Rassegna Stampa Mailing List Histria
Sommario N° 799 – 05 Novembre 2011

696 – La Voce del Popolo 03/11/11 Pola - Esuli e rimasti uniti nell'omaggio ai caduti italiani delle guerre mondiali (Marko Mrđenović)

697 - Bologna 2000 02/11/11 Carpi, un monumento per i martiri delle foibe

698 - Il Piccolo 30/10/11 Trieste - Masserizie degli esuli Cristicchi in visita: «Farne un museo» (i.gh.)

699 - Giornale di Brescia 30/10/11 Brescia: La cultura giuliano-dalmata custodita in 10mila volumi (Valerio Di Donato)

700 - Il Piccolo 29/10/11 L’Intervento - Esodo "volontario" e propaganda politica (Marco Coslovich)

701 - L'Arena di Pola 28/10/11 Da Pola a Como e poi a Lecco, tra incomprensione e accoglienza (Roberto Stanzione)

702 - Il Piccolo 30/10/11 Inchiesta - Le grandi proprietà confiscata agli italiani - I tesori dei "von" rovignesi finiti nei palazzi di Tito (Silvio Maranzana)
703 - Messaggero Veneto 02/11/11 Gonars memoria e speranza per l'Europa dei popoli (Monica Del Mondo)

704 - La Voce del Popolo 02/11/11 La lingua «dela più bela zità al mondo» - «Dizionario Fiumano - Italiano/Italiano - Fiumano» (ir)

705 - La Voce del Popolo 29/10/11 Piana d'Arsa: Un tempo lago, oggi una fertile valle che frutta... latte e tartufi (Tanja Škopac)

706 – La Voce del Popolo 31/10/11 Cultura - Ennio Manchin: Rimembranze di un ragazzino ottuagenario (Patrizia Venucci Merdžo)

707 - L'Arena di Pola 28/10/11 Lettere - «D'ora in poi i nostri raduni si facciano sempre a Pola o comunque in Istria» (Antonio Incani)
708 - La Voce in più Cucina 29/10/11 Tartufo: re indiscusso della tavola istriana (Fabio Sfiligoi)

709 - Messaggero Veneto 29/10/11 Udine: Museo del Risorgimento - I capelli di Garibaldi e la sciarpa di Tommaseo e il fondo di Augusto Luxardo (Paolo Medeossi)

710 - Osservatorio Balcani 31/10/11 Montenegro-UE: l'inizio di un nuovo corso (
Mustafa Canka )

711 - La Stampa 02/11/11 Serbia: "Noi, la porta dell'Occidente" Belgrado ha voglia d'Europa (Francesco Semprini)

A cura di Stefano Bombardieri

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :

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http://www.arenadipola.it/

696 – La Voce del Popolo 03/11/11 Pola - Esuli e rimasti uniti nell'omaggio ai caduti italiani delle guerre mondiali

IL CONSOLE GENERALE CIANFARANI, ASSIEME AD ESPONENTI DI UI, CI E LIBERO COMUNE IN ESILIO AL CIMITERO DELLA MARINA A POLA
Esuli e rimasti uniti nell’omaggio ai caduti italiani delle guerre mondiali

POLA – Il console generale d’Italia a Fiume, Renato Cianfarani, esponenti dell’Unione Italiana, della Comunità degli Italiani di Pola e una delegazione del Libero Comune di Pola in Esilio, anche quest’anno si sono dati appuntamento al Cimitero della Marina, dove ieri, in concomitanza con la Giornata dei Defunti, hanno reso omaggio agli italiani caduti nella Prima e nella Seconda guerra mondiale. Oltre al console generale, alla cerimonia hanno partecipato il presidente dell’Unione Italiana, Furio Radin, il presidente della Comunità degli Italiani di Pola, Fabrizio Radin, il vicesindaco del Libero Comune di Pola in Esilio, Lucio Sidari, e Silvio Mazzaroli, direttore del periodico "L’Arena di Pola".

GUARDARE AL FUTURO Posata una corona di fiori sulla lapide commemorativa dedicata ai caduti, Renato Cianfarani ha dichiarato che il ricordo di coloro che non sono più tra noi è un momento d’amore e un’occasione per esternare i nostri sentimenti e ringraziare chi ci ha preceduto. "È grazie a loro se siamo stati in grado di costruire l’Europa che noi tutti oggi conosciamo, sicura e senza guerre", ha proseguito Cianfarani, che ha invitato i presenti a guardare al futuro.

PACE E PROGRESSO Lo stesso invito è stato formulato anche da Lucio Sidari, secondo il quale il futuro che sta concretizzandosi è sempre meno indistinto e sempre più foriero di pace e progresso, anche per le relazioni tra esuli e rimasti. Nel rendere omaggio ai caduti italiani, il vicesindaco del Libero Comune di Pola in Esilio ha affermato che al Cimitero della Marina sono sepolti numerosi nostri "fratelli" che hanno combattuto con divise differenti e hanno dato la propria vita per cause diverse.

CONVIVENZA "Sono ormai più di quindici anni che noi, italiani rimasti, rendiamo omaggio a tutti gli italiani caduti", ha rilevato il presidente della Comunità degli Italiani nonché vicesindaco di Pola, Fabrizio Radin, secondo il quale la cerimonia di ieri, che riunisce esuli e rimasti, è un insegnamento di civiltà e umanità, valori di queste terre dove la multiculturalità e la convivenza pacifica sono principi fondamentali, che devono essere mantenuti e ampliati.
Al Cimitero della Marina è stato poi reso omaggio a Nazario Sauro, patriota, militare italiano, tenente di vascello della Regia Marina nel primo conflitto mondiale ed esponente dell’irredentismo italiano. Sauro fu giustiziato per alto tradimento dall’Austria-Ungheria.

FUNZIONE RELIGIOSA Il console generale d’Italia a Fiume e la delegazione di polesani rimasti ed esuli hanno visitato successivamente il Cimitero cittadino, dove hanno posato una corona di fiori sulla tomba della famiglia Sacconi, dove sono sepolte anche numerose vittime di Vergarolla. Una seconda corona di fiori è stata posata ai piedi del monumento dedicato a Dorigo Fortunato, Antonio Sincich e Mario Zanetti, i tre consiglieri comunali di Pola deportati e deceduti in un campo di concentramento austriaco. La delegazione ha infine reso omaggio all’ufficiale italiano Giuseppe Buttignoni e al tenente medaglia d’oro Riccardo Bombig.
Nel corso della mattinata di ieri, il console generale ha partecipato alla funzione liturgica dedicata ai caduti italiani tenutasi alla cattedrale di Pola.

Marko Mrđenović

697 - Bologna 2000 02/11/11 Carpi, un monumento per i martiri delle foibe

Carpi, un monumento per i martiri delle foibe

Nel corso della seduta del Consiglio comunale di Carpi di giovedì 27 ottobre, il consigliere del PdL Cristian Rostovi ha presentato un ordine del giorno relativo alla Giornata del Ricordo, data nella quale (in base ad una legge del 2004) si intende rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo istriano, fiumano e dalmata nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale. Nell’ordine del giorno di Rostovi si esprimeva poi soddisfazione per l’avvenuta posa di una targa a ricordo dei profughi istriani che a Carpi trovarono rifugio e si chiedeva all’ente locale di impegnarsi anche ad accettare in dono dalle associazioni degli esuli e a posizionare il 10 febbraio 2012 un monumento in pietra carsica in ricordo dei Martiri delle Foibe, organizzando a partire sempre dall’anno prossimo in collaborazione con scuole e associazioni momenti di approfondimento e di divulgazione.

Ad ascoltare il dibattito in aula erano presenti in questa occasione alcuni esponenti modenesi del Consiglio direttivo dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia. L’assessore alle Politiche culturali Alessia Ferrari ha risposto a Rostovi ricordando la sensibilità espressa dalla città sui temi della memoria e della quale l’amministrazione comunale si è fatta promotrice mettendo in rete e sinergia energie e soggetti. "Riguardo alla Giornata del 10 febbraio – ha detto Ferrari – abbiamo dal 2008 realizzato diverse iniziative e nel 2011 posato una targa commemorativa davanti all’ex Campo di Fossoli, mentre le scuole superiori si sono fortemente impegnate, ad esempio con la partecipazione di centinaia di studenti ai percorsi laboratoriali che la Fondazione Fossoli ha promosso sul tema. Abbiamo in questi mesi poi proseguito i contatti con l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia e accettato l’omaggio di un monumento in pietra carsica, individuando anche il luogo dove posarlo il 12 febbraio prossimo. Si tratta dell’area verde tra via Baden Powell e via Nuova Ponente, a fianco del Parco della Cappuccina: il monumento sarà accompagnato da una targa che ne spiegherà le caratteristiche".

Argio Alboresi, capogruppo della Lega nord, ha ricordato i giorni poco felici che i profughi del confine orientale vissero a Carpi al loro arrivo. "Con questo atto mettiamo una pietra sopra a quanto avvenuto". Il capogruppo del Pd Davide Dalle Ave dal canto suo ha spiegato come la vicenda storica che si intende ricordare con la posa di questo monumento "sia molto complessa ma è un bene arrivare ad una presa di posizione comune del civico consesso sul tema, come peraltro non sempre è avvenuto".

Il Sindaco Enrico Campedelli ha poi preso la parola per spiegare che la posa di un monumento in occasione della prossima Giornata del Ricordo "era un impegno preso quando nel febbraio scorso inaugurammo la targa davanti all’ex Campo. Col tempo sono state superate le interpretazioni sbagliate su chi veniva da territori così martoriati: Carpi è cresciuta anche grazie a questi esuli. Il monumento che poseremo diverrà un presidio di riflessione sui temi della democrazia e della pace, della memoria, in un momento storico così complesso per il nostro continente".

E se Giorgio Verrini (ApC) ha ricordato come in gioventù gli amici esuli non parlassero per nulla delle loro origini "e chiedo scusa a loro per la mia ignoranza" il collega del Pd Marco Bagnoli ha sottolineato come non avesse anch’egli mai percepito differenze e difficoltà degli esuli provenienti da "terre che sono intrise di italianità".

Il Presidente del Consiglio Giovanni Taurasi ha dal canto suo inquadrato le vicende dell’esodo dai confini orientali e delle foibe, ha ricordato la diffidenza della comunità verso queste persone e l’indifferenza generale del mondo all’epoca, per una convergenza di interessi "a sinistra per ideologia, a destra per rimuovere quanto avvenuto prima. Il dialogo, la cultura dell’accoglienza e della non violenza passano attraverso iniziative come queste, che aiutano a riconoscersi in una comunità, grazie anche alla disponibilità dell’interlocutore che abbiamo trovato nell’Associazione Nazionale Venezia-Giulia e Dalmazia".

Cristian Rostovi in sede di replica ha reso merito all’amministrazione comunale, ricordando come questa pietra sarà un modo per ringraziare "ma anche per presentare le scuse della comunità per la tragedia delle foibe. Superiamo le contrapposizioni, votiamo questo ordine del giorno, che sono disponibile a far sottoscrivere a tutti i gruppi". Cosa poi avvenuta, tanto che l’odg dell’esponente del PdL è stato effettivamente sottoscritto anche da Pd, Apc, Lega nord, Carpi a 5 stelle-Prc, Idv, Fli e poi votato all’unanimità dal Consiglio comunale.

698 - Il Piccolo 30/10/11 Trieste - Masserizie degli esuli Cristicchi in visita: «Farne un museo»

Masserizie degli esuli Cristicchi in visita: «Farne un museo»

Dopo Vittorio Sgarbi anche Simone Cristicchi ha varcato il cancello del Porto vecchio per andare a conoscere un pezzo di storia che lega Trieste alle terre istriane. Al Magazzino 18 sono custodite, grazie all'intervento dell'Istituto regionale di cultura istriana, le masserizie degli esuli.

Carri per i buoi, una vecchia barca di pescatori; e poi una quantità di mobili, sedie, oggetti della quotidianità e migliaia di foto di persone senza nome.

Accompagnato da Piero Delbello, direttore dell'Irci, il cantautore romano (i due qui sopra nella foto Bruni) ascolta la storia che ha portato tanti italiani a scegliere di lasciare la propria casa per diventare prima profughi e poi emigrati. «Questa sembra una città morta», dice Delbello:

«Non c'è solo l'aspetto etnografico-museale, ma anche quello umano. Può apparire come un magazzino di robivecchi, ma sono i mobili degli esuli e ognuno racconta una sua storia».

Per Cristicchi, appassionato di storie - ha raccolto quelle degli internati nei manicomi italiani per farne la canzone "Ti regalerò una rosa" con cui vinse Sanremo nel 2007 - la visita è un tassello nella sua voglia di conoscere. «Ho saputo del Magazzino 18 per caso, vedendo un documentario in tv, e ho letto alcuni libri sull'esodo». Sarà che nel suo percorso artistico c'è stato un legame forte con Sergio Endrigo, fuggito dall'Istria nel 1947 con la madre; sarà che quelle masserizie gli ricordano gli oggetti perduti delle persone che entravano nei manicomi. «A Roma nell'ex manicomio di Santa Maria della pietà - dice Cristicchi - hanno fatto un museo con le cose che le persone indossavano al momento di essere internate. Qui ho la stessa sensazione, l'impressione della tragedia, di persone fuggite e diventate un numero. Ma sono storie poco conosciute dalla mia generazione. Questo luogo ha grosse potenzialità per diventare un museo». Magari al "26W, come vorrebbe Sgarbi. (i.gh.)

699 - Giornale di Brescia 30/10/11 Brescia: La cultura giuliano-dalmata custodita in 10mila volumi

La cultura giuliano-dalmata custodita in 10mila volumi

Inaugurata ieri in via Dante la biblioteca del Centro mondiale intitolata al giornalista «Carbonetti»

Diecimila libri. Diecimila gambe di carta sulle quali far camminare, parafrasando un celebre aforisma di Giovanni Falcone, «le «idee e le tensioni morali» degli uomini. Nella enorme biblioteca del Cmc, il «Centro mondiale per la cultura giuliano dalmata onlus», inaugurata ieri in via Dante 17, ci sono secoli di idee, di storia e di storie, di un popolo polverizzato in mille rivoli globalizzati, vittima di una grande tragedia collettiva conosciuta ai più con il binomio di «foibe ed esodo». Una storia che riguarda molto da vicino Brescia, come ha spiegato bene, con voce fiera ma increspata da una trattenuta emozione, il presidente della Fondazione Cmc Luciano Rubessa, nella sede che condivide con il Comitato di Brescia

dell'Anvgd, ieri affollata di esuli, non solo bresciani, e di rappresentanti delle istituzioni. La riguarda e la coinvolge, visto che nei cinque centri di raccolta allestiti in città e provincia, arrivarono nel dopoguerra oltre 10 mila profughi istriani, fiumani e dalmati, esuli dalla Jugoslavia di Tito, cui il Trattato di pace assegnò le loro terre. Il «forum» culturale aperto dal CMC è frutto del prezioso lascito che la signora Roma Terdi Carbonetti ha fatto, tramite Nidia Cernecca, della biblioteca del marito Antonio Carbonetti, giornalista e intellettuale dalmato, che per una vita ha raccolto studi, saggi, opere di autori fra i più disparati, dell'area alto-adriatica un tempo dominio della Serenissima, fra i quali spiccano delle vere chicche per bibliofili.

Due esempi: il celebre «Viaggio in Dalmazia» dell'abate Alberto Fortis, edizione del 1774, e le «Memorie storiche e geografiche della Dalmazia», di padre Casimiro Freschot, anno 1687. Una storia pochissimo conosciuta quella dei giuliano-dalmati, spesso «mistificata» denuncia Rubessa, che questanuovabiblioteca farà conoscere anche attraverso il travaso informatico in un portale web interattivo, in fase di avanzata progettazione. Recuperare la nostra memoria storica «è un dovere», hanno sottolineato con diversi accenti il consigliere regionale Margherita Peroni, il sottosegretario regionale all'Università e ricerca Alberto Cavalli e l'assessore alla Cultura Andrea Arcai.

Valerio Di Donato

700 - Il Piccolo 29/10/11 L’Intervento - Esodo "volontario" e propaganda politica

Esodo "volontario" e propaganda politica

L’INTERVENTO DI MARCO COSLOVICH

Con l’arrivo della liberazione le speranze di molti furono umiliate e violate da ex alleati diventati vendicatori ottusi e nazionalisti esasperati

Ferruccio Pastrovicchio ha affermato: «Non è vero che gli esuli siano stati costretti ad andarsene, ma tutti loro hanno deciso di farlo spontaneamente» (Il Piccolo, 4 settembre). Pastrovicchio è stato in Istria un partigiano combattente ed è – chissà se così lo si può definire - un irriducibile della lotta di liberazione iugoslava e un nostalgico del regime di Tito.

Mi ritengo un figlio dell’antifascismo a tutto tondo, ma la mia storia personale, come esule a denominazione controllata, rigetta potentemente l’allocuzione di Patrovicchio: "andarsene spontaneamente". Spontaneamente ritengo, sempre per esperienza famigliare, che il fascismo fu una tragedia per l’Istria e le altre province italiane orientali. Nel lontano 1924 mio nonno Marco fu minacciato più e più volte dai fascisti di Buie e lui se ne rimase più e più notti sul tetto della casa di Materada ad aspettarli con la doppietta spianata. A casa del nonno si parlava croato e fuori di casa l’italiano: era la cosa più naturale del mondo prima dell’arrivo di quegli "scalmanati di fascisti". Spontaneamente, con la guerra, mio padre e mio zio Rudi, andarono in bosco a guerreggiare contro i tedeschi e fascisti. Mio padre, segnatamente, fece saltare il ponte di Sicciole durante l’avanzata tedesca nell’ottobre 1943, e intraprese diverse altre iniziative guerresche, della quali vado assolutamente fiero. In quel frangente faceva la guerra assieme a Ferruccio Pastrovicchio.

Ma con l’arrivo della liberazione le speranze di molti, tanti italiani, sia di quelli che se ne andarono, ma anche di quelli che rimasero, furono umiliate e violate. Gli amici, gli alleati di ieri, in gran parte si trasformarono in vendicatori ottusi, in nazionalisti esasperati, senz’altro in anti-democartici. Sbandieravano una libertà che non c’era, esibirono addirittura un accurato e maniacale rispetto della pluralità linguistica che serviva come foglia di fico per nascondere le sopraffazioni e le vessazioni. Mia sorella Marisa, che non spiaccicava una parola di croato, fu costretta a frequentare la scuola croata e mio padre, senz’ombra di processo e senz’ombra di colpa, fu condannato a tre mesi di lavori forzati.

La mia famiglia, nel lontano 5 maggio del 1955, lasciò Cittanova con un dolore immenso. Era stanca di subire umiliazioni, tanto più cocenti in quanto inferte dai liberatori. Abbandonò la casa avita e gli amici e il mare e la campagna che amavano. E’ chiaro quindi che quel "spontaneamente" di Pastrovicchio non mi va giù per il gozzo. Ed è chiaro quindi che l’alleanza maturata nella lotta antifascista tra mio padre e Pastrovicchio si è infranta, inesorabilmente, senza repliche, in quel lontano 5 maggio 1955. Ma credo che a tutto c’è rimedio e che Pastrovicchio, dall’alto della sua rispettabile età, dovrebbe abbandonare la vecchia propaganda e ad aiutare le nuove generazioni ad aprire una nuova pagina di storia. Ma so anche che non mi ascolterà. Per certi uomini è più importante la coerenza che la pietà verso se stessi.

701 - L'Arena di Pola 28/10/11 Da Pola a Como e poi a Lecco, tra incomprensione e accoglienza

Da Pola a Como e poi a Lecco, tra incomprensione e accoglienza

Sono un esule; orgogliosamente ripeto: «sono un esule istriano». Sono passati ormai oltre sessantaquattro anni dal lontano 1947 quando vidi per l’ultima volta il profilo dell’Arena che si stagliava confuso sullo sfondo nebbioso della bruma mattutina di quel triste gennaio. La Grado, piccolo trabiccolo da diporto utilizzato per il collegamento via mare di Pola con Trieste, lentamente si staccava dal molo mentre con i tre fischi tradizionali salutava la città. Io con alcuni altri partenti fissavo l’immagine del nostro triste distacco dai luoghi che ci avevano visto nascere, crescere e respirare l’aria della nostra libertà, ora più che mai da difendere.

Il gennaio nevoso, freddo e umido, sembrava rilevare l’atmosfera della nostra disgraziata disavventura tutta ancora da vivere, sopportare e affrontare con i molteplici problemi conseguenti la scelta di abbandonare la città ormai condannata.

Il mio pellegrinare iniziava così quel 29 gennaio del 1947, anno fatidico della firma del trattato di pace: il Diktat con il quale si pagava lo scotto di una guerra persa e di una politica perversa, di aggressione, di oppressione e di inconcludente visione della civiltà. Purtroppo era l’Italia, culla secolare e storica della civiltà occidentale, una delle nazioni responsabili. Lei, l’Italia, pagava il tristo debito con il sangue e il sudore dei suoi figli.

Noi istriani in particolare, per non perdere la nostra identità, abbandonavamo la terra natia, mentre l’Italia rinunciava a sostenerci e a rivendicare quelle terre da secoli legate alla sua civiltà, a causa di una guerra voluta da pochi, condotta penosamente e sofferta da tutti. Quando non erano ancora consumati i resti dei seicentomila caduti con la quarta guerra d’indipendenza, altri sfortunati fratelli seguivano la stessa sorte, sacrificati in suo nome. Per il solo fatto di essere stati suoi fedeli servitori giacevano dispersi senza tomba né luogo di meditazione e preghiera.

L’Esilio iniziato già da alcuni anni si manifestava in tutta la sua tragica evidenza ora che si era posta la firma a quell’infausto Diktat e che la sorte della città era definitivamente segnata.

Per molti la scelta volontaria non fu esclusivamente per il rimanere italiani, dato che fu offerta a loro l’opportunità di crearsi una nuova esistenza altrove, ma per tutti la scelta fu motivata dal non voler divenire sudditi di un’altra cultura e civiltà diverse da quella che ci aveva dato i natali e per la quale ci sentivamo cittadini liberi, fratelli uniti e orgogliosi della nostra originaria identità latino-veneta.

Il primo passo sofferto fu quello dell’impronta digitale imposta sulla carta d’identità che il Governo Provvisorio Alleato ci aveva regalato quando da cittadini italiani eravamo diventati sudditi della nuova compagine politica della Iugoslavia Comunista.

Così si era concordato già dal 1941, quando, con la promessa della cobelligeranza del Regno di Iugoslavia con l’Inghilterra, in caso di vittoria parte della Venezia Giulia, Istria inclusa, sarebbe stata assegnata alla vicina nazione iugoslava. La nostra terra, abitanti inclusi, era stata considerata merce di scambio per tacitare un contributo a favore di terzi. Questa, pressappoco, era la considerazione a noi riservata.

Al ponte di Pieris sull’Isonzo, fiume caro alle vicissitudini della Prima Guerra Mondiale, al primo contatto con l’Amministrazione della Nuova Repubblica Italiana, la Polizia Ferroviaria all’esame della documentazione di viaggio ci rilasciava un permesso di solo transito con destinazione Roma, per il Campo Raccolta Stranieri, a quel tempo istallato nell’area dell’«E 42» (oggi quartiere denominato «dell’EUR»).

Magra e scioccante consolazione per noi giovani istriani. Avevamo sostenuto lotte durante le manifestazioni in difesa della italianità di Pola, rischiando anche la vita e comunque mettendo a repentaglio la nostra insistenza sul posto. Eravamo diventati dei numeri nel campo provvisorio ove trovammo, per compagni di sventura, disertori degli eserciti alleati, profughi monarchici slavi delle diverse regioni balcaniche, vecchi venditori di cravatte cinesi internati e rinchiusi sin dall’epoca fascista, oppositori del regime comunista titoista e vagabondi nostrani. Fu quello un altro atto d’inciviltà riservatoci dalla allora Amministrazione italiana il cui Ministero degli Interni era affidato al democristiano Mario Scelba.

La Celere dell’epoca, forza di Polizia reclutata fra ex partigiani, non si lasciava sfuggire occasione per battere e rinchiudere nelle patrie galere gente che all’occhio dei governanti non poteva che essere residuo del passato regime fascista. Noi profughi, considerati fuggitivi per evitare la giustizia della nuova Repubblica Popolare Comunista di Iugoslavia, eravamo considerati indesiderabili avversari della democrazia proletaria.

Le famiglie profughe invece assistite in modo meno ristretto troveranno rifugio in vecchie caserme abbandonate e assistenza al limite della decenza. La completa promiscuità, lo scandaloso alloggiamento in ambienti antigienici, con il sostegno di una scarsa sussistenza alimentare obbligò a sopportare per mesi e mesi sofferenze e umiliazioni che non trovano altro riscontro nella recente e passata storia nazionale. Chi nell’indigenza non aveva i mezzi minimi per potersi isolare ed escludersi dalla pubblica assistenza era sottoposto a tali condizioni.

Era doloroso – e lo capimmo – gravare sulle disastrose condizioni dell’Italia stremata, con la nostra numerosa presenza. Saremmo stati negli anni successivi oltre trecentomila. Gli italiani, occupati militarmente, debitori di tutto verso tutti e per di più con lotte politiche intestine tendenti chi a imporre una nuova forma politica, chi a difendersi dalle prepotenze dei sedicenti vincitori e da chi infine, sopravvissuto al disastro nazionale, individuava nei profughi una concausa della miseria.

Alle bieche rimostranze comuniste nel non assistere le povere comunità viaggianti in quel maledetto freddo inverno risposero le organizzazioni umanitarie religiose e patriottiche sopravvissute al disastro della guerra. L’Esercito, la Marina e la Croce Rossa prestarono tutta la loro scarsa disponibilità.

I profughi provenienti dalla penisola istriana, sbarcati nei porti di Venezia e Ancona, tra balle di paglia sistemate nei carri bestiame, erano accolti e trasportati nei fatiscenti campi di accoglienza e lì la gente senza mezzi sufficienti per una propria autonomia, in carico all’Ente Comunale di Assistenza, attendeva sperando di rifare altrove quanto aveva dovuto abbandonare.

Ricordo che la mia famiglia, destinata a Bogliaco del Garda, accolta in un edificio sgomberato dagli ex prigionieri di guerra tubercolotici, dovette prima di accasarsi pulire, disinfettare e adattare i locali, non essendoci collaborazione da parte della gente del posto, solo protesa a isolarsi da quella massa di diseredati, per paure diverse.
Furono punti di gratificante comprensione il contributo genuino dei marinai italiani memori dell’assistenza avuta l’otto settembre del passato 1943 quando la popolazione di Pola seppe privarsi del poco disponibile per aiutare i ragazzi nel loro triste difficile viaggio verso i campi d’internamento nazisti. I marinai rinunciando alla loro colazione cedevano il latte caldo per i bambini profughi.

Nonostante a Bologna i ferrovieri comunisti avessero minacciato sciopero se si fosse dato aiuto ai profughi in transito, l’aiuto giunse puntuale alla successiva fermata grazie la tenace intraprendenza del personale religioso e al volontariato.

L’Arma dei Carabinieri sempre e comunque presente e con i mezzi modesti di cui disponeva allora, a volte anche contraddicendo alle disposizioni dei prefetti, dava costantemente aiuto alle famiglie nei loro travagli di sbarco, trasferimento e alloggiamento nelle poche scarse strutture semi abbandonate messe a disposizione del governo di allora.

D’accordo: c’era miseria, difficoltà, fame, freddo, non solo materiali però… Purtroppo anche morali.
Passarono gli anni e dopo le mie prime esperienze di lavoro svolto a Como come scaricatore di porto, passai da scaricatore e responsabile doganale. Ancora oggi passando da quelle parti rivedo i giorni felici quando, soppesando i primi denari guadagnati (avevo allora diciotto anni), offrivo da bere ai miei compagni di lavoro. Loro ancora intenti nell’umile, modesto ma decoroso lavoro, io, con qualche migliore orizzonte, ritornavo per qualche chiacchierata ricordando i tempi passati. Trovavo sempre comprensione, amicizia e rispetto fra la gente umile e modesta. Loro avevano il dono della considerazione per gli sventurati, sapendo della mia condizione.

Nel frattempo non ero più profugo. Ero diventato ufficialmente Esule. Pur sapendo il significato della definizione di Esule – Chi volontariamente abbandona la Patria per motivi politici, religiosi e morali – rimanevo tuttavia alquanto confuso perché ero esule in Patria.

Sopra ogni presunzione emotiva e paura fisica, penso che il recarsi in volontario esilio sia stato, per tutti noi esuli, una scelta meditata perché non si poteva immaginare di convivere e sottostare a un sistema completamente opposto alla nostra natura e civiltà. Forse erroneamente tante migliaia di esseri appartenenti a condizioni socio-culturali diverse non hanno potuto o voluto ignorare un innato sentimento comune, quello di appartenenza a una cultura e a un sentimento religioso, arricchito da un attaccamento nazionale che ha unito tutti nella comune decisione di non sottostare a un metodo, a un sistema non solo diverso ma accanitamente contrario.

Personalmente non m’immedesimo in Foscolo che immortalò il suo essere esule tra l’altro con i versi… Né più mai toccherò le sacre sponde ove il mio corpo fanciulletto giacque… anche perché esule in Patria stride un po’ con la tradizione non solo dottrinale ma anche politica e metodica.

Molti di noi emigrarono in altri paesi acquisendo una nuova nazionalità, altri addirittura ritornando sui loro passi, forse un po’ delusi dalle attese di un’immaginaria fortuna poi non verificatasi. Per molti è stato un passo doloroso ma inevitabile. Coraggio, determinazione e forza di volontà hanno determinato la mia scelta che non è stata religiosa né morale, ma solo – e non nego né mi vergogno a dirlo – patriottica.

Ognuno di noi umani è soggetto a sbagliare come persona ed io so che se ho sbagliato la responsabilità è solo mia. Ho creduto e tuttora credo nel concetto di Patria, nonostante tutto. Che poi l’Italia nei suoi ufficiali rappresentanti spesso si comporti da matrigna è un fatto. Ciò non mi autorizza tuttavia a perdere quella fiducia e quel senso di appartenenza che sento ogni qualvolta ne pronuncio il Nome e ne vedo sventolare la Bandiera.

Con gli anni poi passai a Milano per completare gli studi tecnici iniziati a Pola. Lì m’imbattei ancora nella benevola ignoranza e nell’indifferenza della gente comune. I profughi, o gli esuli che dir si voglia, erano considerati un po’ gente di seconda categoria, perché senza dimora fissa né tradizione descrivibile e spesso chiusi in se stessi, pensosi del loro passato e non fiduciosi nel futuro difficile da immaginare.

Ricordo che a Milano, all’Istituto ove cercavo con fatica di completare gli studi, nelle ristrettezze economiche nelle quali ci si dibatteva in famiglia, spesso ero oggetto di sufficienza e scarso cameratismo perché non potevo partecipare a certe iniziative goliardiche non disponendo, come si suol dire, dei novantanove centesimi per fare una lira. Fra le difficoltà di trovare lavoro, non senza qualche diffidenza e scarso appoggio da parte delle correnti politiche dominanti, venivo anche isolato per il come vestivo e la modestia del mio essere.

Mi era accorto che un paio di calzoni di velluto di colore verde acquistato da mia madre a modico prezzo, nei mercatini rionali del tempo, ero spesso oggetto di scherno dei compagni, Qualcuno di loro, al mio arrivo in Piazza della Vedra a Milano, in attesa dell’inizio delle lezioni strillava «O Pesciou», che in genovese significava pesci in vendita. Avevo scoperto che venditori ambulanti di pesce usavano pantaloni di velluto appunto verde, cosa un po’ fuori dal normale per una Milano emergente e dalla squisita ilarità meneghina. Pazienza: anche questa situazione era una mia indiretta eredità marinara d’istriano.

In provincia di Como poi le cose erano ancora più complesse. L’ambiente comasco alquanto chiuso impediva a quel tempo di entrare in diretto contatto con l’economia locale, già di per sé critica ma che comunque aveva una certa agiatezza grazie ai frontalieri che lavoravano in Svizzera. Il fatto di cercare lavoro era alquanto complicato specie per persone come noi, gente del confine orientale di consumata supposta origine zingara. Non ci si consolava a sufficienza rimuginando tra noi immigrati, un proverbio popolare che recitava testualmente: «Per fare un genovese ci vogliono tre ebrei ma per fare un comasco non bastano tre genovesi».

Dopo le prime esperienze in campo professionale compiute grazie alla cordiale quanto rara disponibilità di alcuni professionisti, mi stabilii nel Lecchese. L’ambiente molto più aperto del Comasco mi diede qualche prospettiva migliore e così, nonostante la nomea di zingaro che mi portavo addosso, ebbi la fortuna di accasarmi in un paese che diverrà poi la mia seconda Patria. Superate le reciproche diffidenze, nell’ambiente alpinistico locale trovai modo di coltivare amicizie e di conquistare la fiducia, anche se io avevo solo mediocri esperienze marinare. Il rispetto che mi sarei conquistato poi mi diede molti proficui frutti. Io andavo orgogliosamente professando la mia origine istriana e spesso dovevo spiegare da dove venivo e come mai fossi lì capitato. Il paesaggio e la mentalità della gente di origine contadina in maggior parte, dedita più alle cose concrete che alle apparenze, seppero darmi ragione delle mie possibilità apprezzandone a suo vantaggio le mie buone capacità. Lì mi accasai e feci famiglia.

Oggi che sono trascorsi oltre sessant’anni dai giorni dell’Esodo spesso ripassando a memoria i ricordi mi sento ben integrato e sorrido pensando alla numerosa multietnica presenza di extracomunitari che hanno notevolmente fatto cambiare l’assetto socio-economico della cittadinanza. Rari sono forse proprio i giuliano-dalmati, mentre molte migliaia d’immigrati delle più disparate origini e provenienze fanno dimenticare quasi i nativi e fra questi i primi immigrati, quelli cioè del primo dopoguerra quando appunto io misi piede per la prima volta nel territorio di Valmadrera.

Recentemente sono stato delegato a rappresentare il Libero Comune di Pola in Esilio, associazione diffusa un po’ dovunque in Italia ma che qui da noi accoglie forse neanche una decina di giuliano-dalmati ed eredi in tutta la provincia. Se l’originaria ospitalità fu per me qualcosa di nuovo, noi fummo per i locali oggetto di curiosità. Oggi invece, con il fenomeno dell’integrazione globale, la presenza numerosa d’immigrati va lentamente disgregando la nativa comunità valmadrerese, tanto che il sentir parlare il dialetto locale diventa sempre più un fatto di curiosa rarità.
Quest’anno l’assemblea annuale dei polesani in esilio è stata predisposta in trasferta proprio a Pola, ovvero a Pula, come geograficamente e politicamente oggi la città è conosciuta. Senza polemizzare con gli organizzatori, io non vi ho partecipato forse in contrasto con le confusioni della generale politica di globalizzazione perché, se fin qui mi sono sentito in difficoltà come esule in Patria, ancor più non mi vedo da esule proprio nella città di origine e presso quella nazione e quel popolo per il quale fui costretto ad abbandonare tradizioni, ricordi, amicizie coltivate fra tanti amici ormai dispersi per il mondo.

Ricordando che lo scontro etnico fra le civiltà latino-veneta e balcaniche nasce per motivi di esasperazione sciovinistica nel passato, possiamo affermare che il regime comunista ne fu solo la concausa acceleratrice. Oggi che anche la Croazia e la Slovenia non hanno più i regimi del passato, rimane tuttavia nell’intimo slavo il desiderio di contrastare e ove possibile estirpare nei territori dell’Istria e della Dalmazia la centenaria presenza latina-veneta, nella speranza che nell’esaurirsi di quest’ultima quella balcanica trovi uno spazio e una propria ragione storico-culturale.

Roberto Stanzione

702 - Il Piccolo 30/10/11 Inchiesta - Le grandi proprietà confiscata agli italiani - I tesori dei "von" rovignesi finiti nei palazzi di Tito

INCHIESTA»LE GRANDI PROPRIETÀ CONFISCATE AGLI ITALIANI

I tesori dei "von" rovignesi finiti nei palazzi di Tito

La moglie e la figlia del barone triestino furono prima sequestrate dai partigiani che irruppero nella residenza istriana e poi uccise a sprangate e gettate in mare

di Silvio Maranzana

TRIESTE Razziati dai partigiani hanno finito per ornare le ville e i palazzi di Tito, compresa Villa Bianca a Brioni. È la fine che hanno fatto i tappeti e gli arredi storici dei baroni von Hutterott, industriali e commercianti triestini di origini tedesche, trasferitisi nel 1890 sulla costa rovignese dove investirono ingentissime somme per acquistare una serie di isole, nonché terreni, vigneti, pascoli e case, piantare alberi, ristrutturare spiagge e vie di comunicazione, progettare alberghi e ville. L’idea di Johan Georg Ritter von Hutterot, considerato il fondatore del turismo a Rovigno, era di creare una riviera istriana concorrente rispetto ad Abbazia e alle nascenti isole Brioni. Un sogno che ha avuto una clamorosa realizzazione proprio quest’anno allorché Rovigno ha superato i tre milioni di presenze e si è laureata città leader del turismo in Croazia. Il barone pose la propria residenza sull’Isola di Sant’Andrea (oggi Isola rossa) dove restaurò il complesso monasteriale trasformandolo in un castello. Qui e nelle sue altre tenute fece inserire arredi, quadri e suppellettili di grande valore provenienti anche dall’Oriente, meta di molti dei suoi viaggi, in particolare il Giappone di cui era appassionato e conoscitore tanto da essere nominato nel 1878 console del Giappone in Europa, di stanza a Trieste. Nel 1910 per un crak finanziario si suicidò a Trieste con un colpo di pistola (una sorta di harakiri mitteleuropeo), ma la sua morte, dato il rango del personaggio, venne fatta passare come dovuta a emorragia cerebrale. Eppure una morte ancora più atroce, molti anni dopo, attendeva la vedova, Maria e la figlia Barbara, che pure era nota per il suo altruismo e per le opere di beneficenza. Il 31 maggio 1945 vennero prelevate da un gruppo di titini alticci e barbaramente trucidate a sprangate. Gianclaudio de Angelini nel dizionario enciclopedico rovignese-italiano, afferma che facevano parte del commando omicida tali Pulcinovic, Baba, Spalato e il rovignese Benussi soprannominato "Canuciàl". Spalato era stato visto brandire una "riguòla da timòn" come una clava. I corpi delle due donne, che avevano rispettivamente 85 e 48 anni, vennero gettati al largo di Bagnole, là dove il mare è più profondo. Oltre che dell’isola di Sant’Andrea i von Hutterott erano proprietari del prospicente scoglio di Mas’cein, di gran parte dell’odierno parco di Punta Corrente, di Monte Mulini e Scaraba. E ancora delle isole San Giovanni, Sturago e Asinelli. Nel 1894 il barone aveva acquistato lo yacht Georgette che lui ribattezzò Suzume (Passerotto in giapponese), una nave lunga 29 metri con propulsione fornita da una macchina a vapore da 50 hp e poi una pirobarca di 10 metri e un cutter a vela di 9 metri chiamato Icipici. La residenza dei von Hutterott venne vandalicamente spogliata dai titini degli splendidi arredi e di tutto quanto c’era di valore. Nel giugno 1945 tutti i beni della famiglia furono confiscati. Come detto, i tappeti e gli arredi storici furono portati in alcune delle ville e dei palazzi divenuti residenze di Tito. (8 segue - Precedenti puntate pubblicate l’11, 18 e 25 settembre, 2, 9, 16 e 23 ottobre)

Soldi e gioielli forse preda di agenti Udba

TRIESTE Dopo l’uccisione di Maria e Barbara Hutterott il loro patrimonio venne confiscato e dichiarato bene nazionale. La confisca venne effettuata in base all’ordine del Cp territoriale dell’Istria del 17 aprile 1946. Lo stesso ordine venne poi eseguito anche mediante la sentenza "in nome del popolo" del tribunale circondariale di Rovigno datato 18 giugno 1958. Nella sentenza si legge: «Visto che per Hutterott Maria e Hutterott Barbara in base ai sopralluoghi svolti è stata appurata la loro appartenenza al Reich, andava espressa la confisca dell’intero patrimonio, perché in questo caso si tratta del patrimonio di appartenenti al Reich tedesco che, conformemente alla legge sul passaggio in proprietà privata del patrimonio del nemico e sul sequestro del patrimonio di persone assenti (!) passa in proprietà statale. Perciò il suddetto decreto è giustificato e ha fondamento giuridico».

Alcuni rovignesi hanno riferito che negli anni succesivi le "compagne" di alcuni dirigenti politici cittadini fossero solite pavoneggiarsi con gioielli di valore, ma si andava anche dicendo che erano stati visti in porto tre membri della polizia segreta jugoslava, l’Udba, con due boccali stracolmi di gioielli.

Secondo altre voci raccolte per due notti consecutive dall’isola di Sant’Andrea si udirono le urla delle vittime e le grida dei boia. Forse l’unica colpa delle Hutterott, oltretutto di lontane origini ebree era, oltre a quello di essere ricche, di aver ripreso, dopo il patto tra Mussolini e Hitler, la cittadinanza tedesca. (s.m.)

I pezzi orientali sono al museo
Nel 2004, in occasione del cinquantesimo anniversario del Museo comunale di Rovigno, è stata inaugurata la nuova collezione della marina con oggetti provenienti dal castello di Sant’Andrea e che erano di proprietà dei von Hutterott. Una parte è formata da quadri che rappresentano navi e battaglie navali, una seconda è composta da quadri votivi che venivano commissionati dai marinai sopravvissuti ai naufragi. La terza infine è composta di oggetti provenienti dall’Oriente che il barone aveva portato dai suoi viaggi esotici. Tra questi, un pesce di legno della Cina che veniva usato per prevedere i terremoti.


Hutterott si suicidò per la Viribus Unitis
Aveva finanziato l’ammiraglia austro-ungarica nonostante il parere negativo della banca Rotschild

TRIESTE C’è una causa clamorosa, ma sconosciuta ai più, dietro al mistero della morte di George von Hutterott, in realta un harakiri mitteleuropeo, com’è stato definito il suo suicidio messo in atto con un colpo di pistola. Il barone si sarebbe esposto per finanziare la corazzata Viribus Unitis, la nave ammiraglia, costruita a Trieste, orgoglio dell’Impero austro-ungarico costata 67 milioni di corone, senza prendere in considerazione il consiglio di cautela finanziaria emesso dall’istituto bancario Rotschild e non ottenendo alcuna sovvenzione dal Governo viennese. Non si sa se avesse dovuto dare in pegno a garanzia della costruzione non approvata il proprio patrimonio, ma comunque dopo la sua morte furono certamente venduti la villa "Adele" che la famiglia possedeva a Trieste in via Farneto 57, lo yacht Suzume e altri beni ancora. La scalognata Viribus Unitis aveva così già fatto la sua prima vittima prima del varo avvenuto a Trieste il 24 giugno 1911 alla presenza di Francesco Ferdinando. Sarà proprio con la Viribus Unitis che lo stesso arciduca nel giugno 1914 fu accompagnato in Dalmazia per raggiungere Sarajevo dove venne ucciso nell’attentato che darà origine alla Prima guerra mondiale. La corazzata fu affondata il primo novembre 1918 nel porto di Pola dopo essere stata minata con un’ardita azione a bordo di una mignatta da parte degli ufficiali italiani Raffaele Rossetti e Raffaele Paolucci. I von Hutterott, originari della città tedesca di Kassel, avevano incominciato a risiedere spesso a Trieste fin dal 1753. Il padre di George era un ricco commerciante triestino che acquistava e vendeva salnitro del Perù, titolare anche della ditta "Crisantemo" che produceva piretro insetticida che acquistava in Dalmazia. George fu presto nominato presidente dello Stabilimento tecnico triestino che comperendeva il cantiere navale Sant’Andrea di Trieste e quello navalmeccanico San Rocco di Muggia. Fu anche direttore dell’ippodromo di Montebello e consigliere della Prima pilatura di riso triestina, quella Risiera che diverrà poi tragicamente famosa come lager nazista. Dopo la guerra e la tragica fine di Maria e Barbara, la seconda figlia Hanna vendette un’altra villa che la famiglia possedeva a Vienna per stabilirsi a Muhlau presso Innsbruck dove morì nel 1960. (s.m.)

 

703 - Messaggero Veneto 02/11/11 Gonars memoria e speranza per l'Europa dei popoli

IL RICORDO »LA CERIMONIA ALL’EX CAMPO DI CONCENTRAMENTO

Gonars memoria e speranza per l'Europa dei popoli

GONARS Memoria e speranza. Due parole che, pronunciate davanti al sacrario in cui riposano i resti di 471 persone che persero la vita tra il 1942 e il 1943, sembrano in antitesi. E invece il loro accostamento è ritornato in tutti i discorsi pronunciati ieri a Gonars. La cerimonia in cimitero si è aperta con i bambini delle scuole che, davanti al monumento realizzato dallo scultore Miodrag Zivkovic, hanno intonato gli inni sloveno, croato, italiano ed europeo. Presenti numerosissime autorità, prime fra tutte la moglie del presidente della Slovenia Turk, Barbara Miklic, la cui madre fu internata proprio a Gonars. E ancora: esponenti del Parlamento dei tre Stati coinvolti in queste celebrazioni, il prefetto di Udine, rappresentanti di Regione, Provincia e Comuni, dell’Anpi e dell’Associazione combattenti antifascisti di Rijeka, esponenti delle associazioni combattentistiche, d’arma e non solo. Il padrone di casa, il sindaco Marino Del Frate, ha rimarcato l’importanza di questa giornata. Ha espresso «il più sentito rincrescimento per quanto accaduto. Ciò che è successo non può essere cambiato, ma tutti dobbiamo impegnarci perché non si ripeta». Ha poi ricordato quanto è stato fatto nella sua comunità, in passato e di recente, proprio per non dimenticare. «Pur non mettendo sullo stesso piano aggressori e aggrediti, -ha detto- tutti coloro che si macchiarono di crimini contro l’umanità vanno condannati... Molti italiani hanno chiesto scusa per quanto di biasimevole è stato compiuto durante quel conflitto. Speriamo che analogo atteggiamento venga rivolto verso quegli italiani i cui diritti furono violati in quegli anni terribili». E’ stato il presidente del Consiglio provinciale, Marco Quai, a tracciare la storia del campo, con fatti, numeri e testimonianze.

«E’ triste, ma Gonars ha una vicenda tutta fascista e italiana. Va ammessa e non minimizzata. Qui uomini e donne furono spogliati di ogni dignità. Qui dovremmo portare i nostri ragazzi perché il "non senso" della guerra non può essere compreso solo sui libri di scuola». La parola è quindi passata al rappresentante del Parlamento croato Damir Kajin e al deputato sloveno Marijan Krizman. Il primo ha lanciato un appello alla pace, ricordando che la tragedia della guerra per i popoli dell’ex Jugoslavia si è prolungata con l’esodo istriano e si è rivissuta negli anni Novanta. Krizman ha ricordato le vicende del campo, interrogandosi sul perché di tanta sofferenza e di tanto terrore. Sono quindi intervenuti Dinko Tamarut dell’associazione combattenti antifascisti di Rijeka e Federico Vincenti dell’Anpi di Udine.

Da quest’ultimo parole di preoccupazione per il sorgere, in Europa, di movimenti e partiti che esprimono posizioni xenofobe e razziste. Ha concluso gli interventi, in cimitero, il presidente della Regione, Renzo Tondo, che si è soffermato sulla visita di Napolitano a Pola, in Croazia, sull'incontro a Roma con il presidente sloveno Turk, sul Concerto dell'Amicizia diretto da Muti, a Trieste, alla presenza dei tre presidenti d’Italia, Croazia e Slovenia. «I valori della libertà, della democrazia e del rispetto per la dignità umana – ha detto - hanno richiesto sacrifici, sofferenze, e coraggio da parte di molti. Questi valori vanno attualizzati e trasmessi alle giovani generazioni». Nel luogo in cui sorse il campo di concentramento hanno invece preso la parola la signora Turk, il sindaco di Gonars e l’on. Ivano Strizzolo che, in rappresentanza del Parlamento italiano, ha espresso l’auspicio che «l’Europa sia l’insieme di popoli che collaborano affinchè queste tragedie non si ripetano mai più».

Monica Del Mondo

LA STORIA

Sorse nel 1941 Vi morirono 500 persone tra cui 70 bimbi

GONARS «Ogni giorno muoiono da 5 a 6 persone; periscono anche i giovani, come le pannocchie. Fa freddo intenso; non abbiamo la stufa; non spero più di rivedere Gerovo. Sapessi quanto tristi ci furono le feste! Salvateci, per carità, fin che siamo ancora in vita». (Slava Danic Malnar, 3 gennaio 1943).

«Qui non è niente di meglio (in confronto di Arba); anzi è peggio. I bambini sino i 5 anni ricevono 3 pezzettini di pane al giorno; non ci danno il caffé latte; fa freddo. Non so se potremo resistere; se si prolunga, periremo tutti; i bambini ed io. Io piango tutto il giorno e mi dispero. Non siamo colpevoli di niente...». (Maria Volf, 27 dicembre 1942). «Ci affligge anzitutto la fame e il freddo. Siamo vestite insufficientemente. Se avessi saputo ciò che mi attendeva, avrei ucciso prima i bambini e poi mi sarei soppressa io stessa, poiché non è possibile sopportare ciò che sopportiamo ora...».(Rausel Paola, 3 gennaio 1943). Tre voci di donne, emerse dalle lettere censurate che partivano dal campo. Non occorre molto altro per rendersi conto della tragicità di quanto avvenne nel campo di Gonars dove furono internati migliaia di cittadini sloveni e croati. Il campo di Gonars, costruito appena fuori dal paese, in una zona vicina alla "Napoleonica", era costituito da due complessi distanti tra loro circa un chilometro: il campo A e il campo B, a sua volta diviso in tre settori. Il filo spinato circondava baracche e tende. L’ordine era tenuto da circa 600 soldati, dalle mitragliatrici montate sulle alte torrette di guardia e dai fari che illuminavano a giorno l’area dove le persone erano tenute prigioniere. Il campo era stato costruito nell’autunno 1941 per ospitare prigionieri di guerra russi, ma non fu mai utilizzato a tale scopo. Nella primavera 1942 invece cominciarono ad affluire i civili della Jugoslavia, invasa il 6 aprile 1941 da fascisti e nazisti. Lubiana, nel febbraio ’42, venne circondata di filo spinato e i maschi adulti furono deportati. Molti finirono nel campo di Gonars che, quell’estate, conteneva oltre 6.000 persone (ma la capienza era per meno di 3000). Nelle baracche strette e lunghe dormivano da 80 a 130 prigionieri. Il riscaldamento era inesistente o affidato a stufe mal funzionanti. Il cibo era costituito da una minestra:

acqua con qualche verdura e qualche pezzetto di pane. L’igiene impossibile.

Alcuni tentarono la fuga. E così i maschi adulti vennero trasferiti in altri campi. Fu allora che a Gonars arrivarono altri uomini, ma soprattutto, vecchi, donne e bambini. Quest’ultimi erano circa un terzo del totale dei prigionieri. Provenivano dal campo di Arbe (Rab), già molto debilitati e le condizioni di fame e freddo che incontrarono nell’inverno gonarese furono per molti causa di morte. Fino al settembre 1943. Nel campo di Gonars persero la vita oltre 500 persone. Di queste almeno 70 erano bambini piccolissimi, nati e morti nel campo di concentramento. (m.d.m.)

704 - La Voce del Popolo 02/11/11 La lingua «dela più bela zità al mondo» - «Dizionario Fiumano - Italiano/Italiano - Fiumano»

APPUNTAMENTO DI RICHIAMO STASERA ALLA COMUNITÀ DEGLI ITALIANI E IN MATTINATA ALLA SMSI
La lingua «dela più bela zità al mondo»
«Dizionario Fiumano – Italiano/Italiano – Fiumano»: per conservare i tratti più autentici di una civiltà

FIUME – "Nissun a Fiume gavrìa mai domandà e insistì/scrìver do righe de presentazìon in dialeto inveze ch’in italian./Bisognava ésser proprio tuti/dei poveri disgrazià profugà/che ga perso la loro de oro zità./‘Breve per carità!’ xé sta comandà./Mentre solo el primo de nominàr,/el carissimo mulo Erio Milch, dai nazi eliminà/meritarìa... meza librarìa./[...] Se ga scominzià,/per via dela solita carenza dei pròcleti schei,/ala casalinga, con volontari che Dio ga dà./Perfin qualche milanes patoco,/no’ se sa se par compassiòn o perché ciapà inamorà/dela più bela al mondo nostra zità. [...]".

Autore della fiumanamente autentica prefazione, in quanto a parole scelte e arguzia di stile e spirito, è nientemeno che padre Sergio Katunarich S. J. (chi non ricorda i "Frammenti di vita fiumana" e lo "Zibaldone fiumano-dalmata-istriano" di questo gesuita, esule fiumano?!), con il cui contributo, accanto a quelli di Mario Bianchi e Camillo Blasich e di tanti altri volontari che hanno partecipato alla raccolta del materiale, il Libero Comune di Fiume in Esilio ha recentemente pubblicato il "Dizionario Fiumano – Italiano/Italiano – Fiumano" (Padova, 2011, 323 pagine.

L’opera, curata da Nicola Pafundi, verrà illustrata e promossa oggi alle 11 alla Scuola media superiore italiana e alle 18.30 nella sede della Comunità degli Italiani di Fiume.

UNISCE ESULI, RIMASTI E GENERAZIONI FUTURE Proposto in anteprima al tradizionale Raduno degli esuli a Montegrotto meno di un mese fa, il "Dizionario" viene ora consegnato simbolicamente ai fiumani rimasti e alle leve future. Perché, come opportunamente rileva nella presentazione Guido Brazzoduro, sindaco del Libero Comune di Fiume in Esilio, "questo patrimonio, che ci deve accomunare, sia condiviso e valorizzato da tutti in una comunità ideale che unisce i fiumani che hanno voluto lasciare la loro città natale e le nuove generazioni della minoranza italiana che oggi vivono nella nostra Città". Un volume, dunque, fortemente voluto dagli esuli – e nella fattispecie dall’associazione Libero Comune di Fiume in Esilio – che, guardando al passato e al presente, pensa al domani e alla preservazione della tradizione.

I CONTENUTI Per la sua natura e la sua strutturazione, il lavoro svolto da Pafundi si presenta (e lo diciamo senza dimenticare il nuovo "Dizionario del dialetto fiumano", edito lo scorso anno dalla Società di Studi Fiumani a Roma, 370 pagine a cura di Amleto Ballarini) come uno strumento agile quanto fondamentale per comprendere oggi la parlata fiumana, e con essa la cultura e la mentalità degli abitanti autoctoni (italiani) del capoluogo quarnerino.

Il volume contiene una grammatica, il dizionarietto dei verbi, oltre centoventi pagine di lemmi dialettali e circa ottanta pagine di termini italiani "tradotti" in fiumano; ci sono poi dei cenni storici e di costume, nonché una sezione toponomastica (con piantine dei rioni di Zitavecia, Porto, Scojeto, Calvario, Cosala, Belvedèr, Pomerio, Scuole, Braida, Centocelle, Giardini, Gelsi, Cole del Fante, Toreta, Rione dele Industrie, San Nicolò e Borgomarina-Cantrida), un ricordo di Erio Milch, i riferimenti bibliografici.

In sostanza, tra le copertine di un rosso fiammante scorrono testimonianze preziose, atte a conservare non solo l’identità fiumana, ma anche dei tasselli unici che, con tutta la loro multiculturalità, appartengono a una grande nazione: quella italiana (e pare proprio il caso di ricordarlo, visto anche il 150.esimo dell’Unità).

TANTI PREGI Risultato di un’attenta, non facile, ricerca, uno dei grandi pregi di questo lavoro è che parla, in maniera semplice e comprensibile, di vocali e consonanti, di cadute di suoni, di troncamenti; spiega l’accento da usare, la derivazione da lingue straniere di alcune lettere usate nel fiumano...

Infine (ma non per ultimo) spiega i cambiamenti subiti, cercando di "riportare alla luce ciò che il tempo ha rimosso", mettendo al bando "possibili richiami ad ideologie", di modo che riviva – come premette l’autore – "solo la parola che anima e vivifica le cose e, essendo caratteristica dell’uomo, va conosciuta in tutti i suoi aspetti comunicativi, così da capire che sarebbe distruttivo perderla". (ir)

705 - La Voce del Popolo 29/10/11 Piana d'Arsa: Un tempo lago, oggi una fertile valle che frutta... latte e tartufi

di Tanja Škopac

Ottant’anni fa la bonifica della piana d’Arsa:
oggi alcuni intraprendenti imprenditori tentano di trarre vantaggio
dalle campagne abbandonate e dalle tante risorse naturali dell’area
Un tempo lago, oggi una fertile valle che frutta... latte e tartufi

All`inizio degli anni ‘30 del secolo scorso fu effettuata la bonifica del lago di Cepich, all’epoca detta anche Felicia. Oggi nella zona, a conferma dell’esistenza di quel lago che fu prosciugato, non resta che il nome di un caffè bar: quello che sulla statale che da Cepich conduce a Vragna, porta il nome di "Jezero" (in croato lago, appunto).

In compenso, percorrendo la stessa strada, sulla destra andando da Vosilli verso Vragna, rispettivamente sulla sinistra se si va in direzione opposta, si notano alcune delle attuali ricchezze del luogo: diverse fattorie, con tante stalle e tante mucche. Ciò che invece non si vede, nè si può notare senza andarci in cerca, sono i tartufi, che ultimamente si trovano da queste parti sempre più spesso. Sono 800 ettari di fertile terra alle pendici del Monte Maggiore. L’ambiente diventa particolarmente suggestivo se dalla principale si devia ad un certo punto verso la valle, per raggiungerne, attraverso una stradina in terra battura, la parte centrale. Si attraversano diversi ponticelli che scavalcano i canali d’irrigazione dei campi e che portano ai poderi e ad alcune case coloniche che qui vennero costruite nel Ventennio fascista.

La leggenda del piccolo tappo

Il villaggio di Cepich si è sviluppato verso la fine del 14.esimo secolo intorno al convento di San Paolo al Lago. Un convento vicino alla chiesa della Madonna sul Lago, che un monaco che giunse qui all’epoca in cerca di un luogo isolato per meditare e raccogliersi in preghiera, fece erigere grazie ai fondi che ottenne dai signori di Cosliacco. Quel convento, abitato da una trentina di monaci che erano in parte laici e in parte praticanti che si dedicavano all’agricoltura e all’educazione e all’istruzione dei giovani, fu attivo fino alla fine del 18.esimo secolo.

Il lago di Cepich era lungo cinque e largo circa due chilometri e aveva una profondità massima di 3 metri. Era particolarmente ricco di pesci, motivo per cui Cepich, in origine, fu un villaggio di pescatori. Gente che viveva in primo luogo dal ricavato del pesce che vendeva agli abitanti dei villaggi circostanti, si legge nella monografia "Kartulini s Labinšćini" (Cartoline dell’Albonese) scritta da Marijan Milevoj, che nel suo libro ricorda Alfredo Načinović, uno dei discendenti delle numerose famiglie di pescatori che vivevano sulle sponde del lago di Cepich. Altri, invece, si dedicavano all’allevamento del bestiame.

Quanto al toponimo croato, c’è chi sostiene che abbia proprio il significato letterale di "piccolo tappo". A proposito ci sono infatti diverse leggende che vengono citate dalle varie fonti letterarie che parlano della storia del luogo. Una di queste racconta che fin dal lontanissimo passato l’attività principale degli abitanti di Cepich era l’allevamento del bestiame. E l’acqua del lago era ovviamente di fondamentale importanza per abbeverare gli animali. Un brutto giorno, però, sul fondo del lago si creò una crepa e l’acqua iniziò a sparire. Temendo che il lago si prosciugasse la popolazione non trovò altro modo per tappare la falla se non ricorrendo a un robusto tronco d’albero rivestito di pelle di bue. L’espediente funzionò, ma ad un certo punto non avendo più uno sbocco, l’acqua allagò tutte le colture.

Un’altra strana leggenda sulla nascita del lago racconta invece che un giorno una ragazza della quale un bruto abusò, diventata madre contro la propria volontà, decise di sbarazzarsi del bambino che diede alla luce gettando il neonato insieme al coltello con il quale recise il cordone ombelicale, nella sorgente del fiume Boljunčica, ma al contatto con l’acqua il bambino riprese vita e, afferrato il coltello, fece un grosso buco nel letto del fiume, trasformandolo in lago.

Il più lungo canale d’irrigazione dell’Istria

I primi progetti relativi all’idea di assestare il bacino del fiume Arsa e di prosciugare il lago di Cepich risalgono alla fine del 18.esimo secolo. I motivi che indussero a riflettere su una bonifica erano legati in primo luogo al fatto che il lago si trasformò in una palude malarica.
A fare i primi progetti di bonifica del lago di Cepich furono degli esperti veneti e austriaci. Stando a quanto rileva Milevoj nella sua monografia e a ciò che si sostiene nell’opuscoletto informativo uscito in occasione della mostra sugli 80 anni della bonifica del lago, che il giornalista e pubblicista albonese contribuì ad allestire l’estate scorsa in occasione della Giornata del Comune di Chersano, in collaborazione con il presidente del Comitato comunale per la cultura, Klaudijo Lazarić, negli ultimi anni del 19.esimo secolo fu accettato il progetto dell’ingegnere Wenedikter, in base al quale il lago di Cepich doveva essere dimezzato, ossia ridotto a circa 300 ettari di superficie. I lavori furono avviati nel 1902 ma vennero interrotti sei anni dopo per mancanza dei fondi necessari che dovevano essere assicurati dal preventivo della Provincia istriana.

A riprendere il progetto furono le autorità italiane, nel 1920, anno in cui fu fondato il Consorzio per la bonifica del fiume Arsa. Secondo quanto rileva Milevoj, la costituzione del consorzio e l’intero progetto, concluso nel 1933, furono affidati al barone Giuseppe Lazzarini, che nel 1934 compilò un dettagliato resoconto dei lavori. Tale documentazione è stata recuperata anni fa dallo stesso Milevoj, che la acquistò da un certo Jakov Stanišić, per presentarla insieme a una serie di fotografie che documentano i lavori della bonifica del lago alla mostra già menzionata.

Il progetto della bonifica fu accettato dalle autorità dell’epoca nel 1925. A coordinatore dei lavori fu nominato l’ingegnere Di Drusco (Druscovich), originario di Portole. I lavori iniziarono nel gennaio del 1928, con la costruzione dei primi canali esterni, mentre quelli di scavo della galleria sotterranea verso Porto Fianona e l’omonimo fiordo che divenne lo sbocco per le acque dolci del lago, furono avviati nell’agosto dello stesso anno. Il grande cantiere impegnò tra i 90 e i 260 operai. Durante l’anno i lavori continuarono intensi e si fermarono soltanto in occasione delle festività religiose. Il canale principale, lungo 4.550 metri, di 11,3 metri di diametro, fu completato il 20 agosto del 1932. Alle ore 13 dell’11 dicembre di quell’anno, nel corso di una solenne cerimonia, in presenza delle autorità dell’epoca, con 24 mine venne abbattuto l’ultimo argine che impediva all’acqua del lago l’accesso alla galleria. Occorsero appena 26 minuti perché l’acqua raggiungesse il mare.

Nel gennaio del 1933 la prima parte del progetto poteva considerarsi conclusa con successo. Nonostante le frequenti piogge primaverili l’area rimase asciutta fino all’estate del 1933, quando ebbe inizio la seconda fase del progetto, ritenuto una delle maggiori opere infrastrutturali dell’epoca fascista: la costruzione dei canali che avrebbero consentito la completa bonifica e quindi la fondazione del più grande complesso agricolo dell’Istria.

I potenziali odierni

Da allora sono trascorsi tantissimi anni. Molti dei campi della vallata sono oggi campagne abbandonate. Tante case coloniche e molti ponti sono andati in rovina. Ciò nonostante l’intera area della piana di Cepich è ancora oggi estremamente importante per l’agricoltura del comune di Chersano, dell’Albonese e dell’intera penisola. I proprietari delle fattorie della zona, come Vladimir Licul, della ditta "Bio Adria" o i membri della famiglia Šahdanović, che nella zona gestiscono e l’omonima azienda agricola a conduzione familiare, sono convinti che abbia pure dei grandi potenziali dal punto di vista turistico.

La fattoria dei Licul, che Vladimir gestisce insieme al cugino Milan, conta attualmente, tra mucche e vitelli, 850 capi di bestiame. Bovini che producono più di 7.500 litri di latte al giorno che vengono venduti alle latterie fiumane e istriane. Quanto alla vendita della carne, avendo a disposizione solamente una quantità molto limitata di terreni agricoli (una questione che, si spera, dovrebbe essere risolta con il tanto atteso e diverse volte ripetuto concorso comunale per l’assegnazione dei terreni in concessione, bocciato in prima battuta dai consiglieri del Comune di Chersano), alla Bio Adria attualmente possono contare soltanto sulla macellazione di pochi buoi che hanno tra i 650 e i 700 chili. Per il momento la società ha 17 dipendenti assunti in pianta stabile, cui si aggiungono 5 collaboratori esterni e una decina di produttori collaboratori che lavorano il latte proveniente dalle fattorie di Cepich per farne formaggio, ricotta, yoghurt, burro e altri prodotti.

"Se ci dessero la possibilità di lavorare anche i campi abbandonati che non sono di nostra proprietà – ci dice Vladimir Licul –, ci sarebbe possibile aumentare la produzione di almeno tre volte, avere una nostra latteria e almeno 80 collaboratori. Da queste parti tutti parlano di turismo, ma turismo, a mio modo di vedere le cose, non è soltanto offrire agli ospiti la possibilità di prendere il sole e di andare al mare. Dovremmo anche assicurare loro cibo genuino, di produzione locale", sottolinea criticando la burocrazia che, a suo parere, intralcia il lavoro e impedisce oltremodo lo sviluppo dell’area.

Lotta con le questioni burocratiche pure l’azienda agricola a conduzione familiare di Atif e Umihana Šahdanović. Oltre a una fattoria con 115 capi di bestiame, in seno all’azienda opera da qualche mese pure un caseificio. È stato inaugurato alla fine di agosto. Tutte le attività legate alla gestione del caseificio sono di responsabilità della figlia dei proprietari, Nermina Prizrenović.

L’azienda o, meglio, il "podere", visto che sul posto sono ancora visibili sulle strutture le scritte originali del periodo italiano in cui il complesso fu costruito, si trova a circa due chilometri dalla strada statale Cepich-Vragna. Allo scenario un po’ fiabesco si aggiungono gli alti pioppi piantati per proteggere le colture dal forte vento. La famiglia Šahdanović ha in cessione un totale di 80 ettari di campagne. Nella propria fattoria, che è in grado di produrre 150mila litri di latte all’anno e nel caseificio, ha investito finora un milione di kune e produce diversi tipi di formaggio, tutti prodotti genuini fatti con latte di mucca. Quanto al formaggio, alla settimana se ne fanno circa 25 chilogrammi. Il punto forte è il vero formaggio istriano, che va consumato semiduro. "Ma facciamo pure la ricotta e del formaggio cotto al quale aggiungo del peperoncino piccante e un po’ di tartufi che compro dai raccoglitori che vedo, tra l’altro, anche qui in giro", ci ha detto Nermina.

Grazie ai pioppi piantati subito dopo la bonifica per proteggere i campi e le colture dal vento, la Piana di Cepich oggi è ricca pure di tartufi. Anche se non ha voluto rivelarci quanti chili ne riesce a trovare, Miljenko Herić, fondatore dell’Associazione dei raccoglitori di tartufi del comune di Chersano, attiva a livello dell’Albonese, ce l’ha confermato. "Per fortuna undici anni fa, quando abbiamo deciso di fondare la nostra associazione, abbiamo salvato l’area e siamo riusciti a impedire che i boschi di pioppi che già esistevano venissero abbattuti. In seguito abbiamo piantato altri 500 alberi, il che ha influito in poco tempo anche a un aumento della quantità dei tartufi che troviamo nell’area" – ci ha detto Herić.

706 – La Voce del Popolo 31/10/11 Cultura - Ennio Manchin: Rimembranze di un ragazzino ottuagenario

DALLE PAROLE DI ENNIO MACHIN EMERGE IL RITRATTO DI UN’EPOCA TRAVAGLIATA, MA ANCHE AFF ASCINANTE
Rimembranze di un ragazzino ottuagenario
Versatile e dalle idee chiare, si è dedicato al canto, alla politica, al mondo del lavoro, alla scrittura

FIUME – Ci si chiede sempre, e con parecchia curiosità, quale sia mai il "segreto", l’"elisir dell’eterna giovinezza" delle generazioni di connazionali "più maturi", e nel caso particolare, degli inossidabili connazionali fiumani: cantano, viaggiano, recitano, fanno concerti, fanno politica, "lustrano i parchetti" della Sala delle Feste della Comunità degli Italiani durante le serate danzanti esibendo uno stile "tango" o "valzer" da far invidia. Secondo noi, si tratterà del proverbiale "morbin fiuman", o della "voia de viver" di chi ha vissuto tempi non sempre facili, per cui è portato ad apprezzare ogni lato positivo dell’esistenza. E se non è positivo, lo fa diventare tale. Oppure, altro possibile motivo di felice longevità, una vita vissuta intensamente, credendo in quello che si faceva, spendendosi in impegni significativi (per il soggetto "in primis"), cercando di "costruire" e di realizzare i propri sogni.

Questo ci sembra essere il caso di Ennio Machin, uno dei personaggi chiave della realtà della CI di Fiume (e non solo), che in questi giorni compirà le sue "prime" ottanta primavere, e continua imperterrito nella sua attività sociale e a coltivare le proprie inclinazioni. Personaggio versatile e dalle idee chiare, Machin si è declinato tra musica, politica, lavoro, e negli ultimi anni, pure sul versante letterario con la sua autobiografia dal valore anche documentaristico "Rimembranze fiumane".

PERSONAGGIO CHIAVE DELLA REALTÀ FIUMANA Con incarichi politici a livello di Comune e di Regione, già direttore della ditta "Kompas" e quindi alla testa dell’EDIT per quattordici anni, con tanti riconoscimenti all’attivo (Ordine del lavoro, Ordine dell’unità e fratellanza, Ordine al merito verso il popolo, la Carta dello Zavnoh, Ordine al merito di Cavaliere), ha un passato giovanile di cantante nel genere della musica leggera, che gli ha dato tante soddisfazioni, a lui, come a quelli che lo hanno seguito. Un passato musicale legato pure alla storia della CI fiumana, che vale la pena di rinverdire, specie a beneficio delle generazioni giovani.

Da dove le proviene la passione per il canto? È un’"eredità" di famiglia?

"Non ricordo che i miei avessero inclinazioni musicali particolari; d’altra parte, c’era poco da cantare dopo la tragedia di mio fratello, che a ventun anni era affondato con il cacciatorpediniere ‘Scirocco’, e mia madre che non si riprese più. Venne a mancare nel 1943. So che a casa c’era un violino, forse ereditato, cui la mamma era molto legata. Da ragazzino frequentai per un anno la scuola di musica – violino e solfeggio con il maestro Marvin –, che aveva sede nel pianterreno della ‘Manin’. Dopo la disgrazia io fui mandato in Istria, in affido ai miei santoli, e lì mi affezionai alla radio. Ascoltavo la canzoni leggere dell’epoca. Prediligevo Natalino Otto, idolo del tempo, Luciano Tajoli, una voce bellissima, padronissimo del vibrato e del falsetto, e Giorgio Consolini. Scoprii in seguito di possedere una voce discreta di tenore, un orecchio facile, il senso del ritmo..."

E dove spiccò il volo?

"Erano tempi difficili, c’era bisogno di guadagnare. Iniziai a cantare nella terrazza di lato all’hotel ‘Bonavia’, sede del Club ciclistico ‘Rijeka’, diretto da Ettore Mazzieri e presieduto da Flaminio Bianchi. Confesso che avevo ben poche canzoni in repertorio. Erano i primi anni ’50. L’orchestrina era composta dai tre fratelli Stipanov (una chicca) – Paolo al clarinetto, Willy alla fisarmonica e Dido alla chitarra – alla tromba Rudi Gherlanc, alla batteria il ‘patrono’ Turcovich e alla chitarra classica e hawaiana il bravissimo Doro Marianovich. Guadagnavo 400 dinari per serata, quattro volte alla settimana, mentre mio padre che faceva il capoturno in Raffinera ne prendeva 1.200 al mese. Nel ’51 feci la naia, e al ritorno il canto diventò, quasi quasi, la mia professione, parallelamente al lavoro che svolgevo".

È stato molto attivo all’interno della sezione Arte varia della CI come cantante.

"Su invito di Serafino Lenaz – al quale dobbiamo tanto –, Giulio Bontempo e altri presi a far parte della sezione Arte varia –, che si stava proprio formando – dell’allora Circolo Italiano di Cultura. Le serate sociali e i balli al CIC erano gremitissimi (c’era la fila fin giù al portone), gli applausi a non finire, e io cantavo senza microfono. Il primo fu procurato da Rudy Palisca. Da quasi professionista investivo moltissimo nelle partiture (pianoforte, contrabbasso, fisarmonica, tromba, chitarra, sassofono e canto) di canzoni dell’epoca, che acquistavo presso le case musicali più famose, quali la Ricordi, la Bolero, la Asso di Firenze. L’orchestrina era composta da Mario Delcaro alla tromba, Josip alla fisarmonica, Slavko Devjak al sassofono contralto, mentre Dino Stiglich suonava il sassofono tenore; al pianoforte c’era la bravissima Tatjana Devjak e alla batteria Serafino Lenaz. L’estivo l’avevamo alla cosiddetta Nafta, con una capienza formidabile; era sempre gremito. Da lì nacquero i famosi Festival della canzone della CI. La gente aveva fame di divertimento e seguiva moltissimo questo genere di spettacoli".

Continuò a cantare nelle terrazze estive e negli alberghi della Perla del Quarnero...

"Solo al ‘Belvedere’ mi feci nove stagioni. Non c’è stata sala abbaziana o lauranese in cui non mi sia esibito. A cominciare dal ‘Kvarner’ e dal ‘Palace’... Cantavo in sei lingue: italiano, croato, inglese, francese, tedesco e spagnolo. La mia ultima uscita canora la feci sulla nave ‘Dalmacija’, presa a noleggio da un’ente turistico tedesco, proprio per questo mio repertorio internazionale.

Sono stato il primo connazionale a cantare alla prima edizione delle ‘Melodie dell’Istria e del Quarnero’, con ‘Ljuljačka ljubavi’ di Celeste Srelz. C’erano i più bei nomi della leggera di allora – Ana Stefok, Toni Kljaković... – e l’orchestra del Teatro diretta da Zlatko Černjul. Sono stato il primo a Fiume a possedere la famosa apparecchiatura con l’eco ‘Meazzi’. Costava una barca di soldi. Feci tutta una stagione al Caffè centrale (Gradska kavana). In seguito fui impegnato quotidianamente al ‘Park Hotel’. Fui il primo a cantare con la grande orchestra di Radio Fiume diretta da Aco Petrović".

Come mai decise di smettere?

"Le ragioni furono diverse. Sia per impegni lavorativi (ero appena stato nominato direttore della ‘Kompas’) che di salute. Subii infatti un intervento alle corde vocali in conseguenza del quale cantare mi riusciva difficile, e sebbene avessi l’ingaggio in caldo con il ‘Park Hotel’, non volli firmare il contratto. In seguito mi esibii solo raramente e in occasioni particolari.

È stato pure presidente della Società artistico culturale (all’epoca operaia) "Fratellanza".

"Sì, dal 1974 al 1976, e fu un mandato molto difficile e battagliato. ‘Con la mano’ tesa andavo in giro a chiedere sovvenzioni per ‘La tore’ che non usciva più, e sicuramente mi avranno anche riso dietro, ma non importa; riuscii comunque a racimolare i mezzi per tre numeri. Il nostro coro era assai quotato, molto stimato e contava su bellissime voci. Da parte mia mi sono impegnato a ‘spingerlo’ e a farlo cantare nei luoghi che contavano. Infatti, partecipò al Festival dell’Unità a Milano, esibendosi al Castello Sforzesco. Ci fu quindi l’uscita a Faenza, nell’ambito del gemellaggio con Fiume; prima però brigai al Comune per ottenere i mezzi per i vestiti nuovi dei coristi, ormai lisi".

Che ricordo ha di Celestino Srelz?

"Un musicista straordinario, sapeva suonare tutti gli strumenti. Era molto impegnato a fondare un sacco di orchestrine nei luoghi del circondario. Autore di tante canzoni, era pure un ottimo arrangiatore. Dirigeva e faceva gli arrangiamenti per l’orchestra di Radio Fiume".

La sua opinione di Sanremo...

"Seguo il Festival entro certi limiti. Apprezzo le canzoni che dicono ‘qualcosa’, a parte che tantissime assomigliano a dei proclami, cioè non divertono. Apprezzo la buona musica, i testi di qualità e il cantante, ma non quelli che esibiscono una ‘moda’, un’‘ideologia’. Per me una canzone deve essere riconoscibile, orecchiabile, deve esprimere qualcosa, e deve anche divertire. La vita è già di per sé molto pesante, e se qualcuno, tramite la musica, me lo ricorda, io spengo la tv".
E come non dargli ragione!

Patrizia Venucci Merdžo

707 - L'Arena di Pola 28/10/11 Lettere - «D'ora in poi i nostri raduni si facciano sempre a Pola o comunque in Istria»

«D’ora in poi i nostri raduni si facciano sempre a Pola o comunque in Istria»

Sia pur in ritardo, desidero esprimere i miei sentimenti di riconoscenza e gratitudine al Direttore Mazzaroli, al Sindaco Benco ed al Consiglio tutto, agli efficientissimi amici Palermo, per avermi dato la possibilità di vivere la bellissima esperienza del 55° raduno degli esuli a Pola.

In compenso questo ritardo mi ha regalato un periodo fecondo in cui far decantare le forti emozioni vissute nell’incontro e fare, grazie anche agli innumerevoli stimoli ricevuti, qualche riflessione sul lungo cammino dell’istrianità nella mia vita, fatto di rimpianto e di sofferenza, ma anche di rimozione, forse vittima e complice della lunga consegna del silenzio che abbiamo vissuto in Italia nei decenni trascorsi.

Mi ritrovo perciò in quanto diceva Silvio Mazzaroli il 17 giugno nell’incontro alla Comunità degli Italiani di Pola, che «c’è stato, in passato, un gap di memoria collettiva poiché i genitori hanno evitato di parlare ai figli dell’esodo per non farli crescere col trauma. Ma negli ultimi anni se ne parla e se ne scrive tanto, e spesso sembrano più interessati alla questione i nipoti che non i figli».

È vero. In fondo, pensandoci bene, è quello che sono io, un nipote di un profugo: cioè mio nonno Silvio Avorini, venuto via da Pola nel fatidico febbraio 1947. Dalla terrazza della sede della Comunità degli Italiani di Pola vedevo ai Giardini, con emozione, la casa rossa e la porta (dove adesso c’è una pizzeria) proprio dove allora c’era la Rivendita Tabacchi e giornali di mio nonno. All’epoca il portone a fianco portava il numero 24 di Largo Oberdan.

Io non sono un esule, pur essendo nato a Pola 76 anni fa. Il fatto che mia mamma polesana, Erna Avorini, avesse sposato un sottufficiale della Guardia di Finanza di Mare, sardo, di stanza a Fiume e fatalmente venuto a Scoglio Olivi per riparazioni del dragamine su cui era imbarcato, aveva determinato in quegli anni una nostra vita familiare in giro per i porti (Fiume, Barletta, Messina, Savona e ancora Pola). Intanto era arrivata la guerra. Così l’ultima mia permanenza a Pola italiana (nel frattempo mi era arrivata anche una sorellina, polesana, del 1940) era coincisa con il secondo trimestre della seconda elementare: sulla mia pagella c’è, in data 17 aprile 1943, il «nulla osta per il trasferimento dell’alunno ad altra scuola» firmato dal Direttore Didattico Giuseppe Tromba (che molti ricordano). E da allora la nostra famigliola si era trasferita definitivamente a Savona.

Quando ho letto su «L’Arena di Pola» che il 55° raduno si sarebbe tenuto a Pola ho avuto un sussulto, ho come sentito suonare la tromba dell’adunata ed ho immediatamente deciso di essere "presente" con mia moglie. Non avevo mai partecipato ai raduni in Italia. In fondo l’esodo e le conseguenze patite dai profughi io le avevo vissute un po’ di striscio. Mio nonno Silvio con l’esodo era venuto a Savona, da noi e cioè dalla figlia Erna (io avevo 12 anni), ma non era riuscito ad integrarsi nella dura cultura ligure ed era ritornato verso le sue parti, la sua gente, il suo dialetto, preferendo passare gli ultimi anni piuttosto nel campo profughi delle casermette a Gorizia, dove è morto nel 1960 all’età di 76 anni. A Savona all’epoca erano arrivati anche altri profughi da Pola avendo come punto di riferimento proprio mia mamma, la Erna. Tra questi anche la sua amica del cuore e mia Santola, Licia Bassan, la «giovanissima vedova» cui fa cenno Regina Cimmino a pag. 22 del suo libro Quella terra è la mia terra. Begli intrecci!

Ed ora qualche riflessione. La mia esperienza di rapporti con la nostra gente, a Savona come successivamente in molte altre località in cui ho avuto contatti, è stata appagante ed arricchente. Constatavo la presenza di questa cultura istriana, istro-veneta, aperta e dialogante, fondamentalmente ottimista malgrado le tragedie vissute, capace di sviluppare relazioni e rapporti positivi e di costruire comunità. Con la diaspora, impiantandosi nelle diverse realtà regionali italiane, era stata inoltre portatrice di un’italianità che nessuno sentiva e viveva in modo così marcato, per riferirmi alle mie esperienze territoriali in giro per l’Italia e persino a quella romana. Una presenza a macchia di leopardo ed un’interazione con le popolazioni locali che credo abbia fatto un gran bene agli Italiani coinvolti e quindi all’Italia. Forse accade che eventi storici importanti possano far emergere in un popolo una vocazione nuova, non programmata e non prevista, ma alla quale diventa un dovere ed una responsabilità rispondere positivamente. Ed il nostro popolo, passato dal crogiuolo della sofferenza per la privazione ingiusta e violenta che ha dovuto subire, è stato all’altezza di questo compito.

Per molto tempo mi è bastato questo, che mi dava orgoglio e fierezza. Ed io non avevo partecipato ai raduni in terra italica perché poco attratto: li percepivo come un ripiegamento su se stessi cedendo ai rimpianti e alle nostalgie, anche se sicuramente in realtà non era così. Certamente questo tenersi collegati è stato invece un supporto fondamentale per mantenere viva l’identità di un popolo smembrato e disperso qua e là per l’Italia, così come lo è stata la preziosissima funzione svolta dal nostro giornale «L’Arena di Pola».

È grazie a «L’Arena di Pola» che negli ultimi lustri mi sono sempre più avvicinato alla nostra storia ed alla nostra realtà. Ma grazie anche al rapporto più intenso, nei suoi ultimi anni di vita, con la mia mamma rimasta vedova, morta ultranovantenne a Savona sette anni fa. Ora mi assale una preoccupazione: a mano a mano che ce ne andiamo (mio nonno 51 anni fa, mia mamma 7 anni fa, prima o poi io stesso), corriamo il rischio che, a partire dall’ambito familiare, si perda questo patrimonio ideale e culturale che invece deve vivere e svilupparsi. Può darsi che il fenomeno si verifichi in tante nostre famiglie.

Per parte mia sto facendo quello che posso per tramandare a mia volta a figli e nipoti, a Trento come a Roma (dove vivo ormai da quasi mezzo secolo), questo patrimonio ritrovato e che non deve andare perduto. Altrettanto cerco di fare nelle varie comunità con cui interagisco. Ma mi rendo conto che dovrei forse rendermi disponibile a collaborare anche nelle nostre specifiche realtà associative qualora mi venisse richiesto.

Tornando al tema a me caro della vocazione storica di un popolo e delle conseguenti responsabilità, mi sembra che l’altra grande questione su cui la storia ci interpella, ora, sia quella del rapporto del nostro popolo con la nostra terra di origine, ancorché non sia più nostra dal punto di vista statuale ed amministrativo. Anzi proprio per questo ancora di più. Il processo europeo può darci una mano, ma mi sembra che dobbiamo – comunque e malgrado tutto – incrementare il rapporto con le Comunità degli Italiani di Pola e dell’Istria per una ricomposizione della nostra cultura spezzata. Abbiamo il dovere di non lasciarli soli e di progettare e costruire con loro il futuro. Noi ormai siamo forti e lo saremo sempre di più se sapremo continuare a lasciarci alle spalle giustificatissimi risentimenti, rancori, nostalgie, prevenzioni di carattere ideologico. Quindi lo possiamo fare. E quindi lo dobbiamo fare.

Penso che le varie località in giro per l’Italia (che si tratti di Roma Cecchignola o di Fertilia o di La Spezia, ecc. ecc.) possano essere sede di incontri particolari, regionali o interregionali, ma che non abbia senso ormai tenere il raduno annuale nazionale nelle località in cui sono approdati e si sono organizzati gli esuli. Con questa logica allora perché non farli anche a Melbourne o a Toronto? Lo dico scherzando, perché mi è venuto in mente che grazie all’incontro di Pola mi sono ritrovato anche con i miei cugini Avorini Maria Silvia e Paolo, nati a Melbourne, dove dopo l’esodo era emigrato mio zio Guido, ormai morto anche lui. Loro ora vivono a Pesaro. Ma anche questa vicenda familiare nostra richiama la tematica della diaspora e della faticosa ricerca di riallacciare trame di un tessuto socio-culturale che le crude vicende storiche hanno sfilacciato. E il catalizzatore resta sempre Pola.

Concludendo, a me pare che il 55° raduno segni uno spartiacque nella nostra storia: per dove e con chi si è svolto, per il significato che ha avuto, per il successo ottenuto, per i risultati concreti e documentabili realizzati. Sono convinto che siamo entrati in una fase nuova. Arrivarci ha certamente richiesto i suoi tempi di maturazione, attraverso le inevitabili contraddizioni e titubanze, ma tutto è stato superato con coraggio. La fase nuova è secondo me che ormai i raduni, quelli annuali nazionali importanti, vadano fatti sempre a Pola. O possiamo anche dire: a Pola e località della sua provincia.

Con buona pace di chi si attarda ancora a non voler fare lo sforzo di cogliere e comprendere l’evoluzione in corso, ivi inclusi gli amici dell’Unione degli Istriani con cui bisognerà pur arrivare con buon senso e buona volontà ad un accordo di collaborazione.

Antonio Incani
Roma

708 - La Voce in più Cucina 29/10/11 Tartufo: re indiscusso della tavola istriana

RICCHEZZA REGIONALE Irresistibile richiamo per i buongustai di ogni dove, è un prodotto esportato in tutto il mondo

Tartufo: re indiscusso della tavola istriana

di Fabio Sfiligoi

Una ricchezza da conservare, è così che uno dei tanti turisti italiani interpellati quest'estate dal nostro quotidiano ha commentato la penisola bianco-grigio-rossa. Una ricchezza che vanta molti aspetti: dalle bellezze naturali, agli eventi culturali e perché no da un'offerta gastronomica sempre più ricca e soprattutto di altissimo livello, oserei dire internazionale, viste le materie prime che vi troviamo.

Una di queste, vista la stagione è il tartufo. Quello bianco della valle del Quieto e del bosco di San Marco, nel Montonese, è un irresistibile richiamo per i buongustai e una vera vena aurifera per gli abitanti della zona. Abbiamo sentito racconti di ricercatori di tartufi che grazie alla vendita di questo prezioso tubero hanno costruito la casa o hanno dato vita ad altre attività (autotrasporto).

Dal 1929 ad oggi

Oggi il tartufo istriano, grazie anche alla notevole attività promozionale, è un prodotto esportato in tutto il mondo, usato in Francia per tagliare e insaporire il paté "au truffe du Pe-rigord" e apprezzato, in Italia, accanto al bianco per antonomasia,il tartufo d'Alba. È interessante ricordare che la raccolta del tartufo venne introdotta in Istria nel 1929 da Carlo Testoni e Piero Giovannelli, che scoprirono i primi tuberi vicino a Pola. Nel 1932 l'ultimo podestà di Portole, Emilio Facchini, avviò la raccolta su scala commerciale a Levade, ottenendo la prima concessione demaniale. La strada istriana del tartufo parte da Plovania e Castelvenere, attraversa i colli di Momiano, Cremegne, Sterna e Portole scendendo poi verso la capitale del tubero d'oro: Levade. Siamo al centro di un antico croce-

ia, nel cuore dell'Istria, nella fertile valle del Quieto, importante centro agricolo tra Montona e Santo Stefano Terme, raccordo dell'acquedotto di Pinguente e, nel passato, una delle stazioni della famosa "Parenzana", la ferrovia a scartamento ridotto che collegava Parenzo a Trieste.

Il tartufo è stato scoperto, così si racconta, alla fine degli Anni Venti. Nel 1927, su invito di un gruppo di imprenditori interessati a sviluppare la raccolta e il commercio del tartufo, giunsero a Levade quattro esperti tartufai italiani, forse di Alba o forse marchigiani. Un giorno, un ragazzo del paese li sorprese a scavare con delle palette in un prato. "Siete seduti su una miniera d'oro - sentenziarono gli esperti - e non lo sapete". Secondo la leggenda il tartufo non era mai stato raccolto prima, per i locali era "la patata che spusa" roba da dare ai maiali. Negli anni a seguire agli esperti si affiancarono alcuni cacciatori e contadini di Levade. Erano tempi in cui si portavano a casa anche 6-7 chili di tartufo al giorno. Oggi i risultati sono più scarsi, mancanza di umidità nel terreno (dovuta ai lunghi periodi di siccità) fattore indispensabile per lo sviluppo del tartufo. Resta comunque

la sfida a trovare il tartufo più prezioso, il "magnatum pico", noto anche come "giallo di Levade". Ma per trovarlo bisogna avere dei cani bene addestrati, dotati di un fiuto eccezionale e, quando la stagione è quella giusta (da ottobre a marzo) bisogna trascorrere giornate intere nei boschi. E per molti cercatori "è vero il tartufo ha dato tanto, ma ha anche tolto qualcosina, la salute, l'umidità delle notti trascorse nei boschi ha lasciato il segno". Addestrare i cani non è facile, anche perché non basta che l'animale sia in grado di sentire il tartufo, è importante pure che il padrone sappia comprendere i suoi messaggi, deve esserci un feeling, insomma.

L'alto Buiese costituisce certamente la zona più conosciuta in Istria per il consumo del tartufo: tra Plovania, Castelvenere, Momiano e Cremegne, infatti, sono concentrati i più rinomati ristoranti specializzati, anche se ormai il tartufo si può gustare in tutta la penisola.

La foresta di Montona

La riserva di tartufo per eccellenza è rappresentata dalla Foresta di Montona o Bosco di San Marco, una riserva di legni voluta dalla Se-

renissima che la curava e la manteneva ordinata per le necessità del suo Arsenale. Con i legni della riserva venivano costruite le navi della flotta veneziana che solcavano i mari sviluppando traffici di spezie, di stoffe, di materiali preziosi portando la propria cultura a spasso verso l'Oriente, fermando anche in luoghi lontani i simboli della propria potenza, ma anche la forza della propria cultura. Questa foresta era delimitata da pietre chilometriche di cui si conservano ancora alcuni esemplari che riportano scolpito il Leone di San Marco. Dall'alto di Montona il colpo d'occhio sulla foresta è immenso, si riesce a cogliere il suo sviluppo ad ipsilon lungo la vallata del fiume Quieto. Il tartufo è parte di questa meraviglia, è storia, è simbolo di uno spazio incontaminato, è esempio di interazione con il territorio e diventa veicolo di ospitalità, di desiderio di conoscere una terra anche attraverso i suoi profumi e i suoi sapori... basta lasciarsi coinvolgere ed incantare.

Il magnatum pico istriano, scrive la triestina Madi Fast in uno splendido libriccino dedicato al prezioso tubero, è della stessa specie di quello d'Alba. Quest'ultimo caratterizzato da una forma rotondeggiante, più bella, ha una durata maggiore ed leggermente più legnoso. Il tartufo istriano, pur avendo le stesse caratteristiche organolettiche, si presenta gibboso, meno resistente, più friabile, quindi migliore agli effetti gastronomici. Il gusto e il profumo sono gli stessi.

Tuber magnatum pico

Forma globosa, spesso anche appiattita e irregolare, con peridio giallo pallido o anche ocraceo con chiazze rosso-brune, mai grigio, liscio o lievemente papillato. La gleba, percorsa da numerose venature bianche, molto ramificate, varia dal colore latte al rosa intenso.

È reperibile solo nella tarda estate, in autunno e all'inizio dell'inverno sotto querce, salici, pioppi, tigli, in terreni con umidità abbastanza elevata. Il suo sapore e profumo particolari lo hanno portato a essere il re della cucina e ad essere apprezzato in tutto il mondo. Viene consumato crudo.

Tuber melanosporum tartufo nero

Forma globosa, alle volte lobato, con peridio bruno-nero a verruche appressate incavate all'apice e canali-colate longitudinalmente. La gleba è di colore grigio-bruno o nero-rossastro, solcata da venature chiare sottili e molto ramificate. Le spore sono spinulate. La dimensione raggiunge, e può superare, quella di una grossa mela.

Viene raccolto durante tutto il periodo invernale ed in modo particolare nei primi mesi dell'anno specialmente sotto querce, noccioli e carpini neri. Il suo specifico sapore e il suo aromatico profumo lo rendono molto apprezzato in cucina dove dai francesi è considerato il migliore e quindi il pregiato fra i "neri". Viene consumato preferibilmente dopo breve cottura.

Tuber aestivum o scorzone

Forma solitamente globosa o poco globata, con peridio nero a verruche piramidali striate trasversalmente, ben evidenti. La gleba, sempre chiara, varia dal colore roseo ed è solcata da numerosissime venature bianche. Le spore sono alveolate.

Gli esemplari più grandi possono raggiungere la dimensione di una mela. È uno dei tartufi più comuni; a parte una breve pausa primaverile, si può trovare tutto l'anno anche in notevoli quantità, sotto querce, noccioli, pioppi, faggi e pini. Il profumo è leggero, un po' terroso, fungino, aromatico e gradevole. Data la sua abbondanza non raggiunge mai prezzi del più pregiato Tuber melanosporum.

Tuber brumale o invernale

Forma solitamente globosa o poco lobata, con peridio nero o ferrugineo scuro, a verruche molto appressate, ben evidenti, incavate all'apice e solcate longitudinalmente. La gleba è di colore bruno scuro o grigio-nerastro con ampie venature bianche. Le spore sono spinulate. La sua dimensione può facilmente superare quella di un uovo di gallina.

È reperibile in autunno e all'inizio dell'inverno sotto querce e noccioli. Il profumo e il sapore sono più o meno forti ma gradevoli (in modo particolare nella sua varietà mo-schatum Ferry) per cui viene normalmente consumato pur essendo molto meno apprezzato del Tuber melanosporum con il quale alle volte viene confuso.

Storia e leggende sul tartufo, anche le scrofe per cercarlo

I Romani conoscevano e mangiavano le poco profumate terfezie, o "tartufi della sabbia" provenienti dall'Africa. All'epoca la loro origine rappresentava un enigma, Plinio le inseriva fra le piante prodigiose, e Apicio le proponeva nella sua raccolta di ricette. In Europa, per quasi tutto il Medioevo i tartufi non vennero considerati, ma dalla seconda metà del Quattrocento vi fu un'inversione di tendenza. Questi tuberi, specialmente i neri raccolti lungo gli Appennini, divennero in Italia un cibo ricercato e molto apprezzato dai potenti.

Numerosi fonti indicano che si utilizzavano le scrofe per cercarli, e che erano cotti sotto la cenere o saltati in padella, per essere poi mangiati senza una precisa collocazione durante il pasto. In quel tempo ai tartufi s'iniziarono ad attribuire anche virtù afrodisiache, e il medico Michele Savonarola li consigliava come alimento ideale per i vecchi che avevano una bella moglie. Platina, erudito dell'epoca, non solo assegnò al tartufo un alto potere nutritivo, ma lo definì: "Un eccitante della lussuria... servito spesso nei pruriginosi banchetti di uomini ricchi e raffinatissimi che desiderano essere meglio preparati ai piaceri di Venere". L'efficacia dei tartufi era così proverbiale da meritare una testimonianza letteraria di Pietro Aretino, riferita ad un vecchio che non riusciva a godere dei piaceri amorosi: "Né per tartuffi, né per carcioffi, né per lattovari puoté mai drizzare il palo, e se pur l'alzava un poco, tosto ricadeva giuso...".

Tutti i medici italiani del tempo concordavano sul potere afrodisiaco dei tartufi, e alcuni ciarlatani preparavano e vendevano con lauti guadagni elisir d'amore a base della sua essenza. I trattati italiani di gastronomia del Seicento parlano del potere rinvigorente del tubero come un fatto scontato, e la sua virtù non viene dimenticate neppure nelle memorie di Casanova.

Secondo Brillat Savarin fino al 1780 il tartufo scarseggiava nelle mense francesi, ma nel 1825 anno di pubblicazione della Fisiologia del Gusto, grazie alla corroborante fama il suo consumo era ormai diffuso.

Negli ultimi decenni del Novecento è stata avanzata un'ipotesi scientifica sulla virtù di stimolante sessuale del tartufo. Secondo questa, il suo odore dovuto soprattutto all'androstenone, sostanza presente anche nel feromone del porco maschio, attirerebbe irresistibilmente le scrofe.

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Tartufo, pagato a peso doro da ricchi e nobili

Amato da Verdi, Rossini e dal re Sole

Il tartufo ha avuto in cucina un posto d'eccellenza fin dall'antichità. Rappresentava una pietanza ricercata e pagata a peso d'oro da ricchi e nobili. I Romani che ne erano molto ghiotti, lo chiamavano "fu-nus agens" (portatore di morte), perché se mangiato in massicce quantità provocava indigestioni mortali. La prima traccia scritta di preparazioni al tartufo è di Apicio. Costui consiglia di conservarli sigillati in vaso in luogo fresco, tagliati a fette sottili, disposti a strati alterni con segatura secca. L'autore latino propone alcune ricette, delle quali una sola con tartufo a crudo: indica di bollirli in pentola con salsa di vino, olio e miele, oppure di bollirli e accompagnarli con una salsa a base di pepe, coriandolo, ruta, miele e olio. II tartufo del periodo era per lo più quello della Cirenaica, sembra la terfezia, con un'intensità d'aroma non certo paragonabile al tartufo d'oggi.

OBLIO CULINARIO Durante il Medioevo i tartufi subirono l'oblio culinario, anche se qualcuno riconosce in alcune righe del Petrarca la loro presenza. Fu nel-

la gastronomia del XVI sec. che i preziosi tuberi andarono a ricoprire un ruolo di primo piano. Giovan Battista Rossetti, al servizio della duchessa d'Urbino Lucrezia d'Este nel 1554 pubblicò "Il libro dello Scalco" con varie preparazioni al tartufo. Baldassarre Pisanelli nel "Trattato della natura" del 1596 suggerisce di mangiare i tartufi cotti, con molto aglio, pepe, limone o in alternativa di cuocerli nel brodo grasso con cannella. Secondo il Castelve-tro (XVII sec.) si deve avvolgerli in carta bagnata, cuocerli sotto la cenere, sbriciolarli, saltarli con olio, sale, pepe, per poi servirli con succo di limone o di arancia. I tartufi erano immancabili pure nei famosi banchetti del Re Luigi XVI, dove il Mas-saliot (1699) li proponeva abbinati a pernici, pollastre e capponi.

Nel '700 avvenne il matrimonio del tartufo con altri cibi prelibati, come la salsa di ostriche di Francois Mann. Talleyrand, ministro degli esteri di Napoleone, era grande estimatore dei tartufi che usava assieme alle donne come arma di diplomazia: ai suoi ricevimenti non mancavano mai ricette "al tartufo" ideate da Careme.

«IL DIAMANTE» Anche nei grandi appuntamenti della storia questo alimento era presente: dal pranzo di conclusione del congresso di Vienna (1815 "croquettes d'esturgeon aux truffes"), al banchetto offerto nel 1896 dal presidente della Repubblica Francese allo Zar Nicola. Brillat Savarin lo riteneva il "diamante della cucina", Gioacchino Rossini, "il Mozart dei funghi", Auguste Escoffier "perla della cucina", Pellegrino Artusi "simbolo del buon mangiare". Proprio Rossini lo apprezzava nei tournedos, oppure nell'insalata con radicchio, olio d'oliva, senape, limone, sale e pepe. Giuseppe Verdi, invece, lo mangiava a fettine nel timballo di pasta sfoglia, petti di pollo e purè di fegato profumato al Madera. Con il '900 il tartufo entrò diffusamente nella cucina borghese, diventando un piatto di mezzo: servito crudo, scaldato o nello champagne.

709 - Messaggero Veneto 29/10/11 Udine: Museo del Risorgimento - I capelli di Garibaldi e la sciarpa di Tommaseo e il fondo di Augusto Luxardo

I CAPELLI DI GARIBALDI E LA SCIARPA DI TOMMASEO

di PAOLO MEDEOSSI

La resistenza di Udine agli austriaci, durante la rivolta del 1848, durò poco, una settimana a malapena. Sull'onda dei clamori che arrivavano da tutta Europa c'era stata una forte mobilitazione, ma la voglia di ribellarsi al giogo straniero divampò quando una staffetta portò la notizia che anche Venezia era insorta. Allora venne formato un governo provvisorio mentre il comitato di difesa fu affidato al colonnello Alfonso Conti, all'ingegner G.B. Cavedalis e al colonnello Luigi Duodo. Tanto fervore servì a poco perché, muovendo da Trivignano, arrivò a porta Aquileia il generale austriaco Nugent che voleva ricongiungersi con Radeztky. Gli udinesi si erano barricati, distesero aratri, erpici e altri strumenti rurali, mettendo anche un paio di cannoni all'ingresso della città, ma il 22 aprile dovettero alzare bandiera bianca sul castello. L'unico a voler battersi ancora fu un popolano Gaetano Stagnaro, che continuò una guerra personale e che qualcuno immortalò in una rarissima fotografia.

L'immagine esiste ancora ed è conservata nel museo del Risorgimento di Udine, istituzione che adesso, dopo essere stata chiusa da decenni, potrà davvero - come dice il nome stesso - risorgere e proporre al pubblico la vasta collezione di cimeli e documenti. La foto di Stagnaro non è l'unica curiosità in un percorso museale che, se sarà reso attraente ed efficace, come gli strumenti audiovisivi consentono, potrebbe diventare un asso in più nella politica culturale e turistica cittadina. Il Comune, come abbiamo annunciato ieri, destinerà al progetto 500 mila euro con lavori che, risistemando il castello (nel frattempo diventato a tutti gli effetti di proprietà udinese, dopo la querelle con lo Stato per la proprietà), cominceranno il prossimo anno. Rispolverando la memoria e indicando alcune delle gemme nel futuro museo, possiamo ricordare che vi sarà esposta pure la gloriosa bandiera che sventolò sul forte di Osoppo sempre in quel 1848 e durante i sette mesi di una resistenza straordinaria che diventarono epopea, soprattutto grazie a Licurgo Zannini, che rivelò grandi doti di cittadino e di eroe nel memorabile assedio. E ancora si potranno vedere, partendo dal periodo napoleonico e arrivando fino alla Grande Guerra, i proclami del generale Bernadotte al suo arrivo in Friuli nel 1797, le ordinanze di Bonaparte relative alle battaglie sul Tagliamento, la coccarda che ornava il cavallo del generalissimo quando trionfalmente entrò a Udine fra due ali di folla, nella quale erano numerose donne e ragazze conquistate dal fascino degli ufficiali francesi, il cui avvento diede inizio a una stagione di balli e feste. Passando a tempi successivi più risorgimentali, ci sono documenti sui primi moti carbonari come la sentenza di condanna di Silvio Pellico e compagni, i quali transitarono per Udine nel 1822 e poi nel 1824, sulla via dello Spielberg, facendo sosta all'albergo Al cavallino, nella attuale via Poscolle. Numerosi pure i ricordi delle campagne per l'Indipendenza con riferimenti al nostro Ippolito Nievo, compreso un prezioso dagherrotipo che ce lo mostra giovane e orgoglioso. E inoltre ci sono testi autografi di Daniele Manin, che capeggiò la liberazione di Venezia e che aveva tale cognome essendo stato adottato dal fratello di Lodovico Manin, il friulano che fu l'ultimo doge della Serenissima. Insomma, tante curiosità storiche, tanti intrecci, tante vicende, rimaste nascoste per decenni nei magazzini e che il museo risorgimentale potrà svelare. Per finire, ecco un paio di curiosità: una importante sezione è rappresentata dal fondo proveniente dalle collezioni donate dal medico Augusto Luxardo, residente a San Daniele del Friuli e originario di Zara, in Dalmazia, appartenente alla grande dinastia di industriali che rese celebre il liquore maraschino e che venne sterminata dai titini, con i beni confiscati, al termine della seconda guerra mondiale. Fra le "reliquie" invece possiamo annoverare una sciarpa tricolore appartenuta a Nicolò Tommaseo e i calzoni e una ciocca di capelli di Giuseppe Garibaldi.

710 - Osservatorio Balcani 31/10/11 Montenegro-UE: l'inizio di un nuovo corso

Montenegro-UE: l’inizio di un nuovo corso

Mustafa Canka

Il Montenegro prosegue la strada verso Bruxelles. Dopo il rapporto positivo della Commissione europea, però, ci si aspetta che Podgorica, prima della decisione del Consiglio europeo di dicembre sulla data di avvio dei negoziati di adesione, faccia ulteriori sforzi

I funzionari montenegrini credono che il Paese sarà il primo della regione, dopo il sicuro ingresso della Croazia nell’estate 2013, ad entrare nell’UE. È il premio per tutto quanto è stato fatto meticolosamente in passato per raggiungere gli standard europei, sostengono i funzionari di Podgorica.

"I meriti sono di Bruxelles"

Tuttavia, l’ex presidente del Montenegro Momir Bulatović afferma che i meriti per la data di avvio dei negoziati di adesione all’UE appartengono solo ed esclusivamente all’amministrazione di Bruxelles. "Se lasciamo da parte l’euforia, è facile notare che si tratta di un gesto di cortesia, cioè della loro buona volontà, permettere che una fase formale, sulla lunghissima strada per diventare membro a pieno titolo, venga conclusa adesso", aggiunge Bulatović.

Il vicepremier montenegrino Duško Marković riconosce che l’UE ha chiuso un occhio su Podgorica, perché, precisa il vicepremier, per esempio non é stato fatto abbastanza nella lotta contro la corruzione. Mancanza emersa anche dal rapporto della Commissione europea, dove è stato valutato che il numero delle condanne, in particolare per i casi di corruzione ad alti livelli, rimane ancora piuttosto basso. Detto più semplicemente: il Montenegro fino ad ora non ha avuto alcun caso Sanader. Questa unità di misura per l’avanzamento di uno Stato verso l’Unione è stata introdotta dopo l’esperienza croata, dove per corruzione sono stati arrestati l’ex capo del governo Ivo Sanader e il suo vice Damir Polančec.

Corruzione e criminalità: i due maggiori ostacoli

E sono proprio la corruzione e la criminalità organizzata il "tallone di Achille" dell’odierno Montenegro. È il motivo principale per cui, su insistenza di Bruxelles, è stato deciso di iniziare i negoziati fra Montenegro e UE dai capitoli 23 e 24, che si riferiscono alla riforma della magistratura e dello stato di diritto. Se si tiene presente che la Croazia ha chiuso questi capitoli per ultimi, allora ci si può aspettare che sin dall’inizio dei negoziati le istituzioni montenegrine saranno seriamente monitorate e sotto pressione. "Da ciò dipenderà la velocità di conclusione del processo negoziale. Il Montenegro dovrà dimostrare chiari e tangibili risultati nella lotta contro la criminalità organizzata e la corruzione", afferma il direttore del Centro per il monitoraggio di Podgorica Zlatko Vujović.

Ma, almeno ufficialmente, i funzionari montenegrini concordano sul modello proposto. "Noi accogliamo questa soluzione e coincide con l’orientamento del nostro governo. Perché questa è la condizione della democrazia, la condizione di un sano sviluppo economico e dell’economia di mercato che sarà in grado di funzionare all’interno del mercato comune UE anche a livello mondiale", ha detto la segretaria di Stato per l’integrazione europea Slavica Milačić, mentre il presidente montenegrino Filip Vujanović sottolinea che i negoziati saranno un forte stimolo per dinamizzare le riforme e la strada di questo paese verso l’UE.

Davanti a Podgorica, dunque, c’è una grande sfida che richiederà un serio sforzo politico per la "transizione europea" di questo Paese. Se fino ad ora è stato il "partner preferito" di Bruxelles nella regione e la prova del successo della politica europea di allargamento, al Montenegro ora spetta la parte più dura del lavoro. Per iniziare, il governo montenegrino dovrà convincere le scettiche Germania e Olanda di essere pronto a soddisfare tutte le richieste dell’UE. Motivo per cui il commissario europeo per l’Allargamento Štefan Füle ha dichiarato che il Montenegro non è alla fine ma all’inizio della nuova strada.

Basta ai politici intoccabili

Nonostante gli analisti si aspettino che il prossimo 9 dicembre, durante la seduta del Consiglio europeo, il Montenegro riceverà la data di avvio dei negoziati di adesione, Podgorica nei prossimi 40 giorni farà lobbying a Berlino e a L’Aja onde evitare qualche spiacevole sorpresa. "Per potersi trovare in una nuova posizione il governo montenegrino deve continuare col rinforzare lo stato di diritto e la lotta alla corruzione dove non possono esistere politici intoccabili", ha precisato il delegato per il sud est Europa del Parlamento europeo Jelko Kacin.

Constatando che gli interessi dell’Unione e quelli del Montenegro coincidono, Momir Bulatović ritiene che comunque non ci si devono aspettare risultati spettacolari nel breve periodo. "Suppongo che la tattica dei negoziatori di Bruxelles sarà di tenere sotto pressione gli interlocutori montenegrini, finché resisteranno", conclude l’ex presidente del Montenegro.

I timori di Đukanović

A quanto pare non resisteranno a lungo. L’euro-entusiasmo ha già iniziato ad abbandonare l’ex premier e leader del partito di maggioranza, Partito democratico dei socialisti (DPS), Milo Đukanović, il quale ha detto che "il suo partito non farà da vittima nel processo di integrazione", ribadendo che "l’Unione ha di fronte a sé un periodo di fondamentale consolidamento interno". Nei circoli politici di Podgorica tutto ciò viene interpretato come un chiaro messaggio inviato al governo del premier Igor Lukšić di non correre verso l’UE.

Il direttore esecutivo del settimanale indipendente Monitor, Milka Tadić-Mijović, dice che le paure di Đukanović rispetto all’Unione sono comprensibili. "
Đukanović ha imparato a guidare il Paese senza alcun controllo, ma se dovessimo essere parte dell’UE alcuni controlli andranno introdotti. Dall’altra parte, Đukanović è un monopolista, e i suoi monopoli cadranno con l’ingresso nell’UE.Così come i suoi business", afferma la giornalista di Monitor , aggiungendo che ora è ormai tardi per prendere le distanze dall’UE.

D’altra parte, l’ultimo sondaggio sull’opinione pubblica ha dimostrato che in Montenegro è in calo il numero dei favorevoli all’adesione all’Unione europea. Ciononostante la percentuale resta pur sempre oltre il 60 percento.

711 - La Stampa 02/11/11 Serbia: "Noi, la porta dell'Occidente" Belgrado ha voglia d'Europa

RINASCITA DI UNA NAZIONE

"Noi, la porta dell'Occidente" Belgrado ha voglia d'Europa

Il Paese vuol chiudere col passato ma i nazionalisti soffiano sul fuoco del Kosovo

FRANCESCO SEMPRINI

BELGRADO

Da Tito a Tadic vent'anni di guerre divisioni e speranze

25 giugno 1991 La frantumazione della Jugoslavia

La dichiarazione di indipendenza della Slovenia dà il via alla disgregazione delia Federazione. Ultimi a staccarsi da Belgrado sono il Montenegro (2006) e il Kosovo (2008)

Cresce una generazione cosmopolita accanto ai tradizionalisti ortodossi, da ottobre è «candidato membro», a dicembre cominceranno i negoziati

Per capire la nostra terra basta leggere lo stemma della nostra capitale». Srbobran è un signore di mezza età, brizzolato e dalle profonde rughe intorno ai grandi occhi neri dai quali traspaiono le sofferenze che la storia ha inferió alla sua gente. Di professione fa la guida turistica, ha il merito di parlare un buon inglese e di essere un profondo conoscitore di storia. «Lo stemma di Belgrado - dice - è stato disegnato nel 1931 dal pittore Dorde Andrejevic-Kun». Rappresenta una fortificazione con mura bianche a simboleggiare l'urbe il cui nome significa «città bianca», con le porte delle mura aperte a indicarne la vocazione commerciale e le torri che ne rappresentano la sovranità ma allo stesso tempo la fortificazione contro il nemico invasore. Al di sotto, due linee bianche ondulate rappresentano i due fiumi, la Sava e il Danubio, lungo le cui sponde sorge Belgrado. Una trireme romana rappresenta l'antichità della città, la sua indole storica, celtica, romana, bizantina, bulgara, magiara e slava, il bastione più estremo dell'Occidente contro il pericolo ottomano, «devastata e ricostruite tante volte, troppe per chi l'ha abitata», prosegue Srbobran.

I colori dello stemma sono quelli della grande Jugoslavia: oltre al bianco, il rosso che simboleggia le sofferenze della città durante tutta la sua storia e il blu, simbolo di fiducia e speranza per il futuro. «Bisogna partire da qui per iniziare il viaggio nella Serbia del nuovo millennio», dice la nostra guida, da quella dicotomia tra rosso e blu, da quella confluenza tra Sava e Danubio, che se da una parte consentono a Belgrado di vestirsi a festa, dall'altra definiscono la toponomastica politica della Serbia, un Paese al bivio.

In marcia verso Bruxelles

Il 12 ottobre di quest'anno la Commissione europea ha adottato la propria opinione sul «dossier Serbia» raccomandando che al Paese balcanico fosse conferito lo status di «candidato membro» dell'Unione. A giudicare le aspirazioni continentali della nazione saranno i 27 Paesi aderenti alI'Ue nell'ambito di un dibattito promosso dal Consiglio europeo che avrà inizio nella prima metà di dicembre. Il cammino della Serbia verso l'Europa è iniziato nell'ottobre 2000, con l'avvio di una serie di riforme democratiche per mezzo delle quali il Paese ha cercato di chiudere uno dei capitoli più dolorosi della sua storia: la crisi della ex federazione, lo smembramento, il predominio di Slobodan Milosevie e del suo Partito Socialista di Serbia (Sps), erede della Lega dei Comunisti jugoslavi, la guerra ventennale e i bombardamenti della Nato. «Ancora ne portiamo i segni addosso» spiega Srbobran.

Belgrado ne è un esempio, non solo per le ferite visibili sui muri dei propri edifici, ma per quella dicotomia che contraddistingue il suo animo. Frizzante, divertente, occidentale per alcuni versi come dimostrano i tanti locali pubblici, le migliaia di giovani griffati Nike, Adidas e Prada che animano la città, l'Art Hotel in stile modern-decò, e l'ateneo cittadino «okkupato e in rivolta» per il caro-libri, ma anche profondamente cristiano-ortodossa. Sullo sfondo c'è un Paese che cerca di riscattarsi da una crisi politica ed economica che lo ha visto prima scontare vent'anni di conflitti, poi diventare vittima (senza troppe colpe) di quella crisi finanziaria che dopo aver azzoppato i protagonisti della vita economica del pianeta, ha gambizzato le comparse. Eppure ciò non impedisce alla Serbia di guardare all'Europa e di procedere all'iscrizione nel club dei candidati, dopo aver proceduto a una serie di iniziative importanti.

«Siamo riusciti a ottenere la liberalizzazione dei visti, una delle priorità per far parte dell'Unione. Abbiamo avviato una importante riforma del sistema giudiziario, c'è stata una campagna di lotta al crimine e alla corruzione, quindi la normalizzazione dei rapporti con i vicini», sottolinea Srdjan Majstorovic, responsabile dell'ufficio per l'Integrazione nella Ue. Poi c'è il grande capitolo delle riforme economiche, quelle attraverso le quali il Paese mira a rilanciare la crescita e abbattere la disoccupazione che, se in linea generale si aggira vicino al 20%, sul piano giovanile sfiora la quota orbitale del 50%.

Il nodo Kosovo

Le elezioni parlamentari del maggio 2008 sono state caratterizzate da un sostanziale pareggio tra blocco europeista sostenuto dal presidente Ta-dic, al 39% al pari di quello conservatore. Ma quanti serbi in realtà aspirano a diventare europei? Secondo Marko Blagojevic, del Centre for Free Elections and Democracy, la percentuale di contrari all'entrata del Paese in Europa è balzata oltre il 50% in occasione della recente crisi nel nord del Kosovo. La questione kosovara è il vero punto nevralgico. Ed è qui che emergono ancora una volta le due anime del Paese: quella più conciliante del premier Cvetkovic, che dalla grande sala del palazzo governativo di Kneza Milosa evita i toni concitati e sottolinea come oggi l'Italia sia, con la Germania, l'interlocutore privilegiato: e quella più ruggente e corsara del ministro degli Interni Ivaca Dacie, che non ha remore a spiegare che «le barricate sono una forma di protesta civile e legittima contro una logica che appare maledettamente simile a quella di Yalta».

Ma è nel mezzo che forse si identifica il vero animo serbo, come spiega Borislav Stefanovic, capo negoziatori per Belgrado della questione kosovara. Inglese fluente e abito italiano, non risparmia attacchi ai metodi corrotti di qualche faccendiere di etnia serba di Mitrovica, ma altrettanto schiettamente dice che le connivenze con certi ambienti di Pristina sono palesi. «Abbiamo subito minacce, ma il nostro cammino verso l'Europa proseguirà, senza regalare nulla a nessuno, perché alcuni burocrati devono farsene una ragione: ciò che viene deciso a tavolino non è detto che sia giusto per forza».

La Mailing List Histria ha il piacere di inviarVi periodicamente una minirassegna stampa sugli avvenimenti più importanti che interessano gli Esuli e le C.I. dell' Istria, Fiume e Dalmazia, nonché le relazioni dell'Italia con la Croazia e Slovenia.

Si ringrazia per la collaborazione l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Gorizia e l’Università Popolare di Trieste

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :

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 http://www.adriaticounisce.it/

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