Rassegna Stampa Mailing List Histria
Sommario N° 805 – 17 Dicembre 2011

794 – Il Piccolo 11/12/11 Stop della Farnesina allo smantellamento dei consolati italiani (Stefano Giantin)

795 - La Voce del Popolo 16/12/11 Isola - Bilinguismo, poco rispetto (gk)

796 - Il Piccolo 11/12/11 Tenuta di Daila ordinato il vescovo di supporto ai frati (p.r.)

797 – La Voce del Popolo 12/12/11 Cherso - Palazzo Pretorio tornerà a risplendere (Tamara Tomić)

798 - Il Piccolo 12/12/11 Crisi finanziaria tagli ai programmi di Tv Capodistria (f.b.)

799 - L'Arena di Pola 14/12/11 Non avere paura di avere coraggio (Silvio Mazzaroli)

800 - La Voce in più Dalmazia 10/12/11 L' Intervista - Lucio Toth: Identità italiana, non escludere i luoghi che fanno parte della memoria (Rosanna Turcinovich Giuricin)

801 - Il Piccolo 11/12/11 Le proprietà confiscata agli italiani - I grandi magazzini di Pola sequestrati "dal popolo" (Silvio Maranzana)

802 - La Voce del Popolo 16/12/11 Dall'Istria alla Dalmazia alla Slavonia realtà che vogliono parlare in italiano (Ilaria Rocchi)

803 - La Voce in più Dalmazia 10/12/11 Renzo de’Vidovich: L'obiettivo è recuperare la tradizione del regno di Dalmazia (Ilaria Rocchi)

804 - Il Piccolo 14/12/11 Alida Valli, il mito nato sull'elenco telefonico (Nicola Falcinella)

805 - Corriere della Sera 12/12/11 Risponde Sergio Romano - Le nostalgie di Trieste troppi ricordi, poco futuro (Antonio Fadda)

806 - Rinascita 15/12/11 Lettera a Sergio Romano - Istria: la grave violazione del Trattato di Osimo (Piero Sella)

807 - La Voce del Popolo 16/12/11 Capodistria - Recupero dell'arte veneta (jb)

808 - La Voce del Popolo 10/12/11 Buie: quando in una Comunità si riesce a fare di necessità virtù (Daniele Kovačić)

809 - La Voce del Popolo 10/12/11 Buie - La «Sentinella dell’Istria» può finalmente riappropriarsi della sua «Piassa granda» (Daniele Kovačić)

810 – La Voce del popolo 12/12/11 Speciale - «Gian Rinaldo Carli» quattrocento anni di storia (Roberto Palisca - Jana Belcijan )

A cura di Stefano Bombardieri

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :

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794 – Il Piccolo 11/12/11 Stop della Farnesina allo smantellamento dei consolati italiani

Stop della Farnesina allo smantellamento dei consolati italiani

Per ora rimarranno aperti gli uffici di Capodistria e Spalato Il ministro

Terzi: «La struttura consolare resta una priorità»

di Stefano Giantin

TRIESTE E alla fine, dopo la bagarre, i consolati rimarranno aperti. Almeno per il momento. In seguito alla diffusione della notizia della chiusura del consolato generale d’Italia a Capodistria e del consolato a Spalato, la Farnesina ha deciso di cambiare rotta. In una nota diramata dal ministero, si legge che il neoministro degli Esteri, Giulio Terzi, «ha disposto di congelare l’adozione di qualsiasi misura» di chiusura di uffici consolari e culturali all’estero. Per la Farnesina, sarà necessario, prima di tagliare i consolati, aspettare che in Parlamento «sia presentato e discusso un complessivo piano di revisione della spesa e delle risorse (spending review) dell’amministrazione degli Affari Esteri». La decisione di chiudere i consolati di Capodistria e Spalato aveva provocato risentite proteste da parte della minoranza italiana in Slovenia e Croazia. Quello di Capodistria, in particolare, per gli italiani dell’Istria è sempre stato qualcosa di più di un semplice ufficio amministrativo, dato che aveva rappresentato, soprattutto prima dell’indipendenza di Lubiana e Zagabria, «un riferimento per tutti gli italiani nell’ex Jugoslavia», aveva affermato Maurizio Tremul, presidente della giunta esecutiva dell’Unione italiana. Rimane ora da vedere quali risoluzioni verranno prese a proposito dei consolati nella nuova "spending review". Di certo, lascia acceso un barlume d’ottimismo la dichiarazione fatta da Terzi durante la sua audizione davanti alle commissioni parlamentari responsabili degli affari esteri, il 30 novembre.

Il ministro, parlando degli italiani all’estero, ha ribadito che questo «è un tema particolarmente difficile al momento. In una struttura finanziaria dove il 60% delle risorse riguarda spese fisse (logistiche, affitti,

personale) e il restante 40 costi che possono essere compressi, la compressione di bilancio da 2 a 1,8 miliardi di euro va drammaticamente a cadere su questo 40%. La proiezione del danno che subiamo nelle nazioni estere è esponenziale». Ma, ha aggiunto il ministro, «la nostra presenza nel mondo, anche attraverso la struttura diplomatica e consolare, resta sicuramente una priorità elevata».

795 - La Voce del Popolo 16/12/11 Isola - Bilinguismo, poco rispetto

Ennesima dimenticanza dell'italiano nei documenti pubblici
Bilinguismo, poco rispetto

ISOLA - Il rispetto del bilinguismo e l’uso paritetico dell’italiano come lingua ufficiale sono stati i temi trattati, in due distinte riunioni, mercoledì dai connazionali di Isola. Nel primo pomeriggio si è riunita la Commissione municipale per le questioni della nazionalità italiana, presieduta da Felice Žiža. Ha dato luce verde, in prima lettura, al decreto sulla costituzione di un organismo intercomunale (con Capodistria e Pirano) per gli ispettorati e i vigili urbani. L’iniziativa, volta a usare in modo razionale risorse tecniche e umane contro le infrazioni, presenta le solite lacune nel rispetto del bilinguismo. Le norme non prevedono la conoscenza dell’italiano per ispettori, agenti e dirigenti dell’organismo costiero. Non sono previste insegne bilingui su mezzi e uniformi. Le omissioni sono state segnalate all’amministrazione comunale e sarà chiesta la loro correzione. Interventi saranno necessari anche presso l’Istituto per la tutela sociale comunale. La Commissione ha dato il proprio consenso alla nomina di Majda Toškan a direttrice dell’ente, poiché soddisfa tutte le condizioni previste. Ha indicato, però, che nel bando di concorso e nello statuto non vi sono le necessarie disposizioni sulla conoscenza dell’italiano a livello superiore. Alle stesse conclusioni è pervenuta in serata la Comunità autogestita della nazionalità italiana comunale (CAN), informata dal presidente Silvano Sau delle delibere della Commissione per le nazionalità. In merito all’organismo intercomunale per gli ispettorati e la vigilanza, è stato rilevato che saranno concordati con i vicesindaci e consiglieri italiani gli emendamenti da presentare, eventualmente, nei tre Consigli municipali. Le continue difficoltà nel rispetto della Comunità Nazionale Italiana a Isola, richiede quanto prima un dibattito in Consiglio comunale sulla posizione della minoranza, rinviato ormai da troppi anni. La CAN ha approvato ancora il Documento d’identificazione per il progetto d’investimenti 2012- 2016. Consentirà di far mettere a bilancio dal Comune di Isola i mezzi necessari per la manutenzione di Palazzo Manzioli. Ogni anno saranno disponibili almeno 20mila euro per vari interventi, compresa l’installazione di una pedana saliscendi per superare le barriere architettoniche. (gk)

796 - Il Piccolo 11/12/11 Tenuta di Daila ordinato il vescovo di supporto ai frati

Tenuta di Daila ordinato il vescovo di supporto ai frati

PARENZO La stampa croata ha fatto confusione annunciando l' ordinazione del nuovo vescovo istriano, al posto di Ivan Milovan non gradito dal Vaticano.

In realtà c'è stata l' ordinazione del 43.enne monsignor Drazen Kutlesa a Vescovo coadiutore dopo la sua nomina a tale missione da parte di Benedetto XVI nell' ottobre scorso. Senza dirlo chiaramente monsignor Kutlesa aveva fatto capire che il suo incarico sarà inquadrato negli sforzi che i Benedettini italiani di Praglia stanno facendo con l' appoggio della Santa Sede e del Cardinale Josip Bozanic, per tornare in possesso della tenuta di Daila dalla quale furono cacciati nel 1948. Il vescovo Ivan Milovan appoggiato da gran parte dei sacerdoti istriani e dai vertici dello Stato,aveva apertamente disobbedito al Vaticano asserendo che i monaci italiani non hanno più alcun diritto sull'immobile istriano essendo stati risarciti nell' ambito del Trattato di Osimo. Milovan nel luglio scorso, si è rifiutato di firmare l'accordo sulla cessione del 50% della tenuta di Daila ai Benedettini. Una tenuta di circa 600 ettari sul mare del valore di 100 milioni di euro e che perciò alimenta molti appetiti. Circa 180 ettari sono stati venduti dalla diocesi a società intenzionate a costruire campi di golf. Avendo il vescovo istriano rifiutato di firmare l' accordo, il Papa lo aveva sospeso per un minuto incaricando di firmare l'arcivescovo spagnolo Santos Abrila y Castello. Il Tribunale di Buie però non ha proceduto all'

intavolazione . In campo è sceso anche il Ministro croato della Giustizia Drazen Bosnjakovic bloccando l'immobile e avviando la causa per riconsegnarlo allo Stato. Sarà ora interessante vedere i primi passi del vescovo coadiutore Drazen Kutlesa di origini erzegovesi, ordinato sacerdote a Roma dove ha inoltre conseguito il dottorato in diritto canonico ed ha operato alla Congregazione per la fede.Ieri la cerimonia della sua ordinazione a vescovo coadiutore è stata presieduta dal cardinale Marc Quellet, prefetto della Congregazione per i vescovi che gli ha consegnato il bastone nonche l'anello e la mitra vescovile. C'erano esponenti del Vaticano,il cardinale Josip Bozanic e il nunzio apostolico Mario Roberto Cassari. ( p.r.)

797 – La Voce del Popolo 12/12/11 Cherso - Palazzo Pretorio tornerà a risplendere

Firmato il contratto per la ristrutturazione delle sede della Comunità degli italiani di Cherso
Palazzo Pretorio tornerà a risplendere
I lavori di restauro avranno inizio prima di Natale e si concluderanno tra meno di un anno

CHERSO – Tra meno di un anno la Comunità degli Italiani di Cherso avrà una sede rimessa a nuovo. L’iniziativa è stata avviata circa un anno fa viste le condizioni di inagibilità di Palazzo Pretorio. Per motivi di sicurezza infatti, tutte le attività del sodalizio sono state trasferite provvisoriamente in uno spazio concesso dalla Municipalità. I lavori di completo rinnovo dell’edificio della CI, situato nella centralissima piazza della Città di Cherso, avranno inizio già prima di Natale. Il progetto viene finanziato con i mezzi del ministero degli Esteri italiano per un valore che si aggira attorno ai 4,4 milioni di kune. Il periodo previsto per ultimare il restauro è di otto mesi a partire dall’avvio dei lavori.

AUMENTA IL NUMERO DEI SOCI Il presidente della CI di Cherso, Gianfranco Surdić, ha espresso vivo ringraziamento all’Unione Italiana che ha portato avanti il progetto. "Nella nostra Comunità il numero dei soci aumenta di anno in anno e questo è un motivo in più per intensificare ed allargare le nostre attività", ha sottolineato.
Va ricordato che il Palazzo era stato acquistato una decina di anni fa anche grazie al grande impegno dell’ex presidente della CI locale, Nivio Toich, figura storica della Comunità di Cherso, che ha dato un contributo notevole per giungere alla realizzazione dell’opera.

APPALTO Vista l’importanza del progetto, alla firma del contratto di affidamento dell’appalto che è andato alla ditta "Margea" di Lussinpiccolo, erano presenti il presidente dell’Unione Italiana, Furio Radin, il presidente della Giunta Esecutiva dell’UI, Maurizio Tremul, il console generale d’Italia a Fiume, Renato Cianfarani e il vicesindaco della Città, Nenad Kučić, oltre naturalmente ai rappresentanti dell’azienda esecutrice dei lavori, Tercizio Mužić e Mario Hofmann.

Come illustrato dal presidente della Giunta Esecutiva dell’UI, il progetto prevede la ristrutturazione dei quattro piani del Palazzo per una superficie di circa 600m². I primi due piani saranno a disposizione della Comunità degli Italiani di Cherso, il terzo verrà ultimato a grezzo per un utilizzo ancora da destinarsi; il pianoterra che invece verrà dato in affitto. A breve verrà inoltre pubblicato il bando di gara per la fornitura degli arredi della struttura. "Abbiamo mantenuto la promessa data prima delle elezioni, che ci saremmo impegnati per il rinnovo delle sedi delle CI", ha sottolineato Maurizio Tremul, precisando che quello di Cherso è soltanto uno dei progetti attualmente in corso.

TUTELA DEI BENI CIMITERIALI Oltre alla firma per l’avvio dei lavori, i presidenti Furio Radin e Maurizio Tremul hanno sottoscritto anche l’atto per avviare la collaborazione con l’IRCI che si occupa della manutenzione e della tutela dei beni cimiteriali. Il programma ha un valore di circa 115.000 euro. "Si tratta di un progetto che verrà finanziato con fondi perenti del 2009", ha ricordato Tremul, sottolineando che a breve verrà firmato pure il contratto per l’acquisto della sede della CI di Salvore.

Il console generale d’Italia a Fiume, Renato Cianfarani, che ha partecipato alla firma del contratto per l’avvio dei lavori di restauro, ha sottolineato che questa che è la sua prima visita all’isola, è dovuta soprattutto alla sottoscrizione dell’accordo che riveste una grande importanza per il sodalizio. La puntata a Cherso però si inserisce anche nella serie di visite che il console generale sta effettuando nelle varie Comunità degli Italiani.

CLIMA DI COLLABORAZIONE "Ho trovato pure a Cherso come in tante altre parti un clima di collaborazione con le diverse componenti della città", ha dichiarato Cianfarani. Parlando della locale CI, ha sottolineato che si tratta di una Comunità che collabora molto anche con gli altri sodalizi. Ha spiegato inoltre che "l’Italia sostiene con convinzione la tesi che le Comunità che lavorano devono avere sedi funzionali per la diffusione della lingua e della cultura italiane", sottolineando che quella di Cherso offre attività culturali che sono nell’interesse di tutti, e non solo dei membri della CNI. "Come tante altre CI, anche questa non è chiusa in se stessa, ma offre a tutti i cittadini contenuti e attività culturali di rilievo", ha aggiunto.

AMICIZIA La delegazione è stata accolta anche dal vicesindaco di Cherso, Nenad Kučić, che ha illustrato le attività principali dell’isola basate soprattutto sul turismo, nonché i progetti relativi alle infrastrutture in atto a Cherso. "Sono stato accolto con molto calore dalla Municipalità", ha precisato il console generale, soffermandosi sugli ottimi rapporti di amicizia e collaborazione esistenti nella località.

ORGOGLIOSI Anche il presidente dell’UI e deputato della CNI al Sabor, Furio Radin, ha espresso soddisfazione per l’iniziativa inerente alla ristrutturazione della sede della CI: "Finalmente anche i chersini avranno la loro sede. Siamo orgogliosi di questa Comunità, che ha aspettato tanto e ha dovuto pazientare per avere una propria sede". Ha inoltre ricordato l’impegno della CI locale nel continuare tutte le proprie attività pure in condizioni di inagibilità della sede. "Voglio ringraziare e elogiare tutti coloro che si sono occupati del progetto che ormai si avvia al termine", ha evidenziato Radin.

CONCERTO A conclusione della loro visita gli esponenti della CNI e del Consolato generale hanno assistito al concerto del coro misto e dei solisti della CI di Dignano che si è svolto presso la scuola elementare di Cherso "Frane Petrić". Il complesso corale che si è esibito pure all’Arena di Pola in occasione dell’incontro dei presidenti di Italia e Croazia, Giorgio Napolitano e Ivo Josipović, ha accolto volentieri l’invito di essere ospite della CI di Cherso in un momento così solenne.

Tamara Tomić

798 - Il Piccolo 12/12/11 Crisi finanziaria tagli ai programmi di Tv Capodistria

MINORANZA

Crisi finanziaria tagli ai programmi di Tv Capodistria

CAPODISTRIA Il Comitato dei programmi italiani di Tv e Radio Capodistria ha approvato il Piano programmatico e finanziario della Radiotelevisione Slovenia per il 2012. Un mese fa, quando si trattava ancora di una bozza, il Piano era stato bocciato a causa dei tagli previsti per le due testate minoritarie, ma questa volta i consiglieri hanno deciso diversamente, visto che i tagli – considerata la situazione generale di crisi – avrebbero potuto essere anche più consistenti. Un sì sofferto, dunque, quello del Comitato, che si è detto consapevole della necessità di adottare misure di austerity che riguardano l'intero Ente radiotelevisivo pubblico, ma che ha ribadito la preoccupazione per il fatto che di anno in anno i programmi italiani continuano a essere costretti a stringere la cinghia. Per Radio Capodistria, la riduzione dei mezzi destinati alle collaborazioni esterne comporterà il ridimensionamento – e in alcuni casi la cancellazione - di ben 8 trasmissioni, prevalentemente musicali. Per Tv Capodistria, sarà ridotta la frequenza di 2 trasmissioni (da 4 a 3 al mese), di una trasmissione le puntate passeranno da 20 a 10 all'anno, e ci saranno 4 concerti di Folkest in meno. Saranno ridotte nel minutaggio anche le trasmissioni sportive settimanali. Per entrambe le testate i tagli significano anche meno troupe radiotelevisive fuori sede, con conseguenze per la qualità della «copertura» del territorio e degli avvenimenti, nonchè un inizio anticipato e una durata più lunga del palinsesto estivo, tradizionalmente meno costoso. Unico dato tranuilizzante, in questo contesto di tagli, il fatto che il «piano quadri», ossia l'organico delle due testate, resterà invariato. Questo significa, ha spiegato l'aiuto direttore generale per i programmi minoritari italiani, Antonio Rocco, che coloro che nel 2012 andranno in pensione potranno essere rimpiazzati. Il Piano programmatico e finanziario dell'intera Radiotelevisione Slovenia per il 2012 sarà discusso e approvato oggi dal Consiglio di programma dell'Ente. (f.b.)

799 - L'Arena di Pola 14/12/11 Non avere paura di avere coraggio

Non avere paura di avere coraggio

Carissimi lettori,
un altro anno della nostra vita associativa sta per concludersi ed è, pertanto, tempo di rivolgere lo sguardo a ciò che è stato e, soprattutto, a ciò che ci aspetta.
Accingendomi a scrivere questo editoriale, sono andato a rivedermi – ed invito anche altri a farlo – tutto quanto ci siamo detti sulle pagine del nostro giornale negli ultimi dodici mesi a partire dal saluto/augurio rivoltovi nel dicembre scorso dal Presidente Argeo Benco che, evidenziando la continuità con il passato, indicava chiaramente quale sarebbe stata la linea d’azione, incentrata sullo svolgimento del nostro Raduno nazionale a Pola, che il LCPE intendeva sviluppare nel corso del 2011 e che con successo e soddisfazione, checché ne dica chi ci vuol male, abbiamo portato a compimento.


Ciò che intendevamo fare, in accoglimento di quanto richiestoci dalla maggioranza dei nostri soci – quantomeno di coloro che hanno fatto sentire la propria voce e che sono, quindi, i soli ad avere il diritto di critica – l’avevamo detto e motivato, dando spazio e rispondendo anche a quanti ci avevano espresso le proprie riserve. Che la maggioranza degli esuli fosse contraria all’auspicato, non solo da noi, riavvicinamento con chi è rimasto è un qualcosa che trova riscontro solo nelle critiche di chi è convinto che la ragione sia dalla parte di chi più alza la voce. La nostra decisione di ritornare da ESULI, ovvero con l’orgoglio di cosa siamo e rappresentiamo, e non da turisti nei luoghi d’origine è stata una scelta autonoma e ponderata. L’abbiamo assunta sulla base dei segnali di mutamento raccolti nei cui confronti, peraltro, non abbiamo mancato, quando è stato il caso, di esprimere riserve e critiche. Continueremo, pertanto, a svilupparla con l’obiettivo di dare sempre maggiore concretezza a ciò che oggi è ancora magari riscontrabile solo a livello di parole e/o buone intenzioni; per farlo siamo pronti ad assumerci la responsabilità di rompere con consolidate convinzioni e con schemi da troppo tempo cristallizzati senza, per questo, minimamente dimenticare o sminuire ciò che è stato.


Dovrebbe, ormai, essere ai più evidente che il pur sacrosanto impegno per la tutela del diritto alla restituzione dei nostri beni e/o al loro risarcimento non è più sufficiente a giustificare il nostro associazionismo; che lo stesso trova una ben più valida motivazione ed un più lungo respiro nella ricerca e nell’approfondimento della verità storica del nostro vissuto, ivi inclusa la scoperta di dove giacciono i nostri morti ed ancora nell’impegno, nostro e dei nostri discendenti, per preservare l’italianità delle terre che amiamo e che visceralmente sentiamo ancora nostre, anche se tali oggi non lo sono – ma potranno esserlo di più domani nel contesto europeo – e sono diverse da come le abbiamo conosciute. È un impegno che si colloca su una linea di assoluta continuità con il passato ma che per concretarsi abbisogna di un nuovo tipo di approccio che, stante l’assoluta sterilità sin qui manifestatasi nel muro contro muro, non può che risiedere in una maggiore disponibilità al dialogo, al confronto, al rispetto anche delle ragioni dell’altro ed alla ricucitura di ciò che la storia ha strappato.

In tempo di consuntivi, oltre a volgere lo sguardo all’esterno, è altresì opportuno guardare all’interno del proprio corpo associativo. Ebbene, i riscontri non possono dirsi positivi anzi, pur rientrando nel corso naturale delle cose, direi persino allarmanti.


Nel corso del 2011, più che negli anni passati, abbiamo avvertito il peso del trascorrere degli anni. Molti conterranei ed amici ci hanno definitivamente lasciati ed altri ci hanno scritto per dirci, con rammarico, di non essere più in grado di seguire le nostre cose. Riempire i vuoti che vanno creandosi risulta sempre più difficile sia perché le nostre giovani generazioni sono più portate a guardare al futuro che al passato e sia perché, causa le nostre persistenti divisioni e diatribe, non riusciamo ad esercitare un effettivo potere di attrazione nei confronti di potenziali amici e simpatizzanti. È un qualcosa che dovrebbe indurci tutti a riflettere, a ricompattare le fila ed a puntare su qualcosa di nuovo e di diverso per suscitare nuovi entusiasmi.


Peraltro, un senso di frustrazione e stanchezza per l’impegno profuso, che pur dando qualche soddisfazione ci ha soprattutto procurato amare delusioni, incomincia a pervadere anche coloro che per il loro attivismo hanno sin qui rappresentato un preciso punto di riferimento inducendoli al disimpegno.


Ne cito uno per tutti, perché assai conosciuto e perché, oltre ad essere stato a lungo consigliere del LCPE e per qualche tempo il direttore, è stato un prezioso e fondamentale co-redattore della nostra «Arena»: l’amico Piero Tarticchio che, in una delle sue pagine di questo stesso giornale, prende commiato da tutti noi. Lo faccio con particolare gratitudine perché a lui si deve la salvezza del nostro giornale, allorché l’allora direttore Pasquale de Simone aveva deciso, ormai oltre un decennio fa, ti tirare i remi in barca e nessun altro si era fatto avanti per raccoglierne il testimone; perché con la sua padronanza del nostro dialetto e la sua vena letteraria e artistica ha in tutti questi anni impreziosito la nostra testata; perché da lui molto ho imparato.


Grazie Piero; un grazie che estendo alla memoria della tua cara Pit, a tua figlia Simona ed a tutti i tuoi personali ed affezionati collaboratori. Avvertiremo tutti la tua mancanza e sono certo che non mancherà prossimamente l’occasione di dimostrarti, anche in maniera concreta, il nostro apprezzamento.

Per concludere, mi sovviene l’incitamento rivolto a suo tempo ai fedeli da Papa Wojtyla – Non abbiate paura! – successivamente, per così dire, completato dall’attuale Pontefice in: Non abbiate paura di avere coraggio! Coraggio di che cosa? Di guardare al futuro; di affrontare il nuovo; di esprimere liberamente le proprie convinzioni; di stendere la mano al più o meno datato "nemico"; di farsi avanti e impegnarsi per subentrare a chi lascia…
Non è l’oggi a dire chi ha torto e chi ragione… Domani si vedrà!

Buon Natale e Felice 2012 a Voi ed ai vostri Cari.

Silvio Mazzaroli

800 - La Voce in più Dalmazia 10/12/11 L' Intervista - Lucio Toth: Identità italiana, non escludere i luoghi che fanno parte della memoria

L'INTERVISTA A colloquio con Lucio Toth sulla storia della Dalmazia e le vicissitudini del periodo risorgimentale

Identità italiana, non escludere i luoghi che fanno parte della memoria

di Rosanna Turcinovich Giuricin

Ragionare con Lucio Toth di Storia di Dalmazia è come partire per un lungo viaggio, affascinante e chiarificatore, con la leggerezza di chi ha esplorato ogni anfratto delle vicende che la riguardano, azzardando conclusioni e interpretando il pensiero del tempo.

Affrontiamo pertanto il tema dei 150 anni dell'Unità nazionale ricordando il contributo che a questo processo di unificazione hanno portato regioni che successivamente le vicende della storia hanno distaccato dal territorio nazionale, come l'Istria, Fiume e la Dalmazia.

È importante farlo, spesso però non se ne vede la ragione, lei ha questa sensazione?

"Era così nel passato, per fortuna i tempi cambiano. Nel celebrare oggi un evento che tende a rinsaldare l'identità italiana non è pensabile escludere regioni e luoghi che fanno parte della memoria della nazione, come hanno più volte dichiarato ufficialmente i presidenti della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano. Anche di recente, nell'incontro di Pola del 3 settembre scorso, il presidente Napolitano ha voluto ricordare pubblicamente questo contributo dei tre elementi costitutivi dello Stato: popolo, territorio, strutture istituzionali, la perdita del secondo non comporta la cancellazione di chi fa parte del primo".

Tra nostalgia e idee liberali

L'Istria, Fiume e la Dalmazia entrano a far parte per la prima volta dello Stato nazionale italiano in età contemporanea nel 1805 quando vengono annesse al

Regno d'Italia. Ma Venezia continuava ad essere presente, fino a che punto?

"La nostalgia in Dalmazia per il buongoverno della Serenissima si incontrò con la diffusione delle idee liberali nelle élites civili e militari di tutte le province adriatiche dell'Impero austriaco considerate culturalmente "italiane". E ciò malgrado gran parte dell'aristocrazia si sentisse protetta dal governo imperiale e la maggioranza della popolazione rurale fosse acquisita all'obbedienza verso la corona, soprattutto per l'influenza del clero sloveno e croato prevalentemente legittimista. Va notato però che fino al 1853 la Dalmazia fu esonerata dal servizio militare obbligatorio per la tenace opposizione delle popolazioni rurali e montane. Nelle città e nelle borgate si formarono nei decenni tra il 1820 e il 1840 le società segrete, con diverse denominazioni e più

O meno legate - secondo i rapporti dell'imperial-regia polizia - alle logge massoniche italiane, analogamente a quanto avveniva in altri Stati italiani".

Collegate direttamente con la Carboneria?

"Solo in parte, e questa cosa è davvero incredibile. A mobilitare queste associazioni, molto contribuì invece la solidarietà con la guerra d'indipendenza greca, in forza dei legami culturali e politici con l'aristocrazia e la borghesia greco-veneta delle Isole Ionie, anch'esse appartenute all'Europa napoleonica e ora sotto amministrazione inglese, che favoriva

1 moti antiottomani sul continente greco. È nota l'amicizia di Ugo Foscolo, nato a Zante ed educato a Spalato, ove viveva la sua famiglia, con i patrioti greci Calvos e Solomòs. Come è noto l'esilio a Corfù di Niccolò Tommaseo per sottrarsi alle persecuzioni austriache. Nobili istriani e dalmati parteciparono personalmente alla guerra d'indipendenza ellenica, come Pasquale Besenghi degli Ughi da Isola d'Istria. Primo Presidente della Repubblica Greca fu tra l'altro Ioannis Capodistria, nobile corfiota di origine e cultura istro-veneta. "Greci del Silenzio" era anche il nome di una delle prime società segrete diffusa nella regione. Un'altra si chiamava "Esperia", con richiamo più diretto ai moti per l'unità d'Italia. Né mancava una componente di cattolici liberali, la "Setta dei Guelfi". Alla società Esperia, sorta tra gli ufficiali veneti, istriani e dalmati dell'Imperial-Regia Marina Austro-Veneta, appartenevano anche i fratelli Emilio e Attilio Bandiera (la cui madre era di origine dalmata). Alcuni di questi gruppi confluirono nella mazziniana "Giovane Italia"".

Ma era solo la politica a "trattenere" ancora questo legame con l'altra sponda dell'Adriatico o persistevano altri motivi?

"Questi legami debordavano. Un esempio significativo: un elemento che comprova il coinvolgimento della Dalmazia nel processo risorgimentale è la partecipazione di esponenti della cultura dalmata ai Congressi degli scienziati italiani che si tennero a Torino a Genova, a Napoli negli anni che precedettero il 1848. Come osservò il geologo Lorenzo Pareto esse furono "istituzioni che più grandemente concorsero a dilatare in Italia l'amore delle scienze e a disporre gli animi agli abitanti di tutta la Penisola a riguardarsi come figli della stessa Patria." In un libro edito a Milano da Stella nel 1844, "L'Italia Scientifica", dedicato ai primi cinque congressi annuali degli scienziati italiani (1839-1844), si trovano tra i mille studiosi che vi avevano preso parte dalmati, oltre a istriani, triestini, trentini. Nei rapporti della polizia austriaca la partecipazione a questi congressi di sudditi imperiali era segnalata come un pericoloso marchio di sovversione. E gli scienziati che ci andavano erano fatti oggetto di speciale sorveglianza. Tra i dalmati troviamo infatti autentici protagonisti di queste riunioni: lo zaratino Pier Alessandro Paravia, Giuseppe De Derchich, docente all'Università di Padova, il botanico Roberto De Visiani, di Sebenico, anch'egli cattedratico dell'Ateneo patavino, Gaetano Modena, direttore di studi filosofici del Regio Liceo di Zara, il raguseo Giorgio Obad e l'altro dalmata di Lésina Giorgio Plancich, docente al Liceo di Gorizia, e Antonio Radmann, da Spalato".

Mantenimento dell'autonomia

Queste le premesse di un autonomismo che si rilevava anche nelle richieste all'Imperatore stesso dopo le rivoluzioni europee del 1848. Che cosa chiedeva la Dalmazia?

"Si chiedeva in Istria, Fiume e Dalmazia, la Costituzione e il mantenimento dell'autonomia delle tre entità. Anima del movimento erano i ceti intellettuali italiani allora al governo delle amministrazioni locali. Fu costituita nelle città la Guardia Nazionale composta da cittadini "per assicurare l'ordine pubblico". Il movimento mantenne un profilo prevalentemente legittimista verso Vienna, ottenendo l'acquiescenza delle autorità imperiali. Non mancarono però epi-

sodi significativi come la richiesta del Comune di Spalato di aderire alla rinata Repubblica Veneta e la progettata ribellione di Zara e della sua guarnigione al comando del colonnello Sirtori, rinviata poi per volontà del Tommaseo, codittato-re del governo rivoluzionario veneziano".

Orgoglio nazionale italiano

Tutto ciò spinse le genti dell'Adriatico Orientale a partecipare anche alle guerre di indipendenza...

"In particolare alla Prima Guerra d'Indipendenza, con l'adesione di centinaia di volontari istriani a dalmati a difesa della Repubblica di Venezia e della Repubblica Romana e nelle file dell'esercito piemontese. A Venezia, oltre a Niccolò Tommaseo, con Daniele Manin alla guida della Repubblica, molti membri del governo erano dalmati e istriani: il ministro della Marina e della Guerra Antonio Paulucci, Matteo Ballovich, Sovrintendente alla Marina, Leone Graziani, Vincenzo Solitro, Matteo Petronio. Si formò un'intera Legione Dalma-to-Istriana. A Roma collabora con i Triumviri il liberale raguseo Federico Seismit-Doda (autore de "la Romana", l'inno dei difensori di Roma), che più tardi sarà ministro nel Governo Crispi. E nella difesa della città si distinsero numerosi volontari dalmati e istriani. In Ungheria i coscritti fiumani nell'esercito ungherese costituirono una "Legione Fiumana", composta da italiani, che combatté a fianco degli insorti ungheresi. Alla "normalizzazione" dopo la sconfitta di Novara e al ritiro della Costituzione da parte dell'Imperatore seguì un'aspra repressione dei quadri amministrativi e militari che avevano preso parte, in patria o fuori, agli eventi rivoluzionari: condanne al carcere e all'esilio, assegnazione dei militari semplici alle compagnie di disciplina, allontanamento dai pubblici uffici di funzionari e magistrati. Per tanto, la proclamazione del Regno d'Italia nel 1861 venne salutata con manifestazioni di entusiasmo nelle città del litorale austriaco. Molti dalmati e istriani militavano nelle formazioni garibaldine e nell'esercito italiano. Si instaura tuttavia nei territori un clima di ansia e di tensione, per il deciso mutamento del governo di Vienna, sempre più favorevole all'elemento sloveno e croato. Nel 1861 alla richiesta del Parlamento di Vienna di inviare una delegazione istriana la Dieta Provinciale, riunita a Parenzo nella biblioteca del palazzo de Vergottini, risponde: "Nessuno". La stessa risposta daranno alle richieste di partecipare alla Dieta di Zagabria la Dieta della Città Libera di Fiume e la Dieta Dalmata, riunita a Zara: "Nessuno". Le "Diete del Nessuno" resteranno un punto fermo dell'orgoglio nazionale italiano fino alla prima guerra mondiale".

Alto tributo di eroismo

E anche nel conflitto gli Italiani dell'Adriatico Orientale prendono posizione a costo della vita. Saranno capiti?

"Migliaia furono i "volontari irredenti" nella marina e nell'esercito italiano con un alto tributo di eroismo e di sangue. Sono rimasti nell'immaginario collettivo, vicino al socialista trentino Cesare Battisti, i triestini Scipio Slataper e Spiridione Xidias, gli istriani Fabio Filzi, Nazario Sauro, Giani e Carlo Stuparich, il dalmata Francesco Rismondo. Febbrile fu l'attività dei politici giuliani e dalmati rifugiati a Roma anche in occasione del Patto di Londra con l'Intesa dell'aprile 1915, anche se prevalsero in quella sede, nel profilo dei futuri confini, criteri di carattere prettamente militare, anziché quelli di carattere linguistico, storico e culturale suggeriti dagli irredentisti delle regioni interessate. Altri due fenomeni significativi con carattere di massa fu l'internamento nelle province continentali dell'Impero austroungarico di oltre 50.000 civili di nazionalità italiana provenienti dall'Istria, da Fiume e dalla Dalmazia, con interi consigli comunali, come quello di Zara, guidato dal podestà Luigi Ziliotto. Tra i tanti protagonisti del periodo della grande guerra si devono ricordare accanto a quelli già citati, Roberto Ghiglianovich (1863-1930), Francesco Vidulich, di Lussinpiccolo; i tre Fratelli Solitro di Spalato; Luigi Lapenna, nato a Signo presso Spalato; Nicolò Trigari, di Zara; Carlo Tivaroni, una vita di avventura garibaldina e di responsabilità amministrative al servizio dello stato italiano; Arturo Co-lautti, giornalista e scrittore; Natale Krekich, di Scardona; Ercolano Salvi, spalatino; Giovanni Lubin, di Traù; Oscar Randi, zaratino; Antonio Cippico, di antica famiglia di Traù, senatore del Regno, come gli spalatini Antonio Tacconi e Alessandro Dudan. Ad essi si deve l'ampio materiale di storia dalmata custodito nella Biblioteca del Senato. E ancora Antonio De Micheli, di Sebenico. Né si può dimenticare la stampa italiana in Dalmazia dal Risorgimento alla prima guerra mondiale, come: "Osservatore dalmato" - Zara - dal 1853 al 1855 -Redattore Giacomo Chiudina; la "Rivista Dalmatica"

- Zara - dal 1889 al 1943 - Fondatori: Roberto Ghiglianovich e Luigi Ziliotto, che ha ripreso le pubblicazioni a Venezia dal 1953 e successivamente a Roma, fino ad oggi; "La Domenica" Giornale illustrato - Zara 1891 - Direttore S. Ferrari-Cupilli; "La rassegna dalmata - Smotra Dalmatinska" Supplemento bilingue all'"Avvisatore dalmato" - Zara - 1891-1892 - Direttore Petar Kasandic; "La Voce dalmatica" - Giornale economico-

letterario - Zara - dal 1860 al 1863

- Redattori: Cosimo Begna, Giuseppe Ferrari-Cupilli, Vincenzo Duplancich; "Il Dalmata" - Zara

- dal 1865 al 1916 - Direttore Gaetano Feoli, che ha ripreso le pubblicazioni a Trieste dal 1996 ad oggi come bimensile, diretto dal nostro Renzo de Vidovich".

Un bilancio amaro

Alla luce di quanto detto, quale bilancio si può fare del contributo delle nostre genti all'Unità d'Italia?

"Non può che essere un bilancio amaro. L'esperienza ci permette di considerare che quell'anno, il 1861, segnò il progressivo deperimento della presenza italiana autoctona in tutta la regione adriatica tradizionalmente considerata dall'impero austriaco come "province italiane", per la lingua ufficiale usata e la comune considerazione in cui eravamo tenuti all'interno della composita monarchia asburgica. Nella nuova situazione creatasi con la cessione del Veneto nel 1866 tutto il peso

politico, culturale, economico che la componente italiana esercitava all'interno dell'Impero definito dal Congresso di Vienna era perduto. Messe insieme la Lombardia, una delle regioni più ricche dell'impero sul piano agricolo, commerciale e industriale, il Veneto, anch'esso abbastanza progredito in agricoltura per la recente canalizzazione idrica, le due città di Venezia e di Trieste, la prima con il suo prestigio storico-artistico e la sua consistenza demografica, la seconda fervida di traffici e lanciata con il suo porto verso un avvenire di sviluppo, costituivano la parte più bella e preziosa dei territori imperiali.

Con la perdita di Milano e Venezia restava all'Austria Trieste col suo porto e le potenzialità stra-tegico-militari delle coste istro-dalmate. Fiume era appena all'inizio del suo sviluppo. Le tre "Diete del Nessuno" del 1861 a Parenzo, a Fiume e a Zara furono la prima disperata risposta degli italiani per difendersi da questa pressione: opporsi all'annessione alla Croazia per conservare l'autonomia regionale e le autonomie municipali. Era l'unica strategia ragionevole. L'Istria e il Trentino erano stati da Cavour stesso rinviati ad un'altra generazione. E ce ne vollero tre per arrivare al 1915. Che fare allora? Non restava che dichiararsi leali alla Monarchia, approfittando dell'accordo austro-ungherese del 1867 e della conseguente divisone in due delle province imperiali, tenendo il più lontano possibile l'ipotesi "trialista" voluta dai partiti slavi della Dieta imperiale, che avrebbe equiparato la componente slava a quella tedesca e magiara, schiacciando definitivamente la presenza italiana. Fu questa la strada seguita per oltre trent'anni dai partiti autonomisti, guidati da uomini di grande livello politico come il dalmata Luigi Lapenna. La debolezza del nuovo Stato unitario italiano era sotto gli occhi di tutti. Avversato dalla Chiesa Romana, tormentato e impegnato per tre anni in una sanguinosa guerra contro il brigantaggio meridionale - che aveva tutti i caratteri di una guerriglia politica fomentata dall'esterno - sconfitto militarmente per terra e per mare nella Terza Guerra d'indipendenza. Gli autonomisti, a difesa della lingua e delle loro posizioni politiche, dovettero vedersela da soli con le loro capacità economiche e l'attivismo dei loro capi, che sapevano appoggiarsi a grosse realtà finanziarie, come le Assicurazioni Generali e il Lloyd Austriaco, di cui mantenevano il controllo".

Straordinaria vitalità economica

Una risposta economica alle disattese speranze politiche?

"In effetti, fu paradossalmente in questo periodo che le classi dirigenti italiane di Trieste, di Gorizia, dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia seppero dimostrare la loro straordinaria vitalità economica, sociale e culturale, dando impulso alle industrie e ai commerci tra l'hinterland balcanico e il Levante e il mondo occidentale. Trieste e Fiume divennero tra gli scali marittimi più attivi del Mediterraneo e dell'Europa. Anche Spalato registrò una crescita inaspettata e le attrattive turistiche della regione, da Grado a Cattaro, la trasformarono nella "Riviera" dell'impero. L'Italia era tutta proiettata verso la sua fallimentare e dispendiosa politica coloniale, per la quale era indispensabile l'appoggio, più passivo che altro, della Germania e dell'Austria-Ungheria. L'ultimo decennio dell'Ottocento segnò l'agonia dell'Autonomismo dalmata. Riuscirono a difendersi Trieste, l'Istria e Fiume, coperta dall'ombrello ungherese, non più idilliaco, ma almeno non nemico. L'Irredentismo che ci viene quasi rimproverato fu l'ultimo sbocco di questa situazione e servirà ai governi italiani come esca e pretesto per entrare nella Prima Guerra mondiale. I vent'anni di amministrazione italiana nelle province irredente coincisero con la dittatura fascista ed aggravarono l'ostilità di sloveni e croati nei nostri confronti per una condotta del tutto inadeguata verso le forme di autonomia locale cui l'Austria ci aveva abituato e per un tentativo maldestro di assimilazione che, anziché imitare e incoraggiare il processo spontaneo che si era verificato nel passato - con l'italianizzazione volontaria degli immigrati nei centri urbani - lo trasformava in forzature più o meno coercitive estese alle aree rurali, le più gelose della loro identità nazionale. Paradossalmente l'appartenenza allo Stato italiano rendeva più ostico un processo che le opposte pressioni austro-slave avevano in precedenza favorito".

Il resto è storia recente, passata al setaccio ma che continua a pesare sul processo di superamento delle differenze di interpretazione dell'evoluzione politico-sociale di queste terre. Per fortuna interventi come quelli dei presidenti dei tre Paesi interessati, negli ultimi anni a Trieste e poi a Pola, hanno suggerito nuovi approcci ad una tensione che, spogliata della sua negatività, può aiutare a costruire.

801 - Il Piccolo 11/12/11 Le proprietà confiscata agli italiani - I grandi magazzini di Pola sequestrati "dal popolo"

I grandi magazzini di Pola sequestrati "dal popolo"

I Lodes vennero depredati anche di quattro case e di una tenuta agricola Prima dei partigiani di Tito obbligati a consegnare le stoffe alle Ss e alla Gestapo

con Josipovic

INCHIESTA - LE PROPRIETÀ CONFISCATE AGLI ITALIANI

Il tricolore italiano è tornato a sventolare all’Arena di Pola il 3 settembre 2011, ma in un clima di concordia. Il concerto che si è svolto dinanzi a seimila persone è stato il momento culminante di una giornata storica che ha avuto come principali protagonisti il presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano e quello della Repubblica croata Ivo Josipovic. I due Capi di Stato, altro evento storico, oltre a visitare la Comunità degli italiani di Pola, hanno incontrato delegazioni sia di profughi che di italiani rimasti nelle terre divenute prima jugoslave e poi croate, ma che continuano a tenere vivi i collegamenti con la patria.

di Silvio Maranzana

TRIESTE Il danno, la menzogna e la beffa con la confisca di tutto quanto aveva. È ciò che dovette subire Antonio Lodes, proprietario del miglior negozio di tessuti e mercerie di Pola, rimasto stritolato assieme alla sua famiglia tra nazismo e comunismo. Quando in città arrivarono i nazisti, il Comando tedesco lo obbligò a distribuire merce agli uomini delle Ss e della Gestapo. È quanto bastò poi alle truppe di Tito per "confezionargli" la falsa accusa di collaborazionista, pretesto per dichiararlo "nemico del popolo" e con sentenza del Comitato popolare di Pola del 27 marzo 1948 ordinare la confisca di tutti i suoi beni. Finì così la storia trentennale del negozio "Lodes" di via del Mercato 1, nato come piccola botteguccia e che finì per avere 12 dipendenti, dove le signore bene della borghesia istriana compravano le stoffe per i loro vestiti eleganti, ma tutti acquistavano lenzuola, coperte, lana, biancheria. Ma i Lodes persero anche la villa su due piani con giardino adorno di palme e cedri di via Tito Livio 7 dove abitavano, altre tre case in via Carducci 14, via De Franceschi 19 e via Mazzini 12 e una tenuta agricola di 24 ettari con casa colonica e stalla a Campi d’Altura nei pressi della città. Antonio Lodes, la moglie e i tre figli: Antonio (Nino), Bruno e Silva, dovettero così lasciare Pola. «Ci rifugiammo a Chioggia portandoci dietro tutte le nostre masserizie - racconta la figlia Silva, oggi ottantunenne dal suo appartamento di Barcola - i miei fratelli andarono all’università di Padova dove poi si sarebbero laureati in ingegneria, io venni a frequentare l’istituto Notre dame de Sion di Trieste. Fu per questo motivo e per il fatto che mio papà aveva già una sorella che abitava qui che tutta la famiglia decise poi di venire ad abitare a Trieste». Nel 1955 Bruno decide di partire per gli Stati Uniti e fa l’ingegnere nel New Jersey dove tuttora abita. Antonio assieme ai figli Nino e Silva intende invece continuare la tradizione imprenditoriale nel commercio e assieme a un socio di Parenzo apre i Magazzini Trieste, tuttora in attività grazie ai nipoti in via Oriani all’angolo con via Vasari. Gli affari decollano. «Mio papà - racconta Silva - aveva una marea di conoscenti e il negozio divenne presto una meta privilegiata di tutti i profughi, ma anche di persone che continuavano ad abitare in Istria, oltre che di tanti triestini. A un certo punto arrivò a contare 33 dipendenti, in grande maggioranza commessi, una parte dei quali già lavoravano nel negozio di Pola». La tradizione imprenditoriale e professionale potè continuare, ma le radici con la terra d’origine erano irrimediabilmente tranciate. «Sette o otto anni fa - racconta Silva Lodes - sono tornata in via del Mercato a Pola e ho scoperto che al posto del nostro negozio, ironia della sorte, c’era un altro negozio italiano: una profumeria della catena Limoni». (14 - segue. Precedenti puntate pubblicate l’11, il 18 e il 25 settembre, il 2, il 9, il 16, il 23 e il 30 ottobre, il 6, il 13, il 20 e il 27 novembre, il 4 dicembre).

Ma l’attività poi continuò con il negozio di Trieste

TRIESTE La famiglia Lodes è originaria della Moravia che costituisce oggi la parte sud-orientale della Repubblica Ceca. Anton, il bisnonno di Antonio, Bruno e Silva, era nato a Kinitz. Il nonno, anch’egli Anton come tutti i primogeniti, era un ispettore forestale dell’Impero austro-ungarico e aveva una grande casa a Postumia. Ebbe undici figli: otto maschi e tre femmine ed era un tipo piuttosto autoritario. «Si arrabbiava sempre - racconta ora Silva Lodes - perché mio papà faceva tardi e così quando lui compì diciott’anni lo buttò fuori di casa». Ma evidentemente il giovane Antonio aveva lo spirito del self-made man perché quasi subito a Pola aprì una piccola botteguccia che in pochi anni sarebbe divenuta il famoso negozio Lodes per trasformarsi infine nei Magazzini Trieste e attraversare qui un altro periodo di fulgore negli anni Cinquanta e Sessanta. Antonio Lodes morì nel 1963 e Il Piccolo scrisse che da anni non si vedeva un funerale con una folla tanto imponente al seguito. Per le loro proprietà i Lodes ottennero un modesto indennizzo dal Governo, hanno fatto poi invano richieste di indennizzo alla Jugoslavia, alla Croazia e anche alla Slovenia per la casa di Postumia. A Pola in tempi recenti al posto del negozio Lodes si è insediata la profumeria Limoni. Delle altre case, quella al numero 12 dell’ex via Mazzini fu assegnata dal Comitato popolare di Pola al cantiere navale Ulianik. (s.m.)

Anche il tritolo per cacciare gli italiani

Un attentato dell’Ozna l’ipotesi più probabile dietro i 116 morti e 210 feriti di Vergarolla

TRIESTE Ma a Pola e precisamente sulla spiaggia di Vergarolla dove il 18 agosto 1946 esplosero nove tonnellate di tritolo che uccisero 116 polesani e provocarono 210 feriti, sarebbe stato così messo in atto l’episodio più cruento e tragico di una sorta di strategia della tensione ante-litteram di marca jugoslava. Si sarebbe trattato dell’ultimo affondo di Tito per rovesciare la composizione etnica della popolazione nelle città costiere dell’Istria. Quella dell’attentato jugoslavo che era fino a poco fa un’ipotesi è divenuta quasi certezza dopo la scoperta da parte del giornalista Fabio Amodeo e dello storico Mario J. Cereghino di un documento scottante nei National archives di New Garden in Inghilterra, datato 19 dicembre 1946 e registrato con la sigla War office 204/12765 secret. In esso i servizi italiani informano quelli alleati che a causare la strage degli italiani di Pola che stavano assistendo alla gara natatoria della Coppa Scarioni, fu un agente dell’Ozna, la polizia politica segreta di Tito, di nome Giuseppe Kovacic. Sulla veridicità al 100 per cento di questa tesi gli storici ci vanno ancora cauti. Eppure Marta Verginella, uno dei principali storici sloveni, ha affermato: «Che ci fosse una strategia terroristica dell’Ozna su vasta scala finalizzata all’allontanamento della popolazione italiana da Pola è ipotesi plausibile, anche se finora ciò non è stato storicamente accertato. Durante le mie ricerche ho parlato con parecchi ex agenti dell’Ozna e tutti mi hanno confermato che ricevettero l’ordine di fare pressioni su singoli individui o su famiglie italiane contrarie al regime affinché se ne andassero, ma non hanno parlato di strategie dinamitarde». «Nell’estate 1946 - ha affermato lo storico triestino Roberto Spazzali - a Parigi si parlava della possibilità di indire un plebiscito per Pola e prima, nel febbraio dello stesso anno a Trieste si era svolta una riunione del Partito comunista della Regione Giulia, filo-jugoslavo, in cui i vertici avevano affermato che il Pc stava perdendo il controllo del popolo, per cui era stato deciso di intensificare la politica di epurazione nella zona B. Fu allora che iniziarono gli atti di intimidazione verso coloro che non si erano schierati con il nuovo regime. A Pola la popolazione era tutta filo-occidentale. L’ipotesi di un attentato per scatenare la paura è più che plausibile». (s.m.)

802 - La Voce del Popolo 16/12/11 Dall'Istria alla Dalmazia alla Slavonia realtà che vogliono parlare in italiano

Prende corpo l'asilo «Pinocchio» di Zara.
A Pakrac la lingua di Dante si impara a scuola

Dall’Istria alla Dalmazia alla Slavonia realtà che vogliono parlare in italiano

FIUME – Al "mattone" già assicurato in precedenza si stanno per aggiungere pure l’infrastruttura giuridico-legale e quella pedagogico-didattica, destinate a sorreggere l’impalcatura, mentre resta ancora da provvedere al "cemento" che terrà insieme il tutto; e, infine, ma non da ultimo, a ciò che darà "corpo e anima" – anche senza il tocco magico della bacchetta della Fata azzurra – a "Pinocchio": le persone in carne e ossa, allievi ed educatrici. Stiamo parlando dell’asilo italiano di Zara, uno di quei progetti strategici per la comunità italiana in Dalmazia, sia esule sia rimasta, che forse proprio perché così importante e delicato da gestire – è, del resto, il primo istituto prescolare privato della Comunità nazionale italiana, fondato dalla locale Comunità degli Italiani –, ha avuto una gestazione tutt’altro che facile. Come si diceva prima, la sede (il "mattone") è stata acquistata da parte dell’Unione Italiana, grazie ai fondi messi a disposizione dallo Stato italiano.

ITER PER LA FONDAZIONE Attualmente si sta lavorando sull’iter per la fondazione/registrazione dell’istituto "volto all’introduzione di un segmento molto importante di scolarizzazione in lingua italiana nella città di Zara", come si rileva nella conclusione della Giunta esecutiva dell’Unione Italiana riunita mercoledì sera a Fiume presso la sede della casa editrice EDIT. L’UI, infatti, con l’apporto della legale e della direttrice del "Rin Tin Tin" di Pola – cui vanno i ringraziamenti della Giunta –, ha fornito il proprio supporto alla CI zaratina per predisporre l’Atto di costituzione della Scuola italiana per l’infanzia (SII) "Pinocchio" e il Programma di lavoro della stessa, da inviare al Ministero della Scienza, dell’istruzione e dello sport della Repubblica di Croazia.

ASSICURARE I FONDI PER LE SPESE DI GESTIONE Nel Piano finanziario la CI di Zara ha previsto che la SII nel 2012 registrerà entrate pari a 210.000 e uscite pari a 619.772 kune, di cui 399.272 a copertura dei costi del personale dipendente. Il Comune dovrebbe finanziare le retribuzioni, così come già fa per i dipendenti degli altri asili privati. Sono da assicurare i mezzi necessari per la costituzione e per l’avvio dell’attività gestionale, di cui il fondatore si fa carico per legge. Un aspetto non irrilevante (anzi!) – occorrerà, dunque, assicurare alla CI un finanziamento adeguato –, che l’UI sottoporrà all’attenzione del Comitato di coordinamento delle attività a favore della CNI in Slovenia e in Croazia, che ieri si è riunito a Roma e cui hanno preso parte il presidente della Giunta esecutiva, Maurizio Tremul, e il segretario generale dell’UI, Christiana Babić. Ieri l’altro, intanto, l’Esecutivo UI ha stanziato un contributo aggiuntivo, straordinario, di 3.500 euro a favore della CI di Zara, che permetterà a quest’ultima di far fronte alle spese di gestione.

DIPARTIMENTO DI ITALIANISTICA A FIUME Limitato dalle (scarse) disponibilità di Bilancio a 2mila euro (lordi) quello invece per il neocostituito Dipartimento di italianistica presso la Facoltà di Filosofia di Fiume. La Giunta UI ha espresso apprezzamento per quella che è un’ulteriore "offerta di alta formazione non solo per i nostri connazionali, ma per tutti coloro che vorranno intraprendere lo studio e il perfezionamento della lingua italiana". L’UI esprime, pertanto, piena disponibilità "ad aiutare e sostenere le attività future del Dipartimento". "Più di così in questo momento non possiamo fare. Per il 2012 si cercherà di capire, insieme con il preside e il capodipartimento, le aspettative nei confronti dell’UI", ha precisato Tremul.

PALAZZO GRAVISI-BUTTORAI Nel corso della sua ventesima sessione ordinaria, l’Esecutivo ha preso atto del progetto di massima relativo al restauro di Palazzo Gravisi-Buttorai, nuova sede dell’UI a Capodistria. La proposta era stata accolta con alcune perplessità in una precedente Giunta, tanto che il punto era stato aggiornato e chiesto al progettista di fornire una variante diversa, più contenuta nei costi. Alla seduta di mercoledì scorso è emerso però che un’eventuale soluzione "di ripiego" potrebbe venir bocciata dalla Sovrintendenza alla tutela dei beni culturali. È stato quindi approvato il progetto originario, per il quale erano stati assicurati i finanziamenti. Bisognerà invece ancora individuare quelli per poter portare a termine l’intervento che, stando al preventivo degli architetti, dovrebbe aggirarsi attorno a 1.288.000 euro (DDV compresa) per 550 metri quadrati di spazio utile.

GARE E APPALTI Disco verde della GE anche all’esito delle seguenti gare: per l’acquisto di un pulmino per l’Asilo italiano capodistriano "Delfino Blu", della Scuola elementare "Dante Alighieri" di Isola e della Scuola elementare "Vincenzo e Diego de Castro" di Pirano, vinta dalla ditta "Nova" di Capodistria, per un importo di 75.872 euro (DDV inclusa); per la fornitura degli arredi per la Comunità degli Italiani "Giuseppe Tartini" di Pirano, per un valore di quasi 70mila euro (con la DDV), vinta dalla ditta "Ikos Calcagnini" di Korte (Isola), che si è aggiudicata anche la fornitura degli arredi per la CI di Valle, per un importo di poco più di 122mila euro, comprensivi del PDV.

RESTAURI Inoltre, sono stati affidati gli appalti per una serie di restauri: quello dell’edificio della Scuola elementare "Gelsi" di Fiume – alla ditta "Fin-Gra" di Fiume, per 53.185,52 euro (con il PDV) –, quello della sede della Comunità degli Italiani di Draga di Moschiena – alla ditta "Den-Ing" di Icici, per 108.159,97 euro (con il PDV) – e di quello della sede della CI di Gallesano, del valore di 150.346,16 euro (PDV incluso), vinto dalla "Vladimir Gortan" di Pisino. Va detto che le gare consentiranno all’UI di risparmiare belle cifre rispetto alle spese preventivate.

ANALISI DEL VOTO All’appuntamento EDIT la Giunta UI ha accolto anche una serie di informazioni, tra cui quella sull’esito delle consultazioni politiche 2011 in Croazia e Slovenia, che hanno riconfermato Furio Radin e Roberto Battelli ai seggi specifici assicurati alla CNI da parte dello Stato croato, rispettivamente sloveno. Al di là dei commenti e delle speculazioni lette nei giorni scorsi, per avere un quadro preciso sull’andamento del voto e il ruolo di tale speggio specifico agli occhi dell’elettorato CNI, occorrerebbe effettuare una dettagliata analisi sociologica, come rilevato dal segretario generale Christiana Babić, che ha esposto il tema.

ELEZIONI A SANTA DOMENICA Restando in argomento elezioni, però riferite a una realtà CNI, Tremul e collaboratori hanno nominato la commissione che gestirà l’uscita alle urne anticipata dei connazionali di Santa Domenica. Per una serie di contrasti interni, la situazione nella Comunità degli Italiani del Parentino si è rivelata "ingovernabile", tanto da richiedere il ricorso al voto. La commissione elettorale risulta composta da Neda Pilato Šainčić (presidente), Roberta Stojnić e Graziano Musizza.

PROGETTI EUROPEI Si è discusso anche dei progetti europei finanziati durante la Programmazione per la cooperazione transfrontaliera Italia-Slovenia 2007-2013 e l’IPA Adriatico 2007-2013. Si tratta delle iniziative "S.I.M.P.L.E. – Strenghtening the Identity of Minority People Leads to Equity", "EDUKA – Educare alla diversità" e "LEX – Analisi, applicazione e sviluppo della tutela delle minoranze in Italia e Slovenia"; attività che creano risorse e, ad esempio, hanno dato lavoro a quasi quattro persone. Sì della Giunta alla partecipazione dell’UI, in qualità di partner progettuale, ai progetti "Gas" e "RuMeu", presentati sul Quarto Bando del Programma Sud-Est Europa nel quadro dei programmi di cooperazione transnazionale 2007-2013.
"Confortata" dalla nota positiva riscontrata a proposito nella revisione dei conti per le Convenzioni MAE – UI, la Giunta ha disposto un altro anticipo a favore del Fondo di promozione per le attività istituzionale delle CI, da prelevare, come fatto finora, dalle spese di gestione dell’Unione per rispondere alle necessità dei sodalizi di Momiano, Fiume, Buie, Draga di Moschiena, Zara, Crevatini, Bertocchi, Pisino, Matterada, Pola, San Lorenzo Babici, Capodistria, Mompaderno, Abbazia, Lussinpiccolo, Zagabria e Spalato, per un ammontare complessivo di 105.785 euro.

BORSE STUDIO Assegnate anche otto borse studio per la frequenza di corsi di laurea di primo livello/specialistici/magistrali presso Atenei croati e sloveni, a Mia Dellore (di Isola, per Mediazione linguistica), Mia Arlant (di Zagabria, per la Scuola di Economia e managment) Alex Hlušička (di Pola, per Ingegneria meccanica e navale), Marko Radolović (di Pola, per Sociologia Studi croati), Rihard Lobenwein (di Capodistria, per Storia), Chiara Jurić (di Pola, per l’Accademia di musica), Toni Buršić (di Verteneglio, per Agronomia) e Samantha Saražin (di Isola, per Chinesiologia). Le sei borse di studio rimaste per le Università italiane sono state attribuite ai rovignesi Leo Budicin (Relazioni internazionali e studi europei), Alessia Paliaga (Filologia moderna) e Martina Ivančić (Scienze dell’Architettura), alla polese Maura Runco (Filologia e Letteratura italiana), a Viola Moscarda di Isola (Scienze e tecnologie per la natura) e a Michele Cigui di Umago (Giurisprudenza). Infine, l’umaghese Sara Tomažić e la polese Ana Kmet potrenno usufruire della borsa di studio bandita dall’UI per la dell’Università "Juraj Dobrila" di Pola – Dipartimento di studi in lingua italiana e Dipartimento di studi per la formazione di maestri ed educatori. Le tre borse rimaste "vacanti" non verranno messe nuovamente a concorso bensì andranno ad alimentare un fondo per contributi studio straordinari una tantum.

NUOVO «ACQUISTO» PER LA RETE SCOLASTICA DELLA CNI E per concludere una notizia piacevole: si è concluso l’iter promosso dalla Comunità degli Italiani di Lipik volto all’introduzione dello studio dell’Italiano alla Scuola media superiore di Pakrac secondo il "Modello C", vale a dire al livello di lingua materna. L’istituto ha ottenuto la verifica ministeriale del programma e ha iniziato con l’insegnamento della disciplina "Lingua e cultura italiana", acquisendo in questo modo il diritto a essere parte integrante della rete scolastica della CNI, a partire dall’anno d’esercizio 2012. La Comunità degli Italiani di Lipik organizza dal 1999, con il supporto dell’Unione Italiana, l’insegnamento dell’italiano nelle due elementari di Lipik e Pakrac e nella Scuola media superiore di Pakrac. Come anticipato da Zani, gli insegnanti di Pakrac parteciperanno al seminario invernale di aggionamento organizzato in collaborazione con l’Università Popolare di Trieste.
"È un risultato importante – ha commentato Tremul, nell’esprimere a nome di tutta la Giunta il più vivo apprezzamento per l’affermazione dell’italiano quale lingua materna nella Slavonia orientale –. Ringrazio Norma Zani per l’apporto decisivo che ha dato. Il suo Settore ha sempre insistito affinché si appoggiasse quest’attività". E ci sono già anche altre richieste inerenti un sostegno all’apprendimento della lingua italiana, come quella giunta da Osijek.

Ilaria Rocchi

803 - La Voce in più Dalmazia 10/12/11 Renzo de’Vidovich: L'obiettivo è recuperare la tradizione del regno di Dalmazia

Storia Dagli Illiri a Roma e Venezia all'Italia unita e anche oltre: un lungo e coinvolgente viaggio in compagnia dell'on. Renzo de Vidovich

 

L'OBIETTIVO E' RECUPERARE LA TRADIZIONE DEL REGNO DI DALMAZIA

Ilaria Rocchi

Occorre ricreare quella struttura che era, in passato, punto d'incontro delle cinque nazionalità presenti nel territorio: quattro slave e una italiana.


Storia, geografia etnica e linguistica, etnografia, araldica, cultura, arte... e ancora altre discipline concorrono e contribuiscono tutte a illustrare e spiegare il percorso che la Dalmazia ha compiuto da Roma e Venezia all'Italia unita, come riporta il titolo della mostra che la Fondazione Rustia Traine ha allestito a Trieste, al Civico Museo della Civiltà istriana, fiumana e dalmata, visitabile fino alla fine del mese.

A rendere l'evento, già di per sé pregno di significati e valenze, è stato l'omaggio fatto dal noto pittore zaratino Secondo Raggi Karuz, che al presidente dell'Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata, Lucio Delca-ro, ha donato due quadri che riproducono due momenti storici poco noti e controversi: l'iconografia del generale romano Marcellino a re di Dalmazia (461 d.C) e l'uccisione, nell'odierna Spalato, di Giulio Nepote, ultimo imperatore romano d'Occidente (480 d.C)


Una coinvolgente visuale panoramica a tutto tondo su ciò che era, è e dev'essere la Dalmazia, che scorre sui due piani alti (il terzo e il quarto) del Museo di via Torino. È un quadro esauriente di quanto è avvenuto in oltre duemila anni di storia, ma che non ha la pretesa di essere né completo né definitivo. Gli orizzonti sono aperti; si auspicano anzi altri studi, conoscenze e approfondimenti. Lo stesso presidente della Fondazione Rustia Traine, Renzo de' Vidovich, che ci fa da cicerone, precisa che uno degli obiettivi della mostra è per l'appunto quella di sollecitare gli studiosi italiani a riprendere le ricerche, soprattutto quelle sulla lingua illirica parlata dalle popolazioni stanziate in tutta la costa adriatica della Penisola.


Qual è, dunque, il messaggio che si vuole lanciare con questa mostra?


La Fondazione Rustia Triane si occupa della diffusione della cultura della Dalmazia, non solo di quella italiana, ma di tutte le etnie che fanno parte della regione. Noi abbiamo ripreso la tradizione del Regno di Dalmazia, che nasce come fatto di natura romana — il primo re di Dalmazia è proprio Marcellino —, ma poi, dopo un periodo che dal punto di vista statuale non c'è nulla in seguito all'arrivo dei barbari, viene riproposto da Venezia come punto d'incontro delle varie nazionalità che convivono sul territorio. E questa struttura del Regno di Dalmazia oggi è di grande attenzione da parte dell'Europa, perché è uno dei pochi posti — ad eccezione del Belgio, che ha fiamminghi e i valloni, e la Spagna, con castigliani e baschi — in cui sono presenti diverse etnie. Non dimentichiamo che i dalmati hanno addirittura cinque etnie, quattro slave — croati, serbi, montenegrini e morlacchi — che si capiscono tra di loro, e una italiana. Riteniamo che nella storia italiana il passato della Dalmazia abbia una funzione di prim'ordine. Ricorderò i 1500 anni della nazione dalmata, e la fusione dell'ultimo millennio tra le popolazioni illirico-romana e veneta con quelle slava, montenegrina, croata e morlacca. Vogliamo riportare anche nei Balcani la nostrapresenza occidentale e mediterranea, con serenità e certamente non in termini di scontri che nel passato hanno fatto solamente del male.

La collaborazione con la terra d'origine, con i rimasti...


(risponde subito, nemmeno il tempo di finire la domanda) È vivissima. Noi non abbiamo mai avuto i problemi dei nostri amici e fratelli istriani. Riteniamo, infatti, che i rimasti siano stati colpiti come noi, seppure con storie diverse, con situazioni diverse, ma che hanno sempre mantenuto la caratteristica della parlata e della cultura italiana. Con tutti i compromessi che si sono dovuti fare, fin dai tempi in cui eravamo sudditi dell'Impero austro-ungarico. Tra l'altro, abbiamo scoperto — ed è una cosa che gliela dò come primizia —, che c'era uno scontro vivissimo tra il governo di Vienna e l'imperatore. Si considerava sempre, infatti, che quest'ultimo fosse il capo assoluto. Non è assolutamente vero. Tant'è che nel 1918, quando la dieta imperiale votò all'unanimità vota la fine dell'Impero, tra i pro c'era pure l'arcivescovo di Vienna, un Asburgo, cugino dell'imperatore. Tanto per dire come vanno le cose. E queste cose sono importanti perché si vede che l'imnperatore cercava in qualche modo di tutelare gli italiani, ma il governo, che agiva di fatto, conduceva un'altra politica. C'è, ad esempio, il caso di un tale von Flick, che viene mandato in Dalmazia con un gruppo di gente — presa tra l'altro in Bosnia ed Erzegovina — a terrorizzare i coloni italiani che vivevano nelle case isolate della regione. Addirittura fu uccisa una persona. Il fatto è stato documentato da Virginio Gaida. Quando l'imperatore lo venne a sapere va su tutte le furie. Evidentemente, il governo aveva l'interesse di creare uno scontro tra italiani, croati, serbi, montenegrini... Era la politica del divide et impera.


Lascia Zara nel lontanissimo 1943. Ci torna qualche volta e come la trova?


Ci torno sempre. Intanto, la mia città non esiste più. È stata bombardata e distrutta: gli attacchi aerei degli Alleati hanno abbattuto l'85 per cento delle abitazioni. Non era più possibile ricreare le case all'interno di Zara e giustamente è stata fatta una cosa: la città è stata trasformata, è stata portata "fuori" dalle antiche mura. Quindi, quella che per noi era la Punta Mica, è diventata la vera Zara, che oggi ha 80mila persone, mentre quando ci vivevo io ne aveva 24. E poi, quando tante case sono venute giù sono riemersi i resti romani. Quindi, oggi abbiamo a Zara più resti romani di quanti ne avessimo prima.


Da anni si batte per riportare alla luce i fatti che sconvolsero i confini orientali d'Italia, ribellandosi a quel silenzio colpevole che per decenni ha preferito un facile, forse politicamente funzionale, oblio a una verità scomoda, ma anche per far conoscere la civiltà dalmata. Quanto si sa oggi in Italia di questa realtà?


Pochissimo. Siamo riusciti, con il Giorno del Ricordo, a far presente che in Dalmazia ci sono stati tre esodi: quello sotto l'Impero austriaco, quello ai tempi del Regno di Jugoslavia e quello legato alla Repubblica Federativa Jugoslava e di Tito. Nessuno lo sapeva. Come praticamente nessuno sa, salvo gli studiosi e gli specialisti, che ci sono tuttora piccole ma importanti comunità italiane a Zara, Spalato, Lesina, Ragusa e soprattutto a Cattaro, che è la più grossa e al contempo la più lontana di tutte, guardando da Trieste (e siamo un po ' triestinocentrici).

Però, dobbiamo tener conto del fatto che il rapporto tra l'Italia e la Dalmazia si è articolato maggiormente tra questa regione e la Puglia, piuttosto che non con Trieste. E ho trovato che esistevano antichissimi scambi e relazioni tra Ancona e Zara, tra Spalato e Pescara, tra Bar (Antivari, che significa di fronte a Bari) e Bari. Sono stati vivacissimi nei vari secoli e continuano ancor oggi. Anche se gli italiani che vanno a visitare la Dalmazia ignorano quasi sempre la sua storia, noi cerchiamo con ostinazione di far sapere comunque qualcosa, anche se ahimé con scarso successo. Ma noi perseveriamo: i dalmati sono testardi.


E per quanto concerne la collaborazione con gli studiosi e le autorità locali?


Ho sempre incontrato completa apertura. Basti pensare che quando, cinque anni fa, portammo la precedente mostra in Dalmazia, a Spalato mi concessero a completa disposizione il museo dei monumenti nazionali croati. È stato un gesto di simpatia e di generosità. Non l'ho dimenticato, anche perché noi dalmati siamo sì teste di leopardo, ma abbiamo una memoria da elefanti. Ricordiamo questi atti, come non scordiamo che, alla dieta di Vienna il rappresentante croato, Ante Trumbic si levò per denunciare le vessazioni del governo asburgico contro gli italiani. Ecco, questo è lo spirito che va un po' recuperato.


Spesso nei suoi interventi parla di ricongiungimento, di ricostruzione dell'unità adriatica. Come vede il futuro?


Quando anche la Croazia entrerà nell'Europa, e appena superata la crisi che si sta abbattendo su di noi in questo periodo, tutto diventerà più semplice. In questa mostra noi rivendichiamo alcune cose che possono anche non piacere, ma non ho problemi a confrontarmi con gli studiosi croati, che sono seri e preparati. Quando si discute ad alto livello non ci sono difficoltà nel ricercare le radici culturali comuni, ci ritroviamo bene. Anche lei avrà visto che sul giornale 'IlDalmata'ho riportato integralmente le dichiarazioni del presidente della Repubblica Croata, Ivo Josipovic, il quale ha detto di sentirsi un 'dalmata' e che nel dialetto che parlava a casa c'erano molte parole italiane, che lui non ha mai considerato come 'straniere'.

È il basso livello che temo, quando andiamo a parlare con il pretonzolo dell'isoletta, che sente l'aggressione della cultura italiana; allora non ci capiamo. Gli uomini di cultura croati hanno compreso che la Croazia deve trovare l'accordo con le potenze europee che l'aiuteranno a mantenere la sua identità. Altrimenti, con i suoi 4,5 milioni di abitanti che, anche assommati a quelli della diaspora, sono comunque pochi nel grande calderone europeo, nel giro di cinquant'anni saranno considerati come da noi i friulani o i sardi, la cui lingua è sì tutelata, ma che ha il ruolo e la posizione che ha.

UN PERCORSO CHE METTE TANTI PUNTINI SULLE " I "

Potremmo dire che il percorso della mostra, concepito in ordine cronologico, si sviluppa in tre direzioni. Innanzitutto, è teso a focalizzare l'attenzione del pubblico e soprattutto dei ricercatori su alcuni argomenti finora trascurati dagli studiosi, come ad esempio il fenomeno delle "bugne" in Dalmazia, costruzioni in pietra dell'Età del ferro che si trovano disseminate nei territori abitati dagli Illi-ri, dalla Dalmazia ai Balcani, in Istria, Veneto, delle Alpi nord-orientali, nelle Marche, in Abruzzo e in tutta la Puglia. In secondo luogo, si vogliono porre degli interrogativi, e in particolare uno: qual è stato il ruolo svolto dai linguaggi antichi quali il dalmatico, l'histro, il veneto, il salentino e il messapico nella formazione della lingua italiana. In terzo luogo - e, si noti bene, non stiamo procedendo per ordine d'importanza - mette i cosiddetti puntini sulle "i" in relazione a fatti, date e concetti che, per semplice ignoranza o volute mistificazioni, non rendono il dovuto merito alla Dalmazia, alla sua storia, alle sue tradizioni, alla sua importanza. Ed è proprio quest'ultima dimensione che appare come la più interessante e innovativa, destinata a sollecitare discussioni e forse anche controversie.

VALORIZZARE LA TRADIZIONE ILLIRICA Si parte dalla... notte dei tempi, dalla protostoria, seguendo le orme degli Illiri. E subito una precisazione: non sono una popolazione slava, per cui si "arrampicano sugli specchi" tutti coloro che considerano ancora la lingua illirica come la madre delle lingue slave. Purtroppo, modeste e sporadiche sono state le ricerche sulla lingua illirica in Italia, anche se le popolazioni della costa orientale della Penisola non erano, certo, meno numerose e progredite di quelle rimaste in Dalmazia e nell'originario Illyricum Sacrum. Dagli Illiri ai Romani: la Dalmazia romana comprendeva la costa orientale dell'Istria liburnica - fino a Fianona, altro dato destinato a sollevare un po' di polvere - si estendeva all'interno fino ai territori dei fiumi Drina e Sava, comprendeva anche i territori del lago Scodra (Scutari), ora diviso tra Dalmazia montenegrina ed Albania.
Un "salto a Salona, quindi nell'imponente palazzo di Diocleziano - che può contenere nel suo perimetro una volta e mezza il Colosseo e non fu mai espugnato e neppure assediato dai barbari -, quindi un altro punto su cui soffermarsi per riflettere sulla diversità della Civiltà mediterranea dell'Olio e del Vino e della Civiltà danubiana del Sego e della Birra, testimoniata dal fatto che i generali di sangue illirico poterono diventare imperatori romani. Non è il caso del solo grande Diocleziano, perché taluni studiosi annoverano fino a 33 imperatori romani dalmati, in parte riprodotti nelle effigi sulle monete delle tavole che seguono. Mai un fatto del genere sarebbe potuto accadere nelle tribù germaniche e mongole, fortemente legate al predominio del sangue. Non si dimenticano le mogli degli imperatori, donne "toste" - caratteristica che si manterrà nei secoli, come emerge tra l'altro da una fotografia dell'Ottocento che ritrae un gruppo di bersagliere (formazioni paramilitari) -, che in Dalmazia svolsero, talvolta, un ruolo di primo piano.

L'EVO ANTICO FINISCE IN DALMAZIA Altra puntualizzazione: non fu la deposizione dell'imberbe Romolo Augustolo nel 476 d. C. - come insegnano tutti i manuali di storia - a porre fine all'Evo antico e dare inizio al Medioevo, perché l'Impero romano d'Occidente continuò a esistere ancora per altri quattro anni. Infatti, se Ravenna era ormai caduta nelle mani dei barbari di Odocare, in Dalmazia c'era un uomo, un imperatore che ancora resisteva ai loro assalti: Giulio Nepote, Re di Dalmazia e ultimo Imperatore romano d'Occidente. Verrà assassinato nel Mausoleo di Diocleziano a Spalato nel 480 d. C. (episodio rivisitato dal pittore Secondo Raggi Karuz in un suggestivo dipinto).
L'itinerario prosegue, in odor di polemica, sotto l'effigie del Leone di San Marco: la Repubblica di Venezia, si afferma, portò anche in Dalmazia libertà per tutti e parità di diritti, favorendo la rinascita dell'antica Nazione Dalmata illirico-romano-latina, nella versione medievale, che riunì per secoli Veneti, Croati, Serbi, Morlacchi e Montenegrini nella comune tollerante Civiltà dell'Olio e del Vino. La Serenissima tutelò la Dalmazia, portò la libertà a popoli e persone, sviluppò arti, lettere, scienze ed economia. Ma, principalmente, non "occupò", bensì fu chiamata dalle città latine che chiedevano protezione dai pirati e dagli ungheresi.

I PRIMATI DALMATI NEL MONDO A dare il giusto peso e rilievo al contributo della civiltà dalmata, l'elenco di una serie di "primati di dalmati nel mondo", figure poco valorizzate in Italia o persino misconosciute. E poco si sa, nello Stivale, della Repubblica di Ragusa - una delle più importanti Repubbliche marinare con una flotta mercantile e militare di prim'ordine -, oppure della grande prova del Conte Giuseppe Viscovich di Perasto (Bocche di Cattaro), comandante in capo della flotta veneta, che nel 1797 non accettò la resa della Serenissima a Napoleone, affondò "Le liberateur d'Italie" e portò tutte le sue navi nelle Bocche di Cattaro. Scarse sono pure le nozioni sui Morlacchi, popolo dalmata daco-romano che ha mantenuto i costumi dell'antica Romània, ma parlando la lingua croata, al contrario dei Daco-romani d'Istria che hanno mantenuto la lingua d'origine romana, ma abbandonato costumi e vesti originari.

UNA CINQUANTINA DI GARIBALDINI Viene ricordata anche la costituzione nel 1806 del primo moderno Regno d'Italia di Napoleone Bonaparte, con capitale Milano, che includeva nel suo territorio l'intera Dalmazia, nonché l'apporto bellico del Real Reggimento dalmata, che combatté fedelmente sotto le insegne tricolori fino alla fine, avvenuta nel 1814. Non viene risparmiata una frecciatala ai 150 anni dell'Unità d'Italia: nel 1861 mancavano infatti allo Stato unitario Roma ed una parte del Lazio, Modena, il Veneto, la Venezia tridentina, il Friuli Venezia Giulia, l'Istria e quella parte della Dalmazia italiana. La mostra è dedicata correttamente alla costituzione del Regno d'Italia e non a un'unità che non esisteva. Si riportano i più importanti garibaldini dalmati, che per il loro impegno furono esiliati dagli Austriaci: una cinquantina in tutto, non poco, se si ha presente che i garibaldini, come vuole il mito, erano "mille".

NON UNO MA TRE ESODI Un altro elemento poco conosciuto, che la mostra si premura di diffondere, è costituito dai tre esodi che decimarono la presenza degli Italiani in Dalmazia. Il primo fu voluto dall'Impero asburgico, che esiliò fino dal 1848 i patrioti veneti di Dalmazia accorsi con un'intera Legione e con il sebenicense Niccolò Tommaseo, ministro della Pubblica Istruzione, a sorreggere la sfortunata insurrezione veneziana di Daniele Manin e tutte le successive tappe che portarono alla snazionalizzazione della Dalmazia. Nel 1861 gli 84 podestà e sindaci erano tutti appartenenti alla componente veneta dalla Nazione dalmata, eliminati quasi tutti entro il 1918, anno in cui cessava di esistere il Regno di Dalmazia insieme all'Impero austro-ungarico. Il secondo esodo è rappresentato dall'azione corrosiva del Regno di Jugoslavia, attuata tra il 1920 e il 1940.
Molti, quasi 150mila, furono gli italiani che, non appena apprendono la notizia che solo Zara, Lagosta, Cherso e Lussino faranno parte del Regno d'Italia, lasciarono città, isole e terre assegnate dagli accordi di Londra all'Italia.
Il terzo esodo si ebbe con l'occupazione della Dalmazia da parte dei partigiani di Tito, iniziata dopo l'8 settembre 1943 e conclusa il 30 ottobre 1944 con l'entrata in Zara. Con la minaccia delle foibe, degli annegamenti, i processi sommari della giustizia popolare comunista, l'esproprio dei beni e la nazionalizzazione di ogni tipo di attività economica, per gli italiani di Dalmazia, di Fiume e d'Istria la via dell'esilio diventò ineluttabile.

MANTENUTI FRATERNI CONTATTI "Restarono solo coloro che erano indispensabili all'economia jugoslava: lavoratori, operatori, artigiani, professionisti e tecnici che si vedono respinta la richiesta di opzione per l'Italia, nonché le persone con coniuge slavo, gli zaratini di Borgo Erizzo considerati albanesi e le famiglie italiane isolate che si ritiene di poter slavizzare... L'attuale presenza di Comunità italiane dalmate in Croazia e Montenegro, nate dopo la fine della Jugoslavia, dimostra che il piano, ideato da Vasa Cubrilovic per conto di Regno di Jugoslavia e continuato dal regime comunista di Tito, non ha interamente raggiunto gli obbiettivi. Con i fratelli residenti in Dalmazia gli esuli dalmati hanno sempre mantenuto fraterni contatti, anche in tempi pericolosi, ed espresso loro una costante totale solidarietà", si conclude.
Tra gli oggetti esposti, l'allestimento offre alcune autentiche "chicche": tra queste l'"Italia di maglia" di Ottavio Missoni, l'autoritratto del pittore spalatico Giuseppe Lallich, lo stemma autentico di Zara e la medaglia assegnata nel 2001 - e mai consegnata per le polemiche sollevate nell'opinione pubblica croata da questo gesto - alla "Dresda dell'Adriatico", un excursus nella tradizione marinara e nell'operosità dei Lussignani, e ancora tante curiosità e tasselli, alcuni inediti, di una lunga, complessa e composita vicenda.

804 - Il Piccolo 14/12/11 Alida Valli, il mito nato sull'elenco telefonico

Alida Valli, il mito nato sull’elenco del telefono

Nicola Falcinella firma una biografia dell’attrice morta nel 2006

PERSONAGGI

La nobildonna che recitava Suo padre, nato a Trento, proveniva da una famiglia di baroni tedeschi che faceva parte del Sacro Romano Impero

Dal libro "Alida Valli. Gli occhi, il grido" di Nicola Falcinella pubblichiamo l’inizio del capitolo "Le avventure della bella Sulamita" per gentile concessione della casa editrice Le Mani.

di NICOLA FALCINELLA

Nel dicembre 1937 esce nei cinema italiani "Il feroce Saladino" di Mario Bonnard. Un "film-rivista" che sfrutta uno dei fenomeni più popolari di quegli anni, il ricco concorso a premi della Perugina nel quale la figurina che raffigura il personaggio in questione è rarissima. Coprotagonista della pellicola è una giovane attrice appena sedicenne. Il suo nome è Alida Altenburger, modificato in Alida Valli dopo aver cercato, così vuole la vulgata, sulla guida telefonica. «Altenburger non funziona, forse Vivaldi… no, meglio Valli» pare abbia detto Bonnard. Quel nome avrebbe portato fortuna, tanto che dieci anni dopo nei film hollywoodiani sarebbe stata conosciuta semplicemente come "Valli". L’affascinante ragazza porta con sé una storia simile a quella del suo personaggio, la giovane Florinda aspirante attrice che, su un treno per Roma con la speranza di essere scritturata, incontra l’illusionista Pompeo Darly e ne diventa la partner sulle scene, nei panni leggeri della bella Sulamita. Anche quella "fanciulla" dall’«incantevole figura e la fresca grazia», come scrive subito Giacomo Debenedetti, aveva preso un treno da Como poco più di un anno prima inseguendo il sogno di recitare. Era la primavera del 1936 e l’impaziente, bellissima quindicenne dall’aspetto insolito nell’Italia di allora - occhi e capelli chiari, slanciata, un aspetto più maturo della sua età - si era iscritta al neonato Centro sperimentale di cinematografia, inaugurato solo l’anno prima. Presto avrebbe fatto il suo debutto, ne "I due sergenti" dell’esperto Enrico Guazzoni (suo il primo "Quo vadis?" muto), dove per la prima (e unica volta) nei titoli di testa sarebbe passato il nome di Alida Altenburger. A questo punto bisogna andare all’indietro per capire da dove veniva quella ragazza affascinante e grintosa (e talentuosa) con un cognome teutonico che andava italianizzato in quella metà anni ’30 autarchica, di illusioni, di fragili imperi coloniali e distrazioni di massa. Tra le quali la principale è il cinema con le popolari commedie dei "telefoni bianchi", spesso ambientate in appartamenti dove sono in bella mostra grandi apparecchi telefonici simbolo di un raggiunto benessere. Alida Maria Laura Altenburger von Markenstein Freuenberg (baronessa del Sacro romano impero della nazione germanica) nasce a Pola, nell’Istria italiana solo da due anni, il 31 maggio 1921. Una cittadina di mare in un crogiuolo di culture, dove suo padre Gino è stato mandato a insegnare filosofia al liceo Giosuè Carducci. Là il barone nato a Trento nel 1878, laureato all’università di Vienna, conosce una donna molto più giovane di lui (è del 1896), Silvia Obrekar. «Una bella ragazza, nata in quella città da padre jugoslavo e madre polese» dirà la figlia. Un anno e mezzo dopo il matrimonio arriva, contro le aspettative di un maschio, una bambina che avrebbe dovuto chiamarsi Ester. Invece... «Fortunatamente mio padre, molto saggio, scoprì o forse inventò il nome per me: Alida. Questo è il mio nome e a me piace». «Credo di aver rappresentato per il mio prossimo, fin da allora, una delusione» confessò anni dopo l’attrice già affermata, definendosi «matta come vuole il mio segno», Gemelli con ascendente Pesci. L’abitazione di famiglia è abbastanza centrale, dietro a Porta Aurea (o Arco dei Sergi), non distante dall’Arena romana simbolo della città e tuttora sede di un festival dal passato glorioso. Era la rassegna annuale del cinema jugoslavo, tanto cara a Tito negli anni ’60 e ’70 quando il presidente comunista amava circondarsi di star del cinema (da Liz Taylor a Richard Burton a Orson Welles), oggi lo è per la Croazia. E’ il padre la figura di riferimento di questi anni. La figlia lo ricorda allora come «un giovane altissimo, bruno, con gli occhi azzurri chiari, di quelli tanto azzurri e tanto chiari che sembra di poter vedere dall’altra parte il cielo». Critico teatrale per il "Corriere istriano"m, organizzatore di spettacoli (anche a sue spese, tanto da rimetterci i soldi di un’eredità).
LA BIOGRAFIA

La baronessa di Pola che se ne andò da Hollywood

L’infanzia in Istria, i film dei "telefoni bianchi" e poi la grande occasione con Hitchcock

di Alessandro Mezzena Lona Nell’Italia fascista dei "telefoni bianchi" era una fidanzata da schermo. Quando arrivò a Hollywood per il "Caso Paradine", diretto da quell’Alfred Hitchcock che poi dirà «io non la volevo», Alida Valli venne ribattezzata "la nuova Garbo". Tornata in Europa provarono a cucirle addosso un altro abito: quello della diva intellettuale. Perché aveva recitato in "Senso" di Luchino Visconti e nel "Grido" di Michelangelo Antonioni. Lei, Alida Valli, non ha mai commentato. Avara di interviste, abituata a difendere con le unghie e con i denti il proprio territorio privato, al di là delle luci della ribalta, l’attrice rappresenta ancora oggi un caso anomalo nel cinema italiano. E non solo. Come sottolinea Nicola Falcinella nel suo nuovo libro "Alida Valli. Gli occhi, il grido" (pagg. 166, euro 15), che la casa editrice Le Mani distribuisce da oggi. Nata a Pola, figlia di un barone tedesco del Sacro Romano Impero (Gino Altenburger von Markenstein Freuenberg, nativo di Ttento, laureato a Vienna, sposato con una ragazza di polesana, Silvia Obrekar, molto più giovane di lui, con sangue slavo e istriano nelle vene), battezzata Alida Maria Laura, vissuta nell’Istria italiana fino a nove anni, a quattordici era già sotto i riflettori di un set cinematografico. Il film si intitolava "Il cappello a tre punte", il regista era Mario Camerini, che più tardi avrebbe firmato pellicole di successo come "Gli uomini che mascalzoni..." e "Il conte Max". Era solo l’inizio. Intruppata tra le dive del cinema fascista dei "telefoni bianchi", quando l’Italia sognava di avere mille lire al mese, Alida Valli sul set del "Feroce Saladino" riuscì a stregare perfino un Alberto Sordi ancora imberbe. Che con il suo vocione le urlava durante le prove: «Alida, ti amo!». Il successo la spinse ancora più in alto quando sugli schermi approdarono film come "Ore 9: lezione di chimica" e "Stasera niente di nuovo" con la popolarissima canzone "Ma l’amore no". Sposato nel 1944 Oscar de Mejo, pianista jazz e poi anche pittore, Alisa Valli si è lanciata nell’avventura hollywoodiana forse senza un grande entusiasmo. E la decisione di ritornare a casa, in Italia, dopo aver girato cinque film, oggi non stupisce per niente. Perché la diva che ha recitato con Orson Welles, che ha segnato in sole quattro scene il "Novecento" di Bernardo Bertolucci, quando morirà la madre nell’ottobre del 1973, dirà: «Il rammarico grande è quello di non averle dedicato più tempo». Del resto, lei ha sempre voluto separare il pubblico dal privato. Anche quando, negli anni ’50, è stata coinvolta nello scandalo della morte di Wilma Montesi. Perché in quel periodo era la compagna di Piero Piccioni, il musicista figlio di uno dei papaveri della Dc. Prima accusato di omicidio e poi assolto. Alida Valli è morta il 22 aprile del 2006. Sulla porta di casa in via dei Banchi Nuovi a Roma, dietro piazza Navona, c’era scritto solo: Altenburger.

Le vite del marito Oscar de Mejo jazzista e pittore

Pubblichiamo la premessa di Roberto Curci al suo libro " Ho sposato Alida Valli. Da Trieste all’America: le molte vite di Oscar de Mejo" (Comunicarte). di ROBERTO CURCI Che cosa può aver significato di più, nella vita del protaognista di questo libro? L’essere stato, negli anni Trenta del ’900, un musicista di gran talento, pianista e compositore, tra i precursori del jazz made in Italy? L’essere diventato, molti anni dopo, in America, un pittore di chiara fama e di alte quotazioni? O non piuttosto l’avere sposato, nel 1944, la «fidanzata d’Italia», l’attrice cinematografica che più di ogni altra fece sognare il pubblico negli anni terminali del fascismo: Alida Valli? Inutile negarlo. È stata soprattutto la qualifica quasi subalterna di "primo marito di Alida Valli" (nonché padre dei suoi due figli) a imprigionare Oscar de Mejo (1911-1992) in un preciso e riduttivo ruolo. Eppure, da Trieste a New York (via Hollywood), de Mejo ha vissuto molte vite, e altre ancora – precedenti – ha immaginato di aver vissuto. Per questo, crediamo, si merita ampiamente questa ricostruzione biografica: una docu- fiction, per così dire, che inserisce e miscela in una libera cornice narrativa date e dati incontestabili di un’esistenza decisamente complessa. Il personaggio che ne esce è multiforme e sorprendente, tanto più quanto sostanzialmente sconosciuto ai più se non nel ruolo gregario di "principe consorte", e di certo non propheta in patria, nel suo Paese di origine e tanto più – paradossalmente – nella sua stessa città natale. A maggior ragione, dunque, questo omaggio – a cent’anni dalla nascita e a vent’anni dalla morte – gli appare pienamente dovuto. Tanto più se si consideri che il tragitto esistenziale di Oscar de Mejo interseca, fin dall'infanzia, quello di una grande artista quale Leonor Fini, sua cugina per parte di madre, con la quale seguiterà a mantenere affettuosi rapporti epistolari anche quando, fra di loro, vi sarà di mezzo l’Atlantico. Continuerà ad accomunarli una propensione alla visionarietà e al fantastico, che – affondando le rispettive radici proprio in un acceso immaginario infantile – troverà declinazioni diverse ma diversamente inconfondibili. E certamente inconfondibile è l'arte di Oscar de Mejo: sbrigativamente etichettata come naïve, è al contrario frutto di una complessa elaborazione intellettuale, che si riallaccia all’"arte alta" del Trecento e generalmente alla sfera espressiva dei Primitivi di ogni tempo. La sua ricca vicenda umana e artistica, e la proposta di una silloge della sua pittura (fin qui praticamente inedita in Italia, dove solo raramente ha esposto), rendono dunque quanto mai interessante e gustoso questo primo "approccio" editoriale.
Sul binario dei ricordi da Trieste all’America

Il libro di Curci ricostruisce con lo stile di una docu-fiction la vicenda umana e artistica di de Mejo

A cento anni dalla nascita e a vent’anni dalla morte il libro di Roberto Curci "Ho sposato Alida Valli. Da Trieste a New York: le molte vite di Oscar de Mejo" (Comunicarte, pagg. 176, euro 18.50) ricostruisce con lo stile di una docu-fiction la ricca videnda umana e artistica di Oscar de Mejo, artista poliedrico, musicista , pianista, compositore, pittore, rimasto quasi sconosciuto a Trieste e liquidato piuttosto come "primo marito di Alida Valli". La biografia di Oscar de Mejo sceneggiata da Curci è suddivisa in tre parti che scorrono su binari paralleli, tra il 1915 e il 1992, in un alternarsi di ricordi d’infanzia (con la cuginetta Leonor Fini: «Da grande farò la pittrice!») e delle ultime settimane di vita, al 20° piano del palazzo della 57ª Strada a Manhattan, New York, dove abitava con la seconda moglie, la danzatrice Dorothy Graham, ripercorrendo i suoi primi passi nel mondo della musica e dello spettacolo tra gli anni ’20 e ’30, a Roma e a Milano, e la breve avventura come autore di colonne sonore per il cinema, un capitolo secondo, di cui è protagonista Alida Valli, la diva che negli anni ’40 faceva sognare gli italiani e la cui storia è ricostruita da Curci allo stesso modo, tra il 1942 e il 2006, l’anno della morte dell’attrice a Roma. L’ultima parte è dedicata all’altra grande passione di de Mejo - che vantava anche due lauree, in Legge a Siena e in Scienze politiche a Padova, - oltre la musica, cioè la pittura. Un capitolo, questo, praticamente inedito in Italia, della figura poliedrica di de Mejo, della cui opera di pittore Curci propone una silloge riportando anche gli scritti di Ermanno Mori, Cesare Zavattini e Alberico Sala dai cataloghi delle sue rare mostre in Italia, a Milano nel ’68 e nel ’71. E chissà che grazie alla ricerca fatta da Curci nel 2012 non si riesca a farne una mostra a Trieste. Renzo Sanson

Libro, opere e un brano jazz oggi al Revoltella

Sarà presentato oggi, alle 18, all’Auditorium del Museo Revoltella in via Diaz 27 a Trieste sarà presentato il volume di Roberto Curci "Ho sposato Alida Valli. Da Trieste all’America: le molte vite di Oscar de Mejo", pubblicato da Comunicarte edizioni. che esce a cavallo tra il centenario della nascita - a Trieste nel 1911 - e nel ventennale della morte - avvenuta a New York nel 1992 del poliedrico personaggio che è stato Oscar de Mejo. Jazzista, pittore, cugino della grande artista Leonor Fini, primo marito di Alida Valli, personaggio affascinante e quasi sconosciuto nella sua città natale. Maria Masau Dan , direttrice del Museo Revoltella, e Lorenzo Michelli, storico dell’arte e responsabile di Comunicarte Edizioni, converseranno assieme all’autore, lo scrittore e giornalista Roberto Curci, sulla sua ultima originale "fatica" letteraria. Durante la serata si potrà vedere anche una piccola selezione di immagini della produzione artistica di Oscar de Mejo (di cui nel volume è riprodotta una piccola "galleria" di opere) e ascoltare uno dei pochi brani "superstiti" del de Mejo jazzista.

805 - Corriere della Sera 12/12/11 Risponde Sergio Romano - Le nostalgie di Trieste troppi ricordi, poco futuro

Le nostalgie di Trieste troppi ricordi, poco futuro

Già dalle elementari veniamo sollecitati all'amor di patria. È educativo che dall'infanzia venga coltivato questo sentimento, ma non sempre quello che viene raccontato corrisponde alla verità. Un caso particolare è quello dell'italianità di Trieste: è infatti molto popolare la canzone «Le campane di San Giusto» del 1918 che parla delle triestine che anelavano alla liberazione, da parte dell'Italia, del loro cuore. Dopo la II guerra mondiale Trieste faceva parte della zona A e rischiò di passare alla Jugoslavia che invece si dovette accontentare della zona B rinunciando a Trieste e ai suoi dintorni. Prima che la questione fosse definita ebbe molto successo la canzone «Vola colomba» che Nilla Pizzi fece trionfare al festival di Sanremo del 1952 nella quale era struggente la nostalgia per la patria italiana. Lasciò perplessi gli ascoltatori il discorso che tenne Claudio Magris presentando il suo libro «Danubio» in cui mise in evidenza i legami di Trieste con la mitteleuropa e quindi con l'Austria che a scuola ci era stata presentata come una nostra nemica storica. Parlando con triestini emerge un senso di frustrazione e anche recenti articoli sui giornali parlano di nostalgia sì, ma dei tempi dell'impero austriaco. Forse l'Italia e gli italiani hanno delle colpe se la bella città cosmopolita si scioglie dai legami con la sua patria?

Antonio Fadda

Risponde Sergio Romano

Caro Fadda,

Le nostalgie asburgiche di Trieste fanno parte della sua originalità e del suo fascino. Ma ho l'impressione che siano spesso l'alibi con cui la città ha perdonato a se stessa il suo lento declino. L'amministrazione austro-ungarica era proba, efficace e affidabile, ma anche occhiuta e retriva. E' bene ricordare che i triestini divennero patrioti e «irredentisti» quando si accorsero che Vienna, dopo la perdita del Veneto, stava coltivando la componente slava dell'Impero a danno di quella italiana.

Per Trieste, nei decenni che precedettero la Grande guerra, questo significò una più forte presenza slovena e croata, soprattutto nella pubblica amministrazione. Se questo non fosse accaduto, i sentimenti filo-italiani della città sarebbero rimasti patrimonio di piccoli gruppi, composti prevalentemente da intellettuali.

L'annessione all'Italia nel 1918 fu salutata con gioia e soddisfazione, ma ebbe per effetto, negli anni seguenti, il forte ridimensionamento delle attività portuali e mercantili. Fu colpa della disattenzione del governo italiano per le ambizioni di una città che era stata lungamente il maggiore emporio mercantile e marittimo dell'Impero asburgico? A me sembra che la principale causa del declino fu la scomparsa del grande Stato multinazionale che, alle spalle di Trieste, era stato il suo mercato naturale. Quando alcuni ambienti economici della città chiesero a Giuseppe Volpi di essere aiutati a realizzare un progetto simile a quello che il finanziere veneziano aveva realizzato tra Mestre e Marghera, questi rispose che spettava ai triestini dare prova di fantasia e intraprendenza. Volpi difendeva i propri interessi e non avrebbe visto con piacere la realizzazione di un progetto concorrente; ma non aveva torto.

Alla nostalgia si aggiunse negli anni Settanta l'amarezza per gli accordi di Osimo con cui il governo italiano rinunciò definitivamente ai territori rimasti in mani jugoslave dopo la fine della Seconda guerra mondiale.

Comprendo i sentimenti della città, ma quei territori non erano mai stati interamente italiani e l'Italia, in quel momento, aveva un forte interesse ad archiviare una questione politica che non era possibile risolvere in altro modo. L'accordo di Osimo, d'altro canto, prevedeva la creazione di una zona franca, al confine fra i due Paesi, che avrebbe potuto giovare al ruolo economico della città soprattutto nell'Europa centrale e nei Balcani. Ma i triestini temevano un insediamento massiccio di manodopera slava e la zona franca rimase lettera morta. Per concludere, caro Fadda, troppa nostalgia può nuocere al futuro di una città o di un popolo. Il passato può diventare una palla al piede di cui è meglio sbarazzarsi.

806 - Rinascita 15/12/11 Lettera a Sergio Romano - Istria: la grave violazione del Trattato di Osimo

Istria: la grave violazione del Trattato di Osimo

Egregio dott. Sergio ROMANO

Mi hanno molto stupito due sue affermazioni riguardanti il Trattato di Osimo del 1975 comparse sul Corriere del 12 c.m.

La prima: "quei territori non erano mai stati interamente italiani".

La seconda: "l’Italia aveva in quel momento un forte interesse ad archiviare una questione politica che non era possibile liquidare in altro modo".

Quanto al primo punto mi pare sufficiente ricordare che fin dall’epoca di Roma – gli slavi sarebbero comparsi solo sei secoli più tardi – la costa adriatica dell’Istria era abitata in modo compatto da genti di razza e di cultura latino-veneta, un popolo che in seguito ha vissuto e si è sviluppato operando attivamente sul mare, in quello che dall’Europa era conosciuto come Golfo di Venezia.

All’ombra del Leone di S. Marco, gli istriani hanno conservato lingua, costumi, arte e tradizione italiani. E l’Istria non fu "possedimento coloniale della Serenissima". Era parte del suo nucleo fondante. Non è un caso che Capodistria abbia dato a Venezia sei Dogi. Ancora oggi la sua piazza resta una delle più belle d’Italia. E come dimenticare Pirano, col suo mandracchio, la piazza col monumento a Tartini e le sue mura a picco sul mare?

Quanto al secondo punto è indiscutibile che nel 1975 l’Italia nulla dovesse alla Jugoslavia. Col Trattato di pace di Parigi del febbraio 1947 le era già stato ceduto quanto stabilito dai vincitori e cioè le provincie di Pola e Fiume, con Cherso e Lussino, Zara con la Dalmazia e la quasi totalità della provincia di Gorizia.

Era semmai la Jugoslavia ad essere in mora. Continuava infatti ad occupare illegalmente la zona B del TLT (Territorio libero di Trieste). E sull’intera estensione del TLT, considerato che il nuovo Stato non era riuscito a prendere vita, restava intatta, secondo il diritto internazionale e le sentenze della nostra Corte di Cassazione, la sovranità italiana.

La zona A, con Trieste, fu restituita all’Italia dagli inglesi nel 1954, rimanendo la zona B in mano jugoslava.

E vero che per recuperare la zona B – essenziale per non separare Trieste da un pur minimo retroterra e non strangolare la navigazione nel suo golfo – non vi era nel 1975 una strategia praticabile, ma è anche vero che peggio di come stavano, le cose per l’Italia non potevano mettersi. E allora che interesse c’era a chiudere la questione rinunciando senza contropartita alcuna, territoriale o economica con riguardo alle proprietà abbandonate dagli esuli, ad ogni nostro diritto?

Perché non aspettare la morte di Tito, la caduta del comunismo, la probabile dissoluzione della Federazione jugoslava? E perché non si sono ridiscussi con Slovenia e Croazia, subentrate alla Jugoslavia, i confini della regione?

Perché non si è fatta pesare su queste piccole nazioni, due e quattro milioni di abitanti rispettivamente, la superiorità della nostra potenza?

Perché è stata appoggiata senza condizioni la loro domanda di adesione all’Europa? Perché non sollevare oggi la grave violazione del Trattato di Osimo messa in atto con l’assurdo confine che taglia orizzontalmente l’Istria?

Con i migliori saluti

Piero Sella

Milano - 15 dicembre 2011

www.uomolibero.com

807 - La Voce del Popolo 16/12/11 Capodistria - Recupero dell'arte veneta

Con il progetto transfrontaliero «Shared Culture»
Recupero dell’arte veneta

CAPODISTRIA – I vari enti coinvolti nel Progetto strategico "Shared culture«, cofinanziato nell’ambito del Programma di Cooperazione Transfrontaliera Italia - Slovenia 2007-2013, hanno fatto il punto sullo svolgimento delle attività. L’opera principale per quanto concerne l’area locale, riguarda la ristrutturazione di Palazzo Baseggio. Questi lavori hanno avuto uno stop forzato nel dicembre 2010, con il ritrovamento di diversi affreschi, per i quali è stato deciso di riformulare il progetto di lavoro e conseguentemente ottenere una nuova concessione edilizia. E’ quanto rilevato ieri in conferenza stampa da Darko Darovec, direttore del Centro di ricerche scientifiche dell’Università del Litorale, partner principale del progetto, aggiungendo che le attività sono riprese nel mese di ottobre e adesso dovrebbero proseguire ininterrotte. Le opere di restauro e conservazione svolte hanno però apportato un aumento alle spese, che sono state in parte coperte dal Ministero per la cultura sloveno, con uno stanziamento di 230.000 euro, che comunque non le ha coperte interamente. In base a questi dati, l’edificio potrebbe essere pronto per l’autunno del 2012 per ospitare il Centro inter-universitario per il patrimonio storico -culturale veneto, fondato quest’anno. Nel Comitato scientifico vi sono tre rappresentanti sia del Centro di ricerche capodistriano sia dell’Università Ca’ Foscari, altro partner portante, nonché uno a testa per l’Ateneo di Udine, l’Ente per la tutela dei beni culturali di Slovenia e la Comunità Autogestita della Nazionalità Italiana di Capodistria. Come presidente di questo organismo è stato recentemente eletto Claudio Povolo, dell’Università veneziana, che ha illustrato i compiti del Centro. "La neo fondata istituzione", ha precisato, "si occuperà dello studio, della presentazione e della documentazione con il fine di conservare il patrimonio culturale sia materiale sia immateriale". È previsto il proseguimento delle attività comuni già intraprese, come pure l’implementazione di nuovi progetti e soprattutto l’organizzazione di diversi convegni scientifici, nell’ambito dei quali i risultati saranno comunicati al pubblico. Tra le idee vi è pure la digitalizzazione di materiali e documenti importanti, custoditi presso gli archivi di Venezia, che sarebbero una ricchezza aggiunta ed anche uno strumento per la crescente popolazione studentesca capodistriana. L’intero progetto "Shared culture", il cui valore complessivo è di tre milioni e mezzo di euro, è volto alla valorizzazione e alla promozione del patrimonio culturale condiviso dell’area transfrontaliera italo - slovena, che trae origine dalle comuni influenze storiche della Repubblica Veneta. Nel prossimo biennio di attività proseguiranno i lavori a Palazzo Baseggio e parallelamente pure le ricerche storiche, che attraverso l’edificio si riflettono sulla storia della città, con particolare attenzione nei riguardi di alcune famiglie nobiliari locali, i Tiepolo, i Gravisi e gli stessi Baseggio. Le attività degli Atenei, veneziano e friulano, sono rivolte a ricerche storiche e archivistiche, sempre su temi che completeranno le conoscenze e la storia che da Palazzo Baseggio si snoda tra Venezia, Capodistria e altre località istriane. (jb)

808 - La Voce del Popolo 10/12/11 Buie: quando in una Comunità si riesce a fare di necessità virtù

La sezione di taglio e cucito crea anche le uniformi per il coro e i costumi di Carnevale
Buie: quando in una Comunità si riesce a fare di necessità virtù

Inaugurata nel 1947, l’anno prossimo festeggerà i suoi primi 65 anni di attività. La Comunità degli Italiani di Buie, fino ai primi anni Novanta, ricopriva un territorio più vasto di adesso. Da un elenco del ‘91 erano quasi 5.000 le persone iscritte. I soci provenivano, oltre che da Buie, anche dalle località limitrofe quali Grisignana, Crassiza e Castelvenere, ma pure da Montona, Sterna, Stridone e Levade. Tant’è che ancora oggi che molte di queste località hanno una propria CI, qualcuno viene a chiedere a Buie i certificati necessari a fini amministrativi.

UN AMBIENTE SEMPRE VIVACE I lavori di ristrutturazione della sede del sodalizio buiese della nostra etnia iniziarono nel 2000. La prima fase del progetto, che prevedeva la costruzione di un’ala nuova dell’edificio sul retro della sede già esistente in piazza Tito, venne completata nel 2002. Dopo qualche rallentamento burocratico è decollata in seguito la seconda fase dei lavori, che riguardava lo stabile centrale. La sede è stata completata nel 2008. Con l’inaugurazione, dopo una lunga attesa, i connazionali di Buie hanno finalmente ottenuto una sede prestigiosa in pieno centro città. Ed è stato uno sprone per andare avanti e aumentare la mole di attività culturali e sociali svolte dal sodalizio.
La CI partecipa anche alle manifestazioni organizzate da altre istituzioni cittadine, ed è un soggetto importante per la vita culturale, politica e sociale della città. Tra i circa mille iscritti troviamo persone che provengono dal mondo dell’imprenditoria a quello dell’educazione. Una grande forza arriva dalla presenza attiva di molti pensionati, che hanno più tempo libero e contribuiscono a rendere sempre vivaci gli ambienti del sodalizio.

IL CORO E LA BANDA "Tra le attività artistico-culturali il fiore all’occhiello della CI di Buie è il coro misto. Esiste praticamente da quando esiste la Comunità. L’ultimo grande sforzo e onore per i cantanti che ne fanno parte, è stata la partecipazione al concerto all’Arena di Pola, in occasione dell’incontro tra i presidenti Napolitano e Josipović" – rileva la presidente del sodalizio, Lionella Pausin Acquavita. "Un’opportunità che ha dato ai coristi un impulso ad andare avanti e a migliorare ancora di più". Una corale, quella della CI di Buie, che vanta numerose uscite sia in Istria che in Italia e Slovenia. Dal 1997 il complesso canoro è diretto dal maestro Maurizio Lo Pinto.
Dal canto alla danza, una delle sezioni che ha dato numerose soddisfazioni al sodalizio, soprattutto nel recente passato, è quella dei gruppi di Balletto, che ha riscosso grandi successi con diverse partecipazioni a gare e competizioni di carattere regionale.
"Si arrivò a un certo punto ad avere addirittura quattro gruppi suddivisi per età, con addirittura una trentina di elementi, diretti da Boris Palaković. Ora, seppure non in così grande dimensione – ci spiega la presidente – il gruppo continua ad essere attivo. Alcune coreografie vengono strutturate per varie esigenze contingenti, come ad esempio durante il Carnevale".
La musica è anche strumentale con l’apporto culturale che dà la banda, nata alla fine degli anni Ottanta grazie all’impegno del Maestro Josip Vok, che coinvolse fino a quaranta ragazzi delle scuole buiesi. Dopo un periodo di crisi dovuto al mancato ricambio generazionale, con lo spirito giusto e la ricerca della persona giusta, l’attuale Maestro, Corrado Moratto, ha risollevato il complesso, portandolo quasi ai quaranta elementi iniziali. Si tratta di un gruppo composto prevalentemente da giovani ed è questo il particolare che caratterizza il complesso della Comunità rispetto ad altre realtà bandistiche della zona.
ARTISTI, ATTORI E CANTANTI Pure la recitazione costituisce una continuità di quella che anche nel passato era un’attività fertile a Buie, dove fino agli anni Sessanta operava un piccolo teatro di prosa. La Comunità possiede oggi due gruppi filodrammatici: quello dei giovani e quello degli adulti. Quest’ultimo è guidato da Dolores Barnabà, che porta avanti anche i minicantanti. Il piccolo gruppo canoro partecipa sempre al festival per la canzone dell’infanzia "Voci Nostre". Da segnalare che due anni fa aveva ottenuto il premio simpatia, l’anno scorso, a Crevatini, il terzo posto e quest’anno, il primo premio della massima manifestazione canora per l’infanzia della nostra Comunità Nazionale Italiana. E quando uno cresce e non può per forza di cose venir definito minicantante, può sempre sfogare il suo talento canoro nel gruppo vocale "Forever", che attualmente è composto da una decina di elementi che regalano al pubblico canzoni degli anni Sessanta.
Oltre alla musica, a Buie molti connazionali dimostrano grande interesse per l’arte. In Comunità trovano così spazio un gruppo di ceramica, uno di fotografia e uno di arti applicate. Pur non disponendo di vani espositivi, la CI ha un atrio che si presta anche all’esposizione di quadri e spesso qui vengono ospitate mostre artistiche di connazionali e non solo. Lo spazio viene anche messo a disposizione di altre associazioni del tessuto cittadino.

IL REPARTO SARTORIA "E visto che siamo una grande Comunità con tante attività, ma con poche risorse finanziarie, ad un certo punto si è fatta di necessità virtù, ed è nato un nuovo ed affiatato gruppo di amanti del taglio e del cucito" – ci spiega Luionella Pausin Acquavita. – "Mamme e nonne hanno allestito al secondo piano del sodalizio una vera e propria sartoria e si sono rimboccate le maniche. Hanno così imbastito, ad esempio, i costumi per i balletti. L’ultima fatica è stata la realizzazione delle uniformi per il coro, che le ha viste impegnate tutta l’estate. A guidarle è Giovanna Manzin. Hanno realizzato in questi ultimi anni anche i costumi del gruppo di Carnevale".
Un’altra attività, quella delle maschere, che sta rendendo grande onore al sodalizio. Decollata nel 1998, inizialmente con uno sparuto gruppo composto da poche famiglie, è andata man mano a crescere ed è ora composta da una cinquantina di persone. La comitiva partecipa alle sfilate, durante le quali si aggrega pure la banda d’ottoni, e desta attenzione e ammirazione nelle giornate delle feste carnascialesche, riscuotendo grandi successi. Questi vanno a ripagare il grande lavoro che il gruppo attua per preparare vestiti, carri e tutto il corollario necessario per la manifestazione. Un’impresa che diventa di anno in anno sempre più difficile. È indispensabile trovare tematiche semplici. Perciò il gruppo continua ad elevare la qualità di costumi, dei carri e di tutto ciò che accompagna una buona compagnia di Carnevale. "Abbiamo impersonato finora tribù africane, pirati, cinesi, antichi greci. Ci siamo ispirati a Venezia..." – ricorda Lionella Pausin Acquavita.

TORNA IN AUGE IL GIOCO DELLE CARTE Da un po’ di tempo è tornato in auge il gioco delle carte. "A colpi di briscola e tressette, i nostri attivisti trovano negli spazi della Comunità un luogo dove socializzare. Al Torneo dell’amicizia organizzato dalla Comunità di Abbazia e dall’Unione Italiana, hanno anche conseguito qualche vittoria. Partecipano, comunque, regolarmente a tutti i tornei" – ricorda la presidente. "E se parliamo di attività sportiva, non possiamo dimenticare le nostre squadre di calcio, pallavolo femminile e maschile, ping pong, tennis e bocce". Rende onore ai gruppi sportivi, la bacheca con la miriade di coppe conquistate ai vari tornei locali ma anche internazionali, situata al primo piano dell’edificio.
"Abbiamo una biblioteca, portata avanti per tanti anni da Vlada Acquavita e da maggio a lei dedicata. Rimane aperta il venerdì ed è attualmente seguita dalla giovane Elisa Piuca, che ha in cantiere tutta una serie di appuntamenti letterari" – ci dice Lionella Pausin-Acquavita. "Da sempre attivissima – agiunge – la CI è anche promotrice di avvenimenti di carattere culturale, volti a tutelare il patrimonio storico della nostra cittadina. Da citare, il gruppo di ricerca portato avanti da Lucia Ugussi. È in stampa la pubblicazione di un volume con i risultati del lavoro di questo ultimo periodo, durante il quale sono state studiate le epigrafi tombali del cimitero monumentale di San Martino".

STORIA, RICERCA E INIZIATIVE UMANITARIE "Nella tutela della salvaguardia delle tradizioni del luogo, poi, si festeggia la befana. Negli ambienti del nostro sodalizio – continua la presidente nella nostra piacevole chiacchierata – viene organizzata ogni anno una manifestazione di carattere competitivo il 6 gennaio, alla quale premiamo le befane con i costumi più suggestivi".
Un altro evento importante per la CI, è la svariata offerta gastronomica in Piazza libertà durante le giornate della Festa dell’uva, massima manifestazione cittadina. Con il ricavato di quelle giornate si dà un contributo a soci e cittadini bisognosi. E se le tradizioni sono un punto focale, sicuramente va citata la Tombola, particolarità della Festa dell’Uva, che attira a Buie, in questi ultimi anni, visitatori da diverse parti della regione, fornendo degli ambiti premi.
Visto l’attaccamento a questo gioco, quasi mensilmente in Comunità viene organizzata ogni domenica "La tombola in CI". Si riscoprono così i vecchi modi di chiamare i numeri. Il gioco combacia spesso con l’organizzazione di altri eventi sociali d’occasione, a seconda del periodo dell’anno, come la Fritolada, la Luganigada e altre manifestazioni simili. E visto che ci si sta avvicinando a San Silvestro, anche quest’anno in Comunità sarà organizzato il tradizionale veglione di Capodanno, appuntamento che si rinnova ogni anno da quando c’è la nuova sede.
Infine, non va dimenticata l’ottima collaborazione costante con le scuole e asili. La scuola è sempre disponibile a prestare i pulmini scolasici e le sale della CI sono sempre aperte a spettacoli o manifestazioni organizzate dalle istituzioni scolastiche.

Daniele Kovačić

809 - La Voce del Popolo 10/12/11 Buie - La «Sentinella dell’Istria» può finalmente riappropriarsi della sua «Piassa granda»

Reportage di Daniele Kovačić

Con la ristrutturazione di Piazza del Duomo,
Buie conta di farla rivivere come succedeva cinquant’anni fa
La «Sentinella dell’Istria» può finalmente riappropriarsi della sua «Piassa granda»

La "Sentinella dell’Istria", così viene definita Buie. Poggia su un colle a 222 metri sul livello del mare, centro geografico del Buiese, crocevia nei secoli di grandi attraversate, tant’è che vi passa proprio nel mezzo l’antica strada romana Via Flavia. Sfrecciano in cima al colle i due campanili, caratteristica unica nel suo genere in Istria, che sono diventati un po’ il simbolo della città.
SAN SERVOLO E «PIASSA GRANDA» Il protettore di Buie è San Servolo, il giovane cristiano dell’antica Tergeste, oggi Trieste, secondo la cui leggenda, all’età di dodici anni si ritirò in una grotta dove rimase un anno e nove mesi pregando e digiunando. Al rientro a casa incontrò un enorme serpente, che si dileguò non appena egli si fece il segno della croce. Nel 284, a soli quattordici anni fu martirizzato. Alcune reliquie vennero portate a Buie. Sono conservate nell’altare maggiore del Duomo a lui dedicato. Ogni anno il 24 maggio viene ricordato e festeggiato da tutta la cittadinanza. Gli enti locali organizzano manifestazioni culturali e nel maggio di quest’anno è stata inaugurata, dopo aver subito dei lavori di ristrutturazione della pavimentazione, la Piazza principale, dedicata appunto al martire. È stata una grande manifestazione che resterà impressa nella memoria di tutti i cittadini. "Piassa granda" o "Piassa del domo" la chiamano i buiesi. Nel corso dei lavori, durati più del previsto dal momento, è occorso il tempo per effettuare anche dei rilievi archeologici in quanto, durante i lavori di scavo, sono state rinvenuti degli importanti siti tombali. La riapertura è stata un "riappropriarsi di uno spazio comune", da tornare a frequentare come si faceva cinquant’anni fa.
LA FESTA DELL’UVA La festa popolare che vede riversarsi ogni anno per le strade della città un gran numero di persone è l’ormai secolare Festa dell’uva. A settembre, in pieno periodo di vendemmia, manifestazioni artistiche, culturali, musicali ed etnografiche riempiono un vasto cartellone di eventi, che si consuma in tre giornate. Abbiamo interpellato a proposito Lorella Limoncin Toth, direttrice dell’Università Popolare Aperta, che sta conducendo una ricerca in merito.
"Il più vecchio documento che ho trovato – ci rivela – risale al 1918, ma sicuramente c’è qualcosa anche prima. Negli anni Sessanta del secolo scorso, dopo la guerra, c’è stata una grande produzione di programmi, volantini, foto, che abbiamo recuperato dagli archivi dell’UPA, ma anche di altre istituzioni. Abbiamo scoperto, ad esempio, che una volta i fuochi d’artificio erano costituiti da semplici razzi che l’armata (l’esercito nda) procurava e lanciava in segno di festa. Sulle colline circostanti si appiccavano dei fuochi controllati, volti a creare del fumo per simboleggiare che era iniziata la festa. Svolgendosi in pieno periodo di vendemmia – ci racconta Lorella Limoncin Toth – abbiamo trovato anche della documentazione che attesta come negli anni ‘70 alcuni turisti andassero a raccogliere l’uva nelle vigne della cooperativa PIK". Per ora l’obiettivo è quello di raccogliere quanto più materiale, dal quale poter creare in seguito magari una pubblicazione, oppure allestire una mostra".
La direttrice dell’UPA ha poi ricordato che il 17 dicembre prossimo sarà una giornata importante per l’istituzione che dirige, perché festeggerà i suoi 60 anni di attività. Nel pomeriggio della data della ricorrenza si terrà una conferenza sulla grande attività teatrale che Buie aveva negli anni ‘50 e ‘60, quando venivano allestiti in città sia spettacoli in lingua italiana che in lingua croatao.
"Per due anni, dal 1954 al 1956 – rileva la direttrice dell’UPA – operava a Buie una compagnia teatrale professionale. E in occasione dei festeggiamenti presenteremo al pubblico delle vecchie foto d’archivio di allestimenti teatrali che siamo riusciti a recuperare. Nel corso della serata porteremo in scena pure uno spettacolo culturale nel nostro teatro. Infine – ci ha rivelato – sarà proiettato un cortometraggio sui primi 60 anni dell’istituzione".
UN PATRIMONIO DA SALVAGUARDARE Le attività dell’UPA riguardano il passato recente di Buie. Ma la sentinella dell’Istria" ha alle proprie spalle secoli e secoli di storia e testimonianze importantissime di questo suo ricco patrimonio.
"È nostro dovere guardare con occhio di particolare riguardo il centro storico – ci ha detto a proposito la connazionale e vicesindaco Marianna Jelicich Buić – perché è la parte della città più trascurata negli anni e perché vanta numerosi siti storici, archeologici e architettonici unici".
Una delle operazioni in atto è quella relativa alla ristrutturazione dell’unica torre rimasta in piedi di quelli che erano i margini del borgo medioevale: la Torre di San Martino.
Nel 2009 la la Città è stata intavolata come proprietaria del sito, mentre nel 2010 ha ottenuto per l’avvio degli interventi del suo rinnovo un finanziamento da parte della Regione Veneto che ammonta a 20mila euro. Questa somma è stata interamente spesa per la realizzazione della fase progettuale. Quest’anno è arrivata la conferma che la Regione Veneto stanzierà altri 20mila euro per il restauro vero e proprio.
"È stato raggiunto un altro importante traguardo – spiega il vicesindaco – verso la ristrutturazione della Torre di San Martino, ultima testimonianza dell’antico sistema difensivo della città. Sono stati eseguiti gli scavi archeologici, la fotogrammetria architettonica e il progetto di conservazione e ristrutturazione della torre. Nel 2012 – ha aggiunto – prenderanno il via i lavori edili che permetteranno di riqualificare questo piccolo ma importante gioiello architettonico della nostra città".
Come detto, si tratta dell’unica parte rimasta integra del sistema di fortificazione dell’antica Buie. Nel 1412 le mura medievali di Buie, passata alla Serenissima, vennero distrutte e nel 1459 furono ricostruite nuovamente, ampliando il perimetro della città. Il bastione ha una forma pentagonale, provvisto, nella parte alta, di beccatelli che facevano parte della "piombatoia" per facilitarne la difesa. La Città di Buie, grazie al contributo ottenuto precedentemente per la fase prima e perseguendo l’obiettivo di continuare con l’impegno del recuperare questo bene culturale di grande valore, ha già avviato la prima fase del progetto e ha reperito parte della documentazione e dei permessi necessari. In particolare è stato eseguito il rilevamento geodetico, il rilievo architettonico e archeologico, nonché i propedeutici all’avvio dei lavori di recupero e restauro veri e propri.
"Il progetto per il quale si richiede il contributo, come da nostro obiettivo – spiega ancora la Jelicich Buić – prevede la trasformazione d’uso della struttura in un sito di elevato prestigio storico e culturale. L’idea è pertanto anche quella di una valorizzazione turistica della Torre per dare alla collettività una nuova struttura culturale ricca sia di valore storico che di nuovi contenuti. La sua conversione d’uso prevede infatti un Punto panoramico in alto e una mini sala con funzione di vetrina per la degustazione e la vendita dei prodotti enogastronomici tipici locali al so interno" – ha concluso.
LE ALTRE ISTITUZIONI Anche se la città ha perso il ruolo di motore dell’economia della zona che aveva nel passato, Buie continua ad essere il punto di riferimento per l’intero circondario, per Umago, Vertreneglio e Cittanova, ma soprattutto per l’Alto Buiese, soprattutto per quanto riguarda le istituzioni scolastiche, amministrative e associative. Considerato che Buie, con le sue tre scuole superiori, tra cui l’italiana "Leonardo Da Vinci" serve tutto il territorio che va dal fiume Dragogna al fiume Quieto e in alcuni casi anche oltre. In cittù vi è inoltre la sede del Tribunale comunale, una succursale dell’Ufficio di Stato ed una della Regione Istriana.
A Buie è stata costituita pure l’Associazione "Donne d’Europa", fondata nel simbolico giorno dell’8 marzo di quest’anno. Lo scopo è quello di promuovere la cultura della pace e della convivenza tra le donne italiane, croate e slovene. Dopo che le rispettive delegazioni femminili si erano tradizionalmente e simbolicamente incontrate al valico di confine di Castelvenere per uno scambio di omaggi floreali negli ultimi anni hanno deciso di fondare quest’associazione con l’intento di farla diventare simbolo del superamento di un confine che, si spera ancora per poco, le divide. L’attuale presidente dell’Associazione è proprio Marianna Jelicich Buić.
Importante è anche il Viceconsolato onorario di Buie. "È un fondamentale punto di riferimento per i connazionali che devono attuare le pratiche per l’acquisto della cittadinanza italiana, ma anche come servizio per i turisti italiani in vacanza, piuttosto che ufficio per delle consulenze" – ci ha spiegatoa la vice console Giuseppina Rajko.

810 – La Voce del Popolo 12/12/11 Speciale - «Gian Rinaldo Carli» quattrocento anni di storia

a cura di Roberto Palisca

Un istituto per il quale stanno dimostrando sempre più interesse pure ragazzi residenti a Trieste
«Gian Rinaldo Carli» quattrocento anni di storia
L'importante anniversario ricorre l'anno prossimo

CAPODISTRIA – Il ginnasio italiano "Gian Rinaldo Carli" di Capodistria, istituto con 400 anni di storia, durante i quali ha cambiato nome ed è passato attraverso diverse dominazioni, ha raggiunto uno dei suoi massimi livelli (sia per quanto riguarda l’insegnamento delle scienze, sia per l’elevata popolazione scolastica) nella seconda metà dell’Ottocento, come "Imperial Regio Ginnasio Superiore di Capodistria" (1857-1918).

Nel 2012 festeggerà i quattro secoli di esistenza. La dicitura attuale risale al 1992, e proseguendo a ritroso, nel decennio antecedente si chiamava Scuola media di lingua italiana, cambiando nome altre quattro volte in meno di trent’anni, per arrivare al periodo 1924-1959 quando si mantenne il nome Ginnasio liceo classico "Carlo Combi".

Prima ancora, oltre ad Imperial Regio Ginnasio Superiore, è stato Civico ginnasio inferiore (1848-1857) e Imperial Regio Ginnasio Giustinopolitiano (1814-1848), considerando che dal ’42 al ’48 venne trasferito a Trieste). Prima di allora, per oltre due secoli, era detto il Collegio dei Nobili.

Una storia estremamente ricca, che si riflette anche nella preziosa collezione del museo scolastico di mezzi didattici e nel migliaio di libri antichi, custoditi nella biblioteca scolastica. Abbiamo parlato di passato, presente e futuro con la preside, Luisa Angelini. - Con tanti secoli di storia alle spalle, oggi siete alle prese con l’aggiornamento ministeriale. In che cosa consiste?

"È un progetto che stiamo implementando per il quarto anno, finanziato dal Ministero di Lubiana e da fondi europei. L’aggiornamento del programma del Ginnasio, significa sviluppare collegialmente e responsabilmente un nuovo progetto educativo - istruttivo, volto alla qualità del sapere e all’autonomia. Per quanto riguarda il primo concetto, gli attuali modelli qualitativi, basati sulla flessibilità dell’istituzione, sulla collaborazione, sulla responsabilità di tutti gli operatori e sulla qualità dei processi, prevedono il raggiungimento di un sapere dichiarativo, cioè conoscere e gestire processi usando determinate strategie.

L’autonomia, invece, è intesa come ricerca di un percorso autonomo per raggiungere l’obiettivo concordato che si traduce nell’aumento del ruolo attivo degli allievi. L’intento è di sviluppare le capacità di pensiero autonomo, creativo e critico, introducendoli alla formulazione di giudizi, stimolando e favorendo uno sviluppo armonioso (fisico e psichico), preparandoli allo studio permanente con l’educazione alla tolleranza e con lo sviluppo dell’autostima". -

Si può dire che il programma di studi sia più ricco e che offra più possibilità ai ragazzi?

"Credo di sì. Praticamente dopo la terza classe gli alunni scelgono le loro materie opzionali per l’ultimo anno, optando per un chiaro indirizzo, umanistico, linguistico oppure scientifico. Per la quarta classe ci sono 8 materie obbligatorie: italiano, matematica, inglese, sloveno, storia, filosofia, educazione sportiva e francese o spagnolo. Segue la scelta di due materie opzionali, che possono essere scelte tra sloveno, storia, sociologia, francese, spagnolo, geografia, biologia, chimica e fisica, per le quali si aumentano proporzionalmente le ore annuali, al fine di migliorare la preparazione dei ragazzi agli esami di maturità. Questa diversificazione esiste da circa 10 anni, e si accompagna alla possibilità di scegliere la seconda lingua straniera, tra francese e spagnolo. Entrambe possono poi diventare materie di esame di maturità, avendole studiate quattro anni". -

Il ginnasio riesce a soddisfare le proprie esigenze, o risentite molto pure voi della crisi economica? "Dipendiamo direttamente dal Ministero dell’Istruzione e dello sport, che negli ultimi anni ha ridotto all’osso i finanziamenti. Ultimamente siamo comunque riusciti ad acquistare dei mezzi didattici – tra cui delle utili lavagne interattive, molto apprezzate da ragazzi e insegnanti – realizzando il progetto "e-školstvo", che prevedeva l’informatizzazione delle scuole per mezzo del cofinanziamento. Anche per quanto riguarda i mezzi didattici UI-UPT ultimamente si sono registrati dei tagli. Nonostante ciò negli ultimi anni abbiamo rinnovato parzialmente il reparto informatico, con computer in rete in ogni classe, proiettori e le due lavagne interattive". -

Come descriverebbe il quadro insegnanti della scuola? "La qualità dell’offerta formativa della scuola dipende in primo luogo dal corpo docente che deve essere qualificato, motivato, responsabile, critico, autonomo, creativo e con molta autostima. Bisogna quindi pensare ad una continua crescita professionale dei docenti, dedicando particolare cura all’aggiornamento professionale e linguistico. Il quadro insegnanti è ora completo e per il futuro contiamo sulla formazione di nostri ex-alunni. Proprio in quest’ottica, quest’anno ha iniziato il suo percorso lavorativo, insegnando fisica, un nostro ex studente". - Tra i molti progetti europei che portate avanti nell’ambito delle diverse materie, qual è quello più di rilievo? "La nostra scuola è impegnata da molti anni in vari progetti nazionali e internazionali che stimolano gli scambi tra le scuole sviluppando la nuova dimensione nel campo educativo. Gli allievi hanno acquisito maggiori competenze linguistiche, multiculturali, abilità nell’uso delle nuove tecnologie, di autostima e di confronto con gli altri. Seppure quest’anno non vi partecipiamo, direi che il Comenius è stato uno dei più estesi ed importanti. Sono più recenti, invece, ad esempio, le Olimpiadi della lingua italiana, o il "Juvenes Translatores 2011", un concorso per giovani traduttori europei che coinvolge ben 720 istituti. Da menzionare le costanti attività che vengono svolte nel campo delle materie scientifiche, con progetti e ricerche innovativi ed originali, come pure il costante coinvolgimento dei ragazzi nello studio della lingua inglese. Per quanto riguarda le gare nazionali di sapere nelle varie materie, finalmente da alcuni anni a questa parte non mancano più le traduzioni dei test e pure in questo campo i nostri ragazzi ottengono ottimi risultati". -

Il numero degli iscritti si mantiene costante nel corso degli anni? "Sì, praticamente in questi ultimi anni non abbiamo rilevato grossi sbalzi. Solitamente a iscriversi nella nostra scuola sono i ragazzi che hanno frequentato le nostre elementari. Ma ultimamente rileviamo pure iscrizioni di ragazzi triestini. Quest’anno erano tre e nel prossimo anno scolastico potrebbero aggiungersene altrettanti, visto che hanno già espresso interesse per il nostro Ginnasio. Diciamo che è una tendenza atipica, che non rilevavamo negli anni passati, e che interpretiamo come una gratifica. Se a iscriversi nel nostro istituto sono pure ragazzi che vivono in Italia, la nostra è evidentemente una buona scuola". -

Quanti iscritti conta attualmente il Ginnasio e quanti sono gli insegnanti? "Al momento abbiamo 44 iscritti e 18 insegnanti, di cui tre a tempo pieno, ovvero con il fondo ore completo. La docente di sociologia, ad esempio, completa il resto delle proprie ore come consulente scolastico. E proprio questo ruolo si sta dimostrando ultimamente di grande importanza per i ragazzi. Un numero sempre più elevato di alunni la consulta, sia se hanno difficoltà di inserimento o nello studio, sia per consultarsi sulle scelte da fare una volta prossimi all’ultimazione degli studi medi. La stessa insegnante, da quest’anno, è pure responsabile dell’organizzazione delle misure educative e di sostegno per i ragazzi dotati; iniziativa questa, che viene realizzata in collaborazione con il Ministero, che finanzia delle ore di lavoro aggiuntivo e differenziato per gli allievi che dimostrano di avere dei particolari talenti". -

La scuola oggi è diversa da quella di un tempo? "Credo che ai tempi ci si debba adeguare. E ritengo che fino ad ora noi lo abbiamo fatto con successo. Si dice sempre che i ragazzi sono diversi. Sì, è vero. Sono generazioni diverse da quelle di vent’anni fa, e necessitano di metodi di studio diversi. Quelli tradizionali sono ormai superati e bisogna adeguarsi. Non è che la scuola oggi sia più esigente di un tempo, ma a mio modesto parere deve essere a suo modo diversa, per sopperire e sopravvivere ai cambiamenti imposti dal tempo in ogni ambito sociale".

Jana Belcijan

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