N. 811 – 04 Febbraio 2012
Sommario

65 - La Voce del Popolo 02/02/12 Giorno del Ricordo, valenza immutata :in le città italiane manifestazioni di alto contenuto culturale

66 – CDM Arcipelago Adriatico 02/02/2012 - Il commento: internet cambia anche il Giorno del Ricordo (Rosanna Turcinovich Giuricin)

67 - 10 Febbraio Detroit 02/02/12 - Vincenzo Re: un compleanno particolare che unisce Dalmazia Detroit e 10 febbraio

68 - La Stampa Torino Sette 03/02/11 Il critico-testimone Sergio Toffetti, una Storia rimossa (Sergio Toffetti)

69 - Secolo d'Italia 02/02/12 Il Giorno del Ricordo ha otto anni ma c'è già voglia di dimenticare (Laura Ferrari)

70 - Il Piccolo 02/02/12 Foibe sconosciute al 57% degli italiani (Arianna Boria)

71 - Il Piccolo 01/02/12 Tondo: «Capodistria e Spalato non perdono i consolati italiani» (Gianpaolo Sarti)

72 - Il Piccolo 29/01/12 Fiume, la squadra di calcio passerà in mani italiane (Andrea Marsanich)

73 - Messaggero Veneto 01/02/12 Nella giornata della memoria ricordiamo Maria di Rovigno (autori vari)

74 - America Oggi - Magazine 7 New York 31/01/12 Mio nonno (lussignano) comandante Costa finito a Dachau (Elisabetta de Dominis)

75- Gente Veneta n° 4 - 28/01/12 Venezia 1943-45: le celle della vergogna (Marco Andriolo)

76 - La Voce del Popolo 03/02/12 Dignano - La Parrocchia compie 800 anni, oggi si festeggia San Biagio patrono della località (car)

77 - Il Piccolo 02/02/12 Turismo Scolastico - Gorizia e la storia del '900 da far conoscere agli studenti

78 - Primapagina Molise 03/02/12 Sain, una tenaglia tra i pali del Campobasso (Giuseppe Villani)

79 – CDM Arcipelago Adriatico 31/01/12 :Il saluto a Giuseppe Sincich jr, grande Fiumano, scomparso a La Spezia

80 - Il Piccolo 30/01/12 La Storia - Emigrati in America : L'Istria Cafè racconta la saga dei Pribaz (Nereo Balanzin)

81 - La Voce del Popolo 28/01/12 Capodistria - «Santorio Santorio»: una Comunità con un vastissimo campo d’azione (Jana Belcijan)

82 – Avvenire 01/02/12 Porzûs, l'eccidio e le polemiche (Edoardo Castagna)

83 – Il Piccolo 01/02/12 Lettera aperta al presidente della Repubblica Napolitano - Trieste, ultimo binario (Paolo Rumiz)

A cura di Stefano Bombardieri

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :

http://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

65 - La Voce del Popolo 02/02/12 Giorno del Ricordo, valenza immutata :in le città italiane manifestazioni di alto contenuto culturale

La ricorrenza distribuisce in tutte le città italiane manifestazioni di alto contenuto culturale
Giorno del Ricordo, valenza immutata

TRIESTE – Manca poco al Giorno del Ricordo che, ogni anno rivela novità inaspettate ma forse sperate, evocate. C’è stato, all’inizio, il bisogno di coinvolgere i partiti di tutto l’arco costituzionale per ribadire quella condivisione necessaria ad una catarsi della vicenda dell’Adriatico Orientale per troppo tempo ignominiosamente targata, strappata alla verità storica, usata per fini elettorali.


Con il 10 Febbraio, diventato Legge, s’è aperto un dibattito che forse per molti risulta ancora scomodo, ma che, di fatto, sta dando a tutti la possibilità di conoscere, di rapportarsi con una storia non più scomoda, di chiedere risposte per costruire nuovi scenari. Un vaso di Pandora finalmente aperto che ognuno sta imparando a gestire nel modo consono alla propria dimensione culturale più che politica.


RITI Ecco che, ad otto anni dall’approvazione della Legge, la ricorrenza s’impone con la sua forza centripeta, distribuendo in tutte le città italiane manifestazioni di alto contenuto culturale, nell’onda della tradizione ma soprattutto di valore civile.
Ecco che, dalle prime edizione di forte significato simbolico, con deposizione di corone, l’intitolazione di vie e piazze ai Mariti delle Foibe, oggi si punta ad altre forme di Ricordo, pur mantenendo i riti delle Messe e degli allori.

QUIRINALE A Roma, dopo l’attesa cerimonia al Quirinale che si svolgerà il 9 febbraio – con gli interventi delle alte cariche dello Stato, il saluto di Lucio Toth a nome delle associazioni degli esuli ed un intervento dello storico Raoul Pupo – nel pomeriggio al Salone Margherita (vicino a P.zza di Spagna) l’ANVGD consegnerà i premi a personaggi della politica, la cultura e l’informazione per significare l’impegno ed il contributo di una folta schiera di intellettuali nella divulgazione della storia dell’Adriatico Orientale, dei suoi valori e delle vicende che hanno visto protagonisti gli esuli giuliano-dalmati.

CONVEGNI Le manifestazioni però nelle altre città italiane, coordinate dai Comitati provinciali dell’ANVGD, da FederEsuli e da tutte le altre associazioni degli Esuli si moltiplicheranno in programmi articolati spalmati su tutto il mese di febbraio. Molte le mostre dedicate all’esodo, al ruolo delle donne, alle foibe, alla storia dell’Adriatico orientale. Tanti i convegni densi di contenuti da Monza, a Torino, a Milano, a Perugia, a Bologna, a Trieste e ad a centinaia di altre città italiane, per interrogarsi ed interrogare sui significati di una manifestazione che deve essere rievocativa e solenne, così come da indirizzo legislativo, ma deve anche offrire spunti di crescita e soprattutto restituire alle vicende dell’Adriatico orientale quella dignità che il silenzio aveva obliàto.

IMPEGNO L’impegno è di tutti, comuni, province, regioni coinvolti a rivedere anche il proprio ruolo nella salvaguardia di un patrimonio civile, umano e culturale che rischia di essere spazzato dal tempo e che solo un atteggiamento positivo e costruttivo potrà consegnare al domani.

ESULI E RIMASTI Dietro l’ufficialità, si rivela poi il rapporto interno al mondo di esuli e rimasti, la cui maggioranza è impegnata in un discorso che non escluda nessuno passando attraverso una maturazione sofferta ma ormai inevitabile. Le sacche di resistenza non fanno che legittimare l’impegno di chi crede nella possibilità di un discorso comune, pur nelle diversità dei campanili, pur nella complessità dei progetti, pur nella difficoltà di dare una dimensione ufficiale a rapporti consolidati.

INTERNET Un passo importante sarà proprio la finalizzazione da parte delle massime istituzioni di esuli e rimasti di una comune visione di alcune sfere di attività per rendere meno opaca una realtà che già esiste, esiste davvero. Grazie al contributo di gente di buona volontà e, incredibilmente, delle nuove tecnologie Internet che permettono contatti impensabili fino a poco tempo fa che hanno cambiato le dinamiche della conoscenza.

VILLAGGIO VIRTUALE Un villaggio virtuale che anche il 10 Febbraio manifesta tutta la sua presenza con incrocio di informazioni e riflessioni, con la ricerca di elementi di comunione, di medesimi interessi culturali, civili, umani, ludici senza controllo. La spontaneità supera i confini del sospetto. E’ una rivoluzione, una forza centripeta che forma opinione anche fuori dai luoghi tradizionalmente deputati, con maggiore libertà e finalmente serenità.

SVOLTA Una svolta, quella del 10 Febbraio, determinata anche dall’articolato dibattito sul 150.esimo che è andato a pescare nel forte senso d’italianità delle genti adriatiche che hanno avuto modo di ribadire, anche in questa occasione, lo sforzo che istriani, fiumani e dalmati hanno dovuto produrre nelle pieghe della storia perché venisse riconosciuta la loro dimensione "altra", il loro profondo legame con la cultura italiana, l’anelito a fare parte di questa realtà spesso incompreso, quando non addirittura ignorato e deluso. In convegni, dibattiti, tavole rotonde è emersa l’incredibile ricchezza di un mondo variegato, l’Istria non è Fiume, non è la Dalmazia e viceversa, eppure insieme rappresentano un bacino di spinta al senso stesso di appartenenza. Nicchie di forte identità nel processo di maturazione storica sono emerse con forza con i personaggi illustri e i momenti che li hanno consegnati alla storia universale come esempi di dirittura morale, coraggio politico, portatori di alti valori etici.

ORGOGLIO Un ulteriore motivo d’orgoglio. Gli eroi di ieri supporto all’uomo di oggi, in un’interazione necessaria per ricomporre un mosaico disperso ma non finito. E se si è capaci di trarre forza dalla storia, che è poi quella delle famiglie, degli avi, di chi prima di noi ha pensato e desiderato, il futuro non può fare paura.

66 – CDM Arcipelago Adriatico 02/02/2012 - Il commento: internet cambia anche il Giorno del Ricordo

Il commento: internet cambia anche il Giorno del Ricordo

Manca poco al Giorno del Ricordo che, ogni anno rivela novità inaspettate ma forse sperate, evocate. C’è stato, all’inizio, il bisogno di coinvolgere i partiti di tutto l’arco costituzionale per ribadire quella condivisione necessaria ad una catarsi della vicenda dell’Adriatico Orientale per troppo tempo ignominiosamente targata, strappata alla verità storica, usata per fini elettorali.

Con il 10 Febbraio, diventato Legge, s’è aperto un dibattito che forse per molti risulta ancora scomodo, ma che, di fatto, sta dando a tutti la possibilità di conoscere, di rapportarsi con una storia non più scomoda, di chiedere risposte per costruire nuovi scenari. Un vaso di Pandora finalmente aperto che ognuno sta imparando a gestire nel modo consono alla propria dimensione culturale più che politica.
Ecco che, ad otto anni dall’approvazione della Legge, la ricorrenza s’impone con la sua forza centripeta, distribuendo in tutte le città italiane manifestazioni di alto contenuto culturale, nell’onda della tradizione ma soprattutto di valore civile.

Ecco che, dalle prime edizione di forte significato simbolico, con deposizione di corone, l’intitolazione di vie e piazze ai Mariti delle Foibe, oggi si punta ad altre forme di Ricordo, pur mantenendo i riti delle Messe e degli allori.
A Roma, dopo l’attesa cerimonia al Quirinale che si svolgerà il 9 febbraio – con gli interventi delle alte cariche dello Stato, il saluto di Lucio Toth a nome delle associazioni degli esuli ed un intervento dello storico Raoul Pupo – nel pomeriggio al Salone Margherita (vicino a P.zza di Spagna) l’ANVGD consegnerà i premi a personaggi della politica, la cultura e l’informazione per significare l’impegno ed il contributo di una folta schiera di intellettuali nella divulgazione della storia dell’Adriatico Orientale, dei suoi valori e delle vicende che hanno visto protagonisti gli esuli giuliano-dalmati.

Le manifestazioni però nelle altre città italiane, coordinate dai Comitati provinciali dell’ANVGD, da FederEsuli e da tutte le altre associazioni degli Esuli si moltiplicheranno in programmi articolati spalmati su tutto il mese di febbraio. Molte le mostre dedicate all’esodo, al ruolo delle donne, alle foibe, alla storia dell’Adriatico orientale. Tanti i convegni densi di contenuti da Monza, a Torino, a Milano, a Perugia, a Bologna, a Trieste e ad a centinaia di altre città italiane, per interrogarsi ed interrogare sui significati di una manifestazione che deve essere rievocativa e solenne, così come da indirizzo legislativo ma deve anche offrire spunti di crescita e soprattutto restituire alle vicende dell’Adriatico orientale quella dignità che il silenzio aveva obliàto.
L’impegno è di tutti, comuni, province, regioni coinvolti a rivedere anche il proprio ruolo nella salvaguardia di un patrimonio civile, umano e culturale che rischia di essere spazzato dal tempo e che solo un atteggiamento positivo e costruttivo potrà consegnare al domani.
Dietro l’ufficialità, si rivela poi il rapporto interno al mondo di esuli e rimasti, la cui maggioranza è impegnata in un discorso che non escluda nessuno passando attraverso una maturazione sofferta ma ormai inevitabile. Le sacche di resistenza non fanno che legittimare l’impegno di chi crede nella possibilità di un discorso comune, pur nelle diversità dei campanili, pur nella complessità dei progetti, pur nella difficoltà di dare una dimensione ufficiale a rapporti consolidati.

Un passo importante sarà proprio la finalizzazione da parte delle massime istituzioni di esuli e rimasti di una comune visione di alcune sfere di attività per rendere meno opaca una realtà che già esiste, esiste davvero. Grazie al contributo di gente di buona volontà e, incredibilmente, delle nuove tecnologie internet che permettono contatti impensabili fino a poco tempo fa che hanno cambiato le dinamiche della conoscenza. Un villaggio virtuale che anche il 10 Febbraio manifesta tutta la sua presenza con incrocio di informazioni e riflessioni, con la ricerca di elementi di comunione, di medesimi interessi culturali, civili, umani, ludici senza controllo. La spontaneità supera i confini del sospetto. E’ una rivoluzione, una forza centripeta che forma opinione anche fuori dai luoghi tradizionalmente deputati, con maggiore libertà e finalmente serenità.

Una svolta, quella del 10 Febbraio, determinata anche dall’articolato dibattito sul 150.esimo che è andato a pescare nel forte senso d’italianità delle genti adriatiche che hanno avuto modo di ribadire, anche in questa occasione, lo sforzo che istriani, fiumani e dalmati hanno dovuto produrre nelle pieghe della storia perché venisse riconosciuta la loro dimensione "altra", il loro profondo legame con la cultura italiana, l’anelito a fare parte di questa realtà spesso incompreso, quando non addirittura ignorato e deluso. In convegni, dibattiti, tavole rotonde è emersa l’incredibile ricchezza di un mondo variegato, l’Istria non è Fiume, non è la Dalmazia e viceversa, eppure insieme rappresentano un bacino di spinta al senso stesso di appartenenza. Nicchie di forte identità nel processo di maturazione storica sono emerse con forza con i personaggi illustri e i momenti che li hanno consegnati alla storia universale come esempi di dirittura morale, coraggio politico, portatori di alti valori etici.

Un ulteriore motivo d’orgoglio. Gli eroi di ieri supporto all’uomo di oggi, in un’interazione necessaria per ricomporre un mosaico disperso ma non finito. E se si è capaci di trarre forza dalla storia, che è poi quella delle famiglie, degli avi, di chi prima di noi ha pensato e desiderato, il futuro non può fare paura.

Rosanna Turcinovich Giuricin

67 - 10 Febbraio Detroit 02/02/12 - Vincenzo Re: un compleanno particolare che unisce Dalmazia Detroit e 10 febbraio

Cent’anni il 10 febbraio 2012

Il signor Vincenzo Re compirà 100 anni il 10 febbraio 2012.

Vincenzo Re lavorò al Regio Consolato d’Italia a Ragusa di Dalmazia ( ora detta anche Dubrovnik) dal 1933 fino alla chiusura dell’ufficio in conseguenza degli eventi bellici. Dal 1947 fu trasferito a Detroit dove rimase sino alla pensione e cioè fino al 1977. E’ appassionato di storia, ha conseguito un B.A. in Storia presso la Wayne State University ed ha fatto lunghe ricerche sulla storia degli Italiani nel Michigan. Tramite la Wayne State University ha pubblicato due libri "History of the first Italian Presbyterian Church of Detroit" nel settembre 1979 e "Michigan Italian

Community: A Historical Prospective" nel novembre 1981. E’ stato insignito dell’onorificenza di Cavaliere OSSI nel 2001.

Auguri per un compleanno speciale che cade in un giorno speciale!

Per i nostri lettori che volessero inviare un messaggio d’auguri al signor Re, suggeriamo di inviare una email all’indirizzo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

per il successivo inoltro al destinatario a cura del Consolato d’Italia a Detroit.

Per chi non disponesse di email è possibile inviare un messaggio di auguri all’indirizzo postale del Consolato ( 535 Griswold – Buhl Building, Suite 1840 Detroit, Michigan 48226, Stati Uniti d’America ).

http://10febbraiodetroit.wordpress.com/2012/02/02/centanni-il-10-febbraio-20

12/

68 - La Stampa Torino Sette 03/02/11 Il critico-testimone Sergio Toffetti, una Storia rimossa

Il critico-testimone

UNA STORIA RIMOSSA

DI SERGIO TOFFETTI

Nel 1949 mia madre trova rifugio con gli altri profughi istriani nelle Casermette di Borgo San Paolo. Nel «campo» conosce mio padre: a Valle d'Istria, mai avrebbe accettato di sposare un «bumbaro» che poi la portava via, a Dignano, a 10 chilometri da casa; ma a mille chilometri di distanza, sotto i colpi di una delle grandi tragedie del Novecento italiano, le rivalità di paese sfumano. Nel campo faccio ancora in tempo a nascere io, che un po' profugo mi sono sempre sentito. La domenica ragazze e ragazzi tagliavano dai prati verso il cuore del Borgo, in piazza Sabotino per andare al cinema al San Paolo, all'Eliseo, a piangere con «Catene» di Matarazzo, a divertirsi con «Totò cerca casa»: riso un po' amaro per chi viveva in cameroni suddivisi da coperte appese. Il film che parlava di lei, della gente che aveva abbandonato tutto per vivere in Italia, invece mia madre non lo vide. «La città dolente», con Federico Fellini tra gli sceneggiatori, è l'unico film che racconta il dramma degli italiani di Pola: dei moltissimi che se ne vanno, e anche di quelli che decidono di restare. Abbagliato dal «Sogno di una cosa», come Pasolini intitola il romanzo sul miraggio del comunismo jugoslavo, il protagonista del film si fa convincere da un compagno di lavoro a restare per costruire la nuova società. Ma il regime di Tito non porta il «sol dell'avvenire»: gli italiani sono vilipesi, le officine smontate e trasferite in Croazia, mancano generi di prima necessità, e soprattutto, a dire ciò che si pensa si finisce nei campi di concentramento, a Goli Otok, l'isola calva descritta da Giampaolo Pansa in «Prigionieri del silenzio».

Girata con mano sapiente da Mario Bonnard, la vicenda narrata è rafforzata dalle immagini documentarie di Enrico Moretti: con la disperazione degli esuli che cercano di salvare poche masserizie, scarni brandelli di vita caricabili su un carretto; i contadini non possono portarsi via la terra e mio nonno a questo non si rassegnò mai; l'imbarco sulla motonave «Toscana»; la ferma volontà di tenere con sé le proprie memorie, esumando i morti per trasferire anche loro in Italia.

All'epoca il film passa sotto silenzio, scarse le critiche, nessuna evidenza sui giornali. Nelle tattiche della Guerra fredda, le relazioni con Tito che nel frattempo aveva rotto con Stalin contano ben più di trecentomila profughi istriani. Tra i pochi che il film l'avranno visto spicca probabilmente Cesare Pavese, che si innamora - mi piace pensare per questa sua apparizione sullo schermo - di Constance Dowling, qui nel ruolo di una spietata e bellissima commissaria politica dell' Ozna, la polizia segreta di Tito.

69 - Secolo d'Italia 02/02/12 Il Giorno del Ricordo ha otto anni ma c'è già voglia di dimenticare

IL GIORNO DEL RICORDO HA OTTO ANNI MA C’E’ GIÀ VOGLIA DI DIMENTICARE. E IN CROAZIA STRAVOLGONO LA STORIA

Laura Ferrari

A otto anni dalla sua istituzione, la Giornata del ricordo già rischia di segnare il passo. Piccoli e grandi segnali palesano, infatti, il pericolo di un affievolimento della memoria condivisa delle vittime delle foibe e dell'esodo giuliano-dalmata.

Il bilancio, in prossimità del 10 febbraio, è in chiaroscuro. Da una parte c'è la soddisfazione per la destra italiana di avere portato alla luce una pagina della storia censurata per oltre cinquant'anni: quelle foibe che furono teatro di omicidi di massa a ridosso della fine della seconda guerra mondiale, principalmente per mano delle truppe jugoslave del regime comunista di Tito.

Una soddisfazione giustificata dal fatto che, fino al 1996, l'argomento a sinistra era tassativamente tabù. A sollevare la questione interna fu il segretario del Pds triestino, Stelio Spadaro in un dossier per l'epoca imbarazzante. Primo: «La tragedia delle foibe fu un insieme di azioni terroristico - militari e ritorsioni antifasciste, ma anche per eliminare gli oppositori della Jugoslavia e del suo regime». Secondo: «L'ideologia totalitaria comunista diede allora copertura e legittimazione». Terzo: «Si tratta di una delle tragedie più acute che l'Europa ha conosciuto in questo secolo». L'allora segretario del Pds, Pie Fassino, a quel punto, fu costretto ad ammettere: «La sinistra ha sbagliato a lungo, le ragioni dell'ideologia hanno prevalso sulla storia».

Tornando indietro nel tempo, sfilano nomi e protagonisti della storia nazionale, colpevoli di un silenzio durato più di mezzo secolo: a cominciare dall'allo-ra premier Alcide De Gasperi, che tacque e negò gli eccidi e che, nel secondo

dopoguerra, si rifiutò di sollevare un libero plebiscito nei territori dell'Istria e Dalmazia. Come pure non fu esente da colpe Palmiro Togliatti che con il suo Pci, in nome della realpolitik, ha coperto e assecondato la dittatura del maresciallo Tito. Tra i vari responsabili di quel tomertoso silenzio anche Mario Scelba che, nel 1954 in occasione della cerimonia che sanciva il ritorno di Trieste all'Italia scelse di tacere. Scrisse Franco Servello sul Meridiano d'Italia: «Nessuno ha avuto una parola per i numerosissimi profughi istriani presenti all'evento e ignorati dalla grande stampa. Mario Scelba ha avuto paura a parlare dell'Istria perché non voleva sentirsi accusare di fascismo. Egli merita il biasimo della nazione. Non possiamo sperare di combattere i comunisti con un capo del governo che non sa trovare nemmeno una parola dignitosa di protesta per le nostre terre cedute allo straniero. Egli ha paura di gridare: viva l'Istria italiana!».

Pavidità e stoltezza che, nel tempo, vennero imputate anche al governo italiano guidato da Aldo Moro allorché nel 1975 ratificò il Trattato di Osimo. Un documento che di fatto non fece altro che recepire il Memorandum del '54, inserendo misure aggiuntive a svantaggio dell'Italia. Una scelta che dimostrò «una visione debole e di mancanza di senso della storia della classe politica di quegli anni», e «di sudditanza nei confronti del dittatore jugoslavo Tito» come spiegò proprio al nostro giornale lo storico Massimo de Leonardis.

Ma rimane tuttora in corso una forte campagna negazionista, riduzionista, se non addirittura giustificazionista delle foibe. E la storia è segnata da piccoli passi avanti, come quello del 10 febbraio 2007: il presidente Giorgio Napolitano ricordò che il dramma del popolo giuliano-dalmata fu scatenato «da un moto di odio e furia sanguinaria e un disegno annessionistico slavo che prevalse innanzitutto nel trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica». Frasi che suscitarono Tira del governo croato. È parso invece un passo indietro il discorso al parlamento di Zagabria formulato il 14 luglio dallo stesso Napolitano: «Alla tradizione di convivenza e mutuo rispetto, radicata in queste terre e su questo mare - ha detto il capo dello Stato - si sono sostituite opposte pretese, odiose sopraffazioni, fino agli eccidi e alle vendette. La seconda guerra mondiale ci ha lasciato pagine buie e dolorose». Pagine liquidate in modo assolutorio: «Questa tragica pagina della storia appartiene al passato: non al presente, non al futuro. E col passato della violenza e della guerra fascista, l'Italia ha chiuso i conti con la lotta di Liberazione, con il 25 aprile 1945, e dando vita alla Repubblica e alla Costituzione». Come a dire, tutti colpevoli nessun colpevole.

E di come venga stravolta la storia, lo ha raccontato, sempre su questo giornale, il 23 novembre scorso Mila Mihaijlovic raccontando del "campo di lavoro" delll'isola d'Arbe: «Gli ignari turisti non sanno che quello è il posto dove i militari italiani chiusero a forza i campi di sterminio ustascia croati e trovarono i resti di 793 cadaveri». Secondo la tradizione, quello è diventato invece il "lager" italiano. Non solo: con i fondi europei diventerà «un santuario storico, un luogo di commemorazione delle vittime dei campi di concentramento». Addossando tutte le colpe «ai fascisti italiani». E dei campi di sterminio croati «dove trovarono la morte svariate centinaia di serbi ed ebrei?». Come scrive la giornalista serba, «sono luoghi vicini ad Arbe, ma lontani dagli occhi della gente e ancora troppo lontani dalla coscienza dei croati».

70 - Il Piccolo 02/02/12 Foibe sconosciute al 57% degli italiani (Arianna Boria)

Foibe sconosciute al 57% degli italiani

Lo sconcertante dato emerge da un sondaggio dell’Anvgd E tra i giovani solo uno su cinque sa di questa tragedia

di Arianna Boria

A dieci anni dall’istituzione del Giorno del ricordo, che il 10 febbraio commemora le drammatiche vicende storiche del confine adriatico orientale, solo il 43,7% di un campione d’italiani sa esattamente che cosa sono le foibe (e quindi il 57% non le conosce). A due anni di distanza dalla proposta di un tema sull’esodo all’esame di maturità, salutata come il riconoscimento di un percorso di approfondimento negli istituti superiori, solo il 20,7% degli interpellati, dai 18 ai 35 anni, conosce qualcosa delle terre perdute e dello sradicamento degli italiani che ci vivevano, mentre il 77% nella stessa fascia d’età afferma di non averne mai sentito parlare o di avere idee confuse in materia. I numeri, letti a freddo, non rassicurano, ma rappresentano comunque una crescita di consapevolezza rispetto al 2010, che si attesta sui 6-7 punti percentuali nei due quesiti: all’epoca un analogo sondaggio rivelava che appena il 37,7% degli intervistati conosceva le foibe e un risicato 15,6 aveva masticato qualcosa dell’esodo. Una curiosità: in un analogo sondaggio del gennaio 2008 i dati rilevati erano migliori rispetto allo stesso periodo di due anni dopo, come se ci fosse stata una repentina presa di coscienza poi progressivamente evaporata: il 40,6%, infatti, rispondeva a tono sulle foibe e il 23,5% sull’esodo. Renzo Codarin, presidente dell’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, lo spiega con l’ondata di polemiche e dibattiti che seguì il discorso del presidente Napolitano nel 2007 sul "disegno annessionistico slavo", la "furia sanguinaria" e la "barbarie" delle foibe, che gli valsero accuse di "razzismo, revisionismo e revanchismo" da parte dell’omologo croato Stipe Mesi„. Anche la Rai contribuì al fenomeno, con la fiction del 2005 "Il cuore nel pozzo" di Alberto Negrisin, fuga di un gruppo di bambini dai partigiani di Tito: gli esuli la contestarono, "più western che storia", ma il loro dramma entrò per la prima volta nelle case di molti italiani. La rilevazione, effettuata dalla milanese Ferrari Nasi & Associati su un campione di 600 italiani adulti, di ogni ceto, età e appartenenza politica, nelle giornate del 26 e 27 gennaio, è stata commissionata dall’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, che esprime soddisfazione sia per i tre punti in più guadagnati sulla conoscenza delle foibe in tutto il campione, sia per il segnale dal mondo giovanile, età 18-25, reattivo sullo stesso argomento nel 46,5% dei casi, più del doppio rispetto al sondaggio precedente. I giovani, in generale, soprattutto se laureati, ne sanno più degli anziani (da 56 anni in su, le foibe vengono definite correttamente solo dal 42,7%), mentre sull’esodo la percentuale più alta di informazione, un appannato 23,8%, riguarda gli over 56 (dai 18 in su rimane sul 20,7%), con poco brillante performance dei laureati, preparati appena nel 39,4% dei casi. Commentano i sondaggisti: il nuovo interesse sembra legato al fatto storico più lampante e cruento. Alla memoria degli anziani, al contrario, è affidato l’esodo, ferita mai rimarginata per moltissimi famiglie, anche solo per i beni perduti. Interessante la lettura politica. Le foibe non sono più esclusiva del centrodestra, la cui percentuale di risposta si attesta sul 56,7% contro il 50,6% del centrosinistra. Sull’esodo, parti invertite: centrosinistra al 28,3/e centrodestra al 22,3%, Pd batte Pdl con 29,5% contro 17,2%. Colpisce il dato sulla religiosità. I martiri sono più impressi nella memoria di chi crede poco, il 50,1%, mentre chi si definisce "altamente" religioso li ricorda meno: un modesto 37%.

71 - Il Piccolo 01/02/12 Tondo: «Capodistria e Spalato non perdono i consolati italiani»

Tondo: «Capodistria e Spalato non perdono i consolati italiani»

di Gianpaolo Sarti

TRIESTE «Non si farà nulla, fino a quando non ci sarà un ridisegno complessivo che dovrà essere licenziato dal Parlamento». Il presidente della Regione Renzo Tondo ha messo a tacere, per il momento, gli allarmismi suscitati dall’ipotesi di chiusura del Consolato generale d’Italia a Capodistria e del Consolato d’Italia a Spalato. La questione è venuta a galla ieri a Trieste nel corso della seduta del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, grazie a un’interrogazione del consigliere Bruno Marini. In un’interpellanza l’esponente triestino del Pdl ha chiesto al presidente della giunta regionale di «intervenire urgentemente nei confronti del presidente del Consiglio dei ministri e presso il ministro degli Affari Esteri al fine di riconsiderare attentamente l’opportunità della chiusura, tenuto conto della presenza di una cospicua minoranza di italiani in Slovenia e Croazia». E, ha aggiunto il consigliere Marini, va anche «considerata la funzione fondamentale dei due Consolati per la comunità nazionale e per l’integrazione europea». Oltre che per il ruolo storico delle due rappresentanze diplomatiche, «che rappresentavano un riferimento fondamentale per tutti gli italiani nell’ex Jugoslavia ancora prima dell’indipendenza di Slovena e Croazia». Di qui, ha ricordato Marini, «il punto di riferimento essenziale per la cultura e la civiltà italiana nella ex Zona B dell’Istria». Una serie di motivazioni che, come ha evidenziato lo stesso consigliere, avevano determinato il parere negativo del Consiglio generale degli italiani all’estero che già si era espresso sull’ipotersi di chiusura delle due sedi. Il governatore del Friuli Venezia Giulia, rispondendo a Marini, ha letto all’aula una missiva firmata dal ministro degli Esteri Giulio Terzi. Il ministro precisava nella sua comunicazione che «ogni eventuale decisione non intaccherà la qualità delle relazioni bilaterali». Il piano di ristrutturazione della rete consolare italiana, predisposto della Farnesina nel 2009, avrebbe dovuto entrare in vigore nel 2012 – come ricorda Bruno Marini – e prevedeva l’interruzione dell’attività di un totale di tredici uffici consolari, tra cui quelli di Capodistria e di Spalato.

72 - Il Piccolo 29/01/12 Fiume, la squadra di calcio passerà in mani italiane

Fiume, la squadra di calcio passerà in mani italiane

Fissato l’incontro con Gabriele Volpi della compagnia petrolifera Orlean Investa che è il titolare dello Spezia iscritto Lega Pro italiana dove gioca anche la Triestina

di Andrea Marsanich

FIUME Soldi italiani per una nobile decaduta del calcio croato, il Rijeka, che nel dopoguerra si chiamava Quarnero ed è l’erede della Fiumana: un campionato in Serie A e poi tanti tornei di B e C. Gabriele Volpi, proprietario della compagnia petrolifera Orlean Investa e titolare della Pro Recco di pallanuoto e dello Spezia calcio, ha manifestato vivo interesse nei riguardi del club di Cantrida che gareggia nel massimo campionato, ma non riesce a conseguire risultati importanti, né a darsi una stabilità finanziaria. Non è escluso che sia attratto anche da altri possibili investimenti extrasportivi nell’area fiumana. Intervistato dal quotidiano genovese Il Secolo XIX, Volpi ha dichiarato di voler rilevare la società fiumana e di essere pronto a farlo in tempi brevi, diciamo intorno alla metà del mese prossimo. Il 16 febbraio il petroliere e i suoi più stretti collaboratori dovrebbero sbarcare all’aeroporto di Veglia e quindi raggiungere Fiume, dove ad attenderli ci saranno il sindaco Vojko Obersnel e i massimi dirigenti del Rijeka. «Credo che non dovrebbe trattarsi di un’operazione difficile – ha detto Volpi nell’intervista – da realizzarsi entro il 18 febbraio». Non è una data citata a caso. Quel sabato sono in programma due appuntamenti molto importanti per la Fiume sportiva: allo stadio di Cantrida si disputerà il derby dell’Adriatico (come lo chiamano da queste parti) tra Rijeka e Hajduk Spalato, valido per il campionato di Prima lega, mentre al vicino polo natatorio di Costabella saranno di fronte il fiumano Primorje e la Pro Recco, per l’Eurolega. Sono stati proprio due stretti collaboratori dell’ imprenditore italiano ad avviare la

cooperazione: si tratta di Predrag Sloboda e Damir Viskovic, rispettivamente presidente e vicepresidente del Primorje. Giova ricordare che Volpi è già stato a Fiume, soggiornandovi a bordo del suo lussuoso yacht ancorato al Molo Longo, la diga foranea. Ha fatto sapere di essere innamorato del centro natatorio di Costabella, costruito grazie ai mezzi stanziati dalle casse comunali fiumane. «Voglio fare del Rijeka – ha aggiunto il petroliere – una società finanziariamente stabile, che possa gareggiare regolarmente nelle coppe europee». Il sindaco di Fiume ha confermato che il Rijeka potrebbe prossimamente cambiare proprietà, ma ha preferito non fare nomi, sottolineando comunque che l’interesse arriva da un imprenditore serio, un amico dello sport. L’importante è che si agisca in fretta, il Rijeka ha debiti per quasi 4 milioni e mezzo di euro e magari anche in riva al Quarnero potrebbe ripetersi lo "scenario Triestina".

73 - Messaggero Veneto 01/02/12 Nella giornata della memoria ricordiamo Maria di Rovigno

L'inserto settimanale "Messaggero - Scuola" accoglie testi redatti dai ragazzi dell'università, superiori, medie ed elementari di Udine e Pordenone

Scuola

L'ANGOLO DELLA POESIA

Nella giornata della memoria ricordiamo Maria di Rovigno

Maria di Rovigno

Maria di Rovigno aveva paura la parola "fascista" era per lei censura aiutata a Udine dalle suore sempre italiana si sentì nel

cuore. Maria di Rovigno aveva paura, non voleva riaprire nel cuore i punti di sutura.

Visse a Pola senza mai raccontare l'esodo, che la figlia desiderava ascoltare; Maria di Rovigno aveva paura,

che il motivo sia la tortura? Il mistero del silenzio di Maria resterà tale perché se lo è portato via.

Luca Piceno

Il silenzio di Maria

Maria aveva paura di parlare, come altri profughi istriani. Era venuta via nel 1947, dopo l'attentato di Vergarolla.

Fu aiutata dalle suore della Provvidenza di Udine. Se cercava di raccontare qualcosa del suo difficile esilio, le chiudevano la bocca con una parola: "fascista".

Maria Millia era figlia di Domenico, detto Mimi, un fabbro di Rovigno, poi vissero a Pola. Lei, la sua famiglia e la sua comunità furono felici di essere del tutto italiani dopo la fine della Prima guerra mondiale.

Orgogliosa di essere italiana lo fu fino alla fine, quando morì a Udine, nel 2009, senza aver raccontato troppi particolari dell'esodo.

Sua figlia, Rosalba Meneghini, e i nipoti di Maria oggi vogliono sapere, vogliono conoscere l'esodo istriano dalmata, vogliono scoprire perché lei non parlava.

Serena Minutti - Giulia Simonetti

74 - America Oggi - Magazine 7 New York 31/01/12 Mio nonno (lussignano) comandante Costa finito a Dachau

Mio nonno (lussignano) comandante Costa finito a Dachau

di Elisabetta de Dominis


"A noi Schettino, a voi Auschwitz" ha titolato /Il Giornale riportando la copertina del settimanale Der Spiegel che ci definisce un popolo di codardi "perché gli italiani non sono una razza".

Il direttore Alessandro Sallusti ha commentato: "Che i tedeschi siano una razza superiore lo abbiamo già letto nei discorsi di Hitler", aggiungendo che "noi italiani alla Schettino abbiamo sulla coscienza una trentina di passeggeri della nave, quelli della razza di Jan Fleischauer (autore dell'articolo) ne hanno ammazzati sei milioni. Erano gli ebrei trasportati via treno fino ai campi di sterminio".

Ironia della sorte: mio nonno materno Giovanni Bradini, a causa di una nave Costa, è finito in un campo di concentramento tedesco, anzi in tre. Era l'8 settembre 1943 e si trovava nel porto di Amburgo su una nave Costa di cui era comandante. Si rifiutò di consegnarla ai tedeschi dichiarando: "La guerra è finita ed io rispondo unicamente agli armatori Costa". (Il nonno era tosto: un irredentista che nella prima guerra mondiale si era rifiutato di combattere per l'Austria, scavalcando il confine sotto gli spari).
L'equipaggio si ammutinò consegnandosi ai tedeschi e lui solo quindi venne arrestato e condotto a Sachsenhausen. (L'equipaggio poi perì sotto un bombardamento alleato).
Mia nonna fece di tutto per liberarlo sia attraverso la richiesta degli armatori sia con l'invio di una somma ingente. Poi continuò a mandargli soldi, abiti, viveri. Ma mio nonno non ricevette mai nulla. Nonna Libera non sapeva cos'era un campo di concentramento: chi ci entrava non usciva più. Erano campi di sterminio mascherati da campi di lavoro, tanto che ancora oggi lo Stato tedesco rimborsa i detenuti solo se possono dimostrare di esser stati internati in un lager di sterminio: hanno l'onere della prova! Il risarcimento, secondo quanto mi comunicò cinque anni fa uno studio legale italo-tedesco, va dai 2500 euro ai 7500, spese del ricorso amministrativo escluse. Una cifra ridicola di cui i tedeschi non si vergognano, il che dimostra che non si vergognano del loro passato.

Da un recente sondaggio è risultato che i giovani tedeschi, fino a trent'anni, non sanno cosa sia stato l'Olocausto. O non vogliono sapere. Io l'ho sempre saputo. Ogni anno, quando ero alle elementari, gli insegnanti ci portavano a vedere la storia di Anna Frank al cinema o a teatro. C'era da piangere. Ma ancora prima di andare a scuola sapevo tutto. Come sanno i bambini, certo. Le mattine d'inverno mi infilavo nel lettone dei nonni per sentire una storia. Il fine del nonno era farmi capire quanto io fossi fortunata. Le storie erano: o quella del lupo di Lussino, l'isola dove il nonno era nato, che era adeguata all'ululare spaventoso della bora contro gli infissi delle finestre, o quella del campo di concentramento, dove si mangiavano solo bucce di patate, che era indicata per una schizzinosa come me. Mi raccontava che lo gettavano nudo nella neve e poi gli facevano una doccia bollente. Ma non mi ha mai detto perché.

Dapprima il nonno venne assegnato a lavoro forzato in una fabbrica di armamenti nel campo di Sachsenhausen, 35 km da Berlino: ne fecero fuori 100 mila tra malattie, esperimenti, fucilazioni, impiccagioni e forni crematori. Poi venne trasferito a Buchenwald, il bosco di faggi vicino a Weimer, nella Germania orientale. All'ingresso c'è ancora la scritta: "A ciascuno il suo". Qui morirono, in modi diversi appunto, 56 mila internati di cui 11 mila ebrei. La prassi era: affamarli e farli lavorare fino alla morte. Ma mio nonno non moriva ancora perché aveva un fisico forte e, siccome sembrava ariano (alto, biondo e con gli occhi azzurri), pensarono di inviarlo a Dachau, vicino a Monaco di Baviera, dove si eseguivano gli esperimenti di congelamento nella neve, poi si tentava la rianimazione: chi non si riprendeva veniva fucilato. Servivano per sapere a cosa andavano incontro gli aviatori tedeschi quando si gettavano con il paracadute. Mio nonno era ridotto pelle e ossa, 40 chili, ma il medico gli diceva di non andare in infermeria perché era l'anticamera del forno crematorio. Quando passavano i militari gli dava una scopa affinché si sorreggesse facendo finta di lavorare. Il 29 aprile 1945 sono arrivati gli americani a liberare il campo: mio nonno ha salvato quel medico dalla fucilazione. Un tedesco dal volto umano su migliaia.


75 - Gente Veneta n° 4 - 28/01/12 Venezia 1943-45: le celle della vergogna

Venezia 1943-45: le celle della vergogna

Più di 3600 persone sono state detenute, tra il ’43 e il ’45, nel carcere di Santa Maria Maggiore a Venezia per discriminazione politica o razziale; alcune, da lì, sono state deportate nei campi di sterminio nazisti.
Una ricerca dell’Iveser, l’Istituto veneziano per la storia della Resistenza e della società contemporanea, fa emergere i nomi di molti veneziani vittime dell’odio nazi-fascista.
«La nostra fonte sono stati i registri delle matricole del carcere» racconta Marco Borghi, direttore dell’istituto. «Erano il primo documento di ingresso dei detenuti, nel quale venivano annotati le informazioni anagrafiche, il periodo di detenzione e la destinazione, dato che il carcere di Venezia era un istituto di transito. Grazie alla disponibilità dell’amministrazione e del personale di un istituto che non è certo pensato per fare consultazioni da biblioteca, il ricercatore Giulio Bobbo ha potuto effettuare lo spoglio generale dei registri dall’8 settembre ’43 al 26 aprile ’45, quando l’insurrezione della città ha posto fine all’occupazione tedesca».
Dal lavoro, durato un anno e mezzo, sono emerse più di 3600 schede di persone discriminate perché ebrei, musulmani, dissidenti politici o militari. «Forniscono un quadro nuovo della vita della città in quell’epoca» continua il direttore. «Oltre ai nomi di ebrei deportati che non risultavano da altre pubblicazioni in materia, scopriamo che nel carcere di S. Maria Maggiore venivano detenute intere famiglie, anche donne e bambini. Generalmente da Venezia gli ebrei erano trasferiti nel campo di Fossoli e, da lì, deportati ad Auschwitz o Birkenau, mentre i dissidenti politici passavano per Bolzano con direzione Mauthausen o Dachau. Non tutti, però, finivano nei campi. Alcuni cambiavano carcere e circa 460 persone sono state mandate in Germania per fare lavori coatti: sono i famosi "schiavi di Hitler" destinati a compensare la carenza di manodopera».
In quei due anni il carcere di Venezia ospitava uno spaccato completo della società. «Se si guardano le professioni si osserva una varietà incredibile: c’è l’ammiraglio, l’industriale, il medico, l’avvocato, ma anche lo studente o il cenciaiolo. Giobatta Gianquinto, il primo sindaco di Venezia eletto dopo la guerra, come gran parte della futura classe dirigente, era in carcere. È curioso che in quei due anni la criminalità comune sembra scomparsa: si entra solo per motivi di discriminazione o per piccole infrazioni alle norme imposte dai tedeschi. E la responsabilità dei collaborazionisti italiani, soprattutto nel primo periodo, è forte».
Non emergono, però, solo gli aspetti negativi: dalla ricerca si viene a conoscenza anche di importanti gesti di solidarietà. «Dalle indicazioni delle abitazioni scopriamo che molti ebrei erano arrestati nelle case di cittadini cattolici che li ospitavano per non farli trovare. Non solo. Spesso i medici del carcere facevano false diagnosi per evitare alle persone la deportazione: questo avviene soprattutto nel ’44, quando si sapeva che la destinazione era la Germania. Crediamo sia importante fare memoria anche del bene che c’è stato in mezzo a tanto orrore».
La ricerca dell’Iveser, che non è ancora terminata ma ha già suscitato interesse sia in Italia che in Germania, è stata presentata nell’ambito delle iniziative organizzate per la giornata della memoria della Shoah del 27 gennaio. Seguiranno sintesi statistiche e approfondimenti sui diversi aspetti emersi. «La memoria non si deve esaurire in una data» avverte Marco Borghi. «Altrimenti rischia di diventare un appuntamento retorico: serve una politica della memoria che duri tutto l’anno e, facendoci capire il passato, cambi il nostro modo di vivere il presente».

Marco Andriolo

76 - La Voce del Popolo 03/02/12 Dignano - La Parrocchia compie 800 anni, oggi si festeggia San Biagio patrono della località

DIGNANO OGGI SI FESTEGGIA SAN BIAGIO, PATRONO DELLA LOCALITÀ
La Parrocchia compie 800 anni

Dignano è oggi alla sua festa patronale, San Biagio. Le celebrazioni portano nella località moltissima gente dei dintorni, che anche in passato si recava al duomo dignanese per il rito dell’unzione della gola. San Biagio, vescovo di Sebaste, è infatti protettore della gola.
Oggi si avranno tre messe: il rito liturgico in italiano si svolgerà alle 8.30, la messa solenne verrà officiata alle ore 11, quella serale alle ore 17. Ogni messa sarà seguita dall’unzione della gola e dall’esposizione del reliquario di San Biagio.
La messa solenne sarà celebrata dal metropolita di Fiume, msgr. Ivan Devčić, con la concelebrazione di vescovi e sacerdoti. Un altro momento di solennità sarà dato dalla presenza del coro della Comunità degli Italiani, che canterà la messa unitamente al coro parrocchiale.
A fine messa, nella piazzetta antistante il duomo, la Città e la Comunità Turistica offriranno vin cotto e "fritole".
Quest’anno la festa patronale assume un valore particolare: la Parrocchia dignanese celebra gli ottocento anni dalla fondazione. Un anniversario a cinque stelle, si potrebbe dire, sul quale certamente non si può glissare. Tutto il 2012, quindi, trascorrerà all’insegna dell’ottocentesimo e di quanto è nei proponimenti per rendere la Parrocchia ancor più importante.
Al di là dell’importanza religiosa, "pesa" piacevolmente e con orgoglio su questa e San Biagio la ricca Collezione di arte sacra, seconda per grandezza in Europa. E nella Collezione, accanto ad un’infinità di preziosi reliquari, quadri, libri, paramenti sacri ed altro, un posto particolare è riservato ai cosiddetti "Corpi Santi", resti mummificati di santi giunti a Dignano nel 1818, grazie al pittore Gaetano Gresler.
Ebbene, questi resti versavano in condizioni disperate. Giunti a noi resistendo ai secoli, ultimamente hanno subito l’aggressione di agenti esterni che ormai ne avevano compromesso il mantenimento. Riposti in una sorta di magazzino, avevano avuto migliore collocazione con l’apertura della Collezione di arte sacra, ma l’esposizione al pubblico vuole migliori condizioni sia estetiche che di sicurezza. Quattro "corpi" hanno avuto collocazione più consona sotto ogni aspetto. Un’equipe di esperti dell’Istituto di patologia del Centro clinico ospedaliero di Spalato ha sottoposto i resti alla tomografia computerizzata, esame che ha consentito di leggerli nel profondo, ed ora sono stati sistemati in sarcofagi di sicurezza, che ne consentono l’esposizione senza che alcunché di estraneo ne comprometta la resistenza e l’esistenza. Si tratta dei resti di San Paolo arcivescovo di Costantinopoli (morto nel 330 e del quale si conserva solo lo scheletro), di San Leone Bembo (morto nel 1188 e del quale i resti sono parzialmente conservati) e di San Giovanni Olini (morto nel 1300) e di S. Nicolosa Bursa (morta nel 1512) i cui corpi sono conservati nella totalità. Ebbene, oggi, durante la messa solenne si avrà la benedizione dei sarcofagi e dei "Corpi", ritornati a casa. (car)

77 - Il Piccolo 02/02/12 Turismo Scolastico - Gorizia e la storia del '900 da far conoscere agli studenti

TURISMO SCOLASTICO

Gorizia e la storia del ’900 da far conoscere agli studenti

Far conoscere agli studenti la storia del ‘900 nei luoghi teatro dell’Impero asburgico, della prima guerra mondiale, del dramma dell’esodo e delle foibe ma anche, al di là del ‘900, dell’impero romano ad Aquileia e del regno longobardo a Cividale. Questo è lo scopo principale che si prefigge il Comitato provinciale di Gorizia dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, grazie al sostegno dell’Assessore regionale al turismo Federica Seganti.

Ma la seconda ragione è quella di portare migliaia di studenti a Gorizia, agevolandoli nella scelta della città per dormire e mangiare, oltre che per visitarne le testimonianze di un antico e drammatico passato. «La decisione di avviare questa campagna – ha affermato il presidente Rodolfo Ziberna - .

Il Miur ha finalmente inserito nei programmi didattici anche la storia del confine orientale. Inoltre da due anni il Ministero promuove momenti di approfondimento ed aggiornamento per docenti. In Italia, tra scuole medie inferiori e superiori vi sono circa 200.000 classi con oltre 4 milioni di studenti. Ogni anno queste 200mila classi effettuano almeno una gita di alcuni giorni in Italia (medie inferiori e biennio delle superiori) e all’estero. Da ciò si può ben intendere anche le dimensioni economiche e turistiche della proposta».

Il presidente Rodolfo Ziberna, grazie anche ad un contributo economico assicurato dall’Assessore regionale al turismo Federica Seganti e da Turismo FVG, a febbraio invierà a tutte le scuole medie superiori del centro e nord Italia, ma anche alle agenzie di viaggio, una mail in cui inviterà studenti ed insegnanti a venire a Gorizia ed a Trieste per … toccare con mano la storia del ‘900.

«La proposta on-line – precisa Ziberna - conterrà i siti da visitare (dal castello di Gorizia, villa Coronini, ai siti della grande guerra anche nell’Isontino, sino al castello di Miramare, alle foibe di Basovizza, la risiera di San Saba, il campo profughi di Padriciano, ecc.).

Ogni sito sarà dotato di scheda illustrativa, rassegna fotografica, distanze chilometriche, tempo impiegato per visitarlo, costo ingresso ed orari. Ma l’offerta on-line conterrà anche gli alberghi in grado di ospitare le scolaresche con relativi costi e recapiti, i ristoranti nelle vicinanze dei siti, costi, posteggi per il pullman. Tutte le informazioni saranno accessibili cliccando su una mappa on-line creata appositamente ed in grado di contenere moltissime informazioni on demand. Un collaboratore dell’Anvgd sarà a disposizione, a mezzo telefono e mail, per confezionare pacchetti su misura, a seconda della disponibilità di tempo e denaro. È uno sforzo finanziario ed organizzativo non da poco di cui l’Anvgd si fa carico nella consapevolezza della necessità di diffondere la conoscenza di pagine di storia sconosciute alla maggior parte della popolazione e di aumentare il numero di turisti della nostra città e pertanto anche maggiore ricchezza».

78 - Primapagina Molise 03/02/12 Sain, una tenaglia tra i pali del Campobasso

Sain, una tenaglia tra i pali del Campobasso

Con Ciappi, Paleari, Sclocchini, Bandini e Ricciardi, Orlando Sain è stato uno dei migliori portieri del Campobasso. Non tanto per quello che fece in maglia rossoblù a soli diciotto anni, quanto per il seguito della sua carriera che lo portò a giocare a lungo in serie A ed anche a vincere una coppa Italia con l'Inter.

Orlando Sain nasce esattamente un secolo fa, il 3 febbraio 1912, a Cittanova d'Istria. In una terra (l'Istria, appunto) contesa, che all'epoca apparteneva all'impero austro-ungarico ed oggi, dopo aver fatto parte prima del regno d'Italia e poi della Jugoslavia, è regione della Croazia mentre Cittanova è chiamata adesso Novigrad.

La sua carriera (per non dire la sua vita), è stata avventurosa. Meriterebbe di essere raccontata in un libro. Cresce nel Grion Pola, dove giovanissimo si mette in luce al punto da attrarre il Taranto che offre 10.000 lire alla società e 600 al mese di stipendio a lui. La trattativa non va in porto, ma lui vuole andar via. Riprende a giocare due anni dopo, proprio da Campobasso dove è già presente una colonia di istriani (tre: Terdoslavich, Chincich e Fonovic). Siamo nel 1930, i lupi sono alle prime armi. L'anno dopo Sain passa all'Aquila dove resta a lungo (fino al '38) conquistando la storica promozione in serie B degli abruzzesi e, soprattutto, sfugge alla morte nella tragedia ferroviaria di Contigliano, il 3 ottobre 1936, quando il treno che trasporta la formazione rossoblù a Verona si scontra con una littorina proveniente da Terni. Nell'incidente muore l'allenatore dell'Aquila, Buratti, e diversi giocatori restano feriti e a lungo inattivi. La squadra retrocede in serie C, per Sain sembra l'inizio di una parabola discendente. Ma le cronache dell'epoca non risparmiano complimenti a questo portiere ben messo fisicamente, che esce con grande temerarietà. L'Inter (anzi, l'Ambrosiana-Inter!) lo manda a seguire e nel 1938 lo acquista. Lui gioca poco in campionato, ma difende i pali nella finale di coppa Italia contro il Novara, vinta per 2-1. In squadra con lui il grande Giuseppe Meazza ed un altro campione del mondo in carica, Ugo Locatelli.
L'anno dopo passa proprio al Novara, sempre in serie A, dove gioca titolare. Poi torna all'Inter (16 presenze), nel '41 va al Genoa (che all'epoca si chiamava ‘Genova'). Per i tifosi dei grifoni diventa ben presto "A tenaggia" (la tenaglia), per il suo modo di ‘abbrancare' il pallone serrando i palmi delle mani parallelamente. E' suo compagno di squadra Mario Perazzolo, che negli anni ‘50 allenerà il Campobasso. Nel suo ultimo campionato è protagonista di un episodio a dir poco curioso nella partita contro l'Atalanta giocata a Bergamo. Dopo aver subito due gol nel primo tempo viene duramente attaccato nell'intervallo dal suo allenatore Violak, che si dimette seduta stante e se va. Rientrato in campo, para l'impossibile e permette ai rossoblù di pareggiare per 2-2.

Chiude nel '46 la carriera ad alto livello e si stabilisce in Liguria. Dopo aver allenato in serie D (Derthona, Novese) compra un bar. Negli anni '70 si perdono le sue tracce.

Giuseppe Villani

79 – CDM Arcipelago Adriatico 31/01/12 :Il saluto a Giuseppe Sincich jr, grande Fiumano, scomparso a La Spezia

Il saluto a Giuseppe Sincich jr, grande Fiumano, scomparso a La Spezia

Mai foto ci è sembrata più esplicita di questa scattata a Giuseppe Sincich jr, al Raduno dei Fiumani a Montegrotto qualche anno fa, chiara sul suo modo di essere, sempre pronto a dare la sua versione dei fatti. Ed è così che lo ricorderemo, con la simpatia che riusciva a suscitare e al disappunto quando non lesinava i suoi giudizi pungenti ma, come diceva lui "a fin di bene".

Sincich è mancato, sabato 28 gennaio, nella città di La Spezia. Lo apprendiamo dal sito dell’ANVGD, al quale il Comitato della città ligure ha inviato la triste notizia. Ed è sullo stesso che leggiamo:

"Figlio del noto esponente autonomista fiumano, Giuseppe Sincich, trucidato dai titini nel 1945 nel quadro del disegno annessionistico del regime jugoslavo che prevedeva la soppressione di quanti, nel campo politico, avrebbero potuto opporsi alla cessione della città quarnerina. Così come accadde con il medico Mario Blasich, invalido ed ucciso nel suo letto, anch’egli figura di spicco del movimento autonomista".

Studioso apprezzato di storia fiumana, ha coltivato con amore la memoria del padre e della Sua città natale ed è stato insignito il 10 Febbraio 2007 dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano della onorificenza prevista per i congiunti degli infoibati. Conservava gelosamente la camicia di suo padre, insanguinata.

Medico di chiara fama, il professor Sincich junior è stato assessore del Libero Comune di Fiume in esilio e presidente onorario del Comitato Anvgd di Massa Carrara e Lunigiana. Le esequie si sono svolte nella Chiesa di Cristo Re a La Spezia, il 31 gennaio alle ore 15.00, presente il Comitato di Massa Carrara con il labaro della Associazione.

"Con la Sua scomparsa – leggiamo ancora sul sito dell’ANVGD - viene meno un testimone di primo piano delle tragiche vicende che investirono Fiume tra il 1943 ed il 1945 e dell’opera di resistenza alla violenza jugoslava: l’adesione al movimento autonomistico, che sin dalla sua fondazione nel XIX secolo si richiamava alle antiche prerogative riconosciute alla città di Fiume dall’Austria, non affievoliva infatti nei suoi esponenti i sentimenti di italianità e la partecipazione al destino storico della città natale".

Ma Sincich è stato anche collaboratore convinto de La Voce di Fiume, s’era imposto di ricordare per i suoi concittadini le vie principali della città e chi vi abitava, rispolverando volti e personaggi con le loro storie, raccontando episodi di vita quotidiana che, a distanza di tempo, si caricavano di tanti significati e diventavano preziosi cammei.

Nei suoi cassetti ancora tante storie da proporre ma anche studi scientifici per quell’abitudine all’esplorazione, ad andare a fondo nelle cose che lo rendeva ricco, curioso e sempre "vigile" a cogliere nuovi stimoli.

Il CDM ed il Libero Comune di Fiume, lo ricordano con grande affetto.

80 - Il Piccolo 30/01/12 La Storia - Emigrati in America : L'Istria Cafè racconta la saga dei Pribaz

L’Istria Cafè racconta la saga dei Pribaz
La famiglia è di Padena, sopra Pirano, ma vive a Chicago

LA STORIA »EMIGRATI IN AMERICA

Somo scappati dal loro paese quando è diventato Jugoslavia. Dopo una parentesi triestina, in una villa in Costiera, si sono trasferiti in America

di Nereo Balanzin

CHICAGO Sulla porta a vetri, che si apre su un locale luminoso e lungo, la parola è dipinta in italiano: Istria Cafè. Piove e goccioline d'acqua si stampano sulla finestra grande quanto l'intera parete. La superficie del lago, poco lontano, è di un grigio appena più turchese del cielo; Chicago non è al meglio: the Windy City, la Città del Vento, rabbrividisce mentre il termometro scende.

Marc Pribaz, 31 anni, il proprietario, non parla italiano. Però ha scelto lui il nome e conosce a memoria l'intera storia. È il racconto di un lungo viaggio che inizia sul Carso, scende verso Trieste, si ferma un po’ lungo le Rive accarezzando l'idea di stabilirvi il nido, poi spicca il volo: verso l'Australia prima, e il Nordamerica poi. Con quel nome, Istria, pronunciato in famiglia ormai con tre accenti diversi (italiano, australiano, americano, a seconda della generazione) ma portato sempre con sé, come un tratto somatico dell'anima. Prima generazione Giuseppe Pribaz ed Anna Moliner. «Sono i miei nonni - racconta Marc -. Giuseppe è di Padena, a mezz'ora a Trieste, nell'entroterra di Pirano. Anna di un villaggio a quindici chilometri di distanza. Si sono incontrati a una festa di paese. Mia nonna partiva scalza, da casa, con le scarpe in mano, per non impolverarle sulle strade sterrate: le rimetteva ai piedi solo per ballare». Il locale Il Caffè non possiede nulla di retrò; è metallo, granito, vetro e legno tagliati in forme semplici e pulite. Confina con il campus, ed i clienti sono in gran parte studenti della Università. Quando ancora Barack Obama era senatore ed abitava non molto distante, ci si fermavano a volte per un caffè gli uomini del suo staff, che frequentavano una palestra nei paraggi. Sui tavolini, e sul lunghissimo bancone accostato alla vetrata, libri, dispense, appunti, computer, cappuccini, paste, tazzine (cup) e tazze (mug), teiere, zainetti, caschi da ciclista. Come in una biblioteca, si parla a bassa voce, con il contrappunto del soffio della italianissima macchina per il caffè. In sottofondo un sussurro di smooth jazz.

«Abbiamo cercato di mescolare la tradizione europea ed il desiderio americano di un ambiente confortevole», spiega Marc. Sui divanetti ci si può anche sdraiare, e qualcuno lo fa. Marc è laureato in economica e commercio, e ha scelto il nome Istria perché voleva, per il suo business, un’idea che lo legasse alla terra da cui proviene: «Ho visitato Padena qualche anno fa. Un paese piccolissimo: giravo per le strade, e mi pareva che tutti assomigliassero a Giuliano, mio papà». Storie di emigranti Marc è cresciuto in Australia ma è emigrato a 7 anni negli Usa, così come suo padre, cresciuto a Trieste, è emigrato a 7 anni in Australia.

«Si è laureato in medicina a Melborne e si è specializzato a Pisa. Mi racconta ancora oggi di come fosse strano essere un chirurgo che parlava l'italiano di un bimbo di 7 anni». «Mio nonno - racconta Giuliano Pribaz -, a Padena, ha portato l’elettricità. Era un operaio bravo a far tutto. Se n'è andato quando ha capito che la zona era destinata a diventare Yugoslavia. Tre scelte: Stati Uniti, Argentina ed Australia». Giuliano è cresciuto a Melborne; lì è nato Marc. Si sono trasferiti in Nordamerica quando a Giuliano hanno offerto un contratto da chirurgo all'ospedale di Boston. «Siamo tanti, i Pribaz partiti dall'Istria verso il mondo. Con mio nonno erano sette fratelli: uno risiede oggi negli Usa. Ha vissuto una vita strana: militare prima con l'esercito italiano, poi con quello yugoslavo. Alla fine, ha tagliato la corda». Perché lui, con la stella rossa sul berretto, non ci voleva stare. Si chiama Emilio; ha novant'anni, ed abita in Florida. La memoria è ormai incerta. Invece, precisissima è quella di uno dei suoi figli: Sergio. Vive a Chicago, come Marc. Vicino a Gina, una delle figlie, che abita una casa con una veranda che dà sul bosco, e la bandiera americana alzata, tutti i sabati e le domeniche, su un pennone nel cortile. «Mio nonno è nato austriaco - spiega Sergio - mio padre italiano. Io sono americano. Eppure, siamo venuti al mondo tutti e tre nello stesso paese. E non è facile spiegarlo alla gente di qui». Fuga dalla Yugoslavia Emilio, da italiano, ha fatto il servizio militare all'Aquila. Tornato a casa, è stato arruolato d'autorità nell'esercito yugoslavo. È scappato. Lo hanno ripreso, processato e rivestito nuovamente con la divisa. Commettendo un errore, l'hanno destinato a picchettare la frontiera. Nuova fuga. Questa volta per sempre. «Noi diciamo Pribaz - racconta Sergio -. Marc pronuncia Pribaes. E mia cugina, in Canada, scrive Pribas. Ma siamo tutti dello stesso ceppo».

«Una volta arrivato a Trieste - prosegue - sono cresciuto a villa Rovinski, in Costiera, dove papà aveva trovato lavoro. Le prime scuole al castello di Miramare: una classe slovena – da bambino parlavo tutte e due le lingue – nel parco del castello, dove adesso c'è il bar. Tra gli italiani c'era chi mi diceva "s'ciavo", ma nel giardino della villa c'era un ciliegio. Il primo di tutta la costa a fiorire e a dare frutti. Così, all'inizio dell'estate, s'ciavo o non s'ciavo, eravamo tutti lì, a piluccare». Il viaggio Mentre i nonni di Marc hanno navigato per sei settimane da Trieste all'Australia, la famiglia di Giuseppe si è trasferita in aereo negli Stati Uniti. Un viaggio comunque lungo: Monaco di Baviera, Shannon in Irlanda, New Foundland in Canada, New York e infine Chicago. «Quando sono tornato per la prima volta a Padena - ricorda Sergio - ho attraversato la frontiera con una certa ansia. Da bambino non mi piacevano le guardie, e in paese mi avevano insegnato che certa gente doveva essere trattata con le molle, e starci possibilmente alla larga». Ultima generazione Gina, sua figlia, è sposata ad un medico di origine polacca. Hanno quattro figli. A Gina i nonni hanno insegnato a giocare a briscola, e capisce l'italiano. «Anche se adesso Emilio, ogni tanto, mi guarda e parla sloveno. Chissà chi vede, al posto mio». Ai figli, ha insegnato che le radici stanno in una piccola, complicata penisola lontana. La definisce, in inglese, "melting pot": un calderone dove le etnie e le culture bollono e si mescolano. Sergio sorride, afferrato da un ricordo. «Da Padena, ho portato con me a Grignano un vaso pieno di cicale. Le ho liberate lì». Gli vengono in mente tutte le estati quando, nel bosco dietro casa, quelle di Chicago friniscono con un tale fracasso che, sulla veranda, bisogna parlare a voce alta.

81 - La Voce del Popolo 28/01/12 Capodistria - «Santorio Santorio»: una Comunità con un vastissimo campo d’azione

Incontro, a Palazzo Gravisi – Buttorai, con il presidente
del sodalizio capodistriano della nostra etnia, Mario Steffè
«Santorio Santorio»: una Comunità con un vastissimo campo d’azione

CAPODISTRIA – Nella sede di Palazzo Gravisi – Buttorai abbiamo incontrato Mario Steffè, presidente della Comunità degli Italiani "Santorio Santorio" di Capodistria, per soffermarci insieme a lui nel fare una panoramica sulla realtà del sodalizio, le attività, i progetti e le sfide.

ATTIVITÀ LIBRARIA, EDITORIALE ED ESPOSITIVA "Accanto a quella che è l’attività tradizionale dei nostri gruppi artistico-culturali, esiste anche una progettualità abbastanza articolata in campo culturale, che viene divisa in diversi settori. Tra questi la promozione libraria, con eventi legati alla cultura del libro, nei quali particolare attenzione è rivolta alla produzione letteraria dei nostri connazionali, in riferimento e collaborazione con il polo editoriale dell’EDIT; poi trattiamo pure coedizioni ed altri tipi di pubblicazioni dov’è presente la componente del multiculturalismo e del territorio. È poi molto importante pure l’attività editoriale, in seno alla quale si realizza il nostro giornalino semestrale "La Città", diventato una piccola vetrina della Comunità italiana capodistriana e che è molto richiesto. Nel campo editoriale vi sono inoltre diversi progetti mirati ed impegnativi, come specifiche e curate monografie, legate a mostre o eventi particolari – ad esempio quella sulla mostra di caricature di Lorella Fermo, da non dimenticare nemmeno la pubblicazione dei CD dei nostri gruppi, Calegaria e La Porporela. Vi è poi il settore dell’attività espositiva, che ci contraddistingue da sempre in modo molto proficuo. Così è stato pure nel 2011, anche con collaborazioni estremamente importanti: solo per citarne due, le mostre di Sandro Chia e di Mimmo Paladino, due tra i pittori italiani viventi più importanti, realizzate con le Gallerie costiere. In quell’occasione si è avuta prima la presentazione di un libro, Giuseppe Fenoglio nel primo caso e Cesare Pavese nel secondo, ed in seguito l’inaugurazione dell’esposizione delle tavole originali delle illustrazioni contenute nei volumi".

I GRUPPI ARTISTICO-CULTURALI "È di recente costituzione la compagnia di canto popolare spontaneo La Porporela, fortemente voluta dal nostro defunto presidente Lino Cernaz, che purtroppo non ha potuto seguirne l’evoluzione. È un gruppo molto simpatico, che già gira parecchio. Hanno rispolverato, infatti, una realtà completamente dimenticata, ovvero la presenza sul nostro territorio dei canti popolari istro-veneti, e danno quindi un’importante testimonianza. Il gruppo musicale dei Calegaria, pur seguendo un percorso musicale proprio, fa riferimento alla Comunità, anch’esso è impegnato sul fronte del recupero della tradizione musicale di queste zone. Si distingue però, per la componente musicale, ovvero oltre al testo e al canto, l’elemento predominante è quello degli arrangiamenti musicali, che vogliono essere delle riletture moderne delle melodie tradizionali. I Calegaria hanno avuto anche un ottimo riscontro di pubblico e critica, con delle buone vendite dei loro CD, svariati concerti ed anche una tournée nelle CI di Istria e Quarnero, finanziata dall’UI. Un’altra realtà abbastanza nuova è data dalla filodrammatica ’Cademia Castel Leon, che propone divertenti sketch, come il primo "La colpa de inveciar", ripreso pure interamente da TV Capodistria. La scorsa estate hanno realizzato pure una mini tournée in Quarnero, coronata dalla partecipazione al Festival internazionale Ave Ninchi - Teatro nei Dialetti del Triveneto e dell’Istria, svoltosi al teatro Miela di Trieste. Infine, dopo una pausa ventennale si è ricomposta la mandolinistica, con alcuni dei membri fondatori, che in breve tempo hanno creato un gruppetto di circa dieci musicisti. Si continua poi a portare avanti il gruppo fotografico/educazione all’immagine, svolto presso la Scuola elementare "Pier Paolo Vergerio il Vecchio", i minicantanti, e il gruppo di attività manuale, il quale anche quest’anno proporrà dei costumi di Carnevale, dopo la nobiltà veneziana preparata nel 2011, che ha avuto molto successo a livello comunale".

IL SETTORE SPORTIVO "Diciamo che alcuni anni fa c’è stato un momento di crisi, e l’attività dell’Associazione sportiva, ASCI, ha subito un blocco. Speriamo che proprio quest’anno, con la riorganizzazione dell’ASCI, si riesca a ripartire. Anche qui, come per gli altri gruppi d’attività, si risente del ricambio generazionale e vi è quindi la necessità di partire quasi da capo. Sotto questo punto di vista sarà importante ristabilire il contatto con i giovani e la collaborazione con le nostre scuole, con il cui aiuto si può iniziare a coltivare la cultura sportiva (in svariate categorie), per avere poi a disposizione delle squadre. La comunicazione tra gli istituti educativi, la CI e la CAN c’è e funziona, ma penso dovrebbe venir migliorata in certi aspetti".

LE COLLABORAZIONI "Di questi tempi, quando le disponibilità finanziarie sono quelle che sono, è ancora più importante portare avanti il nostro approccio di collaborazione con numerosi enti. Credo che quasi non vi sia ente o istituzione col quale non abbiamo realizzato qualche progetto in comune, dalle Gallerie costiere al Museo e all’Archivio regionale, dal Teatro di Capodistria alle Primorske novice, il Forum Tomizza, l’Università del Litorale, la Società umanistica "Histria" e naturalmente tutti quelli minoritari, da Radio e TV Capodistria, al Centro "Carlo Combi", la Società di studi storici di Pirano e le altre Comunità degli Italiani. Questo è sicuramente un metodo che semplifica l’organizzazione degli eventi, allargandone lo spettro d’interesse e distribuendo i costi. In più viene messo in pratica un approccio d’integrazione, di apertura verso tutto l’ambiente circostante e non solo verso il mondo minoritario, che reputo oltretutto auspicabile".

VICINI NON SOLTANTO FISICAMENTE "Sicuramente la vicinanza con i due mass-media della minoranza è un vantaggio. La nostra collaborazione e compartecipazione in manifestazioni, spettacoli, concerti e quant’altro è regolare ed immancabile. Così è stato in occasione dei loro recenti compleanni, nell’ambito dei quali si sono organizzati concerti ed altri appuntamenti. Soprattutto per quanto concerne la radio, si è svolto il ciclo di concerti Guitar radio live, trasmessi dal vivo sulle frequenze della stazione radiofonica, ripresi e successivamente inseriti nel palinsesto televisivo, che hanno attirato molto pubblico in Circolo. In quell’occasione Igor Opassi ha realizzato degli splendidi scatti, che abbiamo pensato di esporre più tardi, a conclusione del progetto. Quindi vi è un costante abbinamento della realtà minoritaria, magari tramite talenti particolari, ad altri eventi. Con la Tv invece, è tradizionale l’organizzazione dello spettacolo di fine anno, che quest’anno abbiamo riportato al teatro di Capodistria, ed anche qui vi è stato il pienone".

I RAPPORTI CON LE ALTRE COMUNITÀ "Il settore dei contatti assorbe gran parte della programmazione e dell’impegno finanziario della CI, e prevede il collegamento con le realtà del mondo dell’arte e della cultura dall’Italia e dalle Comunità dell’area istro-quarnerina. Questo punto spazia dall’organizzazione di concerti a moltissimi altri eventi di arte varia, cercando di offrire una proposta quanto più variegata, pensata per le varie fasce d’utenza, che vada incontro alle aspettative dei nostri soci. Si tratta comunque di un’attività culturale bilaterale, grazie alla quale anche per i nostri gruppi si aprono più possibilità di presentarsi in ambienti diversi. Negli ultimi anni le nostre uscite si sono moltiplicate, e non solo negli incontri con i connazionali degli altri sodalizi, ma spesso – per certi gruppi – anche nell’ambito di altri contesti, che portano un altro tipo di esperienza e di visibilità. Tra questi, oltre alla già citata tournée della filodrammatica, per esempio il gruppo vocale La Porporela, che nel 2011 ha realizzato una quarantina di uscite, molte delle quali di gran prestigio, come quella alla rassegna di Beltinci, o la rappresentanza dell’associazione "Folk Slovenija" nell’ambito di altri concerti internazionali. In modo simile pure i Calegaria, la cui direzione artistica come per gli altri gruppi, gode di una sua autonomia, per la quale possono uscire e prendere parte ai più svariati eventi. Ciò porta fuori anche il nome della nostra Comunità o comunque questo concetto di italianità, espresso attraverso una forma d’arte. Quindi in realtà sono delle belle occasioni, dove ci si presenta come portatori di un prodotto culturale".

I PROGETTI DI QUEST’ANNO "Bisogna sempre rapportarsi con le risorse finanziare disponibili, spalmando il programma durante tutto l’anno, ma sicuramente ci riproponiamo d’inserire degli eventi di richiamo, seguendo la scia della serie di concerti del 2011. Stiamo pensando di farli principalmente nel periodo della bella stagione per sfruttare il nostro splendido ambiente dell’estivo – periodo che solitamente viene inaugurato con la serata ArtIstra del Forum Tomizza (che nel 2011 ha visto l’esibizione di Rade Šerbedžija e un Circolo strapieno con la fila al portone esterno). In progetto inoltre una pubblicazione relativa ai trent’anni dal primo disco del gruppo Istranova, ed anche una serie di appuntamenti mirati, concepiti appositamente per i giovani. Penso, infatti, sia importante essere vicini alla loro sensibilità e alla loro diversa tipologia di ricezione e aspettativa. In generale ritengo molto importanti i momenti di ritrovo, realizzati anche attraverso le attività dei gruppi o nell’ambito della loro preparazione. Nonostante facciano cultura a livello amatoriale, possono come primo, essere molti più funzionali ai bisogni della comunità d’appartenenza rispetto ad altre manifestazioni, e secondo, adempiono al bisogno di connessione, del rafforzamento del tessuto sociale, per trovarsi in compagnia e parlare nella nostra lingua. I gruppi hanno dunque questo importante aspetto di coesione".

LE PAURE DOVUTE ALLA CRISI "Gli effetti della crisi si fanno sentire ovunque, e si è dovuta operare una riduzione dei costi dappertutto. Non è stato un calo proprio lineare, ma si è comunque cercato di non privilegiare un settore a scapito di un altro, per cui come logica conseguenza abbiamo avuto pure un calo nel numero degli eventi organizzati. Per quanto riguarda il finanziamento dei mentori dei vari gruppi, si fa riferimento ai mezzi dell’Unione Italiana, e infatti nel 2011 vi sono state non poche difficoltà in questo ambito, per i problemi della stessa UI. Diciamo che noi siamo riusciti parzialmente a compensare la riduzione dei mezzi del ministero della Cultura con il graduale incremento degli stanziamenti comunali. Anche se, analizzando la reale situazione, l’incremento dei costi di produzione e dei servizi un po’ ovunque, è stato di gran lunga superiore all’indicizzazione del finanziamento".
"Nel suo status di persona giuridica di diritto privato si compone di cittadini, il corpo comunitario sono i soci, ed il momento privilegiato di questo incontro è all’interno del sodalizio. Perciò è molto importante mantenere in vita questo nostro corpo sociale, proprio perché all’interno delle dinamiche comunitarie si dovrebbero esprimere i bisogni e la realtà della CNI. È chiaro che l’aspetto organizzativo cambia (o dovrebbe cambiare) nel tempo, così come cambia la realtà sociale dell’ambiente circostante. Credo però che la realtà proceda in modo più spedito rispetto alle nostre capacità di adeguarci. Qui il problema è che, avendo un organismo eterogeneo, bisogna rispettare le esigenze di tutti, e noi abbiamo pur sempre una grande percentuale di persone anziane. In questo sta la difficoltà di creare momenti d’aggregazione per tutte le generazioni, ma dobbiamo comunque impegnarci nella programmazione, per dar vita a dei momenti comuni, caratterizzati da elementi culturali e linguistici che facciano riferimento all’appartenenza nazionale e che mantengano viva l’identità. Penso che avere la capacità di ricostruire il tessuto comunitario, usando metodi e veicoli più moderni, sia la nostra grande sfida per mantenerci in vita come corpo sociale".

Jana Belcijan

82 – Avvenire 01/02/12 Porzûs, l'eccidio e le polemiche

DIBATTITO

Porzûs, l'eccidio e le polemiche

Porzûs resta una piaga della nostra storiografia, da decenni in imbarazzo nel fare i conti con questo episodio della Resistenza. Nelle valli tra Torre e Natisone, nel febbraio del 1945 una ventina di partigiani della brigata Osoppo furono uccisi dai compagni delle brigate Garibaldi. Sul piano nazionale tra i partigiani comunisti e quelli "autonomi" (cattolici, azionisti, monarchici, ecc.) vigeva l’unità d’azione, sia pure nella distinzione dei ruoli, ma lungo il confine orientale le cose andavano diversamente. Il Pci era costretto dalla sua matrice ideologica a una posizione ambivalente: da un lato, si presentava come un partito nazionale italiano; dall’altro, si riconosceva parte della rivoluzione comunista mondiale. Declinata in Friuli-Venezia Giulia, questa ambivalenza investiva in pieno il rapporto con i partigiani jugoslavi di Tito, per i quali invece ideologia e nazionalismo andavano perfettamente d’accordo, incluse le mire annessioniste verso i territori italiani. E i partigiani rossi dell’area riconoscevano di fatto la supremazia titina, fino ad avallarne implicitamente quelle rivendicazioni territoriali fortemente contrastate, al contrario, dagli altri partigiani italiani. Come quelli della Osoppo.

Finita la guerra delle armi, un’altra ne iniziò entro il dibattito storiografico. Gli studiosi della Resistenza di ispirazione comunista – cioè, per un lungo periodo, quasi tutti – tesero da un lato a minimizzare l’episodio, dall’altro a squalificare i partigiani della Osoppo come nazionalisti esaltati, se non addirittura filo-fascisti. I saggi raccolti nel volume curato da Tommaso Piffer Porzûs. Violenza e Resistenza sul confine orientale (Il Mulino, pagine 154, euro 15,00) – dei quali anticipiamo qui accanto due estratti – cercano di ripercorrere quel contesto politico e intellettuale. Piffer si concentra sulle strategie politiche del Pci durante la guerra partigiana, strette tra contesto politico internazionale ed esigenze militari contingenti: «I partiti comunisti europei imponevano una radicale semplificazione del quadro ideologico intorno al binomio fascismo-antifascismo, e avevano così gioco facile a tacciare di fascismo tutti coloro che non accettavano di seguirli». Un’impostazione che non esaurì i suoi effetti con la guerra, anzi: gran parte della ricostruzione storiografica «è rimasta per lo più relegata a una serie di giudizi sorti già durante il conflitto». Che su Porzûs non potevano che dar torto alla Osoppo "non allineata". Tanta durezza rientrava d’altra parte perfettamente nella logica di Tito che, come illustra il contributo di Orietta Moscarda Oblak, «aveva trovato la sua affermazione attraverso l’uso disinvolto della violenza politica». Infatti, conferma il saggio di Raoul Pupo, «nella Venezia Giulia accadde quel che successe non nel resto d’Italia, ma nel resto della Jugoslavia». Il discorso si allarga così alla comprensione di quel fenomeno di pulizia etnica che furono le foibe, delle quali Pupo è tra i massimi studiosi.

Mentre Patrick Karlsen approfondisce i punti di contatto tra il partito di Togliatti e quello jugoslavo e Paolo Pezzino indaga altri conflitti interni alla Resistenza, quelli accaduti in Toscana, è il saggio di Elena Aga-Rossi che s’incarica di ricapitolare sistematicamente la parabola ambigua della storiografia su Porzûs. Spiega dunque l’apparentemente insensata euforia con la quale i vertici del Pci, Togliatti incluso, accolsero la condanna dei partigiani comunisti per i fatti di Porzûs: nel 1952 la loro colpevolezza fu riconosciuta, ma limitata al solo omicidio. Rimanendo fedeli alla linea dettata dal partito, il partigiano Giacca e gli altri non avevano quindi tradito la nazione – ed era questo il vero nocciolo della questione, per i comunisti.

Porzûs attraversò tutta la storia della Repubblica italiana; deflagrò nel 1990, quando si scoprì che l’organizzazione paramilitare clandestina Gladio – legittima, ma all’epoca presentata a tinte fosche come sovversiva e fascistoide – aveva reclutato parecchi suoi membri proprio nella Osoppo. Ancora, nel 1997 il film di Renzo Martinelli Porzûs tornò a lacerare, tanto che molte voci si levarono a chiederne il ritiro dalle sale per lesa Resistenza. Nel 2001, finalmente, uno spiraglio: Giovanni Padoan delle Garibaldi e don Redento Bello, cappellano della Osoppo, si incontrarono alle Malghe di Porzûs per una pubblica riconciliazione. «Ma il gesto – annota mestamente la Aga-Rossi – non ebbe seguito».

Edoardo Castagna

83 – Il Piccolo 01/02/12 Lettera aperta al presidente della Repubblica Napolitano - Trieste, ultimo binario

Trieste, ultimo binario

Tagliata fuori dai treni e ora dalla stessa Italia

Lettera aperta al presidente della Repubblica Napolitano Una storia di ridimensionamenti, ritardi e dismissioni

LE CAUSE DEL DECLINO La frontiera c’entra poco, è stata la politica delle Ferrovie a smantellare una rete che fu gloriosa ed efficiente sotto l’Austria

LE LINEE di confine Proprio nel momento in cui Bruxelles finanzia le linee transfrontaliere qui da noi le smantellano e azzerano

di PAOLO RUMIZ

Signor Presidente Napolitano, vorrei parlarle del "tappo" che le ferrovie italiane stanno mettendo alla locomotiva del Nord. E' un tema di cui non si parla perché i politici non vanno in treno, e forse non ci vanno nemmeno i gestori del servizio. I politici, i boiardi di Stato e i grandi dell'economia non sanno cosa significhi impiegare due ore e dieci tra Venezia e Trieste. Io, che sono triestino e ho speso infiniti giorni della mia vita su quei binari morti solo per restare attaccato al mio Paese, lo so benissimo. E ogni volta che salgo su quella tradotta mi dico: ma come, per avere la mia città l'Italia ha speso la vita di 600 mila ragazzi e ora la tiene a sé con un unico doppio binario percorso da treni di lentezza esasperante? Le diranno che la causa di questo è il confine infelice che circonda la città "cara al cuore". Io dico di no. La causa è la politica di Trenitalia. Vede, Presidente, oltre quel doppio binario, non esiste più niente. Tutto il resto di quella che fu una rete gloriosa ed efficiente (in gran parte austriaca) è stato disattivato, smantellato, venduto.

A quasi un secolo dalla Grande Guerra, ora che gran parte delle barriere sono cadute con i Paesi vicini e la città che fu porto di un impero si ritrova nuovamente al centro d'Europa, proprio ora assistiamo allibiti alla rottamazione di un patrimonio su cui costruire il futuro non solo di Trieste ma dell'intera economia del Nord, priva di vettori commerciali verso il Danubio. La rete che ancora collega l'Italia a quel retroterra, lo stesso che fece la fortuna della mia città, non solo non viene riattivato ma viene tolto dalla mappa ferroviaria d'Europa. Abbiamo appreso che il capo di Trenitalia Moretti verrà a Trieste per liberare la città dagli ultimi ferri "inutili" e dai suoi ostinati progetti di futuro. Ma è da anni che, con la parola d'ordine "rete snella" ci tolgono binari di precedenza, ci declassano fermate, ci riducono all'osso gli scali merci, ci degradano a raccordi industriali linee importanti transfrontaliere, ci svendono caselli e piccole stazioni, lasciando le altre alle ortiche. Non c'è stata misericordia. Persino la stupenda stazione di Miramare, quella dove Massimiliano d'Asburgo scendeva dal treno imperiale per raggiungere in carrozza il vicino castello sull'Adriatico, si è vista estirpare i binari di sorpasso indispensabili all'efficienza della linea.

Oggi si vuole vendere anche la stazione di Campo Marzio, fino a ieri la porta dell'Istria e della Dalmazia, "gate" velocissimo per Vienna e la Baviera sulla direttrice cosiddetta "Transalpina", e questo proprio nel momento in cui si delineano i progetti di riattivazione delle linee frontaliere, abbondantemente finanziati da Bruxelles. I rottamatori se ne fregano. Tolgono di mezzo tutto ciò che va oltre la nuda linea Trieste-Monfalcone. Persino al magnifico museo ferroviario, gestito da volontari senza l'ausilio di soldi pubblici, è stato intimato lo sfratto con l'imposizione unilaterale di un affitto scandaloso. Glielo dico perché Lei non è solo il tutore della memoria nazionale, ma anche del paesaggio italiano. Un ruolo-chiave che le è affidato dalla Costituzione.

Ci pensi: un secolo fa con una sola coincidenza si andava a Praga, Cracovia e Stoccarda. Anche col fascismo molti collegamenti vitali rimasero, e ancora trent'anni fa, con la cortina di ferro di mezzo, sul Carso transitava il Simplon Orient Express diretto a Istanbul. Sui "wagon lit" negli anni Settanta potevi andare a Parigi, Genova, Roma, Budapest, Belgrado. Oggi si va solo a Udine e Venezia. Sugli orari ferroviari non c'è più altro. Per Trenitalia la Nazione finisce a Mestre. E la città, per avere la quale si sono spese 600 mila vite, è diventata binario morto. E' maledettamente facile, in questa situazione dire: "ridateci l'Austria". Le nostalgie non mancano ed è bene che sappia che non sono nostalgie infondate. Prima della Grande Guerra, c'erano non una ma tre strade di ferro per l'Europa: una via Lubiana-Graz, una via Pontebba e una via Gorizia-Villach, linea che avvicinava la Germania di 250 chilometri. Oggi è rimasta solo la seconda.

Alla chetichella, due mesi fa, è stato tolto il treno fra Trieste e Lubiana. La linea di Gorizia è chiusa dai tempi della guerra fredda, anche se i binari esistono ancora. Tutto è finito: niente per l'Ungheria, niente per Zagabria, niente per l'Istria, per Fiume e Dalmazia. Persino i treni storici si sono visti sbarrare la strada da e per la Slovenia a causa degli aumenti tariffari decisi da Trenitalia su questo confine. Trieste non è più al centro di niente. Ma il confronto più deprimente è quello che riguarda Vienna. Nel 1915 c'erano dodici treni al giorno nei due sensi, e tutti diretti. Oggi nessuno. Oggi per arrivare devi sottoporti a due cambi, a pagare tre diversi biglietti e percorrere una tratta in pullman tra Udine e Villach.

Un viaggio così lento e umiliante che due mesi fa, per incontrare il borgomastro di Vienna, il sindaco di Trieste ha voluto sperimentarlo di persona, solo per sentire fino in fondo l'emarginazione della sua città. Trieste, ovvero "the meaning of nowhere", come ha scritto l'inglese Jan Morris. Ma ripeto, non è solo questo il punto. Il grave è che, in silenzio, si inibisca il futuro di linee vitali per lo sviluppo della nazione. Trieste è una città civile, ordinata. Così civile e ordinata che non si è esitato a deprivarla a cuor leggero di ciò che era suo. In Italia funziona così, i tagli si fanno non là dove servono, ma là dove – per senso dello Stato – la gente è più obbediente. Così vincono i furbi, e quelli che scendono in piazza. Ma non è detto che questa remissività continui. Oggi la crisi può fare da detonatore di molti malumori. La gente ha perso la pazienza di fronte alle ingiustizie e alle ladrerie. Per questo è importante avere una sua risposta. Trieste interessa ancora all'Italia? E come si fa a parlare di politica estera se qui si tagliano le strade dell'Est e del Nord, vitali all'economia di tutto il Nord Italia? Come può un'unica azienda decidere del supremo interesse nazionale?

La Mailing List Histria ha il piacere di inviarVi periodicamente una minirassegna stampa sugli avvenimenti più importanti che interessano gli Esuli e le C.I. dell' Istria, Fiume e Dalmazia, nonché le relazioni dell'Italia con la Croazia e Slovenia.

Si ringrazia per la collaborazione l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Gorizia e l’Università Popolare di Trieste

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :

http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/

http://www.arupinum.it