Rassegna Stampa Mailing List Histria
Sommario N° 806 – 25 Dicembre 2011

811 – Il Piccolo 23/12/11 Roma taglia del 24% i finanziamenti all'Unione italiana (p.r.)

812 – Agenzia Parlamentare 22/12/11 Strage dei Senegalesi a Firenze: Anvgd, rimanga l'intitolazione di Piazza Dalmazia

813 - Il Piccolo 21/12/11 È morto lo storico Galliano Fogar coscienza critica del '900 triestino (Pietro Spirito)

814 - L'Arena di Pola 14/12/11 Tarticchio lascia "L'Arena di Pola" (Piero Tarticchio)

815 - La Voce del Popolo 23/12/11 Zagabria - Giuramento bilingue di Furio Radin

816 - Il Piccolo 21/12/11 Croazia, referendum sull'Ue il 22 gennaio (Mauro Manzin)

817 - La Provincia Pavese 20/12/11 Storia, col censimento un bel «5» all’Istat (Lilia Derenzini)

818 - Il Piccolo 18/12/11 Le grandi proprietà confiscate agli italiani - Antonio Maracich : Il commerciante di Veglia sftattato dagli 007 titini (Silvio Maranzana)

819 – CDM Arcipelago Adriatico 21/12/11 La Bancarella 2011 - dedicata al libro ed al teatro (Rosanna Turcinovich Giuricin)

820 – La Voce del Popolo 17/12/11 Speciale - Mompaderno, una piccola Comunità che spalanca le porte a tutti i giovani (Lara Musizza)

821 - Il Piccolo 19/12/11 Affreschi sconosciuti a Sibinia nella chiesa San Pietro di Sorbara (Bruno Lubis)

822 – La Voce del Popolo 19/12/11 Speciale - Capodistria - SEI Pier Paolo Vergerio il Vecchio: la ristrutturazione è indispensabile (Jana Belcijan)

823 – La Voce del Popolo 19/12/11 Cultura - Omaggio a Sergio Endrigo in una serata indimenticabile (Arletta Fonio Grubiša)

824 - La Voce in più Cucina 17/12/11 La Vigilia e il pranzo di Natale a casa mia, passato e presente della festa in cucina raccontato da politici, esponenti della CNI, poeti, scrittori, attori e giornalisti (Patrizia Brnčić e Stella Defranza)

825 - Il Piccolo 22/12/11 Lettere - Storia: Gli italiani in Dalmazia (Gualtiero Paoletti)

826 - Il Cittadino Oggi - Corriere Nazionale 22/12/11 Una nave senza mare Trieste alla ricerca della sua dimensione (Pietro Spirito)

827 - Il Piccolo 17/12/11 Genocidio armeno. Una legge francese scatena le ire turche. (Giovanni Tomasin)

A cura di Stefano Bombardieri

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :

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http://www.arenadipola.it/

811 – Il Piccolo 23/12/11 Roma taglia del 24% i finanziamenti all'Unione italiana

Roma taglia del 24% i finanziamenti all’Unione italiana

POLA Per l'Unione italiana il 2012 si presenta come un anno di dolori e sacrifici visto il non indifferente taglio dei finanziamenti da Roma pari al 24% rispetto al 2011. È stato questo il tema dominante alla riunione della Giunta esecutiva dell'Ui che ha definito il piano finanziario da sottoporre all'approvazione dell' Assemblea Ui e del Coordinamento Mae – Ui – Upt. «Dall’Italia, ha spiegato il presidente dell' Esecutivo Maurizio Tremul, arriveranno 3,5 milioni di euro che sommati alle dotazioni dei governi croato e sloveno, ci permetteranno comunque di mantenere l'attuale volume delle attività e dei programmi delle nostre istituzioni, in primo luogo delle C.I. e delle scuole. Ovviamente - ha continuato - dovremo contenere o addirittura eliminare certe voci di spesa per far quadrare i conti». Cosi, saranno sacrificate almeno per il 2012 e il 2013 le gite di studio in Italia, saranno soppressi i dizionari e le enciclopedie dono agli alunni mentre verranno ridotte le spese dei seminari di aggiornamento professionale degli insegnanti. Tremul si è detto consapevole delle difficoltà finanziarie dell'Italia «che impongono - ha spiegato - sacrifici anche da parte nostra». Ha tuttavia esposto un dato alquanto preoccupante: in 10 anni i finanziamenti da Roma sono diminuiti di ben il 43%. Cambiando argomento, la responsabile del Settore scuola Norma Zani ha reso noto che a partire dal prossimo anno scolastico verrà ampliata la rete delle istituzioni prescolari in lingua italiana. Vi entreranno a far parte, ha spiegato, le sezioni per l'apprendimento precoce della lingua italiana che già operano a Laurana, Abbazia e Mattuglie per un totale di 54 bambini mentre a Zara sarà aperto l'asilo fondato dalla locale Comunità degli Italiani, con una ventina di iscritti. Rimanendo nel mondo della scuola, il presidente della Comunità degli Italiani di Pola Fabrizio Radin ha comunicato che finalmente è entrata in funzione la palestra sportiva delle due scuole italiane in città. Ha quindi proposto che la struttura, costruita con i mezzi erogati dai governi italiano e croato e con il contributo della Città e della Regione, non sia inaugurata in forma solenne.«Dopo 4 anni di ritardo - ha dichiarato - non vedo cosa ci sia da festeggiare». (p.r.)

812 – Agenzia Parlamentare 22/12/11 Strage dei Senegalesi a Firenze: Anvgd, rimanga l'intitolazione di Piazza Dalmazia

STRAGE FIRENZE: ANVGD, RIMANGA L'INTITOLAZIONE DI PIAZZA DALMAZIA
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(AGENPARL) - Roma, 22 dic - La lettera al Sindaco Renzi della Delegata ANVGD Myriam Andreatini Sfilli La tragica circostanza che ha visto due cittadini originari del Senegal cadere vittime, a Firenze, del folle gesto di uno squilibrato animato da odio razziale, è avvenuto, come noto, in Piazza Dalmazia. La qual cosa ha suggerito a talune parti di avanzare in questi giorni la proposta di intitolare il sito ai loro nomi, eliminando così la Dalmazia dalla toponomastica storica del capoluogo toscano. La Delegata per Firenze dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Myriam Adreatini Sfilli, ha inviato quest’oggi al Sindaco Matteo Renzi una lettera nella quale, riconoscendo pienamente il dovere di ricordare il tragico evento, ha tuttavia ben argomentato le ragioni che devono indurre a conservare la Dalmazia nella toponomastica fiorentina.

«Apprendiamo in questi giorni – si legge nella comunicazione – della proposta avanzata di intitolare l’attuale Piazza Dalmazia, teatro del tragico episodio della loro uccisione per bieco odio di razza, ai cittadini senegalesi Samb Modou e Diop Mor, alla cui memoria naturalmente va tutto il nostro cordoglio di italiani, e tanto più in quanto memori noi dell’esodo forzato dai territori di antico insediamento storico e della condizione di profughi che ha accompagnato per decenni i giuliani e dalmati esuli in Italia e nel mondo».

«Condividiamo perfettamente – prosegue la Delegata – l’intenzione di ricordare alle presenti e future generazioni la terribile circostanza […], ma vorremmo sottoporre alla Sua attenzione qualche considerazione sulla opportunità di commemorare doverosamente una memoria senza ometterne un’altra, ancora ben viva negli esuli dalla Venezia Giulia e dalla Dalmazia e recepita dalle massimi Organi dello Stato con la Legge n. 93 del 30 marzo 2004, istitutiva del Giorno del Ricordo dell’esodo e delle Foibe». «La presenza, nella toponomastica di Firenze, dei nomi delle città e delle regioni già italiane – la cui plurisecolare storia è intensamente correlata con la storia dell’Italia per lingua, cultura, costumi e istituzioni civili – rende giusto conto dell’appartenenza di quei territori così particolari alle vicende della Nazione, alla cui formazione e sviluppo tante personalità del passato e le stesse comunità esuli nel secondo dopoguerra hanno dato un riconosciuto contributo», chiarisce l’esponente fiorentina dell’Associazione che rappresenta in Italia i 350.000 Esuli dall’Istria, da Fiume e da Zara, cedute nel 1947 alla Jugoslavia. «Per la Dalmazia basti qui evocare i nomi di Giorgio Orsini e dei fratelli Laurana per la storia dell’arte rinascimentale; di Nicolò Tommaseo, con il suo monumentale Dizionario della lingua italiana e la sua partecipazione ai moti risorgimentali con Daniele Manin; di Federico Seismit Doda, nel 1849 accorso in difesa della Repubblica Romana e poi ministro delle Finanze del Regno d’Italia; del musicista Francesco de Suppé, per citare soltanto pochissimi nomi fra i molti, senza trascurare, ai nostri giorni, lo stilista Ottavio Missoni, nato a Ragusa di Dalmazia ed esule da Zara» scrive Andreatini Sfilli.

«Tutte personalità che, al pari degli istriani e dei fiumani, hanno portato in dote all’Italia l’esperienza e la sensibilità di un confine particolarissimo, nel quale interagivano presenze diverse e nel quale si è sviluppata nei secoli moderni la capacità di interagire con popolazioni e lingue dissimili, sino all’infausto affermarsi nel Novecento dei regimi totalitari». […] «La rimozione di questa memoria e dei valori che la sottendono - conclude – rischierebbe tra l’altro di diventare un fattore di divisione degli animi, raggiungendo l’effetto opposto a quello che tutti ci proponiamo, cioè l’apertura a un futuro di accoglienza e di convivenza degno della civiltà di Firenze. Per queste ragioni, che abbiamo appena succintamente esposto, riteniamo che la Piazza Dalmazia possa senz’altro vedere commemorate le vittime con un manufatto che, mentre renda visibile e sempre presente il loro ricordo a monito delle tentazioni razziali e ideologiche, possa al contempo mantenere la memoria della storia che appartiene al nostro Paese».

813 - Il Piccolo 21/12/11 È morto lo storico Galliano Fogar coscienza critica del '900 triestino

È morto lo storico Galliano Fogar coscienza critica del ’900 triestino

Partigiano, antifascista, assieme a Miani, Berti, Fonda Savio e Schiffrer fondò l’Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel

Friuli Venezia Giulia. Aveva 90 anni

Pietro Spirito

TRIESTE È morto lunedì a Trieste, all’età di 90 anni, Galliano Fogar, partigiano, storico, tra i fondatori dell’Istituto regionale per la storia del movimento di liverazione nel Friuli Venezia Giulia. di Pietro Spirito Galliano Fogar è stato la coscienza critica del Novecento lungo il confine orientale, autore di testi fondamentali per la storia regionale, nonché testimone e protagonista in prima persona di tante vicende del conflitto e del dopoguerra. Carattere schivo e dotato di affilata sensibilità, Fogar apparteneva a quella categoria di intellettuali in grado di immergersi in maniera totale, anima e corpo, nei problemi storici e sociali del suo tempo, senza risparmiarsi nello sforzo di comprendere la verità delle cose al di là di ogni condizionamento politico o culturale. Partigiano impegnato in Friuli e nella zona di Trieste, nell'immediato dopoguerra, Galliano Fogar tra il 1945 e il ’49 fu redattore del giornale del Cln triestino "La Voce libera", per poi ricoprire la carica di segretario dell'Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli-Venezia Giulia, ente da lui fondato nel ’53 assieme ad Ercole Miani, Alberto Berti, Antonio Fonda Savio, Carlo Schiffrer, e di cui è stato anche presidente dal 1985 al 1987. Fino ad oggi è stato inoltre direttore responsabile di "Qualestoria", la rivista dell'istituto, e la sua attenzione verso i giornali e il giornalismo è sempre stata così acuta che le raccolte di articoli della rassegna stampa, realizzate in anni di lavoro all’istituto, costituiscono un eccezionale regesto documentale, unico nel suo genere. L’istituto stesso onorerà la memoria del suo fondatore sul primo numero del 2012 di «Qualestoria», e con una giornata di studi a lui dedicata. Fogar è stato poi autore prolifico di libri ed articoli in particolare sulla Resistenza in regione e sulle vicissitudini dell'antifascismo della classe operaia dei cantieri di Monfalcone durante il regime fascista e nel periodo della Resistenza, analizzando i problemi inerenti al collaborazionismo coi nazifascisti nella zona. Come studioso si inoltrò nei territori difficili dell'occupazione nazifascista nella zona orientale italiana e della spinosa problematica sulle brigate Osoppo-Friuli, indagando le dinamiche inerenti al nazionalismo e al neofascismo a Trieste e ai suoi sviluppi nell'arco di tempo che va dal periodo bellico a quello successivo. Molte le pubblicazioni, tra cui il fondamentale "Trieste in guerra 1940-1945: società e Resistenza" (Irsml, 1999), "Dall'irredentismo alla Resistenza nelle province adriatiche: Gabriele Foschiatti" (Del Bianco), "L'antifascismo operaio monfalconese tra le due guerre" (Vangelista, 1989), "San Sabba", istruttoria e processo per il lager della Risiera (Aned, con Adolfo Scalpelli, Enzo Collotti, Giorgio Marinucci, Gianfranco Maris, Vojmir Tavcar, Ibio Paolucci), "Itinerario di lotta, cronaca della Brigata d'Assalto Garibaldi" (Unione degli Italiani dell'Istria e di Fiume, 1986, con Riccardo Giacuzzo, Mario Abram, Plinio Tomasin, Julij Beltram, Egone Settomini),"Guadagnavo sessantun centesimi all'ora...Lavoro e lotte al Cantiere S. Rocco. Muggia 1914-1966" (Irsml, 1994, con Marina Rossi e Sergio Ranchi). «Sempre fondamentale - sottolinea la storica Marina Rossi - fu il suo contributo nella redazione degli atti per il processo contro i crimini alla Risiera di San Sabba, e le sue ricerche sui crimini delle foibe; e va ricordato anche il dialettico rapporto di amicizia con lo storico sloveno Tone Ferenc». «Ma tutto il suo lavoro - continua Rossi - ha interessato il rapporto tra passato e presente all’insegna di quei valori etici e civili cui è stata improntata la sua attività di antifascista e di storico». «Obiettivo e umile come tutti i grandi - aggiunge la storica - rischiò addirittura l’accusa di essere al servizio di Tito per aver rappresentato la Resistenza al confine orientale in tutta la sua complessità». «Con la sua morte - interviene lo storico Roberto Spazzali - viene meno il testimone e il depositario di una importante memoria della storia civile triestina; è stato uno degli ultimi protagonisti della grande tradizione laica repubblicana e azionista, uomo di spiccata onestà intellettuale e profondo senso di sofferenza di fronte a una società sempre più involuta». «I suoi lavori - conclude ancora Spazzali - restano un punto di riferimento imprescindibile per gli studiosi». Ieri mattina, in apertura di Consiglio comunale a Trieste, alla presenza del figlio Maurizio, Fogar è stato ricordato dal presidente dell’assemblea municipale Iztok Furlanic, che ha sottolineato l’impegno di Fogar come antifascista, studioso e intellettuale. Al termine è stato osservato un minuto di silenzio. In piedi l’intero consiglio comunale.

814 - L'Arena di Pola 14/12/11 Tarticchio lascia "L'Arena di Pola"

TARTICCHIO LASCIA «L'ARENA»

Per ogni cosa arriva il suo tempo... gli uomini passano, le loro idee rimangono.

C'è un tempo per nascere e un tempo per morire. Un tempo per piantare e un tempo per sradicare. Un tempo per uccidere e un tempo per guarire. Un tempo per demolire e un tempo per costruire. Un tempo per piangere e un tempo per ridere. Un tempo per i lamenti e un tempo per ballare. Un tempo per scagliare pietre e un tempo per raccoglierle.

Un tempo per abbracciare e un tempo per separarsi. Un tempo per accumulare e un tempo per perdere. Un tempo per serbare e un tempo per gettare via. Un tempo per strappare e un tempo per cucire. Un tempo per tacere e un tempo per parlare. Un tempo per amare e un tempo per odiare. Un tempo per la guerra e un tempo per la pace.

Tratto dal Qoélet o Ecclesiaste

Cari lettori! Con questo numero di dicembre 2011 termina la mia collaborazione con «L'Arena di Pola» e, come solitamente apro ogni capitolo dei miei libri, per congedarmi ho scelto un incipit tratto dal libro dei libri: la Sacra Bibbia. Per me è arrivato il tempo di lasciare il giornale, dopo undici anni passati insieme con trepidazione, ma soprattutto con la preoccupazione di far bene il glorioso foglio che, diretto da Pasquale De Simone, dopo la diaspora è stato la voce dei polesani in esilio.

Durante il Raduno di Treviso, organizzato da Caravello (credo nel 1998), l'amica Anna Borsi mi presentò la signora Argia Pussini, la quale, con la franchezza delle persone non più giovani, mi domandò a bruciapelo: «Lei che la xé giovine, la lege "L'Arena"?». Le confessai candidamente che la sfogliavo appena, ma solo quando andavo a trovare mia madre (abbonata della prima ora). «La se vergogni!» fu il commento a muso duro della signora. Lì per lì non osai risponderle a tono, ignaro che qualche anno dopo avrei preso il posto di De Simone e, coadiuvato da mia moglie Pinuccia, mi sarei dedicato (con crescente passione e gratuitamente) a uno dei lavori che ho più amato in tutta la mia vita. Purtroppo nulla dura in eterno, anche il sogno più bello finisce. Tuttavia, prima di lasciarvi, vorrei ricordare i miei redattori: in primis quelli che non sono più tra noi: Guglielmo Bucher, Uccia Ivis Superina, Guglielmo Belli (l'Ammiraglio), Camillo Di Carlo, Clara Lana, Giorgio Caspar, Mario Vesnaver, Anteo Lenzoni, Licia Micovillovich e gli altri che, con i loro articoli, hanno collaborato in tutti questi anni. Li elenco (in ordine sparso) sperando di non dimenticarne nessuno: Patrizia Celestina Hansen (Direttore responsabile per il primo anno), Aligi Vidossi, Lino Vivoda, Sergio Fantasma, Anna Balducci, Olinto Mileta Mattiuz, Angelo Tomasello, Romano Vidotto, Danilo Colombo, Liana De Luca, Otello Soiatti, Silvia Lutterodt Sizzi, Irma Sandri Ubizzo, Claudio Antonelli, Simona Mottola, Bernardo Gissi, Edda Molinari Frosini, Tullio Tulliach, Maria Renata Sequenzia, Domenico Carra, Ruggero Botterini, Nidia Terselli Rissetto, Furio Dorini, Mario Ive, Tito Sidari, Fausto d'Asta, Ester Barlessi, Franco Fornasaro, Hilda Seta, Nevia Gregorovich, Luigi Donorà, Patrizia Pescatori, Suarez di Lazzaro, Romana de Carli Szabados, Tullio Binaghi, Nerina Milia, Roberto Stanich, Carlo Montani e l'inossidabile Edda Garimberti. A loro va il mio plauso, il mio affetto e la mia riconoscenza. Nella grande famiglia dell'«Arena» sono entrato con umiltà, senza squilli di trombe, oggi mi tolgo di torno in punta di piedi, senza rumore né strepito. L' avvicendamento rientra nell'ordine naturale delle cose... quindi, un forte abbraccio a tutti i lettori e... lunga vita a «L'Arena».

È stato bello lavorare per voi.

Piero Tarticchio

815 - La Voce del Popolo 23/12/11 Zagabria - Giuramento bilingue di Furio Radin

Prisežem. Lo giuro»
Giuramento bilingue di Furio Radin

"Prisežem. Lo giuro". Il deputato della CNI al Sabor, Furio Radin, nel corso del giuramento solenne dei parlamentari, ha optato per una novità, il giuramento bilingue. E ha colto, potremmo dire, alla sprovvista il presidente del Sabor, Boris Šprem, che non ha capito subito cosa stesse succedendo e ha chiesto "Come?". Radin ha spiegato di aver per l’appunto prestato giuramento bilingue, in italiano e croato. Ne è nato un brusio in aula, ma nessuno è intervenuto per contrastare il deputato della CNI. Anzi la "novità" è stata accolta con simpatia dai deputati istriani.

816 - Il Piccolo 21/12/11 Croazia, referendum sull'Ue il 22 gennaio

Croazia, referendum sull’Ue il 22 gennaio

Il presidente Josipovic: «Non illudiamoci che l’ingresso in Europa sarà la nostra panacea»

di Mauro Manzin

TRIESTE Il presidente della Repubblica croata, Ivo Josipovic ha giocato d’anticipo e ha annunciato che il referendum sull’ingresso nell’Unione europea si terrà il prossimo 22 gennaio. In precedenza il futuro premier Zoran Milanovic aveva già preannunciato che il nuovo Sabor emenderà la decisone presa dal Parlamento nella passata legislatura e che prevedeva la consultazione popolare entro 30 giorni dalla firma del Trattato di adesione.

Firma che è avvenuta lo scorso 9 dicembre. Il motivo dello spostamento della data è stato motivato dal fatto che, visto l’"intasamento" istituzionale derivante dal voto dello scorso 4 dicembre non ci sarebbe stato lo "spazio"

sufficiente per preparare il referendum. Oltre a giocare d’anticipo nei confronti del prossimo governo che riceverà la fiducia domani al Sabor, il capo dello Stato ha anche parlato molto chiaro. «Non bisogna illudere le persone - ha detto - che l’ingresso nell’Unione europea sarà la panacea di tutti i mali». «L’adesione è una nostra grande occasione - ha dichiarato Josipovic - se la sfrutteremo nel migliore dei modi o se non la sapremo sfruttare dipenderà solo da noi». Subito dopo il referendum, il cui esito pro Ue appare scontato, il presidente ha preannunciato che scenderà in campo una motivata schiera di diplomatici che svolgerà una forte operazione di lobby affinché i Parlamenti degli altri Ventisette membri dell’Ue ratifichino quanto prima il Trattato di adesione della Croazia. Dal nuovo governo il capo dello Stato si attende lo sviluppo di un’azione politica in grado di far uscire la Croazia dalla profonda crisi socio-economica in cui si dibatte, politica basata non solo sui taglie sui risparmi ma anche su un’azione mirata a creare nuovi posti di lavoro e a richiamare nel Paese investitori stranieri. Come detto il nuovo Sabor si insedierà ufficialmente domani e immediatamente terrà la sua prima seduta ordinaria con all’ordine del giorno la fiducia al governo Milanovic. Fiducia scontata visto che la coalizione di governo Kukuriku (socialdemocratici, popolari, pensionati e Dieta democratica istriana) può vantare 80 dei 151 seggi del Parlamento. Il nuovo esecutivo si riunirà per la prima volta il 3 gennaio 2012 nell’anniversario della vittoria elettorale del defunto leader socialdemocratico Ivica Racan nel 2000, al quale lo stesso Milanovic ha dedicato il proprio successo.

817 - La Provincia Pavese 20/12/11 Storia, col censimento un bel «5» all’Istat

Storia, col censimento un bel«5» all’Istat

In barba ad una legge degli anni Sessanta, in base alla quale chi è nato in Istria, a Fiume e in Dalmazia non porta la dicitura Croazia sui dati anagrafici, l'ufficio Istat per il Censimento ha dato disposizione di scrivere Croazia per le persone nate sotto l'Impero Austro-Ungarico (fino al 1919). Mio padre (1909) e mia madre (1915) penso si rivolterebbero nella tomba e anche il loro figlio, come tanti altri della mia generazione, avranno tirato qualche accidente nel nostro colorato dialetto! L'ufficio Istat si dimostra nè più nè meno come buona parte dei partiti italiani, che si dichiarano progressisti, ma svelano la loro ignoranza storica nel nome del revisionismo, lo sono ormai pavese, ma mi sembra offensivo per chi non c'è più togliere loro quell'italianità in nome della quale hanno scelto l'esodo. Auguri di buon Natale nonostante tutto anche all'lstat un po' asinella!

Lilia Derenzini

818 - Il Piccolo 18/12/11 Le grandi proprietà confiscate agli italiani - Antonio Maracich : Il commerciante di Veglia sftattato dagli 007 titini

Il commerciante di Veglia sfrattato dagli "007" titini

Antonio Maracich perse la villa in cui viveva con sette figli: vi si insediò l’Ozna Incarcerato per anni fu liberato solo nel 1952 grazie a uno scambio di prigionieri

di Silvio Maranzana

TRIESTE «Per chi è questa casa?» «Per i miei sette figli» «E invece sarà per l’Ozna». Così Antonio Maracich fu costretto a lasciare ai servizi segreti militari di Tito la villa in cui abitava con la sua numerosa famiglia posta nel centro della città di Veglia, capoluogo della più grande isola dell’Adriatico. Ma siccome fece resistenza venne arrestato, mandato nelle carceri di Lepoglava e Srecka Mitrovica e poi al lavoro coatto a Makarska. Antonio Maracich era l’unico commerciante di pellami di Veglia, aveva un negozio con quattro dipendenti per la vendita di cuoio e di pelli che era anche una calzoleria. «Il negozio andava bene, ma mio padre ereditò anche una fortuna da un parente che era vissuto negli Stati Uniti - racconta il figlio Marino che sta per compiere 86 anni - nel 1934 ci trasferimmo da un appartamento alla villa, ma acquistammo anche una casa di 800 metri quadrati proprio di fronte al Duomo che era stata la sede dell’agenzia consolare italiana. C’erano alcuni appartamenti e al pianoterra un negozio di mercerie: noi incassavamo gli affitti». I Maracich erano assieme ai Braùt, i Depicolzuane, gli Ostrogovich, gli Udina, i Morich, i Giurina e i Fiorentin, una delle famiglie italiane presenti da secoli sull’isola pure annessa, dopo la dissoluzione dell’Impero austro-ungarico, al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni divenuto poi Regno di Jugoslavia. «Con 20 dinari al giorno, l’equivalente di 5 lire, a Veglia si viveva bene - racconta ancora Maracich - e la situazione per gli italiani che in città erano stragrande maggioranza (ma minoranza nei centri minori dell’isola) migliorò quando divenne primo ministro Milan Stojadinovic». Fu colui che il 25 marzo 1937 strinse con Galeazzo Ciano il patto di amicizia italo-jugoslavo. La situazione si rovescia però alla fine della guerra con l’arrivo dei comunisti di Tito quando i sette figli sono quasi tutti a Zara a frequentare l’Istituto tecnico Tommaseo. Antonio Maracich e la moglie Francesca Rivaldo non vogliono mollare le loro proprietà, vengono dichiarati nemici del popolo e espropriati, nella villa si insediano gli uffici dell’Ozna. L’uomo è arrestato, verrà rilasciato soltanto nel 1952 al confine della Casa rossa, a Gorizia nell’ambito di uno scambio di prigionieri tra Italia e Jugoslavia. La famiglia si ricompone a Trieste. «Speravano che saremmo finiti in disgrazia - afferma Maracich - ma non è stato così. Solo nel 1965 abbiamo avuto il èassapprto e siamo tornati per le vacanze a Veglia dove vive ancora mia nipote. Nel negozio della casa di fronte al Duomo oggi si vendono souvenir. Nella nostra villa dopo la nascita della Croazia si sono installate le sedi di partiti e movimenti politici. Abbiamo fatto una richiesta di 120 pagine per ottenere la restituzione o l’indennizzo dei nostri beni alle autorità di Veglia, di Fiume o di Zagabria. Non abbiamo ottenuto alcuna risposta». (15 - segue. Precedenti puntate pubblicate l’11, 18 e 25 settembre, il 2, 9, 16, 23 e 30 ottobre, il 6, 13, 20 e 27 novembre, il 4 e 11 dicembre

IN PIAZZA

Veglia - Il Leone marciano torna al suo posto

«Mio nonno nel 1914 era stato tra i fondatori della Lega nazionale italiana a Veglia - racconta ancora Marino Maracich - mia nonna aveva una trattoria e quand’è morta aveva oltre cent’anni, mio zio Alfonso era falegname noto soprattutto per fare casse da morto». Marino Maracich l’anno scorso è riuscito a rimettere un Leone di San Marco nella piazza principale di Veglia. «Sapevo che dopo che era stato tolto dagli jugoslavi era stato messo in una cantina. L’ho recuperato e con l’aiuto del movimento della Liga Veneta, ma anche il permesso del sindaco di Veglia, l’abbiamo collocato nel suo sito originario e anche fatto un restauro della piazza.»

La polizia segreta eliminò chi non si piegava

Il vero nemico non erano i fascisti ma chi si opponeva al Maresciallo anche se era comunista

TRIESTE L’Ozna, ovvero il Dipartimento per la sicurezza del popolo, viene fondata il 13 maggio 1944 presso il Comando supremo di Lissa personalmente da Tito in qualità di "Comandante supremo e commissario per la difesa popolare". È parte dei servizi segreti militari e il suo compito è il controllo politico del territorio "liberato". Viene organizzata da Tito e da Milovan Gilas che lascerà scritto: «Gli jugoslavi non titubarono nell’organizzare una difesa: all’interno del Paese venne repressa brutalmente qualsiasi voce di dissenso, la polizia segreta Ozna controllava ogni aspetto della vita sociale, alla ricerca dei traditori». Alle prime quattro sezioni: spionaggio, controspionaggio, sicurezza militare, tecnica/statistica, ne viene aggiunta una quinta impiegata nella Venezia Giulia per infiltrare l’apparato angloamericano nel Territorio libero di Trieste. Ma assieme all’Ozna, modellata sull’esempio del terribile Nkvd sovietico, Tito fonda anche il Knoj, braccio armato e esecutivo dell’Ozna. Le truppe del Knoj partecipano a perquisizioni, arresti, rastrellamenti, esecuzioni. A capo dell’Ozna viene posto Aleksander Rankovic che si cura meticolosamente di eliminare gli oppositori tra cui rientrano anche il clero cattolico, quello ortodosso e più in generale chiunque sia portatore di idee anti-jugoslave. Vengono eliminati sia i criminali di guerra e i collaboratori del nazismo che antifascisti e comunisti sensibili alla questione nazionale e perciò contrari all’annessione alla Jugoslavia. Ma il vero avversario non è il fascista che rappresenta l’antagonismo del passato, ma i "nemici del popolo", coloro che si oppongono alla Jugoslavia di Tito e infatti i primi a essere colpiti sono gli esponenti del movimento autonomista zanelliano di Fiume che già nel 1920 si erano battuti contro il fascismo. Il solo fatto di indossare una divisa italiana è di per sè una colpa che porta alla deportazione o alla morte. Nel 1946 viene creata invece l’Udba, la vera e propria polizia segreta, che si rende responsabile di almeno 200 sequestri e uccisioni. L’Udba sarà il più importante servizio di intelligence e sicurezza della Jugoslavia, responsabile soprattutto della sicurezza all’interno dello Stato, fino al 1991. Nel 1966 l’Udba viene ribattezzata Sdb, cioé Servizio di sicurezza statale. (s.m.)

Lo sbarco vano dei legionari di D’Annunzio

TRIESTE Il 30 ottobre 1918 il comune capoluogo dell’isola di Veglia votò quasi unanimente, assieme a quello di Arbe, la propria unione all’Italia, chiedendo l’invio di qualche nave della Marina militare italiana. L’ammiraglio Paolo Emilio Thaon di Revel potè inviare proprie unità a garanzia dell’ordine pubblico, ma successivamente la delegazione italiana a Versailles, rimanendo fedele alle richieste del patto di Londra, oltre alle quali voleva anche Fiume, non comprese Veglia tra le proprie rivendicazioni. Però dopo l’ingresso di Gabriele D’Annunzio a Fiume e la successiva proclamazione della Reggenza italiana del Carnaro, gruppi di legionari sbarcarono sull’isola occupandola per quasi un anno fino a quando le navi italiane, inviate per scacciare il Vate dai territori che aveva occupato, non costrinsero i gruppi di volontari ad abbandonarla. «Vi furono scontri e una ventina di legionari morirono - racconta Maracich - a Veglia vi sono le loro tombe dove continuiamo ogni anno a portare i fiori». Nel 1927 il referendum degli italiani all’estero rivelò la presenza a Veglia di 1.162 cittadini che avevano optato per la cittadinanza italiana. In città esisteva il Circolo italiano di cultura con una settantina di soci, nel 1923 venne anche riaperta una scuola italiana, mentre la chiesa di San Quirino, patrono cittadino, era frequentata quasi esclusivamente da italiani. A Veglia visse anche l’ultima persona che parlava la lingua dalmatica, idioma romanzo autoctono: Tuone Udaina, un barbiere morto nel 1898. (s.m.)

819 – CDM Arcipelago Adriatico 21/12/11 La Bancarella 2011 - dedicata al libro ed al teatro

La Bancarella 2011 - dedicata al libro ed al teatro

"in mezzo al mare si mise a nuotar"

Quattro giorni a Trieste dedicati al libro ed al teatro, uniti in un unico titolo "In mezzo al mare si mise a nuotar…". Due le realtà, la "Bancarella" del CDM e "La Sera del dì di Festa" del Circolo culturale Jacques Maritain, fuse in quest’occasione di fine anno per riflettere insieme su una proposta culturale e civile. Per ribadire che in un momento di crisi non c’è spazio – o almeno non ci dovrebbe essere – per una recessione anche in sede propositiva e delle riflessioni su quanto è stato fatto fino ad oggi e si vorrebbe fare nel futuro. Molte persone si sono chieste come mai due manifestazioni che tradizionalmente si svolgono in periodo estivo nelle piazze triestine, siano state trasferite in autunno/inverno all’interno di strutture come il Miela e Il Civico Museo di via Torino. Semplice: la disponibilità economica si è concretizzata a fine anno e quindi è stata colta l’opportunità di avviare un discorso plurimo.


Di necessità virtù, insomma, ma con un risultato oltremodo interessante.
La manifestazione è partita in sordina ma con convinzione, grazie anche alla presenza di associazioni che si sono aggiunte ai due organizzatori principali per sostenere il Festival del teatro e del libro. E la risposta del pubblico è stata disordinata ma prevedibile.


Gli argomenti trattati, che riguardano principalmente il mondo degli esuli ma anche il rapporto di esuli e rimasti, vengono considerati temi di nicchia da dibattere in enclave all’interno dell’associazionismo specifico. Colpisce il fatto che in una città dove le origini istriano-fiumane-dalmate delle famiglie sono quasi una regola, stenti a passare un discorso di apertura sulle tematiche che caratterizzano una cultura adriatica orientale che nell’Europa di oggi ha ancora la possibilità di legittimarsi e crescere e che dovrebbe essere per tanto di comune interesse.


La prima giornata, gestita dal Circolo "Istria" ha fatto emergere l’impegno costante e pregnante di un’associazione trasversale che unisce esuli e rimasti o che preferiremmo definire "intellettuali impegnati nell’immaginare il futuro di queste terre sotto un unico tetto".
Per cui le passioni e le proposte per realizzarle s’incrociano indipendentemente da dove le persone abbiamo stabilito la propria residenza. L’interesse per il territorio di "classica bellezza" – come l’ha definito Gaetano Bencich – supera le appartenenze e le storie personali e familiari per concentrarsi su sinergie che portino beneficio a tutti. Un bel modo per sentirsi a casa – continua ad affermare da tempo Livio Dorigo che, con Fabio Scropetta, hanno illustrato la pregnante attività del Circolo e la filosofia che muove le persone al suo interno. Con un’ampia panoramica sulle iniziative che riguardano il mare (Giuliano Orel), il territorio (Walter Macovaz) con la proiezione di splendide immagini che propongono un viaggio nei significati del paesaggio istriano.


Collaborazione, sinergie, riflessioni per ricomporre una realtà nelle idee, nelle volontà. Tema ripreso nella seconda giornata al Miela dall’Associazione delle Comunità istriane – così come sottolineato dal Presidente Lorenzo Rovis - con il dibattito sul 150.esimo dell’Unità d’Italia, con interventi di alto livello su una storia di non facile focalizzazione. Lo studio dei percorsi storici spesso si concentrano su episodi di nicchia che ben documentano una volontà generale e ne rappresentano la chiave di volta per comprendere percorsi complicati, spesso di difficile comprensione proprio perché fortemente legati al contesto locale. Fiume e Dalmazia ne sono un esempio forte, ancora da studiare, che anche in questa occasione hanno rivelato la straordinarietà di un percorso che precorreva i tempi sin dai primi istanti di formazione dell’idea di nazione e del sentimento nazionale, anticipando un’idea di Europa che solo oggi trova una conferma, che purtroppo tante vittime ha richiesto nel suo cammino. A testimoniarlo con interventi di estrema competenza e analisi rigorosa: Stelio Spadaro, Roberto Spazzali, Kristjan Knez. Chiara Vigini, Paolo Radivo, Lucio Toth, Antonio Tommasi, Livio Dorigo. Tra le tante notizie e riflessioni che meriterebbero un commento esaustivo, vogliamo citarne una che rappresenta una bandiera nella storia dell’Adriatico orientale: il ruolo della Dieta del Nessuno con medesime reazioni a Parenzo, Fiume e Zara a conferma di una scelta d’italianità che l’Italia non ha saputo cogliere, interpretare e realizzare.


Le due giornate al Civico Museo sono state dedicate ai libri freschi di stampa con delle vere chicche. Ad iniziare dal lavoro di ricerca di Loris Premuda – introdotto da Silvio Premuda e Simone Peri - sulla storia della medicina nelle nostre terre. Dall’intervento del prof. Ezio Baraggino si evince la ricchezza in campo medico prodotto dall’Istria, a partire da Montona stessa, località delle sue origine e delle origini dell’autore. Quasi a ribadire che la convinzione del capodistriano Santorio Santorio sul "talento medico-scientifico" della gioventù istriana, non fosse solo un omaggio alla sua provenienza. Tanto da convincerlo ad un lascito presso l’università patavina a favore degli studi medici dei giovani istriani. Un lungo elenco di medici eccellenti che danno respiro alla storia del territorio. Da leggere con avidità.


E come non lasciarsi affascinare dalla storia "delle armi" narrata nel libro di Lucio Toth sulle avventure di Spiridione Lascarich di Curzola, comandante delle truppe oltramarine della Serenissima, presentato da Bruno Crevato Selvaggi e dallo stesso autore. Cappa e spada, lotta tra il bene e il male per non dire dell’eterna dicotomia di chi è nato su queste rive e si sente di appartenere a culture se non diverse quantomeno composite, spesso costretto ad un viaggio lontano da ciò che conosce e gli assomiglia, per trovare un equilibrio dentro la propria anima contesa.


Ancora avventure di gente di mare anche nel libro di Stefano De Franceschi e Rosanna Turcinovich Giuricin "Una raffica all’improvviso". Da leggere veleggiando lungo la costa istriana e quarnerina – come suggerisce nella sua presentazione Rossana Poletti - per sottrarsi alle banalizzazioni di contatti superficiali, tentando di capire l’essenza di una terra attraverso i contatti con le genti e le loro storie.


Anche affondando nella storie dei dialetti di queste zone, come sottolineato dall’opera del Libero Comune di Fiume che ha dato alle stampe il Dizionario Fiumano-Italiano e Italiano-Fiumano per "salvare" dall’oblìo parole e modi di dire – come raccontato da Fulvio Mohoratz e Guido Brazzoduro - di una civiltà ricca di contatti ed esperienze marittime ed industriali, di un cosmopolitismo che ha lasciato un segno profondo anche nel linguaggio oltre che nell’indole imprevedibile dei fiumani.
Salvare memoria. Anche con la narrazione di vicende, in parte vere in parte immaginate, come nel libro di Maria Rosaria Dominis, arbesana che vive a Genova. Attraverso la scrittura, l’autrice mantiene – come testimoniato da lei stessa durante la presentazione a cura di Rossana Poletti - quel legame mai interrotto con la sua isola alla quale ritorna fisicamente e con il pensiero per ribadire la propria forza ed il proprio ruolo all’interno di una vita comunque "divisa".


Queste solo alcune note sulle giornate dedicate alla parola scritta, dalle quali sono emerse, in maniera chiara, sottolineata più volte negli interventi, la necessità di una ricomposizione vera e propria tra esuli e rimasti, già realtà per alcune associazioni, ancora da affrontare per altre ma che rappresenta l’unico possibile cammino per salvaguardare la testimonianza concreta di un’identità plurisecolare. Collaborare, realizzare insieme progetti, dare vita ad iniziative congiunte.
Ne ha parlato anche l’Assessore alla Cultura del Comune di Trieste, Andrea Mariani, nel suo intervento di sabato nella sala Quarantotti Gambini del Civico Museo, soffermandosi sull’importanza di un discorso culturale sinergico e di qualità che valorizzi il patrimonio esistente creando nello stesso tempo, le premesse per un’ulteriore crescita.


E’ possibile? La risposta l’ha indicata chiaramente "La Sera del dì di Festa" portando in scena, in queste quattro giornate, testi di autori contemporanei, animati da questo spirito, e che ben rappresentano quel salto di qualità tanto auspicato. A conferma che l’arte riesce per fortuna ad anticipare giustamente i tempi e, forse, ad indicare la strada.


Nel primo spettacolo, proposto dal Dramma Italiano di Fiume, Laura Marchig, che cura la messa in scena spendendosi in prima persona anche come interprete accanto a Surian, ha fatto una scelta di letture dalle pagine di Bora di Anna Maria Mori e Nelida Milani. Il secondo spettacolo ha visto il debutto nella scrittura teatrale di uno storico come Roberto Spazzali che mette a confronto sei storie di sei donne in un campo profughi. Le attrici: tre del Dramma Italiano di Fiume e tre della Contrada che hanno lavorato insieme al regista Maurizio Soldà per questa occasione. Ancora il territorio e i suoi ritmi nel Lunario di Maurizio Soldà, terzo spettacolo in cartellone, divertente, intelligente ricerca di proverbi e riti dei mesi dell’anno per un’ora di autentico divertimento ma anche di percorso nella cultura civile e materiale delle genti istriane.

Ed infine, last but not least, "Il Viaggio" di Franco Fornasaro tratto dai suoi romani, saggi e scritti vari sull’Istria attraverso la figura di suo padre, marittimo, piranese, capofamiglia: presente anche nelle lunghe assenze per quel legame familiare forte dell’essere istriano arcaico, tanto caro alla nostra cultura tradizionale.


Tanti i protagonisti coinvolti, e non citati in questo resoconto, che si sono rivolti ad un pubblico attento, a volte numeroso, a volte sparuto, segnando insieme un’altra tappa di un percorso faticoso ma necessario. Aprire nuove vie è sempre un’impresa ardua ma ogni tappa diventa una piccola conquista.

Rosanna Turcinovich Giuricin

820 – La Voce del Popolo 17/12/11 Speciale - Mompaderno, una piccola Comunità che spalanca le porte a tutti i giovani

Servizio di Lara Musizza

Incontro con Piero Banco, presidente della piccola Comunità degli Italiani di Mompaderno
Mompaderno, una piccola Comunità che spalanca le porte a tutti i giovani

Vicinissima alla principale Pola Trieste, Mompaderno è un piccolo borgo situato nell’agro del Parentino, su una lieve altura. Una località nella quale oggi risiedono circa mille abitanti.
La Comunità degli Italiani di Mompaderno è il più giovane dei sodalizi della nostra etnia costituitosi nel Parentino. È stato infatti fondato nel 1993, per l’esattezza, come rileva il presidente della CI, Piero Banco il 9 aprile di quell’anno. "Una decisione che prendemmo nel corso di una riunione che si svolse nella sede della Casa sociale del posto" – ricorda il presidente che è alla guida della locale CI fin dalla sua costituzione –, in presenza di Ezio Barnabà, che all’epoca era il responsabile del Settore per i rapporti con le Comunità degli Italiani della Giunta dell’Unione Italiana, e di una rappresentanza della CI di Parenzo".


Erano anni in cui, nella ventata di democrazia che aleggiava in tutta la Croazia, anche in questa parte dell’Istria, molti connazionali ritrovarono il coraggio di dichiarare apertamente la propria appartenenza e di dirsi finalmente italiani. Quest’atmosfera di grande entusiasmo coinvolse dunque pure la piccola Mompaderno, che ben presto, grazie al sostegno dell’Unione Italiana e della municipalità di Parenzo, riuscì a trovare pure una soluzione per la sede del sodalizio. Si trattava di una casa a pianterreno situata in una splendida posizione del paese, in cima a un colle, con tanto di uno spazio verde antistante. La costruzione aveva tuttavia bisogno di una ristrutturazione. Fu rinnovata e adattata alle esigenze della Comunità nel 1998. Così, da quell’anno, oltre a disporre di ambienti comodi e accoglienti, soci e attivisti hanno a loro disposizione pure due campi da bocce, attività sportivo ricreativa alla quale molti connazionali amano dedicarsi, soprattutto nei fine settimana e nei pomeriggi delle giornate di bel tempo.


I lavori sono stati realizzati grazie al contributo del governo italiano per il tramite dell’Unione Italiana e dell’Università Popolare di Trieste e grazie all’aiuto della municipalità di Parenzo, di cui Mompaderno è parte integrante.
Quanto agli spazi interni il sodalizio dispone di alcuni vani d’ufficio, dove si svolgono le mansioni di segreteria e le riunioni della presidenza, di due sale di rappresentanza e dei servizi.


All’entrata in sede spiccano poste in bella vista una decina di coppe e medaglie conquistate nel corso degli anni dalle squadre di bocce e da quelle del gioco delle carte, che non mancano di partecipare a tutte le manifestazioni di carattere competitivo organizzate dall’UI, dalle altre Comunità degli Italiani del comprensorio, ma pure a quelle che vengono promosse da altre istituzioni a livello locale.

OGNI GARA UNA COPPA O UNA MEDAGLIA "Direi che non c’è gara alla quale i nostri campioni del gioco delle bocce e quelli che giocano a carte hanno partecipato senza rientrare con una coppa o una medaglia" – ci spiega non riuscendo a celare una punta d’orgoglio nella voce il presidente Piero Banco. E visto che quest’attività interessa molto i connazionali del borgo e le squadre che le praticano sono diverse, la Comunità sta riflettendo sull’opportunità di costruire altri due campi da gioco nelle vicinanze di quelli già esistenti. Lo spazio c’è e gli attivisti e il direttivo del sodalizio preferirebbero che siano due campi coperti, in modo da poter giocare a bocce anche quando piove. Il complesso dovrebbe inoltre disporre pure di un piccolo edificio nel quale la Comunità vedrebbe volentieri sistemato un piccolo bar che contribuirebbe senza ombra di dubbio a dare l’opportunità a soci e attivisti di socializzare di più, di stare in compagnia ogni pomeriggio e di giocare a carte. Anche perchè pure quest’ultima è un’attività molto praticata nel tempo libero tra i connazionali del luogo. E i successi non mancano. All’ultima edizione del Torneo dell’amicizia, organizzata alcune settimane fa dalla Comunità degli Italiani di Abbazia la squadra della Comunità degli Italiani di Mompaderno, composta da Petar Stipanich e Ljubo Sinozich, ha conquistato il primo posto a briscola.

IL PROGETTO PER UN BOCCIODROMO COPERTO Il progetto esecutivo per la costruzione del complesso sportivo ricreativo della CI di Mompaderno esiste già ed è stato realizzato dall’architetto Slaven Cetina, dello studio architettonico polese "SC projekting". Per la realizzazione si conta di spendere in tutto circa 64mila euro, che dovrebbero essere assicurati dai contributi che il governo italiano riserva alle attività della CNI tramite l’Unione Italiana e l’Università Popolare di Trieste.


Quanto agli eventi più prossimi, tra qualche giorni co si ritroverà in sede per la tradizionale bicchierata di fine anno e per scambiarsi gli auguri in vista dell’ormai prossimo Natale. Per l’occasione, ci spiega il presidente della CI, le brave massaie connazionali prepareranno un piccolo rinfresco al quale non mancheranno i dolci tipici.Un altro appuntamento al quale nessuno manca in Comunità a Mompaderno, è quello della Madonna Piccola, patrona del borgo, che ricorre l’8 settembre.
Attualmente a Mompaderno, che ha in tutto 700 abitanti, i soci della CI sono ben 330 e molti sono i giovani interessati a includersi nelle attività.

C’è chi passa il tempo in Comunità consultando la biblioteca e chi invece preferisce dedicarsi alla musica. Un gruppo di giovani del posto ha deciso di recente di mettere in piedi un complessino e si ritrovano spesso in sede per esercitarsi. Infatti, il giorno che siamo stati in visita al sodalizio, la sala sociale sembrava quasi un negozio di strumenti musicali: hanno una pianola, una batteria e due chitarre. A mettere in piedi il gruppo sono stati Petar Banco, Darko Matošević, Ivan Peršurić, Dino Banko, Tamara Popović e Robi Filić. I ragazzi del posto che frequentano la scuola elementare italiana "Bernardo Parentin" a Parenzo sono cinque. Devono fare ogni giorno un viaggio di 15 chilometri per arrivare a scuola, ma è l’unica alternativa se i genitori vogliono far frequentare ai loro figli la scuola italiana.


Ed è su di loro che contano i connazionali anziani che vivono a Mompaderno. "Sono una speranza perilnostro futuro. Probabilmente i genitori interessati a far frequentare un asilo italiano ai propri bambini sarebbero più numerosi se nel posto esistesse un’istituzione prescolare italiana" – rileva il presidente del sodalizio.
In Comunità si seguono volentieri corsi e conferenze che vengono organizzati grazie alla collaborazione con l’UI e l’UPT e tutti sono sempre molto interessati pure alle gite in Italia, che, ci dice il presidente del sodalizio, ci si augura riprendano quanto prima.


"La Comunità di Mompaderno è aperta in pratica ogni giorno, ma visto che ultimamente la mole dei servizi d’amministrazione che dobbiamo sbrigare aumenta, abbiamo deciso di mettere a disposizione dei soci la segreteria almeno per un pomeriggio a settimana" – ci spiega Banco. A occuparsi delle pratiche e ad aiutare i soci nell’ottenimento di certificati d’iscrizione e altri documenti che sempre piùspesso vengono richiesti, vuoi per motivi di studio, vuoi per l’ottenimento della cittadinanza italiana, sarà la contabile connazionale Elena Bernobić Stemberga.

821 - Il Piccolo 19/12/11 Affreschi sconosciuti a Sibinia nella chiesa San Pietro di Sorbara

Affreschi sconosciuti a Sibinia nella chiesa San Pietro di Sorbara

di Bruno Lubis

BUIE Sulla direttrice dell’antica via Flavia, in epoca medievale sono sorte chiese che, oltre alla devozione, rispondevano anche al bisogno di difesa e di tappa per i viandanti d’allora. Chiese costruite su un leggero dosso o su collina, a distanza più o meno di una giornata di cammino che, per gli uomini di quel tempo adusi alla fatica, si aggirava più o meno sui 20-25 chilometri. Le chiese colà dislocate diventavano centri di poveri scambi commerciali, di passaggio di notizie. Dentro le mura che circondavano i Tabor (specie di rocca) si rifugiavano per il riposo i viaggiatori. A Cristoglie (Hrastovlje) capitò addirittura Giovanni da Castua, chiamato dai Neuhaus, i signorotti dei luoghi per affrescare le pareti interne della chiesetta. Il dipinto è del 1490 e resta celebre per la Danza Macabra, uno degli esempi più caratteristici della pietà tardomedievale. Un coetaneo di Giovanni, Vincenzo da Castua, affresca le pareti della chiesetta della Madonna delle Lastre, a Vermo (Beram), nel centro dell’Istria, dove attorno all’anno Mille i conventi benedettini erano una delle poche oasi di vita. Tra le due chiese, nascosta in mezzo a boschetti di roveri, sorge la chiesa dedicata a San Pietro di Sorbara. Il luogo era proprietà dei conti Rota, signori di Momiano e di Pirano, originari del Bergamasco, ma arrivati in Istria nel secolo XV. Vicino alla chiesetta, racconta Elvino Jurjevic, sorgeva anche un monastero che il tempo (e chi aveva bisogno di pietre già squadrate per farsi la casa) ha cancellato. La località è chiamata sempre Sibinia, nome originario della famiglia d’origine. All’interno, guidati da Elvino Jurjevic, dietro la pala moderna e Kitch dell’altare, si aprono alla vista affreschi di santi e angeli, profeti ed evangelisti . I colori sono angelici e molto ben conservati, peccato che non si riesca a valorizzare il luogo, a un tiro di schioppo da Marussici, nel Comune di Buie.

822 – La Voce del Popolo 19/12/11 Speciale - Capodistria - SEI Pier Paolo Vergerio il Vecchio: la ristrutturazione è indispendabile

La scuola la attende da quarant'anni; ora si fa affidamento sul nuovo ministro dell'Istruzione
SEI Pier Paolo Vergerio il Vecchio: la ristrutturazione è indispendabile

Oltre al ginnasio "Gian Rinaldo Carli", a Capodistria, nel Collegio dei Nobili ha la propria sede pure la scuola elementare italiana "Pier Paolo Vergerio il Vecchio", che in realtà occupa la gran parte dell’edificio. In totale l’istituto conta 210 alunni, 113 dei quali frequentano la sede centrale e gli altri quelle periferiche di Crevatini (58), Bertocchi (15) e Semedella (24). Sulla situazione della scuola, dei suoi sviluppi, dei progetti e dei problemi, legati principalmente alla mancanza di spazio, abbiamo parlato con il preside, Guido Križman.

- Una situazione numerica che vi soddisfa, professore?

"Attualmente gli alunni sono suddivisi in venti sezioni, tra le quali vi sono alcune classi combinate e una che si sdoppia, ossia l’ottava. Le unità periferiche ospitano i ragazzi dalla prima alla quinta classe, mentre per l’ultimo quadriennio, tutti gli alunni confluiscono nella sede centrale di Capodistria. Direi che l’anno scolastico in corso ha segnato finalmente una ripresa delle iscrizioni alla prima classe, dopo che nel 2009 a Bertocchi, ad esempio, non ce n’erano state. Motivo per cui, attualmente, abbiamo quattro prime classi per un totale di 31 alunni. Dopo alcuni anni in cui i bambini che venivano iscritti nella sede periferica di Crevatini risultavano tutti residenti prevalentemente oltreconfine, e dunque in Italia, quest’anno pure in questa località abbiamo rilevato una maggioranza dei bambini iscritti residenti in Slovenia. Va sottolineato, comunque, che l’unità di Crevatini resta una delle sezioni scolastiche periferiche più numerose in Slovenia. I bambini che la frequentano sono ben 58 e di conseguenza vengono a mancare abbastanza gli spazi. Per risolvere questo problema contiamo sui fondi del bilancio comunale del 2012, di cui beneficerebbero sia la sezione di Crevatini sia quella di Semedella, che hanno entrambe difficoltà simili".

- A proposito di spazi, nella sede centrale di Capodistria la situazione qual è?

"Purtroppo era e rimane un grandissimo problema. Lo stabile ha bisogno di una ristrutturazione completa e la attendiamo da quarant’anni. Si tratta di un intervento che è davvero indispensabile, ma che stenta a decollare. Inizialmente il Comune stesso aveva finanziato la progettazione di quattro soluzioni ideali, nelle quali si teneva di conto della mancanza di spazio. Era stato previsto, di conseguenza, di ampliare l’edificio esistente costruendo due ali laterali che ci avrebbero consentito di ottenere almeno 150 metri quadrati di spazio utile. Si trattava di proposte che avevano ottenuto anche il benestare dell’Ente per la tutela dei beni culturali. Poi però, il Ministero per l’istruzione ha bloccato tutto, delegando per altro la progettazione a un altro studio. I nuovi progetti, tuttavia, risultarono andare addirittura a scapito degli spazi di cui disponiamo ora. Una cosa che andava insomma contro ogni logica. Per questa ragione,in collaborazione con la CAN costiera e con il suo presidente, Alberto Scheriani, abbiamo cercato una soluzione alternativa, ed è stata individuata la possibilità di ottenere l’ex sede della Scuola media tecnica slovena in Piazza Vergerio. Assieme ai rappresentanti municipali e al preside dell’istituto sloveno, abbiamo anche effettuato un sopralluogo. Ora la sede è vuota ma a mio parere sarebbe adatta e richiederebbe un investimento molto inferiore quanto a costi, rispetto ai lavori che si dovrebbero effettuare al Collegio dei Nobili. Già in partenza è più spaziosa, le aule sono grandi, la palestra si presenta meglio di quella attuale. Vi sarebbe pure un refettorio e anche un cortile più ampio. Inoltre, nei vani sotterranei, prima usati come officine scolastiche, si potrebbe ricavare un ambiente polifunzionale di cui abbiamo veramente grande bisogno, per ospitare incontri, feste, spettacoli ed altre attività. Per adesso tutto è fermo, in attesa dell’insediamento del nuovo governo. Vedremo se il futuro ministro per l’istruzione si pronuncerà sulla nostra proposta".

- È vero che da quest’anno anche nella scuola elementare si stanno apportando dei cambiamenti come quelli già introdotti nelle scuole medie?

"Sì. I programmi sono stati modificati quest’anno. La riforma dei curricoli è appena iniziata, con gli insegnanti che stanno introducendo per la prima volta le novità nei programmi che sono stati rivisti. A occuparsi della preparazione e dell’aggiornamento del corpo docenti è l’Istituto per l’educazione, che li aggiorna sulle novità e su come introdurle nel processo educativo. Oramai da molti anni la prima lingua straniera, cioè l’inglese, è parte integrante dell’orario dalla quarta classe in poi, mentre dal 2012 la nuova Legge sulla scuola elementare prevede che questa sia spostata già nel primo triennio. Saranno poi necessari degli specifici corsi di formazione, grazie ai quali saranno probabilmente gli stessi insegnanti di classe a insegnare l’inglese agli alunni delle classi inferiori".

- Per quanto riguarda il corpo insegnanti avete profili che mancano?

"Le persone che fanno parte del collettivo attualmente sono 53, 10 delle quali svolgono mansioni tecnico-amministrative. I docenti sono invece 43. Diciamo che il settore dei quadri è interessato da una relativa mobilità, soprattutto per alcune materie specifiche. In genere ne abbiamo pochi a tempo indeterminato, principalmente per due motivi, ossia perché il posto di lavoro stesso è a tempo determinato, o perché non hanno ancora le qualifiche necessarie. Su questo punto posso aggiungere che di anno in anno stiamo riducendo il numero dei dipendenti a tempo determinato, con diversi insegnanti in processo di acquisizione della qualifica necessaria per il loro posto di lavoro".

- Come si può capire leggendo la vostra pagina web, né la sede di Capodistra né le altre si limitano alle attività in classe. Ci può descrivere qualcuno dei molti progetti, vostri, locali, internazionali e interregionali che realizzate?

"Il progetto più attuale è ‘Mare da amare’, che viene portato avanti in collaborazione con il Centro italiano di cultura ‘Carlo Combi’ e con altre scuole di lingua italiana di Trieste. L’iniziativa prevede lo studio del mare da diverse prospettive, ad esempio letteraria, scientifica o ludica. Tra circa due anni è in programma l’incontro finale di tutti gli istituti coinvolti, al quale saranno presentati i risultati. Molto importante sono anche il progetto "Eduka - educare alla diversità" dell’Istituto sloveno di ricerche SLORI, di Trieste, finanziato nell’ambito del Programma per la Cooperazione Transfrontaliera Italia - Slovenia 2007-2013, dal Fondo europeo di sviluppo regionale e dai fondi nazionali, che coinvolge Università, scuole medie ed elementari dell’area transfrontaliera, con entrambe le lingue d’insegnamento. L’iniziativa mira a studiare le scuole delle minoranze, approfondendone le difficoltà e le particolarità, soprattutto attraverso le attività degli insegnanti. Abbiamo poi molte altre collaborazioni. Ad esempio con il Comune di Capodistria, l’Unione Italiana, le altre due scuole elementari italiane del territorio e alcune d’oltreconfine, l’asilo, la scuola di musica, tanto per citarne alcune".

- I tagli ministeriali si faranno sentire anche l’anno venturo. Qual è il settore che a scuola ne risente di più?

"Purtroppo la formazione professionale e l’aggiornamento dei quadri sono segmenti per i quali quest’anno non sono stati previsti finanziamenti. Cerchiamo comunque di sopperire al problema organizzando dei seminari interni, in sede. Ma per quanto riguarda quelli nazionali, che non sono gratuiti, non avremo le possibilità per parteciparvi".

- Recentemente avete acquistato uno scuola bus. Avete altre iniziative di questo tipo?

"Lo scuola bus è stato finanziato in parte dal Comune di Capodistria e in parte dall’UI. Adesso bisognerà vedere quanto la difficile situazione economica influirà sulla riduzione dei mezzi stanziati da UI e UPT in futuro. Da parte nostra stiamo già sviluppando alcune iniziative. Ad esempio il progetto "Campus dotati", che prevede in primavera una gita di tre giorni a Pola per i ragazzi più capaci delle tre scuole elementari italiane, con laboratori e lezioni mirate. Stiamo attendendo la consegna di alcuni computer ed è in via di implementazione il progetto ‘Collegio virtuale’ che interessa gli insegnanti e che semplificherà loro la collaborazione e la comunicazione anche con i colleghi che insegnano nelle sedi dislocate".

- In Internet ultimamente la pagina web della scuola è molto bene aggiornata. È di aiuto nel processo lavorativo?

"Sicuramente è uno strumento molto utile, prova ne sia pure l’interesse da parte dei genitori, che sempre più spesso richiedono informazioni in rete e che noi regolarmente pubblichiamo sul sito. All’indirizzo www.vergerio.si possono inoltre trovare moduli, contatti e orari scolastici. Inoltre sul nostro sito, curato soprattutto dall’insegnante Danilo Fermo, con il contributo di altri insegnanti e di alunni, aggiorniamo le notizie sulle nostre attività. C’è pure l’album fotografico. Il sito, insomma, offre a chi lo visita una vera e propria cronaca della vita della nostra scola".

Jana Belcijan

823 – La Voce del Popolo 19/12/11 Cultura - Omaggio a Sergio Endrigo in una serata indimenticabile

«Musica e poesia» alla Comunità degli Italiani di Pola
Omaggio a Sergio Endrigo in una serata indimenticabile

POLA – Musica che è poesia, poesia che è musica per gli affamati delle sensazioni belle, semplici e nel contempo dei pensieri profondi e pregni di reconditi significati. Ben consci che tanto ha offerto Sergio Endrigo, da interprete del mondo con gli occhi dell’intelligenza, l’altra sera alla Comunità degli Italiani di Pola si è cercato di compiere l’ardua operazione di recupero di parte del suo (con)tributo all’arte dato quale anima sensibile ed eclettica sull’ampia rosa dei temi della vita.

Senza pretesa di tentare di eguagliare minimamente le commoventi e trascinanti interpretazioni del cantautore, la Piccola scena musicale istriana con il progetto "Forum Endrigo" ha voluto comunque proporre e rivisitare una parte significativa di una produzione poetico-musicale, costituente tutt’oggi una vera collezione di perle canore. Impegno - supportato dalla CIP, dall’UI, dall’Istituto italiano di cultura e dalla Pro loco polese - premiato e applaudito dal pubblico, che ha gremito la sala polivalente, tanto da dover aggiungere nuovi posti a sedere per dare spazio a tutta quella gente che evidentemente ancora sente il bisogno di sentire in qualche modo rivivere la voce e lo spirito del personaggio concittadino. Il desiderio di riproporre e continuare a mantenere desta l’attenzione sull’artista, che si è dimostrato sempre avanti rispetto ai suoi tempi è proprio quello ad avere spinto la Piccola scena a creare un progetto teso anche a stimolare i nostri musicisti a proporsi all’uditorio ispirati dall’affermazione dei valori umani trasmessi da Endrigo.

Il programma "Musica e poesia di Sergio Endrigo", condotto con classe impeccabile e con piacevoli interventi poetici da Rosanna Bubola ha visto alla ribalta numerosi protagonisti e interpreti: Vito Dundara, presidente della succitata associazione, Anna Tiani, cantante rovignese che studia al Berklee College of music di Boston (USA), il cantante Riccardo Bosazzi di Rovigno, quindi Maer e il suo gruppo, Livio Belci del gruppo solisti della Comunità degli Italiani di Dignano, i minicantanti della Comunità degli Italiani di Albona diretto da Sabrina Stemberga Vidak e Tatiana Sverko Fioranti quale accompagnamento al pianoforte.

Lo spettacolo è incominciato in medias res da Vito Dundara con il toccante brano "1947", che con parole semplici cela il lontano ricordo della città esodata, la Pola che diede i natali ad Endrigo e che egli lasciò ancora in tenera età. Canzone dalle emozioni vere, poi, con "Scende la notte" con Dundara che quindi ha ceduto il microfono a Maer e ai suoi ottimi accompagnatori, il chitarrista Domagoj Mišković e il bassista Alvin Smijulj, interpreti de "Il treno che viene dal sud", canzone d’impegno sociale degli "uomini cupi con in tasca la speranza" e di "Dove credi di andare", che si ricollega alla tragica fine di Luigi Tenco.

Dopo la campagna antimilitarista, assieme al "Girotondo intorno al mondo", intonato da Riccardo Bosazzi, si scende nella grande tematica dell’amore, faro della vita per Endrigo, che ha cantato le donne in mille modi, da quello malinconico, rassegnato o realista di "Io che amo solo te" (650 mila copie vendute!), e persino ironico nella "Via Broletto 34", eseguiti in maniera molto apprezzabile da Anna Tiani, con l’accompagnamento alla chitarra di Teodor Tiani. Niente banalità romantiche, ma canzoni fatte di intimissimo impegno anche "Aria di neve" e "Lontano dagli occhi" (secondo premio a Sanremo 1969), cui ha dato voce dal timbro baritonale, Livio Belci. Altre elegie d’amore di "Dimmi la verità" proposta da Dundara e "Canzone per te" (vincitrice del festival sanremese nel 68), intonata da Bosazzi. Nuovamente Dundara si è cimentato con "La prima compagnia" e "La colomba", brani simbolici d’amore e di pace.

A uscire piacevolmente dal seminato quindi il coretto di voci bianche della Comunità di Albona, diretto da Sabrina Stemberga Vidak accendendo d’allegria la sala della Comunità con le note di Endrigo fanciullo, splendido e arguto interprete del mondo dell’infanzia, autore di canzoni per bimbi, con celata morale adulta, nonché scherzoso ed ecologico contenuto. Vedi il celeberrimo "Ci vuole un fiore", "Il pappagallo" onomatopeico, "La casa" in via dei matti numero zero... Volgendo al suo termine, il concerto è stato coronato da "Altre emozioni" regalate da Dundara nel brano considerato una specie di testamento spirituale di Sergio Endrigo. Finalissima affidata non solo a tutti gli interpreti, ma anche all’intero pubblico, che ha intonato assieme "L’arca di Noè". Saluto e omaggio corale a chi ha sempre insegnato tramite le sue canzoni umiltà e profondità di pensieri, oggi da continuare a riscoprire.

Arletta Fonio Grubiša

824 - La Voce in più Cucina 17/12/11 La Vigilia e il pranzo di Natale a casa mia, passato e presente della festa in cucina raccontato da politici, esponenti della CNI, poeti, scrittori, attori e giornalisti

Passato e presente della festa in cucina raccontato da politici, esponenti della CNI, poeti, scrittori, attori e giornalisti
La Vigilia e il pranzo di Natale a casa mia

Patrizia Brnčić e Stella Defranza


Antropologi e buongustai non hanno dubbi: da sempre il banchetto natalizio da consumare in famiglia occupa un posto centrale nel rito della festa. Il Natale resta il tempo del convivio familiare in cui la cena della Vigilia e il pranzo del 25 hanno un valore simbolico di conciliazione, condivisione, pacificazione. Anche la preparazione del cibo, con cura e senza fretta, assume i contorni di un'importante cerimonia affettiva. Spesso, infatti, nella realizzazione dei piatti è impegnata quasi tutta la famiglia. Dovremmo avere il sorriso sulle labbra, ma a una settimana dalla festa delle feste, ci riesce difficile. È un anno di lacrime e sangue e sinceramente il sangue è finito; non ci restano che le lacrime. La crisi si è fatta sentire in tutta la sua crudeltà, ha inciso sulla nostra vita quotidiana, giorno dopo giorno, e di questo andare arriviamo alla fine dell'anno sfiniti ed esausti. Ecco perché questo Natale ci aiuterà a ritrovare il suo autentico spirito, quell'atmosfera di unione familiare che magari in passato, oltre a venir data per scontata, veniva travolta dall'assoluto consumismo, dimenticando i sentimenti veri che non si esprimono certo con un regalo, ma con un bacio e un abbraccio.
La crisi, ovviamente, andrà ad incidere sulla proposta gastronomica delle nostre tavole, anche se in fede crediamo che si farà di tutto per rispettare quelle che sono le "regole" della tradizione, almeno quella vicina a noi italiani di qua. È per questo che ci siamo rivolti a personaggi vicini alla nostra realtà di appartenenti alla CNI per un'inchiesta quale e com'era il Natale. Si evince che il passato e il futuro sono legati da un filo invisibile di nome e tradizione, anche se festeggiare il Natale solo qualche decennio fa magari poteva venir ritenuto un "sacrilegio". Auguri a tutti, con un sola speranza: pauciores lacrimis e meno prelievi di sangue forzati (un doveroso grazie, infine, a tutte le persone che hanno partecipato a questa inchiesta).


ROSSELLA FRANCHINI SHERIFIS Ambasciatore d'Italia a Lubiana: "I ricordi della mia infanzia sono legati alla casa dei miei nonni materni, nell'entroterra di Rimini. In quel territorio, la famiglia si riuniva la vigilia di Natale per fare insieme i preparativi della festa. Mio fratello ed io, da bravi bambini, aiutavamo papà a decorare il grande albero di Natale, sotto il quale, nella notte sarebbero arrivati i doni. In cucina, la nonna, la zia e la mamma preparavano i famosi cappelletti per il pranzo di Natale. La sera della Vigilia, la cena tradizionale era "di magro" e comprendeva la minestra di pasta e ceci e l'anguilla alla brace. Aspettavamo tutti insieme, giocando a tombola, l'ora della messa di mezzanotte. Il pranzo di Natale era a base di cappone, che arrivava sulla tavola dalla nostra campagna: brodo con i cappelletti, poi cappone lesso con mostarda di frutta, cappone al forno con patate, e infine frutta secca, panettone e torrone. Ora, da molti anni ormai, io e mio marito non possiamo più contare sulla riunione di famiglia, ma godiamo il calore della famiglia allargata rappresentata dagli amici più cari nella città in cui lavoriamo. Festeggiamo quindi secondo le tradizioni del Paese in cui viviamo. Per noi è importante soprattutto l'affetto ed il calore della festa".


EMANUELA D'ALESSANDRO, Ambasciatore d'Italia a Zagabria: "A casa nostra ci riunivamo per il cenone della Vigilia prima di andare alla messa di mezzanotte. La cena era a base di pesce. Mi ricordo gli ottimi crostini al salmone, la mousse di tonno e gli spaghetti con le vongole. A Roma è tradizione mangiare tantissimo fritto, per cui se per cena per caso non si friggeva il pesce, lo si preparava al forno con patate. Per dolce si mangiava il classico panettone o il pandoro. Il pranzo di Natale era sempre un banchetto vero e proprio ed era caratterizzato soprattutto dal classico fritto di verdure alla romana: carciofi, zucchine, cavolfiori, ma anche lasagne al ragù, tortellini in brodo, arrosti. L'abbuffata si concludeva con panettone farcito e con il tronchetto natalizio, ossia un dolce tipico a forma di tronco d'albero, ricoperto di cioccolato e decorato con tanti pupazzetti colorati raffiguranti Babbo Natale, funghetti, animali... Oggi purtroppo non ci sono più serate natalizie come una volta e con i ritmi serrati che dobbiamo affrontare, cerchiamo di mantenere quanto più viva la tradizione".


RENATO CIANFARANI, Console Generale d'Italia a Fiume: "Io sono romano e a casa nostra era da sempre tradizione iniziare il pranzo di Natale con degli antipasti tipo alici, olive e bruschette, per poi continuare con i tortellini in brodo e pollo al limone. Il dessert era tradizionale, panettone e torrone bianco. Oggi sono cambiate tante abitudini, ma è rimasta quella di riunirci in famiglia per il cenone della Vigilia, molto semplice e a base di pesce, per poi andare tutti assieme in chiesa. È evoluto pure il menu di Natale. Ora sulle tavole è apparso il salmone, la frutta secca esotica mentre il classico panettone è stato sostituito da pandori farciti con il limoncello e il torrone bianco da quello al cioccolato".


ROBERTO BATTELLI, deputato CNI al Parlamento sloveno: "La tavola natalizia mi associa in particolar modo ai dolci che si preparavano sotto le feste. Oltre alle tradizionali frittole, mi ricordo di mia nonna che preparava sempre i cannoli con la crema pasticcera e siccome non c'erano tutti gli accessori che troviamo oggi, questi venivano avvolti attorno alle canne di bambù che crescevano nell'orto di casa. Alla Vigilia si mangiava sempre il baccalà in bianco (mantecato), con il quale tra l'altro mio nonno condiva pure la pasta, una tradizione che rispettiamo tuttora. Il pranzo di Natale oggi è un'occasione di ritrovo per la famiglia e dato che piace a tutti, la carne non manca mai".


FLAVIO FORLANI, presidente della Comunità autogestita costiera della nazionalità italiana (Can): "La nostra è una famiglia di atei, per cui non abbiamo mai festeggiato particolarmente il Natale. Ad ogni modo, dai ricordi di quand'ero bambino posso dire che anche senza particolare euforia venivano rispettate le tradizioni culinarie. A Dignano si andava in bosco a tagliare un bel ginepro che poi veniva addobbato con ovatta che faceva da neve, mandarini e caramelle di zucchero. A Natale per pranzo c'era prima il brodo di carne con tagliatelle fatte in casa, poi il tacchino con le patate al forno e per finire le popolari frittole. Oggi, invece, l'albero di Natale è ecologico, di plastica, addobbato con palline e lucette. A casa nostra non c'è più l'abitudine di cenare tutti assieme, per cui preferiamo riunirci a Natale. Rispetto al passato il pranzo è più solenne, ma comunque tiene conto delle usanze. Adesso oltre a servire l'arrosto di tacchino, sulla tavola natalizia portiamo anche un bel piatto di crauti con salsicce istriane e invece delle frittole lo strudel di noci".


BORIS MILETIC, sindaco di Pola: "Io e mia moglie siamo di Albona e teniamo alle nostre tradizioni locali. Anche quelle legate al cenone della Vigilia e al pranzo di Natale sono rimaste invariate in tutti questi anni. Di solito il 24 dicembre la famiglia si riunisce attorno alla tavola imbandita e mangiamo prima una minestra di ceci e poi baccalà preparato "alla dalmata" e con le posutizze, una pasta tipica istriana che viene tagliata a quadrettini. Tra le varie pietanze che vengono invece servite per il pranzo di Natale, non mancano mai i cosiddetti "labinski krafi". Si tratta di un raviolo particolare, specialità autoctona della cucina dei pressi di Albona. Il più delle volte vengono consumati per dessert e sono caratteristici per il ripieno di formaggio, uova, noci e uvetta. A casa nostra li usiamo però servire pure salati, accompagnati da un un sugo di carne".


PIPPO ROTA, ex presidente dell'Unione Italiana e vicepresidente della Regione Istriana, non ha mai fatto troppo caso ai cibi natalizi. "Si mangiava quello che... passava il convento - ci spiega -. Erano tempi difficili e non potevamo permetterci alcun capriccio. Il pranzo di Natale era contrassegnato da pollo o tacchino, seguiti dalle tradizionali frittole. La differenza tra il Natale di una volta e quello di oggi non sta nelle pietanze, ma nel modo di approcciarsi a questa festa. All'epoca aspettavamo con ansia di vedere il tavolo imbandito e di gustare qualche piatto fuori dal comune, ora diamo tutto per scontato perché la vera fame non esiste più".

PINO DEGRASSI, presidente della CI Fulvio Tomizza di Umago, ha rispolverato la memoria ripescando alcuni dei piatti tipici che si mangiavano una settantina d'anni fa. "A Natale mi piaceva mangiare la carne, se c'era, poiché non c'era sempre - dice scherzando Pino -. Per la Vigilia mangiavamo pesce semplice, sardelle o altro pesce accessibile alle nostre tasche e come contorno non mancavano mai le verze o la polenta. Se mangiavamo il baccalà, questo veniva accompagnato dalle patate e in mancanza di cibi più complicati ci accontentavamo anche di pane con le "frisse" o ciccioli. Chi poteva permettersi un pranzo un po' più abbondante, preparava un bel pollo o un tacchino arrosto. Il cibo era più genuino, non si comprava niente di pronto. Il dessert era composto dalle frittole a base di uva passa, pinoli oppure zucca e mi ricordo pure di una specie di salame dolce a base di frutta secca, mandorle e altre prelibatezze. Al giorno d'oggi mangiamo un brodo seguito da pollo e cappuccio o qualche altro contorno e dopo un pranzo abbondante seguono i crostoli con le noci e le mandorle. A differenza di qualche anno fa ultimamente i pranzi di Natale sono più modesti e la cosa più importante non è quello che si mette in tavola, ma la compagnia attorno ad essa".


AGNESE SUPERINA, presidente della Comunità degli Italiani di Fiume, ricorda la modestia degli addobbi natalizi: "La mamma aveva insegnato a me e a mia sorella ad addobbare l'alberello con mandarini, fichi secchi, biscottini a forma di stelle e mezzelune e caramelle allo zucchero avvolte in carta stagnola colorata. Non vedevamo l'ora di disfare l'albero per poter mangiare quegli originalissimi addobbi. A pranzo non mancava un brodo di gallina coi gnocchi o con le tagliatelle fatte in casa e, a differenza di oggi, mia mamma ci metteva le zampe di gallina che a me facevano impressione. Al brodo seguiva un tacchino arrosto con contorni di patate o verdure. I dolci tradizionali natalizi erano le frittole, l'oresgnazza, il kuglof, i chifel allo zucchero vanigliato e alle noci. Mantengo vive tutte queste tradizioni a parte quella delle frittole, che ormai sono diventate il simbolo del Carnevale e a Natale si fanno raramente. Un'altra tradizione che cerco di mantenere viva è quella di mettere bene in vista un cestello con frutta secca, datteri, noci, mandorle perché penso che in un certo senso rappresentino lo spirito natalizio".

MILAN RAKOVAC, scrittore istriano, ricorda la semplicità dei cibi di una volta. "La Vigilia di Natale era dedicata al pesce - spiega -e chi non poteva permettersi il baccalà si accontentava dei sardoni o del pesce sotto sale. A Natale mangiavamo carne di pecora o di capra e mi ricordo che non esistevano gli alberi di Natale. Anche i dolci erano semplici, a base di zucchero e farina oppure frutta di stagione, come mandarini o arance. Mi sono rimaste in mente le frittole, i crostoli, il pan di spagna, gli zuccherancici e la tradizione di abbrustolire le mandorle con lo zucchero. Mia nonna faceva anche i pop-corn e tutte queste prelibatezze si mangiavano nel periodo che va da San Nicolò ai Tre Re, fino al Carnevale. Il giorno di Santa Lucia si ammazzava il maiale e si facevano i salumi e la carne di maiale si mangiava tutto dicembre e per questo motivo associo il Natale all'unico mese dell'anno quando si mangia abbastanza bene. Mantengo vive tutte queste tradizioni e proprio in questo momento il baccalà mi sta aspettando a casa".

MARIO SCHIAVATO, scrittore fiumano nato a Dignano, e la moglie MARIA, professoressa, ricordano festività modeste a causa del periodo bellico e della povertà. "Non mi ricordo nessun piatto in particolare - ammette Mario - perché noi al Natale non abbiamo mai tenuto molto". Maria, invece, spiega che nei periodi delle festività di dicembre si mangiava al massimo una gallina arrosta, si faceva il brodo e il contorno erano le patate. "Dovete prendere in considerazione il fatto che c'era la guerra e il periodo post-bellico era anche peggio. Non si parlava del Natale e coloro che lo celebravano si accontentavano di un pranzo a base di gallina o tacchino. La Vigilia era riservata al pesce e i dolci erano quelli tipici, come lo strudel di noci".

ANITA FORLANI, poetessa dignanese, nata a Fiume, ricorda benissimo i cibi tipici delle festività natalizie. "Le prime feste natalizie che mi ricordo - spiega - sono quelle trascorse a Fiume, quand'ero ancora piccina. La mia era una famiglia operaia e non c'era abbondanza a tavola. La Vigilia di Natale era contraddistinta dal digiuno e da cibi semplici. Il giorno di Natale mangiavamo sempre crauti con carne di maiale, preceduti da un brodo di carne o di pesce con riso. Mi ricordo pure che in un paio di occasioni mio padre portò un'oca o un tacchino che ingozzavamo per qualche settimana e che finiva nei piatti il giorno di Natale. La mamma e la nonna facevano lo strudel di noci, che era il dolce tipico delle festività di dicembre. Da quando vivo a Dignano ho imparato a fare le frittole dignanesi, una specie di frittelle particolari perché non vengono subito fritte, bensì cucinate. Gli ingredienti (mele, fichi, cioccolato, cannella, zucchero, farina e altro) vengono fatti amalgamare sul fuoco, come si fa con la polenta, e poi si frigge il tutto. Ho imparato anche a conoscere le tradizioni di-gnanesi, che sono diverse da quelle fiumane. A Dignano per Natale si mangia brodo di pollo o di tacchino, il cosiddetto "broù", con i fi-delini ovvero la pastina all'uovo, al quale seguono i "fusarioi" fatti con l'ago da calza e serviti col sugo di gallo. Dopo il pranzo si mangiano le frittole e i bussoladi, una specie di biscotto a forma di ciambella. I vini tipici sono la Malvasia, il Teran e il Vin de Rosa".

LIBERO BENUSSI, poeta rovignese, è nato in una famiglia atea o comunque poco religiosa e il mese di dicembre era riservato principalmente alle feste di compleanno. "Dovete sapere - spiega libero - che nell'arco di un mese noi festeggiamo ben sei compleanni e quasi neanche ci accorgiamo del Natale. Mio figlio, ad esempio, compie gli anni il 26 dicembre e il giorno di Natale noi ci prepariamo per la sua festa. Penso comunque che la tradizione delle feste natalizie fosse presente in casa nostra, anche se non era manifesta come nelle alte famiglie. Il giorno di Natale si andava a scuola e la vera festa era a Capodanno, trascorso rigorosamente in famiglia. Mangiavamo le frittole e in alcune mia mamma metteva un batuffolo di ovatta. Chi aveva la sfortuna di prendere la frittola ovattata continuava a masticarla senza poter mandarla giù, destando l'ilarità di tutta la famiglia. Non era una rarità nemmeno mangiare i gnocchi di patate col sugo. Adesso in periodo di feste mangiamo soprattutto il pasticcio, l'arrosto di maiale, seguiti dal kuglof, dai fiocchi (crosto-li) o da qualche altro dolce anche se, in realtà, facciamo soprattutto torte. Vorrei aggiungere soltanto che le tradizioni che ci sono state trasmesse dai nonni sono usanze di pescatori e contadini, abituati a preparare pesce, verdura, cibi genuini e semplici".


SERGIO DELTON, professore in pensione ed ex responsabile del settore sportivo UI: "Sono tanti i ricordi che riemergono pensando a quello che si mangiava una volta. In ogni caso, alla Vigilia ci si riuniva tutti per aspettare la messa di mezzanotte e si consumava sempre il baccalà. A pranzo per Natale veniva messo in tavola quello che 'passava il convento', un gallo o una gallina, non c'erano i mezzi sufficienti per fare banchetti. Oggi il 24 dicembre si mangia più pesce di una volta e per Natale ci si raccoglie attorno alla tavola imbandita con familiari e vicini di casa. In questa occasione non mancano le frittole e un buon bicchierino di passito, il Vin de Rosa che da sempre è un prodotto di... famiglia".


ANDREA MARSANICH, giornalista di Radio Fiume, ama tenere vive le vecchie tradizioni. "Il mio Natale di oggi non si differenzia molto da quello di quand'ero piccolo - spiega -, a parte qualche piccolo particolare, come ad esempio il panettone che adesso si compra a Trieste e che prima non c'era. Per il resto è la tradizione a dettare il menu nei giorni festivi. Alla Vigilia mangiamo sempre il baccalà in bianco o in sugo con contorno di patate, mentre il pranzo di Natale è riservato al tacchino. Per quanto riguarda il dessert, ci limitiamo ai dolci classici che facevano mia nonna e mia mamma".


ELVIA NACINOVICH, attrice del Dramma Italiano, ammette di non ricordare bene i piatti natalizi a causa della sua avversione infantile verso il cibo. "Da piccola odiavo mangiare - spiega - e il Natale era una festa incentrata sul cibo. Mi ricordo che il giorno prima si mangiava baccalà in bianco oppure in sugo con il pomodoro e il giorno dopo veniva servita la gallina o il maiale arrosto, seguiti dalle frittole. Cerco di mantenere viva questa tradizione aggiungendo un tocco in più, come ad esempio qualche bella fetta di prosciutto istriano come antipasto".


ALJOSA CURAVIC, caporedattore del programma italiano di TV Capodistria: "Del mio Natale d'infanzia ricordo gli addobbi natalizi di una volta. L'albero era vero e sui suoi rami erano appesi biscotti e caramelle. Che bella la magia delle palline colorate. Ricordo la potizza, il dolce tipico sloveno simile alla gubana, ma soprattutto le frittole parentine. Quelle di una volta, dei nonni, si facevano senza lievito, con uvetta, pinoli, cioccolato, frutta candita, limone, noccioline e chissà cosa ancora. Prima che la mamma si mettesse a friggerle, infilavamo le dita nel pastone caldo, fumante e squisito, che veniva steso su tutta la tavola. Che leccornia... Oggi, invece, festeggio viaggiando. Mi piace andare in giro sotto Natale e gustare le pietanze di altri luoghi, vivere le atmosfere natalizie di altre città. Tutte le tradizioni sono belle, anche quelle degli altri. Per il cenone della Vigilia a casa mia si mangia il pesce, mentre per il pranzo del 25 dicembre quasi sempre agnello. Ma se voglio fare un tuffo nell'infanzia, allora scelgo baccalà in rosso con le patate per il cenone e tortellini in brodo, anatra all'arancia e tante verdure di stagione per il pranzo di Natale.

Un buon vino e... cin cin... Buone feste".

825 - Il Piccolo 22/12/11 Lettere - Storia: Gli italiani in Dalmazia

STORIA Gli italiani in Dalmazia

Ho letto sul Piccolo del 14 dicembre un commento del signor Sergio Baldassi alla mia lettera del 30 novembre, nella quale dopo una visita alla mostra di via Torino su storia e civiltà dalmate, esprimevo la convinzione che la "latinità" della Dalmazia non fosse mai venuta meno dal tempo della caduta dell’Impero Romano d’Occidente. Il signor Baldassi non è d’accordo, ma purtroppo avanza argomenti poco pertinenti. Ci informa, ad esempio, che la nazione Italiana nasce solo con l’unificazione del 1861 (non si finisce mai d’imparare!) confondendo evidentemente fra Stato e nazione. La nostra è il risultato di un lungo e complesso sviluppo storico che risale all’epoca carolingia (dice nulla il "placido del Risano"?). Al signor Baldassi deve essere anche sfuggito che il Regno d’Italia a cui mi riferivo era quello di Giuseppe Bonaparte esteso anche alla Dalmazia e durante il quale, nel 1806, venne emesso il proclama trilinque del generale francese Dumas ai Dalmati. Consiglierei anche al signor Baldassi di dare un’occhiata, in Biblioteca Civica, alle antiche mappe dell’Adriatico: anche quelle asburgiche riportano i nomi delle località dalmate solo in italiano. L’argomento forte del signor Baldassi è che avendo i romani sottomesso istri, illiri, celti e perfino cartaginesi, l’espulsione dei dalmati italiani dalla loro terra non è altro che un doveroso ripristino dello status quo ante. Trovo che la contabilità dei soprusi sia un esercizio piuttosto sterile e che alla fine non si capisce a chi spetti il credito risultante, ma resta comunque indiscutibile che gli italiani nel periodo napoleonico in Dalmazia erano la maggioranza e oggi sono una sparuta minoranza. Rassicuro infine il signor Baldassi di non essere dalmata e di non avere beni abbandonati da nessuna parte.

Gualtiero Paoletti

826 - Il Cittadino Oggi - Corriere Nazionale 22/12/11 Una nave senza mare Trieste alla ricerca della sua dimensione

Una nave senza mare Trieste alla ricerca della sua dimensione

Incastonata tra l'acqua e il basso altopiano Incerto il futuro malgrado un glorioso passato

Pietro Spirito

Se arrivate a Trieste all'imbrunire dall'autostrada A4, seguendo sull'altopiano carsico il raccordo della Grande Viabilità, a un certo punto, sulla destra, potrete notare fra gli alberi che delimitano la carreggiata il fantasma di una nave. Appare all'improvviso nel buio della sera, bianca e spettrale, sembra uscire dritta dal boschetto di querce, come se stesse navigando tra la vegetazione, con la prua affilata alta sul piano stradale, vacua e luminescente come ogni spettro. Niente paura, non siete impazziti, non è una visione o un miraggio: la nave c'è davvero. Un pezzo solo, ad essere precisi, circa un quarto dell'intero scafo: è la parte prodiera di "Elettra", il grande yacht sul quale all'inizio del secolo scorso Guglielmo Marconi fece i suoi esperimenti di radiofonia spianando la strada all'epoca della comunicazione globale in cui tutti viviamo. Ecco, se in questo momento il vostro cellulare sta squillando sappiate che tutto è cominciato a bordo di quel piroscafo, la cui prua si è materializzata dal nulla mentre correte in auto verso Trieste. Che ci fa la nave di Marconi lassù, tra i boschi dall'altopiano carsico, illuminata nella notte da potenti fari? Semplice: fa la guardia all'Area Science Park di Padriciano, un campus scientifico che è parte integrante di quella galassia di enti d'eccellenza noto come Sistema Trieste: il Centro di Fisica teorica di Miramare, la Scuola internazionale superiore di studi avanzati a Opicina, Il Centro internazionale di ingegneria genetica e delle biotecnologie, il Laboratorio di biologia marina, l'Istituto nazionale di oceanografia e geofisica sperimentale più la macchina di luce di Sincrotrone di Basovizza, l'acceleratore di particelle battezzato proprio "Elettra". Tutto questo è la Città della scienza, un'insieme di laboratori, impianti, aule didattiche, edifici dall'aspetto avveneristico sparpagliati tra il carso e il mare, frequentati da decine di matematici, fisici, neuroscienziati e Premi Nobel in arrivo da ogni parte del mondo che qui lavorano, studiano e decidono quale sarà il nostro futuro così come aveva fatto più di un secolo fa Guglielmo Marconi a bordo di "Elettra". Il cui relitto, promosso a monumento e sistemato a ridosso del raccordo austostradale, segna oggi il limite fra la Trieste che è stata e la Trieste che sarà. Perché il problema della città oggi è proprio questo: capire, una volta di più, chi è e cosa deve fare. Duecentocinquantamila abitanti in diminuzione, stretta fra le ultime propaggini del mare Adriatico e un basso altopiano che è l'anticamera del Centro Europa, Trieste è la più piccola provincia d'Italia e la città che forse più di ogni altra, nel nostro Paese, ha vissuto sulla propria pelle le follie del Novecento. Se potessimo guardare il film della sua storia con i fotogrammi a velocità accelerata, vedremmo scomporsi e ricomporsi come in un caleidoscopio i tasselli di un puzzle difficile da decifrare. A cominciare dai fasti economici e sociali del tempo in cui Trieste era il porto più importante e moderno del vasto impero austro-ungarico, una New York del Mediterraneo meta di imprenditori, avventurieri, esploratori in partenza per terre incognite, inventori, scienziati, artisti e scrittori. Poi il crollo dell'impero, lo scoppio della Grande guerra, i giovani triestini divisi tra quelli che decisero di combattere per il tricolore e quelli - molti di più - spediti a morire al fronte con l'uniforme austriaca. E ancora, sulla scia del Novecento, l'ombra nera del fascismo, la persecuzione dei triestini sloveni ed ebrei, poi un'altra guerra, l'occupazione nazista e i suoi orrori, i bombardamenti alleati. E quindi i massacri delle foibe, un nuovo confine a dividere la città dal suo entroterra, l'esodo dei trecentomila italiani dalle terre cedute al maresciallo Tito, nove anni di amministrazione militare angloamericana, poi di nuovo l'Italia e il ruolo scomodo di avamposto dell'Occidente in epoca di Guerra Fredda. E non era finita: porto-retrovia delle forze Nato e rifugio di profughi durante i conflitti balcanici negli anni Novanta, prima soglia di passaggio per migliaia di extracomunitari in fuga da altre guerre e altre miserie, e infine - dicembre 2007 - l'abbattimento del confine con l'entrata della Slovenia nell'Unione Europea. E come se il pendolo della Storia avesse il vertice nel cielo di Trieste, marcando le sue tappe con implacabili oscillazioni. E oggi? Proviamo a dare un'occhiata. Trieste non ha periferia, per cui dopo esservi lasciati alla spalle il relitto di "Elettra" siete arrivati in un quarto d'ora nel centro della città. Avete dormito nella zona di Cittavecchia, l'ex angiporto, in uno degli ospitali hotel ricavati dai numerosi bordelli assai attivi nel rione almeno fino alla legge Merlin. Dopo un sonno ristoratore fate due passi di numero e raggiungete Piazza dell'Unità d'Italia. È la più grande piazza d'Europa con municipio affacciata direttamente sul mare, trasuda storia da ogni centimetro quadrato, sembra un agorà dell'antichità classica rimodernato da un architetto viennese particolarmente ispirato. Adesso dirigetevi verso il Molo Audace. Non potete sbagliare: è quella lunga banchina davanti alla piazza che si protende nel golfo e non porta da nessuna parte. Percorretela fino a raggiungere la testa del molo, dove c'è una bitta sormontata da una rosa dei venti in bronzo. Ora giratevi e guardate: ecco Trieste, la potete abbracciare tutta intera con lo sguardo seguendo un angolo visivo di 180°.

Cominciamo da sinistra. In alto, proprio sopra in ciglione carsico, c'è una strana costruzione a forma di piramide mozzata. È il Tempio Mariano di Monte Grisa: profetizzato dal vescovo di allora, Antonio Santin, quale voto per la Trieste finalmente fuori dalla guerra, fu costruito negli anni Sessanta come baluardo del cattolicesimo contro l'Est comunista, bene in vista di fronte alla repubblica federativa socialista di Jugoslavia. Più sotto, lo vedete lindo e immacolato nella sua veste bianca, alto 67 metri, c'è invece il faro della Vittoria. Fu inaugurato da sua maestà Vittorio Emanuele III nel 1927 per ricordare la vittoria sull'Austria-Ungheria e l'annessione della città all'Italia. Per inciso, Trieste è ricca di monumenti e testimonianze delle sue varie anime in guerra fra loro, e per un italianissimo Faro della Vittoria troverete una imperialissima principessa Sissi in piedi davanti alla Stazione centrale, per un bronzeo Duca d'Aosta pronto al sacrificio c'è uno ieratico Massimiliano d'Austria, per un sacrario dedicato alle vittime del IX Corpus jugoslavo ci sono tanti cippi con la stella rossa in memoria dei partigiani slavi uccisi dai nazifascisti. E a proposito di Massimiliano, basta abbassare di poco lo sguardo dal Faro della Vittoria per notare l'altrettanto biancheggiante Castello di Miramare, dimora dello sfortunato arciduca. Il castello oggi si vanta di essere il monumento statale più visitato del Belpaese, primato mai smentito e che continua a stupire, visto che la scarsità di turisti è uno dei nodi da sciogliere della città. L'altro nodo che oggi imbriglia Trieste lo potete notare sempre alla vostra sinistra, fronte mare. Quegli edifici enormi, squadrati, tra i quali spicca una gigantesca gru arrugginita, fanno parte del Porto Vecchio, un comprensorio di oltre 600mila metri quadri, quasi del tutto abbandonato e sul cui riuso si gioca forse l'immediato futuro del capoluogo. Perché il punto è proprio questo: adesso che l'oscillazione del pendolo della Storia è nel suo momento di inerzia, cosa deve fare Trieste per non sprofondare? Politicamente e strategicamente la città conta poco, le più vaste province friulane di Udine e Pordenone hanno un peso economico-produttivo nemmeno paragonabile a quello della consorella giuliana.

In più la dissoluzione del confine ha dissolto anche la ragione strategica di Trieste come avamposto contro i Tartari dell'Est: tutte le servitù militari sono state smantellate, e ogni ragione di salvaguardia e difesa nazionalistica è ormai destinata non più alle sale del Parlamento, ma alle sale dei musei, per cui nessun politico dotato di un minimo di ragionevolezza è ancora disposto a investire risorse elettorali battendo i tasti del patriottismo. Il Porto Nuovo dal canto suo è sottoutilizzato, e la concorrenza dello scalo sloveno di Capo-distria fa il resto. La grande industria? Il simbolo è la Ferriera di Servóla, forse l'unico impianto siderurgico d'Italia situato all'interno dell'area urbana, con problemi di inquinamento tutt'altro che trascurabili, tanto che ogni anno si parla di chiusura. Il commercio? Recentemente persino un negozio di cinesi ha dichiarato fallimento, il che dà un'idea di come se la passano i commercianti triestini. La Città della scienza? Certo, questa è l'unica realtà triestina in espansione, il futuro di cui si diceva, la ricerca d'eccellenza qui cammina a passo spedito. Ma le ricadute sul piano economico sono ancora minime. Il turismo? Pochi giorni fa quattro grandi navi da crociera di altrettante compagnie, fra cui Costa e Msc, hanno fatto scalo quasi contemporaneamente a Trieste. Sono arrivate due alla volta, e hanno attraccato su ambo i lati della Stazione marittima, di fianco al Molo Audace, come al tempo delle leggendarie navi bianche. E, per un momento, i triestini hanno provato una specie di dislessia temporale: da una parte sembrava tornata l'epoca in cui Trieste era il porto di arrivo e di partenza di genti e merci per il mondo intero, dall'altra quella era la visione futuribile di come potrebbe essere il prossimo avvenire. Ma è durata poco: le super navi da crociera hanno levato gli ormeggi dopo qualche ora, erano lì solo perché a Venezia c'era troppa nebbia. Torneranno? Le amministrazioni pubbliche ci stanno lavorando, l'auspicio è che prima o poi la carta del turismo risulti se non determinante almeno molto utile. La verità è che Trieste funziona a fasi alterne. Il suo destino è legato a quel pendolo che oscilla tra passato e futuro, con brevi passaggi nel presente. Trieste funzionava quando era il più grande emporio dell'impero asburgico, quando Mussolini la definì Porta d'Oriente, quando gli angloamericani la gonfiarono di dollari trattandola come una piccola Berlino Ovest, quando negli anni Sessanta il governo italiano mobilitava servizi segreti e spendeva miliardi di lire in nero per rafforzare la sua italianità, quando come retrovia dei Balcani in fiamme divenne centro di pacificazione e riflessione culturale. Al di là delle funzioni di rappresentanza come capoluogo di regione e sede di compagnie assicurative e armatoriali, oggi Trieste è una marginale provincia, nella più ampia area dell'Euro, che fatica a ripensare azioni e modi di rilancio in grado di ridarle quel ruolo di crocevia - culturale, sociale, economico e perché no anche politico -senza il quale la città si ripiega su se stessa. E rischia di restare lì, bella e immobile, evanescente nella notte come una nave senza più il suo mare

CHI SCRIVE

A ogni opera, una pellicola

Pietro Spirito - Nato a Caserta nel 1961, Pietro Spirito vive e lavora a Trieste. Scrittore e giornalista professionista alle pagine culturali del quotidiano II Piccolo, ha pubblicato saggi, romanzi, racconti, e curato antologie. Partecipa a seminari e corsi di scrittura per enti e associazioni, collabora con la Rai del Friuli Venezia Giulia e con alcune riviste e periodici tra cui L'Indice. Con le edizioni Guanda ha pubblicato Le indemoniate di Verzegnis (2000, Premio Chianti), Speravamo di più (2003, finalista al Premio Strega), Un corpo sul fondo (2007, Premio Scritture di frontiera), L'antenato sotto il mare (2010). Nel 2009 per Santi Quaranta è uscito II bene che resta (Premio Latisana per il Nord Est). Assieme a Nadia Zorzin quest'anno ha pubblicato il graphic novel Pinocchio cuore di legno (Fernandel), e per l'editore Mauro Pagliai nella collana delle Nonguide è da poco uscito Trieste è un'altra. Dirige la collana Quaderni dei poeti illustrati per le edizioni Simone Volpato Studio Bibliografico. Il romanzo Un corpo sul fondo ha ispirato il docufilm Medusa - Storie di uomini sul fondo per la regia di Fredo Valla (Italia, 2008), dal racconto La penna di Hemingway è stato tratto l'omonimo cortometraggio, per la regia di Renzo Carbonera, con Sergio Rubini e Christiane Filangeri (Italia, 2010), mentre dal libro L'ultimo viaggio del Baron Gautsch sempre per la regia di Carbonera è stato tratto il documentario Il mistero del Baron Gautsch (Italia, 2011). Il suo sito è

: www.pietrospirto.it

827 - Il Piccolo 17/12/11 Genocidio armeno. Una legge francese scatena le ire turche.

GENOCIDIO ARMENO. UNA LEGGE FRANCESE SCATENA LE IRE TURCHEdi Giovanni Tomasin

TRIESTE

Il genocidio armeno del 1915 traccia un fossato fra la Francia e la Turchia.

Il parlamento francese si appresta ad approvare nel corso della prossima settimana una legge che incriminerà chi nega la storicità del genocidio paragonabile a quelle già in vigore in altri Paesi europei nei confronti dell'Olocausto. Un'iniziativa che i Turchi mostrano di non gradire: se la norma sarà approvata, fa sapere Ankara, ritirerà il suo ambasciatore e congelerà le relazioni con Parigi.

La negazione dello sterminio della minoranza armena compiuta dall'Impero ottomano durante la Grande guerra è da sempre una colonna portante del nazionalismo turco: tanto che chi accetta la definizione di "genocidio"

rischia pesanti sanzioni. Inoltre i turchi temono eventuali risarcimenti in caso di riconoscimento internazionale del genocidio.

Ieri, spiega il quotidiano turco Hurriyet, il primo ministro Recep Tayyip Erdogan ha inviato una lettera inequivocabile al presidente francese Nicholas Sarkozy. «Voglio essere chiaro -ha detto Erdogan -. Questo passo (l'approvazione della legge ndr) porterà a gravi conseguenze per i legami culturali, politici ed economici fra Francia e Turchia, e la responsabilità di queste conseguenze ricadrà su chi ha deciso di fare questo passo».

Erdogan ha aggiunto che una simile legge sarebbe percepita come un atto contro «lo Stato turco, la nazione turca, e la comunità turca residente in Francia». «Non dovremmo schiavizzare le nostre relazioni bilaterali ai desideri di una parte terza -ha affermato il primo ministro, puntando l'indice verso gli armeni -. Questo è un tema serio e sensibile. È importante che il buon senso prevalga sugli obiettivi politici».

Secondo alcuni analisti la legge contro il negazionismo avrebbe uno sponsor d'eccezione nello stesso Sarkozy, da un lato conscio del legame privilegiato fra Yerevan e Parigi, dall'altro interessato a rendere il più difficoltoso possibile l'avvicinamento di Ankara all'Ue. Nei giorni scorsi il presidente armeno Serzh Sargsyan, ospite a Marsiglia, ha dichiarato: «Un giorno i leader della Turchia troveranno la forza di cambiare il loro approccio al Genocidio. Noi siamo pronti a stabilire relazioni normali con la Turchia». Sargsyan ha poi citato l'esempio di Willy Brandt, inginocchiatosi nel Ghetto di Varsavia per chiedere perdono per i crimini

nazisti: «Prima o poi la Turchia, un paese che si definisce europeo, avrà una leadership degna di essere chiamata europea, che chinerà il capo davanti al nostro Memoriale del Genocidio». Quel momento non pare vicino, e il peso di quel massacro nel "grande gioco" della politica caucasica non aiuta ad avvicinarlo.

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Si ringrazia per la collaborazione l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Gorizia e l’Università Popolare di Trieste

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