N. 814 – 25 Febbraio 2012

Sommario

117 - La Nuova Voce Giuliana 16/02/12 Editoriale - Dopo le emozioni (Chiara Vigini)

118 – CDM Arcipelago Adriatico 20/02/12 - Seminario MIUR al via: la storia dell'Adriatico orientale nelle scuole d'Italia, intervista a Elena Depetroni (Rosanna Turcinovich Giuricin)

119 - L'Arena di Pola 21/02/12 Tracce di italianità nel territorio in cui vivo, Il tema vincitore del premio offerto dal Libero Comune di Pola in Esilio per le scuole medie superiori al concorso Mailing List Histria 2011 (Dea Nicoletta Continolo)

120 – Avvenire 15/02/12 Lettera di ringraziamento a Lucia Bellaspiga (Eufemia G.Budicin)

121 – La Voce del Popolo 22/02/12 Reggio Emilia: La memoria degli italiani adriatici è finita in fondo al pozzo (Kristjan Knez)

122 - L'Arena di Pola 21/02/12 Un tempo per vivere e un tempo per morire. Un tempo per ricordare e un tempo per ricostruire (Silvio Mazzaroli)

123 - Osservatorio Balcani 21/02/12 Foibe: chi avrà il coraggio di sollevare quel marmo? (Franco Juri)

124 - Libero 18/02/12 Milano: «Le foibe? Giustificabili» E Pisapia mette la firma (Maria G.Maglie)

125 - La Stampa 18/02/12 Marchionne con i profughi istriani a Torino (Paolo Coccorese)

126 - Il Piccolo 24/02/12 Beni abbandonati, restituzione a rischio, Zagabria: l’ipotesi di ritoccare la Costituzione all’esame del nuovo governo croato (Andrea Marsanich)

127 - La Voce del Popolo 21/02/12 Pola - Il dialetto istriano va tutelato (Marko Mrđenović)

128 - Il Piccolo 22/02/12 Rientra l'allarme a Capodistria sull'italiano a scuola (Franco Babich)

129 – L’Arena di Pola 21/02/12 Mariuccia Pussini Ricordi del mio vissuto (Mariuccia Pussini)

130 - La Voce del Popolo 20/02/12 Speciale - Verteneglio, un'elementare italiana a continuo contatto con la natura (Daniele Kova)

131 – La Voce del Popolo 23/02/12 Cultura - A Roma scorci di Zara e della Dalmazia (ir)

132 - Secolo d'Italia 21/02/12 Dopo quindici anni siamo pronti a parlare di Porzus ? (Luciano Garibaldi)

133 - La Stampa 19/02/12 Il Caso - Alla scoperta di Trieste la bella sottovalutata (Silvia Zanardi)

134 - Il Piccolo 23/02/12 Ecco come Italo Svevo riscrisse "Senilità" per essere più moderno (Riccardo Cepach)

135 - Il Sole 24 Ore 19/02/12 Recensioni - Gilas, partigiano con Tito (Piero Craveri)

A cura di Stefano Bombardieri

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :

http://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

117 - La Nuova Voce Giuliana 16/02/12 Editoriale - Dopo le emozioni (Chiara Vigini)

DOPO LE EMOZIONI

Quando ai lettori giungeranno queste pagine (in cronico ritardo, complici anche, è da dire, i disservizi postali), l’onda emotiva del Giorno del Ricordo sarà ben che passata e le celebrazioni svolte nelle giornate intorno al 10 febbraio avranno dato ampia notizia di sé nei mezzi di informazione più immediati. L’emozione mette in movimento l’animo (lo dice la derivazione latina: e-moveo) ma sarebbe un ben magro risultato se ci si fermasse di lì a pochi giorni, e col mese di febbraio fosse tutto finito. Ci sembra importante, invece, che questa giornata, significativa per tutta l’Italia e tanto più per i nostri lettori, stimoli una riflessione e ci aiuti a dare una direzione al nostro agire di molte altre giornate dell’anno.

Ritorno sul seminario nazionale per docenti del 22-23 febbraio, in pieno svolgimento, quindi, o appena terminato, quando il giornale arriverà nelle vostre case (o almeno, dicevamo, così si spera), perché mi pare che sia utile a spiegare qualcosa, a questo proposito.

Non è poca cosa che 120 insegnanti dalla penisola si muovano verso Trieste; molti, forse, lo avranno fatto per fugare l’ignoranza su delle vicende, quelle del confine orientale, che interrogano il senso di giustizia di ognuno, per dargli spazio e rompere il lungo silenzio della storia sul trattamento irrispettoso, violento, feroce a volte, delle nostre genti (e parecchi altri aggettivi potete aggiungerli voi). Una carissima collega che si è accostata da poco alle nostre tematiche mi ha confessato il suo struggimento davanti a immagini di profughi che si salutano, che spingono carretti di masserizie, che si asciugano gli occhi, che vivono in baracche… Ma rimanere sul piano dell’emotività, sia pur guidata dal senso della giustizia, è troppo poco e può andar bene per la fase iniziale di interessamento alle nostre vicende, ma non per mantenere in esistenza, far conoscere e apprezzare una cultura secolare legata a un territorio, cioè una storia circostanziata, contestualizzata. Questo, infatti, mi pare che sia l’obiettivo da perseguire, non certo quello di perpetuare angosce e dolori, ingiustizie patite, recriminazioni, rimpianti.

Inoltre mi sembra che l’emotività, sul lungo percorso, tolga lucidità al ragionamento e all’espressione. Quante volte, trovandosi di fronte a un interlocutore emozionato, è necessario fermarne il racconto per chiedere spiegazioni su quanto sta narrando sull’onda di un’emotività, che, appunto come un’onda, rischia di travolgerlo! Parla e si immagina che, chi ascolta, capisca e provi i suoi stessi sentimenti, ma spesso non è così. Lo sanno bene gli esuli dall’Istria, Fiume, Dalmazia che spesso con grande fatica hanno raccontato le loro vicende ai propri figli senza essere ascoltati e compresi e spesso solo la distanza generazionale con i nipoti permette loro di essere più asettici nei loro racconti e quindi di essere ascoltati con maggiore attenzione. Quel che è valido per l’espressione orale, per quella scritta lo è ancor di più: gli scritti sull’onda delle emozioni non li capisce nessuno e vengono presto accantonati.

E infine l’emotività restringe il campo a un momento, a un episodio e a un tempo ben specifici, a qualcosa che si è provato ma che è circostanziato e personale, pure se è vissuto da un popolo intero. Anche questo non sembra essere conveniente per le vicende giuliane e dalmate, perché rischia di limitare l’attenzione del grande pubblico agli anni brevi, benché pesanti e cupi, del secondo dopoguerra, dimenticando di quanta storia intensa, di quanta cultura profonda, di quante tradizioni ataviche si sta trattando. E di quante personalità insigni, grandi e stimate in ogni campo del sapere hanno dato lustro all’Italia avendo avuto i natali nei territori adriatici orientali.

Di questo si parla nel seminario triestino, dopo due sessioni tenute a Roma nelle quali gli interventi degli esperti erano diretti a fornire un quadro ben delineato delle vicende storiche per mettere in fuga l’ignoranza più gretta. Ormai le nostre vicende sono state consegnate alla Storia e non andranno perdute, anche se c’è ancora molto da lavorare perché lo siano in maniera completa ed equilibrata.

Ogni campo dello scibile ci permette di aprire uno squarcio sul nostro mondo ma anche di riconoscerne le sfaccettature e la complessità, di problematizzare e contestualizzare, evitando le facilonerie, le riduzioni e le semplificazioni. Perciò agli insegnanti questa volta si propone l’arte, la scienza, lo sport, la letteratura; tanto preziosa, quest’ultima, perché narra episodi e storie che possono essere coinvolgenti ma si presentano come prototipi di vicende più ampie nello spazio e nel tempo in cui tutti possono riconoscersi.

Ed ecco un altro buon obiettivo da prefiggerci, in questa zona di confine: cercare e perseguire ciò che è oggettivamente comune al genere umano: non memorie condivise, impossibili da tenere insieme, perché è impossibile valutare la percezione dell’altrui dolore e le componenti che vi sottostanno, ma invece un comune sentire e compartecipare alle rispettive vicende dolorose. Per i giovani che abbiamo a casa o in classe e che vivono in un mondo ormai ampiamente multietnico, questo non è così lontano come per noi adulti, spesso non ancora abituati a convivere con chi è diverso da noi per cultura, provenienza o colore di pelle. Ce ne stiamo rendendo conto? Nelle nostre classi non c’è più "il cinesino" o "il negretto" o semplicemente "lo straniero" che poteva essere guardato di sottecchi fino agli anni settanta: il "diverso" è uno di noi e le stesse dinamiche umane ce lo accomunano; è necessario conoscere e farsi conoscere, in una comune direzione di Pace.

Quindi "Contributi dei giuliano-dalmati alla storia e alla cultura nazionale" per riconoscere ai tanti personaggi illustri delle nostre terre l’importanza che essi hanno rivestito proprio in quella nazione che ha faticato tanto per diventare tale e prima ancora che lo fosse e per permetterci ora, passati oltre a un secolo segnato da nazionalismi duri e contro natura, di superare divisioni e confini.

Chiara Vigini

118 – CDM Arcipelago Adriatico 20/02/12 - Seminario MIUR al via: la storia dell'Adriatico orientale nelle scuole d'Italia, intervista a Elena Depetroni

Seminario MIUR al via: la storia dell’Adriatico orientale nelle scuole d’Italia

Il 22 e 23 febbraio a Trieste, più di 120 insegnanti provenienti da varie regioni italiane prenderanno parte al Seminario organizzato dal Gruppo di Lavoro che opera presso il MIUR, così come previsto dalla Legge sul Giorno del Ricordo.

E’ uno dei risultati, di grande valenza culturale ma anche politico-sociale, del tavolo di lavoro esuli-governo italiano sul tema della scuola, avviato qualche anno fa e che fino ad oggi ha portato allo svolgimento di due primi seminari a Roma ed ora a quello di Trieste.

Il Gruppo di lavoro è costituito da rappresentanti di diverse Direzioni Generali del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca e da esponenti delle diverse Associazioni degli Esuli.

Titolo del Seminario nazionale 2012, che si svolgerà allo starhotel Savoia Excelsior Palace (Riva del Mandracchio, è "Le vicende del confine orientale ed il mondo della scuola. Il contributo dei Giuliano-Dalmati alla storia e alla cultura nazionale".

"Chiaramente – risponde Maria Elena Depetroni, operatrice scolastica e membro del Gruppo di Lavoro in rappresentanza della FederEsuli (insieme a Lucio Toth, Donatella Schurzel e Patrizia Hansen) oltre che Presidente del Comitato ANVGD di Bergamo – il tema è una ideale continuazione del dibattito sul 150.esimo dall’avvio dell’unità d’Italia. Processo a cui anche le genti dell’Adriatico orientale, Istria, Fiume e Dalmazia, hanno dato un contributo notevole e molto particolare, nelle pieghe di quella storia che oggi, nella nuova Europa, si carica di ulteriori significati, in quanto anticipatori di un’unità nelle diversità di cui solo oggi abbiamo piena coscienza. E’ fondamentale che il messaggio arrivi alle scuole, che si ragioni di Adriatico orientale in questi termini, per rendere legittimo considerare la nostra vicenda come parte della storia nazionale alla quale appartiene a tutti gli effetti".


Un seminario a porte chiuse?


"Con sommo dispiacere, per una questione facilmente comprensibile. Il numero dei partecipanti, unito a quello degli operatori ospiti ed ai rappresentanti delle varie associazioni ed istituzioni, colma tutti i posti a disposizione nella sala dello starhotel Savoia Excelsior Palace (Riva del Mandracchio, 4). Per tanto, abbiamo dovuto limitare le presenze del pubblico e consentire soltanto l’accesso con invito".


In che modo questa iniziativa si lega al Giorno del Ricordo e si svolge, per il terzo anno consecutivo nel mese di febbraio?


"Il tutto si ispira all’art.1 della Legge 92 del 30 marzo 2004 che, istituendo il Giorno del Ricordo come solennità civile, invita di fatto a diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole di ogni ordine e grado e, contestualmente, sollecita la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti da parte di Enti e Istituzioni, al fine di conservare la memoria di quelle vicende; valorizzare il patrimonio culturale, storico, letterario e artistico degli italiani dell’Istria, di Fiume e delle coste dalmate; preservare le tradizioni delle comunità istriano-dalmate residenti nel territorio nazionale ed estero. Noi siamo stati felici di poter dare un seguito a quanto previsto dalla legge, trovando comprensione e sostegno da parte del MIUR".


Il discorso non si riferisce unicamente al Seminario. Durante l’anno si svolgono altre iniziative?


"Sono stati avviati dei concorsi che permettono alle scuole di portare la nostra storia in classe e far ragionare i ragazzi su vicende che ci riguardano. Nel corso del Seminario, per tanto, saranno premiati gli elaborati vincitori del Concorso intitolato Aspetti del territorio geografico e storico dell’Adriatico orientale bandito con nota ministeriale il 6 settembre 2011 e finalizzato a promuovere l’educazione alla cittadinanza europea e della storia italiana attraverso la conoscenza dei rapporti storici e culturali nell’area dell’Adriatico orientale. I lavori premiati saranno illustrati da docenti e studenti nella sessione pomeridiana del 23 febbraio 2012. Ma c’è un’altra iniziativa analoga, che sarà illustrata nel corso del Seminario, si tratta del Concorso nazionale "CLASSE TURISTICA. Festival del Turismo scolastico" promosso dal Touring Club e dall’ANVGD (Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia) rivolto alle scuole secondarie di II grado italiane e di lingua italiana di Istria, Fiume e Dalmazia".


Soddisfatti della risposta delle regioni?


"Senz’altro, quasi tutte sono rappresentate ma c’è di più. Un annuncio importante arriva proprio dal Veneto che, richiamandosi alla Legge che istituisce il Giorno del Ricordo, il prossimo 20 marzo a Padova, organizza un Seminario per le scuole della propria regione. Credo si tratti di una iniziativa importante che funga da apripista ad altre regioni italiane".


Nella prima giornata, mercoledì 22 febbraio, è prevista la Visita guidata storico-culturale di Trieste e dintorni – piazza Unità d’Italia, alla foiba di Basovizza, al Museo del campo profughi di Padriciano. I lavori del seminario avranno inizio nel pomeriggio, con il saluto delle Associazioni degli esuli istriani, fiumani, dalmati con l’intervento del Gen. Silvio Mazzaroli.

La prima relazione sarà quella della dott.ssa Grazia Tatò dell’Archivio di Stato di Trieste sul tema "Studiare la storia attraverso le fonti archivistiche".

Il giorno dopo, la mattinata (ore 9) avrà inizio con il saluto delle autorità.

Seguiranno gli interventi su L’Adriatico, mare che non divide ma unisce - Fulvio Salimbeni;

La cultura giuliano-dalmata: un ponte europeo tra innovazione e tradizione – Roberto Spazzali;

"CLASSE TURISTICA. Festival del Turismo scolastico"- Touring Club Italiano - Leonardo Devoti.

Dopo la pausa pranzo il seminario riprenderà con il Concorso nazionale "Aspetti del territorio geografico e storico dell’Adriatico orientale", premiazione dei vincitori ed esposizione dei lavori premiati.

La sezione intitolata Esperienze didattiche, darà la parola alle scuole prima delle conclusioni di Antonio Lo Bello e la consegna degli attestati.

Rosanna Turcinovich Giuricin

119 - L'Arena di Pola 21/02/12 Tracce di italianità nel territorio in cui vivo, Il tema vincitore del premio offerto dal Libero Comune di Pola in Esilio per le scuole medie superiori al concorso Mailing List Histria 2011

Tracce di italianità nel territorio in cui vivo

Il tema vincitore del premio offerto dal Libero Comune di Pola in Esilio per le scuole medie superiori al concorso Mailing List Histria 2011 è stato quello di Dea Nicoletta Continolo, della classe I Liceo Generale della Scuola Media Superiore Italiana «Dante Alighieri » di Pola (insegnante Marisa Slanina).

Il titolo era Tracce di italianità nel territorio in cui vivo. Il premio è stato consegnato a Buie il 12 giugno 2011. Questa la motivazione data dalla giuria: «Le consegne, rispettate diligentemente, rispecchiano animo sensibile e capacità di comprensione delle tematiche. La competenza linguistica evidenziata è di buon livello e funzionale allo svolgimento dell’elaborato. Per la maturità messa in luce, la commissione della Mailing List Histria dichiara concordemente che è un bel lavoro».


Aggiungiamo con soddisfazione che il sincero sentimento nazionale espresso dalla giovane polese si sposa perfettamente con l’amore per la sua città: un bell’esempio da seguire.


Tracce di italianità nel territorio in cui vivo
Tracce? No, qui a Pola dove vivo non ci sono "tracce" di italianità. Ci sono segni indelebili e inconfutabili di italianità, scritte e incisioni su pietra ormai fossilizzate, e su altre profumano ancora di Serenissima.
Ad un occhio attento appare immediata la struttura viaria della città di Pola (cardo e decumano), romana doc. Sorge su sette colli i cui nomi di battesimo sono rimasti invariati: Paradiso, Zaro, Serpo, S. Giorgio, Magno, Monvidal e Monte Ghiro. Su quest'ultimo (ironia della sorte) si trova il cimitero cittadino che, dopo la perdita di mio nonno e dei bisnonni, frequento spesso. Non è certo il massimo del divertimento girovagare per il cimitero, ma per me equivale alla ... visita ad un museo. Tanti, tantissimi i nomi e cognomi italiani che dal 1800 circa riposano in pace: Volpi, Schiffini, Quaranta, Gasperini, Rovis, Lodes, Rossi, Antonelli, Cernecca...
Molte tombe di famiglia hanno incisi epigrafi in italiano. Triste sì, ma sono prove scritte di italianità.
Adoro passeggiare per la via Sergia nella quale sfociano, a mo' di rii silenziosi, vicoli e clivi che vanno a confluire in piazza Foro dove, accanto al maestoso tempio d'Augusto, si trova il Municipio di epoca medievale sulla cui facciata è incisa una scritta in italiano volgare con la quale si proibiva, nel XV secolo, il taglio di boschi e pascoli a Sissano, Mormoran e Carnizza. Proseguendo, si incontrano alcuni edifici prettamente veneziani, con le caratteristiche bifore... Il tredicesimo doge nacque a Pola nei primi anni dell'VIII secolo: Pietro Tradonico.
Anche la toponomastica non scherza: via Rizzi, Besenghi, Flavia, Muzio, Giardini, Menacio Prisco, Dei Vitrei, parco Valeria, via Sissano, Medolino, Promontore. Ci sono poi i quartieri di Veruda, Siana, Stoia. L'origine di Veruda pare sia preromanica, quella di Siana è legata alla storia dei Castropola, signori di Pola nel XIII secolo, che regalarono il vasto terreno boschivo alla comunità Salesiana, da cui "bosco Siana". Stoia, invece, che ai tempi che furono, era piena zeppa di giunchi e canne di bambù (ce ne sono ancora), dovrebbe il suo nome all'etimo latino "storia" con cui si intendeva "l'intrecciatura di paglia, giunchi e canne".
Molti sono gli edifici di pubblica amministrazione nati durante il ventennio fascista. Sono inconfutabili perché l'architettura del periodo tolse l'angolo retto, per cui le costruzioni hanno forma arrotondata. Gli elementi della facciata presentano i segni grafici di una "M" tradotta poi in elementi architettonici. Questi palazzi sono tutt'ora stupendi, nonostante ricordino un periodo di storia travagliata. Infatti, il palazzo della posta è inserito nella lista dei monumenti da tutelare.
Se vado a fare un giro nei paesi limitrofi (Sissano, Fasana, Gallesano), mi è possibile ancora adesso notare delle scritte in italiano su alcune costruzioni che attestano, seppur attraversate dagli eventi dei tempi, che lì si è fermata l'italianità.Mi piace molto passeggiare a Lungomare, a Verudella, oppure per il mercato cittadino: tendendo l'orecchio sento l'inconfondibile parlata istroveneta tra diverse persone, e non sono proprio tutte "anziane"... io lo parlo con le mie amiche, coi miei. Comunque, mi manca tanto mio nonno... mi faceva sempre sorridere quando se ne veniva con dei proverbi pescati chissà dove e usava dire spesso a mia nonna, gran chiacchierona: "Ciàcole no fa fritole". Lei rispondeva: "Ma sì, sì... ogni pignata trova el suo covercio".
Ricordo ancora una canzonetta che usava canticchiare a me e ai miei fratelli per tenerci tranquilli, sino a qualche anno fa:

"Sulle mura dell'Arena,
costruita dai Romani,
chiama dolce la sirena,
a raccolta gli istriani.
Io di Giulia son figliuolo
era Augusto il mio Signor
il pensiero e la parola
dei Latini serbo ancor."

Rimango molto perplessa quando, passeggiando per la città, mi accorgo di tutte queste ricchezze che, se valorizzate, apporterebbero vantaggi per tutti, ma soprattutto per la mia città che riemergerebbe dalle tenebre in cui si è trovata catapultata.

Dea Nicoletta Continolo

120 – Avvenire 15/02/12 Lettera di ringraziamento a Lucia Bellaspiga

Lettera di ringraziamento a Lucia Bellaspiga

Gentile direttore, sicura di esprimere i sentimenti di tutti gli esuli e i loro amici, esternare pubblicamente il nostro più caloroso ringraziamento a Lucia Bellaspiga per quanto ha scritto sull’Avvenire il 9 febbraio. E’ la prima volta che, in Italia, un organo d’informazione nazionale dà conto della attività della M.L. Histria per la tutela della cultura italiana autoctona in Istria, Fiume e Dalmazia. Attività autofinanziata, apartitica e volta soprattutto alle giovani generazioni. Ho già espresso personalmente alla dott.ssa Bellaspiga la nostra gratitudine in occasione della cerimonia svoltasi a Roma per il conferimento del premio 10 febbraio e volevo riformulare i complimenti per il suo intervento in sala, interrotto da applausi scroscianti quando ha rimarcato che le trasmissioni della Rai per il Giorno del Ricordo sono confinate in tarda serata. Trasmissioni, fra l’altro, poco obiettive perché non hanno annotato che i massacri avvenuti nel dopoguerra e le vessazioni compiute dai nazifascisti furono subite da tutta la popolazione istriana e dalmata e non solo quella di etnia slava. Lo scopo delle stragi del dopoguerra era di far sparire la popolazione italofona o filoitaliana perché in futuro avrebbe potuto dar fastidio ad uno stato, come quello jugoslavo, che si annetteva territori storicamente e geograficamente italiani.

Eufemia Giuliana Budicin

121 – La Voce del Popolo 22/02/12 Reggio Emilia: La memoria degli italiani adriatici è finita in fondo al pozzo

Le vicende del confine orientale, un problema storico da affrontare senza stereotipi
La memoria degli italiani adriatici è finita in fondo al pozzo

Sabato 25 febbraio, a Reggio Emilia, avrà luogo un incontro – non indichiamo il promotore perché non è questo il punto quanto l’impostazione e i contenuti proposti – in cui si presenterà una lettura diversa delle vicende del confine orientale, che, a nostro avviso, contribuirà solo a produrre altra confusione accanto a quella già esistente nella popolazione italiana.

Ma non si offrirà una chiave di lettura ampia, in cui, accanto alla questione delle foibe e dell’esodo, affrontare la "più complessa vicenda del confine orientale", come recita il testo di legge numero 92 del 30 marzo 2004, quindi anche ciò che avvenne "prima"; assisteremo bensì, ancora una volta, a interpretazioni impregnate di ideologia che, evidentemente, non permettono un approccio sereno a un argomento che ormai dovrebbe rappresentare un problema storico da affrontare senza stereotipi, specie da parte di coloro che non hanno avuto alcun coinvolgimento.

Anche all’appuntamento dei prossimi giorni si desidera andare "oltre ogni mistificazione degli ‘italiani brava gente’, contro ogni forma di revisionismo neofascista della storia e al di là di ogni amnesia politica di convenienza", e quindi ricordare "italianizzazione e fascistizzazione forzata, colonialismo e guerra, utilizzo di armi di distruzione di massa sulle popolazioni, pulizia etnica, crimini di guerra e campi di concentramento fascisti, civili torturati, deportati e trucidati, occupazione, sfruttamento e oppressione".

Ci sarà di tutto pur di fuorviare l’esplicazione. E chi saranno i relatori? Gli storici e ricercatori Davide Conti e Alessandra Kersevan, con quest’ultima che non ha bisogno di ulteriori presentazioni e le sue boutade sono più che eloquenti. È quella che, tra i tanti spropositi, ha affermato candidamente che "commemorare i morti nelle foibe significa sostanzialmente commemorare rastrellatori fascisti e collaborazionisti del nazismo".

Perciò, quanto si era consumato in quelle che formavano le province di recente acquisizione, in realtà non sarebbe stato altro che una punizione per quanto il regime del Duce aveva commesso nei confronti della componente slava. Accogliere siffatta spiegazione significherebbe che i funesti accadimenti furono solo una conseguenza del fascismo, ossia, per usare un proverbio, "chi semina vento raccoglie tempesta".

Ma la storia delle nostre terre è fin troppo complessa per ridurla a questa semplice equazione. E in questo le "amnesie" italiane non aiutano né a superare l’ignoranza imperante né contribuiscono a fare sì che i problemi del suo confine orientale siano compresi, seguendo percorsi scevri di implicazioni ideologiche contrapposte.

Non giovano, anzi contribuiscono ad alimentare la carica di una sinistra retrograda e recalcitrante ad accogliere e a confrontarsi con i risultati storiografici più recenti, che mostrano un quadro sovente diametralmente opposto a quello che la volgata si sforza di far passare. E solleva vespai nei giovani Stati di Slovenia e Croazia, che si vedono accusati di atrocità e si sentono offesi da una Repubblica che sembra aver steso un velo sulle nefandezze del regime nero contro quelle stesse popolazioni.

Ma siamo sicuri che l’Italia democratica, nata dall’antifascismo, sia tanto smemorata e abbia occultato le pagine meno nobili della storia contemporanea? Il Belpaese ha in più occasioni condannato il Ventennio, a differenza di altri che si ostinano a difendere altri sistemi senza vederne le pecche. A prevalere è lo scontro politico, in cui le cui parti utilizzano, fino ad abusarne, i tragici episodi con il fine di incolpare, giustificare o passare per vittima. Quelli sono episodi del passato e pertanto dovrebbero rappresentare solo un oggetto di trattazione e ricostruzione storiografica in cui la politica dovrebbe ritirarsi.

Nel 1959, cioè a pochi lustri dalla fine del secondo conflitto mondiale, nel corso del convegno dell’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia, che si teneva a Genova, lo storico Gabriele De Rosa, a proposito dello studio del fascismo e dell’antifascismo, evidenziava la "necessità di scrivere storia senza spartire ragioni e torti a destra e a manca e secondo una sensibilità politica di molto posteriore agli eventi che si studiano", perché "il dibattito storico non può essere la stessa cosa di un dibattito giudiziale".

CONFRONTARSI CON I FATTI Considerazioni che dopo oltre mezzo secolo accettiamo in pieno. Non sarebbe il caso di fare tesoro di questo insegnamento? Anziché speculare sui morti e sulle disgrazie di un popolo – e mi riferisco a quanti manipolano il passato per qualche tornaconto, senza sconti per nessuno e per alcun colore politico – per quale motivo non ci si confronta con i fatti, con quanto è realmente successo?

Non accade per il semplice fatto che negli armadi ci sono ancora troppi scheletri che determinati ambienti non vogliono si scoprano. E poi ci vuole onestà intellettuale, caratteristica piuttosto rara al giorno d’oggi, ma dovrebbe essere presente almeno tra gli studiosi. Utopie. Per trovare qualche forma di legittimazione e/o di sdoganamento, chi agisce politicamente e mescola nel suo operato la storiografia, si trova giocoforza a difendere l’operato dei suoi predecessori.

Chi critica o comunque si leva il fardello e riconosce anzitutto i torti commessi dalla sua parte diventa un rinnegato che dev’essere combattuto (Pansa docet). Se poi una determinata componente politica mena le danze e controlla il rubinetto dei finanziamenti, essa ha la possibilità di proporre iniziative nei più diversi settori, contraddistinti da messaggi sia espliciti sia impliciti.

«PEZZI» DIMENTICATI La realizzazione e la messa in onda su Rai Uno, nel 2005, del film per la televisione "Il cuore nel pozzo", antistorico e dalla trama sempliciotta oltre che offensivo nei confronti sia delle vittime innocenti finite in una voragine sia di chi fu sradicato dalla terra d’origine, è un esempio quasi da manuale. Tutti poi enfatizzano, distorcono i fatti, dimenticano "pezzi". A chi giova?

In concomitanza con l’ultimo Giorno del Ricordo ne abbiamo sentite per tutti i gusti. Qualcuno ha affermato che nelle foibe era finita mezza Istria – attenzione, non ci fu una mattanza come in Ruanda negli anni Novanta del secolo scorso, e sebbene la fiction sopraccitata l’abbia fatto passare per buona, la dinamica fu diversa –, altri banalizzano quelle uccisioni definendole una pura "resa dei conti", strascico normalissimo al termine di una guerra o, peggio ancora, un semplice e privato regolamento di conti.

Ci fu anche questo, è innegabile; quei vincitori, però, che già nel corso della guerra avevano combattuto per compiere la rivoluzione comunista in Jugoslavia, allo zittire delle armi erano pronti a edificare il nuovo ordine.

L’ordinamento illiberale non permetteva l’esistenza di forme di opposizione, di conseguenza si colpì chi in qualche modo rappresentava lo Stato italiano o più in generale non voleva la Jugoslavia medesima.

ALLONTANARE I TABÙ Dobbiamo allontanare i tabù altrimenti le stramberie continueranno e bandire le verità di stato così come i miti. In quel frangente si attuò quella che è stata definita "l’epurazione preventiva". Nelle eliminazioni quanti erano effettivamente compromessi con il fascismo o commisero nequizie? Questo è il punto.

Definire tutti "sic et simpliciter" "martiri" è molto azzardato, perché nella primavera del 1945 furono giustiziati, senza distinzione d’appartenenza etnica, in Istria come in altre regioni, anche i peggiori collaborazionisti: i torturatori, coloro che nel periodo buio successivo all’ottobre del 1943 avevano partecipato ai rastrellamenti, agli incendi dei villaggi, alle ruberie, e questi non hanno nulla da spartire con quanti perdettero la vita perché "nemici del popolo", espressione di comodo applicata a tutte le categorie non gradite; in buona parte senza alcuna colpa.

E sempre per quell’onestà intellettuale che abbiamo ricordato, va detto che in questi episodi non vi furono solo gli "Slavi", come comunemente si legge, ma anche gli Italiani di fede comunista che si trovarono coinvolti. D’altra parte una cosa analoga non si era forse registrata anche nel cosiddetto "triangolo rosso"?

RICORDI SENZA CENSURE Bisogna ricordare tutto, senza censure. Le polemiche dal sapore politico, l’altalena delle cifre, l’abuso dei morti, "giusti" e "sbagliati", fanno riferimento solo alle foibe, che certamente allarmarono le comunità in parecchie località dell’area, ma non furono l’elemento scatenante dell’esodo, tranne che in minima parte.

In Italia, però, la vera tragedia delle nostre contrade, l’esodo per l’appunto, è sì e no menzionato, e sovente è fatto passare come l’ultimo atto dopo una serie di angherie, con gente che sarebbe scappata di fronte ai massacri. Le cose non stanno proprio così e ad un pubblico che a malapena ha qualche nozione è dannoso presentare una vicenda con argomenti che fanno acqua da tutte le parti.

Anche in questo caso ci troviamo di fronte a spaccature, in Slovenia e Croazia, in cui si parla sempre di "optanti" e di opzioni, quel pezzo di carta firmato che serve oggi a lavare una coscienza sporca, e non si riconosce che qualcosa, evidentemente, non è andato "a buon fine", altrimenti un territorio non si sarebbe spopolato.

La sinistra italiana più radicale, invece, continua ad usare il paraocchi, non coglie la portata di quel dramma, gioca sulle cifre, trova mille giustificazioni e attribuisce tutta la colpa al fascismo. Ancora una volta il chiodo aveva schiacciato il chiodo, fine. Credo che siano pochi coloro che comprendono.

UN POPOLO «LACERATO» In un decennio circa dai territori dell’Adriatico orientale non è scomparsa tutta la popolazione, bensì un’intera componente nazionale. E per taluni questo non basterebbe all’istituzione del Giorno del Ricordo; anzi, ottusamente si accosta l’esodo al rimpatrio degli Italiani dalle ex colonie (Dodecaneso, Libia, Africa orientale).

Dopo una guerra perduta, quindi, i presunti occupatori avrebbero preparato i bagagli per raggiungere il territorio metropolitano. Quando contrasteremo queste menzogne?

Ci fu un rientro di personale e di nuovi arrivati, approdati dopo il 1918, ogni nuova amministrazione lo fa ed è inevitabile, ma è completamente falso il ragionamento sopra sintetizzato. L’esodo o l’espulsione delle comunità italiane, termine che non piace perché non vi fu mai un decreto specifico, ha lacerato e strappato un intero popolo abbarbicato su quei territori dalla notte dei tempi, modellandoli e lasciando un’impronta indelebile.

Quella componente così come noi oggi, "resti dei resti" di una presenza, non è un corpo estraneo giunto per volontà di qualcuno alterando una regione – mito duro da morire e parte integrante del nazionalismo croato e sloveno fin dalla metà dell’Ottocento, ecco perché è doveroso considerare anche le radici più profonde del problema –, è figlia di quell’ambiente, e si manifesta palesemente nelle parlate dialettali, negli usi e costumi, nella toponomastica, nell’urbanistica oltre che, naturalmente, nella storia, che una spugna è sempre pronta a cancellare e una penna a mistificare, anche dopo oltre sei decenni.

E l’Italia continua ad ignorare, per interesse, ma anche per non sollevare questioni, comprese quelle diplomatiche, e subire i biasimi dei vicini stati che non perdono l’occasione per evidenziare i suoi "appetiti".

LA CAMBIALE PER IL PASSATO È il prezzo della cambiale per il passato fascista. E allora ha senso accostare questi drammi con la scellerata politica mussoliniana messa in atto nelle colonie per soffocare le ribellioni, con la politica snazionalizzatrice nei confronti di Sloveni e Croati ma anche di Tedeschi e altre minoranze o le violenze di ogni tipo compiute nel 1941-43?

Gli Italiani del confine orientale avevano forse più colpe dei connazionali di Genova, Ravenna, Salerno o Messina? Non credo proprio. Hanno avuto la disgrazia di trovarsi in un’area geografica contesa. A guerra finita per il vincitore, e in questo caso il suo colore ha poca importanza, giunse il momento per "correggere" la situazione, per attuare la sua affermazione nazionale e il suo riscatto.

Le bandiere con la stella rossa e i canti sloveni in piazza Unità a Trieste avevano questo significato. Riemersero piani che d’inedito avevano ben poco, la stessa "fratellanza italo-slava" si rivelò un fallimento e il nazionalismo jugoslavo o meglio sloveno e croato non fece altro che alimentare un esodo che sfuggì letteralmente di mano con i risultati che si conoscono.

La memoria non può essere condivisa, chi lo auspica è un ingenuo. Le vicende della Venezia Giulia parlano chiaro. La memoria e le sofferenze, anche quelle degli altri, però, possono e devono essere conosciute, è il primo passo per abbandonare le certezze assolute, le ragioni inamovibili e allargare gli orizzonti, sempre se non sono offuscati dalla stoltezza ideologica!

Quegli Italiani hanno pagato per tutti il conto di una guerra sbagliata. Oggi si vuole appaiarli al regime di Mussolini solo perché qualcuno ha ancora la coda di paglia. L’Italia del littorio con la sua politica espansionistica e repressiva dev’essere studiata – senza un conflitto catastrofico nessuno avrebbe alterato i confini –, ma c’entra ben poco con la quasi scomparsa di un popolo, finito ramingo ai quattro angoli del globo, e la calcolata trasformazione dell’ambiente umano e sociale, che si protrasse ben oltre il dopoguerra.

Anche la memoria degli Italiani adriatici è finita in fondo al pozzo!

Kristjan Knez

122 - L'Arena di Pola 21/02/12 Un tempo per vivere e un tempo per morire. Un tempo per ricordare e un tempo per ricostruire

Un tempo per vivere e un tempo per morire
Un tempo per ricordare e un tempo per ricostruire

È racchiusa in queste poche parole la parabola – compiuta, in essere ed in divenire – delle genti italiche, prima, ed italiane, poi, dell’Adriatico orientale.


Ad un percorso di vita di lunghissimo respiro dipanatosi, con alterne fortune, nel corso dei secoli e che ha raggiunto il suo apice alla fine della Grande Guerra, per imboccare subito dopo il viale del tramonto, ha fatto seguito una parentesi di morte, concentrata nella prima metà del Novecento, sviluppatasi a cavallo del II Conflitto mondiale e conclusasi con la tragedia delle foibe e dell’esodo. Accadimenti, quest’ultimi, imputabili ai nazionalismi e totalitarismi del tempo, che hanno avuto a protagonista la generazione immediatamente precedente alla nostra e di cui per troppo tempo non se n’è parlato ma se ne parla parecchio oggi e non sempre a proposito.


Oggi noi, che di quei tempi siamo il prodotto, ne viviamo la terza fase, quella del ricordo, iniziata alla metà del XX secolo e tuttora in atto. Siamo i depositari di una memoria ostinatamente conservata e strenuamente esercitata, fatta di dolori e sofferenza ma, soprattutto, di valori e di cultura, nella sua più ampia accezione, che ci ha consentito di sopravvivere, di superare l’oblio in cui eravamo stati relegati e, negli ultimi anni, di risollevare il capo. Infatti, è solo grazie a noi stessi che stiamo uscendo dagli angusti spazi materiali, morali e intellettuali in cui tanti avrebbero voluto relegarci e che la conoscenza e diffusione del nostro vissuto sono in leggera ma costante crescita. Ce lo dicono le statistiche e, soprattutto, le innumerevoli celebrazioni di cui in questo numero speciale diamo ampio conto. Ci sarebbe, anzi c’è di che essere soddisfatti.


Se andiamo, però, a leggere attentamente tra le righe troviamo ancora pregiudizi nei confronti di ciò che, nostro malgrado, continuiamo a rappresentare e che, trovando spazio sui media ed allignando in taluni ambiti politici ed intellettuali, impediscono la definitiva affermazione di verità che pur stanno venendo alla luce e, in definitiva, condizionano l’opinione pubblica con il creare una cornice di grande confusione – forte è il sospetto che sia voluta ad hoc – che rende soprattutto vulnerabili i giovani ad ogni tipo di strumentalizzazione.


Indicativo in tal senso è stato il programma "Porta a Porta" di lunedì 13 febbraio, trasmesso in seconda serata ed in ritardo rispetto al "Giorno del Ricordo", indice non certo di grande attenzione nei confronti di tutto quanto ci riguarda. L’avevamo, più di altri, atteso e ci ha lasciati, a dir poco… sconcertati. Quello messo in onda da Vespa è stato uno "spettacolo" mal concepito, perché più interessato a fare audience che chiarezza storica, e mal condotto, perché irriguardoso proprio nei confronti di coloro la cui memoria doveva celebrare. Non ha prodotto grandi risultati bensì, una volta di più, messo in evidenza:


• il fatto che noi esuli continuiamo ad essere "usati" a mo’ di clava da una certa destra e da una certa sinistra per randellarsi, a nostro discapito, vicendevolmente;
• la sicumera con cui la ben nota Kersevan propina le sue assurde verità, frutto di "verifiche incrociate", di cui sarebbe veramente interessante poter prendere atto. In realtà – ed è stato un bene – ogni sua parola, anche per chi poco sa, è stata un boomerang per la sua credibilità. Dobbiamo, però, chiederci: "Quanti italiani sono stati in grado di capirlo?";
• la tetragona visione dei fatti del "compagno" Rizzo che, nel sostenere la propria coerenza ideologica, ha accusato suoi ex amici di percorso di revisionismo storico, a ciò indotti dalla necessità di tagliare il cordone ombelicale con il vecchio PCI. Non occorreva ce lo dicesse lui, l’avevamo capito da noi, ma ciò non pregiudica che quel cambiamento sia stato anche indice di intelligenza, maturazione, senso del reale e, in ultima analisi, di onestà di giudizio;
• l’equilibrismo dello storico Pupo, lucido nel definire le dinamiche della storia ma non altrettanto deciso nell’attribuirne le responsabilità e di cui è arduo capire la ritrosia a definire come "pulizia etnica" il genocidio perpetrato contro gli italiani nel periodo ’43-’45, che sarà anche stata "politica" ma che, persino in anni assai più recenti, si è dimostrata essere stata pratica sistemica nell’ormai ex Jugoslavia.


Dalla trasmissione è, però, emersa anche una cosa che deve riempirci d’orgoglio: la composta dignità della nostra gente. È uscita prepotentemente, che non significa rumorosamente, dagli schermi sia per quanto ha riguardato le testimonianze documentali di Graziano Udovisi e Licia Cossetto sia per quanto ha riguardato gli interventi dei nostri rappresentanti in studio ai quali è stato concesso uno spazio assolutamente inadeguato e per i quali non deve essere stato agevole reggere uno spettacolo così sgradevole.


Quanto successo, che non costituisce un’eccezione bensì una costante destinata ad aggravarsi quando, tra un decennio o poco più, noi ultimi testimoni di ciò che è stato saremo scomparsi, dovrebbe indurci a riflettere sul da farsi per evitare il sicuro e definitivo declino, di cui nostalgie e contrapposizioni sono premessa e promessa, ed avviare invece la quarta fase della parabola che ancora ci rimane da percorrere: quella della ricostruzione.
Lo possiamo fare perché abbiamo una solida base da cui partire: la nostra composta dignità che, sin qui percepita all’esterno quasi come una debolezza, dobbiamo voler trasformare in forza perché fondata su una civiltà, una cultura, un’atavica propensione al duro lavoro ed alla civile convivenza; queste, nonostante foibe ed esodo, le ragioni che hanno consentito a noi "andati" di ripartire da zero, di rifarci una vita e di affermarci nella società italiana che, ancorché non ci abbia accolti proprio a braccia aperte, non ci ha osteggiato, ed a quelli di noi che sono "rimasti" di sopravvivere nella società jugoslava, unicamente disponibile a tollerarne la presenza su base ideologica col fine ultimo di assimilarli. In sostanza ciò che dobbiamo volere è ritornare ad essere "popolo". Abbiamo in comune una cultura, una lingua e in un domani ormai prossimo avremo anche un territorio, non esclusivamente nostro – non lo è stato nemmeno in passato – ma sufficientemente aperto, che possono consentircelo. Basta volerlo!


Questa proposta è una visione nuova e per qualcuno comprensibilmente difficile da accettare, però, comunque da affrontare ed approfondire. Per iniziare sarebbe anche opportuno pensare a modalità diverse con cui celebrare lo stesso "Giorno del Ricordo" per trasformarlo, con gradualità, da semplice memoria della sofferenza in dimostrazione d’orgoglio ed inno alla vita.

Silvio Mazzaroli

123 - Osservatorio Balcani 21/02/12 Foibe: chi avrà il coraggio di sollevare quel marmo?

Foibe: chi avrà il coraggio di sollevare quel marmo?

Franco Juri

21 febbraio 2012

Un commento, a partire dall'incidente di percorso durante la trasmissione di Bruno Vespa dedicata al Giorno del ricordo dove, in una didascalia di una foto mostrata, si sono scambiate le vittime per aguzzini. Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Ha ragione chi, come Ilaria Rocchi sulla Voce del Popolo , giudica la puntata di Porta a porta dedicata all'esodo e alle foibe con la "gaffe" (gaffe?) fotografica di Bruno Vespa, un'ennesima occasione perduta per dare al Giorno del Ricordo un format più credibile, più aderente alla realtà storica, sociale, culturale e geografica di queste complesse terre.

Fermo restando che una giornata del ricordo puntata tutta sulle tragedie umane degli italiani nell'ex Jugoslavia nel dopoguerra sia da impostare come hanno fatto i suoi promotori, cioè con l'intento mal celato di associare il ricordo dell'esodo e delle foibe alla shoah e all'olocausto. E qui c'è stato sin dall'inizio un grosso, chiamiamolo pure "malinteso", che poi man mano è stato montato come la panna per far credere che anche l'Italia avesse vissuto e sofferto la propria shoah nelle terre adriatiche orientali. E che quindi l'Italia non solo avesse espiato del tutto le colpe del ventennio fascista e delle occupazioni militari volute da Mussolini, ma si fosse trasformata persino in una delle maggiori vittime delle Seconda guerra mondiale.

Mossa da furbetti che però non fa onore a chi, parlando in nome delle vittime delle persecuzioni - e queste in Istria, a Fiume e Dalmazia ci sono state, eccome! - vorrebbe che il ricordo si focalizzasse solo o prevalentemente sui drammi successivi al 1945.

Sono d'accordo con chi sostiene che un'angheria avvenuta prima non giustifica in alcun modo un'angheria nel dopo. La vendetta fa a pugni con la cultura dei diritti umani. Ma è dannoso soprattutto insistere sul "malinteso", ovvero su una manipolazione della storia viziata ideologicamente e nazionalisticamente.

Se il presidente Giorgio Napolitano ebbe qualche anno fa il coraggio e la dignità di fare un passo indietro rispetto a certe frasi infuocate sull'espansionismo slavo cui aveva risposto, con altrettanto fuoco, l'allora presidente croato Stjepan Mesić, e di riferirsi, da lì in poi, al dramma dell'esodo e delle foibe con una contestualizzazione storica più corretta , ci aspetteremmo dalla RAI e dai costruttori di memoria storica un minimo di decenza.

E qui non condivido l'opinione di chi giudica le reazioni all'uso indebito di una foto simbolo della repressione fascista solo una scontata "maretta". Non è la prima volta (e temo che non sia nemmeno l'ultima) che i diffusori di memoria storica fanno uso di manipolazioni mediatiche per confondere i cuori e le menti degli italiani già confusi nel gestire la propria memoria storica, il tricolore, l'unità nazionale e sempre più indaffarati a capire che cosa sta succedendo con il loro Paese ora.

Francamente penso che il sobrio Mario Monti non abbia bisogno di miti nazionalistici e di riletture storiche alla panna montata. Il fatto poi che Bruno Vespa , intoccabile stella del firmamento RAI, si sia permesso un errore come quello di presentare una foto, in cui soldati italiani fucilano dei civili sloveni, come prova visiva della repressione anti-italiana in Jugoslavia, denota qualcosa che va al di là della sola ignoranza e della scarsa professionalità giornalistica del mostro sacro. Denota soprattutto l'arroganza e la sufficienza di chi non è stato mai chiamato seriamente a rendere conto delle malefatte del fascismo. Di chi non è mai stato a Norimberga, di chi crede nell'inviolabilità assoluta del mito degli "italiani brava gente" e non immagina che la guerra sia stata ben altra cosa; anche nei Balcani, dalla Grecia alla Slovenia.

Come ricordare allora le vittime delle foibe e dell'esodo? Innanzitutto non confondendo questi due fenomeni storici con troppa leggerezza. Se l'esodo - da non confondere nemmeno con l'espulsione o i pogrom - è stato anche una sofisticata forma di pulizia etnica, alimentata in verità non solo dalla parte con maggior responsabilità, quella jugoslava, le foibe sono state una tragedia trasversale, più ideologica che etnica.

Di foibe la Slovenia è piena, in esse ci sono i poveri resti di migliaia di giustiziati sommariamente. Le nazionalità di quei resti sono diverse, ma è indubbio che le vittime erano in maggior parte slovene. La violenza, la vendetta, la giustizia sommaria che seguirono la liberazione lasciò una scia di sangue, spesso innocente, in Slovenia come altrove.

Due anni fa avanzai, quale deputato al parlamento sloveno, la proposta di continuare il lavoro di ricerca avviato dalla commissione storica mista italo-slovena la cui relazione era stata pubblicata da una parte e messa in fondo ad un cassetto dall'altra.

Proposi allora che la ricerca si armasse di coraggio e onestà e andasse fino in fondo in modo da confermare o sfatare le mitologie che in queste terre hanno messo radici troppo solenni e spesso hanno fomentato l'odio interetnico. Non sarebbe ora – oggi che le tecnologie lo consentono senza ampi margini di errore - di sollevare qualche marmo e offrire agli esperti, storici ma anche forensi, l'occasione di riesumare e verificare? A Basovizza come altrove. Si sa, proposte come queste suscitano sempre forti reazioni e indignate condanne il che ricorda un certo fondamentalismo a difesa dei sacri e intoccabili tabù.

Ma con la verità storica come la mettiamo? La vogliamo veramente o la preferiamo seppellita e osannata solo con l'incenso dei miti?

124 - Libero 18/02/12 Milano: «Le foibe? Giustificabili» E Pisapia mette la firma

Negazionismo a Milano

«Le foibe? Giustificabili» E Pisapia mette la firma

di MARIA G.MAGLIE

Dice il presidente Giorgio Napolitano che presto salirà sui prati del Friuli per ricordare un eccidio a lungo coperto, dissimulato, rimosso, infangato perché gettava una macchia di sangue sulla narrazione egemonica che ci hanno imposto della guerra di Liberazione. Se cerca la riconciliazione nella verità, forse farà bene ad andare prima a Milano a sentire che cosa di altrettanto dissimulato, rimosso, infangato e infame i rappresentanti dell'Anpi, l'associazione dei partigiani custode di quella egemonia, hanno ancora la faccia tosta di scrivere su quell'eccidio, e sappia che a coprire le loro schifezze messe nero su bianco (...) (...) e distribuite al pubblico c'è il timbro del Comune di Milano, c'è la firma del sindaco Giuliano Pisapia. Dal testo distribuito dall'Anpi: «Le foibe e l'esodo sono momenti tragici della recente storia dell'Italia fascista e post fascista. Politicamente questo argomento è stato usato per la battaglia anticomunista, per addossare al comunismo le colpe che non ha avuto, per assolvere il fascismo dall'aver procurato i mali del ventesimo secolo e aver causato la seconda guerra mondiale». Scopo dell'opuscolo è: «Evitare che la realtà sia distorta», e che « si possa finalmente riconoscere come le Foibe siano state un effetto e non la causa dell'oppressione italiana esercitata in quelle terre». Un'ultima citazione. «Il rancore e l'odio accumulati da sloveni e croati per la criminale oppressione fascista può spiegare i comportamenti degli jugoslavi nei confronti della popolazione italiana che veniva identificata in blocco come nemico storico del nazionalismo sloveno e croato». Non sono una fanatica delle celebrazioni storiche stiracchiate nel tempo, non credo che giornate della Memoria o del Ricordo cambino la percezione che un Paese ha della propria storia se quella storia non viene insegnata a scuola e in famiglia fin dall'infanzia, se tanti anni passano nell'ignoranza e nell'ambiguità, ma che oggi, nel 2012, ci sia ancora qualcuno che esercita pratica di negazione delle foibe, qualcuno che tenta di attribuirne la responsabilità ai fascisti, che di loro ne hanno già a tonnellate, qualcuno che pur di non riconoscere i misfatti del comunismo, propala bugie acclarate, fa impressione. Fosse successo l'opposto, ovvero una esaltazione del fascismo con timbro comunale, le richieste di dimissioni ci inonderebbero. Ma in Italia, nel 2012, la città più importante dopo la Capitale è governata da un sindaco che si dichiara serenamente comunista, i comunisti sconfiggono allegramente nelle primarie per nuovi candidati gli esponenti del Partito Democratico a Genova. Qui la storia non abita, pure tacere proprio non si può.

Solo il 43 per cento degli italiani sa cosa siano le foibe. Pochi, anche se per fortuna la percentuale è in aumento: più tre punti rispetto al 2008. Ancora più bassa è la percezione sul significato dell'Esodo giuliano-dalmata, la diaspora che si verificò al termine della Seconda Guerr aMondiale dall'Istria, dal Quarnaro e dalla Dalmazia da parte della maggioranza dei cittadini di lingua italiana e di coloro che diffidavano del nuovo governo jugoslavo, in seguito all'occupazione dell'Armata Popolare di Liberazione del maresciallo Josip Broz Tito: ne sa qualcosa il 22 per cento degli italiani. Lo ha rilevato, mercoledì 1 febbraio, un sondaggio compiuto dalla Società Ferrari Nasi & Associati, commissionato dall'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia.

125 - La Stampa 18/02/12 Marchionne con i profughi istriani a Torino

Marchionne con i profughi istriani a Torino

di Paolo Coccorese

In corso Cincinnato, lì dove una lapide di marmo su un muro di mattoni rossi ricorda i «350 mila istriani fiumani e dalmati» costretti ad abbandonare la «loro terra e i loro morti», Sergio Marchionne è arrivato senza preavviso.Barba bianca, maglioncino nero e qualche uomo della scorta. Un sorriso appena abbozzato, qualche stretta di mano:
«Vi porto i saluti della mia mamma».

126 - Il Piccolo 24/02/12 Beni abbandonati, restituzione a rischio, Zagabria: l’ipotesi di ritoccare la Costituzione all’esame del nuovo governo croato

Beni abbandonati, restituzione a rischio

Zagabria: l’ipotesi di ritoccare la Costituzione all’esame del nuovo governo croato. Esclusi gli accordi bilaterali come quello di Osimo

di Andrea Marsanich

ZAGABRIA

Se confermata ufficialmente sarebbe una notizia inaspettata, clamorosa, destinata a non piacere affatto a Bruxelles e alla comunità internazionale. In base ad una fonte ufficiosa del governo croato, alla quale si è richiamato il giornale fiumano "Novi list", l’esecutivo di centrosinistra del premier Zoran Milanovic sarebbe propenso a ritoccare la Costituzione per impedire ai cittadini stranieri di rientrare in possesso (o di essere indennizzati) dei beni sottratti dopo la seconda guerra mondiale dal regime jugo–comunista di Tito. Questo non riguarda però la materia già coperta da accordi bilaterali internazionali, come ad esempio quello di Osimo. Nell’articolo pubblicato ieri dal quotidiano quarnerino si rileva che in ambito governativo si stanno però vagliando due opzioni: quella già citata e l’altra che permetterebbe invece la restituzione degli averi (o il risarcimento) anche ai cittadini d’oltreconfine, equiparandoli in toto a coloro che posseggono la "domovniza", il certificato di cittadinanza croata.

La prima soluzione pare quella maggiormente gradita dal governo composto dai partiti della coalizione denominata Kukuriku, ovvero da socialdemocratici, popolari, pensionati e Dieta democratica istriana. Per sbarrare la strada agli stranieri, così la fonte, si dovrebbe modificare la Costituzione croata, immettendo una norma che garantirebbe esclusivamente ai cittadini croati restituzione o risarcimento. Ricordiamo che una simile regola fu cassata nel 1999 dalla Corte costituzionale croata che la riteneva discriminatoria. Per riportarla nella legge in materia, si dovrebbe pertanto cambiare la Costituzione. «I cittadini stranieri – è quanto filtra ufficiosamente dal governo - non possono in tutto e per tutto venire equiparati a quelli croati perché ciò andrebbe a ledere il concetto stesso di cittadinanza. In futuro la Costituzione dovrebbe recitare che lo Stato croato ha l’obbligo di restituire i beni nazionalizzati o confiscati soltanto ai propri cittadini. Per arrivare a ciò avremo bisogno del sostegno del principale schieramento d’opposizione, l’Accadizeta. Insieme avremmo i numeri per la modifica costituzionale».

Di pari passo, come già detto, si sta battendo la pista della liberalizzazione totale, in questo momento impedita dalla normativa che parla di restituzione o indennizzo soltanto ai cittadini stranieri i cui Paesi hanno firmato il relativo accordo bilaterale con Zagabria. Sarà ma intanto l’anno scorso il Tribunale amministrativo e la Corte suprema hanno sentenziato che gli eredi di una cittadina brasiliana hanno diritto al risarcimento per i beni che le erano stati portati via dalle autorità jugoslave.

127 - La Voce del Popolo 21/02/12 Pola - Il dialetto istriano va tutelato

Oggi si celebra la giornata internazionale della lingua madre
Il dialetto istriano va tutelato

Il 21 febbraio di ogni anno si celebra in tutto il mondo la giornata internazionale della lingua madre. L’importanza di questo particolare evento è stata spiegata da Vili Rosanda e Karl Žužić, rispettivamente presidente e segretario del Club dei giovani della Dieta Democratica Istriana (DDI), che ieri hanno tenuto a Pola una conferenza stampa, alla quale ha partecipato anche il presidente dei giovani della DDI di Albona, Marin Zagrić

"La giornata internazionale della lingua madre è una celebrazione indetta dall’Unesco con l’obiettivo di promuovere la diversità linguistica e culturale e il multilinguismo". Così Rosanda, aggiungendo che la giornata dedicata alla lingua madre (istituita nel 1999) è stata riconosciuta nel 2007 dall’Assemblea generale dell’ONU.

Nel prosieguo del suo intervento ha ribadito che, in qualità di partito democratico a carattere regionale, la Dieta Democratica Istriana promuove numerose attività atte a conservare e diffondere tutte le specificità e le ricchezze – soprattutto linguistiche – dell’Istria. Tra queste, particolare attenzione è data alla tutela dei dialetti parlati lungo tutta la penisola istriana.

"L’idioma istriano, e le sue diverse forme, parlato in Istria, è la caratteristica principale della nostra identità", ha precisato Rosanda, secondo il quale il termine "lingua madre" non è, forse, il migliore per descrivere l’istriano". Più che una lingua madre, l’istriano è oggi una lingua ambientale autentica, un ibrido e una moderna forma di comunicazione nata dalla simbiosi di due gruppi dialettali, quello romanzo e quello slavo. Da questa fusione è nato il "ciakavo". Un idioma, che in tutte le sue forme, non è andato perso. Gli abitanti dell’Istria lo usano tutt’ora sia nel parlato che nello scritto. "Lo abbiamo ereditato dai nostri nonni ed è nostro obbligo tramandarlo alle generazioni future" è stato il commento Rosanda.

"L’identità di un territorio è basata sulla conoscenza del suo passato, delle sue tradizioni e del suo patrimonio materiale e immateriale", ha aggiunto Karl Žužić, ricordando che l’amministrazione regionale ha avviato una serie di progetti di diffusione e promozione della storia dell’Istria. Questo potrebbe, però, non bastare. Quindi, secondo il segretario del Club dei giovani della Dieta Democratica Istriana, è necessario elaborare modelli di educazione formale e promuovere ulteriori attività di tutela e cura del ricco patrimonio culturale dell’Istria e del suo dialetto.

Tra i progetti orientati alla tutela dell’identità istriana, Rosanda ha ricordato il programma del Club dei giovani della DDI "Ja san Istrijan – Mi son Istrian", avviato lo scorso mese di aprile con lo scopo di informare i cittadini sulla possibilità di dichiarare la propria istrianità agli intervistatori ingaggiati per il censimento della popolazione.
"Questa primavera organizzeremo, invece, una campagna informativa dedicata all’Unione Europea e al regionalismo" ha concluso il presidente dei giovani dietini.

Marko Mrđenović

128 - Il Piccolo 22/02/12 Rientra l'allarme a Capodistria sull'italiano a scuola

Rientra l’allarme a Capodistria sull’italiano a scuola

di Franco Babich

CAPODISTRIA Sembra essere destinato a rientrare l'allarme fatto scattare alcuni giorni dai presidi delle scuole elementari dell'entroterra di Capodistria sul rischio di veder abolito, da parte del Comune, il finanziamento dello studio facoltativo della lingua italiana dalla prima alla sesta classe della scuola dell'obbligo. Nei giorni scorsi si è riunito infatti l'Attivo dei presidi che, dopo aver espresso parole di lode per l'impegno del Comune nel mantenere a un buon livello le condizioni di lavoro di insegnanti e alunni anche in questi ultimi anni, ha ribadito che si penserà sì a razionalizzare le spese, ma che questo quasi sicuramente non sarà fatto a danno dello studio dell'italiano. L'ipotesi di tagliare l'insegnamento della lingua italiana nelle scuole dell'entroterra Capodistriano, laddove non c'è ufficialmente l'obbligo del bilinguismo – Villa Decani, Maresego, Monte di Capodistria e Gracisce – era stata avanzata dall'assessore comunale per le Attività sociali come una delle possibili soluzioni per ridurre le spese, ma la reazione dell'opinione pubblica e'

stata molto decisa. Una lettera con l'elenco di tutti i motivi per cui sarebbe una pessima soluzione risparmiare sullo studio dell'italiano è stata indirizzata al Comune da parte dell'Istituto pedagogico. L'ultimo comunicato dei presidi è la conferma che il messaggio è stato recepito, per cui sono sì tutti consapevoli che si debba risparmiare, ma non a scapito della conoscenza dell'italiano da parte dei ragazzi. Un programma di razionalizzazione dello studio delle materie opzionali per il prossimo anno scolastico sarà preparato entro maggio. Pur non trattandosi di area ufficialmente bilingue, nei 4 abitati dei dintorni di Capodistria l'interesse per lo studio facoltativo dell'italiano nelle prime 6 classi è sempre stato molto alto, anche perché i ragazzi poi continuano a frequentare le medie superiori a Capodistria, dove l'italiano, accanto allo sloveno, è lingua ufficiale.

129 – L’Arena di Pola 21/02/12 Mariuccia Pussini Ricordi del mio vissuto

Ricordi del mio vissuto

Ricordo me bambina di otto-dieci anni uscire dalla farmacia di nonno Nicola, a Cherso, stringendo nella mano le pasticche dolci di colore bianco, verdino, giallo e arancione che il nonno dava a Clara e a me, ogni pomeriggio, quando andavamo a salutarlo prima di incominciare la nostra passeggiata.
Poi venne il 25 luglio 1943. Caduta del regime fascista. Non tornammo più a Cherso per le vacanze estive. Era troppo pericoloso fare la traversata via mare.
Seguì il disastroso 8 settembre 1943, quando l’Italia firmò l’armistizio con gli alleati pur sapendo che sul suolo italiano c’erano ancora le truppe tedesche ormai diventate nemiche. I nostri poveri soldati furono lasciati allo sbando, senza alcun ordine superiore.
A Pola arrivarono colonne e colonne di reduci dalla Jugoslavia, dall’interno dell’Istria. Essendo la città porto militare importante, numerose erano le truppe presenti in loco (terra, mare, cielo). L’ordine tedesco era: o combattere con loro o la deportazione in Germania. A questo scopo i nostri soldati furono raccolti nel cortile della caserma «Nazario Sauro». Disarmati, impossibilitati a dare notizie alle proprie famiglie, vennero lasciati all’aperto senza cibo. E allora si vide per le strade di Pola una strana "processione" di donne e bambini (per gli uomini era pericoloso farsi vedere in giro) avviarsi verso la caserma muniti di cibo e vestiti da portare ai nostri soldati. Anche noi, mamma, Clara ed io, ci recammo alla caserma. Ostentavamo due grosse sporte piene di tutto il cibo racimolato ed una grossa pentola di minestra. Passammo il cibo attraverso la rete a quei giovani guardati a vista dai soldati tedeschi, armati di tutto punto. Diversi soldati ci consegnarono furtivamente delle cartoline, dei foglietti sui quali davano notizie di sé ai familiari. Cosa che noi facemmo puntualmente: naturalmente ciò avvenne per la compiacenza di qualche soldato tedesco.
Il 9 gennaio del 1944 subimmo a Pola il primo bombardamento. La città, essendo posta come Roma su sette colli, era dotata di rifugi antiaerei scavati nella roccia e quindi sicuri. Arrivarci in tempo però, era la condizione essenziale. Con il passare dei mesi i bombardamenti si fecero sempre più frequenti e devastanti. Bisognava imparare a convivere con il pericolo. Io avevo undici-dodici anni, la nostra scuola era stata requisita dai tedeschi occupanti e perciò andavamo a lezione al Museo Provinciale che era in una posizione piuttosto pericolosa. Infatti era posto proprio sotto il Castello dove era piazzata una grossa postazione antiaerea che, quando era in funzione, lasciava cadere nel giardino i bossoli.
Noi ragazzi sapevamo che, in caso di pericolo, bisognava buttarsi a terra e poi al momento opportuno correre con quanto fiato si aveva in gola verso il rifugio. Qualche volta gli allarmi ci sorprendevano lontani da casa, ma l’ordine dei genitori era di recarsi di corsa nel rifugio più vicino ad aspettare il cessato pericolo. Non era molto tranquillizzante trovarsi da soli, sentendo fuori il fragore delle bombe e della contraerea. Quando suonava il cessato allarme si correva a casa per constatare se questa era ancora in "piedi" e se la nostra famiglia era sana e salva.
Ricordo una festa di «Corpus Domini». Come ogni festa comandata, Clara ed io eravamo a pranzo dalle zie Rina ed Etta (zie di papà Corrado). Suonò l’allarme, noi ci precipitammo verso il rifugio che era a due passi; ma quel giorno gli aerei erano già sul cielo di Pola. A volo radente cominciarono a mitragliare. Clara ed io, stese a terra, sentivamo i colpi a raffica cadere a pochi centimetri da noi. Alla prima sosta ci alzammo in piedi e di corsa raggiungemmo il rifugio. Zia Jole (sorella di papà) arrivò anche lei di corsa. Pallida in volto ci strinse a sé, e così abbracciate sentimmo la gente raccontare i disastri che avvenivano fuori. «Hanno colpito l’ospedale», «via Manzoni è tutta giù». Noi abitavamo in via Manzoni e mamma e papà erano a casa! Appena cessò il pericolo ci ritrovammo tutti a casa delle zie. Mamma e papà l’avevano scampata bella perché una bomba era caduta nel nostro cortile. Ma erano salvi ed eravamo di nuovo tutti insieme.
Il febbraio del 1945 ci vide subire ben 14 bombardamenti, di cui uno notturno. Passavamo ormai tutta la giornata in rifugio o nel cortile che era vicino all’entrata. Mamma portava il desinare in una borsa. Con l’incoscienza dei giovani, posso dire che noi anche ci divertivamo, eravamo tutto il giorno insieme agli amici, facevamo strani lavoretti a maglia con la poca lana trovata in casa, esploravamo le varie uscite del rifugio, facevamo inquietare i cavalli che i tedeschi avevano piazzato vicino all’entrata. Al cessato allarme tutti a casa; una breve corsa a prendere il latte e il pane che ci venivano assegnati con le tessere annonarie; poi una cena veloce in attesa del quasi quotidiano allarme notturno.
Finalmente la guerra finì, ma non per noi. Cominciava un periodo tremendo. Erano i primi giorni del maggio ’45. Dalle persiane semichiuse vedevamo soldati tedeschi andare a rifornirsi di pane al panificio situato alla fine della nostra strada. Erano ragazzi che, sotto quell’elmetto che tanta paura ci incuteva, mostravano un viso smarrito con degli occhi sbarrati per la consapevolezza del pericolo che li attendeva. Si ritirarono sul mammellone del forte di Stoia confidando nell’arrivo tempestivo degli alleati; avevano il terrore di arrendersi alle truppe di Tito che stavano per prendere la città. Gli alleati invece giunsero dopo 45 giorni terribili; e non si è mai saputo quanti tedeschi siano sopravvissuti a quella occupazione.
I partigiani titini arrivarono in lunghe file vestiti in modo approssimativo, con addosso divise di vari eserciti. Scrissero sui muri di tutta la città frasi inneggianti alla libertà e al potere operaio in una lingua che nessuno conosceva. Croato. Esposero bandiere jugoslave e tricolori con la stella rossa. Proibirono il nostro giornale e stamparono uno tutto loro. Lo smarrimento invase la città; poi, quando si diffuse la notizia di tanti arresti di concittadini italiani, subentrò la paura. Per ordine delle forze occupanti, i dipendenti pubblici (e papà, essendo bancario, era tra questi) dovevano frequentare una mensa e poi alle 15 cessare il lavoro.
Un giorno di quel maggio eravamo a casa per il pranzo, mamma, Clara ed io, quando qualcuno suonò alla porta. Era la "santola" Romana Scopini (moglie del grande amico di papà). Parlando concitatamente, ci avvertì che, a mezzo vie traverse (vedi amici del CLN italiano), era stata informata che si programmava l’arresto di papà Corrado. Cosa fare? In pochi minuti decidemmo. Clara e mamma sarebbero andate alla mensa e, chiamando in strada papà, lo avrebbero avvertito del pericolo. Io dovevo correre a casa delle zie dove avrei trovato zia Jole che, a causa del parziale danno subito dal suo appartamento per un precedente bombardamento, abitava con loro. Lei doveva correre ad avvisare don Paolo Marini (nostro buon conoscente e insegnante di Clara), anche lui tra i ricercati.
Erano le due di un pomeriggio caldissimo, avevo l’ordine di non parlare con nessuno, ma per strada incontrai Fides. Dovendo rispettare l’ordine di non confidarmi con nessuno, fui vaga con lei e dissi che mi recavo dalle zie. Lei però capì che qualcosa non andava e, con mio grande disagio, mi accompagnò fino al portone di casa Monai. Arrivata, feci la mia ambasciata e, dopo tanta angoscia, mi sentii un po’ più tranquilla tra i miei parenti. Zia Jole, uscendo dal cortile posteriore per non dare nell’occhio, corse ad avvertire don Paolo.
Ci mettemmo poi ad attendere mamma e Clara che non tardarono. Ci illustrarono il piano predisposto. Papà si era già recato nella casa bombardata di nonna e zia Jole e, accampandosi alla meglio nelle stanze ancora agibili, sarebbe rimasto nascosto tutto il tempo necessario. Per il sostentamento suo e di Giorgio (suo cugino anche lui nascosto) avrebbe provveduto Virgilio, il figlio dei portinai, con il quale erano cresciuti e che era persona assolutamente affidabile. Mamma, Clara, ed io avremmo dovuto andare a dormire da amici, in quanto si sapeva che nel caso i titini fossero venuti a cercare papà, non trovandolo, avrebbero potuto imprigionare noi per far uscire allo scoperto lui stesso. Questo era già successo con la famiglia Manzin. Scegliemmo di andare nella villa degli amici Vio, in quanto l’ing. Vio era già stato prelevato dai titini e perciò la probabilità di una loro ulteriore visita era remota. Dormimmo lì tre notti, poi tornammo a casa con l’angoscia nel cuore.
E venne finalmente il giorno dell’arrivo degli alleati! Fu una gioia ed un tripudio indescrivibile. Ritti sulle jeep e sui camion, belli, nutriti, puliti, odorosi di buon sapone, distribuivano sorrisi e cioccolata. Noi eravamo come impazziti. Ai "Giardini" trovammo papà che era uscito dal nascondiglio ed esibiva una lunga barba nera. Ci abbracciammo commossi. Ma la gioia fu di breve durata in quanto si sparse subito la voce che gli alleati non avrebbero preso ancora il comando della città. Perciò papà e gli altri si nascosero nuovamente. Furono due giorni e due notti di grande paura. Poi finalmente gli alleati assunsero il comando della città e i titini dovettero ritirarsi. Era il giugno del 1945.
Cominciò per noi ragazzi un periodo molto bello. Potemmo tornare a fare i bagni (nell’estate precedente i continui allarmi e bombardamenti non ci avevano permesso di fare una vita normale). Le manifestazioni d’italianità si susseguivano incessantemente. Noi studenti partecipavamo con tanta passione. Ci ritrovavamo, studenti e professori, l’uno accanto all’altro, inneggiando all’Italia, cantando le nostre canzoni, sventolando la nostra bandiera. Le notizie sul futuro destino della Venezia Giulia si susseguivano, i nostri genitori erano preoccupati, ma di tutto ciò non ci facevano partecipi, anche perché, in fondo in fondo, anche per loro il pensiero che Pola e l’Istria potessero finire sotto la Jugoslavia era quasi inconcepibile.
Di quei mesi ricordo una manifestazione d’italianità che ebbe dei momenti di forte tensione. Sfilavamo noi studenti in testa al corteo con i "grandi" che ci seguivano. Ad un dato momento, sull’onda del nostro entusiasmo, prendemmo a passo sostenuto la via delle Rive. I "grandi", non potendo starci dietro, si distaccarono dal corteo e si misero ad attenderci, passeggiando, ai "Giardini". Noi, dopo aver percorso le Rive, svoltammo per viale Carrara. Ma qui ci affiancò un automobile che ci chiuse la strada. Discesero degli uomini, armati di pistola, che dando botte a destra e a manca ci dispersero. Io presi una bella bastonata sulla schiena!!! Non so come mi ritrovai sola all’interno di un portone. Clara, Fides, Marisa e gli altri amici erano spariti. Con i pochi che erano con me nel portone, aspettammo che le acque si calmassero e poi, alla spicciolata, uscimmo all’aperto. Tremante andai verso i "Giardini" dove i genitori, avendo sentito dell’accaduto, ci aspettavano preoccupati. Quando li vidi mi misi (come al solito) a piangere. Il ragazzo che era dietro a me disse le fatidiche parole: «Le go ciapade, ma no me importa niente!».
Nell’estate del ’46 un tremendo avvenimento sconvolse Pola. Era il 18 agosto e ricorreva una festa della Società sportiva «Pietas Julia». Siccome ogni occasione era buona per proclamare la nostra identità italiana, le autorità avevano deciso di celebrare l’avvenimento con una grande festa di popolo presso lo stabilimento balneare di Vergarolla. Quasi in faccia allo stabilimento c’era una pineta un po’ rada che terminava con una bella spiaggia sassosa e bianca. Giacevano colà dimenticati delle grosse bombe inesplose e altro materiale bellico. Intere famiglie, in quella domenica d’agosto, intendevano passare la giornata al mare per partecipare così alla manifestazione in onore della «Pietas Julia».
Con il permesso dei genitori che intendevano raggiungerci più tardi, alle 14 di quel pomeriggio Clara, Marisa, io ed altri stavamo andando a Vergarolla in bici. Improvvisamente si udì uno scoppio fortissimo, lo spostamento d’aria ci fece sollevare le gambe oltre il manubrio. Restammo in piedi per miracolo. Ci fermammo sulla strada, consapevoli che qualche cosa di grave era accaduto. Ambulanze, camionette della Police, camion militari correvano come impazziti verso il luogo dell’attentato. Cos’era accaduto? Mani assassine avevano innescato i vari proiettili abbandonati e ne avevano provocato l’esplosione. Le vittime furono quasi 100. Intere famiglie distrutte.
I funerali furono imponenti e strazianti. Il nostro Vescovo non ebbe paura di accusare gli Alleati di incuria e di poca sorveglianza di un materiale così pericoloso. A distanza d’anni fu confermato che lo scoppio era dovuto ad un attentato premeditato.
La firma del Trattato che avrebbe sancito l’assegnazione di Pola e parte dell’Istria alla Jugoslavia si avvicinava. I giorni passavano e la determinazione di quasi tutta la popolazione polese era di lasciare tutto e andare in Italia. Non c’erano più speranze. L’Italia, che aveva perso la guerra, pagava un prezzo altissimo con la perdita di territorio nazionale. E noi eravamo le vittime sacrificali. Ricordo quell’autunno e quel dicembre del 1946. Per le strade di Pola, silenziose e poco frequentate, risuonavano solo colpi secchi di martello sui chiodi delle casse di legno che tutti riempivano dei lori poveri averi. Miseri carretti trasportavano masserizie verso la stazione ferroviaria o verso le Rive, in attesa d’imbarco. Avevamo chiesto con forza (i nostri rappresentanti erano andati a Roma, Parigi, Londra) l’autodeterminazione dei popoli. Non ci fu concessa. Niente da fare. Eravamo già stati venduti alla Jugoslavia dagli Alleati al Congresso di Yalta (1945). In quel periodo Pola contava circa 37-38mila abitanti. Rimasero lì poco più di 2.000 persone.
Papà, essendo un bravo funzionario bancario, ricevette offerte di lavoro o presso una banca di Pisa o come direttore della filiale della Banca Cattolica del Veneto a Gorizia.
La nostra partenza da Pola fu fissata il 5 gennaio 1947 perché papà doveva prendere servizio il giorno 7 gennaio. Purtroppo, e per me fu un vero trauma, Clara non sarebbe venuta con noi, in quanto, alunna dell’ultimo anno di liceo, avrebbe affrontato l’esame di maturità in anticipo, perché il Ministero della Pubblica Istruzione pensò bene di dare, agli studenti esuli, almeno il vantaggio di partire con la maturità in tasca. A noi, studenti delle medie, fu concessa la promozione a patto che i voti del I trimestre fossero tutti positivi. Così fu per me.
Di quegli ultimi giorni a Pola ricordo poco. Il mio cuore era gonfio. Lasciavo la mia città, i parenti, gli amici, la mia vita abituale, per un destino tutto da scoprire e tutto ciò lo dovevo affrontare senza Clara, alla quale mi univa e mi unisce un affetto profondo fatto di amicizia e confidenza totale. Fu duro anche questo momento.
Non ricordo l’ultimo Natale a Pola. Ricordo invece il Capodanno 1946/1947. Lo passammo tutti quattro insieme al Politeama Ciscutti. C’era un ballo della Lega Nazionale. Il teatro era gremito; cantavamo le nostre canzoni e le lacrime scendevano sul nostro viso al pensiero di lasciare per sempre la nostra città in mani straniere. «…solo do lagrime, una per ocio, e po’ in zenocio questa terra baserò, solo do lagrime e ’l cor in gola, mia cara Pola mi te saluderò»…
La mattina del 5 gennaio mi ritrovai appoggiata al parapetto della nave che ci avrebbe portato a Trieste. Era una mattina fredda e grigia e Pola era spazzata da una bora gagliarda. Rimasi sul ponte con papà. Vedemmo allontanarsi la città, l’Arena con sullo sfondo il campanile della chiesa di S.Antonio. Il cuore era pieno di sgomento, dolore, incredulità ed ansiosa attesa di quanto ci riservava il futuro. Mamma venne a prendermi per portarmi al riparo. Papà restò sul ponte, all’aperto, a guardare la sua Istria per l’ultima volta.
ADDIO, POLA, ADDIO

Mariuccia Pussini

130 - La Voce del Popolo 20/02/12 Speciale - Verteneglio, un'elementare italiana a continuo contatto con la natura

Tantissime le iniziative didattiche promosse in sinergia con gli enti locali
Verteneglio, un’elementare italiana a continuo contatto con la natura

Una scuola nella natura, che ci tiene molto alle bellezze ambientali e alla salvaguardia del territorio circostante. È la sezione di Verteneglio della scuola elementare italiana "Edmondo De Amicis" di Buie. Dopo una lunga permanenza in un vecchio edificio del centro storico che iniziava a diventare inagibile, nel 2002 venne inaugurata la nuova sede scolastica: un nuovo immobile costruito da zero grazie ai mezzi elargiti dal Governo Italiano per il tramite dell’UI e dell’UPT e della Repubblica di Croazia. Una palazzina progettata in modo da poter ospitare anche le due sezioni locali degli asili (quella italiana e quella croata), e la sezione periferica della scuola elementare croata "Mate Balota" di Buie. È uno stabile efficiente, che si mantiene bene nel corso degli anni., situato in una zona tranquilla della località. Il corpo docente è formato dai due insegnanti, Fiorenza Lakošeljac e Andrea Močinić. Insegnano in quattro classi, ma queste ultime fanno lezione unite la prima e la seconda, e poi la terza e la quarta. Inoltre, con la scuola collaborano degli insegnanti esterni per materie specifiche, come la lingua croata, quella inglese, musica e religione.

A SCUOLA ANCHE QUANDO NON C’È LEZIONE Il maestro Andrea Močinić lavora a Verteneglio dall’inizio di quest’anno scolastico. "In quest’ambiente mi sono sentito immediatamente a mio agio" – ci rivela. "E devo dire che sono rimasto particolarmente stupito, in modo molto positivo, dai bambini, dall’entusiasmo e dalla collaborazione che c’è con tutti, sia all’interno del sistema scolastico che al di fuori delle mura della nostra scuola. Qui si lavora in piena sinergia con tutti; ci si conosce tutti e questo dà tante soddisfazioni. Il fatto che a Verteneglio ci siano pochi bambini ci permette di dedicarci in tutto e per tutto ai nostri piccoli alunni. Anche se abbiamo classi combinate, si riesce a lavorare tantissimo" – spiega. "Il giardino che si estende sul retro dell’edificio scolastico, ad esempio, molto ben mantenuto dal Comune, crea un’atmosfera tale che i bambini vengano a giocare qui anche dopo la fine delle lezioni."
"Si lavora sempre in parallelo con la sede centrale di Buie e l’altra periferica, quella di Momiano, quasi come se fosse un’unica scuola, per quanto in due edifici distanti e dislocati. Favorisce lavoro scolastico, le esigenze del bambino. Pianifichiamo i progetti assieme per cui i pensieri sono sempre condivisi".

INCONTRI POMERIDIANI CON I GENITORI Una volta al mese viene organizzato un pomeriggio dedicato interamente agli incontri con i genitori che vengono a scuola per essere informati sui progressi dei bambini, sentire le novità, essere propositivi. L’appuntamento si chiama "pomeriggio a scuola". Ogni 15 giorni si va a Buie a fare ginnastica in palestra, operazione che tra breve avverrà presso la nuova palestra scolastica della scuola centrale di Buie, in procinto di venir costruita. In compenso a Verteneglio la scolaresca si immerge spesso nella natura, sia per delle lezioni all’aperto, ovviamente quando non fa freddo, che per le ore di educazione fisica.


Gli insegnanti accompagnano volentieri i ragazzi in passeggiate per i sentieri dei boschetti circostanti, per raggiungere i tanti bei siti dei quali è ricca la campagna dei dintorni: corsi d’acqua, grotte, valli, piantagioni di vario tipo dove i bambini possono mettere in pratica ciò che impara tra i banchi di scuola.


In particolare, gli alunni partecipano attivamente ogni anno alla Giornata delle acque e in tale occasione si va in escursione a Scarline, un bel sito nei pressi di Verteneglio dove i bambini imparano quanto sia importante badare alla natura, considerare l’importanza della raccolta differenziata dei rifiuti e riuscire a trasmettere questo pensiero dal punto di vista culturale al prossimo.

TANTA ATTENZIONE ALL’ECOLOGIA Ogni anno, dopo le vacanze estive, uno dei primi grandi eventi che rallegrano la scolaresca sono le manifestazioni intitolate "Autunno a Momiano" e "Autunno a Verteneglio", due eventi in occasione dei quali i bambini realizzano dei lavori in gruppo che presentano in seguito nel corso di una giornata che è interamente dedicata ai colori, ai suoni e ai profumi dell’autunno. Si raccolgono i frutti di stagione e si analizzano e si studiano le piante specifiche autoctone.


L’Ente turistico di Verteneglio bandisce a scadenza annua un concorso dedicato alla salvaguardia dell’ambiente, all’ecologia e al rapporto con la natura dal titolo "EcoDay" e la scuola partecipa con entuiasmo a quest’iniziativa. Il tema è ovviamente ogni anno diverso. L’elementare italiana di Verteneglio è molto attenta a questa materia e lo dimostra anche a diverse uscite, come quella di Udine, dove i ragazzi hanno partecipato di recente al progetto intitolato "Ecomarket". Sono entrati in un negozio e, accompagnati da esperti, hanno imparato a riconoscere i prodotti ecologici da quelli che non rispettano l’ambiente. Un evento durante il quale hanno imparato tanto

LA COLLABORAAZIONE CON GLI ENTI LOCALI Non è cosa da poco riuscire a creare un sistema in cui gli enti locali collaborano fortemente con la scuola, ma la piccola Verteneglio ci è riuscita. Il Comune è particolarmente sensibile alle necessità della scuola e le manifestazioni che vengono organizzate dall’Ente turistico, ad esempio, includono sempre bambini e insegnanti. Anche l’Agenzia per la democrazia locale di Verteneglio contribuisce a fare "rete" e a coinvolgere la scolaresca in tante iniziative. Per alcuni eventi particolari ci si avvale di collaboratori esterni. L’ultima azione di successo è stato il laboratorio delle maschere preparate per Carnevale, a cura di Loredana Musizza, durante il quale, ricorrendo a diverse tecniche artistiche, i bambini hanno realizzato delle splendide mascherine. Ogni anno la scolaresca partecipa al concorso "L’Europa a scuola", bandito dalla Casa d’Europa di Zagabria. Nel 2008 hanno conquistato a questa gara anche un premio e si sono recatiati nella capitale a ritirarlo. Da quest’anno la scuola ha anche un Gruppo di filodrammatica, al quale partecipano tutte e quattro le classi assieme.


"Appuntamento con la fantasia", l’evento organizzato dall’Unione Italiana, dopo l’edizione buiese dello scorso anno, si rinnoverà ad aprile a Pola. Quest’anno la "Edmondo De Amicis" parteciperà con tre gruppi indipendenti, uno per ogni sezione. Immancabile anche la partecipazione alle manifestazioni popolari come la sagra di San Rocco, il patrono di San Zenone, la Festa del Vino.

Daniele Kova

131 - La Voce del Popolo 23/02/12 Cultura - A Roma scorci di Zara e della Dalmazia

Dialoghi contemporanei di Adam Marušić, che dal 5 marzo espone nella capitale italiana
A Roma scorci di Zara e della Dalmazia
Paesaggi tra sogno e realtà che ci propongono una natura più che mai viva e vibrante

ROMA – Dopo il Giorno del Ricordo, che ha focalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica italiana su un aspetto drammatico delle vicende dell’Adriatico orientale, ecco che queste terre tornano protagoniste a Roma, ma questa volta sotto tutt’altra dimensione: quella artistica e degli affetti. E balzano in primo piano tutto il calore, la solarità e le tonalità di una regione dalle tinte forti, dalle tante contraddizioni, suggestiva, che ha incantato e continua ad affascinare artisti, scrittori, viaggiatori. Agli inizi di marzo sbarca nella capitale italiana il pittore zaratino Adam Marušić, che in quest’occasione si propone con una serie di scorci della sua città e della Dalmazia.

Il 5 marzo prossimo, alle 18.30, sarà infatti inaugurata la mostra "Zara e il paesaggio dalmata. Dialoghi contemporanei nelle opere di Adam Marušić", che verrà ospitata fino al 23 del mese prossimo dalla prestigiosa Galleria Tondinelli (via delle Quattro Fontane 128/a), uno degli spazi più vivaci nel settore dell’arte contemporanea in Italia e oltre, che collabora con numerose ambasciate e istituzioni diplomatiche nella promozione di artisti stranieri in Italia, con lo scopo di incentivare gli scambi culturali fra i vari Paesi. L’esposizione è patrocinata dal Comune, dalla Contea, e dall’Ente turistico di Zara – interverrà al vernissage il vicesindaco del capoluogo dalmata, Dražen Grgurović – e si avvarrà di un catalogo curato da Alessandro Masi, segretario generale della Società "Dante Alighieri" di Roma.

E non è tutto. L’esposizione dei lavori del pittore accademico e professore di pittura e scenografia Marušić vuole anche portare a conoscenza del pubblico italiano il costante lavoro che la Comunità degli Italiani di Zara svolge in direzione della divulgazione della cultura, della lingua e delle tradizioni italiane, particolarmente presso ambienti diversi e ricettivi. Non va dimenticato che Marušić, oltre a far parte del direttivo del sodalizio, guida da diversi anni corsi e gruppi di arti figurative, è addetto culturale della CI zaratina, ma è anche un attivo promotore del dialogo tra le varie componenti della città e delle specificità dell’antica capitale dalmata.

Per quanto riguarda la sua arte, Adam Marušić è un autore che si distingue nella ricerca sia per un progetto artistico creativo sia per un percorso coerente e leale riguardo alle sue origini e all’amore per la sua terra. Questo amore è trasmesso attraverso i suoi dipinti, ma anche attraverso l’insegnamento che ha accompagnato la sua vita e la sua dedizione all’arte. Ampie sono le pennellate che compongono una tavolozza ricca di colore, di armonia, di vibrazioni intense. Una pittura fortemente evocativa, con un ritmo costante, naturale, in cui il colore si imprime sulla tela come il vento accarezza il paesaggio, il mare di Zara. Ambienti che appaiono tra sogno e realtà per le atmosfere rarefatte e una natura più che mai viva.

Appartenente a un’antica famiglia zaratina, Adam Marušić nasce il 25 dicembre 1953 a Fiume. Si diploma alla Scuola d’Arte Applicata a Spalato nel 1974 per poi conseguire la laurea in arti visive all’Accademia di Pedagogia dell’Università di Zara nel 1978. Lo stesso anno lascia la città dalmata e s’iscrive all’Accademia di Belle Arti a Roma, dove si laurea in pittura nel 1982 nella classe del prof. Alessandro Trotti. La sua prima mostra a Zara viene allestita nella Loggia civica, nel 1976, e da allora intraprende un’attività intensa, che lo porta a dividersi tra le due sponde dell’Adriatico. Tra l’altro, è fra gli organizzatori e partecipanti del "Salone dei giovani" del 1977, evento che segna la sensibilità artistica contemporanea zaratina, in cui ha fatto conoscere al grande pubblico diversi artisti.

La sua prima personale a Roma è del 1984, nella galleria "Forum Interart". All’inizio degli anni Novanta nella capitale italiana frequenta i pittori Carlo Bazzoni, Dino Celati, Vincenzo Di Biase e Franco Perazza, con i quali rimane in contatto fino al 1995, quando definitivamente torna a Zara. Nel 2000 diventa membro dell’Associazione degli artisti croati accademici di Zara (HADLU); nel 2003 dirige la galleria "Kapetanova kula" (Torre del Capitano), di rilievo nazionale. Dal 2005 al 2008 ricopre la funzione di presidente della stessa associazione. Al suo attivo ha 14 mostre personali e 60 collettive in Croazia e in Italia. Dal 2005 è professore ordinario di pittura e scenografia nella nuova Scuola d’Arte Applicata e Design di Zara, un’importante realtà per la formazione artistica dei giovani della Dalmazia centrale. (ir)

132 - Secolo d'Italia 21/02/12 Dopo quindici anni siamo pronti a parlare di Porzus ?

DOPO QUINDICI ANNI SIAMO PRONTI A PARLARE DI PORZUS?

IL FILM SULL'ECCIDIO FU BOICOTTATO. E C'È ANCORA CHI FRENA

Napolitano ha detto di voler visitare i luoghi dove si consumò la strage dei comunisti contro monarchici e cattolici

Luciano Garibaldi

Onore a Renzo Martinelli. Gli ci sono voluti più di sedici anni, ma finalmente il suo valore di regista e di ricostruttore della storia gli è stato riconosciuto dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Che, in occasione del Giorno del Ricordo, ha annunciato ufficialmente la sua decisione di recarsi in visita alle malghe di Porzus (Venezia Giulia) dove si consumò la più vergognosa strage a opera di partigiani comunisti italiani contro partigiani italiani monarchici e cattolici. Tra le vittime, il maggiore del Regio Esercito Francesco De Gregori (omonimo e zio del cantautore) e Guido Pasolini (fratello del grande poeta e scrittore).

Martinelli aveva inquadrato subito la gravità e lo spessore di quella tragedia e vi aveva dedicato l'attenzione che meritava, così come aveva fatto per altre drammatiche vicende storiche come il caso Moro (da cui il film Piazza delle Cinque Lune), la tragedia del Vaiont, la leggenda del Barbarossa e la battaglia di Vienna del 1683, raccontata nel film di imminente uscita September 11, dedicato al Beato Marco d'Aviano, il vincitore morale dello scontro che sconfisse per sempre i turchi. Come dire che, nella cinematografia italiana, non vi sono soltanto i cinepanettoni. Peccato che il film Porzus, interpretato da validi attori come Giuseppe Cederna, Gastone Moschin, Gabriele Ferzetti, Lino Ca-policchio, sia stato boicottato fin dal primo momento.

Consapevole dell'ostilità politica e preconcetta che la sua pellicola avrebbe incontrato nella catena di distribuzione e di gestione delle sale cinematografiche, Martinelli, nella cassetta Vhs televisiva del film, aveva scritto, sotto il titolo della pellicola (Porzus): «Quando finalmente potremo raccontare la verità non la ricorderemo più». Chissà se immaginava che sarebbero occorsi altri sedici anni per avere la «canonizzazione» sancita ora dalla decisione del presidente di recarsi in visita, agli inizi del mag-

gio prossimo, in quei luoghi che videro il martirio di chi non accettava compromessi con il predone comunista Tito. Veri, autentici patrioti, il cui dramma -parole di Napolitano - «occorre ricordare anche per ripensare a tutti i fatali errori, al fine di non ripeterli più». Parole alle quali il Capo dello Stato ha aggiunto «l'impegno a coltivare la memoria e a ristabilire la verità storica».

Esattamente ciò che fece Martinelli sedici anni fa con quella sua pellicola che, presentata al Festival di Venezia del 1997, sollevò incredibili polemiche. Motivo più che sufficiente per boicottare il film che oggi, dopo la decisione di Napolitano, potrebbe tornare nelle sale riscuotendo un meritato successo (Rai Movie non ha esitato a mandare in onda il film la stessa sera del 10 scorso, alle ore 21). In sintesi, la vicenda è questa. In Friuli, a pochi chilometri dal confine jugoslavo, durante l'inverno '44-'45, numerose formazioni partigiane combattono contro i tedeschi e i fascisti. Ma il fronte non è compatto. La Brigata "Garibaldi", organizzata dai comunisti, e la Brigata "Osoppo", formata da monarchici, cattolici e liberali, combattono lo stesso nemico, ma con obiettivi diversi. I partigiani rossi, soprattutto gli appartenenti ai Gap (Gruppi d'Azione Patriottica) comandati da Mario Toffanìn detto "Giacca", sono infatti pronti ad allearsi con gli sloveni per fare dell'Italia un Paese comunista. Gli uomini della "Osoppo" hanno giurato che mai consentiranno a Tito di annettersi l'Istria e la Venezia Giulia. Nella pellicola di Martinelli, due anziani partigiani appartenenti alle due opposte formazioni si ritrovano dopo 40 anni per fare i conti con il passato e fare luce sul massacro, quando i comunisti assassinarono venti uomini della "Osoppo".

Quando nel 1996 Martinelli si accinse a girare gli esterni del film, si trovò alle prese con ì divieti di diversi sindaci, che non consentirono le riprese sui loro territori. Delle malghe di Porzus molti non volevano neppure sentir parlare. Non mancò chi chiese di vietare la presentazione del film a Venezia. Cattive coscienze, risentimenti, fanatismo ideolo-

gico duro a morire, uniti ad una insopprimibile abitudine a riscrivere la storia con ottica di parte, hanno fatto sì che a tutt'oggi si perpetuino punti interrogativi su quella cupa vicenda.

Ha scritto Paolo Deotto, storico e direttore della testata on line "Riscossa Cristiana", nel suo La strage di Porzus. L'altro volto della Resistenza: «7 febbraio 1945, mercoledì, ore 14.30. Nelle malghe Porzus, due casolari sopra Attimis, in provincia di Udine, ha sede il comando Gruppo Brigate Est della Divisione Osoppo, formata dai cosiddetti "fazzoletti verdi" della Resistenza, partigiani cattolici, azionisti e monarchici. Giungono in zona cento partigiani comunisti, agli ordini di Toffanin sotto le false spoglie di sbandati in cerca di rifugio dopo uno scontro con i nazifascisti. In realtà, è una trappola: alla malga vengono uccisi il comandante della "Osoppo", Francesco De Gregori (nome di battaglia "Bolla"), il commissario politico "Enea", al secolo Gastone Valente, una giovane donna sospettata di essere una spia, Elda Turchetti, e un giovane, Giovanni Comin, che era a Porzus perché aveva chiesto di essere arruolato nella "Osoppo". Il capitano Aldo Bricco, che si trovava alle malghe perché doveva sostituire "Bolla", riesce a fuggire e a salvarsi perché i suoi inseguitori, dopo averlo colpito con alcune raffiche di mitra, lo credono morto. Altri venti partigiani osovani vengono catturati e condotti prima a Spessa di Cividale e poi nella zona del Bosco Romagno, sopra Ronchi di Spessa, una ventina di chilometri più a valle. Due dei prigionieri si dichiarano disposti a passare tra i garibaldini. Gli altri saranno tutti uccisi e sbrigativamente sotterrati tra il 10 e il 18 febbraio. Della cosa si cercò di non far trapelare nulla. Ancora un mese dopo c'era chi assicurava che "Bolla" ed "Enea" erano tenuti prigionieri dagli sloveni». Mario Toffanin "Giacca" molti anni dopo fu processato in contumacia e condannato all'ergastolo, ma era riuscito a riparare in Cecoslovacchia, luogo di rifugio tipico (almeno fino al 1968) per i criminali comunisti italiani. Fu però graziato dal presidente Pertini e fece ritorno in Italia, dove morì di vecchiaia nel suo letto.

133 - La Stampa 19/02/12 Il Caso - Alla scoperta di Trieste la bella sottovalutata

Alla scoperta di Trieste la bella sottovalutata

Per Lonely Planet è prima al mondo tra le città "nascoste" Snobbata in Italia, è sempre più amata dai turisti dell'Est

Il Caso – Silvia Zanardi

SNODO CULTURALE

È al centro dell'Europa ha il mare, le Alpi a un passo e ha ispirato Joyce e Svevo

POCHI COLLEGAMENTI

È servita male da strade e ferrovie, e anche il porto non ha vocazione turistica

Trieste

Non capita spesso di entrare in un bar, ordinare un cappuccino e vedersi arrivare un caffè macchiato come se fosse la cosa più normale del mondo. A Trieste bisogna allenarsi prima di riuscire a fare la colazione che si desidera, ma c'è un vantaggio. Chi non sa che qui il cappuccino è sempre un «caffellatte», il caffè liscio un semplice «nero» e il macchiato un «capo» - con la gettonata variante del «capo in bi», cioè in bicchiere di vetro - significa che è uno che viene da fuori, al quale è pure concesso di non parlare in dialetto.

Trieste è dei triestini. Ha il mare, le Alpi a un passo, un raffinato centro austro-ungarico, un'ottima cucina e un'offerta universitaria ai massimi livelli. Ma rimane una bella sconosciuta di cui i turisti riescono a innamorarsi più per caso che per un vero interesse. Sarà per questo che la «Lonely Planet» l'ha messa al primo posto fra le città più affascinanti ma, al contempo, più ignorate del mondo.

Trieste, 208 mila abitanti, è l'unica città italiana che la quotata casa editrice australiana di guide turistiche ha inserito nella classifica delle città nascoste che meritano di essere scoperte. Risultato che se da un lato lusinga gli stessi triestini, dall'altro spinge a fare di più per esaltare lo charme di un capoluogo in perenne ricerca di identità.

Trieste vuole spiccare il volo, ma a impedirle di rientrare fra i «must» turistici ci sono gli scarsi e scadenti collegamenti autostradali e ferroviari, che anziché congiungerla al resto del Paese la isolano. E a rallentare la possibilità di un fluido ricambio turistico è anche la calma piatta di un porto che vede il traffico crociere ancora come un'aspirazione.

Eppure, quando si attraversa per la prima volta il tratto di strada costiera che porta alla capitale della Venezia Giulia, ci si chiede perché non ci si sia mai andati prima. Oltrepassato il castello di Miramare, che Massimiliano d'Asburgo si fece costruire proprio lungo questo tratto di costa adriatica baciata dal profondo mare azzurro, si entra nella città che in molti conoscono per la Barcolana, la famosa regata di barche a vela che si svolge tutti gli anni a ottobre, per l'elegante Piazza dell'Unità d'Italia, la più grande piazza europea affacciata sul mare e, naturalmente, per essere stata la patria ispiratrice di James Joyce, Italo Svevo e Umberto Saba. Ma per entrare davvero nello spirito della città bisognerebbe, almeno una volta, farsi scompigliare i capelli dalla violenza della bora, assaporare il gusto aspro della jota (zuppa tipica) in una fredda giornata d'inverno, farsi un tuffo nell'Adriatico e subito una passeggiata nel lungomare di Barcola.

Chi guarda a Trieste con interesse è soprattutto l'Europa dell'Est. Lo confermano i dati scomposti nei giorni scorsi alla Bit di Milano: nella città salgono gli stranieri e crollano gli italiani. Un esempio: di 30 mila biglietti disponibili per il concerto di Bruce Springsteen, allo stadio Nereo Rocco il 1 giugno, ne sono stati venduti 22 mila, di cui oltre la metà all'estero e in particolare in Slovenia, Croazia, Romania e Ungheria. I risultati sono anche frutto di una strategia che Turismo Fvg, l'ente turistico regionale, ha messo in campo per incentivare il turismo musicale: biglietto del concerto gratuito a chi soggiorna in Friuli Venezia Giulia per due giorni, ridotto per chi si ferma un giorno. Un passo • importante, che conferma la necessità di puntare ai grandi eventi-per il rilancio della città.

Lo ha sostenuto, di recente, Evelina Christillin, vicepresidente vicario del comitato organizzatore dei giochi invernali di Torino 2006, durante un convegno sul turismo triestino organizzato dal quotidiano della città, «Il Piccolo»: «Il modello-Torino, che ha fatto rinascere una città di confine con le Olimpiadi - ha detto - farebbe bene anche a Trieste».

134 - Il Piccolo 23/02/12 Ecco come Italo Svevo riscrisse "Senilità" per essere più moderno

Ecco come Italo Svevo riscrisse "Senilità" per essere più moderno

LETTERATURA - IL SAGGIO

Un’opera in due volumi di Mara Santi indaga le differenze tra la prima

(1898) e la seconda edizione (1927) del celebre romanzo scritto da Ettore Schmitz

di RICCARDO CEPACH

«Di primo acchito, con le prime parole che le rivolse, volle avvisarla che non intendeva di compromettersi in una relazione troppo seria. Parlò cioè a un bel circa così: - T’amo molto e per il tuo bene desidero che ci si metta d’accordo di andare molto cauti». È l’incipit, fulminante, del romanzo "Senilità", seconda prova romanzesca di Italo Svevo, come lo si legge nelle prime pagine del secondo volume della recente edizione critica curata da Mara Santi (Genève, Libraire Droz, 2011). Ma - protesta il lettore che ha buona memoria testuale e non riesce a dimenticare quell’avvio così coinvolgente, lucido e spietato - non diceva "subito"? «Subito, con le prime parole che le rivolse...» e poi non diceva «a un bel circa», diceva «a un

dipresso»: «Parlò cioè a un dipresso così...». Dipende. Dipende da quale "Senilità" uno legge, perché il secondo romanzo di Svevo è l’unico della sua produzione ad aver conosciuto due edizioni diverse vivente l’autore: la prima, nel 1898, pubblicata in appendice sul quotidiano "L’Indipendente", con il quale Svevo collaborava, e poi in una piccola edizione stampata con i medesimi cliché dallo stampatore triestino Ettore Vram (lo stesso che aveva stampato "Una vita" sei anni prima). La seconda nel 1927, l’anno prima della sua improvvisa scomparsa, quando ormai il suo nome circolava nell’Europa letteraria grazie all’interesse suscitato dalla "Coscienza di Zeno". Sono appunto gli anni in cui lo scrittore triestino (che si chiamava Ettore Schmitz, era nato il 19 dicembre 1861 e morì in un incidente automobilistico a Motta di Livenza, 13 settembre 1928; ndr), finalmente baciato dalla gloria, si sforza di dare al pubblico altri saggi della sua arte e di far conoscere almeno quel suo disgraziato romanzo di trent’anni prima la cui voce era rimasta inascoltata. Ma per riproporre quel libro a un pubblico che conosce e apprezza l’astuzia narrativa e la lingua di Zeno, Svevo crede di doverlo rivedere, correggere, aggiornare: ce ne derivano, caso unico nella narrativa sveviana, una serie di postillati (si chiamano così le copie a stampa su cui l’autore – o qualcuno in sua vece – rivede e corregge il testo in vista di una nuova pubblicazione, appunto) che assieme alle tre edizioni a stampa e pur in assenza del manoscritto, rendono il lavoro filologico di edizione del testo tutt’altro che banale. È per questo che il lavoro di Mara Santi si inserisce in un elenco piuttosto nutrito di indagini filologiche (benché non tutte abbiano condotto a una vera e propria edizione critica) "Intorno al testo di Senilità" (è il titolo del volume) che si sono sforzate di stabilire il testo autentico del romanzo (e ne sono già previste altre, a partire dall’annunciata pubblicazione dell’Edizione Nazionale). Il testo "autentico", ho detto con la spensieratezza del non addetto ai lavori, e non l’oracolare «volontà ultima dell’autore» postulata dalla buona norma filologica, perché la "Senilità" che Santi mette a testo non è la versione stampata dall’editore Morreale nel 1927, ma la princeps, la "Senilità" del 1898. È senz’altro la novità più significativa di questo lavoro che – come negli altri, non frequenti, casi del genere annoverati in letteratura – ambisce quindi a restituire non una "ultima volontà" d’autore cronologicamente accertata e rassicurante (soprattutto per l’editore) ma una problematica "ultima volontà libera", postulando necessariamente una certa dose di condizionamento, l’esplicitarsi nella revisione testuale di una volontà in qualche misura coartata, influenzata da considerazioni esterne al diretto corpo a corpo dell’autore col suo testo. Le ragioni precise di una scelta tanto particolare il lettore interessato dovrà andarle appostando lungo le oltre 800 pagine di questi due volumi di recente pubblicazione e tuttavia non è difficile estrarne un senso generale: lo «studio critico e filologico» di Mara Santi ci mostra che la volontà di Svevo, nel momento in cui rimette mano al suo romanzo, è quella di affermare la profondità storica della sua produzione letteraria, anticipatrice di tendenze letterarie e critiche che sarebbero emerse – almeno in Italia – solo dopo un paio di decenni. Non si trattava quindi di dare un "nuovo" romanzo, ma di mostrare la modernità di quello "vecchio" (inverando e diffondendo l’opinione di Eugenio Montale, secondo il quale «scrivere Zeno nel '920 è prova di sommo ingegno; scrivere Senilità nell'Italia del '98 (!!!) è forse prova di genio»). Allo stesso modo non si trattava di normalizzare attraverso un intonaco accademico un testo che nasceva – questa la tesi della curatrice – consapevolemente ed esplicitamente antiaccademico (ci sono segnali nel testo che mostrano quanto Svevo considerasse la politezza accademica nemica irriducibile dell’espressività), sicché ne esce ulteriormente ridimensionato e svuotato il mito critico dell’insicurezza linguistica dello scrittore triestino, quella sua pretesa incertezza derivante, secondo i casi e le opinioni, dall’eccessiva familiarità con la lingua tedesca (in cui avrebbe avuto, scriveva ancora solo pochi giorni fa Boris Pahor su questo stesso giornale, una competenza maggiore che in quella italiana, ciò che si può tranquillamente escludere) o dall’utilizzo pressoché costante del dialetto triestino (secondo una suggestione che il monologo di Zeno proietta sull’autore). Il percorso che Santi traccia attraverso il testo affascina per la capacità di acquisire risultati critici a partire dal minuto lavoro dei riscontri testuali: l’attentissima analisi di testi che fin qui non erano stati approfonditamente considerati in quanto materiali di costruzione del romanzo (non tanto o non solo il racconto "Una lotta", ma anche la lettera dell’ottobre 1895 in cui Svevo narra le ultime ore della madre e, soprattutto, "Il diario per la fidanzata", scritto per la futura moglie

Livia) porta, ad esempio, a collocare la stesura del romanzo fra il 1896 e il 1897 e cioè indipendentemente dall’avventura reale o presunta che Svevo ebbe con la popolana Giuseppina Zergol sospettata di essere l’ispiratrice del personaggio di Angiolina. «Anzi – sostiene Mara Santi – l’evanescente figura di questa "figlia del popolo finita cavallerizza in un circo", secondo le parole di Livia Veneziani, esce molto ridimensionata da questa

analisi: direi che rappresenta una sorta di "donna dello schermo" utile a stornare dalla rispettabile moglie Livia il sospetto di essere lei l’ispiratrice della bionda figura di Angiolina (di cui, nel "Diario per la fidanzata", condivide appunto precisi connotati)».

135 - Il Sole 24 Ore 19/02/12 Recensioni - Gilas, partigiano con Tito

Gilas, partigiano con Tito

Piero Craveri

La guerra rivoluzionaria. 1941-1945. Ricordi e riflessioni è un libro denso, aggrovigliato, come può esserlo un diario partigiano che spazia su tutti i territori dell'ex Jugoslavia tra il 1941 e il 1945, e tuttavia oltremodo appassionante e insieme meditato, perché fu pubblicato solo nel 1975 e Milovan Gilas tornò sui suoi taccuini di guerra con il bagaglio di pensieri maturati dopo la rottura col regime comunista, in prigione e da esule in patria. Gilas ha scritto negli anni riflessioni profonde e anticipatrici sulla natura del comunismo, in numerosi libri che sono ben conosciuti. Nell'incontro che ebbe nel 1991 con Sergio Romano, che ne ha fatto una penetrante prefazione, teneva a che questo diario venisse pubblicato in Italia. Anche perché l'Italia, con la Germania nazista, era stata una delle due potenze occupanti contro cui quella guerra partigiana è stata combattuta. Guerra di liberazione e insieme guerra civile, potremmo dire, guerra totale. Cogliamo qui il carattere irresistibile che in questa vicenda ebbe il comunismo, col suo tratto nazionale ed egualitario, che rompeva tutti gli schemi pregressi della antica società multietnica e costituiva il mastice unitario della guerra di liberazione. Una palla infuocata che percorreva i crinali delle montagne e si rovesciava nelle valli, raccogliendo consenso crescente, in un'aspra e cruentissima lotta, contro i cetnici e gli ustascia, i nemici interni, che infine doveva travolgere l'Istria, lasciandoci solo il territorio di Trieste con la sua area portuale, solo perché gli alleati non vollero cederla al blocco sovietico.
Perché quello che si sapeva, ma questo diario ce lo conferma con particolare vivezza, è che la forza espansiva dei partigiani di Tito costrinse gli angloamericani, ma per altri versi anche i sovietici, a prendere atto di questa realtà anche se contrastava con i loro obbiettivi originari. Gli inglesi puntarono sui cetnici e per una restaurazione della monarchia iugoslava. Poiché erano realisti si appoggiarono poi a Tito contro i tedeschi. I sovietici si trovarono di fronte a un gruppo dirigente comunista che non avevano potuto manipolare tra le due guerre, come negli altri paesi dell'Est, e non nascondeva i suoi interessi nazionali.
Gilas ci da in queste pagine un breve e penetrante ritratto di Togliatti che incontrò più volte nel 1945, soprattutto per Trieste. L'ex vicesegretario del Commintern, machiavellicamente esperto dei segreti della Mosca, gli parve che considerasse il problema nazionale come il prioritario punto di riferimento, ma era troppo debole verso la dirigenza staliniana per poterlo difendere fino in fondo. Non così i comunisti iugoslavi e la rottura Stalin-Tito, per quanto allora neppure immaginata, è già iscritta nella loro guerra nazionale, come mostra questo diario.
Di quella stagione non è rimasto né il comunismo, né la nazione plurietnica. Di ciò, quando scrisse queste pagine, Gilas non poteva essere consapevole, ma molti sono già gli interrogativi su quella tragica vicenda ch'era stata il cuore della sua vita.
Milovan Gilas, La guerra rivoluzionaria. 1941-1945. Ricordi e riflessioni, prefazione di Sergio Romano, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia, pagg. 536, € 35,00

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