La Gazeta Istriana a cura di Stefano Bombardieri

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Marzo 2012 – Num. 24

23 – CDM Arcipelago Adriatico 08/01/02 In Dalmazia l'idea d'Italia...150 anni di storia - Ragionare con Lucio Toth di Storia di Dalmazia (Rosanna Turicnovich Giuricin)

24 - La Voce in più Storia Ricerca 04/02/12 Riflessioni - Indennizzo dei beni degli italiani: dal '47 una contesa senza fine (Marco Grilli)

25 - Il Piccolo 07/02/12 Quelle anime senza più radici dopo il tragico esodo dall'Istria raccontate da Anna Maria Mori (Alessandro Mezzena Lona)

26 - Storia del Novecento n° 121 - Gennaio 2012 "Finis Italie" in Venezia Giulia (Vincenzo Maria De Luca)

27 – La Voce in piú Dalmazia 14/01/12 Crociere d'altri tempi, dalla Dalmazia al Mediterraneo (Barbara Rosi)

28 - L'Arena di Pola 24/01/12 Così restaurammo il Tempio di Augusto - L'architetto Gino Pavan racconta il lavoro svolto a Pola fra il giugno 1946 e il settembre 1947 (Gino Pavan)

29 - L'Eco di Bergamo 01/02/12 Joyce, un bergamasco gli trovò lavoro un altro gli insegnò Dante e l'italiano (Mariella Radaelli)

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23 – CDM Arcipelago Adriatico 08/01/02 In Dalmazia l'idea d'Italia...150 anni di storia - Ragionare con Lucio Toth di Storia di Dalmazia

In Dalmazia l'idea d'Italia...150 anni di storia


Ragionare con Lucio Toth di Storia di Dalmazia è come partire per un lungo viaggio, affascinante e chiarificatore, con la leggerezza di chi ha esplorato ogni anfratto delle vicende che la riguardano, azzardando conclusioni e interpretando il pensiero del tempo.


Affrontiamo per tanto il tema dei 150 anni dell'Unità nazionale ricordando il contributo che a questo processo di unificazione hanno portato regioni che successivamente le vicende della storia hanno distaccato dal territorio nazionale, come l'Istria, Fiume e la Dalmazia.


E’ importante farlo, spesso però non se ne vede la ragione, lei ha questa sensazione?


"Era così nel passato, per fortuna i tempi cambiano. Nel celebrare oggi un evento che tende a rinsaldare l'identità italiana non è pensabile escludere regioni e luoghi che fanno parte della memoria della nazione, come hanno più volte dichiarato ufficialmente i Presidenti della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano. Anche di recente, nell'incontro di Pola del 3 settembre scorso, il Presidente Napolitano ha voluto ricordare pubblicamente questo contributo dei tre elementi costitutivi dello Stato: popolo, territorio, strutture istituzionali, la perdita del secondo non comporta la cancellazione di chi fa parte del primo".


L'Istria, Fiume e la Dalmazia entrano a far parte per la prima volta dello Stato nazionale italiano in età contemporanea nel 1805 quando vengono annesse al Regno d'Italia. Ma Venezia continuava ad essere presente, fino a che punto?


"La nostalgia in Dalmazia per il buongoverno della Serenissima si incontrò con la diffusione delle idee liberali nelle élites civili e militari di tutte le province adriatiche dell'Impero austriaco considerate culturalmente "italiane". E ciò malgrado gran parte dell'aristocrazia si sentisse protetta dal governo imperiale e la maggioranza della popolazione rurale fosse acquisita all'obbedienza verso la corona, soprattutto per l'influenza del clero sloveno e croato prevalentemente legittimista. Va notato però che fino al 1853 la Dalmazia fu esonerata dal servizio militare obbligatorio per la tenace opposizione delle popolazioni rurali e montane. Nelle città e nelle borgate si formarono nei decenni tra il 1820 e il 1840 le società segrete, con diverse denominazioni e più o meno legate - secondo i rapporti dell'imperial- regia polizia - alle logge massoniche italiane, analogamente a quanto avveniva in altri Stati italiani".


Collegate direttamente con la Carboneria?


"Solo in parte, e questa cosa è davvero incredibile. A mobilitare queste associazioni, molto contribuì invece la solidarietà con la guerra d'indipendenza greca, in forza dei legami culturali e politici con l'aristocrazia e la borghesia greco-veneta delle Isole Ionie, anch'esse appartenute all'Europa napoleonica e ora sotto amministrazione inglese, che favoriva i moti anti- ottomani sul continente greco. E' nota l'amicizia di Ugo Foscolo, nato a Zante ed educato a Spalato, ove viveva la sua famiglia, con i patrioti greci Calvos e Solomòs. Come è noto l'esilio a Corfù di Niccolò Tommaseo per sottrarsi alle persecuzioni austriache. Nobili istriani e dalmati parteciparono personalmente alla guerra d'indipendenza ellenica, come Pasquale Besenghi degli Ughi da Isola d'Istria. Primo Presidente della Repubblica Greca fu tra l'altro Ioannis Capodistria, nobile corfiota di origine e cultura istro-veneta. "Greci del Silenzio" era anche il nome di una delle prime società segrete diffusa nella regione. Un'altra si chiamava "Esperia", con richiamo più diretto ai moti per l'unità d'Italia. Né mancava una componente di cattolici liberali, la "Setta dei Guelfi". Alla società Esperia, sorta tra gli ufficiali veneti, istriani e dalmati dell'Imperial-Regia Marina Austro-Veneta, appartenevano anche i fratelli Emilio e Attilio Bandiera (la cui madre era di origine dalmata). Alcuni di questi gruppi confluirono nella mazziniana "Giovane Italia"".

Ma era solo la politica a "trattenere" ancora questo legame con l’altra sponda dell’Adriatico o persistevano altri motivi?


"Questi legami debordavano. Un esempio significativo: un elemento che comprova il coinvolgimento della Dalmazia nel processo risorgimentale è la partecipazione di esponenti della cultura dalmata ai Congressi degli scienziati italiani che si tennero a Torino a Genova, a Napoli negli anni che precedettero il 1848. Come osservò il geologo Lorenzo Pareto esse furono "istituzioni che più grandemente concorsero a dilatare in Italia l'amore delle scienze e a disporre gli animi agli abitanti di tutta la Penisola a riguardarsi come figli della stessa Patria." In un libro edito a Milano da Stella nel 1844, "L'Italia Scientifica", dedicato ai primi cinque congressi annuali degli scienziati italiani (1839-1844), si trovano tra i mille studiosi che vi avevano preso parte dalmati, oltre a istriani, triestini, trentini. Nei rapporti della polizia austriaca la partecipazione a questi congressi di sudditi imperiali era segnalata come un pericoloso marchio di sovversione. E gli scienziati che ci andavano erano fatti oggetto di speciale sorveglianza. Tra i dalmati troviamo infatti autentici protagonisti di queste riunioni: lo zaratino Pier Alessandro Paravia, Giuseppe De Derchich, docente all'Università di Padova, il botanico Roberto De Visiani, di Sebenico, anch'egli cattedratico dell'Ateneo patavino, Gaetano Modena, direttore di studi filosofici del Regio Liceo di Zara, il raguseo Giorgio Obad e l'altro dalmata di Lésina Giorgio Plancich, docente al Liceo di Gorizia, e Antonio Radmann, da Spalato".


Queste le premesse di un autonomismo che si rilevava anche nelle richieste all’Imperatore stesso dopo le rivoluzioni europee del 1848. Che cosa chiedeva la Dalmazia?

"Si chiedeva in Istria, Fiume e Dalmazia, la Costituzione e il mantenimento dell'autonomia delle tre entità. Anima del movimento erano i ceti intellettuali italiani allora al governo delle amministrazioni locali. Fu costituita nelle città la Guardia Nazionale composta da cittadini "per assicurare l'ordine pubblico". Il movimento mantenne un profilo prevalentemente legittimista verso Vienna, ottenendo l'acquiescenza delle autorità imperiali. Non mancarono però episodi significativi come la richiesta del Comune di Spalato di aderire alla rinata Repubblica Veneta e la progettata ribellione di Zara e della sua guarnigione al comando del colonnello Sirtori, rinviata poi per volontà del Tommaseo, codittatore del governo rivoluzionario veneziano".


Tutto ciò spinse le genti dell’Adriatico Orientale a partecipare anche alle guerre di indipendenza…


"In particolare alla Prima Guerra d'Indipendenza, con l'adesione di centinaia di volontari istriani a dalmati a difesa della Repubblica di Venezia e della Repubblica Romana e nelle file dell'esercito piemontese. A Venezia, oltre a Niccolò Tommaseo, con Daniele Manin alla guida della Repubblica, molti membri del governo erano dalmati e istriani: il ministro della Marina e della Guerra Antonio Paulucci, Matteo Ballovich, Sovrintendente alla Marina, Leone Graziani, Vincenzo Solitro, Matteo Petronio. Si formò un'intera Legione Dalmato-Istriana. A Roma collabora con i Triumviri il liberale raguseo Federico Seismit-Doda (autore de "la Romana", l'inno dei difensori di Roma), che più tardi sarà ministro nel Governo Crispi. E nella difesa della città si distinsero numerosi volontari dalmati e istriani. In Ungheria i coscritti fiumani nell'esercito ungherese costituirono una "Legione Fiumana", composta da italiani, che combatté a fianco degli insorti ungheresi. Alla "normalizzazione" dopo la sconfitta di Novara e al ritiro della Costituzione da parte dell'Imperatore seguì un'aspra repressione dei quadri amministrativi e militari che avevano preso parte, in patria o fuori, agli eventi rivoluzionari: condanne al carcere e all'esilio, assegnazione dei militari semplici alle compagnie di disciplina, allontanamento dai pubblici uffici di funzionari e magistrati. Per tanto, la proclamazione del Regno d'Italia nel 1861 venne salutata con manifestazioni di entusiasmo nelle città del litorale austriaco. Molti dalmati e istriani militavano nelle formazioni garibaldine e nell'esercito italiano. Si instaura tuttavia nei territori un clima di ansia e di tensione, per il deciso mutamento del governo di Vienna, sempre più favorevole all'elemento sloveno e croato. Nel 1861 alla richiesta del Parlamento di Vienna di inviare una delegazione istriana la Dieta Provinciale, riunita a Parenzo nella biblioteca del palazzo de Vergottini, risponde:"Nessuno". La stessa risposta daranno alle richieste di partecipare alla Dieta di Zagabria la Dieta della Città Libera di Fiume e la Dieta Dalmata, riunita a Zara: "Nessuno". Le "Diete del Nessuno" resteranno un punto fermo dell'orgoglio nazionale italiano fino alla prima guerra mondiale".


E anche nel conflitto gli Italiani dell’Adriatico Orientale prendono posizione a costo della vita. Saranno capiti?


"Migliaia furono i "volontari irredenti" nella marina e nell'esercito italiano con un alto tributo di eroismo e di sangue. Sono rimasti nell'immaginario collettivo, vicino al socialista trentino Cesare Battisti, i triestini Scipio Slataper e Spiridione Xidias, gli istriani Fabio Filzi, Nazario Sauro, Giani e Carlo Stuparich, il dalmata Francesco Rismondo. Febbrile fu l'attività dei politici giuliani e dalmati rifugiati a Roma anche in occasione del Patto di Londra con l'Intesa dell'aprile 1915, anche se prevalsero in quella sede, nel profilo dei futuri confini, criteri di carattere prettamente militare, anziché quelli di carattere linguistico, storico e culturale suggeriti dagli irredentisti delle regioni interessate. Altri due fenomeni significativi con carattere di massa fu l'internamento nelle province continentali dell'Impero austro-ungarico di oltre 50.000 civili di nazionalità italiana provenienti dall'Istria, da Fiume e dalla Dalmazia, con interi consigli comunali, come quello di Zara, guidato dal podestà Luigi Ziliotto. Tra i tanti protagonisti del periodo della grande guerra si devono ricordare accanto a quelli già citati, Roberto Ghiglianovich (1863-1930), Francesco Vidulich, di Lussinpiccolo; i tre Fratelli Solitro di Spalato; Luigi Lapenna, nato a Signo presso Spalato; Nicolò Trigari, di Zara; Carlo Tivaroni, una vita di avventura garibaldina e di responsabilità amministrative al servizio dello stato italiano; Arturo Colautti, giornalista e scrittore; Natale Krekich, di Scardona; Ercolano Salvi, spalatino; Giovanni Lubin, di Traù; Oscar Randi, zaratino; Antonio Cippico, di antica famiglia di Traù, senatore del Regno, come gli spalatini Antonio Tacconi e Alessandro Dudan. Ad essi si deve l'ampio materiale di storia dalmata custodito nella Biblioteca del Senato. E ancora Antonio De Micheli, di Sebenico. Né si può dimenticare la stampa italiana in Dalmazia dal Risorgimento alla prima guerra mondiale, come : "Osservatore dalmato" - Zara - dal 1853 al 1855 -Redattore Giacomo Chiudina; la "Rivista Dalmatica" - Zara - dal 1889 al 1943 - Fondatori: Roberto Ghiglianovich e Luigi Ziliotto, che ha ripreso le pubblicazioni a Venezia dal 1953 e successivamente a Roma, fino ad oggi; "La Domenica" Giornale illustrato - Zara 1891 - Direttore S. Ferrari-Cupilli; "La rassegna dalmata - Smotra Dalmatinska" Supplemento bilingue all'"Avvisatore dalmato" - Zara - 1891-1892 - Direttore Petar Kasandic; "La Voce dalmatica" - Giornale economico-letterario - Zara - dal 1860 al 1863 - Redattori: Cosimo Begna, Giuseppe Ferrari-Cupilli, Vincenzo Duplancich; "Il Dalmata" - Zara - dal 1865 al 1916 - Direttore Gaetano Feoli, che ha ripreso le pubblicazioni a Trieste dal 1996 ad oggi come bimensile, diretto dal nostro Renzo de Vidovich".


Alla luce di quanto detto, quale bilancio si può fare del contributo delle nostre genti all’Unità d’Italia?


"Non può che essere un bilancio amaro. L'esperienza ci permette di considerare che quell'anno, il 1861, segnò il progressivo deperimento della presenza italiana autoctona in tutta la regione adriatica tradizionalmente considerata dall'impero austriaco come "province italiane", per la lingua ufficiale usata e la comune considerazione in cui eravamo tenuti all'interno della composita monarchia asburgica. Nella nuova situazione creatasi con la cessione del Veneto nel 1866 tutto il peso politico, culturale, economico che la componente italiana esercitava all'interno dell'Impero definito dal Congresso di Vienna era perduto. Messe insieme la Lombardia, una delle regioni più ricche dell'impero sul piano agricolo, commerciale e industriale, il Veneto, anch'esso abbastanza progredito in agricoltura per la recente canalizzazione idrica, le due città di Venezia e di Trieste, la prima con il suo prestigio storico-artistico e la sua consistenza demografica, la seconda fervida di traffici e lanciata con il suo porto verso un avvenire di sviluppo, costituivano la parte più bella e preziosa dei territori imperiali.
Con la perdita di Milano e Venezia restava all'Austria Trieste col suo porto e le potenzialità strategico-militari delle coste istro-dalmate. Fiume era appena all'inizio del suo sviluppo. Le tre "Diete del Nessuno" del 1861 a Parenzo, a Fiume e a Zara furono la prima disperata risposta degli italiani per difendersi da questa pressione: opporsi all'annessione alla Croazia per conservare l'autonomia regionale e le autonomie municipali. Era l'unica strategia ragionevole. L'Istria e il Trentino erano stati da Cavour stesso rinviati ad un'altra generazione. E ce ne vollero tre per arrivare al 1915. Che fare allora? Non restava che dichiararsi leali alla Monarchia, approfittando dell'accordo austro-ungherese del 1867 e della conseguente divisone in due delle province imperiali, tenendo il più lontano possibile l'ipotesi "trialista" voluta dai partiti slavi della Dieta imperiale, che avrebbe equiparato la componente slava a quella tedesca e magiara, schiacciando definitivamente la presenza italiana. Fu questa la strada seguita per oltre trent'anni dai partiti autonomisti, guidati da uomini di grande livello politico come il dalmata Luigi Lapenna. La debolezza del nuovo Stato unitario italiano era sotto gli occhi di tutti. Avversato dalla Chiesa Romana, tormentato e impegnato per tre anni in una sanguinosa guerra contro il brigantaggio meridionale - che aveva tutti i caratteri di una guerriglia politica fomentata dall'esterno - sconfitto militarmente per terra e per mare nella Terza Guerra d'indipendenza. Gli autonomisti, a difesa della lingua e delle loro posizioni politiche, dovettero vedersela da soli con le loro capacità economiche e l'attivismo dei loro capi, che sapevano appoggiarsi a grosse realtà finanziarie, come le Assicurazioni Generali e il Lloyd Austriaco, di cui mantenevano il controllo".


Una risposta economica alle disattese speranze politiche?


"In effetti, fu paradossalmente in questo periodo che le classi dirigenti italiane di Trieste, di Gorizia, dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia seppero dimostrare la loro straordinaria vitalità economica, sociale e culturale, dando impulso alle industrie e ai commerci tra l'hinterland balcanico e il Levante e il mondo occidentale. Trieste e Fiume divennero tra gli scali marittimi più attivi del Mediterraneo e dell'Europa. Anche Spalato registrò una crescita inaspettata e le attrattive turistiche della regione, da Grado a Cattaro, la trasformarono nella "Riviera" dell'impero. L'Italia era tutta proiettata verso la sua fallimentare e dispendiosa politica coloniale, per la quale era indispensabile l'appoggio, più passivo che altro, della Germania e dell'Austria-Ungheria. L'ultimo decennio dell'Ottocento segnò l'agonia dell'Autonomismo dalmata. Riuscirono a difendersi Trieste, l'Istria e Fiume, coperta dall'ombrello ungherese, non più idilliaco, ma almeno non nemico. L'Irredentismo che ci viene quasi rimproverato fu l'ultimo sbocco di questa situazione e servirà ai governi italiani come esca e pretesto per entrare nella Prima Guerra mondiale. I vent'anni di amministrazione italiana nelle province irredente coincisero con la dittatura fascista ed aggravarono l'ostilità di sloveni e croati nei nostri confronti per una condotta del tutto inadeguata verso le forme di autonomia locale cui l'Austria ci aveva abituato e per un tentativo maldestro di assimilazione che, anziché imitare e incoraggiare il processo spontaneo che si era verificato nel passato - con l'italianizzazione volontaria degli immigrati nei centri urbani - lo trasformava in forzature più o meno coercitive estese alle aree rurali, le più gelose della loro identità nazionale. Paradossalmente l'appartenenza allo stato italiano rendeva più ostico un processo che le opposte pressioni austro-slave avevano in precedenza favorito".


Il resto è storia recente, passata al setaccio ma che continua a pesare sul processo di superamento delle differenze di interpretazione dell’evoluzione politico-sociale di queste terre. Per fortuna interventi come quelli dei Presidenti dei tre Paesi interessati, negli ultimi anni a Trieste e poi a Pola, hanno suggerito nuovi approcci ad una tensione che, spogliata della sua negatività, può aiutare a costruire.


Rosanna Turicnovich Giuricin

24 - La Voce in più Storia Ricerca 04/02/12 Riflessioni - Indennizzo dei beni degli italiani: dal '47 una contesa senza fine

RIFLESSIONI II dopo Trattato di Parigi nei territori ceduti dall'Italia alla Jugoslavia

Indennizzo dei beni degli italiani: dal ‘47 una contesa senza fine

di Marco Grilli

In base al punto 9 dell'Allegato XIV si stabiliva, infatti, che i beni degli italiani nei territori ceduti alla data dell'entrata in vigore del Trattato di pace sarebbero stati rispettati come quelli dei cittadini jugoslavi, escludendo la possibilità di trattenerli o liquidarli ai sensi dell'articolo 79, cioè in compensazione delle riparazioni per i danni di guerra

Oltre sessant'anni di trattative e accordi non sono serviti per porre la parola fine, secondo giustizia, a una lunga contesa legata alle sistemazioni conseguenti alla Seconda guerra mondiale: l'indennizzo dei beni dei cittadini italiani posti nei territori ceduti alla Jugoslavia ai termini del Trattato di pace di Parigi del 1947. In base al punto 9 dell'Allegato XIV si stabiliva, infatti, che i beni degli italiani nei territori ceduti alla data dell'entrata in vigore del Trattato di pace sarebbero stati rispettati come quelli dei cittadini jugoslavi, escludendo la possibilità di trattenerli o liquidarli ai sensi dell'articolo 79, cioè in compensazione delle riparazioni per i danni di guerra. In pratica, i cittadini italiani privati conservavano un diritto soggettivo perfetto, ossia il pieno diritto di proprietà sui loro beni.

I fatti seguirono però un altro corso. La Jugoslavia, infatti, incamerò tali beni fino all'accordo con l'Italia del 23 maggio 1949, che prevedeva la costituzione di una Commissione mista ita-lo-jugoslava per la valutazione di tutti i beni espropriati e il pagamento, da parte jugoslava, del relativo indennizzo globale senza alcuna deduzione. Nell'accordo (reso esecutivo in Italia con la legge 10 marzo 1955, n° 121) il governo jugoslavo s'impegnava a versare la somma di dieci miliardi di lire come acconto dell'indennizzo globale (art. 8), dichiarandosi pure disposto ad acquistare, a un prezzo equo, i beni italiani non sottoposti a misure restrittive e situati nel territorio ceduto, nel caso i proprietari fossero stati disposti a venderli.

A tale accordo seguì la promulgazione della legge 5 dicembre 1949 n° 1064, in base alla quale i titolari di beni, diritti e interessi italiani situati nel territorio ceduto alla Jugoslavia ai termini del Trattato di pace e sottoposti alla "nazionalizzazione, alla riforma agraria o a qualsiasi altra misura limitativa della loro disponibilità", furono chiamati a presentare denuncia al Ministero del Tesoro entro il 15 dicembre 1949.

L'articolo 4 di tale legge stabiliva che ai titolari di tali beni sarebbe stato liquidato un indennizzo sulla base di quanto "effettivamente corrisposto dal Governo della Repubblica Federale Popolare Jugoslava in esecuzione dell'Accordo italo-jugoslavo sottoscritto a Belgrado il 23 maggio 1949". In conclusione, quindi, coloro che avevano presentato la domanda al ministero del Tesoro avevano diritto ad essere indennizzati con l'integrale valore dei beni perduti, seppur valutati al 1938.

Gli eventi non seguirono però il loro naturale corso. Con l'accordo del 23 dicembre 1950 (reso esecutivo in Italia dalla legge 10/3/1955 n° 122), il governo s'impegnava a versare 30 milioni di dollari sul conto dei 125 milioni di dollari per le riparazioni di guerra dovute alla Jugoslavia, trattenendo 10 miliardi di lire quale acconto sull'indennizzo per i beni italiani espropriati nei territori ceduti (art. 8 dell'accordo del 1949).

Si trattava di uno scambio politico vero e proprio. L'accordo, infatti, prevedeva la possibilità di compensazione tra il debito che l'Italia aveva con la Jugoslavia per la questione delle riparazioni di guerra, con quello che la Jugoslavia aveva verso l'Italia per l'espropriazione dei beni dei cittadini italiani. Tutto ciò in netta contrapposizione con quanto stabilito dal Trattato di pace del 1947, che proibiva espressamente tale misura (articolo 9, punto 6, lettera "f").

Intanto, la valutazione del valore globale di tutti i beni italiani abbandonati nei territori ceduti, affidata dall'accordo del '49 alla Commissione mista italo-jugosla-va, ma portata a termine dall'Ufficio Tecnico Erariale, fu stimata in 130 miliardi di lire del 1947. Una stima considerata prudente e quindi "per difetto" da una commissione di esperti della Camera di Commercio di Trieste, che nel 1965 giunse alla conclusione che "i prezzi medi generali al valore 1938, applicati d'imperio dall'Amministrazione dello Stato, corrispondono mediamente al 65 p.c. dei prezzi effettivi dei beni perduti".

Tutte le pendenze italo-jugoslave (questione di Trieste e debiti e crediti reciproci) furono infine regolate dall'accordo del 18/12/1954 - ratificato col D.P.R. 11 marzo 1955, n° 210 - che ha destinato all'indennizzo dei beni nei territori ceduti dall'Italia solamente 45 miliardi di lire. In parole povere, gli altri 85 miliardi (considerati i 130 totali da destinare agli aventi diritto l'indennizzo per i beni persi) furono utilizzati per pagare i restanti debiti di guerra italiani e per sistemare definitivamente la questione di Trieste, ufficialmente annessa all'Italia.

Ai termini della legge 5/12/1949 n° 1064 e dei due accordi italo-jugoslavi del 1949 e del 1950, lo Stato italiano poteva detrarre il valore dei beni nei territori ceduti dalle riparazioni dovute alla Jugoslavia, ma doveva mantenere l'impegno ad indennizzare integralmente i titolari degli stessi beni.

L'accordo del 1954 - dettato da contingenti motivazioni politiche ed economiche - modificò lo spirito di quelli precedenti, come espressamente affermato dalla Corte suprema di Cassazione nella sentenza del 18 settembre 1970, n° 1549: "È noto che, mentre con i due accordi del 1949 e 1950, lo Stato jugoslavo si era obbligato a pagare direttamente allo Stato italiano l'indennizzo integrale di tutti i beni italiani espropriati dalla Jugoslavia (130 miliardi di lire del 1947), cosicché a tale previsione si adeguava la legge del 5.12.1949, in modo che i cittadini avrebbero ottenuto il controvalore dei beni perduti secondo un criterio d'integralità e di proporzionalità, viceversa, con il successivo accordo del 18 dicembre 1954, l'indennizzo dei beni italiani venne ridotto forfettariamente a 45 miliardi, trovando la rinuncia italiana all'integrale pretesa di risarcimento, la sola giustificazione nella necessità di ottenere l'adesione della Jugoslavia al riacquisto del Territorio di Trieste e al cosiddetto Memorandum di Londra". La stessa Corte, in conclusione della sentenza, ribadiva la facoltà del privato di rivolgersi all'autorità giudiziaria ordinaria, nel caso l'Amministrazione dello Stato avesse contestato l'esistenza e la spettanza del diritto soggettivo perfetto all'indennizzo.

La Federazione delle associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati sostiene che il governo italiano abbia beneficiato di circa dieci miliardi di lire per interessi e variazioni del corso aureo, poiché il saldo definitivo delle riparazioni belliche è avvenuto soltanto con l'accordo italo-jugoslavo del 1954, ottenendo inoltre gli interessi sui capitali liquidati dalla Jugoslavia nel 1954, stimati dalla Camera di Commercio di Trieste in oltre 24 miliardi di lire. Nonostante tali cifre, assommanti a circa 34 miliardi di lire, il corrispettivo messo a disposizione degli aventi diritto è rimasto fisso a 45 miliardi.

La stessa Federazione delle associazioni degli esuli considera quindi l'aver privato gli indennizzati di 85 miliardi come un caso parallelo all'esproprio per pubblica utilità, che dà luogo alla necessità di ottemperare alla norma pre-cettizia del terzo comma dell'articolo 42 della Costituzione italiana, che prevede un equo indennizzo della proprietà privata espropriata per motivi di interesse generale.

Gli 85 miliardi utilizzati dallo Stato per il pagamento delle riparazioni e la fine della contesa su Trieste, sempre secondo la sopracitata Federazione, dovevano esser considerati come una spesa di interesse pubblico generale, da ripartire tra tutti i cittadini italiani, e non solo tra gli esuli.

La Federazione delle associazioni degli esuli esprime inoltre un altro motivo di risentimento, poiché coi 45 miliardi il governo italiano ha provveduto anche a pagare gli enti parastatali, non considerati indennizzabili né dal Trattato di pace né dai successivi accordi bilaterali. Pur non avendo ottenuto alcun indennizzo per tali beni da parte jugoslava, l'Italia ha consentito il risarcimento agli enti statali e parastatali, mediante il secondo comma dell'articolo 2 della legge 8/11/1956 n° 1325. Ai titolari dei beni nei territori ceduti non son rimasti quindi che 32 miliardi effettivi, corrispondenti a meno di un quarto del valore totale stimato.

Per un quadro complessivo degli indennizzi dei beni italiani nei territori passati alla Jugoslavia, bisogna ricordare anche le vicende della zona B del Territorio Libero di Trieste, divenuta definitivamente jugoslava col Tratto di Osimo del 10 novembre 1975. L'accordo di Roma del 18 febbraio 1983 (reso esecutivo dalla legge 7 novembre

1988, n° 518), regolò in modo definitivo tutte le obbligazioni reciproche tra Italia e Jugoslavia, pre-

vedendo la definitiva acquisizione in favore di quest'ultima di tutti i beni dei cittadini italiani presenti nella zona B, a fronte della corresponsione di un indennizzo globale di 110 milioni di dollari.

La quantificazione fu del tutto forfettaria e nettamente inferiore al valore totale dei beni. Inoltre, gli obblighi assunti dall'allora Jugoslavia (oggi riguardanti Croazia e Slovenia) non sono stati ancora definitivamente adempiuti, nonostante il termine finale per il pagamento fosse stato fissato al 31/12/2003. Al momento della corresponsione materiale degli indennizzi da parte del governo italiano, si sono verificati altri problemi per l'estrema lentezza delle procedure e l'inadeguatezza del calcolo dei coefficienti di rivalutazione. L'accordo del 1954 stabiliva i 45 miliardi di indennizzo solo come base provvisoria di calcolo. I coefficienti di rivalutazione dei beni, siti nei territori ceduti all'ex-Jugoslavia e nella zona B del Territorio Libero di Trieste, sono stati unificati dall'art. 8 della legge 135 del 5/4/1985, con coefficiente unico pari a 200 volte il valore dei beni ai prezzi del 1938.

Di fronte all'irrisorietà delle somme versate con tale meccanismo, si sono susseguiti numerosi disegni di legge per correggere tale situazione, fino alla legge 29 marzo 2001 n° 137 - "Disposizione in materia di indennizzi a cittadini e imprese operanti nei territori della ex Jugoslavia, già soggetti alla sovranità italiana" -, che ha riconosciuto un ulteriore indennizzo (la spesa autorizzata è stata fissata in 140 miliardi nel 2001, 170 nel 2002, 90 nel 2003 e 40 dal 2004 fino all'esaurimento della liquidazione degli indennizzi) e migliorato i coefficienti di rivalutazione (scalari da 350 a 10 e inversamente proporzionali al valore dei beni). Il governo ha calcolato poi al ribasso la copertura finanziaria della legge, poiché le domande di conferma di indennizzo hanno riguardato solamente 11.608 pratiche, rispetto alle 34.630 originarie.

Nonostante ciò il saldo definitivo procede con esasperante lentezza e continua ad alimentare il malcontento degli esuli e di riflesso delle associazioni che articolano i loro interessi, insoddisfatte dei coefficienti attuati e ancora attive nella lotta per il risarcimento equo e definitivo dei beni abbandonati.

25 - Il Piccolo 07/02/12 Quelle anime senza più radici dopo il tragico esodo dall'Istria raccontate da Anna Maria Mori

Quelle anime senza più radici dopo il tragico esodo dall’Istria raccontate da Anna Maria Mori

Il percorso di una famiglia privata della sua terra e il destino crudele degli esuli nel nuovo romanzo, pubblicato da Rizzoli, della giornalista e scrittrice nata a Pola

I SUOI LIBRI
Arriva oggi nelle librerie "L’anima altrove" che ricostruisce la fuga degli italiani intrecciando voci e storie di case abbandonate all’improvviso
Storie di uomini e donne e un ritratto di Claudia Giornalista, scrittrice, Anna Maria Mori ha affrontato nei suoi libri temi diversissimi. Partendo dal "Silenzio delle donne e il caso Moro" e proseguendo con "Nel segno della madre", vincitore del Premio Fregene per lqa narrativa, "Ciao maschi". Con "Io Claudia, tu Claudia" ha dedicato a Claudia Cardinale uno dei ritratti più belli e intensi. Dopo "Donne, mie belle donne" è arrivato il libro scritto a quattro mani con Nelida Milani: "Bora", che ha vinto i Premi Rapallo Carige, Alghero, Costantino Pavan e Chiantino. E poi, "Femminile irregolare", "Lasciami stare", "Nata in Istria", che è uscito nel 2006 per Rizzoli.

LA STORIA

Bella e ribelle la piccola Natalia che resterà senza più radici

di Alessandro Mezzena Lona

Non è ossessione, ma nostalgia infinita. Non è obbligo di ricordare, di raccontare, ma desiderio struggente di non lasciare che la terra dove si è nati perda, piano piano, i suoi connotati dentro il mare grande della memoria. Per questo Anna Maria Mori ha dedicato un altro libro alla sua Istria. Dopo lo splendido "Bora", scritto assieme a Nelida Milani, dopo "Nata in Istria". E "L’anima altrove" (pagg. 215, euro 17,50), che Rizzoli distribuisce oggi nelle librerie, si rivela fin dalle primissime righe un libro diverso. Che non vuole essere debitore a quelli che l’hanno preceduto.

Tanto che la giornalista e scrittrice si prende la libertà di scardinare una struttura tipicamente narrativa con pensieri ad alta voce, ricordi, citazioni. Costruendo un testo che finisce per assomigliare a un flusso di coscienza. Nata a Pola, scappata in Italia come la stragrande maggioranza degli italiani che vivevano in Istria negli anni terribili della seconda guerra mondiale, Anna Maria Mori racconta storie che ci riportano a ritroso nel tempo. Quando la bellezza prorompente di Natalia non poteva passare inosservata. Anche perché lei, spirito ribelle, si era ritrovata mamma di un ragazzino quando le altre amiche si trastullavano ancora con sogni adolescenziali. E il marito di quella moglie bambina, indomabile quanto desiderabile, si era lasciato andare all’alcol. Rendendo felice il figlio Renzo, che aveva tenuto sua madre tutta per sé quando i genitori si erano separati.

Un mondo perduto per sempre, l’Istria che racconta Anna Maria Mori. E questo senso forte di spaesamento trova espressione anche nelle voci delle case, rimaste all’improvviso e per sempre sole. Degli oggetti che hanno smesso di avere un ruolo, un senso. Ma anche nel disagio di chi da quelle terre non se n’è mai andato, come racconta Nelida Milani nel capitolo "Dentro le mura". Senza scordare il terrore degli ebrei polacchi, esuli in una Francia inginocchiata al Terzo Reich. In fuga da tutto. Così, "L’anima altrove" diventa viaggio nel cuore di tenebra dell’esilio. Dove il passato non passa mai.

Da "L’anima altrove" di Anna Maria Mori pubblichiamo il testo introduttivo, per gentile concessione della casa editrice Rizzoli.

di ANNA MARIA MORI

Esodo, o esilio? Perché non è la stessa cosa. Anzi. Sono anni, tanti anni, che rifletto su queste cose. E ne sono nati due libri, "Bora", scritto con Nelida Milani, che racconta l’esodo; e "Nata in Istria", che spiega, o cerca di spiegare, il rapporto forte tra la geografia nella quale sei nato e la tua identità. Adesso, a distanza di anni da quei due libri, arriva questo L’anima altrove, quasi una conclusione: dopo la storia, la geografia e quello che ha riguardato e riguarda la materia, la terra, vorrei dire persino "il corpo e i corpi degli esuli" a tu per tu con la violenza, mi sono resa conto che mancava qualcosa, e quel qualcosa ha a che fare con la loro anima. E allora qui il tema non è più l’esodo, ma l’esilio.

Se l’esodo ha a che vedere con la cronaca, la storia, la politica, l’esilio mi sembra piuttosto metastorico, metapolitico, psicologico, persino metafisico. È una condizione dell’essere, quello che si dice una "dimensione dello spirito". Se si vuol raccontare l’esilio, bisogna dividere la storia in due tempi: il "prima" (ed è l’esilio dal tempo), e il "dopo" (l’esilio dai luoghi). Il "prima" pieno di vita. Il "dopo" in cui la vita viene sospesa dentro l’asfissia di uno stagno di malinconie, ricordi, spesso anche rancori. E finisce che, a fare da raccordo tra quel prima e quel dopo, non ci sono che le cose, un mobile, un soprammobile, un servizio di piatti, una lettera, o solo una federa bianca ricamata: le cose di "prima", inserite anche incongruamente nel "dopo", sono chiamate a un ruolo di testimone. L’esilio può essere anche questo: un mobile o un soprammobile di ascendenza austroungarica traghettato in un appartamento della Roma barocca, o peggio in un paesaggio freddo e infinito del Canada. Parlare di esilio in epoca di globalizzazione, o "mondializzazione" come dicono i francesi, può sembrare persino un po’ ridicolo e passatista. Però... Però ci sono le fotografie, i diari, le lettere, ci sono quel mobile, quel soprammobile, quella bustina di semi di una pianta destinata a non crescere in quell’altrove dove è stata portata, e tutto questo continua a raccontare, che tu lo voglia o no, quell’altrove, il tuo altrove, la tua irriducibile diversità. L’esilio appunto.

«Siamo la memoria che abbiamo, senza memoria non sapremmo chi siamo» ha lasciato scritto nel suo L’ultimo quaderno José Saramago. E dentro questa memoria che ci accompagna e qualche volta ci perseguita, le cose hanno un ruolo, e quale ruolo: molto più forti di qualsiasi parola, sono come il ritrovamento dell’arma del delitto in un processo, o il bagno di sviluppo che fa emergere la storia per immagini di un rullino fotografico. Ha ragione Enzo Bettiza quando scrive che «l’esule è un essere solitario e irriducibile»: la dimensione dell’esilio diventa una dolorosa parte integrante della personalità dell’esule, del suo stare al mondo, della sua anima, e come tale ha più a che fare con la psicoanalisi (e, naturalmente, con la letteratura), che non con la politica e le politiche.

È così che l’ho vissuto, lo vivo e l’ho anche scritto da qualche parte: «Ecco, forse è proprio questo il senso della perdita del luogo delle origini: diventare una viandante, una turista per caso, una che usa i luoghi senza dipendere da nessun luogo, mantenendo costantemente nei loro confronti una qualche vigilanza e distanza critiche». Rimangono le cose, quelle dalle quali non ti sei mai separato, dalle quali sai che non puoi separarti: le cose che ti hanno seguito ovunque, le fotografie prima di tutto, e poi qualche oggetto bello ma anche "di pessimo gusto", un brutto quadro o una statuina che inneggia con insopportabile retorica alla femminilità o alla maternità. Esuli. Rabbiosi, o solo malinconici, coraggiosi sempre, quasi tutti immancabilmente nostalgici. Feticisti, sì. E non c’è niente di male.

26 - Storia del Novecento n° 121 - Gennaio 2012 "Finis Italie" in Venezia Giulia

8 Settembre '43 - 10 Febbraio '47

"Finis Italiae" in Venezia Giulia"

di Vincenzo Maria De Luca

Le date dell'8 settembre 1943 e del 10 febbraio 1947, rappresentano due momenti emblematici e drammatici della nostra recente storia patria e, se è vero come sosteneva Benedetto Croce, che la storia è sempre contemporanea, tali date ancora oggi influenzano moralmente e materialmente la vita culturale e politica italiana. Non a caso "Caporetto", oggi dovremmo purtroppo dire Kobarid, non vuole solo rappresentare il piccolo centro della Slovenia nord-occidentale nella valle dell'Isonzo, già parte della provincia di Gorizia, ceduto all'allora Jugoslavia nel 1947 e teatro nella prima guerra mondiale (ottobre 1917) di una battaglia disastrosa per le truppe italiane, costrette ad una rotta precipitosa verso la linea difensiva del Piave, ma è entrato a far parte di diritto in senso figurativo, del prestigioso vocabolario della lingua italiana Treccani, indicando genericamente un grave scacco, una pesante sconfitta, una disfatta, una capitolazione.

Queste date, simboli di sconfitta militare prima e diplomatica poi dell'Italia nell'ambito del se condo conflitto mondiale, se rappresentarono un dramma per l'intera nazione nel suo complesso, al confine orientale e precisamente in Venezia Giulia e Dalmazia, non è esagerato dire che assunsero i toni della più assoluta tragedia; dove non solo il prestigio o l'onore ma la stessa integrità territoriale italiana, vennero brutalmente meno.

Alle ore 18.00 dell'8 settembre 1943, via radio, gli italiani apprendono dal Maresciallo Badoglio che: «... il governo italiano riconosciuta l'impossibilità di continuare l'impari lotta contro la soverchiarne potenza avversaria, ha chiesto un armistizio al gen. Eisenhower, comandante in capo delle forze armate anglo-americane. La richiesta è stata accolta».

Materialmente la capitolazione italiana era già stata firmata in segreto il 3 settembre nella cittadina di Cassibile in Sicilia, con clausole talmente mortificanti per noi, che lo stesso Eisenhower definì l'intera faccenda "crooked deal", cioè uno sporco affare, auspicandone la pubblicazione almeno 10 anni dopo la fine della guerra. Non di meno l'Oxford dictionary inglese, coniò l'infamante neologismo "to badogliate" ovvero tradire stupidamente, in quanto lo stesso Badoglio, la stessa sera del 3, una manciata di o-re dopo la firma della resa incondizionata dell'Italia, ricevendo Rahn, nuovo ambasciatore tedesco a Roma, lo aveva assicurato sulla sua ferma intenzione di mantenere fede alla parola data e quindi all'alleanza con la Germania. L'armistizio dell'8 settembre con la inopinata dissoluzione delle nostre forze armate ed il vuoto politico che ne derivò, darà il via alla prima ondata di infoibamenti contro gli italiani della Venezia Giulia e Dalmazia, messa in atto dai partigiani di Tito. Durerà oltre un mese, sino a metà ottobre, quando l'invasione tedesca dell'Italia, nome in codice "operazione Alarico", scattata immediatamente con l'obiettivo primario di disarmare l'esercito italiano, al confine orientale ristabilì il controllo sulle città più importanti e sulle principali vie di comunicazione dell'Istria. Infatti, il semplicistico stratagemma adottato dal governo Badoglio per porre fine all'alleanza con il Terzo Reich, compromise in modo irresponsabile e criminale l'identità nazionale della Venezia Giulia che da adesso in poi diviene un fatto privato tra tedeschi e slavi.

Non solo, con l'operazione Alarico, i tedeschi consolidano la loro presenza nelle grandi città come Trieste e in quelle istriane di Pola e Fiume, ma ritenendo di vitale importanza la sicurezza delle loro frontiere meridionali, si affretteranno a rivendicare per sé il controllo dello strategico valico alpino del Brennero e dell'accesso ai Balcani attraverso la Venezia Giulia.

Si crearono così due veri e propri "protettorati" nazisti: 1' "Alpenvorland" (o zona operativa "Prealpi") con le provincie di Bolzano, Trento e Belluno e 1' "Adriatisches Küstenland" (o zona operativa "Litorale Adriatico") con quelle di Udine, Trieste, Gorizia, Pola, Fiume e Lubiana con a capo due governatori del Reich o gaulaiter che applicarono una massiccia opera di snazionalizzazione dell'elemento italiano preesistente. Il resto della piccola penisola adriatica, cade in mano ai partigiani slavo-comunisti di Tito e all'ex alleato croato, l'infido Ante Pavelic, che si affretterà ad annettere alla Croazia la costa dalmata italiana, proclamando già il 9 settembre 1943, a nome dello Stato Indipendente di Croazia, l'annullamento unilaterale di tutti i precedenti accordi politico-territoriali con Roma del 1920 (Trattato di Rapallo), del 1924 (Patto di Roma) e del 1941 a seguito dell'invasione italo-tedesca del Regno di Jugoslavia.

Il centro dell'insurrezione titina è invece la piccola cittadina di Pisino e da lì si estenderà a macchia d'olio a tutti gli altri centri indifesi dell'Istria. A soli cinque giorni dall'armistizio, il 13 settembre, l'Istria è proclamata croata. Non da meno del filonazista Pavelic, anche Tito attraverso il Fronte di Liberazione Sloveno (O.F.) e il Consiglio Regionale Antifascista di Liberazione Popolare della Croazia (Z.A.V.N.O.H.), dichiarerà decaduti tutti gli accordi con l'Italia rivendicando sostanziose annessioni territoriali tanto che nella "Dichiarazione di Jaice", in Bosnia, (29-30 novembre 1943) si millantano come facenti parte della "nuova e libera" Slovenia sia il litorale sloveno propriamente detto che la frontiera a ovest dell'Isonzo.

Quanto accadde in Istria nel settembre-ottobre 1943 è la conseguenza di una violenta rivolta popolare dello zoccolo duro slavo delle aree più interne della penisola adriatica contro il modello sociale e nazionale più evoluto, ricco e perciò invidiato, tipico delle colte cittadine istriane a maggioranza etnica italiana, della fascia costiera.

Non ci si accanì solo contro i fascisti ma contro tutti coloro che si opponevano al disegno dell'annessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia, compresi quindi molti antifascisti del C.L.N. di Trieste e Gorizia, gli esponenti della Resistenza liberaldemocratica di ispirazione cattolica, o comunque non comunista e quelli del movimento autonomista di Fiume.

Non meno di 1.000 le vittime italiane infoibate dagli slavi nel 1943. Le foibe furono certamente il prodotto di odii diversi; u-na sorta di pulizia etnica ma anche politica e ideologica. Furono la risoluzione brutale di un tentativo rivoluzionario di annessione territoriale dove chi non aderiva al progetto, veniva eliminato. La Venezia Giulia dell'8 settembre 1943 non subisce solo una sconfitta militare e l'occupazione come il resto d'Italia ma anche i nefasti principi generali della rivoluzione proletaria bolscevica che con Trotzkij e la sua teoria della "Rivoluzione Permanente" del 1914 e con Lenin e il suo "Diritto dei popoli all'autodecisione" del 1916, teorizzava un nuovo e sinistro concetto di patria; una patria comune e internazionalista, non più borghesemente ancorata ai confini storico-geografici del passato, bensì proiettata verso le aspirazioni proletarie della lotta di classe dei lavoratori.

Peccato che tale afflato popolare non fosse però affatto immune da una sanguinaria rivalsa contro la borghesia ed il capitalismo, come pure da una criminale azione di esproprio proletario contro la proprietà privata, o-vunque si fosse radicalizzato il verbo comunista.

In altre parole, l'armistizio fece della Venezia Giulia un laboratorio politico dove sperimentare in occidente il modello statuale del comunismo, in quanto è fuori dubbio che Tito rappresentasse la punta di diamante dello stalinismo nell'Europa occidentale ed il naturale sbocco sovietico al Mediterraneo. L'eliminazione fisica dell'avversario politico nonché la successiva, conseguente espropriazione dei suoi beni, come espressamente contemplato nei regolamenti dei tribunali militari istituiti da Tito nell'ambito della lotta partigiana, portarono ai primi infoibamenti contro gli italiani e alla perdita dell'intera, italianissima Venezia Giulia, nel contesto di una ibrida, apparentemente inspiegabile collaborazione in tutto questo del P.C.I. di Palmiro Togliatti che nella mutilazione territoriale dalla madre patria della regione giuliana, volle vedere la definitiva realizzazione del dogma dell'Internazionale comunista nel quale tanto credeva. Non meno drammatica per il confine orientale italiano, la data del 10 febbraio 1947 per la firma a Parigi del Trattato di Pace fra l'Italia e le potenze alleate ed associate, che molti interpretarono subito come un autentico diktat. La ratifica del trattato infatti dette luogo a vivaci discussioni tra coloro che sostenevano con Vittorio Emanuele Orlando, Benedetto Croce e Luigi Sturzo, che il nostro paese non avrebbe dovuto ratificare un documento che non dava giusto riconoscimento alla partecipazione armata italiana alla lotta antifascista, e coloro che sostenevano che l'Italia dovesse invece accettare il trattato per normalizzare la sua posizione internazionale e instaurare un rapporto paritario, come Stato oramai sovrano e indipendente, con gli altri paesi dell'O.N.U.

Le cose andarono come andarono e il Trattato di Parigi venne ufficialmente pubblicato in data 24 dicembre 1947 sulla Gazzetta Ufficiale di quella che si poteva già chiamare, da almeno un anno, Repubblica Italiana. Tra le rinunce italiane che conosciamo come la restituzione alla Grecia delle isole del Dodecaneso, Briga e Tenda alla Francia, l'indipendenza dell'Albania, la fine di qualsiasi possedimento coloniale d'oltremare ad eccezione di una amministrazione fiduciaria della Somalia alla quale comunque nel 1960 fu riconosciuta l'indipendenza, quella più dolorosa e, ancora oggi, estremamente attuale nel'ambito ad esempio della questione dei beni abbandonati, è stata senz'altro la perdita dell'Istria e di altri territori della Venezia Giulia, che per decenni la quasi totalità dei test scolastici e storici in genere ha definito come una "restituzione" alla Jugoslavia ma che in realtà è stata una vera e propria annessione "manu militari" di Tito di territori italiani da sempre e comunque mai stati slavi prima di allora. Profetica l'affermazione dell'alto esponente comunista jugoslavo Edvard Kardelj che negli ultimi mesi di guerra nella corsa verso Trieste del IX Korpus titino, aveva sentenziato: «... diventerà nostro territorio tutto ciò die si ritroverà nelle mani del nostro esercito...».

Al termine del II° conflitto mondiale, dopo il trattato di pace del 10 febbraio 1947 e quello di Osimo del 10 novembre 1975, del territorio che comprendeva le Provincie di Gorizia, Trieste, l'Istria, il Carnaro e Zara, cioè circa 10.000 kmq sono rimaste all'Italia solo le città di Trieste e Gorizia con un minimo retroterra che definire risibile è solo un eufemismo, in tutto q| 700 kmq. All'Italia è stato sottratto un territorio pari a 9.300 kmq.

Alle perdite territoriali si aggiunse, dal presunto paradiso proletario di Tito, un forte esodo, in parte spontaneo e in parte indotto, che valutato in oltre 350.000 nostri compatrioti, sconvolse e decimò letteralmente l'etnia italiana presente da secoli in quelle terre. A loro subentrarono nelle stesse zone già abitate da popolazioni italiane e tedesche, almeno altrettanti croati, sloveni, serbi, bosniaci e montenegrini dal dopoguerra fino ai primi anni del '50, unitamente ad altre minoranze slave provenienti dall'Ungheria. Ma ciò che è più grave e che si configura come un vero e proprio delitto contro l'umanità e la civiltà è quella tragedia silenziosa che colpì migliaia di connazionali, fascisti e non, uccisi con esecuzioni sommarie da partigiani slavi fiancheggiati da collaborazionisti italiani, secondo un cinico progetto di pulizia politica che mirava a cancellare dalla penisola istriana la nostra storia e la nostra presenza. Prelevati durante la notte e gettati, spesso ancora vivi, in voragini naturali o cave minerarie profonde fino a 200 m. ed oltre che, utilizzate in passato per eliminare rifiuti o carcasse di animali, fungevano ora da frettolosa sepoltura per una presenza, quella italiana, da sempre non voluta o mal tollerata. Molti altri, e furono i più, finirono nei campi di sterminio del tutto simili a quelli nazisti oppure in fosse comuni.

Bisogna precisare che nel tempo il termine "infoibati" ha assunto una valenza molto più ampia rispetto al significato oggettivo del termine stesso, per cui alle vittime tecnicamente infoibate nel periodo settembre-ottobre 1943, bisogna poi aggiungere tutte le migliaia e migliaia di arresti, deportazioni, uccisioni sommarie e internamenti in campi di sterminio come Borovnica, Idria, Aidussina, Skofja Loca, Lepoglava, Maribor, ecc. da parte dell'Ozna (la polizia politica di Tito) con l'appoggio della Resistenza comunista italiana, dopo il 1° maggio 1945, data dell'ingresso delle truppe slavo comuniste del IX Korpus sloveno a Trieste e Gorizia. Gravissime furono le responsabilità del P.C.I. di Togliatti nella diligente applicazione in Venezia Giulia dei princìpi generali della rivoluzione proletaria bolscevica.

Se a questo aggiungiamo poi che una parte non indifferente dei problemi legati alla "guerra fredda" e alla "cortina di ferro" che Churchill nel marzo 1946 dichiarò essere caduta pesantemente dal mare del nord all'Adriatico, da Stettino a Trieste, si vollero risolvere da parte delle potenze occidentali ingraziandosi Tito che nel 1948 aveva rotto con l'Unione Sovietica finendo con l'essere sconfessato in quella data dal Cominform stesso, allora si può comprendere perché per anni non solo la storiografia nazionale ma il mondo accademico e intellettuale internazionale, abbiano voluto "chirurgicamente" ignorare e rimuovere la tragedia delle foibe istriane e il conseguente esodo biblico delle popolazioni giuliano -dalmate dalla Venezia Giulia.

Non è poi così lontano dal vero affermare che la tragedia che colpì snaturandolo completamente, il nostro confine orientale dopo le infauste date dell'8 settembre 1943 e del 10 febbraio 1947, è stata per anni l'aspetto meno conosciuto e meno indagato dell'intera seconda guerra mondiale e che in quella terra di frontiera si consumò una silenziosa e sanguinaria "pulizia etnica" ante litteram ai danni della preesistente, plurimillenaria presenza romana, veneta e infine italiana.

Basti pensare che nel 1910/11, data dell'ultimo censimento dell'Impero Austro-Ungarico, la presenza italiana in Venezia Giulia veniva quantificata in oltre 390.000 unità; oggi dopo i vari passaggi storici: 1943, 1945, 1947, 1954, 1975, 1991, i cosiddetti "rimasti" non arrivano, in tutta l'area istriana, a 30.000 unità, segno che il genocidio di un popolo si è compiuto.

27 – La Voce in piú Dalmazia 14/01/12 Crociere d'altri tempi, dalla Dalmazia al Mediterraneo

Crociere d’altri tempi, dalla Dalmazia al Mediterraneo

Racconti di crociere nel Mediterraneo, quelli proposti fino al 10 febbraio nelle sale del Palazzo del Rettore a Ragusa (Dubrovnik). Intitolata "Lloydovi slikopisi", curata da Đivo Bašić (l’allestimento è di Ivona Michl), offre la panoramica di un’epoca di viaggi a bordo di due piroscafi del Lloyd che operava negli allora territori del Regno di Jugoslavia, il "Kraljica Marija" (Regina Maria) e il "Princesa Olga" (Principessa Olga), recuperando parte dei 1502 negativi su vetro conservati nelle collezioni del Museo marittimo raguseo, da cui sono state tratte affascinanti fotografie.

Sono immagini d’altri tempi, in prevalenza degli anni Trenta del secolo scorso, che ci propongono viaggiatori ed equipaggi, itinerari e scorci di Paesi come Grecia, Palestina, Egitto, Marocco, Tunisia, Spagna, Italia...; ma anche le atmosfere dei porti e quelle degli interni – arredamenti, saloni e cabine, posaterie, servizi da tavola e altro – di navi. Il ricco materiale iconografico è stato ceduto al Museo dall’azienda alberghiera "Dubrovnik" nel 1964.

Il Lloyd jugoslavo era la più grande compagnia marittima nel Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (poi di Jugoslavia), con sede a Spalato, fondato il 1.mo gennaio del 1929 dalla fusione di due società, la Navigazione atlantica (Atlantska plovidba) "Ivo Račić" e la Navigazione jugoslavo-americana ("Jugoslavensko- amerikanska plovidba").

Va ricordato, in questo contesto, che nel tonnellaggio mondiale la Monarchia austroungarica figurava all’ottavo posto, ma spiccava per la qualità dei servizi, merito in parte anche al cosiddetto "fattore adriatico".

Nel XIX secolo il trasporto passeggeri lungo la costa orientale del "mare nostrum" era diventato sempre più frequente, con un proliferare di linee di navigazione. Le autorità ci misero un po’ di tempo prima di comprendere la necessità di un sostegno sistematico al settore, per cui le prime sovvenzioni arrivarono, con modalità regolari, appena a partire dal 1930 (nel frattempo la Duplice si era dissolta, erano nate nuove realtà, come per l’appunto il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni), di pari passo con lo sviluppo del turismo "di massa" (che tale non era, ma a differenza di prima interessava ora anche i ceti medi).

Stando ai numerosi diari rimasti di questi tragitti, risulta che negli anni Trenta del Novecento il Lloyd jugoslavo impiegava circa un migliaio di persone, marittimi. Aveva in dotazione 26 piroscafi (il 44,15 per cento del tonnellaggio complessivo di tutte le navi nel Regno di Jugoslavia). Alla vigilia della Seconda guerra mondiale la Società per Azioni decise di acquistare pure l’albergo "Excelsior" a Ragusa. I piroscafi "Kraljica Marija" e "Princeza Olga" erano destinati ai viaggi di crociera.

La caratteristica principale di queste due imbarcazioni – e per la quale erano diventate famose – era un servizio di prima classe a prezzi tutto sommato abbordabili.

Insomma, una qualità ¡e un comfort accessibili anche alle classi medie della società di quel periodo. Il "Principessa Olga", ad esempio, fu scelto per uno dei più massicci pellegrinaggi croati in Terra Santa, organizzato dal 9 luglio al 4 agosto del 1937, da Spalato attraverso il Pireo e fino Haifa; a guidare i fedeli era nientemeno che l’arcivescovo di Zagabria, il cardinale Alojzije Stepinac.

Oltre alle notizie apparse sulla stampa nazionale ed estera, che pubblicava informazioni, resoconti e fotografie dei viaggi – a bordo c’era pure un fotografo ufficiale –, venivano promosse inoltre delle conferenze e delle lezioni sui luoghi visitati, come riportato del resto nelle varie edizioni dei quotidiani e nei libri di Grga Novak e Vladimir Nazor.

Il "Kraljica Marija", già "Araguaya", lungo 156.8 metri, fu costruito nel 1906 dalle maestranze dei cantieri Workman, Clark & Co. Ltd. a Belfast; era dotato di 400 cabine ed previsto potesse accogliere 320 passeggeri, ma furono ben 500 quelli che si prenotarono per un viaggio del 1933. Dopo l’acquisto della nave, il suo arrivo a Spalato, Ragusa e Cattaro, nel marzo del 1931, fu accolto con una festa. Ricevette il nome dalla regina Maria (1900-1961), consorte del re Alessandro Karađorđević e figlia di Ferdinando I di Romania.

Inizialmente, le partenze erano fissate il secondo, rispettivamente il sedicesimo giorno del mese, e ciò nella stagione tra il 2 marzo e il 16 ottobre, da Spalato in direzione della Grecia e ritorno. Il tutto per una durata complessiva di 18,5 giorni. Nel corso del 1933 il "Kraljica Marija" effettuò 10 crociere nel Mediterraneo, in tutto 206 giorni, percorrendo 30.000 miglia.

Nel 1938 furono introdotte anche delle crociere primaverili, che duravano dal 30 aprile al 17 maggio, nonché dal 19 maggio al 7 giugno, con meta la Grecia, la Palestina, l’Egitto... Il "Kraljica Marija" fu venduto il 22 maggio 1940 ai francesi e finì i suoi giorni durante la Seconda guerra mondiale, distrutto nel porto di Casablanca.

Il prioscafo "Princesa Olga" (e non "princeza", come detterebbero le regole), ex "Ebro" della Pacific Steam Nav. Co. di Liverpool, svolgeva la spola tra Valparaiso e New York. Lungo 137.3 metri, fabbricato nello stesso cantiere di Belfast della "Regina Maria", nel 1915, poteva accogliere 360 passeggeri: di cui 300 in prima classe e il resto nelle cabine di seconda classe. Il piroscafo passò nelle mani della compagnia jugoslava il 6 maggio 1935, a Southampton, fu rilevato dall’allora direttore generale del Lloyd jugoslavo, Božo Banac. Il "battesimo" si svolse a Spalato, circa venti giorni dopo. Deve il nome alla "kneginja" Olga, moglie di Paolo (Pavle), nipote di Giorgio I di Grecia.

Oltre ai passeggeri, il piroscafo manteneva anche il servizio postale con Grecia, Egitto e Palestina, avendo il Lloyd jugoslavo stipulato un accordo con il Ministero delle Poste del Regno. Il "Princesa Olga" passò sotto bandiera portoghese, della Companhia Colonial de Navegacao, il 21 marzo 1940 e fu ribattezzato in "Serpa Pinto"; dal 1940 al 1955 collegò il Portogallo con i porti africani e sudamericani, prima di venir "pensionato".

Barbara Rosi

28 - L'Arena di Pola 24/01/12 Così restaurammo il Tempio di Augusto - L'architetto Gino Pavan racconta il lavoro svolto a Pola fra il giugno 1946 e il settembre 1947

Così restaurammo il Tempio di Augusto


L’architetto Gino Pavan racconta il lavoro svolto a Pola fra il giugno 1946 e il settembre 1947

A Pola fra il 3 giugno 1946 e il 9 settembre 1947 una squadra ricostruì il Tempio di Augusto, colpito dal bombardamento anglo-americano del 3 marzo 1945. La squadra era guidata dal direttore del Museo dell’Istria e degli scavi archeologici istriani Mario Mirabella Roberti, dal soprintendente alle Belle Arti della Venezia Giulia Fausto Franco, dall’architetto Gino Pavan, direttore tecnico del cantiere dal febbraio al settembre 1947, dall’ingegner Luigi Peteani e dall’assistente Renato Grimani. L’alacre lavoro dei restauratori e delle maestranze, pur condotto in condizioni difficili, era praticamente completato quando all’amministrazione alleata subentrò quella jugoslava. In contemporanea furono ricostruiti anche una navata del duomo e il chiostro del convento di San Francesco, anch’essi semi-distrutti dai bombardamenti.
Al fine di ricordare con gratitudine e far conoscere ai contemporanei la preziosa opera allora svolta, la Comunità degli Italiani di Pola e il Libero Comune di Pola in Esilio stanno organizzando assieme un convegno che dovrebbe tenersi lunedì 14 maggio 2012 durante il nostro prossimo Raduno Nazionale. Per preparare l’evento abbiamo pensato di offrire intanto ai lettori la testimonianza di uno dei protagonisti: Gino Pavan, ora presidente della Società di Minerva e direttore dell’«Archeografo Triestino». Dal suo libro Il Tempio d’Augusto di Pola, edito nel 2000 dall’Istituto Giuliano di Storia, Cultura e Documentazione, proponiamo il capitolo III, intitolato Il restauro del Tempio (1946-1947) e documenti del restauro 1919-1924. Per ragioni di spazio e per agevolare la lettura abbiamo omesso le note a piè di pagina.

I lavori di restauro del Tempio d’Augusto di Pola, gravemente danneggiato dal bombardamento alleato su Pola del 3 marzo 1945, iniziano il 3 giugno 1946. Vengono immediatamente ricuperati e numerati gli elementi architettonici crollati in seguito allo scoppio della bomba aerea che aveva centrato in pieno la fronte dell’edificio distruggendo parte della trabeazione e un capitello, provocando la parziale mutilazione del frontone e il crollo completo del portico e della parasta dell’anta verso mare.
Viene avvertita immediatamente la mancanza di legname per la costruzione delle armature di servizio. L’Arsenale di Pola deve fornire le travi di legno, in accordo con la Soprintendenza di Trieste. L’innalzamento dei ponti di servizio procede con estrema lentezza. C’è difficoltà di approvvigionamento di qualsiasi materiale.
Dopo la laboriosa cernita dei pezzi vengono poste in opera le basi delle colonne del pronao e si ricompongono lentamente i primi rocchi.
L’ingegnere Luigi Peteani di Pola ha il compito di rilevare le carenze e proporre i provvedimenti statici per la ricostruzione del monumento. Immediatamente fa eseguire un sondaggio per accertare lo stato delle fondazioni delle colonne del pronao. Si constata l’urgenza di controllare le fondazioni del prospetto pòstico dell’edificio. L’angolo destro presenta notevoli segni di cedimento. Durante i lavori viene alla luce una bomba di aereo inesplosa. Lo scavo è aperto in prossimità delle fondazioni di quello che si ritiene esser stato l’antico Comizio. L’autorità militare assume il compito di rimozione del pericoloso ordigno. Disattivata e rimossa la bomba, i lavori continuano.
La raccolta dei frammenti antichi comporta l’impegno di molte settimane e richiede pazienza ed attenzione. Continua la ricomposizione provvisoria a terra degli elementi architettonici e la scelta dei frammenti.
L’artigiano Antonio Mismasi di Orsera presenta un modellino in pietra del capitello mancante e ne inizia la lavorazione con pietra statuaria delle cave Romane di Pola.
Incomincia anche il consolidamento delle fondazioni dell’angolo posteriore destro.
Alla fine del mese di giugno gli operai attuano il primo sciopero. Inizia il restauro dei capitelli lesionati. Il lavoro è affidato agli scalpellini veneziani Luigi Angoletta e Antonio Paolini, specialisti in questi lavori.
Nei primi giorni del mese di luglio si provvede alla posa in opera di alcuni rocchi delle colonne del pronao. Finalmente dall’Arsenale arrivano altre travi di legno. Vengono costruite armature di servizio. Continua il rafforzamento, con getti di cemento, della fondazione dell’angolo posteriore destro. Il lavoro richiede cura e tempo perché viene eseguito a brevi tratti. Bisogna rispettare i resti di muri antichi; l’area, infatti, è contigua a quella scavata nel 1842 da Giovanni Carrara. Sul piazzale antistante si sta ricuperando e ricomponendo i frammenti e si lavora al restauro degli elementi architettonici.
Un secondo sciopero arresta i lavori. Continua la lavorazione del nuovo capitello. Vengono eseguiti altri sondaggi delle fondazioni. L’assistente Renato Grimani esegue il rilievo accurato degli strapiombi dei muri.
Ad agosto continua il lavoro di rafforzamento della fondazione del Tempio. Nella prima decade del mese arrivo a Pola ed inizio il rilievo del Tempio. Tutte le opere di restauro sia quelle del Duomo che del Chiostro di San Francesco e dello stesso Tempio vengono condotte in economia diretta da parte della Soprintendenza di Trieste. Sede operativa è il Museo dell’Istria di Pola.
Si procede alla ricomposizione dei frammenti di colonna e degli architravi e delle cornici. La tecnica usata per il collegamento e la saldatura dei conci lesionati dei muri antichi prevede l’uso di grappe e di perni d’ottone, fissati con piombo o con cemento.
Continua la posa in opera dei rocchi restaurati delle colonne e la lavorazione del nuovo capitello. Si procede alla tassellatura e alla parziale sostituzione dei plinti danneggiati. Viene sgomberato il materiale di risulta dalla lavorazione dei blocchi di pietra dal cantiere di piazza Foro. Continua il restauro degli elementi architettonici degli architravi e dei fregi col ricupero di frammenti antichi. Si preparano fuori opera i blocchi di pietra per il pavimento del pronao. È necessario prelevare le travi dalle impalcature usate per il restauro del Duomo per completare le armature di servizio. Arriva il momento di sollevare il primo capitello, quello di destra guardando il prospetto principale. Il soprintendente, come ricordavo, designa matrina di quel battesimo Maria Pasquinelli. Segue il secondo capitello da sinistra. Dalle cave romane arrivano i primi blocchi per sostituire parte degli architravi e dei fregi distrutti. Con lo scarso legname disponibile si fatica a costruire l’incastellatura per il paranco che solleverà i conci antichi.
A settembre si colloca in Piazza Foro una baracca per la direzione del cantiere. Nel suo interno sistemo anche un tavolo da disegno. Seguo lo scavo aperto in corrispondenza dell’antico muro della cella. Sulla platea di fondazione del muro eseguo un attento rilievo degli antichi incrocicchi, incassature ed allineamenti. L’interpretazione dei segni fatta con Mirabella ci conferma lo spessore del muro antico, che è di cm. 44,5, deduciamo la dimensione dello stipite, cm. 52 x 59, e dall’intervallo fra gli incrocicchi C e D ricaviamo la larghezza della nuova porta di m. 2,69. Per determinare l’altezza della porta nel rapporto che dovrebbe avvicinarsi a quello vitruviano di 1:2, seguiamo un’altra indicazione: partendo dalla platea di fondazione, rileviamo con attenzione le altezze dei conci del muro e otteniamo l’altezza presunta della porta, di m. 5,92855 a dedurre lo spessore del pavimento del portico = cm. 20-22, l’altezza effettiva risulta di m. 5,70. A partire da questa quota le dimensioni dei conci sommano due volte cm. 60. Pertanto a m. 1,20 abbiamo fatto corrispondere l’altezza del blocco d’architrave. I blocchi proseguono misurando m. 0,603 e 0,625. Ancora un concio di m. 0,47 e si arriva all’imposta del timpano su cui appoggeranno le terzere e il tetto.
Le colonne vengono controventate con un’intelaiatura di legno, così da irrigidirle per facilitare la posa dei capitelli. Mismasi continua a scolpire il capitello. Costruzione di ponti di servizio.
Si sgombera il cantiere dagli scarti di lavorazione della pietra e dal legname. Riprende la posa in opera dei rocchi delle colonne. In questo periodo si restaurano, a terra, elementi della trabeazione. Viene corretta la posizione dei due capitelli messi in opera. Gli scalpellini eseguono la riparazione dei loro attrezzi. Per accelerare la lavorazione viene concordato un cottimo per ogni singolo architrave e per ogni singolo blocco del muro della cella. Prosegue il restauro degli elementi architettonici antichi. Collegamento con perni e grappe, e saldatura con cemento dei conci muri antichi cipollati e spaccati.
Il carpentiere esegue la squadratura delle nuove travi per il tetto del Tempio. Nel frattempo si opera la puntellazione, sul fianco destro, di alcune parti pericolanti della trabeazione. Le colonne già in opera vengono tassellate, integrandole se necessario per ragioni statiche, curando con grande attenzione la ricollocazione di tutti i frammenti originali.
Nei primi giorni del mese di ottobre si completano le armature esterne necessarie al restauro degli elementi di trabeazione del fianco verso l’antico municipio. La lavorazione del nuovo capitello continua. Sulle pareti interne e sulla parete di fondo del Tempio si esegue l’imperniatura, l’arpesatura e la saldatura degli antichi elementi architettonici danneggiati. Dalle Marche arrivano, via mare, le tegole per la copertura. Sistemazione di una seconda baracca per il laboratorio. L’usura dei ferri esige una costante riparazione degli attrezzi da scalpellino. Si prepara il piazzale per lo scarico di nuovi blocchi di pietra. Arrivo e scarico dei blocchi dalle Cave Romane. Si esegue un assaggio delle antiche fondazioni del muro anteriore della cella. Sto preparando il disegno della porta. Sarà realizzata in legno di rovere con borchie di ferro forgiate a mano. Continua da parte del carpentiere la piallatura di ponti e delle travi per le capriate del Tempio.
Rimozione e numerazione dei molti frammenti della lesena dell’anta di sinistra molto danneggiata dal bombardamento. Si richiude lo scavo aperto lateralmente, in corrispondenza della fondazione antica del muro della cella. Nel calcestruzzo viene annegato pietrame. Rimosse le parti staccate e accuratamente pulite le superfici di contatto si procede al restauro delle lesene. Prosegue la lavorazione a cottimo dei blocchi per il nuovo muro.
Costruzione di ponti di servizio per rimuovere i blocchi danneggiati nella trabeazione di destra. Ha inizio la posa dei conci del nuovo muro della cella. Rimozione del tetto semidistrutto del Tempio. Si danno gli ultimi ritocchi alla costruzione della baracca ad uso laboratorio.
Nella prima settimana di novembre viene integrata l’impalcatura di servizio e costruita l’incastellatura per il sollevamento dei pesanti blocchi del muro della cella. Gli scalpellini continuano la lavorazione dei conci. La costruzione della baracca è ultimata. Gli scalpellini possono lavorare al coperto. Prosegue la lavorazione del nuovo capitello. Si lavora al restauro della parasta di sinistra. È necessario procedere allo smontaggio di parte della sommità dei muri sconnessi dalla bomba. Si procede al distacco e all’attenta numerazione dei frammenti della trabeazione di destra. Si constata che i conci in opera presentano numerose spaccature e cipollature. È probabile che i danni siano dovuti al gelo, all’acqua e all’incuria degli uomini. La cipollatura è segno evidente dell’azione del fuoco.
In cantiere si provvede alla forgiatura di grappe e di perni (ottone e bronzo). Si procede al restauro della trabeazione ridotta in molti frammenti. Sgombero e pulizia del cantiere. Nell’interno della cella si inizia la saldatura dei blocchi delle pareti di destra e di fondo. Si opera un’incatenatura del muro strapiombante verso il municipio. Per ovviare alle continue piogge la sommità dei muri viene protetta con un tetto provvisorio. Il nuovo capitello è ultimato. Si festeggia l’avvenimento con Antonio Mismasi e con gli amici del cantiere a base di «baccalà alla marinara» e buon vino bianco. Provvisoriamente il capitello viene sollevato sulla terza colonna del pronao. Il contrasto del nuovo con l’antico farà decidere la sostituzione di quello rifatto con l’originale del fianco verso il vecchio municipio. Continua il restauro della lesena di sinistra. Ha inizio il consolidamento del frontone pòstico. Nella baracca gli scalpellini restaurano elementi del frontone principale. Completamente mancante è il triangolo di destra, il blocco frontale col motivo a disco è molto danneggiato e richiede la ricucitura di numerosi frammenti. Per eseguire il lavoro è di aiuto il disegno predisposto per l’intero frontone. Ogni cura è rivolta al ricupero dei resti della iscrizione dedicatoria. Purtroppo resterà irrimediabilmente mùtila. Per mettere in opera le quattro capriate bisogna controllare con scrupolo gli appoggi. I blocchi di pietra corrispondenti presentano numerose lacune. Si rende necessaria la preparazione di nuove sedi nella parte terminale del muro. In questo modo sarà garantita una corretta distribuzione del carico del tetto. I conci del muro antico si presentano molto lesionati e poco stabili. Vengono «cuciti» con tondino e legati mediante arpesi di ottone. Provvista di tondino di ferro e di cemento per l’esecuzione del cordolo triangolare alla sommità del perimetro murario. Bisogna spostare gli elementi architettonici in restauro perché ingombrano l’area antistante il tempio. In previsione del freddo si munisce di finestre la baracca laboratorio degli scalpellini. In base al progetto, con tavole di legno vien fatto il simulacro degli stipiti e dell’architrave e si controlla la proporzione della porta. Una pioggia continua ostacola i lavori nell’ultima settimana del mese.
Nei primi giorni di dicembre il restauro della lesena di sinistra non è ancora ultimato. È tempo di predisporre le impalcature di servizio per la costruzione della parte alta del muro della cella. Bisogna pensare allo spazio di manovra per la posa in opera degli stipiti e del pesante architrave. Il lavoro di spostamento di tutti i blocchi vien fatto con l’uso di slitte formate da travi di legno, rinforzate trasversalmente da tondini di ferro imbullonati. Oltre agli specialisti veneziani, tra le maestranze ci sono cavatori molto esperti e scalpellini, che arrivano ogni mattina da Medolino e da Fasana. Si rende necessaria la costruzione di un ponteggio di servizio sul fianco destro per rimuovere alcuni blocchi della trabeazione che presentano lesioni e devono venir restaurati fuori opera. L’operazione è lenta. Bisogna procedere allo smontaggio e alla numerazione dei blocchi staccati. È ancora in corso l’intervento di saldatura dei blocchi alti della facciata pòstica. Continua, alla sommità del muro antico, il lavoro di bonifica dei blocchi e la tassellatura per creare una sede idonea all’appoggio delle capriate. Si inizia a gettare il cordolo triangolare. Continua da parte degli scalpellini la lavorazione a cottimo dei conci per il muro della cella. Si conclude, fuori opera, il restauro della trabeazione smontata. Il maltempo costringe a sospendere ogni lavoro esterno. Gli scalpellini continuano la loro opera nella baracca. Un breve periodo di bel tempo ci permette di concludere il restauro della lesena destra. Riassetto del cantiere, in particolare sgombero della gradinata di accesso. Si procede alla numerazione e alla rimozione delle parti lesionate del pavimento del pronao rifatto negli anni Venti assieme alla scala di accesso. Trasporto del blocco per il nuovo stipite. A causa della gelività del materiale fornito, la pietra si lesiona e si spacca. La sua sostituzione ritarda i lavori. Vengono eseguite puntellazioni in diversi punti pericolanti. Lavori parzialmente sospesi a causa del gelo. Si rimuove il nuovo capitello, sistemato al posto di quello distrutto, e lo si colloca nella posizione definitiva, verso il municipio. Viene rettificato l’attacco fra il muro nuovo della cella e lo stipite. Costruzione dell’incastellatura per sollevare lo stipite di destra. Si procede alla modifica delle rampe di servizio dei ponti interni per preparare la posa delle capriate. Si forgiano grappe d’ottone e si ribattono perni per il restauro dei blocchi. Il carpentiere e gli aiuti provvedono all’assemblaggio delle capriate e della speciale ferramenta per il nuovo tetto.
Nelle prime settimane di gennaio del 1947 si completa la posa delle quattro capriate e si appoggiano le terzere. La parte alta del muro di sinistra ha malte incoerenti ed è necessario demolirne un tratto. Dopo le opportune integrazioni, si getta il cordolo di cemento armato e si creano gli appoggi per le capriate.
Resta ancora da fare una parte molto impegnativa dell’anastilosi. La ricostruzione del muro della Cella è interrotta allo stipite di destra. Preoccupa il tempo necessario per la ricomposizione degli elementi architettonici del pronao. La bomba qui ha provocato effetti devastanti.
All’inizio dei lavori l’ing. Luigi Peteani aveva elaborato un progetto che prevedeva la posa di una lastra di ferro circolare sui capitelli con compiti di distribuzione dei carichi. Su ogni capitello bassi cilindri di pietra dura e compatta (dim. 50 x 25 cm.) avrebbero dovuto sopportare una trave di ferro ad ala doppia (dim. 22 x 22 cm.). Ad essa era trasferita la funzione statica degli architravi. Nel loro interno questi avrebbero alloggiato tanto la putrella che i cilindri di pietra. Un lavoro complesso tanto nella preparazione che nel montaggio. Annoto: le piastre di ferro sopra i capitelli e la grossa putrella nell’interno della trabeazione avrebbero costituito una minaccia costante per il monumento a causa dell’inevitabile formazione di ruggine e delle disastrose conseguenze che essa provoca.
A metà gennaio arriva in cantiere una delle pesanti putrelle di ferro. Ci sono difficoltà per la fornitura dei cilindri di pietra dura perché le cave in territorio jugoslavo non sono riaperte. Continua la lavorazione e la posa di alcuni conci del muro della cella. La preparazione e il restauro dei numerosi elementi della trabeazione hanno precedenza assoluta. Si completa il lungo ripristino della lesena sinistra con la posa del capitello. Viene eseguita la piallatura dei ponti per il tetto. Gli scalpellini continuano la lavorazione dello stipite di sinistra.
Luigi Peteani, che nei primi giorni di febbraio lascia Pola assieme alla famiglia, stende il breve rapporto sul restauro che qui riporto:
«I lavori, eseguiti a regola d’arte, avrebbero dovuto durare, secondo me, non meno di un anno. Si sono iniziati molto lentamente per mancanza del legname e di altri materiali, appena nel giugno del 1946. La mano d’opera, scarsa nella piazza (date le attuali condizioni anormali), rendeva poco. Le stagioni, autunnale e invernale, con piogge continue e gelo, ostacolarono non poco i lavori. Mancava un’adeguata e continua assistenza dei lavori. La contabilità degli stessi assorbiva anche il personale tecnico addetto alla sorveglianza (l’assistente Renato Grimani doveva occuparsi anche dell’amministrazione degli operai in economia diretta). Data la natura particolare delle opere, e le condizioni delle strutture quasi distrutte o lesionate, si doveva impiegare molto tempo alla ricerca degli elementi che componevano gli elementi originari e stabilire successivamente le modalità del loro restauro. Durante i lavori si presentarono spesso delle gravi difficoltà per l’acquisto dei materiali, per l’assunzione della mano d’opera e per l’esecuzione dei trasporti. Mancava la disponibilità di maestranze capaci per impiegarle con profitto nei lavori di tanta cura. Molte pietre antiche, ridotte in pezzi minuti, hanno dovuto essere restaurate in modo di non compromettere la stabilità e la resistenza della costruzione. L’estrazione e la fornitura delle pietre necessarie (Cave Romane) per sostituire parti distrutte avvenne con sensibile ritardo per molteplici ragioni; da ultimo, per il gelo, l’estrazione dovette essere sospesa, e alcuni grossi pezzi monolitici si spaccarono. I rafforzamenti delle fondazioni del Tempio (lavoro difficoltoso e di gran cura) portarono via non poco tempo. I provvedimenti di sicurezza tanto per la conservazioni di pietre antiche pericolanti (in opera) quanto per l’incolumità degli operai e del pubblico ostacolarono il corso normale dei lavori.

Pola, 28-1-1947 F.to Peteani».
Nel corso della riunione svoltasi negli ultimi giorni di gennaio presenti Fausto Franco, Mario Mirabella Roberti, Luigi Peteani e l’assistente Renato Grimani si fa il punto della situazione. Il cantiere è bloccato dal freddo intenso.
1) Il problema principale ancora da risolvere è il consolidamento e la ricollocazione degli architravi. Tutto il resto sarà più semplice – almeno così si spera –. Colonne e capitelli sono in opera. Il progetto proposto da Luigi Peteani è, a parer di tutti, complicato e richiederà tempi lunghi di esecuzione che andranno oltre il mese di settembre. Metto in evidenza che degli architravi esterni due devono esser sostituiti e di quelli interni tutti saranno rinnovati. Restaurati e resi solidali gli antichi con i nuovi elementi, essi potranno sopportare i carichi senza difficoltà. Lo prova il fatto che gli architravi originali han resistito dal primo secolo a ieri. Una lama di ferro inserita nell’interno dei due elementi ed ancorata con due capi-chiave dietro i capitelli delle paraste potrà rappresentare un miglioramento del sistema.
L’idea non trova concorde l’architetto Peteani. Il mattino seguente ne parlo in via riservata col soprintendente Franco, ed esprimo il timore che nel progetto Peteani sia presente il pericolo della ruggine, con le conseguenze disastrose che ciò comporta. Ridiscutiamo la nuova proposta con gli assistenti e con Angoletta e Paolini, espertissimi scalpellini. Essi, che saranno gli esecutori del lavoro, lo ritengono semplice ed attuabile senza difficoltà. Per maggior sicurezza si conviene che l’assemblaggio dei due elementi di architrave, che dovrà venir fatto in opera, sia accresciuto usando perni di ottone.
2) Il restauro di quanto rimane delle cornici antiche non è ancora ultimato. Dov’è avvenuto lo scoppio della bomba bisogna provvedere al rifacimento di due interi elementi di cornicione. Lo si farà schematico, con gli elementi lavorati a semplici linee di inviluppo.
3) È da rifare anche il triangolo destro del timpano andato completamente distrutto.
4) Eseguita l’anastilosi del timpano nel pronao si procederà alla collocazione delle due capriate e alla ricostruzione del tetto.
5) Muro della cella. La ricostruzione, sospesa per il freddo, è agli inizi. In cantiere è ancora in lavorazione lo stipite di destra, dopo la perdita del precedente a causa del gelo. È urgente ordinare gli altri elementi di pietra per la porta e i blocchi, per ultimare il muro.
6) Il bombardamento ha gravemente danneggiato la scalinata di accesso. Per la sua ricostruzione sarà da tener presente quanto è stato già eseguito dall’ufficio tecnico del Comune di Pola sotto la direzione della Soprintendenza, responsabile l’arch. Guido Cirilli.
7) La pavimentazione del pronao in grossi lastroni di pietra d’Istria è ancora da ultimare.
8) Bisogna rifare il pavimento della cella del Tempio.
9) Da restaurare e integrare resta ancora la pavimentazione esterna.
10) Bisogna infine completare il progetto e ordinare la nuova porta con la ferramenta e curarne il trasporto a Pola.
Dopo la riunione il soprintendente Fausto Franco, resosi conto dei gravi problemi tecnici e di personale che aggravano la conclusione del restauro, mi propone di assumere la direzione tecnica del cantiere.
È in atto il triste esodo della nostra gente. Sulla Riva carboni sono allineati i mobili e le masserizie in attesa di essere imbarcati; coperti dalla neve, stretti dalla morsa del gelo, li vedo fradici d’acqua al primo ritorno del sole. Sono le fatiche, i ricordi più intimi di una casa abbandonata, i sacrifici di una vita, che l’inclemenza del tempo e l’ingiustizia degli uomini si stan portando via, inesorabilmente. È uno spettacolo crudele e indimenticabile.
L’inverno è ancora lungo. A febbraio gli scalpellini lavorano a contratto nella baracca per preparare i nuovi architravi e i blocchi per il muro della cella. Con grande cura nell’interno del Tempio i muri vengono cuciti, perni di ottone e molte grappe dello stesso metallo segnano questo periodo. Bisogna far presto. Arriva marzo quando si esegue lo spostamento dei blocchi verso il pronao. Il lavoro è lento e faticoso. Gast da esperto capo mi svela un grande segreto: la capacità di un mestolo e di un secchio di vino a disposizione degli uomini per accelerare i ritmi di lavoro. L’ottima ricetta sarà sperimentata con soddisfazione fino alla conclusione delle opere. Gli operai impegnati nella ricostruzione abitano nei pressi della città, in zone già occupate dalla Jugoslavia. Mi meraviglio perché il lunedì arrivino stanchi sul lavoro. Penso che la causa sia da attribuire alle abitudini domenicali di festeggiare col gomito alzato. Vengo informato invece che la ragione è un’altra. Al sopravvenire della primavera, la federativa e democratica repubblica Jugoslava ha istituito il lavoro volontario per la manutenzione delle strade.
Tutte le maestranze resteranno con me fino al nove di settembre. Ricordo ancora i loro saluti affettuosi alla chiusura del cantiere. Lo scultore Mismasi andrà a febbraio esule a Mestre, prima di finire i lavori ci lasceranno anche Bonivento, Percuzzi, Gellini e Privilegi.
Alla fine del mese di marzo ha inizio la collocazione dei primi architravi del pronao. Conservo un appunto datato 31 marzo 1947, scritto a Trieste. Il soprintendente Franco lo completa di sua mano al punto sei e con l’ultima nota. L’appunto prevede una serie di adempimenti:
Pietre Belle deve dare:
1) Preventivo pavimento in quadri da cm. 134 x 130 x 10 circa
2) Campioni per detto di «giallo d’Istria» e «Pisino»
3) Prezzo a mc. dei gradini in sezione di cm. 48 X 20 dimensioni 120-170, circa ml. 70
4) Schizzo dei blocchi del cornicione (Pavan)
5) Epoca consegna: pavimento e blocchi muro cella
6) Pavimentazione 20 X 6 + 15 X 5, spessore da 7 X 10 corsi 46
Dopo Pasqua spedire a Pola
1) Putrelle piccole? lama di ferro per gli architravi
2) Tavoloni e ponti
Il ritorno del bel tempo favorisce la ripresa dei lavori. Con la posa del secondo stipite e dell’architrave si completa la ricostruzione della porta d’ingresso. Il capo chiave della lama di ferro, posta fra i due elementi di architrave, viene ancorato nel vivo del muro oltre la cella. Quello verso mare è messo in opera per primo. Ad aprile prosegue la posa degli elementi di architrave. Gli scalpellini sono impegnati nel restauro del cornicione. Contemporaneamente si sta provvedendo al completamento del muro della cella. Bisogna affrettare i lavori perché le impalcature impediscono il restauro della gradinata di accesso. A maggio arriva la pietra per il triangolo di destra del timpano assieme ad altri blocchi per la cella. Dopo la posa degli elementi di cornicione nuovi, lavorati a semplici linee d’inviluppo, si procede con alacrità al completamento del piano d’imposta del timpano. Ritrova il suo posto il blocco del triangolo di sinistra, poi quello centrale. Esso è stato restaurato e conserva la caratteristica incisione per l’alloggiamento del clipeo circolare. Poiché il paranco è montato da questo lato si alzano anche gli elementi del cornicione triangolare.
In parallelo procedono le opere per ricostruire il timpano del muro della cella. Il paranco viene spostato al centro dell’edificio e poi sul lato destro; vien fatto scivolare dal prospetto verso il muro della cella. Di conseguenza si collocano tutti gli elementi dei due timpani. Entro maggio e i primi di giugno vengono messe in opera le due capriate del tetto per la copertura del pronao. A giugno Mario Mirabella Roberti fa eseguire saggi di scavo per definire la dimensione del Foro antico. L’assistente Stefano Salvagno con un trabaccolo ci aveva portato da Trieste i tavoloni e i rotoli di cartone catramato mancanti per completare il tetto. Nel viaggio di ritorno caricherà parte di materiale non più utile al lavoro. Ripeterà il viaggio in agosto quando si ricupereranno le baracche e si preparerà la chiusura del cantiere. La posa delle terzere, dei tavoloni, la stesura del cartone catramato, il trattamento del legno con carbolineum preludono al completamento del tetto. Sono mesi decisivi per la conclusione dei lavori. Col tempo buono il cantiere è aperto dieci ore al giorno. Se alla prima decade di luglio abbiamo coperto il Tempio va dato merito alle maestranze incoraggiate nell’impegno più che dai cottimi o dai mestoli di vino dalla soddisfazione di veder risolto un appassionante rompicapo. Un’altra ragione ci è stata di aiuto: cessati gli scioperi di matrice politica, gli operai, e chi li ispirava, erano convinti che si stava eseguendo un lavoro nell’interesse della città.
Il primo di luglio la «sezione fiscale marittima delle forze di polizia della Venezia Giulia», a firma del Commissario dell’Arena di Pola, mi rilascia il n. 257 dello Special Pass, il cui portatore, vien detto, is classified as essential employee for final evacuation from Pola. Dovrò partire col primo convoglio di settembre. Arriva la pietra per i gradini. Il 10 luglio il tetto è completato. Si provvede immediatamente allo smontaggio dell’impalcatura e al ricupero delle travi, dei tavoloni e della ferramenta. Con tanta emozione rivediamo il Tempio ricostruito. Gli scalpellini eseguono tassellature al basamento. Vengono rimossi i gradini non ricuperabili della scala di accesso. Nell’interno della cella, sgombera finalmente dalla selva di travi, viene eseguito un getto di cemento. In attesa della pavimentazione che non arriverà.
Poco più di un mese viene impiegato per ripristinare la scala d’accesso, fare la pulizia del cantiere e dare le ultime rifiniture al restauro. Manca il tempo per la ricollocazione dei gradini di Piazza Foro e per il restauro della pavimentazione antistante il Tempio. Dolorosa è la rinuncia al serramento della porta d’accesso. L’abbiamo commissionato ad una falegnameria di Lucinico (GO), che lo ha eseguito – fuori tempo utile – in massiccio legno di rovere, completo di robusta ferramenta e cardini che ho attentamente studiato. Di conseguenza non si è potuto posare neanche la soglia sulla quale andavano adattati i cardini. L’ultimo giorno di permanenza al Museo dell’Istria, sul tavolo della direzione con Mario Mirabella Roberti abbiamo lasciato le istruzioni e il disegno esecutivo per la porta. L’invito è stato accolto con comprensione e grande senso civico dai nuovi responsabili del Museo.

Gino Pavan

29 - L'Eco di Bergamo 01/02/12 Joyce, un bergamasco gli trovò lavoro un altro gli insegnò Dante e l'italiano

Joyce, un bergamasco gli trovò lavoro un altro gli insegnò Dante e l'italiano

Almidano Artifoni, proprietario della Berlitz di Trieste, lo assunse come insegnante a Pola
Il gesuita padre Carlo Ghezzi gli instillò l'amore per la letteratura del Trecento e la teologia tomista

Mariella Radaelli

Senza quei due orobici entrati per caso nella vita di James Joyce, in due periodi distinti, la biografia del grande irlandese sarebbe stata proprio la stessa per filo e per segno? Due bergamaschi speciali, intrecciati persino a quella sua opera straordinaria, pervasa da un immaginario così oscuro. Andiamo a ritroso nel tempo, quando il destino gli fa incontrare quel signore dal nome per niente comune e originale. Se l'autore dell'Ulisse non lo avesse conosciuto, come sarebbe stato il suo soggiorno triestino? Avrebbe sbarcato il lunario in quei primi tempi terribilmente grigi? Senza un soldo, Joyce arriva a Trieste nell'ottobre del 1904 con la compagna di una vita, Nora Bernacle.
Giungono nella città straniera con un bagaglio misero. La lingua ostica per una coppia irlandese tipica. Ma non per James, che conosce la lingua di Dante: guarda caso grazie a un altro bergamasco, di cui però diremo più avanti. Intanto torniamo al primo orobico nominato. A quel tipo dal nome tonante, composto da quattro sillabe accentate sia nel nome di battesimo che nel cognome: Al-mi-da-no Ar-ti-fo-ni. Lui è come la manna dal cielo per il ventiduenne Joyce. Il deux ex machina, in quel luogo che ai suoi occhi vergini pare promettere poco, a parte il clima, unica nota gradevole. James e Nora trovano alloggio all'albergo Centrale. Vi trascorrono qualche notte, poi si trasferiscono in una stanza di piazza Ponterosso, con vista sul mercato ortofrutticolo. A Joyce preme trovare un lavoro. Quindi si reca subito alla Berlitz School, in via San Nicolò. Delusione. Ha un colloquio con il vice direttore Giuseppe Bertelli, che gli nega la possibilità di un posto per lui lì a Trieste. Tuttavia Bertelli non lo lascia andar via con l'amaro in bocca. Gli dà una speranza: il proprietario della Berlitz di Trieste, il signor Almidano Artifoni, sta per avviare una nuova sede a Pola. Chissà forse laggiù potrebbe offrigli un incarico. Mentre attende con fiato sospeso il ritorno di Artifoni da Pola, lo scrittore trova due studenti cui dare lezioni private. Dovrà pur tirare avanti.
Sta lavorando come un matto al romanzo autobiografico Stephen Hero. Scrivere, scrivere, scrivere. Deve farlo, a tutti i costi, con la solita stoica disciplina. Due giorni volano in un baleno: Artifoni torna da Pola e incontra James. Il bergamasco, «uomo d'affari astuto», scrive John McCourt ne Gli anni di Bloom, comprende subito la convenienza di quell'acquisto madrelingua puro. Il posto d'insegnante d'inglese, nella nuova scuola di Pola, può dirsi suo. In una lettera al fratello Stanislaus, Joyce racconta subito del nuovo datore di lavoro: «Per fortuna è un socialista come me». Il bergamasco dal canto suo fa pubblicare su Il giornaletto di Pola un annuncio sull'arrivo del nuovo teacher e invita all'iscrizione gli studenti che fino ad allora non erano riusciti a trovar posto. Joyce rimane così colpito da quell'annuncio che ne acclude una copia nella lettera a Stanislaus, definendolo «un avviso sontuoso». Dopo 10 giorni a Trieste, domenica 30 ottobre la coppia parte per Pola. È mattina presto, quando salpano dal molo San Carlo, con la Graf Wurmbrand.
Dopo quattro ore sbarcano stanchi, ma contenti, perché Artifoni è li ad accoglierli, per condurli nel cuore della città che li ospiterà per i primi quattro mesi infelici e faticosi di quei 27 anni di esilio volontario in Europa. Ma ora qualche nota biografica su Artifoni. Nasce a Bergamo il 5 marzo 1873. Si diploma alla Scuola Superiore di Commercio a Genova. Insegna cinque anni alla Berlitz School di Amburgo, quindi ne assume la direzione. Lascia la Germania per Trieste nel 1900, dove sposa la triestina Pia. Nella città giuliana nel 1901 apre Berlitz, dove temporaneamente insegna spagnolo. La sua direzione prosegue ufficialmente fino al 1911, anche se nel 1907 ne affida la gestione agli insegnanti Joseph Guye e Paolo Sholz. Pure Joyce, passato alla sede di Trieste, lascerà l'incarico in Berlitz proprio nel 1907, per un carnet più remunerativo di lezioni private. Dal 1910 Artifoni svolge attività di consulente per il Tribunale di Trieste e insegna contabilità in via Giotto, alla scuola serale della Società degli impiegati civili, dove nello stesso anno andrà a lavorare guarda caso anche Joyce. La stessa Società pubblicava il quotidiano socialista Il Diritto, che circolava alla Berlitz di Artifoni, per Joyce anche tramite con i socialisti triestini. Inoltre Artifoni si adoperò perché Nora ottenesse un posto di insegnante alla Berlitz tra il 1910-1913.
Ora sappiamo che «fu proprio Artifoni a consigliare a Joyce e a Nora di farsi passare per una coppia di consorti in perfetta regola civile, per evitare complicazioni burocratiche ma anche scandali inutili», spiega Riccardo Cepach, direttore del Museo Joyce di Trieste. Artifoni muore a Trieste il 25 agosto 1950.
Cepach precisa che Artifoni «contribuì alla varietà linguistica della città, fondando nel 1902 il giornale Il Poliglotta, che pubblicava in cinque lingue». E che Artifoni prestò a Joyce un vestito decente per la conferenza «Irlanda. Isola dei miti e dei Savi» all'Università popolare. E poi un giorno propose ai fratelli Joyce di comprare la Berlitz di Trieste per mille lire credendo che il loro padre fosse ricco. I Joyce rifiutano. Cepach menziona anche i tanti prestiti e anticipi che Artifoni gli fece sullo stipendio. Joyce evidentemente gli riconosce i mille favori, visto che gli tributa quel bel ritratto letterario ne L'Ulisse: nel capitolo decimo, chiama Almidano Artifoni l'insegnante di musica che incoraggia Stephen Dedalus a raffinare le doti canore per una futura carriera (Stephen è l'alter ego di Joyce, che effettivamente studiò il belcanto).
Ma infine parliamo dell'altro bergamasco, il primo in ordine cronologico nella vita dell'autore dei Dublinesi. Quel padre Carlo Ghezzi che a Dublino gli instillò l'amore per la letteratura italiana, rendendolo un «Italianate Irish». Joyce aveva deciso di studiare la Cenerentola delle lingue moderne già al Belvedere College. Ma fu il gesuita Ghezzi, lettore di italiano all'University College, che infuse la passione per la nostra lingua al giovane Joyce, che «condivise il suo entusiasmo per Dante e i trecentisti», sottolinea Corinna Del Greco Lobner in Italica, evidenziandone il rapporto empatico. Il gesuita lo introdusse alla teologia tomista e al pensiero filosofico di Giordano Bruno, importanti per la sua opera matura.
Gli trasmise l'interesse per Gabriele D'Annunzio, approfondendo Il Fuoco, che lo scrittore riprese poi in una conferenza. Ulick O'Connor nel libro Joyce We Knew, che raccoglie testimonianze dirette degli amici dello scrittore, include il ricordo di Eugene Sheehy, suo compagno all'U. C. tra il 1898 e il 1902: «Io e Joyce frequentavamo la stessa classe di italiano. Il lettore era un gesuita bergamasco: era stato in India per anni, parlava un inglese perfetto. Joyce aveva una meravigliosa attitudine per le lingue. Il mio compito era stare lì incantato ad ascoltare padre Ghezzi e James discutere in italiano di filosofia e letteratura».
Una conferma significativa della forte sintonia intellettuale che correva tra il grande irlandese e quel «moro intelligente proveniente da Bergamo».

La biografia

Cambiò il linguaggio e la struttura del romanzo

James Joyce (1882-1941), dublinese, è il maggiore di dieci figli. La sua famiglia, d'estrazione modesta, è cattolica e lo manda a studiare dai gesuiti con l'intenzione di avviarlo al sacerdozio. Ma lui dopo il diploma, nel 1902, parte per Parigi dicendo di voler studiare medicina: in realtà ben presto si dedica solo alla scrittura. Nel gennaio del 1904 inizia a imbastire «Dedalus». Si innamora di Nora Barnacle: e con lei (che sposerà nel 1931) incomincia a viaggiare per l'Europa. È sempre a corto di soldi, non riesce a mantenere un lavoro a lungo, beve troppo. Coltiva l'amicizia di Ezra Pound, Eliot e Yeats, sempre pronti ad aiutarlo. Nel 1914 pubblica «Gente di Dublino», nel 1916 «Dedalus», nel 1918 «Gli esiliati». A Zurigo, Joyce inizia l'«Ulisse», opera rivoluzionaria, abbozzata già nel 1906, che esce a puntate sulla «Little Review». Joyce è un innovatore, sperimenta nuovi linguaggi, con grande libertà sintattica, dà spazio ai flussi di coscienza, ai monologhi interiori, dimostra un interesse nuovo per l'interiorità dei personaggi. Preceduto dalla fama di «padre del modernismo», arriva nel 1920 a Parigi. La pubblicazione di Ulisse continua, ma nel 1921 l'opera è condannata per oscenità, ed esce solo grazie ad una pubblica sottoscrizione. Sempre nel 1921, comincia il suo ultimo libro «Finnegans Wake», alla cui stesura si dedicherà per sedici anni. Joyce muore a Zurigo nel 1941.

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