La Gazeta Istriana a cura di Stefano Bombardieri

anche in internet ai seguenti siti :

http://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

Novembre 2011 – Num. 20

57 - La Voce del popolo 15/10/11 Speciale - Fasana, affacciata sul mare delle Brioni (Mario Schiavato)

58 - IRCI Tempì & Cultura Nº 23/24 Aprile 2011 : Gli ultimi giorni di Fiume italiana (Claudio Zupin)

59 - Osservatorio Balcani 21/10/11 Terra rossa d'Istria, percorsi in mountain bike (Massimo Moratti)

60 - Il Piccolo 15/10/11 Bartolomè, "clic" da esule a Melbourne - Nato a Fiume vive nel segno delle foto e della velocità (Nereo Balanzin)

61 - La Voce del Popolo 19/10/11 Cultura - Una visione tutta al femminile dell' esodo A confronto generazioni e modi di sentire (Gianfranco Miksa)

62 - Bollettino Araldico Storico Venezia - Giugno 1912 Concessioni e riconoscimenti di nobiltà in Dalmazia

63 - L'Eco di Bergamo 27/10/11 Bergamo la Famagosta d'Occidente (Pino Capellini)

°°°°° °°°°° °°°°°

57 - La Voce del popolo 15/10/11 Speciale - Fasana, affacciata sul mare delle Brioni

di Mario Schiavato

Pagina versione carta ALLEGATA

http://www.edit.hr/lavoce/2011/foto/reportage111015.pdf

In passato piccolo borgo di pescatori, oggi punto di partenza per le isole prospicienti
Fasana, affacciata sul mare delle Brioni

Del mare di Fasana, anzi della attigua Valbandon, io custodivo un ricordo che risaliva ai tempi della mia infanzia. Un bel ricordo per tutto quell’azzurro, per tutta quella distesa d’acqua perché il mare, così da vicino, prima non l’avevo mai visto. Accadde una primavera quando, prima della tosatura, un giorno dovetti seguire e poi aiutare il pastore dei nostri padroni Biaso il quale, da Dignano, doveva recarsi a lavare le pecore giù nella baia circondata dagli alti pini marittimi. E devo dire che fu una faccenda piuttosto complicata. Ore di cammino dapprima giù per il limido polveroso del Prostimo e poi, una volta arrivati sulla spiaggia, a spingere le pecore riluttanti che non volevano saperne di entrare in acqua.

Il lavaggio delle pecore

Grida, staffilate, abbaiare dei due cani incattiviti, la risacca che talvolta mi metteva paura se dovevo spingere le bestie più testarde e alla fine quell’immergermi, vestito, terrorizzato per l’improvvisa mancanza del fondo sassoso sotto i piedi e, per la verità, non sapevo ancora nuotare. E poi la scia rossa di terra che, finalmente, una volta, un’altra, una terza, le pecore si lasciarono dietro nel loro andare col muso fuori su quell’acqua che diventò improvvisamente sporca, melmosa. Dopo? Dopo, finalmente, una lunga pausa. Tutti distesi al sole e alla fine, con i miei pantaloncini ancora bagnati, venni spedito a Fasana e fu quello il mio primo incontro con il paesetto: Biaso mi mise in mano una vecchia boraccia di alluminio, dei soldi, e mi mandò a comperare del vino. E fu così che dovetti percorrere Fasana lungo tutte le sue viuzze fino a trovare un’osteria.

A rivedere in questi ultimi giorni quel mare d’un azzurro così intenso mi sono commosso un’altra volta, anche se Fasana non è più il tranquillo paesino di contadini e di pescatori di una volta. C’è invece un continuo andirivieni di turisti lungo la riva, una folla sul molo per potersi imbarcare sul natante che fa la spola con le isole Brioni, un ristorante dietro l’altro sulle terrazze, botteghe e bottegucce di souvenir, un incontrollato assieparsi di lustre automobili lungo le viuzze...

La fabbrica di ceramica

Il nome attuale di Fasana deriva dagli antichi toponimi romani di Phasiana o Vasianum dei tempi in cui la località era attraversata dalla Via Flavia, percorsa dalle truppe romane a cavallo ed era nota soprattutto per la sua produzione di ceramiche, di mattoni, di anfore, di orci, di tegole, di tubi per il riscaldamento... Il proprietario di questa specie di primario artigianato, comunque allora molto importante e redditizio (siamo all’incirca sessant’anni d.C.) era un certo Caio Lecanio Basso, console romano, il quale nella località e nei dintorni possedeva dei grandi forni per la cottura, forni i cui resti sono stati trovati da varie parti, anche nell’attuale piccola piazza del paese.

Dopo Roma, la storia di Fasana segue più o meno le vicende degli altri borghi istriani: dapprima possedimento dei patriarchi di Aquileia, nel 1150 con un decreto imperiale venne regalata ai vescovi di Pola, seguì quindi l’epoca delle varie contee, dei vari patrizi finché arrivò il lungo periodo del potere della Serenissima. Di questo periodo è nota la battaglia navale che nel 1379 venne combattuta proprio nelle acque prospicienti il paese tra le flotte di Genova e di Venezia, battaglia alla quale parteciparono oltre 250 galee e che terminò con una deludente sconfitta dei veneziani.

Dalla Serenissima a Francesco Giuseppe

Dopo la caduta di Venezia, subentrò il periodo della prima dominazione austriaca alla quale succedette quella di Napoleone. Si ritornò quindi sotto il potere dell’impero asburgico di Francesco Giuseppe, il quale fu forse quello che in un certo modo portò un po’ di ordine e anche di benessere, in quanto nella vicina città di Pola vennero aperti l’Arsenale e il Cantiere navale, obiettivi dove molti fasanesi trovarono lavoro. Di quei tempi bisogna ricordare che proprio dal canale che divide il paese dalle isole Brioni partì la flotta che nel 1866 si scontrò contro quella italiana a Lissa dove, comandata dall’ammiraglio Wilhelm von Tegetthoff, riportò una celebre vittoria.

L’incontro con i pescatori

Giravo appunto lungo la riva per riandare ai lontani ricordi quando incontrai tre pescatori che stavano tirando fuori una barca lungo la struttura di scorrimento del porticciolo. Visto che non ce la facevano, diedi loro una mano. E fu questo il motivo per cui, dopo, con delle bottiglie di birra in mano e seduti su una panchina all’ombra dei pini distesi lungo la riva, potemmo iniziare un discorso che mi spiegò come, data la crescita della città di Pola e quindi il fiorire del turismo sulle isole Brioni, Fasana non fosse più esclusivamente un borgo di contadini e di pescatori.

El pesse sugado al sol...

"Una volta Fasana era nota per la fabbrica di liquori Marini – specificò il più anziano –, nella quale si distillava anche l’aceto e dove si fabbricavano caramelle. Poi, già sotto l’Austria avevamo un conservificio che si chiamava stabilimento Sanguineti e che quindi, sotto l’Italia, divenne una filiale dell’Ampelea di Isola. Eh, caro mio, a quei tempi i fasanesi portavano a casa le sardelle a miera (in grande quantità) nelle basse cassette di legno perché la plastica ancora non c’era. I nostri pescatori rientravano sfiniti all’alba sui topi, sulle nostre capaci barche con le lampare al seguito. ‘Sto pesse sensa testa e sugado al sol, passava poi nelle grandi caldaie di olio bollente vardade ben dale nostre done fritoline… Le sardelle venivano quindi sistemate nelle scatolette di latta con l’aggiunta di buon olio d’oliva crudo e passavano al reparto banderi per la stagnatura. E non era ancora finita: successivamente venivano pastorizzate a bagnomaria e lucidate con la segatura, proprio co’ la segatura, robe che me contava ancora mio pare! All’imballaggio era addetto un apposito reparto falegnami sotto lo sguardo attento del severo sior Gastone Carboncich...".

Co xe rivadi i drusi...

Lo interruppe un secondo pescatore il quale, dopo un lungo sorso di birra aggiunse ridacchiando che "co xe rivadi i drusi, vojo dir quando a Brioni xe rivado Tito, la Jovanka, e compagnia bela, bona zente, gnente da dir, ma anca qua, digo a Fasana, trope guardie, trope ghe ne jera! Non si poteva uscire di casa, andare a pescare o in campagna, senza la carta d’identità in tasca, mica scherzi! Bastava un controllo e ti mettevano dentro". "Dopo, per fortuna, nel 1984, jero apena sposà, l’arcipelago qui davanti diventò Parco nazionale e le cose sono davvero cambiate – continuò ilo suo racconto –. Infatti, le nostre donne oggi lavorano quasi tutte negli alberghi che ospitano turisti, natural quei che i ga i patacconi lustri, e sulla nostra riva c’è un gran traffico, specie d’estate, sempre un gran movimento, una gran confusione attorno ai vaporetti che assicurano il collegamento con le isole attraverso questo nostro braccio di mare. Così si lavora anche a Fasana, sicuro, anche la nostra riva, se ne è accorto credo, è piena di ristoranti, gelaterie, bar...".

Siroco ciaro, tramontana scura...

Naturalmente chiesi dei miti e delle leggende. Mi interessava sapere quali si tramandassero ancora nel paese. "Leggende? Boh... Magari barzelete dirio mi – mi rispose il più anziano, ridacchiando sotto i baffoni grigi –. Proverbi? Tanti! Anche credenze. Come quella del macic, mejo del masariol, come lo ciamavimo noi. Ai nati con la camicia portava del denaro, amava fare visita alle belle vedove, la sua pietanza preferita erano le fritole. Testardo e dispettoso si vestiva con braghesse colorade e con un cappuccio rosso. Si prendeva anche cura del sartiame, di notte otturava le crepe delle barche e forse in questo modo si spiegava lo scricchiolare delle barche durante la navigazione...".

"Io mi ricordo invece – lo interruppe il più giovane – che mio padre diceva che il giorno più temuto per andare in mare era il venerdì, guai se arrivava poi con il tredici di qualche mese. Secondo lui in quel dì spesso accadevano dei naufragi perché era proprio allora che le sirene agitavano le acque con le loro code: né de venere né de marti da Fasana no se parti... Poi il vento... Era il vento che metteva paura. Comunque si diceva: Siroco ciaro, tramontana scura, metite in mar e no’ gaver paura! Del resto col vento buono tutti sapevano navigare. Col vento in pupa, xe facile navigar... El bon mariner se conossi col cativo vento. E ancora: Ai cativi marinari tuti i venti xe contrari! E si diceva anche: El mariner ga più paura della bonassa che dela mujer!".

Alcune regole dei pescatori

Il più anziano prese di nuovo la parola per dire come "i nostri vecchi raccomandavano che quando i pescatori erano in mare non dovevano fischiare perché fischiando chiamavano il vento cattivo e anche lo facevano aumentare". "Col vento contrario – ha proseguito – non si dovevano rattoppare le reti, perché si sarebbe finito con l’imbastire anche le sue sventajade e così non si sarebbe potuto invertire la rotta. Invece era consigliabile ripararle col vento favorevole. Ma del resto i pescatori non badavano troppo a queste dicerie. Riparavano le reti sulla riva quando potevano, quando avevano un po’ di tempo a disposizione...".

Ma ci sono anche altre dicerie, altre credenze. Per esempio quella del corallo... "Questo era un amuleto che cacciava le disgrazie. Come ciondolo a forma di pugno chiuso, si metteva al collo dei bambini contro il malocchio, contro le stregonerie. Si diceva anche che se una donna era sana, i suoi orecchini di corallo sarebbero stati di un bel colore rosso vivo mentre se stava male diventava pallido pallido. Poi c’era la polvere di corallo per guarire le malattie infantili e soprattutto l’itterizia. Le seppie invece? Quelle servivano per estrarre i corpi estranei dalle ferite. Ancora, il pagliericcio dei bambini rachitici doveva essere riempito di alghe prima lavate col mosto di uva. E per bruciare i porri? Non c’era di meglio della conchiglia da noi chiamata orecia de San Piero. Eh, quante robe saria ancora de contar!".

Naturalmente i miei tre nuovi amici avrebbero anche voluto continuare, ma l’ora s’era fatta tarda, tra voli di gabbiani un sole rosso stava tramontando dietro le isole Brioni. Così ho dovuto accomiatarmi con una stretta di mano e un arrivederci!

58 - IRCI Tempì & Cultura Nº 23/24 Aprile 2011 : Gli ultimi giorni di Fiume italiana

Gli ultimi giorni di Fiume italiana

di Claudio Zupin

Solo la casualità ha reso possibile quest'incredibile testimonianza.

Un ricercatore fiumano, visitando una mostra fotografica in Croazia, ha visto esposta la serie di foto che qui ripropongo prive però, nell'esposizione originale, di indicazioni quali data e luogo di realizzazione.

Essendo dì casa, è stato immediato il suo riconoscimento della località e di conseguenza la data in cui sono state realizzate. Ha quindi riproposto le foto su un sito web amatoriale, rendendone la diffusione immediata. Un giornale croato ha ripreso la notizia e pubblicato parte delle foto, cambiando però il nome sia del luogo sia della nazione dove i fatti ritratti sono avvenuti.

Per una migliore comprensione dell'evento trattato è necessaria un'introduzione storica sugli eventi bellici intercorsi durante l'ultimo conflitto mondiale nella zona di Fiume. Nel periodo del Ventennio, fino all'entrata in guerra dell'Italia, la città di Fiume non era completamente italiana perché la sua parte che si trovava oltre il fiume Eneo, abitata totalmente da croati, era stata concessa al Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, poi Regno di Jugoslavia.

Nel 1941, in seguito allo smembramento dei confini, l'esercito italiano cominciò a fortificare anche la zona di Sussak ed il colle di Sant'Anna, difendendo così tutto il perimetro della città. Oltre a varie opere di fortificazione, si cominciò a realizzare vari bunker in cemento armato, due dei quali sono al centro delle vicende qui trattate; ancora oggi, tornando dalla Dalmazia, inconsapevoli delle vicende a loro legate, possiamo vederli aggrappati alle falde del monte Sant'Anna, in prossimità della città.

Pur non essendo stati completati, probabilmente per la mancanza di materie prime, sono stati presidiati dalle truppe italiane fino al settembre del 1943, data del tragico ribalton. Come sappiamo, in seguito alla dichiarazione dell'Armistizio fu proclamato l' Adriatisches Kusterland e la zona passò sotto controllo tedesco.

Nel mese di aprile del 1945 era ormai chiaro ai tedeschi che la guerra era perduta; di conseguenza cominciarono la ritirata dall'interno della Jugoslavia per confluire nella città di Fiume e proseguire poi verso la Germania. Per proteggere la ritirata, nella zona di Seni, allora confine, fu lasciato un piccolo contingente di truppe preposto a rallentare l'avanzata dei partigiani verso il capoluogo quarnerino.

Il 15 aprile le truppe, venute a conoscenza dello sbarco dei partigiani sulle isole antistanti, dopo sporadici combattimenti si ritirarono a Fiume. Qui, un contingente di militari era asserragliato a Sussak per fronteggiare i partigiani che provenivano dalla Dalmazia, un secondo contingente difendeva la città dal lato opposto ed un contingente italiano, dalle alture sopra la città, sbarrava la strada alle truppe partigiane che provenivano dall'entroterra.

Il 20 aprile, quando ormai la maggioranza delle truppe tedesche era già sfollata, i partigiani, dopo aver parzialmente circondato la città, attaccarono le truppe preposte a difendere la ritirata tedesca. Dopo un paio di giorni di combattimenti, i difensori della prima linea, quella dei bunker di Sant'Anna, ormai privi di munizioni, avendo assolto il proprio compito, si arresero.

La nostra storia inizia a questo punto. Il prologo è stato breve, ma volendo approfondire gli argomenti in questione avrei dovuto dilungarmi troppo, rischiando di far perdere al lettore il filo del reale contenuto di questa testimonianza.

Dopo la resa dei tedeschi, le truppe partigiane dal fondo valle risalirono i ghiaioni del colle di Sant'Anna verso i due bunker. Incredibile per l'epoca, assieme ai partigiani salì anche un fotografo che immortalò le scene.

59 - Osservatorio Balcani 21/10/11 Terra rossa d'Istria, percorsi in mountain bike

Terra rossa d'Istria, percorsi in mountain bike

Massimo Moratti

21 ottobre 2011

Centinaia di chilometri di percorsi in mountain bike, da mare a mare, in mezzo a vigneti, ulivi e orti dalla terra rossa. Abbiamo mandato Massimo Moratti (e la sua bicicletta) a faticare per noi

 

La terra rossa dei campi arati brilla alla luce del sole mattutino. È una fresca mattinata di settembre sulla costa istriana, a Orsera tra Parenzo e Rovigno. Il giorno prima su questi terreni i mountain bikers della Parenzana si sono sfidati nella prima delle tre tappe della corsa, giunta oramai alla sua 16ma edizione.

Stanchi, coperti di finissima polvere rossa, hanno sfilato sul traguardo del paesino di istriano Fontane/Funtana, dopo 33 chilometri di corsa, una vera e propria competizione internazionale dato che i partecipanti vengono non solo da Croazia, Slovenia e Italia, ma anche da Ungheria, Repubblica Ceca, Danimarca e perfino dal Portogallo.

La nostra tappa, molto più prosaicamente, ripercorrerà il sentiero di Casanova, come indicato dall’aggiornatissimo sito
Istria-Bike, che contiene tutte le indicazioni necessarie per chi volesse fare mountain bike in Istria. Sul sito di Istria-Bike è possibile scaricare tutte le informazioni: mappa, altimetria, coordinate GPS e roadbook.

In più, nel centro di Orsera, vi è una mappa del percorso e i chioschi che affittano bici distribuiscono anche delle cartine tascabili. Senza troppe pretese, seguiremo in parte il percorso della Parenzana, cercando di cogliere il meglio del paesaggio dell’Istria che sta diventando una vera e propria mecca della mountain bike.

Il percorso di Casanova prende il nome dal famoso avventuriero-latin lover veneziano che in ben due occasioni aveva visitato la cittadina di Orsera-Vrsar e ne era rimasto colpito, come lui stesso descrisse nelle sue memorie. E allora, si parte….

 

Complimenti, Casanova!

Dal centro di Orsera, si va in direzione sud, verso il canale di Lemme. Lasciate le ultime case, si continua lungo comodi sterrati, circondati da vigne e uliveti. A ogni bivio, vi sono chiare indicazioni sulla direzione da prendere. Si pedala in piano, su terreno facile, il fondo è buono. Ogni tanto la foresta si dirada e lascia intravedere gli spettacolari scorci del canale di Lemme.

Dopo un paio di chilometri, si arriva a uno dei punti più interessanti, la caverna di San Romualdo, uno dei luoghi dove visse l’eremita agli inizi del XI secolo. Dalla caverna si gode un’ottima vista sul canale di Lemme, un fiordo naturale che si inoltra per una decina di chilometri tra Rovigno e Orsera, formato dal fiume Pazinčica, che nel passato costituiva il confine tra le due provincie romane, quella dell’Italia e quella Dalmata. Alcuni viottoli sassosi scendono verso le pareti di calcare del canale fino a orti e moli sottostanti. Il sole, anche se a settembre inoltrato, è ancora caldo e piacevole.

Ripresa la bici, la strada si inoltra nella foresta di Kontija, in mezzo a pini marittimi e querce. Il percorso è leggermente più ondulato ma pedalare al fresco degli alberi è un piacere, si potrebbe continuare a oltranza. Dopo pochi chilometri si raggiunge l’abitato di Kloštar, il punto più ad est di tutto il percorso che è anche il punto più alto con circa 93 metri sul livello del mare. Qui, c’è la possibilità di un ristoro e ci si trova vicino alla strada che da Orsera va a Rovigno. Vi sono le rovine di un antico convento e alcune case di contadini della zona. Volendo da questo punto si può lasciare il percorso di Casanova e, risalendo in direzione nord verso l’abitato di Marasi, collegarsi ai percorsi di Santa Eufrasiana nel settore di Parenzo.

Noi ritorniamo sui nostri passi, verso ovest, in direzione di Orsera. La strada scorre parallela a quella percorsa all’andata, la leggera discesa e il fresco della foresta favoriscono una pedalata leggera e veloce. Ben presto si giunge all’asfalto, è la strada che porta all’aeroporto di Orsera. Da qui si traversa in direzione nord e si prende il ramo del percorso che va verso l’abitato di Funtana.

Il paesaggio è cambiato totalmente. Non siamo più nella foresta, ma in mezzo ai campi su una strada sterrata adibita ad uso agricolo. C’è anche una pompa di benzina abbandonata e un Ferrari Club, nel mezzo della campagna istriana, che fa tanto vintage. Il fondo ora è in terra rossa, come un gran campo da tennis. Fantastico, sembra di pedalare sul velluto, il mare è vicino, ma prima di arrivarvi si passa attraverso i vigneti di Fontane, un tributo necessario a uno dei maggiori prodotti dell’Istria.

Eccoci per gli ultimi chilometri, passando per il piccolo abitato di Funtana, si riprende la pista ciclabile e Orsera è laggiù, a portata di mano: la si raggiunge con pochi colpi di pedale. Gli atleti della Parenzana sono abituati a percorrere queste strade a tutta velocità: i 22 chilometri del percorso combinati con i 150 metri di dislivello sono ben poco per chi è abituato alle fatiche della mountain bike. Ma questo tragitto dà anche l’idea della bellezza dei percorsi di mountain bike in Istria: vigneti, oliveti, terra rossa, calcare, sole e mare e un’infinità di sentieri, viottoli e piste ciclabili, perfettamente segnalati. Si ha solo l’imbarazzo della scelta su dove andare e spesso, durante il percorso, viene la tentazione di abbandonare la strada segnata e raggiungere un altro villaggio o un’altra collina, e poi un’altra ancora.

All'interno del Programma SeeNet II, è la Regione Veneto a guidare l'
Azione di promozione e valorizzazione congiunta dei beni culturali, ambientali e storici tra Istria e Varaždin, assieme alla Regione Toscana e al Friuli Venezia Giulia, con partner tecnici Informest e Unioncamere del Veneto.Per quanto riguarda l'attività specifica di mountain bike, se ne occupa anche la Provincia autonoma di Trento tramite l'Azione per la valorizzazione del turismo ambientale in particolare nei territori di Nikšić e Peja/Peć.

Hai voluto la bicicletta?

Girando per l’entroterra istriano ci si rende conto di quanto popolare la mountain bike sia. L’offerta culinaria istriana e l’ospitalità tradizionale ben si sposano con il ritmo della bicicletta, che è lento e veloce allo stesso tempo. Di fatto, il cicloturismo allunga la stagione turistica. L’offerta chiaramente si adegua alla domanda: agriturismi, locande di campagna si trasformano immediatamente in ristori per i bikers.

La mountain bike e la realtà rurale dell’Istria si uniscono in un connubio ben riuscito, sostenibile e responsabile. A settembre e ottobre, quando la il periodo balneare è oramai alle spalle, in Istria, gli alberghi e le sistemazioni private sono ancora affollati. Non c'è solo chi vuole godersi l’ultima tintarella prima dell’autunno, ma coloro che sono venuti qui proprio per la mountain bike.

In tanti vengono dalla Germania o dai Paesi nordici, non più giovanissimi: i capelli brizzolati, le facce abbronzate, la tenuta da ciclista, i polpacci quadrati, bici perfettamente equipaggiate e accessoriate. La passione della bicicletta è anche questo. Si vedono questi gruppi di turisti, mangiare (e bere) allegramente nelle varie trattorie dell’entroterra istriano, con le biciclette parcheggiate sotto un albero, dopo essersi fatti qualche decina di chilometri di sentieri e strade sterrate. Finito il pasto, di nuovo in sella, si rientra alla base, oppure si va in spiaggia per gli ultimi bagni e scampoli di sole. Domani la terra rossa tornerà a brillare e la polvere si alzerà di nuovo sotto le gomme dei cicloturisti.

60 - Il Piccolo 15/10/11 Bartolomè, "clic" da esule a Melbourne - Nato a Fiume vive nel segno delle foto e della velocità

Bartolomè, "clic" da esule a Melbourne

Nato a Fiume vive nel segno delle foto e della velocità e domani sarà al MotoGp

di Nereo Balanzin

TRIESTE Ciascuno dei fotografi che, questo fine settimana, farà tappa a Phillip Island per il Gran premio d'Australia del Motomondiale, scatterà tra le 10 e le 12mila foto, utilizzando almeno cinque o sei obiettivi di focale diversa e portando in spalla due corpi macchina capaci di gelare l'immagine a un millesimo di secondo. Si può fare con meno? Sì ma non di molto, perché anche per i dilettanti l'asticella (come si suol dire) oggi è altissima. «Ma i nostri erano altri tempi. E noi eravamo "funny bastards", ragazzotti che cercavano il divertimento in ogni cosa, anche quando era impossibile» dice Pino Bartolomè, 75 anni. Viene da Fiume; è sbarcato a Melbourne poco più che bambino. Portava con sé documenti in parte con timbri col fascio littorio, in parte con falce e martello. I funzionari australiani faticavano a capire.

«Forse era il ’54 quando, con un amico - racconta - ho iniziato a battere i circuiti alle porte di Melbourne. Ci andavano in bicicletta, lungo strade che portavano a Fishermans Bend, accanto al porto. O ad Albert Park, dove oggi corre la F1 e a quei tempi accoglieva a braccia aperte il grande "Duke" su Gilera, con i formidabili rivali su Norton e Guzzi. E le auto: le Maserati di Moss e Hunt; la Ferrari di Davison».

«La mia macchina fotografica - sottolinea - era una Paxette 35 millimetri. Velocità massima, 1/300 di secondo. Dovevo scattare prima che l'auto o la moto arrivassero alla mia altezza e sperare di aver calcolato bene il tempo». Quando lo calcolava male, la foto risultava vuota. Quando lo calcolava bene, spesso era mossa. Quando non era mossa, il soggetto magari era appena un puntino all'orizzonte. A complicare la vita, il fatto che l'ingranditore per stampare l’avessero costruito loro: «Il corpo era un bidone che in precedenza aveva contenuto olio di oliva; il soffietto, era stato ritagliato con cartoncino nero. L'obiettivo era lo stesso della macchina fotografica: veniva smontato da questa e rimontato sull'ingranditore. La regolazione dell'altezza era a spago: "ierimo con le scarsele svode"». La camera oscura stava un bugigattolo sul retro. La polvere non era un problema: a nessuno sarebbe mai venuto in mente che potesse esistere al mondo un modo per neutralizzarla. La polvere, e le mosche.

«Arrivammo in Australia come "displaced persons" (profughi) dopo un lungo tour attraverso i campi di raccolta di mezza Italia» aggiunge. La Jugoslavia li aveva cacciati («Siamo partiti, come tutti, poco prima della mezzanotte perché le autorità volevano mascherare le dimensioni dell'esodo») e l'Italia li aveva accolti con molte riserve. E l'Australia, appena sbarcati, aveva impartito una lezione di geografia e scienze facendo conoscere, in altri campi di raccolta, l'isolamento in grandi spazi, il freddo pungente della notte e il caldo cocente del giorno ai bordi del niente. Ma anche i primi maestosi spettacoli di un continente selvaggio: «Il sole che sorgeva sulla terra rossa e le pietre del deserto. Era facile incrociare serpenti e ragni velenosi fuori dalla porta. Bisognava stare attenti».

Bonegilla, uno dei luoghi di raccolta, era così vasto che la gente veniva trasferita da un gruppo di baracche all'alto in bus. Chi era abile al lavoro, era invitato a salire su una pedana e chi aveva bisogno di manodopera sceglieva. Dalla sua radio l'Australia gli è arrivata alle orecchie con una lingua incomprensibile, comportamenti incomprensibili («a volte con gli australiani finiva a cazzotti») cibo insopportabile («ricordo la grande vittoria ottenendo che la smettessero con la carne di montone tutti i giorni, mattina compresa»).

Poi le prime affermazioni: un proprio bungalow. «La cucina - ricorda - era così piccola che dovevamo mangiare a turno. La strada così fangosa che ci toccava uscire di casa con gli stivali, portando le scarpe in mano e calzandole solo raggiunto l’asfalto, nascondendo gli stivaloni lungo il ciglio». Però anche le prime pedalate fino alla spiaggia e l'incontro con le ragazze. E il vino, servito nelle trattorie camuffato in bottigliette di Coca-Cola, perché la licenza per gli alcolici mica tutti l'avevano. Pino ha lavorato come apprendista, poi operaio, poi ha fondato la "Bartolomè Electronics". Si è sposato, ha avuto due figlie. Ha scritto un libro ("Esilio e nuova vita sotto la Croce del Sud"). Le foto? «Beh, poi ho avuto altro da fare».

61 - La Voce del Popolo 19/10/11 Cultura - Una visione tutta al femminile dell' esodo A confronto generazioni e modi di sentire

LAURA MARCHIG E LEONORA SURIAN INTERPRETANO LE PAGINE DI NELIDA MILANI E ANNA MARIA MORI
Una visione tutta al femminile dell’ esodo
A confronto generazioni e modi di sentire

ZAGABRIA – Due donne, entrambe nate a Pola, che intrecciano un dialogo a distanza su percorsi di vita fortemente determinati dalla grande Storia: le parole di "un’esodata" e quelle di "una rimasta" per trasmettere le lacerazioni e gli sradicamenti subiti. Ma anche un incontro attraverso cui iniziare un procedimento catartico per poter un giorno superare le tragedie sofferte.

Altre due donne, questa volta entrambe fiumane, che appartengono alla nuova generazione, e che interpretano le sorti delle due polesi, i loro stati d’animo, i pensieri, affrontando nuovamente, ma dal loro punto di vista, la problematicità di un popolo per certi versi abbandonato e senza patria.

Diversità e comunanze

Nonostante la loro diversità hanno tante cose in comune queste quattro donne di cultura che si sono affermate nel campo della scrittura – in prosa e in versi –, del giornalismo, del teatro. Una versatilità e una multimedialità che hanno trovato espressione nel recital "Bora":

Laura Marchig, poetessa, ex giornalista, oggi direttrice del Dramma Italiano del Teatro nazionale croato "Ivan de Zajc" di Fiume, si è immedesimata nel ruolo della "rimasta" polese Nelida Milani Kruljac; l’attrice Leonora Surian ha vestito invece i panni dell’altra polese, "l’esodata" Anna Maria Mori, scrittrice e giornalista.

Il recital "Pagine scelte da ‘Bora’", con l’accompagnamento musicale di Nina Simčić, allestito dal Dramma Italiano, è stato presentato lo scorso lunedì in prima assoluta all’Istituto Italiano di Cultura di Zagabria in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, ma anche come evento che ha avviato con successo gli eventi zagabresi dell’XI Settimana della Lingua Italiana nel mondo.

Partecipi del 150.esimo dell’Unità d’Italia

È il caso di un’attenta lettura di brani tratti dal romanzo (edito dalla Frassinelli nel 1998), scritto a due mani dalla Mori e da Milani Kruljac, nel quale le due scrittrici raccontano le proprie vicende. Una, la Mori, partita nel secondo dopoguerra come esule per l’Italia, e l’altra, la Milani, rimasta nella sua città di cui vedrà cambiare il volto e la natura. Si tratta di una performance intensa, intessuta di ricordi e di riflessioni, che ripercorre pagine dolorose, spesso sottaciute, della storia italiana, che in questo caso diventa anche parte della storia croata. Subito dopo la prima, che ha conseguito un ottimo successo presso il pubblico zagabrese, abbiamo interpellato Laura Marchig, che oltre a essere interprete ha curato pure la scelta del testo, la regia e l’adattamento.

In questi ultimi anni la letteratura sull’esodo ha visto la proliferazione di testi e testimonianze. Come mai si è puntato sul romanzo "Bora"?

"Dato che la compagnia di prosa in lingua italiana di Fiume ambiva a partecipare ai festeggiamenti dell’Unità d’Italia, ho voluto affrontare un progetto che raccontasse di un momento tragico della storia italiana, quello dell’esodo. In realtà è una storia che fa parte dell’intero Alto Adriatico orientale. E quindi sia dell’Italia, sia della Croazia, sia della Slovenia. Per affrontate ciò quale migliore testimonianza dell’opera realizzata a due mani da Nelida Milani Kruljac e Anna Maria Mori? Due donne straordinarie, che testimoniano la loro sofferenza vissuta nell’ottica di quelli che sono rimasti e di quelli che se ne sono andati".

Quali difficoltà ha incontrato nell’allestimento?

"Gli impedimenti maggiori sono derivati da come ridurre il testo alla durata usuale per un reading. E quindi poco più di un’ora, per cui ho dovuto operare un lavoro di drammaturgia cercando di creare uno spettacolo con capo e coda. A parte ciò molto lavoro è stato concentrato sui caratteri precisi che provengono dal romanzo. In altre parole ho cercato di mantenere la struttura basilare del romanzo. Un lavoro molto sofferto perché ogni taglio rappresentava una lacerazione personale".

Famiglie dimezzate

Che cosa significa per lei essere parte del popolo dei "rimasti"?

"In realtà, sono nata quando il fenomeno dell’esodo si era completamente estinto. Però, essendo, come molti nostri connazionali, parte di una famiglia molto numerosa, che è stata dimezzata proprio a causa dall’esodo, comprendo molto bene cosa significhi l’esilio.

Soprattutto di quel nostro esilio interno che ogni ‘rimasto’ ha subito almeno una volta sulla propria pelle".

Riscoperta delle origini

Leonora Surian, che nel recital impersona Anna Maria Mori, ci spiega la sua particolare posizione: "Siccome ho vissuto in Italia per 25 anni non conoscevo molto bene il fenomeno dell’esodo, che all’epoca non veniva studiato nelle scuole italiane. Non se ne parlava affatto, era un capitolo che veniva ignorato. Lo conoscevano, eccome, i miei nonni istriani, che ricordano molte bene la tragedia.

Partecipare a questo progetto insieme con Laura Marchig mi ha consentito di conoscere questo lato della nostra storia e, in un certo senso, di riallacciare il legame con le mie radici. E ho scoperto una realtà emotivamente molto sofferta. All’inizio ho avuto tante difficoltà, ma ho rivissuto la loro storia con occhi diversi.

Spero che avremo occasione di presentare il recital anche al pubblico delle nostre Comunità", ha concluso Leonora Surian. Laura Marchig ci ha confermato che la direzione del DI sta per l’appunto cercando di allestire una tourneé in Istria e Quarnero.

Gianfranco Miksa

62 - Bollettino Araldico Storico Venezia - Giugno 1912 Concessioni e riconoscimenti di nobiltà in Dalmazia

Concessioni e riconoscimenti di nobiltà e titoli

accordati da

S. M. L'IMPERATORE D'AUSTRIA

dal 1900 al principio del corrente anno a famiglie della DALMAZIA

MIROSEVICH Ermanno I. e R. Capitano di Porto e Sanità Marittima in Ragusa. - Rango di Nobiltà (De) coli'obbligo di assumere il cognome e lo stemma della famiglia Sorgo. Sovrana Risoluzione 13 Luglio 1903

DEGLI ALBERTI Girolamo, notaio in S. Pietro della Brazza, e Pietro di lui fratello. - Permesso di usare del titolo di Conte non traducibile però in Graf nè in altre lingue. Sovrana Risoluzione 13 Gennaio 1907

DE ZAMAGNA Enrico di Ragusa, I. e R. Tenente di vascello, permesso di usare del titolo di Conte come sopra. Sovrana Risoluzione 12 Novembre 1907

DE MEDICI Vincenzo di Zara, Consigliere provinciale in pensione, e ai di lui figli Averardo e Cosimo, conferma del titolo di Conte non traducibile in Graf ecc.

Sovrana Risoluzione 7 Aprile 19o8

VERONA Emilio di Persagno, I. e R. Colonnello. - Sistemato il rango di Nobiltà col predicato di Vermonte. Sovrana Risoluzione jo Settembre 1909

MIHANOVICH Nicolò, Generale onorario e Console a Buenos Aires. Nobiltà (De) con S. R. 16 feb. 1910 e Nobile col predicato di Dolskidol con S. R. 30 ott. 1910.

MILLINCOVICH Alessandro, Ispettore navale. - Rango di Nobiltà (De) con S. R. 19 febb. 1910 e titolo di Nobiltà. - S. R. maggio 1910.

MARDEGANI Giuseppe di Zara, Segretario di Gabinetto e Capo sezione della Cancelleria di Gabinetto di Sua Maestà. - Titolo di Barone. Sovrana Risoluzione 2 Ottobre 1910

LUCANOVICH Silvestro, I. e R. Tenente Colonnello. - Rango di Nobiltà (De) e Titolo di Nobile. Sovrana Risoluzione 18 Marzo 1911

TONCICH Giuseppe di Arbe, I. R. Vicepresidente di Luogotenenza in Zara. - Titolo di Nobile. Sovrana Risoluzione 30 Aprile 1911

NARDELLI Nicolò di Ragusa, I. R. Luogotenente della Dalmazia. Titolo di Barone. Sovrana Risoluzione 24 Maggio 1911

COUARDE Guido di Zara, I. R. Vice Ammiraglio a riposo. Titolo di Cavaliere ereditario. Sovrana Risoluzione 4 Novembre 1911

PETRICH Francesco I. R. Consigliere Aulico e Presidente dell' I. R. Tribunale Circolare di Spalato. - Titolo di Nobile. Sovrana Risoluzione 10 Gennaio 1912

63 - L'Eco di Bergamo 27/10/11 Bergamo la Famagosta d'Occidente

Bergamo la Famagosta d'Occidente

Nel '500 Venezia costruì la grandiosa muraglia La fortezza doveva presidiare il confine dell'Adda

Pino Capellini

L'hanno chiamata la Famagosta d'occidente. Per la grandiosità delle sue difese e i timori suscitati da un potente vicino appena al di là dell'Adda, Bergamo nel disegno strategico di Venezia ebbe un ruolo molto importante, pari a quello della meno fortunata città sulla costa orientale dell'isola di Cipro.
Se si osserva una carta geografica l'estensione dei domini della Repubblica di San Marco compie come un grande arco che copre parte dell'Italia settentrionale, la costa orientale dell'Adriatico e si spinge, attraverso la Grecia, fino al Medio Oriente, con l'isola di Cipro incuneata tra la Turchia e il Libano. La fortezza di Bergamo doveva tenere a bada l'Impero spagnolo che, una volta entrato in possesso dello stato di Milano, era una costante minaccia sul confine dell'Adda. Ma questa presenza, pur scomoda, non si tramutò mai in guerra aperta.
Ben altra la situazione in Oriente dove la potenza ottomana stava dilagando. Dopo la caduta di Rodi, conquistata nel 1522, gli eserciti di Solimano il Magnifico si spinsero fino alle porte di Vienna. Il Mediterraneo orientale era ormai un «lago ottomano». Venezia si difese cercando di garantire la sicurezza dei suoi commerci su un'area dove le sue navi e i suoi mercanti avevano il monopolio.
Per la Repubblica del Leone il declino non era ancora iniziato. Superata la crisi della sconfitta inflitta dall'esercito francese nella battaglia di Agnadello, nei primi decenni del '500 i Domini di terraferma (o Stato da Tera) raggiunsero il massimo della loro estensione. E, come per un riflesso condizionato, Venezia si propose di difenderli potenziando le difese.
Per la sua posizione Bergamo aveva un ruolo molto importante. Vicina al confine dell'Adda, la città poteva insidiare un esercito che dal territorio milanese si fosse addentrato nella Bassa. Per di più Bergamo è situata all'imbocco delle due maggiori vallate bergamasche, una posizione che le dava un'importanza molto maggiore rispetto all'attuale. Non solo avrebbe difeso l'imbocco alle due valli, ma dalle stesse avrebbe ricevuto un valido aiuto in caso di assedio.
Fu questo uno dei principali motivi della scelta di Venezia. Alla quale il Senato giunse dopo un ampio dibattito tra generali e architetti militari. Inizialmente era sembrato più opportuno realizzare una grande fortezza in pianura da localizzare a Romano. Questa fortezza avrebbe potuto ospitare un esercito con cui tenere d'occhio il confine e mantenere sotto pressione gli spagnoli al di là dell'Adda.
Ma la scelta di Venezia fu alla fine più politica che strategica. Un «quadrilatero» potentemente armato in pianura sarebbe stato origine di continue tensioni. La scelta di trasformare Bergamo in fortezza avrebbe dato meno problemi; la cerchia delle mura non avrebbe potuto ospitare forze ingenti, tali da poter essere utilizzate per un assalto: baluardi e cortine sarebbero stati sì imponenti, ma giusto per dissuadere il vicino da progetti aggressivi.
In epoca di Guerra Fredda, la scelta di Venezia sarebbe stata quella di una difesa antimissile: non il primo colpo, ma una potenza tale da mettere nei guai l'avversario.
Il cantiere fu lungo e costosissimo. Le casse della Repubblica ne risentirono, ma se anche il confronto con l'Impero ottomano richiedeva uno sforzo enorme, il progetto strategico improntato su Bergamo non venne mai meno. E non bastò completare la cerchia delle mura. Subito dopo fu necessario porre mano al colle di San Vigilio, da sempre chiave di volta delle difese cittadine. Il vecchio castello fu radicalmente trasformato e dotato di un profondo fossato e di gallerie antimina, mentre un doppio muro lo collegava al forte di San Marco.
Altro importante passo successivo fu la costruzione della Strada Priula che da Bergamo, ormai in sicurezza, portava, attraverso la Valle Brembana, in Valtellina. Lungo questa nuova via incominciarono a scendere dai Grigioni le milizie che Venezia ingaggiava per il presidio delle sue fortezze.
E Famagosta? Mentre a Bergamo il cantiere delle mura era in piena attività il sultano Selim II, figlio di Solimano il Magnifico, diede ordine di conquistare l'isola di Cipro. L'invasione fu preceduta da un devastante scoppio nel magazzino delle polveri dell'Arsenale di Venezia, cuore strategico della potenza navale della Repubblica: probabilmente si trattò di un sabotaggio ad opera di agenti turchi. Nel luglio 1570 una grande flotta sbarcò centomila soldati sulle spiagge di Cipro e venne dato subito l'assalto a Nicosia, la capitale, che cadde il 9 settembre. Vi furono terribili massacri: nonostante un accordo per la resa in cambio della vita degli abitanti, furono tutti uccisi salvo 2.000 giovanetti inviati come schiavi a Istanbul.
Il nobile Marcantonio Bragadin, che comandava la fortezza di Famagosta, nel frattempo aveva rinforzato le difese e accumulato viveri e munizioni. I veneziani erano pronti a sostenere l'assalto. Incominciò così una lunga ed eroica resistenza, Trascorso l'inverno, il sultano inviò a Cipro un enorme esercito composto di 250.000 uomini, di cui centomila erano soldati, tutti gli altri sarebbero stati utilizzati per le opere di assedio.
Tra furiosi assalti e una tenacissima resistenza arrivò l'estate. Veneziani e greci erano allo stremo: non potevano più effettuare sortite perché si erano mangiati anche i cavalli e la polvere da sparo era quasi esaurita; i turchi avevano subito pesantissime perdite: quasi 52.000 morti, e le temperature torride stavano scatenando epidemie. Si giunse ad un accordo: il 1° agosto i veneziani consegnarono la città al comandante dell'esercito ottomano. Il patto era che i difensori avrebbero avuta salva la vita. Invece i difensori furono massacrati o ridotti in schiavitù sulle galee. Marcantonio Bragadin fu scorticato vivo. La successiva vittoria di Lepanto non bastò a risollevare le sorti di Venezia: con la caduta di Cipro era iniziata la sua decadenza militare e marittima.

La Mailing List Histria ha il piacere di inviarVi la "Gazeta Istriana" sugli avvenimenti più importanti che interessano gli Esuli e le C.I. dell' Istria, Fiume e Dalmazia, nonché le relazioni dell'Italia con la Croazia e Slovenia.

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :

http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/

http://www.arupinum.it

scrivi a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.