La Gazeta Istriana a cura di Stefano Bombardieri

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Numero Speciale del Mensile culturale della ML Histria dedicato agli articoli riguardanti la Dalmazia recensiti nell’Anno 2011

La Battana n. 180 – Ottobre Dicembre 2011 Recensione " Antono Bajamonti e Spalato " di Dusko Keckeme

Bergomvn 1941 n°3 - Niccolò Tommaseo e i bergamaschi (Ippolito Negrisoli)

Il Gazzettino 20/02/1945 Dalmazia Martire

La Voce in più Dalmazia 14/05/11 Profughi zaratini in Valbormida: la storia delle famiglie Goich e Zmichich

Bollettino Araldico Venezia n° 8 – Agosto 1912 La Casa Viscovich, impressioni di una gita a Perasto (G.De Pellegrini)

Il Gazzettino Illustrato - Gennaio 2011 il personaggio: Raffaele Santoro ci guida tra i segreti dell'Archivio di Stato a Venezia (Maria Teresa Secondi)

Bollettino Araldico Storico Venezia - Giugno 1912 Concessioni e riconoscimenti di nobiltà in Dalmazia

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La Battana n. 180 - Ottobre Dicembre 2011 Recensione " Antono Bajamonti e Spalato " di Dusko Keckemet

Duško Kečkemet

Antonio Bajamonti e Spalato,


Società Dalmata di Storia, collana di Atti e Memorie,
Venezia 2010

Fra le associazioni che in Italia coltivano l'interesse per le vicende della Dalmazia e ne rievocano la storia in chiave patriottica, italiana, si distinguono la Scuola Dalmata dei SS. Giorgio e Trifone di Venezia e la Società Dalmata di Storia Patria che è emanazione della prima. Quest'ultima, soprattutto negli ultimi anni, anziché attizzare irredentismi fuori tempo e luogo, conflitti e rancori con i Croati della costa orientale come purtroppo fanno alcune altre associazioni con i loro organi di stampa, mostra interesse, comprensione e perfino amicizia verso Croati e Montenegrini, addirittura cerca la collaborazione con essi, si sforza di seguire una storia non manipolata, di coltivare uno spirito tommaseiano nei rapporti fra le popolazioni che si affacciano sull'Adriatico.

La Società Dalmata di Storia Patria, con sede a Torreglia (Padova), privilegia soprattutto Zara, la città del maraschino, ma non dimentica Spalato, Traù e qualche altra città indorata dalla storia, dalla cultura e dall'arte diffuse nei secoli passati dalla Serenissima e non solo. Quella Società ha oggi come animatore e presidente Franco Luxardo, che è anche redattore capo de "la Rivista Dalmatica", periodico dell'Associazione Nazionale Dalmata in Roma. Non a caso, alla fine del 2010, "la Rivista Dalmatica" diretta da Luxardo uscì con una prefazione nella quale si legge: "Abbiamo pensato che non sarebbe opera inutile né inopportuna la pubblicazione di un periodico che (...) alieno da basse passioni e di grette mire di partito, fosse campo aperto a chiunque con serietà d'intendimenti e con serenità di giudizio faccia argomento di studio la nostra storia, tanto civile quanto ecclesiastica e letteraria...".

Proprio da Franco Luxardo, che su questa linea si muove da anni e che sovente si è rivolto al sottoscritto per collaborazioni a "la Rivista Dalmatica", abbiamo ricevuto in omaggio un denso volume che ci accingiamo a presentare.

Questo volume, dal titolo Antonio Bajamonti e Spalato (Venezia, 2010) in realtà uscito dalle stampe sul finire della primavera del 2011, è il frutto più recente dell'attività editoriale della Società Dalmata di Storia, il trentasettesimo volume della sua collana di Atti e Memorie. E una collana nella quale, per limitarci alle pubblicazioni degli ultimissimi anni, sono apparse opere quali "La Dalmazia nell'arte italiana" di Alessandro Dudan in due volumi, "Antonio Tacconi e la Comunità Italiana di Spalato" di Luciano Monzali, la "Guida della Dalmazia - Arte Storia Portolano" di A. Rizzi in due volumi e numerose opere in ristampe anastatiche di F. M. Appendini, A. Battara, F. Cornelius, G. F. Fortunio, S. Glubich, G. Lucio, G. Sabalich, eccetera, su Ragusa, Cattaro, Traù, Zara...

Ma torniamo all'opera più recente su "Antonio Bajamonti e Spalato", di cui il Bajamonti fu il podestà per venti anni, un volume di circa 400 pagine dovuto stavolta - e questa è la lieta sorpresa - alla penna non di uno studioso italiano di cose dalmatiche bensì di un noto ricercatore croato, Dusko Keckemet, già direttore del Museo Civico di Spalato, docente universitario di Storia dell'arte e noto storiografo del capoluogo della Dalmazia. Pubblicata nell'originale croato nel 2007, l'opera del Keckemet appare in italiano nella traduzione di Ina Bedalov e Diego Gloria, revisione dei testi e redazione di Franco Luxardo e Luciano Monzali. "Ecco un'altra 'pietra' sulla presenta di uomini politici di espressione italiana in Dalmazia. E che uomo! Buona lettura". Sono parole scritte da Luxardo nella lettera che accompagna il volume.

Certamente, Bajamonti - come tanti altri dalmati italiani, soprattutto uomini di cultura, di arte, di penna - è stato un grande. E se ha subìto un secolo circa di oblìo (non totale, per fortuna) sia in Italia che nell'ex Jugoslavia e in Croazia, non è stato dimenticato dagli abitanti di Spalato che ancora oggi, dicendone bene e, talvolta, male, lo ricordano in alcuni monumenti e fontane a cui danno il nome di colui che - rievocato spesso come medico - fu soprattutto uomo politico, ottimo amministratore pubblico, pubblicista (pubblicava sui giornali spalatini "L'Avvenire" e "La Difesa") e non mancò di cimentarsi nella poesia.

Il volume del Kečkemet, colmando una lacuna, è una biografia del personaggio e della sua Spalato, e al tempo stesso una storia sui generis del movimento autonomista che fu guidato in Dalmazia proprio dal Bajamonti, il quale nei ventanni in cui fu podestà di Spalato trasformò urbanisticamente e sotto ogni altro aspetto la sua città, "ed ebbe moderne intuizioni di sviluppo economico e sociale abbinate a capacità operative, ben superiori a quelle dei suoi contemporanei di qua e di là dell'Adriatico " come si legge nella nota dell'editore (noi lo affiancheremmo al mitico podestà-sindaco di Fiume, Giovanni Ciotta), il quale giustamente esalta la ricostruzione del Kečkemet dal cui volume "traspare anche un affresco della società dalmata dell'Ottocento, ì cui esponenti erano borghesi mitteleuropei di lingua e cultura italiane", di etnìa croata e italiana, "all'incrocio fra l'antica presenta latino-veneta e il nascente sentimento nazionale croato" che - aggiungiamo noi - fu sostenuto non soltanto da intellettuali croati ma anche da più di un dalmata italiano, a cominciare da Vito Morpurgo e Lorenzo Monti.

Il saggio dello storico Kečkemet, nato nel 1923 a Supetar ovvero San Pietro della Brazza (l'isola sulla quale è tornato a vivere dopo il pensionamento), autore di una cinquantina di libri su Spalato e altre località della Dalmazia (Castel San Giorgio, Vranjic-Vragnizza, l'isola di Brazza) e su numerosi personaggi dalmati (Vito Morpurgo, Marco Marulic'-Marulo, Giorgio Orsini da Sebenico, Vincenzo Andrich, Emanuel Vidovic', Ivan Rendic', Ivan Mestrovic', Vladimir Nazor), è preceduto da un'introduzione di F. Luxardo e da una presentazione di L. Manzali.
Si articola quindi in venti capitoli i cui titoli ne indicano i contenuti: Autonomisti e nazionalisti; Bajamonti lo spalatino; Bajamonti politico; Bajamonti podestà; Bajamonti costruttore; I progetti di Bajamonti per lo sviluppo di Spalato; Le strade e le piagge; L'illuminatone a gas; Le chiese e i monasteri; Il mercato, il macello, la pescherìa; La tutela del Palazzo di Diocleziano; La diga; La riva di Spalato; L'acquedotto; Palazzo Bajamonti; La fontana monumentale; Il teatro Bajamonti; L'Associamone dalmatica e le Procurative; La sconfitta, la morte, l'oblio.


Come si vede già dai titoli, e come sottolinea sin dalla prefazione, l'autore ha voluto esaltare (riabilitare) il ruolo di Bajamonti non soltanto nelle lotte fra i nazionalisti croati e gli autonomisti italiani in Dalmazia, ma soprattutto la sua opera quale podestà dal 1860 al 1880 nei campi sociale ed urbanistico, il costruttore di nuove strade, colui che portò l'acqua in città attraverso l'antico acquedotto romano, che costruì un teatro, scuole, centri culturali, ampliò la città al di fuori delle mura del Palazzo di Diocleziano. Respingendo e sfatando i pregiudizi diffusisi fra i Croati negli ultimi anni dell'Ottocento e durante tutto il Novecento contro Bajamonti considerato - in quanto autonomista italiano - un avversario della unificazione della Dalmazia alla Croazia, un irredentista fautore dell'annessione della Dalmazia all'Italia, Kečkemet respinge pure la propaganda italiana del periodo fascista che spesso identificò l'autonomismo con l'irredentismo in Dalmazia.
Opportunamente, sull'argomento, cita quanto ebbe a dire l'illustre autonomista Coriolano de Cerineo da Traù nel 1861: "Noi tutti non siamo né dobbiamo essere o italiani o slavi, ma siamo e dobbiamo essere Dalmati" (non per niente Franjo Tudman cercò nel 1991 di cancellare perfino il nome della Dalmazia, definendola "Croazia meridionale"!).


Rimproverando gli storici suoi connazionali, come invece non sanno fare certi storici italiani nei confronti di connazionali che storpiano in chiave ultranazionalistica la storia della Dalmazia, Kečkemet scrive: "La figura e l'operato del sindaco spalatino Antonio Bajamonti sono un tabù per la storiografia croata da più di cento anni, e tali argomenti sono stati a volte evitati, oppure molto più spesso interpretati erroneamente, nonostante i meriti del politico autonomista a favore dello sviluppo della città di Spalato siano indubbi e fuori discussione... Per gli spalatini Diocleziano sarebbe stato solo uno tra i più importanti imperatori romani se non avesse costruito il suo palazzo monumentale in questa città. Il maresciallo francese Marmont sarebbe stato solo un grande condottiero di Napoleone se non avesse contribuito allo sviluppo urbanistico ed all'abbellimento di Spalato. Allo stesso modo anche Antonio Bajamonti avrebbe rappresentato per noi solo uno dei tanti capi di partito e ideologi nel burrascoso Ottocento, se non avesse contribuito alla trasformazione di Spalato da arretrata cittadina di provincia a piccola città europea ".


Dopo di che c'è da sperare che anche i più feroci anti-ita-liani di Spalato e Dalmazia faranno un esame di coscienza leggendo Kečkemet ed anche i più irriducibili mangiaslavi in Italia rivedranno le loro posizioni sui movimenti di risveglio nazionale in Dalmazia e sulla svolta avutasi sulla sponda orientale dell'Adriatico da quell'epoca in poi. Mussolini voleva cambiare il corso della storia e assoggettare un popolo con la sanguinosa avventura del 1941-43 ma non ottenne altro che gettare la vergogna sull'Italia e gli Italiani e cancellare, per fortuna solo in parte, quanto di buono era stato seminato dalla lunga presenza di Venezia in quella regione.


Certo, come annota Luciano Monzali nella presentazione, l'autore offre un punto di vista dalmata croato sulle lotte na-
zionali nella Dalmazia asburgica, ma lo fa "con un equilibrio e un'obiettività interpretative che sono rari nella storiografia e nella pubblicistica croata" e - aggiungiamo noi - ancora più rare nella pubblicistica e nella storiografia italiana. Quindi il libro di Kečkemet "costituisce una lettura obbligata per tutti gli appassionati di storia dalmata". Anche perché l'autore, "uomo di grande cultura, incredibile energia e capacità di lavoro" come afferma Monzali, è stato un "inesauribile esploratore degli archivi dalmati" e può offrire anche in questa opera tradotta in italiano "numerose testimonianze e documenti".
"Questa ricca documentatone e approfondita conoscenza della storia " non soltanto di Spalato, "consentono a Kečkemet di compiere una ricostruzione estremamente precisa dei vari aspetti dell'azione politica e amministrativa di Bajamonti". L'opera dello studioso dalmata croato, perciò, sempre a giudizio del Monzali, "costituisce così uno strumento prezioso per consentire al lettore italiano di conoscere aspetti di una cultura, quella croata, troppo poco nota e spesso mal compresa in Italia, certamente più complessa e ricca di quanto molti ritengono ". Parole sacrosante, tanto più da apprezzare in quanto scritte da un esponente della Società Dalmata di Storia Patria sorta a Zara nel 1926 (e sappiamo quale era l'"era"), rifondata dagli zaratini in Italia dopo il secondo conflitto mondiale, una Società che oggi - mentre infuriano le polemiche alle quali ha dato la stura il "Giorno del ricordo" - "mostra concretamente la volontà di molti italiani nativi della Dalmazia o di origine dalmata di tenere vivo un rapporto con la propria antica patria e di dare un effettivo contributo alla riconciliazione nazionale fra croati e italiani". Dello stesso tenore è il giudizio di Franco Luxardo il quale - ricordando che l'ultima biografia di Bajamonti in lingua italiana apparve nel lontano 1932 a firma di Oscar Randi - aggiunge le sue alle lodi di Monzali per Kečkemet, "uno dei principali intellettuali della Spalato odierna", encomiabile "per l'obiettività con cui ha trattato l'argomento e per l'accurata ed ampia documentazione ".
Tra l'altro Kečkemet cita un avversario degli autonomisti, Dujam Mikacic', collaboratore del giornale "Narodni List /Il Nazionale" di Zara, organo del Partito croato. Nel cinquantesimo di quel giornale (1912) e del Movimento nazionale croato il Mikacic', all'epoca segretario comunale a Spalato e stretto collaboratore del sindaco croato Gajo Bulat, ricordò minuziosamente i grandi meriti di Bajamonti che per le sue opere si era conquistato "all'istante le simpatie della cittadinanza, diventando popolare grazie al sostegno della classe intellettuale e al fanatismo delle masse. Dotato di intelletto superiore, eloquio garbato e portamento signorile, ricco di patrimonio e dalla ferrea volontà, animato di grande lealtà, capace di dimostrare anche in modo teatrale la sua statura morale, il dr. Antonio Bajamonti era nel vero senso della parola il padrone di Spalato. I popolani croati dei borghi spalatini fuori le mura lo amavano e lo esaltavano, e centinaia fra di loro lo chiamavano ćaća, ossia papà, orgogliosi di averlo come padrino " (partecipava ai matrimoni e ad altri eventi nelle case dei contadini e nelle confraternite).
"Il dr. Bajamonti non badava agli ostacoli... egli era la volontà fatta persona. Assorbito e stimolato dalla città che gli era molto affezionata, gli bastava il suo istintivo slancio interiore e lo sguardo che correva lontano. Quando Bajamonti decideva di fare qualcosa non c'erano cieli né mari né monti che potessero ostacolarlo. Questo fu il segreto dei suoi famosi successi, ma anche la causa del suo tragico fallimento ".

Chi oggi parlerebbe così di un avversario politico e nazionale? Gli esiti della Prima guerra mondiale e, soprattutto, l'occupazione italiana della Dalmazia nel secondo conflitto con il corollario di stragi cancellarono purtroppo non soltanto i meriti di Bajamonti ma anche di altri personaggi veneto-italiani nell'Adriatico orientale. Ciononostante Keckemet, sempre a proposito del Bajamonti, ricorda ai suoi connazionali: "Non è possibile descrivere la storia di Spalato e soprattutto il suo sviluppo nell'Ottocento ignorando l'apporto del suo ventennale podestà Antonio Bajamonti. Tutto ciò viene oggi dimenticato o negato. Eppure, a ben vedere, tra i suoi contemporanei persino coloro che gli furono avversari ideologicamente e politicamente e in dura lotta con luì sottolinearono la sua statura morale e i suoi indubbi meriti".

E proprio del Bajamonti, avversario del movimento nazionale croato e meritevole sindaco di Spalato, ci parla per centinaia di pagine il libro di Duško Kečkemet, che avverte i lettori croati: "Se qualche elogio sembrerà eccessivo non sarà per ifatti descritti quanto per i pregiudizi su di lui ancora profondamente radicati". Un libro, dunque, contro i pregiudizi. I lettori italiani, lo spero, ne trarranno qualche insegnamento.

Nato il 18 settembre 1822, Antonio Bajamonti si spense il 14 gennaio 1891. Nonostante le vittorie elettorali del movimento nazionale croato in tutta la Dalmazia fra il 1880 e il 1890, con eccezione di Zara, la sua morte ebbe ampia eco non soltanto in Italia ma anche nelle capitali della Serbia, della Bosnia, del Montenegro e nella stessa Dalmazia.

Ma ben presto sul personaggio, in onore del quale non venne eretto nessun monumento, nemmeno in cimitero, cadde l'oblio. Ha scritto Keckemet a conclusione dell'ultimo capitolo del suo libro: "I due più grandi costruttori di Spalato dopo Diocleziano, ossia Marmont e Bajamonti, sono caduti nel dimenticatoio e vengono persino trattate con disprezzo le opere che essi avevano realizzato, non solo con sapienza e volontà ma anche con grande amore per questa antica e bella città. Sic transit gloria mundi!".

Anche i libri, però, possono diventare monumenti.

Giacomo Scotti

3Bergomvn 1941 n°3 - Niccolò Tommaseo e i bergamaschi

NICCOLO' TOMMASEO E I BERGAMASCHI

I

I SUOI PARENTI

Tra gli illustri personaggi discendenti da famiglie originarie della nostra terra, ma da tempo emigrate altrove, il Tommaseo indubbiamente dimostrò maggior affetto e particolare interessamento per i parenti rimasti nel Bergamasco, come appare da alcune lettere al Can. Finazzi (1), il quale ne pubblicò e ne illustrò alcune sulla Gazzetta di Bergamo del 9 luglio 1864, e le ripubblicò poi nelle Notizie Patrie del 1865 (2).

Se il Rosmini più di una volta dichiarò al Can. Finazzi, il quale aveva documentato l'origine bergamasca della famiglia Rosmini, « d'essere soddisfatto della sua origine », e anche in uno degii ultimi mesi di sua vita si compiacque, quasi in atto di patria riconoscenza, di dichiarare al Finazzi, come « avesse caro che si ricordasse che la sua famiglia, da tempo emigrata in Rovereto, fosse originaria di Bergamo » (3); se il Bonghi, lontano discendente da una delle più distinte e antiche famiglie di Bergamo, gradì la cittadinanza onoraria bergamasca conferitagli il 18 giugno 1860 su proposta di Gabriele Rosa e accolta all'unanimità dal Consiglio che volle onorare il « patriota e il filosofo illustre » d'origine orobica (4) ; il Tommaseo sentì profondamente e costantemente i vincoli di sangue con la parentela Bergamasca, di cui sapeva qualche cosa; ma « sulla soglia della vecchiezza » desiderava avere notizie più esatte e particolareggiate.

Sapeva, sì, della provenienza dei suoi antenati dal Bergamasco; l'aveva scritto, in anni lontani ed oscuri del suo esilio, da Parigi al Cantù il 25 giugno 1837, rivendicando l'italianità della sua Dalmazia: « Io sono Italiano, perchè nato da sudditi veneti, perchè la mia prima lingua fu l'Italiana, perchè il padre di mia nonna è venuto in Dalmazia dalle valli di Bergamo » (5).Parecchi anni dopo, il 4 giugno 1862, scriveva al dotto Can. Finazzi pregandolo di far ricerche della famiglia dei Balio che credeva di Caprino, terra del bergamasco; sapeva che «taluni erano passati sul principio del '700 in Dalmazia e ne era nata la madre di suo padre, rara donna, che formò la sua infanzia, cioè non piccola parte, e la migliore forse, dell'indole sua »; ma « giunto sulla soglia della vecchiezza », sentiva il desiderio di rintracciare notizie di quella famiglia che

« doveva essere modesta, anzi povera, ma che in Dalmazia tenne condizione onorata e civile tanto che suo avo, tenace della sua piccola nobiltà terrazzana e gelosissimo del buon nome, lì si scelse sua mo-glie »; e poiché gli pareva di aver sentito che parecchi casati di questo nome Balio durassero ancora nel Bergamasco, si rivolgeva alla gentilezza ed alla bontà del Can. Finazzi perchè a tutto suo agio gli desse notizie (6).

Il Finazzi lieto dell'incarico avuto dall'insigne letterato e più ancora dell'« inattesa notizia dell'attinenza d'origine del Tommaseo con la nostra Patria e del vanto che ne venia alla Patria del Tasso » (7), a mezzo del professor U. [Ulietti] (8), potè rintracciare le più accurate notizie sui Balio e comunicargli, con lettera del 7 luglio, « che in Celana di Caprino ebbe sede la famiglia dei Balio e fin dai 1600 il Card. Federico Borromeo in una sua visita ne aveva trovato distinto il banco di chiesa e distinta la sepoltura in cimitero; che al principio del 1700 qualcuno dei Balio era emigrato in Dalmazia e circa l'anno 1820 i discendenti erano venuti nella patria di origine a vendere il resto delle loro possessioni, cessando da questo momento ogni relazione tra i Balio di Dalmazia e quei di Bergamo (9) divisi parte in Celana e parte in Pontida. »

Il Tommaseo ringraziò il Finazzi con lettera del 12 agosto (10) chiamandosi soddisfatto dei particolari fornitigli che corrispondevano a quanto in parte già sapeva. Godeva di poter così raffrontare le notizie dei Balio di Sebenico con quelli di Celana e di Pontida. Godeva specialmente che un ramo di loro vivesse tuttavia in Pontida, terra sacra alla Libertà.

E pochi giorni dopo il Tommaseo faceva seguire una lunga lettera interessante per le notizie biografiche degli antenati e parenti suoi, nonché per i ricordi che nella piena effusione di affetti salgono dal cuore del grande Dalmata; lettera che meriterebbe d'essere riportata integralmente, se non fosse stata pubblicata altre volte (11).

Non possiamo però in questo articolo riassuntivo rinunciare a cogliere qualche spunto che ha maggiore attinenza colla parentela bergamasca del Tommaseo e mette in luce la sua figura nei rapporti con i parenti e l'influsso ricevutone nell'educazione della sua infanzia.

Dal Prof. Ulietti il Tommaseo desiderava ancora sapere se l'altro ramo di codesta famiglia (quello di Pontida) meno scaduto, portasse ancora il casato di Balio; «; ma — soggiungeva con ruvida fierezza plebea che sentì e spesso ostentò verso i nobili — non mi vergogno e non mi dolgo che due in Celana oggidì ce ne sia, contadini; forse più onorati di molti marchesi, certo meno infelici. I fratelli di mia madre, cugina a mio padre, è però di razza vantata di gentiluomini dell'Isola di Brazza ove nacque, lavoravano poderetti propri, ma li lavoravano con le proprie mani; e mio avo venuto a Sebenico con qualità di modesto negoziante e nondimeno così rispettato che si assumeva autorità di correggere severamente i figliuoli di gentiluomini..., morì lasciando povera la famiglia affidata al senno virile di questa Balio ed alle cure laboriose ».

Donna singolare Maria Balio che, per parte del padre, portava nelle vene sangue bergamasco; donna di tempra virile, energica, attiva, laboriosa; rude nella forma, un po' aspra nelle parole talvolta minacciose, ma, pur nella sua rudezza, di cuore generoso, caritatevole; forte nelle angosce di sua vita, italiana di sentimenti. Rimasta vedova con quattro maschi ed una femmina seppe bene allevarli e dar loro un'onorata professione, e non piccola parte ebbe nella formazione dell'indole del grande suo nipote che con affetto e quasi culto di venerazione tratteggiò di essa un mirabile ritratto. Ella fu la sua educatrice. « Maria Balio — dice il Tommaseo in questa lettera — sentiva come religione l'amore dell'Italia, e ricordando sempre il suo viaggio a Venezia e le vecchie memorie storiche della Repubblica, quasi domestiche memorie recenti, infuse in me delle cose italiane l'affetto. Parlava il dialetto veneto ritenendone le forme più antiche;... : parlava l'Illirico con efficacia di locuzione e purezza d'accento onde stampò in me la forma di quelle eleganze, sì che, perdutone l'uso, me n'è rimasto pur vive e sicuro il sentimento, dopo tante lontananze e si lungo volgere d'anni. Aveva la campagna in amore e nell'orto, che il figliuolo le ebbe comprato vicino alle porte della città, passava le ore serene tra gli alberi ed i fiori, che della educazione mia furono non piccola parte... ».

Concludeva la lunga lettera il Tommaseo con queste parole:

« A lei debbo io in parte gli impeti subitanei (era questa una sua parola) prontamente placabili, e in certi versi scritti della età di 17 anni mi confessavo così :

Pìacidus vultu, sed pronus ad iram,

Et minimis angor, momento at protinus horae

Nubila diffugiunt animo intempesta sereno. »

A conservare traccia del ceppo famigliare ed a stringere viepiù i vincoli con i parenti lontani aveva anche preparato l'albero genealogico dei Balio di Dalmazia, come scriveva il 15 dicembre 1862 da Firenze al Finazzi: « Ecco i Balio di Dalmazia, colla loro discendenza infino al tempo che siamo »; e a sua volta le pregava di poter aver quello dei Balio del bergamasco e, « se si può, particolareggiate notizie sui Balio viventi, e quando a Pontida si trapiantassero ed ancora un qualche cenno delle condizioni presenti di quel paese. Grazie a Lei mille volte, e al professore pregato da Lei; grazie e auguri dal suo obbl.mo Tommaseo » (12).

Egli raccoglierà poi nel capitolo I nomi e le schiatte dell'opera Il Serio nel faceto (13), a proposito del suo cognome, le vicende de' suoi antenati del casato Tommaseo oriundi dell'isola di Brazza e de' suoi parenti bergamaschi. Alessandro Balio, il padre della nonna sua « era venuto in Sebenico da Celanella, terra in quel di Bergamo, nella cura di Pontida, nome della storia d'Italia tra i più memorandi. »

« I Balio de Mangillis (14); - continuava il Tommaseo — in origine Baylo (15), pare che siano delle più antiche famiglie della provincia e una loro sepoltura porta una dello prime iscrizioni in lingua italiana che in que' luoghi si leggano e forse altrove (16); e nel 1576 trovasi un Gian Maria, che è la terza generazione, console di Celanella e di due altri Comuni; e nel 1607 un Alessandro che ha beni stabili in Este, dal quale forse i Mangilli di Padova.

« Da una Caterina Balio nasce Giuseppe Bravi (17), deputato oggidì al Parlamento italiano; da una Maria Balio il prof. Ulietti (18). E tre rami rimangono della famiglia un dei quali è di semplici agricoltori; e lo rammento a titolo d'onore... D'un de' tre rami nasce Giuseppe Balio, che ha avuto in sorte di disseppellire il monumento della Lega Lombarda, il quale ora è riposto nel luogo che fu testimone del grande patto, accanto alla chiesa gotica a tre navate che era dei monaci di S. Benedetto » (19).

Sempre vivo rimase nel Tommaseo l'affetto verso i suoi parenti bergamaschi; ne è una prova anche in una lettera scritta l'ultimo anno di sua vita al sacerdote Alessandro Balio (20) di Bondì di Cisano, che, lasciata la milizia volontaria, si era fatto sacerdote; lettera che l'attuale possessore, signor Angelo Bailo, conserva in quadro nell'avita casa a Bondì e che essendo, per quanto ci consta, inedita, per compiacenza del possessore siamo lieti di pubblicare :

« Caro e Rev.mo Signore, Avevo già da più giorni risposto col cuore all'inaspettata, ma tanto più gradita, sua lettera annunciante la nuova vita alla quale Ella si è pensatamente e presa esperienza degli uomini, consacrato. L'animo suo avrà ragione di trovarsene ogni dì più contento assaporando le pure gioie del beneficare modestamente e del caritatevolmente patire. Questo è l'augurio che, raccomandandomi alle orazioni di Lei, e pregandola di salutare in mio nome i fratelli, Le fo di cuore.

Suo aff. Parente, 8 del 1874 Fir. ».

Segue la firma illeggibile; s'intravvede un « Nic... ».

Alessandro Bailo, nato a Bondì di Cisano il 29-1-1841 e morto ivi il 30-10-1920 (come risulta dall'archivio Parrocchiale di Pontida), a vent'anni si arruolò volontario nell'esercito. quando le aspirazioni patrie di indipendenza agitavano le anime generose. Più tardi passò alla scuola militare di Modena e uscito col grado di ufficiale nel '66, prese parte alla campagna contro l'Austria, come risulta dall'archivio del Comune di Cisano. Nel 1872, lasciato il servizio militare, si diede al sacerdozio e assecondando le nobili aspirazioni dell'anima sua, si dedicò all'istruzione ed educazione dei sordomuti nell'Istituto di Bergamo, presso il quale ebbe l'ufficio di Direttore per oltre 25 anni. Si ritirò a vita privata il 31 dicembre 1907 e morì a Bondì, Nelle ultime sue ore volle sul letto i simboli della sua vita di soldato della Patria e di Cristo: la spada e il Crocefisso (21).

II

altri bergamaschi

Il Tommaseo non solo per vincoli di sangue si sentì legato da particolare affetto e simpatia alla nostra lena, ma anche da sentimenti di stima per i nostri uomini che coltivarono gli studi letterari e storici e si distinsero nell'amore di patria che fu così profondo e nobile in lui.

Fra il letterato dalmata e il Can. Giovanni Maria Finazzi (1802-1877), cultore egregio di patrie memorie, continuatore e innovatore dell'opera dei benemeriti eruditi bergamaschi del '700, discepolo spirituale del Maj, si strinsero rapporti di reciproca stima. E ne era ben degno il Finazzi, professore in Seminario e teologo nella Cattedrale, socio onorario e corrispondente di varie Accademie (22), onorato dall'amicizia d'uomini insigni, quali Alessandro Manzoni e Antonio Rosmini, in relazione con eminenti personalità, con Gabrio Casati, con Terenzio Mamiani, con l'archeologo G. B. De Rossi, col grande storico Teodoro Mommsen. Oltre che il merito dell'erudito si apprezzava nel Finazzi l'educatore, il sacerdote patriota « che in tempi nei quali non parvero sempre chiare le ragioni della Chiesa e della patria, amò fervidamente l'Italia » (23).

Nel '48 aveva benedetto il vessillo nazionale pronunciando queste solenni parole: «Siatene certi: noi, cittadini e fratelli, ci stringeremo e di cuore alle vostre bandiere, voi non vorrete, ne siamo certi, dividervi da quella Croce che come sacerdoti vi brandiremo dinanzi, unico pegno del comune riscatto » (24). Ribenedice il vessillo nazionale nel '60 (25) e l'8 giugno, rievoca dal pergamo dinanzi ad un pubblico commesso che gremiva la Basilica di Santa Maria Maggiore, lingula del grande statista conte di Cavour, nel cui nome — sono parole del Finazzi — sembravano indentificate Vindi pendenza., la grandezza e la fortuna d'Italia (26). Ma, pochi giorni dopo, il 28 giugno, gli giungeva dal Vescovo la proibizione « di annunciare di qui innanzi la parola di Dio, nonché di amministrare ai fedeli il sacramento della Penitenza (27)». Per sei anni, scrive la (Franzi (op. cit.), « pesò sul can. Finazzi l'immeritato castigo, fino a che Pio IX, venutone a conoscenza e fatte esaminare le opere di questo teologo, non lo reintegrò in tutte le sacerdotali attribuzioni inviandogli, in segno di stima, una medaglia d'argento » (28).

A creare una corrente di reciproca stima e simpatia fra il Finazzi c il Tommaseo più che le idee politiche, nelle quali difficilmente potevano convenire chi aveva esaltato l'opera veramente grande del Cavour e il Tommaseo antiunitario, federalista e anticavouriano (29), concorsero i sentimenti religiosi profondamente sentiti e soprattutto l'amor degli studi letterari, storici, e il culto delle pa trie memorie che costituì il motivo dominante della vita di ambedue.

A quale anno risale la corrispondenza epistolare tra il Finazzi ed il Tommaseo? Per quanto ci consta, ad una lettera del 13 febbraio 1861 pubblicata dalla Franzi (op. cit.).

Il Finazzi nel 1860 aveva pubblicata un dialogo intitolato I preti e la politica dedicato « agli onorandi membri del clero italiano, che, unendo all'amor della patria l'amore della chiesa nel consorzio della vita civile come negli esercizi del ministero sanno essere e mostrarsi sacerdoti cittadini e cittadini sacerdoti » (30), e ne aveva inviata una copia al Tommaseo, che, ricevuto il libro in omaggio, ringraziava con una nobilissima lettera l'autore del dialogo: «ne aveva già letto via via parte e vi aveva sentito con piacere il linguaggio del sacerdote cittadino, affettuoso, quale deve essere, e temperato... »

A questa lettera ne seguono altre scambiate fra il Finazzi e il Tommaseo nel 1862, lettere che abbiamo citate a proposito della parentela bergamasca; ne venne quindi ravvivata la cordialità di amichevoli rapporti tra il letterato dalmata e il sacerdote bergamasco che se prima sentiva grande stima per « l'uomo delle profonde lettere », ora col più vivo senso di cittadino affetto si professava a lui devotissimo, (lettera di risposta del 4 giugno 1862).

Il Finazzi nella sua instancabile operosità era venuto componendo opere di carattere storico, persuaso che l'aura che spirava agli albori del nostro Risorgimento avesse a favorire l'incremento degli studi: nel 1857 dava alla stampa la Memoria sul Codice diplomatico bergomense pubblicato in due volumi dal can. Mario Lupo e dall'arciprete Ronchetti; nei 1361 un Commentario intorno a quaranta e più grossi volumi manoscritti concernenti la storia del Concilio di Trento del Padre Alberto Mazzolali Benedettino di Pontida; nel 1866 Breves Chronicae bergomenses pubblicate nei tomi V e VI della Miscellanea di Storia Patria in Torino, e nel tomo VI della stessa Miscellanea le Lettere del Card. Commendone scritte nella Nunziatura di Germania; nel 1867. anno in cui ricorreva il VII Centenario del Congresso di Pontida, ne celebrò la ricorrenza pubblicando Appunti storici sulla Lega Lombarda e sulla battaglia di Legnano; nel 1870 diede alle stampe la Cronaca anonima di Bergamo e l’Antico volgarizzamento del Chronicon di Castello Castelli, tolto dalla Reale biblioteca di Napoli e da lui pubblicato sotto il titolo I Guelfi e i Ghibellini in Bergamo. Presso la Deputazione di Storia Patria aveva caldeggiato l'idea di un Codex diplomaticus Longobardiae e, incaricato della parte relativa a Bergamo, vi apportava 201 documenti, alcuni inediti, altri integrati e riscontrati, raccolti nel tomo XIII dei Monumenta historiae Patrie con un dotto proemio Degli Statuti Italiani e in particolare del più antico statuto di Bergamo che si conserva nella Civica Biblioteca. Nel 1876 licenziava l'opera importantissima: Le antiche lapidi di Bergamo descritte ed illustrate, argomento del quale si era altre volte in pregiate monografie occupalo e delle quali era a conoscenza il Tommaseo (31). Produzione dunque importante anche se contiene parecchie inesattezze. Di queste pubblicazioni egli aveva fatto omaggio al Tommaseo, il quale pieno di ammirazione per tanta attività, gli espresse, nella lettera IV del carteggio, parole di lode e di incoraggiamento a proseguire in lavori che richiedono dottrina, indagine paziente ed acuta, non pochi disagi, e non danno, certo, lucro. La lettera, benché pubblicata dalla Franzi nell'opuscolo citato, resosi ormai raro, merita di essere riportata integralmente, non solo ad onore del Finazzi, ma anche a dimostrare l'interessamento del Tommaseo per le memorie storiche della nostra Bergamo e per gli eruditi bergamaschi.

« Rev. Monsignore,

Le cure che da più di trent'anni Ella dedica alle memorie della patria, meriteranno sempre maggiore coi tempo gratitudine non de' Bergamaschi soltanto; perchè non pochi tra i documenti raccolti ed illustrati da Lei concernono non solo il distretto di Bergamo. Hanno già pei' se stesse più che municipale importanza le cronache; e lo prova anche questa del Castelli da Lei data alla stampa (32); ma del codice diplomatico lombardo, compilato di recente, i documenti di Bergamo son non piccola parte (33). E la Società Storica di Lombardia mostra bene di sapere mettere a profitto i lavori di Lei, che Le costano indagini per archivi, per biblioteche, e ricerche e viaggi. INon si stanchi di raccogliere statuti e atti di sinodi, lapidi e pergamene, continui la nobile eredità del benemerito padre Lupi (34), e di quel Mazzoleni benedettino in San Giacomo della sua, anzi nostra Pontida, che tanta ricchezza di notizie radunò per la storia del Concilio di Trento (35). Io, giovane, sentivo il presidente Mazzetti nella stanza dell'abate Rosmini, che con quell'uomo non consentiva in assai cose, ma in questa gli rendeva la debita lode, vantarsi della sua preziosa raccolta. Alla quale, monsignore, Ella volle attingere di persona, imprendendo un viaggio, materialmente men lucroso di quello che fece anni or sono Francesco Mazzoleni, discendente di venuti da Bergamo, nato in Sebenico ov'io nacqui, il quale come Orfeo de' tronchi e Annone de' sassi, tirò in sè tanti dollari da poter in Posillipo edificare una magnifica villa.

E oggi appunto leggevo che gli ufficiali d'un legno americano, approdati a Napoli, con gran festa lo invitarono a uno splendido pranzo, e a bandiere spiegate e tra le armonie musicali lo ricondussero alla sua villa. Caro Monsignore, Ella non avrà mai tanti dollari nè tante feste. Nè tante ne avrà il presidente di codesta Accademia, dotto raccoglitore di memorie patrie e munifico donatore (36).

Nè, quanto doveva, l'Italia dimostrò la sua gratitudine a quel Nazzari che nel 1847 iniziò con onorato pericolo una memorabile resistenza; ed io godo pensando che il savio e coraggioso impulso venisse da un uomo di Bergamo. Voglia bene al suo

Dev. Tommaseo

Nel dì di S. Giovanni con auguri di cuore, '71 Fir. »

Il Tommaseo si riferisce alla nota presentata il 9 dicembre dell'anno 1847 dall'avv. Giovan Battista Nazari di Treviglio (37), deputato degli estimati non nobili della provincia di Bergamo nella Congregazione centrale della Lombardia. Con poche ma decise e sicure parole l'avvocato Nazari proponeva la nomina di una Commissione di tanti deputati quante erano le Provincie lombarde con l'incarico di studiare una relazione sulle condizioni del paese e sulla causa del diffuso malcontento della popolazione. Fu un atto estremamente pericolose in tempi nei quali una sola parola detta contro il governo straniero poteva gettare chi tanto ardiva nel carcere (38), ma fu anche il primo colpo decisivo — dice il Capasso — contro il governo austriaco; fu, scrisse in una mozione del 3 febbraio 1872 al Consiglio Comunale di Bergamo, G. B. Camozzi, «l'atto del Nazari come il piccolo masso di neve, che, fiaccatosi dall'alto del monte, precipita al basso formando una spaventosa valanga ». E l'impressione prodotta dalla mozione fu grande e per essa il nome di Bergamo fu esaltato non solo in Lombardia, ma in tutta Italia. « Bergamo salva la patria questa volta », scriveva il Giubili Della Porta il 17 dicembre. Quattromila cittadini portarono il loro biglietto di visita al nobile bergamasco. I milanesi in segno di ammirazione per la pronta decisione della Congregazione provinciale di Bergamo offersero alla nostra città un busto del Mascheroni, che sta nella Civica Biblioteca, con la dedica che termina così: Questa effigie - i Milanesi offrivano a Bergamo - Il 21 Dicembre 1847 - Epoca memoranda - All'Italia. (39)

Ma il Tommaseo nel 1871, pochi giorni dopo la morte del Nazari, lamentò che « l'Italia non dimostrava, quanto doveva, la sua gratitudine all'avvocato bergamasco. »

La corrispondenza del Tommaseo col Finazzi, si chiude con la lettera del 14 dicembre 1873 (V del carteggio).

Aveva il Finazzi spedito al Tommaseo in omaggio la sua memoria Dell'importanza di conservare e di crescere le glorie patrie, ristampa di un discorso letto nell'Ateneo il 2 settembre 1841 e ripubblicato nel 1873 con l'aggiunta di altre tre Memoriette di patria illustrazione (40). Aveva anche fatto omaggio al Tommaseo del Commentario alla Morale Cattolica di Alessandro Manzoni, pubblicato sulla fine del 1873. Il Tommaseo rispondeva con una lettera che merita d'essere riferita per il suo giudizio sulla Morale Cattolica del Manzoni e per le sue malinconiche e amare osservazioni sull'incomprensione degli Italiani che non apprezzavano come meritava l'opera manzoniana.

Già il Tommaseo ancor giovane nell'opuscolo Dell'animo e dell'ingegno di Antonio Marinovich (Venezia, 1840) aveva definito la Morale Cattolica « un libro di sapiente modestia, pensato col cuore, e che di per sè basterebbe alla gloria di un nome »; vecchio, « alla distanza dì trent'anni — osserva la Franzi — eccolo non meno ammirato di quest'opera manzoniana, alla quale gli Italiani fecero cosi poca attenzione » (41).

« Rev. Monsignore,

Al consiglio Ella ha aggiunto l'esempio del mantenere, quant'era in Lei, e dell'accrescere le glorie patrie: e un accrescerle è il pur mantenerle. Gloria patria Alessandro Manzoni, del quale Ella ha molto opportunamente dato a conoscere l'opera men nota ai più, degna invero di lui. Quand'io, e già più di cinquantanni, la lèssi, ammirai l'uomo, amai più la fede in cui nacqui. L'edizione di quel libro, fatta pure di non molti esemplari, stette degli anni a essere smaltita, come poi mi diceva egli stesso con quella rassegnazione sincera che viene dalla modestia virtuosa. Le lodi date ad altri suoi scritti, principalmente da celebrati stranieri, conciliarono al cattolico il compatimento degli Italiani, conciliarono qualche stima al Poeta. Ma erano tanto ricchi, e tanto son ricchi, gl'Italiani!... »

* * *

Meritano ancora di essere ricordate le relazioni di affettuosa amicizia e di grande stima, dalle quali fu legato col Tommaseo il poeta bergamasco Samuele Biava, nato a Vercurago nel 1792 e morto nel 1870, professore di umanità nel ginnasio comunale di S. Marta a Milano, poeta d'ispirazione romantica. Della stima del Tommaseo per l’ingegno poetico del Biava, ma nello stesso tempo della sua sincerità critica, fanno testimonianza alcuni articoli pubblicati nei periodici: Il Nuovo Ricoglitore (1826), l’Antologia di Firenze (1826), l’Indicatore livornese (1 febbraio 1830); lo attesta la commemorazione dello scomparso amico nella Nuova Antologia col titolo: Samuele Biava e i Romantici (die. 1871); lo conferma la rievocazione in più d'uno degli scritti tommaseiani, nelle Memorie poetiche (Venezia 1838), in Scintille (Venezia, 1841), in cui il Tommaseo ricorda ce con accorata nostalgia i tempi del suo soggiorno milanese e la figura dell'amico diletto e stimato », come scrive il prof. Eugenio di Carlo nella sua accurata pubblicazione Le relazioni tra Samuele Biava e Niccolò Tommaseo (con lettere inedite) (42): vi è raccolto un carteggiò di trenta lettere che, iniziato il 14 ottobre 1826 e chiuso il 23 ottobre 1868, segue la storia dei rapporti letterari tra i due insigni uomini ed è preceduto da una prefazione. A tale pubblicazione rimandiamo lo studioso: qui riferisco parte di una lettera, la XXVI (30 novembre '63 da Firenze), che ha, per l'argomento nostro, particolare interesse a motivo dell'accenno ad alcuni bergamaschi, al dott. Francesco Cima e ai professori Carlo Cima e Carlo Ulietti.

« ...Dite al S. Dottore Cima (43) ch'io ho fatta avere la sua lettera al Marchese Ridolfi, e ringraziatelo per me de' suoi doni. Mi piace ch'egli nel senso craniologico non abbondi. Ma pare che taluni tendano a riempiere di scienza le ossa del cranio per vuotare di senso comune l'anima.

« Le lodi da lui date al Bravi (44), affine mio perchè nato da un Balio, mi piacerebbero ancora più se non vi leggersi una parola la quale ben intendo che mira alla potestà temporale abusata da que’ di Roma, ma suona ambigua là nello scritto di lui. Singolare ch'io debba fare lo zelante all'egregio Bergamasco in quella appunto che un altro Bergamasco, il prof. Ulietti (45), figliuolo anch'egli a una Balio, mi predica riverenza alla sede di Roma. Se vedete il degno uomo, ditegli che gli scritti miei non sono registrati nell'Indice per eresia che sostengano; ch'io chiesi e richiesi che mi additassero gli errori a poterli corrodere, e mi fu risposto che solo la forma di certe proposizioni non pare approvabile a quella Congregazione, ma che la sostanza non contraddice a quel che insegna la Chiesa (46). Egli sa bene che il poter temporale non è cosa di domina; e anche Pio IX l'ha detto: ma sappia inoltre ch'esso Pio IX, parlando di me a un sacerdote autorevole, mi giudicò buon cattolico quantunque avverso al suo regno, e soggiunse parole d'affetto. Avesse intorno altra gente, apparrebbe ben altro ».

* * *

Il Tommaseo poteva con Torquato Tasso affermarsi Bergamasco per origine e per affezione, egli « troppo ineguale al gran nome in ogni cosa » ; e allorché elettori di Bergamo volevano nominarlo deputato al Parlamento Italiano, ricusò l'offerta con riconoscenza (47).

Di Bergamo e di Pontida rievocò le storiche memorie in quel capitolo I nomi e le schiatte inserito nel libro Il Serio nel faceto che già abbiamo più volte citato. Di Bergamo ricorda che fu « la prima città che si scosse al bagliore della libertà falsa, promessa da colui che fece suo balocco le corone de' re, i diritti de' popoli suo strumento e sua merce; Bergamo fornì ferventi repubblicani... » (48). Di Pontida ricorda « l'onorata memoria dei monaci di S. Benedetto, benemeriti in antico dell'agricoltura e poi delle lettere; e in quel monastero di Sant'Jacopo di Pontida i benedettini fondarono una stamperia, la quale diede, tra le altre, nel 1740, i Medaglioni del museo Pisani illustrati in tre volumi, opera da biblioteca, e dovuta ad un abate Alberto Mazzoleni (49), nato da gentiluomini in Caprino, tra Pontida e Celana; il quale, entrando nell'Ordine, s'elesse il nome di quel beato Alberto di Prezzate, vissuto nel sec. undecimo, la cui sepoltura ha bassirilievi notabili alla storia dell'arte, e le cui reliquie sono in Bergamo venerate oggidì... Il monastero è ad altr'uso sin dalla fine del secolo passato » (50).

Su proposta del can. Finazzi, Vice-Presidente del nostro Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti eretto in Ente morale con decreto di Vittorio Emanuele II in data 10 ottobre 1869, nella solenne apertura di quell'anno accademico veniva per acclamazione fatto socio d'onore il Tommaseo che accoglieva la nomina con le seguenti nobili parole :

« Firenze, 4 del 1870

Reverendo Monsignore, L'Accademia di Bergamo, appunto perchè modesta, è forse più ragguardevole d'altre parecchie. Io mi tengo onorato di questo segno d'affetto, anco perchè mi viene dal paese da cui parte della mia famiglia ebbe origine. Così potessi io rendergli, come gratitudine, onore !

Accetti Ella e i colleghi suoi, Monsignore, i ringraziamenti e gli auguri del Loro

obbl.mo Tommaseo ».

* * *

Al conte Paolo Sozzi Vimercati, Presidente del patrio Ateneo, ha da raccomandare la sottoscrizione per le feste che Firenze preparava per il centenario di Gerolamo Savonarola; il Tommaseo che ne era uno dei promotori gli scriveva:

« L'illustratore delle sventure dei Tasso (51) offrirà, spero, un tributo a questa illustre sventura. Ne fa preghiera al Presidente dell'Ateneo di Bergamo e a tutti i Colleghi uno che è per memorie congiunto a Pontida, la terra in cui la libertà e la religione consacrarono il vincolo della verace unità » (52).

* * *

L'idea di offrire un busto di Francesco Nullo alla nostra città era stata promossa a mezzo del giornale il Lombardo del 17 maggio 1863 da tre valorosi garibaldini: Nicostrato Castellini, Francesco Simonetta, Giovanni Chiassi: due di essi, tre anni dopo, chiudevano la loro eroica vita sul campo di battaglia: il Castellini, bello e forte, di 37 anni, a Vezza d'Oglio, il 4 luglio 1866; il Chiassi a Bezzecca colpito in pieno petto.

Le sottoscrizioni dovevano essere fatte a mezzo di duecento quote di lire cinque ciascuna.

Al nobile appello aderisce subito il Tommaseo che nei suoi scritti, editi poi da F. Vallardi sotto il titolo Italia e Polonia (53), aveva perorato la causa della Polonia. In nome della Commissione eletta da una popolare adunanza, il 2 marzo 1863, lanciava da Firenze un caldo appello ai Toscani, agli Italiani tutti perchè condividano la passione della misera Polonia che da quasi cent'anni irrigata di lagrime e di sangue offre spettacolo misero alle genti. Diceva tra l'altro: « l'Italia che con tutta Europa a lei deve salvezza dalla barbarie turca inondante, l'Italia congiunta a lei per vincoli di antiche memorie e recenti, inchinandosi ieri alla maestà del suo prode patire, deve oggi con moto d'affetto congratulante abbracciarla »; e chiudeva il fervente messaggio con queste parole: « date un tributo d'ammirazione, un pegno d'amore, un augurio di speranza, un presente di civiltà, un ricambio di gratitudine, un segno di vita ».

Ecco la lettera che il Tommaseo indirizzò al Direttore del giornale il Diritto del 1, VI, 1863, segnalataci dal comm. Antonucci, e siamo lieti di portare a conoscenza dei Bergamaschi l'omaggio di adesione che il patriota dalmata con sentimento di italianità e con orgoglio di avere Bergamaschi tra i suoi antenati rende al cavaliere generoso del diritto dei popoli alla libertà e alla indipendenza.

« La prego di dar in nome mio lire cinque per il busto del prode Francesco Nullo da offrirsi a Bergamo la degna sua patria. A lui morto per la Polonia deve quest'umile tributo chi nacque in terra slava ed ha Bergamaschi fra i suoi antenati.

21 maggio 1863 da Fir.

Suo dev.mo Tommaseo ».

Il busto del Nullo che a Bergamo sua patria - gli amici e i commilitoni - donarono, come dice l'epigrafe, è collocato nel Museo del Risorgimento dove sono raccolti i cimeli e le memorie dell'eroe che non mancò mai a nessun appello (54) « e che volle andare in Polonia a ripagar del sangue nostro quello che i Polacchi versarono per la libertà in tutte le guerre di questa Europa ingrata, crudele, egoista che li ha abbandonati. Ah, Nullo! Egli, il Cucchi, e il Piccinini erano di Bergamo » (55).

Concludendo questo articolo sono lieto di portare a conoscenza dei lettori, che la Commissione Consultiva per la toponomastica cittadina, con recente deliberazione ha accolto il voto da me espresso in un giornale cittadino (56) che s'intitolasse una via alla memoria del letterato, filologo e patriota dalmata.

La dedica dell'attuale Viale Albini al Tommaseo è tanto più significativa ora che il sogno del Dalmata, costante assertore dell'italianità della sua terra, si è avverato e la Dalmazia, che fu romana e veneta e ne serba venerande tracce, per il valore dell'esercito dell'Italia in armi è stata ricongiunta alla Madre Patria.

Ippolito Negrisoli

(1) Or. Carteggio del Can. Giov. Finazzi che si conserva nei mss. della Biblioteca Civica: oltre a cinque lettere di N. Tommaseo, comprende varie lettere, alcune autografe, altre in copia, di personaggi illustri: di Giov. Batt. De Rossi, di V. Promis, di C. Guasti, di T. Mamiani, di Gabrio Casati, del Card. Agliardi, ecc.; una di Alessandro Manzoni, in data 24 maggio 1855, nella quale si dà notizia della grave malattia che metteva in pericolo la vita del Rosmini, La lettera venne poi stampata dal Finazzi alla fine del suo commentario intitolato Alessandro Manzoni e là Morale Cattolica.

(2) Notizie Patrie, 1865, pag. 114-152: La Madre (per una svista incorsa nel titolo si deve leggere Nonna) di Niccolò Tommaseo di Dalmazia originaria dei Balio di Pontida di Bergamo. Più recentemente Tullia Franzi raccolse le lettere del Tommaseo in un diligente e garbato articolo apparso nell’ Archivio Storico per la Dalmazia, vol. XII, 1932 (la bella Rivista fondata da Antonio Cippico) sotto il titolo Lettere inediti, di N. Tommaseo al Can. Giovanni Finazzi; articolo ripubblicato in parte nella Rivista di Bergamo, agosto 1933, e quest'anno ne L'Eco di Bergamo del 12 luglio.

(3) Notizie Patrie, 1865, pag. 153-155. I. Necrisoli, L'origine Sanpellegrinese di Antonio Rosmini, in Giornale di S. Pellegrino. 9 agosto 1941, riportato da L'Eco di Bergamo dell'11 agosto, e poi fa L'Osservatore romano e dal Gazzettino di Venezia.

(4) Gazzetta di Bergamo del 26 giugno 1860.

Sull'origine della famiglia Bonghi vedasi quanto scrisse il Mazzi in una lettera del 26-1-1906 apparsa nella pubblicazione Per il X Anniversario della morte di Ruggero Bonghi, a cura di C- Frisoni, Frascati, Tip. Tuscolana, 1906. Il Mazzi nella sua severità storica dichiara di non poter precisare in che tempo i Bonghi si siano trasferiti nelle Puglie. Ma da indagini fatte pare che siano emigrati, verso il secolo XVI, prima a Troia, poi a Lucerà; quivi nacque nel 1795 il padre di Ruggero, mentre il figlio, come è noto, nacque a Napoli nel 1826.

Nella Bibl. Civica trovasi un busto in bronzo del Bonghi offerto in dono nell'agosto del 1934-XII dal figlio Luigi insieme col fratello, lieto che nella nostra Biblioteca sia conservalo, tra le carte di Silvio Spaventa, un copioso carteggio autografo di suo padre, e nello stesso tempo memore delle lontane origini bergamasche della sua famiglia. Cfr. lettere scambiale tra il Direttore della Biblioteca, Mons. Dr. Giuseppe Locatelli e il sig. Luigi Bonghi in seguito alla visita fatta alla nostra Biblioteca nel giugno del 1833.

(5) E. Verga, Il primo esilio di N. Tommaseo, Milano, 1904; pag. 114.

(6) Lettera prima dei carteggio cit.

(7) Vedasi nel carteggio la minuta della risposta del Finazzi.

(8) Con l'iniziale U. viene indicato il Sac. Prof. Carlo Ulietti che, nato a Ca' Canino, frazione di Celana Bergamasco (il 4 ottobre 1792 da Giov. Batt. e da Marianna Bailo) ed imparentato coi Balio, potè facilmente rintracciare le notizie richieste dal Tommaseo a mezzo del Finazzi.

Il dotto professore merita un breve cenno biografico. Chiamato poco più che venticinquenne ad una cattedra nel seminario diocesano, dove egli da seminarista aveva lasciato caro ricordo per la bontà del cuore, « per l'ingegno pronto, acutissimo, alle sublimi non meno che alle tenui materie arrendevole », come disse il sacerdote Bartolomeo Tedoldi nell'elogio funebre recitato nella Chiesa Parrocchiale di Celana il 18 giugno 1869 e stampato poi a Bergamo (Pagnoncelli, 1869), v'insegnò latino e matematica per oltre 45 anni con dottrina e plauso. Lasciò varie pubblicazioni d'argomento patrio (tra l'altro, Notizie Storiche intorno al Seminario di Bergamo, Sonzogno, 1831) che gli valsero la stima e l'amicizia di letterati illustri, tra i quali il Tommaseo. A ricordo di cittadini benemeriti, di patrie glorie, di feste cittadine dettò nell'idioma nostro e nel latino epigrafi apprezzale per la squisitezza del gusto, per l'eleganza della forma, per la chiarezza e la precisione della sostanza. Fin dal 1828 fu socio attivo del patrio Ateneo. Tra gli incarichi onorifici affidatigli, ebbe dal Municipio di Bergamo, assieme al prof. ing. Noris, insegnante di fisica nel patrio Liceo, anche quello di ricostruire, nel 1857, sul pavimento dell'atrio sotto il Palazzo della Ragione la meridiana che, costruita nel 1798 dal prof. Giov. Albricci, per il continuo passaggio dei cittadini era deteriorata (Cfr. l'elogio cit. pag. 11). Morì in Celana il 16 gennaio 1869. Repentino morbo correptus abdormivit in Domino annos natus LXXVII, come si legge nell'epigrafe funeraria dettata dal Sac. Dott. Pietro Semeria; e fu sepolto in sacello pro sacerdotibus in capello coemeterii, tabe senili de repente confectus. - « Sac. Carolus Ulietti antiqui moris vir, christianae sapientiae », così nel registro dei morti dell'archivio parrocchiale di Celana.

(9) Che le notizie comunicate dal prof. Ulietti rispondano a verità lo conferma quanto si legge nelle Memorie Storiche del Collegio Convitto Vescovile di Celana raccolte e pubblicate dal Sac Alessandro Belotti (Ist. Ital. Arti Grafiche, Bergamo, 1898). Vi si accenna infatti ad una visita del Card. Federico Borromeo nell'agosto del 1610 (pag. 51); non si fa cenno del banco di chiesa distinto della famiglia Balio; vi si parla però di un deposito mortuario acquistato dalla famiglia suddetta per seppellirvi i morti. Trascrivo dalle Memorie sovraccitate quanto si riferisce ai Balio o Bailo (i due cognomi si equivalgano, vedi note 15 e 20: « ...Fra costoro doveva essersi distinto per benemerenza Gian Maria Bailo, perchè aveva acquistato per sè e per la famiglia il privilegio di avere uno speciale deposito mortuario nell'ambito della chiesa stessa verso oriente, proprio vicino e sotto la protezione della Madonna delle Grazie (pag 16-17). Una piccola iscrizione scolpita sulla pietra, che tuttora si conserva, attesta questo esclusivo diritto, e stabilisce la condizione cui dovevano sottostare coloro che avessero voluto parteciparne. Nell'iscrizione riportata nelle Memorie sopraccitate di A. Belotti (pag. 17) si nomina appunto un Zamaria Bailo. Ancora in Celana esiste una famiglia che ne porta il cognome (oltre che a Cisano e altrove), come m'assicura il Rettore del Collegio di Celana Sac. Prof. Don Angelo Alimonti, alla cui cortesia devo tali notizie, nonché alle famiglie Stefini e Beretta di Caprino bergamasco.

(10) Notizie Patrie, loc. cit. ,

(11) Questa lettera del 12 agosto 1862, come la lunga lettera di pochi giorni dopo, non trovasi nel carteggio citato.

(12) Cfr. Lettera II del carteggio rimasta inedita. Non trovasi l'albero cui accenna il Tommaseo; nè si sa se il Finazzi abbia compilato o fatto compilare l'albero dei Balio di Pontida.

(13) Il Serio nel faceto. Scritti Vari di N. Tommaseo. Firenze, succ. Le Monnier (1868) pag. 254. Vedasi anche Le Memorie Poetiche di N. Tommaseo. II ediz_. curata da C. Salvatori, pa. 40 e seg.

(14) Il cognome De Mangillis si aggiunse poi a quello di Bailo, mi scrisse il conte dott. Ruggero Tommaseo, da me interpellato, in lettera dell'8-9-XIX da Postire Isola Brazza.

(15) Il cognome Bailo per metatesi si mutò in Balio per influsso dialettale: infatti i Bailo nel dialetto nostro vengono chiamati Balio o Balie « nome che li non attesta — dice il Tommaseo (Il Serio nel faceto, pag. 107) — nè civile balìa nè venatico baliatico. » A quanto mi si dice da competenti anche presso l'Archivio Notarile Bailo vale quanto Balio.

(16) Si riferisce all'iscrizione già da noi citata e che qui riportiamo come è riferita dal sac. A. Belotti (Il Collegio Convitto Vescovile di Celana, pag 17.) IESUS - CHI METRA MORTI DPOI ZAMARIA BAILO PRIMA 0 RIRA ALATAR D" LA MAD.na - GIRA P SOLDI 20 POVERI - E PUTNI D'ANI 3 P LAMOR - D'DIO. (Jesus - Chi metterà morti nel deposito di Giammaria Bailo, prima offrirà all'litar della Madonna cera per soldi venti. Poveri e pultini d'anni 3 per l'amor di Dio). L'iscrizione attualmente trovasi in un ripostiglio della Chiesa e verrà dal Rettore-Parroco fatta murare.

(17) Il sac. Giuseppe Bravi, nato a Volpera (Mapello), nel 1784 per le sue benemerenze patriottiche venne nominalo deputato del primo parlamento d'Italia per il collegio di Ponte S. Pietro nel 1860, votò la proclamazione di Roma capitale; poi nominato deputato del collegio di Caprino. Fu cultore di scienze naturali e di filosofia e autore di varie opere.

(18) Vedasi nota 8.

(19) All'iscrizione, invocata dal Finazzi a difesa della tradizione, «fu giustamente negato ogni valore in base alla stessa sua dettatura, perchè la Lega Lombarda non fu detta allora Federatio Longobardorum ma Societas o Concordia Longobardorum. «D'altra parte nel 1897 il prof. Giuseppe Calligaris fece i calchi delle lapidi, e in base ad essi il chiaro Cipolla le dichiarò una recente falsificazione » (B. Belotti, op. cit. I, pag. 321).

(20) Che i due cognomi Bailo e Balio si equivalgono lo possiamo anche arguire dal fatto che il nome di Alessandro, abbastanza diffuso nel bergamasco (Sant’Alessandro è il patrono della Diocesi) « si ripete per tradizione onomastica in questa famiglia. Alessandro si chiamava il padre della nonna del Tommaseo: Alessandro il padre di Niccolo, Alessandro quel Balio di cui parla il Tommaseo nella lunga lettera già citata, nella quale, fra l'altro, scrive al Finazzi: «Era cugino a mio padre Alessandro Balio venuto costà (cioè nel Bergamasco) circa il 1820 a raccogliere un'eredità della quale i frutti, così come di un'altra toccatagli, il buon uomo consumò in breve tempo e finì la vita in angustie lasciando tre figliuoli... ».

(21) Devo alla cortesia di Pietro Bailo le notizie relative al Sac. Alessandro Bailo.

(22) A. Tiraboschi, Commemorazione del Can. Cav. Giovanni Maria Finazzi letta nell'Ateneo di Bergamo il 15 luglio 1877, Bergamo Stab. Tipo-Lito Gaffuri e Gatti, 1877, cfr. Incarichi e Onoreficenze.

(23) B. Belotti, op. cit. pag. 10.

(24) A. Tiraboschi, op. cit. pag. 10.

(25) Finazzi, Discorso per la solenne benedizione della Guardia Nazionale di Bergamo, il 24 giugno 1860.

(26) Finazzi, Nelle esequie di Cavour. Parole dette nella basilica di S. Maria Maggiore, pag. 17.

(27) Tiraboschi, op. cit., pag. 15.

(28) Tiraboschi, op. cit., pag. 18.

(29) Vedasi in proposito N. Tommaseo, Cronichetta del sessantasei, a cura di R. Ciampini (Einaudi). « Iniquo fu il Tommaseo col Cavour. Dopo quello contro il Leopardi, questo fu il suo peccato più grosso » (P. Pancrazi nella recensione della Cronichetta « I veleni del Tommaseo » (Corriere della Sera).

(30) TIRABOSCHI, op. cit.; cfr. Nota cronologica delle pubblicazioni del can. Finazzi, pag. 28.

(31) Nel 1856 il Finazzi aveva pubblicato Iscrizioni di Spalato e di altre città della Dalmazia che possono avere suscitato particolare interesse nel Tommaseo.

(32) Il Chronicon di Castello Castelli raccolto dal Muratori nei XVI volume Rerum Italicarum Srriptores. (La nuova edizione dei R.I.S. iniziata dal Capasso è stata ora condona a termine da Mons. Giuseppe Locatelli). Vedasi anche Mazzi Il Diario di Castellus de Castello. Bergamo, Ist. Arti Grafiche, 1925, e C. Capasso, Chronicon nella 2a ediz. del Muratori.

(33) Osserva il Tiraboschi (op. cit. pag. 21): «Le carte pubblicate salgono alla ragguardevole cifra di 201, la quale corrisponde alla quinta parte dei documenti raccolti nel Codex diplomaticus Longobardiae.

(34) Mario Lupo (1720-1789), Codex Diplomaticus Civicatis et Ecclesiae Bergomatis.

(35) Alberto Mazzoleni, nato a Caprino (1695-1760), benedettino, lasciò manoscritta una Storia del Concilio di Trento.

(36) Per quanto si riferisce al tenore comm. Fr. Mazzoleni, discendente dalla famiglia Mazzoleni trasferitasi dalla Valle Imagna in Dalmazia e morto ottantenne nel 1908 nella sua villa a Posillipo cfr. « Famiglia Mazzoleni » in Bergomum, 1933, pag. 119 e segg. Nel Mondo Letterario di Torino il Tommaseo a proposilo del tenore Mazzoleni aveva scritto: « Non parrà strano ch'io creda che nella voce potente di questo Mazzoleni abbia influenza l'origine bergamasca, paese di gente privilegiata a sentire e a rendere l'armonia ». Del Mazzoleni il Tommaseo dà notizie anche nel capitolo il teatro e la civiltà inserito nel libro già citato il Serio nel faceto, pag. 109 e segg.

(37) Il dott. comm. Giovanni Battista Nazari-Scagliapesci morì in Milano il 7 giugno 1871 nella grave età di quasi 80 anni. Era nato in Treviglio il 21 novembre 1791. Nominato dal Governo Provvisorio di Lombardia presidente del Consiglio di Stato, tornò dopo qualche tempo a vita privata. Nel 1859 il Governo Nazionale non lo dimenticò. Nominato Senatore fece parte della Commissione per la Compilazione del Codice. (Cfr. Perseveranza 9 giugno 1871). « Peccato, diceva spesse volle Tommaso Grossi, che quest'uomo non faccia di pubblica ragione alcuni suoi dettati che gli farebbero moltissimo onore. Ma chi può vincere quella sua modestia che è veramente troppa? ». Cfr. Necrologio nella Gazzetta di Bergamo 11 giugno 1871. Una lapide sotto l’atrio del Municipio di Treviglio ricorda il Nazari.

(38) Il Viceré Ranieri scosso dall'entusiasmo col quale era stata accolla dalla popolazione la proposta del Nazari aveva scritto al Governatore Spaur che trovava necessario che il Nazari venire assoggettato a severa sorveglianza.

(39) Cfr. C. Capasso. La mozione N azzar i a Bergamo alla vigilia della rivoluzione del marzo 1848. (Boll, della Civica Bibl., 1908, pag. 153 e segg.).

(40) Tiraboschi, on. cit. Nota cronologica delle pubblicazioni.

(41) Cfr. La Morale Cattolica nelle Memorie poetiche di N. Tommaseo op. cit., pag. 291.

(42) Archivio Storico per la Dalmazia. Roma, vol. XVIII, 1935-XII. Gli originali delle lettere sono in possesso dell'avv. comm. Giorgio Lussana; e furono trascritti, o quasi interpretati, e ceduti al Di Carlo per la pubblicazione da Ciro Caversazzi (v. Bergomum 1935, fase. Il, pag. 124).

(43) il dott. Francesco Cima morto nel 1869 lasciò varie pubblicazioni scientifiche e letterarie e una biografia del prof. Carlo Bravi.

(44) L'abate Carlo Bravi ( 1794-1860; nato a Volpera (Mapello) da Agostino e Caterina Balio, fratello dell'ab. Giuseppe di cui abbiamo già parlato, fu professore di storia e di filosofia nel liceo di Bergamo; lasciò diverse opere, oltre una Biografia dell'Abate Antonio Tadini; scrisse sulla Convenienza di trattare la pittura in relazione all'attuale progresso dei lumi (1848); sui Principi di filosofia speculativa e pratica (1851), sulla Dignità ed importanza della filosofia (1851).

(45) Del prof. Carlo Ulietti abbiamo già detto cfr. nota 8.

(46) I libri del Tommaseo posti all'Indice furono: 1.) Studi filosofici (Decr. 12 sett. 1841); Roma e il Mondo (Decr. 20 aprile 1852); Savonarola Girolamo, opuscoli inediti (1835), v. Index librorum prohibitorum. Romae, 1924, p. 267. Altri scritti del Tommaseo vennero biasimati nella Civiltà Cattolica (7, 3, 463; 4, 8, 318), ma non vennero messi all'indice. Così in una nota del prof. E. Di Carlo, op. cit. pag. 43, nota 2 e anche nota 3.

(47) Tommaseo, Il Serio nel faceto, op. cit. pag. 257.

(48) Id., id. pag. 256.

(49) Alberto Mazzoleni (v. nota 35.) sulla Storia del Concilio tridentino raccolse autentici documenti che conservami in Trento inediti, ib. pag. 255.

(50) Il 13 maggio 1798 un decreto del Direttorio Cisalpino stabiliva la soppressione del monastero di Pontida, ma il 15 gennaio 1910, scriveva il sac. prof. M. Tagliabue nel numero unico Pontida, pubblicato a cura dei monaci benedettini in occasione del XXV di secerdozio del rev.mo P. Don Edmondo Paolazzi, priore Conventuale del Monastero di Pontida: « il 15 gennaio 1910 S. Mauro rivedeva dopo più che secolare esilio ritornare nella vecchia basilica i suoi monaci. Il 7 maggio 1911 in un trionfo di fede ed un tripudio di cuori ritornavano dall'ancor più lungo esilio le reliquie venerate e non mai dimenticate dai pontidesi di S. Alberto e di S. Vito.» E si domandava il dotto professore: «Ritorneranno un giorno anche le altre reliquie diversamente ma non meno preziose, le pergamene e le carte dell'archivio? Sarebbe il ritorno della storia quasi millenaria del grande Monastero, il deposito, l'eredità, la testimonianza del passato, quasi promessa per l'avvenire ».

(51) Il conte Vimercati Sozzi aveva letto all’ Ateneo (1844) una relazione sopra Argomenti relativi a Torquato Tasso e sopra un ritratto del poeta all'epoca della sua carcerazione in S. Anna, pubblicata poi a Bergamo, Mazzoleni, 1844.

(52) Atti dell'Ateneo, 1870.

(53) Italia e Polonia. Scritti di Niccolò Tommaseo, F. Vallardi Milano, 1863. Mille copie furono destinate a totale beneficio dei generosi figli della Polonia e depositate presso il comitato centrale Polacco in Torino.

(54) Epistolario di Giuseppe Garibaldi, Milano, A. Brigola e C. 1885, vol. I pag. 236; lettera del 20 giugno 1863 ai giovani patrioti di Girgenti.

(55) G. C. Abba, Cose Garibaldine, A. Caprera 1865 - Torino S.T.E.N., 1907, pag. 44.

(56) La Voce di Bergamo, 8 agosto 1941.

Il Gazzettino 20/02/1945 Dalmazia Martire

Dalmazia Martire

Fra tanto incalzare di eventi, poco o nulla si è detto delle vicende della guerra in Dalmazia. Ora, che anche quelle province, lontane e contese, sono state raggiunte dalla invasione nemica, è necessario che in Italia si sappia, per tutte le eventualità del domani, quanto esse hanno sofferto. Dopo la capitolazione, che segnò il collasso militare e morale di un popolo, sulle coste della Dalmazia improvvisamente isolata ed avulsa dal nesso italiano, si abbatté la notte del caos e della dispersione. Il fatto del tradimento, in quello estremo settore più delicato d’Italia, ebbe riflessi particolarmente drammatici e crudi: gli italiani dalmati, costretti nelle loro città, fra popolazioni slave ostili ed infette di anarchico sovversivismo, che essi avevano dominate col prestigio della cultura o con la forza delle armi, si trovarono ad un tratto inermi ed indifesi, in balia di un giurato nemico, assistettero al disonore dei nostri soldati fraternizzanti con quello, e porgenti ad esso le armi per la sua nuova offesa.

Disarmati i presidi, le città nostre, fuorché Zara, salvate dal tempestivo intervento tedesco, caddero facile preda dei partigiani slavi, che premevano avidi dalle campagne: illegalità, uccisioni e rapine, funestarono i pochi giorni di loro dominio in quelle città civilissime. Ricacciate, successivamente, le bande nei boschi e nelle gole dei monti dalla occupazione germanica, si iniziarono a serie, i bombardamenti anglo – americani dal cielo, sistematici, continui, massicci. Sebenico ne uscì mutilata dal suo porto e nella grazia veneziana delle sue calli; Spalato n’ebbe sconvolti i segni della sua romanità veneranda. Ma, contro Zara, la città fedelissima, si accanì, con inaudita ferocia, l’aviazione nemica, asservita agli scopi del maresciallo bolscevico, che operava in funzione dell’antico livore balcanico, contro la piccola, impavida scolta d’Italia, slu conteso lido adriatico.

Nessun’altra ragione militare giustifica la furia devastatrice, per cui, con spietato rigore, si effettuò, ora per ora, durante lunghi mesi, dal 2 novembre 1943 al settembre 1944, il criminale disegno di distruggere, cancellandone sin le vestigia, una città indifesa, impreparata alla guerra, se non il premeditato proposito di annientare, polverizzando vite, ricchezze e pietre, lo spirito indomito di una gente, che per secoli aveva affermato fieramente le sue origini, la sua cultura, le sue tradizioni, di fronte allo slavo invadente per conto proprio o dei suoi tracotanti patroni, orientando la storia e la vita di tutta una regione secondo i motivi del genio italico. Distesa e raccolta, colle sue strette calli, le sue antiche chiese, le sue vecchie case che, con la tinta calda dorata delle sue pietre, le davano un aspetto di vetustà nobilissima, nel giro di una peni soletta, bassa e lunga poco più di un chilometro, ripiegata verso la costa, per formare il suo porto, Zara, piccola e inerme, ha subito oltre 45 bombardamenti violenti, a pettine o a tappeto, secondo le regole dell’inumano giuoco, inventato dal bieco infantilismo americano, che la rasero al suolo letteralmente e la resero informe cumulo di macerie, che segna, oggi, il posto dove, or fa un anno, sorgeva una linda cittadina, ricca di vita e di storia, della quale ormai non resta che il nome.

La bianca facciata dei suoi palazzi sul mare che si stagliava con tanta grazia sulla muraglia merlata dei monti, fatta azzurra dalla lontananza, è livellata oggi al suolo in una grigia uniformità di rovine, delle quali si slanciano ancora, solitarie, in solitudine di incubo, verso il cielo, come una invocazione, le torri dei suoi campanili e la rotonda centrale del " San Donato". E’ assente dal desolato coro la severa torre romanica di "San Grisogono", travolta miseramente insieme con l’insigne architettura del tempio. Diroccate e sventrate le altre chiese, coi loro antichi dipinti, le loro pale pregiate, le reliquie, i preziosi, miniati libri corali: distrutta, in gran parte, la snella mole di "Santa Maria" delle Benedettine, bruciato dalle fondamenta il "Battistero" del Duomo, più che millenario.

Le Calli e le piazze, sepolte sotto un comune immane tumulto, non hanno più volt; le rive, che tutt’intorno cingevano la città, di una linda, signorile cintura, giacciono devastate, come per convulsione tellurica, tutte avvallamenti e crepacci, che il mare invade e dirompe. Più micidiale di un terremoto, , la guerra dal cielo, con malvagità cosciente, pervicace, condotta, ne frugò ogni calle, ogni angolo; scaricando tonnellate di bombe su spazio popolatissimo e angusto, abbatté casa per casa, e accanendosi, in successivi attacchi violenti, sulle stesse macerie ancora fumanti, trasse dalle rovine, altre più desolanti rovine.

Sulla desolazione della città deserta e disfatta, dopo lo sgombero delle forze germaniche, regnò il silenzio e la morte; ora, per la prima volta nei tempi, truppe slave bolsceviche ne calpestano le martoriate pietre che piloti negri americani hanno abbandonato alla loro libidine seppellendovi in parte, la popolazione, o disperdendola a tutti i venti della disperazione. Chi potrà descrivere il Calvario di questa gente italianissima, trovatasi improvvisamente stretta, come in una chiusa trappola, in breve penisola, sull’opposta sponda ribelle e nemica, senza comunicazioni, senza risorse, minacciata e premuta dal retroterra dal rancore mortale di bande assassine, martellata dal cielo implacabilmente? Sbandati, smarriti, gli Zaratini, per sottrarsi ai crolli e agli incendi, cercarono rifugio dapprima nell’immediato contado, fra gente slava inospitale, connivente coi rossi banditi, donde, taglieggiati, angariati, più d’uno pagò con la vita la fatale imprudenza, dovettero ancora fuggire, per cercare un disperato scampo sul mare, insidiato a sua volta da siluri ed aerei nemici.

E cominciò, così, il doloroso esodo dalla città senza pace, su velieri infidi, che cadevano spesso, nel labirinto delle isole, preda dei partigiani, che li spogliavano e ne sequestravano persone e cose: o su un piroscafo avariato e di poca stazza, che, saltuariamente, quando il minor rischio lo permetteva, si avventurava sull’insidioso mare, accogliendo dei carichi umani che invadevano sin le sue stive, e li portava, in viaggi accidentati di più giorni di navigazione, a tappe e per rotte inconsuete, dall’inferno di Zara, nei porti di Trieste e di Pola. Dove venivano accolte fraternamente dalle sorelle adriatiche delle larve umane, sfinite dalle privazioni e dagli stenti, che avevano negli occhi, sul volto e sulle persone, i segni del cataclisma, cui erano appena sfuggite, e sembravano attonite, mirando le belle città ancora intatte, che vi fosse un mondo non ancora in rovina. Dispersi nelle varie province della Repubblica, chiusi in una nostalgia disperata, i Dalmati, sono fra i naufraghi più colpiti di questo grande naufragio, che ha travolto tanta parte d’Italia. La loro terra, all’estremo confine, oltremare, della Patria dilaniata e divisa, già sente profondo l’artiglio del secolare nemico confitto nel più vivo della carne; ed essi non sanno, se qual che sia il nuovo assetto del mondo, domani la loro terra già tanto discussa e contesa, sarà riassunta nel nesso delle province d’Italia. Edotti dalla dura esperienza del passato, che li vide randagi e fuggiaschi, essi soli, tra i tanti esuli, delle varie regioni d’Italia, non sanno se sarà dato loro di tornare alle loro care , devastate città, cui essi anelano e per cui sono pronti a soffrire la povertà, e i disagi più crudi; ché ogni zolla, la più ridente e più vaga, è un esilio, al cospetto degli amati, famigliari orizzonti, che innumeri generazioni saturarono di amore e di sacrificio.

Una fede, tuttavia, li sorregge e ristora; la fede che l’Italia della riscossa, che non conobbe capitolazione né tradimenti, uscita vittoriosa dalla prova tremenda, saprà rivendicare tutte le mète che si era prefissa nel suo cammino imperiale, e, monda dei passati errori, nuovamente signora del proprio destino, riedificherà, con l’ordine nuovo della sua vita e dei suoi istituti, le tante città distrutte, dall’ira nemica e, fra queste, anche Zara: la piccola Zara, fedele e martire, che, tutta bianca nel candore della pietra risorta, riprenderà il suo posto di vigile scolta d’Italia, sull’altra sponda del Mare Nostro.

Dalmaticus

La Voce in più Dalmazia 14/05/11 Profughi zaratini in Valbormida: la storia delle famiglie Goich e Zmichich

PROFUGHI ZARATINI IN VALBORMIDA

LA STORIA DELLE FAMIGLIE GOICH E ZMICHICH

CAIRO - Le tranquille località della Valbormida rappresentarono un rifugio sicuro dopo la Seconda guerra mondiale per centinaia di persone originarie dell'Istria e della Dalmazia. Molte di loro, infatti, scrive il Secolo XIX trovarono ospitalità e occupazione a Cairo e nelle località limitrofe, assunte negli allora fiorenti stabilimenti industriali della zona. Tra questi anche Ugo Goich e sua moglie Maria Zmichich, genitori della cantante Wilma Goich. "Con la firma nel 1947 del trattato di pace con la Jugoslavia - spiega la signora Maria - fummo assaliti dallo sgomento. Tutti i nostri beni vennero confiscati, i miei genitori furono costretti a fuggire e mio fratello Ivo riuscì per un vero e proprio miracolo a scampare alla fucilazione". La storia delle famiglie Goich e Zmichich è simile a quelle di altre migliaia di persone nel secondo dopoguerra. Molte di loro trovarono ospitalità e occupazione nelle località della Valbormida dove a quell'epoca l'attività industriale era in piena crescita. "La mia famiglia è originaria di Zara, fiorente centro marittimo sulla costa dalmata - spiega la cantante Wilma Goich - e giunse a Cairo alcuni anni prima della guerra. Mio padre Ugo, infatti, aveva ottenuto un impiego, come perito chimico, allo stabilimento della Montecatini".


Un racconto che lascia trasparire una profonda sensibilità e commozione, anche se l'artista, nata qualche anno dopo proprio a Cairo, non visse direttamente quella tremenda esperienza. "I miei suoceri - sottolinea Maria Zmichich, madre della cantante gestivano un rinomato albergo situato sulla costa in un'incantevole posizione. I miei genitori erano invece proprietari di numerosi appezzamenti di terreno nella zona di Castelvenier, a pochi chilometri dalla costa. In questi terreni coltivavano alberi da frutta e viti, producendo un ottimo vino. Inoltre avevano anche un allevamento di pecore, che permetteva di produrre gustosi latticini e lana pregiata". Una vita serena, quella di Maria Zmichich, trascorsa lungo le caratteristiche calli di Zara, gli studi all'istituto magistrale, l'attività agonistico-sporti-va, gli amici fraterni, tra i quali anche il famoso stilista Ottavio Missoni. Anche se l'insensatezza delle leggi fasciste arrivò a imporre alla famiglia, in questo caso però senza riuscirci, l'italianizzazione di Goich in Gozzi o Goini. "Il dopoguerra - ricorda ancora con profonda amarezza Maria Zmichich - rappresentò una vera rovina. Oltre alla confisca di tutti i nostri beni, i miei genitori furono costretti a fuggire e mio fratello scampò per un soffio alla fucilazione".

Bollettino Araldico Venezia n° 8 – Agosto 1912 La Casa Viscovich, impressioni di una gita a Perasto

 

LA CASA VISCOVICH

Impressioni di una gita a Perasto

Nel giugno scorso trovandomi per alcune ricerche a Cattaro ebbi la fortuna di conoscere il conte Cristoforo Viscovich persona colta e simpatica che m' invitò a visitare Perasto, la sua città nativa, e ad assistere in pari tempo ad una caratteristica solennità. Ogni anno il 29 giugno, festa di S. Pietro, si riporta nella vicina isoletta della Madonna dello Scarpello l’ immagine della B. V. che dal primo, maggio viene esposta in Perasto pel mese mariano.

Al tramonto del sole il clero, in lancia a remi, trasporta la detta immagine alla pittoresca isoletta che sorge poco discosta e di fronte a Perasto. In passato i Turchi, tormentavano con continue scorrerie (quei disgraziati paesi, ed avevano tentato anche di rubare, durante la processione, il prezioso quadro; erasi perciò stabilito di proteggere il trasporto con una linea di difesa di barche armate e legate in catena fra loro. Tale usanza pietosa e guerresca che risale al 1400 è rimasta, ed è un ricordo caratteristico di tempi fortunatamente lontani.

Col sig. co. Cristoforo presi posto nella terz' ultima delle quarantaquattro barche armate che quest' anno presero parte, alla tradizionale festa. Legata la prora dell' una alla poppa dell' altra, la lunga fila si spiegò a semicerchio mentre di lontano vedevasi la barca trasportante la madonna che s'avviava in linea retta alla chiesetta.

Nella prima barca prese posto l’Alfiere e dato il segnale delle scariche, le fucilate si seguirono a riprese facendo rintronare le pittoresche incantevoli Bocche. Passando il corteo vicino all' altra isoletta di S. Giorgio, pur vicinissima, le scariche si rinnovarono in senso inverso, come per salutare gli antenati che colà dormono il sonno eterno sotto lapidi stemmate. Giunti all' isoletta e deposta sull' altare la madonna la funzione ebbe fine, e visitammo la chiesa e la casa del custode che è, si può dire, un piccolo museo di ricordi marinari di battaglie, di episodi, di grazie ricevute di cui i bocchesi, ed in ispecie i perastini, vanno giustamente orgogliosi. È un complesso che insieme con lo splendido quadro che offre la natura, produce un'emozione che lascia ricordo indimenticabile. Durante la mia permanenza a Perasto il sig. conte Viscovich con sentite parole espresse la sua riconoscenza verso il Sindaco di Venezia Conte N. H. Filippo Grimani, che nel discorso inaugurale del campanile di S. Marco volle ricordare il commoverìte episodio del seppellimento della bandiera della caduta repubblica Veneta (1797) sotto l’altare della chiesa di Perasto, e ciò primieramente come perastino memore e appassionato dei ricordi veneziani e poi perché chi effettuò la gloriosa cerimonia accompagnandola con un elevatissimo discorso, fu appunto l'avo suo conte Giuseppe Viscovich elogiato dal Cantù, dal Botta, e da altri storici illustri.

La casa del Conte Cristoforo Viscovich in Perasto, nella quale ebbi l'onore d'esser ricevuto con quella ospitalità e cortesia che si legano ai costumi degli antichi veneziani, è, si può dire, un vero museo di memorie storiche. Conserva ancora la torre dalla quale spunta minaccioso verso la montagna uno dei quattro grossi cannoni di cui era armata per proteggere sé e il paese dalle feroci incursioni dei Turchi, dei Montenegrini e dei Pirati. Vi si ammirano trofei, bandiere turche, pergamene, diplomi, ritratti bellissimi di famiglia e di parentela fra i quali risaltano quello dell' ultimo capitano di Perasto summenzionato, conte Giuseppe Viscovich, nel suo ricco costume di ve-neto ufficiale; e quello del conte Antonio Viscovich che si trovava a Parigi durante e dopo la rivoluzione e che accordatosi coll'ambasciatore Querini tentò di salvare la Veneta Repubblica, usando delle sue influenze presso quel Governo. (Lasciò Parigi dopo la caduta del Direttorio).

Vidi pure il ritratto del conte Alvise Viscovich, di lui fratello, capitano della Galeotta di bocchesi che al porto del Lido si oppose all' ingresso del vascello francese condotto dal Laugier e lo investì uccidendo il capitano e parecchi soldati.

Le spade intrise di sangue francese sono appese a quelle pareti in mezzo ad una quantità di armi antiche e gloriose.

Fra gli oggetti portati da Parigi dal co. Antonio e acquistati all'asta tenuta dai rivoluzionari, vidi una magnifica coperta da letto di seta tutta ricamata a mano con finissimo lavoro, già appartenente alla Regina Maria Antonietta, ed un piccolo fucile da caccia decorato d'argento dell'infelice Delfino.

Sono ivi raccolte numerose medaglie, decorazioni, croci di S. Marco ed una ricca collana d’oro del cavalierato di S. Marco di cui era insignito il co. cav. Francesco Viscovich colonnello degli Oltramarini, ch'ebbe il titolo di conte per meriti di guerra, con Ducale 11 giugno 1695 del doge Silvestro Valier.

Sarebbe lungo il ricordare qui tutti gli illustri personaggi della casa Viscovich e tutto quanto ammirai nella mia troppo breve visita, ma non posso dimenticare di far cenno all'impressione da me riportata che Perasto cioè sia stata la culla di veri eroi del mare, di patriotti, di soldati fedeli e devoti a Venezia, la quale ben s'apponeva affidando ai perastini la custodia delle proprie bandiere nelle battaglie navali contro l'eterno, feroce nemico (1) e che a Perasto, più che altrove, siano palpitanti le tradizioni e vivi i ricordi della gloriosa Repubblica. (2)

G. De Pellegrini

(1) Alla battaglia di Lepanto (1571) i Perastini ebbero come il solito la guardia del gonfalone sulla nave capitana di Venezia, e di 15 dì essi che vi si trovavano 7.restarono morti. Il pilota della nave di D.Giovanni d'Austria era pure un perastino Pietro Stiepcovich-Marcovich.

(2) La Comunità di Perasto era da tempi antichissimi costituita di Casade ciascuna delle quali era composta di varie famiglie aggregate,insieme, formanti un ordine chiuso di cittadini e dipendenti da un solo capo di casata. Qualche cosa come gli Alberghi di Genova.

Presso il Municipio conservasi un quadro ove intorno allo stemma della Comunità vedonsi gli stemmi delle dodici casate dei nobili origìnari perastini, " che disegnai per la mia raccolta e sono :

Bratizza Peroevich Smiloevich

Cismai Raicovich Stoisich

Dentali o Subazzi Sestocrilich Studeni

Miocovich Siloppi Vucassevich

Il Gazzettino Illustrato - Gennaio 2011 il personaggio: Raffaele Santoro ci guida tra i segreti dell'Archivio di Stato a Venezia (Maria Teresa Secondi)

Il personaggio

Raffaele Santoro ci guida tra i segreti dell'Archivio di Stato a Venezia

IL CUSTODE DEL PASSATO

di MARIATERESA SECONDI

E' persona amabile, gentile, riservata, di profonda cultura, generoso nell'informazione a chi è interessato alla conoscenza dell'affascinante passato di cui è custode. Raffaele Santoro, Direttore dell'Archivio di Stato di Venezia, ci accoglie con grande gentilezza e disponibilità nel suo spazioso ufficio, arredato con mobili antichi e moderni, funzionali. E ci mette a disposizione il suo sapere.

Da quanto tempo è a Venezia?

Dal marzo 2005. Provengo da Roma, dove avevo diretto il Servizio Generale della Direzione Generale degli Archivi di Stato che aveva competenze di coordinamento delle attività degli Istituti archivistici italiani.

Perché da Roma a Venezia?

Venire a Venezia è stata una mia scelta. Ritengo che un ricercatore storico scientifico debba confrontarsi con il bene culturale. A ciò si aggiunga che l'Archivio di Venezia è il più importante istituto archivistico italiano e tra i più importanti del mondo. E'perciò possibile un lavoro di grande contenuto scientifico nel quale ho messo tutta la mia passione e la conoscenza acquisita negli anni.

Quali i problemi e le difficoltà nella gestione dell'Archivio?

I problemi maggiori sono legati alla scarsità di risorse e alla scarsità di personale.

Nel 1997 erano previsti per l'Archivio di Stato di Venezia 100 addetti, oggi ce ne sono 53; ci si può rendere conto delle estreme difficoltà nel fornire i nostri servizi. Inoltre, l'età media del nostro personale è di oltre 55 anni e non vi sono nuove assunzioni da decenni. Per i prossimi due o tre anni sarà ancora più difficoltoso. Ne risentono orari e servizi? La passione e l'abnegazione dei miei collaboratori hanno permesso non solo di mantenere ma di incrementare l'offerta culturale.

Quali i progetti già realizzati?

Il sistema informatico dell'Archivio, nel quale sono indicati tutti gli Archivi conservati e l'individuazione delle loro serie e partizioni, a cominciare dagli Archivi degli Organi costituzionali della Repubblica di Venezia. Fra tali organi vanno citati il Maggior Consiglio, il Senato creato all'interno del Maggior Consiglio, il Consiglio dei Dieci. Abbiamo poi gli Archivi catastali, con registri nei quali sono contenuti i nomi dei possidenti del territorio della Repubblica, il tipo di bene posseduto, le culture praticate, il guadagno che se ne ricavava.

Tali registri partono dal XVI secolo fino alla fine della Repubblica. Nell'Ottocento, durante il periodo napoleonico, viene creato il Catasto Generale che comprende non solo i Registri, ma tutte le mappe dei terreni e dei fabbricati di un territorio che corrisponde all'attuale regione Veneto e da parti della Lombardia e del Friuli.

Tali mappe sono di enorme formato, spesso cinque metri per sei e anche più grandi, e sono oggetto di continue richieste per motivi di studio, ma anche per fini amministrativi e giuridici.

Per il periodo austriaco e poi per quello italiano è conservato il Catasto della sola Provincia di Venezia. li Archivi giudiziari con documentazione presente fin dal edio Evo.

Altre iniziative in essere?

Un progetto realizzato è "Divenire" con la pubblicazione in rete delle "parti" del Maggior Consiglio, del Senato, del Consilio dei Dieci fino alla fine del Trecento. Se avremo disponibili nuovi fondi potremo portare la pubblicazione fino al Cinquecento, dato che le immagini relative sono già pronte.

Sono state pubblicate in Divenire immagini del territorio veneto a partire dalla fine del Quattrocento con splendide rappresentazioni di fiumi, laghi, colline, monti, create dalla magistratura veneziana che si occupava della cura del territorio: /' Savi e gli Esecutori alle Acque. Negli ultimi mesi sono stati inseriti documenti nati dai rapporti tra Venezia e l'Impero Ottomano.

Il sistema Divenire è stato poi adottato dagli Archivi di Stato di Milano, Torino, Genova, Trieste, Modena. E' in corso di avanzata realizzazione l'informatizzazione di tutti i servizi della Sala di studio dell'Archivio.

Quale il documento più antico e il più prezioso?

Il documento più antico è del 579, da noi posseduto in copia autentica : è la lettera di Papa Pelagio II al Sinodo di Grado. Il più prezioso, a mio parere, è il cosiddetto "Pacta uno" che raccoglie i trattati internazionali tra Venezia e gli imperi dell'Alto Medio Evo, il Carolingio e il Bizantino, a partire dall'840.

Da quante persone è frequentata la sala di studio e da chi è composto il pubblico che la frequenta?

E' frequentata da una media giornaliera di 60 studiosi e l'Archivio di Venezia è il più frequentato d'Italia.

In alcuni giorni siamo costretti a chiudere ulteriori accessi per mancanza di posti disponibili. Il pubblico è composto in gran parte da studiosi italiani e stranieri. Vi è poi una percentuale di pubblico che chiede documenti utili a fini amministrativi e giuridici. L'età media dei frequentanti è piuttosto alta, dai cinquantanni in su. Pochi i ricercatori

universitari.

Ha bisogno di interventi strutturali l'edificio che ospita l'Archivio?

Si tratta dell'edificio che fu il Convento Francescano dei Frari. Esistono ambienti quattrocenteschi chiamati comunemente "ex cucine" il cui restauro è prioritario da un lato per allargare i servizi forniti al pubblico, dall'altro per restituire alla città splendidi ambienti oggi non visitabili.

C'è un progetto esecutivo al riguardo, già approvato dalla Soprintendenza ai Beni Ambientali e Architettonici. Accanto alle "ex cucine" sorge lo splendido "Refettorio d'inverno" sala seicentesca affrescata con volta ottocentesca, pure bisognosa di un incisivo restauro. Anche per questo ambiente è pronto un progetto esecutivo.

Quale la sua soddisfazione maggiore?

E' stata quella di rivitalizzare l'Archivio e dei collaboratori pieni di potenzialità, ma in difficoltà, per cause diverse, ad esprimerle compiutamente.

Come sono i rapporti con le altre istituzioni culturali?

Ci sono relazioni continue ed improntate a piena collaborazione. A titolo di esempio, la prossima iniziativa comune che insieme alla Comunità ebraica ed alle istituzioni culturali veneziane , porterà ad una mostra per il giorno della memoria (27 gennaio) presso la Biblioteca Marciana dove un' importante sezione sarà composta da documenti scelti dall'Archivio e Comunità ebraica veneziana.

Come funziona

E' DISCRETO LO SCRIGNO DEL SAPERE

L' Archivio di Stato di Venezia conserva le testimonianze di oltre mille anni di storia, dalle prime attestazioni della nascita della città fino al secolo XX.

Fin dalla Restaurazione furono accolti in questa sede gli archivi prodotti nel corso dei secoli dagli uffici della Serenissima e conservati a Palazzo Ducale, nelle Procuratie marciane o nei palazzi di Rialto, disposti secondo un disegno che mirava a suggerire, nella sequenza fisica dei diversi archivi, la storia delle istituzioni che li avevano prodotti. Un patrimonio ricchissimo di pergamene, carte e disegni si snoda nelle centinaia di stanze (le antiche celle dei frati) poste attorno ai chiostri della Ss. Trinità e di S. Antonio, nel convento di S. Nicoletto ai Frari, e in quello della Croce alla Giudecca. Nel suo insieme, costituisce una delle più importanti concentrazioni di fonti per la ricerca storica internazionale.

L'Archivio non documenta solo la storia della Repubblica Serenissima e dei territori italiani, dell'Istria, della Dalmazia e del Levante che ne facevano parte, ma di tutto il mondo che intratteneva con Venezia fitte relazioni diplomatiche e commerciali.

Alle carte più antiche si sono aggiunte in seguito quelle del periodo napoleonico e dei governi austriaci.

Dal 1866, vi affluiscono gli archivi prodotti dagli uffici dello Stato italiano che risiedono a Venezia. L'Archivio di Stato è conosciuto soprattutto per le attività specificamente rivolte al pubblico: Sala di studio. Biblioteca. Sezione di fotoriproduzione, Scuola di Archivistica, paleografia e diplomatica, e perché partecipa a numerose iniziative di carattere scientifico e culturale, mirate a promuovere la conoscenza del patrimonio documentario.

Le Ricerche d'ufficio, indirizzate all'Istituto da studiosi italiani e stranieri, vengono svolte dai funzionari in base ai fondi archivistici di competenza.

Le Richieste di accertamento della cittadinanza italiana, per l'alto numero raggiunto ogni anno (circa 500), e per la complessità dell'indagine, hanno portato a creare uno specifico Servizio ricerche anagrafiche, basato sulla banca dati dei registri di leva (in corso di acquisizione) per le richieste di accertamento della cittadinanza rivolte da un pubblico composto in prevalenza da discendenti di italiani emigrati all'estero.

Oltre ai settori direttamente destinati al pubblico, l'Archivio assicura anche altre attività attraverso uffici interni, che svolgono funzioni essenziali per assicurare la conservazione, la tutela e la descrizione del patrimonio documentario.

Bollettino Araldico Storico Venezia - Giugno 1912 Concessioni e riconoscimenti di nobiltà in Dalmazia

Concessioni e riconoscimenti di nobiltà e titoli

accordati da

S. M. L'IMPERATORE D'AUSTRIA

dal 1900 al principio del corrente anno a famiglie della DALMAZIA

MIROSEVICH Ermanno I. e R. Capitano di Porto e Sanità Marittima in Ragusa. - Rango di Nobiltà (De) coli'obbligo di assumere il cognome e lo stemma della famiglia Sorgo. Sovrana Risoluzione 13 Luglio 1903

DEGLI ALBERTI Girolamo, notaio in S. Pietro della Brazza, e Pietro di lui fratello. - Permesso di usare del titolo di Conte non traducibile però in Graf nè in altre lingue. Sovrana Risoluzione 13 Gennaio 1907

DE ZAMAGNA Enrico di Ragusa, I. e R. Tenente di vascello, permesso di usare del titolo di Conte come sopra. Sovrana Risoluzione 12 Novembre 1907

DE MEDICI Vincenzo di Zara, Consigliere provinciale in pensione, e ai di lui figli Averardo e Cosimo, conferma del titolo di Conte non traducibile in Graf ecc.

Sovrana Risoluzione 7 Aprile 19o8

VERONA Emilio di Persagno, I. e R. Colonnello. - Sistemato il rango di Nobiltà col predicato di Vermonte. Sovrana Risoluzione jo Settembre 1909

MIHANOVICH Nicolò, Generale onorario e Console a Buenos Aires. Nobiltà (De) con S. R. 16 feb. 1910 e Nobile col predicato di Dolskidol con S. R. 30 ott. 1910.

MILLINCOVICH Alessandro, Ispettore navale. - Rango di Nobiltà (De) con S. R. 19 febb. 1910 e titolo di Nobiltà. - S. R. maggio 1910.

MARDEGANI Giuseppe di Zara, Segretario di Gabinetto e Capo sezione della Cancelleria di Gabinetto di Sua Maestà. - Titolo di Barone. Sovrana Risoluzione 2 Ottobre 1910

LUCANOVICH Silvestro, I. e R. Tenente Colonnello. - Rango di Nobiltà (De) e Titolo di Nobile. Sovrana Risoluzione 18 Marzo 1911

TONCICH Giuseppe di Arbe, I. R. Vicepresidente di Luogotenenza in Zara. - Titolo di Nobile. Sovrana Risoluzione 30 Aprile 1911

NARDELLI Nicolò di Ragusa, I. R. Luogotenente della Dalmazia. Titolo di Barone. Sovrana Risoluzione 24 Maggio 1911

COUARDE Guido di Zara, I. R. Vice Ammiraglio a riposo. Titolo di Cavaliere ereditario. Sovrana Risoluzione 4 Novembre 1911

PETRICH Francesco I. R. Consigliere Aulico e Presidente dell' I. R. Tribunale Circolare di Spalato. - Titolo di Nobile. Sovrana Risoluzione 10 Gennaio 1912

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :

http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/

http://www.arupinum.it