Rassegna Stampa Mailing List Histria

Sommario N° 804 – 10 Dicembre 2011

777 – La Voce del Popolo 09/12/11 La Croazia oggi «aderisce» all'UE
778 - Il Piccolo 07/12/11 Roma chiude il consolato di Capodistria, tagliato anche quello di Spalato per motivi economici (di Franco Babich)
779 - Il Piccolo 08/12/11 Pressing su Tondo contro la chiusura dei consolati italiani (Mauro Manzin)
780 - Il Manifesto 06/12/11 Ex Jugoslavia - Sorprese in Slovenia e Croazia, effetto interno-esterno: terremoto nei Balcani (Tommaso Di Francesco)
781 – La Voce del Popolo 06/12/11 CNI, riflessioni e aspettative ((cm – jb)
782 - Difesa Adriatica - Dicembre 2011 La nostra svolta per battere l'irrilevanza (Lucio Toth)
783 – CDM Arcipelago Adriatico 06/12/11 Consiglio nazionale ANVGD: massima attenzione alla scuola (rtg)
784 – La Voce del Popolo 09/12/11 Cultura - Rovigno: Le lapidi rappresentano il nostro passato conserviamole prima che sia troppo tardi (rp)
785 - Il Piccolo 04/12/11 Le grandi proprietà confiscate agli italiani - I tesori dei Bettiza distrutti da fascismo e comunismo (Silvio Maranzana)
786 - Corriere della Sera 09/12/11 Storia e Storie - Un tesoro di carta negli archivi dalmati (Alessandro Marzo Magno)
787 - Gazzetta di Modena 07/12/11 Storia - Fossoli, dal nazismo al campo profughi: 3 storie a confronto (Carlo Gregori)
788 - Corriere della Sera Alto Adige 09/12/11 Odorizzi, il prete che conquistò Fellini (Waldimaro Fiorentino)
789 - La Voce in Più Storia e Ricerca 03/12/11 : Antonio Grossich, grande umanista e venerando patriota (di Daniela Jugo Superina)
790 – Il Giornale 05/12/11 Così il partigiano titino Gilas divenne il grande dissidente (Giuseppe Ghini)
791 - Il Piccolo 06/12/2011 La guerra tra Austria e Italia combattuta a suon di sfottò (Piero Delbello)
792 - La Voce in più Storia e Ricerca 03/12/11 Amleto Ballarini: Non operiamo per portare l'Italia a Fiume, ma Fiume in Europa (Gianfranco Miksa)
793 - La Voce in più Storia e ricerca 03/12/11 Marino Micich: «Occorre stimolare nei giovani il senso di appartenenza»

A cura di Stefano Bombardieri
Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :
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777 – La Voce del Popolo 09/12/11 La Croazia oggi «aderisce» all'UE
A Bruxelles questa mattina Ivo Josipović e Jadranka Kosor firmano il trattato con l'Europa


Štefan Füle: i cantieri navali possono farcela anche senza le sovvenzioni dello Stato
BRUXELLES – La Croazia da Stato candidato oggi diventa Stato aderente all’Unione Europea, di cui diventerà membro paritario il primo luglio del 2013. A sottoscrivere il Contratto di adesione oggi alle ore 9,30 saranno il presidente Ivo Josipović e la premier Jadranka Kosor, a nome della Croazia, mentre per gli altri Stati dell’UE ad apporre la propria firma saranno i rispettivi premier o presidenti. Durante l’evento si rivolgeranno ai presenti il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy, il premier polacco Donald Tusk, il presidente della Commissione europea Jose Manuel Barroso, il presidente del Parlamento europeo Jerzy Buzek, nonché Ivo Josipović e Jadranka Kosor. Subito dopo la sottoscrizione del Contratto di adesione inizierà la sessione ordinaria al vertice dell’UE, cui parteciperanno per la prima volta 28 stati, tra cui la Croazia in qualità di osservatore.
Il trattato sancisce che la Croazia diventerà il 28.esimo Stato membro dell’UE il primo luglio del 2013, dopo il referendum sull’adesione e dopo che tutti gli Stati membri avranno ultimato il processo di ratifica dell’accordo. Fino a quel momento i rappresentanti croati parteciperanno ai lavori di tutte le istituzioni europee, dove potranno esprimere il proprio parere o saranno direttamente consultati, ma non avranno il diritto al voto. Dopo l’entrata effettiva nell’UE, l’ufficio della Delegazione europea a Zagabria diventerà ufficio di rappresentanza della Commissione europea.
BENEFICI “L’Unione europea è decisa a porre rimedio alla crisi e ad uscirne più forte assieme alla Croazia, che dall’adesione otterrà numerosi benefici”. A dichiararlo è stato ieri il commissario europeo per l’allargamento e la politica europea di vicinato, Štefan Füle, nel corso di un’intervista rilasciata all’agenzia stampa HINA in vista della firma dell’accordo di adesione della Croazia all’Unione europea. Štefan Füle ha sottolineato che i prodotti croati trarranno benefici da un mercato di oltre 500 milioni di consumatori, che le regole sulla concorrenza garantiranno condizioni uguali a tutte le imprese operanti nel mercato unico e che gli agricoltori croati potranno beneficiare degli ingenti finanziamenti destinati allo sviluppo rurale.
RIFORME “L’adesione in quanto tale non è sufficiente – ha osservato Füle –. Per poter sfruttare al meglio i benefici comportati dal fatto di far parte dell’UE, la Croazia dovrà proseguire con le riforme sia economiche sia strutturali al fine di migliorare il clima imprenditoriale e per poter reggere alla competizione rappresentata dal mercato unico. La preparazione è importante. Le società più preparate otterranno i risultati migliori”, ha detto il politico ceco.
Parlando della situazione nei cantieri navali croati Štefan Füle ha espresso il parere che la cantieristica sia in grado di sopravvivere anche senza beneficiare delle sovvenzioni statali. “In base all’Accordo di adesione, se la Croazia non dovesse rispettare le condizioni contemplate nel medesimo, la Commissione europea potrebbe imporle la restituzione dell’intero importo di aiuti concessi ai cantieri navali a partire dal 2006.
Siamo convinti che la Croazia onorerà gli impegni presi. Noi desideriamo per la Croazia e l’Europa un settore navalmeccanico sostenibile e in grado di sopravvivere senza gli aiuti che minano la concorrenza. Le condizioni stabilite nel corso delle trattative mirano proprio al conseguimento di questo traguardo”, ha concluso Štefan Füle.

778 - Il Piccolo 07/12/11 Roma chiude il consolato di Capodistria, tagliato anche quello di Spalato per motivi economici
Roma chiude il consolato di Capodistria

 
di Franco Babich
CAPODISTRIA Chiude il Consolato generale d’Italia a Capodistria, chiude il consolato d’Italia a Spalato. I tempi e le modalità non sono ancora stabiliti, ma la notizia è stata confermata – come riportato da Tv Capodistria – da fonti della Farnesina. La chiusura dei due consolati - ma saranno salvaguardati i servizi di prossimità, anche tramite corrispondenze consolari - è dovuta a esigenze di bilancio e rientra nel piano di ristrutturazione della rete consolare italiana decisa dal governo di Roma nel 2009. La chiusura dei due consolati preoccupa moltissimo la minoranza italiana in Slovenia e Croazia, che nel consolato di Capodistria ha avuto per oltre mezzo secolo un importante punto di riferimento. «Mi rendo conto che la situazione è grave e che i tagli sono necessari – ha dichiarato ai microfoni di Tv Capodistria Maurizio Tremul, presidente della giunta esecutiva dell’Unione italiana – ma penso che gli interessi strategici devono essere tutelati. Forse nel piano di razionalizzazione si sarebbe dovuto tener conto del ruolo fondamentale che il consolato di Capodistria ha per la Comunità nazionale italiana, per l’Italia, per i rapporti interstatali e per l’integrazione europea». Nel definire la chiusura del consolato «un grave errore», il presidente della giunta dell’Unione italiana esprime una posizione molto chiara sui tagli di Roma: «Quando abbiamo ritenuto lesi i nostri diritti e i nostri interessi dai governi di Lubiana e Zagabria, abbiamo sempre reagito, con dignità ma anche con fermezza. Credo che anche in questo caso dobbiamo prendere posizione appellandoci a chi di competenza affinchè questa decisione possa essere ripensata e rivista».
Prima dell’apertura del Consolato generale d’Italia a Fiume, e poi a Spalato – dunque prima dell’indipendenza di Slovenia e Croazia – il Consolato generale d’Italia a Capodistria era un riferimento per tutti gli italiani nell’ex Jugoslavia: a Capodistria si regolavano i documenti per studiare in Italia, per ottenere la cittadinanza, e durante la guerra nell’ex Federativa, nei primi anni ’90, anche per ottenere i permessi di soggiorno straordinari previsti dall’allora legge Boniver, che permetteva ai cittadini croati di nazionalità italiana di trasferirsi in Italia con più facilità.
Quello di Capodistria, in altre parole, per gli italiani dell’Istria è sempre stato più di un semplice consolato. Tornando alla razionalizzazione decisa nel 2009 (da completare entro il 2012), sulla quale ha espresso parere negativo anche il Consiglio generale degli italiani all’estero, il piano – nel quadro della spending review su tutte le componenti della spesa della Farnesina - prevede la chiusura di 13 uffici consolari, di cui 9 in Europa, tra i quali appunto Capodistria e Spalato. I risparmi che ne deriveranno, secondo il ministero Affari Esteri, verranno reinvestiti nella stessa rete, in particolare in dotazioni tecnologiche.

779 - Il Piccolo 08/12/11 Pressing su Tondo contro la chiusura dei consolati italiani

Interrogazione urgente del consigliere del Pdl Marini «Capodistria ha un peso fondamentale per i connazionali»
di Mauro Manzin
TRIESTE Non passa sotto traccia nel mondo politico del Friuli Venezia Giulia la notizia della prossima chiusura del Consolato generale d’Italia a Capodistria e del Consolato italiano a Spalato come previsto, per esigenze di bilancio, dal piano di ristrutturazione della rete consolare italiana deciso nel 2009 e quindi sotto la gestione Frattini della Farnesina, e da attuarsi entro il 2012. Il consigliere regionale triestino del Pdl Bruno Marini ha immediatamente presentato un’interpellanza al presidente della Regione Renzo Tondo «affinchè intervenga urgentemente nei confronti del presidente del Consiglio dei ministri e presso il Ministero degli affari esteri al fine di riconsiderare attentamente l’opportunità della chiusura del Consolato generale d’Italia a Capodistria e del Consolato d’Italia a Spalato, tenuto conto della presenza di una cospicua minoranza di italiani in Slovenia e in Croazia». Questo, spiega Marini, anche in funzione del «ruolo fondamentale» che il Consolato di Capodistria ha per la Comunità nazionale italiana presente in Slovenia e in Croazia e per l’integrazione europea». Marini rileva inoltre «il ruolo storico» della rappresentanza consolare italiana nel capoluogo del Litorale che «ancora prima dell’indipendenza di Slovenia e Croazia rappresentava un riferimento fondamentale per tutti gli italiani nell’ex Jugoslavia». Senza dimenticare, conclude il consigliere del Pdl, «che la presenza del Consolato di Capodistria è punto di riferimento essenziale per la cultura e la civiltà italiana nella ex Zona B dell’Istria». Contattata l’ambasciata italiana a Lubiana per capire quali possono essere le ricaduta di un simile provvedimento soprattutto da un punto di vista operativo, la nostra rappresentanza diplomatica nella capitale slovena ha risposto di non aver avuto alcuna indicazione da Roma e, quindi, di non essere in grado di commentare la notizia. Certo è che, viste le reazioni dei nostri connazionali d’oltreconfine, l’ammainabandiera sul palazzo che ospita la sede consolare a Capodistria viene letto come una grave mancanza d’interesse per il rispetto dell’identità italiana della regione.

780 - Il Manifesto 06/12/11 Ex Jugoslavia - Sorprese in Slovenia e Croazia, effetto interno-esterno: terremoto nei Balcani

Tommaso Di Francesco
Una svolta attesa in Croazia, quanto inaspettata quella in Slovenia. I croati infatti, per la seconda volta in venti anni - era già ac­caduto nel 2000 - hanno detto no al partito ipemazionalista, l'Hdz fondato dal «Signore della guerra» Franjo Tudjman protagonista nel 1991 della seces­sione armata dall'ex Jugoslavia. Il risul­tato delle elezioni politiche mostra pro­babilmente una tendenza nuova. Ma siamo pur sempre nel pozzo della reces­sione economica eu­ropea e nei Balcani dove l'Unione euro­pea ha segnato i desti­ni delle piccole patrie del sud-est emerse dall'esplosione del­l'ex Jugoslavia. Stavol­ta l'Hdz (Unione de­mocratica croata) ha pagato sia la disastra­ta situazione dell'eco­nomia che la connes­sa stagione di scanda­li e corruzione del go­verno di Ivo Sanader, leader dell'Hdz pri­ma del suo arresto e della sua detenzione.
Secondo i risultati, l'Hdz guidata dalla premier uscente Jadranka Kosor crolla dal 36% di 4 anni fa al 22-23%, conqui­stando solo 45 dei 140 seggi del parla­mento, contro gli 80 della coalizione di centrosinistra «Kulatriku» (Chicchiri­chì, il canto del gallo, dal nome di un locale di Kastav presso Rijeka-Fiume nel quale un anno e mezzo fa la coali­zione si riunì per la prima volta) guida­ta dal partito socialdemocratico (Spd) di Zoran Milanovic. A lui ora il presidente della repubblica Ivo Josipovic affiderà l'incarico di pre­mier con il compito, difficile', di rifor­mare l'economia e di adottare - Ue do-cet - ingrate misure di austerity. Il tasso di crescita della Croazia è fermo a +0,5%, la disoccupazione oltre il 17%. In campagna elettorale il centrosini­stra ha promesso che la legge finanzia­ria per il 2012 sarà pronta a marzo, per evitare un declassamento del debito sovrano croato, ora al 60% del Pil con il rating BBB- e un outlook negativo se­condo Standard and Poor's.
Ma all'affermazione della coalizione di centrosinistra si è accompagnata an­che'quella di nuove formazioni di sini­stra, come il Partito laburista operaio di Lesar (6 seggi) e la conferma delle li­ste democratiche delle minoranze, ita­liana e serba, (4 seggi). Ora la Croazia diventerà membro dell'Ue nel 2013, la­scito «positivo» dell'ex premier Kosor che firmerà il trattato di adesione il 9 dicembre a Bruxelles. Una firma che sa di «ipoteca» della destra. Visto che la tanto agognata adesione avviene nel bel mezzo della ridiscussione dei Trat­tati a fronte della recessione economi­co-finanziaria dell'Eurozona.
In Slovenia, membro dell'Ue dal 2004, tutte le previsioni elettorali dava­no certa la vittoria dell'opposizione di destra del Partito democratico guidato dal leader nazionalista-conservatore Janez Jansa, dopo l'uscita di scena del governo di centrosinistra del premier Borut Pahor, leader dei Democratici sociali (Ds), sfiducia­to a settembre dopo avere presentato un duro pacchetto di au­sterity e dopo aver perso un referendum sulla riforma delle pensioni che prevede­va un drastico innal­zamento dell'età pen-
sionabile. E invece, a sorpresa, a vinto il sindaco di Lubiana Zoran Jankovic (nella foto in basso), im­prenditore miliona­rio considerato Tuo-mo più ricco del pae­se, con il suo movi­mento di sinistra lai­ca e sui diritti civili «Slovenia Positiva», da lui fondato meno di un mese fa, che ha ottenuto il 29% dei voti e 28 deputati sui 90 del Parlamen­to sloveno. Il Partito democratico di Jansa è secondo con il 26% e 26 depu­tati, mentre i socialdemocratici (Ds) del premier uscente Borut Pahor hanno ottenuto il 10% e 10 deputati. Al quarto posto un'altra formazione nuo­va, il partito fondato dall'imprenditore Gregor Virant, con l'8% dei voti. I Ds di Pahor sono scesi in soli 3 anni dal 31% al 10,5%. Hanno pesato fortemente i dati sul raddoppio della disoccupazio­ne arrivata in 4 anni all'11%, l'assenza di crescita e di lavoro, l'alto debito pub­blico esposto alla speculazione interna­zionale (le agenzie di rating hanno de­classato il debito sloveno a settembre). Il conservatore Jansa è stato penalizza­to dal vecchio scandalo per corruzione che lo vede imputato per una tangente del 2006 quando era premier, e per nuove malversazioni rese pubbliche sul finire della campagna. Ma soprat­tutto ha pesato l'annuncio di. privatiz­zazioni immediate e altri tagli all'am­ministrazione pubblica e al welfare.
Difficile fare un governo duraturo, a Zagabria e ancora di più a Lubjana. In Croazia i numeri lo consentono, ma se vorrà durare la coalizione «Kukuriku» dovrà avviare un'austerity di segno so­ciale diverso, perché per sostenersi do­vrà «spostarsi a sinistra». I «mercati» in­ternazionali non dovrebbero essere fe­licissimi di questi risultati.

781 – La Voce del Popolo 06/12/11 CNI, riflessioni e aspettative

Il voto minoritario per l’unico candidato al seggio specifico nel Parlamento sloveno, Roberto Battelli, ha visto un’affluenza alle urne del 42,4 per cento degli aventi diritto. Dei 2712 iscritti nell’elenco elettorale particolare, hanno espresso la loro preferenza 1151 connazionali. L’affluenza maggiore nei seggi piranesi dove ha votato il 48,9 per cento, a seguire i due distretti capodistriani con il 42,3 rispettivamente il 46,5 per cento nell’entroterra comunale e infine Isola con il 29,5 per cento, ma in quest’ultimo caso va rilevato che a differenza delle altre due realtà territoriali che avevano a disposizione le schede in un unico posto, eccetto quelli al di fuori del territorio misto, i connazionali dovevano recarsi in due seggi distinti.
Sull’esito della consultazione in ambito nazionale abbiamo raccolto il parere dello stesso deputato Battelli, nonché dei vertici minoritari, Alberto Scheriani, presidente della Comunità Autogestita Costiera della Nazionalità e Maurizio Tremul, a capo della Giunta Esecutiva dell’Unione Italiana.
Roberto Battelli: “Il Paese ha fatto la sua scelta ed è nuovamente spaccato in due. Il premier incaricato, presumibilmente Zoran Janković, essendo il detentore della maggioranza relativa, dovrà ora cercare di assemblare una coalizione di governo i cui potenziali soggetti, oltre ai Socialdemocratici, potrebbero essere la Lista di Gregor Virant, il Partito popolare e il Partito dei pensionati Desus, anche se con quest’ultimi sarà però difficile negaziare i termini della riforma delle pensioni. Occorrerà quindi attendere i prossimi giorni per avere una visione più chiara su quello che sarà il nuovo Governo del Paese.
Per quanto riguarda la nostra condizione, l’interlocutore è nuovo. Da parte del potenziale premier incaricato, va auspicata una convocazione per vedere quali sono i margini di manovra. La posizione che potrò esporre, emersa nel corso degli incontri avuti in campagna elettorale con i connazionali e anche in precedenza, è la fondamentale richiesta di un sostegno, solido e immutato, all’attuazione dei nostri diritti che non dovrà essere ridotto nel nome della crisi economica. Se ciò avvenisse i cittadini appartenenti alle comunità nazionali si troverebbero nella condizione di pagare tale prezzo per due volte. La prima condividendo il destino di tutti e l’altra subendo lo scotto della riduzione delle risorse destinate alle minoranze. Dalle risposte che ci saranno date dipenderà anche il nostro rapporto con il futuro governo”.
Alberto Scheriani: “Considerati i sondaggi della vigilia che davano favorito Janez Janša, la vittoria di Zoran Janković appare un po’ inaspettata. In ogni caso a prescindere dalla coalizione di governo, il compito non sarà dei più semplici. Per fronteggiare la crisi, il Paese ha bisogno di riforme immediate, cercando le vie possibili per mettere d’accordo un po’ tutti, altrimenti sarà difficile che gli eventuali provvedimenti dettati dall’esecutivo trovino riscontro pratico. Per quanto concerne la Comunità Nazionale Italiana, auspichiamo quanto prima un incontro con il nuovo governo che si insedierà, per stabilire un ruolino di marcia nella soluzione dei nostri problemi. In primo piano le questioni attinenti al sistema scolastico, al mondo culturale ed economico. Oltre a parlare di questo occorrerà lavorare con il massimo impegno sulla soggettività minoritaria e l’attuazione dei diritti garantiti dalle Leggi e dalla Costituzione, spesso disattesi”.
Maurizio Tremul: “Registriamo un profondo mutamento del quadro politico e partitico sloveno, considerata la scomparsa dal Parlamento di due partiti storici, ossia la Democrazia liberale, che ha costruito la storia della Slovenia moderna e di quello nazionale di Jelinčič, per lunghi anni presente e coinvolto nel dibattito politico. Da notare pure l’inesattezza delle previsioni di voto, ribaltate dalle preferenze reali. Diciamo che Janez Janša è nuovamente sconfitto, come è avvenuto tre anni fa, per pochi punti di differenza con il partito più votato e ciò nonostante per tutto il periodo pre-elettorale, fosse dato come vincitore. L’affermazione di Zoran Janković dimostra la voglia dell’elettorato di affidarsi, più che a un imprenditore, ad un amministratore, che ha saputo amministrare bene Lubiana.
Anche i Socialdemocratici di Boris Pahor risultano fortemente ridimensionati rispetto al mandato precedente, ma comunque anche qui vi è stato un eccellente recupero di preferenze in extremis. Ne esce un Parlamento abbastanza diviso, dove il mandatario, secondo la prassi consolidata probabilmente Janković, dovrà fare un Governo di coalizione, il che non sarà semplice. In questo senso l’auspicio è che il voto dei due deputati ai seggi specifici, possa essere importante per il raggiungimento della necessaria maggioranza.
Secondo la nostra esperienza, in questi casi vi sarebbero maggiori probabilità che le questioni minoritarie più importanti da sviluppare e risolvere, rientrino nel programma del Governo. Il quadro generale non è comunque dei migliori e la situazione è molto più complessa anche in relazione alla crisi economica che non si risolverà a breve termine, ma sperando nella collaborazione decisiva con Janković, la CNI potrebbe non dover sacrificare molto altro di quel poco che le appartiene, sempre però condividendo le sorti generali del Paese”. (cm – jb)

782 - Difesa Adriatica - Dicembre 2011 La nostra svolta per battere l'irrilevanza (Lucio Toth)

Il 2011 è stato un anno di svolta per le nostre associa­zioni di esuli istriani fiumani e dalmati. Un anno in cui molto si è parlato di «spirito europeo» dopo i due incontri tra i Presidenti delle Repubbliche italiana, croata e slo­vena: a Trieste nel luglio 2010 e a Pola nel settembre scorso.
Ma che senso ha parlare di spirito europeo nel momento at­tuale, quando un'Europa politica non esiste e gli egoismi naziona­li hanno ripreso il sopravvento come se i rapporti tra Paesi euro­pei fossero tornati indietro di oltre cent'anni? Che senso ha parlarne quando alcuni paesi dell'Eurozona potrebbero addirittura uscirne per bancarotta?
Eppure per gli Stati che sono ancora fuori della Ue, come la Croazia o la Serbia, entrarvi rap­presenta un traguardo importan­te per uscire di minorità e avere speranze di sviluppo economico e democratico. Paradosso incre­dibile: voler entrare a far parte di una famiglia i cui membri sono così divisi tra loro, con un entusia­smo popolare praticamente nullo,
ridotto a pura convenienza e ne­cessità vitale. Ma appunto perché vitale ineludibile. Ed è questo il processo in corso, né sembra po­tersi arrestare, pena la scomparsa dell'Europa dall'atlante mondiale.
Che cosa possono e debbono fare le associazioni degli esuli, ere­di o residui dei «poveri profughi» di sessanta anni fa, per non essere sopravanzati dagli eventi?
Siamo stati educati al senso del dovere. È stato la nostra forza al momento dell'esodo e nei decenni che sono succeduti. Lo abbiamo trasmesso ai nostri discendenti. È il nostro blasone di onore e di di­gnità. E cerchiamo di riconoscere questo dovere nelle situazioni concrete in cui ci troviamo, facendo quel poco che possiamo fare. Che è poi tanto rispetto all'indifferenza con cui siamo stati trattati.
i segni del cambiamento
E’ evidente che sul nostro -fronte - quel confine orien­tale d'Italia dal quale siamo stati cacciati con una violenza barbare e folle, per usare le parole del nostro Presidente Napolitano - l'evento di rilievo è stato l'incontro a Pola dei due Presidenti delle Repubbli­che italiana e croata il 3 settembre di quest'anno, con il concerto nell'Arena della città, gremita di italiani, esuli e rimasti. Come non si era più visto dalle drammatiche manifestazioni dell'estate 1946, quando i polesani vi erano accor­si a migliaia per affermare davanti agli Alleati l'italianità della città e dell'Istria intera.
Un altro avvenimento, im­pensabile qualche anno fa, aveva preceduto questo incontro tra le più alte autorità dei due Paesi: il Raduno annuale degli esuli da Pola nella loro città, accolti dagli italiani rimasti e dalle autorità cit­tadine e regionali.
L'Esodo dei 350.000 Giulia­no-Dalmati non è più una sup­posta «favola» raccontata solo nel libro di Padre Falminio Rocchi e nella memoralistica dei nostri profughi, ma una realtà storica ufficialmente accettata e di cui si è chiesto ufficialmente perdo­no da parte del Presidente croato Josipovic, uomo di grande animo e di profonda cultura. Nessun altro popolo esodato dalla terra natale nel «secolo breve» ha rice­vuto questo riconoscimento. E con l'Esodo si riconoscono uffi­cialmente le Foibe - che di questo esodo sono state uno dei presup­posti essenziali - per quello che sono effettivamente state: eccidi di massa che oggi si definiscono «pu­lizia etnica».
chiamati a nuovi compiti
Questi due avvenimenti e il loro significato stori­co pongono tutte le nostre asso­ciazioni di fronte ad un compito arduo, per non rischiare di uscire di scena, dopo aver concorso a che questi eventi si verificassero. D'altro canto se ad essi fossimo man­cati la nostra irrilevanza storica sa­rebbe totale, perché bypassati dal flusso degli avvenimenti come una diga di fuscelli trascinati dalla cor­rente. Come giocare allora le carte che questi fatti ci hanno messo in mano ?
Sul piano interno italiano battere il ferro caldo del riconosci­mento internazionale della nostra vicenda da parte congiunta del Presidente Napolitano e dei due Presidenti croato e sloveno, che rappresentano oggi i nostri nemi­ci di ieri. E questo sia per quanto riguarda l'annosa questione dei beni espropriati dall'ex regime iugoslavo sia per quanto riguarda il vasto aspetto culturale, ossia la nostra ininterrotta appartenenza all'evoluzione culturale della na­zione italiana.
Sulla prima questione il no­stro Governo è chiamato a moni­torare l'adesione della Croazia alla Ue secondo i termini del trattato di adesione, e in particolare sul versante dei diritti umani, tra i quali rientra anche quello dei no­stri beni.
Sul piano culturale molto si sta facendo dalle nostre associazio­ne (con una singolare concordia!) per fare entrare la nostra storia nei libri di testo delle scuole. Due se­minari nazionali gestiti dal Mini­stero per l'Istruzione l'Università e la Ricerca hanno richiamato l'at­tenzione di centinaia di docenti. Altri seminari si stanno preparan­do a livello nazionale e regionale.
difendere con intelligenza e obiettività le ragioni inoppugnabili
Nessuna paura quindi di fronte ai negazionisti ! Affrontarli ovunque a viso aperto, consapevoli delle nostre inoppu­gnabili ragioni, quando le sap­piamo difendere con intelligenza storica e obiettività politica, alla luce delle documentate e recenti ricerche di studiosi che nessuno può accusare di essere di parte. Le Foibe e l'Esodo dalle province del confine orientale non sono un «danno collaterale» della Resisten­za europea al nazi-fascismo, come tali giustificabili. Sono invece il prodotto di un nazionalismo esa­sperato e sanguinario che, usando le ideologie del Novecento, ha spinto i popoli europei uno con­tro l'altro. Rappresentano il capi­tolo italiano delle pulizie etniche e dei genocidi inaugurati ai primi del Novecento a danno degli ar­meni e dei greci dell'Asia Minore e poi proseguiti al termine del Se­condo conflitto mondiale contro i popoli baltici, i tedeschi, i polac­chi, gli ungheresi, i romeni delle regioni orientali, approfittando della sconfitta del nazismo per ri­pulire di milioni di esseri umani le terre dove abitavano.
I conflitti nei Balcani nell'ul­timo decennio del secolo passato hanno dimostrato come questi orrori possano avvenire e persino ripetersi nel cuore dell'Europa. Ecco perché è necessario prosegui­re nel cammino dell'integrazione europea. Meglio le guerre tra ban­che che le guerre tra etnie e i mas­sacri nelle fosse comuni.
Del resto anche nelle vicine Slovenia e Croazia è iniziato un coraggioso processo di ricostru­zione storica delle vicende del No­vecento, delle lotte intestine tra i popoli della ex Iugoslavia, della ri­scoperta della loro identità nazio­nale. Tutto il bianco e il nero non stanno dalla stessa parte, come noi esuli abbiamo sempre saputo, per averlo sperimentato di persona. In Istria nel 1944-'45 non c'era solo la resistenza croata e slovena. E anche le truppe d'occupazione italiane negli anni 1941-43 sep­pero spesso, pur nel mezzo di una guerriglia spietata, proteggere le popolazioni dai furori dell'odio etnico, come oggi viene ufficial­mente riconosciuto non solo dai serbi o dagli ebrei - che di quella protezione beneficiarono - ma an­che dai croati.
Le verità prima o poi preval­gono sulla «vulgata» delle oppo­ste propagande, senza per questo capovolgere il giudizio storico sui totalitarismi europei. Dialogare con la più avanzata cultura croa­ta, serba e slovena diventa quindi un dovere che deriva dalla nostra esperienza vissuta e dalla nostra volontà di ricomporre e non divi­dere memorie che si sono contrap­poste anche troppo.
Infine per noi esuli dalle terre perdute dell'Istria, del Quarnaro e della Dalmazia rimane sempre va­lido il compito di riconciliare gli italiani con la loro storia. Nel 150° anniversario dell'Unità nazionale il nostro contributo all'unifica­zione è stato riconosciuto in più occasioni. Aiutiamo ancora questa nostra nazione ad uscire dalle dif­ficoltà in cui si trova, rinsaldando i vincoli di solidarietà e di comuni memorie tra le regioni del paese.
La nostra identità di Veneti dell'Adriatico orientale, nel ricor­do della Serenissima, ha sempre rafforzato, e mai indebolito, la no­stra coscienza di appartenere alla nazione italiana.
Lucio Toth

783 – CDM Arcipelago Adriatico 06/12/11 Consiglio nazionale ANVGD: massima attenzione alla scuola

Si terrà a Trieste il 23 febbraio 2012 il terzo seminario nazionale per insegnanti su Storia e Cultura italiana dell’Adriatico Orientale. Le prime due edizioni si erano svolte a Roma a seguito del Tavolo del Lavoro FederEsuli-MIUR dedicato al rapporto tra la scuola italiana e le tematiche dell’esodo. E’ stata una delle comunicazioni all’ultimo Consiglio Esecutivo dell’ANVGD svoltosi sabato scorso a Milano.
Un incontro che, oltre alla sezione puramente operativa, ha voluto riservare la serata di venerdì sera, al cinema. Nella sala, messa a disposizione dalla Fondazione Moratti, Stefano Zecchi e Luca Lucini introdotti da Roberto Predolin, hanno annunciato di voler portare sul grande schermo il romanzo “Quando ci batteva forte il cuore” che racconta la vicenda dell’esodo da Pola.
Ma la serata – con gli interventi di Lucio Toth e Rodolfo Ziberna – ha visto protagoniste Cristina Mantis e Francesca Angeleri (quest’ultima nipote di Bernardo Gissi dell’ANVGD di Cuneo) che hanno realizzato il documentario “Magna Istria” nel quale Francesca va alla ricerca delle ricette della nonna, smarrite con il libricino che le conteneva. Nell’intento di “riscriverlo”, la ragazza si troverà a confrontarsi con le genti ed il territorio delle sue origini. Un’esperienza di grande intensità che è diventata un video da seguire con grande emozione, emblematico di un approccio alla tematica dei giovani d’oggi, che conservano il rispetto della tradizione ma sanno mettere in campo la loro rivoluzionaria curiosità. Una serata di grande respiro, con la partecipazione di molti giovani.
Ed è proprio alle nuove generazioni che è diretta anche l’iniziativa del Seminario che si occuperà della formazione dei “formatori”, vale a dire degli insegnanti ed operatori scolastici ma coinvolgerà anche le scolaresche con il premio che il MIUR ha inteso istituire e che si rivolge alle scuole in Italia ma anche quelle italiane in Slovenia e Croazia. A fine febbraio – ha spiegato Maria Elena Depetroni, responsabile dei rapporti col MIUR – verranno premiati i ragazzi vincitori al Concorso. E’ necessario il sostegno di tutti per far arrivare il messaggio alle scuole delle singole regioni – è stato l’appello della Depetroni. Dobbiamo sensibilizzare i Presidi rimandando tutti al Bando pubblicato sul sito del Ministero ad ottobre 2011.
Annunciata l’esistenza anche di un secondo concorso d’interesse per l’ANVGD: una vera sorpresa. Al tavolo di lavoro del MIUR ha sempre partecipato anche un rappresentante del Touring Club. Naturale conseguenza dello scambio di opinione e conoscenza, è partita l’anno scorso l’idea di un Concorso per promuovere le terre dell’Adriatico orientale, così come nella tradizione del Touring. Quest’anno per tanto “Classe turistica”, questo il titolo del concorso, varcherà i confini orientali d’Italia. Esiste anche l’ipotesi di offrire ai vincitori un viaggio in Istria, Fiume e Dalmazia.
Solitamente l’adesione delle scuole è molto alta. Vi partecipano 600 classi con 12.000 studenti all’anno. La cerimonia di premiazione dovrebbe svolgersi ad ottobre a Grado per 250 ragazzi, possibilmente con un viaggio per mare verso l’Istria. Si chiede l’impegno dei Comitati per promuovere l’iniziativa presso le scuole e il coinvolgimento degli insegnanti anche come accompagnatori.
Nel proseguo dell’incontro a Milano, il Consiglio nazionale dell’Anvgd ha affrontato i problemi di funzionamento di alcuni Comitati e la nascita di nuove realtà. Non è mancata l’informazione sui progetti finanziati dalla apposita Legge ai quali viene affidata gran parte dell’attività culturale ed editoriale delle associazioni degli esuli in Italia. I ritardi nell’erogazione dei mezzi hanno suscitato perplessità e disagi, la speranza che il tutto si risolva in tempi brevi. (rtg)

784 – La Voce del Popolo 09/12/11 Cultura - Rovigno: Le lapidi rappresentano il nostro passato conserviamole prima che sia troppo tardi

A Rovigno incontro tematico tra esponenti delle Comunità dell'IRCI sulla tutela dei cimiteri

ROVIGNO – In margine alla mozione che un gruppo di consiglieri rappresentanti delle Comunità degli Italiani aveva posto mesi or sono all’attenzione dell’Assemblea dell’Unione Italiana e che il massimo organismo dell’UI aveva accolto e approvato, dopo una prima serata dedicata all’argomento, che si era e svolta a Buie, su iniziativa della locale Comunità degli italiani, a Rovigno si è tenuto l’ altra sera un secondo incontro dei rappresentanti dei sodalizi della nostra etnia con gli esponenti dell’Istituto Regionale per la Cultura istriano-fiumana-dalmata (IRCI), per discutere della delicata problematica dei cimiteri. Con particolare riferimento alla questione della progressiva scomparsa delle tombe di famiglie italiane.
All’interessante Conferenza, intitolata “Tutela del patrimonio monumentale della memoria italiana nei cimiteri dell’Istria e ruolo delle Comunità degli Italiani”, che ha visto impegnato in primo luogo come relatore lo storico Antonio Pauletich, hanno aderito diverse Comunità, tra cui Parenzo, Visignano e Pisino (rappresentate dai rispettivi presidenti dei tre sodalizi Graziano Musizza, Erminio Ferletta e Gracijela Paulović), Fiume (era presente come relatore la vicepresidente del Comitato esecutivo, Rosi Gasparini), nonché, ovviamente Rovigno.
A nome dei padroni di casa a salutare i convenuti è stato il presidente del sodalizio, Gianclaudio Pellizzer. Quindi a soffermarsi dettagliatamente su quanto è stato fatto finora nei cimiteri istriani per salvaguardare per quanto si è potuto il patrimonio cimiteriale è stato il prof. Antonio Pauletich. Nato nel 1930 a Rovigno, laureato presso l’Università di Belgrado in Lingua e Letteratura Italiana, titolare di un Master in Museologia difeso nel 1981 all’Università di Zagabria, dopo essere stato direttore del Museo civico di Rovigno fino al pensionamento, dal 1996 il prof. Pauletich collabora con l’IRCI di Trieste e in qualità di collaboratore scientifico, conduce il progetto “Tutela e manutenzione del patrimonio monumentale delle sepolture italiane nei cimiteri dell’Istria”.
Grazie alle iniziative promosse a tappeto in quest’ambito dal 1996 a questa parte le sepolture italiane sono state evidenziate e catalogate in ben 203 cimiteri istriani di giurisdizione croata, compresi quelli delle isole di Cherso e Lussino e in alcuni di giursidizione slovena (come Pirano, ad esempio), e, là dove si è potuto, in collaborazione con comuni e municipalità che non sempre si sono dimostrate pronte e disposte a collaborare all’iniziativa – come il relatore ha sottolineato in diverse occasioni nel corso della serata rovignese – si è provveduto a recuperare molte testimonianze. In qualche caso, come successo a Rovigno, a Buie e a Orsera, le amministrazioni locali e le direzioni dei cimiteri hanno collaborato al punto che le steli delle antiche tombe italiane sono state restaurate e conservate in appositi lapidari. Nel cimitero rovignese, ad esempio, nel Lapidario sono conservate oltre 150 antiche lapidi, non più in situ, tra le quali la più antica è quella di Vittorio Draschenberg, “Imperial Regio Capitano”, morto il 20 maggio 1855, che è nel contempo l’unico monumento funerario trasportato all’epoca della costruzione del nuovo cimitero alle Laste da quello vecchio di Monte. A Pisino, grazie alla collaborazione con la locale Comunità degli Italiani e con il Comune, si è riusciti a realizzare un elaborato e dettagliato studio di tutela delle tombe dell’antico cimitero del luogo.
In altri casi, come a Pinguente o a Lisignano, invece, le iniziative dell’IRCI hanno suscitato addirittura scontento e polemiche. In altri ancora, come a Pola, Fontane, Materada, non si è riusciti ad ottenere alcuna disponibilità né a smuovere o avviare alcuna concreta iniziativa. E la cosa ovviamente preoccupa, perchè, come sottolineato nel corso del suo intervento dal prof. Pauletich, quello della tutela del patrimonio monumentale è un problema importante poiché “le lapidi dei morti rappresentano il nostro passato e in quanto tali le Comunità degli Italiani dovrebbero esserne dei ‘guardiani sicuri’”.
A parte i cimiteri delle località dell’Istria, la rappresentante della CI di Fiume, Rosi Gasparini, ha colto l’occasione per porre all’attenzione del relatore le particolarità e i vari e preoccupanti aspetti che il problema assume nel cimitero monumentale di Cosala.
Oggi a Fiume tutto il complesso cimiteriale è sotto tutela, ma gli enormi scempi susseguitisi dal 1973 a questa parte, alimentati da una politica essenzialmente mercanteggiante portata avanti dall’azienda che gestisce la necropoli e la deleteria politica di espropriazione delle tombe, ha determinato danni irreversibili al patrimonio artistico del cimitero.
Molte tombe antiche senza eredi, sono state rivendute e con la sostituzione, da parte dei nuovi proprietari, dei nomi delle famiglie che hanno eretto le tombe e delle epigrafi originali, è stata cancellata una pagina della storia della città. In certi casi sono spariti reperti di grande valore. Quel museo all’aperto che era il cimitero di Cosala oggi si presenta trasfigurato, versa in uno stato di degrado pietoso, con le lapidi dei più antichi loculi che rovinano a terra e le cappelle sventrate dalla sferza della bora e della pioggia, succubi del disinteresse della direzione cimiteriale, della stessa Città di Fiume, e della debolezza d’azione della Sovrintendenza ai Beni culturali.
A Fiume, come si è appreso, il problema essenziale è dettato dal fatto che la stragrande maggioranza delle vecchie tombe ormai non ha più un proprietario, la tassa cimiteriale non viene pagata e, mancando il rinnovo del contratto di proprietà, l’espropriazione diventa legale. In definitiva, una pesantissima conseguenza dell’esodo dei fiumani nel Secondo dopoguerra.
Anche se ultimamente ha provveduto al restauro di alcuni mausolei e monumenti di eccezionale valore artistico, la municipalità, che è proprietaria della necropoli, si è dimostrata nel corso degli anni indifferente alla problematica che riguarda la proprietà privata
La Comunità degli Italiani aveva tentato di squarciare la coltre di disinteresse di municipalità e istituzioni preposte alla conservazione del patrimonio storico e artistico del camposanto con l’organizzazione di incontri, dibattiti e tavole rotonde svoltesi alla presenza di tutti i responsabili e degli interessati al problema, senza però riuscire a fare in modo che le cose cambiassero in meglio.
Grazie al Libero Comune di Fiume in Esilio alcune tombe di benemeriti fiumani sono state restaurate ma, come sottolineato dalla Gasparini, resta pur sempre “una goccia in un mare”. La Comunità degli Italiani di Fiume ha di conseguenza lanciato un appello anche all’IRCI affinché venga dato un segnale di solidarietà culturale e di impegno civile pure verso Fiume, affinché si possa preordinare un articolato piano di difesa della memoria italiana nel camposanto di Cosala.
Sarebbe un tributo doveroso all’identità storica e culturale della città ma soprattutto un gesto tangibile di difesa e di pietà verso i morti che gli esuli hanno dovuto abbandonare assieme ai ricordi, intraprendendo la dura strada dell’esodo e un’ulteriore testimonianza concreta dei legami che già uniscono saldamente i fiumani “andati” e i fiumani “rimasti” – ha sottolineato Rosi Gasparini. (rp)

785 - Il Piccolo 04/12/11 Le grandi proprietà confiscate agli italiani - I tesori dei Bettiza distrutti da fascismo e comunismo

Il celebre giornalista e scrittore non aspira ai beni che la famiglia aveva a Spalato: «Roma ci ha dato un “bianco e un nero”. Alla Croazia non voglio chiedere nulla»
Il MASSACRO – INCHIESTA LE GRANDI PROPRIETÀ CONFISCATE AGLI ITALIANI
Nel 1943 a Spalato in seguito alla resa delle forze italiane, i tedeschi rastrellarono i militari italiani della Divisione Bergamo, separandone in parte gli ufficiali. Tra questi figuravano anche tre generali: Policardi (comandante del genio di corpo d'armata), Pelligra e Cigala Fulgosi (comandante della piazza di Spalato e padre di Giuseppe Cigala Fulgosi, pluridecorato ufficiale della Regia Marina), e 48 tra colonnelli, tenenti colonnelli, un maggiore e alcuni ufficiali subalterni. Con il pretesto del trasferimento in Germania, questo gruppo venne avviato su dei camion ma, dopo essere stati portati in una cava di ghiaia, tutti gli ufficiali vennero uccisi a colpi di mitragliatrice.
di Silvio Maranzana
TRIESTE «Non ho alcuna velleità di tornare in possesso dei nostri beni. Facevano parte di un’epoca gloriosa per la mia famiglia, ma definitivamente tramontata». Enzo Bettiza è uno dei personaggi più celebri tra coloro che hanno perduto parte della propria fortuna nell’ex Jugoslavia, la sua era la più ricca famiglia di Spalato con alle spalle un’industria che era la più importante di tutta la Dalmazia. «Il mio è un caso particolare - si schermisce subito - non sono certo un istriano. Le violenze titine qui centrano ben poco. Parte delle nostre fortune si deteriorano già con la crisi del ’29, un’altra parte venne venduta negli Anni Trenta (alcuni asset a un dirigente della stessa azienda, tale Perich), il resto certo, una sorta di grande compound al cui interno c’erano il palazzo di famiglia, case, scuderie, uffici, magazzini, terreni, abbiamo dovuto abbandonarlo, ma la responsabilità va attribuita a un impasto di fascismo e comunismo». Bettiza, divenuto poi uno dei più noti giornalisti e scrittori italiani della seconda metà del Novecento, non aspira a rivincite. «Nel dopoguerra dal governo italiano abbiamo ottenuto quello che si definisce “un bianco e un nero” a titolo di indennizzo. Mai fatto richiesta né alla Jugoslavia, né alla Croazia e il suo ingresso nell’Unione europea non cambierà nulla per quanto mi riguarda perché quell’era la considero morta e sepolta». Un’epoca quasi di opulenza per i Bettiza che possedettero anche la prima automobile mai vista a Spalato e uno degli autisti della famiglia era il nonno di Sylva Koscina. Erano proprietari delle cave di marna sul monte Marjan nei pressi della città e producevano gesso, calce, tubi per acquedotti, lavori ornamentali e mosaici. Il campanile di Spalato, il palazzo delle Procurative, la palazzina della Società operaia, il Gabinetto di lettura furono tutti costruiti dalla loro impresa. Poi avevano scuderie di cavalli di varie razze, allevamenti di ostriche a Sabbioncello e depositi e magazzini per il legname dalla Bosnia con cui facevano commerci. Bettiza ricorda così nel suo libro “L’esilio” l’arrivo delle armate di Tito a Spalato nel 1944: «La nostra famiglia, benché rappresentasse l’antico patriziato mercantile della città, non fu toccata; fu anzi rispettata per il suo netto distacco dalle responsabilità fasciste durante l’occupazione italiana e da quelle naziste durante l’occupazione croato-tedesca. Eravamo d’altronde insieme con gli orefici Pezzi e pochissimi altri una delle ultime famiglie d’appartenenza italiana rimaste ancora a Spalato. La nostra colonia, così influente nell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento, s’era dimezzata dopo il 25 luglio 1943; s’era poi liquefatta dopo l’8 settembre; nel settembre 1944, al momento dell’arrivo dei partigiani, non c’era più traccia come se mai fosse esistita nella storia e nella vita della città. Scomparsa, dispersa, azzerata per sempre». (13 - segue. Precedenti puntate pubblicate l’11, 18 e 25 settembre, 2, 9, 16, 23 e 30 ottobre, 6, 13, 20 e 27 novembre).
«Sono un esule nel pieno senso della parola»
TRIESTE «Io sono un esule nel più completo senso della parola: un esule oganico più che anagrafico, uno che si sentiva già in esilio a casa propria, molto prima di affrontare la via dell’esodo effettivo nella scia delle grandi migrazioni che, verso la fine della seconda guerra europea, dovevano stravolgere la carta etnica e geografica dell’Est europeo. Fin dai tempi in cui ero stato costretto a spostarmi di continuo tra il confino scolastico di Zara e l’ambiente nettamente più slavo e più familiare di Spalato, mi sono trascinato addosso il disagio di un ragazzo bilingue, sdoppiato, spesso quasi estraneo a se stesso». Così parla di se stesso Enzo Bettiza. Dopo la guerra la famiglia si è trasferita dapprima a Gorizia e poi a Milano. Tra il 1957 e il 1964 Enzo Bettiza è stato corrispondente della Stampa prima da Vienna e poi da Mosca. Per una decina d’anni fu poi inviato per il Corriere della sera. Finché non ne uscì affermando che «Giulia Maria Crespi e Piero Ottone volevano fare del Corriere un quitidiano d’assalto tipo Il Manifesto o Lotta continua» e il comitato di redazione «giacobinizzandosi tendeva sempre più a diventare un comitato di salute pubblica». Fondò quindi assieme a Indro Montanelli Il Giornale di cui sarà dal 1974 al 1983 condirettore vicario, ma alla fine lasciò anche questo quotidiano. È stato senatore dal 1976 al 1979 e poi parlamentare europeo dapprima con il Partito liberale e poi con il Partito socialista. «Oggi la sua governante è la nipote della sua balia serba di Spalato», racconta la figlia Michela. Ma la némesi storica si esaurisce qua. (s.m.)
Un “impero” nato ai tempi di Napoleone
La fortuna economica dei Bettiza iniziò con la costruzione della strada carraia fino a Ragusa
TRIESTE La fortuna economica della famiglia Smacchia Bettiza risaliva all’epoca napoleonica allorché il governo francese delle Province illiriche appaltò la costruzione della strada carraia da Spalato a Ragusa all’impresa del bisnonno di Enzo Bettiza. L’impresa cementifera e di costruzioni Gilardi e Bettiza venne fondata già nel 1815 e riforniva tutto l’Impero austro-ungarico, ma ancora negli anni Venti del Novecento era la più importante industria della Dalmazia. La mamma del giornalista era di origini montenegrine, ma proveniva dall’isola di Brazza. La balia era serba ed era solita raccontargli il martirio cristiano per mano ottomana in Kosovo. Il papà, mai studente di scuola italiana era espressione dalla Dalmazia austriaca e la sua italianità era più culturale che etnica tanto che parlava correttamente serbocroato, tedesco e veneziano coloniale, eppure nel 1920, come consentito dal trattato di Rapallo, aveva scelto l’opzione italiana pur risiedendo nel Regno del Serbi, croati e sloveni (dal 1929 Regno di Jugoslavia) di cui Spalato era entrata a far parte. Ma la decadenza dell’elemento italiano a Spalato era incominciata già nel 1882 dopo la sconfitta elettorale della Giunta retta dal Partito autonomista guidato dall’italiano Antonio Baiamonti. La città venne successivamente guidata da partiti filocroati anche perché l’Austria che temeva l’irredentismo italiano vi fece affluire numerosi slavi dalle zone circostanti. Tra il 1880 e il 1890 la comunità italiana si riduce del 90%. Dopo la dissoluzione dell’Impero asburgico, nonostante una raccolta di ben 8000 firme, su una popolazione complessiva di 17 mila abitanti, ne chiedesse l’incorporazione nel Regno d’Italia non fu così e si verificò un altro esodo. Spalato fu occupata dagli italiani tra il 1941 e il 1943 e fu costituita con Cattaro in nuova provincia formando assieme a Zara il Governatorato della Dalmazia. In quella data gli italiani erano un migliaio su 40 mila abitanti. Il 10 settembre 1943 arrivarono i partigiani e tra Spalato e Trau soppressero 134 italiani compresi agenti di pubblica sicurezza, carabinieri, guardie carcerarie e alcuni civili. Spalato passò quindi sotto il controllo degli ustascia di Ante Pavelic che distrussero tutti i simboli che in qualche modo collegavano la città all’Italia, compresi i Leoni di San Marco del periodo della Serenissima. (s.m.)

786 - Corriere della Sera 09/12/11 Storia e Storie - Un tesoro di carta negli archivi dalmati
STORIA E STORIE


Alla scoperta dei fascicoli conservati in Croazia.
Dai confini della Serenissima al «giallo» D’Annunzio
C’è un tesoro in Dalmazia. Un tesoro di carta, semisconosciuto. È custodito negli archivi sparsi lungo l’Adriatico orientale e per anni è rimasto a dormire senza che quasi nessuno ne sapesse nulla. A tentare di disseppellirlo ci sta provando la Società dalmata di storia patria di Roma (c’è n’è anche una a Venezia, ma tra i due sodalizi non scorre il miele). Il progetto è guidato da un lidense, Bruno Crevato- Selvaggi, e a compiere le ricerche sul campo è un’archivista che sta battendo palmo a palmo tutti gli archivi dalmati. Valentina Petaros, 38 anni, laurea in filologia, è un’italiana di Capodistria (oggi Koper, in Slovenia) e ha dalla sua l’incomparabile vantaggio di conoscere sì l’italiano (e naturalmente lo sloveno), ma anche il croato. Ora, se i documenti sono quasi tutti scritti in italiano, e per questo motivo spesso inaccessibili ai croati, gli inventari e i cataloghi sono invece ovviamente in croato, e quindi di difficile approccio per gli italiani. Petaros, che è archivista, sta inventariando i fondi per capire cosa esattamente ci sia nei documenti conservati in Dalmazia, oggi in Croazia, e nelle Bocche di Cattaro (Boka Kotorska), in Montenegro.
L’archivio più importante, soprattutto per il periodo veneziano, è quello di Zara (Zadar), dal 1964 ospitato nell’ex caserma della cavalleria veneta, dove prestò servizio Carlo Gozzi che ne scrisse nelle sue Memorie inutili. La documentazione più clamorosa conservata a Zara sono le tavole catastali della cosiddetta Linea Grimani, ovvero il nuovo confine tra i possedimenti della Serenissima e quelli dell’impero ottomano stabiliti all’indomani della pace di Carlowitz, nel 1699. Questo fondo, il cui esame è finanziato anche da Coordinamento adriatico e Disma, è composto da 531 buste che contengono grandi tavole colorate di un metro per ottanta per centimetri che illustrano tutto il territorio compreso tra il Golfo del Quarnero (Qvarner) e le Bocche di Cattaro. Sono disegni bellissimi che costituiscono un repertorio di eccezionale importanza. Questo fondo in ogni caso è in via di digitalizzazione e dovrebbe essere disponibile su dvd e in internet entro un paio d’anni. Sempre a Zara si conserva un incartamento sulle numerose guerre che la Serenissima ha condotto contro i turchi per il controllo delle saline di Pago (Pag) e Bruno Crevato-Selvaggi ha studiato il fondo Dandolo, ovvero l’archivio segreto del provveditore generale in Dalmazia tra il 1806 e il 1810, cioè in epoca napoleonica. La storia della Dalmazia, ovviamente, non si ferma con la caduta della Serenissima e gli studiosi di vicende contemporanea potrebbero essere interessati alle 250 buste del fondo dell’ammiraglio Enrico Millo, rimasto intoccato per un’ottantina d’anni.
Millo è stato governatore a Zara tra il 1918 e il 1920, ha gestito la transizione della città e di alcune isole dalmate dall’Impero austroungarico all’Italia e soprattutto è stato colui che ha incontrato Gabriele D’Annunzio impegnato nell’impresa di Fiume a bordo del cacciatorpediniere Indomito, ma poi ha rappresentato il punto di vista di Roma nella disputa su Fiume (Rijeka). Purtroppo la cartella intestata a D’Annunzio è vuota (le «manine» che svuotano le cartelle imbarazzanti sono un male diffuso un po’ ovunque). Il figlio più illustre di Sebenico (Šibenik) è Niccolò Tommaseo e nell’archivio della città che gli ha dato i natali sono conservate le carte che riguardano la sua famiglia, soprattutto i registri del negozio- emporio di Sebenico tenuti dal padre Girolamo, le bolle d’imbarco delle merci nelle navi della Cosulich, i cartoncini con i campioni di tessuti di lana e cotone. Si possono leggere anche le lettere scritte a Niccolò dalla madre Caterina Cevessich (di etnia croata, infatti Tommaseo era bilingue e ha scritto le Iskrice nella lingua materna), mentre le risposte dello scrittore-patriota sono andate perdute. Parecchie carte risalenti al periodo del dominio veneto sono state portate a Zagabria e quindi gli storici della Serenissima dovrebbero dare un’occhiata anche all’archivio della capitale, mentre a Spalato è custodito il fondo della fortezza di Clissa, ultima roccaforte turca in Dalmazia a cadere. Le prossime tappe di Valentina Petaros saranno gli archivi di Lèsina (Hvar) e Curzola (Korcula).
Alessandro Marzo Magno

787 - Gazzetta di Modena 07/12/11 Storia - Fossoli, dal nazismo al campo profughi: 3 storie a confronto
STORIA


di Carlo Gregori
Fossoli continua ad avvicinarsi al centro degli interessi storio­grafici. L'attenzione sulla fra­zione carpigiana - negli ultimi dieci anni sono usciti impor­tanti studi, come quelli di Ro­berta Gibertoni-Annalisa Melo­di, Anna Maria Ori, Paolo Pao-letti e Danilo Sacchi (mi scuso se ne ho tralasciato qualcuno) -riguarda la struttura concentrazionaria che durante tutti gli anni Quaranta servì, durante la guerra, da luogo di partenza per lo sterminio e la detenzio­ne nei lager nazisti e, dopo la guerra, come primo luogo di raccolta per i profughi. A Fossoli insomma si intrecciano le sto­rie di chi parte per essere ucci­so e di chi arriva per non essere ucciso. È un luogo di transito per gente spogliata di tutto, compresi i propri diritti e nel quale, durante la guerra, la morte è sempre in agguato.
Dei tre libri a mio avviso im­portanti usciti negli ultimi me­si segnalo subito "I gatti di Pirano" (Aliberti), un racconto autobiografico di Marino Piuca e della studiosa carpigiana An­na Malavasi. Sottotitolo: "Dal mare istriano al Campo di Fos­soli". Infatti, è la storia delle vi­cende di un bambino ed ella sua famiglia costretti ad abban­donare lo splendido paese adriatico sulla costa istriana, al­lora non più italiano (oggi slo­veno), del passaggio, dopo la guerra e la cacciata degli italia­ni, attraverso i campi profughi di Trieste e infine dell'arrivo nel 1952 all'ex campo di transi­to di Fossoli, poi ribattezzato Villaggio San Marco. Il dram­ma di Marino è per fortuna ri­solto grazie ai carpigiani stes­so, che lo accolgono e ne fanno uno dei loro. La storia è alterna­ta da poesie, immagini e ricor­di, come quello del gattino Mustafà, che riescono a inserire con poesia un caso umano ter­ribile, quello di un bambino d fatto apolide, dentro una cer­chia di coetanei e poi di concit­tadini. "I gatti di Pirano" è un li­bro ben scritto e toccante.
Quanto però fosse diffìcile raggiungere una posizione di integrazione così ben riuscita è chiaro dalla lettura di un nuovo libro di storia sul tema, scritto dallo storico Costantino Di Sante: "Stranieri indesiderabi­li". Sottotitolo: "Il campo di Fossoli e il Centro di raccolta profughi in Italia (1945-1970)" (Ombre Corte Editore). Il titolo dice tutto: attorno a questo pro­fughi dalmati e istriani espro­priati di ogni avere e di una cit­tadinanza (salvo per gli italiani fedeli alla Repubblica federale della Jugoslavia), l'arrivo in Ita­lia fu tutt'altro che facile e indo­lore. Anzi, spesso vennero visti come un peso sociale, sballot­tati da un posto all'altro, tra i ti­mori della gente comune e l'in­capacità dei politici di capire come risolvere la loro questio­ne, demandata alla Questura.
Il senso del libro è riassunto in questa informativa del 19 agosto 1946 emessa dal Mini­stero degli interni, un docu­mento che oggi suona agghiac­ciante: «Chi ha passato la fron­tiera resta in Italia né il Gover­no ha modo di disfarsene (...) Vari incidenti sono già sorti per queste ragioni. Per questo il Campo di Fossoli di Carpi costi­tuisce una remora la dilagare dei clandestini e delle attività il­legali e delittuose degli stranie­ri in Italia». Poche righe che spazzano via decenni di retori­ca di destra sui "fratelli italiani d'Istria" e riaprono invece un capitolo storiografico ancora oggi poco conosciuto dal suo interno. Non solo: dalla nota è evidente che quel che restava del Campo di Fossoli diventò un esperimento nazionale per raccogliere profughi (compresi ebrei di ritorno dai lager), qualcosa che gli italiani non aveva­no mai provato prima. E' una storia che pochi conoscevano prima, se non quelli che ci so­no passati, ed è durata fino al 1970, quando l'ultima famiglia istriana trovò una sistemazio­ne esterna.
Pochi mesi fa è poi uscito un importante libro che si svolge in parte a Fossoli come transi­to per il lager: "Scordatevi di essere vivi" (Bollati Editore). Sottotitolo: "San Vittore, Fos­soli, Mauthausen. Quanta mor­te può contenere la vita?" Un' altra testimonianza, con prefa­zione di Gherardo Colombo, che aggiunge un importante mattone a un edificio di cono­scenze che cresce ormai di an­no in anno. L'autore è una per­sonalità dell'antifascismo mila­nese: Enea Fergnani (1896-1978), originario di Cen­to (Ferrara), noto avvocato so­cialista perseguitato dal regi­me. Fergnani pubblicò subito dopo la guerra i suoi ricordi nel libro "Un uomo, tre numeri", che raccontavano l'atmosfera tragica di Fossoli: non solo un campo di transito ma anche di morte, soprattutto a causa de­gli aguzzini nazisti.

788 - Corriere della Sera Alto Adige 09/12/11 Odorizzi, il prete che conquistò Fellini

Il regista inserì la storia del canonico nel film sull'esodo da Pola
di WALDIMARO FIORENTINO
BOLZANO — Gli ultimi giorni di febbraio del 1980 si spegneva nel capoluogo il canonico don Felice Odorizzi. I primi di marzo, avrebbe compiuto i 92 anni.
Era stato uno dei personaggi più maiuscoli e tuttavia più discreti d'una delle pagine più drammatiche della nostra storia nazionale. Federico Fellini, il maggiore dei registi italiani, infatti, ne fece uno dei personaggi principali ed anche più incisivi di uno dei suoi film più commoventi, anche se tra i meno conosciuti, purtroppo: «La città dolente», dedicato all'esodo della popolazione italiana da Pola, allorché il trattato di Parigi del 1947 assegnò l'Istria, Fiume, Zara, Lagosta e le isole del Quarnaro alla Jugoslavia. Un'esodo che, compiuto dal 92 % della popolazione polese e, comunque, dalla stragrande maggioranza della popolazione istriana, confermò l'anima italiana di quella terra, sacrificata sugli altari della diplomazia, ma anche da complicità di nostri troppo glorificati esponenti politici.
Nello stesso 1947, nacque il film «La città dolente», Pola, appunto. Di quel film, realizzato dalla casa cinematografica Istria Film, Federico Fellini non fu regista; fu tra i soggettisti. Regista fu Luigi Bonnard. E proprio la delicatezza e la incisività, insieme, del soggetto è ciò che maggiormente risulta toccante.
In quel film, don Felice Odorizzi — chiamato nella vicenda proprio «don Felice» — era il sacerdote che coordinava le partenze, che risolveva i problemi e confortava in un clima di alta drammaticità, ma anche di grande umanità e di delicata liricità.
Don Felice Odorizzi usciva da quel racconto come il personaggio dalla personalità più forte, pur senza mai alzare la voce e senza mai assumere atteggiamenti intransigenti.
Ma chi era il canonico don Felice Odorizzi? Era nato il 2 marzo 1888 a Flavon, in val di Non. Aveva compiuto gli studi prima al suo paese, poi a Trento; quindi, passò il confine (allora il Trentino faceva parte dell'impero austro-ungarico) per recarsi a frequentare il seminario di Verona — nel regno d'Italia — dove il 10 agosto 1912 venne ordinato sacerdote.
Ebbe così inizio per lui una vita molto intensa e ricca di interessi pastorali ed umani.
Animato da un forte sentimento nazionale, dopo la conclusione della prima guerra mondiale chiese di essere inviato a Pola.
Rimase in quella città da poco riunita alla madrepatria dal 1921 al 1947, dove svolse diversi importanti incarichi: fu canonico, prima curato e poi teologo, del Capitolo della cattedrale, giudice ed esaminatore prosinodale, vicepresidente della commissione di arte sacra ed anche cappellano militare.
Chiusa la parentesi di Pola, monsignor Odorizzi si mise a disposizione della Chiesa di Bolzano, dove operò a lungo come catechista, come conferenziere ed in altri incarichi.
Una figura molto nota, in città e altrove: per le sue doti di intelligenza, per la vena poetica che lo ispirava, per il tratto gentile e umano. Il Papa, per i suoi meriti, lo aveva nominato «Cammeriere segreto soprannumerario».
Dopo il 1947, si impegnò molto nell'assistenza ai profughi giuliani, scrivendo pagine di autentica solidarietà umana e cristiana e suscitando ammirazione e riconoscenza.
Nell'agosto 1972, la sezione di Bolzano dell'associazione dei marinai lo premiò con una pergamena e una medaglia d'oro.
Nel maggio dell'anno successivo, la sezione altoatesina dell'Associazione nazionale reduci dalla prigionia gli consegnò una targa. In entrambe le circostanze, Felice Odorizzi manifestò la propria commozione nel ringraziare. Sentiva sfuggirgli il mondo del quale era stato protagonista.
Viveva da anni in una casa in corso Libertà, nel capoluogo altoatesino. Le sue condizioni non erano floride, ma sapeva affrontare le difficoltà con serenità e dignità.
Si spense a Bolzano il 26 febbraio 1980; una settimana più tardi avrebbe compiuto 92 anni.
Prima della sua fine, fece una capatina nella sua Flavon, che non aveva mai dimenticato, per donare i suoi risparmi alla realizzazione di un campo sportivo da destinare ai giovani del suo paese natale.
E nel suo paese natale si svolsero i suoi funerali che richiamarono autorità civili e religiose ed anche una folta rappresentanza di profughi giuliani, con il loro sindaco che ha portato a monsignor Odorizzi «il commosso saluto e il vivo ringraziamento della gente di Pola, assistita con cuore grande dallo scomparso».
La figura del sacerdote scomparso venne poi ricordata nei giorni immediatamente successivi nella chiesa di San Domenico a Bolzano, con una concelebrazione eucaristica, presieduta dal vescovo ausiliare, monsignor Forer. La figura dello scomparso venne tratteggiata dal decano, don Giuseppe Rizzi.


789 - La Voce in Più Storia e Ricerca 03/12/11 : Antonio Grossich, grande umanista e venerando patriota
PERSONAGGI

Un medico e scienziato attratto dalla politica, che si trovò al centro della travagliata vita fiumana
nel periodo forse più turbolento della sua storia, ossia nei primi decenni del XX secolo

di Daniela Jugo Superina
Apostolo d’Italia”. È questo l’epiteto che Gabriele d’Annunzio appioppò al dott. Antonio Grossich, il personaggio che cerchiamo di scoprire in questo numero.
È ben noto che oggi la politica è spesso una sirena per molti medici, ma ciò non rappresenta nulla di nuovo. Questa constatazione viene rafforzata proprio da quel personaggio particolare che risponde al nome di Antonio Grossich e che un secolo fa venne attratto dal richiamo della politica. Chirurgo eccellente, innovatore e scienziato, allo stesso tempo fu un fervido sostenitore dell’irredentismo, nonché un personaggio imprescindibile della scena fiumana nel periodo forse più turbolento della sua storia, ossia nei primi decenni del XX secolo. Eppure, nonostante quelli che condividevano le sue idee politiche ricorressero a metodi pochi ortodossi per affermarle, Grossich non era né militante né tanto meno pericoloso. Quale medico e umanista, era contrario a qualsiasi forma di violenza.
Dallo zio a Capodistria
Nel piccolo paese di Draguccio, nei pressi di Pinguente, la famiglia Grossich era molto stimata. Giovanni Matteo Grossich era un vinaio e oltre ai suoi vasti vigneti, un buon guadagno glielo assicurava il commercio con vino e grappa di vischio. Con la moglie Anđela Franković ebbe tre figli e due figlie. Antonio nacque il 7 giugno 1849. Dopo aver frequentato la scuola elementare a Draguccio e a Capodistria, assieme al fratello Giovanni andò a vivere dallo zio, Angelo Grossich, ricco e distinto patrizio capodistriano.
A Capodistria i due fratelli frequentarono il Ginnasio fino alla morte del padre, avvenuta nel 1862. Giovanni, che era più vecchio, interruppe subito gli studi per poter gestire il patrimonio di famiglia, mentre Antonio si trasferì al Ginnasio di Pisino per poter essere più vicino alla madre.
A Graz, per volere del padre
Dopo un corso preparatorio a Capodistria, Antonio, per rispettare il volere del padre, si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza a Graz. Resistette per tre semestri, dopo di che si trasferì alla facoltà di Medicina presso la celebre Università di Vienna. Conseguita la laurea, accettò di fare il medico a Castua, stipulando un contratto triennale. Castua era un centro troppo piccolo per il giovane ma ambizioso medico, il quale ha fatto di tutto per entrare nella Fiume che conta.
Che ci sia riuscito, lo dimostra il matrimonio con Edvige Maylender, sorella di Michele Maylender, fondatore dell’Associazione Autonoma, nota come Partito autonomista, e futuro sindaco di Fiume. Dal matrimonio nacquero la fi glia Beatrice e il fi glio Ruggero. La famiglia Grossich viveva al civico 2 di via Pomerio....
Il Partito autonomista del cognato Michele Maylender
Una volta scaduto il contratto con la Città di Castua, i due anni successivi Grossich li trascorse a Vienna dove si specializzò in ginecologia e chirurgia. Considerandolo un talento e un medico estremamente capace, il professor Eduard Albert, primario della chirurgia viennese, gli offrì il posto di suo assistente. A Grossich continuavano a pervenire offerte anche da altre cliniche e quella di Innsbruck gli offrì addirittura il ruolo di professore. Egli respinse, però, tutte queste offerte e trovò impiego presso il reparto di chirurgia dell’Ospedale Civile di Fiume. Ben presto, già nel 1886, ne divenne primario.
Quando Michele Maylender fondò il Partito autonomista nel 1896, Grossich vi aderì subito. Dal 1898 allo scoppio della Prima guerra mondiale fu consigliere comunale. Le capacità e le ambizioni del dott. Grossich non si fermano qua. Per diversi anni fu presidente della Società filarmonicodrammatica, fu anche uno dei fondatori del Circolo letterario nonché membro illustre del Club alpino fiumano, ma ciò che più conta, assunse il ruolo di guida degli irredentisti fi umani e successivamente degli annessionisti.
Un ospedale mai costruito
Antonio Grossich si distingueva per la straordinaria abilità nella sua professione, ma anche per il suo spirito umanitario. Era amico di chirurghi illustri come Jan Miculicz-Radecky e Theodor Billroth, i massimi innovatori in tutto l’Impero austro-ungarico. Entrambi, su invito di Grossich, eseguirono diverse operazioni nell’Ospedale di Fiume.
Verso la fine del XIX secolo, l’Ospedale civile, un edificio (ex Caserma "Pastrengo" dei RR.CC.) che sorgeva alla confluenza delle odierne vie Fiorello la Guardia e Giovanni Ciotta, (ex vie Parini e Carducci, giá Piazza Cambieri) divenne troppo piccolo e inadeguato per una città in continua crescita. Le autorità cittadine cominciarono presto a pensare alle possibilità di ampliare l’ospedale o di costruirne addirittura uno nuovo. Grossich faceva parte della commissione per la preparazione del progetto e a lui venne affidata la redazione di un elaborato sui fabbisogni dell’ospedale.
Grossich era propenso alla costruzione di un nuovo ospedale, piuttosto che elevare di uno o due piani quello esistente. Era contrario, inoltre, alla proposta degli ingegneri di costruire l’ospedale a Valscurigne. La sua proposta era di costruirlo in zona Zenikovich (nei pressi dell’attuale SE “Brajda”).
Era il 1908 quando Grossich si rivolse al Consiglio municipale affermando che “gli ospedali sono stati costruiti sempre seguendo le idee e il parere dei medici, che meglio di chiunque altro conoscono i fabbisogni dei malati, mentre il compito dei tecnici dovrebbe essere soltanto quello di materializzare le idee dei medici, specialmente in considerazione del fatto che con i progressi della medicina cambiavano anche i metodi di cura delle varie patologie e allo stesso tempo cambiava anche l’organizzazione degli ospedali”. Alla fine, la costruzione non ebbe mai inizio, sia per i continui dissidi, sia per la cronica carenza di mezzi finanziari. L’inizio della Prima guerra mondiale sugellò il destino del progetto.
La tintura di iodio: una scoperta epocale
Nel corso della sua carriera, Grossich pubblicó una decina di relazioni sul tema dell’igiene, delle operazioni ai polmoni e della ginecologia. Divenne famoso in tutto il mondo per i suoi metodi di sterilizzazione della zona operatoria mediante tintura di iodio. Iniziò ad applicare questo metodo nel 1907 in occasione di operazioni più semplici, quando si trovava costretto a intervenire rapidamente per rimediare alle lesioni subite dai lavoratori portuali o dagli operai delle fabbriche. Non c’era il tempo per un lavaggio minuzioso con acqua e sapone.
La procedura era la seguente: una decina di minuti prima dell’operazione, su un’ampia superficie della pelle attorno alla zona da operare veniva applicata una soluzione al 10 per cento di tintura di iodio, senza precedente lavaggio. La procedura veniva ripetuta dopo l’anestesia, poco prima che iniziasse l’operazione e un’altra volta ancora dopo la sutura. Quando mancava il tempo per lavare le mani prima dell’operazione, Grossich usava la tintura di iodio.
La svolta al convegno di chirurgia di Budapest
Grossich rimase sorpreso dell’efficacia di questo metodo e dei risultati conseguiti. Le ferite non si infettavano, non si sviluppava la sepsi e non c’erano casi di gangrena. Le ferite si rimarginavano in tempi decisamente minori e anche i tempi di recupero erano minori. Grossich cominciò a introdurre questo metodo, gradualmente e con grande attenzione, anche negli altri interventi chirurgici. Ci vollero un centinaio di operazioni prima che si decidesse di pubblicare la sua scoperta. “Il Giornale centrale della chirurgia” pubblicò nel 1908 un piccolo articolo....
L’anno successivo partecipò a un covegno internazionale di chirurgia a Budapest, e la sua relazione sui nuovi metodi di sterilizzazione suscitò notevole interesse. In quella circostanza, però, si verificò un incidente, a testimonianza del fatto che oltre alla passione per la medicina, Grossich ne coltivava anche un’altra, di natura politica, che si manifestava in un nazionalismo italiano piuttosto marcato.
Al banchetto ufficiale del congresso, un chirurgo italiano tenne un’allocuzione in lingua francese, cosa che fece andare in bestia Grossich, il quale esclamò: “Qua ho sentito parlare tutte le lingue, ma solo in lingua italiana non ho sentito dir parola. Non è forse dunque più l’Italia tra le nazioni civili? Non è più l’Italia la culla stessa della civiltà del mondo?”.
«Il progresso più importante»
A parte tutto, il metodo veloce, efficace e conveniente di Grossich venne accettato ben presto dai chirurghi di tutto il mondo, i quali gli riconobbero la genialità di una scoperta così semplice. Furono i due chirurghi più illustri d’Europa a contribuire maggiormente alla diffusione dei metodi di Grossich all’inizio del XX secolo. Il chirurgo berlinese Hermann Küttner definì l’applicazione della tintura di iodio “il progresso più importante nella disinfezione”. Il professore parigino Walter cominciò ad applicare il metodo di Grossich subito dopo il congresso di Budapest.
Dopo le varie analisi microbiologiche, è stato provato che la sterilizzazione mediante applicazione di tintura di iodio è il metodo migliore per combattere virus, batteri e funghi, che altrimenti potrebbero entrare nell’organismo durante l’operazione. Il lavaggio con acqua e sapone, invece, non fa altro che favorire la moltiplicazione di microorganismi sulla pelle.
Grossich pubblicò in via definitiva la sua scoperta in una rivista specializzata a Berlino nel 1911. La tintura di iodio venne applicata per la prima volta in condizioni di guerra durante il conflitto italo-libico. Il suo uso era molto diffuso durante la Prima guerra mondiale e salvò certamente tantissime vite prima della scoperta degli antibiotici. Il metodo di Grossich, non dimentichiamolo, viene applicato a tutt’oggi....
«La regina del Quarnero, la nostra bella Fiume»
Già nel 1913, Antonio Grossich venne insignito di un’onorificenza per il contributo alla scienza medica. Alla cerimonia di consegna dell’ambito riconoscimento, tenutasi a Fiume, Grossich colse l’occasione per tenere un infervorato discorso politico, dicendo, tra le altre cose, di aver avuto “un’idea nuova, un idea utile all’umanità, e l’Italia fu la prima a riconoscerlo, e non a parole soltanto... E fu la Croce d’Italia la stella che vi guidò questa sera a me. Il vostro pensiero in questo momento sorvola su tutte le esigenze materiali della vita e libero di ogni pastoia egoistica corre giulivo incontro a una visione di sembianze, di forme e di portamento italiano: la regina del Quarnero, la nostra bella Fiume, forte del suo intangibile statuto... Amiamoci adunque; ed alzando il bicchiere votiamolo al grido che sincero, alto e fremente prorompe dai nostri petti e fortissimo suona: Viva Fiume eternamente nostra, italiana eternamente”. Da quel momento in poi, Antonio Grossich fu il leader indiscusso degli irredentisti fiumani.
Edoardo Susmel, il biografo di Grossich, descrisse cosi il primario alle sessioni del Consiglio municipale: “Sedeva alla estrema sinistra, nel breve giro della sala; quando si levava a parlare, ritto sulla robusta figura, il viso delicato incorniciato dalla barba fluente, gli occhi acuti scintillanti dietro le lenti, si aveva l’impressione viva del padre della patria sorto, da qualche profondità della storia, in difesa delle conculcate libertà cittadine”.
«Pericoloso nemico della Monarchia»
Le parole di Susmel ottengono conferma da un passo del discorso che Grossich pronunciò al Consiglio municipale il 31 marzo del 1914:
“Il mio programma culmina nella difesa strenua della nostra autonomia, di quella rocca che costituisce il nostro supremo bene, la nostra nazionalità, la nostra cultura, la nostra lingua italiana. La caduta di questa rocca segnerebbe la fine della nostra italianità”.
Quando scoppiò la Prima guerra mondiale, Grossich era vicesindaco di Fiume. Ritenuto focoso irredentista e “pericoloso nemico della Monarchia”, le autorità ungheresi lo arrestarono e lo internarono a Vienna. A quel punto, il reparto di chirurgia dell’ospedale di Fiume viene preso in mano dal figlio Ruggero, che nella scelta della professione ha voluto seguire le orme del padre.
L’abbraccio con Zanella... e poi la guerra
Nell’autunno del 1918, l’Austro-Ungheria stava vivendo gli ultimi giorni. Grossich fece ritorno a Fiume e si fece subito coinvolgere nei fermenti politici che segnarono gli anni successivi. Il 29 ottobre del 1918 fondò il Consiglio nazionale italiano, del quale Grossich fu presidente nei due anni di attività. Lo stesso giorno, a Zagabria venne proclamato lo Stato degli Sloveni, dei Croati e dei Serbi, nel quale venne tassativamente inclusa anche Fiume.
La risposta non si fece attendere, tanto che già il giorno successivo venne emanato un Proclama del Consiglio nazionale e la richiesta di annessione di Fiume all’Italia. Quando alla fine di novembre del 1918, dopo le innumerevoli difficoltà superate nel corso della guerra, Riccardo Zanella fece ritorno in città, fu proprio Grossich a salutarlo per primo con un commosso abbraccio. Quella fu anche la fine della loro collaborazione e l’inizio di una battaglia politica tra autonomisti e annessionisti.
Come «salvare» Fiume
Nei mesi successivi, Grossich fece il possibile e l’impossibile per “salvare” Fiume e per annetterla all’Italia. Quando il 17 novembre 1918 giunsero a Fiume le forze d’occupazione interalleata, accolse e salutò il generale Enrico di San Marzano. Nell’aprile del 1919 Grossich chiamò il generale italiano Emilio Grazioli a prendere il potere a Fiume in nome dell’Italia, consegnandogli la decisione del Consiglio nazionale. Grazioli declinò l’invito, sapendo di non avere i titoli per un atto del genere. Il Consiglio condusse addirittura un censimento della popolazione di Fiume, in base al quale, com’era da aspettarsi, più del 60 per cento della popolazione erano italiani.
Su invito del Governo italiano, Grossich si recò a Parigi per partecipare alla Conferenza di pace per convincere tutti che Fiume sarebbe dovuta appartenere all’Italia. L’argomento più forte era proprio il summenzionato censimento. Il tentativo fallì, in primo luogo per la grande ostilità manifestata dal presidente degli Stati Uniti, Woodrow Wilson.
A Fiume la situazione era sempre più calda e sulla città aleggiava lo spettro di un conflitto aperto. Grossich si assunse il ruolo di paciere, respingendo tutte le proposte dei suoi connazionali di entrare in conflitto aperto con le forze interalleate. Non voleva che la città si trasformasse in un campo di battaglia. Quando D’Annunzio accettò il ruolo di “salvatore di Fiume”, Grossich fu il personaggio chiave per organizzare l’accoglienza del poeta.
Per D’Annunzio un «vigliacco e traditore»
Il rapporto tra Grossich e D’Annunzio era piuttosto complesso. Nonostante l’ammirazione nei confronti del Comandante, Grossich manifestò grande preoccupazione quando nell’autunno del 1920 venne proclamata la Reggenza Italiana del Carnaro. Lo riteneva un allontanamento dall’obiettivo primario, ossia l’annessione all’Italia. D’Annunzio lo definì un vigliacco e un traditore. Nonostante tutto, nello scambio epistolare che seguì alla cacciata di D’Annunzio dalla città, riuscirono ad appianare i dissidi.
All’Italia venne assegnato il controllo della formazione dello Stato Libero di Fiume, compresa la vigilanza sull’ordine pubblico. Nel tentativo di trovare una soluzione di compromesso, la guida del governo provvisorio venne affidata, alla fine del 1920, proprio ad Antonio Grossich, il quale organizzò le elezioni per l’Assemblea Costituente, che si tenne il 24 aprile 1921.
È interessante che in occasione di queste elezione le donne ottennero il diritto di voto, 25 anni prima che in Italia e in Jugoslavia. Il Blocco nazionale di Grossich subì in quella circostanza una brutta batosta dagli autonomisti di Zanella e tre giorni dopo le elezioni Grossich venne destituito.
Lo Stato libero «uno schiaffo» all’Italia
Nell’anno che seguì, Grossich abbandonò completamente il lavoro all’ospedale e partecipò ai preparativi per l’abbattimento di Zanella. Dichiarava che lo Stato Libero era “uno schiaffo all’Italia e all’italianità di Fiume” e che la sua annessione alla Jugoslavia era ormai questione di tempo. Dopo il colpo di stato del marzo 1922 e l’ascesa di Benito Mussolini al potere in Italia, nell’autunno dello stesso anno lo Stato Libero di Fiume aveva i giorni contati.
Grossich veniva considerato come uno dei più meritevoli per l’avvicinamento di Fiume all’Italia e lo conferma la sua nomina a Senatore del Regno d’Italia e il conferimento dell’Ordine del Gran Cordone il 19 aprile 1923. L’ultimo discorso politico, Grossich lo pronunciò quello stesso anno al Senato.
In quella circostanza affermò, tra l’altro, che “... la vecchia Italia non accettò né la prima né la seconda volta il dono che Fiume aveva fatto di sé stessa alla adorata Madrepatria. Ed è perciò che io mi rivolgo alla nuova Italia, al suo potentissimo Duce, che colla meravigliosa chiaroveggenza, colla sua fulminea rapidità d’azione, ha ormai dimostrato all’intero mondo di volere e di potere... E se la mia voce non bastasse, ascolti egli la voce delle anime degli eroi fiumani, che caddero sul Carso combattendo per la grandezza della Patria, ascolti egli la voce delle anime dei figli d’Italia, che giacciono nel nostro cimitero e che dettero tutto il loro sangue per la salvezza di Fiume”.
Con l’annessione di Fiume all’Italia agli inizi del 1924, Grossich ritenne di aver realizzato l’obiettivo della sua vita e si ritirò dalla politica dedicandosi, seppure in età avanzata, alla chirurgia. L’ultima comparsa in pubblico di Antonio Grossich fu in occasione della consegna delle chiavi della città a Re Vittorio Emanuele III, il 16 marzo 1924 su Molo Adamich.
Omaggio della città al suo «capitano»
Grossich morì improvvisamente il 1.mo ottobre del 1926. Venne seppellito nella tomba di famiglia al cimitero di Cosala dopo un memorabile funerale. Negli anni ‘30 del secolo scorso, i fiumani resero omaggio a Grossich in diversi modi. Nel 1930, la nuova strada che tagliava il Parco Regina Margherita (oggi Parco Nikola Host), venne chiamata viale Antonio Grossich. Nel parco venne collocato un busto in onore a Grossich fatto dallo scultore Delzotto. Venne tolto nel 1945 e ora si trova nel Museo Civico di Fiume.
All’ospedale di Fiume venne collocata una targa di marmo del seguente contenuto:
“Antonio Grossich Senatore del regno! Patriota e medico insigne/Chirurgo primario di questo ospedale/ dal MDCCCLVI al MDMXXVI/Con l’ardita ricerca/del trattamento delle ferite/e della sterilizzazione nel campo operativo/ovunque accolta trionfatrice/preparò nuove e continue vittorie/ alla chirurgia/risparmiò innumerevoli lutti all’umanità”.
Verso una sola idealità: l’Italia
Nel 1933, a Roma venne pubblicato un libro del sunnominato Edoardo Susmel, storico fiumano, collega di Grossich nel Consiglio nazionale, intitolato semplicemente “Antonio Grossich”, nel quale ne idealizzò il percorso di vita, anche con tante esagerazioni, ma allo stesso tempo pubblicò anche dei dati molto preziosi, come ad esempio gli scambi epistolari tra Grossich e D’Annunzio. La prefazione venne scritta da Giovanni Giurati, che era venuto a Fiume assieme a D’Annunzio, e successivamente divenne ministro di Mussolini e presidente della Camera dei deputati. Ecco come descrisse Grossich:
“I suoi concittadini lo prescelsero allora a capitano e da quel giorno accentò, non pronunziò, gesto non fece, non concepì pensiero che non fossero di incitamento a resistere, che non incoraggiassero la fede... Egli fu al centro della travagliata vita fiumana... Come nella vita privata, era onesto nel pubblico agone... Nessun doppio fondo, nessun calcolo personale, nessun artificio hanno macchiato mai il suo argomentare... Era veramente, profondamente buono. Non di quella bontà inerte e insipida che non crea e non commuove, ma di quella vigile, attiva e intelligente che disarma l’iracondo e incita, con l’esempio, l’apatico”.
In fin dei conti, quando nel 1935 bisognava dare uno nome alla scuola media superiore in via Dolac (ex De Amicis) , fra tutte le proposte venne accolta quella di intestarla “al nome del venerando patriota Antonio Grossich”.
Tra tutte le personalità che hanno fatto la storia di Fiume, ad Antonio Grossich potrebbero venir attribuiti aggettivi come moderato, carismatico, affidabile, devoto. A differenza di tanti altri, lui le convinzioni politiche non le ha mai cambiate.
Nel suo libro, Susmel scrisse: “Anziano del movimento irredentista, quando Fiume non è ancora che un’ignorata città in fondo al Carnaro, Antonio Grossich si vale dell’autorità del suo alto nome, della sua fama di scienziato, del suo naturale ascendente, per far opera di propaganda, instancabile, animosa, tesa la mente ed il generoso cuore verso una sola idealità: l’Italia”.

790 – Il Giornale 05/12/11 Così il partigiano titino Gilas divenne il grande dissidente

di Giuseppe Ghini
Pubblicato per la prima volta in Italia il diario del comandante della guerra di liberazione jugoslava e numero due del regime. Che poi attaccò il comunismo
Per chi ha più di cinquant’anni il nome di Milovan Gilas - o Djilas - (1911-95) è associato a un comunismo anticonformista: anzitutto fu lui ad additare a Tito la «via jugoslava al comunismo» con gli operai coinvolti nella gestione e nei profitti aziendali (la famosa autogestione operaia), e a spingere il Partito comunista jugoslavo a prendere le distanze da quello sovietico. In secondo luogo, Gilas divenne noto come il grande dissidente di quello stesso partito, la voce indipendente della Jugoslavia: ai tre anni passati nelle galere del Regno di Jugoslavia negli anni Trenta, si aggiunsero nove anni nelle prigioni di Tito, condannato per le sue idee e la sua critica ai burocrati dei paesi comunisti, da lui indicati come una nuova classe di privilegiati in un sistema lontanissimo dall’egalitarismo che propugnava.
Prima ancora, però, Gilas era stato un intellettuale e un membro autorevole di Partito comunista, secondo forse al solo Tito. Membro del Comitato centrale, poi del Politbjuro, capo della sezione montenegrina, ministro della Guerra e poi viceministro della nuova Jugoslavia, direttore di Borba, il giornale che ne era l’organo ufficiale, fino all’espulsione dal partito nel 1954 per la sua visione eretica.
Ora, quella sua visione eretica del comunismo venne formandosi nella seconda guerra mondiale, quando il Partito comunista jugoslavo uscì dalla semilegalità e si mise a capo della guerriglia partigiana. Sono gli anni che vanno dal 1941 al 1945 e che costituiscono l’oggetto dei suoi ricordi di guerra, ora tradotti per la prima volta in italiano: La guerra rivoluzionaria jugoslava (Libreria Editrice Goriziana, pagg. 536, euro 35: prefazione Sergio Romano). Un libro straordinario, a un tempo cronaca dall’interno degli avvenimenti bellici in Jugoslavia e riflessione di un comunista su quella guerra, sulla rivoluzione, sulla dipendenza da Mosca, sui rapporti tra leadership e popolo, sugli Italiani in guerra («Che razza di impero miserabile! Fanno elmetti che tutte le pallottole possono sforacchiare!») e la vicenda di Trieste, sulla partecipazione di Togliatti alle purghe staliniane («Spesso mi sono chiesto, e lo faccio anche oggi: che cosa provava Togliatti, che cosa passava per la sua fine mente machiavellica ai tempi delle purghe di Stalin? Di sicuro tutto gli era chiaro. E a tutto aveva preso parte. Si convinse, se non era già convinto, che si trattava di quella marxista-hegeliana “necessità storica” nella sua più pura e più totale incarnazione e realizzazione»), sugli espropri e i massacri post-bellici (Gilas riconosce onestamente anche quelli compiuti dai comunisti serbi), fino alla delusione nei confronti del regime jugoslavo.
L’aspetto straordinario non consiste tuttavia nelle novità raccontate da Gilas, quanto nella sua onestà intellettuale, nell’analisi spietata dei miti e degli schemi ideologici comunisti. La distanza dagli avvenimenti e dall’ideologia gli permette infatti di vedere quello che i comunisti italiani ancora stentano a riconoscere, e cioè che la guerra contro gli invasori era contemporaneamente «una guerra che nasceva dalla nostra ideologia rivoluzionaria» e si trasformò ben presto in una guerra civile: «La guerra che noi comunisti avevamo concepito e iniziato non era e non poteva essere solo nazionale: i comunisti non sono attratti da nulla, neppure dalla libertà nazionale, se in essa non ci fosse per loro la prospettiva di una specifica comunità ideologica nazionale».
Gilas segue lo sviluppo di quella guerra nel calderone balcanico dove combattono italiani, tedeschi, inglesi, sovietici, comunisti jugoslavi, contadini nazionalisti, cittadini democratici e patriottici, cetnici (i nazionalisti serbi filomonarchici), albanesi, clan patriarcali montenegrini, ustascia (i nazionalisti croati filofascisti e antiserbi), turchi (gli slavi meridionali di fede musulmana). Segue la radicalizzazione della rivoluzione man mano che penetra in profondità negli strati sociali e del conflitto che degenera in una «guerra senza pietà, senza regole» e che conduce alla morte del 10% della popolazione.
Contemporaneamente, però, prende le distanze dalla lettura ideologica di quella guerra rivoluzionaria: «Le rivoluzioni - afferma - devono esistere, ogni volta che le forze politiche dei popoli e delle comunità non sono in grado di trovare forme attraverso le quali sviluppare soluzioni ragionevoli e giuste. La rivoluzione si giustifica come situazione di vita. L’idealizzazione delle rivoluzioni è però una copertura per l’egoismo e la sete di potere di nuovi padroni rivoluzionari». Demitizza il ruolo del popolo capace di scambiare la libertà e la patria con la salvezza della proprietà e della famiglia («Questo non si conciliava affatto con la mia idea dogmatica sul popolo, sul contadino e l’operaio pronti a sacrificarsi per la “propria” causa. Durante tutta la guerra, fino alla mia caduta, non mi liberai mai da questa idealizzazione, anche se già allora intuivo che il popolo non si sacrifica per nessun ideale»), il mito della sua spontaneità, della fratellanza comunista, della «Madre Russia» e del ruolo della dirigenza esaltato dalla storiografia ufficiale successiva.
L’onestà di Gilas lo porta a riconoscere non solo i pregiudizi di cui era vittima, ma anche la loro origine ideologica. «Ero ingiusto, ma ero un funzionario comunista», scrive amaramente. E, andando in profondità, riconosce che il torto dell’ideologia è nello schiacciare l’avversario sulla sua appartenenza: «Le guerre, e soprattutto le rivoluzioni e le controrivoluzioni, seguono criteri ideologici dogmatici, che nel corso degli stermini divengono passione e prassi, abitudine e virtù: qualcuno è colpevole non solo perché ha fatto qualcosa, ma anche semplicemente perché apparteneva a qualcosa».
Leggetelo: è il libro di un comunista onesto.

791 - Il Piccolo 06/12/2011 La guerra tra Austria e Italia combattuta a suon di sfottò

La mostra “Gli unni... e gli altri” documenta, da domani a Trieste, la battaglia che contrapponeva le due parti utilizzando manifesti e cartoline anche d’autore
FINO A FEBBRAIO
Si intitola “Gli unni... e gli altri. Satira e propaganda per le terre irredente (1900-1920)” la mostra che verrà inaugurata domani, alle 18.00, negli spazi espositivi al piano terra del Civico Museo della Civiltà istriana, fiumana e dalmata di via Torino 8 a Trieste. E’curata dall’Irci in collaborazione con la Famiglia di Grisignana. L’esposizione è ideata e curata da Piero Delbello in collaborazione con Bruna Pompei, per la scelta iconografica e la cura del catalogo, e con Athos Pericin cui si deve il progetto e la cura dell’allestimento. La mostra (a ingresso libero), rimarrà aperta fino al 5 febbraio 2012: ogni giorno dalle 10 alle 12.30 e dalle 16 alle 18.30; la domenica dalle 10 alle 13.
Viene inaugurata domani al Museo della civiltà istriana, fiumana e dalmata di Trieste la mostra “Gli unni... e gli altri”.
L’ideatore e curatore Piero Delbello ha scritto per “Il Piccolo” questo articolo.
di PIERO DELBELLO
Se la morte di Felice Venezian aveva privato Trieste del suo paladino in difesa dell’italianità, restava Attilio Hortis a rappresentare quegli ideali liberalnazionali che avevano visto il favore di una larga fascia della popolazione in tutto il primo periodo del ‘900 sino alla Grande Guerra. Eravamo nella Trieste che, ricordando Domenico Rossetti, faceva suo il motto «ne la Patria de Rossetti no se parla che italian». In tutta la Venezia Giulia, in Istria e in Dalmazia (ma così anche in Trentino), dopo lo scioglimento forzato, voluto dalla polizia austriaca, della Pro Patria, era stata la Lega Nazionale, nata nel 1891 dalle sue ceneri, a portare avanti l’impegno sociale di difesa della lingua italiana. Impegno condotto con la fondazione di sedi in ogni località possibile delle terre irredente e nell’istituzione dei “giardini d’infanzia” e delle scuole italiane a suffragio delle carenze nelle medesime situazioni civiche di controllo statale. Si era nell’Istria erede della “Dieta del Nessuno”, che aveva posto il suo niet al governo austriaco, quella “Prima Dieta Istriana” dei Madonizza, Scampicchio, Polesini, Venier, Stradi... che, il 10 e il 16 aprile 1861, chiamata ad eleggere i deputati al Parlamento di Vienna, per due volte aveva risposto “nessuno” Un’Istria che aveva dato, a suo tempo, così come Trieste, volontari alle imprese garibaldine.
Si era anche in territorio adriatico di pertinenza austriaca dove aveva preso piede un impegno sociale notevole, non solo in termini “nazionali e popolari”, come con la Lega, ma anche in altri termini “ di popolo”, che diventava coscienza di massa, con la diffusione del socialismo, la nascita delle società di mutuo soccorso, le casse sociali e la fratellanza operaia. Erano anni, quelli d’inizio del ‘900, dove le determinazioni nazionali dei diversi popoli portavano allo sviluppo dei movimenti e delle passioni irredentistiche sia di marca italiana che di marca slava. Ma erano anche momenti di lotta violenta, come nel caso dello sciopero dei fuochisti del Lloyd del 1902, quando la protesta, massiccia, della “canaglia pezzente che suda e lavora” era stata sedata nel sangue dalla sbirraglia austriaca.
L’Italia era alleata dell’Austria e della Germania, ufficialmente le aspirazioni nazionali dovevano rimanere celate, e, sul territorio giuliano, a Gorizia, capitava anche che la presenza di un circo italiano (1895) che si propagandava con manifesti popolati di scimmie, orchestrate nella réclame come un consesso tribunalizio, potesse parere al Console Generale d’Italia come una presa in giro dello stato italiano. In quegli anni, ancora, forte pareva anche lo scontro politico se troviamo, fra le carte di Polizia nell’Archivio di Stato di Trieste, come materiale sequestrato, anche l’alterazione di un manifesto pubblicitario di cacao dove viene inserita una linguaccia nella bocca del vecchietto che fa la réclame e diventa un “abasso i lecapiatini” (modo spregiativo per indicare gli austriacanti).
L’impegno sociale e l’impegno nazionale: con questi temi si è pensato di aprire il ragionamento proposto dall’Irci di Trieste che, volendo offrirsi come contributo delle terre giulie ai 150 anni della nascita dello Stato Nazionale (1861-2011) e non potendo far riferimento a quella data iniziale, tenta di fare una panoramica su quella che fu la propaganda e la satira per il territorio fra il 1900 e il 1920. Vista soprattutto nella sua espressione grafica: manifesti, cartoline, volantini, locandine. Quindi elezioni, lotte e impegno sociale e difesa della lingua sul bilico della “legalità” nei confronti del governo austriaco, ma anche lealtà verso l’Austria, in un excursus che porta sino all’attentato di Sarajevo e alle soglie della guerra.
Si continua con il tema della neutralità che l’Italia mantenne, davanti allo scoppio dell’evento bellico, per lungo tempo. Vediamo così un’Italia ritratta a braccia aperte e tirata da una parte dalle potenze dell’Intesa e dall’altra dai vecchi alleati austriaci e tedeschi. In quella stessa Italia, però, è forte la spinta all’intervento ma altrettanto decisa appare la parte che non lo vuole (cattolici, socialisti...). E quando si entra in guerra a fianco dell’Intesa, ecco che il nostro Stato diventa il “traditore” per l’Austria e a Trieste, dove la popolazione è italiana, si usa la propaganda scritta nella nostra lingua per attaccare il re paragonato, per via della bassa statura, a “Bagonghi”, un famoso nano da circo. L’Italia risponde con un “Trieste o morte!” che diventerà, in una massa enorme di composizioni allegoriche, soprattutto in formato cartolina, il trionfo delle “terre infine redente” nel novembre del 1918: ma nel frattempo si sarà fatta asprissima la propaganda austriaca contro gli italiani “katzelmoche” (capaci di fare solo gattini, cioè figli, e niente altro), e la morte correrà a mietere il suo frutto e Battisti, Sauro, Filzi, Chiesa e altri finiranno impiccati e usati da entrambi le propagande, spesso in maniera assai macabra. Per parte italiana, da subito, Francesco Giuseppe diventerà “Sua Maestà l’Impiccatore” ed il suo nome verrà accostato alla schiera, come dice una cartolina del 1916, zdei fratelli nostri da lui fatti impiccare».

792 - La Voce in più Storia e Ricerca 03/12/11 Amleto Ballarini: Non operiamo per portare l'Italia a Fiume, ma Fiume in Europa
AMLETO BALLARINI PERCORRE SESSANT'ANNI DI ATTIVITA' DELLA SOCIETA' DI STUDI FIUMANI A ROMA, DI CUI E' PRESIDENTE


di Gianfranco Miksa

Cinquantanni al servizio del­la diffusione culturale e della tutela della verità storica del­le terre e del popolo giuliano-dalma­ta. È la missione che si è assunta la Società di Studi Fiumani, rifondata -si era costituita a Fiume nel 1923 - a Roma nel 1960, in seguito all'esodo dei fiumani dopo l'occupazione ju­goslava della città. Sostenuta anche da un'apposita legge dello Stato ita­liano (L. 92/2004), oggi l'associazio­ne opera quale custode dell'Archi­vio-Museo storico di Fiume, che ha sede nel Quartiere Giuliano-Dalmata, in via Cippico 10, nella capitale ita­liana.

La Società ha sempre sostenuto e promosso la ricerca storica con le sue pubblicazioni, organizzando con­vegni e seminari, favorendo le tesi di laurea riguardanti le terre adriatiche di Fiume, dell'Istria e della Dalmazia. In tanti anni, con il concorso degli esuli fiumani, sparsi ovunque nella peniso­la e nei vari continenti, ha raccolto e conserva un patrimonio archivistico e bibliografico d'inestimabile valore e di grande interesse.

In occasione di questo mezzo se­colo di vita, di lavoro, di impegno e lotta, ne ripercorriamo le vicende pas­sate e le sfide future, parlandone con Amleto Ballarini e Marino Micich, rispettivamente presidente in carica e segretario generale della Socie­tà. E mentre Micich, che appartiene alla cosiddetta generazione di mezzo, rappresenta indubbiamente il link con i giovani - anche per l'impegno che da qualche anno si è assunto con le scuole del Lazio, colmando la lacu­na che ancor oggi, nonostante l'istitu­zione del Giorno del Ricordo, i pro­grammi didattici italiani lamentano in riferimento all'Adriatico orientale, e soprattutto quella dell'esodo e del­le foibe -, Ballarini è la figura centra­le per capire i binari sui cui la SSF si è mossa e quali ne sono le prospetti­ve future. Ne ha determinato, infat­ti, alcune delle più coraggiose scelte strategiche. In tempi in cui, per certi versi, restava calata una certa "corti­na di ferro" sull'allora confine italo-jugoslavo, nonostante alcune conte­stazioni da parte degli ambienti de­gli esuli fiumani, spinse questi ultimi verso l'apertura e la ripresa del dia­logo con la città d'origine. Prima ri­allacciando i rapporti con gli italiani rimasti, quindi instaurando contatti con la maggioranza croata, rispetti­vamente con l'amministrazione cit­tadina e le istituzioni di ricerca e mu­seali. E se restava improbabile un "ritorno" fisico degli esuli, diventava invece reale e concreto, vent'anni fa, quello culturale.

La Società di Studi Fiumani nasceva a Fiume nel lontano 1923 in un contesto affatto particolare. La seconda guerra mondiale e so­prattutto l'esodo che hanno segna­to un momento di dolorosa lace­razione per tutti i Fiumani e una trasformazione radicale del volto della città, ha comportato anche la rottura della continuità dell'ope­rato della Società. Ci è voluto tanto impegno e un forte credo per far­la rinascere. Secondo lei, che co­nosce a fondo gli scopi e l'opera­to della Società prima e dopo l'esi­lio, com'è cambiata in tutti questi anni? Quali erano gli obiettivi di allora e quali sono quelli odierni?

"Occorre ricordare che la Socie­tà di Studi Fiumani, sorta a Fiume nel 1923, era l'erede legittima della Deputazione Fiumana di Storia Pa­tria costituitasi, senza molte fortune, nel 1910 grazie all'impulso di Egisto Rossi, un giovane intellettuale mor­to prematuramente. Nemmeno quel­li erano tempi facili, alla vigilia del primo conflitto mondiale. La città era sorta e si era ingrandita grazie alla vocazione mercantile della sua gen­te abituata a lavorare e a guadagnare. Molti consideravano, allora, la cul­tura un lusso per pochi o quantome­no una perdita di tempo. Dopo l'eso­do ben pochi avrebbero scommesso che la Società di Studi Fiumani sa­rebbe risorta a Roma nel 1960 e che nel 1964 avrebbe costituito l'Archi­vio Museo storico di Fiume grazie ai contributi e alle donazioni pervenute da tutte le comunità fiumane disperse per il mondo. Ancor meno avrebbero immaginato che un giorno avremmo divulgato la storia delle terre perdute in tutte le scuole italiane disposte ad ascoltarci. Lo scopo nostro agli inizi era quello di poter sopravvivere culturalmente anche dopo l'esaurimen­to della generazione dell'esodo. Nel 1999 riportammo la nostra cultura alla città natale con un convegno in­ternazionale dal titolo 'Fiume nel se­colo dei grandi mutamenti', appro­vato e sostenuto anche dalle autorità municipali croate di Fiume. La no­stra cultura, purgata da qualsivoglia velleità nazionalistica, corrisponde al processo di sviluppo dell'unità euro­pea. Non operiamo per portare l'Ita­lia a Fiume, ma Fiume all'Europa".

Nel direttivo e quali collabora­tori e sostenitori la Società ha sem­pre visto in prima linea intellettua­li con la "I" maiuscola. Quali sono, a suo avviso, i personaggi chiave da ricordare?
"Siamo risorti in Italia grazie a uomini come Attilio Depoli, Salva­tore Samani, Enrico Burich, Claudio Schwarzenberg, Luciano Muscardin, Vasco Lucci. Non fu lo Stato italia­no ma i fiumani sparsi per ogni con­tinente, quelli che sostennero e fa­vorirono la rinascita. Libri, cimeli, quadri, documenti sono il frutto di donazioni spontanee, che costituiro­no la base di un'opera che oggi cu­stodisce, con l'I.R.C.I. di Trieste, un patrimonio culturale unico nel suo genere, di inestimabile valore. L'Ar­chivio Museo di Fiume è aperto a tutti senza distinzione di nazionali­tà, di età e di cultura. Nella nuova Europa che si sta formando abbia­mo il privilegio d'aver ricostruito, a partire dal 1989, il filo del dialogo con la città natale ancor prima che il muro di Berlino, creato per divide­re, venisse distrutto completamente per poter unire. Era nostro presiden­te onorario, allora, il senatore a vita Leo Valiani. Oggi lo è Claudio Magris".
La Società in tutti questi anni di passi importanti ne ha fatti pa­recchi. Inizialmente quasi ignora­ta dallo Stato italiano, oggi è ri­conosciuta. Quali sono stati i mo­menti più difficili e che cos'è stato ad aver segnato il cambiamento di rotta. Il Giorno del Ricordo forse?

"Dal 1960 in poi gli esuli fiuma­ni hanno sorretto da soli, per sé e per l'Italia, la propria cultura nel nostro Archivio Museo. Lo stato italiano nei nostri confronti ha dato segni tan­gibili di particolare attenzione solo dodici anni dopo. Infatti, nel 1972 ci fu il decreto del Ministro dell'istru­zione che dichiarava il nostro Archi­vio-Museo 'sito di notevole interes­se storico e artistico'. Poi nel 1986, dopo il premio della cultura asse­gnatoci della Presidenza del Con­siglio, fece seguito la dichiarazione della Soprintendenza per i beni ar­chivistici del Lazio che poneva l'ar­chivio sotto tutela per 'l'eccezionale interesse storico' delle carte ivi con­servate. Ma i fondi arrivavano spo­radicamente. Infine, meglio tardi che mai, con la legge detta 'Giorno del Ricordo' del 2004, l'Italia ha pensa­to di riconoscere e tutelare la nostra esistenza, ma ultimamente il fondo a disposizione è sceso vertiginosa­mente".
"Nel frattempo la nostra Socie­tà divulgava, come poteva, la nostra cultura storica nelle scuole della Re­pubblica italiana e, sempre da sola, senza aiuti dal Governo o dal Mini­stero per gli Affari Esteri, morto Tito e sepolto il comunismo, apriva il dia­logo con la città natale, sviluppava l'attenzione delle autorità comuna­li croate verso la storia dei fiumani e costruiva iniziative con buona par­te della minoranza italiana superstite - la Scuola media superiore italiana ha sempre prontamente corrisposto ed è stata sempre in primo piano -. Infine, questa volta, con il contributo del governo italiano metteva in pie­di in Croazia una ricerca sulle vitti­me italiane con l'Istituto Croato per la Storia di Zagabria, che si è conclu­sa con un volume bilingue, italiano e croato, edito dal nostro Ministero per i beni culturali nel 2002".

Quali sono i momenti e le inizia­tive che ricorda con maggiore pia­cere?

"Ciò che mi è sempre caro ricor­dare, anche se fu un'operazione al­quanto dolorosa, è appunto la no­stra ricerca dal titolo 'Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e din­torni (1939-1947)'. So che di recen­te questa nostra fatica è stata derisa, grazie a un pugno di presunti intel­lettuali che ancora oggi pateticamen­te 'resistono' contro il nemico 'capi­talista e plutocratico' - com'era nel­la moda culturale ai tempi di Stalin e di Tito - inventato dal nulla per po­ter gonfiare bicipiti culturali di scar­sa consistenza. 'La Voce del Popolo' ha il diritto e il dovere democratico di recepire l'opinione di tutti, anche dei meno dotati d'istruzione e di pen­siero. Sono poi i lettori che sapranno giudicare l'eccesso di partigianeria o il grado di maturità della cultura sto­rica raggiunto".

C'è la possibilità di organizzare a Fiume un altro convegno scien­tifico internazionale del peso che ebbe quello del 1999?

"No. Certi successi arrivano una volta sola. Difficile ripeterli. Le nuo­ve generazioni che ci incalzano po­trebbero organizzarne uno se gli Stati e le autorità locali da cui tutto dipen­de avessero a cuore la verità storica e recepissero il suo peso nella for­mazione culturale necessaria per po­ter vivere dignitosamente il presente e per poter migliorare le speranze di un dignitoso futuro. I giovani hanno bisogno di questo. C'è chi lo capisce e chi volutamente lo ignora. Troppo difficile cercare la verità storica sen­za ferire al cuore la politica immatu­ra o imbevuta di partigianeria".
Prosegue la ricerca sulle vitti­me di nazionalità italiana? Ci sa­ranno altre iniziative congiunte con gli storici croati, sloveni...?

"Per ora no. La ricerca che abbia­mo svolto con l'Istituto Croato per la Storia è sorta da cervelli non malati di partitismo politico e da organizza­zioni culturali non asservite alla po­litica. Occorre qualche ulteriore mu­tamento sia in Italia che in Croazia per riprendere, nelle sedi opportune, argomenti che non compaiono anco­ra in quei libri di storia che tacciono i fatti della Seconda guerra mondiale e le sue conseguenze; nella migliore delle ipotesi, avendo il pudore della verità prediligono deliberate omis­sioni come quella sull'esodo degli Italiani dalle terre adriatiche orienta­li perdute. La vera storia si fonda su prove documentali ineccepibili, che spesso non sono gradite alla politi­ca abituata ad imporre opportuni si­lenzi".
793 - La Voce in più Storia e Ricerca 03/12/11 Marino Micich: «Occorre stimolare nei giovani il senso di appartenenza»
Promotore del «viaggio» dei liceali laziali nella civiltà istriana e dalmata

La sola rivendicazione della storia però non basta: vanno coinvolti nelle vicissitudini del presente

Qual è stato il suo primo approccio alla Società di Studi Fiumani? Ge­neralmente, la "seconda generazione", i figli degli esuli, non dimostra particolare interesse per le terre dei loro padri, sal­vo rare eccezioni. È vero questo? Perché ciò avviene?

"In effetti i figli degli esuli, pur dimo­strando sempre un certo interesse per le proprie origini, ben difficilmente riescono a gestire l'impegno lavorativo e famigliare con quello associativo. Penso, però, che si tratti di un problema generale che riguarda, in varia misura, un po' tutti i settori asso­ciativi. Nel nostro caso la dispersione degli esuli in tutte le province d'Italia e in mol­te parti del mondo nel secondo dopoguerra non favorisce di certo lo sviluppo del fat­tore identitario e di appartenenza necessa­rio per coltivare progetti culturali e sociali nel segno dell'istrianità o della fiumanità. Tuttavia, devo riscontrare che in questi ul­timi anni un rinnovato interesse per la sto­ria delle proprie origini da parte delle nuo­ve generazioni c'è stato. Occorre, però, sti­molare il senso di appartenenza nei giovani, non solo con la rievocazione della storia ma anche coinvolgendoli nelle vicissitudini del presente".

Che cosa ha spinto invece lei a inda­gare il passato e la cultura di queste re­gioni? Ha origini zaratine, se non sba­glio: come vive il rapporto con le sue ra­dici e la città oggi croata?

"Sin dalla nascita i miei genitori, hanno trasmesso a noi figli, l'amore per la nostra terra dalmata. Una terra ricca di tradizioni storiche, plurilingue e multiculturale. Pur­troppo, dopo la Seconda guerra mondiale, il mutamento di regime si è rilevato molto pesante. Solo dopo il 1954, dopo mille dif­ficoltà mio padre riuscì ad ottenere l'opzio­ne per venire in Italia con mia madre. Pas­sarono sei lunghi anni nei campi profughi prima di avere una casa, ma non li ho mai sentiti dire di aver fatto la scelta sbagliata. A mio nonno paterno invece l'opzione fu negata più volte e così rimase a Zara. Da parte materna metà famiglia (di etnia alba­nese cattolica) ha optato per l'Italia, l'altra metà è rimasta a Zara (Borgo Erizzo-Arbanasi). Da questi brevi riferimenti famiglia­ri si può capire come il rapporto con la mia terra di origine sia sempre stato molto in­tenso e continuativo. Inoltre dal 1960 (anno in cui sono nato) in poi il regime jugosla­vo permise a molti di tornare in visita nelle proprie terre e quindi sin da piccolo, con i miei, si tornava a Zara per far visita ai non­ni e a passare giornate indimenticabili nel nostro bel mare o in campagna. Col passare del tempo ho appreso sempre meglio il cro­ato, studiandolo perfino all'Università degli Studi di Roma e laureandomi con una tesi sullo scrittore Ranko Marinkovic, cosicché mi sono sentito sempre a mio agio a Zara come anche nel resto della Croazia".

Oggi lei è il Segretario Generale della Società di Studi Fiumani. Quando ha ini­ziato com'era operare nell'ambito della Società?

"Ho iniziato nel 1994, anno in cui non esistevano fondi a sostegno della cultu­ra degli esuli giuliano-dalmati, ma già dal 1989 i dirigenti della Società, in particolare Amleto Ballarini e Vasco Lucci, ebbero la grande idea di attivare un dialogo ufficiale con la città di Fiume e questo fatto mi at­trasse molto. Operare poi con persone come Amleto Ballarini, Giovanni Stelli (direttore editoriale), Danilo Massagrande e altri esu­li fiumani, che ormai per motivi anagrafici ci hanno lasciato, è sempre stato un piace­re, da loro ho appreso molto in questi anni".
Come viene percepita la Società nella cit­tà di Roma e in Italia?

"Devo dire molto positivamente, ormai sono sempre più gli istituti storici e le scuole di ogni ordine e grado che chiedono la nostra collaborazione. Nonostante gli ulti­mi pesanti tagli governativi alla cultura, riu­sciamo a mantenere aperta la nostra struttu­ra per 20 ore settimanali al pubblico, a sod­disfare esigenze editoriali (vedi la rivista 'Fiume') e di catalogazione libraria e archi­vistica, che ci permettono di fornire precise consulenze ai ricercatori. Da quattro anni la Società di Studi Fiumani (assieme all'As­sociazione per la Cultura Fiumana Istriana e Dalmata nel Lazio) è il partner ufficiale del Comune di Roma per progetti scolastici riguardanti il nostro confine orientale e col­labora alle iniziative del nostro Ministero dell'istruzione. Inoltre promuoviamo con­ferenze specialmente in Umbria, in Campa­nia ma anche in altre zone d'Italia".

Lei presiede l'Associazione per la cultura istriana, fiumana e dalmata nel Lazio, che sta svolgendo un lavoro mol­to approfondito e capillare con le scuo­le della regione. Qual è la risposta finora ottenuta?

"Tramite tale associazione riesco a pro­muovere ulteriori studi e conferenze sul ter­ritorio del Lazio (una regione che conta ol­tre 5 milioni di abitanti). La risposta degli istituti scolastici da quando c'è la legge del Giorno del Ricordo e migliorata rispetto al passato, ma c'è ancora molto da fare. Il pro­getto speciale del Comune di Roma intitola­to 'Viaggio nella Civiltà Istriana e Dalma­ta', al quale collaboriamo, ha dato però un notevole impulso allo studio dell'esodo e della tragedia delle foibe. Sono onorato di aver portato nel 2009, con quel viaggio, il Sindaco di Roma, Gianni Alemanno, anche a Fiume, con 50 docenti e 200 studenti".

Che cosa rappresenta il cinquantesi­mo per la Società?

"Sicuramente tale importante anniver­sario, che abbiamo voluto celebrare il 19 ot­tobre di quest'anno in Campidoglio con un convegno e un concerto (oltre 250 perso­ne presenti) in ricordo del Maestro fiumano Nino Serdoz e dell'orchestra d'archi "Tartini", per la Società di Studi Fiumani signi­fica tanto impegno, sapienza e tenacia nel perseguire i propri scopi sociali, che sono di ordine prettamente culturale, mentre per gli altri penso sia un esempio da seguire e forse da ammirare. Il sottosegretario agli Esteri, sen. Alfredo Mantica, ha voluto sa­lutare il 50.esimo anniversario del sodalizio con una bella lettera, dove tra le altre cose dice: 'Le vicende della vostra Società, nata negli anni venti dello scorso secolo, sciol­ta e poi ricostituita nel novembre del 1960, in terra d'esilio, fanno parte della storia del nostro Paese. Si è trattato di una sfida che poteva anche sembrare velleitaria ma che, come si vede, ha dato i suoi frutti, se oggi siamo qui a ricordarne la rinascita ed i suoi meriti'. Simili parole di stima e di ammira­zione sono state inviate anche dal Ministro per i beni culturali Giancarlo Galan e dal sindaco di Roma Gianni Alemanno".
Secondo lei, quale può essere in fu­turo il ruolo della Società? Una sfida, un obiettivo che si è posto?

"La Società di Studi Fiumani ha già ben delineato le linee di programmazione futu­ra in questi anni, sicuramente il rafforza­mento delle iniziative con le terre di origi­ne rappresenta uno degli intenti più cari ai nostri dirigenti. Occorre però trovare soste­gni finanziari adeguati e in assenza ancora di una legge quadro, sia per le associazioni degli esuli sia per gli italiani rimasti, vedo molto problematico il perseguimento di una progettualità, che è assolutamente necessa­ria per la sopravvivenza dell'identità istria­na, fiumana e dalmata di carattere italiano. La sfida è sostanzialmente questa per tut­ti noi".
La Mailing List Histria ha il piacere di inviarVi periodicamente una minirassegna stampa sugli avvenimenti più importanti che interessano gli Esuli e le C.I. dell' Istria, Fiume e Dalmazia, nonché le relazioni dell'Italia con la Croazia e Slovenia.

Si ringrazia per la collaborazione l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Gorizia e l’Università Popolare di Trieste
Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
http://www.arupinum.it
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