Rassegna Stampa Mailing List Histria

Sommario N° 801 – 19 Novembre 2011

731 – La Voce del Popolo 16/11/11 Fiume: L'ambasciatrice italiana ha incontrato le autorità locali e gli esponenti della minoranza (Krsto Babić)

732 - Agenzia Adnkronos 13/11/11 Raoul Pupo: 36 anni dopo Osimo si riaccendono i nazionalismi (Adnkronos)

733 - La Voce del Popolo 16/11/11 Visignano: oggi la posa della prima pietra per la nuova sede della Comunità (Lara Musizza)

734 - Il Piccolo 13/11/11 Le grandi proprietà confiscate agli italiani - Il liberatore di Trieste cacciato dalla sua Istria (Silvio Maranzana)

735 - La Voce del Popolo 18/11/11 Isola - L'Unità d'Italia e l'Adriatico orientale:un'intensa giornata di studio a Isola

736 - Secolo d'Italia 16/11/11 Trieste - Dalmati una mostra che farà discutere (Matteo Signori)

737 - La Voce in più Dalmazia 12/11/11 Cultura - Rivista dalmatica «a quota 100» (Dino Saffi)

738 – La Voce in piú Dalmazia 12/11/11 Italiani a Spalato: una resistenza tenace da diciannove anni di nuovo allo scoperto (Ilaria Rocchi)

739 – La Voce del Popolo 12/11/11 Speciale Albona, ridente roccaforte istriana tempestata di vere perle di storia (Roberto Palisca)

740 - La Voce in più Musica 26/10/11 Storia, caratteristiche e restauri dei tesori organistici dell'Istria (Patrizia Veniteci Merdzo)

741 - La Voce in più Musica 26/10/11 Pola - Gli organi della Cattedrale di Pola (Orietta Sverko)

742 – Panorama Edit 31/10/11 I viaggiatori leggeri In cammino oltre i confini tra isole e mare - Ossero, dove Lussino incontra Cherso (Marino Vocci)

743 - Messaggero Veneto 14/11/11 Dal Friuli alla Slovenia l'omaggio a Giraldi regista della frontiera (Carlo Gaberscek)

744 - Rinascita 15/11/11 Caffè degli Specchi: addio! Trieste ti saluta (Maria Renata Sequenzia)

745 - La Voce del Popolo 17/11/11 «La Croazia perseveri nelle riforme»

A cura di Stefano Bombardieri

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731 – La Voce del Popolo 16/11/11 Fiume: L'ambasciatrice italiana ha incontrato le autorità locali e gli esponenti della minoranza


L’ambasciatrice italiana a Zagabria, Emanuela D’Alessandro,
ha incontrato le autorità locali e regionali e gli esponenti della minoranza
Fiume, importante il ruolo della CNI
Vinta la battaglia per il riconoscimento dell'autoctonia.
È necessario che l'attenzione verso l'etnia resti costante
FIUME – L’ambasciatrice della Repubblica Italiana a Zagabria, Emanuela D’Alessandro, ha assicurato il massimo sostegno possibile alla Comunità Nazionale Italiana. A quattro settimane dal proprio insediamento nella capitale croata Emanuela D’Alessandro ha scelto Fiume quale meta della sua prima visita ufficiale fuori Zagabria. Nel capoluogo quarnerino l’ambasciatrice è stata ricevuta a Palazzo Modello dai rappresentanti dell’Unione Italiana e della Comunità degli Italiani di Fiume. Emanuela D’Alessandro, accompagnata dal console generale d’Italia a Fiume, Renato Cianfarani, ha avuto modo di incontrare il presidente dell’UI, Furio Radin, il presidente della Giunta UI, Maurizio Tremul, il segretario generale dell’UI, Christiana Babić, Norma Zani, titolare del Settore educazione e istruzione, Ennio Machin del Comites Fiume, la presidente della CI Agnese Superina, il presidente del Comitato esecutivo del sodalizio, Roberto Palisca, la direttrice del Dramma Italiano, Laura Marchig, e Denis Stefan, presidente della SAC “Fratellanza” e vicepresidente della CI di Fiume.
Nel corso dell’incontro Radin e Tremul hanno illustrato le peculiarità della CNI e il funzionamento delle istituzioni minoritarie in primo luogo dell’UI e delle CI. Hanno informato Emanuela D’Alessandro in merito alle riforme avviate al fine di ammodernare e rendere più efficiente l’operato dell’UI. Hanno ricordato inoltre i principali progetti alla cui realizzazione si sta lavorando in questo momento e gli sforzi profusi al fine di sfruttare i cosiddetti fondi perenti.
AUTOCTONIA Radin ha parlato dell’impegno profuso dall’UI nella tutela dei diritti minoritari e della “battaglia” portata avanti per affermare lo status di minoranza autoctona alla CNI in Istria e nel Quarnero. “Il concetto di autoctonia è stato accettato abbastanza facilmente nell’ex Zona B, un po’ meno agevolmente nell’Istria meridionale e con qualche ostacolo a Fiume e nel Quarnero”, ha spiegato il deputato, osservando che a Zara e in generale nella Dalmazia ai connazionali tale status non è stato ancora riconosciuto. “L’autoctonia è una conquista importante, perché al di là della valenza simbolica si tratta di uno status che garantisce particolari diritti alla CNI, che in questi territori non sarebbe giusto equiparare alle restanti minoranze nazionali”, ha detto Radin.
Maurizio Tremul si è soffermato, invece, sul lato amministrativo della collaborazione tra le istituzioni italiane e l’UI, auspicando che l’attenzione per le necessità dell’etnia rimanga forte e costante. A proposito di finanziamenti, il presidente della Giunta UI ha spiegato che oltre ai contributi italiani, croati e sloveni, l’Unione propone di attingere quanti più finanziamenti ricorrendo ai fondi europei.
EQUIPARAZIONE DELLE SCUOLE Per quanto concerne la sfera dell’istruzione Norma Zani ha spiegato che l’educazione e l’istruzione rappresentano uno dei pilastri della CNI. “Sono oltre 4.000 i bambini e i ragazzi che frequentano gli asili, le scuole dell’obbligo e le scuole medie superiori in lingua italiana”, ha notato Norma Zani, accennando all’utilità di equiparare le scuole italiane in Croazia agli istituti scolastici in Italia. Un accostamento che permetterebbe di superare con maggiore semplicità le difficoltà nelle quali si imbattono gli studenti della CNI che aspirano a frequentare le università italiane. Rimanendo nell’ambito delle iscrizioni universitarie, Norma Zani ha ribadito che in seguito all’introduzione della maturità di stato quale metro di giudizio per l’accesso ai corsi di studio degli atenei croati, gli alunni delle Scuole medie superiori italiane sono in un certo senso penalizzati in quanto costretti a superare un maggior numero di prove rispetto ai loro coetanei delle scuole croate.
PALAZZO MODELLO Nel presentare la storia della maggiore della Comunità degli Italiani dell’Istria e del Quarnero, Agnese Superina ha spiegato all’ambasciatrice che il sodalizio fiumano conta circa 7.000 soci. “Siamo una delle comunità storiche. La nostra fondazione risale ormai ad oltre sessant’anni fa. Abbiamo la fortuna di essere ospitati a Palazzo Modello, uno dei più eleganti edifici della città. Purtroppo devo dire che siamo anche una delle poche Comunità che non detengono la proprietà della propria sede sociale”, ha notato la presidente della CI. “Il nostro sodalizio offre ai propri soci numerose opportunità di svago. Vantiamo l’unico coro di fedeli della CNI, un coro di voci bianche, sezioni di pittura e ceramica”, ha detto Agnese Superina.
UNA BATTAGLIA VINTA Laura Marchig, direttrice del Dramma Italiano, ha sottolineato che quella del Teatro nazionale “Ivan de Zajc” è l’unica compagnia di prosa professionista italiana a operare al di fuori dei confini d’Italia. “La nostra storia inizia nel 1946. Siamo tra i fondatori del Teatro nazionale di Fiume. Nel corso degli anni ci sono stati tentativi di screditare il Dramma Italiano e di ridurlo a una compagnia teatrale armatoriale. Abbiamo superato queste avversità e ora possiamo affermare di essere molto apprezzati non solo dalla comunità culturale croata e slovena, ma pure da quella internazionale”, ha dichiarato Laura Marchig, ricordando le collaborazioni avute dal Dramma Italiano con il Piccolo di Milano, il Teatro stabile della Sardegna e il Teatro nazionale portoghese.
PARTNERSHIP Nel prosieguo della giornata Emanuela D’Alessandro è stata ricevuta dal vicepresidente della Regione litoraneo-montana, Vidoje Vujić, dal presidente dell’Assemblea regionale, Ingo Kamenar e dal presidente del Consiglio regionale per la collaborazione internazionale, Matko Županić. All’incontro, al quale hanno preso parte anche il console generale italiano a Fiume, i rappresentanti dell’UI e della CI di Fiume, erano presenti pure Orietta Marot, presidente del Consiglio per la minoranza nazionale italiana della Regione litoraneo-montana, e il connazionale Erik Fabijanić, capogruppo dei consiglieri della maggioranza in seno all’Assemblea regionale e coordinatore del Patronato INCA/CGIL per la Croazia.
Vidoje Vujić ha presentato all’ambasciatrice le caratteristiche della Regione, ribadendo lo status di autoctonia riconosciuto alla minoranza italiana che in quanto tale gode del diritto a un seggio garantito nell’Assemblea regionale. Vujić ha parlato dell’ottima collaborazione instaurata dalla Contea litoraneo-montana con le Regioni italiane, e in particolare con il Friuli Venezia-Giulia. Una partnership che si è concretizzata in numerosi progetti comuni, spesso intrapresi nell’ottica della collaborazione europea, tra i quali uno dei più importanti e ambiziosi ha portato alla realizzazione del Mercato ittico all’ingrosso di Fiume. “La nostra Regione vanta oltre 8.000 imprese, la maggior parte di piccole e medie dimensioni che in molti casi collaborano con partner italiani la cui esperienza si è spesso rivelata preziosa”, ha detto Vujić, ricordando che alle porte di Fiume opera la più grande fabbrica di sedie di legno al mondo gestita proprio da imprenditori italiani.
Rimanendo nel campo dei rapporti italo-croati, Vujić ha espresso soddisfazione per la collaborazione instaurata tra i porti dell’Alto Adriatico e nel settore turistico. Ha accennato alla possibilità di allargare la partnership pure in altri campi, ad esempio l’editoria. Per quanto concerne la collaborazione a livello scientifico e culturale, menzionando la recente inaugurazione del corso di italianistica alla Facoltà di Filosofia di Fiume, Vujić ha espresso l’auspicio che questa possa intensificarsi ulteriormente.
L’ambasciatrice italiana ha fatto presente di apprezzare e di essere al corrente di molte delle collaborazioni menzionate. Ha espresso la volontà di contribuire al rafforzamento dei rapporti italo-croati sia nella sfera economica sia in quella culturale.
BILINGUISMO In municipio Emanuela D’Alessandro ha avuto modo di conoscere il sindaco di Fiume, Vojko Obersnel, il suo vice, Miroslav Matešić, e il presidente del Consiglio cittadino, Dorotea Pešić Bukovac. Nel corso dell’incontro è stato ribadita l’importanza che la Città attribuisce alla CNI e l’apprezzamento per l’operato dell’UI e della CI. Una collaborazione, quella tra la Città e la CNI, che ha portato benefici all’intera comunità, proprio come dovrebbe essere nel caso dell’asilo italiano che dovrebbe sorgere a Krnjevo. Nel corso dell’incontro Furio Radin ha ribadito l’importanza di riprendere, dopo che si saranno concluse le elezioni parlamentari, il confronto legato all’introduzione del bilinguismo a Fiume. Un invito accolto dal primo cittadino, il quale si è detto disponibile ad affrontare anche il tema legato al restauro del portone e dell’atrio di Palazzo Modello.
LICEO Alla Scuola media italiana di Fiume l’ambasciatrice è stato accolta dalla preside Ingrid Sever e da un calorosissimo applauso della scolaresca. Nell’Aula magna del Liceo Emanuela D’Alessandro ha confermato il proprio appoggio al processo di restauro dell’edificio. Parlando del ruolo della SMSI l’ambasciatrice ha espresso il parere che il Liceo italiano di Fiume rappresenti un simbolo del quale essere orgogliosi.
Krsto Babić

732 - Agenzia Adnkronos 13/11/11 Raoul Pupo: 36 anni dopo Osimo si riaccendono i nazionalismi

TRIESTE: LO STORICO RAOUL PUPO, 36 ANNI DOPO OSIMO SI RIACCENDONO I NAZIONALISMI

QUEL MONDO NON ESISTE PIU', ALLORA C'ERA LA GUERRA FREDDA E LA

JUGOSLAVIA

Trieste, 13 nov. (Adnkronos) - Sono trascorsi 36 anni dalla firma del Trattato di Osimo, che il 10 novembre del 1975 sanci' definitivamente il confine orientale tra Italia ed ed Jugoslavia, e una associazione di esuli ancora non si rassegna. Lo storico Raoul Pupo, docente di Storia contemporanea presso la facolta' di Scienze politiche dell'Universita' di Trieste, traccia con l'Adnkronos il bilancio di quanto avvenuto in questi anni.
L'Occidente non e' piu' lo stesso, la Cortina di ferro non esiste piu', ma le antiche ruggini tra le popolazioni slave e quella italiana non si sono del tutto sopite, anche se una spinta a voltare pagina e' stata impressa da due importanti avvenimenti: l'incontro a Trieste nel luglio del 2010 dei capi di Stato italiano, sloveno e croato e l'incontro del settembre scorso di Giorgio Napolitano con il
presidente croato Ivo Josipovic.
Eppure, sentimenti antieuropei covano nei Balcani, nonostante la Slovenia faccia ormai parte della Ue e la Croazia sia in preadesione. Nella Penisola, quello che per decenni era stato un argomento "tabu'" sul quale era calato un vigliacco silenzio, e cioe' l'esodo di istriani, fiumani e dalmati e soprattutto le vittime delle foibe, e' stato riscoperto, con soddisfazione della destra, che ne aveva sempre fatto un cavallo di battaglia. Ma in Italia c'e' chi il Trattato di Osimo non non la ha mai digerito. Si tratta di una parte dei profughi che alla fine della seconda guerra mondiale abbandono' le sue proprieta' in quei territori passati sotto il maresciallo Tito e che ancora non ha trovato piena soddisfazione per quanto riguarda i risarcimenti dei cosiddetti 'beni abbandonati'
Tra queste associazioni, l'"Unione degli Istriani- Libera provincia dell'Istria in esilio", che giovedi' 10 novembre ha chiuso "per lutto" la storica sede di Trieste, mettendo le bandiere a mezz'asta e sospendendo tutte le attivita' associative e culturali. Protesta che Pupo liquida cosi': "E' una organizzazione minoritaria e dissidente rispetto alla Federazione degli esuli".
La divisione tra Italia ed ex Jugoslavia fu tracciata gia' nel 1954 con il Memorandum di Londra. Da quella data, tra i due Paesi vi era una fascia divisa in 'zona A' assegnata all'Italia e una 'zona B' assegnata alla Jugoslavia. Per transitare da una parte e l'altra, i residenti delle due zone avevano uno speciale lasciapassare. Dopo Osimo, la zona B passo' definitivamente all'ex Jugoslavia e quella A all'Italia.
"Dal Trattato di Osimo - afferma Pupo - ci separano oramai quasi quarant'anni, il che vuol dire che, da un punto di vista storico, appartiene a un altro mondo: il mondo del terribile Novecento, della "questione adriatica" e anche della guerra fredda. Il trattato di Osimo ha rappresentato niente piu' che la presa d'atto di un assetto delle terre alto-adriatico gia' definito nei decenni precedenti, a conclusione della fase convulsa 1918-1954, e dotato di una tal forza da resistere anche all'esaurimento del quadro politico che l'aveva generato, quello dei rapporti fra Italia e Jugoslavia''.
''La dissoluzione jugoslava infatti, a differenza di quel che avevano creduto nei decenni precedenti molti ambienti di estrema destra, non ha per nulla favorito una revisione del confine orientale italiano, posto che l'alternativa, assolutamente improponibile, sarebbe stata - prosegue il professore - il risuc chio dell'Italia nelle spirale delle guerre balcaniche".
La disgregazione della Jugoslavia ha visto anche il riaccendersi di sentimenti nazionalisti. Secondo lo storico, infatti, la conseguenza della dissoluzione "e' stata ambivalente. Per un verso, le nuove repubbliche sorte sulle ceneri jugoslave sono uscite dal comunismo e cio' ha avuto effetti liberatori sulle societa' civile nei territori gia' appartenenti all'Italia. Per l'altro, le nuove compagini statali hanno fondato la loro ragion d'essere su di una fortissima identita' nazionale e cio' ha comportato problemi non semplici per le comunita' minoritarie, fra cui quella italiana in Istria e a Fiume".
"Contemporaneamente, in Italia - prosegue Pupo - a partire dalla fine degli anni '90 si e' verificata una riscoperta, largamente bipartisan, della storia del confine orientale, comprese le sue
vicende piu' terribili. Questa riscoperta ha prodotto effetti simili a quanto accaduto in altre parti d'Europa dopo l'89: riconoscimento delle sofferenze delle vittime degli episodi piu' crudeli,
integrazione delle esperienze patite da una parte della comunita' nazionale nella memoria pubblica ma anche, inevitabilmente, rinvigorimento - osserva il professore - delle memorie contrapposte su
base nazionale e tensioni interstatali" "Fortunatamente, dopo una latitanza forse troppo lunga, i vertici delle istituzioni degli Stati confinanti hanno assunto l'iniziativa di ricomporre i fili lacerati all'interno di una quadro comune di rispetto per i dolori subiti e di rifiuto delle logiche di violenza che li avevano generati. In questo, senso, l'incontro a Trieste dei tre presidenti italiano, sloveno e croato - ricorda Pupo - e quello italo-croato a Pola hanno rappresentato delle tappe simboliche di grande valore''.
''Cio' detto, i processi di riconciliazione - nota lo storico - non sono mai momentanei. Antagonismi del passato - sottolinea – si superano piu' facilmente quando vengono sostituiti dalla condivisione di altre esperienze altrettanto forti, nella fortuna o nella disgrazia. In mancanza di cio', rimane la spinta dell'interesse comune, accompagnata dall'opera di gruppi di pressione responsabili".
Ad esempio, "la Federazione degli esuli - conferma lo storico - che ha saputo accompagnare il forte impegno per la custodia della memoria delle genti giulie di nazionalita' italiana, alla valorizzazione della storia culturale italiana in Istria, nel Quarnero e in Dalmazia, alla ritessitura di rapporti positivi con quelle comunita' italiane che oggi rappresentano la testimonianza vitale della presenza italiana nelle terre alto-adriatiche, di cui costituiscono una componente autoctona".
Ritornando ai sentimenti europei talvolta palpabili oltreconfine, lo storico ritiene che "va da se', che
all'interno di tale processo di maturazione esistono sensibilita' diverse, come pure l'appello all'integrazione europea come chiave risolutiva delle tensioni all'interno del continente deve fare i conti con la situazione reale del processo di integrazione''.
Sono palpabili ad esempio - afferma - le perplessita' che in molti Paesi ex comunisti esistono di fronte alla prospettiva che l'Europa orientale finisca per giocare rispetto a quella occidentale un ruolo economico non molto diverso da quello che legava i Paesi del Comecon (Consiglio per la Mutua Assistenza Economica) all'Unione Sovietica. Sono le sfide del domani, da affrontare il piu' possibile liberi dai condizionamenti del peggior passato".

733 - La Voce del Popolo 16/11/11 Visignano: oggi la posa della prima pietra per la nuova sede della Comunità

VISIGNANO L'investimento è stato preventivato nell'ordine di mezzo milione di euro
CI, oggi la posa della prima pietra
Alla cerimonia interverranno i vertici di Unione Italiana e Università Popolare di Trieste
VISIGNANO – Grande giorno oggi per i connazionali di Visignano, perchè alle 10 sarà posta la prima pietra per la costruzione delle nuova sede della Comunità degli Italiani. Sarà uno stabile nuovo, con un piano elevato, ubicato nel centro del paese su un’area concessa dal Comune con la clausola del diritto di costruzione di una sede per le necessità della Comunità degli Italiani “Dott. Silvio Fortuna” di Visignano.
Alla cerimonia della posa della prima pietra interverranno Silvio Delbello, presidente dell’Università Popolare di Trieste, Furio Radin, presidente dell’Unione Italiana, i vertici delle CI del comprensorio e i connazionali di Visignano. Annunciata pure la presenza del sindaco, Angelo Mattich.
Una cerimonia di alto valore simbolico per i connazionali visignanesi, costretti da 20 anni a svolgere la propria attività in un ufficio di 20 metri quadrati, nello stabile situato in via dell’Istria che accoglie varie associazioni locali.
Il presidente del sodalizio, Erminio Frleta, e tutti gli attivisti attendono con impazienza il momento storico per la CNI locale, che premia l’impegno profuso nella fase preparatoria, che si è protratta per oltre due anni. Ottenute tutte le licenze, il progetto è stato elaborato dalla polese “Urbis 72”, a firma degli architetti Dino Krizmanić e Leonid Zuban, che sono venuti incontro a tutte le necessità della CI, mentre per il finanziamento dell’opera, per la cui realizzazione è stata preventivata una somma di circa 500mila euro, è stata trovata una soluzione nella voce dei cosiddetti mezzi perenti erogati dal governo italiano per le necessità dei connazionali nell’area istroquarnerina.
L’edificio si svilupperà su un’area di 400 metri quadrati e nella futura sede troveranno spazio una sala polivalente per l’espletamento delle varie attività, la biblioteca, gli uffici di rappresentanza e un bar. L’appalto dei lavori è andato all’impresa edile pisinese “Vladimir Gortan”, la stessa che ha costruito la sede della vicina CI di Torre, che ha ottime referenze nel territorio.
Il contratto prevede il completamento dell’opera nell’arco di 320 giorni lavorativi, ha rilevato il presidente del sodalizio, con beneficio delle giornate di brutto tempo, da preventivare soprattutto vista l’imminenza della stagione invernale. I lavori, quindi, potrebbero essere conclusi nel giro di un anno.
A tirare un sospiro di sollievo è stato in particolare il maestro Marko Ritoša, che dirige il coro misto “Arpa”, il coro femminile e quello delle voci bianche, corali che con la costruzione della nuova sede avranno finalmente uno spazio adeguato alle loro esigenze. Certamente ci sarà posto anche per i gruppi sportivi, che puntualmente aderiscono ai vari tornei organizzati dall’Unione Italiana e dalle CI, finora purtroppo solo come ospiti, ma che hanno già portato a casa numerose medaglie e coppe. Tra le iniziative dei visignanesi, in collaborazione con il Comune e con la Scuola dell’infanzia italiana “Paperino” di Parenzo, c’è anche il desiderio di aprire una sezione dell’asilo anche a Visignano. Attualmente i piccoli imparano l’italiano per qualche ora alla settimana, ma l’interesse è in costante aumento.
“Avere a disposizione una sede adeguata è il sogno di molte generazioni di visignanesi - ha aggiunto Frleta - anche se la stanzetta in uso nello stabile comunale di via dell’Istria rimarrà certamente a lungo nella memoria di tutti, perchè ha fatto storia della nostra CI, fondata nel 1992”.
Guardando al domani, ha rilevato ancora che la nuova sede sorgerà su un’area fino a poco tempo fa in usufrutto a fini agricoli, situata su un’altura da dove si gode un suggestivo panorama. Nella nuova sede i circa 400 connazionali visignanesi, sapranno presentare, curare, e mantenere nel migliore dei modi la lingua, gli usi e i costumi di questo piccolo ma importante lembo di terra istriano.
Lara Musizza

734 - Il Piccolo 13/11/11 Le grandi proprietà confiscate agli italiani - Il liberatore di Trieste cacciato dalla sua Istria

Il liberatore di Trieste cacciato dalla sua Istria
Il capitano Carlo Baxa nel 1918 aveva preparato l’arrivo delle truppe italiane
Costretto con i cugini ad abbandonare Lindaro e tre ville nel 1943 agli jugoslavi

INCHIESTA»LE GRANDI PROPRIETÀ CONFISCATE AGLI ITALIANI

di Silvio Maranzana
TRIESTE Il 28 ottobre 1918 il capitano dell’esercito austro-ungarico Carlo Baxa, inviato dagli austriaci a Trieste per dare la caccia ai disertori, cambia fronte e si presenta dal presidente del Comitato di salute pubblica cittadina Alfonso Valerio che lo arruola per costituire la Guardia nazionale. Il primo novembre 1918 Baxa occupa nel nome dell’Italia la caserma grande nell’attuale piazza Oberdan dov’era di stanza un reggimento austriaco: realizza così il suo sogno da irredentista. La sorte gli presenta il conto, a favore di altri vincitori, solo 25 anni dopo. L’8 settembre 1943 Carlo Baxa viene cacciato assieme alla sua famiglia e a quelle dei suoi cugini da Lindaro, una frazione di Pisino dove i Baxa, slovacchi per antica origine, erano la saga più radicata. La sua residenza, la villa con la torre merlata che storicamente connota l’abitato, viene occupata. Va dispersa anche la pregiata biblioteca ricca di volumi soprattutto tedeschi. spariscono i numerosi cimeli: gli stemmi e le armi che erano appesi alle pareti o custoditi in quanto egli era anche studioso di storia patria e di araldica. Suo cugino Marco viene arrestato dai partigiani titini e rinchiuso nel castello di Pisino. É una paesana comunista però, sembra, a testimoniare della sua correttezza e onestà per cui dopo pochi giorni è libero. È costretto ad andarsene con la propria famiglia anche l’altro cugino, Arturo. Va detto che a Pisino, dove la popolazione è sempre stata mistilingue, il fascismo con la sua violenza nazionalizzatrice aveva fatto danni e esacerbato gli animi ancor più che nelle zone costiere dove gli italiani erano maggioranza. I Baxa avevano tre aziende agricole, vasti terreni, gruppi di mezzadri che lavoravano per loro. Si producevano in particolare pregiate uve da tavola. Tra le due guerre Carlo Baxa era stato prima direttore della Commissione di cura a Portorose e poi direttore della Stazione climatica e balneare di Abbazia. Case, terreni, altri beni: tutto è stato confiscato e nazionalizzato dalla Jugoslavia. «Avevo cinque anni nel 1943 - racconta Fulvio Baxa figlio di Arturo - ho ricordi pallidi, ma l’amarezza è nitida. Poi sono tornato a Lindaro qualche volta, l’ultima una decina di anni fa: nelle nostre case si è insediata altra gente, ma sono tenute in condizioni pietose». Dopo la seconda guerra mondiale la vita dei Baxa riparte completamente al di qua del nuovo confine. Carlo Baxa si trasferisce prima a Trieste e poi a Merano dove muore nel 1951, Marco si impiega a Trieste presso la Editoriale libraria, Arturo è direttore della filiale di Monfalcone della Cassa di risparmio di Trieste. «Negli anni Cinquanta - racconta oggi Fulvio Baxa - abbiamo avuto dallo Stato italiano indennizzi irrisori rispetto al valore delle proprietà. Al governo croato non abbiamo avanzato, né avanzeremo alcuna richiesta: è un capitolo della storia ingiustamente chiuso, ma non serbiamo rancori». (10 segue - Precedenti puntate pubblicate l’11, 18 e 25 settembre, 2, 9, 16, 23 e 30 ottobre, 6 novembre)

l’eccidio
Trenta cadaveri gettati nella cava
Nemmeno Lindaro fu estraneo però alle vendette più feroci messe in atto dai partigiani jugoslavi. In questo caso la testimonianza è di don Francesco Dapiran, anch’egli profugo a Fertilia in Sardegna assieme a una colonia di giuliano-dalmati. Il sacerdote raccontò di come i vigili del fuoco di Pisino estrassero dalla cava di bauxite di Lindaro trenta cadaveri, tutti evirati, con le mani legate dietro la schiena e pieni di segni di torture. «Un orrore indescrivibile - raccontò don Dapiran - soprattutto per le madri, i figli, le mogli chiamati a risconoscere il loro caro, perlopiù orrendamente sfigurato».

Pisino 1902, l’inattesa visita di D’Annunzio
TRIESTE Un fatto memorabile scuote Pisino nel 1902 (come ricorda Giampaolo Zagonel nel libricino “Carlo Baxa. Una vita al servizio dell’Italia” De Bastiani editore). È la visita di Gabriele D’Annunzio. Arrivato a Trieste dalla villa di Settignano per aspettare Eleonora Duse che proveniva da Vienna per interpretare alcune tragedie dannunziane al Teatro Verdi, il poeta volle fare un giro in Istria. In un primo momento doveva limitarsi alle città costiere, ma l’insistenza di alcuni autorevoli esponenti dell’irredentismo giuliano quali Silvio Benco, Giuseppe Caprin, Attilio Hortis e in particolare Teodoro Mayer, lo convinsero a raggiungere il cuore dell’Istria: Pisino. Così Silvio Benco descrive la visita: «Tutte le donne, da tutte le finestre, gettavano fiori sul poeta che visitava la loro città. Gabriele D’Annunzio era in Pisino l’orgoglio della stirpe che ivi strenuamente sostiene la sua lotta, era il segno eccelso al quale le armi dei negoziatori d’italianità non possono giungere, era la personificazione gloriosa di una razza alla quale gli avversari nazionali non possono contrapporre che i loro politicastri chiercuti e i loro avvocatuzzi oscuri...» E ancora: «Poscia cozzarono i bicchieri, poscia sulle nostre carrozze piovvero di nuovo i fiori, poscia la notizia che Gabriele D’Annunzio avea largito generosamente un importo per il ginnasio di Pisino corse dall’uno all’altro e ringagliardì la gratitudine e fece più clamoroso l’entusiasmo». (s.m.)

L’Austria temeva i garibaldini a Fiume»
Il diario del papà di Carlo, l’ammiraglio Romano, inviato nel 1860 in Quarnero con la fregata Donau
TRIESTE «La fregata Donau fu poscia richiamata nelle acque dell’Adriatico e durante l’inverno ebbe la dura incombenza di rimanere in crociera in Quarnero essendosi sparsa la notizia che i garibaldini avessero divisato uno sbarco a Fiume. Terribile fu l’esistenza a bordo durante questa missione. Predominanti in quell’inverno i venti di bora e di scirocco, una notte scoppiò un uragano che metteva in pericolo la fregata». È un passo dell’autobiografia di Romano Baxa, (il padre di Carlo) medico, ma soprattutto ammiraglio dell’Imperial regia marina austro-ungarica che allora temeva che la spedizione dei Mille proseguisse addirittura in Quarnero. È nel 1860 che Romano Baxa ottiene il suo terzo incarico sulla fregata a eliche «che ebbe la destinazione di presentarsi dinanzi a Napoli a disposizione del re delle Due Sicilie minacciato in quel tempo dai garibaldini. Ritiratasi la Corte napolitana a Gaeta, prese anche la nostra fregata quella direzione e rimase costì a disposizione di Re Francesco per più settimane». Quando scoppia la terza guerra per l’indipendenza dell’Italia, nel 1866, Romano Baxa dirige una «divisione d’ammalati all’ospitale di marina a Pola». Racconta: «Non tardò molto e il cholera morbus scoppiò a bordo dei bastimenti della nostra flotta che dopo la battaglia di Lissa ancorò nel canale di Fasana. Nuove cure e molte difficoltà mi si affollarono pel collocamento dei colerosi all’ospitale e pelle misure profilattiche onde tenere libera la guarnigione e la città dall’invasione ed estensione di questa terribile epidemia. Le mie fatiche furono però coronate da un successo soddisfacente assai, inquantoché Pola rimase libera da questo flagello». In un post scriptum Romano racconta come gli prese la passione per la medicina. «Ebbi dodici anni del cammin di mia vita allorché giuocando con miei coetanei sotto la vecchia loggia di Lindaro, uno strepitar di aperto trotto di cavalli attrasse la mia attenzione: due cavalieri giovani, simpatici, passarono rapidamente per via, poi improvvisamente sostarono avanti la casa Lupetina (dippoi acquistata da Teodoro Baxa). Erano questi due giovani medici: il dottor Giacich e il chirurgo Mrach che si recarono a Lindaro per eseguire un’operazione di cataratta alla vecchia signora Lupetina». (s.m.)

735 - La Voce del Popolo 18/11/11 Isola - L'Unità d'Italia e l'Adriatico orientale:un'intensa giornata di studio a Isola

Studiosi di diversi profili riuniti a Palazzo Manzioli
L’Unità d’Italia e l’Adriatico orientale: un’intensa giornata di studio a Isola
ISOLA – Qual è stato il ruolo svolto dagli intellettuali istriani e dalmati all’interno del processo dell’unificazione italiana, e quali sono state, nello specifico, le loro prese di posizione, i sentimenti nutriti nei confronti di ciò che avveniva sull’altra sponda del mare? In quale misura e come hanno contribuito al Risorgimento e agli sviluppi futuri dell’idea nazionale italiana? Qual è stata la risposta e l’atteggiamento osservato dai loro “colleghi” sloveni e croati? Se ne parla, tra gli altri argomenti che verranno tratti, oggi (inizio allo ore 9) a Palazzo Manzioli, a Isola, nell’ambito di un’intensa giornata di studio intitolata “L’Unità d’Italia e l’Adriatico orientale. Il ruolo degli intellettuali (1859-1870)”, ideata dalla Società di studi storici e geografici di Piano, quale momento di sintesi, approfondimento e riflessione nell’ambito delle celebrazioni del 150.esimo dell’Unità d’Italia.

Interverranno studiosi e ricercatori italiani, croati e sloveni di diverso profilo e ambiti d’interesse; il convegno si articolerà attraverso una serie di percorsi tematici e sezioni. Nella parte dedicata al contesto storico-politico (ore 9.30 – 11), presieduta da Adriano Papo (Associazione Culturale italoungherese “P. P. Vergerio”, Duino Aurisina), si susseguiranno le relazioni di Carlo Ghisalberti (Università “La Sapienza”, Roma), Governo ed opinione pubblica dell’Italia appena unifi cata di fronte ai problemi dell’Adriatico orientale; Almerigo Apollonio (Società di studi storici e geografici, Pirano), La classe politica liberale di Trieste e dell’Istria negli anni dell’unifi cazione italiana; e Gino Ruozzi (Alma Mater Studiorum – Università di Bologna), L’Unità d’Italia di Niccolò Tommaseo. Dopo il dibattito, i lavori riprenderanno – presiede Kristjan Knez (Società di studi storici e geografici, Pirano, ore 11.30 – 13.30) – con la sezione “Gli intellettuali” e con i saggi di Alberto Brambilla (Université de France-Comté, Besançon), Lingue, popoli e confini nel pensiero di G. I. Ascoli; Fulvio Salimbeni (Università di Udine), Prospero Antonini e il confine orientale d’Italia: la riflessione storica d’un patriota friulano tra II e III guerra d’indipendenza; Antonio Cernecca (Milano), Tomaso Luciani in Italia tra l’Unità e il 1866: l’attività intellettuale e politica; Michele Pietro Ghezzo Tardivo (Società Dalmata di Storia Patria, Venezia), “Nessun pugna per te? non ti difende/Nessun de’ tuoi? L’armi, qua l’armi: io solo/Combatterò, procomberò sol io”. Il ruolo dei Dalmati universitari padovani nell’Unità d’Italia.

Seguirà la discussione e nel prosieguo, sotto il titolo de “I letterati e l’Unità d’Italia (15.30-17, presiede Nives Zudič Antonič (Università del Litorale, Capodistria), parleranno: Fulvio Senardi (Istituto Giuliano di Storia, Cultura e Documentazione, Trieste), su Giuseppe Revere: impegno risorgimentale e nostalgie adriatiche; Nedjeljka Balić-Nižić (Università di Zara), con Riflessioni letterarie sul Risorgimento nei periodici dalmati (1859-1870); Sanja Roić (Università di Zagabria), con Uno dei mille guarda a est: ‘cose’ dalmate e montenegrine nell’opera di Ippolito Nievo; e Živko Nižić (Università di Zara), con “Lissa e l’i.r. viceammiraglio Tegetthoff” (1867), poemetto di Marco Antonio Vidovich. “Italiani e Slavi meridionali dell’Impero asburgico: aspirazioni e contrapposizioni” è l’ultima “pagina” proposta al simposio che, dalle 17.30 alle 19.30 (presiede Carlo Ghisalberti, Università “La Sapienza”, Roma), vedrà l’apporto di: Branko Marušič (Nova Gorica), Gli Sloveni e il Risorgimento italiano; Milan Pahor (Biblioteca nazionale slovena e degli studi, Trieste), Gli Sloveni a Trieste: dalla nascita dello Slavjansko društvo nel 1848 attraverso l’istituzione della Slavjanska čitalnica nel 1861 sino alla Società politica Edinost nel 1874; Salvator Žitko (Società storica del Litorale, Capodistria), I riflessi dell’Unità d’Italia e le opinioni del giornale triestino “Primorec” di Vekoslav Raić negli anni Sessanta del XIX secolo; e infine Kristjan Knez (Società di studi storici e geografi ci, Pirano), Storia ed erudizione “contro le pretensioni carnioliche”. La difesa dell’autonomia di Trieste e dell’Istria e il movimento nazionale sloveno e croato (1865-1871).

Il convegno scientifico internazionale viene promosso e organizzato dalla Società di studi storici e grografici di Pirano, in collaborazione con la Comunità autogestita della nazionalità italiana di Isola, la piranese Comunità degli Italiani “Giuseppe Tartini”, la CI “Santorio Santorio” di Capodistria, il Centro italiano di promozione, cultura, formazione e sviluppo “Carlo Combi”, anch’esso di Capodistria e l’Associaizone culturale italoungherese del Friuli Venezia Giulia “Pier Paolo Vergerio” di Duino Aurisina (Trieste), con il patrocinio e il supporto dell’Unione Italiana, il patrocinio scientifico dell’Università del Litorale – Facoltà di Studi Umanistici – Dipartimento di Italianistica (Capodistria), del Centro di ricerche storiche di Rovigno e del Comitato di Trieste e Gorizia dell’Istituto per la Storia del Risorgimento italiano. Inoltre, si avvale pure del contributo finanziario della CAN di Isola, della CI “Santorio Santorio” (nell’ambito dei programmi cultutrali della CAN di Capodistria, della CI “Giuseppe Tartini” (nell’ambito dei programmi cultutrali della CAN di Pirano), del Centro “Carlo Combi” e del Ministero della Cultura sloveno. Nel comitato scientifico figurano Kristjan Knez (presidente della Società di studi storici e geografici, Pirano), Fulvio Senardi (Istituto Giuliano di Storia, Cultura e Documentazione, Trieste), Nives Zudič Antonič (Università del Litorale, Capodistria) e Salvator Žitko (Società storica del Litorale, Capodistria/Società di studi storici e geografici, Pirano), mentre in quello organizzativo Agnese Babič (CAN di Isola), il succitato Knez, Mario Steffè (CI “Santorio Santorio”, Capodistria), Roberta Vincoletto (Centro italiano di promozione, cultura, formazione e sviluppo “Carlo Combi”, Capodistria), Silvano Sau (CAN di Isola), Fulvia Zudič (CAN di Pirano).

736 - Secolo d'Italia 16/11/11 Trieste - Dalmati una mostra che farà discutere

DALMATI UNA MOSTRA CHE FARA' DISCUTERE

SI INAUGURA OGGI A TRIESTE E VERTE SULLE POPOLAZIONI ILLIRICHE

Matteo Signori
I Dalmati italiani di Trieste hanno messo molta carne sul fuoco in una mostra che occupa i piani alti dell`ampio Museo della Civiltà istriana, fiumana e dalmata, in via Torino 8 (da oggi, 16 novembre, al 28 dicembre con orario 10-13 e 15-19). Sono messi in risalto alcuni argomenti sottovalutati perfino da molti specialisti della materia, come l`esistenza delle bugne di Dalmazia, costruzioni risalenti all`età del ferro che si trovano disseminate in tutti i territori occupati dagli antichi Illiri in Dalmazia e in Italia. Costituiscono uno spunto importante per sottolineare
che gli Illiri non erano diffusi solo in Dalmazia e nei Balcani ma anche su tutta la costaitaliana dell`Adriatico. Infatti, Istri, Veneti, Piceni, Peceuzi, Dauni, Messapi e Salentini sono popolazioni illiriche stanziate in Istria, nella Val Padana, dalle Alpi
nord-orientali al Po (la città di Adria allora sul delta del Po era il più importante
porto italico che diede il proprio nome al mare Adriatico), nelle Marche, in Abruzzo e in tutta la Puglia.
La mostra sottolinea che è duro a morire, anche se scientificamente smentito da un secolo, il tentativo di Ljudevit Gaj, l`inventore dei segni diacritici degli alfabeti slavi, che fondò l`illirismo, il fortunato movimento politico basato sul falso mito che gli Illiri fossero i progenitori dei popoli slavi, che arrivarono invece in Europa tre secoli dopo che gli Illiri si erano fusi con i Romani. La felice fusione di Illiri e Romani in Dalmazia è testimoniata dal fatto che questi due popoli diedero un numero considerevole di imperatori dell`Impero romano d`Occidente - secondo alcuni studiosi sarebbero ben 33! - a partire dal grande Diocleziano nativo di Salona, che regnò dal suo palazzo nell`odierna Spalato, fino a Giulio Nepote, il cui assassinio nel 480 d.C.,
avvenuto nel Mausoleo di Diocleziano, segna contemporaneamente la fine dell`Impero
romano d`Occidente, dell`Evo antico, e la conseguente nascita del Medioevo.
Già questo aspetto desta imbarazzo in molti denigratori della romanità che vorrebbero che l`Impero fosse finito a Ravenna nel 476 con Odoacre che spedì agli ozi di Capri l`imbelle imperatore bambino, chiamato ironicamente Romolo Augustolo. In realtà, ancora per quattro anni il vero imperatore e re di Dalmazia Giulio Nepote continuò a combattere le invasioni dei barbari ai confini della Dalmazia romana che arrivavano, al tempo, fino alla Drina ed alla Sava e in certi periodi fino al Danubio.
Spostare di quattro anni una data storica cosi importante è uno degli ambiziosi obiettivi dei ricercatori della fondazione Rustia Traine, con il rischio di rendere scomodi anche intellettualmente gli Italiani di Dalmazia che già non sono politically correct. Come se ciò non bastasse, la mostra pone un interrogativo sul ruolo svolto dai linguaggi quali il dalmatico, il veneto ed il messapico nella formazione della lingua italiana. Viene riaffermato con forza poi il fatto che la Serenissima Repubblica di Venezia non occupò mai l`Istria e la Dalmazia ma
fu chiamata dalle città illirico-romane dell`Adriatico orientale che non erano state espugnate dagli Avari con al seguito molte tribù slave, per essere difese dalla pirateria praticata anche a fini politici dalle popolazioni danubiane confluite
nell`Impero. Viene riprodotto un famoso quadro della partenza da Venezia del doge Pietro Orseolo II nel giorno dell`Ascensione dell`anno mille, che sarà accolto ad Ossero (allora capoluogo delle isole di Cherso e di Lussino) fino a Cattaro come alleato e salvatore dell`indipendenza e dell`identità culturale latina di molte città e isole della Dalmazia.
Non viene risparmiata una frecciatina ai 150 anni dell`unità d`Italia. Nel 1861 mancavano infatti allo Stato unitario Roma ed una parte del Lazio, Modena, il Veneto, la Venezia tridentina, il Friuli Venezia Giulia, l`Istria e quella parte della Dalmazia italiana. La mostra è dedicata correttamente alla costituzione del Regno d`Italia e non a un`unità che non esisteva. Viene ricordata anche la costituzione nel 1806 del primo moderno Regno d`Italia di Napoleone Bonaparte, con capitale Milano, che includeva nel suo territorio l`intera Dalmazia e l`attività bellica del Real Reggimento dalmata che combatté fedelmente sotto le insegne tricolori fino alla fine, avvenuta nel 1814.
Un altro elemento poco conosciuto è rappresentato dai tre esodi che decimarono la presenza degli Italiani in Dalmazia. Il primo esodo fu voluto dall`Impero asburgico che esiliò fino dal 1848 i patrioti veneti di Dalmazia accorsi con un`intera Legione e con il sebenicense Niccolò Tommaseo, ministro della Pubblica Istruzione, a sorreggere la sfortunata insurrezione veneziana di Daniele Manin e tutte le successive tappe che portarono alla snazionalizzazione della Dalmazia. Nel 1861 gli 84 podestà e sindaci erano tutti appartenenti alla componente veneta dalla Nazione dalmata, eliminati quasi tutti entro il 1918, anno in cui cessava di esistere il Regno di Dalmazia insieme all`Impero austro-ungarico. Il secondo esodo è rappresentato dall`azione corrosiva del Regno di Jugoslavia, attuata tra il 1920 e il 1940. Per finire con il terzo esodo attuato con il terrore delle Foibe, attuato dai comunisti di Tito del 1945.
Nuovi interrogativi sull`origine della lingua italiana. I tre esodi provocati da Austria, Regno di Jugoslavia e regime comunista di Tito

737 - La Voce in più Dalmazia 12/11/11 Cultura - Rivista dalmatica «a quota 100»

CULTURA Celebrato il centesimo fascicolo dalla terza uscita del 1953

Rivista dalmatica «a quota 100»

di Dino Saffi
Poche riviste in Italia, ma anche sulla costa orientale dell'Adriatico, continuano ad uscire ad oltre 110 anni dalla loro fondazione. Per festeggiare il centesimo fascicolo dal 1953 la Rivista Dalmatica è uscita con un numero doppio, che riunisce il terzo e il quarto del 2010. Ori­ginale il modo di ricordare la ri­correnza: sono state pubblicate semplicemente le tre presenta­zioni fatte dalle direzioni alla pri­ma uscita nel 1899, alla seconda nel 1922 dopo la fine della Prima guerra mondiale e alla terza del 1953 a Venezia dopo l'esodo, che documentano chiaramente ed effi­cacemente gli scopi e gli intendi­menti dei promotori, dei direttori e di tutti i redattori e i collabora­tori. Sono presentazioni che ov­viamente risentono del momen­to storico in cui sono state scrit­te, con plausibili voti augurali nel 1899, piena di speranze nel 1922 elencando la produzione giorna­listica dalmata, mentre quella del 1953 riflette la drammatica di­spersione e il dolore dell'esilio.
LA TENACIA DELLE GENTI DALMATE La presen­tazione attuale, pertanto, rileva la redazione della Rivista Dalmati­ca, vuol soltanto testimoniare la tenacia e l'amore delle genti dal­mate per la loro terra e la perseve­ranza nel continuare nell'opera di diffusione storico-culturale che evidenzi la singolare specificità della Dalmazia. E quest'opera di diffusione continua ancor oggi. Nonostante sia stampata lonta­no dalla terra di riferimento que­sta Rivista conserva intatto il suo prestigio e si pone come un im­portante anello di congiunzione tra le due sponde dell'Adriatico. È inoltre un punto di riferimento per la storia, quella vera, non vi­ziata dai miti, della terra dalmata nei secoli andati. E pertanto an­che il mondo culturale croato do­vrebbe seguirla con attenzione. La cultura della Dalmazia attua­le, infatti, non può fare a meno del suo passato autentico e non mitologico.
UN IMPORTANTE TRA­GUARDO Hanno inviato lettere alla Rivista per congratularsi dei raggiungimento del centesimo numero della terza serie il pre­sidente della Federazione Italia­na Editori Giornali e Carlo Ma­linconico Castriota Scanderbeg e una delle leggende dell'italianità dalmata, Ottavio Missoni. Car­lo Malinconico Castriota Scan-derbeg ha espresso nella missiva
i suoi più vivi rallegramenti per l'importante traguardo raggiunto e ha augurato alla Rivista "ogni successo nella sua preziosa fi­nalità di raccolta di testimonian­ze storiche e di mantenimento di legami culturali e affettivi con la terra di Dalmazia".
TESTIMONIANZA Ottavio Missoni nella sua lettera, com­piacendosi per l'impegno della redazione, si è unito all'unanime plauso dei lettori. L'augurio del noto stilista è che la Rivista "ab­bia ancora lunga vita grazie alla testimonianza dei dalmati e l'at­tività dei dalmatofili che non da oggi partecipano alla nostra, che è anche la loro impresa ideale: far conoscere ed illustrare la Dalma­zia. Non potrebbe essere diversa­mente per una terra che conqui­sta chiunque l'avvicini; carica di una storia antica ed illustre che si rivela nei suoi splendidi monu­menti e per l'atmosfera che vi si respira in un concerto di colori, odori e sapori, di mare, di sassi e di sole... e di amore".
LETTERE E SCIENZE An­che se le presentazioni del 1899, del 1922 e del 1953 risentono del momento storico in cui sono state scritte, essere proprio per questo si rivelano una fonte importante per capire gli stati d'animo delle genti dalmate di spirito e cultu­ra italiane in quei frangenti sto­rici. Nella presentazione del nu­mero del 1.mo maggio 1899, edi­to a Zara, si rileva l'opportunità della pubblicazione di un perio­dico, che, "accogliendo gli scrit­ti di quanti dalmati hanno amo­re alle lettere, alle scienze e alle arti", mostri "nei limiti possibi­li, il meglio della coltura lettera­ria, artistica e scientifica del no­stro paese; e che, alieno da basse passioni e da grette mire di par­tito", sia campo aperto "a chiun­que con serietà d'intendimenti e con serenità di giudizio faccia ar­gomento di studio la nostra sto­ria, tanto civile, quanto ecclesia­stica e letteraria, illustri i nostri monumenti e discuta le questio­ni economiche per noi più vita­li, ricercandone lo scioglimento con disquisizioni minute, sorret­te dalla pratica e illuminate dalla scienza". Parole queste "sempre­verdi", che potrebbero essere sta­te scritte oggi e che evidenziamo come cultura e scienza non sfio­riscano mai. Va rilevato che il primo numero del gennaio 1899 uscì a Zara per i tipi dell'editore Enrico de Schònfeld, per iniziati­va del podestà Luigi Ziliotto, sotto la direzione dello storico Vita­liano Brunelli.
ZARA, SPALATO E RA­GUSA Nella presentazione del 1.mo gennaio 1922 si sottolinea che Zara è stata sempre, a parti­re dall'Ottocento, "il centro del­le lettere italiane della Dalmazia e, dopo Zara, Spalato e Ragusa; e Zara vorrebbe mantenersi ancora quest'onore". "Sotto l'Austria, le nostre Riviste letterarie, soffriva­no d'intermittenza; faccia l'Italia che questa di Zara, erede di tan­te altre e di tanti studi pregevoli, prosperi, cresca e fiorisca a van­taggio di tutti gli Italiani, che tro­veranno nel passato della Dalma­zia cose degne di plauso e forse d'imitazione", è l'auspicio della Direzione.
LA RISURREZIONE E arri­viamo alla terza "rinascita", quel­la del settembre 1953 a Venezia, sotto gli auspici dell'Associazio­ne nazionale dalmata di Roma. Stavolta la vita è più dura, perché Zara è ormai lontana ed è iniziato il cammino dell'esilio. Nella pre­sentazione di Ildebrando Tacco­ni si sottolinea che "questa nostra Rivista non è una vita che nasce, è una risurrezione; è un vecchio vessillo lacero e stinto, passato per tante battaglie, che noi raccoglia­mo, fra i resti di un mondo travol­to, con uno scopo preciso". "Cinquant'anni di combattiva esisten­za, come espressione di un popo­lo di là dall'Adriatico", evidenzia Tacconi, conferiscono alla Rivista l'autorità di parlare "in nome del­la nostra terra, straniata", dove "i morti e le pietre rimangono soli a testimoniare del genio di tutta una gente che vi ha lasciato un'orma che nessuna violenza potrà mai cancellare".
VENEZIA E LA DALMA­ZIA E il numero doppio, che riu­nisce il terzo e il quarto del 2010, con i suoi articoli non manca di porre in risalto situazioni storiche, culturali, artistiche che delinea­no appieno il quadro tracciato più sopra. Così Arturo Carlo Quintavalle nel contributo intitolato "Ve­nezia prima di Venezia" ricorda i profondi legami che già nell'Alto Medioevo legavano le lagune ve­nete e le coste dalmate e istriane.
Massimo Tomasutti si soffer­ma invece sul mito dell'antica "fe­deltà" dalmata alla Repubblica di Venezia. Questo mito ha oggi una sua basilare funzione "connetti­va" all'interno della società vene­ta e veneziana: è uno strumento di "resistenza" politica e cultura­le per quei dirigenti e gruppi so­ciali "veneziano-centrici" che non volevano, e che non vogliono, far­si sommergere dall'azzeramento identitario prodotto dalle loro re­altà presenti e dalla crisi di senso delle loro supposte appartenenze e relazioni storiche "naturali".
RINASCIMENTO Giacomo Scotti scrive, invece, della pittura in Dalmazia e in Istria nel Rina­scimento. Rileva che quella fase storico-culturale che si è svilup­pata in Italia e che è nota con il termine di Rinascinento non potè non riflettersi anche oltre l'Adria­tico, nei territori di antica roma­nità e di cultura italiana, in parti­colare nei possedimenti della Re­pubblica di Venezia che correva­no fino all'Albania settentrionale, producendo incalcolabili benefici effetti di "rinascita" in tutti i cam­pi della cultura. Sante Rossetto si occupa, invece, del contrabban­do e dei contrabbandieri all'epoca della Serenissima. Gastone Coen si sofferma sulla moda, i diverti­menti, le satire e i panegirici nel periodo in cui la Dalmazia fu in mano napoleonica. Francesca Pivirotto e Lorenzo Maggi fanno il punto sul Natale di sangue a Zara. Tullio Vallery rievoca il novembre del 1947 a Zara.
ITALIANI E CROATI Jurica Pavicic parla invece della real­tà economica e sociale della Dal­mazia odierna, dei giganti indu­striali dell'epoca socialista e di "quell'utopia" relativa alla possi­bilità di poter fondare lo sviluppo esclusivamente sul turismo e sulla nautica da diporto.
Nel suo saggio Luciano Monzali fa il punto sui rapporti tra ita­liani e croati stretti fra passato e presente. Monzali sottolinea che le somiglianze fra questi due po­poli derivano da una lunga storia comune. La tendenza ad accentua­re la differenziazione politica, cul­turale e sociale si afferma, invece, nel corso dell'Ottocento. Secondo Monzali, la fase storica dell'anta­gonismo politico italo-croato, ini­ziata con le lotte nazionali del­la seconda metà dell'Ottocento, è quindi terminata con l'adesione della Croazia all'Alleanza atlanti­ca. Una migliore reciproca cono­scenza fra italiani e croati, inoltre, favorisce non solo una più effica­ce collaborazione fra i due popo­li, ma aiuta anche una maturazio­ne della cultura croata, aprendola maggiormente al confronto pacifi­co con le altre tradizioni naziona­li europee.
ESODO Giuliano De Zorzi si sofferma sulla Cappella di San Demetrio a Zara. Elio Trifari, in­vece, ci parla di Giovanni Raicevich da Lagosta, campione mon­diale di lotta greco-romana a varie riprese dal 1907 al 1930. E infine questo numero doppio ci regala altri servizi interessanti: sulla do­nazione a Venezia della collezione di quadri dello zaratino Ferruccio Mestrovich, sui temi dell'esodo e delle foibe presentati nelle scuole dei Castelli Romani. Nell'insieme di carne sul fuoco ce n'è tanta, più che sufficiente a celebrare degna­mente un significativo anniversa­rio.

738 – La Voce in piú Dalmazia 12/11/11 Italiani a Spalato: una resistenza tenace da diciannove anni di nuovo allo scoperto

Dopo il 1943 viene cancellata ogni forma istituzionale di matrice italiana.
Com’è stato ricominciare nel novembre del 1992? Ce ne parla Mladen Čulić Dalbello
Italiani a Spalato: una resistenza tenace da diciannove anni di nuovo allo scoperto
di Ilaria Rocchi
Una passione autentica per la grande cultura italiana e dalmata, colitvata nel privato, ma anche pubblicamente, e ciò sia a livello scientifico, con una lista lunghissima di pubblicazioni, sia come impegno per la sua diffusione e piena valorizzazione. Mladen Čulić- Dalbello è il presidente e il fondatore della Comunità degli Italiani di Spalato, avvenuta nel novembre del 1992. D’altronde, Čulić-Dalbello si è adoperato con tenacia per la salvaguardia della cultura italiana nella città di Diocleziano e nel resto della Dalmazia. Un merito, quest’ultimo, che gli è valso il titolo di Cavaliere della Repubblia Italiana.
Una realtà a sé stante, incastonata in un territorio tradizionalmente misto, in cui per secoli latini e slavi hanno convissuto fianco a fianco e in armonia, prima sotto l’egida della Repubblica di Venezia, poi, dal 1797 al 1918 sotto il dominio asburgico. Quando nel multietnico Impero austroungarico si svilupparono i nazionalismi, questi arrivarono a intaccare anche la convivenza sulle sponde dell’Adriatico orientale.
Le grandi cesure avvennero prima con la politica della snazionalizzazione attuata dal fascismo, e poi con le persecuzioni anti-italiane perpetrate dagli jugoslavi titini, con effetti devastanti. L’esodo degli italiani di Dalmazia iniziò ben prima dell’occupazione militare jugoslava: i violenti bombardamenti di Zara e Spalato, concentrati principalmente su obiettivi civili ed industriali spinse, fra il 25 luglio e l’8 settembre del 1943, una gran massa di connazionali a lasciare la regione.
A Spalato c’erano 1.800 italiani autoctoni e circa 2.000 italiani provenienti dalla Penisola. Fra Zara e Sebenico vi erano 22.000 italiani autoctoni e 13.000 italiani quivi trasferitisi per motivi di lavoro. Negli anni successivi alla firma del Trattato di Pace rimasero in pochissimi. Il grosso aveva scelto la via dell’esodo, dando vita e organizzandosi attraverso una serie di associazioni in Italia finalizzate al recupero e alla salvaguardia della memoria storica.
Per decenni non vi sono stati contatti – non almeno a livello ufficiale – con la terra d’origine. Tra le prime a muoversi è stata la Fondazione Rustia- Traine di Trieste, presieduta da Renzo de’ Vidovich, che ha promosso, dopo la dissoluzione dell’ex Jugoslavia, progetti culturali.
Ridotti al lumicino, a un’esigua minoranza, guardati con diffidenza dalla maggioranza, per anni “isolati” fisicamente e nelle relazioni dal grosso della Comunità nazionale italiana presente in Istria, a Fiume e isole, hanno cominciato a dare i primi segnali di una insperata vitalità circa vent’anni fa, sulle ali della speranza dettata dai cambiamenti politici in Croazia.
Un passato glorioso alle spalle, un territorio disseminato di vestigia dell’antica civiltà romana – con resti di fori, templi, basiliche, terme, palazzi, chiese –, di leoni marciani che, qua e là, hanno resistito alla furia devastatrice di chi voleva cancellare un’identità e un’eredità... Un mare di cultura e di storia; non altrettanto in quanto a presenza viva.
Non dev’essere stato facile reinventarsi. Le critiche e le contestazioni sono facili. Ne parliamo con Mladen Čulić- Dalbello. Nato a Spalato, il 30 agosto 1943 – da Maria Dalbello, di origine italiana, e Giuseppe Čulić, spalatino, professore di Liceo messo in pensione anzitempo, a causa delle sue idee, avverse al regime comunista dominante –, terminate le elementari, passa a Zagabria, al Liceo dei padri Gesuiti, per laurearsi quindi in Giurisprudenza.
Dopo una parentesi trascorsa come legale, presso una ditta di costruzioni di Spalato che operava all’estero, divenne “concipiente” per tre anni presso due grossi studi legali di Spalato e, in seguito, sostenne, nel 1972 a Zagabria, il relativo esame per diventare avvocato e magistrato. Fu per un anno l’unico giudice per tutta la giurisdizione dell’isola di Lesina.
”Lasciai la professione di giudice per ragioni riguardanti i miei concetti morali ed ideologici, per dedicarmi alla libera professione di avvocato nella città di Spalato, diventando anche l’interprete giurato giudiziario per la lingua italiana – racconta Čulić-Dalbello –. Poiché la laurea in giurisprudenza mi era sì riconosciuta dallo Stato italiano, ma non mi serviva a usi pratici, mi iscrissi a Padova all’Università, Facoltà di lingue e Letterature straniere, anche perché mi ero sempre occupato di storia del diritto e delle lingue. L’esito degli esami, brillantissimo, mi fece continuare con entusiasmo i nuovi studi, che conclusi nel giugno 1985, relatrice la professoressa Iolanda Marchiori e correlatore il professor Iginio De Luca.
La tesi di laurea verteva su un grande studioso di lingua croata, prima poco noto, il gesuita italiano Ardelio Della Bella, nato a Foggia e morto a Spalato, che scrisse, pur essendo italiano il monumentale ‘Dizionario Italiano - latino - illirico’ nel 1728, una ‘Grammatica della lingua illirica (croata)’ nonché ‘Le prediche e i discorsi’ in detta lingua, civilizzando così quei popoli ora impegnati in una guerra crudele tra di loro”.
La tesi fu poi pubblicata a Brescia nel maggio 1992. Due lauree, dunque, e 25 anni di lavoro: giuridico, quello di linguistica e traduttore e quello di storico. Oltre a ricostituire la Comunità degli Italiani di Spalato, ha animato pure la costituzione della “Dante Alighieri” nella medesima città dalmata.
Già dopo la Prima, ma in maniera determinante dopo la Seconda guerra mondiale, la presenza italiana in Dalmazia viene quasi cancellata. Com’è stato vivere da italiani a Spalato in tutti questi decenni prima dei cambiamenti democratici che hanno reso possibile la ricostituzione della Comunità? Come si esprimeva l’italianità?
Dopo il 1943 a Spalato termina l’esistenza formale di ogni struttura che rappresentasse l’Italia e l’esistenza di italiani autoctoni, a differenza di Zara, dove fino addirittura al 1954 ci fu ancora una scuola italiana, almeno formalmente. Non esisteva a Spalato alcuna possibilità di manifestare pubblicamente la propria appartenenza nazionale italiana. La conservazione della lingua italiana fu possibile solo “di nascosto”, oppure nell’ambito familiare, come avvenne nel mio caso.
Qual era l’atteggiamento delle autorità e degli Spalatini della “maggioranza” nei confronti degli italiani?
Gli spalatini italiani, esigui di numero, erano visti con sospetto, come “nemici del popolo” e “fascistoidi”. Io stesso ho patito questa condizione, soprattutto perché un mio zio, fratello di mia madre (Ermenegildo Dalbello) fu torturato e ucciso dai partigiani di Tito nel 1943 per la sua professione di italianità, e tutto il suo patrimonio gli fu confiscato.
Qualche anno dopo Zara, rinascerà anche la Comunità degli Italiani di Spalato, che la vedrà tra i promotori, in prima linea. Che ricordi ha di quei tempi? È stato difficile, avevate dei problemi, quali i maggiori?
La Comunità di Spalato fu rifondata nel novembre del 1992 in un clima di grande incertezza. C’era la grande volontà di ricostituire la Comunità, ma c’era anche il timore di essere bollati di irredentismo. All’epoca esercitavo la professione di avvocato e avevo quindi la possibilità di muovermi più liberamente. I problemi erano molti: trovare una sede (in via Baiamonti 4, ndr), di cui mi arrogo il merito, avere contributi economici e, soprattutto, il sostegno degli italiani spalatini, ormai pochissimi. Occorreva ripristinare e creare un senso di appartenenza alla nazionalità italiana.
Avevate il sostegno e/o la comprensione del Comune? Chi vi appoggiava all’epoca e chi oggi?
Il Comune di Spalato e le autorità statali non ci hanno aiutato, ma non ci hanno neppure ostacolato.
All’epoca, come oggi, la forza della Comunità stava nei soci, dei quali circa una trentina sono morti. L’Unione Italiana e l’Università Popolare di Trieste ci appoggiavano allora e ci appoggiano anche oggi. Nel novembre del 1992 vennero a Spalato per suggellare la fondazione della nostra Comunità.
C’erano i presidenti dell’UI Giuseppe Rota e Maurizio Tremul, il direttore dell’UPT Alessandro Rossit e, in rappresentaza degli Esuli, l’on. Renzo De Vidovich. In quell’occasione la delegazione non fu ricevuta dal viceconsole d’Italia a Spalato, ma da un cancelliere dello stesso Consolato. L’episodio ci scoraggiò parecchio.
Quanti soci c’erano all’epoca e quanti ce sono oggi? E, soprattutto, chi sono gli italiani di Spalato?
All’atto della fondazione della Comunità i membri erano circa una sessantina. Oggi ne contiamo circa duecento. Questi numeri sono reali, a differenza di altri sodalizi, dove tali cifre sono “elastiche”. Gli italiani di Spalato vivono per lo più nella città vecchia, nel centro storico. Sono di molteplici professioni, come pure fasce d’età, anche se gli anziani sono purtroppo predominanti, ma non per colpa nostra.
Quale tipo di attività riuscite a svolgere? Quali le difficoltà che vi trovate ad affrontare?
Noi teniamo principalmente corsi di lingua italiana. Ci sono quindi le conferenze, con relatori che affrontano argomenti attinenti alla realtà dalmato-italiana, tavole rotonde, proiezioni di film in italiano. Abbiamo inoltre costituito in seno alla CI un quartetto di violini intitolato “Bozzotti”, dal nome del grande compositore italiano che visse in Dalmazia nell’Ottocento. Vengono allestiti concertini vocali da camera, eseguiti dall’ottetto vocale “Chorus Spalatensis”, con un repertorio che abbraccia brani dei maestri italiani, con il testo in italiano, che operavano nel Duomo di Spalato come “regens Chori” (per esempio Pellizzari, Cecchini, “et alii”).
I problemi, paradossalmente, ce li creano quelli che dovrebbero essere i nostri sostenitori, i quali creano speciose occasioni di critica, esercitata con malafede, con la quale ci si accusa di inerzia e di “totale inefficienza”. In questo modo infangano l’intero mio operato e quello degli altri soci di questi vent’anni dedicati volontariamente al progresso di questa Comunità in Dalmazia.
Collaborate con il Consolato e con la Società “Dante Alighieri”. E con gli esuli?
Con il Consolato d’Italia a Spalato abbiamo sempre avuto rapporti ottimi. I consoli hanno frequentato la nostra sede, ci hanno sostenuto moralmente, per quanto potevano, e hanno apprezzato i nostri sforzi. Citerò, ad esempio, ciò che il console Augusto Vaccaro ebbe modo di scrivere ai membri della CI: “Colgo l’occasione per ringraziare il Presidente della Comunità di Spalato per il continuo e generoso lavoro d’insieme, che giornalmente e assiduamente svolge per voi tutti della Comunità”.
Le occasioni di collaborazione sia con la “Dante” che con gli esuli esistono. Ma, soprattutto con questi ultimi, non siamo disposti ad accettare le calunnie offensive che ultimamente stiamo sopportando!
La CI è intestata all’abate Francesco Carrara, sacerdote, patrizio, al quale si deve l’inizio degli scavi a Salona e le prime ricerche sulle tradizioni popolari dalmate. Come mai si è scelta questa figura per dare un nome alla CI?
Ho voluto intitolare la Comunità di Spalato a Francesco Carrara, italiano, spalatino, ecclesiastico, storico, archeologo, perché nelle sue opere sostenne scientificamente l’esistenza di 16mila Italiani in Dalmazia nel XIX secolo. Dimostrava così come l’autoctonia del “corpus italiano-dalmata” fosse slegata alle tesi delle più tardi ideologie fasciste e irredentiste.
Che cosa chiedete per il futuro? Zara ha voluto e sta per ottenere l’asilo, mentre ora pensa addirittura a una casa dell’anziano. Anche la CI di Spalato si muoverà in questa direzione, ossia cercherà di aprire un asilo italiano?
La Comunità di Spalato si muoverà nella direzione di avere un asilo di lingua italiana nella città. Questo in relazione a un nostro bisogno e a un’aspettativa, e non per imitazione di quanto avviene nelle altre CI.
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Storico e archeologo, espresse il concetto di «nazione dalmata
Sulle orme dell’abate Francesco Carrara
Chi è, dunque, il personaggio che i connazionali spalatini hanno preso come emblema (e nome) della loro associazione?
La risposta, detta in termini brevi, è che si tratta del più autorevole italiano della città, come ebbe modo di scrivere lo stesso Čulić-Dalbello. Nato a Spalato il 16 novembre 1812, l’abate Francesco Carrara studiò nel patrio Seminario grammatica, retorica e filosofia, completando a Zara e Padova il corso teologico. Resosi vacante un posto nell’Istituto di Sant’Agostino a Vienna, si trasferìin quella città ma poi, richiamato in patria, assunse la cattedra riunita di religione e storia universale nell’Istituto filosofico del Seminario vescovile spalatino.
Nominato non molto dopo conservatore dell’Imperial Regio Museo di antichità si occupòprincipalmente di Salona, che rappresentava il più interessante sito archeologico di epoca romana, ancora tutto da riscoprire. Carrara portò alla luce una serie di preziosi oggetti risalenti a vari periodi dell’antichità per cui ottenne la nomina di direttore effettivo del Museo archeologico di Spalato, il primo in tutto l’Adriatico orientale. Nello stesso anno, in settembre, partecipòal IX Congresso degli scienziati italiani a Venezia, parlando di Cesare Cantù
E vi tenne un discorso significativo: “Signori, un dalmata a Venezia, in queste aule –disse –non può non sentirsi commosso. Venezia ci lega ora con vincoli di indissolubile fratellanza, meglio che di vapore o di ferro, al movimento progressista d’Europa, che, qui raccolto, ne mostra il fiore dell’italico cenno e i maestri della gentilezza italiana”.
Il fatto gli costò caro: venne infatti destituito perchéaveva manifestato simpatia per l’eredità del Leone di San Marco, adesione al Risorgimento nazionale italiano e vicinanza ai liberali (il motivo formale addotto dal vescovo di Spalato, che lo licenziò dal posto di maestro dell’Istituto, era che, tornato dall’assise veneziana, “portava, se pur sacerdote, il cappello alla mosca, come i liberali”).
Nel 1852 il Carrara divenne professore al Liceo superiore di Santa Caterina a Venezia. Quale profondo erudito sulle “cose dalmate”, il Ministero di Vienna lo invitòa compilare un’antologia italiana, ad uso dei ginnasi liceali austro-ungarici. Iniziòcosìun’attività che faràdiventare i suoi libri la pietra miliare della “dalmatologia”. Si atteggiò nei confronti della regione come della sua patria; la sua opera fu bene accolta sia dagli autonomisti dalmati (italiani) sia dagli appartenenti al Partito nazionale croato.
Da rilevare che sostenne scientificamente l’esistenza degli italiani autoctoni nella Dalmazia. Fra le sue amicizie si contano l’archeologo triestino Pietro Kandler, il poeta austriaco Johann Gabriel Seidl, il governatore di Trieste, conte Stadion, il famoso egittologo inglese John Gardner Wilkinson... Intrattenne scambi epistolari con Pier Alessandro Paravia (Zara 1797 –Torino 1757), professore torinese di origine dalmata, incoraggiòil giovane Carrara nel proseguimento delle sue ricerche storiche e letterarie, dandogli validi consigli sui temi di ulteriori studi e suggerendogli di non imitare lo stile del Tommaseo, ma di trovarne uno adatto alla propria personalità.
E Carrara fu, per l’appunto amico di NiccolòTommaseo (Sebenico 1802 –Firenze 1872), letterato e lessicografo italiano d’origine dalmata, con cui il nostro intrattenne un intenso carteggio. Grazie all’opera di Carrara lo stesso NicolòTommaseo trovò più facile elaborare postulati e suggerimenti volti alla creazione di una teoria che comprovasse l’esistenza di una particolare nazionalità dalmata, che sebbene fosse frutto di innesti etnici differenti, poteva trovare una ragione di esistere e di operare.
Infatti, l’idea di un particolarismo dalmatico fu mirabilmente descritta da Carrara nel suo libro “La Dalmazia descritta”, dove l’autore espresse il concetto di “nazione dalmata”, secondo il quale in Dalmazia esisteva una popolazione mista italiana e slava che poteva esprimere un’unione di intenti pari a quella di altre nazioni. Carrara, naturalmente, si dichiaròdalmata italiano e il suo libro raggiunse un grande successo presso l’alta societàaustriaca. Lo studioso dalmata fu ricevuto da Metternich in persona e lodato pubblicamente dal potente ministro von Thurn. L’abate studiosi si spense nel gennaio del 1854.

739 – La Voce del Popolo 12/11/11 Speciale Albona, ridente roccaforte istriana tempestata di vere perle di storia

a cura di Roberto Palisca
Spulciando tra scritti, antichi atti d'archivio e vecchie e preziose
riviste dell'Ottocento conservate in biblioteca

Albona, ridente roccaforte istriana tempestata di vere perle di storia
Tanti la descrissero come una piccola e ridente cittadina dell’Istria orientale, situata a metà strada tra Pola e Fiume, in vetta a un colle a 320 metri di altitudine sul livello del mare, circondata da una rigogliosa natura. Ma Albona fu ed è tutt’oggi molto ma molto di più della piccola semplice cittadina che a prima vista può apparire. Menzionata già da Plinio, da Tolomeo e dall’Anonimo Ravennate, era chiamata da natura, per la sua posizione isolata e dominante, ad avere un ruolo importantissimo nella storia dell’Istria e del Quarnerino fin dal lontanissimo passato.
Da un manoscritto di Bartolomeo Giorgini veniamo a sapere tra l’altro: “A voler francamente asserire qual fosse il primiero fondatore d’Albona, o Alvona, secondo la greca pronuncia, ed in qual anno del mondo eli’ avesse il di lei nascimento sarebbe sciocchezza, nonché temerità l’affermarlo; sì, perché l’antichità e picciolezza ne’suoi primordi la rese incognita alle penne degli storici Greci, sì ancor perché pochi de’ Latini prima di Tito Livio scrissero generalmente dell’ Istria, o Giappidia, in cui (come in appresso dirassi) fu fondata, non avendosi di lei altra contezza, che di passaggio nell’Itinerario d’Antonio, ed in Plinio nel lib. 4, cap. 21”.

I LIDI DELLA GIAPIDIA “Tuttavia – continua il suo racconto Giorgini – è comun opinione de’ scrittori antichi, che verso l’anno del mondo 2731, innanzi la fondazione di Roma 500 anni incirca, e 1222 pria dell’incarnazione del Divin Verbo, ritornando Giasone nepote di Pelleo re di Tessaglia co’ suoi Argonauti dalla conquista del Velo d’Oro da lui fatta in Coleo con Medea figliuola di quel re Aete, spedì questi per 1’Istro, molti de’ suoi vassalli ad inseguirlo sino alle spiagge Aquileiesi dell’Adriatico; nò potendolo questi raggiungere per esser egli di già partito di ritorno alla regia paterna per mare, stanchi i Colchi famosi di sì lungo cammino per non ritornar svergognati alla corte del loro sovrano senza il bramato riscatto della di lui figliuola, scelsero piuttosto fermarsi ai lidi della Giappidia, nomandola Istria, fabbricandovi in essa alcune cittadi e castella, fra le quali potrebbe esservi compresa anco Albona; forse allettati dalla fertilità ed ampiezza del territorio, recinto quasi d’ogni intorno dell’acque. È probabil però che l’antica di lei fondazione non fosse da principio sul monte dov’ella di presente s’attrova; poiché in quella guisa che l’antica Nisazio, città della quale non ci rimane di presente che il sito, fu fondata alla foce del fiume Arsa nell’ angolo orientale dell’Istria sul golfo Canario; così Albona sull’opposta sponda in sito ameno i suoi primieri abitatori la fabbricassero”.

NON IGNOBILE LUOGO Su un numero del gennaio del lontano 1849 della rivista “L’Istria”, invece, in un articolo a firma del ben noto Bartolomeo Vergottin, e intitolato “Dell’antica Alvona o Albona d’oggidì e di un antro stalagmitico ivi scoperlo l’anno 1796”, apprendiamo invece: “Questo Castello adunque che dagli antichi scrittori, e specialmente da Plinio viene chiamato col titolo di non ignobile luogo, io sono d’avviso non fosse egli nella attuale posizione; ma bensì più al basso verso la Marina, alla vista del Quarnaro, nelle pertinenze della diroccata villa, ora detta Starigrad, che in illirico idioma vuol dire Città vecchia. Ivi in ogni tempo – scrive Vergottin – asseriscono si fossero ritrovati rottami di vasi, e qualche frammento d’inscrizione dinotante una popolazione Romana. Alcuni non ben digeriti manoscritti della sua istoria che mi pervennero sotto gli occhi ci fanno credere che gli antichi abitanti, annoiati non meno dalla insalubrità di quell’aere soggetto alle umide esalazioni dell’Arsa, dalla penuria di sorgenti, e dalla difficoltà di difendersi, pria assai de’ tempi del medio evo, dalle piratiche incursioni sopra questo alto monte che sovrasta al Carnario si rifugiassero come luogo più atto ad una valida difesa, più copioso di limpidissime fonti, e ventilato d’un aere più puro e saluberrimo, che dal vicino nevoso Monte Maggiore continuamente vi spira”.
Il comprensorio di Albona, ricordava, inizia a nord con i monti Caldiera, a sud con la punta Ubas nel Canale dell’Arsa, ad est con Portalbona e ad ovest con Casali Sumberesi. I confini di Albona, all’epoca, si estendevano anche oltre il Castello di Fianona da una parte, e fino alla giurisdizione di Barbana, alle signorie di Sumber, Lupogliano e Chersano. Nel V secolo i Celti, descritti dal Vergottin come popolo rude e primitivo, invasero questi paesi e racconta che è probabile che fossero giunti pure fino ad Albona, il cui nome “molti eruditi fanno derivare da due parole celtiche: al che significava alto e bon che significava castello.
Dallo Statuto del 1341 si sa che all’epoca Albona aveva un Podestà o Vicario in suo luogo, due Giudici detti Duumviri, che talvolta si dicevano Rettori, un Cameraro per le cose di economia; un Merica maggiore (Magister vici) da cui dipendevano ventiquattro Saltari detti anche giurati ossia guardiani campestri.
Nel 1652, si apprende invece da una nota dell’epoca, la piccola Albona manteneva medico, precettore e orologiaro della pubblica torre, e provvedeva alla sicurezza ed alla difesa provinciale e locale concorrendo al mantenimento dei “Leggieri di Raspo”, e contribuendo “pel Municionier, pel Capitano delle Cernicle e pel Capo dei Bombardieri”. Pure a quei tempi ad Albona, oltre al Podestà veneto, esistevano due Giudici cittadini ma vi erano anche i “Giusticieri per i pesi e le misure”. E in aggiunta ai Procuratori e agli Avvocati ordinari, il Comune manteneva a salario anche un Avvocato straordinario a Capodistria per le liti maggiori, ossia per mantenere illesi i diritti ed i privilegi municipali.

LE FAMIGLIE PIÙ DISTINTE Nel Medioevo Albona fu una delle prime città istriane a sostenere l’urto delle invasioni barbariche provenienti dall’Est e diviene importante ed efficace baluardo dell’Istria Veneta. Per tutto il 1500 e fino al 1617 la costa orientale dell’Istria è oggetto di numerose scorrerie da parte dei pirati che infestano il Mare Adriatico che con le loro navi assalgono e depredano le navi turche, veneziane e pontificie. Molti paesi della costa diventano preda di questi feroci pirati.
“In questa terra le famiglie Negri, Scampichio, Cope, Battiala e Braicovich si sono sempre distinte. Da quest’ultima poi sortì quel famoso Mattia detto Francovitz, conosciuto meglio sotto il nome di Flacio Illirico uno de’ continuatori di Maddeburgo” – racconta Vergottin. “A giudizio di Monsignor Gaetani – aggiunge – fu egli il primo scrittore ch’avesse errato, e dal quale forse hanno copiato altri. Asserisce che Lutero ebbe in lui un discepolo zelante…”
Il castello di Albona, ricorda più avanti Vergottin, fu soggetto ai Patriarchi Aquileiesi fin dal1’anno 1420, quando insieme a Fianona promise fedeltà a Venezia. Nelle guerre tra i vari patriarchi, i conti di Gorizia e altri potenti dell’epoca, Albona soffrì varie peripezie. Alberto conte di Gorizia 1a occupò nel 1295. Pietro di Pietra Pelosa unitamente al Capitano di Gorizia invase questo territorio nel 1330 in nome della contessa Beatrice. Ma la più fatale incursione fu quella degli Uscocchi del 1599. Nell’attacco che sferrarono alla città nella notte tra i 19 e il 20 gennaio di quell’anno, nella difesa di Albona si distinsero in particolare Giovanni Battista de Negri, il plebano Don Priamo Luciani, e il capitano delle ordinanze Pietro Rino.
“Ai 19 di febbraro – ricorda a proposito Vergottin – fu fortificato il luogo, con quelle Torri, e muraglie che si vedono al presente, abbenchè mal tenute, ed in parte diroccate”.

LA DEDIZIONE A VENEZIA Che Albona sia stata un’importante roccaforte per molti secoli e soprattutto per quelli precedenti al XIV, e che da quei tempi avesse iniziato a progredire e a crescere lo si apprende da tantissimi atti storici e scritti conservati negli archivi.
Nel 1208, Pola, staccatasi dalla diocesi di Ravenna, era passata ad Aquileia; Albona, fin da allora unita al Vescovado di Pedena, fu abbinata a Pola. La chiesa di Albona viene detta a quei tempi negli antichi documenti cattedrale e si hanno indizi che qui si fossero tenuti pure dei sinodi.
Il 3 luglio del 1420 si registra la dedizione formale di Albona alla Repubblica di San Marco tramite cinque plenipotenziari. Albona all’epoca rinunciò al diritto di eleggersi un proprio podestà fra i nobili veneti perché, come si legge in un’edizione del foglio “Unione” del 1879, “le riusciva troppo dispendioso il mandar nunzi a Venezia ogni 32 mesi”. Gli albonesi, a quei tempi, preferirono ricorrerere ogni sei mesi all’elezione di due giudici che amministravano la giustizia due volte per settimana, a un podestà e a un “caniparium”, ovvero un popolano che teneva i conti del comune e le chiavi della città.
Sviluppatasi sempre di più sotto la Serenissima, nel 1539 Albona aveva un fondaco. Nel 1566 in città venne istituito un collegio di notai che più tardi suddivise l’agro in dodici contrade cui fu preposto un “meriga” (magister vici). L’agro ebbe quattro cappellanie con diritto a battistero. La città, ricordano ad esempio gli atti d’archivio, aveva a quei tempi un pubblico maestro di grammatica, umanità, e talvolta anche di filosofia e il comune assegnava spesso stipendi ai giovani per recarsi a proseguire gli studi a Padova. La superfice del distretto di Albona era di 32,940 ettari. Cinque erano un tempo i porti del distretto di Albona: Fianona, Rabaz, Portolungo, Santa Maria e San Giovanni in Besca. Ma il mare, la navigazione e la pesca non erano le uniche risorse per gli abitanti del luogo.

GLI SCAMPI DEL QUARNERO “I pascoli e i boschi che danno legna da fuoco e da costruzione – scrivono i periodici del 1879 – abbondano nel distretto di Albona e qui riescono frutta d’ogni specie. Sono celebri in provincia gli scampi del Quarnaro, i pesci del Canal d’ Arsa, i latticini di Ripenda e Montagna”. A Fratta, a Santa Domenica, San Martino e Chersano, invece, c’erano ottime cave di pietre bianca e grigia. E poi c’erano le risorse minenarie. “Carbon fossile da Carsano a Punta Nera da Carpano a Rabaz, il cui prodotto vien consumato particolarmente in paesi italiani” – scrivono le cronache di un tempo. Le case di Albona erano “ben fabbricate”. La città aveva una vasta piazza, un teatro, una società filarmonica, un casino per letture, documenti d’interesse storico più che locale, una collezione di petrificati, e di antichità venete e romane”.
Una splendida mattinata di novembre del 1887
Ecco come parlò di Albona il capitano R. F. Birto, vicepresidente della Società Antropologica di Londra, e console di S. M. Britannica in Trieste in un numero della “Provincia” del marzo 1887.
“La mia seconda visita in Albona fu sfortunata in quanto che v’ era assente il dottor Scampicchio, essendo a Parenzo quale deputato alla Dieta. Il fratello di lui però ci diede gentilmente un indicatore, Marco Iuricich, il quale avea alcune cognizioni personali dei luoghi del Comune. In una stupenda mattinata di novembre, colle valli imbiancate di brina e col mare e col cielo cerulei e limpidi come nelle deserte regioni del Mar Rosso, noi scendemmo la strada zigzag di Albona e ci dirigemmo al nord-nord-est verso il monticello di Cunzi. Esso è una piccola china difficoltosa, lunga circa un miglio, posta da nord-nord-est a sud-sudest, e circondata in ogni parte da pianure. In questa stagione le quercie, i cespugli di more e di rovi che quivi coprono i dintorni del mare e delle roccie sono di un colore oscuro che contrasta col verde delle valli dolomitiche, col bruno chiaro della fila di colline sopra Fianona e colle creste grigie del locale Cimborazo, Monte Maggiore, le cui sommità vulcaniche che assumono da certi rombi la figura del “seggio di Arturo” ne formano lo sfondo”.
“I1 monticello di Cunzi – scrive poi – è coronato a settentrione dal Križni-breh (Monte Croce), un cono tutto coperto di alberi il quale serve di pietra migliare alle rovine. Una strada romana ne circoscrive la parte interna, ed il contorno è pure tracciato da un incompleto macadam. Il fianco della collina, che prospetta Albona, è coperto da mucchi di pietre ora congiunte ed ora staccate: questi ultimi fanno supporre che le capanne delle vigne, in ispecialità quelle intorno a Pola, le quali hanno l’aspetto di fornaci, possano essere gli avanzi di forme antiche. I muri fatti di aridi frammenti calcarei e di mattoni sovrapposti gli uni agli altri e non sostenuti da stipiti, compongono il tetto; intorno a Hums e Hamah io ho veduto consimili abitazioni. Due erbosi clivi, alcuni siti recanti segni di selciato, ascendono dolcemente a sud-sud-ovest, ma mancano carte, schizzi o disegni di quei luoghi. Siccome la boscaglia viene tagliata ogni sei o sette anni, 1’opera del taglio offrirebbe un eccellente opportunità per un piano dettagliato”.

740 - La Voce in più Musica 26/10/11 Storia, caratteristiche e restauri dei tesori organistici dell'Istria

ARTE ORGANARIA Pietro Nacchini, Gaetano Callido, Giovanni Battista Piaggia, i grandi organari di scuola veneta che impreziosirono il patrimonio liturgico
Storia, caratteristiche e restauri dei tesori organistici dell'Istria
Patrizia Veniteci Merdzo
Circumnavigando la frasta­gliata penisola Histria o ad­dentrandovi nel dedalo di strade e stradine, che come rughe antiche - o arterie vitali - segna­no l'entroterra di questo suolo, si scorgono appollaiati sulle amene collinette, (preannunciati dagli alti campanili) i tanti pittoreschi borghi medievali.
Bellezze antiche
Mezzo diroccati, siti fantasma o parzialmente riconsegnati alla vita questi misteriosi agglomerati, (non di rado percorsi da sotterranee vene energetiche, dicono) quasi di regola conservano piccoli tesori nascosti, pallide vestigia del passato, segni re­moti di un ormai andato bene di vi­vere: rilievi leonini marciani, antiche e fregiate cisterne, simboli gentilizi, ornamenti in ferro battuto e, fulcro
ed epicentro dell'esistenza paesana, l'immancabile luogo di culto.
Tesori strumentali
Dentro, nel silenzio pesante, le volte amiche, le icone dei santi; si eleva lo sguardo e... su in cantoria, racchiuso in un tripudio di angeli, in casse lapidarie e vetuste o nelle mi­surate forme classiche, brilla il luc­cichio delle canne. In alto, sovrano e dignitoso, l'organo! Strumento di Dio e del popolo, il suo suono soave, spirituale e regale ha scandito (come quello delle campane) ed accompa­gnato per secoli la vita dei nostri avi nei momenti più importanti come nella quotidianità: dal battesimo, al matrimonio, dalla prima Comunio­ne, al vespro serale, dalle feste na­talizie, al rito funebre. Un suono che ha lungamente e nobilmente intriso la cultura europea e che, a nostra in­saputa o nostro malgrado, si è intru­folato nel nostro sangue, si è anni­dato nei sedimenti del nostro codice genetico. Forse è anche con questo che si spiega la strana commozio­ne mista a riverenza che ci prende quando ci disponiamo ad ascoltare tale favoloso strumento. Quasi un "richiamo della foresta!" Gli anti­chi organi istriani! Quale tesoro per troppo tempo bistrattato, messo da parte, sottovalutato, lasciato quasi marcire nella polvere e nel degrado! (Quanto devono invidiarceli i fran­cesi. Bisogna sapere che reperire in Francia un organo anteriore all'Ot­tocento è cosa molto rara. Infatti durante il Terrore, assieme alla profa­nazione e saccheggio di tantissme chiese, si fece quasi scempio totale di questi nobili strumenti).
Presa di coscienza e restauri
Tuttavia, soffiano tempi nuovi per questi illustri dimenticati, tant'è vero che negli ultimi due decenni in Istria le acque si son mosse. Diversi restauri di organi storici e il festival organistico "Organum Histriae" han­no convogliato nell'ultimo decennio organisti d'altissima qualità, esper­ti organari, organologhi, musicologhi smuovendo pure i mezzi d'in­formazione e le istituzioni culturali ai massimi livelli. Ciò ha determina­to una presa di coscienza dell'ultimo minuto che fa ben sperare.
Le origini dell'organo
La genesi dell'organo è antichis­sima. Risale ai cinesi un tipo di or­gano idraulico a bocca con canne di bambù per trovare presso i greci, già nel III secolo a.c. un tipo di or­gano (alimentato da aria compres­sa) idraulico evoluto provvisto di ta­stiera ed alcuni registri. Già in uso presso i bizantini l'organo fa il suo ingresso in Europa nel 757 quale dono dell'imperatore d'oriente a Pi­pino, re dei franchi. Nel Medio Evo è strumento liturgico per eccellenza. Nel '300 viene dotato di piccola ta­stiera, pedaliera ed una fila di can­ne, elementi che vengono ampliati dagli organari toscani nel '400. Pa­rallelamente ai grandi organi delle cattedrali i cui enormi mantici ve­nivano azionati da decine di uomini c'erano l'organo portativo (cioè tra­sportabile; con una mano si suonava alla tastiera e con l'altra si azionava il mantice) e l'organo positivo, più grande del portativo il cui mantice veniva messo in azione da una per­sona mentre l'altra suonava a due mani sull'unico manuale.
L'organo positivo di Piemonte
Ed ecco che arriviamo ai pic­coli grandi gioielli istriani. Infatti è nel paesino istriano di Piemonte (Zavrsje) che si trova l'unico esem­pio di organo positivo antico in Istria e forse in Croazia. Il delizio­so strumento il cui prospetto a cu­spide è incastonato in una cornice riccioluta porta su un listello sotto­stante al manuale, su fondo chiaro, la dicitura in caratteri dorati "OPUS IOANNIS BAPTISTAE PIAGGIA VENETIARUM MDCCXL". (L'il­lustre organo veneto fu allievo di di Pietro Nacchini da Sebenico, il mas­simo organaro dalmata del '700 che costruì e perfezionò tanti pregevoli organi lungo la costa dalmata, detti appunto di scuola veneto-dalmata). La tastiera ha l'estensione di E/C-c (63,70 cm), la pedaliera ha otto piedi, i sette registri con manette in acero sono disposti verticalmente a destra del manuale. I mantici fun­zionano ad azionamento alternato. L'organo è considerato bene cultu­rale di categoria A. Nel 1973 la Gio­ventù Musicale del Belgio coadiu­vata dal restauratore Patrick Collon avviò il restauro (come pure quello dell'organo del Girardi a Grisignana) del prezioso strumento che fu ultimato nel 1986, grazie alle elar­gizioni della Federazione delle case discografiche di Londra, della Fon­dazione europea per la cultura di Amsterdam e de ministero alla cul­tura del Belgio.
Prevalgono gli organi di scuola italiana
Appartengono alla scuola ita­liana (ed in particolare veneta) del '700, sono di dimensioni relativa­mente contenute (rispetto agli or-
gani tedeschi del Settecento, porta­ti all'apice da Gottfried Silbermann, dotati di più tastiere e con i vari cor­pi indipendenti) ed hanno generalemente un suono pieno, tondo, dolce gli organi di Umago, Buie, Capodistria e San Giuseppe della Chiusa. L'organo della chiesa della Beata Vergine Assunta e San Pellegrino di Umago è stato costruito nel 1776 da Francesco Dacci (allievo del Nacchini), e appartiene ai grandi orga­ni della scuola veneto-dalmata (23 registri, una tastiera, pedaliera a so­spensione); purtroppo anche questo strumento come gli altri organi sto­rici istriani, in seguito a restauri di­scutibili ha perduto in parte le ca­ratteristiche sonore originali che co­munque si cercheranno di ripristina­re con il prossimo restauro.
A proposito di restauri, Albert Schweitzer, il quale oltre ad essere medico e teologo fu apprezzatissimo concertista d'organo (studiò anche il Widor a Parigi e redasse l'opera completa di Bach per organo) difese a spada tratta la personalità dei vec­chi organi e fece i salti mortali per convincere gli organari a non snatu­rare i vetusti nobili strumenti trasfor­mandoli in ibride enormità spettaco­lari però di livello industriale.
Gli strumenti di Gaetano Callido
Gli organi di Buie e di Capodistria sono stati costruiti da Gaetano Callido (!) massimo rappresentan­te della scuola veneta (organaro sta­bile di S. Marco in Venezia) rispetti­vamente nel 1791 e 1773. La cassa dell'organo di Buie è opera lussuosa dell'alto barocco. Ambedue strumen­ti in seguito a restauri (Giorgio Bencz e figli di Gorizia) hanno perduto parte delle caratteristiche tecniche origina­li che si intendono recuperare in futu­ro con ulteriori interventi. L'organo a trasmissione meccanica ad una tastie­ra della chiesa di San Giorgio di Pira-no è stato costruito da Pietro Nacchini da Sebenico nel 1746 ed è l'unico strumento del geniale fondatore della scuola veneto-dalmata che si conser­va in Istria. Collocato in cantoria so­pra l'ingresso principale è chiuso nel­la bellissima cassa di stile barocco; i registri disposti a destra del manua­le, in una fila sono azionati da manu­bri a tirante. Gravemente danneggia-
to durante la Prima Guerra Mondiale in seguito ad interventi di restauro ha parzialmente perduto le caratteristi­che originali.
La grazia barocca dell'organo di S. Pietro in Selve
Tra tutti questi organi vene­ti e veneto-dalmata spicca per la sua spumeggiante festosità barocca l'organo storico di S. Pietro in Sel­ve nella chiesa dei S.S. Pietro e Pa­olo. Risalente al 1780 ad opera di Janez Juraj Eisl, allievo dell'Egedacher è strumento tipico dell'area al­pina e mitteleuropea. Anche in que­sto caso i cambiamenti a livello di registri hanno determinato un allon­tanamento dall'originale suono set­tecentesco.
I monumentali strumenti del romanticismo
L'itinerario ottocentesco dell'or­gano romantico è stato segnato da un ingigantimento a tutti i livel­li (più tastiere, tantissimi registri
e perciò canne, introduzione del­la cassa espressiva e della trasmis­sione elettrica); un organo atto (ad esprimere tutti i timbri orchestra­li in potenze inaudite) allo stile or­ganistico romantico di gusto "or­chestrale sinfonico" (Mendelsohn, Brahms, Liszt) che ha il suo apice in Franck, Reger e Widor. Esempi di mastodontici organi italiani del '900 sono quelli dell'Auditorio di palaz­zo Pio XII di Roma (5 tastiere, 165 registri, 12278 canne), dell'Audito­rio Nuovo di Napoli (4 tastiere, 140 registri, 9200 canne) opera Ponti­ficia Fabbrica d'Organi "Giovanni Tamburini". Ed ora nuovamente la riscoperta dell'organo antico...

741 - La Voce in più Musica 26/10/11 Pola - Gli organi della Cattedrale di Pola

La chiesa polese dispone attualmente di un magnifico «Eisenbarth»
Gli organi della Cattedrale di Pola
Nella Cattedrale di S. Stefano di Passau la Fabbrica d'organi «Eisenbarth» ha installato l'organo più grande al mondo, con 17.974 canne e 233 registri azionati da ben cinque tastiere
Splendido strumento l' Eisen­barth donato alla Cattedrale di Pola dalla ditta di Passau(Germania), per interessamento del Kappelmeister Eugen Sagmeister della circoscri­zione diFreyung-Grafenau,un «si­gnor» organo, adattato con somma maestria per l'antico tempio polese nello spirito della tradizione organaria italiana. Il decennale dello stru­mento è stato festeggiato con uno straordinario concerto di uno dei più grandi organisti tedeschi con­temporanei, il prof. Norbert Duchtel in duo con Stefan Binder alla trom­ba, e uno stage di giovani musici­sti dei Laboratori musicali di Are­na International e del CSMC dell' UI; giovani che porteranno avanti un' attività unica e straordinaria sul «re»degli strumenti, come abbiamo già riportato lo scorso 10 ottobre.
Il Duomo di S. Maria Assun­ta di Pola, già elevato a Cattedrale nel XV sec., ha alle spalle una storia travagliata di continui rifacimenti ed aggiustamenti, e nel suo secolare andare ha avuto ben quattro organi per la pratica del canto liturgico. Il più antico è' stato certamente l'or­gano costruito nella bottega di Ga­etano Callido, l'organaro veneto del Settecento che si formò alla Scuo­la del famoso Pietro Nacchini (Petar Nakic), e che operò per lo più nel Veneto, ma anche in Istria e nella natia Dalmazia.
Posto nella cantoria sorretta da sei colonne, sopra la porta principa­le, l' organo Callido andò distrutto nell' incendio che scoppiò tra la not­te del 6 e 7 ottobre 1923 e che incise sull'aspetto architettonico del Duo­mo in quanto la cantoria non venne ricostruita. Solo nel 1933 la Catte­drale fu dotata di un nuovo grande organo elettrico a tre manuali e pe­daliera, firmato Vincenzo Mascioni di Cuvio (Varese), considerato come uno dei più famosi organari italia­ni del tempo. La ditta Mascioni ha costruito oltre 1000 organi in tutta Italia, tra i quali vanno annoverati quelli del Duomo di Pisa, della Ba­silica di S. Antonio di Padova e del Duomo di Cremona.
Nel giugno 1944, durante i bom­bardamenti di Pola da parte degli al­leati, la Cattedrale fu colpita da una bomba che distrusse l' Arco trionfa­le ed il lato sinistro della parte pre­sbiteriale della Chiesa, come pure il grande organo Mascioni.
Appena negli anni '80 il Duomo potè disporre di un nuovo organo, non certo adeguato all'importan­za e alla mole del Tempio polese. Si trattava di un piccolo e modesto
strumento della Casa organarla Gu­stavo Zanin di Codroipo, con due manuali e pedaliera, che rimase in funzione fino al 2001. In quell'anno infatti, arrivò, in maniera inaspetta­ta e graditissima, l'attuale maestoso strumento, prodotto nel 1974 dalla ditta Manufacture d'orguesLuxem-bourgoise-Lintgen e riadattato nel 2001 dalla Casa Wolfgang Eisen­barth, con particolare cura per la situazione acustica e sonora della Cattedrale.
L'organo è dotato di due ma­nuali, della pedaliera e di 23 regi­stri. Sebbene, a detta del M.o Sag­meister e potrebbe esservi aggiunta ancora una tastiera, ma anche così l'organo si presenta superbo.
Di esperienza la Casa Eisenbarth ne ha moltissima; basti rilevare che nella Cattedrale di S. Stefano a Passau (Passavia) ha installato l'orga­no più grande al mondo, un Eisen­barth con 17.974 canne e 233 regi­stri azionati da ben cinque tastiere.
Queste in breve sono le vicissi­tudini degli organi della Cattedrale di Pola. Una storia nella grande Sto­ria della basilica paleocristiana la quale ha un suo percorso continuo sin dall' Editto di Costantino e che, ad ogni, anche minimo scavo, ripor­ta alla superficie elementi nuovi.
Ai giovani musicisti di oggi si affida l'alto e prestigioso compito di far " vivere" questo magnifico strumento suonandolo degnamen­te in tutte le occasioni possibili. Ai grandi concertisti dell'organo spet­ta invece la missione di presentare e divulgare il prezioso patrimonio del repertorio organistico mondiale.
Orietta Sverko

742 – Panorama Edit 31/10/11 I viaggiatori leggeri In cammino oltre i confini tra isole e mare - Ossero, dove Lussino incontra Cherso

I viaggiatori leggeri tra isole e mare - In cammino oltre i confini
Ossero, dove Lussino incontra Cherso
di Marino Vocci
Il viaggio “In cammino oltre i confini, tra isole e mare”, edizione 2011 non poteva pervenire all’epilogo che a Ossero, nel posto in cui, divise dallo stretto canale della Cavanella scavato già ai tempi dei romani, Lussino s’incontra con Cherso, e dove, davanti alla cattedrale dedicata a San Nicolò, patrono degli uomini di mare, ma anche di noi viaggiatori leggeri /esploratori di frontiere, avevo incontrato per la prima volta un uomo dell’isola davvero speciale, direi unico: Nivio Toich. Un uomo legato intimamente alla sua terra,che mi ha fatto conoscere e amare profondamente queste isole leggendarie. Cherso soprattutto, con il suo paesaggio amabile e allo stesso tempo scontroso, ricco di biodiversità.
Un microcosmo dove il territorio è modellato dalla natura, ma anche sapientemente plasmato dalle mani degli uomini. Luoghi di una calda bellezza mediterranea, ma anche mondi di pietra spazzati da gelidi refoli di vento dove ovunque è possibile incontrare ovunque, uno dei simboli di questo nostro mondo istriano e adriatico: la pietra. Pietre usate per costruire le splendide masiere chersine, un vero monumento al sapiente e millenario lavoro dell’uomo, non solo per spietrare il terreno, ma anche per delimitare i pascoli e i coltivi e difendere la poca terra dalla bora.
Pietre con le quali si erigevano i muri e i muriccioli dei pastini/terrazzamenti nei punti dove i terreni si presentavano più difficili e particolarmente scoscesi, per coltivare quei prodotti della terra che spesso erano l’unica fonte per la sopravvivenza alimentare. Pietre usate per edificare le nostre città e per lastricarne le vie e le piazze più “vissute”.
Pietre che servivano per macinare il grano e il granoturco nei mulini e le olive nei frantoi, regalando così olii straordinari. Pietre che venivano usate per custodire piccole e grandi raccolte d’acqua (cisterne, abbeveratoi, stagni, ghiacciaie, lavatoi...), per costruire cinte murarie e bastioni per difendere le città e cittadine di terra e di mare, bitte dove legare e ancorare le barche, moli e dighe per difenderle dai venti rabbiosi
La pietra è certamente il materiale principale usato nell’architettura locale, sia quella colta dei palazzi, ma anche quella, semplice e spesso più essenziale, del mondo rurale e delle costruzioni spontanee in pietra a secco, che costituiscono, in particolare nello spazio, il più straordinario ed esteso insieme di architettura popolare spontanea. Pietra lavorata e schiva che ricorda un lavoro millenario e che in questi luoghi, ci fa sentire il respiro e la presenza dell’uomo. Proprio la pietra è una parte imprescindibile ed essenziale del paesaggio culturale e colturale di Cherso, ed è stata anche il filo conduttore dell’ultima tappa di questo nostro viaggio.
Gli speroni di roccia e le falesie sulle sommità delle quali è stata costruita una splendida cittadina di pietra, Lubenizze, oppure la pietra dei moli e delle bitte di san Martino, quella della colomba, della cisterna e della cattedrale di Ossero, della piccola isola di Levrera, delle case dello splendido villaggio rurale di Predosciza e delle stalle di Vodize. Uno straordinario e mitico microcosmo che si può ammirare dall’alto del Monte Ossero, un luogo che racconta un‘altra storia, legata ancora alla pietra, quella di San Gaudenzio. Una leggenda che ci è stata riferita da un istriano delle saline e della pietra bianca di Pirano, il naturalista Sergio Dolce.
Secondo questa leggenda, un “nostro” Santo, San Gaudenzio, vescovo di Ossero dal 1024 al 1042 e poi esiliato nel 1044 perché in disaccordo con i nobili della cittadina - che, va ricordato, tra il sesto e il settimo secolo raggiunse il massimo della sua grandezza, tanto da essere considerata la vera capitale delle isole (Cherso la sostituirà solo a partire dalla metà del 1400) - si ritirò in una grotta di questo monte che arriva a quasi seicento metri, dove visse pregando.
E proprio grazie alle preghiere di San Gaudenzio, le isole di Cherso e Lussino, vennero liberate dai serpenti velenosi, tanto che ancora oggi molti credono che le pietre cristalline della grotta dove visse il Santo, aiutino a guarire dalle malattie circolatorie e soprattutto proteggano dal morso dei serpenti.
In realtà nelle isole di Cherso e Lussino sono assenti solo le vipere, ma sono presenti altri rettili; quali il serpente gatto (Telescopus fallax) ed il colubro lacertino (Malpolon monspessulanum) colubridi opistoglifi (=denti veleniferi in fondo al palato), che non costituiscono però un pericolo serio per l’uomo.
Il fenomeno è spiegabile scientificamente. Durante il periodo più freddo dell’ultima glaciazione della nostra amata terra, (Wurm, 15.000-20.000 anni fa) il mare si abbassò notevolmente e l’Alto Adriatico divenne una pianura percorsa da fiumi, con la costa che si sviluppava più o meno su una congiungente Ancona- Zara. A causa del clima freddo molte specie eteroterme (a sangue freddo come le vipere) ed amanti del clima mediterraneo, si erano rifugiate più a Sud nei Balcani, in Grecia e nell’Asia Minore.
Conclusa la glaciazione, questi animali cominciarono a diffondersi verso nord e verso nord-ovest, ma non riuscirono a colonizzare alcune isole (sull’isola di Veglia invece le vipere sono presenti, in quanto, essendo l’isola molto vicina alla costa, il suo isolamento dovuto all’innalzamento marino è avvenuto più tardi), in quanto nel frattempo, a causa dello scioglimento dei ghiacci, il livello marino si era alzato fino alla costa attuale (circa 10.000-12.000 anni fa). Scienza e leggenda ci ricordano che le vipere, come anche i cinghiali (!!!) non nuotano !
Sul traghetto in mezzo al Quarnero mentre lasciavamo Cherso, sono chiesto più volte, cosa dobbiamo chiedere ad un immaginario un San Gaudenzio di oggi?
Insieme ad alcuni viaggiatori ho condiviso questa invocazione! Liberaci dai “mercanti del tempio” che hanno reso questo nostro mondo una “spelonca di ladri e una caverna di briganti”e di chi pensa solo a se stesso e non ha più la forza e soprattutto la voglia di indignarsi.
Poi a occhi chiusi, attraversando l’Istria nel buio della notte, ho chiesto poi a San Gaudenzio di liberarci da chi non ama la bellezza. Bellezza che significa commuoversi di fronte a un gesto di amicizia o davanti a un vecchio o un nuovo amico. Bellezza che vuol dire scegliere di camminare insieme ad altre donne e ad altri uomini lungo i difficili sentieri della vita e condividere il piacere e la curiosità di incontrare altre donne e altri uomini e scoprire mondi nuovi.
Che significa gioia di riscoprire luoghi immersi nel soave suono e profumo del silenzio, un silenzio interrotto dal rumore dei passi e qui e là dal canto melodioso di un usignolo o di una cinciallegra. Bellezza che vuol dire scegliere di essere portatori di speranza ed emozionarsi davanti a un paesaggio avvolto da un cielo color cobalto con all’orizzonte il verdeazzurro del mare, dove nei millenni l’uomo ha lasciato tracce incancellabili del suo amore, della sua leggerezza e della sua sapiente lungimiranza. ● (3 - fine)

743 - Messaggero Veneto 14/11/11 Dal Friuli alla Slovenia l'omaggio a Giraldi regista della frontiera

DAL FRIULI ALLA SLOVENIA L'OMAGGIO A GIRALDI REGISTA DELLA FRONTIERA
Con la proiezione de La rosa rossa, avrà inizio mercoledì alle 21, al Cinema Sociale di Gemona, per poi proseguire in altre quattro località del Friuli Venezia Giulia e della Slovenia, l’omaggio al regista Franco Giraldi cui è stato quest’anno conferito il Premio Darko Bratina, dedicato alla memoria del fondatore del Kinoatelje.
Madre triestina di lingua slovena e padre istriano di lingua italiana, Franco Giraldi dopo gli esordi all'insegna del western e della commedia, è passato a opere più personali, da “regista di frontiera”. A partire dagli anni 70 il suo percorso affronta infatti più volte i temi della Storia e dell’identità, calandoli sovente in ambientazioni ed atmosfere mitteleuropee.
di Carlo Gaberscek
È interamente girato in Istria il film La rosa rossa (1973) di Franco Giraldi, tratto dal romanzo omonimo (1937) di Pier Antonio Quarantotti Gambini, scrittore, giornalista e bibliotecario, nato a Pisino nel 1910 e vissuto durante l’infanzia e l’adolescenza a Semedella, in comune di Capodistria. Il regista Franco Giraldi, nato nel 1931 a Comeno (oggi Komen, in Slovenia), un paese del Carso a sud-est di Gorizia, ha sempre dimostrato grande sensibilità nei confronti della sua terra d’origine, l’area giuliana, un tipico mondo di confine, di frontiera, che si ritrova spesso nei suoi lavori. In particolare, La rosa rossa è il primo film di una trilogia composta da Un anno di scuola (1977) e La frontiera (1996), anch’essi ispirati a opere letterarie.
La vicenda de La rosa rossa è ambientata dopo la prima guerra mondiale a Capodistria, diventata italiana, ove fa ritorno il conte Paolo Balzeri, ex generale austriaco, ospite del cugino Piero de Faralia e di sua moglie Ines. È un piccolo mondo di provincia in cui tutto sembra rimasto fermo, legato al passato, alle consuetudini, al rispetto delle forme e delle gerarchie sociali, un microcosmo non privo però di qualche tensione e piccoli segreti, come la rosa rossa che il conte Paolo trova infilata in un bicchiere da una mano sconosciuta.
Il film di Giraldi sa restituire la lievità della narrazione di Quarantotti Gambini, il tono sommesso, malinconico, intimista, suggestioni di atmosfere di un’epoca passata ritrovate nella stessa Capodistria, a Rovigno, Valle d’Istria e Albona. A causa dei molti cambiamenti nel volto del centro storico di Capodistria il regista si limita a girarvi una sola sequenza: la passeggiata notturna dei tre protagonisti (l’attore francese Alain Cuny, Antonio Battistella ed Elisa Cegani) verso il teatro, che viene filmata in Piazza della Loggia (oggi Titov Trg), caratterizzata da due palazzi quattrocenteschi: la Loggia, edificio gotico-veneziano ad arcate ogivali, e il Palazzo Pretorio, costruzione merlata con due basse torri all’estremità e scala esterna.
Le riprese relative all’interno del teatro sono invece effettuate a Pola. La location più utilizzata nel film è la pittoresca e scenografica Rovigno, il cui centro storico con strette e ripide vie lastricate in pietra, piazzette, case addossate, palazzetti, antiche chiese, passaggi e piccole corti viene presentato nei titoli di testa e in varie sequenze. Nella scena in cui la governante Basilia scende al porto per accogliere il conte si riconosce, tra l’altro, la chiesetta trecentesca di San Benedetto nella piccola piazza Sotto gli archi. L’arrivo del conte in vapore è girato nel porto con la classica vista della città dominata dalla grande chiesa di Santa Eufemia e dal suo svettante campanile. La passeggiata di Alain Cuny con la rosa rossa in mano è filmata sulla bianca scalinata sul fianco meridionale della chiesa. Per l’esterno dell’ambulatorio del dottor Rascovich viene utilizzato uno dei più pregevoli edifici della città: l’ex palazzo padronale (settecentesco) della famiglia Campitelli, attualmente sede del Circolo degli italiani, in piazza Campitelli, conosciuta però come Pian della Miluòssa nella toponomastica originaria rovignese. E piazza Valdibora, sede del mercato ortofrutticolo, interpreta sé stessa nella scena in cui Basilia muovendosi tra le bancarelle mostra di non dare spago alle chiacchere delle donne del mercato.
Quanto ai numerosi interni relativi alla casa dei De Faralia, furono filmati sia a Rovigno sia a Valle d’Istria (oggi Bale), piccolo borgo situato sulla sommità di un colle a 14 chilometri a sud di Rovigno (sulla strada che porta a Dignano), ricco di antichi edifici, come lo storico palazzo-castello Bembo-Soardo. Anche alcuni scorci del centro storico di Albona (oggi Labin) vengono utilizzati per ricostruire sullo schermo quel “piccolo mondo antico” a cui Franco Giraldi si rivolge con delicatezza, discrezione e senso di affetto.

744 - Rinascita 15/11/11 Caffè degli Specchi: addio! Trieste ti saluta

Il 27 ottobre 2011 segna la destituzione, del celebre locale, un monumento della memoria giuliana
Caffè degli Specchi: addio! Trieste ti saluta…
Maria Renata Sequenzia
Nei primi giorni di novembre, come ogni anno, si rinnovano particolari antiche cerimonie civili e religiose. Per quanto riguarda la città di Trieste tornano le festività di San Giusto, della Vittoria del 1918, dello sbarco dei Bersaglieri al Molo Audace. Commemorazioni condivise - un tempo - anche a livello nazionale perché fortemente sentite (oggi non più) a una storia popolare di vicende personali familiari collettive vissute da tanti Italiani “dalle Alpi alle Calabrie”.
Chi conosce Trieste e la sua “Piazza della Unità d’Italia” è ben consapevole delle ragioni per cui questa intitolazione sia non un semplice nome ma una sintesi di storia. Oltre 650 anni di diretti rapporti della Regio X Venetia Julia et Histria con l’Italia lega infatti il ricordo di tutti gli eventi che hanno amalgamato le civiltà latino italiche del Mediterraneo con l’appartenenza all’Impero romano d’Occidente prima, poi a quello d’Oriente.
Entro la regione Occidentale le genti conservarono gli elementi fondamentali di civiltà anche dopo le invasioni barbariche, vedi la fiera lotta degli Istriani (nome degli abitanti della penisola citato già 2500 anni fa da Ecateo di Mileto) per recuperare propri diritti usurpati dai barbari invasori e dagli invasori Franchi di Carlomagno con l’esemplare “Placito del Risano”, riproposizione (804) di leggi secolari romane. Come compito è stato dell’orientale Bisanzio soccorrere le diocesi nel cuore dell’Adriatico dalle incessanti piraterie saracene e narentane, fin alla formazione della signoria di Venezia destinata a imporre il proprio predominio per secoli in tutto il bacino mediterraneo orientale come “regina dei Mari”. Un forte susseguirsi di complessi intrecci bellici, per tutto il Medioevo e nell’età moderna fin oltre il 1700, fino a Napoleone e all’annessione all’Austria.
Alla rinascita e alla attuale declino.
Anche nelle sue cronache minori, ma esemplari del costume italiano, la città di Trieste si offre tuttavia a una negativa riflessione sul procedere della decadenza che la sta travolgendo. A quelle date su citate se n’è aggiunta un’altra, che l’ha preceduta nel disinteresse e certamente la segue nell’oblio destinato a tutto ciò che non fa notizia se non riguarda l’economia. Una data che - per chi ha conosciuto bene Trieste e tutto ciò che ha rappresentato secoli - denuncia una negativa attualità che la strappa a tutto il suo passato. Una data, il 27 ottobre 2011 che segna l’espulsione, dalla Piazza dell’Unità d’Italia del celebre “Caffè degli Specchi”, una sorta di monumento privato della memoria giuliana, ridotto al fallimento.
Eretto nel 1839 dal commerciante greco Nicola Stratti sulle fondamenta di un’antica fortezza veneziana del 1300, “i Speci” rappresentavano e rappresentano la gemma inserita in uno spazio architettonico speciale, simile a una ampia conchiglia luminosa spalancata alla vista e all’abbraccio del suo mare: una sorta di invito incessante a percorrerlo e a possederlo.
Da Istro Veneti che l’avevano per secoli solcato su tutte le rotte del mondo, incrociando in pace e in guerra tanti popoli vicini e lontani.
Una piazza e le sue Rive d’Italia teatro a un tempo di festose e orgogliose celebrazioni della ritrovata unità il cui eco di fanfare ritorna lontanissima nella memoria di una vecchia bambina, e tuttavia ancora percepibile nonostante quest’epoca di forzate inqualificabili cosiddette “riconciliazioni” con vecchi e nuovi (11991) invasori.
Una piazza purtroppo quest’anno dedicata a festeggiamenti concertistici vacanzieri officiati da un presidente, Napolitano, nel nome di una Unità risorgimentale ma che si è tradotta nella realtà in un dissimulato omaggio ai definitivi seppellitori (!) di una parte - e che parte! – della nostra storia, con la complicità di alcune passive Associazioni di Esuli, paghe agitatrici di versioni della storia “rivista e corretta” gradite a un governo della globalizzazione universale, in cambio ad un magro sostegno al loro vuoto turbinio di fogli ed “encomi”. Come ben dimostrato dall’apertura alla uniformatrice universale e conformistica globalizzazione emersa nell’incontro degli (un tempo!) irriducibili Dalmati Associati a San Marino.
Indicazione “revisionista” emersa a Pola nel “vertice” Napolitano-Josipovic.
Ecco, il fallimento degli “Speci” è per questo simbolico. Sparisce un luogo della memoria e tutt’attorno se ne sostituisce un’altra… Come messo nero su bianco dal presidente de’ Vidovich, sul “Dalmata” di settembre, che ha sostenuto una “matrice comune romana” impressa a greco-latini e croati ,che avrebbero un proprio rispettivo “primato del diritto di rappresentare la maggior parte delle tradizioni - scrive de’ Vidovich - dell’Impero Romano
(!) nel diritto, nella cultura letteraria, nelle scienze e nella religione cattolica”. Delirante affermazione smentita da una enorme storiografia.
Solo una è la verità storica sull’emergere del panslavismo in questa nostra
regione: fu, nel secolo IX, l’imperatore di Bisanzio, d’accordo con Roma, a promuovere la trascrizione delle Sacre Scritture in un nuovo alfabeto adeguato a una non ancora grammaticalmente organizzata lingua slava, il glagolito, incaricandone per la diffusione nell’intera regione russa e balcanica i futuri Santi di Salonicco Metodio e Cirillo. Un’iniziativa “missionaria” volta verso il nord-est dell’allora impero orientale che favorì così ben al di là d’ogni immaginazione l’allora ben lontano, ma quanto poi tenace, panslavismo.
Una conquista bizantina di uomini e culture nel nome della fede e del commercio.
Di conseguenza, oggi, anche la scomparsa di Caffè degli Specchi è un elemento da collegare alla trasformazione a cui pare costretto lo spirito inconfondibile di questa città ad opera della concezione costruttrice di un nuovo moderno mondo (alla de’ Vidovich): la sterminatrice globalizzazione della nostra cultura a piacere ed uso degli invincibili mercati…

745 - La Voce del Popolo 17/11/11 «La Croazia perseveri nelle riforme»

LA COMMISSIONE ESTERI DEL PARLAMENTO EUROPEO VAGLIERÀ OGGI IL TRATTATO DI ADESIONE TRA ZAGABRIA E L'UE


«La Croazia perseveri nelle riforme»


È necessario risolvere le questioni aperte con i Paesi vicini, nonché i nodi dei confini e della restituzione dei beni
STRASBURGO – Due documenti di estrema importanza per il processo di adesione della Croazia all’Unione europea stanno per essere messi al vaglio del Parlamento europeo. Nel corso della giornata odierna i membri della Commissione per la politica estera del Parlamento europeo analizzeranno e voteranno la bozza di risoluzione sul trattato di adesione della Croazia all’UE e il disegno di risoluzione relativa alla richiesta della Croazia di essere ammessa nell’UE.
TRATTATIVE I membri della Commissione per la politica estera del Parlamento europeo in sostanza devono dare l’assenso alla firma del trattato di adesione della Croazia nell’UE e a una risoluzione non vincolante con la quale salutano la conclusione delle trattative, precisando però che il lavoro non è concluso e che la Croazia deve proseguire nelle riforme.
Il trattato di adesione della Croazia nell’UE non può essere sottoscritto senza l’assenso del Parlamento europeo. Dopo la probabile approvazione da parte della Commissione per la politica estera, il via libera definitivo alla firma dell’Accordo con Zagabria dovrebbe arrivare il 30 novembre o il 1.mo dicembre prossimi nel corso della seduta plenaria del Parlamento europeo. Ottenuta luce verde dal Parlamento europeo la pratica passerà di competenza al Consiglio europeo dei ministri degli Affari Esteri, in agenda il 5 dicembre prossimo. Superato anche questo ultimo scoglio, il trattato di adesione della Croazia all’UE sarà firmato il 9 dicembre prossimo alla vigilia del Vertice dei Capi di Stato e di governo dei 27. Da parte croata il documento sarà firmato dal presidente Ivo Josipović e dalla premier Jadranka Kosor. A quel punto la Croazia sarà ammessa al Summit nella veste di Paese osservatore.
Gli eurodeputati hanno presentato 113 emendamenti al disegno di risoluzione sulla Croazia preparato da Hannes Swoboda, relatore per la Croazia in seno al Parlamento europeo. In seguito alla mediazione dei gruppi parlamentari gli emendamenti sono stati ridotti da 113 a 9.
RIENTRO DEI PROFUGHI In base al primo emendamento di compromesso presentato dagli europarlamentari alla bozza della risoluzione relativa alla richiesta della Croazia di essere ammessa nell’UE, il Parlamento europeo saluterà la conclusione delle trattative che hanno acconsentito alla Croazia di “mutare in modo significativo l’assetto socio-politico, economico e culturale”. Gli eurodeputati inciteranno Zagabria a perseverare nelle riforme, in quanto “il processo non è stato completato e deve proseguire con la medesima intensità anche dopo l’adesione all’UE”. Nel testo della risoluzione si esprimerà sostegno agli sforzi profusi dalla Croazia nella lotta alla corruzione, incitando Zagabria a perseverare nella persecuzione dei criminali di guerra e a collaborare con Belgrado in questo campo. Gli europarlamentari solleciteranno la Croazia a incentivare il rimpatrio dei profughi e a migliorare le condizioni di vita dei serbi rimpatriati.
TOLLERANZA VERSO LE ETNIE Gli eurodeputati sosteranno gli sforzi profusi dalla Croazia al fine di promuovere un clima di tolleranza e nella lotta a qualsiasi tipo di discriminazione o intolleranza nei confronti delle minoranze etniche e sessuali. Gli eurodeputati inviteranno, inoltre, la Croazia a proseguire le riforme strutturali nel campo economico, incentivando l’occupazione e rivitalizzando il mercato del lavoro e il consolidamento fiscale, al fine di favorire la competitività dell’economia, prestando le dovute attenzioni alla tutela dell’ambiente. Infine, gli eurodeputati inviteranno la Croazia a risolvere le questioni bilaterali con i propri vicini, specialmente per quanto concerne la sfera dei confini, la sorte delle persone scomparse, la restituzione dei beni e il rimpatrio dei profughi.

 

La Mailing List Histria ha il piacere di inviarVi periodicamente una minirassegna stampa sugli avvenimenti più importanti che interessano gli Esuli e le C.I. dell' Istria, Fiume e Dalmazia, nonché le relazioni dell'Italia con la Croazia e Slovenia.
Si ringrazia per la collaborazione l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Gorizia e l’Università Popolare di Trieste
Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
http://www.arupinum.it
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