È una specialità erzergovese, un formaggio fresco di capra, ottimo. Lo prendiamo direttamente dal sacchetto con le mani, e questo gesto - che non si deve fare - ci fa sentire complici. Ridiamo. Mi invitano ad andare con loro l’indomani a fare rafting, li avverto che il livello della Neretva è ai minimi storici. "Non fa niente, è bello lo stesso, quello che conta è la compagnia, poi si mangia bene", ribadiscono. Non ho né l’attrezzatura né il guardaroba necessario. Telefono, e dall’altra parte una voce amichevole, uno dei tanti organizzatori di rafting, mi assicura che "basta venire", tutto il resto viene dato dagli organizzatori.

Diaspora

A Sarajevo sono tutti fuori, letteralmente e simbolicamente. Il tempo è bello, le vie sono piene di gente sorridente, spensierata come se tutto andasse a meraviglia in questo Paese che, secondo i politici internazionali, rischia la disintegrazione.

Sono sulla via Ferhadija, là dove a causa dei tavolini dei numerosi bar messi all'aperto, si riesce a malapena a passare. "Se vuoi vedere o incontrare qualcuno, appostati in quella zona", mi hanno detto. Appena mi siedo: bingo! Arriva Gordana Knežević, amica e collega, la mitica redattrice del quotidiano "Oslobodjenje" proclamata eroina del giornalismo nel 1992 (http://en.wikipedia.org/wiki/International_Women%27s_Media_Foundationnternational Women's Media Foundation Courage in Journalism Award). Non ci vediamo da otto anni. Lei, emigrata in Canada, adesso è a Praga dove fa la direttrice di Radio Free Europe. È a Sarajevo da appena due ore. Urli di gioia, abbracci. I curiosi ci guardano. Dopo, uno dal tavolo vicino mi dice che scene come queste sono frequenti nei mesi di luglio e agosto. "Diaspora", conclude quello, con una certa antipatia. In Bosnia, dopo i nazionalisti serbi (cetnici), i più odiati sono i bosniaci emigrati altrove, cioè la gente come me. Le stesse parole/accuse le sento da mia sorella, anche se lei stessa è stata profuga in Germania per due anni.

Poi passa Mladen Jelačić, che tutti conoscono come Troka. Negli ultimi quarant’anni non c’è bambino a Sarajevo che non abbia una foto con Troka: è il nostro "Babbo Natale". È il suo mestiere e fu personalmente colpito quando le autorità del partito musulmano SDA avevano proibito il "Babbo Natale", con il pretesto che si trattava di un’usanza estranea ai bosniaci. Io e Troka ci siamo visti l’ultima volta circa vent’anni fa, sulla spiaggia nudista a Dubrovnik. Stavo sdraiata sulla pancia, e quando mi sono girata ho visto Troka accanto. "Ehilà, scusa, non ti ho riconosciuta dal fondoschiena". In questi anni, ogni volta che mi ricordavo di lui ridevo per questa battuta. La figlia di Troka, con gravi problemi di salute, sta facendo delle cure in Italia. Gli italiani si sono sbrigati ad aiutarla, e questo fatto ha ispirato il collega Zlatko Dizdarević a scrivere che "ogni persona deve avere almeno due patrie, quella di origine e l’Italia, come seconda".

Poi, sorpresa delle sorprese, passa Selma. Viveva "da sempre" a Belgrado, ed eccola qui, cittadina di Sarajevo. È disperata. "Non mi abituerò mai a questa città, stretta, con solo due vie principali, ma non potevo più vivere in mezzo a quelli (i serbi) che ci hanno fatto la guerra", dice.

La protesta di Enjo Hadžiomerspahić

Il rumore della strada è talmente forte che mi devo avvicinare per sentire quello che mi stanno dicendo. Ciononostante un suono sottile, ma penetrante, sopraggiunge da non lontano. Troka mi dice che davanti alla "fiamma eterna" Enjo Hadžiomerspahić, direttore generale di Ars Aevi, sta suonando il flauto. Enjo protesta con un happening artistico, chiede simbolicamente l’elemosina perché le autorità bosniache da vent’anni promettono di procurare uno spazio per la galleria d’arte moderna. Enjo è conosciuto al pubblico internazionale come autore del progetto Ars Aevi, che ha spinto i più importanti pittori contemporanei a donare le proprie opere a Sarajevo. Costituita durante la guerra come resistenza di cultura, la collezione contiene oltre 120 opere di noti artisti mondiali tra cui Michelangelo Pistoletto, Jannis Kounellis, Joseph Beuys, Braco Dimitrijević e Joseph Kosuth. La genesi di quest’opera visionaria è lunga due decenni. Tutto cominciò durante l’assedio di Sarajevo. Mentre sulla città piovevano le bombe, un gruppo di intellettuali immaginò un’utopia: "Sembrava folle parlare di un futuro museo in quei giorni nei quali nessuno di noi sapeva se un minuto o un’ora dopo sarebbe stato ancora vivo", spiega Enjo. Oggi la collezione ha un valore inestimabile, ma manca il posto per custodirla ed esporre le opere.

La stessa sera, su una terrazza che offre una meravigliosa vista sulla città, con un gruppo di amici facciamo una grigliata. Il vino fa il suo: dopo un po’ litighiamo su cosa è più importante per Sarajevo, la galleria d’arte contemporanea, che non c’è, oppure la
pinacoteca nazionale chiusa dopo sessant’anni di esistenza, per mancanza di fondi. "È una tragedia nazionale" afferma Momo, un veterano dell’ultima guerra. Per tre anni e mezzo aveva combattuto, a sue parole, "per la Bosnia". "Ma è questo il mondo per il quale rischiavo la vita…?", si chiede, e ci chiede. Poi comincia a piangere, e la serata finisce.

Tutto, ma non la rakija

Quest’anno è piovuto poco in BiH, l’estate è stata lunga e calda e, di conseguenza, le prugne sono piccole. Ma gustosissime. Alcuni si lamentano perché non c’è niente per l’esportazione, ma molti sono contenti. Ce ne saranno di più per la rakija, la grappa fatta in casa. Ogni anno, in questo periodo, tutta la Bosnia, per la costernazione dei mullah locali, profuma di rakija. Il famoso giornalista Boris Dežulović scrive, con superba ironia, che "i bosniaci con la riscoperta dell’islam sono pronti a ritornare nelle moschee, a pregare cinque volte al giorno, a fare il pellegrinaggio, a rinunciare al prosciutto e alla carne di maiale, a espellere Babbo Natale, a non ascoltare più il rock n’roll; acconsentono a lasciarsi crescere la barba, ad avvolgere le donne in lenzuola, sono disposti a rinunciare a tutto, tranne che alla rakija".

Al mercato di frutta e verdura i banchi scricchiolano sotto il peso delle prugne. Un chilo cinquanta centesimi. Spesso i venditori al mercato hanno un aspetto diverso dai contadini dei dintorni di Sarajevo. Si distinguono perché sono più alti, più robusti e tra di loro molti hanno gli occhi azzurri. Parlo, scopro che vengono in gran parte dalla Bosnia orientale, dai bellissimi e fertili luoghi lungo il fiume Drina. Sono i musulmani "ripuliti" da Višegrad, Foča, Goražde, Srebrenica, Cerska. Le loro case sono state distrutte, ma molti di quelli che incontro hanno ancora là vasti terreni e boschi. "Mi fanno pressione per venderli (i serbi) ma finché sono viva no, non gli vendo la terra dei miei antenati", dice una che prima della guerra faceva la maestra di scuola elementare; adesso vende la frutta che raccoglie nel proprio frutteto a duecento chilometri dalla capitale. I suoi figli sono cresciuti a Sarajevo, non hanno intenzione di tornare dove sono nati, ma lei si sente a casa solo là.

Chi ha fatto la guerra?

Un’amica, Ferida Duraković, poetessa, tornata da Belgrado, mi racconta di come sia stata accolta calorosamente, di come i partecipanti al congresso mondiale del Pen Club (l’associazione mondiale degli scrittori), compresi i serbi, abbiano salutato con un lungo applauso la proposta di fare Sarajevo, nel 2014, capitale culturale d’Europa. Il tassista, al quale esitava a dire da dove arrivava, le aveva detto rassegnato: "Ci hanno ingannato tutti". Un altro amico, un giudice in pensione, tornato entusiasta dal raduno degli amici della montagna, tenutosi a Spalato, in Croazia, mi ha detto che "venivano da tutta l’ex Jugoslavia, e ci siamo divertiti tantissimo, ho fatto una nuova amicizia, c’è un amore in vista", facendo piani per i futuri incontri.

Penso alle due vecchiette, una cattolica e l’altra musulmana che si capiscono e condividono la stessa sorte, penso a Boris, il serbo che canta con me, agli applausi nel centro di Belgrado a favore di Sarajevo, all’amicizia nata a Spalato. Mi chiedo: "Ma chi ha fatto la guerra? E perché?"

La Mailing List Histria ha il piacere di inviarVi periodicamente una minirassegna stampa sugli avvenimenti più importanti che interessano gli Esuli e le C.I. dell' Istria, Fiume e Dalmazia, nonché le relazioni dell'Italia con la Croazia e Slovenia.

Si ringrazia per la collaborazione l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Gorizia e l’Università Popolare di Trieste

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :

http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it
http://www.arupinum.it

scrivi a :Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.