N. 812 – 11 Febbraio 2012
Sommario

84 - Il Piccolo 10/02/12 Giorno del Ricordo - L'intervento di Renzo Codarin : «Ripensare alla storia per costruire un futuro comune» (Renzo Codarin)

85 – CDM Arcipelago Adriatico 10/02/12 Al Quirinale la cerimonia in occasione del Giorno del Ricordo (Rosanna Turcinovich Giuricin)

86 - La Voce del Popolo 10/02/12 Scuole invitate a diffondere la conoscenza dell'esodo

87 - La Stampa 07/02/12 Gianni Oliva: "Un treno della Memoria anche per le foibe di Basovizza" (Letizia Tortello)

88 - Alguer.it 07/02/12 Fertilia: annullo Giorno del Ricordo

89 - L'Eco di Bergamo 07/02/12 Documentario sulle foibe: premio ai ragazzi di Lovere (Giuseppe Arrighetti)

90 - La Repubblica 11/02/12 Milano - Ricordo delle vittime delle Foibe gli esuli in polemica con Pisapia (Ilaria Carra)

91 - Il Riformista 10/02/12 "I morti (delle foibe) non serbano rancore" (Andrea Di Consoli)

92 - Libero 10/02/12 I negazionisti delle foibe duri a morire (Giuseppe Parlato)

93 - Giornale di Brescia 08/02/12 Pola, la memoria dell'esodo vive nel silenzio delle pietre (Valerio Di Donato)

94 - Corriere della Sera 10/02/12 Padova - Il giorno del Ricordo della tragedia istriana: «Noi, sradicati due volte» (Enrico Albertini)

95 - Corriere delle Alpi 09/02/12 Calalzo (BL) Giorno del ricordo, il sindaco di Calalzo: "Via toponomastica pro Tito"

96 - Avvenire 09/02/12 Mailing List Histria: Nelle scuole italiane di Croazia e Slovenia i bambini conservano le memorie degli avi e la nostra identità (Lucia Bellaspiga)

97 - Il Piccolo 06/02/12 Medaglia italiana a Zara Scoppia un nuovo giallo (Silvio Maranzana)

98 - Avvenire 05/02/12 Timidezze e rimozioni storiche con la Croazia - Quella medaglia per Zara "dimenticata" per undici anni. (Paolo Simoncelli)

99 - Il Gazzettino 10/02/12 Lettere - Noi esuli traditi anche dall'Italia ( Federica Haglich)

A cura di Stefano Bombardieri

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :

http://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

84 - Il Piccolo 10/02/12 Giorno del Ricordo - L'intervento di Renzo Codarin : «Ripensare alla storia per costruire un futuro comune»

L’INTERVENTO DI di RENZO CODARIN*

«Ripensare alla storia per costruire un futuro comune»

Il Giorno del Ricordo delle Foibe e dell’Esodo che oggi l’intera Nazione italiana celebra in forma solenne vorremmo rappresentasse una nuova tappa dell’importante cammino coraggiosamente avviato dai Presidenti di Italia, Slovenia e Croazia.

La Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani, Fiumani e Dalmati ha voluto sostenere questo salutare percorso, che ha già prodotto un clima più sereno nelle relazioni tanto fra i tre Paesi quanto fra i tre Popoli vicini e ormai coabitanti nella comune Casa europea.

Gli Esuli istriano-fiumano-dalmati e i loro discendenti non vogliono essere un intralcio al pieno riavvicinamento tra Italia, Slovenia e Croazia o allo sviluppo di Trieste. Anzi: desiderano essere utili a Trieste, così come all’Italia e all’Europa, senza danneggiare in alcun modo i Paesi vicini.

Non vi sono reali alternative al giusto percorso che insieme stiamo compiendo. Infatti, solo in un clima più disteso fra le nostre Istituzioni e i nostri Popoli potremo finalmente risolvere anche i problemi di lunga data che ancora gravano su di noi.

Citiamo, fra i più sentiti: la legge italiana per l’equo e definitivo indennizzo dei beni sottratti dalla ex Jugoslavia, la restituzione da parte slovena e croata dei beni in libera disponibilità e di quelli esclusi dai trattati internazionali, la tutela delle tombe italiane nei cimiteri dei luoghi d’origine, nonché il recupero dei resti delle persone trucidate dai titini e la segnalazione ufficiale dei luoghi dove avvennero tali eccidi.

Non è possibile conseguire obiettivi così importanti senza il dialogo, il rispetto e la fiducia reciproci sia fra i governanti sia fra i cittadini di Italia, Slovenia e Croazia.

È un evento storico fondamentale e una premessa incoraggiante per ogni serio negoziato sui temi irrisolti il fatto che prima il Presidente Türk e poi il Presidente Josipovic ci abbiano incontrato ufficialmente, che a Trieste il 13 luglio 2010 abbiano reso omaggio con il Presidente Napolitano al monumento all’Esodo, e che i Presidente Napolitano e Josipovic abbiano partecipato al concerto del 3 settembre 2011 all’Arena di Pola.

La sfida che ora ci attende è perciò quella di incrementare tale benefico clima di comprensione, affinché possa dare frutti sempre più concreti anche per noi e i nostri discendenti.

Chi invece, strillando, ostacola il processo distensivo non fa i veri interessi né degli Esuli, né di Trieste, né dell’Italia, ma semmai rinfocola il nazionalismo sloveno e croato, fortemente indebolito dal processo di integrazione europea.

In tale ottica auspichiamo che questo 10 febbraio 2012 sia vissuto da tutti come un’occasione per trarre dalle tragedie del passato un ulteriore stimolo a continuare il cammino saggiamente intrapreso, in modo da raggiungere in futuro sempre nuovi traguardi.

Il recente sondaggio commissionato dall’Anvgd rivela che ancora troppo pochi italiani sanno cosa furono le Foibe e l’Esodo: dunque molto resta da fare affinché i nostri connazionali (politici compresi) siano debitamente informati.

Dallo stesso sondaggio emerge però che negli ultimi anni qualche passo avanti è stato compiuto, specie fra i giovani, anche grazie alle celebrazioni del Giorno del Ricordo in ogni parte d’Italia e alla collaborazione tra i sodalizi degli Esuli e il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca.

Ricordare oggi le dolorose vicende di ieri ci aiuti a costruire meglio il domani. Un domani di speranza. Un domani in cui gli Esuli e i loro discendenti possano essere sempre più di casa nell’Adriatico orientale insieme ai fratelli "Rimasti", uniti da quella comune identità italiana e giuliano-dalmata che assieme dobbiamo preservare. Tutto ciò è realmente possibile: basta volerlo fino in fondo e operare di conseguenza. Con serenità.

* presidente della Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani, Fiumani e Dalmati

85 – CDM Arcipelago Adriatico 10/02/12 Al Quirinale la cerimonia in occasione del Giorno del Ricordo

Al Quirinale la cerimonia in occasione del Giorno del Ricordo

Riflessioni e considerazioni che guardano al futuro europeo

L’eleganza di un protocollo che si ripete, i discorsi, il concerto, sono ormai una tradizione che innesta comunque, ogni anno, delle nuove dinamiche di rilettura di una vicenda storica e del suo superamento.
Ancora una volta, alla presenza del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, si è celebrato oggi al Quirinale il "Giorno del Ricordo", istituito con la legge del 30 marzo 2004 al "fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale".


Si avverte l’avvicinarsi di una certa catarsi, di una lettura del passato pacata e misurata, proiettata verso quel futuro che tutti vorremmo, di pace, di dialogo, di collaborazione e, visti i capricci dell’economia, anche di cooperazione, al fine di quel benessere che è traguardo comune. Se è vero che la storia è già stata e nulla si può fare per cambiarla è anche vero che una sua giusta lettura può aiutare un popolo sparso a darsi una nuova dimensione, a focalizzare nuovi campi d’intervento, decidere il bagaglio ancora da sviluppare. Un compito difficile, contorto, che ha bisogno dell’intervento di idee ed energie ma che sta maturando nel tempo, anche grazie a questi momenti emblematici che poi magicamente convergono in occasioni epocali, come l’incontro dei Tre Presidenti a Trieste nel 2010 o quello di settembre 2011 a Pola, con protagonista la comunità italiana d’Istria, Fiume e Quarnero.
Li ricorda il Presidente Napolitano continuando sulla strada iniziata, anche tra le polemiche, sei anni fa, ma mai abbandonata, nella convinzione che fosse giusta e sacrosanta, confermata dal tempo, piena di nuovi spunti e di sfide da cogliere.
"Serve ricordare anche per ripensare a tutti i fatali errori al fine di non ripeterli mai più". Ha sottolineato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, rivolgendosi in particolare ai familiari delle vittime degli eccidi delle Foibe che nella stessa mattina di ieri si sono visti consegnare medaglie e riconoscimenti in ricordo dei propri congiunti.
"E’ la sesta volta che lo celebro qui - ha detto Napolitano - e credo di poter dire che di anno in anno abbiamo sempre arricchito di nuovi punti di vista e di nuovi accenti la scelta della memoria e dell’omaggio che il Parlamento ha voluto sancire per legge".
Il presidente ha espresso il suo "sentimento di vicinanza e solidarietà mio personale e delle istituzioni repubblicane ai familiari delle vittime delle orrende stragi delle Fobie e ai rappresentanti delle associazioni che coltivano la memoria di quella tragedia e dell’esodo di intere popolazioni".
Il capo dello Stato ha insistito molto sulla necessità di "coltivare la memoria e ristabilire la verità storica". Perché l’istituzione del Giorno del Ricordo ha contribuito a mettere fine a "ogni residua congiura del silenzio", ha continuato Napolitano citando il proprio intervento della cerimonia dello scorso anno.
"E’ la visione europea che ci permette di superare ogni tentazione di derive nazionalistiche, di far convivere etnie, lingue, culture e di guardare insieme con fiducia al futuro. E’ in Europa che dobbiamo trovare nuovi stimoli, facendo leva anche sulle minoranze che risiedono all’interno dei nostri paesi - ha continuato il presidente della Repubblica - e che costituiscono allo stesso tempo una ricchezza da tutelare un’opportunità da comprendere e cogliere fino in fondo".
Nel suo discorso, Napolitano ha ricordato la necessità di un impegno contro le derive nazionalistiche in Europa, quale tributo per le nuove e le vecchie generazioni. "Lo dobbiamo - ha detto - tanto alle generazioni che hanno sofferto nel passato quanto alle nuove, cui siamo in grado di prospettare società più giuste e più solidali, capaci di autentica coesione perché nutrite di senso della storia, ricche di un’intensa esperienza di riconciliazione e di un nuovo impegno di reciproco riconoscimento".
La cerimonia aveva avuto inizio, in una sala gremita di autorità ed ospiti, con il saluto del prof. Giuseppe de Vergottini, a nome delle Associazioni degli Esuli nel quale ha inteso ribadire che "per questo valore universale delle nostre vicende l’azione delle associazioni degli esuli giuliano-dalmati è oggi dedicata non solo a ricordare a tutti gli italiani una pagina di storia colpevolemente dimenticata, ma a costruire un tessuto di relazioni con le nazioni al di là dell’Adriatico per percorrere insieme, alla luce dei principi dell’Unione Europea, un cammino comune di comprensione e di rispetto reciproci".
E’ seguito l'intervento del ministro per la Cooperazione internazionale e lo sviluppo, Andrea Riccardi, che ha sottolineato quell’amnesia nata "dalle passioni e dalle lotte della Guerra fredda, ma oggi quel tempo è finito". Ed aggiunge: "Fu una storia terribile tra italiani d'Oriente e slavi d'Occidente in una terra con una complessa stratificazione etnica". Una storia, "ripetutasi fino a ieri nei Balcani", ha continuato. Negli anni della Seconda guerra mondiale si trattò di "aggressioni contro italiani inermi da parte di jugoslavi solo perché erano italiani e mettevano in discussione il controllo titoista - ha ribadito il ministro - oggi sappiamo del disegno stalinista che usava le etnie per affermarsi". Secondo Riccardi, "le politiche di riconciliazione degli ultimi anni nei Balcani mostrano come vogliamo percorrere la strada futura senza tornare indietro affinché l'Europa del XXI secolo sia terra di civiltà e del vivere insieme".
Rimane fermo l’importante compito dell’inquadramento storico per uscire dalle sabbie mobili del passato, trasformando la tragedia in energia che rinnova e costruisce. Lo si legge nell'allocuzione del prof. Raoul Pupo, ordinario di Storia contemporanea all'Università di Trieste, nella quale si chiede:
"Che cos'è dunque che oggi ricordiamo? Le vittime, certo, di quegli anni così terribili; i fatti di cui parla la legge istitutiva della giornata,…ma al fondo, ciò che costituisce la sostanza del ricordo è un fenomeno che comprende vittime e fatti: è la parabola drammatica dell'italianità adriatica, vale a dire di quella forma della presenza italiana nell'Adriatico orientale che era cresciuta nel XIX secolo sulle fondamenta poderose della tradizione romana e veneziana e che si poneva come massima aspirazione, anzi, come unico possibile orizzonte di vita, lo stato nazionale".
E a cosa serve il ricordo: due le risposte, una stretta, l’altra larga. "All'interno di quella visione larga – afferma Pupo -, noi vediamo subito che la parabola dell'italianità adriatica non si è svolta nel vuoto, ma si è intrecciata con un'altra traiettoria, quella dello slavismo. Le due identità si sono formate quasi simultaneamente e si sono definite in buona misura per differenza l'una dall'altra nel corso della seconda metà dell'Ottocento. Così, quella che prima era una società regionale di origini assai varie, caratterizzata da un notevole grado di plurilinguismo - anche se la lingua d'uso veneta risultava prevalente - una società che in alcuni ambiti, come Trieste, era francamente cosmopolita, anche se la cultura era in massima parte italiana, quella società si è divisa rapidamente lungo linee di frattura nazionali sempre meno permeabili. E' un esempio classico di quei processi di nazionalizzazione di massa parallela e competitiva, che hanno caratterizzato la storia dell'Europa centrale fra la metà dell'Ottocento e quella del Novecento: una storia finita male, proprio in applicazione dei principi fondanti del nazionalismo, come l'intolleranza nei confronti dell'altro e la concezione perversa secondo la quale la terra che tutti ospita appartiene ad un solo popolo, mentre gli altri vengono considerati ospiti sgraditi, quando non invasori da cui liberarsi ad ogni costo, per via di assimilazione o di espulsione".
E il dramma c’è stato, terribile, tragico "per proporzione e capacità distruttiva, per le dinamiche sprigionate dalla seconda guerra mondiale, che ha spostato in maniera radicale i confini del pensabile. E' stata guerra totale, in cui i civili sono diventati obiettivo specifico di operazioni belliche. Sul fronte orientale è stata fin dall'inizio guerra senza regole, divenuta ben presto guerra di sterminio".
Il resto è ciò che conosciamo e che ha posto la regione Giulia, che è sempre stata area di cerniera tra mondo mediterraneo e danubiano, "in pieno nelle logiche estreme dell'Europa orientale, nella storia cioè di quelle che Timoty Snyder ha chiamato le terre di sangue".
Ha parlato poi delle contrapposizioni, quasi un botta e risposta dei regimi che si sono succeduti in queste terre. "Il fascismo si è impegnato a realizzare la bonifica etnica, ma quel che ha ottenuto, è stato di decapitare, impoverire ed umiliare le comunità slovene e croate che nella loro maggioranza sono rimaste salde sul territorio. Il regime di Tito invece ha proclamato la fratellanza italo-slava, ma gli italiani sono stati costretti ad andarsene al 90%". Lo stesso metodo ma con risultati ben diversi.
Ma questa è una storia di molti anni fa. Da quella stagione terribile sono trascorse generazioni e sono mutati completamente gli assetti internazionali. "In Italia – conlude il prof. Pupo - la memoria del sacrificio dei giuliano-dalmati è stata in buona misura salvata ed ora le diverse memorie di frontiera cominciano a riconoscersi e rispettarsi, nella loro insopprimibile soggettività. Molti fra gli studiosi di confine, già araldi delle storia delle nazioni, parlano ormai di "sguardo congiunto" e sperimentano percorsi di storia post-nazionale. Le comunità italiane giuliano-dalmate in esilio e quelle che ancor vivono sulla loro terra di origine hanno avviato un dialogo sempre più intenso. Le istituzioni degli stati si sono spese al massimo livello per la riconciliazione fra i popoli. La prospettiva dell'integrazione europea è largamente condivisa".
Che cosa si può fare?
"Si può cominciare una storia nuova – suggerisce Pupo -, non dimentica di quanto di positivo - e non è poco, in termini di cultura e di consuetudine civile - i secoli passati hanno prodotto. In questo senso, l'inizio di un millennio ancora incerto sulla direzione da prendere, propone una sfida di alto profilo: andar oltre la semplice tolleranza di gruppi minoritari in perenne affanno e far crescere invece i semi di diversità che ancora sopravvivono sulle rive adriatiche per ricostruire, se pur in misura assai più limitata che un tempo, un tessuto plurale, certo più adatto, rispetto all'esclusivismo nazionale, a reggere l'impatto della globalizzazione".
Per suggellare riflessioni e speranze, la conclusione della cerimonia è stata demandata all’Orchestra d’archi del Conservatorio Giuseppe Tartini di Trieste. Diciotto giovanissimi, impegnati, entusiasti, rapiti dalla musica, che sulla scia dei concerti svoltisi in P.zza Unità a Trieste e all’Arena di Pola, propongono un altro strumento di dialogo, accanto a quello della storia e della politica, quello fondamentale della cultura che usa un metro universale di comprensione e supera i confini.

Rosanna Turcinovich Giuricin

86 - La Voce del Popolo 10/02/12 Scuole invitate a diffondere la conoscenza dell'esodo

Giornata del Riccordo, richiesta del ministro Profumo
Scuole invitate a diffondere la conoscenza dell’esodo

ROMA – In occasione del Giorno del Ricordo, il ministro dell’Istruzione italiano, Francesco Profumo, ha richiesto "alle scuole di ogni ordine e grado, nella piena autonomia organizzativa e didattica, di prevedere iniziative volte a diffondere la conoscenza dei tragici eventi che costrinsero centinaia di migliaia di italiani, abitanti dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, a lasciare le loro case, spezzando secoli di storia e di tradizioni".

PATRIMONIO CULTURALE "Tali iniziative – precisa il ministro - saranno inoltre utili per valorizzare il patrimonio culturale, storico, letterario e artistico degli italiani dell’Istria, di Fiume e delle coste dalmate - in particolare ponendo in rilievo il contributo degli stessi allo sviluppo sociale e culturale del territorio della costa nord-orientale adriatica - e a preservare le tradizioni delle comunità istriano-dalmate residenti nel territorio nazionale e all’estero".

VALORI FONDANTI Si invitano pertanto le scuole, "anche mediante la collaborazione con le Associazioni degli esuli che potranno fornire un importante contributo di analisi e di studio -, conclude la nota del ministro - a sensibilizzare le giovani generazioni su questi tragici fatti storici, al fine di ricordare le vittime e riflettere sui valori fondanti la nostra Carta costituzionale.

FATTORE EDUCATIVO Il coordinatore regionale Pdl-FVG On. Isidoro Gottardo ha rilevato in una nota che "la giornata del ricordo contribuisce al rispristino di una verità che restituisce alla storia il suo fattore educante". Gottardo ha evidenziato che "il Pdl si inchina riverente alle vittime di un’immane tragedia che ha privato un’intera comunità del diritto di vivere nella propria terra natale. Questa martoriata terra di confine torna a ricomporsi nel nome dell’Europa con l’adesione della Croazia. Le popolazioni italiane torneranno libere di circolare e incontrarsi nelle proprie terre senza più confini imposti".

EVENTI TRAGICI "L’esodo istriano, fiumano e dalmata seguito alla politica razziale della Jugoslavia alla fine del secondo conflitto mondiale continua a inquietare la coscienza nazionale per la tragicità degli eventi, per il silenzio dal quale è stato ricoperto per lunghi decenni, per il senso di sconfinato dolore che segna senza apparente remissione il ricordo di quella storia.

La Provincia di Perugia, nella fase più recente della sua vita amministrativa, non ha mai mancato di soffermarsi intorno a quanto avvenuto in occasione della Giornata del Ricordo che la legge italiana ha voluto dedicare ai martiri delle foibe". Sono le parole del presidente della Provincia di Perugia, Marco Vinicio Guasticchi, in occasione della convocazione del Consiglio provinciale aperto per ricordare le vittime delle foibe. Di fronte alla tragedia delle foibe – aggiunge Guasticchi - non si può "non trasformare in giuramento solenne l’impegno, che abbiamo tutti verso la storia, di impedire, per noi e per i nostri figli, il ripetersi

87 - La Stampa 07/02/12 Gianni Oliva: "Un treno della Memoria anche per le foibe di Basovizza"

A PROPOSTA LO STORICO OLIVA: «NON ESCLUDIAMO NULLA»

"Un treno della Memoria anche per le foibe di Basovizza"

«Le associazioni giuliano-dalmate al tavolo voluto dalla Regione»

LETIZIA TORTELLO

«Il Comitato garante delle iniziative sulla memoria non escluda il ricordo delle Foibe». Il monito, per una volta non partitico, arriva dallo storico Gianni Oliva. All'indomani della proposta della Regione di istituire un tavolo che si occuperà dell'organizzazione e del finanziamento dei treni della memoria ai campi di concentramento, le reazioni non mancano. Se la Comunità ebraica accoglie con favore l'iniziativa, anche il mondo degli studiosi non nasconde il suo plauso per una «soluzione che sgombra il campo dalle strumentalizzazioni», spiega Oliva. Con qualche distinguo: «Visto che si mette in piedi un' istituzione nuova, è l'occasione per includere, a pieno titolo, un percorso educativo per i ragazzi legato alla tragedia delle foibe».

Un dramma che è ha segnato la storia del nostro Paese durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale, con eccidi ai danni della popolazione italiana della Venezia Giulia e della Dalmazia. Echi dolorosi di queste stragi arrivarono fino a Torino, quando i profughi istriani, fiumani e dalmati vennero ad abitare nelle baracche della futura Italia '61 (per questo corso Trieste si chiama così), e nelle Casermette di Borgo San Paolo, a Lucente e in Borgo Vittoria. L'auspicio di Oliva è che il tavolo voluto dall'assessore Coppola - che sarà costituito dai vertici della Comunità ebraica, del Museo storico della Resistenza e del consiglio regionale -«comprenda presto anche le associazioni dei giuliano-dalmati, per rendere giustizia a questo momento drammatico del nostro passato».

Bene dunque accompagnare i ragazzi ai lager nazisti, ma anche nei luoghi delle foibe, come Basovizza, una voragine dove furono gettate le vittime del massacro compiuto dai partigiani di Tito. «Tenendo conto delle specificità dei luoghi - puntualizza Oliva - e dei contesti storici, con un percorso che prepari sempre i giovani prima della partenza».

88 - Alguer.it 07/02/12 Fertilia: annullo Giorno del Ricordo

Venerdì 10 febbraio Fertilia celebra il Giorno del Ricordo dell’arrivo nella frazione degli esuli di Istria, Fiume e Dalmazia

Fertilia: annullo giorno del ricordo

 

ALGHERO - Venerdì 10 febbraio Fertilia celebra il Giorno del Ricordo dell’arrivo nella frazione degli esuli di Istria, Fiume e Dalmazia. Poste Italiane attiverà nei locali del centro sociale Ente Giuliano di Sardegna (Lungomare Rovigno, 17) un servizio postale temporaneo con l’emissione di un annullo speciale filatelico dedicato alla ricorrenza.

Con questo speciale timbro saranno bollate tutte le corrispondenze presentate allo sportello, operativo dalle 9,30 alle 16,00, dove saranno anche disponibili tutti i prodotti filatelici e, in particolare, le emissioni in tema con la manifestazione. Dopo la giornata celebrativa, l’annullo sarà trattenuto per due mesi a Sassari nello sportello filatelico dell’Ufficio Postale di via Brigata Sassari.

In questo periodo sarà ancora possibile far bollare la corrispondenza con l’annullo direttamente allo sportello o inviando gli oggetti, già affrancati, in busta chiusa ed accludendo la busta già indirizzata e affrancata per la restituzione.

 

89 - L'Eco di Bergamo 07/02/12 Documentario sulle foibe: premio ai ragazzi di Lovere

Documentario sulle foibe
Premio ai ragazzi di Lovere

Lovere

Continuano a fare incetta di premi i cortometraggi e i documentari realizzati dagli studenti dell'istituto scolastico superiore «Ivan Piana» di Lovere.
Venerdì in Regione a Milano i ragazzi della quarta C del corso di elettrotecnica riceveranno il primo premio per il documentario intitolato «La storia negata» e dedicato al tema delle foibe. Venerdì è proprio, in tutta Italia, la giornata del ricordo, istituita per non dimenticare il dramma vissuto da migliaia di italiani che al termine della seconda guerra mondiale, perseguitati dal regime comunista di Tito in Jugoslavia, dovettero abbandonare le loro case situate nelle regioni giuliane, dalmate e istriane.
«Questa volta – spiega Adelio Gregori, professore dell'"Ivan Piana" e referente dei progetti cinematografici della scuola – abbiamo intervistato due signori di Costa Volpino, Giovanni Marini, nato a Fiume, ed Ettore Marussich, nato a Zagabria, che nel periodo dell'esodo istriano avevano pochi anni di età e che dovettero scappare insieme ai loro familiari».
In tutto il documentario dura diciotto minuti e gli spezzoni dell'intervista si alternano a immagini dei filmati d'epoca e a interventi letti da alcuni ragazzi della classe.
Venerdì mattina gli studenti saranno premiati nell'aula del Consiglio regionale a Milano dal presidente Davide Boni, che ha dichiarato: «La celebrazione del ricordo delle foibe vuole essere un momento di riflessione comune. Rendiamo omaggio alla memoria delle vittime e alle sofferenze dei sopravvissuti per riaffermare i valori di democrazia e verità. La conoscenza e la lucida coscienza di questa dolorosa pagina della nostra storia devono però anche consentire alle giovani generazioni di aprirsi alla via del dialogo e della concordia tra i popoli, nel rispetto delle reciproche identità e delle singole specificità culturali».

Giuseppe Arrighetti

90 - La Repubblica 11/02/12 Milano - Ricordo delle vittime delle Foibe gli esuli in polemica con Pisapia

IL CASO

Ricordo delle vittime delle Foibe gli esuli in polemica con Pisapia

Il sindaco presente alla cerimonia ha tenuto il suo discorso chiedendo di superare divisioni che non hanno ragione di esistere. Critiche degli istriani per non essere stati invitati a parlare

di ILARIA CARRA

"Le divisioni su un pezzo di storia dolorosa non sono più ammissibili in una nazione nata dalla resistenza, in una città Medaglia d'oro della resistenza che ha fatto della solidarietà e della pace il suo punto di riferimento per il presente e per il futuro". È il messaggio con cui il sindaco Giuliano Pisapia ha chiuso il suo discorso in largo Martiri delle Foibe, alla tradizionale cerimonia per il Giorno del Ricordo che dall'istituzione della ricorrenza, nel 2004, si tiene nello spazio fra piazzale Istria e via Arbe intitolato dall'amministrazione nel 1998. Una celebrazione durata pochi minuti, e con polemica.

Gli esuli presenti hanno apprezzato la presenza del sindaco ma denunciano:

"Siamo amareggiati che non ci sia stata data la parola per un intervento - critica il segretario del Movimento Nazionale Istria-Fiume-Dalmazia Romano Cramer -. È un gesto inaccettabile, il primo caso in Italia in cui a una commemorazione i diretti interessati non possono fare un intervento. Se l'avessimo saputo, ci saremmo astenuti dal venire. I nostri morti non sono di serie B". Dal Comune, l'ufficio stampa fa sapere "che era condiviso anche con gli esuli che l'unico intervento fosse quello del sindaco Giuliano Pisapia", e che "sono state le associazioni a non accordarsi in precedenza su chi avrebbe dovuto alternarsi a parlare durante la cerimonia"

91 - Il Riformista 10/02/12 "I morti (delle foibe) non serbano rancore"

"I morti (delle foibe) non serbano rancore"

STORIA E PACIFICAZIONE. Oggi il ricordo dei diecimila italiani trucidati dai titini. Il silenzio su quella tragedia è finito. Nel titolo del romanzo di Nando Vitali lo spirito con cui farne memoria.

di Andrea Di Consoli

Nel giorno del ricordo dell'esodo giuliano-dalmata e degli infoibamenti, che cade ogni anno, sin dal 2005, il 10 febbraio, data della firma, nel 1947, del Trattato di Parigi (con il quale l'Italia fu costretta, per rimanere sul versante orientale dei nostri confini nazionali, a cedere alla Jugoslavia Fiume, Zara, le isole di Lagosta e Pelagosa, buona parte dell'Istria, del Carso goriziano e triestino, e l'alta Valle dell'Isonzo - Trieste, invece, fu dichiarata "Territorio Libero", e venne divisa in una zona A, amministrata dagli angloamericani, e in una zona B, amministrata dagli jugoslavi, per ritornare definitivamente all'Italia solo nel 1975, con il Trattato di Osimo), sarebbe il caso che la tragedia conosciuta diffusamente come "il massacro delle foibe" superasse una volta per sempre lo stadio polemico-propagandistico che sin qui l'ha connotata.

Perché di foibe, finalmente, in Italia si parla diffusamente e senza reticenze, perché il colpevole e "interessato" silenzio dei comunisti italiani è stato abbondantemente acclarato e denunciato in sede storiografica e pubblicistica, e perché finalmente si è riusciti a dare un volto preciso alle violenze del cosiddetto fascismo di frontiera e, al contrario, alle violenze brutali dei partigiani titini (basti pensare all'atroce abitudine di gettare nelle foibe un uomo vivo legato con il filo di ferro a un uomo morto), che arrestarono, deportarono, torturarono e uccisero circa diecimila italiani (non solo fascisti o filo-fascisti, ma italiani colpevoli soltanto di esserlo) come conseguenza atroce, ma comprensibile, della politica discriminatoria e persecutoria del fascismo contro le comunità slovene e croate in territorio italiano, e della dichiarazione di guerra (il 6 aprile del 1941) dell'Italia, della Germania e della Ungheria ai danni della Jugoslavia, che da quel momento diede vita a un robusto e agguerrito (e spesso, in passato, mitizzato) movimento militare partigiano di matrice comunista, nel quale si fondevano istanze marxiste e istanze nazionaliste.

Il dibattito storiografico sulle foibe, sin qui, è stato ricco e articolato, e lentamente si avvia al superamento della sua fase polemica, che pure è stata utile e produttiva. Storici, giornalisti, testimoni e uomini politici hanno in questi anni offerto una mole sterminata di documenti e di spunti polemici (tra gli storici delle foibe non si possono non menzionare almeno Guido Crainz, Gianni Oliva, Frediano Sessi e Raoul Pupo), e il quadro, a questo punto, sembrerebbe chiaro, privo, finalmente, di zone d'ombre, di colpevoli "silenzi".

Una sola zona d'ombra, a nostro avviso, permane: la poca conoscenza che l'Italia continua a mostrare per la storia geografica, sociale, politica e culturale del suo confine orientale, complesso e tortuoso (a volte inestricabile), ma ricco di personalità che, per rilanciare sul tema letterario, furono di prim'ordine (si pensi, tanto per fare dei nomi del secondo Novecento, a Fulvio Tomizza, Carlo Sgorlon, Claudio Magris, Pier Antonio Quarantotti Gambini, Marisa Madieri, Biagio Marín, Bruno Maier, Stelio Mattioni, Enzo Bettiza, Boris Pahor, Valentino Zeichen, Anna Maria Mori, Diego Zandel). Il groviglio storico, etnico e linguistico che è la Venezia Giulia, Istria e la Dalmazia è, di fatto, uno dei "centri culturali" più intensi dell'Italia novecentesca (si pensi al ruolo immenso di Trieste), perché li, tra influenze slave, magiare, austriache, tedesche e italiane (in una parola: mitteleuropee) è cresciuta, anche grazie a commistioni, ibridazioni, lacerazioni, esodi e conflitti, una notevole letteratura italo-europea di ampio respiro, e della quale dovremmo essere più consapevoli.

Tra le tante iniziative che quest'oggi si svolgeranno in tutta Italia in ricordo degli infoibati e degli esuli, vogliamo segnalare quel che accadrà nella sede romana della casa editrice Gaffi (a partire dalle ore 16 in via della Guglia 69/b), dove verrà presentato il romanzo / morti non serbano rancore di Nando Vitali (tra i relatori, oltre all'autore, ci saranno Andrea Carraro, Guido Cace e Filippo La Porta) e proiettato il film-documentario Foibe. Martiri dimenticati prodotto dall'Associazione Nazionale Dalmata, che due anni fa ha ristampato in anastatica (per l'editore Palladino) i numeri dal 1945 al 1947 del Grido dell'Istria, e il documento riservato della Marina Militare intitolato Trattamento degli italiani da parte jugoslava dopo l '8 settembre 1943, nel quale, con sgomento, si leggono testimonianze dirette di questo tenore (del maresciallo maggiore di Fanteria Vittorio Marte, arrestato dai partigiani slavi): «Oggi, alle ore 4, rancio di un poco di farina e di patate. La distribuzione finisce male, perché, non appena finita la distribuzione normale, alcuni prigionieri si affollano alla marmitta per ottenere quel po' che sempre rimane; interviene un partigiano (uno dei capi) e spara nella direzione dei prigionieri, ferendone uno al torace. Mentre gli altri si allontanano, egli si avvicina e con un altro colpo a bruciapelo lo finisce».

Non bisogna mai dimenticare i morti infoibati del '43 e del '45, ma nemmeno che le zone di confine e le pluralità linguistiche, religiose ed etniche sono una ricchezza straordinaria. Non dell'Italia o della Jugoslavia, cioè delle nazioni specifiche, ma dell'umanità intera. Perché le doline, le depressioni carsiche, le miniere nelle quali furono gettati orribilmente migliaia di italiani sono la metafora esatta dell'abisso di ogni nazionalismo, fascista o titino che sia. Perché ogni nazionalismo, purtroppo, porta in sé nascosto il germe mortale della "purezza", per il cui mito sono stati versati inutilmente fiumi di sangue innocente.

92 - Libero 10/02/12 I negazionisti delle foibe duri a morire

I negazionisti delle foibe duri a morire

Il sindaco di Pistoia regala agli studenti un saggio fìlotìtino e farnetica di una «insurrezione popolare antifascista». Quello di Genova invita a «contestualizzare». Ma per fortuna Napolitano andrà a Porzùs

::: GIUSEPPE PARLATO

■■■ Quando la Giornata del Ricordo fu istituita, nel "lontano" 2004, alcuni pensavano che si trattasse di una ricorrenza in qualche modo inutile. Tanto ampia, infatti, era stata la convergenza delle forze politiche e culturali nel convenire sulla necessità di saldare in qualche modo il conto con la storia e con la memoria, che ad alcuni apparve quasi superfluo iterare nel tempo questa ricorrenza.

In effetti, in questi anni, da destra e da sinistra, si è affrontato il problema dell'eliminazione brutale di migliaia di italiani nelle terre del confine orientale, avvenuta tra il 1943 e il 1945, nonché quello dell'esodo di circa 350 mila italiani che fuggirono, tra il 1943 e il 1954, dall'Istria, dalla Dalmazia e da Fiume per potere sottrarsi alla snazionalizzazione forzata imposta dal regime comunista di Tito.

Ciò ha determinato il fatto che molti italiani, e non solo giovani, per la prima volta abbiano sentito parlare del problema delle "foibe", come un po' riduttivamente viene ricordato l'insieme. Un po' riduttivamente, perché molti persero la vita nelle note fenditure carsiche dell'Istria e della zona vicina a Trieste, ma molti altri furono annegati (soprattutto in Dalmazia) e altri morirono nei terribili campi di concentramento jugoslavi.

La ricorrenza della Giornata del Ricordo ha quindi avuto un'importante funzione didattica e di informazione: si tratta di uscire dalle ideologie e dalle visioni faziose per recuperare con onestà anche questa parte della nostra identità nazionale: è un metodo che il presidente Napolitano ha dimostrato più volte di seguire: l'annuncio che renderà omaggio alle vittime di Porzùs, i partigiani della Osoppo uccisi dai partigiani comunisti nel febbraio 1945, è atto di civiltà e di responsabilità nazionale.

Argomenti odiosi

Sinceramente, dopo otto anni dalla sua istituzione, non pensavamo fosse necessario tornare sull'argomento del ne-gazionismo. Argomento disarmante, perché condotto con grossolana superficialità storica; argomento odioso, perché dettato esclusivamente da ragioni ideologiche e dalla volontà di negare quello che persino gli stessi capi jugoslavi hanno

dichiarato esplicitamente, e cioè che per realizzare il socialismo reale in quelle terre era necessario eliminare fisicamente l'elemento italiano, un elemento fornito di cultura antica, di un forte senso di nazionalità e di una forte connotazione religiosa: tutte cose che ai capi comunisti jugoslavi provocavano immediata repulsione.

Appaiono quindi bizzarre e stupefacenti le "giustificazioni" di due sindaci italiani, quello di Pistoia e quella di Genova, i qua -li hanno dimostrato imbarazzo per le critiche che sono state loro mosse. Nel primo caso, il sindaco di Pistoia, ha donato agli studenti delle superiori un libro di Giacomo Scotti, noto esponente della comunità italiana in Istria, il quale non ha mai mancato di dare la propria solidarietà al regime titino, sottovalutando le ragioni degli esuli. Poteva, per essere equilibrato, offrire agli studenti, anche le memorie di un esule: non avrebbe avuto difficoltà a trovarne, anche se la cultura ufficiale le ha sempre tenute da parte. C'è una "perla" nel comunicato del sindaco: si parla di «insurrezione popolare antifascista» in Istria (e ci si chiede intanto quando sia avvenuta), dimenticando che una insurrezione popolare che riesce

a cacciare, a guerra finita, più della metà della popolazione che lì viveva da secoli non è una insurrezione popolare, ma un'operazione militare tesa a realizzare una pulizia etnica.

H sindaco di Genova, invece è un'intellettuale e perciò invita a contestualizzare le foibe, uscendo dallo schema amico-nemico. Giustissimo. Occorre sempre contestualizzare ed è anche nobile il disegno di uscire dal manicheismo della contrapposizione. Ma la Giornata del Ricordo ha lo scopo di riequilibrare un silenzio pluride-cennale e di rendere omaggio alle vittime. Riguarda la memoria, oltre che la storia. Ha lo scopo di ricordare che molti italiani persero la vita o furono costretti all'esilio per restare tali.

In attesa del 25 aprile

La contestualizzazione può esserci ed è quella di ricordare come i totalitarismi abbiano trasformato quelle terre in un orrendo laboratorio. Ma siamo certi che Marta Vincenzi troverà certamente il modo di estendere a tutta la nostra storia recente la necessità di uscire dallo schema amico-nemico: la ricorrenza del 25 aprile non è troppo lontana. L'attendiamo fiduciosi.

93 - Giornale di Brescia 08/02/12 Pola, la memoria dell'esodo vive nel silenzio delle pietre

Pola, la memoria dell'esodo vive nel silenzio delle pietre

POLA (Croazia)Lo schiaffo della bora arriva laterale, da ovest, dalle rive fumanti di gelo, dove il mare si congiunge livido al cuore della città.
Dilaga a sciabolate nella piazza del Foro, come un esercito invasore che ha trovato finalmente la linea di sfondamento. La vecchia Pola disegnata ad arte dalle pietre latine e veneziane si apre stoica all'inverno ruvido dei Balcani. I pochi passanti si difendono alzando i baveri dei giacconi imbottiti, in un silenzio talmente surreale da apparire la muta resa di sentinelle isolate lasciate indietro a coprire le spalle di un esercito in fuga. Sessantacinque anni fa, in questi stessi giorni di freddo ostile, a cavallo fra gennaio e febbraio, gli italiani scappavano a ondate quotidiane, organizzate, rassegnate, in previsione dell'arrivo del nuovo padrone jugoslavo. Il silenzio di oggi è placido e ha la mite, desertica, tristezza delle località di villeggiatura fuori stagione. Ma il rintocco insistente del martello di un muratore nascosto nell'androne di un palazzo veneto in ristrutturazione in Ulica Sergijevaca (strada dei Sergi) ha il potere di avviare un transfer formidabile. Di ricreare l'atmosfera del grande esodo del 1947. Un copione perfetto.
«Ricordo il suono dei martelli che battevano sui chiodi, il camion che trasportava la camera da letto di zia Regina al Molo Carbon, avanzando tra edifici mortalmente pallidi di paura (…) Via via il Toscana aveva infornato tutti i polesani (…) Per noi che restavamo era l'inizio di una nuova era. Dopo, infatti, le cose non sarebbero mai più state uguali né facili», scrive la polesana rimasta Nelida Milani, rispondendo alla polesana esule in Italia Anna Maria Mori, nello splendido carteggio fra due scrittrici separate dall'esodo, poi diventato il libro «Bora».
La memoria del terremoto politico ed etnico che sostituì il fascismo e gli italiani con il comunismo e gli slavi del sud è poco e male raccontata nelle scuole di entrambe le due sponde dell'Adriatico.
La memoria se la sono portata via in blocco, chiusa a chiave con le poche masserizie nel dolore dell'esilio, i 28mila profughi da Pola e gli altri trecentomila italiani (cui si unirono gruppi di sloveni e croati) che svuotarono nell'arco di un decennio intere città e paesi da Capodistria a Rovigno a Fiume. Come sopportare la favola dell'italiano da sempre «usurpatore» e «sfruttatore» degli slavi? Così voleva il verbo del vincitore, poi trasfuso nella cultura ufficiale. L'Istria, Fiume e Zara «da sempre slave» i bambini del dopoguerra l'hanno succhiato con il latte materno da queste parti. Ed oggi, scomparsa la Jugoslavia e finito il comunismo, le cose non sono molto cambiate. Il nazionalismo aggressivo non è stata una malapianta esclusivamente italiana. Anche il mondo slavo ne profuse a piene mani.
Ma troppi erano gli intrecci etnici, le commistioni linguistiche, le contaminazioni culturali. Le pietre, i monumenti, l'arte, sì, parlano latino e veneto. Ma usi, costumi e mentalità, sono stati permeati anche da influssi slavi e tedeschi, specie nelle aree più interne, lontano dalle città. Peccato che, di questo grandioso e complesso patrimonio, come pure dei disastri lasciati dagli «omogeneizzatori» di turno, non vi sia traccia visibile al di fuori dei (di alcuni) libri. Manca una toponomastica «educational», che ci dica dove accadde cosa. A Pola, nulla ricorda le partenze degli italiani rimasti senza patria e senza identità. Il «Molo Carbon», dove attraccava la nave «Toscana», è stato assorbito dal cantiere navale «Scoglio Olivi». E le foibe restano degli orridi nascosti fra desolate sterpaglie, senza una benché minima indicazione, o una lapide da ingentilire con un fiore. Dopo oltre un'ora di Camel Trophy della memoria ne ho scovata una: Terli (Trlij in croato), spinto dalla testardaggine e dall'adrenalina di chi vuole vedere ciò che si è a lungo negato da molti.
La visibilità è il primo segno di rispetto del dolore di tutti. A Pisino incontro lo scrittore istriano Milan Rakovac, che in un bel dibattito a Brescia due anni fa disse, nella sua suggestiva parlata istro-veneta, «chiedo scusa, a nome della mia gente, degli eccidi anti-italiani». Sollecitando, però, le «scuse dell'Italia per i crimini commessi qui dal fascismo».
Parliamo di utili gesti simbolici, come l'idea di un «comune parco della pace» da Caporetto a Duino, rilanciata anche dal dalmata Enzo Bettiza. Quando ci salutiamo, mi tira fuori il sogno di Cavour, nel 1848: l'«affratellamento con gli slavi del sud», altrimenti l'Italia sarebbe rimasta una «nazione di secondo piano». È anche il suo, di sogno: l'«euroregione adriatica» che tanto piace al presidente dell'Istria Ivan Jakovcic. «Altrimenti - è sicuro di sé Rakovac - rimarremo, noi e voi, delle insignificanti province europee».

VALERIO DI DONATO

94 - Corriere della Sera 10/02/12 Padova - Il giorno del Ricordo della tragedia istriana: «Noi, sradicati due volte»

LA RICORRENZA

«Noi, sradicati due volte»

Il giorno del Ricordo della tragedia istriana. Gli esuli: «La nostalgia resta, ma il ritorno è molto difficile. L’attenzione deve restare alta»

Oggi, in Istria e Dalmazia, ci sono le prime scuole italiane, frutto dell’opera certosina delle comunità dei «rimasti », quegli italiani sopravvissuti all’esodo durante il periodo delle Foibe che, dopo decenni di silenzio, stanno lentamente rialzando la testa. Il «giorno del ricordo» (il 10 gennaio la ricorrenza), istituito in Italia nel 2004, invita a pensare ad una tragedia, quella degli infoibati, per anni rimossa volutamente. Ma com’è la situazione ora? Alessandro Cuk, presidente regionale dell’associazione Venezia Giulia Dalmazia, è figlio di un fiumano sopravvissuto al periodo delle Foibe e emigrato quindi in Italia. «Ora la situazione per gli italiani di Croazia e Slovenia è discreta, ci sono comunità organizzate che ricevono finanziamenti dal Governo ed dall’Italia che fungono in pratica da associazioni culturali - spiega - a Fiume c’è una buona comunità, c’è un giornale in italiano. Sono terre dove non c’è stato ritorno: ma hanno operato i rimasti».

Eppure la nostalgia c’è in molti esuli: nasce un fenomeno particolare che Cuk racconta. «Spesso si sentono sradicati due volte: fuggiti dalle loro terre giovani, tornano a vederle in vacanza, magari con la famiglia che si sono fatti in Italia, e trovano un mondo diverso, si sentono spaesati. Anche in Italia, dove vivono da anni, si sentono comunque un po’ stranieri. Manca loro l’odore, il sapore, i ricordi dell’infanzia». Italia Giacca è fuggita da Stridone di Portole nel 1948, a sei anni, con la famiglia: ora è la presidente dell’associazione di esuli per Padova e provincia. «Ho dei ricordi di quella fuga, in parte a piedi, in parte su carretti. Ero piccola, ma li ho tenuti vivi. Come ho ricordi di mia nonna in un campo profughi a Trieste: mi piaceva la confusione, poi col tempo, diventando adulta, ho capito il dramma». Giacca ha però un cruccio. «La giornata del ricordo è un riconoscimento arrivato nel 2004: i miei genitori non hanno fatto in tempo a vederla. Non vorrei che l’attenzione stesse scemando, va tenuta alta. Anche per loro tornare indietro era impensabile: però la nostalgia c’era, eccome, delle terre e dei vigneti che coltivavano». I numeri tracciano la vastità dell’esodo: 350 persone arrivate in Italia, 40 mila in Veneto: 15 mila di queste ospitate in campi profughi (in tutta Italia furono 102).

E poi i tanti fatti sparire nelle foibe, un numero sul quale gli storici non trovano accordo: come la studentessa Norma Cossetto, ricordata da un lapide nel Palazzo del Bo, sede dell’università di Padova. In Italia la beffa: tacciati di «fascismo» dagli italiani che li vedevano fuggire dalle terre «rosse» jugoslave. Piero Gazzari, segretario della sezione di Venezia dell’associazione, classe ’37, è fuggito da Zara nel 1944. «La situazione degli italiani in Istria è migliore che in Dalmazia, e dappertutto è migliorata. Ma la strada è ancora lunga: la Croazia non è molto disponibile, neanche ora che vogliono entrare in Europa. Sono tornato a Zara, ma in vacanza: a molti di noi esuli sentir parlar croato non piace». La questione sta a cuore a Roberto Ciambetti, assessore regionale al Bilancio e presidente del comitato Istria-Dalmazia. «Mi sono appassionato del tema foibe ed esuli a fine anni Ottanta - ricorda - ora grazie alla legge regionale abbiamo dei fondi per sistemare il patrimonio culturale in Istria e Dalmazia. L’anno scorso la Regione ha messo 400 mila euro, quest’anno dovremmo fermarci a 250 mila. Abbiamo fatto tanti interventi: in programma ora c’è la sistemazione della basilica a Curzola e il centro storico di Piemonte d’Istria. Sono terre dove l’esodo italiano ha lasciato segni economici che ancora si vedono ». Terre legate a doppio filo con l’Italia. «Quando vado là e devo fare un discorso in italiano, parlo in dialetto: mi capiscono subito».

Enrico Albertini

95 - Corriere delle Alpi 09/02/12 Calalzo (BL) Giorno del ricordo, il sindaco di Calalzo: "Via toponomastica pro Tito"

Giorno del ricordo, il sindaco di Calalzo: "Via toponomastica pro Tito"

Questa la proposta del di Luca De Carlo e dell'assessore Antonio Da Col. I due amministratori bellunesi aveva ricordano di aver scritto un anno fa un'analoga missiva al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano

Via la toponomastica inneggiante all'ex presidente jugoslavo Tito nei Comuni italiani: è la proposta che il sindaco di Calalzo (Belluno) Luca De Carlo e l'assessore alle politiche giovanili, Antonio Da Col, faranno ai colleghi di altre amministrazioni italiane, inviando loro domani una lettera in occasione della Giornata del Ricordo.

I due amministratori bellunesi aveva ricordano di aver scritto un anno fa un'analoga missiva al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. "In diversi municipi d'Italia - scrivono - continua a figurare 'via Tito' nella toponomastica locale, che inneggia in questo modo a chi ha contribuito a sterminare migliaia di italiani innocenti. La lettera sarà inviata ai sindaci di Aci S.Antonio (Catania), Campegine (Reggio Emilia), Nuoro, Palma di Montechiaro (Agrigento), Parete (Caserta), Parma, Quattro Castella (Reggio Emilia), Reggio Emilia, Scampitella (Avellino), Ussana (Cagliari), Verzino (Crotone), per invitarli a cambiare la toponomastica locale tramutando "Via Tito" in "Via martiri delle foibe".

"Chi ha calpestato, annientato e volutamente perseguitato per ragioni ideologiche i nostri fratelli - concluso il sindaco bellunese -, non può e non deve avere riconoscimenti ufficiali nemmeno nella toponomastica. Mutarla, intitolando vie e piazze ai martiri delle foibe orrendamente uccisi e per troppo tempo dimenticati anche dai libri di storia, sarebbe una risposta al sentire comune, dando giustizia a chi non l'ha avuta nella memoria collettiva".

96 - Avvenire 09/02/12 Mailing List Histria: Nelle scuole italiane di Croazia e Slovenia i bambini conservano le memorie degli avi e la nostra identità

Nelle scuole italiane di Croazia e Slovenia i bambini conservano le memorie degli avi e la nostra identità


Paolo: «Bilinguismo vuol dire tolleranza». Bimba: «Ho trovato i diari del nonno del 1947, lì c’è tutta la tragedia dell’esodo»

DI LUCIA BELLASPIGA

« M ia bisnonna, la mamma del papà di mia mamma, parla solo l’italiano. L’altra mia bisnonna, la mamma della mamma di mia mamma, parla solo il croato. Ambedue hanno superato gli 85 anni ed è interessante ascoltarle quando se le raccontano, ognuno nella propria lingua materna: il dialetto istroveneto e il dialetto ciacavo, intercalando ogni tanto, per pura cortesia reciproca, parole estranee delle quali conoscono vagamente il significato… ». A volte spassose, a volte commoventi, le testimonianze presentate al concorso letterario'Mailing List Histria' da centinaia di ragazzini di Istria, Fiume e Dalmazia: cittadini croati e sloveni, ma tutti iscritti alle scuole italiane. «Quest’anno cade la decima edizione - racconta da Gorizia Maria Rita Cosliani, segretaria del premio ed esule da Pola - e hanno aderito centinaia di studenti ». I quali a volte sono al cento per cento italiani, altre volte sono nati da matrimoni misti tra italiani e croati o sloveni, ma sempre portano impressa nel cuore, più ancora che nel Dna, quella cultura italiana di cui si fanno garanti e continuatori. «Sono i giovanissimi dell’unica minoranza autoctona di italiani esistente nel mondo - continua la Cosliani - , perché non nati da emigranti, come i nostri connazionali di Argentina o in Svizzera, ma discendenti dei giuliano- dalmati da sempre vissuti in quelle terre, quasi tutti fuggiti esuli alla fine della seconda guerra mondiale per salvarsi dalla dittatura comunista di Tito, o in minima parte rimasti ». Il risultato è un mosaico di sensibilità e ricordi di famiglia, e una generazione cui è affidato il compito di ricucire antiche ferite, ancora dolorose nei cuori di nonni e genitori.

Quando tutti si parlava italiano


La mamma del nonno fino alla metà degli anni Cinquanta non aveva bisogno di sapere il croato, la nuova lingua, poiché l’italiano lo parlavano tutti. Quando vado da lei la provoco pregandola di farmi un caj. Mi risponde inevitabilmente che in casa ha vari tipi di tè ma nessun caj...

Però l’ho sentita dire 'Me servi la uputnica

del dotor', ho bisogno dell’impegnativa del medico. (Elena Muškovic, Pola).

Sotto il maresciallo Tito


Il secolo scorso è stato un secolo agitato e di grandi sofferenze. Io sono nato nella Pola croata, la mia mamma nella Pola jugoslava, i miei nonni al tempo dell’Italia. A quei tempi non si mancava mai alla Santa Messa, la chiesetta era affollata e il prete era una persona importante. Il dopoguerra portò molti cambiamenti: le chiese e i preti non contavano più e i bambini si battezzavano in grande segreto. Quelli che volevano una carriera sicura evitavano ogni contatto con la fede. (Sebastian Horvat, Pola).

Il sogno di una identità


In Italia ti chiedono che cosa ci fai in Croazia, in Croazia ti chiedono perché non 'torni' in Italia. Nei miei 16 anni di vita non ho trovato un solo italiano o un solo croato che mi dica 'capisco di cosa stai parlando'. La gente non sa, e fino a un certo punto non ha colpa, perché nessuno gliel’ha mai insegnato. (Martina Sankovic, Fiume).

Bilinguismo uguale tolleranza


Essere bilingue è conoscere anche diverse culture e avere tolleranza dell’altro. Ciò avviene sicuramente qui da noi in Istria. Vivo a Rovigno e, provenendo da una famiglia autoctona di pescatori, uso l’ istrioto con la mamma e la sorella. Con mio padre parlo il croato, anzi un dialetto campagnolo, il cakavo. E la mia mente è un elastico, un magazzino di diversi chip che uso a seconda del destinatario… Ma da questa mescolanza di lingue non ce n’è una che parlo correttamente. Ricordo come fosse oggi di quando in classe mi chiamavano 'taljian', italiano, e ciò mi faceva sentire escluso, diverso dagli altri. (Paolo Kercan, Rovigno).

L’esodo dei 350mila


Trovai dei diari del gennaio 1947, i quali riportavano note dolorose riguardanti l’abbandono delle nostre terre da parte di molti che lasciavano le proprie case, gli amici, i compagni di scuola con la morte nel cuore. Di note del genere ne ho trovate tante ed era forse per questo che, parlando di quei tempi, alla mia bisnonna venivano spesso le lacrime agli occhi. (Bimba Muškovic, Pola)

Stranieri in patria


È davvero ilare che a volte sono proprio gli italiani che vengono in vacanza da noi a stupirsi della nostra padronanza della lingua. Ciò succede in quanto dopo la guerra sono pochi gli italiani che hanno conservato la memoria o hanno avuto la possibilità di conoscere la storia. Noi italiani dell’Istria però sappiamo bene chi siamo e andiamo fieri delle nostre radici. Dimenticare la lingua dei nostri avi vorrebbe dire perdere un pezzo di noi stessi. Lo stesso vale per il dialetto istriano croato, il cakavo, anch’esso parlato da noi giovani. Basterebbe che gli adulti prendessero esempio da noi giovani, che non facciamo caso alla nazionalità e coltiviamo sentimenti di amicizia con tutti. (Martina Ivancic, Rovigno).

Lettera a un italiano d’oltre confine


La mia vita non è interessante come la tua. La scuola elementare è lontana quattro chilometri dalla mia casa e non c’è nemmeno l’autobus, così ogni giorno aspetto che qualcuno mi prenda e qualche volta devo andare a piedi. La vita è imprevedibile. Una volta vivevo in città e avevo abbastanza soldi per comprare cosa volevo, ma adesso i miei genitori non sono pagati come prima e io sopporto tutto per non rattristarli. Vorrei vivere in Italia come te: questo è il mio sogno e cercherò di realizzarlo, prima o poi. (Elza Babacic, Bar, Montenegro).

Ricucire col passato


Io vivo in una famiglia in cui l’amore tra due persone ha creato un incontro fra due popoli. Io sento dentro di me la tradizione italiana con quella croata fondersi in un solo sentimento. Oggi noi giovani siamo proiettati verso il futuro con un presente in cui prevale il pensiero europeo, quello dell’Europa unita. È bello tutto questo. (Suzana Zaccaria, Fiume)

In nome del nonno


Il nonno mi aveva raccontato del grande esodo del dopoguerra. Anche lui era tra quelli che volevano oltrepassare il nuovo confine per arrivare in Italia. Era lì che lo aspettava suo cugino Leo, che con tanto sacrificio era riuscito ad oltrepassare quel confine per molti ancora lontanissimo. Invece il nonno, che era partito da Fiume senza il visto d’uscita, è stato fermato e rinchiuso tre mesi in prigione… Oggi l’Italia per fortuna ci diventa sempre più vicina. E con l’entrata del nostro Paese nell’Unione Europea il confine, che mio nonno non è riuscito ad oltrepassare, non esisterà più. (Marta Mocinic, Fiume)

97 - Il Piccolo 06/02/12 Medaglia italiana a Zara Scoppia un nuovo giallo

Medaglia italiana a Zara Scoppia un nuovo giallo

Riparte l’iter per l’onorificenza al valor civile che riguarda anche Fiume e Pola Ma Codarin e de’ Vidovich avvisano: «Si assegni quella militare voluta da Ciampi»

di Silvio Maranzana

TRIESTE Nell’imminenza del Giorno del ricordo, che si celebra il 10 febbraio, filtra da Roma l’illazione che è ripartito l’iter per il conferimento di una medaglia d’oro al valor civile «al merito delle popolazioni di Fiume, Pola e Zara». «Abbiamo avuto effettivamente notizia che si stanno facendo passi avanti importanti in questa direzione - ha commentato ieri Renzo Codarin, presidente della Federazione degli esuli - ma se si tratta di un contentino per sostituire la medaglia d’oro al valor militare già decretata a favore di Zara e mai consegnata a causa delle proteste del governo croato non ci stiamo». «Si tratta di due cose diverse - aggiunge Renzo de’ Vidovich, presidente dei Dalmati di Trieste - le due medaglie non solo possono, ma devono coesistere». Quella al valor militare al gonfalone dell’ultima amministrazione italiana di Zara è stata già conferita con decreto dell’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi il 21 settembre 2001, undici anni e mezzo fa. Era già stata fissata la data per la solenne cerimonia politico-militare che avrebbe dovuto svolgersi al Quirinale il 13 novembre dello stesso anno in presenza di Ottavio Missoni, sindaco della libera municipalità di Zara in esilio. Ma il 25 ottobre il governo croato presenta una nota formale di protesta e subito dopo l’ambasciatore croato a Roma, Drago Kraljevic, comunica a Zagabria di aver ricevuto l’assicurazione che la cerimonia sarebbe stata rinviata. Il ministro degli esteri Tonino Picula annuncia però che la Croazia non si accontenta del rinvio, ma si augura una revisione della decisione. Il conferimento non è così mai avvenuto anche se nel frattempo vi sono stati gli importanti eventi con i concerti e i discorsi di riconciliazione in piazza dell’unità d’Italia a Trieste e all’Arena di Pola con la presenza congiunta dei Capi di Stato di Italia e Croazia: Giorgio Napolitano e Ivo Josipovic. Lo ha ricordato ieri con un editoriale sul quotidiano della Cei, "Avvenire", Paolo Simoncelli docente di storia contemporanea alla Sapienza di Roma che sull’argomento ha pubblicato anche un libro: "Zara. Due e più facce di una medaglia". Simoncelli ricorda con amarezza che la scritta incisa su un lato della nuova fantasiosa medaglia sarà "L’Italia ricorda". «Ma in realtà - afferma Simoncelli - l’Italia ricorda quel che le è consentito diplomaticamebte di ricordare. Avanti così tra radici recise, celebrazioni enfatiche e sconsolanti reticenze su noi stessi». Zara definita da Missoni "la Dresda dell’Adriatico" fu bombardata 54 volte dagli angloamericani con duemila vittime ed ebbe l’85 per cento degli edifici distrutti. I nazisti fucilarono 11 persone, i soldati di Tito ne trucidarono 900 e altre 435 vennero deportate nei campi di prigionia jugoslavi. «Si consegni finalmente quella medaglia d’oro al valor militare già conferita - conclude Codarin - perché ormai i rapporti con la Croazia sono ottimi e Zagabria nulla può dire su ciò che Roma fa a favore dei cittadini italiani».

98 - Avvenire 05/02/12 Timidezze e rimozioni storiche con la Croazia - Quella medaglia per Zara "dimenticata" per undici anni.

Timidezze e rimozioni storiche con la Croazia

QUELLA MEDAGLIA PER ZARA "DIMENTICATA" DA UNDICI ANNI

di Paolo Simoncelli

C' è una inanità tradizionale della nostra azione diplomatica nei confronti di taluni Paesi vicini e ufficialmente amici, cui si fa fronte volenterosamente tra mille oggettive difficoltà, ma i cui effetti, da quelli macroscopici in Europa e in Mediterraneo a quelli che investono la diffusione e il dinamismo all'estero della nostra lingua e cultura, sono sotto gli occhi di tutti.

E sia. Ma possibile che non si possa esser padroni in casa propria? Undici anni fa, l'allora capo dello Stato Ciampi conferiva con proprio decreto del 21 settembre 2001 la medaglia d'oro al valor militare al Gonfalone del Comune di Zara (italiana) per le devastazioni belliche subite dalla popolazione.

Il 13 novembre seguente la prevista cerimonia al Quirinale di conferimento della medaglia veniva annullata con risibili pretesti. Fu un successo - nella nonchalance diplomatica nostrana - delle scomposte reazioni croate. Oggi la Croazia, col determinante sostegno italiano, sta per entrare a far parte dell'Unione Europea.

Passi avanti dunque sono stati fatti: basti ricordare il coraggioso intervento di Napolitano in occasione della Giornata del ricordo del 2007 e i successivi incontri, dei tre presidenti italiano, sloveno e croato a Trieste, il 17 giugno 2010 (ma quanta fatica) e a Pola il 3 settembre scorso tra Napolitano e l'omologo croato Josipovic.

Guai tuttavia a dar seguito a quel decreto presidenziale di Ciampi.

Nelle more di questi incontri è venuta però prendendo corpo un'iniziativa singolare e alternativa, anziché aggiuntiva, al rispetto del precedente impegno italiano: l'invenzione d'una nuova medaglia da conferire «al merito delle popolazioni di Fiume, Pola e Zara» il cui iter parlamentare è in fase avanzata di lavoro.

Così negli ultimi mesi si sono avute riunioni su riunioni con esiti ineffabili e ovviamente non pubblicizzati. Di parere in parere, alla Camera la competente Commissione Difesa ha chiesto anche quello della Commissione Esteri che il 20 marzo 2010, essendo «ben noti i precedenti episodi in cui la Croazia ha evidenziato una particolare sensibilità a ogni ricordo della presenza italiana sul suo territorio», e valutando opportuno «che la politica non invada il campo della storiografia», ha ritenuto «scevro da ogni richiamo nazionalistico» il conferimento di questa nuova medaglia.

Non essendo però ancora escluso il sospetto di sbarco militare italiano sulle coste dalmate, in Commissione Difesa, il 30 novembre scorso, veniva specificato che questa onorificenza aveva "assunto carattere prettamente civile e non più militare".

Ovviamente è ancora inevasa la richiesta avanzata al presidente della Repubblica dall'Associazione dalmati italiani nel mondo nel corso del loro ultimo raduno (San marino, 15 ottobre 2011) di dar corso, nel decennale della sua inattuazione al decreto Ciampi del 21 settembre 2001.

Mentre così contribuiamo pleonasticamente alla percezione pubblica del nostro spessore etico-politico, Marco Polo e Ruggero Boscovich sono diventati croati ( come definire sovietici Gogol e Tolstoi).

La politica potrà anche invadere la storiografia, ma non violentare il buon senso, contando sull'opportunistica distrazione di diplomazia e di opinione pubblica italiana e sul fastidio, perché non ancora del tutto spente risultano voci e memorie di quegli esuli. Almeno non in occasione del 150° dell Unità.

«Ricordo il dolore disperato di quest'ora, nella tragedia delle genti nostre di Trieste, di Gorizia, di Pola, di Fiume, di Zara, di tutta la Venezia Giulia». È il primo saluto, espresso subito dopo le formalità di rito, nella prima seduta dell'Assemblea Costituente (25 giugno 1946) dal presidente

provvisorio Vittorio Emanuele Orlando (cui segue, registrata dal verbale, una commossa e prolungata standing ovation).

È un passo dimenticato; come la medaglia d 'oro a Zara.

«L'Italia ricorda», reciterà l'incisione su un lato della nuova fantasiosa medaglia; sarà.

Ricorda piuttosto quel che le è consentito diplomaticamente ricordare.

Avanti così, tra radici recise, celebrazioni enfatiche e sconsolanti reticenze su noi stessi.

99 - Il Gazzettino 10/02/12 Lettere - Noi esuli traditi anche dall'Italia

Noi esuli traditi anche dall’Italia

Tante atrocità subite dal popolo istriano-dalmata sono state portate a conoscenza degli italiani in questi ultimi anni dopo l’istituzione della giornata del ricordo: infoibamenti, torture, massacri di massa, stupri, annegamenti, accoltellamenti, percosse, fili spinati, terrori notturni, camion della morte, fughe, abbandono delle case, delle terre, degli averi, l’esodo.

Pressati da una violenta politica di Tito intenzionato a sopprimere ogni presenza italiana in quei territori, abbandonammo ogni cosa e raggiungemmo la Patria italiana. Ma non fummo accolti con disponibilità da tutti i nostri fratelli italiani: ci presero a sassate alla stazione di Bologna, ci misero nei campi di raccolta profughi chiusi col filo spinato, a volte imprigionati dalla polizia e rimandati indietro (verso morte certa) se durante l’interrogatorio non davamo risposte giuste. Eravamo i testimoni scomodi del "paradiso" comunista e per contro ci meritammo l’etichetta di "fascisti". Ma la nostra unica colpa era quella di essere Italiani e di voler restare Italiani! A guerra finita, il Governo italiano sconfitto, distrutto e allo sfascio usò le case abbandonate dagli esuli in fuga come pagamento dei debiti di guerra. Gli esuli da soli pagarono i danni di guerra per tutto il popolo italiano! La speranza di poter ritornare un giorno nella propria terra si trasformò, quindi, nella certezza di aver perso tutto. Esiste qualcosa di più terribile di un ritorno che non riesce a compiersi? Qualcosa dentro di noi si è rotto definitivamente e il nostro cuore sanguinante di dolore sarà per sempre il paese più straziato. Nessuno potrà mai capire le lacrime di un esule: sono quelle di una persona che sa di non poter morire là dove è nata, di un popolo che per vivere libero va a morire lontano. Ma il ricordo della Patria abbandonata forzatamente è sempre stato troppo vivo e il decidere di morire lontano si è trasformato, per molti esuli, in un morire in anticipo per nostalgia.

Nel giorno della prima Giornata del Ricordo il Presidente della Repubblica Ciampi e il ministro degli Esteri Fini ci dissero: "Basta con la rabbia!" Proprio a noi "basta con la rabbia" che non avevamo mai protestato, mai manifestato, mai sparato un colpo, mai esploso una bomba, mai rotto una vetrina, che avevamo sempre taciuto e passato 60 anni della nostra vita senza dare fastidio a nessuno, senza rivendicare nulla. Come si sono permessi senza sapere con quanta dignità e pudore noi esuli abbiamo scelto in silenzio la strada dell’esilio, il freddo delle baracche del campo profughi, l’umiliazione del sussidio per sopravvivere pur di non perdere il diritto irrinunciabile alla libertà e alla nostra italianità.

Il silenzio è stato il commento migliore al nostro eroico sacrificio e al nostro grande dolore.

Federica Haglich – Mogliano Veneto (TV)

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Si ringrazia per la collaborazione l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Gorizia e l’Università Popolare di Trieste

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