N. 810 – 28 Gennaio 2012

Sommario

49 - Il Piccolo 23/01/12 La Croazia dice sì alla Ue Ma vota solo il 43% (Mauro Manzin)

50 - La Voce del Popolo 24/01/12 Furio Radin e Maurizio Tremul: «Cade il confine innaturale che divideva l'Istria e la CNI» (Krsto Babić)

51 – La Stampa 22/01/12 L'Europa cerca in Croazia un nuovo futuro (Enzo Bettiza)

52 – Anvgd.it 27/01/12 De Michelis (ex Esteri): agli Esuli il bastoncino più corto

53 - Agenzia Adnkronos 24/01/12 Ateneo Firenze nega l'aula per ricordare le Foibe (Adnkronos)

54 - La Voce del Popolo 27/01/12 Trieste - Giorno della Memoria, oltre la retorica (rtg)

55 – Anvgd.it 25/01/12 Giorni della Memoria, per gli Esuli non sono rituali (Lucio Toth)

56 - L'Eco di Bergamo 27/01/12 Il Giorno della Memoria - Treviglio: Il mistero di Irma «Quella bambinaia che ci salvò la vita», i loro genitori fiumani vennero uccisi ad Auschwitz (Fabio Conti)

57 - La Settimana diocesi del Polesine 22/01/12 Rovigo - Si celebra il 10 febbraio la Giornata del Ricordo

58 - Il Piccolo 27/01/12 L'aquila bicipite torna sulla Torre civica di Fiume (Andrea Marsanich)

59 - Il Piccolo 25/01/12 Zagabria - Il Sabor rielegge Radin paladino delle minoranze (Andrea Marsanich)

60 – La Voce del Popolo 21/01/12 Silvio Del Bello: «La mole di lavoro della CNI è vastissima» (Rosanna Turcinovich Giuricin)

61 – CDM Arcipelago Adriatico 26/01/12 Loris Premuda: Sanità e personaggi nell'Istria veneto-asburgica

62 - Il Piccolo 28/01/12 La metro "senza confini" costa 25 milioni di euro (Furio Baldassi)

63 - L'Arte in Cucina - Dicembre 2011 - Il Personaggio del mese - Piero Luxardo (Sonia Re)

64 – La Voce del Popolo 21/01/12 Speciale - Momiano, dove il presente ha il sapore della storia (Daniele Kovačic)

A cura di Stefano Bombardieri

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :

http://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

49 - Il Piccolo 23/01/12 La Croazia dice sì alla Ue Ma vota solo il 43%

La Croazia dice sì alla Ue Ma vota solo il 43%

Il referendum sull’ingresso in Europa registra l’affluenza peggiore di sempre I favorevoli superano il 66%. Il premier Milanovic: «È la decisione del millennio»

il presidente Josipovic Sono fiero Questo è un grande giorno per il nostro Paese

di Mauro Manzin

TRIESTE Il popolo sovrano ha deciso: sì alla Croazia nell’Unione europea.

Dal 1 luglio del 2013 sarà la ventottesima stella d’Europa. Nonostante i colpi di coda, anche violenti (solo sabato ci sono stati scontri a Zagabria tra polizia e manifestanti) degli euroscettici, alla fine il Paese ha tagliato definitivamente il cordone ombelicale che ancora lo teneva ancorato ai feticci della Jugoslavia. Croazia indipendente ed europea, in soli vent’anni e nonostante le derive autoritarie (leggi periodo Tudjman) e una sanguinosa guerra. Neanche il più ottimista dei politologi lo avrebbe previsto quel 25 giugno del 1991 quando piazza Ban Jelacic a Zagabria, ubriaca e fiera, festeggiava l’indipendenza. Il "sì" al referendum si è imposto con il 66,3% (33,1% i "no"), un risultato che può sicuramente soddisfare il premier Zoran Milanovic che ha definito l’esito della consultazione popolare come «la scelta del millennio». «Bisognava pur decidere - ha commentato a caldo - ed ero sicuro che l’esito sarebbe stato positivo. Del resto abbiamo analizzato per quasi dieci anni le nostre opportunità, mai nella nostra storia una decisione è stata ponderata così a lungo». «Sono felice perché ora l’intera Europa sarà la mia casa», così il presidente della Repubblica, Ivo Josipovic il quale ha ribadito come questo sia «un grande giorno per la Croazia». Pochi giorni fa il Parlamento croato

(Sabor) ha approvato un documento in cui l’adesione all’Ue veniva definita come una decisione «strategica e di interesse nazionale» per il Paese, documento che è stato approvato con 127 voti favorevoli e uno solo contrario (una deputata dell’estrema destra). «La nostra tradizione e la nostra cultura - ha affermato l’ex premier Jadranka Kosor (Hdz, oggi

all’opposizione) che ha sottoscritto il Trattato di adesione a Bruxelles - appartengono all’Europa e oggi lo abbiamo confermato. Dal 1 luglio del 2013 nessuna decisione sarà presa senza di noi - ha concluso - e sono fiera di aver condotto con successo l’ultima fase delle trattative con l’Unione europea». Unico neo della giornata la bassa percentuale dei votanti (alle 19, ora di chiusura dei seggi, l’affluenza è stata del 43,4%, il dato più basso mai registrato a una consultazione democratica nel Paese). «Sì l’affluenza alle urne è stata scarsa - ha dichiarato l’ex capo dello Stato, Stipe Mesic - ma è comprensibile visto che l’Europa sta attraversando una pesante crisi istituzionale, ma con l’ingresso nell’Ue anche noi contribuiremo al superamento di queste difficoltà». Indispettita dall’affluenza anche la vicepremier Milanka Opacic. «La gente è stufa e delusa - ha detto - ha anche perso la fiducia nelle istituzioni. Ma l’importante è che abbiamo detto "sì" all’Unione europea. Siamo un piccolo Paese e proprio non potevamo permetterci di restari fuori dall’Ue».

L’ingresso nell’Unione europea richiederà molti sacrifici a una popolazione già stremata dalla guerra prima e dalla crisi economica mondiale poi. Molti temono un aumento dell’Iva mentre a Fiume, Spalato e Zara tremano per la sorte dei loro cantieri che saranno privatizzati. In ballo ci sono qualcosa come 5mila posti di lavoro. Grandi incertezze anche nel settore dell’agricoltura. Sul piano socio-politico grande soddisfazione è stata espressa dal presidente dell’Unione italiana e deputato al Sabor, Furio Radin. Egli ha voluto rimarcare come entrando a far parte della casa comune europea la minoranza italiana ritrova di fatto quell’unitarietà incrinata dall’indipendenza di Slovenia e Croazia che aveva di fatto tagliato in due l’Istria. Per Radin le credenziali europee costituiscono sicuramente un valore aggiunto alla tutela e alla salvaguardia delle minoranze. Dunque grande festa ieri in Croazia, soprattutto nei palazzi del potere dove si è brindato fino a tarda notte. Ai Banski Dvori (palazzo di governo) si sono riunite circa 500 persone tutte messesi in evidenza per aver lavorato per l’ingresso della Croazia nell’Ue. Un "party" assolutamente bipartisan.

L’unico buco nero in questa giornata storica rimane la bassa affluenza alle urne, ma, è risaputo, gli assenti hanno sempre torto. Benvenuta in Europa, Croazia.

50 - La Voce del Popolo 24/01/12 Furio Radin e Maurizio Tremul: «Cade il confine innaturale che divideva l'Istria e la CNI»

Furio Radin e Maurizio Tremul soddisfatti del risultato
«Cade il confine innaturale che divideva l’Istria e la CNI»

FIUME – I vertici dell’Unione Italiana, Furio Radin e Maurizio Tremul, hanno espresso viva soddisfazione per l’esito del referendum sull’adesione della Croazia all’Unione europea. Un risultato che offre nuove prospettive sia alla Croazia sia alla Comunità Nazionale Italiana.

UN GRANDE GIORNO "Anche se l’adesione è stata tiepida, dato che a votare è stato poco più del 40 p.c. degli aventi diritto, non ho esitazioni nell’affermare che quella di domenica scorsa è stata un grande giornata", ha dichiarato il presidente dell’UI, Furio Radin. "Per la Croazia rimanere fuori dall’Unione europea avrebbe comportato conseguenze molto pesanti. Dal punto di vista economico, per il Paese è importante mantenere un’immagine positiva e continuare ad avere credito nelle capitali della finanza internazionale", ha osservato il deputato al seggio specifico della CNI al Parlamento di Zagabria. "Un risultato negativo – ha proseguito –, ci avrebbe fatto perdere l’accesso ai progetti europei, che pur essendo un po’ meno ricchi rispetto a qualche anno fa, continuano a rappresentare un’importante risorsa. È una fortuna per questo Paese avere avuto la forza di dire sì all’Europa anche in questo momento difficile per tutti".

ASTENSIONISMO Analizzando i dati relativi all’adesione al referendum, Radin ha espresso l’opinione che l’astensione vada rapportata a problemi di politica interna. "C’è indubbiamente una scarsa fiducia nei confronti della politica, che in questo caso ha fatto fronte comune a sostegno del sì, adottando un approccio, di tipo propagandistico, sbagliato", ha notato il presidente dell’UI. "Con in più il fatto – ha aggiunto – che solo un mese e mezzo fa si sono svolte le elezioni per il rinnovo del Sabor. Una circostanza che ha contribuito a far smarrire ai cittadini sia la fiducia nei confronti dell’UE sia dei politici croati".

ETNIA Parlando delle conseguenze che l’adesione della Croazia produrrà per la CNI, Furio Radin ha rilevato che: "Per noi in quanto italiani e gente di confine, ritengo importante il fatto di entrare in Europa. I rapporti che coltiviamo con l’UE, e mi riferisco in particolare modo all’Italia e alla Slovenia, sono talmente fitti sia dal punto di vista umano sia economico, che un’eventuale rifiuto per noi sarebbe risultato deleterio. Ad ogni modo finalmente ci siamo. Manca poco, due o tre anni, e anche il confine di Schengen si sposterà ponendo rimedio a una situazione ‘astorica’ che ha tentato di dividere un territorio che storicamente non è mai stato diviso. Verrà a ridursi sensibilmente la distanza con il nostro Paese di origine culturale, l’Italia". BILINGUISMO "Concludendo, vorrei portare l’attenzione su un particolare che mi sta a cuore rimarcare. Domenica scorsa, seguendo i risultati del referendum alla televisione, ho visto apparire sul teleschermo l’elenco delle maggiori città della Croazia e ho notato un particolare solo apparentemente di secondaria importanza. Mi riferisco al nome di Pola che era indicato nella versione bilingue (italiana e croata, nda.). Se anche nel caso di Fiume si fosse adottata la medesima formula avrei avuto la conferma che gli anni trascorsi in politica sono serviti a qualcosa", ha sottolineato Radin.

ORIENTAMENTO EUROPEO Un parere positivo sull’esito del referendum svoltosi in Croazia è stato espresso pure da Maurizio Tremul, presidente della Giunta esecutiva dell’UI. "Il referendum che si è svolto domenica scorsa in Croazia ha avuto un esito certamente positivo, con una maggioranza importante al di là della non grande affluenza", ha dichiarato Tremul. "Un risultato – ha proseguito il presidente della Giunta UI –, che conferma con convinzione l’orientamento europeo della Croazia, in un momento nel quale l’UE incontra difficoltà non irrilevanti".

CONFINE INNATURALE "Per quanto concerne la CNI il voto di domenica scorsa rappresenta un fatto straordinario, poiché non vi sono più ostacoli all’integrazione della Croazia nell’UE", ha osservato il presidente della GE dell’UI. "Un voto – ha aggiunto –, che riporta la Croazia in Europa, consentendo ai nostri connazionali di non essere più considerati extracomunitari". "L’esito del referendum permetterà di riunire nuovamente l’Istria, giacché a breve potrà cadere il confine innaturale che la divide. Cadrà così pure una parte dei disagi che hanno messo a dura prova l’unitarietà che da parte nostra abbiamo difeso con convinzione e lungimiranza", ha affermato Tremul, esprimendo l’augurio che la Croazia possa adottare quanto prima l’euro ed essere integrata nell’area Schengen nel minor tempo possibile.

Krsto Babić

51 – La Stampa 22/01/12 L'Europa cerca in Croazia un nuovo futuro

L'Europa cerca in Croazia un nuovo futuro

ENZO BETTIZA

Oggi sapremo se un nuovo Stato si aggiungerà ai Ventisette di questa Europa in crisi, paradossalmente disunita fra tante difficoltà ma unita nei vischiosi tentativi di risolverle non si sa come. Lo sapremo dal risultato che uscirà stasera in Croazia dalle urne del referendum. La maggioranza dei sondaggi, salvo sorprese dell'ultima ora, conferiscono al «sì» una vittoria di calore medio, intorno al 55 per cento, contro un «no» che non dovrebbe superare il 25 per cento.

Se verrà confermato il pronostico sul consenso popolare al trattato di adesione, già firmato a Bruxelles dal nuovo governo di centrosinistra, la Croazia diventerà nel luglio 2013 non solo il Ventottesimo Stato membro dell'Unione. Rappresenterà anche, al fianco della Slovenia, la fusione con le istituzioni comunitarie di una seconda nazione ex jugoslava, la più coinvolta negli scontri armati con la Serbia dopo la dichiarazione d'indipendenza del 1991. Insomma, se il referendum riuscirà, costituirà un attestato di eloquente fiducia nella terapia europeistica da parte di una provata regione dei Balcani occidentali, proprio nel momento in cui l'Europa appare più incline a disintegrarsi che ad allargarsi.

Molte ombre, che s'intravedono nello sfondo dietro la prova referendaria croata, possono indurre comunque a considerazioni di prudenza e anche di perplessità. Spesso non vediamo le contraddizioni infinite nella deriva greca.

Tendiamo, per esempio, a dimenticare che la Grecia non è soltanto un pezzo disastrato dell'entità comunitaria europea, ma parte cospicua e irrequietissima della Penisola balcanica. Dimentichiamo che la sua politica estera, in contrasto per disperazione finanziaria con Berlino e Bruxelles, confligge al tempo stesso per ragioni storiche e mitiche con la Macedonia, di cui non riconosce il nome «usurpato», oppure con l'Albania, alla quale rimprovera di fomentare pulsioni nazionaliste nelle minoranze albanesi dell'Epiro.

Ora tantissimi greci - politici, intellettuali, popolani che siano - puntano il dito contro un'Europa che vorrebbe, dicono, espellere Atene dalla zona euro strizzando nello stesso istante l'occhio ai macedoni, agli albanesi, ai montenegrini e perfino ai kosovari. Ma è nel caso della Croazia, alla quale Bruxelles spalanca le porte europee che invece intenderebbe chiudere alla Grecia e mai aprire alla Serbia, che i greci nazionalisti e in genere filoserbi vedono il colmo dell'insulto.

I critici, non solo greci, contrari alla «europeizzazione» di quattro milioni e passa di croati, esibiscono con cifre alla mano diversi argomenti negativi d'ordine economico e sociale. Osservano che su quel Paese pesano una lunga recessione, un debito straniero di 48 miliardi di euro e una disoccupazione elevata al 17 per cento. Nel contempo gli stessi europessimisti croati, perlopiù estremisti di destra che non perdonano alle autorità indigene di aver estradato il generale Ante Gotovina, condannato per crimini di guerra a 24 anni di carcere dal tribunale dell'Aia, sottolineano che la Croazia perderebbe la sua antica identità nazionale in un'Europa dominata dalla Germania e dalla Francia. C'è anche chi sostiene, indignato e allarmato, che non esiste più una banca di proprietà croata poiché tutti gli istituti di credito sarebbero stati svenduti a voraci banche italiane, austriache, tedesche e francesi.

Argomenti certamente seri, ancorché non tutti comprovati, sovente alterati da una buona dose di demagogia. Però destinati ad attecchire sempre meno, in seguito alla catena di scandali e sconfitte che ha finito col travolgere il tradizionale partito conservatore Hdz, Unione democratica croata, fondato e guidato nelle battaglie contro i serbi e negli anni della ricostruzione dal defunto «padre della patria» Frano Tudjman. Il crollo senza riscatto della Hdz avviene sul termine del 2011, con l'arresto per corruzione del suo ultimo leader ed ex primo ministro Ivo Sanader; dopodiché in dicembre si celebra il trionfo elettorale di una coalizione di centrosinistra che consegna la guida del governo al socialdemocratico Zoran Milanovic. La presidenza della Repubblica era già nelle mani di un socialdemocratico colto e stimato, il musicologo Ivo Josipovic.

Il nuovo governo, ispirato dal presidente occidentalista, mette da parte le incertezze e ambiguità diplomatiche della logora Hdz e, sostenuto sul piano esterno da Bruxelles e dall'influente Chiesa cattolica su quello interno, accelera le ultime battute tecniche per l'ingresso della Croazia nell'Ue. L'odierno referendum, in cui sicuramente voteranno «sì» gli elettori che hanno appena votato per il centrosinistra, costituisce il corollario dell'operazione. Secondo l'intento degli attuali vertici di potere, gestiti e garantiti dalla socialdemocrazia, la valutazione squisitamente politica dell'evento, ovvero l'uscita definitiva dall'isolamento balcanico, deve ad ogni costo prevalere sulle valutazioni economicistiche, materialistiche e nazionalistiche.

La stabilità finalmente raggiunta, dopo gli scandali, a livello governativo e parlamentare, la chiarezza etica nei confronti del tribunale internazionale dell'Aia, l'aggancio ai costumi dell'Europa contemporanea mediante il portentoso decollo turistico avviato nel 2000, nessuna bandiera europea bruciata come nelle piazze di Atene e di Budapest: questi i temi che da qualche settimana prevalgono nei giornali e nelle televisioni di Zagabria. Non lascia dubbi in proposito neppure l'incitamento lanciato ai votanti dall'uomo di cultura Josipovic: «Oggi la Croazia sta entrando in Europa, ma soprattutto l'Europa sta entrando in Croazia. Non dobbiamo perdere la grande occasione. Dobbiamo completare l'ondata del sesto allargamento nella storia dell'Unione».

Da tempo non si udivano parole così alte e sincere indirizzate da una capitale europea all'idea, purtroppo vacillante, di un'Europa unita. Il «sesto allargamento» si riferisce a quello che ha vincolato all'Europa democratica i Paesi dell'Est una volta comunisti. Dal fatidico 2004 in poi, dopo la caduta del Muro e la riunificazione tedesca, la metà centrorientale del continente ne ha viste di cose: miracoli come in Polonia e Slovenia, smembramenti come in Cecoslovacchia, fallimenti e rigurgiti ancestrali e sospetti come in Ungheria. Se il referendum croato passerà, speriamo che almeno esso porti, da Zagabria, una ventata d'ossigeno corroborante alla vasta casa comune che minaccia di svuotarsi e sprofondare su se stessa.

52 – Anvgd.it 27/01/12 De Michelis (ex Esteri): agli Esuli il bastoncino più corto

De Michelis (ex Esteri): agli Esuli il bastoncino più corto

L'ex ministro degli Esteri Gianni De Michelis, che resse la Farnesina negli anni cruciali del disfacimento dell'ex Jugoslavia, intervistato oggi dal quotidiano sloveno "Primorski Dnevnik", ripercorre le vicende che negli anni Novanta condussero l'Italia al riconoscimento dell'indipendenza della Slovenia e si esprime positivamente sulle attuali garanzie concesse nel nostro Paese e nella vicina nazione alle rispettive minoranze. Unico neo di un quadro che egli ritiene complessivamente soddisfacente, la questione degli indennizzi agli Esuli giuliano-dalmati: un dovere non ancora assolto, che resta - a giudizio dell'esponente politico - il solo problema insoluto nelle relazioni bilaterali.

Pubblichiamo il testo integrale dell'intervista.

Roma – In data odierna 20 anni fa l’Italia ha riconosciuto la Slovenia, come fatto pure dalla Comunità europea, precursore dell’odierna Unione Europea. Due giorni dopo a Lubiana, il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, firmatario dell’intesa, ha consegnato personalmente alle autorità slovene l’Accordo per il riconoscimento, mentre il co-firmatario del decreto sul riconoscimento era il Ministro per gli affari esteri, Gianni De Michelis. Con quest’ultimo abbiamo parlato del significato del riconoscimento della Slovenia, della sua posizione in Europa e della situazione in cui versava la Iugoslavia prima della guerra.

Onorevole De Michelis, com’è quindi maturato il riconoscimento della Slovenia?

Il riconoscimento della Slovenia è una conseguenza dei grandi terremoti che hanno accompagnato il crollo del muro di Berlino e la scissione dell’Unione sovietica. In pochi anni è crollata la così denominata architettura europea della seconda guerra mondiale. Il tutto è successo molto velocemente. Il muro di Berlino è stato abbattuto nel novembre 1989, e a meno di un anno dopo questo avvenimento c’è stata l’unificazione della Germania. Tutto ciò ha influenzato gli eventi in Iugoslavia, della quale io avevo un’opinione diversa rispetto ai miei colleghi degli altri Paesi della Comunità europea.

E quale era il suo punto di vista?

Se qualcuno mi avesse chiesto quale stato ad est rispetto a noi dovrebbe essere più attivo nei processi integrativi europei, risponderei senza esitazioni la Iugoslavia. In alcune occasioni avevo perfino proposto l’inserimento della Iugoslavia nella Comunità europea, e non mi hanno dato retta.

Perché proprio la Iugoslavia?

Perché in Iugoslavia si era affermato un modello politico-sociale che più si dissociava dai modelli tradizionali di stato comunista e socialista. In Italia eravamo ben a conoscenza della situazione nel Paese vicino e per questo motivo abbiamo cercato di fare qualcosa di utile per prevenire il peggio.

Si sta riferendo a un’iniziativa concreta?

Nel settembre del 1989, in qualità di Ministro degli esteri, insieme all’allora Presidente del consiglio Giulio Andreotti, in una visita in Istria ho incontrato gli alti rappresentanti della RSFI. Abbiamo offerto loro assistenza per un passaggio pacifico all’ordinamento democratico, che avrebbe dovuto rispettare severamente l’Accordo di Helsinki. In modo particolare la parte che prevede che le modifiche dei confini interni statali non devono avvenire con delibere unilaterali, bensì con negoziati politici. L’esempio della Cecoslovacchia dimostra che due popoli possono separarsi e possono fondare in modo pacifico il proprio Stato.

Il caso della Iugoslavia è stato molto diverso dal caso della Cecoslovacchia.....

Questo è vero. All’epoca ero convinto che la separazione pacifica della Iugoslavia fosse ancora possibile. Era nostro dovere cercare di provare la strada consigliataci dall’allora Presidente della Bosnia ed Erzegovina, Alija Izetbegović, e dal Presidente della Macedonia, Kiro Gligorov, da poco deceduto.

E quale era questa strada?

Si impegnavano per cambiamenti radicali e per un’autonomia più ampia delle singole repubbliche, all’interno della Iugoslavia confederale. Izetbegović e Gligorov già allora avevano in mente l’integrazione europea della Iugoslavia Mi raccontarono che sarebbe stato insensato distruggere tutto per poi dover ricostruire tutto. Noi abbiamo perseverato finché abbiamo potuto sul fatto che bisognava negoziare, ma le cose purtroppo hanno preso una strada tragica.

E chi è responsabile per la guerra?

Il responsabile principale è la Serbia, a cominciare da Slobodan Milošević. Il fatto che le cose siano andate come sono andate, è dovuto anche ad alcune decisioni unilaterali della Croazia e della Slovenia.

Secondo Lei quindi la colpa per la guerra in Iugoslavia è da attribuire a questi due Stati?

No, non ho detto questo né lo penso. Mentre la Croazia del presidente Franjo Tuđman all’inizio aveva preso posizioni molto prudenti fino alla scissione della Iugoslavia, la Slovenia di Kučan ha optato per decisioni e decreti più risoluti. La Slovenia lo ha potuto fare perché sul suo territorio non aveva potenti minoranze etniche, mentre la Croazia era in un’altra posizione. Questo lo sapeva bene anche Milosević, che me lo ha detto in modo molto chiaro in un’occasione.

Cosa le ha detto Milosević?

Il primo luglio 1991 nell’ambito della cosiddetta triade europea sono andato a Belgrado. In un colloquio riservato, senza la presenza dell’interprete inglese, mi ha fatto capire che la Slovenia non gli interessa per niente e che per lui può lasciare lo stato federale anche subito, poiché sul suo territorio non ha un numero consistente di appartenenti alle minoranze etniche. Era evidente che si riferiva ai serbi. Per questo motivo la Serbia con tale distacco e quasi con indifferenza ha accolto la decisione unilaterale della Slovenia di staccarsi dalla Iugoslavia.

Comunque la guerra in Slovenia c’è stata....

Sì, c’è stata. Ma era molto breve e non era così sanguinosa come le guerre che subito dopo hanno sconvolto la Bosnia ed Erzegovina e la Croazia. In Slovenia principalmente sono caduti i membri dell’armata iugoslava.

Nonostante i suoi dubbi, l’Italia ha comunque riconosciuto la Slovenia....

Sì, è così, e la nostra decisione si è dimostrata giusta, benché sapevamo purtroppo che un tale rapporto della comunità internazionale fino alla scissione della Iugoslavia avrebbe aperto la strada alle guerre ed eccidi di massa. La Slovenia in tutto questo non centrava niente ed era una questione a sé. Principalmente perché, ripeto, il 98% dei cittadini residenti in Slovenia è di nazionalità slovena, e sul territorio sloveno non vi sono minoranze etniche numerose. Proprio allora la Comunità europea era innanzi ad un grande prova.

Quale?

La Slovenia e la Croazia hanno dichiarato unilateralmente l’indipendenza solo una settimana dopo che si sono concluse tutte le procedure per l’affermazione dell’Accordo di Maastricht, che era di significato essenziale per la Comunità europea.

E quale legame ha Maastricht con il riconoscimento della Slovenia?

Dopo che noi membri della Comunità europea abbiamo dedicato tanto tempo ed energie per stabilire l’integrazione europea e per la politica di difesa comune, la scissione della Iugoslavia sarebbe stata una vera catastrofe. Eravamo realmente costretti ad un compromesso, anche per quello che riguardava la Slovenia e la Croazia. Dietro mia proposta la Comunità europea ha di fatto riconosciuto la Slovenia e la Croazia il 15 dicembre 1991, con l’obbligo che il decreto sul riconoscimento entri in vigore un mese dopo, il ché è successo anche con il benestare della Germania.

Perché questo lasso temporale?

Nel Consiglio dei ministri della Comunità europea di allora, c’è stata una lunghissima discussione, con l’Italia da una parte e la Germania dall’altra, e i francesi in mezzo. Alla fine abbiamo raggiunto un compromesso, cioè che la Comunità europea avrebbe riconosciuto allo Stato l’indipendenza il 15 gennaio 1992. Quindi un mese dopo, come proponeva la Germania, per poter dare almeno la possibilità, prima del riconoscimento, di risolvere la crisi in Croazia poichè si è arrivati al conflitto. Le Nazioni Unite, con l’inviato per la Iugoslavia, Cyrus Vance, hanno preso in mano la situazione, e quest’ultimo ha stipulato l’accordo sulla Croazia.

Però non avete saputo o non avete potuto prevenire la guerra in Bosnia?

Purtroppo no. Gli avvenimenti non dipendevano più da noi e, se posso usare questo termine, sono scivolati di mano alla comunità internazionale.

Il presidente Cossiga il 17 gennaio 1992, quale primo capo di stato straniero, ha fatto visita alla Slovenia appena riconosciuta a livello internazionale.

Perché era critico fino a quella visita?

Come ben sa, al defunto Cossiga piacevano molto gli "assoli". Comunque con lui non c’erano grosse divergenze, sebbene il defunto presidente della Repubblica ha fatto molte cose di testa sua. Questa era una sua caratteristica.

Con la Slovenia appena riconosciuta ben presto sono sorte difficoltà legate alla minoranza italiana in Istria?

Con Lubiana la situazione si è ingarbugliata molto nell’accordo tripartitico (Italia – Slovenia – Croazia) sulla minoranza slovena. Mentre il parlamento croato ha accolto tale accordo, il mio amico Dimitrij Rupel mi aveva avvertito che il parlamento sloveno non lo avrebbe approvato, dicendo che non può acconsentire formalmente all’interezza territoriale degli italiani in due Paesi. Per questo motivo l’accordo tripartitico ha fatto un buco nell’acqua, ovvero è diventato un accordo bilaterale tra Roma e Zagabria. Peccato per l’occasione perduta, nella quale i più colpiti erano gli esuli istriani.

Perché proprio loro?

Perché ancora oggi aspettano l’adempimento di alcuni obblighi non tanto materiali quanto morali da parte della Croazia in particolare della Slovenia.

Come vede oggi la Slovenia, vent’anni dopo questi eventi fatidici?

Le circostanze nel nostro territorio sono cambiate radicalmente in meglio. La Slovenia ha registrato uno sviluppo sostanziale a livello economico e generale, e tra noi non ci sono più confini di stato. Mi consenta un’osservazione personale.

Prego!

Ritengo di aver avuto ragione quando avevo proposto l’entrata dell’allora Iugoslavia nella Comunità europea. Questo problema è al giorno d’oggi di nuovo di attualità, infatti tutti i Paesi dei Balcani occidentali aspirano ad entrare nell’Unione europea. La prima per ordine è la Croazia, poi spero che la seguano anche gli altri Paesi dell’ex Iugoslavia.

Come vede la posizione attuale della minoranza italiana e di quella slovena?

La minoranza slovena in Italia dal punto di vista legale ha ottenuto tutto quello che le spettava. Lo stesso vale per gli italiani in Slovenia e in Croazia. Entrambe le minoranze etniche, per quel che riguarda la legislazione e gli accordi internazionali, non hanno niente di cui lamentarsi. Questo è un bene per tutti. Il bastoncino più corto lo hanno preso gli esuli istriani, che non hanno ottenuto quello a cui avevano diritto. Gli esuli lentamente si stanno congedando, questa è proprio la legge della natura. Rimane l’amarezza per non avere risolto i loro problemi in tempo e io lo vivo come un neo in questa storia.

(g. c. "Primorski Dnevnik" / Sandor Tence / 27 gennaio 2012)

53 - Agenzia Adnkronos 24/01/12 Ateneo Firenze nega l'aula per ricordare le Foibe

Foibe: ateneo Firenze nega aula per incontro per ragioni di sicurezza


Firenze, 24 gen. - (Adnkronos) - ''Prendiamo atto che nell'Ateneo fiorentino vige un ordinamento speciale secondo cui se alzi la voce e minacci tensioni vieni ascoltato e rispettato, se osservi le leggi e i regolamenti sei costretto a subire censure inaccettabili. Se il clima all'interno dell'Ateneo fiorentino non degenera questo lo si deve solo e soltanto al senso di responsabilita' della Giovane Italia, non certo alla predisposizione all'illegalita' dei Collettivi ne' alla codardia dei presidi, ne' al comportamento ambivalente del Rettore''.

Cosi' Tommaso Villa e Niccolo' Macalle', rispettivamente coordinatore regionale e cittadino della Giovane Italia commentano la decisione di non autorizzare l'incontro, previsto per il 3 febbraio prossimo, dal titolo ''Il massacro delle foibe - Ricordare oggi per non dimenticare mai'', per lo svolgimento del quale il movimento giovanile del Pdl aveva richiesto un'aula del polo di Scienze sociali.


''Senza pretese di esaustivita' elenchiamo solo alcune azioni da stigmatizzare di cui si son resi responsabili i Collettivi: - feste abusive che hanno portato a numerose segnalazioni da parte degli abitanti di Novoli; - grigliate di carne in mezzo ai vialetti dell'Universita'; le occupazioni dei plessi; - picchetti contro ogni iniziativa - autorizzata - organizzata dagli studenti di centrodestra; - l'occupazione dell'Aula a Novoli, cui e' seguito dapprima uno sgombero poi una nuova occupazione''.


''La decisione assunta dai presidi e' tanto piu' grave'', sostengono Villa e Macalle', perche' viola la legge 94/2004 che recita: ''E' altresi' favorita, da parte di istituzioni ed enti, la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti in modo da conservare la memoria di quelle vicende''.


''Ebbene, nella democraticissima Firenze i presidi di tre facolta' non solo non hanno favorito, ma hanno persino vietato un'iniziativa in memoria di una delle pagine piu' tristi e meno conosciute della storia nazionale'', proseguono i due esponenti della Giovane Italia annunciando le prossime mosse. ''Come costume di certi gruppi potremmo prenderci lo spazio occupando l'aula, ma la violazione della legge non e' nella nostra cultura. Con fermezza e senso di responsabilita' stigmatizziamo il divieto posto dai presidi e ribadiamo che l'iniziativa si terra' ugualmente, ma non piu' in uno spazio universitario. Gli spazi di liberta' a Firenze e nell'ateneo fiorentino stanno diminuendo ogni giorno di piu'. Non siamo piu' disposti a tollerare soprusi e censure mascherati da provvedimenti di ordine pubblico assunti da docenti che a parole manifestano a difesa della Costituzione, ma poi non esitano a ledere diritti riconosciuti'', concludono Villa e Macalle'.

54 - La Voce del Popolo 27/01/12 Trieste - Giorno della Memoria, oltre la retorica

Una cerimonia solenne alla Risiera di San Sabba e uno speciale di Radio 3
Giorno della Memoria, oltre la retorica

TRIESTE – 27 gennaio, Giorno della Memoria a Trieste. Il momento centrale del programma per la ricorrenza istituita dal Parlamento italiano, con legge 211 del 20 luglio 2000, per ricordare l’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, lo sterminio e le persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti, sarà celebrato oggi, con un fitto susseguirsi di appuntamenti che inizierà, alle ore 9, in via Coroneo 26, con la deposizione di una corona della Polizia di Stato sulla lapide che ricorda la prigionia di Giovanni Palatucci, "Questore Giusto".

Alle ore 9.30, dalle carceri del Coroneo, partirà la marcia silenziosa degli ex deportati dal luogo di detenzione fino alla Stazione Centrale. Alle 10, in via Flavio Gioia, sarà deposta una corona del Comune sulla lapide che ricorda la partenza dei convogli dei deportati verso i campi nazisti dal settembre 1943 al febbraio 1945. Alle ore 11, alla Risiera di San Sabba, si terrà la cerimonia solenne, alla presenza di autorità civili, militari e religiose con i rappresentanti e i labari di vari gruppi, enti e associazioni. Durante tutto l’arco della giornata del 27 gennaio potranno essere fatte visite guidate gratuite e senza prenotazione alla Risiera di San Sabba.

RICHIAMI ALLA COSCIENZA Perché è stata scelta questa data? Il 27 gennaio 1945 furono aperti i cancelli del campo di concentramento di Auschwitz e i segni dell’orrore e della tragedia lasciarono sgomenti i liberatori e il mondo intero. Il presidente della Regione Renzo Tondo, ribadisce l’importanza dell’istituzione del Giorno della Memoria affermando che "il suo significato deve superare la sterilità della retorica richiamando la coscienza di ogni cittadino e ogni amministratore pubblico alla costruzione di rapporti sempre più giusti e solidali tra le persone e tra i popoli".

UN MOMENTO DI RIFLESSIONE "Proprio per l’importante significato di questo giorno – dichiara il presidente del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, Maurizio Franz –, la sua celebrazione non dev’essere una ritualità, ma un’importante occasione di riflessione su una tragedia che ha colpito milioni di persone deportate, torturate, uccise o lasciate morire di malattie, di stenti e di privazioni, vittime di un’ideologia disumana applicata con azioni spietate. E se la Giornata della Memoria coincide giustamente con la liberazione del campo di sterminio di Auschwitz non dobbiamo dimenticare che anche in Friuli Venezia Giulia l’olocausto allungò i suoi tentacoli".

Nella Risiera di San Sabba a Trieste, unico lager nazista in Italia, sulla scorta delle testimonianze furono cremate dalle tre alle cinquemila persone e un numero ben maggiore di prigionieri furono deportati per un viaggio quasi sempre senza ritorno: tanti triestini, friulani, istriani, sloveni, croati, militari, ebrei, vittime di altra nazionalità, credo religioso e politico, accomunate da un destino crudele. Ecco perché la cerimonia di Trieste diventa centrale della Memoria nell’FVG.

IL PROGRAMMA DI INIZIATIVE Sempre nell’ambito del programma delle iniziative promosse dal Comune di Trieste, a partire dalle ore 15, nell’Aula magna della Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori di via Filzi 14, è prevista la diretta radiofonica aperta al pubblico (con ingresso libero per gli interessati entro le ore 14.45 e fino ad esaurimento dei posti disponibili in sala) dello speciale di Radio 3 "Fahrenheit – Giorno della Memoria" che proporrà storie, testimonianze e la musica dell’ "Alfredo Lacosegliaz Patchwork Ensemble". Ancora alle ore 15al Teatro Miela si terrà il convegno "Convivere con Auschwiz" e alle 17.15 la proiezione del documentario "La forza del destino. Ondina Peteani: una vita per la libertà". Ancora alle ore 17, alla biblioteca Stelio Mattioni di Borgo San Sergio, recital "Il cantante nel lager", la vicenda di Eno Mucchiutti, baritono ex deportato a Dachau, Mauthausen, Melk, Ebensee. Altri appuntamenti sono in programma anche sabato 28 gennaio, alle ore 18.30, al Teatro Miela con la proiezione del film "Train de Vie" e a seguire, alle 21, il concerto "The Original Klezmer Ensemble e Alexian Group Musica Rom". Infine, martedì 31 gennaio, alle ore 21, al Teatro Miela concerto "Die Goldene Pave". Tutte le iniziative sono ad ingresso libero, fino ad esaurimento dei posti disponibili. (rtg)

55 – Anvgd.it 25/01/12 Giorni della Memoria, per gli Esuli non sono rituali (Lucio Toth)

Giorni della Memoria, per gli Esuli non sono rituali

COMUNICATO STAMPA DELLA PRESIDENZA NAZIONALE ANVGD

Nell’imminenza delle commemorazioni del Giorno della Memoria, istituito il 27 Gennaio di ogni anno con la Legge n. 211 del 2000, l’Associazione Venezia Giulia e Dalmazia si unisce all’intera comunità nazionale ed in particolare alle Comunità ebraiche italiane nel rendere omaggio al sacrificio dei connazionali e delle collettività ebraiche europee, vittime della feroce persecuzione nazista.

L’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia rappresenta sull’intero territorio italiano gli Esuli dall’Istria, da Fiume e da Zara, cedute all’ex Jugoslavia nel 1947: nelle sue fila si contano anche profughi giuliani e dalmati di religione ebraica e di altra confessione, che hanno condiviso con i corregionali cattolici la durissima scelta dell’esodo dai luoghi di antico insediamento storico. Il tessuto civile della Venezia Giulia e della Dalmazia, del quale l’elemento italiano ha costituito per secoli parte rilevante e determinante, ha permesso la pacifica coesistenza e la comune crescita di comunità di fedi e lingue diverse, prima dell’affermarsi delle dottrine totalitarie che hanno devastato il Novecento, popoli e luoghi dell’intera Europa.

Se da più parti, in anni recenti, si sono levate voci di dissenso circa l’utilità dei «giorni della memoria», questa Associazione ne ribadisce con forza la necessità perché – come ebbe a dire il pontefice Benedetto XVI in visita al Campo di Auschwitz nel 2006 – «ci parlano della sofferenza di uomini dell’intero continente». «Essi scuotono la nostra memoria, scuotono il nostro cuore. Non vogliono provocare in noi l’odio: ci dimostrano anzi quanto sia terribile l’opera dell’odio». Gli Esuli italiani dai territori ceduti hanno provato su di sé negli anni 1943-1945 ed oltre gli effetti della persecuzione nazionale e ideologica di un altro totalitarismo, del regime comunista jugoslavo che li ha costretti all’esodo nella Madrepatria per non subire le violenze, gli eccidi indiscriminati, la sottomissione ad un potere che la nostra coscienza contemporanea ancor più nettamente ripudia e la storia ha definitivamente condannato.

Ancora oggi le comunità giuliano-dalmate in Italia e all’estero, di prima, seconda e terza generazione, sono impegnate nella conservazione e nella divulgazione del patrimonio storico che loro appartiene, ed accolto nel dettato e nello spirito della Legge 92 del 2004 istitutiva del Giorno del Ricordo, il 10 Febbraio. Date non rituali, come taluni le hanno giudicate, ma alimentate da ciascuna individuale tragedia umana e fonti di mai esausti moniti.

Roma, 25 gennaio 2012

On. Lucio Toth

Presidente nazionale ANVGD

56 - L'Eco di Bergamo 27/01/12 Il Giorno della Memoria - Treviglio: Il mistero di Irma«Quella bambinaia che ci salvò la vita», i loro genitori fiumani vennero uccisi ad Auschwitz

Il mistero di Irma«Quella bambinaia che ci salvò la vita»

Nel 1943 nascose i fratelli Aldo e Lilly a Treviglio, i loro genitori vennero uccisi ad Auschwitz
L'appello dall'Australia: «Vorremmo dirle grazie»

Treviglio

Fabio Conti

«Abbiamo soltanto un unico, grande rammarico. Non aver mai potuto dire grazie a quella ragazza che noi ricordiamo semplicemente come Irma: nel 1943 ci salvò la vita, sottraendoci a morte certa ad Auschwitz, dove sono stati deportati i nostri genitori. Lei ci nascose in un convento di Treviglio, a rischio della sua stessa vita».
Ora Aldo Friedrich vive in Australia: ha 71 anni, ha cambiato nome – si chiama Allen – ed è sposato con un'italiana. Quando di anni ne aveva tre, lui e la sua sorella maggiore Lilly,

rischiarono di finire, assieme ai genitori Andrea Friedrich e Mira Vamos, ebrei originari di Fiume, sul convoglio diretto al campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, che partì dal binario 21 della stazione Centrale di Milano la mattina del 30 gennaio 1944. All'arrivo quasi tutti gli oltre 600 passeggeri vennero uccisi all'istante, compresi i coniugi Friedrich.
Quel giorno Aldo e Lilly erano per fortuna già al sicuro, nascosti sotto falso nome nel convento trevigliese, dove vennero affidati dalla misteriosa Irma a suor Angelica, religiosa ben nota a Treviglio: lì rimasero fino alla fine della guerra, quando vennero affidati a una zia materna che li portò in America. Poi si trasferirono entrambi in Australia. Suor Angelica, detta in dialetto la «Capelùna» per il grande copricapo che portava, è stata per anni la direttrice del cosiddetto «convento dei vecchioni» che sorgeva in centro. E non era nuova a episodi del genere: di carattere

burbero, era rispettata anche dalla malavita trevigliese dell'epoca.
Ma aveva un cuore grande e – si saprà soltanto anni dopo – durante la guerra non si tirò certo indietro nell'aiutare il prossimo, cattolico o ebreo che fosse. Ma all'epoca questo lo dovevano sapere in pochi, per ovvi motivi. Ecco perché è lecito chiedersi: come faceva Irma a conoscere suor Angelica? Forse la bambinaia era proprio originaria di Treviglio? Ma, soprattutto: che fine ha poi fatto?
Una decina di anni fa anche i «Figli della Shoah» di Napoli la cercarono per consegnarle il «Diploma dei giusti», ma anche allora le ricerche si arenarono. Soltanto un nome, Irma appunto, e qualche foto in bianco e nero sono troppo poco. La speranza è che qualcuno si ricordi di lei: oggi potrebbe avere quasi novant'anni. «I miei ricordi, così come quelli di mia sorella, sono piuttosto sbiaditi – spiega Allen al telefono dall'Australia –. D'altronde eravamo soltanto dei bambini. Nel dicembre del 1943 ci trovavamo a Milano e camminavano per strada: i nostri genitori erano un po' più avanti, mentre noi li seguivamo, proprio assieme a Irma. All'improvviso papà e mamma vennero presi e portati via. La bambinaia, d'istinto, ci spinse con lei in un portone, credo, o in una strada laterale. I nostri genitori non li abbiamo mai più visti. Poi lei ci portò a Treviglio».
Anche del soggiorno nella Bergamasca Allen ha vaghi ricordi: «Suor Angelica ci faceva fare i chierichetti, probabilmente per non destare sospetti sul fatto che fossimo ebrei – aggiunge –. Poi ricordo un fienile, dove mi pare venivamo nascosti quando c'erano dei controlli nel convento. E un enorme albero al centro della struttura, mi pare una magnolia: non ne avevo mai visto nessuno del genere, in precedenza, da piccolo. Ecco perché ne rimasi colpito».
Quell'albero c'è ancora, maestoso al centro dell'ormai ex convento trevigliese. Nel vedere la foto via mms, Allen si commuove: «È la prima volta che lo rivedo dopo tanti anni. Negli Anni Settanta ero tornato a Treviglio ma, non conoscendo nessuno, non ero riuscito a ritrovare quel posto. Io penso che Irma possa essere venuta a trovarci al convento, o almeno ne ho un vago ricordo, magari anche lei clandestinamente o sotto falso nome. Non mi pare vivesse lì con noi, ma ho come la sensazione che abitasse comunque in zona. Tra le poche certezze della vicenda il fatto che anche Irma è sicuramente sopravvissuta alla guerra».
Quando i fratelli erano in America, infatti, la zia ricevette una lettera dell'ex bambinaia, con tanto di foto: «Non so perché, ma non rispose mai e devo dire che fu un grave errore. A tornare indietro, risponderei io. Forse ora è tardi, ma vorremmo sapere se Irma è viva. O, se se n'è andata, sapere dov'è seppellita, per portarle almeno un fiore». Prima della guerra il padre di Aldo e Lilly gestiva un grande magazzino a Fiume, nell'allora «zona franca» ed era appassionato di foto: in una si vedono i due fratellini con Irma. La bambinaia venne assunta proprio mentre la famiglia viveva in quella città, oggi in Croazia, e poi seguì la famiglia a Milano.
Dopo la guerra Irma si è forse sposata a Treviglio? Nell'archivio della parrocchia di San Martino non sono registrati matrimoni di nessuna Irma: forse non era il suo vero nome? L'unica speranza è che qualcuno la riconosca dalla foto più recente, datata 1958. Perché ci sono due persone che vorrebbero finalmente dirle grazie.

57 - La Settimana diocesi del Polesine 22/01/12 Rovigo - Si celebra il 10 febbraio la Giornata del Ricordo

Si celebra il 10 febbraio

La Giornata del Ricordo

l'Associazione Nazionale Venezia Giulia E Dalmazia - Centro Studi Padre Flaminio Rocchi la promuove

Il dott. Lorenzo Maggi è il delegato dell'Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD) che lo ha nominato suo Delegato per la provincia di Rovigo. L'Associazione con personalità giuridica è riconosciuta dall'Ufficio Territoriale del Governo di Roma ed iscritta al n.165/2002 nel relativo registro Delegazione provinciale di Rovigo. L'Associazione, costituita nel 1947, è la maggiore rappresentante sul territorio nazionale degli italiani fuggiti dall'Istria, da Fiume e dalla Dalmazia al termine della seconda guerra mondiale sotto la spinta della pulizia etnica delle milizie jugoslave e lo spettro delle foibe. Il governo italiano ha deciso di commemorare tali tragici avvenimenti con l'istituzione della Giornata del Ricordo (legge 92/2004) scegliendo come data il 10 febbraio, anniversario del Trattato di Pace di Parigi, così funesto per le genti italiane che abitavano le terre passate quindi sotto il controllo jugoslavo.

Vediamo un po' di storia. L'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, costituita nel 1947, è la prima associazione a carattere nazionale sorta per assistere gli italiani fuggiti dalle proprie terre di Istria e Dalmazia sotto la barbarie della pulizia etnica jugoslava. I territori italiani si trovarono, col Trattato di Pace di Parigi, improvvisamente sotto una nuova bandiera, ma già da tempo erano iniziate violenze e soprusi che altro non poterono ottenere se non la morte di migliaia di civili e l'esodo di 350.000 italiani, dispersi poi in Italia e nei cinque continenti, vittime incolpevoli e unici, tra gli italiani, a pagare con i loro beni la disfatta della guerra. Gli esuli abbandonarono tutto: case, terre, pascoli, industrie, attività commerciali e marittime. Ricominciare da zero fu difficile e doloroso, e la loro vicenda fu coperta da un velo di silenzio che per 60 anni ha tenuto l'opinione pubblica allo scuro di quel dramma. Fin dal suo inizio, però, l'Associazione non ha svolto soltanto una funzione assistenziale, ma ha rappresentato gli interessi degli esuli nelle sedi istituzionali e governative, difendendo i valori ideali e morali dell'esodo in un ambiente culturale e politico certamente non favorevole. Le iniziative dell'Associazione hanno portato un contributo determinante nel campo dei provvedimenti legislativi adottati dal Parlamento italiano per risolvere i problemi dell'esodo giuliano-dalmata, dalle leggi per l'edilizia popolare a quelle per l'indennizzo dei beni perduti nei territori ceduti (con il cui corrispettivo l'Italia ha pagato i danni dovuti alla ex Jugoslavia in forza del Trattato di pace). La natura apolitica e apartitica dell'Associazione è stata il presupposto essenziale della considerazione in cui è stata sempre tenuta. Gli obiettivi principali che l'associazione si pone sono: - far conoscere all'opinione pubblica italiana le vicende del confine orientale italiano e della contigua area balcanica, non solo nel Novecento ma anche nei secoli precedenti; - sensibilizzare i media e la stessa opinione pubblica sull'importante ruolo politico, culturale ed economico che il Sud-Est europeo riveste per il nostro Paese in questa fase di assestamento geopolitico e di avvicinamento degli Stati dell'area all'Unione Europea; -risvegliare negli italiani il senso dell'identità e dell'unità nazionale; - aiutare i connazionali rimasti nelle terre di origine a difendere la loro lingua e le tradizioni italiane.

A tale scopo sempre più frequenti si sono fatti i contatti con l'Unione Italiana, che rappresenta le comunità italiane tuttora residenti nei territori appartenenti alle Repubbliche di Slovenia, Croazia e Montenegro.

Per informazioni: Associazione ANVGD Delegazione Rovigo, Via Nevegal 26 c/o dott. Lorenzo Maggi 45100 Rovigo RO tel. 0425/21320

E-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. - www.anvgd.it58 - Il Piccolo 27/01/12 L'aquila bicipite torna sulla Torre civica di Fiume

L’aquila bicipite torna sulla Torre civica di Fiume

È il simbolo della città ma gli Arditi l’avevano decapitata perché "austriacante" e le autorità della Jugoslavia comunista l’avevano rimossa perché "antislava"

di Andrea Marsanich

FIUME L’ aquila bicipite, plurisecolare simbolo dei fiumani autoctoni, potrebbe tornare a mostrarsi alla sua città già nel 2013. È di questi giorni la notizia che l’ Ufficio di conservazione a Fiume ha dato il proprio assenso alla ricollocazione del rapace sulla Torre civica, dalla quale era stato rimosso con un atto di forza nel 1949 e distrutto. Erano state le autorità della Jugoslavia comunista a voler abbattere quel pezzo di autentica storia fiumana, ritenendolo un simbolo antislavo e borghese che andava soppresso senza rimpianti. Da allora la Torre civica, cuore pulsante della fiumanità, deve fare a meno del maestoso volatile che era stato posizionato per la prima volta sulla struttura nel 1906, su iniziativa delle donne fiumane in occasione della festa di San Vito (15 giugno), patrono della città. Grazie all’ iniziativa dell’ organizzazione denominata Stato Libero di Fiume – che si adopera per il recupero e la valorizzazione di storia, cultura, lingua, simboli, tradizioni e monumenti della città quarnerina – una statua dell’ aquila bicipite è destinata a "tornare a casa", nel luogo che l’ aveva vista sfregiata (era stata tagliata una testa) nel 1919 da uno degli arditi di Gabriele D’ Annunzio. Una decapitazione parziale perché gli arditi vedevano in quell’ aquila leopoldina a due teste il simbolo dell’ Impero austriaco, mentre invece il rapace con una sola testa stava a significare la romanità e l’ italianità di queste terre. Visto che della versione originale non è rimasto nulla, si dovrà procedere alla costruzione di una nuova statua sicuramente più ridotta rispetto a quella distrutta, che era alta 2 metri e 20, aveva un’apertura alare di 3 metri e pesava 2 tonnellate. Il sindaco di Fiume, il socialdemocratico Vojko Obersnel, ha anunciato che il ritorno dell’ aquila bicipite sulla Torre civica sarà inserito nella simulazione del bilancio municipale: in base ai risultati e all’ interesse dei cittadini, le autorità si esprimeranno su questo atto di grande valenza storica e simbolica, che potrebbe diventare realtà già l’ anno prossimo. Negli anni scorsi era circolata la voce che il riposizionamento della statua e la sua costruzione avrebbero comportato spese per circa 300 mila kune, intorno ai 39 mila e 600 euro. A dare il placet all’ iniziativa anche gli esperti di statica i quali hanno concluso che la cupola della Torre è in buone condizioni e potrà reggere il peso della statua. Il presidente di Stato Libero di Fiume, Danko Svorinic, ha espresso soddisfazione per quanto fatto finora: «Si porrà rimedio all’ ingiustizia perpetrata da due regimi totalitari, quello italiano e quello jugoslavo.

59 - Il Piccolo 25/01/12 Zagabria - Il Sabor rielegge Radin paladino delle minoranze

Il Sabor rielegge Radin paladino delle minoranze

Zagabria conferma il deputato italiano a capo della commissione parlamentare «È un posto vitale per la tutela dei connazionali che vivono in Croazia»

di Andrea Marsanich

FIUME Per la quarta volta consecutiva il deputato al seggio specifico degli italiani al parlamento croato, il Sabor, il polese Furio Radin sarà alla guida della Commissione parlamentare per i diritti umani e delle minoranze nazionali. La sua elezione non ha avuto storia, decisa all’unanimità dai 113 deputati presenti alla prima sessione ordinaria del parlamento (su un totale di 155). Una conferma che sa di riconoscimento per il lavoro svolto da Radin nei 12 anni precedenti e che soprattutto si configura come un apprezzamento alla Comunità nazionale che il politico rappresenta e all’Unione italiana, della quale è presidente. «Stiamo parlando di una commissione intesa tra le due o tre più importanti al Sabor – spiega il deputato istriano –: è un organismo costantemente al centro dell’attenzione e non solo perché vigila, consiglia e decide su tutto quanto riguardi le etnie minoritarie ma anche perché tratta la materia dei diritti dell’uomo, argomento spesso venuto alla ribalta, non sempre in termini positivi, nella Croazia degli ultimi 20 anni». Una parentesi: la predetta commissione ha 15 componenti, praticamente un decimo del Sabor, più sei membri esterni in rappresentanza della Chiesa cattolica croata, di le altre religioni, di associazioni per i diritti umani, per le donne e per i giovani. «È una commissione dunque vitale per gli italiani che vivono in Croazia – aggiunge Radin – e il sottoscritto si sente gratificato, da italiano, a esserne presidente. Voglio ricordare che è pure una sorta di "centro di potere" per le minoranze, in quanto a essa risponde, tra gli altri, il Consiglio governativo delle comunità nazionali minoritarie che è poi quello che dà i mezzi finanziari». Interessante sottolineare che a vice presidente è stata eletta Ruza Tomasic, unica esponente in parlamento dell’estrema destra croata. «Non condivido nulla del suo credo politico – così Radin – ma si tratta comunque di una persona valida, di un’integrità morale unica. Si è fatta conoscere e lodare per la sua lotta alla droga a Spalato e sull’Isola di Curzola, con arresto di decine di spacciatori e capi dei vari traffici. Da anni è impegnata inoltre nel denunciare la corruzione che alligna nella società croata». «Voglio aggiungere - continua il parlamentare italiano - una nota di colore: prima di venire a vivere in Croazia nel 1991, la Tomasic era stata la prima poliziotta in moto in Canada. Ha fatto anche parte negli Anni 90 del servizio di sicurezza del presidente croato Franjo Tudjman». Radin ha voluto pure commentare la volontà espressa domenica dai cittadini croati di unirsi all’Unione europea. «Il confine in Istria e a Fiume - spiega - era percepito come qualcosa di alieno, d’innaturale. Speriamo sparisca al più presto con l’applicazione degli Accordi di Schengen, che potrebbe da queste parti entrare in vigore nel 2015. Ci sentiremo più vicini alla Madrepatria, all’Italia, e anche ai connazionali residenti in Slovenia, un ricongiungimento che farà bene alla nostra Comunità. Voglio rilevare infine che noi italiani di queste terre continuiamo a credere ai valori dell’Europa»

60 – La Voce del Popolo 21/01/12 Silvio Del Bello: «La mole di lavoro della CNI è vastissima»

A colloquio con Silvio Delbello, presidente dell'Università Popolare di Trieste

«La mole di lavoro della CNI è vastissima»

TRIESTE – Il 2012 sarà un anno di sospiri per l’Europa che dovrà trovare le vie d’uscita da una crisi che non risparmia nessuno. Anche se la Croazia non ha ancora detto "sì" all’Unione europea, l’eco della situazione generale e italiana in particolare, arriva a toccare quel tessuto sensibile che è la Comunità Nazionale Italiana, in Istria, a Fiume e in Dalmazia. La ragione è palese: le tre Leggi che regolano i contributi del Governo italiano all’UI per il tramite dell’UPT non sono servite anche a scongiurare i ritocchi ai finanziamenti. Vale a dire che rispetto a due anni or sono la riduzione è del 50 per cento circa, ridimensionando di fatto la mole di attività svolta in favore delle istituzioni della minoranza.

"Inutile ribadire la nostra preoccupazione – afferma il presidente dell’Università Popolare di Trieste, Silvio Delbello –, che è scontata. In questo momento ciò che più preme al nostro ente è ridefinire il suo ruolo che rimane fondamentale nell’ambito della collaborazione. Il governo italiano segue da vicino il nostro lavoro, ma è importante ricordare il nostro impegno ed i risultati, chiari e forti che nel corso degli anni, siamo riusciti ad ottenere".

Nel 2014 si ricorderanno 50 anni di collaborazione UI-UPT, che cosa si conserva dell’idea originale?

"L’intuizione di allora, evolutasi nel tempo, non ha mai perso la spinta propulsiva. Oggi come allora, l’Università Popolare di Trieste rimane il braccio operativo dell’Italia, che si rapporta con la minoranza cercando di cogliere quelle che sono le necessità e monitorando i risultati ottenuti nei vari campi"

Possiamo fare un bilancio di quanto è stato realizzato nel 2011?

"Lo stanziamento è stato di 6 milioni di euro per tutta l’attività della minoranza, in contemplazione delle leggi Nazionali 296/2006, 260/1982 e Regionale 41/79, in parte legato alla normale rendicontazione, in parte derivante dalla convenzione sottoscritta previa presentazione dei progetti. Intendo dire che, accanto all’attività tradizionale di Comunità, scuole ed enti di particolare interesse, sono stati anche realizzati alcuni singoli progetti mirati come il restauro di Castel Bembo a Valle, la realizzazione di due sedi ex novo per le CI di Visignano e Torre, ma anche la ristrutturazione delle sedi di Orsera e Visinada. Grazie all’intervento del governo italiano ora operano in sedi degne l’asilo di Lussinpiccolo, una realtà recente, si sta procedendo al completamento dei lavori del Liceo di Fiume, dell’asilo di Zara e di quello di Cittanova. Nel filone della tradizione ormai radicata che permette alla minoranza di continuare ad esistere, ma soprattutto di evolvere va evidenziata l’editoria con la stampa dei volumi del CRS. Per non dire dell’attività preziosa di Edit, Dramma Italiano, delle scuole, dei seminari per gli insegnanti, il sostegno stesso delle Comunità degli Italiani e momenti di grande valore culturale come il Premio Istria Nobilissima o la stagione di concerti o ancora la collaborazione con i teatri dell’FVG. La mole di lavoro della CNI è vastissima e la nostra opera costante".

La crisi però vi sta mettendo alla prova, ci saranno settori che ne soffriranno…

"Tutti e nessuno, nel senso che in accordo con l’Unione Italiana stiamo operando dei tagli laddove sarà possibile recuperare nel futuro mentre rimaniamo fermi sulle attività principali. Diciamo comunque che nel 2012 vigileremo il settore dell’edilizia scolastica, anche perché le scuole italiane in Istria e a Fiume rappresentano la promessa e la sfida con il futuro, la condizione primaria della continuazione dell’esistenza degli italiani in queste terre, quindi non ci si possono permettere cedimenti. Quest’anno andremo ad ultimare gli asili di S. Lorenzo e Varvari nei pressi di Parenzo e si interverrà in quelle sedi delle Comunità che presentano delle emergenze".

Sono 52 le Comunità degli Italiani che negli ultimi decenni sono state strutturate per un’attività costante e completa. Quanto realizzato vi permetterà di vivere di rendita per un po’ di tempo?

"Questo è vero, senza allentare l’attenzione perché il livello raggiunto va senz’altro mantenuto ed evoluto secondo quelle che saranno le necessità. Altri capitoli di spesa saranno ricalibrati, i viaggi culturali nelle Regioni italiane dureranno qualche giorno in meno. Diciamo che i tagli saranno ragionati per ridurre i danni al minimo".

Ma anche nel suo ruolo a Trieste l’UPT andrà incontro ad un ridimensionamento dell’attività?

"Sarà inevitabile anche se cercheremo di mantenere il massimo attraverso una riorganizzazione dell’attività stessa. Accanto al nostro primario impegno dei corsi di lingua e cultura varia che rappresentano una tradizione radicata e riconosciuta a livello locale, cercheremo di avviare un programma di promozione che faccia conoscere il nostro ruolo. Terremo corsi e conferenze presso la nostra sede onde sensibilizzare i media locali, ma anche con una maggiore incisività del nostro sito che oggi può contare su una web radio con notizie non stop in collaborazione con Radioattività ed altre emittenti. Intendiamo allestire una mostra sull’edilizia scolastica e delle CI svolta in Istria, Fiume e Dalmazia, sulle attrezzature fornite, l’opera degli insegnanti provenienti dall’FVG, e così via, affinché l’opinione pubblica possa conoscere quanto è stato fatto. Avvieremo a Trieste un programma di presentazioni dei volumi del CRS e dell’Edit che spesso rimangono nei circuiti locali e meritano senz’altro maggiore rilevanza".

Visto il vostro ruolo, non dovrebbe essere proprio l’UPT anche il naturale momento d’incontro tra realtà di esuli e rimasti, per quella ricomposizione di cui anche lei è stato uno dei promotori qualche anno fa con un documento sottoscritto ad Umago?

"Non è una cosa facile, nonostante le riunioni, le volontà, ci sono viscosità che non si riescono a superare. Consola il fatto che i singoli, intendo la gente, spontaneamente o in gruppi organizzati all’interno delle associazioni, collabora, organizza incontri, condivide momenti importanti, forse è questa la strada più giusta".

All’incontro di settembre a Pola, il Presidente Napolitano, lo aveva stigmatizzato come momento necessario, invitando anche la Nazione ad un diverso atteggiamento, cosa blocca un’evoluzione più veloce in questo senso?

"Il mio maestro di letteratura, Guido Miglia, polese verace, lo definiva una questione di ignoranza, nel senso puro della parola, cioè che spesso si ignora cosa ci sia dietro la facciata e si procede basandosi su luoghi comuni e, nel peggiore dei casi, con estrema superficialità. Anche nel rapporto con chi segue la nostra attività non possiamo mai dare nulla per scontato. In tanti anni ci si è accorti che la nostra è una storia infinita che non possiamo mai stancarci di raccontare, di far capire, di spiegare, sciogliere. E forse è proprio questo che ci permette di andare avanti, il fatto di non demordere, di non accontentarci mai di ciò che abbiamo fatto. Oggi all’UPT, lavorano 12 persone. In una recente riunione al vertice, l’ambasciatore Mario Bova, ha dichiarato di ritenere la collaborazione, cito le sue parole, molto migliorata e che si tratti di un fenomeno di crescita interessantissimo che consente di dare impulso agli interventi per la salvaguardia della nostra minoranza. Dando così atto al nostro operare che anche in un momento di crisi ci vedrà attenti a gestire al meglio le risorse a disposizione. Poi il resto, si vedrà".

Rosanna Turcinovich Giuricin

61 – CDM Arcipelago Adriatico 26/01/12 Loris Premuda: Sanità e personaggi nell'Istria veneto-asburgica

Loris Premuda: Sanità e personaggi nell'Istria veneto-asburgica

Anni di lavoro e ricerca con grande passione e il desiderio di descrivere i percorsi ed i contatti di carattere scientifico tra le terre dell’Adriatico orientale e il resto d’Italia. Per il prof. Loris Premuda una sfida e una meta importante, il tutto raccolto nel volume uscito dalle stampe a dicembre 2011, intitolato "Sanità e personaggi nell’Istria veneto-asburgica", edito da Ars Libera e presentato alla Bancarella-Anteprima.
A raccontare la genesi del volume è stata Simone Peri, Presidente della Comunità di Montona, e la ragione del suo coinvolgimento diretto è facile da comprendere, sono legati dalle medesime radici: "Il prof. Premuda è uno dei massimi studiosi a livello europeo in materia di Storia della Medicina – ha esordito la Peri -. Una sera, a casa sua, durante una cena si iniziò a chiacchierare sul fatto che nella letteratura che riguarda l’Istria mancasse un tassello di storia importante. Mancava una trattazione organica e completa di storia della medicina in Istria. Ovviamente ho colto la palla al balzo e subito chiesi al prof. Premuda se era disponibile a riempire questo vuoto condividendo le sue ricerche e le sue conoscenze mediante la pubblicazione di un nuovo libro.
Dopo una iniziale titubanza, dovuta al fatto che reperire documenti significativi e utili poteva essere problematico, il prof. Premuda iniziò ad appassionarsi a questo lavoro. Ed eccolo qui, un prezioso gioiello che fa luce su molti aspetti di carattere storico e chiaramente dimostra come il tessuto sociale nell’Istria fosse vivo e variegato.
In copertina Montona, suo paese di nascita, e in quarta di copertina Lussinpiccolo, cittadina dalla quale la sua famiglia era originaria. E poi Ippocrate, considerato il padre della medicina ed Esculapio, personaggio divino nella mitologia latina che era il dio della medicina.
Ma che legame c’è tra la Famiglia Montonese e Loris Premuda?
Premuda nacque Montona nel 1917 quando era ancora in corso la prima guerra mondiale. A seguito della morte improvvisa del padre, magistrato dell’Imperial Regio Governo per l’Istria meridionale, la famiglia per motivi economici decise di trasferirsi a Trieste. Ottenuta la maturità classica al liceo Petrarca nel 1936, Loris Premuda, spinto da motivi umanitari e dall’interesse di perfezionare le conoscenze anatomo-fisiologiche che lo avevano incuriosito al liceo, si iscrisse alla facoltà di medicina dell’Università di Padova ove conseguì la laurea nel giugno del 1942. Svolse la sua attività presso l’ospedale Maggiore di Trieste dal 1942 al 1952 vivendo in prima persona, e in una posizione particolare, prima l’occupazione tedesca e poi quella slava.
Ma come è nato l’interesse del professore per la storia della medicina?
Dice egli stesso: "L’insegnamento austero, sistematico, rigido, freddo delle lezioni largite soprattutto nel primo triennio, se per un verso mi attraeva, per altro verso metteva in evidenza a me, proveniente da un ambiente profondamente umanistico, classico, letterario una carenza di approfondimenti storici e logici: così le lezioni di istologia, di microbiologia e perfino di patologia generale" …. "Mi ero ben accorto, per esempio, dell’esigenza necessaria di conoscere le radici dell’impianto storico-scientifico della patologia e di esplorare pertanto i processi attraverso i quali i medici fin dai tempi più remoti erano andati interpretando il concetto di malattia, di infiammazione, di tumore, di febbre e via dicendo. Fu questa vigorosa aspirazione a suggerirmi di incontrare la Storia della Medicina attraverso quelle modalità di ricerca indispensabili per la realizzazione di un siffatto programma."


Torniamo di nuovo, brevemente, alla vita del prof. Premuda, ossia di uno dei massimi storici della medicina d’Europa con oltre sessant’anni di carriera alle spalle. Egli conseguì a Roma la libera docenza in storia della medicina nel 1948 e, dal 1949 al 1951, tenne un corso libero della materia presso l'Università di Ferrara ove, dal 1951 al 1956, mantenne l´insegnamento su incarico ministeriale.
Nel 1954 iniziò l’insegnamento della stessa materia all'università di Padova dove vinse la cattedra di Storia della Medicina nel 1968 divenendo professore ordinario. In ambito universitario ha fondato un Istituto di ricerche nel quale aveva sede una biblioteca costituita da oltre 20.000 volumi, per lo più di alto pregio. Fondò e diresse pure una scuola di perfezionamento in storia della medicina. Nel 1992 è andato in quiescienza ma la sua attività scientifica è proseguita e continua tutt’ora.
Complessivamente, Loris Premuda ha scritto finora oltre 400 lavori fra libri storico-scientifici, monografie e pubblicazioni. Nel corso della sua lunga carriera è stato invitato da università italiane e straniere a tenere lezioni e seminari a Zurigo, Berna, Amsterdam, Leida, Vienna, Monaco di Baviera, Tubinga, Bonn, Colonia, Düsseldorf, Amburgo, Kiel, Heidelberg, Francoforte sul Meno, Ingolstadt, Zagabria, Ragusa e pressoché in tutta Europa al di fuori dell’ex Unione Sovietica
Ha ricevute onorificenze e medaglie da parte di università e società scientifiche, tra le quali la "medaglia d'oro Rinecker" dall'Università di Würzburg. Segnalo che in Italia solo due medici ricevettero la medaglia d’oro Rinecker, lo scienziato e medico Golgi e il prof. Premuda.
È socio onorario di accademie e società scientifiche italiane ed europee. È presidente onorario della Società italiana di storia della medicina.
Questa è una sintesi della vita e dell’opera del prof. Premuda, una sintesi che non rende giustizia all’importanza in campo storico-medico di questo personaggio poiché ci sarebbero ancora tante cose da raccontarVi, come tante cose sarebbero da raccontare su questo libro. Lascio la parola al prof. Baraggino, medico di origine montonese e allievo, in passato, del prof. Premuda" – conclude la Peri.
Per ragioni di saluto, il prof. Premuda non era in sala ma ha voluto comunque inviare una breve nota tramite il figlio, Silvio, che l’ha gentilmente letta al pubblico. Ecco che cosa afferma Loris Premuda, autore del volume:
"Ci troviamo in un incontro prenatalizio tra istriani ed è, mi pare, la fausta occasione per presentare questo elegante volumetto di 150 pagine desiderato dalla Famiglia montonese e da me scritto. Esso contiene la storia condensata della Sanità e di gran parte dei medici vissuti nell’Istria veneto - asburgica. L’argomento è sinceramente interessante e nulla di specifico è stato finora scritto in merito. Il libro si presenta in un’ottima veste grafica e tipografica, arricchito di tante illustrazioni di non facile e pronta reperibilità. Il testo è limpido e chiaro e si fa leggere volentieri.
Il lettore troverà nell’opera tante notizie interessanti, perlopiù inedite, riguardanti la medicina, i medici, gli ospedali ed i farmacisti che hanno operato in Istria nel corso dei secoli e potrà rendersi conto di quanto questa terra, dal Trecento a oggi, sia stata seriamente impegnata sul piano dell’igiene e della sanità nei suoi molteplici aspetti. Una puntualizzazione riguardo ai contenuti del libro è doverosa: essendo una pubblicazione scientifica, basata esclusivamente su dati inoppugnabili, vi sono citati solo quei personaggi sui quali è stato possibile reperire notizie da fonti certe. Ho infatti consultato nel corso di mesi di ricerche vari archivi e biblioteche e credo di aver trovato, se non tutto, perlomeno gran parte del materiale disponibile su questo argomento. Se qualche personaggio dovesse mancare all’appello me ne dolgo ma ciò dipende esclusivamente dal fatto che non è stato possibile in alcun modo trovare fonti attendibili che ne parlassero.
Di sicuro interesse sarà ancora, per il lettore, apprendere che ben quattro medici istriani hanno assunto nel corso del passato posizioni brillanti ed importanti perfino in campo universitario.
A me ora spetta soltanto il compito di augurarVi un buon ascolto di quanto il relatore vi verrà illustrando e di farne successivamente buona lettura".
Il relatore, nell’occasione, era il dott. Ezio Baraggino, che ha reso l’incontro di grande interesse sottolineando il contributo di medici eccellenti istriani alla stroia generale della medicina. Tra breve saremo in grado, per gentile concessione della Famiglia Montonese, di mettere on line anche il suo intervento.

62 - Il Piccolo 28/01/12 La metro "senza confini" costa 25 milioni di euro

La metro "senza confini" costa 25 milioni di euro

L’Ince presenta a Lubiana un progetto di collegamento che metterebbe in rete Trieste e Gorizia con Capodistria, Sesana, Nova Gorica, Divaccia e il Veneto

di Furio Baldassi

TRIESTE Le Ferrovie in regione? A un binario morto. Ma proprio mentre il Grande Tagliatore di Trenitalia, l’ad Mauro Moretti, sta per arrivare nel Friuli Venezia Giulia, da tempo da lui trasformato nel Far East delle traversine, si scopre che esiste un progetto intelligente di metropolitana leggera. Lo ha realizzato quasi in sordina l’iniziativa centroeuropea (Ince), su precisa imbeccata della Regione e della Provincia di Trieste. Ed è addirittura transfrontaliero, nel senso che andrebbe a risolvere anche i problemi di una linea, quella tra il Fvg e la Slovenia, attualmente invischiata in tempi di percorrenza pre-asburgici e smembrata con precisione quasi chirurgica (vedi il treno per Budapest). Il lavoro è stato presentato l’altro giorno a Lubiana, e a vagliarne i contenuti c’erano anche esponenti dei tre aeroporti di Trieste, Venezia e Lubiana. Segno che un sistema di trasporti integrato è fondamentale per lo sviluppo dell’area.

«Parliamoci chiaro - sottolinea Carlo Fortuna dell’Ince, uno dei realizzatori del lavoro - le Ferrovie non hanno investito un centesimo per infrastrutture in quest’area da quasi cento anni, nè lo fatto il Cipe. Basti dire che gli scambi della stazione di Campo Marzio, a Trieste, non esistono più da nessuna parte d’Italia da almeno 50 anni. Ci sono ferrovieri e addetti ai lavori che arrivano qui per fotografarli...». Fortuna ha le idee chiare sulla sua "creatura". «I problemi sono prettamente di natura politico-istituzionale. Il primo: la Trieste-Capodistria, mai fatta accettare agli sloveni. L’assessore regionale Riccardi ha avuto il merito di riunire Regione Veneto e ministeri, riuscendo a sbloccare, da parte di Lubiana, almeno l’accettazione della linea passeggeri. Ma è stato comunque concordato con gli sloveni che nello studio globale entreranno anche le merci. L’importante è che la stazione di Trieste esca dallo scomodo ruolo di cul de sac, dove finisce tutto, e diventi uno snodo a tutti gli effetti». Il progetto, in effetti, prevede oltre a collegamenti veloci tra Divaca, Gorizia, Capodistria, Monfalcone, Nova Gorica, Sesana e Trieste, anche almeno tre stazioni urbane nel capoluogo regionale («Campo Marzio e un’area vicina alle "Torri d’Europa" sarebbero due di queste», anticipa Fortuna), oltre ovviamente ai rami destinati agli aeroporti. C’è un "ma" finale, legato alla posizione di Moretti. «Bisogna spezzare il suo circolo vizioso - commenta Fortuna - che parte dal sotto-investimento che porta meno passeggeri e dunque al taglio e al deterioramento dell’infrastruttura. Il Comune dovrebbe farsi carico, sbattendo anche il pugno sul tavolo, per avere selezionatissimi interventi per portare a Trieste almeno 25 milioni di euro per la centralizzazione tecnologica degli scambi (con un +40% possibile di traffici per il porto di Trieste), l’adeguamento della linea di cintura e l’allestimento delle stazioni metropolitane in prossimità di questa linea.

«Ho visto il progetto e lo apprezzo - sottolinea il sindaco Cosolini. Non a caso vedò Fortuna prima di Moretti, atteso per il 2 febbraio...».

63 - L'Arte in Cucina - Dicembre 2011 - Il Personaggio del mese - Piero Luxardo

Intervista di Sonia Re

Il Personaggio del Mese

Piero Luxardo

Il Presidente è sicuramente una delle colonne portanti della sesta generazione di una famiglia storica che ha dedicato tutta se stessa alla produzione del Maraschino e che a tale liquore deve una fama mondiale.

■ Girolamo Luxardo S.p.A. - costituita nel 1821, e tuttora controllata al 100% dalla famiglia fondatrice, è una delle più antiche aziende europee nel campo della produzione dei liquori. Ci racconta questa storia che intreccia professionalità e passione?

In fondo è la stessa storia, anche se complessa e con tratti storici drammatici, di numerose altre dinastie industriali a base familiare: alcune si sono sviluppate enormemente dando origine a veri e propri colossi, altre sono scomparse e non hanno resistito nel corso dei secoli. La nostra è una realtà di medie dimensioni (impieghiamo oggi 44 persone in sede, e abbiamo una rete vendita di oltre 90 plurimandatari in Italia e di oltre 60 importatori nei vari paesi del mondo), che ha saputo sopravvivere, grazie all'abnegazione e alla tenacia di chi ci ha preceduto, alle vicissitudini sia del 19° che del 20° secolo. Fondata a Zara agli inizi dell'800 da Girolamo Luxardo, un patrizio di Santa Margherita Ligure che aveva avuto un incarico diplomatico in Dalmazia da parte del re di Sardegna, la fabbrica Luxardo si sviluppò in maniera graduale, ma assumendo ben presto un ruolo di leader fra i vari produttori locali di Maraschino fino alla prima guerra mondiale. Con il passaggio politico di Zara all'Italia, come tutte le "terre irredente" dopo la scomparsa dell'Impero Austro-Ungarico, la città conobbe 0 periodo di massima prosperità fra le due guerre mondiali grazie anche all'instaurazione del porto franco. La Luxardo raggiunse grandi dimensioni, diventando una delle distillerie più importanti d'Italia. La sconfitta dell'Italia nella Seconda Guerra Mondiale portò con sé la distruzione della città ad opera dei bombardamenti, l'invasione dei partigiani di Tito e l'esodo forzato degli italiani sopravvissuti. Tre membri della famiglia Luxardo vennero uccisi dai titini. A Giorgio Luxardo, unico sopravvissuto della famiglia, toccò l'arduo compito della ricostruzione. Nel 1947, coadiuvato dal giovanissimo Nicolò, riaprì l'azienda a Torreglia, sui Colli Euganei vicino a Padova, dopo aver individuato un sito adatto per ripristinare la coltivazione della ciliegia marasca, frutto indispensabile per distillare il Maraschino Luxardo. La nostra azienda è quindi a Torreglia da quasi 65 anni: qui disponiamo di circa 8.000 mq coperti e di attrezzature industriali molto moderne, che ci hanno consentito di raggiungere nel 2010 una produzione di circa 3,5 milioni di litri. Oggi sono attivi in azienda esponenti della quinta e della sesta generazione della famiglia, che detiene tuttora la totalità del capitale azionario.

■ Si sente spesso parlare di Luxardo come produttore di storici marchi di liquori e distillati. Ci offre una panoramica della vostra offerta?

Il prodotto più importante dal punto di vista storico è il Maraschino Luxardo Originale: impiegato anche nella gastronomia e nei cocktails, esso rappresenta, con la sua tipica bottiglia impagliata, una vera e propria icona nel mondo dei superalcolici. Come secondo prodotto in termini di prestigio c'è poi il Sangue Morlacco, uno jfe r~jij|MMJlj cherry così battezzato nientemeno che da Gabriele I ì D'Annunzio in occasione dell'impresa di Fiume nel 1919. La gamma è completata poi da un ricco assortimento di liquori dolci tipicamente italiani, come ad esempio Sambuca, Limoncello e Amaretto, molto venduti soprattutto all'estero.

■ Luxardo offre alla Ristorazione Professionale una gamma di prodotti che garantiscono un'ottima riuscita degli elaborati di pasticceria, e non solo. Ci presenta questa offerta?

La Luxardo in effetti è anche specializzata, e lea-

der del mercato specifico, nella produzione di aromi alcolici per la pasticceria e l'industria dolciaria. A questa gamma si è aggiunta negli ultimi anni anche una produzione estremamente qualificata di confetture extra per la pasticceria, di cui siamo particolarmente orgogliosi in quanto tutto viene prodotto, in un modernissimo impianto, all'interno del nostro stabilimento.

■ Se dovesse lanciare un messaggio ai tantissimi chef e ristoratori che si trovano ad occuparsi anche della pasticceria nelle loro strutture di riferimento, cosa consiglierebbe loro?

Gli consiglerei di visitare il nostro sito web, soprattutto nella sezione pasticceria e ricette, o di richiedere direttamente al nostro numero verde, 800 274 101, una visita senza impegno da parte di un nostro rappresentante: potrebbero scoprire prodotti specializzati per l'alta pasticceria, per i desserts, per i dolci al cucchiaio, i parfaits, e in genere per tutte le creazioni dolciarie che rappresentano il vero sigillo dell'alta ristorazione.

Luxardo Premiata Tra Le 150 Aziende Storiche D'italia

Lazienda Luxardo è stata premiata lo scorso 8 giugno a Roma durante la manifestazione indetta dalla UNIONCAMERE (Unione Italiana delle Camere di Commercio), organizzata in occasione della celebrazione per il 150° anniversario dell'Unità d'Italia, volta a riconoscere le 150 imprese storiche d'Italia che con i loro meriti imprenditoriali hanno contribuito alla costruzione del sistema economico italiano.

64 – La Voce del Popolo 21/01/12 Speciale - Momiano, dove il presente ha il sapore della storia

a cura di Daniele Kovačic
HYPERLINK "http://www.edit.hr/lavoce/2012/foto/reportage120121.pdf"
Un borgo che vive tra la «Villa de soto» e la «Villa de sora»
Momiano, dove il presente ha il sapore della storia

Una perla dell’Alta Istria, a pochi chilometri da Buie, con un circondario che può far invidia ai colli tosco-emiliani e un vino conosciuto e stimato anche fuori dai confini nazionali: parliamo di Momiano. Già all’entrata del borgo notiamo che da una parte della strada, quasi simbolicamente, ci sono dei vigneti, mentre dall’altra uliveti. Vino e olio dunque, sono i prodotti chiave della piccola economia momianese.
Il territorio che circonda la località è collinoso e molto disomogeneo. Presenta, infatti, alcuni pendii molto ripidi e rocciosi, mentre altri più docili e verdeggianti. È quasi sempre arieggiato e da svariati punti si gode di un ottimo panorama. Il punto più alto è la cima del monte Coveglia, a 424 metri sul livello del mare.
Momiano ha una storia davvero longeva e ricca di dettagli. Intanto il nome Momiano deriva dal latino "Mimilianum", che diventa poi "Castrum Momillanum". In dialetto rimane Momian, anche se alcuni anziani precisano dicendo "Mumiàn". Lo stemma è quello dei conti Rota, presenti nel castello fino al 1835. Da allora il maniero è abbandonato. Appena sopra il castello si trova la parrocchiale di San Martino con il suo campanile distaccato. Il complesso costituisce il margine inferiore dell’abitato. Nella piazza, intitolata allo stesso santo, troviamo anche la sede della Comunità degli Italiani, fulcro della vita sociale momianese.
Tutto l’insieme forma la "Villa de soto", come la chiamano a Momiano. Sì, perché sembra quasi che la località sia tagliata in due da un pendio, al di sopra del quale altri caseggiati formano la "Villa de sora" (Villa di sopra). Nei due punti di congiunzione delle due "ville", da un lato c’è l’uscita da Momiano verso Buie, dall’altra c’è quella che porta a San Mauro (San Moro per i momianesi). Ed è proprio li che è situato l’edificio che ospita le sezioni periferiche delle Scuole elementari italiana "Edmondo De Amicis", croata "Mate Balota" di Buie e dell’asilo "Fregola" della stessa città.

Il parco della salute

Una delle novità che Momiano sta preparando, quasi in sordina, è il "Parco della salute". "Si tratta di un progetto iniziato nel precedente mandato – dice Andro Pokopljević, presidente del Comitato locale – che a breve dovrebbe vedere la sua conclusione". È situato sotto a quella che tutti conoscono come "konoba", e non solo per la grande insegna che si nota già dall’arrivo nell’abitato, ma anche perché negli anni passati ha avuto un grande ruolo sociale e di ritrovo. Nel parco, attualmente allo stato embrionale, è stato eretto un muro per delimitarlo; mancano gli arbusti, gli arredi quali panchine e accessori, gli alberi, e ovviamente l’erba. "Contiamo di concludere i lavori entro la fine di aprile per inaugurarlo il 1.mo maggio", ha ribadito Pokopljević.
Per il prossimo futuro, l’amministrazione comunale buiese e altri soggetti interessati, hanno in serbo per Momiano pure la costruzione della canalizzazione nel comprensorio e una particolare attenzione alla squadra di calcio, che purtroppo ha cessato la sua attività dopo ben 60 anni di successi.
"Il mio sogno – dice il presidente del Comitato locale – è quello di riuscire ad avvicinare la gente, includere i giovani, che spesso sono emarginati, nelle decisioni che si prendono, perché credo sia giusto dare ai cittadini la totale sovranità del territorio, specie se così ristretto. Il mio desiderio più grande è creare un momento d’incontro a cadenza mensile, aperto alle proposte, lamentele, considerazioni sul territorio. Servirebbe ad attuare il vero ruolo del Comitato locale, quello di fare da tramite tra la cittadinanza locale e l’amministrazione cittadina".

Le manifestazioni

C’è forte partecipazione della cittadinanza alle manifestazioni organizzate a Momiano. Di solito è il comitato locale, assieme alla Comunità degli Italiani, ad occuparsi dell’organizzazione degli eventi.
In occasione del carnevale, il prossimo 19 febbraio, come ogni anno, verrà organizzata una serata di ballo nella sala della Casa di Cultura.

La sagra di San Martino

Quella di San Martino è sicuramente la festa più sentita dai momianesi e ha una storia quasi centenaria. L’obiettivo degli organizzatori è quello di portare la manifestazione ad un livello più alto già da quest’anno. Durante le giornate di festa vengono organizzate degustazioni di vini del territorio e ospiti da fuori, come pure una rassegna internazionale dei fisarmonicisti, la cui partecipazione sale ogni anno di numero.

La festa del moscato

La festa del moscato porta il nome "Nel regno del moscato", e vuole celebrare, ma anche considerare un prodotto su cui puntare. Il moscato momianese, infatti, raggiunge sempre ottimi risultati nelle competizioni sia nazionali che internazionali. Quest’anno giungerà alla sua quarta edizione ed è coordinata dall’Associazione dei viticoltori del momianese, "Vino Momillanum". La scorsa edizione ha dato vita al parco che si trova ai piedi del castello grazie allo spettacolo "La strega Mafalda, l’Apprendista e il tesoro del Castello di Momiano: l’Elisir della felicita", messo in scena dall’attrice del Dramma Italiano, Rosanna Bubola, e all’autrice, Roberta Dubac, entrambe originarie del Buiese. Per l’occasione hanno regalato al pubblico un’interpretazione adattata per l’occasione, di una storia ambientata proprio nel castello. L’evento è stato organizzato con il contributo dell’Ente per il turismo della Città di Buie, dall’associazione "Vino Momillianum", dal Comitato locale di Momiano, dalla locale Comunità degli Italiani, e della Città di Buie. Un’occasione per gustare dell’ottimo vino del momianese, in un’ambientazione medievale, con una suggestiva scenografia naturale: il castello di Momiano. "Lo scopo principale dell’evento – spiega Kristjan Brajko, uno dei produttori, nonché organizzatori dell’evento – è promuovere il moscato di Momiano e allo stesso tempo far conoscere la storia di questa località e del suo castello".

Orgogliosa sentinella della vallata
Ma che bel castello!

"Sotto il castello di Momiano..." è il titolo di una canzone popolare che riecheggia ogni tanto negli spettacoli culturali come simbolo musicale della località. È proprio il castello, purtroppo in rovina, a costituire un elemento simbolo per la zona.
Il maniero era provvisto di ponte levatoio di legno che permetteva l’accesso al maniero, posto su un roccione che si stacca dalla pendice del monte che scende verso il torrente Argilla che scorre nella valle sottostante. Questo ponte fu sostituito da un arco di pietra. All’interno aveva una cappella dedicata a S. Stefano. Nel 1102 il villaggio passò alla chiesa di Aquileia. Pare che il primo castello (che non è quello di cui oggi vediamo le rovine) sia stato costruito attorno al 1230. Nel 1313, dopo vari passaggi di proprietà, Momiano viene infeudata ai Raunicher, nobili tedeschi della Carniola.
Nei primi anni del ‘500 il territorio era stato affidato alla città di Pirano. Il castello fu reso più abitabile, poi i conti Rota costruirono nel paese (nel XVIII secolo) una casa gentilizia, fregiata da una ruota e una testa di moro. Nel 1548 il Castello fu acquistato da Simone Rota, di famiglia bergamasca e residente con la famiglia a Pirano, per 5555 ducati d’oro. Dopo il definitivo possesso di Momiano, i Veneziani, nel 1591 istituirono una scuola pubblica comunale. La Signoria di Momiano fu feudo di privata giurisdizione. Nel XVI secolo, e precisamente nel 1589, iniziarono gli insediamenti di gente slava nel contado. Dopo la pace di Madrid (1617), il castello decadde d’importanza e lentamente andò in rovina. I Conti Rota lasciarono il castello nel 1835, e da quel momento fu abbandonato al suo destino.
Oggi il sogno più grande dei momianesi e di vedere l’inizio dei lavori di ristrutturazione, ma i finanziamenti necessari sono talmente alti che ci vorranno ancora decenni per ottenerli. Quello che invece è più plausibile e più attuabile è fare in modo che l’unica torre ancora rimasta in piedi non crolli. In tal senso c’è un progetto volto ad effettuare dei sondaggi sulla statica del terreno per capire come agire. Per il prossimo futuro il Comitato di quartiere e la Città di Buie confidano in possibili assegni dai fondi europei.

Si ringrazia per la collaborazione l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Gorizia e l’Università Popolare di Trieste

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :

http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/

http://www.arupinum.it