Rassegna Stampa N. 809 – 21 Gennaio 2012

Sommario

33 – ML Histria News 21/02/12 - 10° Concorso della Mailing List Histria (MLH)

34 - Il Piccolo 14/01/12 Intervista al neo-ministro degli esteri - Beni abbandonati degli esuli: riprenderemo i contatti diplomatici con Slovenia e Croazia (Mauro Manzin)

35 – Il Giornale 18/01/12 Caporetto per Profumo bocciato in geografia, clamoroso errore nell’elenco delle scuole italiane: sul sito del Miur compaiono anche gli istituti delle città passate da 60 anni alla Slovenia (Mario Giordano)

36 - La Voce del Popolo 18/01/12 Restauro della chiesa di S. Antonio ad Albona e del campanile col contributo della regione Veneto (Tanja Škopac)

37 - Il Piccolo 20/01/12 Le reliquie di San Marciano donate dal Papa riconquistano Fiume (Andrea Marsanich)

38 – La Voce del Popolo 14/01/12 Speciale - Cittanova : Nell'antica Emonia ogni angolo della città è un museo (Franco Sodomaco)

39 - Corriere della Sera Veneto 18/01/12 Ricordiamoci dei veneti d'Istria (Ivonne Cacciavillani)

40 - Corriere della Sera Veneto 19/01/12 Il Veneto non dimentica (e lo dimostra) l'altra sponda del Golfo di Venezia (Roberto Ciambetti)

41 - Il Piccolo 15/01/12 - 1992 : Ma un nuovo confine divise in due l'Istria Minoranza in pericolo (m.man.)

42 - Il Piccolo 15/01/12 - A Fiume la guerra raccontata in diretta Il dramma dei profughi e dei coscritti mandati a morire al fronte. I dilemmi dei nostri connazionali (Andrea Marsanich)

43 - Osservatorio Balcani 16/01/12 Il giorno del riconoscimento: 15 gennaio 1992 (Stefano Lusa)

44 - Il Piccolo 15/01/12 Slovenia e Croazia sull'atlante d'Europa, dopo il crollo dell’ex Jugoslavia sancita l’indipendenza il 15 gennaio 1992 (Mauro Manzin)

45 - Il Messaggero 17/01/12 Lettere a Roberto Gervaso - Vulgata settaria (Giuseppe Giorgioli)

46 – Il Messaggero 18/01/12 Lettere a Roberto Gervaso- La tragedia delle Foibe (Oliviero Ponte di Pino)

47 – CDM Arcipelago Adriatico 17/01/12 - Spiridione Lascarich, alfiere della Serenissima, l'ultimo libro di Lucio Toth (Rosanna Turcinovich Giuricin)

48 – La Voce del Popolo 14/01/12 Cultura - I «serenissimi» albori del business editoriale, Venezia fu la prima multinazionale del libro, con le più grandi tipografie del XVI secolo (Ilaria Rocchi)

A cura di Stefano Bombardieri

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :

http://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

33 – ML Histria News 21/02/12 - 10° Concorso della Mailing List Histria (MLH)

http://www.adriaticounisce.it/10°_concorso_mlhistria.htm

10° Concorso della Mailing List Histria (MLH)

BANDO DI CONCORSO 2012

PER LE SCUOLE ELEMENTARI E MEDIE SUPERIORI

In occasione del 12° anniversario della sua fondazione, 14 aprile 2000 - 14 aprile 2012

la Mailing List "HISTRIA" con il patrocinio

dell'Associazione per la Cultura Fiumana, Istriana e Dalmata nel Lazio e dell'Associazione dei Dalmati Italiani nel Mondo

bandisce un concorso strutturato in due sezioni A e B.


SEZIONE A - CONCORSO 'MAILING LIST HISTRIA'


A questa sezione del concorso sono invitati a partecipare gli allievi delle Scuole Italiane che hanno sede in Croazia e Slovenia e gli alunni delle Scuole Croate, Slovene e Montenegrine che conoscano la lingua italiana o il dialetto locale di origine veneta ed istriota.

Il Concorso è suddiviso in due categorie ovvero:

a) alunni iscritti alle scuole elementari;

b) alunni iscritti alle scuole medie superiori.

Per ogni categoria il concorso è articolato in due sottocategorie di concorrenti:

1) lavori individuali

2) lavori di gruppo

Per ogni sottocategoria verranno premiati i tre elaborati più significativi.


Il Concorso ML "HISTRIA" 2012 prevede la possibilità di svolgere, a scelta, esclusivamente una sola delle tracce proposte per ogni sottocategoria relativa all'ordine scolastico di appartenenza:

PER LE SCUOLE ELEMENTARI

LAVORI INDIVIDUALI:

Traccia 1: " "Quando sarò grande...": progetti e fantasticherie. "

Traccia 2:
" Ascoltate le pietre, il mare, gli alberi che ci circondano... quali storie vi sussurrano? " Traccia 3: " Descrivi una persona cara. "

LAVORI DI GRUPPO:

Traccia 1: " La musica popolare giuliano-dalmata: differenze e affinità nei vari paesi, città e zone. "

Traccia 2: " I nostri nonni ci raccontano. "Traccia 3: " Prova a immaginare una città ideale senza difetti e inconvenienti nella quale ti piacerebbe vivere. "

PER LE SCUOLE MEDIE SUPERIORI

LAVORI INDIVIDUALI:

Traccia 1: " Molti artisti giuliano-dalmati (i Laurana, Giovanni Dalmata, Francesco Trevisani, Bernardo Parentin, Luigi Dallapiccola ed altri) si sono affermati fuori dalla loro regione. Illustrare qualche personaggio esemplificativo e l'opportunità che nella loro patria d'origine siano ricordati nei toponimi o altre iniziative. "

Traccia 2: " Per secoli la cartografia ha rappresentato il Mar Adriatico con la dicitura " Golfo di Venezia ", perché esso fu davvero a lungo un lago veneziano. Quali monumenti, tradizioni, linguaggi del tuo territorio testimoniano questa realtà del passato e la sua continuità nel presente ? "Traccia 3:

" Molti scrittori e poeti istriani, fiumani e dalmati hanno scritto opere incentrate sulle loro radici. Descrivi l'autore che meglio conosci o che più ti ha colpito. "

LAVORI DI GRUPPO:

Traccia 1: " "Con il crollo ideologico, politico, economico dei sistemi totalitari dell'Est europeo, con gli scossoni strutturali che hanno investito pure la Jugoslavia e con l'avviato processo di democratizzazione della sua vita interna si è aperta una nuova fase della storia del gruppo etnico italiano, ormai sparuto simbolo vivente di un patrimonio di alta civiltà sulla sponda orientale dell'Adriatico" (Antonio Borme, "Lettera aperta ai membri della componente italiana dell'area Istro-quarnerina", maggio 1990). Sono passati ventidue anni: che riflessioni ti ispirano queste parole? " Traccia 2: " L'economia mondiale e quella europea è in fibrillazione, molti stati sono sull'orlo della bancarotta, quale futuro intravedete per la vostra generazione? "

Traccia 3: " Le risorse idriche: senza acqua non c'è vita. "

I testi dovranno essere redatti in lingua italiana o in uno dei dialetti romanzi parlati in Croazia, Slovenia e Montenegro.

E' considerato lavoro di gruppo l'elaborato svolto da almeno due persone.

I temi potranno essere inviati:

- personalmente dagli autori/dalle autrici
- tramite le Scuole di appartenenza
- tramite le locali Comunità Italiane

I testi, con i dati dell'Autore/Autrice o Autori/Autrici (generalità, recapito, classe, scuola frequentata e numero di telefono), identificati da un "MOTTO" dovranno pervenire alla Segreteria della Mailing List "HISTRIA" per posta elettronica all'indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. o in alternativa a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. o Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

oppure si può inviare il tutto per posta raccomandata

alla Segreteria del 10° Concorso Mailing List HISTRIA 2012
c/o Maria Rita COSLIANI
Via Zara, 8/3 - 34170 Gorizia - Italia

inserendo nella busta il tema con i dati dell'Autore/Autrice o Autori/Autrici (generalità, recapito, indirizzo di posta elettronica, classe, scuola frequentata e numero di telefono) identificati da un MOTTO.

Tutti i lavori, inviati sia per posta elettronica che per posta raccomandata, saranno ammessi soltanto se INVIATI entro il 31 marzo 2012. Nel caso di spedizione tramite posta raccomandata farà fede la data indicata sul timbro postale.

Si precisa che ogni singolo concorrente può partecipare solo con un unico lavoro.

In caso di omonimia del nome o del Motto, gli Organizzatori daranno agli elaborati una diversa numerazione in base alla data di arrivo.

La Segreteria della Mailing List HISTRIA invierà alla Commissione di valutazione esclusivamente i testi identificati dal "MOTTO " corrispondente e comunicherà alla Commissione stessa i dati dei Concorrenti solo al termine della valutazione.

Tutti i testi partecipanti al concorso verranno pubblicati sul sito Internet "HISTRIA" http://www.mlhistria.it e sul sito collegato "ADRIATICO CHE UNISCE" http://www.adriaticounisce.it dedicato al concorso letterario indetto da MLHistria.

Inoltre verrà pubblicato un libro, dedicato interamente al concorso letterario ML Histria, che verrà consegnato in omaggio ai ragazzi partecipanti, alle scuole e alle Comunità. Gli autori, pertanto, con la loro partecipazione autorizzano la pubblicazione dei loro elaborati a titolo gratuito sia nel libro che nel sito.

In occasione del XII Raduno della Mailing List "HISTRIA", che si svolgerà a Pisino d'Istria nella primavera del 2012, saranno effettuate le premiazioni ufficiali per ogni singola categoria (scuole elementari e scuole medie superiori) e le relative sottocategorie:

Ai vincitori della 1ª sottocategoria (lavori individuali) saranno assegnati i seguenti premi:

Al 1° classificato Euro 150, al 2° classificato Euro 100, al 3° classificato Euro 75

Ai vincitori della 2ª sottocategoria (lavori di gruppo) saranno assegnati i seguenti premi:

Al 1° classificato Euro 100 e una coppa, al 2° classificato Euro 75 e una coppa, al 3° classificato Euro 50 e una coppa

A tutti gli autori dei testi verrà consegnato un attestato di partecipazione, mentre ai vincitori un diploma, inoltre verrà consegnato un attestato di merito agli insegnanti, alle scuole e alle Comunità che hanno partecipato al concorso;

la Commissione escluderà dal suo esame i testi non allineati con lo spirito del Manifesto della ML "HISTRIA" allegato al presente Bando di Concorso e quelli evidentemente non originali.

Il premio in denaro potrà essere ritirato solo dal diretto interessato o da altri purché munito di delega scritta e firmata dal vincitore e fotocopia di un documento di identità del vincitore stesso. In tutti gli altri casi è prevista la perdita del premio.

Fanno eccezione a questa regola gli autori dei temi residenti in Dalmazia, Croazia e Montenegro, i cui premi verranno ritirati da un qualificato rappresentante dell'Associazione dei Dalmati Italiani nel Mondo presente al momento della premiazione.

I nomi dei componenti la Commissione, in maggioranza membri della Mailing List "HISTRIA", saranno resi noti dopo la data di consegna degli elaborati.

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SEZIONE B - CONCORSO 'ASSOCIAZIONE DALMATI ITALIANI NEL MONDO'

L'ASSOCIAZIONE 'DALMATI ITALIANI NEL MONDO'

ai partecipanti della sezione del A del concorso appartenenti ad entrambe le categorie rappresentate da scuole elementari e da scuole medie superiori e concorrenti nella prima sottocategoria dedicata ai lavori individuali per la quale le tracce proposte sono:

PER LE SCUOLE ELEMENTARI

Traccia 1: " "Quando sarò grande...": progetti e fantasticherie. "

Traccia 2: " Ascoltate le pietre, il mare, gli alberi che ci circondano... quali storie vi sussurrano? "Traccia 3:

" Descrivi una persona cara. "

PER LE SCUOLE MEDIE SUPERIORI

Traccia 1: " Molti artisti giuliano-dalmati (i Laurana, Giovanni Dalmata, Francesco Trevisani, Bernardo Parentin, Luigi Dallapiccola ed altri) si sono affermati fuori dalla loro regione. Illustrare qualche personaggio esemplificativo e l'opportunità che nella loro patria d'origine siano ricordati nei toponimi o altre iniziative. " Traccia 2: " Per secoli la cartografia ha rappresentato il Mar Adriatico con la dicitura " Golfo di Venezia ", perché esso fu davvero a lungo un lago veneziano. Quali monumenti, tradizioni, linguaggi del tuo territorio testimoniano questa realtà del passato e la sua continuità nel presente ? "

Traccia 3: " Molti scrittori e poeti istriani, fiumani e dalmati hanno scritto opere incentrate sulle loro radici. Descrivi l'autore che meglio conosci o che più ti ha colpito. "

assegnerà un premio speciale agli allievi delle Scuole Elementari e delle Medie Superiori situate nell'antica Dalmazia, da Cherso e Veglia fino ai confini con l'Albania, che conoscano la lingua italiana o il dialetto locale di origine veneta/romanza

Per le Elementari: i premi saranno assegnati agli alunni delle Scuole elementari situate nei luoghi storici della Dalmazia in Croazia (1°- 8° classe) e agli alunni delle Scuole elementari situate nei luoghi storici della Dalmazia in Montenegro ('Osnovna škola' dalla 1° all' 8° classe) che partecipano alla sezione A, sottocategoria 1 'lavori individuali'.

Per le Superiori: i premi saranno assegnati agli alunni delle Scuole medie superiori situate nei luoghi storici della Dalmazia in Croazia e agli alunni delle Scuole medie superiori situate nei luoghi storici della Dalmazia in Montenegro ('Srednja škola') che partecipano alla sezione A, sottocategoria 1 'lavori individuali'.

Per questa sezione B del concorso sono pertanto individuate quattro categorie di concorrenti:

a) Scuola elementare situata nei luoghi storici della Dalmazia in Croazia

b) Scuola elementare situata nei luoghi storici della Dalmazia in Montenegro

c) Scuola media superiore situata nei luoghi storici della Dalmazia in Croazia

d) Scuola media superiore situata nei luoghi storici della Dalmazia in Montenegro

Ai vincitori di ogni categoria saranno assegnati i seguenti premi :

Al 1° classificato Euro 100, al 2° classificato Euro 75, al 3° classificato Euro 50

I testi dovranno essere redatti in lingua italiana o nel dialetto di origine veneta/romanza parlato in Croazia e Montenegro.

Le modalità e i tempi di spedizione degli elaborati sono i medesimi del concorso SEZIONE A. La commissione di valutazione, i tempi e le modalità operative della stessa saranno i medesimi del concorso SEZIONE A.

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PREMIO SPECIALE 'ASSOCIAZIONE PER LA CULTURA FIUMANA, ISTRIANA E

DALMATA NEL LAZIO'

L'Associazione per la Cultura Fiumana, Istriana e Dalmata nel Lazio offre un premio di Euro 150 per l'elaborato che meglio valorizza la permanenza della cultura istriana, fiumana, quarnerina e dalmata romanza di stampo autoctono.

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PREMIO SPECIALE 'ISTRIA EUROPA'

Il periodico degli esuli polesani europeisti "ISTRIA EUROPA", diretto da Lino Vivoda, offre un premio di Euro 100 per il miglior tema attinente "L’Istria e L’Europa".

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PREMIO SPECIALE ALLA MEMORIA DI ALESSANDRO BORIS AMISICH
offerto dall'Associazione dei Dalmati Italiani nel Mondo

Verrà assegnato un premio di Euro 100 a insindacabile giudizio della Commissione di valutazione, intitolato alla memoria
del musicista e amico della Mailing List Histria scomparso prematuramente, Alessandro Boris Amisich

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PREMIO SPECIALE 'ASSOCIAZIONE LIBERO COMUNE DI POLA IN ESILIO'

L'Associazione "Libero Comune di Pola in Esilio" offre un premio di Euro 100 per il miglior tema in concorso proveniente dalle scuole elementari di Pola e Euro 100 per il miglior tema proveniente dalla Scuola Media Superiore Italiana "Dante Alighieri" di Pola.

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PREMIO SPECIALE 'ASSOCIAZIONE LIBERO COMUNE DI FIUME IN ESILIO'


L'Associazione "Libero Comune di Fiume in Esilio" offre un premio di Euro 100 per il miglior tema in concorso proveniente dalle scuole elementari di Fiume e Euro 100 per il miglior tema proveniente dalla Scuola Media Superiore Italiana di Fiume.

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PREMIO SPECIALE 'ASSOCIAZIONE CULTURALE

ISTRIANI-FIUMANI-DALMATI DEL PIEMONTE'

L'Associazione Culturale Istriani-Fiumani-Dalmati del Piemonte offre un premio di Euro 100 al miglior elaborato

che metta in risalto il processo di riavvicinamento tra "esuli" e "rimasti" per mantenere vivo il legame delle nostre radici, e proiettarlo nella nuova cornice europea.

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PREMIO SPECIALE 'COMITATO PROVINCIALE DI GORIZIA

DELL’ASSOCIAZIONE NAZIONALE VENEZIA GIULIA E DALMAZIA'

Il Comitato Provinciale di Gorizia dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia offre un premio di Euro 100 per il miglior tema in concorso proveniente dalle scuole elementari e Euro 100 per il miglior tema proveniente dalle scuole medie superiori che
esprima al meglio la particolarità del mondo adriatico orientale.

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I premi speciali si collocano all'interno del Concorso ML Histria 2012, ne seguono le medesime regole e sottostanno alla medesima commissione di valutazione.

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La Presidenza del Concorso MLH

10 gennaio 2012

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MANIFESTO PROGRAMMATICO ML HISTRIA

La ML Histria, sorta per preservare e tutelare l'identità culturale istriana, fiumana, quarnerina e dalmata di carattere italiano, in base allo spirito multietnico dei nostri tempi e svincolata da ogni appartenenza partitica, intende promuovere rapporti di collaborazione con TUTTI gli istituti e TUTTE le organizzazioni che operano nell'attuale regione istriana, fiumana, quarnerina e dalmata, territorio attualmente diviso tra gli Stati Nazionali d'Italia, Slovenia, Croazia e Montenegro, al fine di studiare, custodire e sviluppare l'identità culturale specifica dei territori regionali sopraindicati.

La ML Histria consapevole dell'ineludibile realtà che vede attualmente nella regione la prevalenza della componente slovena e croata rispetto ad altre componenti storiche, come quella italiana, ha per finalità far conoscere e promuovere questa componente ora minoritaria e conseguentemente valorizzare l'identità della Comunità Nazionale degli Italiani in Slovenia, Croazia e Montenegro, cercando di sensibilizzare soprattutto i cittadini ed i mezzi d'informazione italiani.

A questo scopo sollecita la collaborazione di tutti per il superamento d'ogni anacronistica contrapposizione storica tra gli uomini e gli Stati europei di Italia, Slovenia, Croazia e Montenegro al fine di ricostruire insieme la storia, soprattutto il futuro, della regione nel pieno rispetto di tutte le culture in essa storicamente presenti.

La ML Histria riconosce pertanto la necessaria complementarietà di queste etnie che un secolare percorso formativo, venutosi a distillare in quelle terre, ha visto unite in stretti rapporti d'interdipendenza dando vita ad uno "specifico culturale" che, per la sua stessa natura, non può rinunciare a nessuna di queste componenti senza perdere parte significativa della sua originaria identità storica e culturale.

34 - Il Piccolo 14/01/12 Intervista al neo-ministro degli esteri Terzi - Beni abbandonati degli esuli: riprenderemo i contatti diplomatici con Slovenia e Croazia

Terzi: «La Serbia deve entrare nella Ue il prima possibile»

Il neo-ministro degli Esteri: «Il riconoscimento del Kosovo è una condizione che giudichiamo ingiusta e inopportuna»


di Mauro Manzin

TRIESTE Pieno sostegno per l’ingresso della Serbia nell’Unione europea, un rafforzamento del ruolo di Bruxelles nella crescita istituzionale della Bosnia-Erzegovina, ripresa del dialogo con Slovenia e Croazia sui beni abbandonati dagli esuli e nessuna chiusura dei consolati italiani a Capodistria e Spalato. È un’agenda ricchissima quella che il ministro degli Esteri Giulio Maria Terzi di Sant’Agata illustra ribadendo la grande importanza geopolitica ed economica dei Balcani per il nostro Paese.

L’ingresso della Serbia nell’Ue si è alquanto complicato, qual è la posizione italiana?

Sono fiducioso che la questione si possa risolvere nel Consiglio europeo dell’1 e 2 marzo riconoscendo alla Serbia lo status di Paese candidato. Sono stato molto attivo su questo tema fin dallo scorso novembre quando si è delineata questa difficioltà da parte di due o tre Paesi partners di poter sbloccare prima della fine del 2011 questa questione, perchè la valutazione che l’Italia dà a questo avvicinamento della Serbia è incondizionatamente positiva.

Quali i motivi?

Perchè si tratta di un Paese che rappresenta un esempio di rispetto di quelle che sono state le condizioni europee, è stato da ultimo rispettoso degli impegni che aveva assunto nella consegna dei criminali serbi ricercati, si è dimostrato attivo, soprattutto verso la fine dell’anno, nel dialogo con il Kosovo con il raggiungimento di intese precise su materie che erano finalizzate alle condizioni di vita della popolazione kosovara.

Ci sono stati però gli scontri nel Nord del Kosovo...

Incidenti malaugurati e deprecabili che sono costati anche numerosi feriti alle forze della Kfor che erano intervenute per tutelare l’ordine pubblico e questo ha purtroppo fatto precipitare un po’ il clima del negoziato a Bruxelles al momento dell’ultimo Consiglio affari esteri ed europeo.

Come sbloccare l’empasse?

Quella vicenda va contestualizzata e adesso si devono vedere i meriti e i vantaggi politici per tutti di un rapido avvicinamento della Serbia all’Europa.

Pochi giorni fa però il presidente serbo Boris Tadic alla domanda se la Serbia riconoscerà il Kosovo ha risposto: «Mai». Questo non aiuta.

Non aiuta, ma non possiamo porre delle condizioni ulteriori alla concessione dello status di Paese candidato. Noi siamo stati tra i primissimi Paesi a riconoscere l’indipendenza del Kosovo e intendiamo anche promuovere un avvicinamento rapido di Pristina alle istituzioni comunitarie e all’Ue, ma in questi termini vedere nella posizione serba verso il Kosovo un’ulteriore condizione per l’ingresso nell’Ue non sarebbe corretto, tanto più che ci sono diversi Paesi europei che non riconoscono ancora il Kosovo. E poi è interesse dell’Europa avere un’opinione pubblica serba positiva nei nostri confronti e porre ulteriori ostacoli significa invece dare spazio a quelle forze che non sono certo un elemento di stabilità, né per la Serbia, né tantomeno per il Kosovo.

Il ventre molle dei Balcani è costituito dalla Bosnia. Bisognerebbe riscrivere Dayton?

Dayton ha svolto un ruolo fondamentale per la stabilizzazione della Bosnia e fotografa una situazione di multietnicità del Paese con degli equilibri di governo che sono difficili da sostenere ed è per questo che noi abbiamo partecipato agli sforzi per rafforzare l’impianto costituzionale del Paese per renderlo più governabile. E in questa direzione la carta di avvicinamento all’Europa è importante per cui abbiamo sostenuto un rinnovato ruolo di Bruxelles con il rappresentante speciale per l’Ue Sorensenn. Questa è la strada su cui proseguire.

Un messaggio alla Croazia che entra nell’Ue.

Un messaggio di grande amicizia. Dal 1 luglio 2013 lavoreremo assieme a pieno titolo in tutte le istituzioni comunitarie, ma fin da ora è un Paese che è un partner di fondamentale importanza per noi per le questioni sia balcaniche e adriatiche, sia per proseguire la politica di rafforzamento delle istituzioni europee e di allargamento. La Croazia è un Paese di importanza strategica per i Balcani e quindi anche per la politica estera italiana.

Beni abbandonati degli esuli: c’è il conto fiduciario aperto da Slovenia e Croazia alla Dresdner Bank di Lussemburgo dove versare l’indennizzo di 110 milioni di dollari stabilito negli Accordi di Roma del 1983. Lubiana ha già versato la sua quota, Zagabria no. Che cosa farà l’Italia di quei soldi?

Riprenderemo i contatti diplomatici con Slovenia e Croazia per trovare rapidamente una soluzione accettabile per tutte le parti con in prima fila le associazioni degli esuli che sono a noi carissimi per quello che rappresentano per la nostra cultura e per i sacrifici che hanno sopportato in tutti questi anni. Nel 1983 nascevano dei crediti nei confronti di questi esuli e siamo intenzionati a portare avanti il negoziato sulle quote residue che sono a carico della Slovenia per 57,7 milioni e della Croazia di 35,3 milioni.

Nel 2007 l’allora ministro degli Esteri Massimo d’Alema a Lubiana disse che la cifra di 110 milioni di dollari pattuita con l’ex Jugoslavia andava rivalutata. Lei che ne pensa?

È una tesi che si può discutere. I valori stabiliti nel 1983 erano veramente i minimi accettabili da parte dell’Italia, quindi se c’è un qualsiasi margine interpretativo da parte nostra per aggiornare questi valori lo considereremo sicuramente con molta attenzione.

Tagli alla diplomazia: saranno chiusi i consolati italiani a Capodistria e Spalato?

Non ci sarà alcuna chiusura e nessun ridimensionamento, tantomeno a Capodistria e a Spalato se non dopo una riconsiderazione di tutta questa materia su una base della revisione in profondità della spesa dello Stato che il governo farà nei prossimi mesi. Nessuna decisione sarà presa con un colpo di penna o senza valutare a fondo le possibilità di compensare questi ridimensionamenti in modo che mantengano l’efficacia. Per il momento non accade nulla.

Elezioni Usa. Quanto peserà la crisi economica sulla scelta degli americani?

L’economia è una protagonista essenziale della campagna elettorale. Nella fase attuale vi è la sensazione che vi siano, seppure su dati limitati ma comunque significativi, dei miglioramenti, quindi delle chance un po’ più promettenti per l’amministrazione Obama perché la disoccupazione sta calando da sei mesi, qualche aspettativa nel mondo del business si sta rasserenando e si va verso la concessione di esenzioni fiscali alle classi lavoratrici e quindi anche i sondaggi danno Obama in vantaggio, ma la corsa resta apertissima.

35 – Il Giornale 18/01/12 Caporetto per Profumo bocciato in geografia, clamoroso errore nell’elenco delle scuole italiane: sul sito del Miur compaiono anche gli istituti delle città passate da 60 anni alla Slovenia

Caporetto per Profumo bocciato in geografia

di Mario Giordano

Clamoroso errore nell’elenco delle scuole italiane: sul sito del Miur compaiono anche gli istituti delle città passate da 60 anni alla Slovenia. E questi sarebbero i professori...

Al ministero della Pubblica istruzione hanno dimenticato la storia. E anche un po’ la geografia. Hanno lanciato un’iniziativa che «rappresenta il primo passo verso un’amministrazione più moderna e trasparente» (come recita il comunicato ufficiale) e sono incappati in una clamorosa gaffe: hanno inserito fra i Comuni italiani alcune località che non sono più italiane da tempo come Caporetto (oggi Kobarid in Slovenia), Grotte di Postumia (oggi Psotojnska jama in Slovenia), Sesana (oggi Sezana pure lei in Slovenia). O altri Comuni che da tempo non esistono più, come Lucinico, che oggi è una frazione di Gorizia. Se questo era il primo passo del ministero della Pubblica istruzione verso l’amministrazione più moderna e trasparente, si attende con ansia il secondo: scopriranno forse che la Capitale d’Italia è stata spostata da Torino a Firenze? Comunicheranno agli studenti che Giolitti non è il presidente del Consiglio? Si accorgeranno che la Tripolitania non è più una provincia italiana?Ci si può aspettare di tutto da quando al governo ci sono i tecnici. Professionali, sobri, soprattutto competenti, come il premier Monti li vuole. E in effetti ci vuole una bella competenza per ridisegnare in un botto l’intera cartina geografica, facendo fare all’Italia un salto all’indietro di sessant’anni. Secondo voi poteva riuscirci una Gelmini qualunque? Macché: al massimo il suo addetto stampa s’inventava un tunnel sotterraneo, da Ginevra al Gran Sasso, roba da dilettanti allo sbaraglio, insomma. Qui invece ci sono dei professoroni, menti eccellenti, docenti accademici con il baccalaureato al posto giusto. Gente preparatissima, insomma. Sapessero anche dove si trova l’Istria sarebbero perfetti per fare persino i ministri dell’istruzione.Ma, insomma, mica si può pretendere tutto. Che volete? Di fronte a questi cervelloni, a queste menti eccelse, a questo fior fiore dell’intelligenza nazionale bisogna essere un po’ indulgenti. Non sanno com’è finita la Seconda guerra mondiale? Perdonateli: avranno saltato qualche pagina del libro di storia. Magari non erano presenti alla lezione perché seguivano il corso di Sobrietà I al doposcuola per aspiranti bocconiani. Ma siccome sono intelligenti a loro basta poco per recuperare: abbiamo visto che in serata sono subito corsi a correggere l’errore sul sito del ministero. Siamo sicuri che nelle prossime ore faranno passi avanti: qualcuno informerà il ministro Profumo che la colonia del Dodecaneso nell’isola di Rodi non dipende più dal suo dicastero e che sarebbe inutile anche cercare di aprire una scuola elementare a Mussolinia di Sardegna o al rione Dux di Bolzano.C’è sempre tempo per imparare. Profumo (detto anche Profumo d’intesa, come il noto deodorante), alla pari di tutti i membri del governo Monti, ha un curriculum di gran rispetto: già rettore del Politecnico di Torino, professore di ingegneria, presidente di Colombus, Forum di Torino, Panel 09, membro del comitato di indirizzo Italianieuropei, presidente del Cnr. È quello che ci vuole per guidare l’istruzione in Italia, se solo lo avvertissero che Asmara non fa più parte del nostro impero…Del resto lui s’è impegnato molto: «Scuola in chiaro» s’intitola la sua iniziativa. L’ha annunciata con squilli di tromba. Vai sul sito del ministero e esce fuori l’elenco di tutte le scuole in cui è possibile iscrivere i bambini. Peccato che nell’elenco, preso evidentemente da una banca dati un po’ nostalgica, spuntino una serie di Comuni che non sono più italiani. L’ha scoperto il Piccolo di Trieste e il ministro Profumo non ha nemmeno chiesto scusa. Evidentemente fra tecnici sobri e competenti si usa così: compri casa a tua insaputa al Colosseo? Se sei politico ti dimetti, se sei tecnico no. Fai una gaffe imperdonabile al ministero dell’istruzione? Se sei politico ti massacrano, se sei tecnico tutti zitti. Vi pare? Per un tunnel l’addetto stampa della Gelmini fu costretto alle dimissioni. Per la riconquista dell’Istria invece vedrete che non pagherà nessuno. In fondo non sono ignoranti: sono solo diversamente competenti.Che ci possiamo fare? Per i professori è sempre pronta la giustificazione. Sbagliano un congiuntivo? È innovazione grammaticale. Non sanno far di conto? È sperimentazione aritmetica. Si scordano la storia? È perché sono già proiettati nel futuro. Comunque sono intelligenti, eleganti, soprattutto preparati. Così preparati che, per dire, cominceranno la prossima riforma regalando un calamaio a tutte le scuole italiane, dalla Cirenaica all’Isola di Rodi. Senza accorgersi, però, che è proprio questa strada che li porterà diritti a Kobarid. Cioè alla loro Caporetto. Potrebbero anche evitarla, sicuro: ma dovrebbero almeno sapere dov’è.

36 - La Voce del Popolo 18/01/12 Restauro della chiesa di S. Antonio ad Albona e del campanile col contributo della regione Veneto

L'intervento sarà possibile grazie ai mezzi stanziati dalla Regione Veneto
Restauro della chiesa di S. Antonio

ALBONA – Nel Programma per la costruzione degli impianti e l’infrastruttura comunale, che la Città di Albona ha stilato per il 2012, figura pure il restauro della chiesa di Sant’Antonio di Padova e del campanile nel centro storico albonese. Al recupero del campanile si sarebbe dovuto provvedere già nel 2011, ma l’intervento è stato rimandato al 2012 perché nel frattempo il progetto era stato candidato al ministero della Cultura.
Entrambi i progetti godranno del contributo finanziario della Regione Veneto, in virtù del documento sugli "Interventi per il recupero, la conservazione e la valorizzazione del patrimonio culturale di origine veneta nell’Istria e nella Dalmazia".
Secondo quanto ci ha confermato Anamarija Lukšić, assessore all’Assetto territoriale della Città di Albona, per il campanile è previsto un importo di 235mila kune, di cui 75mila dalla Regione Veneto e 100mila dal preventivo statale, mentre il resto sarà stanziato dal bilancio cittadino.
Per i lavori di restauro, che dovrebbero interessare la chiesa di S. Antonio di Padova, che si trova nei pressi della sede municipale, sono previste 450mila kune, di cui 430mila della Regione Veneto. Dopo il rinnovo del tetto, avvenuto circa dieci anni fa, la chiesa, costruita nel periodo barocco e che stando a Vedran Kos, del Museo civico di Albona, non è in funzione da almeno 80 anni, dovrebbe essere interessata dal restauro degli interni. Stando ad Anamarija Lukšić non si sa ancora quando inizieranno i lavori al campanile e alla chiesa. Nell’anno appena incominciato dovrebbero svolgersi pure i lavori finali alla chiesa di Santa Maria Maddalena, situata lungo la strada tra la città vecchia e il cimitero albonese. Ricordiamo che già nel 2011 sono stati effettuati importanti lavori all’edificio, grazie al finanziamento della Regione Veneto. L’investimento complessivo in questo caso è di oltre 400mila kune, di cui circa 290mila versate dalla Regione Veneto. "Con i mezzi ancora a disposizione si provvederà al restauro dell’altare e degli affreschi", conferma la Lukšić, facendo riferimento a 125mila kune.
Tra le chiese che la Città intende restaurare vi è pure la chiesa dei Santi Cosma e Damiano. Stando al preventivo 2012, per quest’anno è in programma la stesura del progetto di restauro della chiesa. Quest’anno è previsto l’esborso di 65mila kune, mentre per il 2013, quando i lavori dovrebbero essere avviati, l’importo salirà a 400mila kune.

Tanja Škopac

37 - Il Piccolo 20/01/12 Le reliquie di San Marciano donate dal Papa riconquistano Fiume

Le reliquie del Santo donate dal Papa riconquistano Fiume

Il sarcofago restaurato di San Marciano torna in Duomo

Domenica sarà esposto al pubblico dopo una lunga assenza

di Andrea Marsanich

FIUME È tornato nella sua "casa" dopo un’assenza di parecchi decenni e la speranza delle autorità religiose è che sia nuovamente venerato come in passato, con il culto andato in disuso durante la Prima guerra mondiale. San Marciano, o quanto resta del suo corpo, si trova nuovamente nella Chiesa dell’Assunta a Fiume, il Duomo come lo chiamano i locali i cui bisnonni, trisnonni e più in là invocavano questo martire per poter vivere in pace, affinché evitasse guerre alla città dell’aquila bicipite. Questa reliquia di grande valore, collocata in un sarcofago di legno e vetro, sarà esposta al pubblico nel corso della messa che domenica, dalle 10, verrà celebrata nel Duomo. Il sarcofago sarà posizionato sull’altare laterale di Sant’Antonio di Padova. Ha una storia particolare questo santo la cui memoria ricorre il 16 settembre, assieme ai santi Giovanni, Abbondio e Abbondanzio: la reliquia fu donata a Fiume nel 1662 da Papa Alessandro VII su richiesta avanzata al Santo Padre dall’imperatore austriaco Leopoldo I. Il corpo mummificato, proveniente probabilmente dalle catacombe di San Callisto a Roma, venne collocato nel tempio fiumano più importante all’epoca, la Chiesa dell’Assunta appunto, e per quasi 200 anni situato accanto all’altare centrale. Nel 1849 fu posto invece sul citato altare di Sant’Antonio. Diversi decenni fa, in seguito a lavori di restauro del Duomo, sarcofago e reliquia vennero trasferiti nella piccola Chiesa di San Sebastiano, nella Cittavecchia fiumana, e qui dimenticati. Sono stati scoperti per caso dalla conservatrice fiumana Dolores Ostric, che 10 anni fa aveva voluto ispezionare il piano superiore della chiesetta. San Marciano era nascosto dietro un armadio, riposto nel suo sarcofago rivestito di tessuto rosso su cui è ricamata la scritta in filo d’argento Marcianus M. Senatore romano e martire, vissuto a cavallo del III e IV secolo dopo Cristo, ai tempi dell’imperatore Diocleziano, San Marciano (il Martirologio romano comprende una quindicina di Marciano) è tornato nel Duomo nel 2008 e l’anno scorso ha preso la via di Zagabria dove per mesi è stato sottoposto a restauro e ricerca da specialisti della capitale, guidati da Sandra Vujcic Lucic. Un’operazione condotta senza metodi invasivi.

38 – La Voce del Popolo 14/01/12 Speciale - Cittanova : Nell'antica Emonia ogni angolo della città è un museo

Speciale

a cura di Franco Sodomaco

Spulciando tra argomenti di particolare attualità e ricco passato di una delle località
di villeggiatura più belle dell'Istria
Nell’antica Emonia ogni angolo della città è un museo

Fra le località istriane più dinamiche della costa occidentale della penisola troviamo Cittanova. Fino al 1993 satellite dell’ex Comune di Buie, uno dei più poveri di allora, Cittanova ha oggi lo status di città, cosa che le permette di avere istituzioni proprie e uffici di carattere regionale. Baluardo della Dieta democratica istriana, Cittanova con il sindaco Anteo Milos, negli ultimi anni ha lasciato molte altre città a metà strada, investendo molto nel proprio futuro: ha costruito il nuovo palazzetto dello sport, ha agevolato e aiutato, con l’Unione Italiana e l’Università popolare di Trieste, la costruzione della locale Comunità degli Italiani e realizzato in pochi mesi il nuovo asilo misto croato-italiano, ha aumentato il tenore di vita dei suoi abitanti, che nel 2010 hanno conseguito il reddito pro capite più alto in Croazia.

BILANCIO Anche la finanziaria per il 2012, approvata alla fine del dicembre dell’anno scorso, è tutta finalizzata alla crescita e allo sviluppo di Cittanova, che ha approvato aumenti a favore dell’istruzione del 5,2 per cento, per la Biblioteca civica del 3 per cento e per il Museo dell’8 per cento. Le locali autorità hanno dimostrato grande sensibilità pure per l’imprenditoria e per l’artigianato, per il sovvenzionamento dell’acquisto di piantine per l’agricoltura, per tutto il settore comunale e infrastrutturale e buona apertura per l’utilizzo dei fondi dell’Unione europea. Il bilancio complessivo per il 2012 - documento approvato con il consenso di tutti i consiglieri - ammonta a 55 milioni di kune. Ma l’anno 2011 non è stato facile. Basti pensare alle scaramucce che avevano interessato ad esempio l’HDZ locale, i cui consiglieri che ne sono usciti ,come Davor Renić e Jasminka Bojanac, assieme all’indipendente Timea Ritoša, hanno costituito un loro club. Nell’ambito del Consiglio opera ancora il club dei consiglieri della DDI, mentre da franchi tiratori figurano il consigliere rimasto dell’HDZ, quello dell’SDP e quello dei Verdi. Comunque sia quest’anno 100mila kune andranno per le piantine che saranno acquistate per incentivare l’agricoltura, 60mila per i bambini con difficoltà nello sviluppo causate da paralisi celebrare o altre patologie e 10mila per i siti speleologici. Anche se per portata è inferiore al 2011, Cittanova è soddisfatta del bilancio approvato, considerato stabile e migliore di altre città della Croazia che hanno lo stesso numero di abitanti.

I GRANDI PROGETTI Dopo aver già fatto centro con il collettore della canalizzazione, inaugurato l’anno scorso, Cittanova cerca ora di utilizzare al massimo i fondi dell’Unione europea per il finanziamento dello stadio di calcio, del porticciolo di Daila, della tangenziale e di un depuratore, attraverso un investimento comune con le altre città della costa, per un importo di 200 milioni di kune. Si pensa inoltre di trasformare il cinema in un vero e proprio Centro multimediale, e la discarica edile di Salvella in un Centro per il riciclaggio degli scarti di materiale da costruzione. Si pianifica insomma uno sviluppo armonico, completo, basato su investimenti concreti, dei quali alcuni sono già in fase ultimativa. Tempo 5-10 anni, e Cittanova dovrebbe dunque cambiare molto, ma soprattutto garantire ai propri abitanti benessere, nuovi posti di lavoro e tante prospettive per un migliore futuro. Nella cava di pietra di Antenal alla foce del Quieto, è stato progettato un marina del valore di 100 milioni, e in zona Prascheria s’intende costruire un complesso turistico da 115 milioni di euro. Sarà un vero e proprio paradiso del golf, che si estenderà su 84,8 ettari di terreno e che avrà 800 posti letto in ville di lusso. Gli impianti ricettivi occuperanno 12,24 ettari, mentre i campi da golf si estenderanno si ulteriori 72,56 ettari di terreno. Fra le altre novità assolute e importanti per Cittanova, ma anche per l’Istria, va ricordata la clinica ortopedica del valore di 15 milioni di euro che sarà costruita da partner russi.

DA DAILA ALLE FOCI DEL QUIETO La città di Cittanova è situata sulla costa nord-occidentale della penisola istriana. Dista 25 chilometri dal confine con la Slovenia, e dunque dalla frontiera che ancora per poco separerà la Croazia dall’Unione Europea, e appena una quindicina di chilometri dai vicini centri urbani di Parenzo, Umago e Buie. Il territorio cittadino si estende su 27 chilometri quadrati, e va da Daila, a nord, fino alla foce del fiume Quieto a sud. Il territorio della municipalità comprende formalmente cinque località, che sono Antenal, Businia, Daila, Mareda e Cittanova.


Secondo i dati del penultimo censimento della popolazione (quello del 2001), Cittanova aveva 4.002 abitanti, dei quali 1.889 uomini e 2.113 donne. Il numero complessivo delle persone che avevano un impiego in tale data era di 1.627 (871 uomini e 756 donne). La maggioranza della popolazione, dieci anni fa, si dichiarava di nazionalità croata (2.796 abitanti ovvero il 69,87 per cento). Al secondo posto figuravano i cittadini di nazionalità italiana (511 abitanti, ossia il 12,77 per cento); per il resto gli abitanti dell’area di competenza municipale sono albanesi (123, ossia il 3,07 per cento); serbi (81 abitanti e dunque il 2,02 per cento) e sloveni (75 abitanti - 1,87 per cento). L’area territoriale occupata dall’odierna città era abitata fin dall’antichità. Numerose sono infatti le località di grande interesse archeologico in cui, nel corso degli anni, studiosi e ricercatori hanno rinvenuto tracce di rilevante importanza per la storia del territorio.


Le prime tracce scritte su Cittanova risalgono al VII secolo. La località viene citata a quell’epoca con il nome latino di Neapolis. Duecento anni dopo è detta Civitas Novum. Nel XII secolo, invece, la si cita in atti ecclesiastici come Emonia o Aemonia. Era importante sede vescovile già nel V e nel VI secolo e lo è stata fino al 1831. I vescovi di Cittanova, quali suffraganei agli arcivescovi di Aquileia e di Grado, estendevano in passato la loro giurisdizione su tutto il territorio che va a nord fino al fiume Dragogna, e a sud est fino al fiume Quieto.


A causa della sua particolare ubicazione geografica (è stata costruita su una piccola penisola) e del suo naturale circondario, Cittanova è stata spesso, in passato, al centro di ricchi accadimenti storici. A volte confusa con Emona, ovvero l’odierna Lubiana, l’antica Emonia fu sede vescovile almeno dalla fine dell’VIII secolo. Nell’anno 801, con il consenso del Papa, Carlo Magno attribuì il vescovado di Cittanova al patriarca di Aquileia; 75 anni dopo in una delle loro scorrerie i pirati narentani la distrussero. Nel 1038 Corrado I donò ai vescovi di Cittanova la baronia di San Lorenzo in Daila. Nel 1146, secondo la leggenda, i corpi dei Santi Pelagio e Massimo, patroni di Cittanova, più tardi trafugati, furono deposti nella loro tomba della cripta della Cattedrale, consacrata ai due patroni e a Santa Maria. La sede vescovile di Cittanova venne soppressa nel 1828.


La cittadina visse il suo periodo di massimo splendore tra l’VIII e il XI secolo, quando, come sede del conte francescano Giovanni, divenne centro indiscusso dell’emergente feudalesimo, aggregandosi così al palcoscenico della cultura europea. A causa delle numerose guerre e delle pestilenze che ne conseguirono, tra il XVI e il XVII secolo la città visse un periodo di ristagno. Come molte altre località istriane, anche Cittanova ha attraversato le egemonie bizantina (VI-VII secolo), franca (VIII - IX secolo), tedesca (X-XI secolo), veneta (1270 - 1797), napoleonica (1805 - 1813), austro-ungarica (1814 - 1918), italiana (1918 - 1943) e jugoslava (dalla fine della seconda guerra mondiale alla proclamazione dell’indipendenza della Croazia), adeguandosi attraverso i secoli alle varie situazioni, e ciascuno di questi periodi ha lasciato nella città tracce e testimonianze che oggi rappresentano una ricchissima eredità.


IL MUSEO DELLE LAPIDI E LA BASILICA DI SAN PELAGIO Il museo delle lapidi di Cittanova rappresenta una raccolta di pietre monumentali di provenienza antica, con iscrizioni e tanti elementi di architettura, soprattutto capitelli, pilastri, stemmi, davanzali, cornici, transenne e altri elementi di mobilio liturgici, ed è una delle collezioni di più rilevante importanza in Istria e in Croazia. L’edificio in cui sono conservati tali reperti è un capolavoro del design moderno che si è inserito benissimo nel centro storico della città. Gli architetti lo hanno fatto erigere in un bel parco, e gli hanno voluto dare la forma di due scatole nere. Ricorrendo all’uso di pareti di vetro hanno ottenuto un eccezionale effetto di trasparenza e accessibilità della struttura. I monumenti in pietra esposti all’interno sono un centinaio, e abbracciano il periodo che va dal I al XVIII secolo. Si tratta principalmente di elementi di architettura sacra della chiesa patronale di San Pelagio, originariamente consacrata anche a San Massimo a San Pelagio e a Santa Maria. Uno dei monumenti più interessanti del Lapidario è sicuramente il ciborio del vescovo Maurizio, della fine dell’VIII secolo, proveniente dalla chiesa parrocchiale. Fu realizzato ai tempi di Carlo Magno, quando Cittanova, oltre a essere diocesi, era anche sede del potere temporale franco. Lo spazio del museo nel quale è oggi esposto il prezioso ciborio, imita il battistero nel quale esso si trovava originariamente.


La basilica di Cittanova, oggi chiesa parrocchiale ma fino al 1831 cattedrale, è una costruzione sacra a tre navate. Deve il suo aspetto al periodo tardo cristiano, ovvero al V o VI secolo, epoca in cui venne fondato il vescovado di Cittanova. Le tracce di tale epoca sono riscontrabili sul muro longitudinale che dà a nord della basilica, dove nel 1972 vennero scoperte delle finestre risalenti al periodo tardo cristiano. Grazie a scavi archeologici oggi si sa che rutta la zona circostante la cattedrale era in un lontano passato margine all’antico abitato romano, e presentava caratteristiche di area cimiteriale, tipica di insediamenti paleocristiani. Nell’ambito del complesso della cattedrale c’erano un tempo il battistero, che fu abbattuto nel 1782, e l’episcopio, demolito nel 1874, anno in cui fu eliminato pure il campanile originale che era attaccato alla facciata della chiesa, per farne erigere uno nuovo, del tutto autonomo, che ha sulla sua cuspide un’interessante statua che raffigura San Pelagio vestito da diacono, con la palma del martirio e le ali segnavento. Nel corso dei secoli la cattedrale di Cittanova fu sottoposta diverse volte a interventi di restauro, rinnovo o ricostruzione. Avvennero nel 1408, nel 1580, nel 1746 e nel 1775. Nel medioevo gli spazi interni della basilica erano abbelliti da affreschi dei quali oggi rimangono purtroppo soltanto delle tracce al di sopra di uno degli altari laterali. L’odierna facciata della chiesa, in stile neoclassico, risale al 1935.


LA CRIPTA SACCHEGGIATA DAI GENOVESI La caratteristica dello spazio interno della chiesa è rappresentata dal coro profondo, con l’altare principale in stile barocco, sotto al quale si trova una cripta di periodo tardo romanico; è una delle poche in Istria e in Croazia. La cripta è a due vani e a tre navate ed è fatta ad arcate cruciformi. Durante delle ricerche archeologiche avvenute nel 1895, quando si andava alla ricerca delle fondamenta della basilica del periodo paleo cristiano, nella cripta vennero trovati dei frammenti medievali e parti del mobilio liturgico oggi esposto nel Museo delle lapidi. Sotto il demolito altare della cripta venne alla luce la fossa di una tomba la cui lastra di copertura, recante all’interno una croce e la scritta Pelagius, faceva parte della pavimentazione. Su quattro colonne in marmo greco con basamenti di pietra che presentavano delle iscrizioni, è stato rinvenuto inoltre un sarcofago vuoto fatto costruire dal vescovo Adamo nel 1046, nel quale si presume venissero conservate le reliquie dei Santi Pelagio e Massimo, protettori della città, prima che queste fossero portate via ai tempi della Guerra di Chioggia dai Genovesi. Oggi i resti dei Santi patroni di Cittanova si trovano, infatti nella cappella dei Doria, nella chiesa dell’Abbazia di San Matteo, a Genova. Dal 1997 nella cripta sono in corso ulteriori ricerche che vengono eseguite sotto la diretta supervisione degli esperti del Dipartimento per la conservazione del patrimonio artistico e architettonico con sede a Fiume che fa capo al ministero della Cultura. Nel 1998, nell’ambito di tali interventi all’interno della cripta sono state aperte tre bifore risalenti al periodo preromanico.


IL CROCIFISSO DI SANTA MARIA DEL CARMINE Restaurato in Italia, il crocefisso ligneo rinascimentale della chiesa di Santa Maria del Carmine, al quale vengono attribuiti poteri miracolosi, è ritornato l’anno scorso a Cittanova. Per il delicato intervento, eseguito nel laboratorio di Giovanna Menegazzi e Roberto Bergamaschi, la Regione Veneto aveva stanziato 20mila euro, attingendo dai fondi previsti dalla Legge per il recupero del patrimonio artistico culturale di origine veneta in Istria e in Dalmazia. Nel laboratorio specializzato il crocifisso è stato dapprima sottoposto a pulitura e quindi alla disinfezione dai microrganismi, avvenuta in una camera senza ossigeno per la durata di sei settimane. Quindi si è proceduto al risanamento di alcune parti del volto e dei piedi del Cristo e della croce, e infine alla riverniciatura. A controllare le operazioni erano stati Nataša Nefat e il prof. Ivan Matejčić, due esperti istriani dell’Ufficio per la conservazione dei beni culturali.
Nella chiesa della Madonna del Carmelo, che risale al 1450, hanno pregato, lavorato e predicato i domenicani, gli agostiniani e i frati francescani minori conventuali - glagoliti.


IL CONTESTATO MONASTERO Nelle immediate vicinanze di Cittanova, in riva al mare, c’è il paesino di Daila. Qui si trova un prezioso insieme architettonico che, per la sua bellezza e per la sua lunga e tortuosa storia, attira da sempre molta attenzione.
In una lettera datata 1881 e scritta da Marco Tamaro, all’epoca segretario della Società istriana di Archeologia e Storia Patria, in cui egli descrisse un viaggio fatto da Pirano a Parenzo in piroscafo, si legge ad esempio: "Dal mare con dolce declivio il terreno s’innalza gradatamente, e su su, sopra un colle più d’ogni altro alto, vedi Buie la spia dell’Istria. E d’ogni intorno, sui cucuzzoli, nelle insellature dei colli, sdraiati sui pendii, casolari, cascine, ville e campanili. Ecco Matterada, Carsette, Verteneglio, Villanova e via. In fondo al quadro, lontan lontano, azzurrognolo, il Monte Maggiore. Alla spiaggia, specchiantesi quasi nel mare, prima San Lorenzo, poi il castello di Daila già appartenente al vostro Grisoni ed ora ai frati, da lui lasciati eredi di quel vasto ed ameno podere. Qual incanto qui, che bei boschi d’olivi tutti attellati in file regolari come un’armata disposta alla rivista!"

Nel sito di Daila sorgeva fin dall’antichità un centro monastico religioso di origini bizantine e probabilmente qualche colonia romana precristiana. L’insieme architettonico di Daila ottenne l’odierno aspetto nel 1839, in base a un progetto dell’architetto francese Gabriel Le Terrier de Manetot realizzato per disposizione del conte Santo Grisoni, ricchissimo nobile capodistriano di stirpe veneta. Ed è proprio alle origini del suo architetto che si attribuisce l’impronta di neoclassicismo francese, unica su territorio istriano, che ha questo prezioso complesso, oggi al centro di una polemica contesa.

Sull’area di un’antica costruzione quadrangolare incorniciata tra quattro torri, che indussero in passato la popolazione del luogo a dare alla costruzione l’appellativo di "castello", Le Terrier de Manetot progettò un’elegante villa a due piani affiancata da due palazzi praticamente identici. Rispettando l’aspetto che aveva la costruzione precedente, l’architetto francese lasciò intatta la chiesa in stile barocco di San Giovanni Battista, consacrata nell’anno 1783, che si trova a est dall’edificio principale, facendo erigere dirimpetto all’edificio sacrale una nuova costruzione di stesso manto architettonico della chiesa, che era un tempo alloggio del cappellano.

Il complesso superstite fu insediamento monastico dei benedettini fino al 1948, quando i frati vennero perseguitati e cacciati dalle autorità dell’epoca. Fino al 1989 l’ex monastero aveva la funzione di casa del pensionato e di ospizio per i poveri.

39 - Corriere della Sera Veneto 18/01/12 Ricordiamoci dei veneti d'Istria

RICORDIAMOCI DEI VENETI D'ISTRIA

di IVONE CACCIAVILLANI

Le celebrazioni per l'approvazione dello Statuto - buona ultima la nostra Regione a darselo dopo la riforma del titolo V della Costituzione - hanno sottolineato dai vari punti di vista politici la differenziazione dei non-veneti rispetto al «prima i Veneti». Lasciamo per un attimo da parte la classificazione per nascita per soffermarsi sulla veneticità per cultura, lingua e senso d'appartenenza storica.
Ci si è dimenticati di quello che si può ben considerare l'altro Veneto - Istria e Dalmazia - dell'altra sponda del Golfo di Venezia, come veniva abitualmente indicato nelle carte geografiche settecentesche il mare Adriatico. Due recenti fatti non si possono ignorare: la crisi scoppiata tra Croazia e Vaticano per l'attribuzione dell'Abbazia benedettina di Daila, alle porte dell'antica Podestaria veneziana di Cittanova, all'Abbazia padovana di Praglia e la risposta data, nell'ultimo censimento generale della popolazione indetto dalla Croazia, alle domande relative alla nazionalità e alla madrelingua italiana. L'Abbazia di Daila nei secoli andati era stata lasciata per testamento all'Abbazia di Praglia, che l'aveva sempre amministrata. Venne confiscata dal regime comunista e, dopo lo scioglimento dello Stato iugoslavo, restituita dalla Croazia alla Chiesa cattolica, identificata nella Diocesi di Pola Parenzo, nel cui territorio essa si trova. Praglia ne ha rivendicato la titolarità e il Vaticano ha accolto la domanda e gliene ha attribuito la proprietà. Per tutta risposta la Croazia ha revocato la restituzione alla Chiesa del monumento, aprendo una crisi diplomatica col Vaticano di cui non è possibile prevedere esito e fine.
Ben più grave la vicenda del censimento; a dichiarare o la «nazionalità storica» o la madrelingua italiana fu lo 0,4% della popolazione, quando anagraficamente gli «oriundi» dovrebbero essere circa l'8/10%. Come dire che storicamente ed etnicamente molti lo sono, ma non lo dichiarano più e non è a credere per vergogna, ma proprio per disinteresse. Non si sentono più italo-veneti, quando fino a pochi anni fa per le stradine delle splendide cittadine della Costa si sentiva un dialetto veneto zampillante come una musica. Il discorso non è evidentemente di conquista, ma di presenza e di cultura. Presenza: ricordarsi dei fratelli istriani e nei limiti del possibile «assisterli». A cominciare dal bilinguismo nelle scuole e nelle indicazioni stradali. Le une e le altre dovrebbero esserci per trattato, ma spesso mancano affatto. Per le scuole - specie nelle piccole comunità - la prevalenza del croato rende problematica la presenza dell'insegnamento in italiano e vi si ripropongono esasperati i problemi delle nostre scuole nelle località isolate e di montagna.
Ma per le indicazioni stradali il discorso è ben diverso: dovrebbero servire a noi che ci andiamo per turismo; ma servono enormemente anche «a loro», come testimonianza d'una presenza culturale e identitaria, oltre che fisica. Piccole cose che non coinvolgono impiego di risorse, ma attenzione e presenza. Abbiamo un assessorato regionale all'Identità veneta; perché non crearne una sezione per i Veneti d'Istria, per curare gli scambi culturali e testimoniare un'affinità che affonda le sue radici in secoli di storia (con lo splendore dell'arte che fa delle cittadine della costa quasi dei sestieri della Serenissima)

40 - Corriere della Sera Veneto 19/01/12 Il Veneto non dimentica (e lo dimostra) l'altra sponda del Golfo di Venezia

Il Veneto non dimentica (e lo dimostra) l'altra sponda del Golfo di Venezia

di Roberto Ciambetti*

Con un bell'intervento, Ivone Cacciavillani invita la Regione del Veneto a farsi carico dello storico legame, che unisce tutte le comunità di quelle terre che s'affacciano su quello che un tempo era chiamato Golfo di Venezia. Con rammarico il giurista nota che manca un accenno nel nuovo Statuto approvato dal Consiglio regionale a questo Veneto di là dall'Adriatico.
Cacciavillani non ha tutti i torti nel lamentare l'italico disinteresse verso quelle comunità la cui storia s'intreccia strettamente con la Serenissima fin da prima dell'impresa di Pietro II Orseolo. E ha ragione nel dire che lo stato Italiano s'è dimenticato di questi veneti di là del confine un tempo jugoslavo, oggi croato. Potrei aggiungere che questa disattenzione non nasce solamente dalle ben note e tragiche vicende del secondo dopoguerra: s'avverte nella negligenza italiana una sorta di «damnatio memoriae», con la quale cancellare non solo il ricordo di una pagina durissima e dolorosa, ma anche la memoria della storia di terre dove popoli di fedi, lingue e culture diverse avevano convissuto pacificamente per secoli sotto l'egida della bandiera veneziana.
La negligenza italiana ha portato a risultati paradossali: l'ex presidente croato Stjepan Mesic, inaugurò, nel silenzio della Farnesina, un paio d'anni fa nella città cinese di Yangzhou il museo dedicato a Marko Polo, «viaggiatore del mondo nato in Croazia che ha aperto la Cina all'Europa», come disse Mesic. Qui, l'amnesia italiana sui fatti post bellici c'entra poco e piuttosto abbiamo la riprova di una trascuratezza insopportabile. Usando una immagine di drammatica attualità, potremo dire che per quanto riguarda Istria e Dalmazia il comandante italiano ha abbandonato la nave, lasciando i suoi passeggeri al loro tragico destino.
Il comandante, ma non i Veneti e qui devo non dico correggere Cacciavillani ma almeno precisare un dato: la Regione del Veneto, da anni ha dato vita e sostiene progetti di recupero architettonico, culturale, artistico delle testimonianze storiche, in virtù anche alla Legge 15 del 1994 «Interventi per il recupero, la conservazione, la valorizzazione del patrimonio culturale di origine veneta nell'Istria e nella Dalmazia». Da presidente del Comitato Istria e Dalmazia posso testimoniare che, con il sostegno del Consiglio e Giunta Regionale, si è fatto molto in questi anni, tantissimo in silenzio, con la discrezione che spesso contraddistingue la mentalità veneta più propensa al fare che al dire; si è fatto molto, grazie al lavoro di tantissime persone, che hanno nel cuore un passaporto ideale, con il Leone di San Marco e le stelle europee sullo sfondo. L'elenco degli interventi è lunghissimo, come lungo è l'elenco delle cittadine, monumenti, chiese, palazzi, edifici storici, ma anche ricerche, pubblicazioni, studi in cui la Regione è intervenuta dall'Istria sino al Montenegro, a Cattaro, Perasto da Lussino fino all'isola di Curzola, riuscendo anche a far partecipare in questa impresa e contribuire istituzioni prestigiose come Venetian Heritage Onluss.
Sempre con la giusta discrezione, poi, abbiamo lavorato per contribuire a formare sulla normativa europea le istituzioni istriane, coinvolgendo enti, comunità italiane, le istituzioni locali in programmi comunitari. Il Veneto non ha dimenticato l'altra sponda dell'Adriatico e con essa vuole guardare al futuro nel nome di una cultura antica segnata dalla civile e mutua convivenza di popoli, culture e fedi diverse in una Europa nazione di popoli non più suddita smemorata di banche e banchieri, di agenzie di rating e speculatori d'oltreoceano.

*Presidente del Comitato Istria-Dalmazia

41 - Il Piccolo 15/01/12 - 1992 : Ma un nuovo confine divise in due l'Istria Minoranza in pericolo

Ma un nuovo confine divise in due l’Istria Minoranza in pericolo

La questione dei beni abbandonati degli esuli ritorna nell’agenda diplomatica. Gli sloveni chiedono reciprocità

TRIESTE Due nuovi Stati sulla geografia politica europea non spuntano dal nulla senza portare con sè i problemi ereditati dalla storia. Due nuovi Stati che "sconvolgono" la vita alla gente di confine. Perché, oltretutto, proprio un nuovo confine viene a tagliare in due l’Istria dove vive la minoranza italiana. Che si ritrova così divisa in due, addio unitarietà. C’è poi tutta la tematica collegata alla reciprocità di tutela per la minoranza slovena in Italia. Senza dimenticare la questione dei beni abbandonati dagli esuli visto che Slovenia e Croazia subentrano alla defunta Jugoslavia negli impegni assunti con il Trattato di Osimo (1975) e gli Accordi di Roma (1983), "eredità" riconosciuta dall’Italia con relativa legge pubblicata sulla Gazzetta ufficiale. E proprio la questione dei beni e la loro restituzione costituirà l’unico vero ostacolo all’avvicinamento della Slovenia all’Unione europea, con il governo italiano che pone il veto al trattato di associazione di Lubiana. Caduta la Jugoslavia cade la nazionalizzazione delle proprietà. Gli esuli chiedono di rientrare in possesso dei beni abbandonati. Ma La Slovenia e la Croazia dicono di no.

Subentra una lunga stagione di incontri bilaterali segnati da una profonda tensione. Fino alla firma del cosiddetto Piano Solana che concedeva ai cittadini vissuti per almeno 5 anni nel territorio della ex Jugoslavia un diritto di prelazione per l’acquisto di beni immobili in Slovenia. Già, acquisto e non restituzione. E il vulnus permane, ancora oggi. In Istria l’Unione italiana si risveglia spezzata in due. Anche qui gli incontri si susseguono con le diplomazie sudate nella ricerca di una soluzione. Non facile visto che coinvolge due nuovi Stati. Alla fine Lubiana e Zagabria concedono personalità giuridica all’Unione italiana. E oggi con l’ingresso della Croazia nell’Unione europea l’operazione ricongiungimento può dirsi praticamente conclusa. E proprio il 15 gennaio è un giorno incandescente per i problemi degli sloveni in Italia. Alla commissione esteri del Parlamento sloveno il capo della diplomazia, Dimitrij Rupel ha laceranti discussioni, fino a notte inoltrata, con gli esponenti della minoranza slovena che vive in Italia a proposito della richiesta reciprocità del trattamento delle rispettive minoranze. Rupel se ne va sbattendo la porta, il governo di Lubiana decide di non firmare il protocollo d’intesa e tutti i rapporti con la vicina, amica repubblica italiana restano per ore sul filo del rasoio fino al pericolo di rottura. Poi si decide di rinviare tutto alla consueta commissione mista di studio, cioè di congelare per qualche tempo il problema, e il console Cristiani presenta le proprie credenziali al ministro Rupel. Sarà anche questa una questione che impegnerà a lungo le due diplomazie fino all’approvazione degli atti attuativi della legge per la tutela della minoranza slovena.(m. man.)

42 - Il Piccolo 15/01/12 - A Fiume la guerra raccontata in diretta Il dramma dei profughi e dei coscritti mandati a morire al fronte. I dilemmi dei nostri connazionali

A Fiume la guerra raccontata in diretta Il dramma dei profughi e dei coscritti mandati a morire al fronte. I dilemmi dei nostri connazionali

di Andrea Marsanich

FIUME Vent’ anni fa, altri mondi, tempi incerti, di piombo. Il Piccolo entrava coraggiosamente al di là dell’ ex cortina di ferro, conoscendo una Slovenia che non aveva digerito del tutto la guerra lampo dell’ estate prima, mentre la Croazia si trovava invischiata in pieno in un conflitto che si sarebbe concluso più di tre anni dopo, nell’ agosto del 1995, grazie all’

operazione militare Tempesta, con esodo biblico della popolazione serba della Krajina. Tornando a quel lontano gennaio 1992, va detto che l’ Istria e il Quarnero si stavano riprendendo a malapena dagli effetti di una stagione turistica persa a causa delle vicissitudini belliche, con le genti – soprattutto i pensionati – che cominciavano a conoscere (o conoscere ancora una volta) gli effetti di stipendi dimezzati, quiescenze minimizzate dalla leadership tudjmaniana e delizie del genere. La regione quarnerino – istriana, comprese le isole di Arbe, Veglia, Cherso e Lussino, erano strapiene di sfollati, giunti in quest’ area nordadriatica da tutte le aree calde della Croazia. Gli sventurati si contavano a decine di migliaia, arrivati specie da Vukovar e dintorni, dalla Slavonia, da Zara e dal suo entroterra. Ad essi, qualche mese più tardi, si sarebbe aggiunta una marea di profughi dalla Bosnia ed Erzegovina in fiamme. In quei tempi negli alberghi, nei campeggi, nei bungalow non si sentiva parlare in italiano, tedesco, sloveno, inglese, olandese. Nessun turista straniero poteva mettere piede in quegli impianti ricettivi riservati a persone fuggite dagli effetti dell’ odio e dalla morte. C’ erano poi i coscritti, i riservisti fiumani, istriani, quarnerini, gente strappata dai posti di lavoro, dalle famiglie e che dovevano combattere contro quello che veniva definito il nemico cetnico, serbo, jugo – comunista. Mesi e mesi a vestire la divisa militare, a rischiare la vita o a rischiare di rimanere invalido per qualche granata, per qualche proiettile. Solo Fiume vedrà perire più di 60 fiumani, caduti sui fronti della Lika, della Dalmazia e della Slavonia. La Comunità nazionale italiana si interrogava, turbata, sulle conseguenze della sua spaccatura in due Paesi, che poteva significare indebolimento e fors’ anche scomparsa. Non sarà così.

43 - Osservatorio Balcani 16/01/12 Il giorno del riconoscimento: 15 gennaio 1992

15 gennaio 1992, il giorno del riconoscimento ita

Stefano Lusa - Capodistria

In quei primi mesi del 1992 era passato poco più di un anno dall'avvio della prima Guerra del Golfo. E tutti guardavano al Medio Oriente. Ma ai margini dell'Europa la Jugoslavia si stava sfaldando nel sangue. E il 15 gennaio sloveni e croati aspettavano il riconoscimento delle due neonate Repubbliche

Era passato meno di un anno dall'avvio della prima guerra del Golfo. A tenere banco erano ancora i bombardamenti su Baghdad ma per vedere gente che stava morendo non serviva però andare sino alla capitale irachena. Da mesi la Federazione jugoslava si stava dissolvendo nel sangue. Ma la comunità internazionale in quel momento era in tutt'altre faccende affaccendata. I Balcani del resto sembravano tornati ad essere quello che erano stati prima della guerra fredda: un'area di scarso interesse ai margini d'Europa che, per dirla con Bismarck, non valevano le ossa di un solo granatiere di Pomerania.

In attesa del riconoscimento

Così, mentre gli altri guardavano altrove, la Slovenia aspettava quel 15 gennaio per liberarsi definitivamente dal fardello jugoslavo. Era infatti la data che la Comunità europea aveva fissato per arrivare ad un riconoscimento congiunto di Lubiana e Zagabria.

La Slovenia aveva deciso di andarsene dopo essersi vista per anni bocciare tutte le sue proposte di trovare una nuova sintesi jugoslava. A Lubiana non se ne poteva veramente più della Jugoslavia e si aveva molta voglia di democrazia e di occidente.

Negli anni ottanta si era guardato con crescente timore a Belgrado e soprattutto agli oceanici raduni organizzati dal "vožd" serbo Slobodan Milošević. In quelle occasioni non si era mancato di invocare le armi per marciare su Lubiana e disciplinare la "spocchiosa" repubblica e la sua "cocciuta" dirigenza.

Disinteresse serbo

La Slovenia però in fondo non rientrava nei piani serbi. Ci si poteva accontentare di una nuova Jugoslavia, più piccola, ma etnicamente più omogenea. Il piano era conglobare le aree della federazione dove vivevano i serbi lasciando gli altri al loro destino.

Del resto agli occhi di Belgrado gli sloveni erano stati dei veri e propri piantagrane. Era da tempo che con il loro cipiglio austroungarico cavillavano frapponendo una serie di insormontabili ostacoli alle mire della dirigenza nazionalista serba. Avevano addirittura avuto l'ardire di solidarizzare con gli albanesi del Kosovo. Liberarsi di loro quindi poteva anche essere conveniente.

Sta di fatto che a poche settimane dalla proclamazione dell'indipendenza venne annunciato il ritiro dalla repubblica dell'esercito federale. Evidentemente quei soldati potevano essere molto più utili da altre parti di quella che era sempre più l'ex Jugoslavia.

La Slovenia aveva vinto la sua battaglia sia sul piano politico sia, in parte, anche su quello militare. I suoi riservisti erano riusciti a tenere a bada le truppe federali in una serie di scaramucce per il controllo dei valichi di confine. In pratica, nel luglio del 1991, Lubiana poteva di fatto considerarsi indipendente e la battaglia fu praticamente vinta nell'ottobre dello stesso anno, quando l'armata popolare jugoslava abbandonò effettivamente la repubblica.

In attesa dei cugini croati

In Slovenia si era consapevoli di avercela fatta e che oramai il riconoscimento non era che una questione di tempo. Adesso si trattava di aspettare i cugini croati, visto che la comunità internazionale affrontava la questione in pacchetto, ma in Croazia era guerra aperta e si stentava a capire se ci sarebbe stato da aspettare giorni, settimane, mesi o addirittura anni. Nelle orecchie di molti risuonavano ancora le parole del ministro degli Esteri italiano Gianni De Michelis, che alla vigilia della proclamazione dell'indipendenza tuonò senza mezzi termini che le due repubbliche "secessioniste" non sarebbero state riconosciute "nemmeno tra cinquant'anni".

Sta di fatto che il degenerare della guerra in Croazia e la tremenda sorte di Vukovar, messa a ferro e fuoco dai serbi, fecero sciogliere anche gli ultimi dubbi. A metà dicembre arrivò il riconoscimento islandese, seguito da quello tedesco e svedese, con il contemporaneo annuncio che una buona fetta di stati dell'Unione europea avrebbe fatto lo stesso il 15 gennaio. Fu un bel regalo di Natale a cui contribuì in maniera non marginale proprio Gianni De Michelis. Non per amore degli indipendentisti sloveni e croati, ma per evitare di far arrivare ad un appuntamento così importante l' Europa divisa. L'impegno gli valse un'alta onorificenza slovena che non si affrettò di ritirare.

In Slovenia, comunque, si era tanto sicuri che l'obiettivo fosse raggiunto che ci si permise persino una bella crisi di governo, segnata dalla dissoluzione della coalizione di centrodestra che aveva guidato il Paese dopo le prime elezioni democratiche. Si era entrati nella normalità del dibattito politico nazionale. Una delle note distintive per la riottosa classe politica nazionale, infatti, è quella di trovare l'unità solo nei momenti di crisi.

Ansia di vincere?

Ad ogni modo il 15 gennaio non era ancora arrivato e per Lubiana non era certo una giornata qualunque. Più si avvicinava alla fatidica data più il Paese provava una strana sensazione, paragonabile a quella di un maratoneta che entrato nello stadio si appresta a compiere l'ultimo giro di pista. Paura, fatica, speranze, sogni ed un piccolo tratto di strada da percorrere per raggiungere il traguardo.

Non erano ipotizzabili sorprese, ma alla fine un po' di timore c'era, che venne subito fugato quando sin dalla prima mattina cominciarono a piovere i riconoscimenti. Era finita bene, anzi benissimo. Mancava ancora il sì degli Stati Uniti e quello della Russia, ma sarebbero arrivati di lì a poco e non sarebbe dovuto passare molto tempo per entrare a pieno titolo nell'ONU.

La sensazione era quella di una vera e propria liberazione. D'un tratto ci si rese conto di aver definitivamente abbandonato al suo destino il resto dell'ex Jugoslavia. Con essa ci si erano lasciati alle spalle, senza rimpianti, i burrascosi anni ottanta con la loro escalation nazionalista.

Le immagini delle adunate organizzate a Belgrado, ancora oggi fanno accapponare la pelle a molti sloveni. Un grande Paese si era frantumando tra le sue contraddizioni. La Slovenia lo aveva abbandonato appena in tempo evitando la guerra e la violenza che avrebbe caratterizzato la sua dissoluzione e che non sarebbe stata risparmiata agli altri. Nessun sloveno avrebbe rischiato di partire per il fronte e di colpo la guerra sembrava lontana. Il nuovo confine tra Slovenia e Croazia divenne la linea di demarcazione tra la pace e la guerra, tra l'Europa ed i Balcani.

44 - Il Piccolo 15/01/12 Slovenia e Croazia sull'atlante d'Europa, dopo il crollo dell’ex Jugoslavia sancita l’indipendenza il 15 gennaio 1992

Slovenia e Croazia sull’atlante d’Europa

Dopo il crollo dell’ex Jugoslavia sancita l’indipendenza il 15 gennaio 1992 E nelle piazze di Zagabria si festeggiò la rinascita sparando con i kalashnikov

DIPLOMAZIE AL LAVORO Gran Bretagna, Francia e Grecia erano contrarie, ma la fuga in avanti della Germania e le pressioni del Vaticano fecero il resto destini molto diversi Lubiana iniziò subito il suo percorso verso le istituzioni euroatlantiche mentre la Croazia viene martoriata dalla guerra

di Mauro Manzin

TRIESTE Vent’anni fa la geografia d’Europa cambia nuovamente. Se nel 1989 c’è stata la riunificazione delle due Germanie, il 15 gennaio del 1992 la Comunità europea riconosce Slovenia e Croazia. E per gli atlanti è tempo di ristampe aggiornate del Vecchio continente. Assumono personalità internazionale, dunque, due costole di quella che fu la spina dorsale jugoslava. La Slovenia già proiettata a Occidente verso la "madre" Europa, la Croazia ancora lacerata dalla guerra con i serbi e l’Armata federale jugoslava. Una decisione, quella europea presa non senza sofferenza e priva di profondi contrasti interni. Gran Bretagna, Francia e Grecia, in particolare, cercano fino all’ultimo di rinviare questo momento, nella convinzione che fosse possibile trovare una soluzione globale ai problemi della oramai ex Jugoslavia. La fuga in avanti della Germania, con Kohl che aveva bruciato le tappe, e, per l’Italia, soprattutto le spinte del Vaticano, fanno alla fine prendere atto che due nuovi Stati sono sorti nel cuore della vecchia Europa, uno oramai pacifico e proiettato verso l’Occidente, l’altro travagliato da profonde lotte interetniche e, come conferma anche Amnesty International, con le carte non tutte in regola. E proprio le parole del rapporto di Amnesty sul tavolo dei Dodici (tante erano allora le stelle d’Europa) in cui si denunciavano le stragi compiute dai serbi, ma anche dai croati, con raccapriccianti particolari su quella di Gospic, pesano come macigni destando non pochi imbarazzi. Ma poi la realpolitik ha il sopravvento, ed è riconoscimento pieno. E se a Lubiana in quel 15 gennaio di 20 anni fa si svolgono tutte le procedure istituzionali legate al riconoscimento senza troppi clamori, a Zagabria, invece, è festa grande, con piazza Ban Jelacic gremita di gente, con fiaccole e bandiere, e "gardisti" a scaricare contro il cielo raffiche di gioia dai loro kalashnikov. Notevole la potenza di fuoco e qualche rischio per chi si sta godendo la festa dalle finestre. E poi discorsi ufficiali alla televisione, improntati a ottimismo e soddisfazione per la guerra asseritamente vinta, anche se un quarto del territorio croato è in mano ai nemici serbi, intere città e villaggi sono distrutti e più di mezzo milione di profughi non sanno se e quando potranno tornare a casa. Arriva anche il presidente sloveno Milan Kucan per lo scambio dei rispettivi protocolli di riconoscimento e davanti ai Banski Dvori è tutta una solenne festa, con armigeri in costume settecentesco (la guardia d’onore da operetta voluta dal presidente Tudjman) a sottolineare le antiche origini di questa repubblica croata. Ma risuona anche qualche commento più pensoso, preoccupato del futuro che si intravvede pieno di nubi su un orizzonte senza pace. Per la Slovenia il futuro invece sarà una sorta di cavalcata trionfale verso l’integrazione euroatlantica.

Ingresso nella Nato e poi il 1 maggio del 2004 l’ingresso trionfale nell’Unione europea con l’allora presidente della Commissione Ue, Romano Prodi a salutare l’avvenimento a cavallo tra Gorizia e Nova Gorica. Si cancellano i confini, la Slovenia entra nel gruppone di Schengen e dal 1 gennaio del 2007 la sua valuta è l’euro. Niente da dire, missione compiuta e chapeau! La Croazia deve, invece, assaporare ancora l’acre sapore della tragedia, del sangue, delle bombe. Quelle che cadono su Dubrovnik, e poi l’assedio di Vukovar con la strage dell’ospedale con il presidente Tudjman che vieta l’evaquazione dei croati dalla Stalingrado dei Balcani mandandola alla carneficina. Già, Tudjman, sarà proprio lui l’ostacolo più consistente nell’avvicinamento della Croazia all’Occidente e all’Unione europea.

Dittatore democraticamente eletto ha fatto del nazionalismo la musa della sua politica. Vero padrone della Croazia tiene l’intero Paese sotto scacco.

La democrazia latita, i diritti umani vengono calpestati. Il 10 dicembre del

1999 l’ex generale di Tito muore. Al governo resta la sua Hdz. Che però è con le spalle al muro. O riprecipitare nei Balcani o afferrare la cima di salvezza lanciata dall’Unione europea. La strada verso Bruxelles viene preparata dal governo di centrosinistra guidato dall’allora leader socialdemocratico Ivica Racan. Poi il ritorno dell’Hdz al potere. Ma un’Accadizeta senza Tudjman e con al timone Ivo Sanader (oggi sotto processo per corruzione) che inizia la de-tudjmanizzazione del partito e imbocca con decisione la strada verso l’Ue. Un percorso che si rivela molto difficile, con sulla strada la consegna al Tpi del criminale di guerra generale Ante Gotovina considerato in patria un eroe nazionale. Zagabria si sforza, subisce, soffre, ma ce la fa. Oggi anche lei è stata accolta in Europa e il

1 luglio del 2013 sarà il ventottesimo Paese del gruppo. Nessun novello Metternich avrebbe potuto prevedere tutto questo solo 20 anni fa.

45 - Il Messaggero 17/01/12 Lettere a Roberto Gervaso - Vulgata settaria

Vulgata settaria

Caro signor Gervaso, mi piace moltissimo la storia, e non solo quella del Novecento. Purtroppo, avendo, come tutti, limiti di tempo, anche perché faccio l'ingegnere, riesco a leggere solo saltuariamente alcuni libri di storia. Concordo con lei che quella del Novecento a scuola, almeno dopo il Sessantotto, è stata, ed è ancora - come dice lei - una «colata di piombo e di cemento in salsa ideologica».

L'anno scorso, come forse ricorderà, ai maturandi è stato proposto, fra le altre tracce, il seguente tema storico (che per la prima volta trattava l'argomento delle foibe): «La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale "giorno del ricordo" al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra. Il candidato delinei la "complessa vicenda del confine orientale" dal Patto (o Trattato) di Londra (1915) al Trattato di Osimo (1975), soffermandosi, in particolare, sugli eventi degli anni compresi tra il 1943 e il 1954».

Appena lo 0,6 per cento dei maturandi ha svolto il tema sulle foibe. Penso che ciò sia dovuto a carenze nei libri di storia, che non riportano i fatti con la dovuta obiettività. Penso anche che il periodo dal 1943 al 1945 (guerra civile fra i partigiani e gli aderenti alla Repubblica di Salò) non sia descritto nei libri di storia in modo esauriente ed obiettivo.

Giuseppe Giorgioli - Pomezia

Scusi se rispondo con tanto ritardo alla sua e-mail, ma sono quotidianamente investito da un Mississippi di lettere e richieste. Come se non bastasse un infortunio alle coronarie mi ha costretto in panchina per quasi tre mesi.

E veniamo alle foibe. Su una Garzantina, enciclopedia universale tascabile, a questa voce, sa cosa si legge? «Foibe, varietà di doline frequenti in Istria». Non si vergognano, gli estensori della voce, di avere liquidato con questa telegrafica definizione una delle più orrende tragedie nazionali, una delle più abominevoli pulizie etniche della seconda guerra mondiale? Che facce di bronzo, che impudenti impuniti. Capisco la fedeltà a un'ideologia, travolta e massacrata dal Muro di Berlino, ma non capisco una così vile improntitudine, una simile e sfacciata e deliberata omissione. Mi è venuto un tale voltastomaco che ho acceso il caminetto e bruciato l'Enciclopedia.

Se avessi tempo, darei la caccia e brucerei tanti altri testi ispirati alla più trita e ritrita, faziosa e odiosa vulgata comunista che, per mezzo secolo, ha ammorbato la nostra cultura, egemonizzandola. Le cose per fortuna sono cambiate, ma non abbastanza. I libri su cui i nostri figli hanno studiato e i nostri nipoti, temo, studieranno sono ancora «colate di piombo e di cemento in salsa marxista».

Non è tollerabile, non è giusto, non è onesto ignorare un pezzo di storia che tanto ha fatto soffrire un popolo, quello dalmata e istriano. I sepolti vivi nelle cavità carsiche sono stati decine di migliaia. Tito voleva fare piazza pulita degli italiani in quei territori e piazza pulita ha fatto. Per non parlare dell'esodo dei superstiti, centinaia di migliaia che l'Italia democristiana, fellonesca e compromissoria, avrebbe volentieri restituito al mittente e alle fosse comuni.

Invece di accogliere questi esuli come meritavano, dandogli in tetto e un tozzo di pane, li ha sparpagliati per l'Italia, specialmente in Sardegna. Una pagina non nera: lurida. Capisco che eravamo in piena guerra civile (ripeto, guerra civile), ma non ammetto una così truffaldina manomissione della verità per non dare un dispiacere al satrapo jugoslavo, ancora legato a doppio filo con il califfo sovietico, il compagno Stalin.

Certe cose bisogna avere il coraggio di dirle e di scriverle. Non ne possiamo più di una Storia strabica, che guarda da una sola parte, l'assolve e condanna senza distinguo l'altra. Sappiamo cos'è stato il Fascismo: una letale dittatura, che ha trascinato un Paese improvvisatore e impreparato in una guerra sanguinosa e suicida.

Noi, e credevamo di averlo dimostrato anche nei nostri libri di Storia, i fatti li abbiamo sempre rispettati, abbiamo sempre riferito tutte le versioni, anche quelle che non ci piacevamo. Frodi, da vecchi liberali, non ne abbiamo mai commesse.

46 – Il Messaggero 18/01/12 Lettere a Roberto Gervaso- La tragedia delle Foibe

La tragedia delle foibe

Leggiamo nella rubrica «A tu per tu» del Messaggero di martedì 17 gennaio che Roberto

Gervaso ha «acceso il caminetto e bruciato l`enciclopedia» Universale Garzanti rea di descrivere

il termine foibe esclusivamente nella sua accezione geologica. Saremo felici di donare al signor Gervaso una copia della nostra Garzantina Universale, che proprio quest`anno festeggia i 50 anni. Alla voce foibe potrà leggere che «il loro nome è legato al crudele uso che ne fecero i partigiani

iugoslavi del maresciallo Tito che, tra il 1943 e il `45, vi massacrarono migliaia di italiani,

ritenuti di ostacolo alle strategie di Tito... Tra le foibe più note quella di Basovizza, sul Carso, vicino a Trieste...». La voce, come moltissime altre delle Garzantine, è ovviamente

stata modificata nel corso del tempo, ma è ormai da diversi anni che l`Universale dà conto della tragedia delle foibe.

Oliviero Ponte di Pino

direttore editoriale Garzanti libri

47 – CDM Arcipelago Adriatico 17/01/12 - Spiridione Lascarich, alfiere della Serenissima, l'ultimo libro di Lucio Toth

Spiridione Lascarich, alfiere della Serenissima, l'ultimo libro di Lucio Toth

"Un omaggio agli uomini della mia famiglia che hanno trasformato il mito delle armi in una scelta di vita", è solo una delle dediche che accompagnano la presentazione dell’ultimo libro di Lucio Toth sulla leggenda di "Spiridione Lascarich, alfiere della Serenissima" fresco di stampa, edito nella collana Parole d’Acqua da La Musa Talìa di Venezia. Sì, perché non si sa se l’eroe e cavaliere dalmato sia veramente esistito o se le gesta narrate siano un tributo alla volontà popolare di dare un nome ad un sogno. In effetti, non ha molta importanza se permette di riportare a galla un mondo oltramarino (rispetto a Venezia) che ben spiega il legame tra la Serenissima e le genti della costa che le avevano giurato dedizione. Ma non soltanto…
Siamo alla fine del Seicento ed uno dei personaggi più importanti del momento è un Morosini. Figlio di Pietro e di Maria Morosini, la vita di Francesco Morosini, secondo le cronache dell'epoca, fu sconvolta in tenerissima età dalla morte della madre in circostanze molto sospette (annegò nel tentativo di salvare il marito caduto in acqua) che fecero a lungo sospettare dell'innocenza del padre. Le indagini non condussero a nulla e il caso venne chiuso. Forse questo episodio e il successivo rapporto difficile con la nuova matrigna fecero nascere in lui uno spirito ribelle e militaresco. Indirizzato a studi classici, si mostrò più interessato a battaglie e strategie, arruolandosi molto presto nelle armate venete. Troppo preso dalle armi non si sposò mai. Aveva due fratelli e un fratellastro.
La presenza di questo personaggio si avverte chiaramente nel libro anche se ci cita solo marginalmente. La sua storia sembra correre parallela a quella di Spiridione, o viceversa. Spiriti irrequieti in un’epoca di grandi sconvolgimenti, di guerre e di tentativi di definire i confini di un mondo agitato e stanco. Eppure, nelle pieghe di una società composita, pulsa una dalmaticità lontana dai ritmi di Venezia, ritenuta periferica, che custodisce invece il seme di una tradizione solida, di sana e robusta costituzione che non si lascia ingannare dai facili fasti e dal lusso ma fonda la sua ricchezza sul lavoro, la costanza, l’onestà. Princìpi che Spiridione ha succhiato col latte materno e che i colloqui nella biblioteca del padre hanno stigmatizzato e fissato per sempre. A nulla varrà la forza corruttrice della città lagunare, nonostante l’amore per una donna in carriera, che a Venezia è ben introdotta nelle alte sfere del potere, Spiridione non abbandonerà la retta via. Al traffico d’armi, preferirà il ritorno sul campo, a misurarsi con la spada ma soprattutto con l’intelligenza nei momenti più critici.
E il Morosini? Giovane marinaio durante gli anni trenta del secolo, furono lo scoppio della guerra contro i turchi nel 1644 e la notevole fortuna della sua famiglia che gli permisero di dar sfogo ai suoi istinti ed alle sue capacità in modo completo. Perduta quasi interamente l'isola di Creta, rimase ai veneziani solo una città, Candia, la capitale, che venne prontamente assediata dai nemici. Nominato comandante delle forze terrestri nella città per ben due volte (1646 – 1661 e 1667 – 1669) riuscì a galvanizzare le sue truppe a tal punto da riuscire a farle resistere per ben 23 anni. Le spaventose battaglie ridussero la città ad un cumulo di macerie e riempirono i cimiteri militari dell'isola (tra i veneziani i morti furono circa 30.000, tra i turchi 80.000) senza che la situazione mutasse in modo sostanziale.
Il 6 settembre 1669, vista l'oggettiva impossibilità di proseguire la resistenza, il Morosini firmò la pace con il nemico e cedette la città, salvaguardando però certe fortezze vicine all'isola. La capitolazione fu onorevole e gloriosa per i vinti veneziani: poterono portare altrove la loro artiglieria; conservarono a Creta le fortezze della Suda, di Spinalonga e Carabusa e i turchi restituivano loro Clissa in Dalmazia; infine, i musulmani si impegnavano a non entrare nella città se non in capo a 12 giorni, e a lasciar partire liberamente tutti coloro che lo volevano. Quando i turchi entrarono a Candia trovarono solo 2 preti greci, 3 ebrei ed una povera vecchia.
Il Morosini, uno degli ultimi grandi comandanti veneziani, negli anni che seguirono (1683 – 1687), con una flotta relativamente piccola e con equipaggi di media qualità, riuscì a compiere imprese mirabili, con conquiste di isole e fortezze ritenute imprendibili.
Vinse a ripetizione e minacciò i cardini dell'Impero turco nel Mar Mediterraneo. Nel 1684 conquista l'isola di Santa Maura; nel 1685 occupa Corone e la Maina; nel 1686, con il suo luogotenente Königsmarck, uno svedese entrato al servizio della Repubblica, prendeva Navarino, Modone, Argo, Nauplia; nel 1687 tutta la Morea, salvo Monemvasia e Mistrà, era in mano sua; poi si impadroniva di Patrasso e di Lepanto, di Corinto e di Atene.
Nel 1687, per i meriti ottenuti sul campo di battaglia, ottenne dal Senato veneziano (cosa mai accaduta né prima né dopo) il titolo di Peloponnesiaco.
Rifiutata una sua candidatura nel 1684, alla morte di Marcantonio Giustinian (23 marzo 1688) il 3 aprile del 1688 venne eletto doge. La notizia gli giunse durante un assedio e, per onorarlo, la sua incoronazione avvenne tra i suoi soldati entusiasti. Tornato a Venezia solo nel 1690 il Morosini, stanco dopo tante spedizioni, poté godere di trattamenti di favore e privilegi mai concessi in precedenza.
Durante questo periodo si osservò in lui una certa vanità eccessiva che offuscò un po’ la fama di grande uomo che aveva ottenuto con le sue vittorie, fama confermata nel 1689 dal dono dello stocco pontificio da parte del veneziano Papa Alessandro VIII. Troppo arrogante per i senatori e troppo vanitoso per il popolo, si decise di inviarlo nuovamente alla testa delle sue truppe visto che i generali che lo avevano sostituito non s’erano mostrati all'altezza.
Nel maggio 1693 partì da Venezia con la sua flotta tra ali osannanti di folla, e subito si gettò a capofitto in battaglie ed assedi riprendendo a vincere (ben tre battaglie in pochi mesi). Il Morosini però era vecchio, e non riusciva più a reggere il peso fisico e morale d’una spedizione militare. Ammalatosi, venne portato nella città peloponnesiaca di Nauplia, dove morì il 6 gennaio 1694.
Parallelamente si svolge la vicenda di Spiridione Lascarich che vive la propria appartenenza alla sfera veneziana come un compito senza sfumature, il suo primo ed unico richiamo per onorare la propria provenienza, Curzola, e tutte le imprese compiute lungo i confini con il mondo ottomano. Spiridione è giovane, forte, leale, entusiasta quando raggiunge Venezia che ama ma dalla quale non è riamato con la medesima spinta. Per lui è l’ideale da seguire, per lei un oltramarino che la serve, da sfruttare e controllare.
Riuscirà il nostro eroe a dimostrare tutto il valore autentico della rude nobiltà di provenienza? Di più. Nel libro emerge la totale dedizione di un popolo fiero ed orgoglioso, pronto ad obbedire ma che non riesce a rimanere distaccato e freddo. La sua inventiva ed intelligenza contribuiranno a "metterlo nei guai" proprio in un’azione nel Peloponneso. Ma ai militari, si sa, non è concessa inventiva, viene messo sotto inchiesta, pur essendo nel giusto, pur avendo agito in modo corretto. A soffrirne sarà il suo amor proprio, tanto che anche quando viene scagionato ed assolto, Spiridione…Ma sarà meglio leggere la storia per conoscere l’epilogo di questo libro entusiasmante.
Al di là della storia narrata, la ricerca sui modi della battaglia e sulle armi in uso nel tempo, rappresentano un cesello di quell’opera di ricerca che Toth ha dovuto effettuare per restituire con dovizia di particolari gli usi del tempo. Per non dire del ruolo della religione e dei contrasti generati da un diverso credo, alla base di guerre senza fine e di massacri e di infiniti dolori. Non soltanto: il rispetto delle gerarchie ed i costumi di chi entrava nell’esercito offrono lo spaccato di una società perfettamente organizzata in cui tutto veniva condotto secondo precisi schemi e con finalità già delineate.
E poi c’è un punto che rappresenta la chiave di volta della vicenda e che rende il libro di estrema attualità.
Spiridione, nel Peloponneso, lontano da casa e da Venezia, si trova a condividere le sue giornate con genti provenienti dalle terre della Serenissima, un miscuglio di lingue, tratti somatici ed abitudini, a volte lontane, irraggiungibili, a volte facilmente riconoscibili per quell’osmosi che spesso permette di riconoscere nell’altro se stessi. Spiridione ha un attimo di smarrimento e si chiede: ma io chi sono, a quale gruppo appartengo? Dando seguito a riflessioni che diventeranno un tormento e una dannazione nel corso dei secoli, nel lungo cammino di acquisizione di coscienza della propria appartenenza nazionale. E forse quel pensiero, in un momento di crisi e stanchezza, di profonda comunanza col proprio Io, pone Spiridione al centro di una storia infinita di cui queste nostre terre dell’Adriatico Orientale, sono state e continuano ad essere un incredibile laboratorio alchemico.
Dopo la prima opera di Lucio Toth, in parte autobiografica, intitolata "La casa di Calle San Zorzi" di grande successo, questo romanzo storico svela tutta la forza narrativa dell’autore che dal racconto epico della sua terra d’origine, trae forza esemplare proponendo la diversa lettura di una vicenda europea che non può procedere a compartimenti stagni ma ha bisogno di spazio e di profondità per diventare fonte comune di arricchimento.
E Spiridione? Lo ritroveremo a San Pietroburgo, per rimanere se stesso, uomo libero, combattente, che fortunatamente il mare di Dalmazia ha preparato alle grandi burrasche della vita.


Rosanna Turcinovich Giuricin

48 – La Voce del Popolo 14/01/12 Cultura - I «serenissimi» albori del business editoriale, Venezia fu la prima multinazionale del libro, con le più grandi tipografie del XVI secolo

Dal 19 gennaio nelle librerie italiane il nuovo lavoro di Alessandro Marzo Magno
I «serenissimi» albori del business editoriale
Venezia fu la prima multinazionale del libro, con le più grandi tipografie del XVI secolo

VENEZIA – Dov’è stato pubblicato il primo Corano in arabo (1538) e il primo Talmud stampato al mondo (1525)? Il primo libro in armeno, in greco o in cirillico bosniaco? O il primo tascabile e i primi bestseller? O, ancora, il primo libro di musica stampato con caratteri mobili, il primo trattato di architettura illustrato, il primo libro di giochi con ipertesto a icone, il primo libro pornografico, i primi trattati di cucina, medicina, arte militare, cosmetica e quelli che hanno permesso al mondo di conoscere le scoperte geografiche di spagnoli e portoghesi al di là dell’Atlantico?

Dove sono stati introdotti, nello scrivere, il punto e virgola, l’accento e l’apostrofo? La risposta è sempre e soltanto una: Venezia. A svelarcelo, in un volume in cui s’intreccano l’indagine storica e l’inchiesta giornalistica, è Alessandro Marzo Magno nella sua ultima fatica, "L’alba dei libri. Quando Venezia ha fatto leggere il mondo" (300 pagine, 22 euro), in uscita il 19 gennaio prossimo nell’ambito della collana Collezione Storica Garzanti.

Recupero di un’eredità

Marzo Magno, storico e giornalista venezianissimo, torna dunque a occuparsi dell’immensa eredità che la Serenissima ci ha lasciato. Diverse le opere di ricerca e ricostruzione storica finora dedicate alla città natale (oggi vive e lavora altrove, fra Trieste e Milano), tra cui "La carrozza di Venezia. Storia della gondola" (Mare di Carta, 2008, nel 20120 tradotto in giapponese) "Venezia degli amanti. L’epopea dell’amore in 11 celebri storie veneziane" (Marco Tropea Editore, 2010), "Atene 1687. Venezia, i turchi e la distruzione del Partenone" (Il Saggiatore 2011) e il recente saggio "Bastarde senza gloria. Storie di donne a Venezia dal Medioevo a Patty Pravo" (CastelloVolante, 2011), nonché, per certi versi – seguendo l’abate Fortis esploriamo i legami secolari tra la Serenissima e la costa orientale dell’Adriatico –, pure "Il leone di Lissa. Viaggio in Dalmazia" (Il Saggiatore, 2003). Questa volta ci conduce alla riscoperta del suo ruolo di "capitale mondiale" dell’editoria cinquecentesca.

Capitale mondiale del ’500

Nella città lagunare, che nella prima metà del XVI secolo era una vera grande metropoli europea – infatti, all’epoca solo Parigi, Venezia e Napoli superavano i 150mila abitanti –, si stampava la metà dei libri pubblicati nell’intera Europa. Difatti, nonostante la stampa a caratteri mobili fosse stata inventata da Gutenberg in Germania, solo nella città di San Marco il settore troverà terreno fertile per trasformarsi in un business. "Nella città adriatica c’erano contemporaneamente tre condizioni indispensabili: i capitali, accumulati dai ricchissimi mercanti; le linee commerciali, i libri viaggiavano nelle stesse navi che portavano le spezie, e soprattutto la libertà – spiega l’autore –. Per mezzo secolo la Chiesa romana non è riuscita a imporre le sue regole e a Venezia si poteva stampare di tutto, comprese le opere riformate provenienti dall’Europa settentrionale. Venezia diventa una multinazionale del libro, con le più grandi tipografe del mondo di allora, in grado di stampare in qualsiasi lingua. Committenti stranieri ordinavano volumi in inglese, tedesco, céco, serbo e quant’altro che venivano pubblicati e inviati nei paesi dove poi sarebbero stati diffusi".

L’impresa epocale di Aldo Manuzio

E parlando di meriti, non si può fare a meno dal rispolverare la memoria del più importante personaggio del Rinascimento, il geniale Aldo Manuzio (Bassiano, 1449/1950) – Venezia, 1515. Grazie alla sua intraprendenza e grazie pure ad amicizie influenti gestite in modo oculato, Manuzio riuscì a dare vita a un’impresa epocale, tanto che il suo nome è diventato nei secoli sinonimo dell’arte della stampa. È lui, in sostanza, che inventa l’editore moderno. Prima di lui gli stampatori erano artigiani che lavoravano solo per i soldi e spesso riempivano le edizioni di errori. È Manuzio a inventare un nuovo carattere di stampa: il corsivo; i suoi tondi sono talmente belli da essere presi a modelli dal francese Claude Garamond per i caratteri ancora usati ai nostri giorni. È lui a importare dal greco al volgare la punteggiatura che ancor oggi noi utilizziamo: la virgola uncinata, il punto e virgola, gli apostrofi e gli accenti; fu il primo ad editare il libro con la numerazione delle pagine su entrambi i lati (fronte-retro), e fu anche il primo a pubblicare il catalogo delle proprie edizioni, che arrivò a comprendere, in totale, oltre 130 opere.

Un grande umanista

Manuzio fu anche il primo uomo di cultura a dedicarsi alla stampa con progetti a lungo termine: ad esempio, pubblicò tutti i maggiori classici greci in greco, quelli latini in latino, ma usò l’italiano per stampare i libri a maggiore diffusione. Dalla sua tipografia uscì quello che tra i libri è come la Cappella sistina di Michelangelo tra gli affreschi: il capolavoro assoluto, ovvero il "Polìfilo", di Francesco Colonna (1499) e poi anche (ma se ne occuperanno gli eredi perché Aldo era ormai morto) il bestseller assoluto del Cinquecento: il "Cortegiano", di Baldassar Castiglione (1528), che diventò il libro-culto della nobiltà europea e inanellò ben 38 edizioni. L’edizione del 1502 della "Divina Commedia", curata da Pietro Bembo, venne presa come modello per tutte le ristampe dell’opera di Dante, per i tre secoli successivi. Manuzio, oltre ad essere stato lui stesso autore di grammatiche classiche, pubblicò anche opere di Erasmo da Rotterdam, Angelo Poliziano e Pietro Bembo. Dopo la sua morte, il 5 febbraio del 1515, la tipografia continuò a essere condotta dal suocero, dai cognati e dai figli.

Libertà «pericolosa»

In quei magici primi cinquant’anni del Cinquecento, dunque, nasce a Venezia quasi tutto ciò che noi conosciamo del libro e dell’editoria moderna e che sarà forse messo fuori uso soltanto dell’e-book. Per la Chiesa tanta libertà era vista quasi come "sovversiva". Non dimentichiamo che, nella Serenissima Repubblica, aveva trovato rifugio a quei tempi pure lo scandaloso Pietro Aretino, poeta, scrittore e drammaturgo aretino, definitosi "censore del mondo, oracolo della verità e flagello dei principi", l’uomo più libero del mondo. Autore di bestseller a base di sesso e di politica, aveva dato alle stampe i "Sonetti lussuriosi", che accompagnavano le incisioni di Marcantonio Raimondi, e che rano considerati dalla critica dell’epoca componimenti di carattere pornografico, la cui oscenità aveva indignato profondamente la corte romana e il papato.

Arriva la censura: è la fine di una stagione gloriosa

Ma la censura e l’Inquisizione ecclesiastica riescono pian piano a penetrare anche a Venezia. Il primo rogo del Talmud risale al 1553. Vengono vietate le Bibbie in volgare (perché chiunque avrebbe potuto leggerle), l’editoria ebraica veneziana subisce un colpo da cui non si risolleverà, Pietro Aretino da idolo delle folle diventa un reietto confinato in angolo da cui tutto sommato, non è uscito nemmeno oggi. La fiaccola della libertà di stampa lascia Venezia per trasferirsi nei decenni successivi nell’Europa del Nord. Marzo Magno ci fa capire come e perché Venezia sia diventata il centro dell’editoria rinascimentale e ci fa riflettere su cosa sia rimasto oggi di quella straordinaria stagione, ormai così lontana, ma che ha influenzato il mondo del libro in maniera tanto decisiva che ne sentiamo ancor oggi l’influenza. Ciò che è inopinabile è che senza la Venezia del Cinquecento l’editoria, come la conosciamo noi oggi, non esisterebbe. E forse nemmeno i libri, i capolavori, dei tanti autori e scienziati, di vari profili e nazionalità, che hanno contribuito a formare la civiltà dell’Adriatico orientale.

Ilaria Rocchi

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