La Gazeta Istriana – mensile culturale della Mailing List Histria

a cura di Stefano Bombardieri

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Febbraio 2012 – Num. 23

Giorno del Ricordo 2012 – Testimonianze ed Opinioni

06 - Varese News 11/02/12 Varese - Giorno del Ricordo: Ospite d'onore Ottavio Missoni, sindaco onorario del libero comune di Zara in esilio (Antonella Perrotta)

07 - Il Tempo 11/02/12 Roma - Marino Micich: «Io, figlio di esuli, nato nelle casette al Laurentino» (Lidia Lombardi)

08 - Libero Reporter 10/02/12 Foibe: gli esuli di seconda generazione. Intervista ad Adriana Ivanov (Gaetano Baldi)

09 - L'Eco di Bergamo 08/02/12 Il ricordo minore del dramma delle foibe (Toni Capuozzo)

10 - (In) Chiari Week 10/02/12 Walter Matulich: «Schegge zaratine» nel cuore di chi fu esule nella sua Patria (Andrea Mihaiu)

11 - Giornale di Brescia 08/02/2012 Le radici istriane di Marchionne e il nonno eliminato in una foiba (Valerio Di Donato)

12 - La Stampa 11/02/12 Torino: Le radici che nessuno ha potuto tagliare (Roberto Travan)

13 - Mediapolitika.com 11/02/12 Foibe ed esodo - Enrica Sepe: "Mio nonno esule da Zara fino alla fine dei suoi giorni"

14 - Secolo d'Italia 10/02/12 Nino Benvenuti: "Portarono via mio fratello solo perchè era italiano" (Désirée Ragazzi)

15 - Liberal 10/02/12 La pulizia etnica venne "dimenticata " per decenni dal nostro Paese (Mauro Frasca)

16 - Corriere Canadese 10/02/12 Dodich: «Agli occhi degli slavi ero un sovversivo» (Mattia Bello)

17 - L'Eco di Bergamo 12/02/12 Vincenzo Barca: Esodo giuliano-dalmata, una tragedia dimenticata (Marina Marzulli)

18 - Libero 11/02/12 Pansa : Trencentomila italiani traditi dal Pci, l'Istria e le foibe macchia nera della sinistra (Giampaolo Pansa)

19 - Rinascita 07/02/12 Istria: gli anti Eroi perdenti diventano Eroi (Gianna Duda Marinelli)

20 - RAI Televideo 09/02/12 Franco Cardini: Giorno del Ricordo: 'Della 'smemoratezza gestita' e delle sue implicazioni' (Franco Cardini)

21 - Corriere della Sera 09/02/12 In fuga da Tito, profughi a Brescia (Maria Zanolli)

22 – Il Foglio 11/02/12 Preghiera di Camillo Langone

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06 - Varese News 11/02/12 Varese - Giorno del Ricordo: Ospite d'onore Ottavio Missoni, sindaco onorario del libero comune di Zara in esilio

VARESE

"Noi, profughi permanenti: la nostra terra esiste solo nei sogni"

Celebrata con grande commozione la Giornata provinciale del ricordo per le stragi delle foibe. Ospite d’onore Ottavio Missoni, sindaco onorario del libero comune di Zara in esilio

Più passano gli anni, più forte è la commozione. Perché il contrasto tra la vita varesina di oggi, serena e laboriosa, e quello che successe alla fine della seconda guerra mondiale agli italiani di Istria e Dalmazia è drammatico. Ma fa parte della storia d’Italia.

Nel 1945 l'Italia perde i territori della Dalmazia e dell’Istria. Gli italiani che qui abitano devono dunque decidere se emigrare o restare in Jugoslavia, rinunciando però ad origini e nazionalità. Ma Tito riesce a precedere gli alleati e decide di fare piazza pulita di tutto ciò che è italiano: nel maggio del 1945 il dittatore occupa Trieste e l’annullamento di tutto ciò che è italiano ha inizio. Obiettivo è annettere la città e l’intera Istria alla Jugoslavia. In 350.000 riescono comunque a fuggire: lasciano casa ed averi e scelgono l’Italia, andando incontro a un destino da esuli e da profughi. Gli altri sono vittime della furia omicida e della pulizia etnica di Tito.

I profughi non furono ben accetti in tutte le città d’Italia. Ma Varese fu accogliente, ed oggi, nell’aula magna dell’Università dell’Insubria di Varese, i membri del Comitato Provinciale di Varese dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia-A.N.V.G.D. le autorità, tanti studenti e citadini hanno celebrato, come ogni anno, la Giornata del ricordo.

Un’edizione particolare quella del 2012, che ha scelto di comunicare il ricordo attraverso l’arte, i colori e la musica. E massimo rappresentante del ricordo è stato proprio Ottavio Missoni, atleta, imprenditore, artista, stilista internazionale, ed ex profugo.

Il ricordo del novantunenne, che proprio oggi compie gli anni, comincia dal Natale 1941, l’ultimo passato a casa con la mamma. Solo dopo quattro anni Ottavio rivede la sua famiglia: perché a gennaio 1942 parte per la guerra, in Egitto viene fatto prigioniero e nel settembre del 1946 finalmente torna a casa. Ma non a Zara, già abbandonata dai Missoni perché sottoposta a terribili bombardamenti americani, ma a Trieste. La vita da esuli della famiglia Missoni era dunque già iniziata, esuli permanenti secondo lo stilista, «perché l’emigrato può sempre sognare di tornare nella sua terra, ma a noi questo segno è stato negato, tanto da dubitare che la nostra terra sia mai esistita. Zara esiste solo nel ricordo e nei sogni dei suoi vecchi cittadini». «I profughi hanno pagato un conto materiale e morale incalcolabile – ha concluso Missoni - e con tutto ciò hanno dato un esempio di dignità, civiltà e intelligenza politica. Hanno trovato parole di tolleranza che sono state e sono esempio per tutti».

Il ricordo dei fatti storici è stato affidato anche a Giuseppe Armocida, docente dell’Università dell’Insubria e presidente della Società Storica Varesina, e a Sissy Corsi presidente del Comitato Provinciale di Varese dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia-A.N.V.G.D. In sala presenti il sindaco di Varese Attilio Fontana, l’assessore provinciale Francesca Brianza, il generale Antonio Pennino del Comando Nato di Solbiate Olona, Stefano Tosi in rappresentanza del Consiglio regionale e tutti i massimi rappresentanti delle autorità militari, scolastiche e civili provinciali.

11/02/2012

Antonella Perrotta

 

07 - Il Tempo 11/02/12 Roma - Marino Micich: «Io, figlio di esuli, nato nelle casette al Laurentino»

Parla Marino Micich, direttore dell'Archivio Museo Storico di Fiume, che ha sede a Roma

«Io, figlio di esuli, nato nelle casette al Laurentino»

di Lidia Lombardi

Enrichetta Hodl, studentessa di Fiume, 17 anni, scomparsa. Nicolò Luxardo, industriale del liquore Maraschino, di Zara, ucciso insieme con due fratelli e la moglie Bianca Ronzoni. Centodieci poliziotti di Fiume che dopo l'8 settembre, coi tedeschi padroni della città, si improvvisarono vigili urbani, scomparsi. I senatori fiumani Cilio Bacci e Riccardo Gigante, uccisi con altre undici persone a colpi di baionetta, a guerra finita. Norma Cossetto, 23 anni, studentessa di filosofia a Padova, violentata e gettata viva nella foiba di Villa Surani.

Sfoglia l'elenco dei suoi martiri Marino Micich, direttore dell'Archivio Museo Storico di Fiume gestito dalla Società di Studi Giuliani, che ha sede a Roma, al Laurentino. È l'unica raccolta di documenti e immagini sulla persecuzione dei giuliano-dalmati che l'Italia possegga. È nella Capitale perché nel Lazio, e a Roma, s'insediò la fetta più grande di quei 350 mila costretti a scappare - le povere cose issate su un carretto - quando le terre italiane (Istria, Dalmazia e Quarnaro, parte della Venezia Giulia, Fiume, Trieste, Pola, Zara, Ragusa) furono prese dai partigiani di Tito che ne fecero teatro di orrore. Italiani perseguitati perché italiani, fatti sparire nelle foibe con l'accusa d'essere fascisti. Micich è figlio di profughi e la sua storia è il paradigma di storie di gente sradicata dalla propria città e mai risarcita davvero dallo Stato Italiano. «Nel '56 mio padre e mia madre - racconta - vennero via da Zara rasa al suolo durante la guerra perché gli jugoslavi la segnalavano agli anglo-americani come roccaforte di resistenza. I miei avevano cercato di sopportare, legati alla loro casa. Papà era operaio edile, mamma lavorava in una fabbrica di reti da pesca. Ma il giogo dei titini s'era fatto insostenibile. Così quando Trieste tornò italiana e gli jugoslavi riaprirono le frontiere, decisero di andarsene. I nonni no, loro rimasero. La prima tappa dell'esilio fu il campo di smistamento di Udine. Dopo due mesi erano ad Aversa, in provincia di Caserta, uno dei 109 campi profughi disseminati nello Stivale. Ma in quel Sud povero il lavoro non si trovava. E il sussidio dello Stato bastava appena, racconta mia madre, a comprare un litro di latte e mezzo chilo di pane. Allora si trasferirono a Roma. Si stava completando l'Eur, si cercavano edili, c'era pure un alloggio, il villaggio operaio sulla Laurentina, dove ogni famiglia poteva contare su una camera. Io sono nato lì, nel 1960. Ho giocato tra i padiglioni per cinque anni, ascoltando racconti di fuga e speranze di rifarsi una vita. Così quello del Laurentino è diventato il quartiere Giuliano-Dalmata».

08 - Libero Reporter 10/02/12 Foibe: gli esuli di seconda generazione. Intervista ad Adriana Ivanov

Foibe: gli esuli di seconda generazione. Intervista ad Adriana Ivanov

Professoressa, iniziamo da lontano. Da dove parte quest’odio verso gli Italiani?
Di certo alla base c’è una convivenza forzata, mai pacifica tra diverse culture, tra diverse etnie; le popolazioni slave scapparono per sfuggire al dominio dei turchi e si riversarono sulle coste dell’adriatico orientale, che a quel tempo era sotto il dominio della Serenissima. Le differenze socio-economiche possono aver contribuito e aver innescato dei meccanismi di complessi d’inferiorità; ricordiamo che al tempo in quelle zone costiere, dall’Istria alla Dalmazia, la borghesia era tutta italiana, mentre il contado, il proletariato e il sottoproletariato era tutto di origine slava. Durante il periodo di dominazione austriaca, noi italiani eravamo recalcitranti verso l’occupatore, gli slavi lo erano molto meno. Dopo il 1920, finita la prima guerra mondiale la zona viene assegnata a noi italiani. Non bisogna sottovalutare la coscienza nazionale; l’irredentismo: il desiderio di completare la propria unità territoriale che si inasprisce nel ventennio fascista, quando viene attuata una politica di italianizzazione forzata. La chiusura delle scuole slave e delle istituzioni culturali, hanno favorito certamente lo scontro, poi per completare l’opera arriva all’inizio della seconda guerra mondiale l’occupazione della Dalmazia: da portatori della cultura veneziana ci siamo trasformati in occupatori, e come in tutte le occupazioni, nella parte avversa, si creano le formazioni di resistenza, la guerriglia partigiana che ha scatenato la contro-guerriglia, con rappresaglie di guerra. In seguito sappiamo come è andata, purtroppo.

La sua famiglia ha vissuto in prima persona la tragedia, lei aveva un anno quando i suoi sono stati costretti all’esodo, come le hanno raccontato ciò che è successo?
Si è vero, io appartengo alla seconda generazione, quella generazione che raccoglie il testimone. Mia madre non c’è più, mio padre ha 87 anni; coloro che hanno vissuto il vero esodo stanno di volta in volta scomparendo, tocca a noi testimoniare, è un debito morale, visto ciò che hanno passato per regalarci la libertà. Sono nati entrambi nel 1921, quindi nel momento in cui la zona è diventata italiana, dopo il trattato di pace di Rapallo del 1920 alla fine della prima guerra mondiale. Hanno dunque vissuto la loro giovinezza nel ventennio fascista e, in quel periodo, per scelta o per obbligo si era tutti fascisti. Nel 1940 scoppia la seconda guerra mondiale, mio Padre viene chiamato alle armi. Poi arriva l’8 settembre e lo scellerato armistizio: da combattenti a fianco della Germania, in un batti baleno si ritrovano i nostri soldati, disorientati senza più linee di comando, a esser nemici dell’alleato. Mio padre viene catturato dai nazisti a Ragusa dalmata (l’attuale Dubrovnik) e trasferito in un campo di concentramento in Sassonia per circa due anni; liberato, è rientrato a Zara (attuale Zadar) nella città dove viveva con mia madre. Al suo arrivo viene arrestato dagli uomini di Tito in quanto ufficiale italiano, candidato quindi all’eliminazione. Siamo nel 1945 e sono ricominciate le esecuzioni sommarie, l’infoibamento e gli annegamenti, altra forma non meno cruenta per eliminare gli italiani, che si era arrestato nel 1943 dopo l’occupazione dei territori di Istria, Fiume e Dalmazia da parte dei tedeschi. Ormai Tito spadroneggiava nei balcani; calata la cortina di ferro, immediatamente la politica titina si era invertita. Non si poteva permettere che si scappasse da quello che loro consideravano "il Paradiso Rosso". Furono costretti a imparare lo slavo, l’italiano era tassativamente bandito. Furono anni terribili, Tito "offrì" alla mia famiglia appena nel 1950 la possibilità di andare esuli in Italia o integrarsi definitivamente alle loro condizioni. A chi sceglieva di lasciare il paese, era concesso portare via una sola valigia a testa. Tutto ciò che era stato costruito e acquisito nel tempo doveva essere abbandonato. Così mio padre e mia madre decisero di fare il salto nel buio: venire in Italia. Io avevo un anno appena compiuto. L’arrivo in Italia, non fu certo dei migliori: i nostri connazionali della sponda adriatica opposta, ci insultavano e gridavano "Tornatevene da dove siete venuti, Fascisti!". Oltre il danno, la beffa.

Quanti furono i morti e quanti coloro costretti a fuggire?
Inizialmente, secondo la storiografia slovena non ci furono morti per rappresaglia, non esistevano gli infoibamenti di italiani, quello che si trovava durante le operazioni di recupero nelle foibe della Venezia Giulia erano ossa di cani: il negazionismo più bieco, una brutale falsità.
Guido Rumici, storico documentatissimo, che ha pubblicato, tra gli altri, `Infoibati`, volume dedicato alla tragica vicenda delle foibe, afferma che le cifre si attesterebbero tra i 6.000 e i 12.000. Bisogna tener conto che i registri anagrafici degli italiani nei territori di Istria, Fiume e Dalmazia, rimasero in mano titina, quindi occultati se non addirittura distrutti, per evitare la conta; inoltre, non è stato possibile accedere alle oltre 1700 foibe istriane, al tempo terra jugoslava, oggi divisa tra sloveni e croati. Si potrebbe arrivare a circa 20.000 tra infoibati, fucilati, annegati, deportati e morti di stenti o per le torture, ma con certezza non lo sapremo mai. Il dato certo riguarda gli esuli: sono 350.000 gli obbligati all’esodo, di questi, 70.000, furono costretti, non trovando accoglienza in Italia, a cercare fortuna verso le Americhe, il Canada e l’Australia.

Essendo un ex insegnante cosa ha fatto per far conoscere la verità su queste tristi vicende?
Mi sono resa conto che sull’argomento era stato imposto il silenzio, che in pochissimi avevano sentito parlare delle foibe, c’era un’ignoranza diffusa sull’argomento. Sono stata un insegnante di Lettere, ma inevitabilmente avendo vissuto, anche se indirettamente questi drammi, ho cercato di far conoscere ai miei alunni quella storia troppo spesso negata e ancor peggio altre volte giustificata, per colpe non della popolazione istriana, fiumana e dalmata italiana, come conseguenza del periodo repressivo e coercitivo fascista. Ho redatto un opuscolo informativo [b]"Esodo. La tragedia degli italiani di Istria, Fiume, Dalmazia e Venezia Giulia"[/b] che in collaborazione con la Provincia di Padova, l’associazione Giorgio Perlasca e la Federazione delle Associazioni degli esuli Istriani, Fiumani e Dalmati, abbiamo distribuito nelle scuole che ci ospitano e nei luoghi dove si tengono incontri e convegni sul tema. Un piccolo contributo contro l’oblio attuato verso questa tragedia italiana, volutamente dimenticata.

Un ultima cosa: i vostri beni sono rimasti nella sponda orientale dell’Adriatico, ovviamente confiscati dai comunisti titini, avete avuto un risarcimento dallo Stato Italiano?
La mia famiglia non ha visto una lira ne un euro, l’unica cosa che ci rimane è la tomba di famiglia, solo perché paghiamo le tasse annualmente in Croazia, altrimenti avrebbero già nazionalizzato anche quella, esumando le nostre salme, gettando le povere ossa e sostituendole con le loro. Qualcuno più fortunato di noi, si fa per dire, ha ricevuto dei risarcimenti insignificanti. Ora, dopo il discorso del Capo dello Stato Italiano Giorgio Napolitano, recatosi in visita ufficiale nel gennaio scorso in Slovenia, che da poco ha fatto il suo ingresso nell’Unione Europea, in cui afferma che non esistono di divergenze fra i due Stati, si intravede la volontà di riconciliazione, sottacendo per l’ennesima volta le questioni ancora aperte; un gesto di profanazione e insulto verso gli esuli ancora vivi e coloro che per mano violenta sono morti.

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Prendiamo spunto da quest’ultima risposta, per addentrarci nell’ennesima ferita rimasta aperta: i risarcimenti dovuti all’esodo forzato. Nella zona istriana, nella città di Fiume e di Zara, gli italiani residenti erano la maggioranza assoluta. Nessuno durante i vari trattati di pace, prese in considerazione tale fatto. Terminato il secondo conflitto bellico Mondiale l’Italia firmò nel ‘47 il "Trattato di Parigi" secondo il quale, come Stato sconfitto, doveva cedere dei territori alla Jugoslavia; lo stesso documento, prevedeva adeguate garanzie per le minoranze etniche che quindi ipoteticamente sarebbero state protette nei luoghi dove si trovavano. Fu proprio l`Italia, sì, avete capito bene, a violare questo diritto andando a firmare più di 20 accordi bilaterali con la Jugoslavia, svendendo le proprietà degli Italiani al Governo jugoslavo in piena violazione del diritto internazionale in quanto proprietà privata. Ma non basta. L’Italia si impegnava a risarcire coloro che venivano di conseguenza espropriati delle loro legittime proprietà: risarcimenti mai giunti.
Il presidente dell’Unione degli Istriani, Massimiliano Lacota contattato telefonicamente ci chiarifica: "Si calcola che solamente il 6% di quanto effettivamente è dovuto a questi esuli, che si sono visti portare via i propri beni dal Governo comunista jugoslavo, sia effettivamente stato restituito. Una percentuale irrisoria. Solo qualche famiglia delle più ricche è riuscita ad intentare delle cause che hanno avuto successo ed hanno ottenuto un pieno risarcimento, per gli altri sono stati fatti accordi di indennizzo, che significa non pieno rimborso come per il risarcimento, ma parziale, i quali comunque non sempre sono stati rispettati".
In richiamo alle dichiarazioni del Presidente della Repubblica Napolitano (2008) durante la visita ufficiale in Slovenia, Lacota ha inviato al Quirinale una lettera nella quale si ripercorrono i drammi degli esuli "e le truffe che l’Italia ha architettato a loro danno nel corso degli ultimi sessant’anni", argomenti che aveva già illustrato al Governo Italiano durante la convocazione del 20 febbraio 2007, ma che non sortirono alcun effetto.
Facendo riferimento in particolare alla frase pronunciata da Napolitano "La comune appartenenza all`Unione Europea apre ora ai nostri due Paesi nuove straordinarie opportunità di cooperazione", Lacota ha commentato seccamente: "Anche noi esuli dell’Istria vediamo nell’Ue la nostra ‘speranza’, dato che riteniamo, a ragion veduta, l’appoggio dell’Italia alla nostra causa ormai nullo. Se così non fosse ci sarebbe, da parte di Roma, un’ammissione di responsabilità per gli errori commessi nel passato ed una partecipazione alle spese di risarcimento insieme alla Slovenia, cosa alquanto sgradita alle nostre istituzioni. Ci affidiamo, dunque, alla giustizia comunitaria; infatti sono già oltre 650 le cause presentate da esuli. I trattati bilaterali del passato, fra Roma e Lubiana, siamo convinti siano stati conclusi in violazione del diritto internazionale; a riprova di ciò abbiamo interpellato l’allora Segretario Generale dell’Onu, Kofi Annan, che ha confermato la nostra tesi. Vorremmo pertanto che questi trattati venissero denunciati dall’Italia e si discutesse una soluzione per noi soddisfacente e dignitosa. Indire una Giornata del Ricordo, come è stato fatto, ci sembra una soluzione insufficiente se non offensiva".
Come dargli torto… Le ferite vanno curate, medicate con amorevolezza, se vogliamo che si rimarginino. Ma la volontà di sanare questi "traumi" e ben lontana dal volere delle nostre istituzioni, almeno così ci appare; immutata da decenni, in tutto il suo squallore.
Come vorremmo essere smentiti…

Gaetano Baldi

09 - L'Eco di Bergamo 08/02/12 Il ricordo minore del dramma delle foibe

Il ricordo minore del dramma delle foibe

Con questo commento Toni Capuozzo inizia oggi la sua collaborazione con «L'Eco di Bergamo». Capuozzo, vicedirettore del Tg5, ha condotto per questa testata il settimanale «Terra». Inviato sui fronti di guerra, si è occupato in particolare dell'ex Jugoslavia e dei conflitti in Somalia, Medio Oriente e Afghanistan.

Toni Capuozzo

È difficile entrare nella mente dei legislatori, e non sempre solo per il linguaggio astratto o tecnico della Gazzetta Ufficiale. E dunque riesce scomodo intuire che cosa abbia fatto assegnare, nel 2000, il nome di «Giornata della memoria», dedicata a rievocare l'immane tragedia dell'Olocausto, al 27 gennaio. E che cosa, invece, abbia spinto a chiamare, nel 2004, «Giornata del ricordo» il 10 febbraio, per non farci dimenticare il dramma delle foibe e dell'esodo dei giuliani e dei dalmati. Nel nostro linguaggio quotidiano la memoria ha qualcosa di imperativo, tant'è che se perdiamo la memoria vuol dire che stiamo invecchiando, e se la memoria del computer si è esaurita, dobbiamo provvedere in qualche modo. Il ricordo ha invece qualcosa di più soggettivo, un tono più intimo, che sia affettuoso o dolente, caro o doloroso. Paradossalmente, gli ignoti estensori di quei due testi legislativi sono stati involontariamente premonitori: il 27 gennaio è un giorno senza discussioni, in cui, salvo pochi negazionisti, tutti ravviviamo l'esperienza della Shoah, e caso mai il problema è quello di evitare che, istituzionalizzata, la memoria sia metabolizzata e archiviata, senza legami con il presente e con il futuro, con l'antisemitismo strisciante di oggi e con le minacce di ogni Ahmadinejad di turno.
La giornata del ricordo, invece, pur contando anch'essa i suoi negazionisti di professione, sembra destinata ad appartenere alla cerchia dei diretti protagonisti e dei loro figli, come una vicenda mai uscita completamente dalle vicende di una minoranza, cui rivolgere, al massimo, uno sguardo compassionevole ma estraneo. C'è, ormai, una vulgata condivisa, sì: è la storia di migliaia di italiani gettati, qualche volta ancora vivi, nelle cavità carsiche, e di altre migliaia obbligati a fuggire, e a trovare riparo in una madrepatria che li considerò ingiustamente e a lungo come i figli di una colpa, il fascismo, che era stata di tutti o quasi. E il lungo purgatorio di questo ricordo scomodo, dai campi profughi alle vite reinventate, in Italia o ancora più lontano, sembra ancora riflettersi nel modo in cui la giornata del 10 febbraio viene vissuta.
Se è vero che il fascismo si macchiò di una politica ferrea di repressione etnica, e che le forze armate italiane non si sottrassero ai crimini di guerra che furono spesso il codice di comportamento nel primo dei conflitti in cui il numero delle vittime civili superò quello delle vittime in divisa, è vero però che a pagarne il prezzo furono cittadini quasi sempre senza colpe, se non quella di essere italiani. Ed è vero anche che le vendette continuarono a conflitto finito, in un supplemento di ferocia che non aveva più alcuna giustificazione. Così, va ricordato anche che le vittime delle foibe non furono solo italiane, e tra loro molti appartenenti al Comitato di liberazione nazionale, fino al caso limite dell'ebreo Angelo Adam, sopravvissuto a Dachau e ucciso a Fiume nel 1945, ma a loro si aggiunsero sloveni e croati anticomunisti.
Storia passata? Sì, ma insegna qualcosa sul presente, o sul passato recente. Ci insegna a capire le guerre balcaniche, come se la pulizia etnica fosse nel Dna dei Balcani, e realtà come quella di Mitrovica, la città del Kosovo tuttora divisa in due. Ci insegna a capire come le guerre degli eserciti siano orrende, ma quelle civili siano peggiori, dalla Libia alla Siria. Alle prime basta un armistizio per finire, le altre continuano sotterranee come braci pronte a riaccendersi. Ci insegna a capire come noi italiani, che nel giorno della Memoria appariamo tutti, oggi, come giusti salvatori di ebrei, non perdiamo occasione di schierarci con il vincitore di turno: quegli esuli ci ricordavano che eravamo gli sconfitti, non eravamo tutti partigiani del 26 aprile, ma il marchio della colpa lo lasciammo volentieri a loro.
E ci insegna anche che certi dibattiti, come quello di questi mesi sull'integrazione e sulla cittadinanza «ius soli», attribuita a chi nasce a casa nostra, sono il segno del tempo trascorso, ma anche il segno di un passato dimenticato: provate a chiedere a un esule, a un Luxardo o a un Bettiza, a un Missoni o a un Pamich, cosa provi a scoprire sul documento d'identità di essere nato in Croazia, piuttosto che in quella che allora era Italia. Ricordare senza rancore, e senza piegare i fatti alle ideologie, fa bene anche a chi non ha ricordi.

10 - (In) Chiari Week 10/02/12 Walter Matulich: «Schegge zaratine» nel cuore di chi fu esule nella sua Patria

«Schegge zaratine» nel cuore di chi fu esule nella sua Patria

Nella storia di un esule l'eco di rancori, paure, umiliazioni e di una pena scampata: le foibe

(mha) La «tristezza» del giorno in cui, a 10 anni, trovò sbarrato il portone della scuola italiana. Il «rancore» maturato nell'obbligo di frequentare le lezioni in lingua croata. La «paura» di chi avrebbe potuto bussare alla porta e condurlo in un posto senza ritorno. E poi tutta r«umiliazione» vissuta nei centri di raccolta profughi, il «rammarico» nel constatare che l'Italia - la Patria per la quale morirebbe - era stata idealizzata, e che gli italiani erano a lui indifferenti.

Emozioni profonde e indelebili. Sono le cicatrici delle ferite che gli esuli dalmati e istriani trovano scritte nel loro passato e si portano dentro da 60 anni. Piaghe nelle quali c'è chi, per onestà o per suo diritto, non teme di girare il dito. Tra questi Walter Matulich, originario di Zara dove nacque l'8 maggio 1943 ma da anni residente a Chiari, testimone della complessa fase di spartizione delle terre di confine, dove centinaia furono le atrocità commesse. Oggi, 10 febbraio, «Giorno della memoria», vengono ricordati i massacri delle foibe. Una ricorrenza istituita dal governo italiano nel 2004 per ricordare le uccisioni delle quali furono vittime centinaia di italiani, rastrellati e gettati nelle profonde fenditure carsiche.

Vero è che il dibattito sul tema è ancora in corso. Da una parte si schierano propagandisti e nazionalisti, che riconoscono solo i danni alla parte italiana e ricostruiscono la storia dai Quaranta in poi. Dall'altra riduzionisti e relativisti che, oltre le celebrazioni, non dimenticano vent'anni di occupazione fascista, i campi di concentramento italiani, le parole di Roatta, Cobolli-Gigli e dello stesso Mussolini, che nel 1920 a Trieste parlò degli slavi come «razza inferiore e barbara», degna di essere sacrificata. A rimanere decapitata è però la dignità di chi ne fu colpito e ne ha portato il segno. Per questo Matulich non ha mai smesso di cercare, di studiare. Testimone ne è la libreria traboccante di testi specifici nel suo studio di via Togliatti.

«Impossibile dimenticare - dice - Se gli ebrei piangono il loro esodo di duemila anni fa, posso farlo io per la mia gente. E' la mia identità».

Definendosi cristiano cattolico, «credente non bacia-banchi», Matulich si presta per fare della sua vita una testimonianza. «Sono nato a Zara nel 1943 e sono italiano». La storia della sua terra, «prima romana, poi di bisanzio, poi abitata dagli slavi che Dio solo sa bene da dove siano provenuti», la conosce a menadito. Rievoca il dominio austriaco, il trattato di Rapallo del 1920 che avrebbe definito la spartizione della regione e «le intenzioni di Wilson che avrebbe voluto far valere il principio di nazionalità», e giunge al punto: «Manzoni disse che non è possibile separare, con un taglio, torto e ragione. Le terre di confine sono da sempre multietniche, multiculturali, multilingue». E' per questo che Matulich rivive le conseguenze della spartizione come un dramma indimenticabile».

«Nel 1947, con il trattato di Parigi, nacque il nuovo stato comunista. Frequentai fino alla quarta elementare la scuola italiana e un giorno, era il 1953, io e quella che poi sarebbe stata mia moglie trovammo sbarrato il portone. Fui costretto, obtorto collo, a imparare il croato». Matulich sentì che il vento stava cambiando. Il dramma delle foibe gli giunse all'orecchio dalle «testimonianze dei parenti», che parlavano di gente prelevata di notte e mai ritornata. Nel frattempo la definizione dei confini tra l'Italia e lo stato titino, partecipe alla Liberazione con una forza partigiana superiore a quella italiana, suscitò forti tensioni. «Continuo a trovare incredibili le rivendicazioni della Yugoslavia che volevano annettersi la regione fino al Tagliamento. In ogni caso alla popolazione fu lasciata la facoltà di decidere quale cittadinanza possedere. Mio padre optò per la prima ma la sua richiesta fu rigettata.

«Con un'industria e una società distrutte, il governo voleva tenersi strette le persone competenti e avere il controllo della popolazione, ma nel 1955 mio padre riuscì ad avere conferma dal consolato italiano di Zagabria che avrebbe potuto, con i figli minorenni, riacquistare la cittadinanza italiana a patto di svincolarsi da quella yugoslava e di cedere ogni bene». L'umiliazione in corso proseguì. «Lasciammo la nostra casa di proprietà ai nonni e seguimmo papà, che con la quinta elementare si dispose a fare di tutto, dal manovale al custode di garage. Con due valigie in mano vivemmo nei centri di raccolta profughi, luoghi della cui promiscuità lascio intendere, viste le coperte che da filo a filo definivano le stanze». La cosa più triste, racconta Matulich fu però la seguente: «L'Italia rappresentava un sogno, e fu triste accorgersi che agli italiani delle nostre questioni non importava più di tanto. Né fu piacevole sentirsi dire dai comunisti che, se fossero giunti al potere, ci avrebbero impiccati nelle pinete: scappati dal paradiso titino, avevamo tradito la causa socialista». Matulich riuscì comunque a studiare riuscendo a laurearsi alla Bocconi, a trovare un lavoro, a costruire una famiglia. Oggi, alle 10.45, parlerà di sé e di quella parte di storia italiana a Palazzolo. «La giornata del ricordo è un favore che il governo italiano ci ha fatto, ma anche la possibilità di uscire dalla retorica. Mi duole soltanto che il Comune di Chiari - conclude con una critica - non mostri questa sensibilità».

Andrea Mihaiu

11 - Giornale di Brescia 08/02/2012 Le radici istriane di Marchionne e il nonno eliminato in una foiba

Le radici istriane di Marchionne e il nonno eliminato in una foiba

ZUCCONI (Croazia) La strada che da Marzana (Marcana in croato), nell'entroterra polesano, corre verso il mare di Duga Uvala (Valle Lunga) è rugosa, macilenta, ancora tanto «jugoslava». La costeggia, ai due lati, una boscaglia fitta e ostile, priva del fascino selvaggio che sa emanare la macchia mediterranea.

Dal 1942 al 1945 era una terra di nessuno, nascondiglio perfetto per i partigiani di Tito, che uscivano di notte a sabotare la linea ferroviaria per Trieste, far saltare tralicci, combattere il nemico fascista e nazista. Le famiglie vivevano in un terrore incrociato: da una parte i tedeschi a caccia dei «banditi» rossi; dall'altra gli uomini del movimento di liberazione.

Maria Perusco, vedova Zuccon, farà 87 anni a marzo e ha un fratello esule a Brescia. Vive nel minuscolo borgo di Zucconi (Cukoni) e ci aspetta per raccontarci una tipica storia istriana. A 18 anni lei era una ragazza impaurita e taciturna, costretta a cucire le stelle rosse sulle «bustine» dei «drusi» (come venivano chiamati dagli italiani i partigiani jugoslavi) e a preparare zuppe di patate da recapitare in quei labirintici anfratti per i lupi armati. Pena, la morte. Ma anche il rischio di deportazione nei lager del Terzo Reich.

«Quando, di giorno, i tedeschi passavano nei villaggi a cercare i partigiani, mia nonna mi camuffava avvolgendomi la testa in un fazzoletto, per farmi sembrare più vecchia e malata, altrimenti finivo in Germania, perché se potevano portavano via le donne giovani, come la Sofia qui vicino!», racconta inarcando la schiena sulla sedia, in un pulito italiano di cadenza veneta, puntandomi addosso gli occhi buoni e profondi. Maria è davvero una di quei straordinari grandi vecchi figli di un mondo in via di estinzione, dove, un secolo fa, era normale padroneggiare due lingue, l'italiano e il croato. E i loro nonni, fedeli sudditi degli Asburgo, vi aggiungevano facilmente anche il tedesco. Una salvifica qualità in periodo di guerra, per convincere gli ufficiali delle Ss che lì non si nascondevano i «banditi».

La signora Perusco vanta una parentela illustre: è la zia, acquisita, di Sergio Marchionne, e l'«istrianità» nascosta del supermanager Fiat fa ovviamente notizia. «Un ragazzo bravo, serio, intelligente, che mi aiutava sempre e veniva a pascolare con me le mucche guidandole con un frustino, è venuta anche la Rai a chiedermi, lo sai?», scandisce lenta, compiacendosi, o forse solo stupendosi dell'inattesa ribalta. Già allora, intende dire, Sergio era un «enfant prodige», votato al comando. Papà Marchionne, il carabiniere Concezio di stanza a Carnizza (Krnica), si innamorò della bella Maria Zuccon e la sposò dopo la guerra, quando lei riuscì a raggiungerlo a Chieti, in fuga dall'orrore che le aveva devastato la famiglia.

Il padre, Giacomo Zuccon, un facoltoso commerciante italiano, descritto da tutti come un uomo mite che faceva credito a tutti, finì nella foiba di Terli ai primi di ottobre del '43, con almeno due dozzine di sventurati italiani. Il fratello di Maria, Giuseppe, incappò in un posto di blocco dei tedeschi, mentre cercava notizie del genitore infoibato, e venne fucilato seduta stante, assieme a un amico, ai bordi di una strada: li avevano scambiati per due partigiani. E uno zio, possidente italiano, venne pure lui eliminato come «nemico del popolo». Nessuna colpa specifica. I fratelli Zuccon erano «borghesi», ma certo non «fascisti» militanti.

Per Maria Zuccon ve n'era abbastanza per decidere di andarsene. Prima in Italia, con la sorella Anna. Quindi, in Canada, maritate entrambe a due abruzzesi. Maria e Concezio a Zucconi ci tornarono solo molti anni dopo, in tempi più tranquilli, in vacanza con i figli Sergio e Luciana. Due ragazzi votati al successo. Perché, se il maschio è diventato il grande manager che tutti conosciamo, anche la femmina si laureò, conquistandosi in seguito una cattedra universitaria. Ma, come ricorda, di colpo intristita, Maria Perusco, «morì giovane, troppo giovane... Un brutto male».

Lei invece, questa vecchia meravigliosamente lucida e serena, è rimasta. A fare la sarta, a lavorare la campagna e ad accudire l'anziana madre. Sospira: «Amavo Martino, figlio di Giacomo, fin dai tempi della scuola, e lo sposai. Ci sarebbe piaciuto venir via, ma lui non volle lasciare da soli i nonni e la mamma, colpita da un ictus quando le uccisero il marito e un figlio, e invalida per il resto della sua vita». Martino era il suo «eroe»: «Ha fatto il partigiano, sbarcato dall'Italia su un carrarmato degli americani, per tornare da me. Ma poi quando scoprì cosa fecero ai suoi famigliari, lasciò l'esercito e non volle più saperne di Tito». Altri tempi, che solo i vecchi ricordano. Che l'Istria custodirà. Anche a propria insaputa.

VALERIO DI DONATO

12 - La Stampa 11/02/12 Torino: Le radici che nessuno ha potuto tagliare

Le radici che nessuno ha potuto tagliare

Il "giorno del ricordo" per i profughi dell'Istria e della Dalmazia

ROBERTO TRAVAN

Torino

Santa Caterina, quartiere Lucento, periferia Nord di Torino. È il rione delle «Case rosse», palazzine basse di mattoni e cemento che da oltre cinquant’anni ospitano i profughi di Istria, Fiume e Dalmazia. Sulle buche delle lettere cognomi che portano lontano, verso i confini orientali: Gerbaz, Mitton, Vlacancich. Sono quelli di alcune famiglie italiane scampate nel secondo dopoguerra alla pulizia etnica della Jugoslavia di Tito: ventimila vennero trucidati, seimila gettati nelle foibe. Altri 350 mila (l’80 per cento della popolazione) furono costretti ad abbandonare terre abitate pacificamente da generazioni: un autentico esodo.

Le «case minime»
In Italia vennero allestiti 109 campi profughi ricavati in vecchie caserme, magazzini, baracche. Quelli piemontesi raccolsero oltre trentamila persone. A Torino il «campo di transito» era alle Casermette di via Veglia, in borgo San Paolo: aperto nel '45, in tredici anni vi passarono (e vissero) oltre diecimila persone. Nel 1955 venne inaugurato il villaggio Santa Caterina e oltre cinquecento famiglie di esuli trovarono finalmente una sistemazione decorosa. «Erano le "case minime" - ricorda Antonio Vatta, nato in Dalmazia nel 1935 -, alloggi di quaranta metri quadri». Vennero ampliati per ospitare le famiglie più numerose, i tramezzi abbattuti: «Alcuni si ritrovarono due cucine, altri nessuna». Mancavano i termosifoni, «ma era pur sempre meglio delle baracche dove le pareti erano semplici coperte tese su fili e i bagni erano in comune».

Il pallone
Vatta a Torino arrivò nel ‘51: «Eravamo cinque fratelli, scappammo con la mamma a bordo dell'ultima nave da guerra tedesca salpata da Zara. La città l’indomani venne occupata dai partigiani titini che trucidarono i militari italiani rimasti gettandoli in mare». Poi Fiume, Trieste, Udine, Padova, Mantova.
Infine Torino, alle Casermette: «C’erano anche tre squadre di calcio: con mio fratello Piero eravamo il centrocampo della Fiumana, quella più amata». Piero diventerà calciatore professionista, poi allenatore della Primavera del Toro. Nel ‘56 si trasferirono alle «Case rosse».

Il sentiero per la città
Fulvio Aquilante, classe 1943, lasciò Orsera che aveva cinque anni: «Ne trascorsi altrettanti al campo di Massa, un’ex colonia marina circondata dal filo spinato». Nel '53 raggiunse il padre che a Torino aveva trovato un lavoro: altri tre anni alle Casermette, poi finalmente l’appartamento a Santa Caterina. «Allora qui non c’era nulla e per raggiungere il capolinea del 13 - che ci portava in città a ballare o mangiare un piatto di "pasta e fasoj" alla Mazzini - solo un lungo sentiero in mezzo ai campi: l'inverno diventava un pantano». La città è cambiata da tempo: al posto dei prati strade, case, negozi, scuole. Ma Aquilante abita sempre lì, in quell'appartamento all’incrocio tra via Parenzo e via Pirano. A poca distanza, dov’era la centrale che scaldava il villaggio, c'è l'Unione regionale profughi e rimpatriati. «È il centro che da vent’anni aggrega la nostra gente, la nostra memoria», afferma Eugenio Maisani, nato a Montona nel ‘29. Mostra con orgoglio gli stemmi colorati delle città istriane, la cartina del Touring con l'Istria, Fiume e le isole del Quarnaro ancora italiane, i libri diligentemente allineati sugli scaffali della biblioteca.

Le tradizioni
Al circolo, gli anziani giocano alle carte, sorseggiano caffè, parlano il dialetto, leggono i bollettini appena giunti dalle altre comunità sparse nel mondo: Australia, Canada, America, Sud Africa. «Organizziamo convegni, presentiamo libri, ospitiamo concerti: tramandiamo la nostra storia, la nostra cultura secolare, quelle che ci hanno permesso di restare uniti», sottolinea Aquilante.

Oggi a Santa Caterina restano 300 famiglie di esuli, ma sono trentamila i profughi in Piemonte, il doppio se si contano anche i discendenti. Ieri hanno celebrato la Giornata dedicata al ricordo dell'esodo e alle vittime delle foibe. Lo hanno fatto con grande compostezza, senza rancori, i padri vicini ai figli, i nonni ai nipoti: «I nostri giovani cominciano a sentire il richiamo delle radici», sussurra Vatta. Radici che affondano in una pagina di storia che, ha detto il sindaco Fassino, «per troppo tempo l’Italia non ha avuto il coraggio di riconoscere».

13 - Mediapolitika.com 11/02/12 Foibe ed esodo - Enrica Sepe: "Mio nonno esule da Zara fino alla fine dei suoi giorni"

Foibe ed esodo: "Mio nonno esule da Zara fino alla fine dei suoi giorni"

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il contributo di una nostra lettrice, Enrica Sepe. La famiglia di Enrica, originaria di Zara, ha vissuto la tragedia dell’esodo e degli infoibamenti. A poche ore dal Giorno del Ricordo. Per non dimenticare.

Questa è una storia come tante, anzi, come troppe. Troppe storie di gente strappata alla propria casa, alla propria terra, alla vita. E’ la storia di Italiani come tanti ed è quella di mio nonno, nato a Zara ed esule fino alla fine dei suoi giorni.

E’ la storia di un ragazzo di 17 anni costretto a scappare sotto una pioggia di bombe nell’ottobre del ’44 con addosso solo il pigiama, sorreggendo la sua mamma, piangendo insieme al suo papà, col pensiero ai fratelli più grandi, in guerra, che non sarebbero più tornati a casa. Perchè quella casa nn sarebbe più esistita. Italo, mio nonno, ha sentito la sirena dell’allarme ed è corso fuori, si è voltato ed ha visto la sua casa bruciare. Le bombe degli Alleati cadevano su Zara riducendola ad un cumulo di macerie, strappandogli tutta la sua vita, sfondandogli il cuore per la sua patria ferita.

E mio nonno ha cominciato a correre, a cercare gli amici, via, di corsa, insieme ai genitori, prima di essere ammazzati dai "liberatori". Ha incontrato mia nonna, sua amica, l’ha presa per mano e ancora… scappare, senza tregua, nel fumo, tra le macerie, un’ altra bomba, il botto. Rosi, mia nonna, sbatte contro un muro, cade, Italo la tira su e vede il suo bel viso tutto graffiato….ma saranno fortunati. Con i solo vestiti indosso come unica proprietà, i miei nonni e le loro famiglie sono scappati e sono arrivati ai piroscafi, prima che una morte ancor più terribile li cogliesse.

Per chi non è scappato ci sono state le foibe. Senza distinzione alcuna. Uomini, donne, bambini. Centinaia e centinaia di morti, di orrori, di violenze, derisioni e discriminazioni. In patria. Per la mia famiglia partire è stato morire nell’animo, ma restare sarebbe stata morte certa.

Il bisnonno Umberto lavorava al comune di Zara e aveva tre figli: Antonio, il maggiore, si era arruolato nell’aviazione ancora minorenne, grazie ad una lettera scritta alla regina Margherita in cui la pregava di intercedere per lui, che voleva servire la sua Patria …che così bene l’ha ripagato. Nino, il mezzano era in marine e per finire Italo, il più giovane.

Sono scappati. E si sono ritrovati in un’Italia che li ha trattati da stranieri, neanche da figli minori. Anni di dolore per ricostruirsi una vita, col cuore sempre in fiamme per la delusione, l’amarezza di uno Stato che gli ha voltato le spalle, ha nascosto la testa nella sabbia inneggiando ai partigiani eroi, agli alleati liberatori. E loro? Gli istriani, i dalmati? Quei figli d’italia abbandonati a loro stessi, derisi, umiliati, ignorati? Ancora oggi non li ricorda quasi nessuno, sono invisibili, silenziosi, discreti, troppo bene educati per fare piazzate. La loro terra non c’è più.

Mio nonno non è mai più tornato a Zara, gli avrebbe fatto troppo male. Mio zio Nino invece è tornato, ogni volta che ha potuto, tutti gli anni, con la moglie, i nipoti, e se ne stava lì ad ingoiare amaro, per le strade fra gli slavi, con la zia Anna che diceva a mio cugino Marco: "Zitto,non farti sentire che sei italiano". Mio nonno non avrebbe sopportato era troppo orgoglioso, troppo deluso.

Gli episodi da raccontare sarebbero tanti, della guerra e del dopo guerra: le botte, la polizia, le irruzioni dei marescialli in casa, il bisnonno in prigione, la bisnonna orgogliosa con le foto dei figli in divisa sul caminetto, l’emozione di una voce, di una parola. Queste mie righe sono solo un piccolo, modesto tributo a degli eroi veri: Italo, Antonio, Nino, Umberto, Gemma… tutti coloro che sono riusciti a sopravvivere con questo dolore mai sopito, sempre con il cuore sulle labbra nel pronunciare il nome "Zara".

Le loro famiglie non li dimenticheranno mai, ed io, finchè avrò vita, racconterò questa storia a tutti coloro che incontrerò sul mio cammino, per non dimenticare

14 - Secolo d'Italia 10/02/12 Nino Benvenuti: "Portarono via mio fratello solo perchè era

italiano"

«PORTARONO VIA MIO FRATELLO SOLO PERCHÉ ERA ITALIANO...»

NINO BENVENUTI, ESULE ISTRIANO, RACCONTA I DRAMMATICI GIORNI DELLE FOIBE

♦ Désirée Ragazzi

"Il dramma delle foibe e l'esodo vanno ricordati, ma non con astio e rancore. Non dobbiamo ricordare quei drammatici giorni fomentando l'odio: le guerre sono sempre terribili, ma l'odio che possono generare è ancora più grave. Ricordare va bene, ma solo per evitare che in futuro non vengano più commessi gli stessi errori». Nel "Giorno del Ricordo", Nino Benvenuti, medaglia d'oro di pugilato alle Olimpiadi di Roma del 1960 ed esule di Isola d'Istria in Slovenia, racconta quei tormentati giorni dell'esodo: «Prima fu arrestato mio fratello, poi la mia famiglia fu cacciata da un giorno all'altro da casa. Sono stato fortunato perché mio padre lavorava a Trieste, affittò una stanza e ricominciò per tutti noi una nuova vita. Non fu però semplice...». Benvenuti parla pacatamente, avrebbe dovuto farlo oggi al convegno organizzato al Senato per commemorare le vittime delle foibe, ma l'appuntamento a causa del maltempo è stato rinviato a venerdì 24 febbraio. In alcuni momenti mentre ricorda quegli anni la sua voce s'incrina: «È passato tanto tempo da allora, ma la ferita non si è mai rimarginata».

—■ Qual è il ricordo più forte che le è rimasto in mente?

Avevo otto anni ma mi è rimasta dentro l'angoscia per l'arresto di mio fratello. Eliano aveva sedici anni, era claudicante perché era stato colpito dalla poliomelite ed era il più buono e il più bravo dei fratelli. Il pomeriggio dell'8 settembre del 1946 bussarono alla porta di casa le guardie dell'Osna (la polizia politica titina, ndr). Erano vestiti con abiti color carta da zucchero e mettevano paura soltanto a vederli passar per strada. Vennero nella nostra casa, una piccola villa vicina al mare e chiesero di Eliano. Lui non c'era, era andato a prendere il vino. Un nostro zio che viveva con noi, sentendo l'interesse che le guardie avevano per Eliano, uscì dalla porta posteriore e corse verso mio fratello chiedendogli preoccupato se avesse fatto qualcosa: «Dimmelo, perché così scappiamo con la barca e andiamo a Trieste». Ma mio fratello rispose che non aveva fatto nulla e non doveva quindi fuggire. Rientrò a casa tranquillamente, ma lo arrestarono assieme ad altri ragazzi. Da quel momento la vita della mia famiglia cambiò, la paura era fortissima perché altri erano stati portati via prima di lui e di loro non si era più saputo nulla. Poi, molto tempo dopo si seppe che erano finiti nelle foibe perché considerati fascisti e sovversivi. —

■ Quanto tempo durò la prigionia?

Eliano fu liberato dopo sette mesi di duro carcere. Ma la disgrazia cambiò la nostra vita, per mia madre che già soffriva di cuore, a causa di una stenosi dell'aorta, fu un colpo di grazia. Morì qualche tempo dopo a soli 46 anni.

—■ Che cosa successe a suo fratello in quei sette mesi?

Fu portato nel carcere di Capodistria e dopo un mese ci diedero la possibilità di vederlo, poi fu trasferito in un altro luogo. Non fu fatto un processo vero, ma un processo sommario al termine del quale fu liberato assieme ad altri amici. Ci vollero sette mesi di cella per far capire ai loro carcerieri che erano bravi ragazzi.

—■ Al suo rientro a casa che cosa raccontò?

Quello che era successo in quel periodo lo raccontò soltanto alla mamma. Nessuno ha mai saputo quel che dovette sopportare in quei mesi di carcere. Per la paura che gli misero addosso non ha mai più parlato di quella terribile storia. —

■ Lo andò mai a trovare in carcere?

Sì, quando era al carcere di Capodistria. Molte volte con la bicicletta gli portavo la minestra calda. Avevo una borsa fatta di rete messa sul manubrio della bicicletta e pedalando per sei chilometri arrivavo al carcere. Ricordo che mi scottavo sempre le gambe perché avevo i calzoni corti e il brodo usciva sempre dalla pentola. Eliano ci disse poi che la minestra arrivava tiepida.

Ricorda altre persone che ebbero questa esperienza?

Molti altri furono presi e molti non fecero più ritorno. Ricordo i loro soprannomi: Mario Gobbo, Mimmo Arrigoni, Dino Ragno, Attilio Furia, Gino Dandri, Gino Tuboli. Furono tutti arrestati perché erano considerati dalla parte opposta. I titini pensavano che fossero fascisti, ma noi eravamo "solo" italiani. Per i titini però essere italiani significava essere fascisti. Sono ricordi molto tristi che hanno segnato in maniera indelebile anche la storia del nostro piccolo paese. —

■ Costretti a partire, quale fu l'accoglienza a Trieste?

Non partii subito con i miei genitori e i miei fratelli, ma rimasi per lungo tempo a Isola in casa con i nonni. La situazione degli esuli a Trieste fu pesante e sgradevole. Non fummo accolti subito in maniera affettuosa. Ci volle un po' di tempo perché venisse capito il nostro dramma. Però dalla nostra parte si è sempre schierata la destra: ci ha dato un sostegno che va ricordato.

—■ Lei è più tornato a Isola d'Istria?

Certamente, sono tornato a trovare i miei cari che sono sepolti tutti lì. Ci vado spesso per una preghiera e un saluto. —

■ È riuscito a perdonare?

Quello delle foibe è un momento storico che non potrò mai più dimenticare perché è rimasto profondamente nella mia anima. Oggi sono una persona che tende al perdono, ma mi riesce difficile pensare che a causa di questa gente mia madre sia morta a 46 anni. Sono cattolico credente, ci provo fortemente a non provare risentimento: fra queste persone c'erano non soltanto slavi venuti da fuori ma anche persone del paese che segnalavano alle guardie quelli che, a loro avviso, erano fascisti. Sono così addolorato che ancora oggi mi prende il groppo in gola. —

■ Qual è il messaggio che lancia ai giovani?

Dite una preghiera per gli infoibati. Io sono disposto a perdonare, ma perché questo non accada mai più.

15 - Liberal 10/02/12 La pulizia etnica venne "dimenticata " per decenni dal nostro Paese

La pulizia etnica venne "dimenticata " per decenni dal nostro Paese
Le fosse di Tito e l'oblio dell'Italia
Gli italiani trucidati sono rimasti senza nome fino al 2007, anno in cui nasce la Giornata

di Mauro Frasca

Giovanni Bartoli, l'ex-sindaco di Trieste che nel 1959 dedicò alla questione il primo studio storico particolareggiato, disse che erano state 4122 le vittime della pulizia etnica commemorata dal Giorno del Ricordo. Nel 1983 il giornalista Antonio Pitamitz pubblicò un nuovo elenco con 4361 nomi. Lo storico inglese Richard Lamb nel suo libro del 1996 La guerra in Italia 1943-1945 scrisse: «Non appena liberata Trieste, Tito aveva cominciato ad ammassare truppe nella zona comprendente la stessa Trieste, Monfalcone, Gorizia, Gemona e Cividale, instaurandovi un governo tutto jugoslavo. Tra il primo maggio e il 12 giugno le formazioni militari titine presero in consegna nella regione 4678 civili italiani, i quali scomparvero senza lasciar traccia, quasi tutti fucilati nottetempo».

In questa stima sono però esclusi i militari; e le vittime del resto dell'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia; e le vittime del periodo compreso tra l'8 settembre ed il primo maggio 1945. Il Centro Studi Adriatici ha contato dunque 10.137 nomi. Giampaolo Pansa nel suo Sangue dei vinti ha stimato 15.000 vittime. E non manca chi arriva a 30.000 morti.

Non tutte le vittime furono però infoibate. Mario Pacor, storico triestino che era stato partigiano comunista e giornalista dell'Unità e che morì nel 1984, basandosi su documenti dei Vigili del Fuoco di Pola sostenne che nelle foibe istriane erano finite dopo l'armistizio dell'8 settembre tra le 400 e le 500 persone, mentre altri 4000 italiani erano stati deportati, in gran parte uccisi in procedimenti sommari e in seguito finiti in gran parte in foibe anch'essi. Ma sono i dati del solo 1943.

La Commissione storica italo-slovena che su iniziativa dei due ministeri degli Esteri ha esaminato i rapporti tra i due Paesi tra il 1880 e il 1956, ha stimato i morti nell'ordine delle "centinaia": ma limitandosi alle sole esecuzioni sommarie, e senza considerare l'attuale territorio croato.

Raoul Pupo, docente di Storia Contemporanea a Trieste e considerato uno dei massimi esperti del tema, parla di 5000 morti. Il goriziano Guido Rumici parla di 6000 vittime, che diventano 11.000 considerando anche i desaparecidos nei lager jugoslavi. Anche autori a volte tacciati di "negazionismo" come Giacomo Scotti o Claudia Cernigoi non negano il fatto che della gente sia stata"infoibata". Sostengono però che la propaganda ha gonfiato le cifre, e che comunque gli eccessi vanno spiegati con la politica di snazionalizzazione forzata praticata dal fascismo in Venezia Giulia e Istria: una linea fatta propria anche dalla anticomunista Croazia post-titina.

I dati oggettivi sono che su una popolazione complessiva di 773.119 persone durante la Seconda Guerra Mondiale i morti giuliani, istriani e dalmati furono 23.735, cioè il 3, 07%. Ciò, in rapporto a una media nazionale dell'I%. E più di 380. 000 persone abbandonarono le loro case e le loro terre.

Dei 66. 000 abitanti di Fiume ne partirono 58. 000. Dei 40.000 di Pola se ne andarono 36.000. Dei 21.000 di Zara, 15. 000. Tra questi profughi c'erano anche 50.000 di etnia croata, dei quali 10.000 decisero comunque di mantenere la cittadinanza italiana. E dal punto di vista sociale tra gli esuli c'era un 7,7% di proprietari, un 5,7% di liberi professionisti, un 17,6% di dirigenti ed impiegati, un 47, 6% di operai e un 23, 4% di anziani ed inabili.

Insomma, non è solo una questione di odi etnici o di lotta di classe. E neanche di antifascismo, visto il lungo elenco di antifascisti e partigiani infoibati. Tra essi, tre membri del Cln di Trieste; due di quello di Fiume; Vinicio Lago, ufficiale di collegamento della Brigata Osoppo; Enrico Giannini, del Corpo Italiano di Liberazione.

Angelo Adam, ebreo e repubblicano storico, finì infoibato dopo essere stato confinato a Ventotene ed essere scampato anche al lager di Dachau: sua moglie e sua figlia minorenne, arrestate per essere andate a chiedere informazioni sulla sua sorte, furono fatte scomparire a loro volta. Teobaldo Licurgo Olivi, membro socialista del Cln di Gorizia, fu arrestato dagli jugoslavi il 5 maggio 1945 e fucilato a Lubiana il 31 dicembre successivo. Di Augusto Sverzutti, membro dello stesso Cln per il Partito dAzione e arrestato assieme a lui, si sa che era ancora vivo e detenuto nel 1949. Poi, il mistero. Rocco Cali, un partigiano della Brigata Garibaldi Natisone, era addirittura comunista. Ma fu assassinato a Rovigno d'Istria nel maggio 1945 perché, anche dopo la decisione del Pci di far passare l'unità alle dipendenza del IX Corpus sloveno, aveva rifiutato di togliere la coccarda tricolore che sempre portava accanto alla bandiera rossa.

Furono sterminati anche i lader del Partito Autonomista Fiumano, che sognavano uno Stato indipendente sia dall'Italia che dalla Jugoslavia: Mario Blasich, strangolato nel suo letto di paralitico; Giuseppe Sincich; Mario Skull; Giovanni Baucer; Mario De Hajnal; Giovanni Rubinich... E furono anche uccisi un bel po' di slavi non comunisti: Ivo Bric, antifascista cattolico; Vera Lesten, poetessa e antifascista cattolica; i quattro membri della famiglia Brecelj; i sacerdoti don Alojzij Obit, don Lado Piscanc, don Ludvik Sluga, don Anton Pi-sk, don Filip Tercelj, don Izidor Zavadlav di Vertoiba... Andrej Ursic era stato addirittura un membro del Tigr: gruppo armato che dagli anni '20 aveva iniziato una lotta terrorista contro le autorità italiane, contro l'annessione all'Italia di Trieste, Istria, Gorizia e Fiume (le cui iniziali in lingua slava costuituivano l'acronimo del nome della belva richiamata nel nome). Ma fu sequestrato dalla polizia segreta jugoslava il 31 agosto del 1947, sottoposto a sevizie, probabilmente ucciso nell'autunno del 1948, e il suo cadavere gettato in una delle foibe della Selva di Tarnova.

Esemplare fu anche la violenza simbolica con cui le vittime venivano colpite, avendo cura che si sapessero i macabri particolari. Don Angelo Tarticchio, parroco di Villa di Rovigno, fu gettato nella foiba con i genitali in bocca ed una corona di spine sulla testa.

16 - Corriere Canadese 10/02/12 Dodich: «Agli occhi degli slavi ero un sovversivo»

Dodich: «Agli occhi degli slavi ero un sovversivo»

L’istriano testimonia il dramma delle foibe e dell’esodo dalla Dalmazia e Venezia-Giulia

Di MATTIA BELLO

MISSISSAUGA - Gli anglo-americani liberavano l’Italia dall’occupazione nazista. Trieste e l’Istria cadevano nelle mani di Tito e dell’esercito jugoslavo. 300mila italiani che abitavano in Istria, Venezia-Giulia e Dalmazia furono costretti a scappare. Decine di migliaia, invece, furono uccisi nelle foibe o nei campi di concentramento titini. Oggi si celebra il Giorno del ricordo, per non dimenticare l’orrore delle foibe e dell’esodo di un intero popolo. Un capitolo di storia che iniziò l’8 settembre 1943. Il Corriere Canadese ha raccolto la testimonianza di Remigio Dodich, 83 anni, esule che dovette lasciare Isola d’Istria nel ’58, per poi trasferirsi in Canada nel ’60. «Io non ero né partigiano né fascista, ma agli occhi degli slavi ero un sovversivo. Il loro scopo era uno solo: la pulizia etnica, eliminare gli italiani».
Lei viveva nella parte nord della Zona B (nella foto), oggi Slovenia.
«Durante l’armistizio nel 1943 avevo 14 anni. Ero il più piccolo di tre fratelli, Romano e Maria. I miei genitori, Antonio e Rosa, erano contadini. Vivevamo in campagna, nel nostro territorio c’erano 45 famiglie e tutti se la passavano abbastanza bene. C’erano le scuole italiane e regnava l’armonia. Doveva osservare l’allegria della popolazione istriana, tutti si volevano bene».
Poi, purtroppo, ci fu l’occupazione tedesca.
«I partigiani facevano sabotaggi e portavano via la gente di notte, li reclutavano per combattere i tedeschi. È successo al padre di mia moglie Maria, Francesco Puzzer».
Cosa successe alla sua famiglia e al suo villaggio?
«Gli anni passavano, e piano piano sparivano tutti. Mio cugino, Vittorio Sergas, l’hanno catturato in strada e portato via cinque giorni dopo la fine della guerra. Aveva una moglie e una bambina, non è più tornato a casa. Tanti altri amici di famiglia sono spariti».
Lei ha subito violenze fisiche?
«No, ma ero fortemente discriminato. Per sbaglio dei cacciatori slavi (all’epoca solo loro potevano avere un fucile, ndr) mi hanno ferito mentre ero a funghi. Il giorno dopo sono andato dalla polizia, ma nessuno ha indagato. La stessa cosa è capitata a un secondo mio cugino, Renato Bologna, pestato in un locale perché cantava in italiano. Nessuno gli ha reso giustizia».

17 - L'Eco di Bergamo 12/02/12 Vincenzo Barca: Esodo giuliano-dalmata, una tragedia dimenticata

Esodo giuliano-dalmata
Una tragedia dimenticata

«Il mio nome è Vincenzo Barca, sono nato a Romans d'Isonzo (Gorizia) dove mio padre faceva parte dell'arma dei carabinieri. La mia famiglia venne trasferita nel 1931 a Fiume. A 13 anni, di fronte a casa mia, ho conosciuto una mia coetanea e siamo diventati amici e infine "fidanzatini"».
«Nel 1944 la guerra ci ha divisi perché suo padre fu trasferito a Bergamo in qualità di funzionario in Prefettura. La guerra, il servizio militare, la prigionia di Tito nel 1945, provocarono guai di salute e la mia famiglia fuggì da Fiume, finì a Udine e poi ebbe come unico punto di riferimento Bergamo, per la presenza della mia fidanzata, la quale insisteva nelle sue lettere a farci trasferire. Io e la mia famiglia nell'ottobre del 1945, quindi, ci siamo spostati a Bergamo ed abbiamo soggiornato alla Clementina, un ospedale militare».

La storia di Vincenzo Barca, classe 1923, è simile a quella di tanti esuli italiani che, durante la seconda guerra mondiale, a seguito dell'instaurazione del regime nazionalcomunista di Tito, furono costretti a lasciare le loro case nell'Istria, a Zara, Fiume e Pola. Si è appena celebrato in Italia il giorno in memoria delle vittime delle foibe e dell'esodo giuliano-dalmata. Si stima che i profughi siano stati circa 300 mila, diversi dei quali rifugiati a Bergamo. La loro storia è stata ricostruita da Elisa Cattaneo, autrice del volume edito da Sestante edizioni L'esodo dei profughi giuliano-dalmati attraverso le carte dell'Archivio di Stato di Bergamo, che verrà presentato martedì pomeriggio (alle 17) alla biblioteca Pelandi di Redona. «Consultando i registri della Prefettura di Bergamo ho trovato i nomi di 1.283 profughi. A loro venivano assegnati alloggi nelle case popolari di Longuelo, Monterosso e Celadina», ha spiegato l'autrice. Ma gli esuli passati da Bergamo potrebbero essere stati anche di più: «I nomi non corrispondono tutti con quelli già registrati dalla nostra associazione, non è azzardato pensare che tremila profughi siano transitati da Bergamo», ha ipotizzato Maria Elena Depetroni, presidente del comitato bergamasco dell'Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia.
La distribuzione dei profughi avveniva a macchia di leopardo in tutto il territorio nazionale; spesso, come nella testimonianza di Vincenzo Barca, bastava una conoscenza o un parente per scegliere dove trasferirsi. Molti esuli non rimasero in Italia ed emigrarono in America o Australia. Alcuni, come Barca, decisero di rimanere a Bergamo: «La maggior parte degli esuli era costituita da operai altamente specializzati nei settori della raffineria e della cantieristica navale. Qui a Bergamo venivamo ricercati dalle industrie, fra cui l'industria tranviaria, l'Edison, l'Orobia».

Marina Marzulli

18 - Libero 11/02/12 Pansa : Trencentomila italiani traditi dal Pci, l'Istria e le foibe macchia nera della sinistra

Libero pensiero

Pansa : Trencentomila italiani traditi dal Pci, l'Istria e le foibe macchia nera della sinistra

Gli esuli di Quarnaro e Dalmazia, in fuga dalla Jugoslavia del compagno

Tito: un massacro, ma per i compagni erano fascisti

di Giampaolo Pansa

Qualche giorno fa, una radio mi ha chiesto: «Perché le sinistre italiane non amano ricordare gli assassinati nelle foibe e l’esodo istriano, fiumano e dalmata?». Ho risposto d’istinto: «Perché hanno la coscienza sporca». Il giornalista mi rimproverò: «Dottor Pansa, lei vede comunisti dappertutto!».

Gli replicai, sorridendo: «Non dappertutto, per fortuna. Ma in quella vecchia storia c’erano, stia sicuro».

Nel Giorno del Ricordo, l’altroieri, sono state rammentate soprattutto le vittime delle foibe di Tito, quasi niente la tragedia dei trecentomila italiani costretti ad andarsene dall’Istria, dal Quarnaro e dalla Dalmazia.

Nel complesso, l’esodo durò una decina d’anni. Ma ebbe un picco all’inizio del 1947, quando il Trattato di pace, imposto all’Italia dai vincitori, stabilì che le terre italiane sulla costa orientale dell’Adriatico dovevano passare alla Jugoslavia.

Perché tanta gente se ne andò? Ridotti all’osso, i motivi erano tre. Il più importante fu il terrore di morire nelle foibe com’era già accaduto a tanti altri italiani. Il secondo fu il rifiuto del comunismo come ideologia totalitaria e sistema sociale. Il terzo fu la paura speciale indotta dal nazional-comunismo di Tito e dalla decisione di soffocare con la violenza qualunque altra identità nazionale.

La prima città a svuotarsi fu Zara, isola italiana nel mare croato della Dalmazia. Era stata occupata dai partigiani di Tito il 31 ottobre 1944, quando il presidio tedesco aveva scelto di ritirarsi. La città era un cumulo di macerie. Ad averla ridotta così erano stati più di cinquanta bombardamenti aerei anglo-americani. Le incursioni le aveva sollecitate lo stato maggiore di Tito. Era riuscito a convincere gli Alleati che da Zara partivano i rifornimenti a tutte le unità tedesche dislocate nei Balcani.

Non era vero. Ma le bombe caddero lo stesso. Risultato? Duemila morti su una popolazione di 20.000 persone. Molti altri zaratini vennero soppressi dai partigiani di Tito dopo l’ingresso in città. Centosettanta assassinati.

Oltre duecento condanne a morte. Eseguite con fucilazioni continue, dentro il cimitero. Oppure con due sistemi barbari: la scomparsa nelle foibe e l’annegamento in mare, i polsi legati e una grossa pietra al collo.

Intere famiglie sparirono. Accadde così ai Luxardo, ai Vucossa, ai Bailo, ai Mussapi. Gli italiani di Zara iniziarono ad andarsene in quel tempo. Nel

1943 gli abitanti della città erano fra i 21.000 e il 24.000. Alla fine della guerra si ritrovarono in appena cinquemila. Poi fu la volta di Fiume, la capitale della regione quarnerina o del Quarnaro, fra l’Istria e la Dalmazia. L’Armata popolare di Tito la occupò il 3 maggio 1945, proclamando subito l’annessione del territorio alla Jugoslavia. Da quel momento l’esistenza degli italiani di Fiume risultò appesa a un filo che poteva essere reciso in qualsiasi momento dalle autorità politiche e militari comuniste.

L’esodo da Fiume conobbe due fasi. La prima iniziò subito, nella primavera 1945. Il motivo? Le violenze della polizia politica titina, l’Ozna, dirette contro tutti: fascisti, antifascisti, cattolici, liberali, compresi i fiumani che non avevano mai voluto collaborare con i tedeschi. Bastava il sospetto di essere anticomunisti, e quindi antijugoslavi, per subire l’arresto e sparire. All’arrivo dei partigiani di Tito, gli italiani di Fiume erano fra i 30 e i 35.000, gli slavi poco meno di 10.000. I nuovi poteri che imperavano in città erano il comando militare dell’Armata popolare, un’autorità senza controlli, e il Tribunale del popolo, affiancato dalle corti penali militari. Dalla fine del 1945 al 1948 vennero emesse duemila condanne ai lavori forzati per attività antipopolari. Molti dei detenuti non ritornarono più a casa. Ma il potere più temuto era quello poliziesco e segreto dell’Ozna, il Distaccamento per la difesa del popolo. A Fiume la sede dell’Ozna stava in via Roma. Un detto croato ammoniva: «Via Roma - nikad doma». Se ti portano in via Roma, non torni più a casa. In due anni e mezzo, sino al 31 dicembre 1947, l’Ozna uccise non meno di cinquecento italiani. Un altro centinaio scomparve per sempre.

Il primo esodo da Fiume cominciò subito, nel maggio 1945. Per ottenere il permesso di trasferirsi in Italia bisognava sottostare a condizioni pesanti.

Il sequestro di tutte le proprietà immobiliari. La confisca dei conti correnti bancari. Chi partiva poteva portare con sé ben poca valuta: 20 mila lire per il capofamiglia, cinquemila per ogni famigliare. E non più di cinquanta chili di effetti personali ciascuno. Il secondo esodo ci fu dopo il febbraio 1947, quando Fiume cambiò nome in Rijeka e divenne una città jugoslava. Ma erano le autorità di Tito a decidere chi poteva optare per l’Italia. Furono molti i casi di famiglie divise. Nei due esodi se ne andarono in 10.000. E gli espatri continuarono. Nel 1950 risultò che più di 25.000 fiumani si erano rifugiati in Italia. Per il 45 per cento erano operai, un altro 23 per cento erano casalinghe, anziani e inabili. Ma per il Pci di allora erano tutti borghesi, fascisti, capitalisti e plutocrati carichi di soldi. Provocando le reazioni maligne che tra un istante ricorderò.

La terza città a svuotarsi fu Pola, il capoluogo dell’Istria, divenuta in serbocroato Pula. A metà del 1946 la città contava 34.000 abitanti. Di questi, ben 28.000 chiesero di poter partire. Gli esodi si moltiplicarono nel gennaio 1947 e subito dopo la firma del Trattato di pace. L’anno si era aperto sotto una forte nevicata. Le fotografie scattate allora mostrano tanti profughi che arrancano nel gelo, trascinando i poveri bagagli verso la nave che li attende. In poco tempo Pola divenne una città morta. Le abitazioni, i bar, le osterie, i negozi avevano le porte sigillate con travetti di legno. Su molte finestre chiuse erano state fissate bandiere tricolori. Fu l’esodo più massiccio. Dei 34.000 abitanti se ne andarono 30.000. Dopo Pola, fu la volta dei centri istriani minori, come Parenzo, Rovigno e Albona. Le autorità titine cercarono di frenare le partenze con soprusi e minacce. Ma non ci riuscirono. Da Pirano, un centro di settemila abitanti, il più vicino a Capodistria e a Trieste, partirono quasi tutti.

Sfuggiti al comunismo jugoslavo, gli esuli ne incontrarono un altro, non meno ostile. I militanti del Pci accolsero i profughi non come fratelli da aiutare, bensì come avversari da combattere. A Venezia, i portuali si rifiutarono di scaricare i bagagli dei "fascisti" fuggiti dal paradiso proletario del compagno Tito. Sputi e insulti per tutti, persino per chi aveva combattuto nella Resistenza jugoslava con il Battaglione "Budicin". Il grido di benvenuto era uno solo: «Fascisti, via di qui!». Pure ad Ancona i profughi ebbero una pessima accoglienza. L’ingresso in porto del piroscafo "Toscana", carico di settecento polesani, avvenne in un inferno di bandiere rosse. Gli esuli sbarcarono protetti dalla polizia, tra fischi, urla e insulti. La loro tradotta, diretta verso l’Italia del nord, doveva fare una sosta a Bologna per ricevere un pasto caldo preparato dalla Pontificia opera d’assistenza. Era il martedì 18 febbraio 1947, un altro giorno di freddo e di neve. Ma il sindacato dei ferrovieri annunciò che se il treno dei fascisti si fosse fermato in stazione, sarebbe stato proclamato lo sciopero generale. Il convoglio fu costretto a proseguire. E il latte caldo destinato ai bambini venne versato sui binari.

A La Spezia, gli esuli furono concentrati nella caserma "Ugo Botti", ormai in disuso. Ancora un anno dopo, l’ostilità delle sinistre era rimasta fortissima. In un comizio per le elezioni del 18 aprile 1948, un dirigente della Cgil urlò dal palco: «In Sicilia hanno il bandito Giuliano, noi qui abbiamo i banditi giuliani».

Rimase isolato il caso del sindaco di Tortona, Mario Silla, uno dei protagonisti della Resistenza in quell’area. Quando lo intervistai per la mia tesi di laurea, mi spiegò: «Io non sono mai stato un sindaco comunista, ma un comunista sindaco». I suoi compagni non volevano ospitare i mille profughi destinati alla caserma "Passalacqua". Ma Silla s’impose: «È una bestialità sostenere che sono fascisti! Sono italiani come noi. Dunque non voglio sentire opposizioni!».

La diaspora dei trecentomila esuli raggiunse molte città italiane. I campi profughi furono centoventi. Anno dopo anno, le donne e gli uomini dell’esodo ritrovarono la patria, con il lavoro, l’ingegno, le capacità professionali, l’onestà. Mettiamo un tricolore alle nostre finestre in loro onore.

19 - Rinascita 07/02/12 Istria: gli anti Eroi perdenti diventano Eroi

Istria: gli anti Eroi perdenti diventano Eroi

Gianna Duda Marinelli

Il prossimo 10 febbraio, tra le rimembranze della Giornata del Ricordo, "forse" è possibile comprendere il pensiero di un politico Istriano, un convinto regionalista che non ha aderito all’associazionismo dei "rimasti".
Si tratta di Ivan (Corrado) Pauletta residente a Promontore, Capo meridionale della penisola Istriana prossimo alla città di Pola che, in tempi bui aveva avuto il coraggio di analizzare la tattica che ha causato lo smembramento e la cancellazione della popolazione dell’Istria costiera ed interna che è stata applicata con prepotenza dimentichi dei principi dei Diritti Umani. La crudele offensiva già palese l’8 settembre 1943 è stata portata avanti con il "terrore" e non poteva che concludersi con l’Esodo sia degli Optanti che dei "Fuggitivi" una schiera di giovani cui il regime di Tito non avrebbe mai dato il permesso di abbandonare il paradiso della RSFJ.
C. Pauletta è stato uno dei 17 fondatori della Dieta Democratica Istriana, in croato Istarski Demokratski Sabor ed in sloveno Istarski Demokratski Zbor. Nota con gli acronimi IDS – DDI è stata fondata a Pola il 14 febbraio 1990, della quale Pauletta è
stato il primo Presidente (DDI 7 luglio 1990), nel 1993 deputato al Sabor (Parlamento) di Zagabria ed in fine "dietino dissidente". Qualche anno fa ha pubblicato due volumi con i quali con voce chiara, si è rivolto ai politici Italiani ed Europei cercando inutilmente sostegno. Nel 1999 pubblica un piccolo volume intitolato "Histria collage" diviso in due parti, l’una in italiano, l’altra in croato. Il secondo libro è del 2005 ed è scritto solo in lingua croata ed è intitolato "Bjegunci" (I fuggitivi). L’ex deputato, pur non avendo trovato la formula per risanare le ferite mortali inferte alla gente dell’Istria sembra avere cercato con sincerità una cura.
La prima pubblicazione è stata completata quando gli elettori, i fondatori ed i dirigenti della "Dieta" avevano ancora qualche speranza di riuscire a realizzare, almeno in parte, l’agognata programmata autonomia regionale.
Nel capitolo "L’imperativo è ribattezzare (senza l’acqua santa)" si legge: "La storia dell’Istria non è iniziata con Roma, né con la nascita di Cristo, con Venezia, ancor meno con Napoleone, non è iniziata neppure con l’Austria – Ungheria, con l’Italia, con la Jugoslavia, tantomeno con l’"eterna" Croazia".
L’autore continua interrogando un ignoto interlocutore: "E’ stato l’egoismo, civile, politico a "spostare", anche falsando, il momento della verità sull’Esodo e le crudeltà del regime Comunista durante e dopo la Guerra? Si lo è stato. Perché lo stesso egoismo fa parte dell’oggi. Quando tanti non si guardano ancora indietro, perché oggi bisogna guardare caparbiamente "avanti". La sua conclusione: "Si tratta di un pensiero miope, quello che indica di guardare a tutti i costi al futuro". Non meno coraggiosa l’Appendice nella quale l’autore non usa mai l’inflazionato vocabolo "democrazia" ma ricorda: "Le storiche decisioni sull’unione dell’Istria alla Madrepatria dell’autunno del 1943", questo è stato l’alibi per cui un immaginario chirurgo ha potuto staccare geograficamente l’Istria dalla Penisola Italiana per innestarla nella Balcania. L’autore cita poi delle date fondamentali sottolineando l’illegalità delle decisioni: "È questa la definizione più ricorrente usata per indicare gli avvenimenti relativi a quanto avvenuto a Pisino il 13, (20) e 26 settembre 1943. Soltanto pochi giorni prima, l’8 settembre, c’era stata la capitolazione del Regno d’Italia. Desta non poca meraviglia e ammirazione la celerità con la quale si sono svolte quelle vicende. Chi, come e quando ha scritto, o meglio, designato i "compagni" che dovevano, si fa per dire, decidere? A chi poteva o doveva unirsi l’Istria? Il governo del Regno e il principe reggente Pavle era in esilio. Il governo era diviso proprio fisicamente tra il Cairo e Londra.
Si intendeva forse che ci si doveva unire con la Croazia Ustascia – NDH? La seconda e nuova Jugoslavia, quella di Tito dell’AVNOJ (Consiglio Antifascista di Liberazione popolare della Jugoslavia), non esisteva ancora né in senso territoriale e ancor meno in senso giuridico. Perché non è stato indetto il plebiscito sull’annessione?". "Ci siamo mai chiesti come si sono sentiti gli Italiani dell’Istria che gli Ebrei, i Magiari e i Tedeschi, quando sono dovuti andarsene da altri territori ceduti alla RSFJ, quando il regime ha nazionalizzato i loro beni, quando hanno portato nelle loro case altre persone? Passeggiando per Pola ci siamo mai interrogati, chi abitava in quelle case di chi erano e che cosa si vendeva in quei negozi?". In questa ultima domanda l’autore comprende anche se stesso e chiude il cerchio che era iniziato con alcune parole tratte da "Il ritratto di Dorian Gray": "Posso tollerare la forza bruta ma la ragione bruta è veramente insopportabile. C’è qualcosa di ingiusto nel suo uso: è come colpire l’intelletto all’inguine. La morale moderna consiste nell’accettare i parametri della propria epoca. Io penso che per un uomo colto l’accettare i parametri della propria epoca sia la forma più bassa d’immoralità".
Trascorsi sei anni I. C. Pauletta ha scritto "Bjegunci" (I fuggitivi) sottotitolato "Riappropriamoci della Storia, della verità della vita di ieri". Il volume è stato presentato dall’ editore Nenard Popović che ha affermato: "Si tratta di un libro – testimonianza in cui l’autore ha descritto quanto hanno dovuto affrontare 19 fuggitivi, giovani anelanti alla libertà, assetati di vivere con dignità e semplicità", ed ancora: "I racconti di Pauletta sono stati scritti con l’occhio del reporter, di chi non arretra dall’occuparsi di verità scomode, quelle dalle quali ancora molti rifuggono. L’autore non ha indulto in falsi sentimentalismi, confrontandosi con la realtà di quelle fughe, alcune finite male altre conclusesi oltreoceano. Sono episodi di vita svoltesi tra gli anni Cinquanta e Sessanta".
I protagonisti sono giovani per lo più nati tra il 1935 ed il 1940, che adolescenti si erano trovati in uno Stato cui non sentivano di appartenere cui mai sarebbero stati concessi i documenti necessari per lasciarlo. Questi stessi ragazzi che volevano andarsene a tutti i costi, per l’età non potevano aver avuto parte nella tragedia degli Istriani ed è probabile che non fossero figli o nipoti di coloro che l’avevano avuta. Essi, già sufficientemente insofferenti, al rilascio della prima Carta di Identità avevano avuto la prova ufficiale di essere dei "diversi". La burocrazia della Repubblica Federativa aveva previsto ancora una volta di discriminare gli Istriani dividendoli in due classi A e B. I prossimi "biegunci" erano venuti a conoscenza che i loro genitori, solitamente sopravvissuti perché persone ininfluenti ed indifesi, avevano nascosto ai figli di essere stati schedati come Italiani cui era stata rigettata più di una volta l’Opzione per rimanere cittadini Italiani. I prossimi "fuggitivi" divenuti maggiorenni, meravigliati hanno dovuto notare il "colore verde" della loro prima Carta di Identità, di "colore blu" il documento di Identità sia degli allineati con il regime che dei nuovi numerosissimi spostati dalle varie parti della Jugoslavia.
Nel 2005, per un momento è sembrato che l’autore dei due scritti non fosse più isolato infatti, mentre l’Editore ha concluso la sua presentazione dicendo: "Si tratta di uno scritto testimonianza con "funzione terapeutica e liberatoria" col quale Pauletta ha voluto saldare un conto che altri non hanno voluto saldare", il poeta croato Daniel Nacinovic si è espresso così: "l’autore ha fatto suoi gli eroi – antieroi perdenti": quelli che, presenti o assenti, ci stanno ancora aiutando a camminare lungo l’impervia strada della convivenza solidale."
Per l’autore delle due pubblicazioni, gli "eroi" della tragedia Istriana sono gli "eroi perdenti". Resta da chiedersi quale messaggio dovevano portare "I fuggitivi."
Intanto sono falliti i tentativi di Pauletta fiducioso nei colloqui con alcuni rappresentanti della politica Italiana. È trascorso un altro anno ed ancora una volta, nella Giornata del Ricordo è doveroso riproporre il monito che G. D’Annunzio aveva rivolto ai Dalmati (Fiume, il 16 aprile 1920): "Non vi rammaricate di rimanere pur sempre sospesi tra rinunzia e baratto./Siate sereni. Non vi giova spiare il vento che a quando a quando soffia dal Viminale e dal Quirinale./ Non è neppur vento: non muove nulla, non muoverà mai nulla, ve l’accerto. Non è se non ventosità senile /Soffia, o bora degli Uscocchi, e disperdi il malvagio odore!

20 - RAI Televideo 09/02/12 Franco Cardini: Giorno del Ricordo: 'Della 'smemoratezza gestita' e delle sue implicazioni'

Foibe, 10 febbraio: il ‘Giorno del Ricordo’

'Della 'smemoratezza gestita' e delle sue implicazioni'

Intervista allo scrittore e storico Franco Cardini

di Cinzia Gorini

Professor Cardini, che significato ha il ‘Giorno del Ricordo’?
"A proposito della "Giornata del Ricordo" dei martiri delle foibe, entrata ormai nel nòvero delle celebrazioni ufficialmente riconosciute nel nostro paese e fissata al 10 febbraio, credo che il "dovere della memoria", sull’opportunità anzi la necessità del quale tutti i buoni cittadini non possono non concordare, non possa andar disgiunto dalla consapevolezza dei rischi di conformismo, di malafede e soprattutto di "selezione guidata", quindi in ultima analisi di "smemoratezza gestita", che tale scelta comporta. La riflessione su queste cose è dolorosa e rischiosa: il pericolo di venir fraintesi o, peggio, consapevolmente condannati e demonizzati è forte e concreto. Ma proprio per questo non si può tacere.

La "Giornata del Ricordo" è nata e si sta sviluppando in parallelo con altri eventi e altre situazioni. Anzitutto con la "Giornata della Memoria", celebrata il 27 gennaio e destinata a ricordare i martiri della shoah: per quanto qua e là riemergano le tracce di una proposta inizialmente ad essa correlata, che consisteva nel richiamare alla memoria e alla venerazione, nel simbolico caso della shoah, tutti i massacri e i genocidi perpetrati nel mondo e sulla terra in tutta la lunga storia del genere umano. Era del resto tale l’originaria consegna degli stessi tribunali di Norimberga: istituiti non tanto e non solo per punire i criminali nazisti, bensì per impedire che crimini del genere potessero riproporsi anche in futuro. Un’irreprensibile intenzione, che però negli ultimi sette decenni circa sembra essere stata più volte disattesa: in quanto episodi di strage e di massacro (sempre problematico appare il rapporto tra i concetti di "strage" e di "massacro" e quello di "genocidio") si sono più volte presentati, certo con caratteri molto diversi rispetto alla shoah, e sono stati ora oggetto di denunzia e di sanzione internazionale – si pensi al caso jugoslavo o alla denunzia dei massacri perpetrati dalle forze lealiste della Siria ba’atista -, ora invece di dissimulazione e di obliterazione, come si è visto nella quasi concorde e totale minimizzazione se non negazione di episodi accaduti dall’Africa all’Iraq all’Afghanistan alla Palestina allo Yemen all’Algeria".

E’ possibile che le vittime delle Foibe ancora oggi dividano?
"Va detto al riguardo che era già molto sgradevole e imbarazzante la tensione, attraverso la quale si pervenne in Italia alla definizione e legittimazione della "Giornata del Ricordo" – per certi versi quasi in emulazione e in opposizione, anziché in complementarità come sarebbe stato giusto -: come se la memoria dei morti nei campi di sterminio nazisti potesse in qualche modo essere imbarazzante o sgradita a certe aree del mondo politico e dell’opinione pubblica, per cui si dovesse procedere a un riequilibrio attraverso il ricordo dei massacrati nelle voragine carsiche da parte dei partigiani comunisti sloveno-croati; e come se l’ossequio agli uni potesse in qualche modo risultar poco compatibile con l’ossequio agli altri. Il formarsi di un’impressione cos’ malsana e distorta palesava purtroppo un sottostante, forse generalizzato atteggiamento: quello di una sostanziale cinismo, di un disinteresse per le tragedie umane accompagnato però da una pervicace volontà di strumentalizzazione in questo o in quel senso. Ne è prova la suscettibilità di alcuni ambienti, sempre vigili a che nulla della visione ormai ufficiale della shoah venga messa in discussione - e inclini pertanto a definir indiscriminatamente "revisionisti" o "negazionisti" tutti coloro che propongano di discostarsene in qualche modo o misura, indipendentemente dagli argomenti avanzati – in quanto timorosi che un’eventuale "ridimensionamento" di quell’immensa tragedia (non si vede peraltro in che modo possibile) possa indirettamente danneggiare oggi la politica di questo o quel governo d’Israele e sostenitori non già di una "esemplarità" delle vicende della persecuzione scatenata dai nazisti, bensì di una sua "unicità"; così come ne è prova l’ottusità a senso unico della quale danno prova molti fautori delle manifestazioni in memoria degli infoibati, che eludono qualunque serio argomento eziologico relative alle cause che generarono quell’odio feroce che si espresse poi (e, senza dubbio, in modo senz’appello condannabile) nelle atroci esecuzioni sommarie del ’45. E così come d’altronde era prova di ottusa arroganza ideologica la pervicace volontà, manifestata molto a lungo tra dirigenti e militanti del PCI, di negare la tragedia delle foibe e di accusare istericamente di "fascismo" chiunque ne parlasse, se non addirittura le stesse vittime di quei massacri. Ne è prova, ancora, la pretesa del governo di Sarkozy, in Francia, d’imporre per legge un’incontrovertibile "verità" storica e di trattare da criminale chiunque la contesti indipendentemente dai suoi argomenti; alla quale ha del resto risposta, da parte turca, analoga pretesa sia pure di segno contenutivisticamente opposto.

Chi mi ha sinora seguito in questo ragionamento, potrebbe pensare che a questo punto io dichiari che secondo me queste "Giornate" (della Memoria o del Ricordo che siano) andrebbero abolite o comunque attentamente sorvegliate, dato il carattere fazioso che le anima o le strumentalizzazioni alle quali potrebbero soggiacere Sostengo esattamente il contrario. Sono convinto, come cittadino e come insegnante, che una sempre più approfondita e puntuale conoscenza degli orrori dei quali il genere umano è stato vittima nei secoli (e di quelli dei quali esso è stato, per converso, capace) non sia affatto né parte di quella che qualcuno ha definito "la cultura del piagnisteo", né malsano voyeurisme pseudostorico: ma, al contrario, per un verso premessa necessaria per un altro sostanziale componente di una vigile coscienza civica a livello planetario. Tutti noi siamo per un verso vittime – magari nei nostri predecessori - di quelle violenze; tutti noi ne siamo al tempo stesso direttamente o indirettamente, consciamente o inconsciamente responsabili. E’ necessario risvegliarsi da un antico torpore, scuotersi da un vecchio malvagio incantesimo: è indispensabile persuadersi che il "non sapere", il "non vedere-non sentire-non parlare" fanno di chi ne è adepto (cioè della stragrande maggioranza di noi) un complice obiettivo dei carnefici; ed è alquanto ozioso giocherellare con la classifica di quei carnefici, distinguere le differenti categorie di "male", ostinarsi a sbattere continuamente in prima pagina dei mostri l’ingombrante presenza dei quali serve regolarmente a nascondere gli altri, che sarebbe scomodo smascherare e denunziare. Himmler non giustifica Pol Pot e viceversa: ma di quanti Himmler e di quanti Pol Pot negati, nascosti, dissimulati, siamo ancora responsabili? Proclamare l’equivalenza tra le tirannie è uno sterile esercizio autoassolutorio: nazismo e bolscevismo sembrano, alla distanza, essere rei soprattutto di aver "introiettato" nell’Occidente, che se ne riteneva immune, quei metodi feroci e sanguinari che il colonialismo occidentale aveva per secoli impiegato in Asia, in Africa, in America latina. Nessuna shoah giustificherà mai Dresda e Hiroshima; nessun massacro dei kmer rossi assolverà mai la United Fruits e la CIA di quel che hanno fatto in Mesoamerica; nessuna Kolima assolverà chi ha organizzato Guantanamo; e, procedendo a ritroso nel tempo, nessun gulag basterà mai a cancellare le infamie della Tratta degli Schiavi e delle Guerre dell’Oppio, praticate entrambe da governi e da popoli che si sentivano d’altro canto altamente civili e perfino "umanitari". Chi mai ci ha autorizzato a considerare "naturali" e magari "inevitabili" i crimini perpetrati dagli europei in mezzo millennio di colonialismo o la quasi totale scomparsa dei Native Americans?".

Cos’è la memoria?
"La memoria non va confinata in una giornata di celebrazioni: va trasformata in materia di studio e di meditazione quotidiana, dai banchi di scuola agli spesso troppo distratti o troppo "condizionati" mass media. Le radici della stessa violenza che oggi sembra divorare buona parte del mondo, e che domani potrebbe invaderlo per intero, è in gran parte conseguenza degli squilibri causati da orrori e da massacri che sono rimasti senza nome e senza ricordo: e che oggi continuano, in un mondo che vede gli sprechi confrontarsi drammaticamente con al fame e nel quale alcune migliaia di privilegiati che nuotano ogni giorno in una piscina olimpionica possono permettersi d’inquinare e di sprecare, per il loro piacere, una quantità d’acqua che sarebbe sufficiente a salvare dalla sete migliaia di bambini africani. C’è un modo solo per adeguatamente onorare i martiri della shoah e delle foibe in modo adeguato: il chiudere oggi, subito, i Lager della sperequazione socioeconomica che semina vittime a livello mondiale; il denunziare a partire da ora, e con rigore, i genocidi perpetrati attualmente da chi gestisce l’ingiusto squilibrio che vede le ricchezze planetarie gestite per circa il 90% (e con un inaccettabile ventaglio di disuguaglianze interne) sì e no da un miliardo di abitanti della terra, mentre gli altri cinque sopravvivono al di sotto dei livelli di sopravvivenza ufficialmente riconosciuto dagli organismi internazionali. Finché non saremo responsabilmente convinti di ciò, la "Giornate", della Memoria o del Ricordo che siano, saranno sempre espressione di obiettiva ipocrisia. Solo quando esplicitamente riconosceremo tutto ciò diventeremo degni di onorare in modo adeguato i martiri della shoah e delle foibe".

Che titolo darebbe, Professore, a questa intervista, che in realtà è un Suo, pregevole intervento?
- "DELLA "SMEMORATEZZA GESTITA" E DELLE SUE IMPLICAZIONI" –

21 - Corriere della Sera 09/02/12 In fuga da Tito, profughi a Brescia

In fuga da Tito, profughi a Brescia

Con una valigia di cartone, nel 1957, Michele e Maria sono arrivati in provincia di Latina. Maria era incinta di Brigida. Venivano dall'Istria, o meglio, erano esuli istriani.
Michele e Maria erano i nonni di Paolo Cittadini ed è a loro che il giornalista dedica il libro «Esodo a Brescia. La diaspora giuliano-dalmata». Un estratto - denso di riferimenti storici, numeri e riflessioni - della tesi di laurea che il trentaduenne bresciano ha realizzato nel 2008, per far conoscere una vicenda vissuta personalmente e darne conto con una analisi storica «lontana dalle ideologie».
«In casa ho sempre vissuto l'esodo - spiega Cittadini con accento più veneto che lombardo - erano racconti quotidiani. I miei nonni dopo Latina sono giunti a Brescia e hanno vissuto per tre anni nel campo profughi di via Callegari e poi hanno abitato in via Cesare Arici, nelle case messe a disposizione per loro». Paolo nel ricordare è molto coinvolto, ma non perde la lucidità necessaria. «L'analisi del perché in molti scelsero la via dell'esilio - si legge nel libro - deve tener conto di diversi aspetti che condizionarono la decisione. Un senso di smarrimento, di abbandono, la necessità di doversi adattare a una nuova "cultura dominante", la perdita di punti di riferimento usuali si mischiarono alla "paura" che la popolazione di lingua italiana nutriva nei confronti degli jugoslavi (...) Sentirsi stranieri in patria fu la molla che portò alle partenze di massa (...)». Lasciare la propria casa perché non ci sono alternative. Scappare via dalla propria vita «subendo qualcosa che avevano deciso gli altri».
«L'esodo inizia dal 1942, ma l'ondata più grossa si ebbe dopo i trattati di pace. Anche questa fu violenza, con meno sangue rispetto alle Foibe, ma forse, con più dolore».
Il libro - che verrà presentato domani sera alle 20.30 al San Carlino e distribuito in 15 mila copie nelle scuole superiori grazie al contributo dell'assessorato politiche giovanili della Provincia di Brescia - ripercorre alcuni momenti della diaspora giuliano-dalmata e si concentra sulla vicenda dei profughi a Brescia. «In città approdarono a più riprese oltre 5 mila esuli ai quali si devono aggiungere quelli nei campi di raccolta profughi di Chiari, 1.500 persone, e Fasano, Bogliaco e Gargnano, circa 2 mila persone. Un totale di 8.500 tra uomini, donne e bambini».
Una storia da conoscere e approfondire, con aspetti che, conclude l'autore, «possono avere risvolti molto attuali».

Maria Zanolli

22 – Il Foglio 11/02/12 Preghiera di Camillo Langone

Preghiera di Camillo Langone

Che gli ateisti vadano pure ad Auschwitz, per vedere i risultati del loro credo. Che i comunisti vadano pure a Basovizza, per vedere i risultati della loro ideologia. A me le giornate della memoria, quelle ufficiali, non servono : a me per ricordare basta il compleanno di Ottavio Missoni, che oggi compie novantuno anni. Ma non vorrei che la cosa rimanesse confinata nel mio pantheon personale, vorrei che la biografia del più grande dalmata vivente ricordasse a tutti gli italiani che: 1) di Ragusa ce ne sono due, una in Sicilia e una, la città natale del Nostro, in Dalmazia; 2) fascismo e patriottismo non sono affatto sinonimi, siccome proprio grazie alla guerra dichiarata da quell'invornito di Mussolini abbiamo perso il poco di Dalmazia che ci rimaneva e quasi tutta l'Istria; 3) da una tragedia esistenziale (in questo caso l'esilio) si può risorgere, a patto di non puntare sul risentimento ma sulla bellezza; 4) la carica di senatore a vita è di valore culturale emorale assai modesto, non essendo illustrata da Missoni.

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