N. 813 – 18 Febbraio 2012
Sommario

100 – CDM Arcipelago Adriatico 15/02/12 Lucio Toth si dimette dall'incarico di Presidente dell'ANVGD (rtg)

101 - Anvgd.it 14/02/12 I nei di ''Porta a porta'' per il Giorno del Ricordo

102 - Libero 15/02/12 Lo show negazionista di Rizzo e Kersevan per cancellare le foibe (Giuseppe Parlato)

103 - La Voce del Popolo 15/02/12 Il commento . Non c'è «prima» che giustifichi il «dopo» - Porta a Porta (Ilaria Rocchi)

104 – La Voce del Popolo 10/02/11 Editoriale - Serve un progetto comune tra «andati» e «rimasti» (Ezio Giuricin)

105 – La Voce del Popolo 17/02/12 Il commento - Rievocare, ma l'Italia comprende? (Kristjan Knez)

106 - La Voce del Popolo 17/02/12 I ricordi che non tornano (Aljoša Curavić)

107 - La Voce di Romagna 11/02/12 Storie e Personaggi - Don Antonio e l'aiuto ai profughi (Aldo Viroli)

108 - Gente d'Italia Montevideo 15/02/ 12 Testimoni del dolore: Esuli della Venezia-Giulia e di Fiume si raccontano - "Il Giorno del Ricordo" del Circolo Giuliano alla Missione Cattolica con il Nunzio Pecorari (Silvano Malini)

109 – CDM Arcipelago Adriatico 15/02/12 Assisi - Incontro con Abdon Pamich, esule fiumano

110 - Secolo d'Italia 14/02/12 Il "sindaco di Zara" Missoni ricorda l'esodo degli italiani: «Fu un'autentica pulizia etnica» (Roberto Alfatti Appetiti)

111 - Il Piccolo 15/02/12 Insegnamento dell'italiano a rischio nel Capodistriano (Franco Babich)

112 - Panorama Edit n° 2 - 31/01/12 Dalla CI il respiro italiano di Zara, incontro con Rina Villani, presidente della CI nella città dalmata (Ardea Velikonia)

113 - La Voce in più Dalmazia 11/02/12 Tullio Vallery rievoca, senza enfasi storiche e senza recriminazioni, il martirio di Zara dal 1944 al 1948 (Ilaria Rocchi)

114 - Il Piccolo 12/02/12 La statua di Augusto esule da Pola (Diego Kuzmin)

115 – Il Giornale 12/02/12 Napolitano andrà a Porzus (Fausto Biloslavo)

116 - Varese news 16/02/12 Lettere Quanta ipocrisia e anti italianità sulle foibe (Leslie Mulas)

A cura di Stefano Bombardieri

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :

http://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

100 – CDM Arcipelago Adriatico 15/02/12 Lucio Toth si dimette dall'incarico di Presidente dell'ANVGD

Lucio Toth si dimette dall'incarico di Presidente dell'ANVGD

Lettera di Rodolfo Ziberna ai Comitati: a breve la convocazione dell'Esecutivo e del Consiglio Nazionale

Lucio Toth ha rassegnato le dimissioni dalla carica di Presidente dell’ANVGD per ragioni di salute.

La notizia, arrivata all’improvviso ha scosso il mondo degli Esuli che da decenni considerano l’alto signore Dalmato, il vero e massimo rappresentante di questo mondo, per la sua capacità di rapportarsi con la politica nazionale ed internazionale, per la chiarezza di una realtà spesso al centro di controversie e mistificazioni.

Nella sua lettera, Lucio Toth ricorda il Congresso di Varese, dove tre anni fa la sua nomina era stata rinnovata ma durante il quale aveva chiesto che si trattasse di un periodo di passaggio e venisse comunque preparato il cambiamento.

Al Vice Presidente Vicario, Rodolfo Ziberna di Gorizia, che dovrà ora procedere secondo quanto previsto dalle norme statutarie e regolamentari. "E’ pertanto con la sofferenza nel cuore – dichiara Ziberna - e con commozione che mi appresto a traghettare la nostra grande e gloriosa Associazione verso una nuova Presidenza. Non riesco ancora a capacitarmi che non avremo più alla guida dell’ANVGD un uomo come Lucio Toth, di raffinata cultura, grande preparazione, elegante scrittura, dotato di carisma riconosciutogli unanimemente. La sua esperienza, la sua levatura morale hanno fatto di lui la persona che più di tutte era ed è in grado di rappresentarci ad ogni livello. La sua autorevolezza emerge sempre, con naturalezza. Il piacere di sentirsi orgogliosi di chi ci rappresenta è un piacere sempre più raro, ma un privilegio che noi abbiamo vissuto con la Presidenza di Lucio Toth".

I prossimi impegni dell’ANVGD sono legati al programma in calendario la prossima settimana. Mercoledì 22 e giovedì 23 si svolgerà a Trieste l’aggiornamento professionale organizzato dal MIUR in collaborazione anche con l’ANVGD.

Immediatamente dopo, sarà convocato l’Esecutivo nazionale e nell’ultima decade di marzo il Consiglio Nazionale, che avrà il compito di eleggere un nuovo Presidente nazionale.

In sede di Esecutivo verrà assegnato anche il ruolo di Segretario ad altro Socio, dopo le dimissioni di Fabio Rocchi.

Rodolfo Ziberna, nella lettera inviata ai Comitati, scrive: "Mi sono sentito in dovere, dopo la lettera di Lucio, di scriverVi subito, affinché abbiate consapevolezza che la nostra grande Associazione, viva e vitale, continua a svolgere il ruolo per il quale da tanti anni siamo ad essa iscritti. La Presidenza, composta anche dagli amici Renzo Codarin e Marino Segnan, e l’Esecutivo si faranno carico degli adempimenti necessari per superare anche questo momento, grazie all’apporto anche del Consiglio e di tutti Voi". (rtg)

101 - Anvgd.it 14/02/12 I nei di ''Porta a porta'' per il Giorno del Ricordo

I nei di ''Porta a porta'' per il Giorno del Ricordo

E' andata in onda su RaiUno la puntata di "Porta a porta" registrata lo scorso 9 febbraio in occasione del Giorno del Ricordo.

Pur ben strutturata come trasmissione di approfondimento, non si può negare che l'essere andata in onda dalle 23.15 alle 1.15 della notte di un giorno feriale non può certo dirsi un grande favore fatto agli Esuli.

Altro evidente neo (dato che parliamo di Bruno Vespa) è la presenza della assai poco quotata storica Alessandra Kersevan, con le sue tesi negazioniste e riduzioniste a cui fa riferimento una ultrasinistra ideologica ampiamente superata dagli eventi e dalla storia, tant'è che il suo spalleggiatore politico in studio, l'ex deputato Rizzo, è stato chiamato come rappresentante di un partito che non siede neanche in Parlamento.

E' stata la stessa Kersevan a tirare in ballo l'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (tra l'altro a sproposito), che per fortuna era rappresentata dalla presidente del Comitato di Roma, Donatella Schurzel, dalla delegata per Firenze Miriam Andreatini e da numerosi testimoni diretti proposti proprio grazie alla collaborazione che la ANVGD ha prestato alla redazione del programma.

Il conduttore ha comunque saputo mettere in riga l'irosa ospite, riconducendola al suo ruolo marginale che merita nell'ampio panorama degli storici italiani che si sono occupati e si occupano delle vicende del confine orientale.

Ospiti in studio anche Giorgio Forattini, in qualità di premiato dalla ANVGD, il sen. Gasparri, Gianni Oliva, Raul Pupo e Guido Cace.

Hanno fatto da contorno le spledide immagini del documentario "Esodo", prodotto dalla ANVGD e dalla VeniceFilm, diretto da Nicolò Bongiorno.

E' stata comunque un'occasione mancata di proporsi al grande pubblico e un'ingiustificata visibilità data a personaggi quantomeno sospetti nel loro amor di patria.

Il programma può essere rivisto in internet tramite questo link http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-1784a3df-aa07-4bcd-a5ab-1be49cfa2899.html#p=0.

102 - Libero 15/02/12 Lo show negazionista di Rizzo e Kersevan per cancellare le foibe

A «Porta a porta»

Lo show negazionista di Rizzo e Kersevan per cancellare le foibe

::: GIUSEPPE PARLATO

La puntata di Porta a porta del 13 febbraio ha dimostrato, se ce ne fosse ancora bisogno, che la presenza dei negazionisti e dei minimalisti sulla questione delle foibe è tutt'altro che marginale. La Giornata del Ricordo, com'è noto, è stata istituita per ricordare una delle più grandi tragedie della storia italiana, l'eliminazione di migliaia di italiani nella frontiera orientale fra il 1943 e il 1945, in un numero che gli storici più attenti hanno calcolato fra gli 8 e i 10 mila. E per ricordare l'esodo forzato di 300-350 mila italiani dall'Istria, dalla Dalmazia, da Fiume e dalla Venezia Giulia.

La trasmissione di Vespa ha dato un contribu to alla conoscenza del problema, ma l'intervento di due ospiti, la professoressa Alessandra Kersevan e Marco Rizzo, ha riportato indietro di anni la questione. La prima ha sostenuto che furono poche centinaia i morti ammazzati in quella vicenda, e tutti fascisti. Lo si scriveva in Italia qualche decennio fa, per evitare di parlare delle responsabilità comuniste.

Rizzo ha voluto «contestualizzare» la storia delle foibe, sostenendo la sua marginalità rispetto ai tanti morti della Seconda guerra mondiale. Entrambi, poi, hanno dato la responsabilità di tutto al fascismo, per cui le foibe sarebbero state la naturale risposta alle violenze italiane. Illogica minimalista è l'ultima versione del negazionismo, peggiore perché più subdola e più sottile. È una tesi screditata a livello scientifico, l'ultima arma rimasta ormai a coloro che non vogliono discutere delle re -sponsabilità storiche di quanto è avvenuto.

Quello che colpisce, piuttosto, è che in trasmissione non si è fatto cenno a tre aspetti del problema.

Il primo riguarda l'imponente documentazione raccolta dalle organizzazioni degli esuli in questi sessantanni, dalla quale emerge l'ampiezza del problema e il numero degli eliminati; il secondo riguarda l'ammissione da parte di diversi capi jugoslavi circa la sistematica programmazione della violenza contro gli italiani, al fine di allontanarli da quelle zone, per meglio pianificare il potere socialista in Iugoslavia; il terzo riguarda la tensione tra italiani e slavi sul confine orientale, che è di gran lunga precedente alla presenza del fascismo e alla Seconda guerra mondiale.

Di tutto questo non si è parlato e non si è neppure detto che un conto sono le vittime in una guerra e un conto sono le vittime da vendetta a guerra finita. E neppure si è molto insistito sul trattamento ricevuto dagli esuli dallo Stato italiano.

Di questo, soprattutto, si sarebbe dovuto parlare. Ogni tesi che mira a rendere «normale» una vicenda che invece appare, come è, una tragedia nella quale la pulizia etnica si unì all'odio ideologico, finisce con essere offensiva nei confronti di quanti hanno sofferto e sono morti per restare fedeli alla propria Patria.

103 - La Voce del Popolo 15/02/12 Il commento . Non c'è «prima» che giustifichi il «dopo» - Porta a Porta

il commento
Non c’è «prima» che giustifichi il «dopo»

Approfondimento o intrattenimento? Seppur ben strutturata nelle intenzioni – l’approfondimento –, la puntata di "Porta a Porta" che Bruno Vespa ha voluto dedicare al Giorno del Ricordo non ha certo fatto un grande favore né agli esuli giuliano-dalmati né a noi rimasti.

Non ha contribuito a far comprendere a una platea italiana piuttosto a digiuno di storia del confine orientale, la realtà complessa e travagliata dell’altra sponda dell’Adriatico. A otto anni dall’istituzione della ricorrenza, dopo "cuori nel pozzo", convegni, documentari (anche in 3D), speciali, commenti e testimonianze varie, senza contare poi la proliferazione di titoli sull’argomento, si poteva decisamente fare di più e di meglio.

A partire dalla calendarizzazione. Non è stata infatti una delle più felici la scelta di mandarla in onda quattro giorni dopo, perdipiù a un orario "proibitivo" per un giorno feriale (lunedì a notte fonda su RaiUno, circa dalle 23.30 all’1.15, annunciata inizialmente per il 9 febbraio, poi slittata).

Infine per quel piccolo "incidente di percorso", di fronte al quale il conduttore ha avuto una reazione spropositata. L’errore della didascalia di un’immagine in cui le vittime sono state scambiate per gli aguzzini (stava scritto circa "condannati a morte perché italiani", mentre la foto ritraeva dei soldati italiani atti a fucilare dei contadini sloveni) è stato infatti colto al balzo da uno degli ospiti per "accusare" Vespa di voler mescolare le carte in tavolo. Lui se l’è presa, e anche di brutto. L’incidente, ripreso ieri anche da certa stampa slovena, ha sviato l’attenzione, creato maretta inutile.

C’era grande attesa, negli ambienti degli esuli in Italia, per questo "Porta a Porta" su foibe ed esodo. E la trasmissione non ha deluso le aspettative: non sono infatti mancate "scintille". Come da copione consolidato negli anni, il conduttore ha cercato di "bilanciare" le forze in campo.

Ha invitanto tre storici che si sono occupati di queste tematiche, ciascuno con una propria impostazione: Raoul Pupo, il cui saggio "Il lungo esodo. Istria: le persecuzioni, le foibe, l’esilio" (Rizzoli, 2005) ha dato il titolo alla serata, Giovanni Oliva e Alessandra Kersevan. Poi ha chiamato in studio due politici italiani appartenenti ad aree diamettralmente opposte – l’ex deputato Marco Rizzo, esponente dei Comunisti-Sinistra Popolare, e Maurizio Gasparri, già MSI e AN, oggi presidente del gruppo parlamentare del Popolo della Libertà al Senato – e due personaggi che, per certi versi, hanno vissuto sulla propria pelle la dolorosa pagina di storia del ‘900, il vignettista Giorgio Forattini, di origini zaratine (premiato dall’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia), e Guido Cace, esule da Sebenico, presidente dell’Associazione nazionale dalmata.

Tra il pubblico numerosi testimoni diretti, la presidente del Comitato di Roma dell’ANVG, Donatella Schurzel e la delegata per Firenze, Miriam Andreatini. Hanno fatto da contorno le spledide immagini del documentario "Esodo", prodotto dall’ANVGD e dalla VeniceFilm, diretto da Nicolò Bongiorno, ma anche un inciso sulle malefatte del Ventennio, dall’Istria ai Balcani.

Un tanto per la cronaca. Tornando alle aspettative, non le ha disattese lo "scontro" annunciato con la storica e ricercatrice Kersevan, discussa per le sue tesi negazioniste e riduzioniste, cui fa riferimento una sinistra ideologica ampiamente superata dagli eventi e dalla storia. Che con estremo semplicismo cerca ancor oggi di scaricare sul fascismo la causa madre di tutti gli orrori, la giustificazione di qualsiasi pena commessa dagli antifascisti (a guerra finita).

Non porta molto lontano e non contribuisce certo alla comprensione (per non parlare di rispetto della memoria e della verità) l’usare "il prima", ossia l’invasione italiana della Jugoslavia, per giustificare "il dopo", le atrocità subite dalla popolazione italiana in Istria, Quarnero, Dalmazia.

Ma nel costante richiamo all’imperialismo fascista scorgiamo un ulteriore rischio: che agli occhi di un’opinione pubblica "non informata sui fatti" la presenza italiana nell’Adriatico orientale venga ricondotta a questa politica – così come il suo successivo esodo – e non si comprenda appieno la sua natura autoctona, millenaria, antecedente non solo a Mussolini bensì alla nascita stessa dell’idea di Stato italiano.

Un’italianità sopravvissuta nei secoli, maggioritaria nei grandi centri della costa; un’italianità che ha prodotto cultura nell’accezione più ampia, e che sotto imperi tutt’altro che italiani si è sempre espressa pubblicamente nella propria lingua, quella italiana. Un’italianità che, seppur dissanguata dal grande esodo, continua a manifestarsi, di giorno in giorno, sfidando le intemperie della storia e che continua a chiamare le proprie città con il loro secolare nome italiano (differenza dei turisti che arrivano dallo Stivale in vacanza a "Cres, Zadar, Dubrovnik" e non Cherso, Zara, Ragusa).

Ecco, questo "Porta a Porta" è stato un’occasione mancata per proporre al grande pubblico questa visione più "panoramica" dell’Adriatico orientale.

Ilaria Rocchi

104 – La Voce del Popolo 10/02/11 Editoriale - Serve un progetto comune tra «andati» e «rimasti»

Editoriale di Ezio Giuricin

Serve un progetto comune tra «andati» e «rimasti»

Come ricordare? A otto anni dall’approvazione della legge che ha istituito la Giornata del Ricordo si pone l’esigenza non solo di tracciare un bilancio, ma soprattutto di interrogarci sul "futuro" di quest’iniziativa, sul "senso"e l’"impronta" che il popolo della diaspora istriana, giuliana e dalmata - e in generale gli italiani dell’Adriatico orientale - dovrebbero dare, negli anni a venire, alla Giornata, per garantirne "la continuità" e un giusto percorso evolutivo.
L’istituzione della Giornata ha contribuito a sottrarre al silenzio e alle nebbie un capitolo dei più drammatici della storia degli italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, a opporsi all’oblio che rischiava di avvolgere il fenomeno dell’esodo e delle foibe, nodo cruciale della tormentata saga del "confine orientale" conclusasi di fatto con la parziale "estirpazione" e la "cacciata" di un popolo.
Ogni anno dedichiamo a quegli avvenimenti il consueto – e indispensabile – corollario di riti e cerimonie: commemorazioni, convegni, consegne di riconoscimenti, seminari, mostre, conferenze, iniziative culturali che cercano di rischiarare, anche se solo per un giorno, il tunnel buio dell’indifferenza, dell’ignoranza, del pregiudizio, che per troppo tempo ha imprigionato e sepolto quelle vicende, e con esse, il percorso storico e civile della popolazione romanza dell’Adriatico orientale.
La domanda che ci dobbiamo porre è se tutto questo possa bastare per ridare voce, ricuperare la memoria, l’identità e la dignità di un popolo diviso, sradicato e abbandonato, che rischia - questa la triste prospettiva – di essere cancellato, di scomparire per sempre.
Ricordare: è sufficiente oggi, limitarsi a salvare solo "la memoria" di una comunità e del suo patrimonio civile e culturale, oppure riteniamo sia necessario anche salvaguardare la sua "presenza" concreta, la sua vitalità, la sua capacità di riprodursi come entità sociale, come soggetto in grado di continuare a incidere sul presente e a costruirsi un destino?
Ci si può accontentare del rito della memoria, della commemorazione: un sentito tributo da porgere almeno una volta l’anno. Un doveroso impegno consolatorio per chi ha sofferto che spesso offre ai politici – anche a quelli che per anni hanno contribuito alla rimozione o che hanno giocato sulla strumentalizzazione di queste vicende – un troppo facile alibi, una forma di espiazione; e alla coscienza nazionale l’occasione di "ripulirsi", forse, dalle sue colpe.
Ma per il popolo della diaspora – e con esso per la più vasta comunità degli "andati" e dei "rimasti" – ciò sicuramente non può bastare.
Il punto è come cercare di "ricucire" oggi – almeno parzialmente e ammesso che sia materialmente possibile – lo strappo, la frattura che hanno spezzato e segnato un popolo; come fare per salvaguardare e alimentare la sua identità, la sua cultura e tramandarle ai posteri.
Accanto e a fianco della Giornata del Ricordo sarebbe necessario dunque immaginare e promuovere nuove iniziative che puntino proprio su questo aspetto: la continuità della componente italiana dell’Adriatico orientale, il futuro di una comunità e di una civiltà – in tutte le sue articolazioni - che non deve scomparire.
Per farlo vi è un’unica strada possibile: stringere un nuovo "patto" ed avviare più forti e concreti rapporti di collaborazione fra le associazioni degli esuli e quelle della minoranza italiana in Istria, Fiume e Dalmazia. Per dare vita ad una "ricomposizione" che non si limiti ai consueti contatti fra le singole comunità e associazioni, o a sporadiche iniziative, ma che si basi su un grande progetto culturale comune.
Un progetto che deve essere sostenuto da grandi idee, e soprattutto da adeguate risorse, per dare vita a un tessuto civile e culturale – e non ultimo anche economico - in grado di radicare la presenza italiana in queste terre e dare più forza e visibilità, in Italia, al mondo degli esuli, per fare sì che la loro esperienza e identità diventi un valore effettivamente condiviso dalla Nazione.
Ricordare è essenziale, ma non basta: il nostro sguardo deve essere rivolto innanzitutto alle seconde, terze e quarte generazioni degli esuli e dei rimasti, ai nostri figli, ai nostri nipoti. A loro dobbiamo tramandare la memoria, le nostre esperienze, i valori di un’antica cultura comune; ma oltre a questo, dobbiamo cercare di offrire loro anche la possibilità di coltivare e rinnovare i contenuti di un’identità collettiva, gli strumenti per riprodurla e garantirle un futuro.
Quale destino verrebbe riservato alla memoria di una civiltà spezzata dall’esodo se scomparisse, fisicamente, il popolo che la rappresenta, se in Istria nessuno dovesse più parlare l’istroveneto e l’italiano, se in Italia, con l’estinzione degli ultimi testimoni di una diaspora, si sciogliesse definitivamente, con quello generazionale, anche l’ultimo anello della catena dei ricordi, delle sensibilità e degli interessi concreti nei confronti della civiltà italiana dell’Adriatico orientale?
La memoria di un popolo scomparso è archeologia, materia di archivio, o nel migliore dei casi folklore e mesto rituale: dobbiamo evitare che ciò accada, che il tempo ci condanni a un’inesorabile, lenta, incosciente agonia; dobbiamo evitare che il ricordo diventi chiusura.
Per delineare un nuovo, grande progetto di collaborazione comune fra "andati" e "rimasti" si potrebbero costituire dei "tavoli", coinvolgendo esperti, operatori culturali, esponenti istituzionali e governativi e promuovere, magari in occasione della prossima Giornata del Ricordo, un importante convegno da cui potrebbero scaturire proposte e soluzioni per il futuro.
Divisi, isolati, senza grandi idee e progetti che sappiano coinvolgere direttamente o indirettamente vaste fasce sociali e intellettuali, attirare la sensibilità delle popolazioni di maggioranza, in Slovenia e Croazia, e l’interesse più ampio dell’opinione pubblica italiana, non riusciremo a fare molta strada.
Possiamo cercare di partire dai valori e dai messaggi emersi dall’incontro fra i Presidenti al concerto dell’amicizia di Muti nel 2010 a Trieste o da quello all’Arena, il 3 settembre dell’anno scorso a Pola. E dalle prospettive che si potranno aprire, nel luglio del prossimo anno, con l’entrata definitiva della Croazia nell’Unione Europea e il successivo abbattimento anche dell’ultima frontiera in Istria.
Abbiamo di fronte dei grandi cambiamenti che potranno aprire dei timidi spiragli: ma non inganniamoci, il resto dipende soprattutto da noi.
Facciamo in modo che dal Ricordo germoglino delle possibilità concrete, e che emerga un futuro possibile.

105 – La Voce del Popolo 17/02/12 Il commento - Rievocare, ma l'Italia comprende?

Il commento
Rievocare, ma l’Italia comprende?

Il Giorno del Ricordo, edizione 2012, è archiviato. Le varie iniziative proseguiranno ancora per tutto febbraio e anche nel mese successivo. Questo scritto lo propongo volontariamente "post festum", dopo aver seguito quanto è stato proposto ed osservato le reazioni. Bilanci? Di vario tipo.

Da un lato la Repubblica italiana, cioè le sue istituzioni, ha commemorato ufficialmente i funesti avvenimenti al suo confine orientale, dall’altro i mezzi di comunicazione, più per dovere d’ufficio, a dire il vero, hanno informato, proponendo, asetticamente e non sempre chiaramente, sia la cronaca sia il contesto storico di tanti decenni fa. E lo hanno fatto in maniera opinabile, non perché vi fossero connotazioni ideologiche quanto per l’ignoranza trasmessa.

Venerdì 10 febbraio il telegiornale pomeridiano di Rai Tre, nel servizio relativo alla cerimonia al Quirinale, ad esempio, ha affermato che nel 1947 l’Italia aveva ceduto alla Jugoslavia anche Trieste. Proprio così! Ma la giornalista e la redazione hanno idea della stupidaggine detta?

Sembra proprio di no! Allorché a Parigi fu firmato il trattato di pace, la città di San Giusto, così come una porzione dell’Istria, andarono a formare il Territorio Libero di Trieste, mai istituito ufficialmente, a sua volta diviso in due Zone, che fu l’oggetto dei contenziosi confinari che si protrassero sino all’ottobre del 1954. Evidentemente sembra essere un "dettaglio" di poco peso. Nessuno lo ricorda e si ha l’impressione che dopo il 1947 tutto si sia risolto.

Il resto è approssimazione, mezze verità con fatti insabbiati, che non si vogliono rivelare in quanto scomodi oppure perché non si conoscono. Mancano le coordinate geografiche. Siamo sicuri che quando si parla delle terre dell’Adriatico orientale l’interlocutore sappia, anche solo a grandi linee, dove si trovano quei luoghi?

Lo stesso Diego de Castro ricordava che personalità di una certa cultura chiedevano se fosse nato "a Istria". Sarebbe effettivamente troppo se pretendessimo che i più sappiano qualcosa su Fianona o su Grisignana, ma stiamo parlando di Trieste, una città situata agli estremi termini della Nazione.

Qualcuno ha detto che evidentemente l’Italia termina a Mestre – in riferimento ai collegamenti ferroviari. E quando parliamo di storia e di cultura in senso lato? In quel caso è ancora peggio. Escludendo il Triveneto che, vuoi per i secolari legami vuoi per la vicinanza geografica, bene o male conosce qualcosina di quelle "terre perdute", il resto del Paese è invece a digiuno completo.

E non è solo una conseguenza della "congiura del silenzio", è il risultato di un’ignoranza che si trascina da oltre un secolo. Quei poveri disgraziati mandati al massacro durante la guerra del 1915-’18, per affrancare le terre "irredente" dall’aquila asburgica, erano informati sulla specificità dei "lembi sacri"?

Loro certamente no, ma erano in buona compagnia. Anche i fogli del Regno, quegli stessi che facevano da cassa di risonanza alle aspirazioni territoriali italiane e ripetutamente scrivevano a proposito dell’italianità d’oltre Adriatico, della volontà di quelle popolazioni di vedere sventolare il tricolore, avevano le idee poco chiare.

Un esempio? Citerò ciò che lo zaratino Giuseppe Ziliotto scrisse una quarantina di anni or sono su "La Rivista dalmatica". Questi, studente di giurisprudenza, nel 1919, assieme ad altri giovani dalmati che studiavano negli atenei dello stivale, si era attivato a favore delle rivendicazioni italiane sulla Dalmazia.

Dopo vari incontri il gruppo giunse a Genova e si recò alla redazione del "Secolo XIX" per parlare con qualcuno dei redattori politici. Furono accolti, ma dovettero attendere parecchio perché l’interprete per la lingua tedesca stava ritardando!

Questo è solo uno dei tanti episodi che si possono menzionare di un’Italia che, ai livelli più disparati, salvo rare eccezioni, conferma di volta in volta l’ignoranza nei confronti dei territori orientali dell’Adriatico.

In occasione del Giorno del Ricordo, la Televisione di Stato, per adempiere al suo ruolo di servizio pubblico, ha mandato in onda, in seconda serata, vari servizi o trasmissioni sull’argomento. Taluni anche interessanti, a dire il vero.

Lunedì scorso sulla rete ammiraglia, invece, abbiamo potuto seguire la puntata di "Porta a Porta" interamente dedicata all’argomento, già rinviata per dare spazio all’informazione relativa al maltempo che aveva interessato la penisola. Bruno Vespa ha saputo e potuto trasmettere qualche elemento su quei fatti, complessi e di non facile lettura per chi ha poca dimestichezza, ai telespettatori sintonizzati? Credo proprio di no!

L’inizio è stato, tutto sommato, buono, con interventi pacati e riflessioni. Ma era un gioco troppo bello. Nella prima mezz’ora ci si illuse fosse possibile: niente polemiche, nessuna sovrapposizione di voci, che alla fine produce l’effetto sonoro di un pollaio, ragionamenti che esprimevano punti di vista diversi, com’è giusto che sia. Tutto ad un tratto la tv italiana era cambiata diventando rigorosa? Ma quando mai!

Bastò una foto fuori contesto – un plotone di esecuzione del regio esercito italiano pronto a fucilare cinque partigiani sloveni – e fuori luogo, se mi è permesso, perché si parlava degli infoibamenti e delle uccisioni avvenute al termine del secondo conflitto mondiale, per scatenare la bagarre, per rovinare tutto.

Ci siamo trovati di fronte a siparietti veramente avvilenti, con boutade che si potevano certamente risparmiare (come "Il KGB non c’è più", pronunciato dall’on. Maurizio Gasparri), o il continuo minimizzare di Marco Rizzo, tanto da apparire come una sorta di avvocato d’ufficio del sistema stalinista. I due politici, appartenenti a schieramenti opposti, naturalmente, hanno contribuito solo a generare il caos.

Mi chiedo, allora, perché debbano essere sempre presenti, a prescindere dall’argomento; mi sembra abbiano fin troppo spazio nei vari salotti televisivi. È stato uno "scambio squallido", per usare le parole del prof. Raoul Pupo dell’Università di Trieste, che in quel chiasso è riuscito ad intervenire solo un paio di volte, riprendendo e illustrando, con la competenza che lo contraddistingue, alcuni dei problemi affiorati e proposti con semplicioneria.

Più che appropriate le considerazioni di Gianni Oliva, meno quelle di Alessandra Kersevan, pronta a individuare "congiure" e "macchinazioni" dietro ad ogni angolo, sostenendo poi tesi che non si possono accettare in toto in quanto anacronistiche, come quella secondo la quale l’eliminazione nelle foibe sarebbe stata in realtà un fenomeno circoscritto in cui furono giustiziate essenzialmente le figure compromesse con il fascismo o per vendette personali. È un’interpretazione di comodo che poggia sulla menzogna.

Ormai è assodato che, accanto alla resa dei conti, furono eliminati anche coloro che si trovavano fuori dal coro e visti perciò come dei nemici da sopraffare. Lo stesso Pupo ha evidenziato in studio che il termine "fascista" non era riferito solo a quanti avevano aderito al regime, magari macchiandosi di crimini, ma anche a coloro che volevano l’Italia.

E furono uccisi o perseguitati pure quelli che con le armi in mano avevano combattuto contro il nazifascismo, ma non accettavano il disegno jugoslavo. E allora i conti non tornano.

Nonostante le buone intenzioni, la trasmissione si è rivelata sconclusionata e anziché dire qualcosa ha prodotto confusione. Per questo motivo c’è stato il disappunto degli ospiti presenti tra il pubblico, tra cui Claudia Endrigo, figlia del cantautore di Pola, indignati per le sterili polemiche.

I toni accesi non si riferivano a tesi storiografiche diverse, era solo una zuffa politica, assolutamente inutile, che ha utilizzato, ancora una volta, i fatti dolorosi del Novecento per uno scambio di accuse e controaccuse, per additare colpe (evidentemente si ritiene che gli errori delle generazioni precedenti debbano ascriversi anche ai contemporanei), usando la storia come una clava per colpire l’avversario.

Chi ha addirittura banalizzato la questione non ha ottenuto nulla. Si è andati alla ricerca del "peccato primigenio" con il solo intento di giustificare, difendendo, di fatto, la logica del chiodo schiaccia chiodo o, peggio ancora, del dente per dente, elevata a dismisura.

La storia del confine orientale non si spiega solo con i fatti avvenuti dopo l’8 settembre 1943 o la reazione registrata nel 1945 e nemmeno con l’avvento del fascismo o con l’occupazione della Jugoslavia nel 1941. La radice è molto più profonda.

Fu solo restituito il "ceffone"? Anche, ma ci fu pure dell’altro. Si concretarono progetti delineati già nel XIX secolo, che il regime comunista riprese, mettendo in atto gli insegnamenti rivoluzionari bolscevichi. In Italia questi problemi sono subito politicizzati ed è ancora difficile parlarne serenamente.

Ci si chiede perché nel Belpaese, per tanti decenni, quelle vicende erano finite nel dimenticatoio. La risposta è scontata e lo abbiamo accertato, ancora una volta, nelle reazioni emerse in quello studio televisivo.

Kristjan Knez

106 - La Voce del Popolo 17/02/12 I ricordi che non tornano

I ricordi che non tornano

Ieri la Giornata del Ricordo, domani le Giornate dell’annessione del Litorale e dell’Istria (si celebrano in Slovenia e Croazia). Tre ricordi, tre nostalgie, tante polemiche.
Oggi, mi tengo i miei ricordi. Che non sono un granché, che rientrano in un interregno intercalato tra dittature, rivoluzioni, boom economico-demografici, guerre, restaurazioni, secessioni, allargamenti meta europei, crisi. Ricordi articolati in una lingua conquistata con duro lavoro, spesso campato in aria. I ricordi, per certi aspetti, sono come i sogni: parlano nella tua lingua. Sparita la lingua, spariscono anche i ricordi.
Domani ci ricorderemo, se ricorderemo, di un presente in cui, nel nome della crisi economica globale, vengono sacrificate le cose superflue, il superfluo di un superfluo già tagliato, per intenderci: le lingue delle minoranze. La lingua italiana nelle scuole slovene periferiche del Capodistriano, le pagine italiane periferiche del giornale isolano Mandrač - Il mandracchio. Le attività periferiche di una piccola comunità figlia di una grande cultura, quella italiana, che da queste parti non ha più nessun peso, checché ne dicano gli sviolinatori del multiculturalismo (e fra questi mi ci metto anche io). È sempre così, le afasie della memoria incominciano in periferia. Danno vita ai ricordi che non tornano, che restano in aria, inarticolati, inespressi.
Niente di peggio di un ricordo sulla punta della lingua. Morto ancora prima di nascere, perché non trovi la lingua per esprimerlo. È come un defunto a te caro, di cui ti sfugge il nome. È anche peggio dei conti che non tornano. Perché con i numeri il cuore te lo puoi mettere in pace, con i ricordi no. Ti rodono, mordono l’anima e il cervello. Chi è, di chi è, dove lo colloco? È un ricordo mio o di altri? I miei sono ricordi collettivi di una piccola comunità che parla la stessa lingua con cadenze più o meno differenti, ma anche ricordi di una collettività più ampia, radicata trasversalmente nei geni. Ricordi individuali, legati ad altri individui. Ricordi che parlano più idiomi, più lingue. Ricordi che cercano di creare cesoie fra il mio e il non mio, per scendere dalla punta della lingua e darsi una forma chiara, articolata, comprensibile, da comunicare a chi ha orecchie per ascoltare. Ricordi di un’infanzia balbuziente e indecisa. Ricordi di un tempo in cui la lingua si è fatta necessità, come l’acqua e il cibo, per trasformarsi nella fluida compattezza che ha il sangue. Balbuziente, titubante, più deciso, rabbioso alle volte, ma mai arroccato, il ricordo che mi perseguita. Parla in italiano la struggente lacerazione del mio tempo che scorre. Ma lo strazio più grande non è la consapevolezza del passato che non torna, bensì la certezza di un futuro che non potrò ricordare.

Aljoša Curavić

107 - La Voce di Romagna 11/02/12 Storie e Personaggi - Don Antonio e l'aiuto ai profughi

STORIE E PERSONAGGI

IL SACERDOTE, ESULE CHERSINO E PARROCO DI VISERBA, VA INCONTRO AI FRATELLI BOMMARCO

Don Antonio e l'aiuto ai profughi

Dal giornale "Comunità chersina" la notizia di una fuga dall'isola del Quarnaro, divenuta jugoslava nel 1947, che risale al 1961

Per gli istriani, giuliani e dalmati, dopo l’assegnazione per effetto del Trattato di pace del 1947 delle loro terre alla Jugoslavia, non è stato facile poter raggiungere la madrepatria. Per i singoli che si vedevano respingere l’opzione per l’Italia, oppure se la famiglia non poteva partire al completo, non rimaneva altro che tentare la fuga, che per chi abitanti nelle isole avveniva quasi sempre via mare. A riconoscere l’opzione, se si esclude il caso di Pola, erano esclusivamente le autorità jugoslave. In tanti non riusciranno nella disperata impresa della fuga, sia perché sopraffatti dalle correnti marine sia perché centrati dalle raffiche di mitra delle vedette jugoslave. Come si è visto nella prima parte, era riuscito a raggiungere dalla natia Cherso l’altra sponda dell’Adriatico, assieme ad altri compagni di fuga, Francesco Sablich, che aveva alle spalle un tentativo fallito e l’arresto da parte della polizia jugoslava. La fuga verso la salvezza riuscirà anche a Matteo e Giuseppe Bommarco, ugualmente chersini, fratelli del futuro Arcivescovo di Gorizia Antonio Vitale Bommarco. Una volta raggiunta la madre patria, per il gruppo di fuggiaschi incominceranno anche i problemi di natura burocratica, in quanto non essendosi vista riconoscere l’opzione per l’Italia, erano diventati a tutti gli effetti cittadini jugoslavi.

Anche Matteo e Giuseppe Bommarco, fratelli di monsignor Antonio Vitale Bommarco, dal 1983 al 1999 Arcivescovo di Gorizia, si erano visti respingere l’opzione per l’Italia perché definiti dalle autorità jugoslave di madre lingua croata, che in realtà non parlavano. I due, assieme ad altri cinque ragazzi, sono fuggiti da Cherso nel 1958, l’obiettivo era arrivare a Rimini, per incontrare don Antonio Fillini, anche lui chersino, da alcuni anni parroco a Viserba. L’avventura dei fratelli Bommarco e degli altri cinque giovani chersini, tra i quali Carmen che poi sposerà Matteo, prende il via il 14 giugno 1958 verso le 19. I ragazzi lavoravano su una barca da pesca e in quel periodo andavano in mare di notte. Al traino c’era il cosiddetto ‘caicio’, una barchetta su cui era montato il fanale per illuminare la zona di pesca sulla quale stava solitamente Giuseppe, zio paterno dei Bommarco. Nessuno conosceva le intenzioni dei sette giovani, Carmen attendeva gli altri compagni di fuga all’entrata del porto dove l’avrebbe prelevata un secondo caicio. Dopo le 22, superata punta Pernata, i giovani comunicano allo zio Giuseppe la volontà di fuggire verso la sponda romagnola. L’anziano pescatore cerca in tutti i modi di far desistere i giovani: altri chersini che avevano tentato l’impresa erano stati intercettati dalle motovedette jugoslave e mitragliati, oppure arrestati e deportati in campi di prigionia. I sette giovani restano fermi sulla loro decisione e all’anziano zio Giuseppe non rimarrà altro che tagliare la fune che legava il caicio alla barca da pesca. Giuseppe Bommarco rientra a Cherso solo verso mezzogiorno, dando così ai giovani il tempo di raggiungere le acque italiane. "La traversata – aveva ricordato Carmen Bommarco nel 2003 - andò benissimo, verso le 6 del mattino incrociammo un peschereccio italiano, i componenti l’equipaggio ci rifocillarono spiegandoci che eravamo a 15 miglia da Ancona. Le mie preghiere erano state esaudite. Ci spiegarono come raggiungere Rimini; dopo una tappa intermedia a Cattolica, verso le 19 arrivammo al porticciolo di Viserba, dove trovammo un altro chersino che andò immediatamente ad avvisare don Antonio. Il sacerdote che era nostro amico di famiglia, ci accompagnò immediatamente al Commissariato". L’intervento di don Antonio, che aveva fatto da garante presso le autorità, eviterà ai fuggiaschi non pochi problemi burocratici perché essendosi visti respingere l’opzione per l’Italia, erano diventati a tutti gli effetti cittadini jugoslavi. "La polizia - ricorda la signora Carmen - ci prese le impronte digitali e ci interrogò fino a mezzanotte; alla fine ci dissero ‘siete veri italiani’. I ragazzi, espletate le formalità, erano stati alloggiati all’hotel Torraccia (oggi sede della Confesercenti), io presso la Protezione della giovane". Il gruppo rimane a Rimini circa un mese, poi viene trasferito al campo profughi di Cremona. Intanto il futuro Arcivescovo di Gorizia aveva iniziato una battaglia con il Ministero degli Interni per far recuperare ai fratelli e agli altri compagni di fuga il diritto alla cittadinanza italiana. La vicenda è stata raccontata dal prelato a Arcipelago Adriatico, Centro di cultura multimediale presente anche su Internet (www.arcipelagoadriatico.it). Dopo non poche pressioni riuscirà a ottenere il decreto, che verrà notificato al comune e alla Prefettura di Cremona. Matteo Bommarco sposerà Carmen, la coppia si trasferirà a Brescia, il fratello Giuseppe a Genova. Privi di prospettive per il futuro, nel 1959 tentano la fuga da Cherso Giacomo Sablich, detto "Balde", e Gianni Fucci "Zucarin". Anche Sablich ha raccontato la sua vicenda su "Comunità Chersina". "A Cherso - scrive Giacomo - sotto il regime oppressivo di ogni libertà, non vedevamo la possibilità di una vita normale. Così, all’insaputa dei nostri genitori e famigliari, nell’estate del 1959, con la barca di Mate "Planissa" che non sapeva niente perché l’abbiamo preso con l’imbroglio, e con l’aiuto dei motoristi Teo Santulin e Stefano Santulin "Pussirisi", siamo fuggiti da Cherso verso l’Italia". Un esperto di navigazione aveva messo in guardia gli aspiranti fuggitivi dall’arrivo del vento di scirocco, che avrebbe reso il mare cattivo e pericoloso. Le previsioni purtroppo si riveleranno fondate e l’imbarcazione, che ben presto si era trovata in difficoltà, viene avvistata dai radar delle vedette jugoslave al largo delle isole di Brioni, una delle residenze del maresciallo Tito. "Per un giorno e una notte - continua il racconto - ci tennero sotto il loro controllo lasciandoci patire e disperare. Quando ci hanno catturato, ci hanno detto che avevano voluto darci una lezione. Ci hanno trattato come nemici considerandoci peggio dei peggiori delinquenti". L’imbarcazione dei fuggiaschi viene rimorchiata fino a Pola, dove i due vengono rinchiusi in carcere; segue il trasferimento a Fiume e infine a Cherso, per essere processati come ‘nemici del popolo’. Tornati nella loro isola, Giacomo e Gianni, vengono fatti sfilare lungo le strade principali per venire mostrati a tutti, in segno di monito, in particolare ai più giovani. Il processo viene celebrato nel salone del Municipio. "Un avvocato - continua il racconto di Giacomo - ci consigliava di dire che eravamo pentiti e che non saremmo scappati più. I due vengono condannati. Nel 1960 Giacomo e Gianni vengono destinati in Macedonia ai cantieri per la costruzione di un’autostrada. Nell’estate 1961 sono di nuovo a Cherso e assieme a un amico decidono di tentare nuovamente la fuga. Questa volta scelgono la rotta distante dall’Istria per evitare di venire portati dallo scirocco verso le isole Brioni. Passano una sera, una notte e una giornata di luce senza incidenti. Dopo ben 21 ore di mare finalmente l’incontro con un peschereccio italiano; i tre chersini chiedono informazioni su come raggiungere l’Italia. Sarebbero state sufficienti tre ore, ma viene loro consigliato di puntare verso Rimini perché la zona verso Ancona stava per venire interessata da una forte perturbazione. Finalmente i tre riescono ad approdare nel porto di Rimini, dove vengono rifocillati dalla Capitaneria di porto e accompagnati al Commissariato per le formalità: "Ci trattarono molto bene - continua il racconto di Giacomo - e comunicarono la notizia del nostro arrivo, tramite notiziari radio, per informare la nostra famiglia che eravamo sani e salvi". Da Rimini i tre vengono trasferiti in un campo profughi di Trieste: "Lungo il viaggio – continua il racconto – ci siamo fermati in hotel a Forlì, poi a Venezia. La polizia ci trattava come turisti perché ci faceva visitare un poco la città. A noi sembrava come un sogno". Giacomo e Gianni si sono poi stabiliti in Canada.

Aldo Viroli

108 - Gente d'Italia Montevideo 15/02/ 12 Testimoni del dolore: Esuli della Venezia-Giulia e di Fiume si raccontano - "Il Giorno del Ricordo" del Circolo Giuliano alla Missione Cattolica con il Nunzio Pecorari

Testimoni del dolore :
Esuli della Venezia-Giulia e di Fiume si raccontano.

di Silvano Malini


Vittorio Pagnussat ha oggi settantacinque anni. Ha vissuto sulla sua pelle l'odio etnico.
"Eravamo poveri, e per mezzo dell'Ente Nazionale per le Tre Venezie, che concedeva in usufrutto terreni e case, che dopo 20 anni sarebbero rimaste in proprietà, ci trasferimmo da Belluno a Canal d'Isonzo, in campagna. Era territorio conquistato nella guerra del '15-'18, dove gli abitanti jugoslavi si erano ritirati.
Era una casa grande, probabilmente di una persona di alto rango, forse un politico che era scappato. Papà faceva lo stradino, e il resto della famiglia coltivava la terra e allevava i dodici capi di bestiame che avevamo. Eravamo sette fratelli (io ero il terzo). Era l'anno 1939. Ci sistemammo bene.
C'era sempre quell'odio fra Italia e Jugoslavia. A quel tempo tutti eravamo fascisti, e il fascismo era odiato. Non si poteva parlare di niente, per non offendere nessuno e far saltare scintille. Ma si lavorava bene, in pace. I fascisti avevano organizzato un gruppo che si occupava della sicurezza degli italiani. Era gente con famiglia, con figli. Vennero a dirci che non ci sarebbe successo nulla e costruirono una sorta di fortificazione a cento metri dalla casa, per difenderci nel caso in cui i partigiani sloveni ci avessero attaccato. Mi padre non voleva, diceva che non ne avevamo bisogno. Ma lo fecero lo stesso.
Nel '43, quando il fascismo fu sconfitto, i tedeschi entrarono nel distaccamento fascista a presidiare, e portarono via tutto. Noi rimanemmo dove vivevamo.
Negli ultimi tempi si cominciava a parlare di andarsene, perché tanti erano andati via. Ma papà diceva: "E dove andiamo? Siamo in nove, abbiamo tutto qua. E poi non facciamo male a nessuno". Per questo non credevamo che ci facessero qualcosa.
Ma dopo 20 giorni, il 14 ottobre, alle quattro del mattino, vennero i partigiani sloveni. Mia madre avvisò papà: "Vittorio: sono qui!" "Chi, i tedeschi?" "No , quegli altri!".
Irrompettero in casa in uniformi grigioverdi, con la bandiera jugoslava, gridando "Sdravo Tito! (Viva Tito)". Cominciarono a svaligiare tutto quanto potevano. Io guardavo dalla finestra, e vidi che stavano portando via gli animali. Lasciarono solo il maiale, forse perché gridava troppo.
Dicevano che avevano circondato la casa e che avevano ordini di ammazzarci tutti. Ci fecero mettere dietro al tavolo della cucina. Una ragazza comandava il gruppo. Io avevo il mitragliatore davanti a me, e credetti che sarei stato il primo a morire. Mia madre disse che era incinta di quattro mesi.
Dissero che avrebbero portato via tre di noi. Presero mio padre e mio fratello maggiore. Il secondo era in quei giorni a Treviso col nonno. Mi chiesero quanti anni avevo, e visto che ero sedicenne, dissero che ero troppo giovane. Mi tolsero le scarpe per darle a mio fratello maggiore, che non ne aveva.
Non sapemmo mai più nulla di papà e di mio fratello.
Ci trasferimmo a Pederobba, in provincia di Treviso, dove i nonni materni ci aiutarono alloggiandoci e dandoci un po' di lavoro in campagna. Le ragazze, che erano già grandi, andarono a lavorare a Torino e a Milano. Alcuni anni dopo io andai in Belgio a lavorare nelle miniere.
Lì mi trovai una fidanzata. Aveva il padre in Sud America. Il padre tornò in Italia, ma non gli piacque e ritornò in Uruguay. Dopo un po' mandò a chiamare la famiglia, e io volli raggiungere la mia fidanzata. Dopo un anno e mezzo di pratiche, partì per l'Uruguay, con la nave "Sises". Tre mesi dopo, nel '52, ci sposammo. Oggi abbiamo tre figli. Qui lavorai nel campo tessile.
Col tempo ci riconobbero i danni di guerra e ricevemmo 90 o 100mila lire dell'epoca, che erano soldi.
Quello che ci successe fu terribile. Papà aveva fatto la guerra per quattro anni sul Carso, sul Monte Nero, e si era salvato. Non voleva che noi facessimo il militare, diceva che era fin troppo che l'avesse fatto lui. Che finisse poi così... Non c'è perdono!
Non si può dire quanto abbiamo sofferto, crebbi con un odio dentro, che se avessi trovato qualcuno dei responsabili... Ma poi con gli anni... Bisogna avere pazienza. È stata tutta colpa della guerra. Ma mio padre non aveva nessuna colpa. Non avevamo fatto male a nessuno.
Sono tornato là tre anni fa. Mi ero immaginato per anni la casa, il terreno... Non c'è più niente, raso al suolo. La gente ha portato via pietra dopo pietra"...
Tocca ora a Gianfranco Premuda che ricorda il clima con cui si viveva a Fiume nel dopoguerra, e la sua storia di emigrazione.
"Sono di Fiume. C'era tanta paura, quando ce ne andammo. Tornammo lì con mia moglie nel '70, e constatammo che ormai nessuno parlava italiano, almeno apertamente. I fiumani, gli italiani, oggi sono pochissimi.
Quando andarono via, dopo la guerra, vennero da altre zone della Jugoslavia a popolare la città e la regione. Generalmente li portavano da molto lontano, appunto perché fosse chiara l'intenzione.
Fu una pulizia etnica chiarissima. Fecero di tutto perché se ne andassero tutti gli italiani, lasciando lì tutto, case, possedimenti, e poi vennero loro.
A Fiume, papà aveva una falegnameria e il nonno era capitano marittimo.
Quando andammo via, nel 1947, andammo in Italia, nel trevisano, dove avevamo parenti. Poi papà tornò dalla guerra, rimanemmo cinque–sei anni a Padova e poi lui emigrò in Argentina, nel '52. Lui sapeva di legname, e siamo finiti in mezzo a una selva. Ma eravamo nel peggior momento dell'Argentina: stava cadendo Perón, c'era agitazione... Comunque mio padre lavorava in una falegnameria.
Per caso, mia nonna, in Italia si trovò con il padrone della fabbrica Adria di qua. Per caso, per strada. Lui gli chiese: "E Silvio (mio padre) dove sta?". "È in mezzo alla foresta in Argentina". "Ma potrebbe venire a Montevideo! Io cerco gente per le mie fabbriche. Ne ho una a Montevideo e due (o tre) in Brasile. Che mi venga a trovare a San Paolo".
E papà ci andò subito. Lo prese immediatamente, e dopo quattro – cinque mesi finimmo tutti qua. E qui è cambiata la vita. Questo è successo nel '55. Poi mio padre diventò direttore della fabbrica, il papà di Furio Percovich era ingegnere, e il papà di una signora del Circolo era uno dei padroni della fabbrica. Si parlava in dialetto fiumano in fabbrica. Io avevo cominciato a studiare Ingegneria a Milano, feci la rivalida e mi laureai qui, dove lavorai sempre in quel campo, e costituimmo una famiglia con mia moglie".

Silvano Malini

_____ _____

 

"Il Giorno del Ricordo" del Circolo Giuliano alla Missione Cattolica con il Nunzio Pecorari
(SILVANO MALINI)


Domenica scorsa si è celebrata nella chiesa della Missione Cattolica Italiana una messa in suffragio delle vittime delle foibe e dell´esodo giuliano-dalmata, nel quadro del Giorno del Ricordo.
La ricorrenza, che si celebra dal 2004, ha lo scopo di ricordare le atrocità di cui furono vittima migliaia di italiani nella zona di confine con l´allora Jugoslavia nel 1943 e negli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale.
Il Nunzio Apostolico Monsignor Anselmo Guido Pecorari ha presieduto la cerimonia, insieme a padre Giovanni della Missione Cattolica, al padre Claudio, segretario della Nunziatura e a un diacono. La messa è stata preparata insieme al Circolo Giuliano, che raduna gli immigrati in Uruguay da quelle terre e i loro discendenti.
In apertura, il suo presidente, Dario Pribaz, ha letto un breve testo nel quale ha sottolineato l´importanza del Giorno del Ricordo, stabilito per legge, che ha permesso di "far conoscere a tutti gli italiani una pagina della nostra storia scomoda e perciò troppo a lungo rimossa".
"Per troppo tempo, infatti" ha continuato Pribaz, "l’orribile capitolo delle foibe e dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati, di un intero popolo, è stato taciuto agli italiani, ed oggi la lunga rimozione di quella tragedia collettiva, intrisa di atrocità e di orrori, appare in tutta la sua ingiustizia. Il Giorno del Ricordo ha vinto la congiura dell’oblio, e ha fatto finalmente giustizia di tanti ritardi, di tanti silenzi e di tante colpevoli omissioni, e finalmente nei libri di testo si parla delle foibe e dell’esodo e nelle scuole si fanno seminari ed incontri".
Un intervento quanto mai opportuno e necessario, quello del presidente del Circolo Giuliano, depositario in Uruguay di questa eredità di dolore. Pribaz ha definito "gli eccidi del 1943 e del dopoguerra" "un crimine contro l’umanità". Ed ha ricordato che in quell´epoca, in quella zona convulsa, passata dalle mani fasciste a quelle tedesche, ai partigiani ed infine alle squadre comuniste della Jugoslavia di Tito, "si intrecciarono drammaticamente nelle nostre terre un giustizialismo sommario, rivalse sociali, un parossismo nazionalista e un disegno di sradicamento della presenza italiana.
Le nostre genti furono vittime di un moto di odio e di furia sanguinaria e di un disegno annessionistico slavo che assunse i sinistri contorni della pulizia etnica. Con la disumana ferocia delle Foibe si consumò una delle peggiori barbarie del secolo scorso".
L´odio e la persecuzione provocarono l´esodo di oltre 300mila italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, che si rifugiarono in oltre oltre cento campi di rifugiati disseminati per tutta l´Italia. Oltre 100mila emigrarono poi all´estero.
Pribaz ha anche espresso la speranza che la volontà di "guardare al futuro e non restare prigionieri del passato", poiché "il secolo delle idee assassine fortunatamente è alle nostre spalle. Le nostre popolazioni hanno imparato a loro spese i costi dei nazionalismi, dei totalitarismi e degli odi etnici.
Nel momento in cui anche la Croazia si appresta ad entrare nell’Unione Europea", ha continuato, " e lo stesso trattato di Osimo (del 1975, tra Italia e Jugoslavia, nel quale l´Italia rinuncia definitivamente e senza contropartita agli ultimi lembi della penisola istriana) appare per molti aspetti superato" (poiché la realtà politica dell´ex Jugoslavia è cambiata profondamente e sono cambiate le condizioni sociopolitiche e i rapporti tra gli stati attuali) "bisogna aprire una fase nuova, guardando al futuro, alla caduta dei confini, all’integrazione e allo sviluppo di queste nostre terre dell’Adriatico orientale". "In questa prospettiva europea vanno affrontati i problemi ancora irrisolti, la cui soluzione va però perseguita senza forzature polemiche, senza strumentalizzazioni politiche, ma con equilibrio e buon senso".
Tra le questioni aperte, il presidente ha indicato il riconoscimento della "realtà plurale della regione istriana, dove si sono incontrate e integrate nei secoli culture diverse, tutte autoctone e degne di uguale tutela" e "il diritto degli esuli istriani, fiumani e dalmati di sentirsi radicati su quel territorio, che non fa più parte dello Stato italiano, ma dove è stata ed è ancora forte la presenza della comunità italiana".
Ma perché il conto con la storia possa essere saldato e si possa davvero voltare pagina, Pribaz segnala "il pieno, reciproco riconoscimento dei crimini commessi dal fascismo e dal comunismo durante e al termine della seconda guerra mondiale" come " presupposto indispensabile per una vera riconciliazione".
L´intervento si è chiuso con le parole del vescovo di Trieste, Mons. Antonio Santin, lette ogni 10 febbraio presso la foiba di Basovizza: "Questo calvario, col vertice sprofondato nelle viscere della terra, costituisce una grande cattedra che indica nella giustizia e nell’amore le vie della pace".
Nell´omelia, il Nunzio ha pronunciato parole di comprensione della situazione di chi ha dovuto abbandonare tutto ciò che gli era caro per fuggire dall´odio, ha ricordato il suo soggiorno in Slovenia, che gli ha permesso di capire meglio la loro situazione e si è rivolto ai "cari esuli" invitandoli a continuare a vivere e tramandare le loro tradizioni culturali e religiose, che ha definito "un tesoro" e che si è detto molto felice di condividere nella messa.
"Avete voluto vivere il Giorno del Ricordo con una celebrazione eucaristica: in ogni eucaristia facciamo memoria di Gesù Cristo, che ha lasciato la casa di suo Padre per venire ad abitare tra di noi, affinché possiamo tornare a quella patria che tutti ci attende, che è il cuore di nostro Padre Dio".
Dopo aver sottolineato come le letture della messa gettano luce sulla nostra vita in questo senso, mons. Pecorari ha ricordato il dovere di "lavorare per la salvezza di tutti, senza emarginare nessuno: neppure i nostri nemici e coloro che ci hanno fatto del male", ed ha concluso con la speranza che la Madonna di Tersatto (venerata nell´attuale Croazia, nel sito in cui sostò per alcuni anni la "casetta di Nazareth - dove abitò la Sacra Famiglia - oggi a Loreto), aiuti a perdonare e ad "affrontare il futuro con la speranza di saper costruire insieme agli attuali abitanti della vostra terra natale, un´unica famiglia in seno alla Chiesa Cattolica".
Al termine della celebrazione, il rappresentante del Papa in Uruguay ha ringraziato sentitamente per aver vissuto questo momento insieme alla collettività istriano-giuliano-dalmata.
Ha sottolineato anche la "vocazione degli esuli", citando l´istriano Sergio Endrigo nella sua canzone "Girotondo attorno al mondo" ("se tutti i ragazzi, i ragazzi del mondo, volessero una volta diventare marinai, allora si farebbe un grande ponte, con tante barche intorno al mare"): portare in tutto il mondo le proprie tradizioni culturali e religiose.

Silvano Malini

109 – CDM Arcipelago Adriatico 15/02/12 Assisi - Incontro con Abdon Pamich, esule fiumano

Incontro con Abdon Pamich, esule fiumano

La Giornata del Ricordo ad Assisi

ASSISI – La Giornata del Ricordo dei martiri delle Foibe e degli esuli giuliano-dalmati, assume per Assisi un valore particolare. Nei prossimi giorni una serie di iniziative interesseranno il territorio, a partire dal potenziamento del Centro Assisano di Documentazione sull’evento, istituito nella Sezione Decentrata della Biblioteca Comunale a Santa Maria degli Angeli (Piazza M. L. King), dove già da un anno è funzionante un’area con strumenti didattici cartacei e audiovisivi.

"Il Centro – ha detto il sindaco Claudio Ricci – è in linea con l’impegno della città sul fronte della pace e non vuole rappresentare uno sterile presidio, ma un percorso che attraverso incontri, studi e testimonianze, diventi uno strumento di consultazione, di analisi e di ricerca, ovvero una sorta di osservatorio e una rinnovata occasione per rafforzare la cultura del rispetto dei diritti umani".

Proprio qui, nel pomeriggio del 20 febbraio, alle ore 16,30, una piccola cerimonia, presieduta dall’assessore all’Istruzione Francesco Mignani, accompagnerà la consegna, da parte dei rappresentanti della Società di Studi Fiumani e dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, di un ulteriore lotto di materiale librario e digitale sulla storia e le vicende degli esuli.

Nelle giornate precedenti una delegazione dei due sodalizi si recherà nelle scuole per incontrare docenti e studenti allo scopo di sensibilizzare le giovani generazioni sulla tragedia consumata nella seconda metà degli anni ’40 ai danni delle popolazioni italiane di Istria, Fiume e Dalmazia.

L’appuntamento al centro di Documentazione verrà preceduto, alle ore 15,30, dalla cerimonia di deposizione, da parte delle autorità, di una corona in Via Martiri delle Foibe a Santa Maria degli Angeli.

La fase più significativa dell’iniziativa è prevista sempre per lunedì 20 febbraio, alle ore 10,00, presso la Sala della Conciliazione in Municipio, quando, alla presenza del sindaco Ricci, cittadini e studenti degli istituti superiori si confronteranno con storici e testimoni, tra cui Giovanni Stelli, della Società di Studi Fiumani, Franco Papetti dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia e, soprattutto, Abdon Pamich, campione olimpionico ed esule da Fiume.

Al termine dell’incontro lo stesso Pamich riceverà dal Sindaco di Assisi il Premio "Dignità giuliano-dalmata nel mondo", istituito da quest’anno per ricordare quanti si sono distinti ed hanno saputo efficacemente reagire alle brutture della storia.

Abdon Pamich è stato uno degli atleti italiani più conosciuti, grazie alle sue moltissime imprese, tra cui la conquista della medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Roma (1960, 50 km di marcia) e, soprattutto, di quella d’oro alle Olimpiadi di Tokio (1964). Da giovane, all’età di 13 anni, ha subito l’esperienza dei campi profughi, dopo essere fuggito da Fiume nel 1947. Episodi che l’hanno segnato per tutta la vita.

110 - Secolo d'Italia 14/02/12 Il "sindaco di Zara" Missoni ricorda l'esodo degli italiani: «Fu un'autentica pulizia etnica»

Il "sindaco di Zara" Missoni ricorda l'esodo degli italiani: «Fu un'autentica pulizia etnica»

Roberto Alfatti Appetiti

Non può fermarsi chi è stato otto volte tricolore nei quattrocento metri, con o senza ostacoli. Neanche quando l'ostacolo è tanto più insidioso perché nascosto, disonesto come può esserlo un pregiudizio. Quell'ostacolo è il tabù che ancora avvolge la mattanza delle foibe e il dramma dell'esodo giuliano-dalmata, popolo di cui Ottavio Missoni, sindaco "onorario" del libero Comune di Zara, nato a Ragusa da padre di origine giuliana e madre dalmata, è uno degli instancabili testimoni. Italiano per scelta e per vocazione. Lo stilista ha compiuto 91 anni lo scorso 11 febbraio ma non s'è certo messo in pantofole e, prima di spegnere le candeline, è intervenuto alla celebrazione ufficiale organizzata dall'Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Anvg, in collaborazione con il Comune, la Provincia di Varese e la Consulta studentesca, proprio l'11 febbraio presso l'aula magna dell'Università degli studi dell'Insubria in via Ravasi.

Davanti a una platea composta in larga parte di giovani, Missoni è tornato a denunciare «la pulizia etnica in cui 360mila italiani hanno pagato un conto materiale e morale enorme». Un prezzo che non può essere risarcito e che il successo internazionale delle sue creazioni - la mitica coloratissima linea Missoni - non può in alcun modo lenire. «Siamo diventati esuli permanenti - ha spiegato l'ambasciatore della nostra moda nel mondo - perché l'emigrante almeno può consolarsi sognando di tornare nel suo Paese, mentre a noi anche questo sogno ci è stato tolto».

Missoni tuttavia, non si è arreso. Neanche dopo la sconfitta di El Alamein, quando dopo la battaglia venne fatto prigioniero dagli alleati. «Sono stato ospite di sua maestà britannica», ha ricordato con l'ironia che lo caratterizza. Non un giorno. Quattro anni in un campo di prigionia in Egitto. Senza mai piegarsi. «A Badoglio che ci invitava a collaborare con gli inglesi, io e un gruppo di amici ci rifiutammo: "Ma chi cazzo è 'sto Badoglio?". Non godeva delle nostre simpatie». Torna in Italia soltanto nel 1946, ha 25 anni, tanti, forse troppi per uno studente liceale. «Sono riuscito a non fare le scuole grazie alla mamma: la troppa educazione è diseducativa». Quel che gli sarebbe servito l'aveva già appreso. «L'unica cosa era il disegno, era facile perché non te lo insegnava nessuno».

A Milano frequenta il giro del Bertoldo, il bisettimanale umoristico, stringe amicizia con Giovannino Guareschi e Marcello Marchesi, sopravvive improvvisandosi eroe da fotoromanzo. L'interesse per la moda nasce quasi per caso, grazie a due persone importanti: il suo ex ct di atletica Giorgio Oberweger e Rosita Jelmini, la moglie. Con il primo dà vita a una piccola società, un artigianale laboratorio di maglieria, la Venjulia. Con Rosita, conosciuta nella Londra delle Olimpiadi del 1948, metterà su famiglia - una bella famiglia italiana con tre figli - e costruirà il proprio futuro nella moda che conta. Iniziando con un capannone in affitto a Gallarate, realizzando le prime tute sportive, qualche costuma in lana e finendo per produrre quegli originali colorati e leggeri capi di abbigliamento che diventeranno un must in ogni angolo del pianeta.

«Devo ancora capire come è arrivato il successo, le copertine dei settimanali francesi, la prima pagina dell'americana Woman's Wear Daily... All'epoca si lavorava e di soldi ce n'erano pochi. Eravamo sempre in rosso e quando abbiamo cominciato ad avere qualche lira, mi sentivo l'uomo più ricco del mondo. Da allora ne abbiamo fatte di tutti i colori». Letteralmente.

A chi negli anni gli ha chiesto quale fosse il suo segreto, com'è stato possibile che un esule, per di più reduce di guerra, avesse fatto una fortuna del genere, ha risposto così: «Il mio lavoro era fare disegnini. L'ispirazione ti viene da quello che hai detto con gli amici, dal vino che hai bevuto, da quello che hai letto, da quello che hai pensato».

Piccole verità che nessun collega ammetterebbe, neanche sotto tortura. «Per vestirsi male non serve seguire la moda - chiosa lui - ma aiuta». Missoni si tiene alla larga dall'ambiente, non si intruppa: «Non li conosco bene, li saluto e basta».

Gianni Brera, che, oltre a essere suo convinto ammiratore, era un grande amico di bevute, lo definiva così: «Ottavio Missoni - ripeteva la penna più acuta del giornalismo sportivo - è il figlio di Apollo». «Apollo non è una divinità che mi incanta, c'è di meglio», rispondeva sornione Missoni. No, non vuole proprio starci, sul piedistallo. Forse perché c'è stato sin da ragazzino. Per merito. Perché era il più veloce. Ha iniziato a correre a dodici anni, nella sua Zara, la città dove si era trasferito con la famiglia quand'era ancora un bambino. E non si è più fermato. Campione mondiale studentesco a Vienna nel 1939, dopo la guerra e la prigionia partecipa alle Olimpiadi di Londra, piazzandosi al sesto posto nella finale dei 400 metri ostacoli e correndo anche nelle batterie della staffetta 4 X 400. Allora come ora, preferisce la trincea dell'autenticità. Il gioco di squadra alle premières dames.

111 - Il Piccolo 15/02/12 Insegnamento dell'italiano a rischio nel Capodistriano

Insegnamento dell’italiano a rischio nel Capodistriano

Il Comune propone di abolire le lezioni fuori dalle aree ufficialmente bilingui Obiettivo: il contenimento delle spese. Ma presidi e genitori protestano

di Franco Babich

CAPODISTRIA L'insegnamento dell'italiano nelle scuole dell'entroterra di Capodistria è a rischio. Tra le misure per risparmiare, infatti, il Comune ha ipotizzato anche la possibilità di cancellare lo studio opzionale della lingua italiana nelle prime sei classi delle scuole elementari slovene che hanno sede nel territorio comunale ma non nell'area ufficialmente bilingue. Se il provvedimento dovesse essere approvato, dal prossimo anno scolastico il Comune non finanzierebbe più lo studio della lingua italiana nelle scuole di Villa Decani, Maresego, Monte di Capodistria e Gracisce. Il condizionale è comunque d’obbligo: l’idea è stata scartata come pessima sia dai presidi delle scuole interessate sia dai genitori degli alunni. Che si tratti di un'ipotesi da respingere sono convinti anche all’Istituto pedagogico di Capodistria. Viste queste prime reazioni, dal Comune hanno già fatto un passo indietro e l’assessore per le Attività sociali e lo sviluppo Timotej Pirjevec si è affrettato a precisare che «era solo un’idea, non è stato deciso ancora niente». Nelle scuole elementari di Capodistria all’infuori del territorio bilingue lo studio dell’italiano è offerto come materia opzionale per due ore alla settimana ma le lezioni sono frequentate dalla stragrande maggioranza degli alunni. Le spese dell’insegnante per le prime sei classi sono coperte dal Comune, dalla settima alla nona (la scuola dell’obbligo in Slovenia è novennale, ndr) dal Ministero dell’istruzione. L’ipotesi d’interrompere il finanziamento dello studio facoltativo dell’italiano è stata presentata ai presidi nell'ambito di un programma di austerity che riguarda anche l'acquisto di attrezzature scolastiche, la manutenzione e il riscaldamento degli edifici, la cancellazione delle sovvenzioni per lo studio opzionale dell'informatica e dell’inglese ma è stata l’idea di abolire l’italiano quella che ha scatenato le reazioni più violente. Alica Princic Röhler, a capo dell'Istituto pedagogico di Capodistria, è convinta che l'italiano debba essere studiato anche in futuro su tutto il territorio comunale. «È utile per diversi aspetti: per la convivenza con la minoranza italiana e il dialogo interculturale e per il fatto che l’italiano è lingua ufficiale a Capodistria. Inoltre, anche l'Unione europea sostiene l'insegnamento di due lingue straniere, di cui è bene che una sia la lingua del vicino, per noi dunque l'italiano. È in gioco poi la parità di tutti gli alunni nel comune di Capodistria, specie quando poi continuano gli studi nelle scuole medie superiori, che si trovano in territorio bilingue e nelle quali l'italiano è obbligatorio. Infine, la conoscenza di un'altra lingua aumenterà le opportunità di questi ragazzi quando un giorno si presenteranno sul mercato del lavoro». Per Princic Röhler è comprensibile che il Comune punti a limitare le spese ma non dovrebbe farlo a danno dell'italiano, che deve essere considerato una ricchezza e un privilegio per il territorio. Sono stati molto chiari anche i genitori: lo studio dell'italiano viene portato avanti con successo nelle scuole delle località periferiche da oltre 20 anni e così deve restare. Della stessa opinione pure i presidi, che capiscono le esigenze di bilancio ma chiedono, allora, di poter stabilire da soli, in accordo con i genitori degli alunni, dove e come eventualmente tagliare le spese sostenute dal Comune. Ad ogni modo, non cancellando l'italiano. Per Alberto Scheriani, vicesindaco italiano di Capodistria, l'abolizione del finanziamento dello studio dell'italiano nelle scuole di Villa Decani, Maresego, Monte di Capodistria e Gracisce è un'idea che non va nemmeno presa in considerazione: «Una decisione in questo senso non è stata presa e sono convinto che non sarà presa. Il Comune riconosce nella conoscenza dell'italiano una ricchezza e un'opportunità».

112 - Panorama Edit n° 2 - 31/01/12 Dalla CI il respiro italiano di Zara, incontro con Rina Villani, presidente della CI nella città dalmata

Cordiale incontro con Rina Villani, presidente della CI nella città dalmata

Dalla CI il respiro italiano di Zara

Ardea Velikonja

Cinquecento soci, oltre cento sostenitori e innumerevoli attività: è la giusta descrizione della Comunità degli Italiani di Zara che lo scorso settembre ha festeggiato i vent'anni.

Isolata, dopo la nefasta chiusura delle scuole italiane, avvenuta nel 1953, la città era rimasta completamente "all'esterno" della CNI mentre la profonda trasformazione della vita sociale era particolarmente segnata dalla forte assimilazione di quegli italiani che non avevano scelto l'esodo. Non si pensò però a una resa: per iniziativa dei pochi rimasti, tra cui Bruno Duca - che ne divenne primo presidente - nel 1991 venne costituita la CI. Mancando la sede, ci si riuniva a casa dai soci. Fu poi presidente Libero Grubissich, seguito, dopo la scomparsa, da Silvio Duiella.

La sede odierna è al primo piano del centralissimo e prestigioso Palazzo Fozza, nel XVIII secolo sede di un'Accademia per Ufficiali della Serenissima e, prima della seconda guerra mondiale, della Società Ginnastica. Come quella della Comunità di Spalato e, a differenza di quanto usualmente avvenuto con le sedi delle altre Comunità, è stata acquistata

sul libero mercato, senza il concorso delle autorità locali. L'acquisto ed il restauro si sono protratti, per varie vicissitudini, fino all'anno 2005, quando è stata ufficialmente inaugurata. Dato il rapido incremento delle attività, ai circa 150 mq. in proprietà se ne sono aggiunti altri cinquanta presi in affitto.

Oggi, come si presenta questa Comunità? Ce lo illustra l'attuale presidente, Rina Villani.

"Questa Comunità è nata nel 1991 proprio quando in Croazia iniziava la guerra. Grazie ad un gruppetto di dieci-venti persone, quindi con grandi sacrifici, in quanto non solo non potevano far conto su una sede ma erano guardate in malo modo in quanto le reminescenze del passato non erano ancora sparite. Con l'andar del tempo tutto è migliorato, e di molto, i soci aumentano di anno in anno dato che hanno visto che si possono iscrivere senza alcun timore. Insomma oggi possiamo dire che Zara respira italiano.

È vero che contiamo circa solo 500 soci, ma va ricordato che iscriviamo solo persone al di sopra dei 18 anni, e di solito nelle famiglie parlanti italiano si iscrive un solo componente. Persone di nazionalità italiana ne abbiamo poche, abbiamo più cittadini italiani, prima di tutto per i timori di cui si diceva, poi abbiamo notato che se altrove nel richiedere la cittadinanza si deve essere di nazionalità italiana, noi non l'abbiamo mai richiesta perché di fatto nella legge questo non c'è scritto.

L'attività, come detto, è vasta, tanto che abbiamo preso in affitto ancora un vano per sistemare la nostra ricca biblioteca di oltre 4000 volumi. Qui sono nati i corsi di lingua italiana specie per i nipoti dei soci, oggi abbiamo invece tante persone anche della maggioranza. Vengono tenuti dai professori della Facoltà di italianistica di Zara. Abbiamo inoltre il coro, la filodrammatica, con attori giovani e meno giovani. Ci esibiamo nel locale teatro dei burattini ma siamo stati anche ospiti in Italia, a Venezia, Padova, ecc. Abbiamo inoltre i corsi di pittura e il giornale 'La Cicala zaratina' che esce un paio di volte all'anno in versione bilingue proprio perché la maggioranza possa leggerlo. Il coro, di fatto un ottetto che rallegra le nostre serate, è composto da persone anziane ma da qualche tempo si sono aggiunti alcuni giovani che imparano le canzoni italiane. Come tutte le CI anche noi

abbiamo le conferenze programmate dall'UI e dall'UPT, legate a gite, con professori che vengono dall'Italia. Un paio di volte è venuto anche il Dramma Italiano ed ha avuto un grande successo.

Ben disposte nei nostri confronti, le istituzioni locali ci aiutano quanto possono. Prova ne sia la realizzazione dell'asilo italiano di prossima apertura. L'asilo è di proprietà della CI di Zara e le educatrici verranno finanziate completamente dalla Municipalità zaratina.

Comunque devo dire che la lontananza da Fiume e dall'Istria fa il suo, ovvero non possiamo partecipare a tante cose che vorremmo, come le gare di cucina, i vari tornei. Vorremmo, attraverso i media, essere più presenti su 'La Voce del Popolo': anche se sta scritto 'quotidiano degli italiani dell'Istria e del Quarnero' noi e gli italiani di Spalato siamo completamente tagliati fuori. Con questo non voglio dire che se io mando qualcosa alla 'Voce' sulle nostre attività non lo pubblicano, ma devo essere io a mandare la notizia. 'Panorama' lo riceviamo regolarmente e i soci lo leggono volentieri.

Attualmente stiamo lavorando sodo per realizzare il nostro sogno più importante: l'asilo italiano, che si aprirà a settembre. Già ora sappiamo che avremo 20 bambini nell'asilo e circa 12 nel nido, quindi è una bella soddisfazione per noi. Non c'è molto da fare nella villetta acquistata, in cui, lo dico con orgoglio, opererà la prima istituzione italiana a Zara dal 1953". •

Il nostro primo asilo si chiama «Pinocchio»

Il vanto dell'attuale dirigenza della Comunità degli Italiani di Zara sarà certamente l'apertura dell'asilo italiano che verrà chiamato "Pinocchio". Dopo anni di peripezie finalmente l'Unione Italiana ha potuto acquistare una villetta nel rione di Meleda, un'area tranquilla con tanti villini, una strada non tanto frequentata, molto vicino alla scuola elementare. Pochissimi i lavori da effettuare prima dell'apertura che avverrà a settembre: una verniciata ai muri, due portoncini di sicurezza sulle scale che portano al primo piano e i mobili, e tutto sarà pronto per accogliere una trentina di bambini, anche di età sotto i tre anni e quindi nel nido. La Municipalità di Zara, che ha visto sempre di buon occhio l'apertura dell'asilo italiano, ha assicurato le paghe delle educatrici, sostenendo così la CI nella realizzaazione del progetto. •

Rina Villani, zaratina romana

Romana di nascita, la presidente della CI ha conosciuto nella città natale lo studente zaratino Adam Marusic, che sarebbe divenuto poi suo marito. Venuta nel 1979 per la prima volta a Zara, una volta terminata l'Accademia Rina si è trasferita stabilmente in questa città. Quindi conosce bene la Dalmazia, la sua storia e la realtà, compresa la componente italiana, tutti elementi in merito a cui le conoscenze in Italia sono assai poco diffuse. Tali conoscenze, ricorda, sono state favorite dalle informazioni fornitele dalla suocera che le hanno permesso di approfondire i dati di cui disponeva e rendersi conto delle vicissitudini storiche zaratine. Sente la mancanza di Roma? "No, ci vado quando voglio, vedo più le mie sorelle adesso che non quando stavo lì. Per me la famiglia è il punto di riferimento: dove sta la mia famiglia sto bene anch'io. A Roma ho studiato scenografia e quando mi sono trasferita qua non c'era lavoro per uno scenografo, ma poi ho fatto tante cose, sempre legate al mio mestiere. Da quando ho preso in mano la Comunità questo è diventato il mio lavoro perché, credetemi, c'è tanto da fare".»

113 - La Voce in più Dalmazia 11/02/12 Tullio Vallery rievoca, senza enfasi storiche e senza recriminazioni, il martirio di Zara dal 1944 al 1948

TESTIMONIANZE Tullio Vallery rievoca, senza enfasi storiche e senza recriminazioni, il martirio di Zara dal 1944 al 1948

La città italiana rivive nei ricordi di chi la lasciò

di Ilaria Rocchi

Basterebbe una sola immagine, tra le tante altre che affiancano e completano il racconto a parole, per far capire almeno una parte di ciò che si volle fare nell'Adriatico orientale dopo la Seconda guerra mondiale. A pagina 52 del suo libro "La 'liberazione' di Zara. 1944 - 1948" l'autore, Tullio Vallery, allega un permesso di circolazione, scritto in croato, che gli era stato rilasciato dal Comando (partigiano) nel dicembre 1944, per poter liberamente muoversi nella sua città natale: Tullio era diventato Tuljo, Vallery si era trasformato in Valerj e il nome di suo padre, Simeone, era ora Sime. Qualcuno potrà obiettare che l'Italia del Ventennio aveva voluto fare la medesima cosa in Istria e altrove, ossia italianizzare un territorio etnicamente variegato. Nessuno, però, ha cercato di negarlo, né di giustificare le colpe del fascismo, richiamandosi a precedenti torti. E l'Italia ha pagato; anzi hanno pagato le popolazioni giuliano-dalmate. "Nessun privilegio può compensare il peso di una nostalgia senza speranza: non poter morire dove si è nati, vedere la propria casa abitata da altri e contemplarla da stranieri; pensare d'essere il primo, dopo secoli, che ha le proprie radici strappate dalla sua terra. Nessun denaro paga questi dolori; li paga solo il rispetto", ha scritto Diego de Castro.

Ed è ciò che gli esuli chiedono. Rispetto, in primo luogo della verità, della memoria. Le vicende delle foibe e degli esuli devono entrare a pieno titolo nella storia europea, dell'Italia; ma pure della Slovenia e della Croazia, cui, dopo il Trattato di Parigi del febbraio 1947 appartengono Istria, Fiume e Dalmazia. Sono fatti che non devono restare nell'ombra, e neppure riemergere solo in circostanze "pilotate"; vanno studiate, analizzate, discusse. Il silenzio, infatti, è nemico della verità. Le voci dei testimoni che hanno vissuto sulla pelle il dramma della storia vanno ascoltate, registrate, amplificate. Anche perché questo patrimonio di memorie rischia di assottigliarsi sempre di più, fisiologicamente.

Racconto in prima persona

Nel mosaico di queste memorie, il libro di Tullio Vallery (pubblicato sotto gli auspici della Società Dalmata di Storia Patria, Venezia) aggiunge un nuovo tassello. Veramente, le 189 pagine di Val-lery sono più che un'opera di memorialistica: sono la testimonianza vivace, proposta senza enfasi storiche, senza recriminazioni, con uno stile sciolto, brillante, di piacevole (ahimé, quanto inappropriato appare questo termine in riferimento a quanto descritto) lettura, degli infausti episodi che portarono Zara (italiana) a diventare Zadar; eventi e situazioni che l'autore ha visto, fatto o subito nei quarantatrè mesi passati a Zara sotto la dominazione comunista jugoslava, dal 1944 al 1948. Il tutto, come rilevato sopra, corredato da un ricco apparato iconografico fatto di foto anche inedite - scattate dallo stesso autore prima di lasciare le sue contrade - e di documenti, proclami pubblici, manifesti e cartine. Con una dedica: al padre Simeone, "morto di crepacuore a sei mesi dal rimpatrio nella desolante tristezza di un campo profughi".

Vallery rievoca ciò che avvenne attraverso una serie di piccoli, ma significativi, quadretti familiari e personali che s'inseriscono nel grande disegno della Storia; una scelta che avvicina e rende partecipe il lettore. Fotogrammi di un passato che sarebbe svanito di lì a poco: la cartina di Zara italiana, il ritratto della famiglia Val-lery nell'inverno zaratino 1940 -Tullio, la sorella, i genitori ripresi "quando ancora non potevamo immaginare che cosa ci stava aspettando" - e la foto della città sotto il terribile bombardamento del 23 novembre 1943.

Liberazione e «liberazione»

Poi arrivano le truppe jugoslave, che effettivamente, e senza virgolette, liberano la città dai nazisti. E la occupano. Per quanto tempo?, si chiede il giovane Vallery. Le incertezze sul destino di Zara svaniscono presto, come pure alcuni suoi concittadini; mentre sui muri appaiono a caratteri cubitali scritte che inneggiano alla Zara croata. Si susseguono arresti, esecuzioni sommarie, requisizioni, il razionamento del cibo ("a pranzo una fetta di polenta dura con qualche goccia d'olio e mezzo bicchiere di latte, a sera la 'kasiza', sempre

polenta, quasi liquida e calda"), la mobilitazione forzata, il lavoro coatto, l'indottrinamento politico (il "politicki cas" che si teneva la sera nei cantieri e nelle fabbriche), la paura, la nostalgia della vita di un tempo, dei parenti, degli amici, dei compagni di scuola di una volta.

Poi, lentamente, comincia la vita nuova - e l'inesorabile morte di quella di una volta -, l'instaurazione del "potere del popolo" e dei suoi simboli (ad esempio, il caffè "Derna" diventa "Moskwa", gli hotel "Roma" e "Bristol" rispettivamente "Beograd" e "Zagreb", il caffè "Centrale" si trasforma in "Kafana Zadar"); si mettono in moto il Tribuale del Popolo e l'OZNA, la polizia politica; constatata l'impossibilità di far funzionare - come avvenuto in Istria e a Fiume - l'Unione Antifascista Italo-Slava, alla popolazione italiana di Zara viene proibita ogni forma associativa.

Oltre l'inganno la beffa

Intanto a Parigi si tratta; corre voce che in città è arrivata, per rendersi conto "de visu" del
la situazione, una Commissione Alleata, ma quasi nessuno se ne accorge. "Nessuno di noi, che io sappia, venne contattato. La Commissione soggiornò all'hotel Zagreb e che cosa abbia fatto non lo so. Un giorno vidi passare per viale Tommaseo una grossa auto nera con una strana bandierina sul cofano. Le autorità avrenno mostrato schemi, grafici ed altro e quelli, dopo un fugace giro in macchina, avranno ritenuto di aver appurato la situazione ed esaurito il loro compito. Sarebbe stato meglio ci fosse stata risparmiata anche questa beffa", afferma Vallery.

Vallery ripercorre quei giorni con una straordinaria lucidità e con uno spiccato senso per il dettaglio che spiega, in poche parole, ciò che accadde e come si sentiva una parte dei suoi concittadini. Sembra quasi un'avventura (in certi passi con tinte horror); del resto, il protagonista è un ragazzo poco più ventenne ma coraggioso.

Che prima di partire per sempre fotograferà i punti più importanti e significativi di Zara e il giorno prima dell'imbarco fece un giro in bicicletta nei luoghi a lui più cari e frequentati (li rivedrà molti anni dopo, ma ormai non saranno più gli stessi). Sarebbe stato possibile restare? Come riporta Vallery, in un punto in cui parla del senso di rimorso provato il giorno in cui ricevette il decreto d'accoglimento della richiesta di opzione, "mi rendevo conto che con la nostra partenza contribuivamo a snazionalizzare la nostra città dando una mano a quella pulizia etnica che da generazioni in Dalmazia veniva tenacemente perseguitata dagli ultranazionalisti croati. Ma cos'altro si poteva fare? Non avevamo scelta: era per noi inconcepibile diventare cittadini jugoslavi".

Un'atmosfera unica

Tullio Vallery spiega come "tutta l'atmosfera della Dalmazia era unica nel suo genere, cosa che derivava dalla sua conformazione geologica e dal clima, ma anche perché per la posizione geografica è stata nei secoli punto d'incontri, scontri e simbiosi di varie etnie e produttivo confronto di culture diverse. Una funzione questa svolta a lungo nel tempo e documentata dalle sue sedimentazioni architet-

toniche ed artistiche che fanno dalla Dalmazia un 'unicum' invano manipolato da ideologie cristallizzate su anacronistiche impostazioni nazionalistiche". E, nel darci il suo personale contributo all'ulteriore conoscenza di eventi e situazioni di un particolare periodo che ha condizionato la sua vita, precisa che Zara "comunque è rimasta ita-

liana e lo sarà sempre nel cuore dei suoi cittadini, ovunque essi siano", perché la Zadar d'oggi è un'altra città. Vi si possono ritrovare le chiese, il mare che è rimasto più o meno lo stesso, al tramonto si può ancora ammirare il famoso raggio verde, ma quello che è andato perduto è la magica atmosfera che si respirava.

"[...] Un giorno venni chiamato al comando della compagnia, cui appartenevano le squadre addette al recupero (sfuggito al reclutamento, Vallery fu precettato a lavorare, senza paga, alla Sezione edilizia per le necessità del Presidio Militare, nda), che aveva sede in una casa un Val de' Ghisi [...]. In una stanza, Marchetti (uno dei capisquadra, nda), che evidentemente fungeva da furiere, mostrandomi un libro aperto mi chiese di apporvi una firma: era il libro matricola della compagnia: in una riga c'era il mio nome con i dati anagrafici, ma nell'ultima casella sotto la scritta narodnost (nazionalità) vidi la parola hrvat-ska (croata). Mi rifiutai di firmare

adducendo che ero italiano. Non obiettò nulla, ma una settimana dopo fui nuovamente convocato; lo stesso Marchetti davanti il libro aperto mi chiese dove fosse nato mio padre, 'a Zara', risposi, 'nel 1882'. 'E sotto l'Austria era cittadino austriaco?' Alla mia risposta affermativa concluse 'allora sei croato!'. Cercando di non dare un tono polemico alla mia risposta, obiettai: 'Mio padre era cittadino austriaco, ma di nazionalità italiana; l'impero austriaco era composto da undici nazionalità riconosciute e tra queste anche l'italiana' [...]. Quando venni convocato per la terza volta notai che la parola hrvatska era stata cancellata e sostituita da talijanska [...]".

In estrema sintesi

L'odissea di Zara

Antica città dei Liburni (è ricordata col nome di Idasse fin dal secolo IV a. C.), Zara è la capitale storica della Dalmazia. Partecipò accanto a Ottaviano alla I guerra dalmatica (35-33 a. C.), fu trasformata in colonia romana col nome di Iadera; dopo la fine dell'Impero d'Occidente, divenne la città principale della Dalmazia bizantina (VII) e in seguito addirittura il maggior porto dell'Adriatico orientale e la capitale di un ducato autonomo di Dalmazia. Solo il sorgere di Venezia mise in pericolo la sua prosperità. Nell'XI secolo cercò di affrancarsi da Bisanzio, ora facendosi proteggere da Venezia, ora ricorrendo ai sovrani d'Ungheria. Nel XII secolo si sviluppò in un comune, ma nel 1204 il doge veneziano Enrico Dandolo la conquistò con le armi nell'ambito della IV Crociata. Il lungo dominio della Serenissima subì un'interruzione tra il 1358 e il 1409, quando Zara svolse una politica vivace e discontinua, appoggiandosi ora al re d'Ungheria, ora al re di Napoli, ora al futuro imperatore Sigismondo di Lussenburgo. Nel 1409 ritornò la signoria veneziana e il comune accettò l'autorità di un conte, rappresentante della Repubblica di San Marco.

Nel corso del Seicento la città si completò e si arricchì, ma la caduta di Venezia (1797) la fece passare sotto lo scettro asburgico. Nel 1805 Zara, per volere di Napoleone, fu aggregata al Regno d'Italia, nel 1809 alle Province Illiriche; ma nel 1813 gli Austriaci occuparono la città, non senza incontrare un'inattesa resistenza. Durante tutto

11 XIX secolo Zara trovò il modo di riaffermare, in diverse occasioni, la sua italianità, come nel 1848 e nel 1861. Il 4 novembre 1918 truppe italiane entrarono a Zara, già insorta da alcuni giorni; ma solo nel 1920 col Trattato di Rapallo l'annessione al Regno d'Italia divenne definitiva (la nuova provincia era la più piccola d'Italia, sia per numero di abitanti che per estensione, costituita dai comuni di Zara e Lagosta).

Durante la Seconda guerra mondiale, con Regio decreto (legge del 18 maggio 1941, n. 42), vennero annesse all'Italia altre terre dalmate, Spalato e Cattaro, e si costituì il Governatorato della Dalmazia, retto da Giuseppe Bastianini e successivamente da Francesco Giunta.

Dopo l'8 settembre 1943, Zara e la Dalmazia tutta furono occupate dai tedeschi. Pur non avendo un ruolo strategico, la città fu duramente bombardata dagli Alleati per ben 54 volte. Il primo, del 2 novembre 1943, causò circa 200 vittime ed altrettante il secondo, del 28 novembre. Imprecisato, ma elevato il numero di feriti. Dopo il secondo bombardamento la popolazione abbandonò la città rifugiandosi nelle campagne, nei paesi vicini. Gli uffici anagrafici cessarono di funzionare, all'Ospedale Provinciale i morti non vennero più registrati. Le salme quando possibile venivano sepolte in fosse comuni. Il capo della provincia, Vincenzo Serrentino, dopo il terzo bombardamento (16 dicembre 1943) poteva riferire soltanto in via di larga approssimazione che i morti sarebbero stati una sessantina. I bombardamenti durarono fino al 31 ottobre del 1944. Poche le migliaia di sopravvissuti su una popolazione, in origine, di 22.000 abitanti. Secondo una fonte resistenziale, il prefetto di Padova Gavino Sabadin, designato dal Comitato di liberazione nazionale, il conto definitivo degli uccisi fu di: 11 fucilati dai tedeschi, 900 trucidati dai soldati di Tito; oltre duemila uomini e donne morirono poi sotto i 54 bombardamenti angloamericani (così massicci perché, su indicazione slava, la città era stata arbitrariamente identificata come un importantissimo centro logistico dell' esercito tedesco), 435 italiani furono infine deportati nei campi di prigionia jugoslavi. Dopo l'ingresso dei partigiani di Tito (31 ottobre 1944), gli orrori e le sopraffazioni costrinsero molti zaratini, ormai sradicati dalla loro città, a trovare rifugio entro i nuovi confini italiani o nel mondo. Pochissimi gli italiani rimasti, oggi appena lo 0,1 per cento della popolazione.

Multiculturalità con il timbro dell'italianità

La vicenda personale di Tullio Vallery è per molti aspetti emblematica di una realtà dalmata multiet-nica e italiana allo stesso tempo. Si fondono in lui ben quattro nazioni diverse, italiana, croata, tedesca e francese. Infatti, il nonno paterno era nipote di un francese arrivato ai tempi dell'occupazione napoleonica; la moglie del nonno "francese" era una Schneider, di radici tedesche. Il nonno materno era invece italianissimo, di Vittorio Veneto, che si era sposato con una dalmata croata. Tullio nasce a Zara nel 1923, da Simeone Vallery e Clelia Dal Mas, in una città in cui predominavano la lingua e la cultura italiane.

I guai per la famiglia Vallery iniziano nel novembre 1943, prima con i bombardamenti degli Alleati - che radono al suolo il 70 per cento della città -, poi con l'arrivo dei partigiani jugoslavi. Gli zaratini che non erano già morti o scappati devono subire l'occupazione. Circa duecento persone vengono uccise, altre forzate a entrare nell'esercito jugoslavo. Capita anche a Tullio Vallery di venir precettato, ma riesce a darsi per indisposto e invece di partire con gli altri per il fronte viene trattenuto al comando militare. Resta a Zara fino al 1948, assistendo alla trasformazione della città.

Dopo il Trattato di Parigi comincia a preparare la partenza, in seguito all'opzione di tutta la famiglia. Ottenuto il decreto che lo riconosce cittadino italiano, ha sei mesi di tempo per andarsene. Tullio, la sorella, i genitori e una vecchia nonna raccolgono allora quello che possono dei propri beni superstiti ed escono per sempre da Zara. "Il 6 giugno 1948 venni così cacciato dalla mia terra solo perché desideravo rimanere, com'ero nato, italiano", scrive nel libro.

Trova accoglienza a Venezia, che in quegli anni arriverà a ospitare nei suoi campi profughi (al convitto "Foscarini", alla caserma "Cornoldi" in Riva degli Schiavoni, alla scuola "Gallina", ai Tolentini) alcune migliaia di esuli dalmati e giuliani. Vallery resta al "Foscarini" per sette anni; quindi un veneziano benestante di radici lussignane gli propone di fare l'amministratore di certi suoi stabili a Venezia e Mestre. Tullio si fermerà nella città lagunare, attivandosi nell'ambito delle varie organizzazioni fondate dagli esuli in Italia, è stato dirigente nazionale e provinciale dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, presidente della Società Sportiva Giuliano-Dalmata "Julia", assessore del libero Comune di Zara in esilio, membro del Consiglio della Federazione degli Esuli, tesoriere della Società Dalmata di Storia Patria di Venezia. Per 40 anni cancelliere della Scuola Dalmata di Venezia, dal 1992 ne è il guardian grande. È direttore dell'Archivio-Museo della Dalmazia.

Vallery, cultore di storia, promotore culturale e pubblicista, è autore di numerosi studi e articoli pubblicati su vari giornali e riviste. Collaboratore di "Difesa Adriatica", fa parte della redazione della "Rivista Dalmatica" e de "Il Dalmata". È stato direttore del periodico d'avanguardia "Comunità Adriatica". Ha fondato e dirige la Collana Ricerche storiche "J. M. Trèveri".

È autore o coautore di numerose pubblicazioni tra le quali: "Zara nel cinquantesimo della redenzione" (1968), "Zara e la Dalmazia nel pensiero e nell'azione di Gabriele D'Annunzio" (1970), "Emma" (1993), "L'esodo giuliano-dalmata nel Veneto" (2001), "Il giorno del ricordo" (2005), "La poesia dialettale dalmata" (2006), "Personaggi Dalmati" (2009), "La Scuola Dalmata di Venezia" (2011).

In considerazioni di particolari benemerenze conseguite nell'ambito associativo e sociale, con decreto del 13 luglio 1978 è stato insignito dell'onoreficenza di commendatore dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Il Comitato ANVGD di Venezia gli ha assegnato una targa e una medaglia d'oro per l'impegno e la dedizione dimostrati nella difesa dei diritti e nella diffusione della cultura giuliano-dalmata. (ir)

114 - Il Piccolo 12/02/12 La statua di Augusto esule da Pola

La statua di Augusto esule da Pola

PUNTI DI VISTA - LA RUBRICA

Lasciò la città istriana con l’ultimo viaggio della "Toscana"

Prima di giungere a Gorizia fu abbandonata per oltre 20 anni all’Arsenale di Venezia
Sembra di oggi questa cartolina, realizzata da Minca per conto della Sagi di Trieste. Invece guardando lo sfondo, col Castello, si capisce che mostra l’angolo tra le vie Roma e Crispi di almeno 40 anni fa, dopo la costruzione del condominio "Riavez" del 1960, dopo la demolizione della scuola avvenuta nel 1968 e prima del Palazzo della Regione i cui lavori sono iniziati nel 1971

. La statua bronzea è una copia del marmoreo "Augusto di Prima Porta", così chiamato per il suo ritrovamento nella villa di Livia, moglie di Augusto, che si trovava a Roma in località Prima Porta.

L’originale, oggi ai Musei vaticani, è noto anche quale "Augusto loricato", dalla corazza da legionario in pelle, lorìca, che indossa.

Il primo imperatore romano si presenta col destro alzato, nel gesto di chiedere il silenzio prima dell’incitamento alle truppe prima della battaglia.

La fattura riscontra notevole continuità con la scultura greca, che ritraeva figure ideali dalle proporzioni perfettamente armoniche, come anche in questo caso.

Ottaviano, che non indossa elmo né calzari e porta una lancia nella sinistra, nella versione originale era raffigurato con un putto a cavallo di un delfino sulla gamba destra, Eros figlio di Venere, col delfino simbolo della dea stessa.

Una statua così bella, tanto che il Regime negli anni Trenta pensò di farne una serie di repliche donate poi a molte città quali Ancona, Aosta, Bologna, Brindisi, Fano, Napoli, Nola, Ravenna, Rimini, Susa, Torino, ma anche all’estero dato che una si trova a Saragozza.

Copie alle quali è però tolto il putto, che troppo addolciva il carattere maschio del condottiero romano.

L’Augusto goriziano ebbe vita travagliata. Donato a Pola, rimase davanti all’Arena di quella città fino al 1947, quando con il trattato di Pace firmato a Parigi, dopo due anni di amministrazione alleata come Gorizia, diversamente da questa viene assegnata alla Jugoslavia, dando l’avvio al tragico esodo.

28 mila dei 31 mila abitanti abbandonarono Pola per venire in Italia, trasportando con se tonnellate di masserizie e, con l’ultimo viaggio della nave Toscana, l’archivio anagrafico e pure la statua di Cesare Augusto la quale, fino alla sua collocazione a Gorizia, rimase per più di 20 anni abbandonata all’Arsenale di Venezia, proprio come migliaia dei profughi rimasero abbandonati per anni in vecchie caserme fatiscenti, nella latitanza dello Stato italiano di fronte a quello che per anni rimase solo un scomodo problema da nascondere.

Diego Kuzmin

115 – Il Giornale 12/02/12 Napolitano andrà a Porzus

Napolitano andrà a Porzus

di Fausto Biloslavo

Il capo dello Stato renderà omaggio alle vittime di Porzus, un altro eccidio riposto per anni nel cassetto della storia. Una specie di oblio per certi versi simili a quello che per mezzo secolo condannò le foibe a poche righe distorte sui libri di testo. Nel febbraio '45 una banda di gappisti, agli ordini del comandante Giacca, al secolo Mario Toffanin, sterminarono 22 partigiani della brigata Osoppo, che sul confine orientale si opponevano al nazifascismo, ma pure ai disegni espansionistici del maresciallo Tito. Il comandante degli osovari era "Bolla», lo zio del cantautore Francesco De Gregori. Giacca fu il sicario del IX Corpus sloveno, che alla fine della guerra occupò Trieste condannandola a 40 giorni di terrore. Napolitano ha colto l'invito di recarsi alle malghe di Porzus dal governatore di centrodestra del Friuli-Venezia Giulia, Renzo Tondo. L'obiettivo è riuscire finalmente a elevare il luogo dell'eccidio comunista a monumento nazionale. Il presidente Cossiga aveva provato a recarsi a Porzus nel '92, ma il muro di Berlino era crollato da poco e fu bloccato da una valanga di polemiche. Non bisognava far emergere uno degli scheletri nell'armadio più ingombranti del partito comunista italiano e del dopoguerra. Napolitano ha annunciato ®l'intenzione in una prossima visita già programmata in Friuli di rendere omaggio alle vittime dell'eccidio di Porzus», alla vigilia del Giorno del Ricordo dedicato alle foibe e all'esodo. Il capo dello Stato aveva già parlato chiaro sulla tragedia degli esuli, al punto di far inalberare la Croazia. Chissà se dimostrerà lo stesso coraggio a Porzà»s denunciando come per anni sia rimasta una strage di serie B nel novero delle vittime della Resistenza. Chissà se ricorderà che lo stesso Giacca, condannato all'ergastolo e fuggito in Jugoslavia, fu poi graziato da Sandro Pertini. Forse il capo dello Stato neppure sa che Toffanin visse tranquillamente oltreconfine, a due passi da Trieste, con la pensione dell'Inps, senza mai pentirsi. Pratica Vos 04908917, che gli permise di incassare ogni mese, in dollari, 672.270 lire, fino alla sua morte nel 1999. Sicuramente il capo dello Stato potrà rinfrescarsi la memoria consultando Porzus, violenza e Resistenza sul confine orientale, appena dato alle stampe dal Mulino, che gli è stato recapitato al Quirinale. La storica Elena Aga-Rossi vi conferma che i gappisti agirono su ordine del IX Corpus sloveno, che aveva inglobato i partigiani garibaldini.

Però si mossero con il consenso della federazione del Pci di Udine. Nel libro viene citata una lettera di Togliatti alla federazione del Pci di Udine con l'invito di non opporsi alle strategia del Partito comunista jugoslavo.

116 - Varese news 16/02/12 Lettere Quanta ipocrisia e anti italianità sulle foibe

Quanta ipocrisia e anti italianità sulle foibe

Egregio direttore

E' mai possibile che in Italia non si trovi mai un momento di unità su un qualsiasi tema che riguarda la propria storia???

Sono appena 8 anni che è stata istituita la giornata del ricordo delle foibe e dell'esodo giuliano dalmata e in così poco tempo sono già nati movimenti fortemente ideologizzati che minimizzano o negano la tragedia dei nostri confini orientali. Il culmine è stato raggiunto dalla puntata di Porta a Porta dedicata all'rgomento, ma vedo che anche certi lettori di varese news non scherzano, e mi riferisco alle lettere inviate sull'argomento appena qualche giorno fa.

C'è chi parla di violenze italiane nelle colonie, di campi di concentramento italiani, di violenze varie, delle crudeli parole del generale Roatta ecc.

Il dramma dei confini orientali è stato ignorato per troppo tempo, e i nostri esuli hanno già dovuto sopportare per 60 anni questo silenzio assordante riguardo la loro tagedia, e adesso che la verità è tornata a galla subito si tenta di ridimensionarla e quasi annullarla.

Piantiamola di parlare di violenze italiane in Jugoslavia e di usarle come giustificazione per quanto i partigiani di Tito hanno fatto dopo, perchè se la giustificazione è foibe vendetta comprensibile per rappresaglie italiane in slovenia allora mi verrebbe da dire che Fosse Ardeatine uguale vendetta comprensibile per attentato di Via Rasella. Piantiamola di usare giustificazioni stupide e insensate per sminuire le violenze commesse ai danni della nostra gente, che viveva in quei posti da secoli. I partigiani che si macchiarono dei crimini delle foibe non furono solo sloveni e croati, ma jugoslavi in generale, quindi anche bosniaci e serbi, che non avevano mai vissuto alcuna occupazione italiana. Inoltre i partigiani slavi spesso si affidarono alle indicazioni di partigiani comunisti italiani, che li indicavano dove abitava il consigliere comunale, il farmacista, il prete o l'ex podestà di turno da prendere e uccidere perchè "fascista" e "borghese".

Il tanto nominato campo di concetramento di Arbe (rab) infine altro non fu che un campo di prigionia della stessa stregua di quelli inglesi o americani sparsi in giro per il mondo (dove tra l'altro finirono numerosi militari italiani a guerra finita, vedi Kenya); presso Arbe addirittura si rifugiarono qualche migliaio di ebrei slavi per poter sfuggire alle deportazioni messe in atto dai tedeschi (stessa cosa avvenne in Albania, controllata sempre dai militari italiani), perchè è assodato e riconosciuto che i territori sottoposti a dominazione italiana erano più "sicuri" di quelli sottoposti a controllo nazisti tedeschi o croati (Ustascia) come dimostrato da diversi storici come Pupo e Petacco, che di certo non sono "di destra". D'altronde se il generale Roatta scrisse dure parole contro il pietismo italiano verso gli sloveni, questo è la dimostrazione che gli italiani erano veramente "brava gente", altrimenti il suddetto generale non avrebbe ritenuto necessario scrivere quelle parole di fuoco.

Basta farci del male, e uniamoci nel ricordo del dramma di quelle terre, italiane da secoli, che videro nostri connazionali di tutti gli schieramenti politici uccisi dall'odio verso la nostra gente.

Leslie Mulas

La Mailing List Histria ha il piacere di inviarVi periodicamente una minirassegna stampa sugli avvenimenti più importanti che interessano gli Esuli e le C.I. dell' Istria, Fiume e Dalmazia, nonché le relazioni dell'Italia con la Croazia e Slovenia.

Si ringrazia per la collaborazione l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Gorizia e l’Università Popolare di Trieste

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :

http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/

http://www.arupinum.it