La Gazeta Istriana a cura di Stefano Bombardieri
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Dicembre 2011 – Num. 21
64 - Secolo d'Italia 23/11/11 Arbe, quel "lager" simbolo del male Per la Croazia il campo di lavoro italiano era il peggiore (Mila Mihajlovic)
65 - Lettera Internazionale 01/09/11 Fulvio Tomizza: La piazza di Umago (Fulvio Tomizza)
66 - La Nuova Voce Giuliana 16 ottobre 2011 Cesare Dell'Acqua a Pirano a centonovant'anni dalla nascita (Chiara Vigini)
67 - Osservatorio Balcani 04/11/11 Un viaggio tra le memorie divise (Simone Malavolti)
68 - La Voce del Popolo 22/10/11 E & R - Ciacolade di Rudi Decleva - Vita de Campo profughi a Barletta (Roberto Palisca)
69 - Il Piccolo 12/11/11 Il Racconto - Così Trieste dimenticò la lezione cosmopolita del vescovo Bonomo (Boris Pahor)
70 - Corriere della Sera Veneto 22/11/11 Olmi: «Io, veneto nel dna figlio della Serenissima» (Alessio Corazza)
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64 - Secolo d'Italia 23/11/11 Arbe, quel "lager" simbolo del male Per la Croazia il campo di lavoro italiano era il peggiore

Mila Mihajlovic
È a dir poco sorprendente la notizia che per il luogo del più importante Centro memoriale croato sulle vittime dei campi di concentramento - destinato a diventare luogo simbolo di tutti i campi di concentramento della regione - sia stato scelto l'ex campo di lavoro italiano di Campora. Per i meno informati, Campora si trova sull'isola d'Arbe e, tra giugno 1942 e settembre 1943, era un campo di lavoro per coloro che avevano commesso delitti contro le autorità italiane. Non era né un campo di concentramento, né un campo di sterminio. Nessuno in quel luogo è stato fucilato o giustiziato. Purtroppo, le difficili condizioni di vita hanno provocato la morte di oltre quattromila detenuti (per le fonti croate, quelle italiane indicano un numero assai minore), in maggioranza comunisti croati e sloveni.
Il progetto, finanziato dai fondi europei, dovrebbe far nascere una sorta di santuario storico, un luogo di commemorazione delle vittime dei campi di concentramento nella regione e una sorta di luogo deputato alla rammemorazione delle vicende legate all'Italia fascista, Italia che con il territorio della Dalmazia ha ripagato i croati di tanta sofferenza. I partner del progetto sono diversi: l'Associazione degli antifascisti d'Arbe, l'Associazione degli antifascisti sloveni, l'Associazione italiana per la pace e diritti umani, Unione italiana di Fiume e altri.
A pensarci bene, è giusto che il campo di lavoro italiano venga ricordato e segnato, ma questo è stato già fatto ben 58 anni fa. Rischia però di oltrepassare il più elementare senso di decenza l'affermazione croata che tale campo sia stato il più atroce campo di concentramento della regione. Cosa dire, allora, dei campi di concentramento degli ustascia - gli ustascia erano tutti rigorosamente croati e cattolici - dove trovarono la morte svariate centinaia di migliaia dei serbi ed ebrei? Quelli erano campi non di lavoro e tantomeno di concentramento, ma campi di sterminio, come li ha definiti, in una recente intervista, anche l'ex presidente croato Stjepan Mesic. Sono molti, si trovano per lungo e per largo in Croazia e non sono segnati. Che cosa dire ancora delle foibe, dove i giustizieri di Tito buttarono migliaia d'italiani durante e dopo la fine della guerra? Che cosa dire del campo di sterminio croato di Jasenovac, dove trovarono la morte oltre 800mila serbi, ebrei e rom? Di quei campi, nemmeno un accenno, neanche una parola. Sono tutti luoghi vicini ad Arbe, ma lontani dagli occhi della gente e ancora troppo lontani dalla coscienza dei croati.
Va bene segnare e ricordare ogni luogo di sofferenza. Ma ben tre campi di sterminio che gli ustascia tenevano sull'isola Pago, nelle solari località di Metajna e Slana, ancora non sono stati segnati. Nel frattempo, le agenzie del turismo croato invitano il pubblico internazionale a venire in villeggiatura su questa isola. Gli ignari turisti non sanno che quello è il posto dove militari italiani chiusero a forza i campi di sterminio ustascia croati e trovarono (e annotarono fedelmente, documentando con 2 rullini con 36 foto ciascuno) i resti di 793 cadaveri dei quali erano 93 bambini sotto 14 anni. Perciò, indicare gli italiani, sì forze d'occupazione e anche fascisti, come mostri assassini, è una grande falsità. I mostri erano gli altri. Perché sono stati proprio i fascisti italiani a chiudere i campi di concentramento degli ustascia, a seppellire i poveri resti delle vittime, a documentare il crimine commesso, a salvare i superstiti.
L'intenzione del nuovo Centro memoriale croato sull'Arbe, si scrive nel progetto, è di diventare il posto deputato «all'educazione dei giovani e un importante passo per la presa di coscienza degli italiani con il proprio passato». Invocare la scelta dell'isola d'Arbe e l'ex campo di lavoro italiano come modo di far prendere all'Italia e agli italiani la coscienza sul loro "vergognoso" passato, non va certo bene. Il posto giusto per la coscienza italiana sarebbe l'isola di Pago, o il complesso di sterminio ustascia di Jadovno e di Gospic, dove gli italiani in agosto 1941 riuscirono finalmente a fermare il massacro perpetrato dalla mano ustascia, strappando dalle loro mani oltre 2.000 vittime destinate al macello, composte in gran parte da donne e bambini serbi ed ebrei. Agli italiani si addice davvero l'appellativo di "brava gente". Fascisti o meno, erano uomini con la "u" maiuscola. La vergogna del passato ricade evidentemente su qualcun altro, in particolare su quelli che negano l'evidenza e stentano a riconoscere le proprie responsabilità storiche.
Allo stesso modo, l'intenzione di educare le future generazioni con una scelta selettiva e faziosa dei fatti storici, non solo rappresenta un assurdo sconvolgimento di tutti i principi pedagogici, ma anche un irreparabile danno per il futuro di quei giovani che, un giorno, inevitabilmente incontreranno, o meglio si scontreranno, con la verità. Che la Croazia, per l'ennesima volta, tenti di nascondere o di falsare i fatti storici, non è una novità. Soltanto che ora ha cambiato il metodo coprendosi dal mantello europeo. Cosa dire per l'Ue che ha approvato e finanzia il progetto? Che è vittima del raggiro e della manipolazione. Se non fosse così, ci viene da chiederci: quale messaggio ci sta inviando l'Europa? Che dobbiamo dimenticare Basovizza?

65 - Lettera Internazionale 01/09/11 Fulvio Tomizza: La piazza di Umago

Fulvio Tomizza, dicembre 1994
E il decoroso ritrovo pubblico all'aperto anche per la vasta campagna che si snoda alle spalle della cittadina di mare, la mia prima piazza del mondo. Qualche vecchio pescatore del luogo forse ancora ricorda una carretta trainata da un cavallo che ad ogni alba si affrettava al molo per imbarcare sul "San Marco" un carico di latte destinato a Trieste. Era quello il piccolo commercio dei miei genitori, che talvolta mi coinvolgeva nella sua avventura. Non bene sveglio, mi appoggiavo al sogno di un luogo dove il mare c'era sempre, per tutti, e scandiva una continua vacanza. Noi ci trovava­mo abbastanza di casa a Umago grazie anche ai parenti Coslovich che, nati a Materada, condu­cevano nella piazza l'albergo "Al Leon d'Oro", dotato dell'irresistibile cucina della siora Nina che conquistava gli esigenti forestieri, tra i quali il comandante del piroscafo per Trieste ed altri equipaggi. Negli ultimi giorni di guerra il molo minato dai tedeschi saltò in aria trascinando nella sua rovina buona parte degli edifici della piazza, tra cui il leggendario "Leon d'Oro".
Vennero costruite nuove palazzine che oggi, ravvivate da squillanti insegne e ampie vetrate, indicano il gran centro turistico a cui Umago è pervenuta. Queste due fiancate moderne rinserrano i resti storici che testimoniano una delle prime dedizioni di città istriana a Venezia, avvenuta già nel 1269: il duomo incompiuto ma dalla promettente faccia­ta di lesene in marmo bianco, il robusto campa­nile a cuspide il quale riporta lo stemma della Repubblica del Leone già appartenuto allo scomparso palazzo pretorio, la cisterna alla quale si accede attraverso una doppia gradinata e che rimase impressa nella memoria del poeta D'Annunzio («salutami la cisterna di Umago» scrisse il vate al suo collaboratore tuttofare Romano Manzutto), l'oblunga casetta forse del capitano veneto, seguita da palazzi gotici impre­ziositi da bifore trilobate, i quali introducono alla fitta e colorita città vecchia.
La piazza si spalanca al mare che, nono­stante la profonda e dolce insenatura tra la costa cittadina e quella di Punta, con­sente un'alacre ma prudente navigazione al fine di evitare gli scogli segnalati da due boe. Un altro braccio di mare come addomesticato si estende alle spalle dei monumenti storici men­zionati e si spinge a lambire l'antica, bianchissi­ma cinta muraria; di modo che la piazza pare esposta a una corrente d'aria ininterrotta.
Di tutti i centri costieri dell'Istria occiden­tale, nessuno meglio di Umago avvicina gli autoctoni agli immigrati, i residenti ai paesani del contado; la terra rossa, che intorbida le pozzanghere di acqua piovana e spesso tinge le malte dei suoi edifici antichi e moderni, incessantemente, sembra favorire que­sta lenta fusione o inavvertito ricambio. 11 flus­so migratorio iniziato durante le terribili pesti­lenze del Cinque e Seicento si è tutt'altro che arrestato al giorno d'oggi, dando vita a un cosmopolitismo dimesso e spontaneo.
Rivolgiamo un vivissimo ringraziamento alla Signora Laura Levi Tomizza per averci trasmesso questo testo, rimasto inedito, che faceva parte in orìgine di una serie di scritti sulle piazze istriane redatti dall'Autore per una galleria d'arte.
Fulvio Tomizza (1935-1999), scrittore italiano, nato a (Giurizzani presso Materada, uno dei villaggi della peni­sola istriana. Nel 1954, quando la Zona B del Territorio Libero di Trieste, con inclusa Materada, passa sotto l'am­ministrazione jugoslava, si trasferisce a Trieste dove risiederà per quasi tutta la sua vita. La nostalgica lonta­nanza dalla sua amata Materada lo porta nel 1966 a pub­blicare la raccolta Trilogia istriana che comprende i romanzi La ragazza di Petrovia (1963), Il bosco delle acacie (1966) e il suo primo romanzo Materada (1960). Di recente sono stati ripubblicati: nel 2010, La cimi di Miriam (Marsilio) c La scoperta di Bild (Falzea); nel 2009, Alle spalle di Trieste, (Bompiani); L'ereditiera veneziana (Bompiani); Fughe ìnemeiate (Bompiani): Le mie estati letterarie. Lungo le tracce della memoria (Marsilio); L,a ragazza dì Petrovia (Bompiani): / rap­porti colpevoli (Bompiani); nel 2008, Franziska (Mon­dadori); nel 2007. Adriatico e altre rotte (Diabasis); nel 2006, Vera Verk (Ibiskos Editrice Risolo).

66 - La Nuova Voce Giuliana 16 ottobre 2011 Cesare Dell'Acqua a Pirano a centonovant'anni dalla nascita

La Società di studi storici e geografici propone e presenta l’omaggio al grande artista piranese

È ancora una volta la Società di studi storici e geografici di Pirano a cogliere un’occasione importante per mettere a fuoco un personaggio, questa volta un artista, nato in Istria ma molto meglio conosciuto all’estero e in patria poco celebrato.
Cesare Dell’Acqua nacque nel 1821 a Pirano e lavorò a Trieste e in Belgio, dove si era trasferito a 23 anni ed era vissuto fino alla morte del 1905. In ambito europeo le sue opere sono ben note.
La mostra di chiaroscuri alla Galleria Herman Pecaric, purtroppo sta chiudendo i battenti mentre il giornale va in stampa, ma il catalogo, che è molto più di un semplice catalogo, rimarrà a testimonianza di un artista importante come pochi nel secolo diciannovesimo.
Nel presentare il volume alle autorità piranesi e ai molti convenuti a Casa Tartini e a farne emergere la figura, è stato Kristjan Knez, presidente e anima della Società di Pirano che ne ha curato la mostra e la rassegna degli studi compiuti fino a oggi sull’artista.
La presentazione ha visto seduti al tavolo dei relatori dei personaggi di grossa levatura: Franco Firmiani, Pierluigi Sabatti e Fabio Tossi, che ha in comune con l’artista la vita nella città di Bruxelles. “Pirano con il suo ricco retaggio storico, artistico e culturale offre molteplici spunti d’indagine e di riflessione”, ha detto Knez nel corso della presentazione. “Grazie ad una serie di fortuite circostanze che hanno risparmiato il centro urbano dalle distruzioni, dai saccheggi, dalle fiamme, dai bombardamenti dal cielo”, ha continuato, “oggi la città di San Giorgio si presenta per molti aspetti come un unicum in tutta l’Istria. È una delle poche località a conservare intatta una parte della cinta muraria, quella che “pare innalzata da muratori sopra il disegno di uno scenografo” per usare le parole di Giuseppe Caprin, quella d’età moderna che guarda a oriente, che, oltre a rappresentare un tassello del suo passato, contribuisce non poco a disegnare il suo profilo, a differenza di quelle medievali inglobate nel tessuto di case edificate man mano che l’abitato si espandeva dal promontorio verso il mandracchio. Tra le altre particolarità come non menzionare l’archivio municipale mantenutosi quasi intatto dai tempi più lontani, grazie all’amore e alle cure dei suoi cittadini più benemeriti, i quali s’impegnarono largamente nella conservazione delle “patrie memorie”.
Pirano, dunque”, ha continuato il giovane presidente, “è un libro aperto le cui pagine possono venir lette anche solo spostandosi lungo le vie e le piazze cittadine. Ma per comprendere appieno un libro è buona abitudine non tralasciare alcun capitolo, perché ciascuno, in realtà, contribuisce alla nostra conoscenza. Purtroppo tante pagine di quel volume sono state saltate, ignorate o addirittura lacerate, semplicemente perché non facevano comodo. Gli “inviti alla lettura” si riscontravano già sulle insegne che formavano l’insieme dei nomi attribuiti ad ogni singolo tassello dell’ambiente urbano. Ma sono venuti meno anche quelli, non attraverso azioni rimbombanti, bensì alla stregua di uno strofinaccio bagnato passato sopra il gesso di una lavagna. Il risultato fu identico: vi fu una cancellazione. E seguì la rimozione. E accanto ai travolgimenti di un dopoguerra enigmatico lo smarrimento della memoria storica fu pressoché completo.
Questa sorte spettò anche a Cesare Dell’Acqua, illustre personaggio del secolo decimonono, che vide la luce centonovanta anni or sono non lungi dal luogo in cui ci troviamo (la manifestazione si svolgeva a Casa Tartini, n.d.r.), valente artista, di fama internazionale le cui opere si conservano in importanti istituzioni museali, ma misconosciuto nella sua terra natia. Sebbene il Nostro avesse lasciato la città con la madre e i fratelli, stabilendosi prima a Capodistria, successivamente a Trieste e infine a Bruxelles, il legame con le sponde adriatiche non venne mai meno e anche i suoi conterranei non vollero dimenticarlo. Dopo la sua scomparsa, una calle del centro piranese fu a lui dedicata: il Sottoportico e l’Androna Cesare Dell’Acqua. Ma sarebbe inutile cercare siffatti odonimi sullo stradario odierno, anche questi furono rimossi. Ricordavano solo un uomo che si era prodigato nelle belle arti.
Ecco perché è importante il recupero, lo studio, la valorizzazione e la divulgazione di quello che è il patrimonio storico e culturale del territorio in cui viviamo. Nel nostro quotidiano impegno a favore dell’identità, della lingua e per l’appunto della cultura italiane, in questi luoghi sempre di casa, anche se da più parti cogliamo i sempreverdi attacchi e le manipolazioni che goffamente si propongono di alterare ciò che invece la storia ha prodotto, vi è sempre una certa attenzione per coloro che si sono distinti nei più disparati campi dello scibile umano.
E al tempo stesso è presente, e aumenta anno dopo anno, la consapevolezza di quanto importanti siano le collaborazioni, momenti fondamentali e proficui, grazie alle quali si cresce intellettualmente e si registrano nuove esperienze. Il dialogo e il confronto, specie nel nuovo scenario apertosi con l’allargamento dell’Unione Europea e l’abbattimento dei confini, devono essere visti come un’opportunità, che va però colta, non tanto per inventare qualcosa di nuovo quanto per riprendere ciò che era stato bruscamente interrotto. La cultura ha indubbiamente la forza di unire e di ricomporre le tessere. Anche la presente pubblicazione è un’ulteriore prova di un lavorio che desidera proporre, non abbandonando mai il rigore scientifico, quanto i nostri predecessori ci hanno lasciato, senza timore di prendere in esame anche le pagine strappate di quel libro che abbiamo rammentato.
È un contributo, il nostro”, ha detto Knez giungendo alla conclusione, “che continueremo a perseguire coinvolgendo quante più istituzioni, associazioni e, cosa non meno importante, persone di buona volontà. Sono ormai dieci anni che il nostro impegno va in quella direzione. Questo anniversario sarebbe passato inosservato anche a noi stessi se la scorsa settimana non avessimo letto l’articolo dell’amica Ilaria Rocchi di Fiume, che sulle colonne de “La Voce del Popolo” ha ricordato l’iniziativa partita proprio da Pirano nel 2001 e concernente lo scontro di Lepanto e il contributo istriano (di cui proprio oggi ricorre il 440esimo della battaglia). Esattamente dieci anni fa e un giorno in questa stessa sala iniziava il percorso di una realtà nuova, che portava il nome di costituenda Società di studi storici e geografici, che auspicava dare un modesto contributo, e che ancora nei successivi tre anni avrebbe operato in “semiclandestinità”, per usare un termine ironico, dimostrando così di non essere un “fuoco di paglia”. Con il sostegno della Comunità degli Italiani e della Comunità autogestita della nazionalità italiana – così come anche le iniziative di quest’oggi sono il frutto di questa sinergia –, abbiamo accumulato esperienze e concorso al dialogo storiografico di questi lidi. Dopo due lustri riteniamo si possano fare dei bilanci. Non tutti gli obiettivi sono stati raggiunti, complice in primo luogo la scure che si è abbattuta sui finanziamenti e che la crisi generale ha ulteriormente decurtato. È stato un periodo di gavetta in cui abbiamo appreso e anche sbagliato” ha ammesso Knez in conclusione, “ma, soprattutto, ci siamo proposti di rivalutare fatti, problemi e personaggi dell’intera area adriatica sempre considerata entro la cornice europea, abbandonando l’inseguimento di inutili e anacronistici primati, per abbracciare piuttosto la strada della ricerca e della comprensione, “sine ira et studio”, con quanta più imparzialità, certamente, mettendoci però anche il cuore”.
Il pubblico numerosissimo della Casa delle Vedute ha applaudito calorosamente l’analisi e i propositi del presidente della Società di studi storici e geografici di Pirano che ha dato poi la parola agli ospiti e alle personalità intervenute.
Nel giugno del 2005 a Trieste si tenne una giornata di studio dedicata al pittore piranese Cesare Dell’Acqua in occasione del centenario della scomparsa. L’evento rientrava nell’ambito delle manifestazioni promosse e organizzate in concomitanza con i 250 anni della Camera di Commercio di Trieste.
Cesare Dell’Acqua fu pittore di storia e di genere, acquerellista e illustratore. Nacque a Pirano il 22 luglio 1821 da Andrea, giudice capodistriano, e da Caterina Longo, triestina. Poiché rimase orfano in tenera età si trasferì con la madre dapprima a Capodistria, e successivamente, nel 1833, a Trieste. Le sue doti artistiche furono apprezzate dallo scultore veneziano Pietro Zandomeneghi e grazie all’interessamento di Pietro Kandler poté frequentare a spese del Municipio tergestino l’Accademia di Belle Arti della città lagunare (1842-1847). Successivamente lavorò per il principe Federico di Lichtenstein e per l’arciduca Giovanni d’Austria. Dopo un breve soggiorno a Parigi, nel 1848 si trasferì a Bruxelles ove conobbe Caroline Van der Elst che poi sposò, e dal cui matrimonio nacquero due figlie: Eva e Aline. Nel 1857 ricevette la medaglia d’oro all’Esposizione Generale delle Belle Arti di Bruxelles per “Gli esuli milanesi accolti a Brescia dopo la distruzione della loro città nel 1162 da parte di Federico Barbarossa”.
Negli anni ’50 del XIX secolo Dell’Acqua era ormai un pittore affermato e nel periodo compreso tra il 1852 e il 1877 eseguì grandi composizioni sia per le istituzioni sia per le dimore dell’alta classe triestina. Lavorò per il barone Pasquale Revoltella, per l’arciduca Massimiliano d’Austria, per la Comunità greco-orientale, nonché per il Municipio di Trieste, che gli commissionò la tela di notevoli dimensioni raffigurante l’allegoria delle fortune economiche della città che fu collocata nella sala consiliare del nuovo palazzo. Flavio Tossi scrive: “Versatile e prolifico, Dell’Acqua alterna la pittura a olio all’acquerello con pari successo durante tutta la sua carriera e usa il disegno per studi accademici di composizione (...). Numerosi acquerelli denotano l’attrazione, quasi affettiva, esercitata su Dell’Acqua dal mondo del circo e i suoi animali. Altri fanno capo alla sfera dei ricordi di gioventù, in particolare i pittoreschi personaggi in costume orientale che aveva modo di osservare a Trieste. A tal proposito è utile sottolineare che il cosmopolitismo dell’allora florido emporio dell’Impero austriaco costituisce la fonte primaria d’ispirazione, sia per gli acquerelli che per i dipinti a olio, del filone esotico di Dell’Acqua”.
L’artista, che non smise di avere rapporti con la sua terra natia, si spense a Bruxelles il 16 febbraio 1905.
Nel giugno del 2005, nel centenario della sua scomparsa, si tenne a Trieste, nella Sala Maggiore del Palazzo della Borsa Vecchia, una giornata di studio sull’artista e i contributi esposti sono stati ora raccolti e pubblicati nella collana “Acta Historica Adriatica”. Come si legge nella prefazione al volume, essi possono essere divisi in due parti, la prima delle quali affronta il personaggio sotto il profilo storico, la seconda più specificatamente sotto il profilo artistico.
Apre la serie degli interventi quello di Flavio Tossi, che ha funzione introduttiva, percorre la vita del pittore e ne mette in risalto le fortune artistiche in campo internazionale corroborate dalla partecipazione a prestigiose esposizioni in Europa, in Australia e negli Stati Uniti. Vi è tratteggiato anche un finora inesplorato profilo affettivo, in cui anche la sua terra d’origine ha la sua parte, perché ricordata nei titoli e nelle rappresentazioni di molte delle sue opere.
In seguito Marino Bonifacio analizza il cognome dell’artista e si sofferma sugli aspetti famigliari che lo legano a Pirano. Kristjan Knez propone alcune considerazioni sulle realtà del territorio nel periodo corrispondente pressapoco all’infanzia di Cesare Dell’Acqua trascorsa fra Pirano e Capodistria. Ne escono una configurazione urbana e una vita sociale delle cittadine dell’Istria nord-occidentale immutate rispetto ai due secoli precedenti, caratterizzati dalla profonda influenza della Serenissima, anche se nel contempo cominciavano a manifestarsi gli indizi di una nuova era.
La situazione politica e l’arte all’arrivo di Cesare Dell’Acqua in Belgio sono invece al centro dell’intervento di Brita Velghe, che offre la visione di un Paese di recente costituzione, politicamente stabile, economicamente prospero e al riparo dei movimenti rivoluzionari del 1848.
San Giovanni Battista predica nel deserto e Gesù chiama a sé i fanciulli sono le uniche opere di Cesare Dell’Acqua di soggetto sacro, conservate nella chiesa di San Nicolò dei Greci di Trieste. Nel suo saggio Franco Firmiani mette in risalto l’impianto compositivo scenografico e la struttura plastica delle statuarie figure dei due enormi dipinti richiesti all’artista dalla Comunità greco orientale di Trieste, per i quali rinunciò al compenso. I nessi compositivi e i riscontri iconografici presentati dimostrano come il pittore, reduce da un viaggio in Italia, abbia tratto buon profitto dall’arte italiana fra Michelangelo e Caravaggio.
Il contributo di Rossella Fabiani mette in luce l’irripetibile panorama culturale triestino degli anni in cui Massimiliano d’Asburgo affidò a Dell’Acqua la realizzazione dei dipinti per il Castello di Miramare. Un panorama in cui sono presenti personaggi di origini diverse, ma accomunati da interessi simili quali l’arte, la natura, la storia, fra i quali il pittore funge da cerniera comune.
Trieste commerciale e cosmopolita è protagonista nei due dipinti, eseguiti a vent’anni di distanza l’uno dall’altro, che Serenella Ferrari prende profondamente in esame.
Infine a corollario dei contributi citati, gli apparati filologici si suddividono tra Cronologia, Bibliografia e Musei e istituzioni che conservano opere di Cesare Dell’Acqua.
Chiara Vigini

67 - Osservatorio Balcani 04/11/11 Un viaggio tra le memorie divise

Simone Malavolti*
Un viaggio attraverso i confini vecchi e nuovi e le numerose memorie divise del '900. Questa la tematica che ha accompagnato 12 insegnanti coinvolti in un progetto di aggiornamento promosso da alcune associazioni italiane. Riceviamo e volentieri pubblichiamo
Un viaggio attraverso i confini vecchi e nuovi e le numerose memorie divise del '900. Questa la tematica che ha accompagnato i 12 insegnanti coinvolti nel progetto “Memorie divise del '900” nato dalla collaborazione tra l'Associazione culturale pAssaggi di Storia di Firenze e l'Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea della Provincia di Pistoia.
Grazie ai fondi ottenuti dalla Regione Toscana, le due associazioni hanno potuto realizzare, con un largo partenariato nazionale (Liceo Scientifico Statale "Amedeo di Savoia Duca d'Aosta", Osservatorio dei Balcani e del Caucaso, Narodna in študijska knjižnica v Trstu / Biblioteca Nazionale Slovena e degli Studi di Trieste, Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione nel Friuli Venezia Giulia (IRSML) e internazionale (ADL Prijedor, IDC Sarajevo, JUSP Donja Gradina, National Park Kozara) quattro incontri di preparazione teorica tra marzo e giugno 2011, quindi il viaggio di approfondimento e conoscenza e un momento di restituzione alla cittadinanza da realizzarsi grazie anche al supporto della Provincia di Pistoia.
Il percorso proposto si pone come obbiettivo quello di offrire alcuni strumenti di conoscenza e di riflessione sulla tematica delle memorie divise e delle diverse narrazioni storiche che impediscono la comprensione reciproca tra i popoli e quindi un solido sviluppo di relazioni pacifiche.
Gli esempi potrebbero essere migliaia e non solo uscendo dai nostri confini. Questo progetto ha scelto di concentrarsi sulle memorie divise del Confine Orientale/Occidentale, sulle memorie divise tra serbi e croati sulla Seconda guerra mondiale così come sulle memorie divise dei popoli ex-jugoslavi degli anni '90.
Ogni argomento è stato quindi trattato cercando di mettere a fuoco la complessità di queste vicende senza censure nei confronti dei diversi racconti e delle diverse memorie, ma al contempo senza dimenticare che dobbiamo affrontare queste differenze con il dialogo e una conoscenza più ampia delle vicende e la responsabilità, come storici e insegnanti, di riproporle adeguatamente.
Tutte queste vicende e memorie, dal Confine Orientale alle guerre degli ani '90, si legano ad un'unica storia complessa e dolorosa, dove ogni parte ha saputo spesso coltivare soltanto la propria memoria ed è stata incapace di riconoscere stessa dignità a quella degli altri. In modo tragicamente più evidente, le vicende degli anni ’90 in Jugoslavia hanno dimostrato quanti danni possa fare la strumentalizzazione di un passato mai affrontato nei suoi nodi problematici. Questo e molto altro ci hanno raccontato i luoghi che abbiamo visitato e attraversato grazie a questo progetto.
Gonars
Finalmente si parte, pieni di entusiasmo e curiosità, ma anche di aspettative e pregiudizi!
Prima tappa del viaggio è Gonars, sito del campo di concentramento italiano per jugoslavi, dove ci accompagna la storica Alessandra Kersever. Visitiamo il Sacrario Memoriale costruito dall'architetto Miodrag Zivkovic di Belgrado dall'allora SFRJ, come ci spiega la Kersevar, “nell'ambito degli accordi tra governo jugoslavo e italiano che sarebbero sfociati nel 1975 nell'accordo di Osimo. Al margine di quegli accordi c'era anche la richiesta da parte della Jugoslavia di poter costruire dei sacrari per i cittadini morti sul territorio italiano. Ne vennero costruiti 4, Gonars (UD), San Sepolcro (AR), Roma e Bari”.
Se in quegli anni vi era un tentativo di riconoscere le vittime altrui e rispettarne anche il ricordo, i nuovi cartelli informativi ci riportano alla questione delle memorie divise in un modo che non ci saremmo aspettati. “Prima c'era un solo cartello – continua la Kersevan - che parlava di internati jugoslavi. Dopo la divisione della Jugoslavia hanno voluto dividere anche i morti che, tra l'altro, non vengono ricordati neppure tutti perché ci sono stati anche alcuni serbi e rom”. I nuovi cartelli post-jugoslavi, infatti, ricordano separatamente gli internati croati e sloveni e le altre vittime della Seconda guerra mondiale, ponendoci di fronte al primo caso di memoria divisa. Ma il monumento di Gonars, come ci ricorda ancora la Kersevar, è un luogo simbolo anche di una memoria negata e cancellata da parte degli italiani e che, col suo progetto Gonars the Italian lost memory, la studiosa sta cercando di riportare alla nostra attenzione al fine di riconoscere le nostre colpe e le loro sofferenze.
Basovizza
Il viaggio prosegue per Basovizza (TS) dove incontriamo nuovamente un caso interessante di sovrapposizione e divisione di memorie. Grazie allo storico Sandi Volk di Trieste, partecipiamo alla commemorazione di 4 giovani antifascisti sloveni condannati a morte il 5 settembre 1930 dai fascisti da un Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato “che inscenò a Trieste – come ricorda il volantino - un processo il cui regista occulto fu lo stesso Duce”. Il foglio informativo è scritto in lingua italiana e slovena, ma la presenza alla commemorazione è inequivocabilmente a maggioranza slovena. In realtà ci spiega Sandi Volk “questi quattro [antifascisti] diventano fin da subito degli eroi della Resistenza non solo dell'antifascismo sloveno ma anche dell'antifascismo italiano.[...] Dall'indipendenza slovena le celebrazioni hanno assunto caratteristiche diverse. È cresciuta l'importanza di queste celebrazioni e da alcuni anni sono presenti anche i ministri della Repubblica slovena. L'antifascismo è comunque presente: ci sono due [cori di] oratori uno italiano e uno sloveno. Si cerca questo contatto, anche se non è mai stata riconosciuta a livello istituzionale e il monumento è gestito da privati”.
Interessante vedere come Basovizza, luogo simbolo della tragedia delle foibe, sia anche il luogo di una memoria diversa. A poche centinaia di metri troviamo infatti il monumento alle foibe, inaugurato nel 2007 e gestito dalla Lega Nazionale di Trieste. Qui si accende tra di noi una breve ma significativa discussione sulla scritta del monumento che recita: “Onore e cristiana pietà a coloro che qui sono caduti. Il loro sacrificio ricordi agli uomini le vie della giustizia e dell'amore sulle quali fiorisce la vera pace”. Eccoci nuovamente di fronte ad un profondo clivage sulla memoria, stavolta tutto italiano. La discussione verte sulla scelta lessicale della frase, per alcuni inadeguata perché tendente ad una retorica considerata ideologicamente di destra, per altri adatta proprio a salvaguardare la memoria del luogo e delle sue vittime. Le discussioni e i confronti, data la vivacità intellettuale del gruppo, non mancheranno di accompagnarci durante l'intero percorso.
Monte Kozara
Il secondo giorno prevede la visita al monte Kozara, nei pressi di Prijedor in Bosnia Erzegovina, luogo commemorativo dell'epopea partigiana che dagli anni '90 in poi ha subito un processo di risemantizzazione in senso nazionalista. Il museo è purtroppo chiuso quando arriviamo, ma dalle piccole fessure della struttura anni '70 in cemento armato, si intravede bene la presenza della mostra “temporanea” che dal '99 viene ospitata nei suoi locali e che rappresenta un ottimo esempio di rivisitazione in senso nazionalista delle tragedie delle guerre. Fin dal titolo “Il genocidio dei serbi nel XX sec. 1914-1918, 1941-1945, 1991 - ?” è possibile capire come i nazionalismi degli anni '90 abbiano strumentalizzato una parte della memoria e della storia al fine di giustificare i nuovi orrori della guerra. Grazie al finanziamento del Ministero della Republika Srpska, la cosiddetta rivitalizzazione della mostra precedente è stata finalmente affidata al direttore del Museo di Bijeljina, Mirko Babic. La mostra permanente ciò nonostante rimane saldamente al suo posto, mostrandoci l'estrema difficoltà che le autorità politiche e del Parco Nazionale del Kozara registrano nella sua rimozione, frenati dal timore di suscitare le proteste di politici nazionalisti ancora in grado di strumentalizzare queste vicende.
Nel raccontare la storia di Prijedor del '900, a partire dall'apertura della miniera nel 1917 fino all'apertura del campo di Omarska proprio in uno dei maggiori siti della miniera attraverso le stragi e le deportazioni della Seconda guerra mondiale, i partecipanti colgono quasi in maniera tangibile la complessità della tematica storica e delle memorie divise del '900, così come la sua profonda attualità.
Jajce
Il terzo giorno è dedicato esclusivamente al lungo viaggio che ci porta da Prijedor fino a Sarajevo, ma che si rileva comunque occasione per attraversare altri luoghi simbolo delle memorie divise e della loro risemantizzazione. In particolare il passaggio da Jajce: mentre dal pullman lo storico Stefano Bartolini dell'Istituto Storico della Resistenza di Pistoia ci racconta l'importanza simbolica che questo luogo ricopre per le vicende della Resistenza partigiana jugoslava e per le importanti decisioni prese qui dall'AVNOJ nel novembre del '43 sulla formazione di uno stato jugoslavo federale, le bandiere croate e gli striscioni che sventolano dall'antica fortezza ricordano un'altra liberazione, quella del 13 settembre del '95 quando le forze croato-bosniache liberarono la città dall'esercito serbo-bosniaco. Il nostro passaggio proprio il 13 settembre è puramente casuale, ma ci offre l'opportunità di cogliere nuovamente questo divario tra uno dei simboli di unità e fratellanza (della II g.m.) e uno dei simboli delle divisioni che ancora oggi regolano le memorie e le commemorazioni locali.
Sarajevo
Il soggiorno a Sarajevo prevede due importanti visite: un incontro al Centro di Ricerca e Documentazione e una visita al Museo Storico della Bosnia Erzegovina.
Il primo incontro ci permette di introdurre e suggerire, dopo i numerosi esempi di memorie divise e narrazioni diverse, una sorta di via d'uscita da questo vortice di strumentalizzazioni e scontri di memorie, grazie alla presentazione del lavoro pluriennale del centro di ricerca. Dopo aver realizzato un vero e proprio archivio con i dati e le storie di tutte le vittime della guerra di Bosnia Erzegovina dal '92 al '95, il centro sta realizzando un nuovo progetto di divulgazione e conoscenza per la società civile: un atlante multimediale online dei crimini di guerra.
Come ci spiega Senada Gugic, il tentativo è quello di creare uno strumento che sia disponibile a chiunque direttamente da internet e così sostenere un processo di diffusione e condivisione del materiale raccolto. L'atlante è naturalmente soltanto l'ultimo progetto che vede impegnata questa organizzazione nella ricerca di una verità fattuale e statistica che possa costituire la base per evitare le strumentalizzazioni e fornire agli storici e agli studiosi dati certi e documentati su cui costruire le future narrazioni storiche. Si tratta di un argomento che ci tornerà utile quando visiteremo due giorni dopo i due siti memoriali di Jasenovac e Donja Gradina, emblema della strumentalizzazione del numero delle vittime del campo di concentramento omonimo.
La seconda visita, prima di lasciare il tempo per girovagare nella Baščaršija e nel centro storico per scoprire liberamente il fascino della città, è dedicata al Museo Storico della Bosnia Erzegovina, ex Museo della Rivoluzione. Al suo interno incontriamo la curatrice Elma Hasimbegovic che ci illustra le mostre permanenti e temporanee, oltre a spiegarci le difficoltà economiche in cui versa il museo. Le scelte operate da questo museo storico rilevano ancora una volta come gli ultimi anni abbiano profondamente cambiato le prospettive storiche di questo paese. L'esposizione principale presenta la storia della Bosnia Erzegovina dal medioevo ad oggi, con una parte altrettanto esclusivamente dedicata all'assedio di Sarajevo. La curatrice ci indica quest'ultima come la parte più interessante ed importante del museo, ma ci spiega velocemente anche la storia del museo. Prima della guerra i locali ospitavano una mostra permanente esclusivamente dedicata alla II guerra mondiale alla Resistenza partigiana. “La sua missione era quella di conservare e promuovere la memoria della II g. m. e all'epoca era molto famoso”. Questa parte è stata completamente rimossa quando è iniziata la guerra, e oggi significativamente sostituita con i nuovi miti fondativi, dalla storia medievale all'assedio, momento probabilmente tra i più simbolici e significativi per l'identità cittadina. Fuori dal Museo, d'altronde, proprio il bar inserito nello stabile si chiama Caffè Tito e ogni anno, come si capisce dai manifesti ancora appesi su cui è scritto “Siamo tutti con Tito”, si festeggia ancora il 25 maggio, compleanno di Tito e giorno della gioventù della defunta Jugoslavia. Il locale sembra aver sostituito il museo vista la quantità di cimeli originali del periodo jugoslavo riguardanti la figura di Tito. Questa immagine ci dice molto sui sentimenti che ancora la gente prova per quel periodo e sulla diversa linea ufficiale del museo.
Donja Gradina e Jasenovac
L'ultima tappa del viaggio si svolge nel luogo cardine e simbolo delle memorie divise, ovvero al sito memoriale di Donja Gradina, in Bosnia Erzegovina e al sito memoriale e al museo di Jasenovac, in Croazia. Entrambi gli enti conservano la memoria del campo di concentramento ustascia di Jasenovac esistito dal 1941 al 1945. La sola esistenza di due enti a così poca distanza ci indica quanto forte sia ancora il divario tra le due narrazioni e le due memorie della stessa vicenda. A Donja Gradina lo storico Dean Motl ci accompagna lungo la suggestiva passeggiata immersa tra gli alberi nei luoghi destinati ai massacri dei prigionieri e alla creazione di fosse comuni (ne sono state rinvenute oltre 100, tra cui 5 esclusivamente di bambini).
Il numero di vittime del campo rappresenta il terreno di scontro che fin dal dopoguerra vede dividersi in maniera sempre più aggressiva le storiografie nazionali. Lo si comprende bene quando arriviamo nel luogo simbolo di Donja Gradina rappresentato da grandi cartelloni su cui appaiono le cifre delle vittime: 700.000 vittime del campo di concentramento di Jasenovac, di cui 500.000 serbi, 40.000 rom, 33.000 ebrei, 20.000 bambini e 127.000 antifascisti. Tale cifra, ci spiega Motl, è il risultato di una Commissione degli anni '60. Su queste cifre però non è stata fatta alcuna ulteriore indagine e l'ente museale di Donja Gradina non sembra volerne avviare alcuna per il momento. L'impressione che ne traiamo è che invece si preferisca conservare e amplificare esclusivamente il valore evocativo e simbolico di questa cifra.
Tale contabilità d'altronde cozza in maniera violenta con le cifre che ci vengono fornite dal Museo di Jasenovac dall'altra parte della riva del fiume Sava in territorio croato. L'approccio del Museo di Jasenovac è infatti profondamente diverso. Chiediamo al nostro accompagnatore, lo storico Ivo Pejakovic, oltre alle notizie riguardanti il monumento e la storia del campo, di entrare nel merito della questione numerica. Il museo di Jasenovac, ci spiega Pejakovic, è anche un centro di ricerca che sta faticosamente cercando di restituire ad ogni vittima la propria identità, come dimostrano i pannelli con i nomi di ogni vittima appesi al soffitto. Una ricerca attualmente ancora in itinere che rimane sempre aperta. La cifra delle vittime documentate è giunta fino ad oggi a circa 83.000. La domanda posta da uno dei partecipanti è quindi se oltre al numero documentato, il centro non cerchi di fare una stima delle vittime, visto che sarà difficile ad così ampia distanza poter identificare tutte le vittime singolarmente. Pejakovic concorda naturalmente sulla necessità di conciliare la documentazione sulle singole vittime anche con le stime statistiche, ma qualcuno fa notare che ciò nonostante non ne esiste traccia all'interno del museo.
Sia Motl che Pejakovic ci ricordano che non sapremo mai qual è il numero esatto delle vittime. Il sospetto è che dietro a questa affermazione si nascondano ancora e troppo spesso le due parti, permettendo loro di continuare a fronteggiarsi in una vera e propria guerra, cinica e drammatica, di numeri. Se queste rimangono quindi a tutt'oggi le cifre di riferimento ufficiali (83.000 e 700.000) su cui si vorrebbe costruire un dialogo e un confronto, si capisce bene come la questione delle memorie divise rimanga più che mai aperta e drammaticamente lontana dall'essere seriamente affrontata.
Ciò nonostante, seppur stretti, esistono margini di speranza. Nonostante che i due enti non abbiano alcun tipo di collaborazione ufficiale, sia da una parte che dall'altra ci confermano I due ricercatori, esistono i rapporti informali soprattutto tra i singoli storici e studiosi più aperti. Ci svelano addirittura di un progetto di ricerca elaborato e portato avanti a titolo privato da due ricercatori dei due enti. Un progetto sui giorni delle liberazione del campo, avvenuta grazie ad una sollevazione interna e non grazie all'arrivo dei partigiani. Uno dei due si spinge fino a dichiarare: “è assurdo che esistano due enti museali separati. Sarebbe bello se vi fossero le condizioni per realizzare un unico museo congiunto e poter finalmente lavorare insieme”. Purtroppo la realtà attuale non sembra potergli dare grandi speranze.
*Simone Malavolti è presidente di pAssaggi di Storia

68 - La Voce del Popolo 22/10/11 E & R - Ciacolade di Rudi Decleva - Vita de Campo profughi a Barletta
a cura di Roberto Palisca


Vita de Campo profughi a Barletta
Quanti ani che xe passadi dai primi dei 50, quando che la mia familia - dopo dò volte respinta la opzion per la citadinanza italiana - finalmente la gà avù la “propusniza” dei drusi per partir verso la libertà. A Udine, i li gà destinadi a Barletta e così anca mi - che me trovavo al “Collegio Tommaseo” de Brindisi - me gò podù ricongiungerme con lori dopo 4 ani che gavevo vivesto de solo.
Son arivado al Campo, che era una vecia Caserma in Via Manfredi 24, ale 8 de matina dove che era de guardia un fiuman, el signor Mofetti, che el me gà fato tante feste.
Non ve conto la gioia de incontrar i mii e la delusion de veder el cambio de sistemazion tra quela del Colegio Tomaseo, indove che gavevo una bela camereta de Istrutor, e quela caponera in sofitta dela Caserma.
Infati, la granda camerata dela Caserma la era stada divisa in tanti picoli box indove che vegniva sistemade due familie e a noi era tocado de dividerse el “quartierin” cola famiglia fiumana Prischich; el Uccio Prischich adesso el vive a Busalla vizin Genova.
Andavimo molto de acordo e ognidun nel suo “picolo” el era re; due coverte de militar tirade col cavo de fero le divideva le propietà e la furbizia de gaver i leti a castel de militar ne consentiva de viver in quel fazoleto de spazio in otto persone con i cassoni dele cramarie che ne fazeva de tavolo per magnar e dove che se sistemava el forneleto eletrico o la “Primus”, che la andava a petrolio, per cusinar el magnar.
STRAORDINARI Sì, perchè quela volta invece del pasto caldo i ghe dava al profugo 125 lire al giorno, e con quele se tirava avanti ala meno pegio, vendendo ogni tanto qualche toco de oro che se gaveva portado fora de Fiume, chi che podeva. Per vegnir incontro ai bisogni dela gente, el diretor del Campo el fazeva far turni e così ogni due mesi el profugo el podeva guadagnar qualche lira de straordinario che la ghe vegniva molto comoda. Un quatro-zinque de lori i lavorava anca fissi in Ufficio e el signor Mofetti el era fisso come sovraintendente.
Barletta agricola no la podeva ofrir lavor ai nostri, ma se tegnimo conto che erimo scampadi dela guera e dei titini, non era tanto mal anca perchè el Campo el era in pien zentro dela cità e la gente barlettana - molto semplice - la era anca molto bona. In mercato ghe era tanta verdura e ben de Dio e nei banchi del pesse ghe era tanto pesse, sempre coperto dale mosche, tante mosche, che gavemo fato subito la abitudine.
Pian pian tuti se gavemo inzegnà cole cusine a gas - la prima novità del progresso - e xè stada una vera liberazion per le nostre done, non più s’ciave dei fornei eletrichi e dele Primus.
ZINEMA GRATIS Quatro zinema era a Barletta e tuti quatro i dava ala Direzion del Campo le tessere omaggio per entrar a gratis, e così tuti i dopopranzi erimo per i cinema a veder el Amedeo Nazzari, la Ivonne Sanson o el tenor Mario Lanza nei film a colori. Per i Tre Re vegniva un Dirigente dela Prefetura de Bari e el Sindaco de Barletta che portava i Pacchi dono per le crature e dixeva bele parole de conforto per noi Profughi.
De sabato sera se se radunava in una sala e se balava con due radio che le sonava al massimo del volume; le babe vecie le stava sentade a guardar e far le critiche, come sempre era stado e come sempre sarà, mentre un spacio interno vendeva vin, passarete e gazose; e così tuti i era contenti.
El sabato era una giornata importante anca perchè era el giorno dela doccia, che la era distinta per le done e i omini, e el Signor Mofetti el era el unico autorizado a entrar quando che ghe tocava ale done per regolar la acqua calda e le done le se lamentava che el “chibizava”, come che sarìa dir che el ghe butava el ocio. Una altra granda manovra la capitava de Sabato e era la pulizia dele bande dei leti, che essendo svode de dentro, le era piene de zimisi e alora la tecnica la era quela de spander dentro el petrolio e darghe fogo, ma la guera contro i zimisi no la gaveva mai fine e la continuava anca de note.
Pensarghe adesso me se sdrizza quei pochi de cavei che gò in testa, ma quela volta bisognava far la fila per ciaparse el posto come a Fiume in tempo de guera per comprar zigarete o magnativa.
Grazie al DDT, pedoci non se li vedeva più, se non quando che le crature del Campo se li becava a scola, indove che i putei i se li passava uno con l’altro. Quando che moriva un profugo, el vegniva sistemado intela sala dela doccia, che la era sempre bela fresca, e al funeral no mancava mai nessun.
DOPPIO DAZIO Insieme con noi giuliani, in Campo era ospitadi in quel periodo anca profughi de Africa e italiani de Romania, oltre che profughi de Patrasso e de Rodi Egeo. Questi ultimi era gente che gaveva vivesto prima ancora a Smirne in Turchia, e i gaveva già perso i sui sudori per causa dela guera fra i turchi e i greghi; poi i gaveva credudo che ghe saria stado ben viver intel Dodecaneso italian e inveze ghe gà tocà de pagar el dazio dinovo come che noi.
Ogni giornata la passava monotona sempre sperando che qualche cossa se gaverìa cambiado.
Mi ero studiado e per questo la nostra povera gente me pregava de scriver le supliche che ghe vegni riconossudi i sui diriti, le pensioni, i dani de guera, le pratiche dei beni abandonadi, la reversibilità dela “Cooperativa Garibaldi” de Genova – grando falimento maritimo de quei tempi, le marchete versade in Jugoslavia e così via.
Un caso scandaloso tra i tanti, xe stà quel de una povera putela de otto ani, orfana de guera, che la gaveva quei quattro soldi dela assicurazion del povero Padre morto in guera blocadi e infrutiferi in banca fin ala sua magior età de 21 ani, e el Giudice Tutelare, che el stava a Civitanova Marche, che nol ghe voleva liberar el capital (finido poi magnado dala svalutazion) gnanche per comprarghe i libri de scola o le scarpe o la minestra. La giustizia dei sordi verso chi che gà pagà con la vita el amor de Patria.
VERSAMENTI SÌ, PRELIEVI NO Mio padre, apena arivado a Barletta, el xe andado a meter quei quatro soldi che el gavevaportado de Fiume, ala Posta de Stato perchè i ghe gaveva deto al Campo che i sarìa stadi più sicuri. Un diese giorni dopo, quando che el xe andado per tirar fora qualche Lira, el impiegato ci fa’ e ci dice che nol pol darghe niente soldi perchè che lui non lo conosse e che bisogna che el porti qualchedun che el garantissi per lui. Ma come - ghe gà deto mio Padre - per prenderli i soldi ti mona ti ti me conossevi, e adesso per darmeli ti non ti me conossi più? E così el mio Vecio el te gà peta’ un gheto de quei che tremava i muri, e i soldi el te ghe li gà fati spudar fora perchè se no li gà minaciadi che el andava dai Carabinieri!
E così la nostra povera Gente - una volta benestante e adesso costreta a viver coi zimisi - la se svejava ogni giorno sperando de ricever una letera de Roma, de Genova, de Trieste, de Rieka o de Civitanova, cola bona notizia che la sua pratica la era a posto, e invece tuto continuava come prima e pegio de prima. E mentre che noi giovani balavimo e se la prendevimo ala garibaldina, i nostri poveri Veci i stava ziti e in disparte, lori che i gaveva molado tuto per vegnir in Italia e che adesso i se inacorgeva che i gaveva perso anca la dignità, mentre che la salute la ghe scominziava a dar i primi alarmi.
La signorina Varin, fiumana, la me parlava sempre con orgolio dela sua nipote pianista che la sonava in Conzerto a Milano la “Rapsodia in blu” del Gherschwin, e con altri ricordavimo le opere del Teatro Verdi e i combatimenti del nostro grando Ulderico Sergo, mentre quei de Patrasso - che i gaveva portado con lori le chitare - lo stesso i continuava a cantar per grego “O Kaimos” (El dolor) come capita a noi quando che cantemo per croato “Tamo daleko”: quele parole che te taja el cor e che le vol dir “La’ lontan, lontan oltre i monti e el mar; là xe la mia tera, là xè el mio amor!”.
In questo ambiente gò studià quatro ani, de note perchè non era possibile de giorno per la confusion che fazeva oltre zento persone sistemade in quei grandi cameroni in sofita senza plafon, e combatendo contro i zimisi che proprio de note i se meteva in procession. Nel 1954 me son laureà; giusto in tempo perchè un mese dopo i gà serà el Campo e a Genova gò scominziado el novo raund dela mia vita.

69 - Il Piccolo 12/11/11 Il Racconto - Così Trieste dimenticò la lezione cosmopolita del vescovo Bonomo di Boris Pahor


IL RACCONTO»DI BORIS PAHOR

Esce un nuovo numero della rivista “Lettera Internazionale” che è stato interamente dedicato alle culture dell’Adriatico

Dal nuovo numero della rivista “Lettera Internazionale” dedicato alle culture dell’Adriatico pubblichiamo una parte dell’articolo di Boris Pahor “Trieste amara, ma sempre amata”, per gentile concessione.
di BORIS PAHOR
Pietro Bonomo era di nobile famiglia triestina. Dopo aver studiato a Padova, iniziò la sua carriera a Vienna come segretario dell’imperatore Massimiliano I. Convinto umanista, membro della società denominata Sodalitas Literaria Danubiana, Bonomo componeva liriche in latino. Morta la moglie, scelse la carriera ecclesiastica ottenendo diverse prebende e, a un tempo, importanti incarichi diplomatici. Perduta la speranza di diventare vescovo di Vienna, lasciò la corte viennese e, come vescovo di Trieste, organizzò una sua corte ecclesiastico-umanistica nella città, dove ai suoi chierici spiegava, in latino, italiano e sloveno, Virgilio e l’Ecclesiaste di Erasmo. Fu però precursore del protestantesimo, mettendo in pratica la tesi di Erasmo secondo cui le Sacre Scritture dovevano essere date in mano ai popoli nelle loro lingue originarie.
Per gli sloveni, fu importante che Bonomo valorizzasse la loro lingua e che promuovesse il chierico sloveno Primož Trubar, al quale, una volta divenuto sacerdote, mise a disposizione una delle chiese triestine. Ma più importante ancora fu lo sviluppo che ne seguì: infatti, Trubar, sempre sostenuto dal vescovo, fruì di diverse prebende nel retroterra sloveno, si avvicinò al protestantesimo diventandone presto un predicatore tanto in auge da dover lasciare Lubiana e da rifugiarsi in Germania dove, a Tubinga, nel 1550, pubblicò di nascosto e con grande difficoltà un catechismo e un abbecedario in lingua slovena firmandosi come “patriota illirico”, mentre per le poesie scelse “un certo esule di Cristo”, usando anche un stratagemma per non citare il vero tipografo né la data di stampa. Questo per quel che riguarda l’importanza di Trieste per l’inizio della letteratura slovena, inizio che avrebbe avuto un importante seguito con le opere dello stesso Trubar e poi dei suoi discepoli, tanto da produrre, nel 1584, la traduzione completa della Bibbia in sloveno.
Ma Bonomo fu anche un politico lungimirante. Nel 1518, da uomo di corte espertissimo qual era, scrisse che la civitas triestina, come porto in un golfo del Mare Adriatico, potest dici verum emporium Carsiae, Carniolae, Stiriae et Austriae. È così che la denominazione di “emporio” diventò quasi un termine nobiliare per la civitas triestina, sebbene dovesse, a causa della minaccia turca, attendere duecento anni per potersene gloriare. Infatti, il 18 marzo 1719, l’imperatore Carlo VI istituì un porto franco a Trieste e a Fiume. Dedicatasi alla Casa d’Asburgo fin dal 1382 per liberarsi dalle insistenti mire veneziane, Trieste aveva vissuto piuttosto mediocremente del commercio locale, nonostante fosse ricca di saline e di cave di primordine; ora invece, iniziando con la Privilegiata compagnia orientale, era tutto un espandersi di commercio con affluenza di genti dall’Europa centrale e meridionale, tanto che la città, da 5.000 abitanti all’inizio nel Novecento giunse a contarne 200.000. Una città multietnica con le due lingue iniziali, l’italiana e la slovena, scortate dal tedesco, croato, serbo, greco, turco, ceco, ebraico. Un vivaio di culture diverse in accordo con lo sviluppo del commercio, delle società di navigazione, di assicurazione, di circoli culturali, di vita musicale, teatrale. Cosmopolitismo felice e nevrotico, ma bene ordinato come in tutto l’Impero.
Il male insito, che si preparava a cambiare la direzione della storia, fu l’irredentismo che aspirava all’unione con il Regno d’Italia e che rinvigorì dopo il 1870 nonostante la contrarietà delle menti più lungimiranti in campo economico e commerciale che prevedevano una Trieste qualificata se fosse stata lasciata senza il retroterra centroeuropeo. La seconda calamità fu l’imperialismo dell’Italia unita che voleva, insieme a Trieste, anche il territorio sloveno che, dalle porte della città, si estende fino alle Alpi Giulie. Trattato di Londra del 1915. Agli irredentisti non andava a genio nemmeno lo sviluppo economico e culturale della popolazione slovena in città. Infatti gli sloveni, considerati prima come popolo minuto, formato da contadini, scaricatori di porto, panettieri, cuoche, balie, avevano, dopo il 1848, confermato la loro identità nazionale e sociale con una borghesia liberale che, insieme ai croati e ai cechi, costituiva un polo slavo di non poca importanza per lo sviluppo economico e culturale.
Oltre ai centri culturali del circondario, gli sloveni si costruirono una casa della cultura nel centro della città, il Narodni dom, disegnato dal noto architetto Maks Fabiani, palazzo multifunzionale con albergo e caffè. Più numerosi in città che a Lubiana, gli sloveni non avevano alcun interesse a diventare cittadini del Regno l’’Italia: infatti essendo stati autonomi sotto Venezia, appena questa nel 1866 fu inclusa nel Regno, vennero sottoposti a un processo di assimilazione. E la stessa cosa, purtroppo, dovettero subire dopo la catastrofe del 1918 quando, sconfitto, l’Impero si sfaldò e quindi si allontanò dall’Adriatico come potenza marittima, e gli sloveni del Litorale divennero cittadini italiani. La malasorte di tutto il popolo sloveno volle che esso formasse, insieme ai croati, lo Stato dei Serbi, Croati e Sloveni, che il re serbo avrebbe presto trasformato in Regno di Jugoslavia. Evoluzione che avrebbe avuto conseguenze fatali perché, venuto al potere il fascismo, Mussolini avrebbe cercato il modo di imporsi sul Mare nostrum e, quindi, sul territorio della sponda jugoslava. Dominazione che partì con un’assimilazione a tappeto degli jugoslavi, cioè degli sloveni e dei croati dell’Istria, cittadini della regione chiamata poi Venezia Giulia.
Un genocidio culturale che a Trieste ebbe un’introduzione fascista già nel 1920 con l’incendio del Narodni dom e con altri pogrom. Con il fascismo al governo, si ebbe l’eliminazione dell’insegnamento dello sloveno, della stampa, delle organizzazioni slovene di ogni specie, della trasformazione dei cognomi in forma italiana, così da creare 50mila cittadini della provincia di Trieste per decreto nel 1926 – italiani di zecca. E poiché prima i giovani, poi un’organizzazione capillare, si opponevano al regime e clandestinamente lottavano per la libertà, ci furono due grandi processi del Tribunale speciale per la difesa dello Stato, che condannarono a morte per fucilazione 4 imputati nel 1930, e 5 dei 9 imprigionati nel 1941.

70 - Corriere della Sera Veneto 22/11/11 Olmi: «Io, veneto nel dna figlio della Serenissima»
Il premio


La 34esima edizione del «12 Apostoli» a Gramellini conferisce il riconoscimento per l'arte al maestro-regista
Scomparsi Mario Rigoni Stern e Andrea Zanzotto, viene naturale affibbiare ad Ermanno Olmi - regista di indimenticati capolavori come L’Albero degli Zoccoli e La Leggenda del Santo Bevitore - l’etichetta di più autentico interprete vivente della civiltà contadina. Lo scrittore di Asiago (dove lo stesso Olmi vive) e il poeta di Pieve di Soligo sono stati per giunta suoi amici. «Due testimoni che hanno tenuto accesi dei lumicini, coscienti che nell’esagerato fulgore delle metropoli non sarebbero stati notati. Ma quei lumicini, quando quelle luci arroganti si spengono per qualche causa straordinaria, splendono di luce propria», dice Olmi. Ma dei due, il regista non si sente certo l’erede. «No, non facciamo questi accostamenti. Ognuno ha il proprio sentiero, anche se possono tutti essere orientati verso un unico ideale traguardo». I passi mossi lungo questo sentiero gli sono valsi riconoscimenti importanti: la Palma d’Oro a Cannes, il Leone d’Oro alla carriera a Venezia. Oggi, Ermanno Olmi verrà insignito di un altro premio, meno famoso, ma a lui graditissimo: il «12 Apostoli», giunto alla 34esima edizione, ideato dallo chef dell’omonimo ristorante veronese, Giorgio Gioco.
Un premio atipico, assegnato in una riunione conviviale a tavola con i giurati. «Il titolo 12 Apostoli è di per sé una seduzione - dice Olmi - Soprattutto è il piacere di incontrare molti cari amici, sederci a tavola, chiacchierare insieme serenamente senza il supporto di ideologia e religione. Cercare conforto nella speranza è un bel modo di dare significato alla convivialità». Non è facile iscrivere la personalità di Olmi all’interno di categorie precise. Lui stesso si diverte a sfuggire ai confini, anche geografici. Provate a chiedergli se, visti i suoi natali, si senta lombardo. «Assolutamente no - dice lui - molti credono che io sia nato a Milano, ma in realtà sono di Bergamo. E per me Bergamo non è Lombardia: sono rimasto fermo al Manzoni, quando chi stava al di qua dell’Adda era nel territorio della Serenissima. Non a caso sulla porta della mia Bergamo c’è il Leone di San Marco ». Quindi Olmi non è un veneto d’adozione, ma un veneto nel dna? «Non mi sono mai distaccato da una territorialità che non dico vorrei contrapporre a quella della Padania - risponde - ma che mi porta a ritenermi un veneto saldo nella mia convinzione di appartenere alla Serenissima. Sono un grande ammiratore della Venezia del 1500, una capitale universale di un mondo che già viveva una sorta di globalizzazione, con i mercanti veneti che nobilitavano la loro professione, erano portatori della cultura veneta nel mondo e importatori delle culture del mondo nel Veneto».
Non c’è nessuna contraddizione tra l’ammirazione (e forse la nostalgia) per la città delle città, quella New York del sedicesimo secolo che era Venezia, e l’amore e la sensibilità per il mondo contadino, per le sue tradizioni e i suoi valori oggi a rischio d’estinzione. «Mio padre era ferroviere e tre anni ci trasferimmo a Treviglio, nella periferia di Milano - racconta - La mia formazione risente così di due mondi diversi ed è stata una grande opportunità: sono vissuto da un lato con l’odore delle macchine, che mio padre aveva addosso quando tornava dal lavoro, e con i buoni odori della stalla, degli orti e delle stagioni che ritrovavo ogni volta che tornavo a Bergamo, dalla nonna materna ». Si ritiene parte di una generazione fortunata, Olmi: «Lo ricordavo una sera con Umberto Eco: siamo vissuti in una collocazione temporale straordinaria, a cavallo tra la fine dell’800 e l’era spaziale. Questa fortuna si riflette sulla capacità di giudicare meglio il presente». Lungi dal cercare rifugio nel passato, Olmi è in effetti un instancabile narratore del presente. Nel suo ultimo film, Il Villaggio di Cartone, racconta di un gruppo di extracomunitari senza permesso di soggiorno che trovano rifugio in una chiesa in via di dismissione, con l’aiuto del vecchio parroco. Potrebbe succedere, chissà, in qualche angolo remoto della campagna veneta, di quelli dove l’antico paesaggio è stato via via snaturato, quando non violentato, dalla modernità.
«Il tratto comune è il mancato rispetto della terra, come luogo indispensabile alla nostra sopravvivenza. Non potremo mai sostituire i frutti della natura con quelli di una natura violentata dalle tecnologie e dalle alchimie che fanno dell’agricoltura una sorta di prodotto industriale. Vorrei suggerire una considerazione di Borges: non credo più nel progresso, che sia un progresso?». Coerentemente il maestro Olmi, quando siede a tavola, come farà oggi al 12 Apostoli di Verona,non ricerca cibi manipolati e sofisticati. «Il mio pasto ideale è frugale e genuino: vorrei che un pomodoro fosse un pomodoro, che la pasta fosse di una farina degna - dice - Mi stanno a cuore piatti ingenui ma di alto valore immaginativo, come il pancotto, che le nostre povere nonne preparavano con le croste di pane e di formaggio, magari una cipolla, per farne uno dei piatti più squisiti della cucina naturale ». Giorgio Gioco, conoscendone i gusti, preparerà oggi per Olmi un piatto che, già dal nome, è tutto un programma: la zuppa del contadino dalle maniche arrotolate. Una definizione che ben si addice a questo veneto-bergamasco di 80 anni, amante della campagna, che ancora ama sporcarsi le mani con il suo arnese preferito, la macchina da presa.
Alessio Corazza

 

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