N. 808 – 14 Gennaio 2012
Sommario

16 - Il Piccolo 06/01/12 Jakovcic chiede per l'Istria la piena autonomia (p.r.)

17 – La Voce del Popolo 12/01/12 Il deputato della DDI Damir Kajin: «La Croazia perderà la causa su Daila»

18 - Messaggero Veneto 13/'1/12 Pagnacco (Udine), un monumento ai martiri delle foibe (a.c.)

19 - La Provincia di Varese 07/01/12 Varese - Le vittime delle foibe ricordate tra l'immondizia (Marco Tavazzi)

20 - Il Piccolo 07/01/12 Istria : Cresce la povertà e la gente fruga tra la spazzatura (p.r.)

21 - La Voce del Popolo 07/01/12 Umago: Si è spento Niki Fakin

22 - Difesa Adriatica - Gennaio 2012 Nel segno del ricordo le nuove sfide dei prossimi anni (p.c.h.)

23 - La Provincia di Cremona 31/12/11 Foibe, pietas oltre le polemiche, una nota dell'esule zaratino Matulich 'Non furono uccisi solo fascisti o politici' (Gianpiero Goffi)

24 – Il Piccolo 08/01/12 Le grandi proprietà confiscate agli italiani - Missoni: «Non solo le case Ci hanno tolto i sogni» (Silvio Mranzana)

25 - La Voce del Popolo 07/01/12 Speciale - Dignano - Comunità degli italani: Parola d'ordine, dinamismo (Marko Mrđenović)

26 - La Voce in più Storia e Ricerca 07/01/12 Guido Rumici ed Olinto Mileta impegnati nella raccolta di testimonianze e ricordi di questo travagliato secolo (Kristian Knez)

27 – CDM Arcipelago Adriatico 11/01/2012 - Il lungo cammino del Circolo Istria: ricordato il 40.esimo di fondazione (Nicolò Giraldi)

28 - La Rivista Dalmatica n° 104 - Dicembre 2011 Mario Soldati : Zara, Il viaggio più bello

29 – Il Piccolo 05/01/12 «Alida Valli? Spia dei fascisti» ma poi i servizi segreti Usa cambiarono totalmente idea (Alessandro Mezzena Lona)

30 – La Voce del popolo 13/01/12 Comunità di Valle, un esempio da seguire, all'Assemblea annuale presentato il progetto di ristrutturazione e restauro di Castel Bembo (Sandro Petruz)

31 - Il Piccolo 13/01/12 Una casa comune per le culture da fare a Trieste, progetto ambizioso elaborato dallo scrittore che adesso viene tradotto anche in sloveno (Mauro Covacich)

32 - Liberal 12/01/12 L'uomo che contava le Isole, Francek Drenovec che ha catalogato ogni lembo di terra della Croazia (Angela Rossi)

A cura di Stefano Bombardieri

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :

http://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

16 - Il Piccolo 06/01/12 Jakovcic chiede per l'Istria la piena autonomia

Jakovcic chiede per l’Istria la piena autonomia

POLA Al nuovo governo del premier Zoran Milanovic l'Istria non chiede tanto ma tutto. L’ha ribadito il presidente della Regione Ivan Jakovcic all'incontro stampa ieri sottolineando che dopo 21 anni finalmente a Zagabria si è insediato un governo dal quale attendersi la giusta sensibilità per i programmi di sviluppo della penisola e le sue aspirazioni politiche, ossia massima autonomia regionale. Ha ricordato a proposito la costruzione del nuovo ospedale di Pola di cui si parla già da 10 anni, la continuazione del raddoppio di corsie sull'Ipsilon istriana in direzione di Fiume,la definizione della piattaforma per la realizzazione del campo universitario, investimenti nella tutela dell'ambiente e delle acque di scarico, l'attualizzazione di programmi culturali e lo sviluppo della politica agraria. Per quel che riguarda i progetti economici ha citato il Brioni Riviera e la costruzione della centrale termoelettrica Fianona 3 che, come ha spiegato, dovrà venire alimentata a gas, nel rispetto del Piano territoriale dell'Istria. Su quest' ultimo punto sarà interessante vedere la posizione del nuovo governo, tenendo conto che quello uscente di centrodestra voleva il carbone, sotto la spinta di determinate lobbies.

Cambiando tema, Jakovcic si è soffermato anche sul prossimo referendum riguardante l'entrata della Croazia nell'Unione europea. «Ben presto - ha detto - partirà anche una campagna referendaria istrianizzata in quanto alla Regione si offriranno tante opportunità d’includersi nei progetti comunitari. I cittadini dell'Istria potranno liberamente bussare alle porte di Zagabria e Bruxelles alla ricerca di partenariato per i loro programmi e progetti». Agli euroscettici ha mandato a dire che la Croazia non ha alternative all'Ue se non vuole regredire o l'isolamento. Alla domanda sull'atteggiamento contrario del deputato dietino Damir Kajin a proposito dell'aumento dell'Iva al 25%, Jakovcic ha anzitutto voluto ribadire che nel partito e nella coalizione di centrosinistra non ci sono spaccature.

«L'aliquota Iva differenziata - ha spiegato - rientra nelle intenzioni del governo secondo cui chi possiede di più deve maggiormente sopportare il peso dell'uscita del Paese dalla crisi». (p.r.)

17 – La Voce del Popolo 12/01/12 Il deputato della DDI Damir Kajin: «La Croazia perderà la causa su Daila»

Il deputato della DDI Damir Kajin fa il punto sulla vicenda che ora è nelle mani della Corte suprema
«La Croazia perderà la causa su Daila»
«L'ideale sarebbe giungere a un patteggiamento tra lo Stato, i benedettini e la diocesi istriana»

ZAGABRIA – Secondo il deputato dietino (IDS-DDI) Damir Kajin, lo Stato croato non concederà solamente 200 ettari di terreno ai benedettini di Praglia, bensì tutti i 560 della tenuta di Daila, perché al Vaticano non interessano gli Accordi di Osimo che l’ex Jugoslavia ha sottoscritto con l’Italia. Kajin ha ribadito questa sua tesi ben nota sia alla TV croata, che in una dichiarazione al Glas Istre.

«MONACI NERI» Il vicepresidente della DDI ha sottolineato che in Istria i benedettini sono conosciuti come i "monaci neri" e che durante il regime comunista sono stati sottoposti a processo perché il guardiano del convento non voleva entrare nel comitato popolare di liberazione: "Alcuni fanno cenno a 100 chilogrammi di strutto e 500 litri di benzina, ma sappiamo che si trattava di un processo montato", ha puntualizzato Kajin nella sua dichiarazione alla stampa. Kajin ha aggiunto che dopo i frati avevano abbandonato l’Istria, "ma non per questo vanno considerati degli optanti. Sicuramente avevano ottenuto lo svincolo dalla cittadinanza jugoslava, per cui la loro proprietà non si può rapportare a quella degli optanti".
Kajin ha continuato asserendo che "non sussiste l’obbligo di restituire i beni agli optanti, perché l’Italia ha pagato con le loro proprietà i danni di guerra alla Jugoslavia". Il deputato ha puntualizzato che "da Umago a Ragusa 5.236 persone hanno ottenuto lo svincolo: di queste, circa duemila avevano delle proprietà che la Croazia dovrà rendere. Tra i 186 mila esuli, circa 130 mila erano optanti, 5.236 avevano ottenuto lo svincolo e gli altri erano scappati".
"Dove sta l’essenza della questione? ‘I frati non erano i proprietari di Daila, ma l’ordine dei benedettini’, dirà il Vaticano. Ma siccome la Santa Sede non era in guerra con la Jugoslavia, gli Accordi di Osimo o di Roma tra l’Italia e l’ex RSFJ non riguardano il Vaticano. E nemmeno la resa dei beni può essere effettuata secondo le Leggi dell’ex Jugoslavia. Nell’ambito della Chiesa gli ordini religiosi sono nettamente separati, per cui ciò che appartiene ai benedettini non appartiene al vescovado di Pola e Parenzo. Però lo Stato ha reso circa 440 ettari di terreno proprio ai proprietari sbagliati, cioè alla parrocchia di Daila e alla diocesi istriana. Sono convinto che alla fine i benedettini vinceranno la causa", ha spiegato Kajin, aggiungendo che ora la decisione spetta alla Corte suprema, mentre l’epilogo più plausibile lo si avrà alla Corte di Strasburgo.
Il deputato dietino ha espresso rammarico perché nella causa sono stati trascinati i benedettini, il Vaticano e il vescovado di Pola e Parenzo. "Che cosa abbiamo ottenuto? Che lo Stato ha litigato con l’autorità vaticana e i vertici della Chiesa croata, che la chiesa ha marginalizzato il vescovo Ivan Milovan, che stimo profondamente, insediando il vescovo coadiutore Dražen Kutleša e, infine, che abbiamo in corso una causa che è sotto la lente d’ingrandimento internazionale. La Croazia va in Europa. È difficile credere che la controversia rimarrà solamente lettera morta. I trattati internazionali sono al di sopra delle Leggi croate e non si possono rescindere unilateralmente. Cosa possiamo fare per ridurre i danni? La cosa migliore sarebbe giungere a un accordo tra lo Stato, i benedettini e il vescovado, però dopo l’umiliazione inflitta al Papa e al cardinale Josip Bozanić non credo che ciò sia possibile. In tutta questa faccenda i frati non avranno alcun ruolo. Temo però che i miei colleghi politici saranno benevolenti nei confronti della Chiesa", ha concluso Kajin.

18 - Messaggero Veneto 13/'1/12 Pagnacco (Udine), un monumento ai martiri delle foibe

Pagnacco, un monumento ai martiri delle foibe

PAGNACCO Dopo la piazza dedicata ai Martiri delle Foibe, il Comune di Pagnacco avrà anche un monumento dedicato alla memoria di tutti coloro che furono gettati nelle cavità carsiche. La giunta guidata dal sindaco Gianni Ciani ha deciso di sostenere la proposta dell’associazione "Libero Comune di Pola in esilio", concedendo un contributo di 2 mila euro proprio per la realizzazione e la posa del monumento in piazza Martiri delle Foibe. Un atto doveroso per il primo cittadino, secondo il quale iniziative di questo genere non soltanto contribuiscono a ricordare chi ha sofferto ingiustamente, ma costituiscono un tentativo di voltare pagina per non ripetere gli errori del passato. «Come amministrazione comunale – afferma Ciani – non solo abbiamo sostenuto la realizzazione del monumento per i Martiri delle Foibe, che sarà posizionato nell’omonima piazza, ma anche quello dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia dedicato al più giovane partigiano italiano». Un modo per dare memoria a tutte quelle persone innocenti uccise dal totalitarismo nazi-fascista e dai comunisti titini dell’ex Jugoslavia durante il secolo scorso. (a.c.)

19 - La Provincia di Varese 07/01/12 Varese - Le vittime delle foibe ricordate tra l'immondizia

Le vittime delle foibe ricordate tra l'immondizia

La targa per i martiri dimenticata tra sterpaglie e rifiuti

BELFORTE Una targa scolorita dal tempo e dal disinteresse. E si tratta di una dedica, quella per il Giorno del Ricordo, che risale a pochi anni. Le lapidi più antiche, che guarda caso sono intitolate a Giuseppe Garibaldi e ai garibaldini, sono messe anche peggio. Questa è la fine che fanno quasi tutte le intitolazioni pubbliche: prima chieste a gran voce, politicizzate per un ritorno di immagine, e poi dimenticate, senza nemmeno preoccuparsi di garantire la minima manutenzione. Uno degli esempi più tristi lo abbiamo proprio alla chiesa del Lazzaretto, luogo che sette armi fa fu dedicato alla memoria dei "Martiri delle Foibe". Prima il completamenteo della toponomistica della vicina via Istria, ribattezzata, il 14 febbraio 2005 con cerimonia ufficiale, via Istria Martiri delle Foibe. Successivamente venne apposta di fronte al cartello una targa marmorea, per rendere più elegante l'intitolazione.

Ebbene, proprio questa targa lì è stata messa e lì è stata dimenticata. Oggi, a quasi sette anni di distanza, le lettere della dedica si leggono a malapena. La superficie di marmo è rovinata e segnata dal passare del tempo senza pulizia. A voler essere pignoli, ma neanche troppo, nemmeno le aiuole che si trovano dirimpetto all'ingresso della chiesa del Lazzaretto, dove è stata fissata la targa, mostrano quel livello di decoro urbano che ci si aspetterebbe, essendo cosparsi di piccoli rifiuti. Ultima beffa, al palo che regge la targa di marmo vengono affissi, come di recente, volantini pubblicitari. Insomma, il frutto di una lunga battaglia politica, portata avanti nel corso della seconda giunta Fumagalli dagli allora esponenti di An, ha lasciato il tempo che trova, per usare una frase fatta, che ben si adatta ultimamente alle battaglie toponomistiche che a Varese non mancano mai. Il livello minimo sarebbe garantire una conservazione decoroso. Ma neanche questo viene garantito. E i risultati si vedono. Il luogo, probabilmente, viene "rispolverato" nella memoria dell'amministrazione e ripulito solo a ridosso del Giorno del Ricordo, il 10 febbraio, la giornata dedicata al martirio delle Foibe e all'esilio degli italiani di Istria, Dalmazia e Venezia Giulia, quando viene celebrato, con il patrocinio pubblico, un momento di ricordo in loco. Se la targa per i Martiri delle Foibe presenta qualche segno del tempo, va molto peggio per le altre lapidi posizionate sulla facciata e sui lati della chiesa, che commemorano la battaglia di Garibaldi del 26 maggio 1859. Queste non sono semplicemente sporche e trascurate, ma a una prima occhiata necessiterebbero di un bel restauro. Ovviamente il centocinquantesimo dell'Unità d'Italia, che poteva essere l'occasione per un lavoro di questo tipo, ovvero il recupero di targhe commemorative degli avvenimenti legati alle guerre tra Piemonte e Austria, è stato già mal-digerito a Varese. Un'opportunità simile non sarà presa quasi sicuramente in considerazione.

Marco Tavazzi

20 - Il Piccolo 07/01/12 Istria : Cresce la povertà e la gente fruga tra la spazzatura

Cresce la povertà e la gente fruga tra la spazzatura

POLA Nell'Istria bassa, ma il discorso è valido sicuramente anche per il resto della regione e del Paese, è in continuo aumento il numero delle persone che vivono sotto il minimo esistenziale per cui si vedono costretti a richiedere aiuti sociali. E purtroppo è in espansione la caccia ai cassonetti alla ricerca di cibo buttato e di bottiglie in plastica che nei centri di raccolta vengono pagate 0,07 euro al pezzo. Nel 2010 il numero dei fruitori dell'aiuto sociale presso l'apposito Centro, era di 619 mentre nel

2011 è salito a quota 740. Il dato riguarda il territorio su cui vivono circa 65 mila abitanti, che fino al 1993 faceva parte del grande Comune di Pola, poi frazionato in varie municipalità. Si tratta per lo più di persone che hanno perso il lavoro, che non riescono ad arrivare alla fine del mese con il sussidio di disoccupazione. Come spiega il direttore del Centro Marino Folo, in base alla nuova legge, l'aiuto sociale viene erogato in contanti solo in casi eccezionali. Di regola spiega, provvediamo noi a pagare il conto per l'acquisto di indumenti, scarpe, generi alimentari e testi scolastici. Si tratta di aiuti una tantum che vanno da 100 a 130 euro all'anno e che solo in casi eccezionali arrivano a 340 euro. Oltre al Centro con sede a Pola, dell'assistenza sociale si occupano anche le autonomie locali. A Dignano per esempio, è in aumento il numero delle persone che bussano alle porte del municipio per chiedere aiuto nel pagamento dell'affitto, della luce e dell'acqua, di cure mediche, della merenda scolastica e della retta dell'asilo. In questo caso l'aiuto una tantum va da

35 a 200 euro. Va detto che la spesa di bilancio cittadino nella sfera del sociale è di 200.000 euro all'anno. Nel Comune di Marzana come scrive il quotidiano Glas Istre, 14 persone percepiscono l'aiuto di 35 euro al mese e altrettante possono contare su 130 euro per l'acquisto di legna da riscaldamento. L'altr'anno per la spesa sociale il Comune ha erogato 102.000 euro, quasi 20.000 in più rispetto all'anno precedente. E praticamente tutte le autonomie locali per Natale e Capodanno distribuiscono pacchi dono per i meno abbienti, vengono versati anche piccoli incentivi pro natalità. (p.r.)

21 - La Voce del Popolo 07/01/12 Umago: Si è spento Niki Fakin

IN MEMORIAM

Si è spento Niki Fakin

La morte di Niki Fakin ha lasciato nello sconforto la Comunità degli Italiani "Fulvio Tomizza" e la Città di Umago. Niki ha combattuto fino all’ultimo contro una grave malattia, che purtroppo ha avuto il sopravvento. Scomparso all’età di 35 anni, ha lasciato un vuoto incolmabile nella sua famiglia e nel mondo della Comunità Nazionale Italiana.

Autore di diversi libri su Umago, Niki era uno dei pochi che si era impegnato per tutelare le tombe storiche italiane nei cimiteri di tutto il Buiese e in particolare di Umago. Membro della Presidenza della Comunità degli Italiani ed editore di libri su Umago e sul nostro patrimonio storico-culturale, aveva vinto nel 1994 il primo premio al concorso "Istria una terra da scoprire", bandito dalla Scuola elementare "Vincenzo de Castro" di Pirano, con lo scritto "I capitei tra la Dragogna ed il Quieto".

Niki Fakin era nato il 21 giugno del 1977 a Umago. Terminata la Scuola elementare italiana, aveva frequentato prima la Scuola media superiore italiana "Leonardo da Vinci" di Buie e poi la Facoltà di Filosofia dell’Università degli Studi di Trieste (Corso di laurea in lettere, Indirizzo classico - Sezione archeologica). Dal 1995 è stato membro della Società Istriana di Archeologia e Storia Patria di Trieste e dal 1998 della Società per la Preistoria e la Protostoria del Friuli Venazia Giulia. Nel 1997 ha realizzato ad Umago la mostra "Libri di autori umaghesi", con la quale ha presentato al pubblico libri scritti da persone che sono nate oppure hanno risieduto nel Comune di Umago. Ha scritto vari saggi di carattere storico e organizzato quattro mostre di cartoline, due a Umago, una a Salvore e una a Muggia.

Fra i suoi libri più importanti figura indubbiamente "Saluti da Umago", di 175 pagine, che rappresenta un importante viaggio nella memoria, un incontro con la città e la nostra storia. Citando l’ex sindaco Vlado Kraljević, diremo: "Il giovane Niki Fakin ha composto per noi un mosaico suggestivo di immagini semplici e sincere di luoghi e momenti dimenticati, ha stuzzicato la nostra fantasia facendoci sentire profumi della tradizione, immaginare i colori delle belle e buone cose di un tempo. La Umago di oggi vuole mantenere vivo il ricordo della Umago di ieri, un incontro inaspettato con la storia e una chiave per rammentare il passato".

Per questo stesso motivo Niki Fakin ha voluto recuperare anche le tombe italiane del vecchio cimitero di San Damiano di Umago, e nel rispetto di tanto impegno, il direttore dell’impresa "6 Maj", a nome della Città, ha acconsentito alla sepoltura di Niki Fakin proprio in quel camposanto (oggi, 7 dicembre, alle ore 14,30). Un onore a un uomo il cui spirito vivrà a lungo grazie alle sue opere, del quale Fulvio Tomizza nella prefazione del libro di cartoline aveva detto "... come indifferente agli eventi politici, il preciso e risoluto Fakin non si stanca di recuperare il favoloso mondo unitario dei tempi andati".

Niki Fakin che si è battuto tanto anche per il recupero del Palazzo de Franceschi di Seghetto e del patrimonio storico italiano, aveva un grande desiderio, che portava avanti assieme alla Comunità degli Italiani: quello di trasformare parte della tenuta di Seghetto in museo, un qualcosa che parlasse della nostra cultura e del nostro passato. Toccherà ad altri realizzarlo.

22 - Difesa Adriatica - Gennaio 2012 Nel segno del ricordo le nuove sfide dei prossimi anni

Nel segno del ricordo le nuove sfide dei prossimi anni

L'approsimarsi del giorno del Ricordo ci permette di tornare su argomenti che I'ANVGD - dalla Sede nazionale ai suoi Comitati e alle sue Delegazioni - affronta e rilancia ogni giorno e dalla sua lontana costituzione, a partire dalla conservazione e dalla divulgazione della memoria storica dell'italianità adriatica sino alla difesa e alla promozione dei diritti degli Esuli, pur in contesti frequentemente viziati da ignoranza, indifferenza, pregiudiziali arcaiche, residue ostilità vetero-ideologiche, ottusità tecnocratiche. Una cornice nella quale le associazioni dell'esodo sono abituate ad operare da sempre, avendo proceduto lungo decenni difficili e ingenerosi, resistendo al silenzio che si sarebbe voluto imporre con il coraggio della testimonianza e della memoria e sapendo con ciò non perdere la speranza e la fiducia nel futuro: un futuro allora non immaginabile, tanto granitico pareva l'assetto internazionale seguito alla Seconda guerra mondiale e così oscura l'eclisse di un'intera storia alla quale si è tentato di condannarla.

Ma il nuovo decennio di questo nuovo secolo ha aperto passaggi inattesi e altrettanto inimmaginabili, come ha opportunamente sottolineato nel suo intervento sul numero di dicembre il presidente Toth. Perché la storia, volta per sempre, è plasmata dalle generazioni che vi operano nel tempo loro

concesso: e la risultante più alta è data quando e laddove le precedenti si congiungono con le nuove, consegnando a queste ultime le esperienze e le memorie non deperite nell'acredine e nella disillusione, ma indicandole come patrimonio umano da custodire, come chiavi di accesso ad un passato che - lungi dall'essere un paese sconosciuto - può ben illuminare il presente e darvi un senso ragionato.

È quanto accade evidentemente oggi, che si aprono varchi che vanno attraversati con consapevolezza e strumenti adeguati. Accade sulla scena internazionale, come a Trieste nel 2010 e a Pola nel 2011, accade sul fronte interno, come dimostra il lavoro congiunto delle associazioni con il Ministero della Pubblica Istruzione, un fortilizio che si poteva pensare inespugnabile soltanto pochissimi anni addietro, nonostante il lavoro tenace condotto qua e là per l'Italia nei singoli istituti, quando non osteggiato da dirigenti scolastici e docenti ignari o ideologicamente e immutabilmente orientati. Ed è quanto accade con la collaborazione avviata, sempre nell'ambito del Gruppo di lavoro insediato presso il Miur, con il Touring Club Italiano, tante volte oggetto di critiche per le sue pubblicazioni ritenute non rispettose della toponomastica storica dei territori giuliani e dalmati. E nel 2012, come riportiamo in altra parte di questo numero, il primo concorso ed il primo viaggio di istruzione targato Tci-associazioni degli esuli. È quanto avviene con la terza edizione del Premio Giorno del Ricordo, previsto il prossimo 9 febbraio a Roma, attorno al quale I'ANVGD è riuscita a convogliare la ritrosa attenzione dei media e le più diverse personalità della cultura, del giornalismo, dello sport, dello spettacolo.

Non ci sembra poco, per le limitate (numericamente) risorse umane ed economiche.

Nuove aperture, queste, nuove e inedite possibilità da cogliere e sfidare, perché di sfida anche si tratta, per sostenere la quale occorrono strumenti adeguati, disponibilità e capacità di interazione con una pluralità inedita di soggetti e di contesti, e questo ad oltre 60 dall'esodo. Due, ci sembra, i piani sui quali è chiaro si dovrà operare: delle istituzioni nazionali, come sempre e da tempo; della formazione dei docenti e dei giovani, come si è iniziato con rigore a provvedere con i primi due Seminari nazionali sul confine orientale del 2010 e 2011 e si proseguirà con il terzo nel febbraio prossimo; delle relazioni internazionali, il più complesso ma anche fortemente essenziale perché investe i territori di origine, gli Stati sotto la cui sovranità oggi ricadono, la loro disponibilità a riconoscere e rispettare l'autoctonia della memoria italiana. Quanti avrebbe immaginato, e sperato negli anni trascorsi, che ci si sarebbe trovati davanti ad un simile ventaglio di prove?

p. c. h.

23 - La Provincia di Cremona 31/12/11 Foibe, pietas oltre le polemiche, una nota dell'esule zaratino Matulich 'Non furono uccisi solo fascisti o politici'

Il ricordo. Già Dante, nella sua Commedia, ebbe a fissare in Istria i confini naturali dell'Italia

Foibe, pietas oltre le polemiche

Una nota dell'esule zaratino Matulich 'Non furono uccisi solo fascisti o politici'

di Gianpiero Goffi

Sì come ad Arli, ove Rodano stagna,/sì com'a Pola, presso del Carnaro/ ch'Italia chiude e suoi termini bagna'. Nel canto nono dell'Inferno, Dante, guidato da Virgilio, entra nella città di Dite e il poeta, nel fare riferimento alle necropoli di Arles (in Provenza) e di Pola, in Istria, sembra fissare i confini naturali dell'Italia. Un'Italia intesa, allora, quale comunità linguistico-culturale, ma della quale Dante auspicava anche una resurrezione politica.

La citazione dantesca è contenuta, fra diverse altre, in una nota inviata in redazione da Walter Matulich, esule da Zara residente a Chiari (Brescia), a proposito della polemica che, ancora una volta, nelle pagine di «Spazio aperto», ha riguardato le tragedie delle foibe e dell'esodo degli italiani d'Istria, di Fiume e della Dalmazia alle quali è dedicato, in febbraio, il Giorno del ricordo. A conferma delle radici latine, venete e culturalmente italiane di quelle terre, il lettore riporta anche osservazioni di Giuseppe Mazzini, del conte di Cavour e, in particolare, dello scrittore e patriota Niccolò Tommaseo, nativo di Sebenico, sulla questione dalmatica: «Famiglie italiane, spente, vivono nelle slave; famiglie slave assunsero nomi italiani; talché gli odiatori del nome italiano può dirsi che a doppio titolo odiano la patria, rinnegano se stessi ».

La mutilazione dei territori orientali entrati a far parte del Regno d'Italia dopo la vittoria del 1918 e il trattato di Rapallo del 1924, fu la conseguenza — sancita da un duro trattato di pace (10 febbraio 1947) — di una guerra sbagliata e perduta. Aggiungono, in proposito, Indro Montanelli e Mario Cervi (L'Italia del Novecento, 1998) che «Tito aveva voluto creare il fatto compiuto, e alla fine di aprile del '45, occupata Fiume, si era buttato verso Trieste e Gorizia, in gara di velocità con le truppe alleate del generale Freyberg, che si insedio a Trieste, ma non potè tenerne fuori gli jugoslavi. Solo il 9 giugno (1945) gli Alleati avevano ottenuto che le truppe di Tito si ritirassero da Trieste, ad eccezione di un modesto contingente». Nel 1947 Trieste venne costituita in «Territorio libero», una condizione che durerà fino al 1954, quando con il Memorandum diLondra, la zona A del Territorio, che comprendeva il capoluogo giuliano venne restituita all'Italia, mentre la zona B era affidata all'«amministrazione civile» jugoslava. Il Trattato di Osimo del 1975, fra il dolore e le proteste degli esuli (esemplari nel senso della Patria), avrebbe chiuso il contenzioso sancendo il riconoscimento da parte dell'Italia di uno stato di fatto: il passaggio della zona B alla Jugoslavia. Questo per sintetizzare le vicende di quei territori sotto il profilo del diritto e della politica internazionale.

Tornando alla testimonianza di Matulich sul periodo conclusivo della guerra partigiana e sull'immediato dopoguerra — nella quale evita di evocare «traversie familiari e personali», seguendo quello stile di dignitoso riserbo che ha sempre caratterizzato molti dei profughi, anche nella nostra città — egli ricorda (citando gli studi di Raoul Pupo e Nadia Milani, ma anche dichiarazioni di personalità croate) la serie di arresti a tappeto, i processi sommari e le uccisioni di massa di italiani avviate dalle autorità titine. E, a proposito delle foibe (cavità del terreno carsico) e di ogni tentativo di minimizzarne l'atrocità, ribadisce che vi furono gettati «non solo rappresentanti del regime fascista e dello Stato italiano, oppositori politici, ma anche semplici personaggi della comunità italiana e potenziali nemici del futuro Stato comunista jugoslavo». Fatti inconfutabili, al di là dell'impossibilità di una «quantificazione precisa» dei massacri.

A un sessantennio di distanza da quelle vicende e da precedenti o contemporanei frutti dell'odio, la speranza è che gli italiani, oltre i contrasti ideologici e nel continuo approfondimento delle situazioni storiche, possano ritrovarsi finalmente concordi nella pietas per le vittime e nella condanna di ogni sistema nel quale la dignità umana è stata offesa e la libertà negata.

24 – Il Piccolo 08/01/12 Le grandi proprietà confiscate agli italiani - Missoni: «Non solo le case Ci hanno tolto i sogni»

Missoni: «Non solo le case Ci hanno tolto i sogni»

Il celebre stilista aveva una villa con giardino a Ragusa e un palazzetto a Sebenico «Noi non possiamo sperare nel ritorno perché il nostro paese non esiste più»

di Silvio Maranzana

TRIESTE «Noi non siamo solo profughi. Non possiamo essere come gli emigranti che sognano un giorno di tornare, rivedere il proprio paese, i vecchi amici e l’osteria. Noi non possiamo farlo perché il nostro paese, i vecchi amici, l’osteria non ci sono più. Non hanno confiscato le nostre case, hanno anche sequestrato i nostri sogni». Non poteva essere che Ottavio Missoni, il più celebre dei 350 mila profughi da Dalmazia, Istria e Fiume a tirare le fila di un excursus di diciassette storie, diverse una dall’altra ma tutte egualmente drammatiche, sulle proprietà confiscate agli italiani nell’ex Jugoslavia e non poteva non farlo con una considerazione che testimonia nel modo più efficace come dietro le proprietà vi siano stati cuori, vite, sudori, dolori e gioie, ma come sia stata la speranza innanzitutto, quella che fa vivere la gente, a essere stata uccisa. Ottavio Missoni ha passato i novant’anni, ma anche in queste giornate attorno alle festività si reca in azienda. «A Ragusa - racconta - me ne sono andato che avevo sei anni eppure mi ricordo più di qualcosa. Avevamo una bella villetta fuori città, tra Ragusa e Gravosa, con un giardino. Mi sono rimasti in mente soprattutto due cipressi. E poi le galline, c’erano anche le galline. Io mi arrampicavo sugli alberi e con gli amici si giocava soprattutto a calcio: ero il più piccolo e perciò mi mettevano sempre in porta, anche se non ero contento di questo». Il nonno di Missoni era stato nominato magistrato a Ragusa sotto l’Austria-Ungheria e qui papà Vittorio era diventato capitano marittimo della compagnia Libera Triestina. La mamma invece era una de Vidovich, proveniente da una famiglia di feudatari veneziani. «Mio nonno materno aveva due castelli - racconta ancora Missoni - a Capocesto e a Rogosnizza, località non distanti da Sebenico. Con la riforma agraria però nel 1912 o

1913 l’Austria-Ungheria li sequestrò. In un certo senso siamo ancora in conflitto anche con Vienna». All’arrivo dei partigiani di Tito però i Missoni non possedevano soltanto la villa di Ragusa, «ma anche un bellissimo palazzetto a Sebenico, proprio di fronte alla cattedrale - racconta ancora Ottavio - A un certo punto mio padre lo acquistò dal mio nonno materno, ma glielo lasciò in usufrutto con la clausola che poteva rimanerci dentro per tutta la vita. Però venne la guerra e perdemmo tutto». A Zara invece i Missoni andarono ad abitare in affitto e decisero di farlo nel momento in cui il fratello maggiore di Ottavio doveva cominciare a frequentare le scuole superiori dato che a Ragusa, di lingua italiana, non ne esistevano, mentre la famiglia dopo la prima guerra mondiale aveva appunto optato per la cittadinanza italiana. «Dei ventimila abitanti di Zara - conclude Ottavio - tremila sono morti sotto i bombardamenti, mille sono stati uccisi in mare perché è in mare che ci sono le foibe dalmate, pressoché tutti gli altri se ne sono andati da una città, la Dresda del Mediterraneo, distrutta per l’80 per cento dalle bombe. La vera Zara non esiste più». (17 - fine. Precedenti puntate pubblicate l’11, 18 e 25 settembre, il 2, 9, 16, 23 e 30 ottobre, il 6, 13, 20 e 27 novembre, il 4, 11, 18 e 31 dicembre). ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Una carriera nata a Trieste in via Rossetti

TRIESTE Ottavio Missoni ha raccontato così, in maniera estremamente semplice, l’inizio della sua carriera che lo ha reso uno stilista noto in tutto il mondo. «Questa storia dei majoni nasce proprio a Trieste. Avevo un amico, Giorgio Oberweger che era un triestino famoso (terzo alle Olimpiadi di Berlino nel lancio del disco) ed era il commissario tecnico della nazionale di atletica. Lui aveva una zia e una mamma a Trieste, in via Rossetti e avevano una macchina di maglieria che però non funzionava bene.

Io l’ho vista e allora abbiamo fatto una società: io e lui eravamo presidenti, mancava solo chi lavorasse. Allora trovammo un suo cugino, Livio Fabiani, che appunto lavorava. Così nacque il mio incontro con la lana e con la maglia. Poi nel ’53, quando mi sposai (con Rosita), la società finì e mi trasferii in Lombardia perché mi resi conto che a quell’epoca a Trieste era più facile fare una nave che una maglia. In Lombardia ho fatto un’altra

società: io presidente e mia moglie che lavorava. E lì, tra un dritto e un rovescio ci abbiamo messo dieci anni a capire cosa stavamo facendo. Poi si sono accorti che avevamo un po’ stravolto le regole della maglieria, avevamo inventato qualcosa di nuovo». Oggi l’azienda è in mano ai figli Angela, Vittorio e Luca. Missoni tra l’altro ha firmato gli interni e i colori della Mazda Mx-5. Nel 2009 sono stati inaugurati i primi due hotel Missoni: a Kuwait city e a Edimburgo, mentre sta per esserne aperto un terzo a Los Angeles. (s.m.)

Stop alla "croatizzazione" della Dalmazia Ottavio chiede il ripristino del monumento a Tommaseo a Sebenico e la medaglia d’oro a Zara

TRIESTE «La Dalmazia non è Balcani e non è Danubio, è Mediterraneo da sempre. Attenzione, ho detto Mediterraneo non Italia, non mi azzarderei mai a dirlo, anche perché non è vero. Ma quando la sento chiamare Croazia del Sud, ciò mi fa ridere e arrabbiare al tempo stesso». Ottavio Missoni tenta di rimettere a posto la carta geografica lordata dai nazionalismi. «Adesso Zagabria vuole croatizzare tutto - afferma - senza rispetto per la reale identità dei luoghi. Basti pensare a Nicolò Tommaseo, un grande autore europeo che ha scritto versi anche in croato. La Jugoslavia tolse il bel monumento che Tommaseo aveva nella sua città, a Sebenico. Ebbene Zagabria non ha mai pensato di rimetterlo al proprio posto». Poi c’è anche la questione dalla medaglia d’oro a Zara con il decreto già firmato nel 2001 dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Missoni aveva anche affermato che quei 54 bombardamenti che sostanzialmente resero al suolo la città erano stati concertati tra gli angloamericani e Tito per cancellare le tracce di italianità dalla Dalmazia, dal momento che non vi erano a Zara particolari roccaforti militari da espugnare. «Probabilmente non c’è città al mondo che meriterebbe più di Zara la medaglia d’oro al valor militare - afferma ora Missoni - anche Zagabria avrebbe dovuto essere onorata di ciò e anzi mandare un proprio rappresentante alla cerimonia di conferimento e invece ha inscenato una gazzarra nazionalista che ha impedito lo svolgersi di quella cerimonia». A Zara durante la guerra si trovava soltanto la mamma di Ottavio, il papà navigava in mezzo alle bombe tra Napoli e Tripoli, il fratello era rimasto dapprima in Egeo e poi nel Regno del Sud. Dopo i primi bombardamenti anche la mamma lasciò Zara per sfollare a Trieste. «Portandosi dietro il suo prezioso pianoforte - ha ricordato spesso Missoni - Ce l’abbiamo ancora: è l’unico cimelio superstite da Zara». Nel 1940 Ottavio Missoni ha combattuto sul fronte italiano in Africa. In Egitto la sua permanenza si è protratta per ben cinque anni di cui gli ultimi quattro da prigioniero o, come lui stesso ama ripetere «ospite di Sua Maestà britannica». Finalmente, alla fine del 1946, Ottavio Missoni potè raggiungere la propria famiglia a Trieste. (s.m.)

LE OLIMPIADI

Sesto a Londra nei 400 a ostacoli

Un sesto posto alle Olimpiadi di Londra nel 1948, una medaglia d’oro ai campionati mondiali universitari di Vienna nel 1939, un quarto posto agli Europei di Bruxelles nel 1950. Ottavio Missoni è stato anche una campione italiano di atletica e questi successi gli ha ottenuti in quella che era divenuta la sua specialità, i 400 a ostacoli. Ma già nell’estate 1937 aveva segnato il tempo di 48"8 nei 400 piani che rimarrà imbattuto per 43 anni.

Così il 12 settembre del ’37 all’età di soli 16 anni e mezzo debuttò in nazionale a Parigi conquistando un secondo posto nei 400, spalla a spalla con Mario Lenzi. La guerra e la prigionìa interruppero i suoi progressi che però ripresero fino al 1953.

25 - La Voce del Popolo 07/01/12 Speciale - Dignano - Comunità degli italani: Parola d'ordine, dinamismo

Speciale

Con i vertici della Comunità degli Italiani dignanese
Parola d’ordine: dinamismo

DIGNANO – Su iniziativa delle sezioni corale, filodrammatica e folcloristica, costituitesi qualche anno prima dello scoppio del secondo conflitto mondiale, nell’immediato dopoguerra, precisamente nell’estate del 1948, nasce a Dignano il Circolo Italiano di Cultura "Lorenzo Forlani". Nel 1971, su decisione dell’allora Assemblea dell’Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume (oggi Unione Italiana), il Circolo dignanese, come del resto tutti i sodalizi presenti sul territorio istriano e quarnerino, si trasforma in Comunità degli Italiani che, oggi come allora, continua a essere una delle più attive dell’intera Comunità Nazionale Italiana.
Nonostante il coro sia, assieme al gruppo folcloristico, una delle sezioni più rappresentative dell’allora CIC e dell’odierna CI, nel corso degli anni la Comunità dignanese ha portato avanti, a volte da sola e altre in collaborazione con i gruppi letterario ed etnografico della locale Scuola elementare italiana, un importante lavoro di ricerca, i cui risultati sono oggi racchiusi in diverse pubblicazioni realizzate e presentate al pubblico negli ultimi anni. Se oggi conosciamo le nostre tradizioni e il ricco patrimonio storico, artistico e culturale, i meriti devono essere dunque attribuiti anche alla Comunità degli Italiani e ai presidenti succedutisi nel tempo, che hanno voluto e saputo tramandare queste ricchezze di generazione in generazione. Solo per citarne alcune, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso il sodalizio dignanese ha effettuato ricerche dedicate ai toponimi, alle contrade, agli usi e i costumi, ai personaggi illustri (il linguista Giovanni Andrea Dalla Zonca, monsignor Delton, Angelo Cecon per citarne alcuni), ai palazzi storici della località, alle ricette, agli stemmi, alle storie e leggende. La CI dignanese, in collaborazione con il Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, ha inoltre condotto in passato una vasta ricerca sulle casite, singolari costruzioni in pietra a secco di cui il Dignanese è disseminato. Altre ricerche sono state condotte sugli abitanti vissuti a Dignano nei secoli precedenti e sull’onomastica.

Una casa prestigiosa

Cambiate diverse sedi, tra le quali l’ultimo piano del palazzo che è sede dell’amministrazione municipale, nel 2005 la Comunità degli Italiani si è trasferita definitivamente a Palazzo Bradamante (conosciuto anche con il nome di Palazzo dell’Orologio, per il grande orologio risalente al periodo austro-ungarico che dall’edificio domina la piazza principale della cittadina), uno degli edifici più imponenti e importanti da un punto di vista storico, architettonico e artistico. Ceduto alla locale Comunità dall’allora Comune di Dignano, Palazzo Bradamante è stato restaurato completamente grazie ai fondi dell’Unione Italiana, dell’Università Popolare di Trieste e del ministero degli Affari esteri della Repubblica d’Italia. Il restauro, durato anni, ha trasformato l’edificio in una delle più belle e maestose sedi che ospitano una Comunità degli Italiani. Palazzo Bradamante è stato eretto e ampliato nel corso dei secoli: alla loggia veneta del XIII secolo sono stati aggiunti il fondaco e un magazzino per le granaglie; successivamente, alla struttura esistente è stato aggiunto un piano e poi un altro. Nel corso della storia, Palazzo Bradamante è stato sede degli uffici della pubblica amministrazione e della Pretura. Sino al termine della Seconda guerra mondiale l’edificio ha ospitato anche una prigione.
Oggi, la Comunità degli Italiani di Dignano è guidata dal presidente, Livio Belci, coadiuvato nel lavoro quotidiano da una giunta esecutiva presieduta da Sandro Manzin e composta da Cristina Demarin (responsabile del settore Teatro, arte e spettacolo nonché, assieme a Monika Brščić, vicepresidente della CI), Rosanna Biasiol Babić (Cultura), Fabiana Lajić (Educazione e istruzione), Matteo Belci (Sport), Alan Castellicchio (Giovani) e Maria Burić (Terza età).
Incontrati nei giorni scorsi, Livio Belci e Sandro Manzin, che hanno assunto i rispettivi incarichi nel giugno del 2010, hanno accettato di parlare delle attività, degli eventi, delle manifestazioni, degli appuntamenti e dei progetti realizzati dal sodalizio dignanese nel corso dell’anno appena trascorso, dei singoli gruppi che operano alla CI e, naturalmente dei principali piani futuri.

Attività in tanti gruppi

I dirigenti della Comunità di Dignano hanno così ricordato che oltre al coro diretto da lunghissimi anni dalla maestra Orietta Šverko, vi sono i solisti, i giovani strumentisti, i minicantanti, il coretto dei bambini "Pizzichino", il gruppo di violino, il gruppo artistico, i gruppi di briscola e tressette, il gruppo di calcetto, di pallavolo e di tennis tavolo, il gruppo degli scacchi e di coloro che si occupano della ricerca storica, letteraria ed etnografica. Non mancano poi i recitatori e il gruppo responsabile del giornalino comunitario "La trifora", il cui ultimo numero è stato presentato al pubblico giovedì sera.
Oltre alle numerose esibizioni del coro (sempre presente anche a tutti gli appuntamenti organizzati dalla Città di Dignano o dall’Ente per il turismo), la Comunità ha ospitato nel 2011 due importanti eventi letterari. Il 4 febbraio è stata presentata la raccolta di poesie edita dalla casa editrice EDIT "Scadenze quotidiane", di Anita Forlani, mentre il 24 novembre si è tenuta la presentazione del romanzo di Claudio Ugussi "La città divisa". Lo scorso mese di marzo, alla galleria "La loggia" di Palazzo Bradamante, le attiviste del gruppo della terza età hanno allestito un’interessante e singolare mostra dedicata ai ricami, i centrini e le borsette usate in passato dalle donne di Dignano. Tutti i lavori esposti sono stati realizzati dalle stesse attiviste che, nel realizzarli, hanno rispettato le antiche tecniche ed usanze. Lo stesso giorno della mostra, sempre nella sede della locale CI, si è tenuto un ballo in maschera per i bambini.
Il 2011 è stato un anno importante non solo per il coro, che ricordiamo si è esibito assieme alle corali di altre comunità all’Arena di Pola dinanzi ai Presidenti della Repubblica d’Italia e di Croazia, Giorgio Napolitano e Ivo Josipović, ma anche per il gruppo folcloristico, presentatosi tradizionalmente al pubblico polese in occasione dei festeggiamenti dell’anniversario di Antonio Smareglia. Solitamente, l’esibizione del folclore prevede l’esecuzione dei quattro balli tradizionali di Dignano (la furlana, la villotta, la monferrina e la bersagliera), e l’esecuzione dei bassi, ovvero dei discanti arcaici del Dignanese, che da alcuni anni fanno parte del patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO.

Per far vivere identità e cultura

Tra gli appuntamenti più attesi, importanti e impegnativi vanno annoverati la 39.esima edizione del Raduno dei dignanesi, un incontro voluto dalla Comunità degli italiani di Dignano e dalla Famiglia dignanese per (ri)avvicinare i dignanesi al di qua e al di la del confine con l’obiettivo di ricomporre le lacerazioni del passato. Gli altri eventi più importanti sono il Concorso letterario "Favelà" (giunto alla sua ottava edizione) per opere inedite in dialetto istroromanzo dignanese, che di anno in anno vede crescere l’interesse soprattutto tra i giovani, l’ex Tempore di pittura e naturalmente la manifestazione principale di tutta l’estate culturale di Dignano: il Festival internazionale del folclore "Leron" (già undici le edizioni), che deve il proprio nome al particolare e antico strumento a corde (una sorta di violoncello) che assieme al violino accompagna il folclore. Il "Leron" è l’unico festival istriano che prevede la partecipazione di tutti i gruppi folk delle Comunità degli Italiani del territorio. Come spiegato dal presidente Livio Belci, attraverso il Festival del folclore, al quale partecipano anche gruppi provenienti dagli altri Paesi dell’ex Jugoslavia e dal resto d’Europa, la Comunità degli Italiani di Dignano vuole lanciare un messaggio di dialogo, di pace, di tolleranza e di convivenza.
Se l’anno passato è stato più che intenso e ricco di successi, il 2012 non sarà da meno. Accanto alle tradizionali manifestazioni e agli spettacoli, la Comunità degli Italiani presenterà una pubblicazione dedicata ai risultati delle ultime ricerche condotte sul folclore locale. Sia Belci che Manzin hanno preferito mantenere il pieno riserbo in merito, non concedendo alcuna anticipazione.
Seppur concentrati sull’organizzazione dei diversi appuntamenti e sui singoli progetti, i responsabili del sodalizio hanno affermato che la Comunità non perderà di vista il suo obiettivo principale, che è quello di mantenere viva l’identità e la cultura italiane e di promuovere il dialogo, l’amicizia e la tolleranza.

Marko Mrđenović

26 - La Voce in più Storia e Ricerca 07/01/12 Guido Rumici ed Olinto Mileta impegnati nella raccolta di testimonianze e ricordi di questo travagliato secolo

Intervista di Kristjan Knez

GUIDO RUMICI IMPEGNATO INSIEME A OLINTO MILETA NELLA RACCOLTA DI TESTIMONIANZE E RICORDI DI QUESTO TRAVAGLIATO SECOLO

PER " CHIUDERE IL CERCHIO " SUL NOVECENTO ADRIATICO

Con un'apertura a 360 gradi i due ricercatori propongono la ricchezza di un territorio in tutta la sua complessità e la problematicità.

La storia orale, è cosa nota, è in grado di rivelare aspetti, situazioni e atmosfere che la documentazione ufficiale, generalmente a disposizione degli studiosi, difficilmente porta alla luce. Attraverso il racconto di coloro che si trovarono coinvolti in determinate situazioni, emergono tasselli che sovente contribuiscono a comprendere un'epoca o, semplicemente, lo scorrere della vita quotidiana in un determinato periodo. Le testimonianze raccolte dalla viva voce dei protagonisti, diretti o indiretti, possono giovare non poco il ricercatore nel suo lavoro di ricostruzione dei tempi andati, ma possono rappresentare anche solo una lettura interessante, che svela particolari di vita vissuta nonché le paure, le speranze e le illusioni di una generazione.


Olinto Mileta Mattiuz e Guido Rumici da parecchi anni raccolgono queste storie, intervistando tutti coloro i quali desiderano raccontare qualche episodio della loro esistenza. Avendo a disposizione un copioso materiale hanno ritenuto opportuno divulgarlo in modo che tante pagine relative per lo più alla vita sociale lungo l'Adriatico orientale non andassero per sempre perdute. È stata perciò ideata la collana "Chiudere il cerchio. Memorie giuliano-dalmate", edita dalla Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia. Comitato Provinciale di Gorizia e dalla Mailing List Histria, che si articola in una serie di volumi i quali proporranno le memorie per l'appunto della popolazione residente tra Grado e le Bocche di Cattaro.


Un salto di qualità


Il progetto si differenzia dalle iniziative analoghe e per molti aspetti si presenta decisamente innovativo. In primo luogo i curatori abbracciano un'area geografica molto ampia, vale a dire l'intero Adriatico orientale, e non si limitano a raccontare gli anni 1943-1947 (o 1954 se facciamo riferimento alla Zona B del Territorio Libero di Trieste), che coincidono con il naufragio dell'italianità di quei lidi, bensì si soffermano sull'intero Ventesimo secolo, evidenziando i cambiamenti avvenuti (statuali, politici, ideologici, ecc.) e le ripercussioni di questi sulle comunità e sui singoli individui.
Un'altra caratteristica è quella di aver preso in considerazione la complessiva popolazione dall'area interessata a prescindere dalla nazionalità, dalla lingua parlata, dalla religione professata, dell'identità in senso lato. Questo rappresenta indubbiamente un salto di qualità che merita d'essere evidenziato. Non solo si superano le divisioni tra "esuli" e "rimasti" bensì si allarga l'orizzonte a tutto e tutti, cedendo la parola anche a Sloveni e Croati autoctoni e nel prosieguo - questo è l'auspicio - anche a coloro che arrivarono durante o dopo l'esodo e di fatto riempirono
i vuoti lasciati dalla popolazione autoctona, italiana in primis.


Comprendere, non giudicare


L'intento di Mileta e Rumici è quello di comprendere anziché giudicare, pertanto, consapevoli dell'eterogeneità e al tempo stesso delle peculiarità delle collettività lungo i lidi orientali adriatici, hanno abbandonato le visioni stereotipate. Grazie a quest'apertura a trecentosessanta gradi i due ricercatori propongono la ricchezza di un territorio non dimenticando né la sua complessità né le problematicità inevitabilmente presenti in ogni singolo periodo storico, conseguenze palesi delle aspirazioni, dei progetti e delle passioni manifestate dalle varie anime lì compresenti.
Nel 2010 è uscito il secondo volume, che affronta gli anni difficili del Secondo conflitto mondiale. L'immagine in copertina, raffigurante una Zara spettrale, lacerata, percossa e colpita nel cuore da decine di bombardamenti aerei alleati, tra il 1943-1944, rammenta la drammaticità di quel periodo, vuoi per gli uomini in divisa al fronte vuoi per tutti gli altri civili rimasti a casa. Come il precedente, anche questo libro desidera proporre dei tasselli di storia abbandonando i luoghi comuni.


Nella prefazione i due curatori ricordano: "La Venezia Giulia e la Dalmazia, terre di confine, di incontro e talvolta di scontro, tra popoli e culture diverse, sono state oggetto di notevoli eventi drammatici che hanno mutato in meno di cento anni l'immagine e l'essenza di questi territori, con diversi cambi di sovranità e numerosi spostamenti delle linee di confine che hanno provocato traumi e lacerazioni in buona parte della popolazione interessata. Sarebbe tuttavia sbagliato ridurre la storia di queste regioni ai soli periodi in cui prevalsero momenti e fatti drammatici sfocianti anche e purtroppo in vere e proprie atrocità, perché l'insieme delle relazioni umane di questi popoli, dei loro commerci, delle commistioni sociali e culturali, ha storicamente prodotto anche lunghi periodi di convivenza e reciproco rispetto tra le varie etnie in una terra da sempre plurilingue".


Registrare la «memoria»


In occasione della presentazione del volume menzionato, avvenuta a Portorose lo scorso novembre su iniziativa della Comunità degli Italiani "Giuseppe Tartini" e della Società di studi storici e geografici di Pirano, abbiamo intervistato uno dei curatori, Guido Rumici, con il quale abbiamo conversato in merito all'importanza della memoria storica, della sua registrazione, conservazione e diffusione.

Il volume affronta un periodo per molti versi delicato e traumatico. Quali sono i problemi che emergono durante la raccolta delle testimonianze? Quali sono i silenzi?


Il volume è nato dopo una lunghissima, quasi ventennale, ricerca di testimonianze, condotta sia dal sottoscritto sia dall'amico Olinto Mileta, che abita a Torino, e ora esce nelle edizioni della ANVGD di Gorizia e della Mailing List Histria, due sigle differenti, con obiettivi diversi ma in questo caso con un unico risultato: conservare la memoria e tramandarla, speriamo, soprattutto ai giovani. Il volume cerca di descrivere cinque anni dolorosissimi, di conflitto e di privazioni, e di come la gente ha vissuto quel periodo.
Si parla non tanto dei grandi avvenimenti politici bensì della vita quotidiana del popolo. La fame, la miseria, la paura, sono situazioni e sentimenti che hanno accumunato i giuliani di tutte le etnie: Italiani, Sloveni e Croati viventi in queste zone, al di là delle loro scelte politiche o nazionali. Queste sono le cose che hanno maggiormente caratterizzato cinque anni di storia della regione, ed è ciò che emerge dalle ottanta testimonianze, che sono la sintesi di oltre duecento a suo tempo raccolte. In fase di selezione abbiamo fatto una scelta, togliendo quelle che erano o doppioni oppure non particolarmente significative.
L'aspetto più interessante è senz'altro l'approccio che abbiamo avuto con alcuni testimoni. Moltissime persone tendono a raccontare ciò che è accaduto agli altri ma non a loro stessi, perché spesso raccontare quanto è successo a loro è doloroso ancora oggi. Gente di ottanta, novant'anni si commuove narrando delle cose che hanno vissuto in prima persona sessanta-settanta anni fa, come se fossero avvenute un attimo prima. Come se il tempo non fosse passato e fosse fermo ad allora.
Posso citare un episodio triste che non c 'è nel libro — perché alla fine ci è stato chiesto di non pubblicare questa testimonianza — e cioè quello di una signora istriana — che ora abita a Grado — che da sessant'anni è chiusa a chiave in casa, con la paura di uscire, perché ha timore ancora di incontrare i "cattivi", cioè coloro che le fecero del male nel 1945. E ancora oggi ha i traumi di quanto le è successo all'epoca. Questo per dire come talvolta la storia, che per alcuni di noi è tanto lontana, per altri è invece ancora molto vicina e dolorosa.
La fame, la miseria e la paura che le persone hanno vissuto, ancora adesso provocano emozioni forti e fanno sì che il silenzio ne sia spesso la conseguenza. Poi c'è il pudore: il pudore di raccontarsi davanti ai propri cari. Spesso molte persone hanno quasi paura di raccontare le loro vicissitudini per non tramandare ai propri figli e nipoti i dolori che hanno vissuto. E questo pudore va assolutamente rispettato.
E un aspetto molto umano il fatto di non voler addolorare i propri familiari con le esperienze vissute in prima persona, per cui a molte persone spesso risulta più facile raccontarle ad un terzo, in questo caso al sottoscritto o all'amico Mileta. In un certo qual modo abbiamo fatto quasi da "confessori" e così abbiamo raccolto alcune testimonianze sicuramente rilevanti.
Rispetto a volumi usciti in passato, che raccontano uno spaccato parziale delle vicende del confine — per esempio pensiamo ai libri pubblicati in Jugoslavia fino agli anni Ottanta o le testimonianze uscite in Italia fino agli anni Settanta che erano molto settoriali dato che c'erano solo i partigiani o solo i fascisti — noi nel nostro piccolo abbiamo cercato di mettere assieme nello stesso libro un po' tutti questi protagonisti delle parti antagoniste. Questo perché la storia è un grande coro di voci, dove tutte hanno avuto un peso relativo ma comunque importante. Dare la voce a tutti serve a far capire meglio il clima dell'epoca a chi non lo ha vissuto.

Quali sono gli aspetti a tuo giudizio più interessanti?


Il volume, lo ripeto, propone ottanta testimonianze scelte. Quelle più interessanti sono, probabilmente, quelle in cui il testimone descrive come si comportano le etnie diverse dalla sua. Citerò tre esempi. Una testimonianza di una croata di Sussak, Danica Glazar: lei ha visto gli Italiani giungere nella primavera del 1941 come occupatori di quella zona e li descrive negli aspetti negativi ma anche comici. C'erano coloro che gridavano, insultavano, che facevano cattiverie. Oppure il racconto di una donna di Gorizia in cui emerge che i militari italiani, reduci dal fronte russo, in contumacia ad Aidussina si comportarono male con i civili del posto, specie con gli Sloveni.

Per quanto riguarda l'Istria citerò la testimonianza, indubbiamente interessante, in cui si racconta delle esumazioni effettuate nel 1956 da una foiba vicino a Buie da parte di militi jugoslavi. Il racconto è di un bambino italiano. E un aspetto importante perché fino ad ora, che io sappia, la parte jugoslava ha sempre negato che ci fossero stati dei rinvenimenti di ossa dalle foibe istriane dopo il 1945. Essa ci fornisce delle informazioni utili e rappresenta una novità assoluta nel campo della ricerca delle vittime deportate e sparite dopo il maggio 1945. Sono episodi piccoli, brevi, di microstoria, ma ugualmente importanti perché gettano luce su aspetti poco conosciuti delle vicende del confine orientale.


Oggi ci troviamo davanti ad un recupero tardivo della memoria. Abbiamo perso tante tessere. Cosa ne pensi?


Sicuramente sì, siamo un po' tardi, perché se pensiamo che sono passati sessantasette anni dalla fine del conflitto, effettivamente una parte di quelli che erano già adulti quella volta, ora sono in buona parte morti. Tra l'altro anche tra i testimoni che abbiamo pubblicato nel primo e nel secondo volume, qualcuno ci ha nel frattempo purtroppo lasciato. Quindi la nostra è una corsa contro il tempo. Del resto questo ci ha convinto a fare le cose velocemente e pubblicare questi due primi volumi.

La raccolta delle testimonianze avviene su vari fronti: Olinto Mileta le ottiene attraverso la rete, contattando le persone in giro per il mondo grazie a Internet; io, invece, faccio ricerche intervistando le persone a quattr'occhi, dal vivo; talvolta con la telecamera filmo, oppure mi affido al registratore o ancora a carta e penna. Quest'ultimo è forse il modo più immediato. E importante annotare il più possibile per restare aderenti al racconto degli intervistati.
Lo stesso titolo, "Chiudere il cerchio", indica il nostro tentativo di mettere insieme i vari pezzi divisi dalla storia per darne una visione che sia comprensibile a tutti. La memoria condivisa la ritengo un'utopia mentre invece una memoria conosciuta anche alle altre parti in causa lo ritengo un obiettivo possibile. Si può, e aggiungo si dovrebbe, far conoscere anche la storia degli uni agli altri delle etnie diverse, raccontando i fatti nel modo più semplice possibile e cercando di evitare gli stereotipi. Molto spesso in Italia non si conosceva cosa ne pensassero gli Sloveni e i Croati e di cosa era accaduto in Istria nel 1945. E la stessa mancanza di informazioni c'era nell'allora Jugoslavia dove non si sapeva, per esempio, cosa pensassero gli esuli di quanto era accaduto in Istria o a Fiume o in Dalmazia.

Dalle testimonianze emerge tutta la complessità di una storia svoltasi in uno spazio geografico di per sé intricato. Queste voci possono aiutare - penso soprattutto ai giovani e a coloro che non conoscono le nostre terre - alla comprensione dell'intero contesto?


Certo, le vicende della Venezia Giulia e della Dalmazia nel corso del Novecento sono estremamente complesse e dense di avvenimenti, che sarebbe impossibile cercare di descrivere in poche pagine a disposizione. L'ambizione di Olinto Mileta e mia è però quella cercare di fornire uno spaccato minimo di questa realtà geografica, senza cadere però nel rischio di fare un "minestrone". E facile fare un libro mettendo insieme le testimonianze della gente e basta. La differenza, che noi speriamo di aver almeno in parte colto, è quella di rappresentare la Venezia Giulia in tutta la sua pluralità, anche se la complessità dei temi abbozzati è veramente grande.

Questa è la difficoltà che ha chi si occupa di storia: cercare in poche pagine di riuscire a proporre uno spaccato che sia credibile. Siamo giunti al secondo volume di una serie di quattro di cui si compone la collana. Il primo racchiude il periodo sino allo scoppio del secondo conflitto mondiale, il secondo si sofferma sugli anni della guerra, gli altri due si soffermeranno sul dopoguerra, gli anni iniziali, tra il 1945 ed il 1954, e l'ultimo il periodo successivo sino ai giorni nostri. Anche quei decenni sono interessanti e ricchi di spunti. Ci sono parecchi fatti storici che avvengono, la storia non si è fermata, basti pensare che la Jugoslavia si è dissolta e sono nate le Repubbliche di Slovenia e Croazia.
Ci sono stati perciò tanti nuovi avvenimenti che hanno mutato molto il quadro storico. Non dimentichiamoci che fino a qualche anno fa per giungere in Istria (cioè nel Capodistriano) ci voleva il passaporto o comunque un documento di identità, ora finalmente il confine non esiste più e si passa liberamente senza quasi accorgersene. Il nostro intento è quello di cogliere tutti questi aspetti e di ricordarli.

Per decenni c'è stata una monopolizzazione del ricordo. In Italia le associazioni dell'esodo erano le uniche a coltivare la memoria, mentre in Jugoslavia esisteva le verità di Stato e oltre non si poteva andare. Nel terzo millennio che eredità abbiano a nostra disposizione?


Il monopolio della memoria non esiste più e oggi chiunque può scrivere di qua e di là del confine delle vicende che hanno toccato la nostra regione. Questo è ovviamente positivo perché il confronto anche tra gli storici oggi è molto più ricco di venti anni fa. Si parla liberamente anche di argomenti che una volta erano tabù, anche se le incrostazioni della politica spesso continuano ad influenzare parecchie persone, soprattutto di una certa età.

Il problema dell'eredità della memoria è però grave anche perché gli stessi libri che escono a ripetizione che diffusione hanno oggi? Direi limitata ad un pubblico di nicchia. E una questione di rilievo per la stessa trasmissione delle conoscenze. Parlando anche con diverse case editrici, mi hanno detto che lo strumento libro è sempre più relegato alle persone non più giovani, diciamo dai quaranta anni in su. I giovanissimi usano invece quasi esclusivamente Internet e sono colpiti quasi unicamente da immagini visive. Probabilmente le testimonianze raccolte con la telecamera forse susciteranno più interesse rispetto a un libro anche se, ovviamente, le immagini dovrebbero essere montate adeguatamente e in modo accattivante e con delle musiche particolari.

Il libro è oggettivamente un prodotto in ribasso, anche se spero di essere smentito. Credo perciò che in futuro si dovrà riconvertire buona parte delle testimonianze da scritte a visive, inserite in un filmato. Questa credo sia l'unica eredità da mandare al terzo millennio. I giovani sono più sensibili a quello strumento. Se penso però a quanti testimoni che già non abbiamo più perché scomparsi, si può capire che l'operazione non è così facile. E un modo diverso di ragionare, di diffondere e di divulgare la storia stessa. Io spero sempre che il libro possa mantenere ancora un certo fascino, però sono un po' pessimista. Insegnando a scuola, vedo che tra i miei alunni nessuno legge e bisogna spingerli a farlo, ma spesso con scarsi risultati.

27 – CDM Arcipelago Adriatico 11/01/2012 - Il lungo cammino del Circolo Istria: ricordato il 40.esimo di fondazione

Il lungo cammino del Circolo Istria: ricordato il 40.esimo di fondazione

TRIESTE – Il Circolo di Cultura IstroVeneta Istria compie trent'anni. Nei giorni scorsi presso la sala cerimonie del Ristorante Sonia di Domio si è tenuta la conferenza stampa di presentazione dei tre decenni trascorsi dalla nascita del circolo. Durante la conferenza è stata presentata l'ultima fatica editoriale del Circolo Istria, dal titolo "Profumi d'Istria. Aspetti naturalistici e sociali attraverso vent'anni di attività del circolo Istria".
Fabio Scropetta ha salutato i convenuti in italiano, croato e sloveno e si è detto "felice di vedere come tantissimi ospiti siano venuti alla nostra festa. In questi decenni abbiamo fatto tanto per coinvolgere più gente possibile e l'ulteriore presenza di autorità ci rende maggiormente orgogliosi di mostrarvi il nostro operato". Infatti alla conferenza hanno presenziato il vicesindaco di Trieste Fabiana Martini, l'assessore alla Cultura del comune di Muggia Stefano Del Colle, il presidente della Giunta Esecutiva dell'Unione Italiana Maurizio Tremul, il presidente della Comunità degli Italiani di Parenzo Graziano Musizza e molte altre personalità legate al mondo dell'associazionismo degli esuli e dei rimasti.
"Una lieta sorpresa" ha concluso Scropetta "ci è giunta dal lontano Giappone. Anni fa abbiamo avuto con noi un ragazzo di nome Tetutsada Suzuki che sosteneva un dottorato in sociologia proprio a Trieste e sulle vicende del confine orientale. Per questa nostra ricorrenza ci ha mandato una mail di auguri che ci ha fatto enorme piacere".
Carmen Palazzolo Debianchi ha introdotto il discorso sull'opera pubblicata dal Circolo Istria. "Dobbiamo fare una premessa. Questo libro è il frutto di vent'anni di lavoro del circolo. Qui dentro sono affluiti moltissimi lavori svolti dal circolo in questi decenni e proprio per questo, possiamo affermare che si tratta di una vera antologia. La maggior parte degli scritti, infatti, erano testi già pubblicati. Tuttavia abbiamo voluto ordinare tutto il materiale che dapprima era sparso un po' qua e un po' la. Gli autori che hanno collaborato alla realizzazione di questo volume sono trentasei".
La Palazzolo Debianchi ha proposto poi l’analisi dell'opera. "Non è un trattato scientifico, anche se parte degli scritti rientrano in questa categoria. Non c'è continuazione tra gli scritti, è una raccolta e per questo può essere utilizzata in diverse maniere. E' un bel libro da sfogliare con calma, da leggere indipendentemente dalla successione dei capitoli. E' un'opera che merita di essere restituita alla gente perché moltissime persone chiedevano le nostre pubblicazioni, difficili da reperire all'interno di librerie o biblioteche. Attraverso questo libro siamo convinti di aver compiuto l'ennesimo passo in avanti".
Livio Dorigo, presidente del Circolo Istria ha speso poi alcune parole di resoconto sull'attività del circolo. "Questi trent'anni sono stati esaltanti e alle volte commoventi. Oggi possiamo dirlo: avevamo ragione noi quando trent'anni fa pensavamo a queste terre ed eravamo convinti della necessità di superare le barriere. Guido Miglia diceva che l'Istria è una grande quercia con tre radici: quella italiana, quella slovena e quella croata. Noi già alla metà degli anni ottanta possedevamo la volontà di uscire dalla sonnolenza del mondo associativo dell'Esodo. Nel 1988 demmo il via a una sottoscrizione per sostenere la nostra minoranza italiana nei territori che all'epoca erano jugoslavi. Il capofila fu Leo Valiani, fiumano, nostro padre costituente e al di sopra di ogni sospetto o partigianeria".
"L'Istria rappresenta un territorio poi che ha in Trieste la sua testa e Trieste ha il suo corpo nella penisola istriana. Per tutto ciò dobbiamo renderci conto che divisioni storico – politiche non sono più di moda. Se per decenni gli esuli sono stati strumentalizzati da parti politiche interessate ai loro voti, oggi non è pensabile che accada di nuovo. Per questo dobbiamo fare in modo che la storia che viene insegnata e divulgata sia una sola. Non tre storie, non tre modi di pensare al proprio passato perché se restiamo su queste divisioni i nostri giovani nasceranno e cresceranno con la visione di quegli stessi muri che hanno diviso la nostra gente. Vogliamo invece che attraverso il Parco della Concordia, attraverso l'Accademia dei Risorti, attraverso la mescolanza delle idee si possa nuovamente assistere alla rinascita di questa terra, che accoppierà i nostri figli e li proteggerà".
Il vicesindaco di Trieste Fabiana Martini ha porto il saluto dell'amministrazione comunale. "Voglio ringraziare il Circolo Istria per tutto il lavoro che svolge ormai da trent'anni. Un lavoro fatto di dialogo continuo, svolto con l'aiuto dei giovani e con la speranza di tramandare la propria cultura nel rispetto delle diversità".
Maurizio Tremul, presidente della Giunta Esecutiva dell'Unione Italiana ha voluto salutare i primi trent'anni del Circolo Istria con un intervento denso di ricordi. "Ho conosciuto il Circolo Istria ancora quando frequentavo l'Università e mi colpì il fatto che era una costola dell'associazionismo degli esuli che tuttavia non fu accolta bene nel mondo dell'Esodo. Già negli anni ottanta questo circolo pose la basi per il dialogo e cercava di gettare dei ponti verso la nostra minoranza. Veniva osteggiato dai più ma per fortuna oggi le cose sono ben diverse. Lo spirito dei concerti di Trieste e Pola è ciò che desideriamo sia il futuro. Perché i due concerti hanno radicalmente cambiato il comune sentire tra chi è rimasto e chi è stato costretto ad intraprendere la via dell'Esodo. Il Circolo Istria da sempre è rivolto a una ricomposizione di un popolo diviso. A tutti i membri del circolo va attribuito un enorme merito storico".
Il Circolo Istria rappresenta meglio di chiunque altra associazione quella voglia di guardare avanti. La lungimiranza con cui i suoi soci fondatori guardarono al futuro e alla necessità di ricomporre un mosaico andato in frantumi dopo la guerra è esempio invidiabile. Il passato importante delle nostre terre spesso ci impone un fatalismo senza eguali. Eppure, in questo angolo d'Italia al centro del continente europeo, c'è stato chi ha combattuto per una rinascita culturale e spirituale degli uomini. E distante trent'anni dal giorno della sua nascita, continua a lottare affinché quel meccanismo che nel Novecento si inceppò generando muri e barriere, oggi, lasci spazio ai sentieri e agli itinerari della concordia. Tanti auguri Circolo Istria. Cento di questi anni".

Nicolò Giraldi

28 - La Rivista Dalmatica n° 104 - Dicembre 2011 Mario Soldati : Zara, Il viaggio più bello

Mario Soldati

Il viaggio più bello

Molti conoscono il Mario Soldati (Torino 1906 - Tellaro 1999) protagonista di fortunate trasmissioni televisive, regista e sceneggiatore cinematografico e scrittore di grande versatilità. Il suo "America primo amore" è ancora oggi un classico per chi - giovane o meno giovane - voglia scoprire quel mondo apparentemente facile, ma pieno invece di mille sfaccettature.

Di recente Mondadori ha pubblicato un volume di oltre 1800 pagine in cui sono stati raccolti i suoi diari e scritti di viaggio intitolato AMERICA E ALTRI AMORI.

Abbiamo così scoperto una sconosciuta serie di articoli pubblicati nel 1936 sulla Gazzetta del Popolo di Torino dedicati a ZARA ANTICA e NUOVA in occasione di un suo viaggio in Dalmazia.

Solo il secondo di essi era già apparso proprio sulla nostra Rivista nel lontano 1995.

A quasi 80 anni di distanza abbiamo così deciso di dar loro nuova vita e ve li riproporremo uno alla volta. Il primo che riproduciamo è apparso sulla Gazzetta del Popolo del 21 febbraio 1936.

Una rollata più forte mi destò. Senza aprire le cortine della cuccia, capii che fuori il tempo era mutato. Sul soffitto basso e bianco avevo visto il riflesso del mare: mobili macchie, mobili opalescenze azzurrine, verdastre, dorate: mare illuminato dal sole.

Subito, salii in coperta. Il sole sfolgorava. Sui flutti ancora molto agitati, dalle bianchissime schiume, sfolgorava un riverbero abbacinante. Una massa compatta di nuvole occupava la parte occidentale del cielo: alta muraglia levata sul fosco orizzonte, laggiù dove era scomparsa Ancona.

Ma fuggivamo Ancona; fuggivamo, e un cielo verde chiaro, tenero, terso si era spalancato come per accoglierci. Appoggiato alla ringhiera di sottovento aspiravo l'odore del mare, sentivo sul viso il calore del sole, e freschi spruzzi di tratto in tratto dalle onde che si andavan calmando.

Improvviso, proprio sotto i miei occhi, pochi metri lontano dal piroscafo, qualcosa balzò fuori dalle acque. Balzò in una curva che doppiava il curvo moto dell'onde. Un delfino. Sotto il lungo agile corpo nero, la pancia argentea scintillò un attimo nel sole. Continuando la curva del salto si riattuffò nell'onde. E sùbito dietro, un altro delfino che sembrava inseguire apparve e disparve con simile balzo.

Fissammo allora gli occhi nella limpida lontananza verso cui navigavamo; e presto distinguemmo, profilata sull'orizzonte a destra della prua, una sagoma lunga e bassa di un azzurro appena più denso del cielo.

Accanto a noi, un marinaio stava riparando un verricello. Gli indicammo la costa lontana: «Che cos'è?».

«La Dalmazia» rispose il marinaio. «Quella è un'isola che chiamano le Punte Bianche».

E infatti, mentre il mare sempre più si placava, l'azzurra e grigia costa avvicinandosi rivelava alla sua base come un bordo, un muro bianco: una scogliera di calcare.

Un'altra isola appare alla sinistra. Il mare si interna, incanala fra le due terre, e a poco a poco restringe. Finché da una parte e dall'altra le coste sono visibili, a occhio nudo, nei loro minimi particolari.

Deserte colline erbose, per lo più; e qua e là una capanna diroccata, un gregge di pecore. Più lontano, sulla sinistra, un villaggio di pescatori. Ma la costa immediatamente battuta dalle onde è porosa e corrosa come pomice; bianca, grigia, rosea. Pochi metri più su, con stacco netto, comincia il verde tappeto dei pascoli.

Scivola il piroscafo sul mare ormai calmo e, vicinissimo ai suoi fianchi, di qua e di là emergono dall'acqua come per prodigio le strane scogliere. In uno sguardo solo: l'ebbrezza del mare e la dolce sicurezza della terra.

Si riapre il canale: altre terre, altre isole più lontane appaiono tutto in giro all'orizzonte; e a nord una grande catena di montagne nevose. Viriamo a sud-est. Il sole declina, tingendo di rosso le nuvole ormai lontanissime. Il mare si fa più azzurro e più freddo, ma sempre più familiare.

Ed ecco, nella luce del tramonto, ecco diritto a prua il grigio della costa a poco a poco schiarire, illuminarsi, definirsi in una striscia netta e bianca. Una striscia che presto, mentre ci avviciniamo, ingrandisce: e si fende e precisa in alti, bianchi palazzi a specchio del mare: bianchi palazzi dalla classica architettura italiana: dopo le deserte e selvagge isole di pescatori e pastori, ricchi civili bianchi palazzi:

come' na bianca sposa

sta Zara in mezzo al mar!

Adagio, e frattanto scende la notte, entriamo nel porto, accostiamo la banchina. Una piccola folla attende, ignoti visi protesi verso di noi nel crepuscolo, i primi visi della piccola città italiana che già ci è cara, sentiamo, come ad alcuni è cara una donna dal primo sguardo, senza riserve, per sempre.

Sbarchiamo. Dietro l'uomo che con una carriola trasporta i nostri bagagli penetriamo nella città. E una via strettissima, affollatissima, tutta luci, botteghe, vita. Ma sul selciato, ch'è a losanghe di granito, la carriola rimbomba con fragoroso rotolio: e la folla si volta, si apre, lascia il passaggio, e fa noi oggetto di tutta la sua curiosità. Lì per lì, timidezza o stizza ci impedisce di osservare o pensare altro. Se non che, improvvisamente, continuando appunto a pensare al nostro disagio, e ad osservarne la causa (la ristrettezza dell'affollatissima via), Calle dei Papuzzeri, leggiamo a una cantonata, Calle Lepanto, Calle dei Tintori: e Venezia ritroviamo, Venezia fin dal primo momento nella nostra inconscia reazione a Venezia, Venezia nella nostra istintiva timidezza tra una folla così vigile e vicina e veneziana; Venezia nelle strette calli, nel selciato a losanghe di granito, Venezia nelle luci, nelle botteghe, nella vita; e nei visi e nei sorrisi, nei motti, nei suoni del dialetto, nelle risate, nelle cadenze che s'incrocian festose ed argute e riempiono l'aere ricco d'ombra e di luce, e fatto palpitare umanamente anche le insegne, le vetrine e le mura, Venezia viva.

Impossibile, per stasera, liberarsi dal ricordo di Venezia. La nostra camera all'albergo (grossi letti ed armadi di noce scolpito, tre finestre con bizzarri balconcini chiusi tra doppi vetri) guarda su Calle Larga, la via principale di Zara. E l'ora del passeggio: e paion le Mercerie.

Usciamo dall'albergo, andiamo al Caffè Centrale. Ampi cristalli chiudono classiche arcate. Sostiamo stupiti: una sala sterminata, una moltitudine di tavolini così affollati e animati che si pensa a una città d'un milione di abitanti, mentre Zara ne conta appena ventimila! E a quanti tavoli siedono civilmente signore e signorine. E quanti giocatori del civilissimo gioco degli scacchi. Anche per questa civiltà Zara è figlia diretta di Venezia. Entriamo nel Caffè: nel conforto dell'alto e animato brusio. Sediamo sul velluto giallo del sedile che circonda una colonna, ordiniamo un aperitivo; ci guardiamo attorno riposati, soddisfatti, come se fossimo tornati a casa nostra. Ci pare strano di essere vissuti fino ad oggi senza conoscere questo Caffè: mostruoso che avremmo potuto continuare a vivere senza conoscerlo.

E pensiamo. Viaggiare, varcare gli oceani e i confini era un tempo fra le gioie più forti della nostra vita. Ricchi di questi esilii, noi impariamo oggi il più difficile e il più lungo viaggio: quello del ritorno. Verso ogni cosa e ogni città italiana, anche se prima sconosciuta, noi ritorniamo.

E ritorniamo a Zara.

29 – Il Piccolo 05/01/12 «Alida Valli? Spia dei fascisti» ma poi i servizi segreti Usa cambiarono totalmente idea

PERSONAGGI - LE RIVELAZIONI

«Alida Valli? Spia dei fascisti» ma poi i servizi segreti Usa cambiarono totalmente idea

Le carte trovate da Mario J. Cereghino negli Archivi di College Park nel Maryland tracciano un inquietante e contraddittorio ritratto dell’attrice nata a Pola

La accusavano di essere stata amante di Bruno Mussolini, dedita a cocaina e alcol. Ma una nuova indagine cancellò l’infamante ritratto

L’agente speciale George A. Zappalà, che si assunse il compito di svolgere una nuova indagine verificando le fonti in maniera accurata, smantellò l’intero castello di accuse

Fonti «da considerare attendibili e, in apparenza, non motivate da pregiudizi e da rancori» affermavano che era stata collaboratrice, pagata, delle bande nazifasciste

di Alessandro Mezzena Lona

Come distruggere Alida Valli in cinque pagine. E riabilitarla, poi, in altre quattro. La storia risale al 1946, ma riemerge soltanto adesso da alcune carte segretissime che il ricercatore Mario J Cereghino ha ritrovato negli Archivi nazionali statunitensi di College Park nel Maryland. Racconta di come l’attrice nata a Pola veniva ritratta dai servizi segreti americani, che si basavano su informazioni ricevute direttamente dai Carabinieri e dalla Questura di Roma, come una spia dei fascisti. Pagata dai nazisti, collaboratrice di loschi personaggi come Giuseppe Bernasconi, Antonio Agostini, del torturatore Pietro Koch. Non basta. Si diceva anche che fosse stata l’amante di Bruno Mussolini. E che dopo la morte del figlio del Duce, avvenuta a Pisa nel 1941 in un incidente aereo, per allontanare l’idea del suicidio si era messa a bere e a sniffare cocaina. Insomma, la "fidanzata degli italiani", la diva di "Ma l’amor mio non muore...", "Mille lire al mese", "Ore 9 lezione di chimica", la nuova Greta Garbo, usciva a pezzi da quelle note informative. Tanto che il 19 febbraio del 1946 gli agenti dell’intelligence americana raccomandavano con grande convinzione che all’attrice italiana fosse «negato il visto di entrata negli Usa». Per essere ancora più convincenti aggiungevano ulteriori informazioni, raccolte da «documenti della Questura di Roma e del commissariato di Ps del quartiere Flaminio (Roma)», che ritenevano sicure. Quelle fonti («molteplici, le quali sono da considerare attendibili e, in apparenza, non motivate da pregiudizi e da rancori») parlavano di Alida Maria Laura Altenburger von Markenstein Feuenberg, questo il suo vero nome, come di un «Soggetto che aveva effettive convinzioni nazifasciste». Che si era venduta non solo per soldi, ma soprattutto «per la promozione della sua carriera cinematografica». C’era, poi, il capitolo delle frequentazioni di Alida Valli delle cosiddette bande nazifasciste. Ovvero, le squadre speciali di polizia, che agirono tra l'autunno del 1943 e l'aprile del 1945 agli ordini dell'intelligence tedesca e di quella della Repubblica sociale italiana. Con compiti di controspionaggio ai danni della Resistenza. A queste proposito, le note segrete dei servizi americani spiegano: «Secondo un organigramma compilato dalla "Squadra speciale di polizia" del ministero dell’Interno della Rsi, in possesso di questo Ufficio, una certa Alida Valli era una confidente di Giuseppe Bernasconi, il capo della squadra. Questo gruppo si dedicava allo spionaggio, al controspionaggio ai danni degli antifascisti e dei comunisti e operava anche contro gli Ebrei». Da Bernasconi, secondo le informazioni arrivate fino in America, Alida Valli «si dice che ricevesse 15.000 lire al mese come compenso per i servizi resi (l’interrogatorio di Bisogno Ernesto, condotto dal Combines Service Detailed Interrogation Centre - Csdic - indica che il Soggetto era in contatto con Bernasconi). Si dice, inoltre, che il Soggetto riscuotesse grosse somme di denaro dai tedeschi». Il Soggetto, ovviamente, era Alida Valli. E per gli agenti americani non c’era dubbio che fosse un personaggio da tenere alla larga dal suolo degli States. Anche se, a dire il vero, una prima nota informativa gettava inquietanti ombre sull’attendibilità delle informazioni ricevute. Il documento, infatti, recita così: «Si è riscontrato, ad un certo punto, una qualche confusione in merito al caso. Il Soggetto, infatti, era stato erroneamente identificato con un’altra donna che le somigliava molto, a Bergamo, e che doveva essere paracadutata nell’Italia liberata (nel 1944-’45). Al contrario, all’epoca. il Soggetto si trovava a Roma in stato interessante. L’errore era stato accertato (nel periodo in cui il Cic aveva raccomandato di negare al Soggetto il visto di entrata negli Usa, l’informazione inesatta era già stata scartata)». E conclude: «Non siamo in possesso di informazioni secondo le quali il Soggetto avrebbe collaborato con l’Office of Strategic Services (Oss) sotto qualsiasi forma». Passano dieci mesi. David O. Selznick, il potentissimo produttore di "Via col vento", "Notorius", "Addio alle armi", non si rassegna a perdere un’attrice come Alida Valli. Ha già in mente di farla recitare nel film "Il caso Paradine", di cui è pure sceneggiatore. Anche se Alfred Hitchcock non è per niente convinto di affidare il ruolo della protagonista alla diva italiana. Prova ne sia che il mago del brivido confesserà a François Truffaut, che lo intervisterà a lungo molti anni dopo per il libro "Il cinema secondo Hitchcock": «Sfortunatamente Selznick aveva ingaggiato Alida Valli, che credeva sarebbe diventata una seconda Ingrid Bergman, e anche Louis Jourdan; così sono stato costretto a utilizzarli. Tutto questo ha reso notevolmente insipida la storia». A quel punto, si muove il console americano a Roma, J.F. Huddlestone, che chiede un supplemento d’indagine al capitano Philip J. Corso. Questa volta a raccogliere le informazioni sarà l’agente speciale George A. Zappalà. Quest’ultimo, grazie agli sforzi «scrupolosi e tenaci messi in capo dall’avvocato del Soggetto - il signor B. Meredith Lanhstaff, legale rappresentante degli interessi del produttore Selznick», si accorge che «tutte le fonti informative utilizzate in precedenza» andavano «nuovamente verificate, in maniera accurata». E assumendosi il compito di svolgere in prima persona l’indagine, smantella pezzo dopo pezzo il castello delle accuse. L’attrice, scrive nelle note segrete, non è mai stata iscritta al Partito fascista della Repubblica di Salò «L’unica tessera ottenuta dalla Valli era quella della Federazione dello Spettacolo». La storia del rapporto d’amore con Bruno Mussolini «era solo una delle tante voci che circolavano sul Soggetto». E le presunte collaborazioni con le bande nazifasciste? Frutto soltanto di «voci». Insomma, «dopo un’attenta valutazione dei fatti esposti, il Soggetto non è da considerare una minaccia alla sicurezza». Poteva, quindi, ottenere il visto per entrare negli Stati Uniti. E «onorare il contratto stipulato con il produttore cinematografico David O. Selznick».

Quei documenti custoditi negli archivi del Maryland

I quattro documenti su Alida Valli ai quali si fa riferimento in questa pagina sono stati selezionati da Mario J. Cereghino negli Archivi nazionali statunitensi di College Park (Maryland) e sono consultabili, in copia cartacea degli originali, nell’Archivio Casarrubea di Partinico, in provincia di Palermo. www.casarrubea.wordpress.com In America, i quattro documenti hanno la seguente collocazione archivistica: National Archives and Records Administration (NARA) Record Group 226 Entry 108A Box 233 Folder Jrx-4040; Record Group 226 Entry 174 Box 243 Folder 148.

30 – La Voce del Popolo 13/01/12 Comunità di Valle, un esempio da seguire, all'Assemblea annuale presentato il progetto di ristrutturazione e restauro di Castel Bembo

All'Assemblea annuale presentato il progetto di ristrutturazione e restauro di Castel Bembo
Comunità di Valle, un esempio da seguire

VALLE – Mercoledì sera, nella palestra comunale di Valle, si è svolta l’Assemblea annuale dei soci della Comunità degli Italiani, alla quale sono intervenuti pure il presidente dell’Università Popolare di Trieste, Silvio Delbello, il direttore generale dell’UPT, Alessandro Rossit, e la presidente della CI di Torre, Roberta Stojnić. La seduta è iniziata con la presentazione dell’attività svolta dalla CI vallese nel 2011, un anno che è stato ricchissimo di eventi, di scambi con le altre CI e adesioni a manifestazioni nazionali e all’estero.
Tra gli eventi più importanti ricordati dall’attivista Elisabetta Pauletić spiccano l’organizzazione del concerto in memoria di Dean Drandić, la seconda edizione dello "Show dance night" e la consegna dell’onorificenza dell’Ordine della "Stella della Solidarietà Italiana" a Rosanna Bernè, presidente della Comunità degli Italiani di Valle.
Dopo la presentazione del consuntivo, il direttore generale dell’UPT, Alessandro Rossit, ha preso la parola per congratularsi con il sodalizio vallese per la molteplice attività svolta con tanto entusiasmo, anche senza disporre di una sede adeguata. "Siamo molto felici che i lavori a Castel Bembo stiano proseguendo senza nessun ritardo", ha aggiunto Rossit, sottolineando la valida collaborazione con la dittà "Vallis", l’architetto Marko Franković e la stessa presidente della CI, che stanno realizzando quella che sarà una delle sedi più belle di tutta la CNI.
Di seguito il presidente dell’UPT, Silvio Delbello, è intervenuto per congratularsi con gli attivisti per il lavoro svolto, un esempio da seguire per tutte le altre Comunità degli Italiani, ed ha aggiunto che con Castel Bembo i connazionali vallesi avranno finalmente una sede adeguata al proprio valore. Delbello ha lodato pure l’impegno della presidente Bernè, caldeggiando la sua rielezione alle prossime elezioni comunitarie, in programma tra due mesi.

Modifiche al progetto: niente alloggi di lusso

L’Assemblea è continuata con un aggiornamento sul procedere dell’opera di ristrutturazione e restauro di Castel Bembo, a cura dell’architetto fiumano Marko Franković, il quale ha confermato che i lavori edili sono già stati conclusi e che in questi giorni inizieranno gli interventi all’interno, che prevedono pure il restauro degli affreschi che si trovano nelle sale centrali dell’edificio. Franković ha pure rilevato che sono in corso delle modifiche dettate dalle scoperte archeologiche nel seminterrato del Castello. Dalle analisi risulta che la pavimentazione dell’edificio risale a 2500 anni fa e con i reperti trovati in sito sarà allestita una mostra permanente in una delle sale..
Uno degli ambienti del seminterrato, che nel progetto originario doveva essere utilizzato come museo, sarà adibito a spazio pubblico e una volta terminati i lavori sarà la stessa CI a decidere la sua destinazione d’uso.
Uguale discorso per il sottotetto del palazzo, che avrebbe dovuto accogliere appartamenti di lusso da affittare, ma la cui funzione sarà definita in un secondo tempo. Nel salone centrale al primo piano, inoltre, è stata riportata alla luce una pavimentazione in pietra, che verrà mantenuta, mentre nelle altre stanze dei piani superiori il pavimento sarà realizzato in legno, in modo da rispettare la pavimentazione originaria del castello.
Il salone centrale del primo piano diventerà la futura sala riunioni e allo stesso piano saranno ubicati anche il bar sociale e gli uffici della presidenza. Questi ultimi saranno dotati di pavimenti in acciaio e vetro, per consentire la visione di un altro sito archeolgico, che si trova sopra l’entrata principale del borgo, dove si trovava l’impianto che azionava la saracinesca che proteggeva l’unico accesso al vecchio centro medioevale.
Nella sala centrale sono stati rimossi dei dipinti ovali, che dopo l’intervento di restauro a Zagabria saranno riportati nelle collocazioni originali verso la fine di febbraio.
Durante i lavori una quindicina di restauratori hanno tolto da 90 metri quadrati di superficie murale mezzo millimetro d’intonaco per riportare alla luce gli affreschi risalenti a diversi periodi storici e che si trovano in diverse sale del palazzo. Nel seminterrato è stato tolto il soffitto, che sarà sostituito con una struttura lignea identica all’originale.
Al secondo piano il salone centrale ospiterà una sala polivalente, mentre nelle due stanze laterali troveranno spazio la biblioteca e gli spogliatoi per le attività folcloristiche e di danza moderna. L’architetto ha aggiunto che saranno sostituiti gli infissi sistemati nella prima fase di ristrutturazione, perché non in sintonia con lo stile e la storia del palazzo. La dinamica dei lavori prevede che gli interventi edili siano terminati entro la metà di maggio, mentre gli arredi interni saranno sistemati entro l’estate.
L’Assemblea si è conclusa con l’intervento di Rossana Bernè, che ha rilevato che Castel Bembo è un dono fatto alla CI vallese, impegnatasi al massimo per portare avanti l’importante progetto di restauro. "Ci siamo impegnati per anni per ottenere questa sede - ha aggiunto la presidente - e alla fine del mandato sono convinta che chi continuerà il mio lavoro saprà portare a compimento l’opera per dare una sede appropriata alla nostra CI".

Sandro Petruz

31 - Il Piccolo 13/01/12 Una casa comune per le culture da fare a Trieste, progetto ambizioso elaborato dallo scrittore che adesso viene tradotto anche in sloveno

Una casa comune per le culture da fare a Trieste

Progetto ambizioso elaborato dallo scrittore che adesso viene tradotto anche in sloveno

MAURO COVACICH

Non basta abbattere il muro del confine tra l’Italia e la Slovenia, perché la memoria è un fiume che attraversa le generazioni


di Alessandro Mezzena Lona Raccontare Trieste agli sloveni. Per provare a far sentire meno lontani due popoli che, da sempre, sono così vicini. E la Trieste che racconta Mauro Covacich è tutto meno che la città fossilizzata nelle diffidenze, nei luoghi comuni, nel rispecchiarsi in un passato che non passa mai. Ma questa volta, lo scrittore triestino lo fa grazie alla traduzione che Vasja Bratina ha curato per il mercato editoriale della Slovenia del suo libro "Trieste sottosopra", uscito per Laterza nel 2006. Che, in questa nuova edizione, suona "Trst, obrnjen na glavo (Petnajst sprehodov po mestu vetra)". Rispettando il titolo originale e aggiungendo, a mo’ di sottotitolo, "Quindici passeggiate per la città del vento". Un racconto, quello di Covacich, che va al di là dei muri mentali, che ancora separano i triestini dagli sloveni. Che parla a chi non ragiona più come se il confine fosse ancora lì, a dividere. A fare le funzioni del muro invalicabile. Perché questo viaggio per le strade della città, sospeso tra passato e futuro, spalanca una finestra al sogno di una nuova Europa. In cui Trieste possa svolgere di nuovo il ruolo di casa ospitale per culture, etnie, lingue, religioni diverse. E proprio pensando al nuovo ruolo nell’Europa di oggi e di domani, che Trieste fatica a trovare, Mauro Covacich ha deciso di dedicare alla sua città, dove ritorna spesso anche se ormai vive a Roma, un progetto importante intitolato "Metacarso". Che, se andasse in porto, potrebbe creare qui un osservatorio permanente delle culture. Coinvolgendo Premi Nobel, artisti e scrittori tra i più importanti al mondo. Sarebbe una nuova tappa nell’evoluzione artistica di Covacich scrittore. Che, conclusa proprio l’anno scorso la sua ideale quadrilogia formata da "A perdifiato", "Fiona", "Prima di sparire" e al bellissimo romanzo conclusivo "A nome tuo" (preceduto dal videoracconto "L’umiliazione delle stelle"), si sente pronto a risarcire la sua città per tutto quello che le ha dato. Con quello che lui chiama "romanzo orale".

Una bella soddisfazione, ma anche una bella responsabilità questa traduzione. Raccontare Trieste agli sloveni: così vicini, così lontani...

«Negli ultimi anni triestini e sloveni hanno lavorato molto. Gemellaggi, accordi bilaterali, sentieri dei poeti. Tutto per raschiare via l'odio del secolo scorso. Anch'io credo di aver dato il mio piccolo contributo. Questa traduzione è un passo in più».

Il muro del confine non c'è più ormai da anni. Molte cose ci dividono ancora: ma che cosa e perché?

«Non basta abbattere un muro: la memoria è un fiume che attraversa le generazioni. E' fatta di ricordi diversi, contraddittori, che fanno ancora scintille. Non è forse sintomatico che la maggioranza dei triestini di nazionalità italiana non sappia parlare lo sloveno pur essendoci tra questi molti come me che hanno avi sloveni? Dobbiamo trovare nuove forme condivise per raccontarci il passato».

Una pista ciclabile parte da San Giacomo, cuore di Trieste, e arriva fino in Slovenia. Come dire, il cordone ombelicale ci sarebbe...

«La ciclabile è bellissima, ce l'ho sotto casa, la faccio ogni volta che posso. Ma ora secondo me serve allargare il dibattito al mondo che sta fuori. La Venezia Giulia è un caso esemplare della complessità europea, non ha senso che triestini e sloveni si avvitino in una disputa autoreferenziale».

La cultura non potrebbe cementare le città che stanno attorno al Carso? Lei un progetto ce l'ha pronto.

«Sì, la scorsa estate ho elaborato un progetto per una riflessione pubblica in vista del centenario della prima guerra mondiale. Vorrei far nascere a Trieste un osservatorio permanente sulle culture chiamato Metacarso. Qualcosa che già nel nome indichi un oltrepassamento delle vecchie posizioni e delle discussioni che le hanno caratterizzate. Sangue, radici, lingua, identità di frontiera sono concetti sui quali noi abbiamo detto tutto il possibile. Se insistiamo ancora rischiamo di parlarci addosso. Bisogna andare "oltre il Carso". In questi anni di avvicinamento a una ricorrenza storica così importante dobbiamo tentare un approfondimento ulteriore. Per riacquisire il ruolo che si merita nel mondo, Trieste ha bisogno di un nuovo ritratto e per farlo servono nuovi ritrattisti».

Pensa di coinvolgere personaggi importanti?

«Sì, mi riferisco ad artisti, cineasti, scrittori - molti dei quali Premi Nobel - autori di fama internazionale che abbiano già inscritto nella loro storia personale il tema della multiculturalità. Cosa vedrà nei nostri vecchi confini un regista kurdo affermatosi con un film autobiografico sulla vita dei contrabbandieri tra Iraq e Turchia? Cosa ci dirà dei nostri esuli istriani un graphic novelist malese naturalizzato australiano che ha disegnato storie memorabili sul tema delle identità migranti? Come racconterà il decennio degli alleati a Trieste uno scrittore americano di famiglia abbruzzese? Cosa ci mostrerà sulle foibe o sull'italianizzazione coatta degli sloveni un artista sudafricano che, da bianco boero, si è battuto contro il regime dell'apartheid? Ovviamente per il momento devo limitarmi ad esempi anonimi.

Questo progetto l'ha già proposto al Comune, all'assessore alla Cultura?

«Ne stiamo parlando dallo scorso agosto. E' un progetto ambizioso e in questo momento di vacche magre è comprensibile una certa cautela. Ma sia l'assessore che il sindaco mi hanno assicurato che troveremo una soluzione. In alternativa - lo dico ufficialmente al giornale della città - spero in un sostegno delle fondazioni o di altri sponsor istituzionali».

Che struttura ha dato a questo progetto?

«Un seminario ogni tre quattro mesi. Per una settimana l'autore invitato viene ospitato a Trieste nella forma classica dell'artista in residenza. Fa una prima conferenza sui temi suddetti, visita i luoghi simbolo della città e del Carso, l'ultimo giorno ci offre il resoconto della sua esperienza in un'assemblea pubblica, una specie di agorà aperto a tutti».

Si ipotizza un omaggio a Primo Levi...

«Sì, il numero zero di Metacarso potrebbe essere un ciclo di lezioni sull'opera di Primo Levi, di cui quest'anno ricorrono i venticinque anni dalla morte. Penso a quattro tra i più illustri studiosi dell'autore, a una nottata finale con la lettura integrale di "Se questo è un uomo", ovvero una staffetta civile e letteraria che coinvolga ragazzi delle scuole e studenti universitari. Il sito, evocativo più di ogni altro, dovrebbe essere la sala delle croci della Risiera. La Storia ha scelto Primo Levi e la Risiera per testimoniare l'abominio nazista: c'è un modo migliore per onorarli insieme?».

Trieste è molto cambiata negli ultimi anni, però non riesce ad agganciare il treno per il futuro. Ha bisogno di idee, di voci forti che arrivino da fuori?

«Forestieri speciali come i maestri che ho in mente possono rivelarci, di noi stessi, aspetti che ancora ignoriamo. Si sa, da lontano le cose si vedono meglio. Ma tutto deve partire dalla nostra consapevolezza. Non abbiamo bisogno di formule magiche, basta un po' di ossigeno. C'è tutta una parte di Trieste che non vede l'ora di aprire le finestre».

Negli ultimi anni ha concluso quella che potremmo definire la sua quadrilogia narrativa, arricchendola con un videoromanzo. E adesso?

«Ho scritto tanto. Ora voglio provare ad aiutare la mia città, a risarcirla di quello che mi ha dato. Vorrei che Metacarso fosse il mio romanzo orale, fatto ascoltando le voci degli altri. Qualcosa che da casa nostra faccia luce sul mondo e chieda al mondo di essere guardata. Ci sono Sundance, Cannes, Spoleto, piccoli centri famosi per i festival che organizzano. Mi piacerebbe che un giorno si dicesse: c'è la biennale a Venezia, il teatro ad Avignone, Documenta a Kassel, Metacarso a Trieste. In fondo sognare in grande non costa nulla».

32 - Liberal 12/01/12 L'uomo che contava le Isole, Francek Drenovec che ha catalogato ogni lembo di terra della Croazia

L'impresa da Guiness dei primati di Francek Drenovec che ha catalogato ogni lembo di terra della Croazia

L'uomo che contava le ISOLE

di Angela Rossi

Ne ha classificate 1223. Una missione impossibile, dettata dall'amore per l'Adriatico, spesso compiuta in modo

In dieci anni le ha visitate praticamente tutte. Tra isole, isolotti e scogli, ha messo piede su ogni lembo di terra emersa sul versante croato del mare Adriatico. Francek Drenovec, sloveno, ha ricostruito, unico al mondo, un elenco particolareggiato della regione. Il sito che può essere consultato da chi è interessato a questo argomento, da Guinness, è:
www.hrvatskiotoci.pdf. Analista economico ed esperto di macroeconomia, origini slovene per parte di padre e croate per parte di madre, ha speso dieci anni del suo tempo e della sua vita per portare a termine quella che è diventata praticamente una missione dettata dall'amore per l'Adriatico. Ha messo piede su tutte le aree tranne le dieci che si trovano nel Parco nazionale delle Brioni, in Istria. Qui esiste un divieto d'accesso. E così Drenovec dal 2001 a oggi è riuscito a contare e inserire nel suo elenco ben 1223 isole: 93 in Istria, 162 nel Quarnero, 265 nella Dalmazia settentrionale, 262 nella Dalmazia sebenzana, 169 nella Dalmazia spalatina e 272 nella Dalmazia meridionale.

«C'è voluta una pazienza certosina - ha dichiarato lui stesso al giornale di Fiume Novi List e al Piccolo di Trieste - ma ne è valsa la pena. Siccome non dispongo di un'imbarcazione propria, mi sono fatto aiutare dalla gente del posto, con gite, gitarelle e semplici puntate sull'area che intendevo conoscere. Ho cercato di arrampicarmi sulle vette più alte di ogni isola visitata, ma non ce l'ho fatta in una cinquantina di occasioni, trattandosi di vette accessibili solo ad alpinisti ben più giovani e in forma del sottoscritto».

Un lavoro che, come lo stesso Drenovic tiene a precisare, può presentare qualche manchevolezza a causa di alcune aree difficili da classificare. In ogni caso sono state classificate 79 isole, 520 isolotti, 227 piccoli isolotti e 397 scogli. E per isola si intende, stando alle enciclopedie cartacee e telematiche, tutto quello che supera un chilometro quadrato di superficie; isolette quelle di 10 mila metri quadrati e tutto il resto di minore superficie viene definito scoglio. Quindi l'Istria ha 2 isole (Brioni Maggiore e Minore), 42 isolette, 32 piccole isolette e 17 scogli. Fiume ha 16 isole, 34 isolette, 20 piccole isolette e 92 scogli. Il resto ricade in terra dalmata.

L'argomento non è di facile composizione, in effetti. Qualche tempo fa, infatti, si era discusso del numero preciso di isole croate e mentre, stando alle cifre dell'Assoturistica nazionale, erano 1244 le terre che emergono dalle acque dell'Adriatico nei confini croati, il Dipartimento cartografico dell'Istituto idrografico della Croazia aveva parlato di 1246 isole. Per stare al passo anche Wikipedia tratta l'argomento citando 991 isole mentre sulla pagina web di Istria.info se ne contano 1233. Alcune fonti indicano che la Croazia ha 66 isole abitate, come il numero di isole che hanno impianti di resort, ma con una diversa composizione. Diciannove in realtà hanno perso i loro residenti permanenti a causa di una diminuzione costante della debole attività economica e il trasferimento degli abitanti nelle case di riposo sulle isole vicine. Se si ripercorre la storia di queste terre non si può non pensare alle loro origini. Esse, infatti, sono state abitate fin dai tempi dell'antica Grecia. Tanto per citare un esempio, Hvar, dove Dionigi di Siracusa fondò una colonia nel quarto secolo a. C.

L'economia principale
isolana proviene dall'agricoltura (soprattutto vino e olive), dalla pesca e dal turismo anche se è relativamente poco sviluppata. Appunto per questo il governo croato prevede diverse forme di sostegno e protezione proprio per stimolare l'economia delle isole. Diverse le iniziative intraprese in questo senso come l'abolizione del pedaggio ponte o biglietti gratuiti per i traghetti per gli abitanti del luogo. Si tratta comunque di terre da sogno. E giusto per ricordare, sono luoghi solo da pochi anni divenuti autonomi. Fino al 1991, anno della guerra, erano parte della ex Jugoslavia. La Croazia o, meglio, la Repubblica di Croazia come recita la: definizione ufficiale (Republika Hrvatska, in croato), ha una popolazione di circa quattro milioni e mezzo di abitanti secondo una stima effettuata nel 2006; ha una superficie territoriale di oltre 56 mila chilometri quadrati ed è una repubblica semipresidenziale. La lingua ufficiale è il croato.

La Regione Istriana, adotta invece ufficialmente il bilinguismo (italiano e croato), ma la sua attuazione varia a livello comunale. Terre che fino al conflitto scoppiato nel 1991 non esistevano. La Croazia entrerà nell'Unione Europea il primo luglio del 2013. Oggi però, grazie a Francek Drenovec, si conosce esattamente il numero di isole che la compongono.

Si ringrazia per la collaborazione l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Gorizia e l’Università Popolare di Trieste

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :

http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/

http://www.arupinum.it