N. 815 – 03 Marzo 2012

Sommario

136 – La Voce del Popolo 02/03/12 Zagabria - Beni - Ivo Josipović : «Osimo non si tocca»

137 - Italia Oggi 02/03/12 Croazia, no ai diritti dei profughi, Il parlamento approva il suo ingresso nella UE senza chiedere garanzie sugli impegni assunti (Cesare Maffi)

138 – La Voce del Popolo 01/03/12 Dall'Italia il via libera alla Croazia, Lamberto Dini: «L’adesione di Zagabria all’Unione europea contribuirà al superamento dei contenziosi»

139 - Il Piccolo 27/02/12 Zagabria non taglia i fondi per la minoranza italiana (Andrea Marsanich)

140 - Osservatorio Balcani 28/02/12 Tutto sarebbe andato diversamente (Diego Zandel)

141 - CDM Arcipelago Adriatico 26/02/2012 - Piemonte d'Istria: ricomposizione possibile (Rosanna Turcinovich Giuricin)

142 - Rinascita 01/03/12 Ricordare o morire una seconda volta, Celebrate in Senato le Vittime delle foibe in occasione della Giornata del Ricordo (Stefano De Rosa)
143 - L'Arena di Pola 21/03/12 Ritrovare radici profonde (Fernando Togni)

144 – CDM Arcipelago Adriatico 02/03/12 Giuricin e Stelli a Perugia sulla resistenza in Istria e a Fiume, radici ed evoluzione (Rosanna Turcinovich Giuricin )

145 - Secolo d'Italia 25/02/12 Foibe, nuova risposta ai "negazionisti" (Camillo Pariset)

146 - Il Piccolo 29/02/12 Il Cai attribuisce alla sezione di Fiume un riconoscimento

147 – La Voce di Rovigo 03/03/12 Rovigo - Testimonianze e conoscenza dell'esodo alla scuola "Bonifacio" (Carlo Salvan)

148 - CDM Arcipelago Adriatico 24/02/12 Ricordare per rimediare, una tavola rotonda all’Associazione delle Comunità Istriane (Paolo Radivo)

149 – La Voce del Popolo 25/02/12 Speciale - La Comunità, cuore pulsante di Gallesano (Daria Deghenghi)

150 – La Voce del Popolo 25/02/12 Gallesano, indissolubile attaccamento alle sue antiche origini (Daria Deghenghi)

151 – La Repubblica 27/02/12 Trieste - Il Caffè degli Specchi (Paolo Rumiz)

152 – Il Sole 24 Ore 28/02/12 Serbia : Allargamento. Verso lo status di candidato all'Unione europea (Eliana Di Caro)

__________ __________

A cura di Stefano Bombardieri

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :

http://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

136 – La Voce del Popolo 02/03/12 Zagabria - Beni - Ivo Josipović : «Osimo non si tocca»

ZAGABRIA Josipović e il collega austriaco Fischer fanno il punto sul nodo della restituzione del patrimonio
Beni, «Osimo non si tocca»

ZAGABRIA – Non poteva mancare all’incontro tra i presidenti croato e austriaco, Ivo Josipović e Heinz Fischer, a Zagabria un accenno al nodo della restituzione dei beni nazionalizzati o confiscati dal regime comunista jugoslavo. La questione è balzata di prepotenza d’attualità dopo che la settimana scorsa si erano diffuse voci secondo le quali il governo di Zagabria era intenzionato ad avviare modifiche costituzionali per vietare la resa dei beni agli stranieri. La sortita, poi, è stata rintuzzata dall’opposizione e anche dal Capo dello Stato. "Non vi saranno discriminazioni nei confronti di alcun Paese", ha assicurato ieri Josipović, che però ha messo le mani avanti: "Gli accordi interstatali, come il Trattato di Osimo, non possono essere cambiati".

Come dire, l’eventuale riapertura del processo di denazionalizzazione potrà riguardare soltanto i casi non coperti dai trattati. E in questo ambito Heinz Fischer ha avvertito che i cittadini austriaci, a parità di status, devono essere trattati come quelli italiani e tedeschi. La visita del Capo dello Stato austriaco ha riportato quindi anche ufficialmente al centro dell’attenzione l’annoso problema. La soluzione non è dietro l’angolo, perché, come rilevato dallo stesso Fischer, Josipović ha fatto presente che ci sono difficoltà a trovare il modello giusto per sciogliere il nodo.

In ogni caso si tratta di una questione che tocca da vicino anche gli italiani: sono oltre mille infatti le domande di resa dei beni da essi presentate finora.

137 - Italia Oggi 02/03/12 Croazia, no ai diritti dei profughi, Il parlamento approva il suo ingresso nella UE senza chiedere garanzie sugli impegni assunti

Il parlamento approva il suo ingresso nella UE senza chiedere garanzie sugli impegni assunti

Croazia, no ai diritti dei profughi

L`Italia ha perso un`occasione per difendere i suoi cittadini

DI CESARE MAFFI

Senza strepiti e senza troppi dibattiti, com`è comunemente d`uso quando si tratti di ratificare trattati, Camera e Senato hanno detto in fretta e furia sì all`adesione della Croazia all`Ue. Si è sentita una sola voce di dissenso: l`ex sottosegretario agli Esteri, Alfredo Mantica, il quale sia in commissione sia in aula è intervenuto, astenendosi (a palazzo Madama è come votare contro) in dissenso dal proprio gruppo (il Pdl). Le osservazioni di Mantica erano puntuali e precise: problemi per gli indennizzi agli esuli, restituzione dei beni nazionalizzati, condizioni dei cimiteri italiani in Croazia. Il governo ha abbondato in formule diplomatiche, di buona volontà, di fiducia, di speranza: l`adesione della Croazia «non potrà che avere ricadute positive sulla tutela dei diritti degli esuli», facilitando la soluzione del contenzioso pen-dente con l`Italia. Non si capisce perché mai una Croazia nell`Ue dovrebbe dimostrare miglior buona volontà di una Croazia che avesse bisogno del nostro permesso per entrare in Europa. A casa si sono portate generiche «assicurazioni recentemente ricevute dal ministro Terzi», che sono come gli ordini del giorno in Parlamento: si regalano a chiunque. Sul ristoro economico per gli esuli, previsto addirittura da accordi con la ex Iugoslavia (si pensi a Osimo), il governo si è impegnato «a vigilare» (capirai...) affinché sia confermato l`accantonamento, nel bilancio croato dell`anno in corso, della somma iscritta, ma mai versata. Tutto come prima, quindi: i soldi non arrivano. Per la restituzione dei beni italiani nazionalizzati, giacciono dal 2002 circa mille domande di connazionali, senza alcun esito. Che fa l`Italia? «Continua a sensibilizzare le autorità croate affinché esse vengano esaminate celermente, sulla base della sentenza della Corte Suprema croata che ha riconosciuto anche agli stranieri il diritto al risarcimento». Per ora, ci si pasce delle solite «assicurazioni» croate. Fra l`altro, continuiamo ad attendere una riforma legislativa croata, che non arriva, per consentire di riaprire i termini di presentazione per le domande da stranieri che non l`avevano fatto o la cui domanda era stata in passato respinta sulla base del principio della nazionalità.

Per le sepolture di guerra (questione morale, non economica) la specifica commissione italo-croata non si riuniva dal 2005; si è finalmente reinsediata nell`ottobre scorso e se neattende una nuova riunione, ovviamente non si sa con quali esiti, nella prossima primavera.

Insomma: tutta acqua fresca. Siamo fermi alla diplomazia stile Aldo Moro: cedimenti.

L`occasione per chiudere definitivamente il contenzioso con la Croazia era fornita dalla domanda di ammissione alla Ue: sarebbe bastato porre le necessarie pregiudiziali. Invece, l`Italia ha agito con inusitata celerità, invero già sperimentata in analoga situazione con la

Slovenia. Procede così la pluridecennale tradizione diplomatica italiana nei rapporti con gli Stati alla nostra frontiera orientale: evitare rivendicazioni, lasciare che protestino i soliti esuli, con l`obiettivo che il tempo, falciando i superstiti anno dopo anno, faccia il resto. Il guaio, per i profughi, è che un tempo almeno da destra c`era chi si batteva per le loro rivendicazioni, restando magari inascoltato. Oggi, tolto il solitario caso di un senatore già di An, non si sono sentiti dissensi.

138 – La Voce del Popolo 01/03/12 Dall'Italia il via libera alla Croazia, Lamberto Dini: «L’adesione di Zagabria all’Unione europea contribuirà al superamento dei contenziosi»

Al Senato tutti i gruppi parlamentari hanno sostenuto con convinzione la ratifica del Trattato
Dall’Italia il via libera alla Croazia
Lamberto Dini: «L’adesione di Zagabria all’Unione europea contribuirà al superamento dei contenziosi»

ROMA – Il Parlamento Italiano ha ratificato il Trattato di adesione della Croazia all’Unione europea. Il via libera di Roma all’ingresso di Zagabria in Europa è stato dato dal Senato che ieri l’altro ha confermato con 216 voti favorevoli, due contrari e 14 astenuti, la decisione presa il 15 febbraio scorso dalla Camera dei deputati. L’Italia è il primo Paese fondatore dell’UE ad aver ratificato il Trattato e il quarto in assoluto (la Croazia ha già incassato il parere positivo della Slovacchia, della Bulgaria e dell’Ungheria).

UN PASSO DI PORTATA STORICA Tutti i gruppi parlamentari hanno espresso il loro convinto sostegno alla ratifica del Trattato. Nel suo intervento il relatore del disegno di legge di ratifica, Lamberto Dini, ha sottolineato che la conferma del Trattato che sancisce l'adesione della Croazia all'Unione europea a partire dal 1.mo luglio 2013, sulla quale il popolo croato si è pronunciato favorevolmente attraverso un referendum, è un passo di portata storica, non solo nel quadro del processo di integrazione politica europea, che è in una fase di sviluppo molto importante, ma anche ai fini del superamento dei contenziosi che hanno storicamente diviso i Paesi dell'area e, più specificamente, di quelli che hanno per oggetto la comunità italiana in Istria e Dalmazia. Con la rapidissima ratifica del Trattato il Parlamento italiano manifesta la consapevolezza dell'importanza di un atto che favorirà il processo di adesione all'Unione degli altri Paesi dell'Europa sudorientale.

EMOZIONI PROFONDE Sono stati numerosi i parlamentari intervenuti durante la discussione generale. Carlo Giovanardi (PdL) ha sottolineato che l''adesione all'Unione europea della Croazia "suscita emozioni profonde perché chiude una storia complessa e travagliata, segnata nel Novecento dai drammi del fascismo e del comunismo. Una storia comunque ricca di ammonimenti circa la necessità di superare gli odi etnici e di valorizzare le differenze linguistiche e culturali. L'Italia ha con la Croazia legami particolari di vicinanza storica e geografica, derivanti anche dalla presenza di una nutrita minoranza croata in Molise".

DEFINITIVA RICONCILIZIONE Tamara Blažina (PD) ha rilevato che l'ingresso della Croazia nell'Unione europea rappresenta "la prosecuzione dello spirito di Trieste, emerso nell'incontro nel 2010 dei presidenti di Italia, Croazia e Slovenia che ha simboleggiato la definitiva riconciliazione fra i tre Paesi. L'Italia, che ha rapporti commerciali privilegiati con la Croazia, appoggia l'adesione graduale di tutti i Paesi dei Balcani occidentali: l'attribuzione alla Serbia dello status di candidato va in questa direzione. Il trattato di adesione avrà un effetto positivo su questioni bilaterali non ancora risolte, come quella dei beni confiscati e nazionalizzati dopo la seconda guerra mondiale e la regolazione del lavoro transfrontaliero. Da parte della minoranza italiana residente in Istria c'è molta attesa per l'ingresso della Croazia nell'area di Schengen".

ECCEZIONALE SPEDITEZZA Giampaolo D'Andrea, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri ha evidenziato che l'Italia ha sostenuto "con determinazione il lungo cammino compiuto dalla Croazia per allineare il proprio apparato amministrativo e normativo all'acquis communautaire e ora conferma ulteriormente il consenso all'adesione della Croazia all'Unione europea ratificando con eccezionale speditezza il Trattato, nella speranza che il processo di allargamento prosegua fino a ricomprendere i Paesi dei Balcani occidentali e la Turchia. L'Italia nutre particolare interesse al pieno sviluppo delle relazioni con la Croazia, auspicando che la collaborazione nell'Unione consenta di superare i contenziosi ancora aperti".

TRE QUESTIONI IN SOSPESO

Proprio richiamandosi ai contenziosi, prima della votazione finale, il senatore Alfredo Mantica del Pdl, parlando in dissenso dal suo gruppo, ha annunciato un voto di astensione, ritenendo che la ratifica da parte dell'Italia non possa prescindere dalla soluzione, da parte del governo di Zagabria, di tre questioni in sospeso che "si ripercuotono sulle relazioni tra i due Paesi: la mancanza di un impegno tangibile al pagamento dell'indennizzo agli esuli italiani, la questione della restituzione dei beni immobili confiscati agli italiani cacciati dalla Dalmazia e dall'Istria, il problema dello smantellamento dei cimiteri italiani in Croazia".

La Croazia - ha detto tra l’altro l’ex sottosegretario agli Esteri - deve "all'Italia 35 milioni e 300.000 dollari da più di 15 anni. Nel bilancio croato non esiste un atto scritto al riguardo. Esistono molte parole, molti impegni, molte promesse fatte da tutti, ma nella sostanza questo atto di riconoscimento legato al Trattato di Osimo di indennizzo agli italiani esuli d'Istria e Dalmazia non è stato mai completato. Ci sono 1.084 italiani che, secondo la legge croata, hanno chiesto la restituzione dei loro beni immobili dopo la legge della denazionalizzazione. Gli stessi tribunali croati sono ricorsi alla Corte suprema; ci sono voluti sei anni per ottenere la sentenza della Corte suprema, ma oggi in Croazia non si è ancora certi se la sentenza della Corte suprema potrà riattivare il processo di esame di quelle pratiche o se ci vorrà una nuova legge, e sono passati più di 60 anni.

Ma veniamo alla questione moralmente più grave. Mentre i cimiteri degli italiani in Croazia vengono smobilitati, la Commissione istituita, i cui nominativi sono stati peraltro forniti nel mese di ottobre, dopo quattro anni, ancora non ha fatto praticamente nulla. Forse queste sono piccole cose rispetto al clima certamente importante che si è manifestato in quest'Aula.

Mi auguro che entro il 1.mo luglio del 2013, data in cui la Croazia entrerà a pieno titolo in Europa, il nuovo governo croato possa adempiere a queste tre mancanze che da troppi anni si ripercuotono nei rapporti bilaterali con il nostro Paese. Credo che le promesse, le belle parole e gli impegni assunti anche ad altissimo livello - a livello di incontri di presidenti della Repubblica - debbano trovare poi atti che valgano a chiudere un passato che appartiene ormai ad antiche generazioni e di cui nessuno vuole più parlare. Se vogliamo pensare però al futuro dell'Europa, dobbiamo anche chiudere e girare la pagina del passato".

139 - Il Piccolo 27/02/12 Zagabria non taglia i fondi per la minoranza italiana

Zagabria non taglia i fondi per la minoranza italiana

Decisa dal governo Milanovic solo una diminuzione su base annua pari allo 0,4% Il deputato Radin: «Grido di allarme a Roma per i minori finanziamenti promessi»

di Andrea Marsanich

FIUME Niente tagli radicali del governo di centrosinistra del premier Zoran Milanovic ai finanziamenti 2012 delle comunità nazionali minoritarie in Croazia, tra cui quella italiana. Nel bilancio statale votato venerdì scorso dal Sabor, il parlamento croato, i mezzi finanziari per le minoranze restano praticamente identici a quelli erogati l’anno scorso, con una diminuzione su base annua dello 0,4 per cento, nulla in confronto al calo che nella Finanziaria ha colpito numerose voci. Se si tiene conto della pesante crisi economica che attanaglia il Paese, i rappresentanti delle minoranze hanno di che essere soddisfatti e lo è anche il deputato connazionale al Sabor e presidente dell’ Unione Italiana, Furio Radin: «Sappiamo bene che quello del 2012 è un budget statale di crisi e così sarà purtroppo anche in futuro, anche se non sappiamo quanto a lungo durerà la recessione.

Rimane dunque l’incognita ma rimane pure la constatazione che la diminuzione nei riguardi delle comunità minoritarie è trascurabile. Se consideriamo i tempi che corrono e i tagli voluti dal governo italiano, possiamo dire che il governo Milanovic ha fatto uno sforzo per le minoranze e nel contesto aggiunge che le proiezioni di bilancio per il 2013 dovrebbero garantirci mezzi pressoché invariati». Radin ha ricordato che nel corso dell’anno ci saranno sicuramente manovre correttive di bilancio, aggiungendo che un passo avanti è stato comunque fatto ed è un buon segnale, sulla falsariga di quanto compiuto negli ultimi otto anni dai due precedenti esecutivi di centrodestra.

«I governi Sanader e Kosor hanno garantito dal 2003 al 2011 un aumento dei fondi superiore al 100 per cento. Sia chiaro però che questi soldi non bastano a coprire tutte le esigenze delle minoranze, ma ci dobbiamo rendere conto della grave recessione e accontentarci». I mezzi sono pari a circa 41 milioni di kune, sui 5 milioni e 433 mila euro. Ora sarà il Consiglio per le Minoranze a decidere l’ammontare della ripartizione dei mezzi e all’uopo Radin ha rilevato di avere già raggiunto un accordo con la direzione del Consiglio. Alcune minoranze dovranno fare i conti con la flessione, altre si vedranno accordare una lievitazione, mentre quella italiana potrà disporre dell’analoga cifra dell’anno scorso.

«Siamo al secondo posto, dietro ai serbi, nella classifica dei finanziamenti – ha precisato Radin – e riceviamo una corposa fetta quale riprova della nostra mole di attività, delle nostre numerose istituzioni, di un grande sistema che attesta vitalità e tenacia. Comunque lanciamo un grido di allarme verso Roma per il taglio operato nei nostri confronti. Per anni abbiamo ringraziato l’Italia per i mezzi che ci ha destinato e che sono superiori rispetto a quelli croati. Vorremmo continuarlo a farlo».

140 - Osservatorio Balcani 28/02/12 Tutto sarebbe andato diversamente

Tutto sarebbe andato diversamente

Diego Zandel

Una replica dello scrittore Diego Zandel ad un commento di Franco Juri che abbiamo recentemente pubblicato. L'ideologia, l'atteggiamento della dirigenza jugoslava, le foibe

In parte sono d'accordo con l’intervento di Franco Juri. L'elemento ideologico era importante. Franco Juri lo sa bene per dolorose vicende famigliari: suo padre Vittorio, italiano, faceva parte della formazione di partigiani comunisti, filojugoslavi, autori di quell'azione che è passata alla storia come la strage di Porzus, nel corso della quale furono uccisi 22 partigiani non comunisti, che al pari dei loro assassini combattevano contro i nazifascisti, ma per liberare l'Italia, non per consegnare la Venezia Giulia alla Jugoslavia.

In questo quadro, sul filo dello jugoslavismo, appunto, rientra poi l'elemento etnico, cioè quando e quanto esso costituisca un elemento di rischio - anche in chiave di possibile referendum per l'autodeterminazione dei popoli - del passaggio della Venezia Giulia alla Jugoslavia.

Vale a riguardo quanto scritto da Milovan Gilas: "Nel 1945 io e Kardelj fummo mandati da Tito in Istria. Era nostro compito indurre tutti gli italiani ad andar via con pressioni di ogni tipo. E così fu fatto".

Ancora: ritengo riduttivo, o per lo meno non sufficiente, dire, come fa l'amico Franco: "Sono d'accordo con chi sostiene che un'angheria avvenuta prima non giustifica in alcun modo un'angheria nel dopo", e lo è, riduttivo o non sufficiente, nella misura in cui, come uomo di sinistra, credo che chi si ispira a un ideale di libertà e liberazione dell'uomo quale è per me il socialismo deve comportarsi di conseguenza e non come i fascisti, per i quali vale solo la libertà di alcuni uomini su altri, della propria nazione o razza sulle altre, della propria supremazia culturale, linguistica, religiosa su quella di altre.

Il socialismo abolisce queste disuguaglianze. Il regime filojugoslavo, da chiunque sostenuto, cioè anche dal PCI, le ha invece allora cavalcate.

Ciò non toglie verità, ovviamente, a quanto affermato dallo storico Gianni Oliva in un'intervista al Piccolo rilasciata in occasione dell'uscita del suo ultimo libro "Esuli": "Non per giustificare le foibe come reazione alla violenza fascista. Ma perché credo che, nella Storia, quello che è accaduto prima e dopo aiuti a inquadrare meglio il problema. E' ovvio che senza fascismo, la violenza, la guerra d'aggressione, tutto sarebbe andato diversamente".

Nello stesso tempo però io ritengo anche che se Tito e i partigiani filojugoslavi avessero sempre tenuto presenti, nel loro agire, i principi di uguaglianza e di libertà, di fraternità e di unità tra i popoli - che era il loro slogan - tutto sarebbe andato diversamente.

Chi è?

Diego Zandel è nato nel campo profughi di Servigliano nel 1948 da genitori originari di Fiume. Ha scritto i romanzi: "Massacro per un presidente" (Mondadori, 1981), "Una storia istriana" (Rusconi, 1987), "Crociera di sangue" (Mondadori, 1993), "Operazione Venere" (Mondadori, 1996), "I confini dell’odio" (Aragno, 2002) e "L’uomo di Kos" (Hobby & Work 2004). Ha scritto anche il saggio "Invito alla lettura di Andric’" (Mursia, 1981) e due libri di poesie "Primi giorni" (O.E.L. 1965) e "Ore ferme" (SAL Trieste, 1968). Oltre a scrivere libri attualmente collabora a Il Piccolo di Trieste e La Gazzetta del Mezzogiorno di Bari. Vai al sito di Diego Zandel

141 - CDM Arcipelago Adriatico 26/02/2012 - Piemonte d'Istria: ricomposizione possibile

Piemonte d'Istria: ricomposizione possibile

Il 10 febbraio celebrato in Istria

Uno degli ultimi "rimasti" si chiamava Luigi (Gigi) Fabris e se n’è andato qualche anno fa dopo aver dedicato una vita a lavorare la campagna ma anche a far suonare le campane della chiesa di Piemonte d’Istria, sperando che venissero sentite da lontano, sempre più lontano. Una decina d’anni fa la regista polacca Magdalena Piekorz arriva in zona per uno stage e scatena un giovane croato (così nel video) ad indagare i motivi dell’incredibile silenzio in cui è precipitata Piemonte con le sue case in arenaria senza respiro, senza rumori o voci, solo occhiaie vuote e alberi che crescono laddove erano camere e cucine di quelle famiglie volate via.
Un filmato di 18 minuti (con didascalie in lingua inglese) alla ricerca dei perché, con interviste ai protagonisti nella località istriana ma pure a Trieste ed in altre città che hanno inghiottito gli esuli giuliano-dalmati. Il tutto mentre nella sua cucina di Piemonte, un’altra protagonista del filmato, prepara "la salsa più buona del mondo" commentando: "pensavimo che i tornarà, ma noi xe tornadi".
Chi l’avrebbe immaginato che per il Giorno del Ricordo, sabato scorso Franco Biloslavo, segretario della Comunità di Piemonte d’Istria presso l’Associazione delle comunità istriane, avrebbe invitato amici di Trieste e compaesani, di qua e di là, ad assistere alla proiezione del film che celebra una sconfitta della storia di queste terre. Il paesino è un ammasso di rovine che rendono doloroso ogni ritorno, eppure il desiderio di immaginare un altro destino per queste pietre rimaste, spinge Biloslavo a mettersi in gioco, dando corpo ad una sua considerazione: "il Giorno del Ricordo non è per noi esuli – ribadisce – noi ricordiamo 365 giorni l’anno. E’ un’occasione per l’Italia che non ci conosce di aprire la porta alle nostre vicende. Ma per noi, il vero Giorno del Ricordo può svolgersi solo in Istria, laddove tutto è iniziato, laddove sono le nostre radici".
Dalle parole ai fatti. Ha coinvolto il presidente della sua associazione, Lorenzo Rovis, il Comune di Grisignana di cui Piemonte fa parte e la Comunità degli Italiani, rappresentati da Claudio Stocovaz. Gli altri hanno aderito perché legati a Piemonte, o per condivisione ideale, o per curiosità o semplicemente per condividere un qualcosa che diventa emblematico.
Si visita i cimiteri in un pellegrinaggio che ha qualcosa di antico, fissando nomi vecchi e nuovi, qualcuno con lo stesso suono ma diversa grafia per una sovrapposizione di storie e storia che in queste terre non smette di succedere. Poi tutti insieme a Monticello per il pranzo. Profumi di cucina istriana, quella contadina con fusi e "galina", tartufo, "fritaja con le luganighe". Si parla di ciò che è stato fatto, di ciò che non si farà mai, dei sogni che ognuno cova con più o meno realismo. Il caminetto riscalda gli animi, i giovani dell’associazione Pertan raccontano dei fondi librari che cercano di creare in varie comunità degli italiani, semplicemente andando ad incontrare la propria gente. Nessun permesso superiore, né di Unione Italiana né di FederEsuli, perché le vie ufficiali sono impegnative e la gente non ha più tempo di attendere, vuole che le cose succedano, vuole arrivare in Istria e sapere chi andare ad incontrare, con chi sedere in riva al mare a chiacchierare o chi invitare per un caffè. L’Istria, non è più paesaggio e territorio ma finalmente è anche gente con la quale misurarsi, discutere e confrontarsi, finalmente con nomi, cognomi e volti. Pe tutto ciò non c’è più voglia di attendere.
La proiezione è stata fatta nel pomeriggio, nella sala del Centro polifunzionale, in quella che era la scuola del paese restaurata e riadattata grazie ad un contributo europeo ed il concorso della Regione Veneto. Ad introdurre il tema del documentario e a porgere il saluto al pubblico sono stati Lorenzo Rovis, Presidente dell’Associazione delle Comunità Istriane di Trieste, Franco Biloslavo e Claudio Stocovaz, il tutto con la volontà di ripetere l’esperienza e di estenderla anche ad altre iniziative per far capire a chi arriva da queste parti che c’è una spiegazione ai silenzi, alla rovina, alla bellezza di scorci unici, dell’infilata di chiese. Per far sapere – come racconta ai presenti uno degli esuli, Valentino - che a Piemonte vivevano diverse centinaia di persone, che i campi tutt’intorno erano veri e propri giardini, che nel paese risuonavano i colpi del martello del fabbro, di quello del falegname e del calzolaio. C’erano il negozio, l’osteria, il torchio e tutto quello che rendeva bella la vita in queste contrade. Sotto Piemonte passava sbuffando la Parenzana. Tutto ciò rende forte la voglia di tentare una ricomposizione. Possibile, che in parte sta già avvenendo, anche così.

Rosanna Turcinovich Giuricin

142 - Rinascita 01/03/12 Ricordare o morire una seconda volta, Celebrate in Senato le Vittime delle foibe in occasione della Giornata del Ricordo

Ricordare o morire una seconda volta

Celebrate in Senato le Vittime delle foibe in occasione della Giornata del Ricordo

Stefano De Rosa

Lo scorso 24 febbraio, presso la Sala Capitolare del Senato della Repubblica in Piazza della Minerva si è tenuto un convegno, promosso dalla Fondazione "Rivolta Ideale" e dall’Associazione "Campo della Memoria", per celebrare le Vittime delle foibe in occasione delle celebrazioni del Giorno del Ricordo 2012.
Il grandissimo afflusso di pubblico, triplo rispetto alla capienza della sala ha costituito la prova più evidente di quanto viva sia la sensibilità e l’attenzione per una delle vicende più dolorose e tragiche della nostra recente nazionale.
Il convegno, moderato da Roberto Rosseti, giornalista Rai, ha avuto inizio con la proiezione di un emozionante filmato realizzato dall’Associazione Nazionale Dalmata seguita dagli interventi di Domenico Gramazio e di Maurizio Gasparri. Oltre alla necessità di combattere la rimozione sistematica della memoria delle foibe, i due esponenti politici hanno denunciato il pervicace tentativo ideologico-culturale di negare le responsabilità del comunismo nella terribile vicenda.
Un tema richiamato successivamente sia dal giornalista e saggista Adalberto Baldoni, il quale ha stigmatizzato le parole del presidente Napolitano, che due settimane prima, nel Giorno del Ricordo (10 febbraio), riferendosi alle responsabilità di quegli efferati eccidi, si è limitato a parlare di "derive nazionalistiche europee", evitando accuratamente di imputarle alla parte politica nella quale ha militato per mezzo secolo; sia da Rodolfo Sideri, il quale ha denunciato il "collaborazionismo ideologico" tra comunisti italiani e titini e quella mistificazione storica in voga negli anni ’70 per la quale le foibe altro non sarebbero state se non la conseguenza della lotta popolare contro il nazi-fascismo.
Tutti i contributi succeduti nelle oltre tre ore di durata dell’incontro sono stati contraddistinti da una forte carica umana, come la testimonianza del campione di pugilato Nino Benvenuti, nato ad Isola d’Istria nel 1938, costretto con la famiglia ad abbandonare bambino le terre d’origine, o da un notevole spessore scientifico, come l’intervento del magistrato Giuseppe Pititto, giudice che subì l’avocazione del processo, il quale ha affermato che per decenni, benché vi fosse la notitia criminis, l’azione penale non è mai stata portata avanti a causa della volontà di non fare luce sulla vicenda da parte di una magistratura succube dell’ideologia dominante.
L’intera manifestazione ha registrato una percepibile ed innegabile dicotomia: da un lato, un senso di gratitudine per quella legge del 2004 che ha istituito la Giornata del Ricordo e che permette, almeno una volta l’anno, di tenere accesa la fiamma della verità, contribuendo a dissipare le ombre "di lunga durata" della menzogna comunista che a distanza di quasi settant’anni continuano ad infestare le coscienze e ad impedire di intraprendere un percorso condiviso di pacificazione nazionale; dall’altro, un misto di frustrazione per il tempo perduto, di rammarico per ciò che non è stato fatto e di inquietudine per quello che c’è ancora da fare.
Lo scontro fra questi opposti, benché compatibili, sentimenti ha ricevuto la puntuale sanzione dall’incisivo e provocante intervento del prof. Augusto Sinagra, ordinario di Diritto dell’Unione Europea all’Università di Roma "La Sapienza". È a lui che si deve, "adempiendo ad un dovere civile", la denuncia contro gli infoibatori nel giugno del 1994. A distanza di 50 anni si è uomini diversi? Nel caso di Priebke, opinione pubblica e autorità giudiziaria espressero parere negativo. Lo stesso metro di valutazione – ha spiegato l’avv. Sinagra – poteva, allora, essere applicato anche ai criminali comunisti agli ordini di Tito. Questa fu la "molla" ideale che ha innescato il procedimento giudiziario che ha restituito alle vittime almeno una parte di verità.
Ma che senso ha – si è chiesto il penalista – celebrare la Giornata del Ricordo? I 20.000 morti stimati (infoibati, fucilati, annegati) andrebbero ricordati ogni ora di ogni giorno. E allora, un paradosso: abrogare la legge del 2004 e ricordare non solo ciò che accadde, ma anche "certe" conseguenze: un capo del governo, De Gasperi, che si accontentò di 150 milioni di dollari per chiudere la partita di Trieste, un capo dello Stato che oggi riferendosi alle foibe non pronuncia la parola "comunisti", un accordo sul bilinguismo con la Croazia non applicato, la mancata restituzione dei beni agli esuli, commemorazioni ufficiali che si trasformano in tribune offerte a negazionisti e giustificazionisti. "La menzogna - ha affermato Sinagra – è il massimo delle violenze morali". "Cosa fa il governo per reagire a queste offese?".
Gli interventi di Alberto Indri, presidente dell’Associazione Campo della Memoria, di Mario Michele Merlino, docente e saggista, di Guido Cace, presidente dell’Associazione Nazionale Dalmata, di Pietro Capellari, ricercatore, di Matteo Guidoni (Azione Universitaria) hanno offerto al folto e qualificato pubblico un fecondo contributo di testimoniane e di spunti di analisi e riflessione.
Di Vincenzo Maria de Luca, medico e ricercatore storico segnaliamo il libro "Foibe. Una tragedia annunciata", edito dal Settimo Sigillo. Il volume, documentato, ricco di riferimenti bibliografici ed archivistici, frutto di attenta ricerca e raccolta di testimonianze dirette, ha, tra gli altri, il merito di essere stato pubblicato nel 2000. Un innegabile contributo culturale e civico a quel grande movimento spirituale e umano, prima, politico e giuridico, poi, che quattro anni dopo si coagulerà nell’istituzione della Giornata del Ricordo.

143 - L'Arena di Pola 21/03/12 Ritrovare radici profonde

Ritrovare radici profonde

Sì, secondo il ritmo inesorabile del calendario, era naturale che anche quest’anno si ripresentasse il Giorno del Ricordo. E, secondo la visione imperante delle tastiere – sia tecnologiche che musicali – quasi più con fastidio (pubblico) che con tolleranza (diciamo democratica, perché etica fa ridere sia le masse che gli intellettuali). Allora, aggirando subito elegantemente una partenza tanto scabrosa – ma rappresentativa d’uno stato di fatto del quale nemmeno più ci si rende conto – entriamo in argomento, giacché l’anniversario ritorna. Ed entriamoci in maniera diversa dall’ipocrisia consueta delle cose ufficiali; ipocrisia che vorrebbe mascherare di ritenerle in concreto inutili e noiose (vocaboli educati in luogo di quelli che tutti stanno pensando).


Troverete stridente il contrasto tra questo inizio sarcastico, antipatico e il principale scopo molto serio dell’articolo che segue; ma l’abbiamo fatto apposta, proprio perché tale scopo avesse maggior possibilità di suscitare in ciascuno l’emozione che merita. Siamo, infatti, diventati un po’ lenti nell’intuire e svogliati nel realizzare.


Fateci caso: ci si trovi in tanti o in pochi, siamo sempre in guerra, in tutto, sempre. Purtroppo ci hanno aiutato ad estremizzare un atteggiamento che già ci era congeniale. Quindi con lo stesso spirito distratto e falso finiamo col vivere, per esempio, pure il Giorno del Ricordo. Ma vi pare possibile? Ci sembra un’enormità, e vi assicuriamo d’essere tutt’altro che bacchettoni. Forse è il risultato dell’aver perso sensibilità e senso delle proporzioni.

Il Giorno del Ricordo è un momento essenziale. Non devi, ma puoi viverlo (anzi, se si riflette un attimo ciascuno ne sente estremo bisogno) ritrovando radici profonde, quasi rinsecchite ma autentiche ancorché letargiche.
Lasciamoci andare: un momento in semplicità, autentico, spontaneo, buono, in tenerezza. Sì, sì, non prevalga la paura. Non in solitudine dunque, non autosufficienti, non rissosi. È un sorriso, in fondo, quello che cerchiamo: un sorriso di comprensione, d’incoraggiamento.


Ognuno non lo sa, eppure cerca di ritrovare qualcosa: sì, ritrovarsi, e sarà una scoperta dolcissima. Solo così riconosceremo noi stessi, rincontreremo gli altri. Non ci sarà guerra; rifiorirà invece il senso umano della vita: insieme.


A qualunque età, in modi diversi e liberi, con motivazioni svariate (i giovani, per esempio, lo sentono inconsciamente come struggente esigenza) lasciare l’autostrada per un giorno (un attimo che vale un’eternità) può corrispondere al ritrovarsi su un viottolo: non sai dove porti, non sai il perché; niente sai, finalmente, eppure sei.


E, quasi un soffio surreale, misterioso ma vero, dietro una fortuita sfumatura ritrovi magari il senso antico, eletto della pietas. Che non è pietà, bensì affetto, dedizione, rispetto. Là in fondo, sotto quell’albero pieno di uccellini, ti sembra persino di intravedere un Francesco sorridente che fa un cenno lieve di saluto con la mano. Ti senti umano, di nuovo, perché tali siamo – l’abbiamo solo dimenticato –, ti senti buono, sincero e sei felice. Soltanto allora, in una realtà intima così rarefatta, purificata, puoi ricordare, coerentemente in comunione, anche gli eventi più tristi: indimenticabili certo, ma sublimati.


Così regge il Giorno del Ricordo, quando si realizza dentro di noi.
Là sull’autostrada, svaporati i valori, ci erano rimaste soltanto le apparenze e l’ipocrisia disumana di rappresentarle; mentre riscoprire che l’amore è una dimensione consentita, un sentimento che non esige contropartite, resuscita la nostra individuale consapevolezza di appartenenza alla realtà umana.


Dato che la ricorrenza può dunque rinascere ogni anno soltanto in una cornice etica e spirituale sta ad ognuno darle senso: recuperarla e farla vivere. Vale la pena, e ci arricchisce di un bene che conta e che dura.


I nostri morti delle foibe, gli 80.000 di Russia nel Tempio di Cargnacco, i 100.000 di Redipuglia di cento anni fa, e tutti coloro che nei secoli all’Italia più della vita non potevano dare di certo in questo modo ci sentono vicini, e noi possiamo intravedere uno squarcio di serenità.


Non è suggestione, è mistero.
Un poeta scrisse: «poeticamente l’uomo abita la terra». La poesia non si può spiegare.

Fernando Togni

144 – CDM Arcipelago Adriatico 02/03/12 Giuricin e Stelli a Perugia sulla resistenza in Istria e a Fiume, radici ed evoluzione

Giuricin e Stelli a Perugia sulla resistenza in Istria e a Fiume, radici ed evoluzione

L'incontro organizzato da Isuc e Società di Studi fiumani

Giunge alla quinta edizione il Seminario dell’ISUC di Perugia e Società di Studi Fiumani di Roma, dedicato nell’edizione 2011-2012 al tema del "Socialismo e conflitti nazionali nella regione giuliana: momenti della storia del Novecento" con il coinvolgimento, da alcuni anni a questa parte, di studiosi e giornalisti del gruppo nazionale italiano.

L’Istituto per la Storia dell’Umbria contemporanea, che fa parte della rete degli Istituti di studi sulla Resistenza, ha allacciato da tempo proficui rapporti con il Montenegro e, grazie all’iniziativa della Società di Studi Fiumani ha ampliato il suo impegno anche su argomenti riguardanti le vicende dell’Adriatico nord-orientale. All’inizio impegnandosi con le scuole per far conoscere l’Esodo e le Foibe ma cercando di allargare il dibattito a dei settori specifici della storia del confine orientale.

Nei giorni scorsi, moderato dallo studiosi dell’Isuc, Dino Nardelli, si è svolto un dibattito intitolato "Resistenza italiana e Movimento popolare jugoslavo di liberazione ai confini orientali" che ha visto gli interventi di Ezio Giuricin, giornalista e collaboratore del CRS di Rovigno e di Gianni Stelli della Società di Studi Fiumani.

Due diversi territori, quelli analizzati da Giuricin e Stelli, per ragionare sulla resistenza nella Venezia Giulia, da una parte e di Fiume dall’altra, che hanno avuto un’evoluzione fortemente condizionata dagli sviluppi storici precedenti, con percorsi e risultati specifici. Tra i tratti comuni il fatto che la storia della resistenza in queste terre sia stata essenzialmente quella del movimento di liberazione jugoslavo e dei suoi tentativi di egemonia, largamente riusciti, sulla resistenza italiana.

Giuricin ha voluto offrire al pubblico presente nella prestigiosa sala del Chiostro di San Lorenzo, nel centro storico di Perugia, uno spaccato di storia generale, giocata sul tavolo delle grandi potenze, che vollero consolidare il ruolo di Tito in quest’area per una questione di equilibri internazionali predefiniti che nessuna resistenza a livello locale avrebbe potuto né sovvertire e tantomeno condizionare.

Ecco che, dopo l’8 settembre del ’43, il vuoto determinato dalla capitolazione d’Italia, precipita la regione nel caos, con lo smantellamento della realtà amministrativa italiana che lascerà spazio ad un’azione intimidatoria jugoslava con processi sommari ed esecuzioni (fucilazioni, sparizioni, affogamento ed altro) meglio note come fenomeno delle Foibe per la tragica fine di diverse centinaia di persone (tra 650 e 750), la maggior parte fatte precipitare nelle voragini carsiche.

L’offensiva dei tedeschi in gran parte dell’Istria a fine settembre, inizio ottobre, fermerà gli eccidi dei partigiani jugoslavi ma nell’azione per fermare la resistenza provocherà migliaia di morti tra i civili, incendiando interi villaggi, seminando terrore e morte. Il fenomeno delle foibe, per mano delle formazioni jugoslave, si ripeterà in modo massiccio nel 1945, a liberazione avvenuta ed interesserà questa volta diverse migliaia di persone, soprattutto a Trieste. In questo lasso di tempo, dal 43 al 45, anche in Istria verrà organizzata la resistenza con l’anelito, da parte delle formazioni italiane, di gestire la lotta e la liberazione dal nazifascismo in modo autonomo per assicurare la continuazione di un’amministrazione italiana finalmente democratica.

L’evidenza dei fatti porterà a galla il disegno del Movimento jugoslavo che ingloberà ogni formazione partigiana e ne deciderà le sorti. Chi tentò di mettersi a capo di un movimento italiano per una realtà italiana venne eliminato, oggi si ha piena coscienza che l’uccisione di personaggi di spicco come Elio Zustovich, giustiziato dai partigiani e di Pino Budicin, Aldo Negri, Augusto Ferri, Aldo Rismondo, trucidati dai fascisti in seguito a delazione, era chiaramente il segno che la volontà degli Italiani di queste terre non avrebbe avuto alcun peso nell’assegnazione dei territori dell’Istria e di Fiume alla Jugoslavia, era solo questione di tempo.

Non diversa la situazione a Trieste, anche qui i massimi rappresentanti del CLN subirono medesima sorte, vedi l’uccisione di Luigi Frausin, Gabriele Foschiatti, Vincenzo Gigante ed altri. E fu ancora una volta, la volontà delle grandi potenza ad assegnare Trieste all’Italia, per una questione di equilibri.

Ad agire sulla resistenza fiumana - come ha spiegato Stelli – fu l’idea autonomista, mai per altro abbandonata dagli anni Venti, dal Trattato di Rapallo che alimentò la speranza della città istituendo il Libero Stato di Fiume, con le prime libere elezioni e la vittoria di Zanella.

Nonostante fosse destinata alla sconfitta, continuò ad animare una realtà locale fortemente legata alla struttura politica ed economica di Fiume, porto di grandi scambi, linguisticamente eterogenea ma con l’aspirazione a costituirsi in entità autonoma, una specie di Stato cuscinetto nel cuore d’Europa. Su questo presupposto fece leva anche la resistenza ma Gigante, Blasich, Sincich, Skull ed altri pagarono nel 1945 con la vita la loro audacia, il loro sogno di futuro che la divisione in grandi potenze del mondo di allora, non poteva assolutamente contemplare.

Si evidenzia così, nelle sue caratteristiche ben delineate negli esaustivi interventi dei due relatori, di cui qui abbiamo riassunto solo alcuni brevi cenni, l’impossibilità per gli italiani di queste terre di determinare, in qualche modo, il proprio destino, se non quello di vittime di una storia già decisa dalle grandi potenze. Parlarne oggi, con grande serenità ed il necessario approccio scientifico aiuta a superare luoghi comuni ed inutili dietrologie che continuano a provocare sofferenza.

Conoscere significa superare e forse può aiutare a costruire nuovi scenari, diversi rapporti sul territorio, con iniziative finalmente condivise perché la storia che continua a condizionare la realtà di esuli e rimasti è ancora quella dei vincitori. Iniziative come quella di Perugia, aiutano ad andare oltre, a spianare la strada ad una logica di collaborazione e nuove opportunità per tutti.

Rosanna Turcinovich Giuricin

145 - Secolo d'Italia 25/02/12 Foibe, nuova risposta ai "negazionisti"

Foibe, nuova risposta ai "negazionisti"

Rieditato il catalogo della mostra per confutare ogni polemica

Camillo Pariset

Il 10 febbraio è dal 2004 la Giornata del Ricordo, una ricorrenza che onora ed esalta il sacrificio e l'esodo di 350mila italiani dall'Istria, da Fiume e dalla Dalmazia. Dopo quasi sessant'anni da quella triste vicenda "obliata" per motivi politici di convenienza interna ed internazionale, l'Italia finalmente - con la Giornata del Ricordo - ha riconosciuto i sacrifici della popolazione giuliano-dalmata costretta ad abbandonare la terra natia alla fine della Seconda guerra mondiale.

Si è trattato di un riconoscimento morale atteso da varie generazioni di esuli che spesso si sono sentite trascurate e ignorate dalla Madre Patria e quando il Parlamento italiano, a grande maggioranza lo ha approvato, l'ambiente giuliano-dalmata ha apprezzato questo tardivo atto di omaggio.

In tutti questi anni la Giornata del Ricordo è stata celebrata dalle più alte istituzioni dello Stato con una certa solennità che si è manifestata anche con un diretto impegno nelle scuole e negli enti locali.

Quest'anno, però, stranamente, una certa politica "negazionista" del fenomeno delle Foibe che - non dimentichiamo - è stato la causa scatenante dell'esodo, ha avuto spazio. Sono infatti di questi giorni le iniziative minimizzatrici del fenomeno storico delle Foibe e dell'esodo attuate dai Comuni di Milano, Pistoia e Napoli, lo spazio dato ai "negazionisti" a Reggio Emilia, la contestazione della Giornata del Ricordo a Firenze, lo stesso svolgersi della popolare trasmissione televisiva Porta a Porta del 13 febbraio che doveva essere una celebrazione della Giornata del Ricordo - soprattutto come riparazione di sessent'anni di oblio - e invece è risultata una confusa "querelle" tra storici, pseudo-storici, politici, che ha creato più danno che altro sulla conoscenza di questa importante realtà storica.

Di fronte a queste evidenze, dovute soprattutto a "voluta" ignoranza della storia del dramma dei nostri confini orientali, l'Associazione Nazionale Dalmata ha voluto rieditare il catalogo della mostra Dalle Foibe alla tragedia dell'esodo che si è tenuta a Roma all'Altare della Patria dal 31 gennaio al 22 febbraio 2009.

Il catalogo, realizzato da Carla Cace e Matteo Signori riporta articoli dei vari componenti del Comitato scientifico della Mostra e le foto ed i testi degli oltre sessanta pannelli esposti che, partendo dalla tragedia delle Foibe, arrivano fino all'esodo con i drammatici risvolti dell'inserimento dei profughi nel contesto dell'Italia sconfitta. Si tratta quindi di un documento completo ed equilibrato che oggi risulta essere tanto più importante alla luce dei tentativi di mistificazione che i negazionisti stanno cercando di attuare.

Come integrazione alla prima edizioni, gli autori - entrambi poco più che trentenni - hanno voluto estrapolare dalle firme degli oltre 16mila visitatori della mostra 450 commenti che sono riportati nel volume.

Da un'attenta lettura degli stessi si evince come la tragedia, che ha colpito le popolazioni dei confini orientali d'Italia alla fine dell'ultima guerra, sia "poco conosciuta" dalla nostra opinione pubblica non essendo mai stata data una adeguata informazione su questi argomenti.

Si tratta come è bene scritto sulla avvertenza alla seconda edizione di questo volume, di un esempio concreto di questa realtà perchè si basa su un significativo campione di cittadini italiani e stranieri.

Al volume è allegato un dvd che riproduce il precedente filmato che narra la storia delle Foibe con un'appendice della istituzione della Giornata del Ricordo insieme a un servizio sulla Mostra e a due drammatici interventi della professoressa Licia Cossetto - sorella di Norma "simbolo delle Foibe" - e dello storico Luigi Papo scomparso nel 2010.

Sulla scia di questa commemorazione l'associazione Italia Protagonista presieduta dal senatore Maurizio Gasparri presenterà - unitamente all'Associazione Nazionale Dalmata - il volume lunedì prossimo nella sala conferenze dell'ex Hotel Bologna - Senato della Repubblica, via di S. Chiara 4, Roma. Alla presentazione, oltre al senatore Maurizio Gasparri ed al dottor Guido Cace, interverranno Alessandro Masi, segretario generale della Società Nazionale Dante Alighieri; Aldo Giovanni Ricci, sovrintendente emerito Archivio centrale dello Stato, delegato alla Memoria di Roma Capitale; Amleto Ballarini, presidente Società di Studi Fiumani e Marino Micich, dell'Archivio Storico di Fiume.

146 - Il Piccolo 29/02/12 Il Cai attribuisce alla sezione di Fiume un riconoscimento

Il Cai attribuisce alla sezione di Fiume un riconoscimento

FIUME Il Comitato Centrale d’indirizzo e controllo del Club alpino italiano, il Cai, nella sua riunione del 28 gennaio 2012 ha approvato il riconoscimento della Sezione di Fiume quale Sezione particolare del Cai. Da vari anni la Sezione della città croata era in attesa di un tale riconoscimento, anche per garantire nel futuro la sua continuità di vita e attività oltre alle indubbie diversità che la contraddistinguono e la caratterizzano. Molte cose stanno evidentemente cambiando ma nonostante le difficoltà, la Sezione di Fiume è più che mai attiva. Difficoltà che sono, oltre a quelle in comune con tutte le altre sezioni, anche quelle dovute alla mancanza di territorialità. Il non avere una sede sociale e un'unica città di riferimento comporta da parte dei soci fiumani uno sforzo e una volontà ulteriori per qualsiasi semplice adempimento sezionale. A questi si aggiunge la difficoltà di acquisire nuovi iscritti derivante dalla mancanza di territorio, evidenziata dalla distribuzione dei soci su tutto il territorio italiano e anche estero, la difficoltà d’incontro tra i soci, di riunire il consiglio direttivo e l'Assemblea annuale e, di organizzare gite, escursioni e didattica. Nonostante ciò è più che mai attiva, con la sua storia e valenza ultracentenaria la neonata Sezione particolare che gestisce il suo rifugio "Città di Fiume", la sua rivista "Liburnia". Il Club alpino fiumano nasce il 12 gennaio 1885 per merito dell’architetto viennese Ferdinand Brodbeck. Nel 1902 esce il primo numero di "Liburnia". Sarà sospesa nel 1930 dalla Sede centrale del Cai fino, a causa anche degli eventi bellici, al 1963. Nel 1919 il Congresso generale Cai ne sanzionò l'adesione quale Sezione di Fiume. Nel ’49, sul Bondone c’è il primo Raduno, nel corso del quale la decisione di ricostituirsi a Sezione diventa realtà.

147 – La Voce di Rovigo 03/03/12 Rovigo - Testimonianze e conoscenza dell'esodo alla scuola "Bonifacio"

TESTIMONIANZE E CONOSCENZA DELL'ESODO ALLA SCUOLA "BONIFACIO"

Carlo Salvan

ROVIGO – E' entrato nel vivo il programma di iniziative promosso dai docenti della scuola secondaria di primo grado "G. Bonifacio", che ha lo scopo di far conoscere e vedere agli alunni storie e luoghi simbolo delle guerre e degli scontri ideologici del XX secolo.

Il primo appuntamento si è tenuto il 10 febbraio per la Giornata del ricordo: il professor Daniele Milan, docente di tecnologia presso l’istituto e appassionato di storia veneto-giuliana, ha illustrato alle classi terze il periodo storico delle foibe per farne comprendere il significato sociale ed umano nonché le motivazioni dell’esodo da quelle terre. Nella sua relazione ha evidenziato il passaggio in Venezia Giulia e Dalmazia di romani e bizantini come pure della Serenissima, che impressero a quelle zone un carattere che ancora oggi troviamo diffuso nell'architettura. Dopo la seconda guerra mondiale emerse l’odio per la componente italiana, con la volontà dei partigiani di Tito di affermarsi in quelle terre: ciò fu la causa del cosiddetto fenomeno delle foibe carsiche ed istriane, da cui l’ inevitabile esodo verso le terre italiane,

anche se per molti italiani di Istria, Fiume e Dalmazia non rimase che il triste destino dell’emigrazione all’estero per trovare un lavoro ed una sistemazione definitiva.

Come ha infatti raccontato l’alunno Giovanni Vignato della classe 3 C, che ha letto la commovente testimonianza lasciata dalla bisnonna Rosa, fuggita da Zara, oggi Zadar: dopo essere sfuggita ai bombardamenti di Zara, per scappare in Italia dovette spesso nascondersi in rifugi improvvisati, anche nelle famigerate cavità carsiche; dopo un periodo molto difficile sull'altopiano di Asiago, il marito emigrò all'estero per lavoro: prima in Svizzera, Germania ed Argentina, per trovare quindi solo nel 1952 un posto di lavoro fisso a Chicago negli Stati Uniti, dove rimarrà per 15 anni. Tornato in Italia nel 1964 per una malattia, il bisnonno morirà nel 1965 mentre la bisnonna è vissuta fino al 2002, lasciando un meraviglioso ricordo ai nipoti. Una testimonianza questa che ha strappato un sentito applauso dagli alunni e docenti presenti.

La scuola proseguirà nel programma i prossimi 23 e 24 febbraio, quando le classi terze visiteranno il ghetto ebraico di Ferrara ed altri edifici che caratterizzano la presenza ebraica a Ferrara ed il loro rapporto con gli estensi. Il 7 marzo l’associazione culturale 'Il fiume' di Stienta presenterà un lavoro di ricerca su "L’internamento civile in Polesine 1941-1945".

L'ultimo appuntamento sarà invece il 3 e 4 maggio, quando le classi terze si recheranno a Fossoli, nel modenese, per la visita del Campo e del Museo del Deportato, sito riaperto alla visita nel gennaio 1996 con l’obiettivo di diffondere la memoria storica dell'ex campo di concentramento nelle sue diverse fasi di occupazione.

148 - CDM Arcipelago Adriatico 24/02/12 Ricordare per rimediare, una tavola rotonda all’Associazione delle Comunità Istriane

Ricordare per rimediare

Una tavola rotonda all’Associazione delle Comunità Istriane

Il pomeriggio del 17 febbraio ha avuto luogo nella sala «Don Francesco Bonifacio» dell’Associazione delle Comunità Istriane un’appassionante tavola rotonda sul tema Attualità dei valori risorgimentali - Riflessioni sul Giorno del Ricordo, promossa da Carmen Palazzolo Debianchi, moderata da Rosanna Turcinovich Giuricin (CDM) e introdotta dal presidente Lorenzo Rovis.

«Il collante culturale che unisce il nostro popolo sparso – ha esordito Rosanna Turcinovich Giuricin – è l’idea di patria. Un’idea che però non è data una volta per tutte, ma è una conquista "sul campo" sia per gli esuli, sia per i rimasti, sia per le generazioni successive».

«I giovani istriani che frequentano negli stessi luoghi scuole con lingua d’insegnamento diversa – ha affermato Livio Dorigo, presidente del Circolo «Istria» – non devono crescere nell’inimicizia e quelli della minoranza italiana non devono vivere in ambienti ostili. Essere in Europa oggi significa perdonare più che essere perdonati».

Secondo il prof. Roberto Spazzali (Istituto per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia), gli esuli continuano ad essere trattati come animali in gabbia che vengono tirati fuori solo per il Giorno del Ricordo. Lo dimostra la trasmissione Porta a Porta, pensata all’ultimo momento e fatta solo perché si doveva. E mentre in altre parti d’Italia gli studenti manifestano interesse per questi temi ma sono completamente disinformati, a Trieste gli insegnanti restano freddi o addirittura ostili, come denota la scarsa presenza di studenti alla presentazione di un prodotto multimediale sulla storia di queste terre nell’aula magna del liceo «Dante» lo scorso 16 febbraio.

«In Europa – ha sostenuto il politologo Biagio Mannino – coesistono diverse storie, che devono riconoscersi e rispettarsi. Quella istriana è una storia traumatica difficile da sanare anche perché l’Unione Europea è ancora un’incompiuta».

«Trieste – ha aggiunto Spazzali – conobbe il "patriottismo degli affari". Invece l’Istria costiera e le città dalmate nel 1848-49 guardarono alla bandiera di San Marco. A Fiume l’occupazione militare croata forgiò, in forma reattiva, un sentimento nazionale italiano diverso da prima. I grandi gruppi capitalistici prussiani condizionarono la politica del Regno d’Italia, piegandola al loro disegno di proiezione espansionistica nei Balcani».

«Fino al 1914 – ha osservato Paolo Radivo (Libero Comune di Pola in Esilio) – il Regno d’Italia trascurò per convenienza politica gli italofoni dell’Austria-Ungheria, come quelli di Corsica, Nizzardo, Svizzera italiana, San Marino e Malta. Trentini, alto-atesini, giuliani e zaratini furono annessi al termine della Prima guerra mondiale per decisione delle grandi potenze senza che potessero esprimersi democraticamente con un plebiscito. Il 150° ha semplicemente celebrato l’atto di nascita di uno Stato, erede giuridico del Regno di Sardegna, che allora come oggi esclude istriani, fiumani e dalmati di lingua italiana».

«Noi "rimasti" – ha rilevato il prof. Gaetano Benčić – facciamo parte della cultura italiana, anche se non del territorio nazionale. Nell’ottica europea va recuperato il pensiero risorgimentale sano, di modo che in Istria possano coesistere amichevolmente anche dieci sentimenti nazionali diversi, perché la terra non è di nessuno. Regionalismi e campanilismi rischiano invece di ridursi a una malattia».

«La Patria – si è inserito Dorigo – deve diventare una "Matria", cioè la Madre Terra, che è di tutti, che accoglie tutti e a cui tutti apparteniamo».

Secondo il prof. Stelio Spadaro dobbiamo avere tre obiettivi: unificare il popolo giuliano-dalmata forzatamente diviso; recuperare le tradizioni civili e politiche pre-fasciste; sottolineare il carattere etno-linguistico plurale che le nostre terre hanno da oltre un millennio. Bisognerebbe inoltre puntare l’accento più sull’Esodo che sulle Foibe, perché è stato l’Esodo a determinare lo sradicamento dal territorio ancestrale.

Rosanna Turcinovich Giuricin, lamentando la mancanza di un progetto comune da portare avanti insieme, ha lodato la proposta di Marino Micich di una "Giornata internazionale della cultura giuliano-dalmata" e il "Festival istro-veneto" in programma a Buie.

Lorenzo Rovis ha risposto che l’obiettivo maggiore delle associazioni degli esuli dovrebbe essere quello di continuare a esistere, preparando il passaggio del testimone alla generazione dei discendenti.

Secondo la moderatrice dell’incontro, però, dovremmo cominciare a pensare in grande, senza attendere che siano altri a risolvere i nostri problemi.

«Quello istriano – ha osservato Mannino – è un popolo privato del suo territorio e polverizzato al punto di non essere ormai più nemmeno tale per la difficoltà di contatti e relazioni tra esuli e rimasti. Convivere è possibile purché la situazione politica lo consenta».

Dorigo ha incitato a parlare ai più giovani di cose gradevoli che li facciano innamorare dell’Istria. Per rafforzare la nostra identità istro-veneta minacciata occorre fare massa critica mettendoci assieme ai rimasti, ma lavorando anche con sloveni e croati su progetti europei.

Spazzali ha rilevato la necessità di non ridursi allo studio del solo periodo 1943-56. Mancano per esempio una storia generale dello sventagliamento dei profughi e una visione d’insieme degli esodi europei da metà ’800 a metà ’900. È necessario inoltre stringere i rapporti esuli-rimasti specie fra le nuove generazioni e favorire l’acquisto di appartamenti in Istria. L’Esodo è stato un genocidio culturale al di là della morte fisica.

«Scopo del Giorno del Ricordo – ha argomentato Radivo – dovrebbe essere quello di rimediare ai guasti del passato. Ricompattiamo il nostro popolo sparso e sommerso per impedire che il genocidio si completi con l’estinzione definitiva della nostra anima di gruppo! Una leva potrebbe essere il turismo italiano: indirizziamolo affinché alimenti l’italianità residua in Istria, Quarnero e Dalmazia contribuendo anche a salvaguardare tipicità e tradizioni!».

«Con la caduta dei confini – ha detto Benčić – noi italiani d’Istria non saremo più una minoranza, bensì i mediatori della civiltà italica nell’area giuliana».

Il vice-sindaco di Buie Marianna Jeličić Bujć, definendosi «un’istriana che vive a casa sua», ha evidenziato come anche fra i giovani cresca il sentimento di un’istrianità plurilinguistica. Tanto nelle Comunità degli Italiani quanto nelle associazioni degli esuli persiste tuttavia l’autoreferenzialità. Bisognerebbe invece comunicare tra noi e fare le cose assieme.

Il presidente Rovis ha invitato a collaborare tra esuli e rimasti per tutelare le tombe italiane nei cimiteri.

Franco Biloslavo, segretario della Comunità di Piemonte d’Istria, ha invitato a smetterla di piangerci addosso, a usare le nuove tecnologie per dialogare a distanza e a muovere l’economia perché «i soldi fanno miracoli».

Silvio Mazzaroli, direttore de «L’Arena di Pola», ha fatto presente di essere stato messo alla gogna da qualcuno per la sua volontà di ricucire il nostro tessuto sociale strappato dalla storia, affinché l’istrianità sopravviva. Le memorie finora contrapposte non possono essere condivise, ma vanno rese compatibili. Perciò il 12 maggio, durante il prossimo raduno dei polesani, esuli e rimasti effettueranno assieme un percorso con due tappe nell’Istria oggi slovena e due in quella oggi croata per manifestare umana pietà alle vittime degli opposti totalitarismi.

Fabio Scropetta, vice-presidente del Circolo «Istria», ha esortato a gestire in modo diverso il Giorno del Ricordo abbandonando il vittimismo e ricordando che non tutti i giuliani sono italiani, ma anche sloveni e croati.

Giorgio Tessarolo, già direttore dell’Ufficio Relazioni internazionali della Regione Friuli Venezia Giulia, ha individuato due obiettivi: far sì che la storia istriano-fiumano-dalmata diventi parte integrante della storia nazionale, e mantenere la lingua e la cultura italiana nelle nostre terre d’origine. Per il primo obiettivo occorre insistere sull’Esodo, per il secondo sulla collaborazione esuli-rimasti e sullo sviluppo di un’economia che garantisca il lavoro ai giovani connazionali anche con progetti Interreg Italia-Croazia.

«Dobbiamo ricomporre – ha sostenuto Ezio Giuricin, giornalista di TV Capodistria – le due parti strappate del nostro popolo, perché se un popolo scompare non resta nulla da ricordare. Affinché gli italiani possano continuare ad esistere nel loro territorio di insediamento storico serve un progetto culturale comune. Se ne potrebbe discutere in un grande convegno da tenere il prossimo anno in occasione del Giorno del Ricordo».

Maria Novella Loppel Paternolli, nipote di una goriziana vittima del titoismo, ha proposto di organizzare gite in Istria e Dalmazia per creare legami amichevoli con gli attuali abitanti.

«Quando torno a Cittanova e sosto davanti a quella che fu la mia casa – ha lamentato Carla Pocecco, della Comunità di Cittanova – sto male. Per giunta la Comunità degli Italiani e l’ente turistico contribuiscono a falsificare la storia spacciando per locali piatti e danze che non lo sono. Pretendo rispetto».

«Non dobbiamo pretendere – ha replicato Biloslavo – rimanendo in trincea, ma lavorare producendo energie positive».

«Dopo la distruzione – ha affermato Carmen Palazzolo Debianchi – occorre la ricostruzione. Sennò tutto finisce. Il Giorno del Ricordo va riconcepito in maniera nuova».

A giudizio di Mannino, non basta coltivare la storia, perché i libri di storia sono pieni di popoli estinti. Bisogna invece scongiurare l’estinzione del popolo istriano-fiumano-dalmata di lingua italiana.

Secondo Spadaro, quanto denunciato da Carla Pocecco aumenta la responsabilità di noi che abbiamo avuto la fortuna di vivere da questa parte del confine. Per meglio svolgere il nostro compito occorrerebbe una fondazione culturale degli istriani, fiumani e dalmati di lingua italiana.

Per Dorigo occorre superare i confini tra le nostre associazioni. Quanto alle gite, il Circolo «Istria» le organizza da 15 anni. Bisogna puntare sull’economia (allevamento compreso) perché il lavoro unisce. Se muore una cultura viene meno un pezzo di umanità. È responsabilità dei profughi che ciò non si verifichi.

«Nella nostra associazione – ha detto in conclusione il presidente Rovis – vi sono varie anime, ma nessuno pretende di convincere gli altri. Passi in avanti ne sono stati fatti: dieci anni fa un momento di confronto così in questa sede non sarebbe stato possibile. Dobbiamo avere pazienza e vivere il presente proiettati verso il futuro senza essere troppo legati al passato».

Paolo Radivo

149 – La Voce del Popolo 25/02/12 Speciale - La Comunità, cuore pulsante di Gallesano

Speciale

Intitolato ad Armando Capolicchio il sodalizio trae le sue origini fin dal 1948
La Comunità, cuore pulsante di Gallesano

GALLESANO – La Comunità degli Italiani di Gallesano ha in comune con la maggior parte delle altre associazioni che rappresentano gli italiani in Istria e a Fiume, il contesto storico delle origini, che risalgono al primo dopoguerra, l’ispirazione socialista dei primi anni, il bisogno inestirpabile di unità e di coesione sociale e, naturalmente, l’impegno collettivo a favore del mantenimento della lingua e della cultura italiana in un ambiente ancora fortemente inquinato dai ricordi di guerra e dei totalitarismi che l’hanno ispirata. Si distingue, però, dalle altre, per aver mantenuto fino a oggi il nome di Armando Capolicchio, un giovane partigiano al quale era stata intestata fin dal 1948, non seguendo l’esempio riformatore delle altre CI negli anni Novanta, ma soprattutto per il suo essere in modo assoluto il "cuore pulsante" della località intera, il luogo che dà origine a quasi tutte le iniziative culturali e sociali che animano il paese, il punto di riferimento, di confronto e di conforto, la sede di ogni dibattito e ogni conclusione che conti per la comunità intera. Non per niente, infatti, pur essendo una delle Comunità più piccole in termini numerici, Gallesano pareggia le grandi Comunità degli Italiani dell’Istria e di Fiume per mole di attività e relativo "punteggio" assegnatole regolarmente dall’Unione Italiana quando si tratta di spartire i mezzi di... sostentamento. Insomma, la "piccola" Comunità gallesanese è certamente "grande" a tutti gli effetti. Vediamo quali sono le attività che l’hanno resa tale.
GRUPPO FOLCLORISTICO In primo luogo c’è il suo gruppo folcloristico, il proverbiale fiore all’occhiello del sodalizio, che solo nell’ultimo anno ha incassato fior di successi con memorabili esibizioni ai Festival di Vinkovci e di Metković, ma anche con la sfilata nelle vesti tradizionali attraverso il centralissimo "Stradun" di Ragusa, su invito del locale Ente Turismo. Guidato da Pietro Demori e da Cinzia Leonardelli Laikauff (la sezione dei bambini), il gruppo folcloristico è un fedele custode degli arcaici canti "a pera" e "a la longa", delle "pive" e del "simbolo", ma anche di danze del passato quali il "valser" e la "furlana".
ATTIVITÀ LETTERARIA Non è da meno l’attività letteraria del gruppo diretto da Luana Moscarda Debeljuh, che tra l’altro pubblica "El portego", il periodico annuale d’informazione della Comunità. Quest’anno la rivista celebra il decimo anniversario della testata rinnovata: quella "storica", le cui radici risalgono agli anni Settanta, si era spenta a suo tempo per una mancanza di... fervore letterario, che invece possiedono le giovani leve di questa nuova generazione gallesanese, estremamente rispettosa del retaggio degli avi. Ebbene, quest’anno, per festeggiare l’importante anniversario, il prossimo numero del "Portego" uscirà in edizione speciale corredata da una ristampa del primo numero stampato quasi quarant’anni fa.
Si deve sempre al gruppo di Luana Moscarda Debeljuh il merito di aver promosso un primo concorso letterario chiamato "Michele dalla Vedova", in onore al poeta gallesanese, finalizzato a stimolare una produzione scritta dell’antico istrioto, l’idioma di diretta derivazione latina, che a Gallesano convive tutt’oggi con il veneto. Per chi non ne fosse parlante ma coltivasse un minimo interesse per la linguistica, si dovrà osservare che questo istrioto endemico ed autoctono è davvero musica per le orecchie di un ascoltatore curioso. Difficilmente comprensibile quando non criptico, l’istro-romanzo gallesanese differisce dal veneto e dall’italiano letterario a tutti i livelli della "piramide" linguistica e quindi tanto nella morfologia e nel lessico, quanto nella sintassi del periodo, benché la differenza che dà maggiormente nell’occhio (pardon, nell’orecchio) sia l’infinito dei verbi in una vocale tonica ("catà", "cori", ciò") mentre il veneto replica la morfologia dell’italiano standard troncando i suffissi -are, -ere ed -ire in -ar, -er ed -ir.
GASTRONOMIA Chiusa la parentesi grammaticale, c’interessa ora ricordare il validissimo impegno che la Comunità dedica allo studio e alla conservazione della storia della gastronomia della località, organizzando da sei anni a questa parte l’ormai celebre "Degustazione dei piatti tipici" che poi sarebbe una briosa sagra della cucina casereccia in programma tutti gli anni ad agosto. Sta di fatto che la località custodisce alcune ricette che risalgono addirittura all’evo antico, oggi praticamente estinte. Per salvarle dall’oblio, la "cura" consiste nell’abbinare ai fornelli - nei giorni della sagra - una cuoca anziana ed una giovane, in modo che la prima trasmetta all’altra l’arte e i trucchi del mestiere.
VITA OPEROSA Ma questi sono solo gli eventi più in vista, quelli di grande richiamo per così dire. Tutti i giorni, però, la piccola-grande Comunità degli Italiani "Armando Capolicchio" vive una vita operosa e gratificante che appaga non solo i soci più anziani, ma anche i più piccoli e la fascia dell’età matura. Di giorno in giorno troviamo in sede il coro misto diretto da Maria Grazia Crnčić Brajković, il gruppo strumentale di pive e simbolo, guidato da Robert Cvetičanin e Matija Drandić, i minicantanti di Lorena Moscarda, la sezione artistica di Borut Skok, ma anche la filodrammatica di Stefano Leonardelli, il settore sportivo di Piero Moscarda, il gruppo delle giovani cantanti di Ileana Perosa Pavletić e il gruppo ritmico di Marina Simonelli. Non basta? Guai anche a pensarlo: a Gallesano sono già pronti per rimettersi in moto e inventare qualcosa di nuovo.

Daria Deghenghi

150 – La Voce del Popolo 25/02/12 Gallesano, indissolubile attaccamento alle sue antiche origini

di Daria Deghenghi

L'abitato è stato abitato sin dalla preistoria e dopo essere stato
un vigoroso castelliere, con la conquista romana passò in secondo piano
Gallesano, indissolubile attaccamento alle sue antiche origini

A metà strada circa tra Pola e Dignano, tra l’altro spesso contesa dai due comuni, l’italianissima Gallesano vive il suo presente di una piccola località ancora prevalentemente rurale, coltivando un fortissimo attaccamento alle usanze degli avi. Antichissime sono le origini del borgo, come ricorda Alberi nel suo "Istria - storia, arte e cultura". Abitata fin dalla preistoria, Gallesano fu un vigoroso castelliere che subì pesantemente la conquista romana del II secolo a.C., quando venne relegata a centro di passaggio, insignificante crocicchio dell’agro polese condannato all’estinzione.
L’EPOCA ROMANA In epoca romana, Gallesano venne a trovarsi al centro di una "sors", un appezzamento terriero probabilmente finito per sorteggio ad un veterano della gens Gallia. Starebbe ad indicarlo d’altronde lo stesso toponimo. Il nome latino della località è infatti "Gallicianum" e venne mutato solo nel medioevo in "vicus Galisanum", da cui derivò successivamente la variante "Golisani", che però sarebbe stata abbandonata da lì a poco. Nel 1303, invece, si parla ancora di "Calisanum". Ad ogni modo, il paese offre alla storia notizie certe sul suo conto fin dal 990, sebbene siano stati numerosi i reperti archeologici anteriori, rinvenuti sia nell’abitato che nella sua immediata periferia. Tra questi un’ara votiva intitolata a Iside, del I secolo, testimonianza tangibile del culto pagano di origine egizia importato e diffuso in Istria dai Romani. Ma non si sono sottratti all’occhio dei posteri nemmeno le lapidi erette da Publio Vatrio Severio, un sarcofago ordinato da Causorio Malabano per i suoi tutori e svariati frammenti di capitelli, architravi e altri elementi architettonici di chiese bizantine, tutti custoditi presso il museo archeologico polese.
IL MEDIOEVO Il medioevo gallesanese non è dissimile da quello delle altre località minori dell’Istria e del resto del dell’Europa. Nel IX secolo si trova in possesso dei vescovi di Pola, che vi riscuotono la decima; in seguito forma il Feudo Morosini, benché alcuni possedimenti terrieri appartenessero fin dal VI secolo alla chiesa di Ravenna. Nel 1300 tutta la località è in mano ai patriarchi d’Aquileia (all’epoca marchesi d’Istria) che ne affidano l’amministrazione alla Regàlia di Dignano (gestita da un gastaldo per conto dei patriarchi). Ed è questo il secolo in cui venne istituita la prima parrocchia di Gallesano che trovò sede presso la chiesa cimiteriale di San Giusto. È noto che la peste e la malaria dei secoli successivi decimarono Pola, ma è meno noto che per sfuggire al flagello, i vescovi cercarono riparo proprio a Gallesano. Per chissà quale ragione, la località non subì gravi danni a causa delle epidemie che invece devastarono il resto della penisola, tanto è vero che nel 1500 era ancora abitata dalla sua antica popolazione italica.
IMMIGRAZIONE MORLACCA Quanto alle prime immigrazioni dei Morlacchi della Dalmazia, si sa che risalgono soltanto al Cinquecento, quando si verificano d’altronde anche le prime infiltrazioni dell’emergente Protestantesimo. Al movimento aderì lo stesso parroco di Gallesano, Biagio Tessaris, bandito nel corso della successiva Controriforma cattolica. In risposta alle correnti riformatrici, infatti, nel 1670, il vescovo Bernardino Coriani fece istituire la nuova Parrocchia di Gallesano, relegandola alle dipendenze del vicariato di Pola e trasferendo il titolo parrocchiale dalla vecchia chiesa di San Giusto a quella di San Rocco che è sede della Parrocchia ad oggi.
LA RINASCITA DELL’OTTOCENTO Nel 1815 l’abitato regolò i propri confini con Dignano. Negli anni successivi si assiste ad un rapido sviluppo sia in termini edilizi che economici, favoriti dalla costruzione della ferrovia Trieste-Pola che sfiora la località. Fino ai giorni nostri la popolazione gallesanese ha sempre parlato l’antico istrioto, l’idioma istriano autoctono di diretta derivazione latina che ormai sopravvive in pochissime oasi linguistiche in via d’estinzione.
GLI ESODI DEL NOVECENTO Il Novecento è, naturalmente, il secolo degli esodi. E dell’immigrazione. Nel 1915, la popolazione, prettamente italiana, fu deportata in Stiria dagli Austriaci, mentre al termine del secondo conflitto mondiale parte l’esodo in massa degli italiani in fuga dal regime di Tito. Il numero degli abitanti è dimezzato nonostante l’importazione di genti croate, bosniache e serbe. Non avendo tratto vantaggi dallo sviluppo del turismo delle aree limitrofe, l’odierna Gallesano è una località quasi esclusivamente rurale, dedita all’agricoltura e all’alleva

151 – La Repubblica 27/02/12 Riaprono gli specchi di Svevo e Joyce così a Trieste torna il caffè dei caffè

Lo storico locale, nato nel 1839, era chiuso da mesi L´ha rilevato Segafredo

Zanetti: inaugurazione a marzo

Riaprono gli specchi di Svevo e Joyce così a Trieste torna il caffè dei caffè

Questo luogo è diventato il simbolo di un modo di vivere: stare ai tavolini, leggere, conversare senza fretta. Uno stile che racconta un´epoca

È il salotto buono della città che ha visto passare le mille anime del secolo breve. Non solo grandi scrittori ma anche politici e musicisti

PAOLO RUMIZ

Trieste

La rivolta contro gli Alleati le sparatorie con i morti del ‘53. E ancora l´arrivo dei bersaglieri in un mare di tricolori, i comizi del sindaco Bartoli ("Gianni Lacrima") e quelli "italianissimi" di Giorgio Almirante con pretoriani in camicia nera e un giovanissimo Fini al seguito.

"Quando riapre?", si sono chiesti per mesi i triestini passando davanti alle sue porte chiuse in piazza Unità, e la domanda riguardava tacitamente gli "Specchi", il caffè più famoso, "Tukor Kavehaz" per i magiari, "Café aux miroirs" per i francesi, il salotto buono su cui dal 1839, anno dell´apertura, sono sventolate ben 5 bandiere nazionali. Ora c´è la risposta: riapre a marzo. Dopo la resa della precedente gestione agli affitti delle Assicurazioni Generali, arriva Segafredo Zanetti, e già ci si chiede come si rapporterà il nuovo inquilino con una città che ha offerto dedizione all´Austria per mezzo millennio, specie in una piazza dove ogni pietra, eccetto i pili dell´alzabandiera, parla tedesco.

Luogo di specchi e di donne allo specchio, di identità che si mescolano e si contrappongono, metafora di un luogo complesso e plurale, sfondo di trame e amori, misteri e delitti. E´ un´atmosfera viennese da film "Il terzo uomo" quella che Giuliana Morandini evoca nel libro che ha per titolo appunto Caffè Specchi, premio Viareggio 1983. E specchio, il primo caffè di Trieste lo è a tutti gli effetti: perché è lo spazio dove la comunità celebra il rito dell´appartenenza. Specchio, anche, delle metamorfosi dei tempi, simboleggiate dai ripetuti restauri (anche la nuova gestione ha voluto lasciare il segno) che rendono quasi impossibile ripescarne il volto originale.

Oggi nessuno sa com´era il caffè nel 1839, quando il greco Nicolò Priovolo lo aprì al pianoterra del sontuoso palazzo di un altro greco, l´imprenditore Nicolò Stratti. Dell´epoca resta solo, alla sommità della facciata, un´allegoria statuaria di tutto ciò che Trieste ha perduto: arti, industria, navigazione e ferrovie. Forse per queste continue trasformazioni gli "Specchi" hanno poca letteratura rispetto al "Tommaseo" o al "San Marco". Gli "Specchi" erano troppo illuminati, troppo sotto sorveglianza per covare un´identità segreta. In un libro di Stelio Vinci, il vecchio assicuratore Fritz Morway racconta per esempio che tra le due guerre alla fine del Kippur gli ebrei che andavano a rifocillarsi al "San Marco" della contigua sinagoga erano così tanti che formavano lunghe code come in guerra ai tempi del razionamento.

Spiegare a un napoletano o un milanese un posto come gli "Specchi" è come dire a un americano che la birra non va tracannata dalla bottiglia ma in bicchiere. Impresa disperata. Il caffè-bar in Italia è un posto dove si beve in piedi; nei vecchi locali di Trieste invece si sta ai tavoli tra velluti, séparé e poltroncine. Come in Austria, chi consuma al banco è compatito o guardato con disapprovazione ("Sie sind nicht ein Pferd", non sei un cavallo, ho sentito dire a uno straniero che si ostinava a bere in piedi a Vienna) e anche agli "Specchi" è inconcepibile la posizione eretta, inimmaginabile la consumazione frettolosa. Ai sui tavoli si assiste al tramonto sul mare, si consuma un rito sabbatico di lentezza.

Nei caffè tradizionali, i triestini ci vanno per nascondersi, stare in pace, studiare, attendere qualcuno, infrattarsi da soli o in conventicole. A fine Ottocento al "Greco" i mercati di sete fumavano il narghilè o la pipa di gelsomino, "vestiti in abiti scarlatti sfavillanti d´oro". A pochi metri dagli "Specchi" c´era il "Garibaldi" (ex "Municipio" e prima ancora "Litke") e lì - racconta Vinci - negli anni Venti trovavi alla stessa tavola giganti come Svevo, Joyce, Saba, Stuparich, Bazlen. Stendhal andava a scrivere al "Tommaseo" e al "San Marco" c´era Magris, che ora fugge nella buia sala interna dello "Stella Polare". Per conquistarsi la pace, c´era persino chi affrontava esodi. Giorgio Voghera con Alma Morpurgo e Piero Kern, trio di vegliardi inimitabili, dopo infiniti traslochi finirono per approdare al periferico "Bar Giulia", a due passi dagli alambicchi del defunto birrificio "Dreher".

"Al prezzo di un cappuccino me ne stavo in pace intere mezze giornate al caffè Milano a preparare la tesi, e nessuno si sognava di farmi fretta" racconta Elvio Guagnini, storico della letteratura. "Mi faceva compagnia il rumore dei rimbalzi del biliardo della sala attigua. Ogni caffè aveva la sua acustica". Ma era lo sfoglio delle pagine di giornale il sottofondo dominante. Già nel 1865 i caffè triestini avevano a disposizione 48 testate, di cui 23 italiane, 17 in lingua tedesca, sei francesi e due inglesi, tutto con intelaiature di legno. Erano il nascondiglio, la tana.

Agli "Specchi", invece, ci si è sempre andati per mostrarsi. Nel libro "La città dei venti" Veit Heinichen ironizza sulle "triestine biondo platino" con cagnolino, anch´esse "ristrutturate" come il caffè dei mille restauri. Ma agli "Specchi" ci si va soprattutto per sapere cosa accade fuori, perché fuori c´è la piazza più bella del Mediterraneo, il municipio, il mare delle grandi navi. In 172 anni lì è passato di tutto. La partenza di Massimiliano d´Asburgo per il Messico fatale. L´interramento del porticciolo, la demolizione della "Locanda Grande" ricettacolo di avventurieri dove dormì Casanova e venne ucciso l´archeologo Winkelmann, la prima passeggiata di Elisabetta d´Austria con cappellino e veletta sul mare che non ha mai conosciuto.

"Il 20 settembre del 1902 - racconta Giovanni Pistrini, specialista di caffè - un commando di irredentisti salì sulla torretta del municipio, issò sul pennone un tricolore e poi, andandosene, bloccò con piombo fuso la serratura della scala d´accesso, di modo che ci vollero ore per rimettere il vessillo austriaco". Dagli "Specchi" si vide tutto: l´arrivo e la fuga dei patrioti, il trambusto dei gendarmi. Si videro anche gli irredentisti fare irruzione tra i tavoli per mangiare gratis a spese degli austriacanti derisi come servi, o meglio "leccapiattini".

Gli "Specchi" erano famosi per le orchestrine all´aperto. In una cartolina primi Novecento con réclame delle acque diuretiche di Carlsbad, si annunciano musiche di Kallmeyer, Verdi, Gounod, Mascagni, Strauss. Nel Ventennio sono i repertori del maestro Attilio Safred e, appena si spegne l´eco di "Giovinezza", ecco sbarcare il boogie woogie degli Alleati, che requisiscono il locale per le loro feste, cui le gettonatissime "mule" triestine possono partecipare solo se accompagnate da angloamericani. E intanto, fuori, il popolino escluso si prendeva la sua rivincita, anch´esso in musica: "In piazza granda / cafè dei speci / xe quatro veci / che bevi el cafè".

152 – Il Sole 24 Ore 28/02/12 Serbia : Allargamento. Verso lo status di candidato all'Unione europea

Serbia : Allargamento. Verso lo status di candidato all'Unione europea

PASSO DECISIVO : A convincere i Ventisette è stata l'intesa raggiunta da Belgrado con il Kosovo Ultime resistenze da Lituania e Romania

eliana di caro

Belgrado fa un passo decisivo verso l'ingresso nella Ue. I ministri degli Esteri dell'Unione hanno raggiunto l'accordo per concedere alla Serbialo status di Paese candidato. «E fatta», ha detto il francese Alain Juppé. «O, per lo meno, non vi sono state obiezioni oggi - ha precisato il titolare del Quai d'Orsay - il che è un incoraggiamento per Belgrado a continuare il suo percorso». La decisione dovrebbe essere formalizzata oggi dal Consiglio affari generali, il verdetto finale spetta al Consiglio europeo che si apre giovedì a Bruxelles.

127 ministri hanno rilevato «che tutte le condizioni chieste alla Serbia sono state rispettate», anche se ovviamente per l'apertura dei negoziati veri e propri «c'è ancora molta strada da far e», ha aggiunto Juppé.

A dicembre la Serbia non aveva centrato l'obiettivo della candidatura per l'opposizione di molti Paesi (Germania in testa) preoccupati dalle tensioni con il Kosovo. L'ultimo round di colloqui con Pristina, cominciati ormai un anno fa con la mediazione della Ue e il pieno appoggio degli Stati Uniti, è stato determinante: venerdì scorso si è concordato sulla partecipazione del Kosovo ai forum regionali insieme alla Serbia e sull'applicazione operativa dell'intesa sulla gestione integrata delle frontiere, che era stata all'origine degli scontri. Non compare la dichiarazione di indipendenza del Kosovo (che Belgrado non riconosce, a differenza di 82 Paesi di cui 22 membri della Ue), ma la presenza dell'ex provincia serba ai forum regionali «è coerente con l'indipendenza, l'integrità territoriale e la sovranità del Kosovo», aveva puntualizzato il segretario di Stato americano Hillary Clinton. Per la decisione di oggi, alcuni dubbi permangono in casa di Lituania e Romania. Vilnius rimprovera alla Serbia di aver proposto il suo ministro degli Esteri Vuk Jeremic alla presidenza generale dell'Onu, posizione cui la Lituania punta fortemente. Inoltre, non avrebbe del tutto superato la sfiducia storica verso un Paese considerato troppo vicino alla Russia. La Romania, invece, chiede più garanzie per il rispetto della minoranza romena in Serbia. Due questioni, in ogni caso,non insormontabili: tra i diplomatici dei 27 c'è ottimismo sul via Ubera all'ingresso di Belgrado nella famiglia europea. Un auspicio espresso a chiare lettere dal ministro degli Esteri della Ue Catherine Ashton, che ha reso «omaggio al lavoro del Governo» di Boris Tadic, sottolineandone il «coraggio e l'impegno che hanno permesso di arrivare sino a questo punto». A sua volta il presidente di Belgrado ha affermato che la Serbia e il suo popolo «meritano lo status di Paese candidato», in quanto «il nostro obiettivo strategico è l'appartenenza alla Ue di cui condividiamo i valori». Il salto di qualità nel percorso di avvicinamento all'Unione (cominciato nel tardo 2005) è stato fatto da Belgrado conia cattura dei cri-minah di guerra Ratko Mladic e Goran Hadzix nel maggio e nel luglio del 2011, dopo la consegna all'Aja di Radovan Karadzic nel 2008. L'accordo con il Kosovo ha piegato le ultime resistenze. Certo, non è stata fissata una tempistica per l'adesione di Belgrado, e i negoziati potrebbero durare armi (basti vedere il caso turco) ma lo status di candidato segna un prima e un dopo.

Degli Stati della ex Jugoslavia nella Ue c'è per ora solo la Slovenia. La Croazia entrerà il primo luglio 2013. E la Macedonia ha lo status di candidato dal 2005.

La Mailing List Histria ha il piacere di inviarVi periodicamente una minirassegna stampa sugli avvenimenti più importanti che interessano gli Esuli e le C.I. dell' Istria, Fiume e Dalmazia, nonché le relazioni dell'Italia con la Croazia e Slovenia.

Si ringrazia per la collaborazione l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Gorizia e l’Università Popolare di Trieste

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :

http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/

http://www.arupinum.it