Rassegna Stampa Mailing List Histria
Sommario N° 800 – 12 Novembre 2011

712 – Il Piccolo 05/11/11 Il censimento in Fvg tra ritardi ed errori E l'Ue "taglia" l'esodo (Elisa Coloni)

713 - Agenzia Adnkronos 10/11/11 Trieste: 36 anni fa trattato Osimo sancì confine italo-jugoslavo, protesta Unione Istriani (Adnkronos)

714 - Il Piccolo 10/11/11 I piani per il 2012, Lubiana taglia i soldi alle scuole italiane (f.b.)

715 - Il Piccolo 09/11/11 Capodistria: Tagli a radio e televisione scatta l'altolà italiano (Franco Babich)

716 - La Nuova Voce Giuliana 16/10/11 Beni cimiteriali, un patrimonio da tutelare giorno per giorno (Rosanna Turcinovich Giuricin)

717 - La Voce del Popolo 07/11./11 Buie - «Il bilinguismo va fatto rispettare e il compito è più nostro che di altri» (Daniele Kovačić)

718 - La Voce del Popolo 05/11/11 CI di Abbazia, energia inesauribile (Ivana Precetti)

719 - La Voce del Popolo 11/11/11 Orsera: Un bel regalo per il ventennale della Comunità degli Italiani (lm)

720 - Messaggero Veneto 08/11/11 Si farà un film sul libro di Stefano Zecchi, Lucini: «Il mio film sull’esodo istriano» (Piero Tallandini)

721 - Il Piccolo 06/11/11 Inchiesta: Le grandi propietà confiscate agli italiani - La nomenklatura di Tito nella ville dei lussignani (Silvio Maranzana)

722 – CDM Arcipelago Adriatico 04/11/11 Adriana Ivanov: le lunghe estati di mio padre a trascrivere epigrafi a Zara (Rosanna Turcinovich Giuricin)

723 - La Voce in Più Storia e Ricerca 05/11/11 Ricordi - Campo di Servigliano: si respira ancora il dolore degli esuli giuliano-dalmati (Marco Grilli)

724 – Panorama Edit 31/10/11 Recensione del CII volume della Rivista Dalmatica : Paravia da Zara a Torino

725 - La Voce del Popolo 05/11/11 Speciale - Abbazia: Il balcone sul mare della Vienna imperiale (Ivo Vidotto)

726 - La Bora 10/11/11 El dvd su Lussìn e l'esodo: "Quel giorno che no gavemo più podesto pregar nela nostra lingua" (
Enrico Maria Milic)

727 – La Voce del Popolo 10/11/11 Cultura - La spina nel fianco del leone marciano / La Repubblica di San Marco tentò di dominare Fiume: vinse delle battaglie, ma mai la guerra (Gianfranco Miksa)

728 - La Voce del Popolo 8/11/11 Lettera sulla gita a Roma dei presidenti delle C.I. (autori vari)

729 - Il Piccolo 10/11/11 Anton Vratusa: «Tito temeva l'invasione russa» - L'ex partigiano e diplomatico protagonista e testimone delle vicende jugoslave (Marina Rossi)

730 - Il Piccolo 12/11/11 Due medici killer di stalin tentarono di uccidere Tito (Azra Nuhefendic)

A cura di Stefano Bombardieri

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :

http://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

712 – Il Piccolo 05/11/11 Il censimento in Fvg tra ritardi ed errori E l'Ue "taglia" l'esodo

Il censimento in Fvg tra ritardi ed errori E l’Ue "taglia" l’esodo

L’Istat spiega perché la rilevazione da noi è stata complessa Mancini assicura: «Moduli in tutte le case entro pochi giorni»

di Elisa Coloni

TRIESTE Minoranze linguistiche da tutelare, moduli bilingui, confini vecchi e nuovi: il Friuli Venezia Giulia, si sa, è una terra tanto ricca quanto complessa. A "inciampare" nelle mille pieghe della nostra regione è stato pure l’Istat, da settimane nei pensieri di migliaia di cittadini friul-giuliani alle prese con il censimento. Un rompicapo per alcuni, un inquietante sconosciuto per altri. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: nella nostra regione si sono verificati disguidi e lungaggini, errori e ritardi, tanto che, ad oggi, ci sono famiglie che ancora non hanno ricevuto il fatidico plico.

A spiegare il perché dei tanti intoppi è Andrea Mancini, direttore del Dipartimento per i censimenti dell’Istat.

Dottor Mancini, partiamo da una questione tecnica e "simbolica". Gli esuli istriani si sono trovati davanti a una scelta obbligata: hanno dovuto affermare di essere nati all’estero. La cosa ha suscitato parecchie proteste.

Capisco le perplessità dei cittadini, ma la questione è tecnica. È stata l’Ue a decidere di uniformare le procedure all’interno dei Paesi comunitari. Si è quindi deciso di considerare solo gli attuali confini, classificando come italiani i territori che sono italiani oggi. Lo stesso discorso vale per tutti gli Stati europei. Ricordo comunque che tra le domande c’è anche quella relativa alla cittadinanza: gli esuli hanno potuto specificare di essere cittadini italiani.

Molte famiglie hanno ricevuto i moduli in ritardo.

Il problema è legato ai moduli bilingui in italiano e sloveno: l’Istat ha dovuto prevederli, per legge, per tutte le famiglie che risiedono nei Comuni in cui vige la tutela della comunità slovena prevista dalla legge 38 del 2001. Non potevamo ovviamente sapere prima dell’invio quanti cittadini preferissero rispondere ai quesiti in italiano e quanti in sloveno. Noi dobbiamo solo rispettare la legge e dare la possibilità di scelta a tutti i residenti nei Comuni tutelati.

Il motivo dei ritardi?

Essendo due i fascicoli, il pacco era troppo pesante. Così, invece, di seguire l’iter normale, che prevedeva che l’Istat inviasse alle Poste il materiale, consegnato a domicilio dai postini, è stata scelta un’altra strada. L’Istat ha inviato i plichi alle Poste, che poi li hanno consegnati ai Comuni, che infine li hanno distribuiti a domicilio tramite i rilevatori. Questo ha comportato un allungamento dei tempi. Ma ricordo che i cittadini possono fare con calma. Hanno tempo fino al 29 febbraio 2012 (fino al 31 dicembre per i Comuni sotto i 20mila abitanti, ndr.).

Ma c’è anche chi, ad esempio a Monfalcone, non li ha ancora ricevuti.

So per certo che ad oggi tutti i Comuni del Fvg hanno ricevuto i moduli dagli uffici postali. Ci vorrà ancora qualche giorno per completare la distribuzione nelle case.

A Trieste ci sono stati problemi con la consegna dei fascicoli compilati. Molta gente è andata in via Tor Bandena, ma era l’indirizzo sbagliato...

È vero. E ce ne dispiace. Ma è stato il Comune di Trieste a fornirci quell’indirizzo. Adesso sul nostro sito Internet sono indicati gli indirizzi giusti.

713 - Agenzia Adnkronos 10/11/11 Trieste: 36 anni fa trattato Osimo sancì confine italo-jugoslavo, protesta Unione Istriani

TRIESTE: 36 ANNI FA TRATTATO OSIMO SANCI' CONFINE ITALO-JUGOSLAVO, PROTESTA UNIONE ISTRIANI =

Trieste, 10 nov. - (Adnkronos) - Il 10 novembre del 1975, esattamente 36 anni fa, il Trattato di Osimo sanci' la separazione creata nel 1954 con il Memorandum di Londra, marcando definitivamente la frontiera tra Italia ed ex Jugoslavia, che fino a quella data aveva visto una fascia transfrontaliera divisa in 'zona A' assegnata all'Italia e una 'zona B' assegnata alla Jugoslavia. Dopo Osimo, la zona B passo' definitivamente all'ex Jugoslavia, sovrana anche su quell'ampio territorio coincidente con l'Istria un tempo italiano.

A distanza di 36 anni, c'e' chi non ha ancora digerito il trattato. Si tratta di una parte dei profughi, che alla fine della seconda guerra mondiale abbandono' le sue proprieta' e che ancora non ha trovato piena soddisfazione per quanto riguarda i risarcimenti dei cosiddetti 'beni abbandonati'.

Tra queste associazioni, l'Unione degli Istriani-Libera provincia dell'Istria in esilio, che oggi ha chiuso "per lutto" la storica sede di Trieste esponendo le bandiere a mezz'asta e ha sospeso tutte le attivita' associative e culturali

714 - Il Piccolo 10/11/11 I piani per il 2012, Lubiana taglia i soldi alle scuole italiane

I PIANI PER IL 2012

Lubiana taglia i soldi alle scuole italiane

CAPODISTRIA Il 2012, per gli italiani in Slovenia, rischia di essere un anno di grandi disagi e sacrifici. L'allarme è stato lanciato nel corso di una riunione congiunta dei consigli della Comunità autogestita costiera della nazionalità italiana e delle Can comunali, alla quale è intervenuto ieri anche il deputato italiano al Parlamento sloveno Roberto Battelli. È stata definita molto grave la situazione relativa ai finanziamenti per le attività culturali, e altrettanto grave anche la situazione nel campo dell'edilizia scolastica. La minoranza ha deciso pertanto di inviare due lettere, con la richiesta di incontri urgenti, al ministro per la Cultura Bostjan Zeks e al ministro per l'Istruzione Igor Luksic. É comunque estremamente difficile che questi incontri riescano a realizzarsi, visto che i due ministri sono ormai alla fine del loro mandato ed è già in pieno corso la campagna elettorale che in Slovenia porterà alle elezioni politiche del 4 dicembre. Per il prossimo anno, il Ministero della cultura sloveno ha annunciato un taglio del 9% dei finanziamenti. Questo significa, per gli italiani, passare da 286 mila a 262 mila euro, e tornare praticamente ai livelli del 2002. Gli appartenenti alla minoranza - è stato rilevato nel corso della riunione - si vedono così penalizzati per due volte: la prima volta in quanto cittadini sloveni, visto che i tagli riguardano in generale la cultura – ma anche altri settori, n.d.a. – la seconda volta in quanto di nazionalità italiana, visti i tagli ai mezzi destinati alle attività culturali delle comunità nazionali minoritarie. Preoccupante è stata definita anche la situazione nell'edilizia scolastica. L'edificio della scuola periferica e dell'asilo italiano di Sicciole è stato recentemente dichiarato inagibile e, visto che non ci sono mezzi per intervenire con urgenza, si rischia di dover chiudere la scuola definitivamente. Attualmente, alunni e bambini sono stati trasferiti: gli alunni all'elementare di Lucia, mentre i più piccoli invece vengono accompagnati dai genitori all'asilo di Portorose. Nel corso della riunione e' stato infine segnalato anche il problema del mancato restauro dell'edificio dell'elementare italiana "Pier Paolo Vergerio il Vecchio" e del Ginnasio italiano "Gian Rinaldo Carli" di Capodistria e della palestra della Scuola media "Pietro Coppo" di Isola. I soldi non ci sono e i lavori sono fermi.

f.b.

715 - Il Piccolo 09/11/11 Capodistria: Tagli a radio e televisione scatta l'altolà italiano

Tagli a radio e televisione scatta l’altolà italiano

Il rappresentante della minoranza Tremul boccia il nuovo piano dell’ente sloveno «La nostra comunità ha già fatto la sua parte. I sacrifici devono essere più equi»

di Franco Babich

CAPODISTRIA Il Consiglio di programma della Radiotelevisione di Slovenia ha approvato la bozza del Piano programmatico e finanziario dell’ente per il 2012, anche se il documento non ha ottenuto l’avvallo del Comitato dei programmi italiani di TV e Radio Capodistria. Il parere negativo del Comitato dei programmi minoritari non è vincolante, e il voto contrario del rappresentante della minoranza italiana nel Consiglio di programma della RTV, Maurizio Tremul, non è stato sufficiente per bocciare il documento, ma è comunque una chiara manifestazione del disagio per i tagli che incombono sulle due testate. L’intera Radiotelevisione di Slovenia si trova in una situazione molto difficile, visto che recentemente è stata approvata una legge che limita fortemente gli spazi pubblicitari sulle emittenti pubbliche, e questo comporterà una riduzione delle entrate – a livello dell’ente - di almeno 3 milioni di euro nel 2012. I programmi italiani, però, sono già indeboliti da una serie di provvedimenti attuati negli anni passati, per cui lo spazio di manovra è ormai ridottissimo. Ulteriori tagli ai finanziamenti, hanno spiegato Aljosa Curavic e Robert Apollonio, i caporedattori responsabili di Radio e Tv Capodistria intervenuti ai lavori del Comitato dei programmi, rischiano di portare alla soppressione di alcune trasmissioni, alla riduzione di altre e alla rinuncia a molte collaborazioni esterne. Il ruolo e la funzione dei programmi italiani di TV e Radio Capodistria, in queste condizioni, rischiano di essere fortemente ridimensionati. Per questo motivo, appunto, il Comitato dei programmi ha deciso di bocciare la bozza. È chiaro, ha rilevato Tremul, che tutti devono subire subire gli effetti di una crisi generalizzata, ma ci vuole più equità nel distribuire questo peso, anche perché i programmi minoritari hanno già dovuto fare parecchie rinunce negli ultimi anni. Nel 2012, invece, è prevista una riduzione del numero dei dipendenti proporzionalmente molto più drastica nel centro regionale di Capodistria che non a Lubiana. Le istituzioni della minoranza, ha annunciato il presidente della Giunta esecutiva dell’Unione italiana, avvieranno colloqui con il futuro governo sloveno per tentare di ottenere maggiori risorse, ma va condotta anche una battaglia interna alla Radiotelevisione di Slovenia affinché non si riducano ulteriormente i finanziamenti e non sia compromessa la produzione propria dei programmi italiani di TV e Radio Capodistria

716 - La Nuova Voce Giuliana 16/10/11 Beni cimiteriali, un patrimonio da tutelare giorno per giorno

Beni cimiteriali, un patrimonio da tutelare giorno per giorno

TRIESTE - Capita spesso che un turista accorto visiti il cimitero per leggere la storia di un territorio.

Che cosa vi trova in Istria, Fiume e Dalmazia? Un incrocio di idiomi, cognomi di medesima derivazione che attingono a diversi alfabeti. "E affascinante dichiarano -, meglio di un romanzo, più veloce comunque di un libro di storia alla cui lettura, in effetti, ti stimolano e ti invitano. Salvare queste realtà è importante".

A Zara lo sta facendo il Madrinato Dalmata, a Fiume per lunghi anni Anita Antoniazzo Bocchina ed ora il Libero Comune con sede a Padova. In Istria, dal 1996, l'intervento a tappeto dell'I.R.CI. che si avvale della consulenza del prof. Antonio Pauletich in qualità di collaboratore scientifico e conduttore del Progetto per l'evidenziatura e la tutela delle sepolture italiane nei 203 cimiteri istriani di giurisdizione croata, Isole di Cherso e Lussino comprese. Insieme, negli anni, hanno cercato di disegnare la mappa delle s

epolture, salvando per tutti una pagina di storia.

La domanda, che rivolgiamo al direttore dell 'l.R.C.I. di Trieste, Piero Delbello, è doverosa: questo basta?

"Non basta e non basterà mai - risponde con l'energia che lo contraddistingue -, anche perché il problema della salvaguardia del patrimonio monumentale delle sepolture della memoria italiana nei cimiteri dell'Istria è di fondamentale importanza e va affrontato giorno per giorno con estrema serietà e onestà per intervenire prima che il piccone, la mazza o l'incuria, distruggano o cancellino queste sacre memorie. Noi abbiamo iniziato nel 1996 e già in quell'anno furono evidenziate, fotografate e catalogate oltre 25.000 sepolture esistenti. Nello stesso anno, copia dei verbali di ricognizione fu spedita a tutte le Amministrazioni cittadine e comunali e alle direzioni delle aziende che gestiscono i cimiteri, con preghiera di volgere attenzione alla tutela di dette sepolture e di comunicare all'I.R.C.I. lo status giuridico dei diritti di concessione perpetua e di eventuali pendenze nella corresponsione dei canoni cimiteriali, per poter risolvere i problemi contingenti".


Il presidente della CI di Rovigno, Gianclaudio Pellizzer, ha presentato una mozione all'Assemblea dell'UI per la salvaguardia dei sepolcri italiani, nella quale lamenta la mancanza di un 'istituzione che faccia da tramite con ì servizi comunali locali e di rendiconti precisi sulle spese da voi sostenute. Cosa ne pensa?


"Abbiamo chiesto al presidente Pellizzer il testo integrale della sua mozione di cui abbiamo letto sui giornali, ad oggi non pervenuto, per cui posso rispondere solo riferendomi a quanto riportato da quest'ultimi. All'infuori di certe imprecisioni che potevano essere evitate se si fosse informato meglio, ci fa piacere che la mozione del Pellizzer sia stata accettata dall'Assemblea dell'UI, con il voto favorevole dei rappresentanti delle CI, certamente perché, con l'invio degli elenchi delle sepolture italiane nei cimiteri del loro territorio, le CI sono state da noi informate su questo scottante problema".


E per quanto concerne i rendiconti?


"Il problema maggiore, per quanto concerne i mezzi, è la lentezza con cui vengono erogati. Mi spiego: i mezzi finanziari devoluti dall'UI che impegnano l'I.R.C.I. su questa materia, sono regolarmente rendicontati, ma si tratta di mezzi del tutto insufficienti allo scopo ed erogati con estremo ritardo. Dovrebbero coprire le spese vive di ricognizione sul territorio, ma il più delle volte non permettono la realizzazione del piano di lavoro, per non dire delle emergenze e degli imprevisti che spesso si verificano. Ecco che siamo costretti ad intervenire attingendo ad altri fondi. Se i mezzi fossero regolarmente anticipati all'I.R.CI. potremmo applicare il modello già collaudato con il Centro di Ricerche Storiche di Rovigno. Essendo regolari, la rendicontazione avviene entro una data fissa, il che permette di attivare i finanziamenti per l'anno o il trimestre successivo. Perfetto, per noi sarebbe eccezionale".


Che cosa ne pensa della collaborazione con le Comunità degli Italiani?


"Per l' I.R.CI. è di fondamentale importanza, anche perché grazie ai suoi interventi di protezione e conservazione, oltre che le sepolture ed i monumenti o lapidi delle famiglie di esuli ormai estinte, nei lapidari ha riunito anche le memorie dei rimasti, intervenendo laddove ci sono persone anziane rimaste sole dopo l'esodo dei parenti e che non hanno eredi, casi, di anno in anno sempre più frequenti sia per gli esuli che per i rimasti. Alle CI locali, oltretutto, attivando i loro rappresentanti nei Consigli municipali e comunali, spetta il compito di avviare la procedura per la nomina delle Commissioni per la tutela del patrimonio monumentale cimiteriale del loro territorio, che si attende da anni. Per inciso,dopo le ricognizioni nei cimiteri istriani di giuiindizione croata, lo stesso lavoro è stato fatto per i 52 cimiteri dell'Istria di giurisdizione slovena: uno a Pirano, due a Isola e 49 a Capodistria con le sue Comunità locali".

Per cui già esiste un rapporto con la CI di Rovigno?


"Con la CI di Rovigno, per la tutela del patrimonio monumentale del cimitero rovignese, esiste una notevole mole di corrispondenza, sia per la tutela in loco dei monumenti di inviolabile proprietà comunale ora usurpati dai nuovi concessionari i quali hanno cancellato o coperto le epigrafi originali. Idem per l'aggiornamento dei dati mancanti sulle tombe dei caduti italiani-rovignesi della Resistenza. Con la mozione presentata dalla CI di Rovigno e approvata dall'Assemblea dell'UI, il presidente Gianclaudio Pellizzer ha in mano un mezzo efficace per la soluzione dei problemi che da anni ci assillano. Si faccia valere! E ciò che pure noi auspichiamo".


Ma entriamo nello specifico, nel 1998 con una legge il Sabor della Croazia ha inteso porre nuove regole alla gestione dei cimiteri, per voi cosa è cambiato?


"Abbiamo continuato a seguire da vicino l'evolversi della realtà delle cose. Dal 1996 ad oggi, oltre alla raccolta delle leggi croata e slovena sui cimiteri e delle Delibere comunali riguardanti l'ordine cimiteriale, per l'emeroteca specifica dell'I. R. C. I. sul tema cimiteri, annualmente sono stati raccolti in media 130-150 articoli e notizie varie riguardanti i cimiteri istriani; lavori in corso di sistemazione, di ampliamento, per la costruzione delle nuove cappelle mortuarie secondo la legge del 1998 ecc. ecc. Per gli anni 2010 e 2011, il numero delle notizie è alquanto scemato, visto che la maggior parte dei Comuni si è messa in regola con le norme di legge".


Concretamente, quali i risultati - a vaste linee — del lavoro condotto fino ad ora?


"Certo, a vaste linee, perché cose da dire ce ne sarebbero tantissime. Mi limiterò ad elencarne alcune: dal 1999 ai giorni nostri oltre all'inventariazione dei reperti dei lapidari preesistenti nei cimiteri nei cimiteri di Chiusi di Lussino, San Giovanni di Cherso, di San Pietro in Selve e di Villa di Rovigno, sono stati progettati e realizzati i lapidari cimiteriali che elencherò nell'ordine di realizzazione: Lindaro, Pinguente, Rozzo, Castelvenere, San Lorenzo di Daila, Draguccio, Canfanaro, Docastelli, Barbana, Porgnana, Rovigno, Visi-nada, Visignano, Collalto, Chersano, Buie, Umago, Petrovia, Grisignana, Cherso, Lussinpiccolo, Lussingrande, San Giacomo, Ossero e l'ultimo del mese di settembre 2011 a Orsera, nei quali sono stati ricoverati oltre 1.200 tra monumenti e lapidi.


Oltre ai lapidari, in loco, sono state restaurate 32 tombe di famiglia al Cimitero comunale di Pirano, la cupola del mausoleo della tomba Degrassi al cimitero di Isola, la rimessa in loco con restauro del cippo monolitico rovesciato della tomba del canonico Pietro Stancovich al cimitero di Barbana e i monumenti del 1924 dedicati al Milite Ignoto dai Comuni di Visinada e di Lussingrande, ancor oggi esistenti in quei cimiteri. Al Cimitero memoriale della Marina di Pola, scolpite su lapidi in pietra, sono state riprodotte 59 epigrafi di sepolture italiane che sostituiscono altrettante croci di legno cadenti. Al Cimitero comunale di Rovigno, in collaborazione e con il contributo della Famia Ruvignisa, sempre presente con i contributi per l'aggiornamento del lapidario rovignese, è stata realizzata la lapide commemorativa dedicata alla memoria di 24 sacerdoti e religiosi/e rovignesi morti nella diaspora dal 1945 ad oggi, si stanno raccogliendo i dati per altre tre suore da includere nella lapide a queste dedicata, nonché le lapidi commemorative dedicate a Luigi de Manincor, Medaglia d'Oro Vela e al Cap. Silvano Abbà, Medaglia di Bronzo per il Pentathlon moderno alle Olimpiadi di Berlino nel 1936.


In collaborazione con la Famiglia Montonese, è stata sistemata la fossa comune dei Montonesi infoibati a Cava Cise presso Villa Treviso di Pisino, e per la Famiglia Parentina, la realizzazione della lapide commemorativa delle 95 vittime delle foibe di Parenzo, Torre e Abrega esposta nel cimitero di Parenzo. Per la realizzazione dei lapidari cimiteriali, grande aiuto si è avuto dalle Città di Rovigno e Buie, nonché dai Comuni di Chersano e di Orsera e dalle loro imprese comunali, che si sono prese l'incarico e la spesa di sistemazione dei siti con la costruzione delle basi-fondamenta per la collocazione dei monumenti e delle lapidi".


E la fase non è conclusa...


"Infatti, sono in attesa di approvazione i progetti per la realizzazione dei lapidari cimiteriali di Montona - S. Margherita e di S.Bortolo -, Matterada, San Giorgio di Grisignana e di Fontane e per gli altri cimiteri finanze permettendo. Ciò sarà fatto secondo il piano di lavoro per gli anni 2011-2012. Allo stesso modo, sono pronti i progetti di restauro del monumento ai caduti del CT Cesare Rossarol presso Lisignano, giunto a buon punto grazie alla collaborazione con la CI di Sissano, e del carabiniere Giorgi Loreto presso Canfanaro e per la sistemazione della fossa comune dei resti di 129 infoibati al cimitero comunale di Pinguente, esumati da quattro foibe del Pinguentino nel 2004 e qui sepolti per disposizione della Magistratura regionale nel 2007. Così ancora per le due fosse comuni degli infoibati nel 1943 ai lati del viale d'ingresso al cimitero di Pisino. Per conto della Famiglia Umaghese di Trieste, è stato eseguito il progetto per il restauro in loco di 40 tombe e sepolture italiane del cimitero comunale di Umago".

Altre iniziative sono state portate avanti nel 2011. Le notizie sull'attività svolta sono spesso diluite nel corso dell'anno in modo da non essere sufficientemente incisive. Mezzi permettendo si potrebbe pensare ad una mostra che documenti i risultati ottenuti. Ma anche ad una maggiore interazione tra i vari soggetti coinvolti. E comunque un'emozione scoprire che i lapidari - al di là di quanto previsto inizialmente dai progetti -, stanno diventando per le famiglie degli esuli anche un luogo di ricomposizione. Stele nuovissime hanno fatto la loro comparsa, con nomi e cognomi di gente che riposa in lontani luoghi di sepoltura e che si ritrovano, per volontà loro o delle famiglie, nelle località di provenienza con un senso di profonda pietas per una storia che è fatta anche di vicende minime, di gente che così si sottrae ai numeri per diventare riferimento concreto anche ora che non ci sono più. E' profondamente umano!

Rosanna Turcinovich Giuricin

717 - La Voce del Popolo 07/11./11 Buie - «Il bilinguismo va fatto rispettare e il compito è più nostro che di altri»

BUIE Il giornalista Flavio Dessardo ospite con la sua tesi della Comunità degli Italiani
«Il bilinguismo va fatto rispettare e il compito è più nostro che di altri»

BUIE – È stato un incontro riuscito quello dell’altra sera, alla Comunità degli Italiani di Buie, con il giornalista di TV Capodistria Flavio Dessardo. Nel presentare la sua tesi di laurea "Segni (in)visibili della presenza italiana nelle città della costa slovena", non solo ha suscitato notevole interesse tra il pubblico, ma è stato anche spunto per una vivace discussione.

Appare difficile rispettare il bilinguismo, o anche solo farlo rispettare. In modo paricolare, Dessardo ha fatto riferimento al bilinguismo visivo, quello che riguarda le insegne informative e stradali, i manifesti pubblicitari e tutto ciò che appare testualmente. Le scritte sono tradotte male, oppure in alcuni casi non sono tradotte proprio. Nel suo lavoro di ricerca ha raccolto una serie di "prove" che testimoniano come alcune vie, dopo che negli anni Novanta furono tradotte o cambiate in sloveno, non sono state più ripristinate o lo si è fatto in maniera erronea.

Un confronto tra Croazia e Slovenia

"Si può fare un confronto sia a livello normativo che reale" ha detto Dessardo. "Dal punto di vista normativo la Slovenia è avanti. In Slovenia, però, manca la presenza massiccia sul territorio. Qui nella parte croata c’è un regionalismo che in Slovenia non esiste. L’Istria croata ha capito che bisogna difendere il vicino: conoscere l’italiano, avere amici della minoranza: per un croato è un pregio e non un difetto. Automaticamente viene difeso. Si è capito che "l’altro" serve, è utile alla società".

"Bisogna reagire, questo si. Ma non semplicemente lamentarsi come molti fanno" ha ribadito il giornalista. "Abbiamo una serie di istituzioni che devono, o dovrebbero occuparsi di questo. Il compito nostro, come singoli, è quello di richiamare all’ordine i nostri rappresentanti. Se noi segnaliamo determinate cose che poi non hanno un seguito - ha puntualizzato – dobbiamo cambiare le persone che ci rappresentano. Non possiamo, però, nemmeno pensare che sia sempre compito degli altri. Dobbiamo essere noi in prima persona a segnalare e rivendicare i nostri diritti. Bisogna sempre partire da sé stessi".

Punto positivo alla Slovenia per i supermercati, nei quali si possono trovare spesso le scritte bilingui dei prodotti esposti, mentre un voto negativo in questo senso va ai supermercati croati. Per quanto riguarda la modulistica di banche, uffici postali, uffici catastali, tribunali, stazioni di polizia e ambulatori medici, niente da fare: nulla è scritto con la doppia lingua. A volte troviamo gli avvisi (sempre grazie alle normative) in due lingue, ma poi allo sportello non sempre i funzionari parlano anche l’italiano.

«Scarrico merci», l’errore ci cova

Proprio a Buie, davanti al municipio, vi è un’insegna che recita: "scarrico merci", con la doppia erre. "Imperdonabile". Alcuni errori, anche verbali, si fanno causa la poca conoscenza della cultura strettamente locale: la contrada "Sucolo", da "zoccolo" in buiese, non ha traduzioni (infatti anche l’insegna è scritta esclusivamente nella versione dialettale), peccato che venga spesso letta "Suzzolo" dai croatofoni.

L’appuntamento è stato organizzato dal Cenacolo italiano "Il Perseo", fondato lo scorso aprile dallo stesso Pino Trani, e dagli studenti universitari, già alunni della SMSI "Leonardo Da Vinci" di Buie, Ivan Pavlov ed Erik Uljenik. Il primo porta avanti l’idea di creare posti di lavoro che allo stesso tempo producano e mantengano l’italianità in Istria, mentre il secondo si è fatto promotore di inizative rivolte ad attirare giovani generazioni che produrranno nuova cultura in campo musicale, letterario e scientifico.

Daniele Kovačić

718 - La Voce del Popolo 05/11/11 CI di Abbazia, energia inesauribile

Chiacchierata con il presidente del sodalizio Pietro Varljen e la segretaria Norma Tuliak Srbulj
CI di Abbazia, energia inesauribile

La Comunità degli Italiani di Abbazia saluterà il 2011 con un importante anniversario: il 65.esimo anno della sua fondazione, avvenuta nel lontano 1946, epoca di inizio dopoguerra in cui la Perla del Quarnero tornava a vivere dopo gli anni bui del secondo conflitto mondiale. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti, sono cambiate tante cose, governi, amministrazioni cittadine, abitudini, usanze, modo di vivere, ma il sodalizio abbaziano è rimasto sempre lì (a parte un breve periodo, nel 1957, in cui è rimasto chiuso).

Una volta riaperti i battenti, ha continuato a operare più attivo che mai, crescendo negli anni e sviluppandosi in sede italiana di tutto rispetto che al momento conta attorno ai 500 soci (il più giovane ha soltanto 4 anni) provenienti da tutta la Riviera liburnica.

Il sindaco Dujmić sensibile alle problematiche della CNI

L’importante giubileo verrà festeggiato il prossimo 25 novembre (ore 18) con una serata letteraria che si terrà nella splendida cornice di Villa Angiolina. L’evento è organizzato in collaborazione con l’Unione Italiana e l’Università Popolare di Trieste e prevede la partecipazione dello scrittore Giacomo Scotti, il quale è anche autore del libro "Abbazia, l’oasi dell’amore: ignote avventure galanti di principi, re, imperatori ad Abbazia e sulla Riviera liburnica" (1994).

Di questo appuntamento e dell’attività della CI in generale, abbiamo parlato con il presidente Pietro Varljen e la segretaria Norma Tuliak Srbulj, instancabili attivisti, i quali si sono detti entusiasti della nuova sede di Villa Antonio (quella precedente si trovava a Volosca) di cui fruiscono da poco meno di due anni (l’inaugurazione si è svolta verso la fine di gennaio del 2010), ma soprattutto della collaborazione con l’amministrazione cittadina capeggiata dal sindaco Ivo Dujmić, sensibile alla realtà e alle problematiche della Comunità Nazionale Italiana su queste terre.

Un esempio lampante in questo senso è la recente firma della lettera d’intenti per la costruzione di un asilo per l’infanzia e nido in lingua italiana ad Abbazia (nell’area di Punta Kolova): forse uno dei traguardi più importanti negli ultimi dieci anni, un traguardo che certamente riuscirà a porre le basi per un’eventuale apertura di una scuola elementare per gli appartenenti alla minoranza italiana.

"È una cosa che sarebbe dovuta avvenire vent’anni fa – ha detto Pietro Varljen – ma meglio tardi che mai. Attualmente si è in fase di trattative per l’elaborazione della documentazione progettuale, il cui prezzo è ancora troppo alto. Presto dovrebbe essere bandita anche la gara d’appalto. La costruzione dovrebbe terminare al massimo entro due anni. Sarà un momento importantissimo per noi. Abbiamo avviato inoltre una serie di trattative relative all’asilo di Mattuglie che speriamo possa passare un giorno sotto l’ingerenza di UI-UPT", ha aggiunto il presidente della CI abbaziana, il cui lavoro è reso più facile dalla presenza di Norma Tuliak Srbulj, una specie di factotum del sodalizio, instancabile lavoratrice che trascorre gran parte delle sue giornate nella sede di Villa Antonio.

Tre sezioni, corsi d’italiano e biblioteca

È da lì che coordina l’attività del sodalizio, il funzionamento delle varie sezioni, i contatti con i soci. Ne ha parlato con orgoglio. "Il lavoro è tanto, ma ce la caviamo bene – ha esordito –. Quest’anno è stato veramente intenso. Abbiamo fatto di tutto. In questo momento la nostra Comunità offre tre settori: il settore ‘Teatro, arte e spettacolo’, il settore ‘Cultura’ e il settore ‘Sport’, ognuno col proprio ricco programma. Le attività del primo e del secondo in un certo senso si intersecano.

Tra le varie conferenze, tavole rotonde, mostre d’arte, rappresentazioni musicali e teatrali, ne metterei in rilievo alcuni come ad esempio il concerto dei ‘Virtuosi fiumani’ svoltosi nel gennaio scorso in Villa Angiolina, in occasione del 150.esimo dell’Unità d’Italia e del 20.esimo dell’Indipendenza della Repubblica di Croazia, ma anche le conferenze primaverili e autunnali che organizziamo ogni anno sui temi più svariati.

Nel 2012 ne avremo alcune molto interessanti tra le quali ‘L’anziano e la famiglia’ del dott. Davide Carlino, ‘Il parco di Plitvice’ di Loris Dilena, ‘I diritti fondamentali dell’uomo in Europa’ di Gianfranco Terzoli, ‘Il piede reumatico, prevenzione delle deformazioni’ del dott. Roberto Valentini, ‘La violenza all’interno della famiglia’ della dott.ssa Nicoletta Bressan, ‘Zanzare, conoscerle per evitarle’ del dott. Nicola Bressi, ma anche su temi come ‘L’abuso e la dipendenza dall’alcol’, ‘Dimagrire con le erbe è possibile’, ‘Degustazione dell’olio’, ‘Le donne del mondo greco e romano’, ‘Monografie su Adriano Celentano’ e altre ancora. Tra gli eventi di maggior rilievo del 2011, ricorderei la serata letteraria su Giacomo Scotti, presentata nel marzo scorso da Irene Visintini, oppure la Rassegna del cinema italiano del maggio scorso, la piéce teatrale ‘Le cose e le case’ prodotta dalla RAI, offerta lo scorso ottobre".

"Tra i prossimi appuntamenti, oltre a quello per il 65.esimo della fondazione del nostro sodalizio – ha proseguito –, rileverei quello del prossimo 9 dicembre quando nella caffetteria ‘Imperial’ verrà allestita una mostra di pittura organizzata da Laura Varljen Herceg, alla quale verranno allestiti i quadri delle pittrici amatoriali della nostra CI. Il 13 dicembre, in Villa Antonio, Irene Visintini presenterà una conferenza sul tema ‘La poesia istriana tra le due guerre’.

Non sono mancate e non mancheranno ovviamente le tavole rotonde, gli incontri con le altre Comunità, le escursioni. Nel 2012 ci concentreremo soprattutto su quelle dell’Istria. Lo scorso aprile abbiamo avuto in visita la CI di Villanova, mentre a ottobre siamo stati noi in visita al sodalizio di Veglia.

Sabato, 5 novembre, raggiungeremo nuovamente l’isola quarnerina per una piccola gita. Per quanto riguarda i programmi futuri, a dicembre organizzaremo la Giornata dell’Infanzia con un concerto e una rappresentazione scenica prescolare al fine di promuovere la creatività nel campo della recitazione in lingua italiana. Non dimentichiamo le imminenti festività di Fine Anno quando offriremo una serata conviviale e la presentazione di una relazione sulle attività svolte quest’anno", ha annunciato Norma Tuliak Srbulj, soffermandosi poi sulle manifestazioni che ormai sono diventate una vera e propria tradizione e appuntamenti annuali immancabili... firmati dal sodalizio abbaziano.

Appuntamenti immancabili che diventano tradizione

"Sono l’ex tempore ‘Mandracchio’ e il Torneo dell’Amicizia di briscola e tressette. Quest’ultimo è in programma sabato, 12 novembre, all’albergo ‘Admiral’. L’evento è giunto alla 34.esima edizione e ne andiamo particolarmente fieri. Non dimentichiamo inoltre il tradizionale Raduno estivo delle CI della Riviera liburnica e di Fiume che ogni anno si svolge a Icici e in cui per tutta una giornata vengono disputati tornei di briscola e tressette, gare di bocce e cerchietti. L’importante, alla fine, è stare insieme e divertirsi, scambiare qualche chiacchiera e risata, ricordare i bei tempi", ha detto ancora l’allegra segretaria della CI di Abbazia.

Per quanto riguarda il settore sportivo, il sodalizio della Perla del Quarnero offre la sezione di bocce, quella di scacchi, tennis e carte che si "allenano" due ore alla settimana. "I nostri ‘sportivi’ non mancano mai ad appuntamenti importanti come il Torneo di San Vito (quest’anno ha vinto la coppia femminile formata da Mirela Benčinić e Iolanda Stermečki, nda), il Torneo di bocce organizzato dall’Unione Italiana e gli Incontri sportivi dell’UI.

Stiamo pensando di aprire anche una quinta sezione ma questo ancora è da vedere", ha detto Norma Tuliak Srbulj, aggiungendo che la CI abbaziana mette a disposizione anche corsi di italiano e una ricca biblioteca. La sede che la ospita è formata da tre vani: un piccolo ufficio, la biblioteca appunto e una stanza più grande, veramente bella, arredata con pezzi d’antiquariato, nella quale si svolgono gli incontri e anche importanti riunioni, visite di personaggi di rilievo e autorità.

"Siamo molto fortunati in quanto oltre a questi tre vani, possiamo fruire gratuitamente anche della sala principale di Villa Antonio, della Casa di cultura ‘Zora’ e, con nostro grande piacere, anche della meravigliosa Villa Angiolina", ha precisato il presidente Varljen, ribadendo la propria soddisfazione per l’ottima collaborazione con la Città che, con l’insediamento del sindaco Ivo Dujmić, ha aiutato tantissimo la CI di Abbazia, tenendo in considerazione il trascorso storico e dandole il giusto rilievo.

Ivana Precetti

719 - La Voce del Popolo 11/11/11 Orsera: Un bel regalo per il ventennale della Comunità degli Italiani

Al via i lavori di ristrutturazione della futura sede del sodalizio

Un bel regalo per il ventennale della Comunità degli Italiani

ORSERA – Nell’ ambito dei festeggiamenti indetti in occasione della ricorrenza patronale di San Martino a Orsera, il sindaco Franko Štifanić e i suoi più stretti collaboratori riceveranno oggi nella sede del Comune pure una rappresentanza della locale Comunità degli Italiani, guidata dalla presidente del sodalizio, Gilliana Boncompagno Pruže. Un incontro, quello con le autorità comunali, strettamente connesso all’avvio dei lavori di riassetto dello stabile che ospiterà la locale CI.

I lavori di ristrutturazione del palazzo, che è uno di quelli che si affacciano su piazza Degrassi, che è il principale piazzale del centro storico, nelle immediate vicinanze della chiesa di Santa Fosca, e quasi dirimpetto alla bella sede del Comune, hanno infatti preso il via pochi giorni fa. Una bella notizia, dunque, che arriva proprio nell’anno in cui il sodalizio locale della nostra etnia festeggia i vent’anni della fondazione.

Non è facile parlare di attività senza avere un luogo dove incontrarsi. E questa era finora la posizione in cui si trovava la Comunità degli Italiani di Orsera, un sodalizio che, dopo un inizio difficile nei primi anni ‘90 del secolo scorso, ha ripreso a funzionare grazie al rinnovato entusiasmo dei suoi soci più attivi, rispettivamente di coloro che avevano particolarmente a cuore le sorti del sodalzio inteso come punto d’incontro degli italiani residenti nel borgo e nelle località dell’immediato circondario. Orsera è una di quelle località che ha risentito fortemente dell’esodo nel dopoguerra, tanto che gli italiani oggi sono pochi rispetto al numero degli abitanti che sono circa 2mila.

In soli due anni, tra il 1948 e il 1950, il 95 per cento degli orseresi se ne andò. Fra quelli che scelsero la via dell’esodo c’erano molti agricoltori ma anche commercianti e validi artigiani. Il borgo, anni prima ricco e popolato, si ritrovò svuotato, con una ventina di famiglie rimaste. Quando in seguito cominciarono a morire gli anziani, i nuclei familiari si ridussero ulteriormente. Oggi pochi ritornano, i più soltanto per le grandi occasioni. Ci si ritrova a Orsera ogni anno per celebrare per tradizione la ricorrenza patronale di Santa Fosca.

Nei primi anni ‘90 si tentò di individuare uno stabile nel centro di Orsera da destinare a futura sede della CI. Essendo la località un centro turistico, non è stata un’impresa facile. Dopo una lunga ricerca, si individuò il vecchio edificio abbandonato che sorge vicino alla chiesa di Santa Fosca. Si dovette attendere a lungo che venga risolta la questione dei diritti di proprietà visto che soltanto i due terzi dello stabile risultavano appartenere al Comune. Alla fine, grazie alla disponibilità delle locali autorità e grazie ai mezzi stanziati dall’UI (all’epoca circa sessanta milioni di lire) si riuscì a riscattare l’immobile e ora, finalmente, sono iniziati i lavori di restauro.

L’incontro in Comune avrà luogo alle ore 13.00.

Nel pomeriggio a Orsera prenderanno il via i festeggiamenti di San Martino. Alle 16.30 a esibirsi in centro saranno la banda d’ottoni dei Delfini parentini, la corale femminile "Mendule" ei bambini delle locali sezioni della scuola e degli asili. In serata ad allietare il pubblico interverranno i noti complessi "Anelidi" e "Magnolija" e il cantante Serđo Valić. Per l’occasione le associazioni locali hanno assicurato una ricca offerta enogastronomica. (lm)

720 - Messaggero Veneto 08/11/11 Si farà un film sul libro di Stefano Zecchi, Lucini: «Il mio film sull’esodo istriano»

Lucini: «Il mio film sull’esodo istriano»

PARLA IL REGISTA

Oggi il libro di Zecchi alla Fondazione Carigo

di Piero Tallandini

Piú che il progetto di un film è un’autentica sfida quella che sente di dover affrontare il regista Luca Lucini, 44 anni, milanese, reduce dal successo di pellicole come Tre metri sopra il cielo, Amore bugie e calcetto, Oggi sposi e l’ultimo La donna della mia vita con la Sandrelli, Argentero e Gassman.

Incentrare un lungometraggio sul dramma dell’esodo istriano-dalmata, affrontando cosí una vicenda storica di fatto ignorata dalla cinematografia italiana: una sfida autentica, lo dice lui stesso, perché Lucini è il primo a sapere quanto quello dell’esodo sia ancora un tema delicato, che è stato rimosso per troppo tempo dai libri di storia e che al quale per decenni la politica ha guardato con distacco o attraverso la lente deformante dell’opportunismo di parte.

Del progetto, in anteprima nazionale, si parlerà oggi in una terra di frontiera, Gorizia, dove tanti esuli istriani e dalmati trovarono rifugio. Un incontro pubblico organizzato dall’associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia al quale sarà presente Stefano Zecchi, autore del libro Quando ci batteva forte il cuore: la storia di Sergio, sei anni, che da Pola nel 1945 comincia un’avventura che lo porterà a riavvicinarsi al padre, un viaggio che coincide con l’esodo e lo porta a vivere da testimone quel periodo di tragedie e speranze di rinascita.

Nell’incontro odierno sarà dunque annunciata l’iniziativa cinematografica: avrebbe tenuto a farlo personalmente lo stesso Lucini, ma all’ultimo minuto, impegni lavorativi lo hanno obbligato a stare lontano da Gorizia. Ma ecco come il registra ci ha anticipato il progetto del primo film italiano sull’esodo.

- Come è maturata l’idea di realizzare un film su un tema misconosciuto come l’esodo?

«Una delle ragioni è proprio il fatto che si tratta di una pagina che per troppo tempo è stata strumentalizzata politicamente, a destra come a sinistra, ed è rimasta sostanzialmente sconosciuta agli italiani. Per questo, dopo aver letto il romanzo di Zecchi, ho pensato che fosse doveroso fare un grande film italiano che finalmente porti sul grande schermo la vicenda dell’esodo senza pregiudizi, senza condizionamenti, attraverso gli occhi di un bambino, come Sergio».

- Al di là dell’istituzione della giornata del ricordo, i tempi sono maturi?

«Io ho 44 anni e mi ricordo che, a scuola, dell’esodo non si parlava mai. Poi, da elettore di sinistra, mi sono reso conto che la mia stessa parte politica per troppi anni ha sottaciuto questa vicenda. Non mi vengono in mente film che parlino dell’esodo, tranne forse, in parte, Porzûs. Ma del resto tanti esuli mi hanno spiegato che a volte anche nelle stesse famiglie fuggite da Istria e Dalmazia si tendeva a rimuovere quella vicenda, quasi per allontanare il dolore del ricordo».

- Cosa ha trovato, nel libro di Zecchi, che ha fatto scattare la "scintilla"?

«Anzitutto la vicenda meravigliosa di questo bimbo, raccontata da Zecchi in modo delicato ed efficace, in cui si delinea la disgregazione di una famiglia e poi il percorso di riavvicinamento fra Sergio e suo padre. Nel libro, cosí come nel film su cui stiamo lavorando, il valore aggiunto è rappresentato proprio dal fatto che lettore e spettatore vengono immersi in quel contesto storico attraverso il punto di vista, incontaminato e ingenuo, di un bambino di appena 6 anni che non può comprendere quello che gli succede attorno, ma che proprio per questo riesce a farci capire tutta l’insensatezza della guerra e la tragedia di chi è costretto a lasciare per sempre la propria casa, la propria terra. Ecco perché questa è anche una storia di valore universale. Penso a quella scena molto bella nella quale Sergio e il padre arrivano a Trieste come profughi e alla stazione gli urlano: "Fascisti!" Il bambino coglie perfettamente che è una cosa insensata, ridicola. Ed era cosí anche nella realtà».

- A che punto è la realizzazione di questo progetto cinematografico?

«Una prima stesura della sceneggiatura è completata e la stiamo facendo leggere ad attori di livello anche se per il momento non posso rivelare i nomi. Spero si convincano perché credo che questo progetto, il libro a cui si ispira e il contesto storico che tratta meritino degli interpreti di prim’ordine. In questo senso andremo avanti solo se il cast sarà quello che auspico».

721 - Il Piccolo 06/11/11 Inchiesta: Le grandi propietà confiscate agli italiani - La nomenklatura di Tito nella ville dei lussignani

INCHIESTA»LE GRANDI PROPRIETÀ CONFISCATE AGLI ITALIANI

LA NOMENKLATURA DI TITO NELLE VILLE DEI LUSSIGNANI

La famiglia dei Martinoli venne depredata di tre case e di tutti i beni.
A Zabodaski si insediò Velebit, uomo di collegamento tra il Maresciallo e la CIA

Da Franz Joseph al Re d’Italia
LE visite celebri
Il 13 maggio 1875 l’imperatore Francesco Giuseppe giunse al cantiere di Nicoletto Martinolich (il congome fu in seguito "italianizzato") per assistere al varo della nave Imperatrice Elisabetta, il più grande veliero di allora dell’Impero austro-ungarico. Per ricevere Franz Joseph giunto con il vapore da guerra "Miramar" i lussignani preparano anche un grande trofeo composto con tutti gli oggetti della marina mercantile: catene, gomene, gherlini, alzane, cavi, bussole, cronometri, barometri, ampolle, eccetera. Il 25 maggio 1922 giunsero invece a Lussino accolti da Nicolò Martinolich il Re Vittorio Emanuele III e la Regina Elena.

di Silvio Maranzana

TRIESTE «La villa di campagna nella tenuta dalla nonna a Zabodaski era un sogno, con una baia privata che ci permetteva l’accesso al mare». Si tronca violentemente nel 1945 anche la saga quarnerina dei Martinoli, armatori e costruttori di navi e yacht ammirati in tutto il mondo, costretti ad abbandonare Lussino. In quella casa da sogno, come la ricordano oggi da Trieste Caterina detta "Tinzetta" e Doretta Martinoli, si insedia uno dei principali "gerarchi" di Tito, Vladimir Velebit. Contemporaneamente Edvard Kardelj, numero due del Partito comunista jugoslavo s’impossessa di un’altra villa, quella di Girolamo Rizzi, sposato con un’ebrea polacca non certo sospettabile di simpatie fasciste. L’intera Lussino diventa buen retiro della nuova nomenklatura jugoslava: arrivano Janez Stanovnik, poi presidente della Slovenia dal 1988 al 1990 e oggi a capo dell’Associazione dei partigiani sloveni che occupa la casa di Ivetta Luzzato Fegiz, mentre il diplomatico Dragan Naiman si insedia nella residenza di campagna dell’ammiraglio e olimpionico Tino Straulino. Così nell’immediato dopoguerra, Kardelj e Velebit, due più fanatici nazionalisti, mentre nelle trattative tentano di annettere anche Trieste alla Jugoslavia, impunemente occupano case di lusso su cui non possono legalmente vantare alcun diritto.

«É proprio questo ciò che mi fa più rabbia», commenta oggi Tinzetta. Velebit ha continuato ad abitare per alcuni mesi all’anno quella casa fino alla sua morte avvenuta nel 2004 quando aveva 97 anni. Secondo lo storico americano Mehta Armstong Coleman, Velebit è stato l’uomo di contatto tra la Cia e Tito in nome di quel patto segreto che garantì a Belgrado l’appoggio statunitense nel ruolo di stato cuscinetto rispetto al Patto di Varsavia, ma che contemporaneamente alzò una cortina su tutti gli orrori commessi dal comunismo jugoslavo. Per potersi insediare nelle neoconquistate "dacie" gli uomini dell’establishment titino fanno dichiarare i proprietari "nemici del popolo". Il tribunale distrettuale di Lussino raccoglie il 16 aprile 1948 la dichiarazione di tale Ivan Krpesic il quale afferma che Nicolò Martinoli portava l’uniforme fascista e la sciarpa con il fascio littorio. Il giorno dopo lo dichiara nemico del popolo e ordina la confisca di tutti i suoi beni.

«Mio padre era stato anche podestà - spiega la figlia - e sulla fascia tricolore che portava c’era il fascio. Quello di podestà era un titolo onorifico senza remunerazione fregiava le persone più in vista, lui non ha mai voluto saperne della politica». I Martinoli erano proprietari anche di Villa Maria, loro usuale residenza a Cigale, e poi di una casa in via D’Annunzio 64, nel centro di Lussinpiccolo. E ancora, azionisti di una cava di marmo sull’isolotto di San Bartolomeo nei pressi di Fasana. Alla fine degli Anni Trenta, Nicolò Martinoli pensò di diversificare le proprie attività imprenditoriali e, dopo aver venduto il cantiere, acquistò tante piccole aziende agricole per complessivi 1.200 ettari disseminati in tutta l’Istria con l’obiettivo di importare nella penisola una produzione agricola all’avanguardia. Un altro sogno spezzato dalle confische, questo sul nascere. (9 - segue. Precedenti puntate pubblicate l’11, 18, 25 settembre, 2, 9, 16, 23 e 30 ottobre).

NIET CROATO ALLE RICHIESTE DI INDENNIZZO

TRIESTE Dopo la seconda guerra mondiale Nicolò Martinoli continua la propria attività armatoriale a Trieste con due società proprietarie di tre navi: la Marco U. Martinoli, la Mariangela Martinoli e la Antonio Tarabocchia e una piccola petroliera: la Lussino. Fino alla morte, avvenuta nel 1961, è presidente degli armatori giuliani, componente del consiglio di amministrazione della Federazione italiana armatori e rappresentante degli armatori nel consiglio della Camera di commercio di Trieste. «Tutte cariche - afferma la figlia Tinzetta - che non avrebbe potuto detenere se fosse stato fascista come sostenevano gli jugoslavi. Oltretutto, forse per ingraziarsi la popolazione, i partigiani gli avevano offerto anche la presidenza del Comitato popolare che lui non potè accettare». Nel 2002 le figlie hanno fatto richiesta di indennizzo per le proprietà confiscate al governo di Zagabria, ma la risposta è stata che non hanno diritto a nulla in quanto optanti. «Ma noi non siamo optanti - ribattono - ci siamo spostate a Trieste con una barca privata (avevano rispettivamente 20 e 11 anni) e usando i documenti ufficiali perché era ormai a Trieste che nostro padre aveva spostato tutti i propri interessi». É partita allora anche una causa alla Corte europea di Strasburgo, che finora però non ha avuto seguito. Ma Tinzetta non si è data per vinta. Tramite un prestanome ha comprato a Lussino un’altra casa con 20 mila metri quadrati di terreno che da qualche anno fa ha potuto intestare ai propri figli. Forse la storia dei Martinoli a Lussino avrà anche un futuro. (s.m.)

UN CANTIERE CHE CREO' NAVI E YACHT DA FAVOLA

La goletta Croce del Sud, costruita per i proprietari della San pellegrino è nota in tutto il mondo

TRIESTE La Croce del Sud, una goletta a tre alberi lunga 38 metri, immortalata sulle riviste di nautica di tutto il mondo, è il più famoso yacht costruito da Nicolò Martinoli. A commissionarla fu la famiglia milanese Granelli proprietaria della San Pellegrino. Nel giugno 1933 venne varato lo yacht costruito per il duca Amedeo d’Aosta, battezzato Amrita, dall’unione dei nomi Amedeo e Margherita. Costruito in rovere e oregon pine era lungo 27 metri. Altro bellissimo yacht era l’Adonita, commissionato dal marchese del Pozzo, che a vela raggiungeva una velocità di 18 nodi. La goletta Dorello, comprata da un americano che la chiamò Morning star fu trasformata in ketch e a lungo detenne il record della regata San Francisco - Honolulu, prima di essere investita nel golfo del Messico da un uragano che la affondò. Nel 1940 Nicolò Martinoli vendette il cantiere al gruppo armatoriale Fratelli Messina di Genova ponendo così fine a una storia di oltre un secolo di successi. Era stato infatti Marco Martinolich, "calafà" a divenire nel 1804 proprietario di quello che allora si chiamava cantiere Cattarinich. Suo figlio, da tutti conosciuto come Nicoletto Proto, imparò di notte da autodidatta il francese per poter leggere i libri di costruzione navale scritti in quella lingua. Il bark Egida di 660 tonnellate era un bastimento superbo che egli realizzò ad appena 26 anni meritandosi regali in oro e le lodi dell’Osservatore triestino. Una diatriba sorta con la famiglia Gerolimich sulla costruzione della nave Urania gettò Nicoletto Proto nei debiti e nella disperazione, ma proprio mentre si apprestava a emigrare in America, l’armatore Giuseppe Ivancich gli commissionò la costruzione di un’altra nave. Nel 1875 l’industria marittima lussignana raggiunse il proprio apice e tra le molte navi varate in quegli anni c’è l’Imperatrice Elisabetta, 2.500 tonnellate di stazza, al cui varo presenziò l’imperatore. Nel 1886 venne varato il primo piroscafo di Lussino, il Flink. Il figlio di Nicoletto Proto, Marco Umile Martinolich, nonno di Tinzetta e Doretta, proseguì la tradizione con piroscafi in ferro a cui diede i nomi di opere liriche: Lodoletta, Africana, Iris, Carmen, Erodiade, Fedora. Il piccolo cantiere Martinolich non era più sufficiente per costruire le grandi navi dell’epoca, ma Nicolò, figlio di Marco Umile, si aprì un’altra invitante e redditizia strada: quella degli yacht. (s.m.)

722 – CDM Arcipelago Adriatico 04/11/11 Adriana Ivanov: le lunghe estati di mio padre a trascrivere epigrafi a Zara

Adriana Ivanov: le lunghe estati di mio padre a trascrivere epigrafi a Zara

Qualcuno chiede se siamo sorelle, forse, chissà…ci legano comuni radici adriatiche e quella voglia di raccontarsi che è nell’animo di noi donne di queste terre istro-quarnerino-dalmate. San Marino, Raduno dei dalmati nel Mondo. Una delle prerogative di questi appuntamenti è l’incontro sia tra gente che si conosce da tempo e condivide saperi e sapori della propria terra, ma anche tra chi coglie l’occasione per approfondire legami appena abbozzati tra una stretta di mano e l’altro, nel corso del tempo.


Adriana Ivanov Danieli è arrivata ai Raduni seguendo suo padre Tommaso Ivanov, zaratino. Si rammarica, ora che è andato avanti, di non averlo ascoltato di più. Eppure di lui ha conservato le cose fondamentali: la curiosità, la passionalità dalmata, la solarità, il calore umano, la fantasia. E anche la simpatia che esplode improvvisa quando mi consegna il libro che suo padre ha pubblicato nel 1986 a Brescia, intitolato semplicemente "il Cimitero di Zara". Ride alla smorfia indotta dal forte odore di naftalina del volume.


"Era in uno scatolone in cantina – racconta divertita – e per preservarlo dall’attacco delle tarme, mio padre ha pensato bene di…".
"Non dirlo Adriana, si sente da lontano". Ma il libro è come nuovo! Si ride insieme.
Pubblicato in tiratura limitata, grazie al contributo di amici convinti, è uno strumento dotto di amore verso la propria terra.
Sarà un elenco di sepolture…e invece.

"S’era negli anni settanta – racconta Adriana – le estati si partiva per Zara, mare e sole, tramonti indimenticabili e serate fresche di mare. Non per lui, mio padre, che si recava col suo taccuino verso il cimitero. Allora non capivo e non lo ascoltavo quando cercava di coinvolgermi nella sua, autentica, passione. La disattenzione era dovuta ai diversi ritmi di vita e alla ripetizione delle cose, tanto da considerarle trite e ritrite…invece. Ora mentre rileggo il libro, comprendo il suo slancio".
Neanche la naftalina è riuscita a toglierci il piacere di sfogliarlo, è un condensato di cultura del territorio, una rivelazione su tutto ciò che si può conoscere perdendosi letteralmente, come Tommaso Ivanov ha fatto, per ben dieci anni, nel cimitero di Zara. Il suo scritto va al di là del compito assegnato ai vari madrinati, è riuscito a portare a galla uno spaccato di storia civile meritevole di essere conosciuta.
Tanto che ora sarà la Comunità degli Italiani di Zara, a tanti anni di distanza, e con il coinvolgimento del Comune (che sponsorizza e sostiene l’operazione) a presentare la sua traduzione in lingua croata.

"Noi al mare e papà al cimitero a trascorrere ore ed ore a disegnare la pianta del cimitero e trascrivere tutte le epigrafi, in tutte le lingue, l’83 fu l’anno conclusivo del suo lavoro sul campo. Lo faceva anche per la perfetta conoscenza della lingua croata. Le epigrafi erano in lingua italiana ma anche in lingua croata, in cirillico, qualcuna anche in ebraico. Mio padre era insegnante elementare a Padova. Nel quaranta quando sarebbe dovuto andare alla Ca’ Foscari lo mandarono, tenente, a Mostar. La sua passione era la storia, in particolare la nostra e questo libro lo conferma".

Allora andiamo a sfogliarlo. Delle quasi trecento pagine, una parte corposa è dedicata ad una sorta di premessa antropologica, iniziando dalle tumulazioni, tombe liburniche e necropoli romane a Zara. Riporta così a galla studi e scavi fatti dal Direttore del Museo di Zara, Valenti, ma anche quelli successivi con note e curiosità, come gli studi del prof. Suic della Facoltà di Zara nell’81. Esce per tanto dal cimitero per addentrarsi nell’esplorazione del Museo archeologico, soffermandosi su oggetti che narrano l’evoluzione delle sepolture, contaminazioni tra culture diverse ed una ricchezza del territorio abitato da sempre. Si sposta poi nella Zara del Medioevo e dell’età Moderna con la presentazione delle caratteristiche tumulazioni di quell’epoca. Riporta anche una ricca bibliografia di volumi sull’argomento, in lingua italiana e croata, prezioso strumento per chi volesse approfondire lo studio dell’argomento. Le pagine sono inoltre arricchite da piantine e disegni di Tommaso Ivanov che fotografano la situazione negli anni Ottanta. Importanti le tumulazioni nelle chiese e, finalmente, la costruzione di un cimitero fuori le mura, da qui l’inizio della storia dell’odierno luogo di sepoltura – descritto da Ivanov con dovizia di particolari - che racconta anche la vicenda dell’altra Zara, quella delle famiglie disperse dall’esodo. Della loro presenza nel tempo ed ancor oggi, testimoniano, curiosamente, proprio i defunti. A loro il pensiero ed il rispetto.


"Tra quei viali di cipressi – afferma Adriana Ivanov Danieli -, ove ancora tanti compiono il loro mesto pellegrinaggio ogni anno in occasione della ricorrenza di Ognissanti e i Morti ai primi di novembre, aleggiano le ombre degli zaratini di un tempo ed anche lo spirito di mio padre, chino sulla tomba di suo nonno, che porta il suo stesso nome, e forse intento ad annotare qualche rigo di un’epigrafe che teme gli sia sfuggito. Il suo corpo riposa a Padova vicino a quello di mia madre, vicino a me che posso andare a salutare entrambi, ma il suo spirito, lo so, è lì, a Zara".


Rosanna Turcinovich Giuricin

723 - La Voce in Più Storia e Ricerca 05/11/11 Ricordi - Campo di Servigliano: si respira ancora il dolore degli esuli giuliano-dalmati

RICORDI Una struttura simbolo delle tragedie provocate dagli «ismi» del XX secolo

Campo di Servigliano: si respira ancora il dolore degli esuli giuliano-dalmati

di Marco Grilli

Il dolore degli esuli giulianodalmati si respira ancora in quel che resta delle numerose strutture deputate alla loro accoglienza in Italia. Tra queste vi è l’ex-Centro raccolta profughi del Comune di Servigliano, una piccola cittadina in provincia di Ascoli Piceno. Oggi, di quel campo che simboleggia le tragedie del XX secolo, avendo ospitato i prigionieri austroungarici della Grande Guerra, quelli alleati della Seconda guerra mondiale, gli ebrei vittime del razzismo e infine i profughi in fuga dalla Jugoslavia di Tito e dalle ex-colonie italiane, restano solamente poche tracce e le imponenti mura di delimitazione, alla cui sommità sono ancora visibili i cocci di vetro che dovevano impedire ogni contatto con l’esterno.

Quel luogo di prigionia e deportazione, dove hanno sofferto e sperato uomini di diverse generazioni, razze e religioni, in conseguenza dei disastri prodotti dalle guerre e dal razzismo, è divenuto un moderno centro poli-sportivo denominato "Parco della Pace".

Dal 2001 l’Associazione Casa della Memoria di Servigliano è impegnata nella tutela del luogo fisico e nel recupero della memoria storica del campo, promuovendo iniziative ed attività volte ad educare i giovani ai valori di libertà, pace e solidarietà.

Per ricostruire la storia del campo bisogna risalire al 20 agosto 1915, quando il Comando di Corpo di Armata di Ancona, sottosezione di Chieti, trasmise al sindaco di Servigliano una relazione a corredo della proposta per la costruzione di un grande "campo di concentrazione di prigionieri di guerra".

I primi quarant’anni

Il centro marchigiano rispondeva pienamente alle caratteristiche richieste per ospitare tali luoghi di prigionia (lontananza dalle zone di guerra, dai centri industriali e dalle grandi vie di comunicazione, terreno pianeggiante in zona salubre e ricca di acqua, facilità di sorveglianza ecc.), così che la costruzione del campo fu avviata nell’autunno del 1915. Dopo l’esproprio di tre ettari di terreno, furono realizzate 32 baracche in legno rivestito esternamente di mattoni, aventi ciascuna una superfi cie di 300 mq per una capienza di 125 soldati. Il campo, circondato per tutto il suo perimetro da un muro di cinta alto tre metri, era diviso in due settori autonomi e poteva ospitare circa 4.000 persone.

Dopo l’inizio delle operazioni belliche, dall’agosto 1916 cominciarono a confl uire a Servigliano prigionieri di diverse etnìe, appartenenti all’Impero austro-ungarico. Il campo non raggiunse mai la sua capienza massima e gli ultimi soldati nemici furono rimpatriati nel dicembre 1919. Dopo alcuni vani tentativi da parte di alcuni imprenditori marchigiani per una riconversione industriale della struttura, il campo subì un periodo di abbandono, fino a quando le autorità fasciste individuarono in esso i requisiti per poterlo riattivare come campo di prigionia e concentramento.

Nel 1935 la Divisione del Demanio Militare ne smantellò una parte per farne un campo sportivo per il dopolavoro comunale, così che la nuova struttura dimezzò la propria capacità recettiva e restò in funzione solamente come deposito di materiale bellico. Dopo lo scoppio del secondo conflitto mondiale, il campo di Servigliano (CPG 59) fu ufficialmente riaperto il 5 gennaio 1941 per ospitare nuovamente i prigionieri di guerra.

Vi giunsero prima i soldati greci (da febbraio a dicembre 1941) e poi quelli alleati catturati in Nord Africa (dal febbraio 1942), che permisero di raggiungere la capienza massima del campo tre mesi più tardi. Nel marzo 1943 la struttura contava 1.913 prigionieri (1.445 britannici, 464 americani e quattro francesi). Durante il corso dell’anno aumentò la presenza americana fino a quando il 14 settembre, sei giorni dopo l’armistizio, tutti i prigionieri fuggirono in massa.

L’arrivo degli ebrei

Si trattò di un caso unico per la regione, poiché gli altri due campi marchigiani, Sforzacosta e Monte Urano, furono circondati dai soldati tedeschi che trasferirono tutti i prigionieri in Germania. Le porte del campo di Servigliano tornarono ad aprirsi in seguito alla disposizione del locale comando tedesco che stabilì la necessità di trasferire qui "tutti gli ebrei internati e liberi, cittadini italiani e stranieri, comunque residenti o soggiornanti in questa provincia" (7/10/1943). Le traduzioni furono effettuate dai carabinieri coordinati dalla Questura di Ascoli Piceno. Dopo i rastrellamenti, ai quali riuscirono a sfuggire ben pochi ebrei, a fine ottobre risultavano presenti nel campo 62 cittadini di religione ebraica. In loro compagnia vi erano anche alcuni sudditi nemici, in prevalenza maltesi.

Pessime condizioni

Le condizioni di vita degli internati erano pessime, data la mancata corresponsione di sussidi ed il vitto inadeguato. Le carenze nella sorveglianza e la facilità nello scavalcare il muro di cinta agevolarono il tentativo di fuga di una decina di ebrei, che riuscirono ad evadere nell’aprile 1944. Non ci fu una vera fuga di massa poiché all’interno del luogo di prigionia vi erano interi nuclei familiari, con donne e bambini a carico, timorosi di non riuscire a trovare un nascondiglio sicuro. Verso la fine dell’aprile 1944, la "Militarkommandantur" di Macerata decise la deportazione degli ebrei presenti a Servigliano.

Il 3 maggio 1944 si mossero gli Alleati: un aereo di nazionalità inglese bombardò il campo per favorire la fuga degli internati, ma solo 19 di loro riuscirono a mettersi in salvo; gli altri 31 furono nuovamente arrestati dai carabinieri, caricati su di un autocarro e trasportati a Forlì, dove passarono in consegna ai tedeschi che li tradussero a Fossoli.

Gran parte degli ebrei di Servigliano partì col convoglio del 16 maggio 1944 ad Auschwitz. Dieci di loro furono uccisi non appena arrivati al campo di sterminio, gli altri morirono di stenti ed in seguito ai maltrattamenti. Si salvò solo Susanna Hauser, liberata nel gennaio del 1945.

I gruppi di profughi

Alla fine della Seconda guerra mondiale, dopo alcuni lavori di risistemazione, il campo fu trasformato in Centro Raccolta Profughi (CRP) e nel luglio 1945 ospitò un primo gruppo di 1.300 individui di nazionalità slava, che rimase a Servigliano per circa un anno prima di partire per l’Argentina. Nel frattempo, tra la curiosità e lo stupore dei serviglianesi, il campo si popolò di numerosi altri profughi giuliano-dalmati in fuga dalla Jugoslavia comunista (822 le schede familiari compilate), così come di altri individui scappati dalle ex-colonie italiane (Albania, Egeo, Libia, Etiopia ecc.) o provenienti da altri paesi (Tunisia, Egitto, Algeria, Romania e perfino Cina).

Alla periferia del piccolo centro marchigiano, si manteneva in vita un "corpo estraneo" popolato da gente sconosciuta agli abitanti del luogo, che iniziava a raccontare le discriminazioni subite dalla componente etnica italiana nei territori giuliano dalmati per mano dei comunisti slavi.

Ancora morte, sofferenze e gente in fuga nel "secolo breve" sconquassato dai totalitarismi. A Servigliano l’iniziale diffidenza lasciò il posto alla solidarietà. Per far fronte ai continui arrivi, si costituì infatti un Comitato Assistenza Profughi delegato a soccorrere moralmente e materialmente i presenti nel campo.

Il CRP era amministrato dal ministero dell’Interno, che offriva una precaria sistemazione nelle baracche, pasti caldi ed un modesto aiuto in denaro. L’Ufficio provinciale profughi di guerra di Ascoli Piceno concedeva ai profughi 20 lire giornaliere per individui isolati, 17 lire per ogni persona adulta all’interno di una famiglia e 15 lire per i minori di 15 anni. All’interno del campo si trovavano persone che avevano perso tutto (casa, beni ed in molti casi affetti) e disponevano solamente di qualche effetto personale.

Il distacco dalla propria terra, la situazione di precarietà, la forzata inattività e l’inevitabile promiscuità, accentuarono nei profughi il senso di nostalgia e di estraniamento. Trovare al più presto un lavoro ed una casa divenne il massimo imperativo.

La volontà di inserirsi

La condizione vissuta contribuì però a generare negli abitanti del campo anche un forte sentimento di solidarietà: quando vi fu l’alluvione del Polesine nel 1951, i profughi di Servigliano, organizzati dal Comitato giuliano dalmata, si prodigarono nella raccolta di generi di prima necessità da destinare alle popolazioni colpite. Al loro arrivo nel campo, gli esuli venivano registrati nell’ufficio anagrafe e considerati come residenti temporanei, con conseguente diritto di voto. I rapporti coi serviglianesi furono generalmente buoni, nonostante la differenza di culture, la permanenza di qualche pregiudizio e l’iniziale diffidenza. I confronti e i contatti, legati soprattutto alle occasioni festive e sportive, contribuirono ad una maggiore conoscenza e ad una reciproca cordialità.

Le feste aiutavano ad attenuare la nostalgia e costituivano forti momenti di socialità. Per quella di San Vito, patrono di Fiume, il programma prevedeva la celebrazione liturgica del mattino, la distribuzione di dolci ai bambini e numerose attività ludiche – corsa nei sacchi, gare di velocità, tiro alla fune, tornei di calcio, pallavolo e bocce – prima del momento più atteso: il ballo nella grande piazzola del campo, dove suonava un’orchestra mista di profughi e serviglianesi, acclamatissima in tutti i paesi della valle.

I giovani amavano anche il teatro, ma chi beneficiò più di tutti dell’arrivo dei profughi fu sicuramente la squadra di calcio locale, che rinforzatasi con alcuni bravi giocatori provenienti dal CRP riuscì perfino a battere per ben due volte la più quotata squadra di Ancona. Brevi momenti di gioia nella difficile vita di tutti i giorni, scandita dalle difficoltà occupazionali.

Di sicuro, la presenza di numerosi profughi che vivevano col sussidio percepito dallo Stato, contribuì non solo a rendere più vivo il paese ma anche ad incrementare i guadagni nei bar e nelle attività commerciali dei serviglianesi. Il lavoro era poco e mal pagato, ma soprattutto i giovani del campo si prestavano volentieri ad attività occasionali (raccolta di rame, ghiande ecc.) per migliorare la propria grama esistenza. Pochissimi riuscirono a trovare un lavoro stabile, i più si spostarono nelle grandi città (Torino su tutte) oppure all’estero, in prevalenza Stati Uniti, Sud America e Australia.

Nel luglio 1955 il C.R.P. fu defi nitivamente chiuso dopo il trasferimento ad Ascoli Piceno degli ultimi rimasti nel campo. Difficile stabilire con esattezza quante persone vi siano passate: si tratta di una cifra oscillante tra le 40mila e le 50mila unità.

Una presenza-monito

Dopo lunghi anni di abbandono, negli anni ’70 il campo fu smantellato dall’amministrazione comunale per far posto al centro polisportivo. Una lapide apposta in occasione del cinquantenario della chiusura ricorda ancora le vicissitudini dei profughi:

"...Ognuno portava con sé dolorose vicende di partenze forzate, ma qui trovarono accoglienza materiale ed umana, qui si stabilirono amicizie, si celebrarono matrimoni, si nacque e si morì. La loro storia sia di monito affi nché nessuno debba più soffrire a causa di discriminazioni culturali, religiose, politiche e razziali".

Superare il dolore, imparando a rispettare l’altro

Lo scrittore Diego Zandel, di origini fiumanoistriane – autore di numerosi romanzi, tra i quali "Massacro per un presidente" (1981), "Una storia istriana" (1987, ripubblicato nel 2010 con il titolo "Il figlio perduto"), "I confini dell’odio" (2002), "L’uomo di Kos" (2004) e "Il fratello greco" (2010) e "I testimoni muti" –, è nato nel campo profughi di Servigliano e ha raccontato la sua storia e la sua esperienza nel Villaggio Giuliano-Dalmata a Roma.

Significativo il suo percorso di maturazione che lo porta a leggere la Storia in chiave diversa da come l’aveva vissuta da bambino. E lo fa accompagnato da un personaggio, il signor Mascherana, che dà voce ai "testimoni muti": "le vittime di questa vicenda storica, migliaia di nomi che hanno in comune patimenti, dolore, morte, paure". A Zandel non interesse rivendicare un’identità e nemmeno alimentare sentimenti nazionalisti da ovunque essi arrivino; si limita a raccontare un pezzo di storia una di pagina italiana che riguarda tutti, invitando a una riflessione sul significato di civile convivenza e rispetto dell’altro.

724 – Panorama Edit 31/10/11 Recensione del CII volume della Rivista Dalmatica : Paravia da Zara a Torino

USCITO ALLE STAMPE IL CII VOLUME DE LA RIVISTA DALMATICA

PARAVIA, DA ZARA A TORINO

Pier Alessandro Paravia. Ma chi era? Un uomo che, nato a Zara nel 1797, quindici giorni dopo che la città era passata in mano all'Austria mise ben presto in secondo piano la laurea in giurisprudenza per dedicarsi con grande passione all'arte e alla poesia, tanto da essere nominato alla cattedra di eloquenza italiana di Torino quando non aveva raggiungo ancora i 35 anni.

La figura di Paravia è accuratamente tratteggiata nel n. CU de la Rivista dalmatica. Pur riprendendo un testo in precedenza apparso sulla stessa rivista si presta ad una piacevole lettura in quanto fra l'altro, ci ricorda ancora una volta quando forti ed articolati fossero i legami della Dalmazia con la cultura e l'arte italiana. Paravia infatti mantenne contatti epistolari con Tommaseo, Rosmini - conosciuto all'Università di Padova - Monti, Manzoni, Pindemente, Viesseux e Pellico, tanto che Vittorio Cian potè ricostruire la vita e la cultura torinese del primo Ottocento proprio grazie a tale carteggio.

Due dettagli indicativi del tempo. In primo luogo la designazione a Torino aveva quale fine di sottrarre la classe dirigente piemontese all'influenza della retorica francese. In secondo luogo la reazione dell'autorità austriaca fu non meno dura: non solo gli fu tolta la cittadinanza, ma anche vietato per decreto ad ogni altro cittadino di accettare simili incarichi all'estero.


Non minore lo spazio riservato ad un'altra e più recente figura di rilievo per la cultura nell'area dalmata: Zarko Muljacic, il grande italianista spalatino, scomparso a Zagabria nel 2009, al quale, fra l'altro, va il merito della fondazione e diffusione degli studi di italianistica a Zara. In quanto agli studi, particolarmente importante è il suo contributo nell'esporre la percezione europea della fase risorgimentale e preromantica in Croazia e in specie in Dalmazia. Il suo impegno si esprime fin negli elementi "collaterali" come l'allestimento di un'adeguata biblioteca per l'italianistica, compito tutt'altro che facile, visto che allora (si era nel 1955) questa non esisteva affatto. Fra coloro che comprenderanno il valore dei suoi studi figura anche l'Italia che, oltre ad assegnargli il Premio Galileo, lo nominerà Commendatore al merito.
Il 150.esimo dell'unificazione italiana è ricordato con un elenco dei volontari dalmati partecipi delle campagne del 1859-1860, che comprova ancora una volta l'intensa partecipazione degli italiani dell'Adriatico orientale agli eventi nella penisola.
Fra gli altri testi, tutti di notevole interesse, spicca quello dedicato alle origini del Papa Sisto V, asseritamente dalmate, secondo una tesi a suo tempo diffusa dal canonico Jeronim Pastric e contestata da Raffaele Tassoni.

725 - La Voce del Popolo 05/11/11 Speciale - Abbazia: Il balcone sul mare della Vienna imperiale

di Ivo Vidotto

Un ritorno ai bei tempi quando essere visti ad Abbazia era una questione di prestigio
Il balcone sul mare della Vienna imperiale

Di Abbazia potremmo dire tantissime cose, ma volendo essere "storicamente onesti", dobbiamo ammettere che una storia vera e propria la Perla del Quarnero non ce l’ha: nessun castelliere protostorico e nemmeno resti di insediamenti romani. Non ci sono nemmeno fondamenta nascoste di basiliche paleocristiane, come neppure chiese rinascimentali.

Insomma, Abbazia una storia propria non ce l’ha e forse non ce l’avrebbe nemmeno avuta se nel 1844 il patrizio fiumano Iginio Scarpa, per poter fuggire dalla vita movimentata della città, non avesse acquistato dei terreni appartenuti al Collegio dei Gesuiti per costruirvi una bellissima residenza, Villa Angiolina, divenuta il simbolo del turismo abbaziano.

Possiamo liberamente affermare, senza timore di smentita, che Abbazia non sarebbe mai stata Abbazia se Scarpa non avesse deciso di aprire le porte della sua villa a personaggi illustri i quali, col sistema del "passaparola", hanno trasformato l’ex borgo di pescatori in una rinomata località turistica, che ai suoi inizi era in pratica il "balcone sul mare" della Vienna imperiale, un balcone sul quale affacciarsi divenne ben presto una questione di prestigio.

Le vacanze di Maria Anna di Savoia

Il primo ospite illustre di Iginio Scarpa, quando il XIX secolo aveva appena compiuto il... giro di boa, fu il bano croato Josip Jelačić, che vi portò anche la moglie Sofia. Era il 1854. Per lui si trattò di un rifugio tranquillo dalla vita logorante che conduceva tra Zagabria, Vienna e Budapest.

Nel 1859 Villa Angiolina ospitò il primo membro della famiglia imperiale, l’arciduca Ferdinando, e l’anno successivo vi giunse niente meno che l’imperatrice Maria Anna di Savoia, moglie di Ferdinando I d’Austria, che il 2 dicembre del 1848 aveva abdicato a favore di Francesco Giuseppe, il quale mantenne poi la corona imperiale per ben 68 anni. Maria Anna, che non ebbe mai figli con Ferdinando, per il quale si dice fosse mentalmente ritardato, dopo il cambio della guardia si trasferì a Praga. Ad Abbazia trascorse tutta l’estate del 1860 e in questo periodo raggiunse pure Fiume. Visitò la cattedrale di San Vito e il convento delle monache Benedettine, ma anche l’Ospedale civico, dopo di che salì a piedi la scalinata di Tersatto e raggiunse il Santuario mariano per far atto di devozione in ossequio alla miracolosa Madonna. Ferdinando morì il 29 giugno 1875, mentre Maria Anna si spense il 4 maggio 1884, anno in cui ad Abbazia venne inaugurato il primo albergo, il "Kursaal Quarnero", l’attuale "Kvarner". Con Maria Anna si estinse definitivamente il ramo principale dei Savoia.

Ferdinando Massimiliano, il fratello del Kaiser

Il fratello dell’imperatore Francesco Giuseppe, Ferdinando Massimiliano, fu in effetti il primo membro della dinastia degli Asburgo a mettere piede ad Abbazia, nell’agosto del 1859, quindi un anno prima di Maria Anna di Savoia. Va detto, però, che cinque anni prima aveva soggiornato a Lussingrande dove, tra l’altro, posò la prima pietra per la costruzione del molo a Rovenska. Nel 1858, inoltre, aveva visitato il convento dei francescani sull’isolotto di Cassione (Košljun), nella baia di Ponte (Punat), sull’isola di Veglia.

Ferdinando Massimiliano venne ad Abbazia dopo essere stato congedato dall’esercito – nel febbraio 1857 fu nominato viceré del Lombardo-Veneto, in sostituzione del vecchio feldmaresciallo Radetzky –. Con la moglie Carlotta si ritirò a vita privata, soggiornando principalmente a Trieste, dove insieme fecero costruire il Castello di Miramare.

Con il consenso del fratello, divenne imperatore del Messico, ma in cambio del permesso dovette rinunciare per sempre al trono in Austria. La sua avventura messicana, però, si concluse malamente e il suo sogno di costituire una monarchia liberale e moderata svanì quando i patriotii riuscirono ad assediare la città di Queretaro, dove si era rifugiato. Massimiliano venne fatto prigioniero e giustiziato. L’atto dell’esecuzione di Ferdinando Massimiliano è stata riprodotta su tela dal grande pittore francese Édouard Manet.

La vita segreta di Francesco Giuseppe

Molti personaggi celebri li seguirono e, manco a dirlo, chi li ospitava ci teneva eccome a diffondere la notizia del loro soggiorno nel Quarnero. C’è un personaggio, però, le cui visite ad Abbazia sono circondate da un alone di mistero. Si tratta dell’imperatore Francesco Giuseppe. Ufficialmente giunse nel Quarnero per la prima volta nel 1852 per visitare Fiume, nella quale sarebbe venuto ancora nel 1869, nel 1875 e nel 1891. Nel 1875 visitò anche Lussinpiccolo.

Nella primavera del 1894 raggiunse Abbazia per incontrare l’imperatore tedesco Guglielmo II, con il quale dialogò in villa Jeannette (oggi la villa ospita gli uffici dell’ente elettroenergetico), nella quale incontrò, nel 1904, anche Oscar II, re di Svezia e Norvegia. Quest’ultimo scese dalla Scandinavia accompagnato dalla consorte e con un seguito di trenta persone e vi rimase per tre mesi, dunque durante tutta la stagione estiva.

Esiste, però, anche una "storia nascosta" che riguarda l’imperatore Francesco Giuseppe. Sembra, infatti, che nel giardino di villa Madonna l’imperatore incontrasse segretamente un’attrice del Burgtheater viennese, Katharina Schratt, la quale passò alla storia come "L’imperatrice d’Austria senza corona", proprio in quanto amante e confidente dell’Imperatore Francesco Giuseppe. Pare che questi incontri avvenissero pure in villa Velics, a Volosca. Era tradimento oppure fuga da una vita sentimentale burrascosa con Elisabetta di Baviera, che grazie al successo della trilogia di film diretti da Ernst Marischka, divenne celebre con il nome di principessa Sissi?

«Nulla mi è stato risparmiato...»

La risposta ce la dà il Kaiser in prima persona il quale, quando gli venne annunciata la morte della moglie – Sissi fu pugnalata a morte nel 1898 a Ginevra, mentre stava per imbarcarsi su un battello, dall’anarchico italiano Luigi Lucheni – disse: "Nulla mi è stato risparmiato su questa terra".

Infatti, il fratello minore Massimiliano, imperatore del Messico, venne fucilato dagli insorti a Santiago de Querétaro nel 1867; il figlio ed erede al trono Rodolfo morì tragicamente durante i fatti di Mayerling nel 1889 e la prima figlia, Sofia, morì nel 1857 a Budapest in seguito a una visita con i genitori e la sorella minore Gisella, anch’essa ammalata di polmonite. Il nipote Francesco Ferdinando fu ucciso a Sarajevo nel 1914 in un attentato che fu il pretesto per lo scoppio della Prima guerra mondiale.

Le pene d’amore della principessa Stephanie

Rodolfo d’Asburgo-Lorena, erede al trono dell’Impero austro-ungarico (era figlio dell’imperatore Francesco Giuseppe e dell’imperatrice Elisabetta), con la moglie Stefania del Belgio – divenne la prima arciduchessa d’Austria –, soggiornò più di una volta ad Abbazia, sia prima che dopo l’inaugurazione dell’albergo "Kronprinzessin Stephanie" (l’odierno "Imperial"), avvenuta nel 1885, cui la principessa diede il nome.

Stefania, nata principessa del Belgio, duchessa di Sassonia, principessa di Sassonia Coburgo Gotha, fu una delle prime ospiti di Abbazia dopo che questa era stata proclamata centro climatico e sanitario. Iscrisse il proprio nome nel libro degli ospiti il 27 novembre del 1891 e da allora Abbazia divenne per lei una tappa obbligatoria, forse anche per dimenticare le delusioni d’amore.

Infatti, il suo non fu certo un matrimonio d’amore. Già prima di compiere il suo sedicesimo anno di età venne destinata a sposare il figlio dell’imperatore Francesco Giuseppe. Le trattative per questo matrimonio, celebrato il 10 maggio 1881 a Vienna, nella Chiesa degli Agostiniani, furono condotte direttamente dall’imperatore Francesco Giuseppe, interessato a salvaguardare il futuro della dinastia degli Asburgo. L’unica figlia della coppia, però, fu l’arciduchessa Elisabetta, nata il 2 settembre del 1883 e morta il 22 marzo del 1963.

Il matrimonio tra Stefania e Rodolfo, nonostante la nascita della figlia, non era particolarmente felice. Rodolfo morì poi tragicamente durante i cosiddetti fatti di Mayerling nel 1889 assiema all’amante, la baronessa Maria Vetsera. Un caso di omicidio-suicidio che non venne mai smentito né confermato e che rappresenta una delle pagine più misteriose della storia degli Asburgo.

Guglielmo II, Maria Antonietta...

Parlando di Francesco Giuseppe, abbiamo menzionato il suo incontro con Guglielmo II, terzo e ultimo imperatore della Germania, il quale arrivò ad Abbazia nella primavera del 1894, accompagnato dalla moglie Augusta Vittoria. Il Kaiser soggiornò in villa Amalia, mentre i loro figli (la coppia ne ebbe sette) in Villa Angiolina. Per Guglielmo II, Abbazia era un "paradiso terrestre".

La granduchessa Maria Antonietta di Borbone, nata principessa delle Due Sicilie, nonché seconda moglie di Leopoldo II di Toscana (fu il penultimo granduca di Toscana e l’ultimo granduca regnante de facto) fu ad Abbazia per tre volte, ossia nel 1888, nel 1889 e nel 1896.

Adolfo di Lussemburgo, l’ultimo duca di Nassau e il quarto granduca del Lussemburgo, assieme alla duchessa Adelheid fu ospite regolare di Abbazia, soggiornando in villa Amalia. Giunse nella Perla del Quarnero per la prima volta nel 1889, mentre nel 1901 vi festeggiò le nozze d’oro.

Carmen Sylva e l’amicizia con Sissi

Uno degli ospiti più illustri di Abbazia è stato certamente Carlo I, proclamato Re di Romania il 26 marzo 1881. Vi giunse per la prima volta nel 1896, accompagnato dalla regina Elisabetta (che usava, in veste di poetessa, lo pseudonimo Carmen Sylva), e poi vi soggiornò altre cinque volte. Durante una delle sue abituali cavalcate per il bosco, si perse cavalcando in direzione di Pobri. Per far sì che la cosa non si ripetesse, fece allestire un sentiero lungo 16 chilometri e altri sentieri. Tra gli ammiratori di Elisabetta, anzi, di Carmen Sylva, c’era l’imperatrice Sissi, la quale andò anche a trovarla in Romania. Le due sovrane divennero poi amiche e confidenti. Nel maggio del 1901, Carlo I incontrò ad Abbazia Georgios, re di Grecia.

Federico Augusto III, l’ultimo Re di Sassonia, arrivò ad Abbazia con la regina Anna nel marzo del 1910, a bordo della nave Magnet. Furono talmente affascinati dalla bellezza della Perla del Quarnero, che vi ritornarono anche l’anno successivo. Eleonora di Reuss-Köstritz, zarina consorte di Bulgaria come seconda moglie dello zar Ferdinando I di Bulgaria, soggiornò ad Abbazia con figli di lui nel 1914.

Vittorio Emanuele III e Villa Amalia

Vittorio Emanuele III, re d’Italia, si fece una vacanza in villa Amalia nel 1924, mentre Umberto di Savoia, erede al trono d’Italia, soggiornò ad Abbazia con tutta la famiglia, nel 1933, sempre in villa Amalia. A causa di un seguito particolarmente numeroso, per l’occasione alla palazzina fu aggiunto ancora un piano e divenne così la residenza estiva della famiglia reale italiana. Umberto vi soggiornò anche nell’agosto del 1938.

Puccini, Mascagni, Mahler, Kubelik...

Ad Abbazia soggiornarono pure nomi illustri del mondo dell’arte, della musica, della letteratura, dello sport... Nomi che non hanno bisogno di presentazioni particolari, come i due celebri compositori italiani Giacomo Puccini e Pietro Mascagni. Il compositore austriaco Gustav Mahler, nel 1901 trascorse due settimane in un appartamento di quattro stanze di villa Jeanette. Venne ad Abbazia per ristabilirsi dopo un intervento chirurgico. Qui riorchestrò il terzo e il quarto atto della sua IV sinfonia. Il violinista e compositore ceco Jan Kubelik si innamorò talmente di Abbazia da acquistare villa Rosalia.

Isadora Duncan e le palme

Abbazia affascinò anche Isadora Duncan, ballerina americana, considerata una tra le più significative precorritrici della cosiddetta "danza moderna". Soggiornò nel 1902 in villa Amalia. Nelle sue memorie scrisse che "sotto la finestra della nostra villa cresceva una palma che attirò completamente la mia attenzione; non avevo mai visto prima una palma crescere in libertà. Osservavo ogni giorno le sue foglie che tremolavano al dolce vento del mattino e io ho assimilato quel leggero movimento, portandolo alle spalle, alle mani, alle dita...".

Forse proprio assimilando i movimenti delle palme abbaziane che Isadora instaurò, dopo anni di rigide e essenziali regole della danza classica, la danza libera o moderna. Fu senza dubbio una donna emancipata, educata allo spirito di libertà e indipendenza, ed ebbe intense relazioni affettive, tra cui quella con il poeta Sergej Esenin, conosciuto durante la permanenza in Russia. Egli morì tragicamente in circostanze oscure tre anni dopo il loro matrimonio (si erano già separati, perché lui era alcolista e bisessuale...), mentre Isadora Duncan morì il 14 settembre 1927 a Nizza, strangolata da una lunga sciarpa che portava al collo impigliatasi nelle ruote della sua Bugatti: una morte drammaticamente scenica, ultimo atto di una vita in prima fila vissuta "senza limiti". Salendo aulla Amilcar GS 1924, aveva salutato gli amici con una frase che rimarrà famosa: "Addio, amici, vado verso la gloria!".

L’autunno piovoso di Cehov e i caffè di Joyce

Lo scrittore russo Anton Pavlovich Cehov soggiornò nell’albergo "Kvarner" nell’autunno del 1894, un autunno particolarmente brutto e piovoso, tanto che incise fortemente sull’umore dello scrittore, peraltro malato. L’unica cosa che Cehov giudicò positiva di tutto il suo soggiorno abbaziano, fu l’ispirazione per il racconto Ariadna, pubblicato nel dicembre del 1895.

Lo scrittore irlandese James Joyce amava passeggiare per Abbazia e prendere il caffé al "Kronprinzessin Stephanie". Fu ospite frequente della Perla del Quarnero anche lo scrittore Ivo Andrić, premio Nobel per la letteratura.Risiedeva spesso all’albergo "Zagreb", ora un rudere fatiscente in attesa di restauro (o demolizione).

Un altro importante scrittore ad aver apprezzato il fascino di Abbazia è stato Miroslav Krleža, che negli anni Settanta del secolo scorso vi trascorreva gli inverni con la moglie Bela. Solitamente trovavano sistemazione presso l’albergo "Ambasador", lo stesso scelto dal pittore italiano Giorgio de Chirico. Ai grandi compositori che abbiamo già menzionato, andrebbe abbinato il nome di Zinka Milanov, pseudonimo di Zinka Kunc. La celebre soprano, allieva di Milka Trnina, risiedeva, infatti, ad Abbazia.
Come vediamo, pur non avendo una storia "classica" Abbazia ha vissuto indirettamente pagine di storia veramente drammatiche e a tutt’oggi ne custodisce tanti segreti...

726 - La Bora 10/11/11 El dvd su Lussìn e l'esodo: "Quel giorno che no gavemo più podesto pregar nela nostra lingua"

El dvd su Lussìn e l’esodo: "Quel giorno che no gavemo più podesto pregar nela nostra lingua"

Enrico Maria Milic

 

Xè desso nele librerie de Trieste el dvd "Quel giorno che no gavemo più podesto parlar nela nostra lingua": el contien un documentario ‘curto’ de 18 minuti sula storia del dopoguerra de Lussingrande e oltre un’ora de interviste a esuli e rimasti de Lussìn. I video xè stai girai dal video-maker Fabrizio Pizzioli, col ruolo de giornalista de Enrico Maria Milič e con un progeto ideà e curà da entrambi.

Nel dvd, in particolàr, se parla de el dopoguera dela ‘comunità italiana’ de Lussìn in Jugoslavia: l’orgolio del’identità soto l’opressiòn de un regime nazionalista e socialista, el ruolo dela ciesa nel tajar le radise tra el passato veneto e’l viver de ogni giorno in serbo-croato, i lussignani che i se ramenta i bei tempi andai co «Lussìn iera italiana» perché la iera «sempre italiana».

Xè forsi el primo documentario esclusivamente dedicà sui tempi tra le seconda Guera Mondial e la fine dela Jugoslavia e, podemo dir, sule angherie subide de quei che parlava veneto-italiàn nei nostri teritori. Quela dei lussignani la xè una storia simbolica per tute le minoranze de lengua e de cultura del Litoràl Adriatico, de una parte e del’altra dei confini.

Trovè drento el dvd:
- el documentario ‘curto’ (18 minuti) "Quel giorno che no gavemo più podesto pregar nela nostra lingua"
- interviste aprofondide a sei lussingrandesi che i conta storie e storiele su Lussìn, riflessioni, i sui sentimenti rente al drama dela grande storia che la ga sconvolto tuti quei che i vivi qua
- e tuti i intervistai i parla nela nostra lingua: in lussignàn (che per qualchedun poi xè roba compagna del veneto e per qualchedun xè preciso del triestìn).

I autori:
- Fabrizio Pizzioli, 1977 de Trieste, el xè neuroscienziato gavendo studià e lavorà tra el Belgio e Londra. El ga girà video per ricerche de mercato tra Gran Bregna e Cina e adesso el vivi in Cina come psicologo, chef e videomaker.
- Enrico Maria Milič, 1976 de Trieste, el gà studià come antropologo le comunità dei lussignani residenti a Lussìn e nel resto del mondo. Come aministratòr de Nativi, el lavora a Trieste al svilupo de comunità ligade al teritorio, al’informaziòn partecipada e al magnàr dei nostri loghi.

Librerie dove trovè el dvd:
Fenice, via Battisti 6.
Einaudi, Via del Coroneo, 1.
Nerosubianco, via Oriani 4/B.

727 – La Voce del Popolo 10/11/11 Cultura - La spina nel fianco del leone marciano / La Repubblica di San Marco tentò di dominare Fiume: vinse delle battaglie, ma mai la guerra

All'ex Palazzo del Governo un percorso che narra le relazioni tra il capoluogo quarnerino e Venezia
La spina nel fianco del leone marciano

La Repubblica di San Marco tentò di dominare Fiume: vinse delle battaglie, ma mai la guerra

FIUME – È stata sempre una spina nel fianco della Serenissima, desiderosa quest’ultima di allargare il suo controllo sul Quarnero e confermare (anche così) la sua supremazia assoluta nell’Adriatico. E s’intitola per l’appunto "La spina nel fianco del Leone veneziano – Fiume tra gli Asburgo e Venezia" la mostra che si inaugura questa sera alle ore 19 nell’ex Palazzo del Governatore (visitabile fino al 26 dicembre).

Appuntamento di richiamo non solo per l’argomento affrontato, ma anche perché offre in un "solo colpo" ben due eventi: infatti, oltre alla già citata esposizione, se ne apre anche una collaterale, "La marineria delle Bocche di Cattaro durante il dominio veneziano 1420-1797". Coinvolti nell’organizzazione, da parte fiumana, il Museo di Storia e della Marineria del Litorale croato e, da parte montenegrina, il Museo della Marineria.

IL RICORDO DI LEPANTO Due istituzioni che hanno deciso di unire le forze anche al fine di ricordare il 440.esimo anniversario di Lepanto, la più grande battaglia navale che la storia del Mediterraneo ricordi.L’epico scontro rappresentò la resa dei conti tra due civiltà e due religioni, sia per lo straordinario schieramento di forze impegnate in mare sia per l’importanza strategica economica e culturale dell’epoca. Sotto questo aspetto il percorso espositivo proposto dal museo montenegrino dedica una particolare attenzione a Lepanto e alle città che combatterono da parte della Lega Santa sotto il comando di Venezia: Arbe, Cherso, Zara, Traù, Sebenico, Capodistria, la città di Veglia con la galea "Cristo Ressussitato" e le Bocche di Cattaro con il galeone "San Trifone". In visione documenti, attrezzature nautiche e pure un quadro con la rappresentazione della battaglia e altri elementi.

I RETROSCENA Tornando a "La spina nel fianco del leone veneziano – Fiume tra gli Asburgo e Venezia", realizzata da Tea Mayhew, curatrice e storica (si ricorderà che un anno fa ha firmato "Il Natale di sangue"), anticiperemo che offre una panoramica della situazione a Fiume in un’epoca che vide il (pre)dominio veneziano della costa orientale dell’Adriatico, da Capodistria alle Bocche di Cattaro, viceversa la strenue resistenza dell’area fiumana e della regione circostante alle mire della repubblica lagunare.

Un territorio al centro della contesa tra gli Asburgo e Venezia, vicini di casa con tensioni che alle volte degeneravano in aperti conflitti. Il capoluogo quarnerino, la cui economia si basava sugli scambi dei beni dall’entroterra (sloveno e croato) con quelli dal mare (regione adriatica italiana), rappresentava per Venezia un avversario che, seppur piccolo, andava eliminato.

FEDELISSIMA AGLI ASBURGO Venezia riuscì comunque a vincere più d’una battaglia contro i fiumani, ma non la guerra. Nel 1508 sottomise provvisoriamente la città e per celebrare la conquista fece erigere una colonna – oggi sistemata in Piazza della Risoluzione Fiumana (già Piazza del Municipio) –, alta circa due metri con a lato un bassorilievo raffigurante il patrono di Fiume, San Vito, un medaglione ora vuoto (conteneva il leone marciano distrutto dai fiumani), e la dicitura latina: "Numine sub nostro tute eequiescite gentes/arbitrii vestri quidquid habetis erit. A. 1509" (Sotto la protezione del nostro Signore riposate sicure, o genti/i vostri desideri saranno esauditi).

Già nella primavera del 1509 i veneziani furono cacciati dalla città; lo stesso anno arrivarono ben quindici galee veneziane comandate da Angelo Trevisan, che attaccarono Fiume con duemila uomini. La città fu distrutta, e il capitano Trevisan nella sua relazione alle Signoria veneta riportò che "Et mai più si dirà qua è Fiume, ma qua fu Fiume".

FITTI SCAMBI Incendiata, distrutta e sempre risorta: Fiume nel 1515 venne "ricompensata" dall’imperatore Massimiliano d’Asburgo con il titolo di "fedelissima". Qualche lustro dopo le furono concessi gli Statuti municipali e nel 1659 lo stemma: un’aquila bicipite con entrambe le teste rivolte a est e la scritta "Indeficienter" (che, stando ad alcune interpretazioni, starebbe proprio a indicare l’attaccamento della città al casato austriaco).

"Nonostante la guerra e le ostilità politiche – spiega Tea Mayhew –, Fiume e Venezia mantennero stabili relazioni commerciali, senza dimenticare che mai si interruppe il traffico di contrabbando e che negli scambi si ricorreva (anche) alla moneta veneziana, a dispetto della contrarietà dei veri padroni, gli austriaci. Assieme al commercio progredì pure l’influenza culturale della Serenissima nella vita quotidiana di Fiume. Soprattutto nella moda, nella letteratura, nelle usanze. E nella lingua. Basti pensare al dialetto fiumano (italiano), di chiara matrice veneziana, come pure alle tante parole veneziane entrate in uso nel dialetto croato, ciacavo.

DA VEDERE Un capitolo di storia che viene narrato ora attraverso oggetti di provenienza veneziana, che fanno parte delle collezioni del museo fiumano. I reperti risalgono al XVI al XVIII secolo e molti verranno espositi in pubblico per la prima volta: mappe, armamenti, monete, ceramiche, modellini e campioni esemplari di merci che rientravano negli scambi tradizionali tra le due sponde dell’Adriatico. Sono una chiara testimonianza delle rete di relazioni e contatti che la Dominante e la "fedelissima" degli Asburgo seppero intessere lungo il filo dei secoli, alimentando così la ricca trama della civiltà adriatica.

Gianfranco Miksa

728 - La Voce del Popolo 8/11/11 Lettera sulla gita a Roma dei presidenti delle C.I.

Lettera sulla gita a Roma dei presidenti delle C.I.

Cara Voce,

Il terzo fine settimana di ottobre sono venuti in gita a Roma una quarantina di presidenti delle Comunità italiane in Istria, Fiume e Dalmazia, ospiti dell'Università popolare di Trieste e guidati da Silvio Delbello. Donatella Schürzel, Presidente del Comitato romano dell'ANVGD, Gianclaudio de Angelini, vicepresidente dell'Associazione per la cultura fiumana, istriana e dalmata nel Lazio, ed io ci siamo sentiti per telefono con Gianclaudio Pellizzer di Rovigno e Rosanna Berné di Valle e abbiamo preso un aperitivo insieme il sabato sera. Poi ci siamo autoinvitati alla cena, gentilmente offerta da Delbello, e così abbiamo avuto modo di passare una piacevolissima serata. Annamaria Saganic di Lussino mi ha raccontato che lei il Castello di Croccante lo sa fare tanto che, per il matrimonio del figlio, ne ha confezionato uno di ben otto piani. Donatella Schürzel ha avuto così modo d'invitarla alla prossima giornata che si terrà a Roma in onore di Giuseppe Martinoli, docente alla Sapienza di Roma.
Alla fine della cena, i camerieri ci hanno cacciato per strada, visti i numerosi clienti in attesa d'entrare, e così abbiamo cantato qualche nostra canzone nel vicolo Savelli, nei pressi di Piazza Navona, ripresi da turisti divertiti. Il più bravo si è rivelato Pino Degrassi di Umago, capace di cantare persino in rovignese. Molti presidenti, soprattutto quelli della valle del Quieto, sono giovani e, ovviamente, hanno chiuso la loro serata a Campo de' Fiori. Noi invece abbiamo continuato a chiaccherare in un locale tranquillo insieme a Pellizzer, Lionella Acquavita di Buie e Graziella Paulovic di Pisino, che ci hanno raccontato tante vicissitudini e con cui abbiamo potuto rinsaldare l'amicizia.
Unico rammarico la scarsa sensibilità che l'Università popolare di Trieste sembra dimostrare verso le molteplici realtà espresse dal mondo degli esuli e dai loro simpatizzanti. Non averci cercato, non aver nemmeno pubblicizzato questa gita ci sembra alquanto opinabile. Magari per gli ignari giovani presidenti una visita al Museo storico di Fiume, al Villaggio Giuliano Dalmata di Roma, si sarebbe dovuta inserire nel loro tre giorni romani, o organizzare almeno una cena coi "romani" per conoscerci o salutarci. Capisco che i presidenti non devono essere sempre in servizio permanente effettivo pure durante le gite, ma un convivio e una ciacolada possono servire di più di tante conferenze e libri.
Con i nostri cordiali saluti e ringraziamenti.

Eufemia Giuliana Budicin
Donatella Schürzel

Gianclaudio de'Angelini

729 - Il Piccolo 10/11/11 Anton Vratusa: «Tito temeva l'invasione russa» - L'ex partigiano e diplomatico protagonista e testimone delle vicende jugoslave

Anton Vratuša: «Tito temeva l’invasione russa»

L’ex partigiano e diplomatico protagonista e testimone delle vicende jugoslave

INCONTRO : oggi presenterà il suo libro a Trieste, alle 17,30 alla libreria Fenice di via Battisti 6.

STORIA»L’INTERVISTA

«La Rabska Brigada non fu responsabile delle foibe, erano vicende in cui fu coinvolto il Consiglio Territoriale Antifascista di Liberazione della Croazia»
«Il Partito Comunista Sloveno fu la base più avanzata del Movimento di Liberazione Nazionale Jugoslavo, completamente votato alla causa»

di MARINA ROSSI

Per gli sloveni in particolare, e per gli altri popoli della ex Jugoslavia, il 2011 ha richiamato due importanti anniversari: la nascita del Fronte di Liberazione Nazionale Sloveno (Osvobodilna Fronta), 26 aprile 1941, che avviò un movimento di riscatto nazionale e sociale, concretizzatosi nella Jugoslavia comunista; e 28 giugno 1991, nascita della repubblica indipendente della Slovenia, seguita dalla disintegrazione della Jugoslavia comunista. Per Anton Vratuša le due date costituiscono gli estremi di un percorso esistenziale e politico, che sta riesaminando in modo attivo. Attualmente, infatti, lo statista è impegnato nella elaborazione di un volume - che dovrebbe uscire entro il 2012 - riguardante il suo ruolo politico di agente di collegamento tra l’Esercito di Liberazione Nazionale Jugoslavo (Elnj) e il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, i comunisti italiani di Trieste, che lo impegnò per 14 mesi, a partire dalla fine del settembre 1943. Anton Vratuša, nato il 21 febbraio 1915, nella seconda guerra mondiale fu internato nel campo di concentramento italiano di Arbe (Rab), poi partigiano, delegato, con il nome di Urban, al Clnai come rappresentante del movimento di liberazione sloveno.

Nel dopoguerra è stato diplomatico, politico, animatore di progetti di cooperazione internazionale. Lo abbiamo raggiunto a Lubiana.

Che cosa voleva dire essere comunisti dell’Osvobodilna Fronta ai tempi della guerra di Liberazione?

«Nel Movimento di Liberazione Nazionale Jugoslavo - risponde Vratuša - il Partito Comunista Sloveno (Pcs) fu la base più avanzata dal punto di vista culturale e politico. Si distingueva per la totale dedizione alla causa da parte dei suoi militanti. Nessun’altra forza politica fu dotata di tale slancio. Da ciò derivava l’autorità maggiore del PCS e quella dei suoi rappresentanti nell’esercito, nei comitati di liberazione, dappertutto. I comunisti erano pronti ad affrontare qualsiasi sacrificio. Persino le giovani infermiere ebraiche della Rabska Brigada non potevano comprendere che, se qualcuno dei partigiani ritardava, non poteva agire diversamente. L’impegno politico era prioritario. Se qualcuno vedeva delle patate su un campo, non era autorizzato a prenderle per sé, doveva dividerle con i compagni.

Oggi, in tempo di pace, quei metodi sono considerati crudeli, ma quella era la guerra. Tra le mie attività c’è stata quella di disarmare i militari italiani, i fucili o li trovavi o dovevi prenderteli, evitando di uccidere, perché si riteneva che se quel soldato avesse continuato a vivere, forse ci avrebbe procurato un altro fucile. Chi comanda deve assumersi maggiori responsabilità. Mi pare che tra i politici della Slovenia di oggi questo senso di responsabilità sia perduto».

Rispettiamo il auo desiderio di non porre al centro dell’intervista il problema della disintegrazione della Jugoslavia. Ma può dirci se quell’esito così tragico fosse inevitabile?

«È un interrogativo molto delicato. Su quell’esito hanno influito fattori interni ed esterni. Ma io sono del parere che abbiano pesato soprattutto fattori interni. La causa principale fu la crudeltà. Vorrei riuscire a spiegare il mio punto di vista. Avevo la possibilità di seguire gli sviluppi e la base della società jugoslava a livello delle repubbliche e su quello federale. Forse a causa dell’ampiezza dei problemi, non sono riuscito ad intervenire in modo adeguato. Mi chiedo continuamente perché noi non siamo stati così saggi almeno al punto di non uccidere. Questo fu un principio irrinunciabile anche durante la guerra di liberazione nazionale: sparare solo per la difesa personale, solo se si rischiava la vita. Questo è stato sempre anche il mio consiglio a tutti i collaboratori. I cechi e gli slovacchi sono stati saggi. Lo stesso è accaduto nei paesi scandinavi, quando si sono separati. Ma in ognuno di questi paesi ci sono state lotte durissime in passato.

L’esperimento jugoslavo è stato troppo breve. Osserviamo la Slovenia: gli sloveni del Prekmurje (la parte orientale al di là del fiume Mura, unita mille anni alla storia ungherese), nel periodo compreso tra le due guerre mondiali, non hanno fatto abbastanza per conoscere bene gli sloveni della parte occidentale. Solo l’esperienza durissima dell’occupazione ci ha costretti a capire meglio chi siamo e cosa fare per comprenderci».

L’integrazione del Prekmurje in Slovenia si è realizzata soprattutto dopo la seconda guerra mondiale.

«Quell’incomprensione, quell’incapacità di rapporto tra la parte occidentale ed orientale della Slovenia si è verificata in modo più grave nella Jugoslavia. Prendiamo, ad esempio, la Slovenia e la Serbia. Mi pareva difficile abituarmi alla musica popolare serba. Mi sembrava troppo triste, ma non avevo molto tempo per imparare ad amarla, anche se studiavo la storia dei popoli slavi. Per me è stato molto interessante il caso di Jernej Kopitar (filologo, studioso, bibliotecario alla corte di Vienna), antagonista di Prešeren, a cui censurò l’ultima strofa del poema "Zdravljca". Quei versi patriottici oggi sono entrati nell’inno nazionale della Slovenia indipendente. Alle elementari mi hanno insegnato quanto fosse conservatore Kopitar, ma solo in Serbia ho capito che era merito suo aver fatto conoscere Vuk Stefanovic Karadžic, grande innovatore linguistico, raccoglitore di poesie e canti popolari serbi, creatore della lingua moderna serba in Europa».

Gli esempi potrebbero moltiplicarsi per altre aree della Jugoslavia.

«Schematismi, approssimazioni, autocensure hanno ostacolato notevolmente la comprensione reciproca. Un tema poco approfondito è quello della difficoltà ed instabilità dei rapporti tra la Jugoslavia e l’Urss, a partire dalla crisi del Cominform (28 giugno 1948). Oso dire che quel periodo di crisi fu più lungo di quello dell’occupazione nazifascista e fu caratterizzato dalla stessa durezza e brutalità. Neanche gli storici di oggi ne sono perfettamente consapevoli. Anche dopo la normalizzazione dei rapporti con l’Unione Sovietica, quando Tito faceva una dichiarazione qualsiasi, il giorno dopo chiedevano spiegazioni o l’ambasciatore sovietico o quello degli Stati Uniti. I rapporti erano condizionati dagli umori dell’Unione Sovietica. Anche ai tempi di Krusciov e di Brežnev il clima non fu mai del tutto sereno. Non so se sia esagerato dire che la rottura con il Cominform fu un’altra fase della lotta di liberazione nazionale».

Com’è stato il dopoguerra in Jugoslavia?

«Tra il 1948 e il 1955 la Jugoslavia ha vissuto un periodo molto duro, che non è stato ancora indagato a fondo. Allora io mi trovavo ancora al Quartier Generale dell’Esercito. Lo ricordo bene. Passavo tutte le notti in ufficio con il mio sacco, pronto a fuggire. La pianura della Voivodjna era tutta disseminata di barriere; i carri armati, dal Prekmurje alla frontiera del Sud, erano pronti ad attaccare. Sapevamo bene che in un giorno o due la pianura sarebbe stata occupata. Il piano prevedeva di andare di nuovo in montagna e di continuare la guerriglia e Stalin ne era consapevole. Lui sperava in una guerra lampo che in Jugoslavia sarebbe stata impossibile».

Non fu l’unico momento difficile...

«Un altro momento di crisi si aprì quando furono indette le elezioni per far entrare la Jugoslavia come membro non permanente al Consiglio di sicurezza dell’Onu (autunno 1949). Io partecipai a quella seduta delle Nazioni Unite. Il ministro degli esteri dell’Urss, Višinskij, interruppe la procedura delle elezioni per quattro volte. Allora fu determinante, per noi, l’appoggio degli Stati Uniti».

Com’erano i rapporti con i comunisti italiani?

«Agenti segreti pullulavano in Slovenia. Ci volle del tempo per normalizzare la situazione. Ripensando ai comunisti della Venezia Giulia, definirei Vidali un esponente furioso del Cominform e ricordo come Marina Bernetic in guerra fosse una persona completamente diversa. Dopo, come collaboratrice di Vidali, era impossibile parlarle. Ho conosciuto persone, soprattutto donne, che credevano più a Stalin che alla libertà per il proprio paese».

Cosa può dirci della questione delle foibe?

«Come vicecomandante della Rabska Brigada, il 26 settembre 1943 mi trovavo a Mašun, dov’era in corso la solenne cerimonia del giuramento e tenni un discorso. Il giorno dopo fummo mandati in treno in una piccola località situata tra Postumia e San Pietro del Carso, sotto una pioggia torrenziale. Poi ci hanno richiamati a Mašun. Io ero in attesa di nuove disposizioni. Prima destinazione: Vicenza. Nel pomeriggio ebbi una conversazione personale con Kraigher, commissario politico del Quartier Generale dell’Elnj, con un’istruzione di cinque parole. E subito, la stessa notte, a Bac. Giunto a Milano alla riunione del Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia (Clnai), nel luglio 1944, insieme a Franc Štoka (Rado) la prima questione che mi posero fu quella delle foibe istriane. Come potevo conoscerla? Non ero informato né tanto meno coinvolto nella tragedia delle foibe istriane, vicende non sottoposte al controllo del Fronte di Liberazione Nazionale Sloveno, ma al Consiglio Territoriale Antifascista di Liberazione della Croazia. Più tardi avrei scoperto nella storiografia italiana riferimenti a un mio atteggiamento non sincero… In realtà, non essendo informato, cercai di barcamenarmi con una risposta diplomatica, ma ero in buona fede».

730 - Il Piccolo 12/11/11 Due medici killer di stalin tentarono di uccidere Tito

DUE MEDICI KILLER DI STALIN TENTARONO DI UCCIDERE TITO

di Azra Nuhefendic

TRIESTE Uno storico serbo, Ljubodrag Dimic, scovando tra gli archivi russi, ha scoperto un documento che conferma il tentativo di Stalin di uccidere l’ex presidente jugoslavo Tito.

Secondo il documento, il dittatore sovietico aveva inviato due medici per uccidere il Maresciallo durante un intervento chirurgico cui doveva sottoporsi. Lo storico serbo sta preparando una "Raccolta dei documenti sulle relazioni jugoslavo-sovietiche tra 1945-1956". Nel corso delle sue ricerche negli archivi sovietici ha trovato 200 documenti inediti tra cui quello che attesta l’"attentato medico".

Su Tito, ormai da un secolo, ogni tanto "si rivelano" delle storie, spesso al confine con la fantascienza, su vari complotti e tentativi di assassinarlo. Ancora oggi spuntano fuori "testimoni" che affermano che Tito era un personaggio falso o almeno con doppia personalità, perché non si poteva spiegare logicamente come una persona di origini umili che proveniva da una famiglia contadina avesse potuto, da presidente, parlare correttamente varie lingue e suonare il pianoforte.

Ma la rivelazione del tentato assassinio di Stalin, a quanto pare, è l’unica teoria di complotto che trova l’appoggio nei documenti storici. Si tratta in realtà della trascrizione di una conversazione tra Stalin e il numero uno di Tito, il politico jugoslavo Edvard Kardelj. Questo documento, secondo lo storico che l’ha scoperto negli archivi russi, è la prova del tentativo di assassinare Tito che a lungo, e fino alla fine, aveva rifiutato di sottoporsi alla completa dominazione dei sovietici.

Già anni fa alcuni stretti collaboratori di Tito, come il suo compagno di guerra e poi per anni capo della sicurezza di Tito, il generale Milan Zezelj, nel suo libro "Le paure di Tito", aveva scritto che nel 1947, quando i rapporti con Stalin non erano più così buoni, il Maresciallo jugoslavo rischiava di essere ucciso. Tito all’improvviso ebbe un attacco di appendicite e dovette sottoporsi ad un intervento chirurgico di urgenza. Nella sua residenza fu allestita la sala operatoria con tutta l’equipe medica pronta per eseguire l’intervento. All’improvviso si presentarono degli specialisti russi che nessuno aveva invitato, ma che dicevano di essere stati mandati da Stalin per aiutare il compagno Tito.

Questi furono successivamente ricevuti da Tito, secondo Zezelj, apparentemente perché il presidente jugoslavo non voleva essere scortese con loro, per non peggiorare ulteriormente i rapporti tra Belgrado e il Cremlino. Venne registrato che l’operazione era stata eseguita dai medici russi. Ben presto, però, dopo l’intervento, Tito aveva cominciato a sentirsi male e la ferita si era infettata. Di seguito venne accertato che gli strumenti con cui avevano operato gli specialisti russi erano "avvelenati". I collaboratori di Tito conclusero che si trattava di un tentato omicidio, avendo tra l’altro notato che i chirurghi russi si comportavano in modo molto strano. Secondo Zezelj, i medici russi erano troppo agitati, bevevano e fumavano troppo, e vagabondavano per la residenza di Tito ubriachi. Il capo della sicurezza aveva fatto chiudere a chiave i medici russi in una stanza e aveva invitato i medici jugoslavi ad eseguire una nuova operazione. Quando questa "cospirazione" di Stalin fu scoperta i medici russi furono mandati a casa, in Russia, "ma nelle casse", scrive il generale Milan Zezelj.

La Mailing List Histria ha il piacere di inviarVi periodicamente una minirassegna stampa sugli avvenimenti più importanti che interessano gli Esuli e le C.I. dell' Istria, Fiume e Dalmazia, nonché le relazioni dell'Italia con la Croazia e Slovenia.

Si ringrazia per la collaborazione l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Gorizia e l’Università Popolare di Trieste

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :

http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/

http://www.arupinum.it

scrivi a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.