N. 816 – 11 Marzo 2012

Sommario

153 – Avvenire 06/03/12 La ratifica italiana - Adesione della Croazia alla Ue: evento silenziato (Paolo Simoncelli)

154 – CDM Arcipelago Adriatico 04/03/2012 Seminario del Ministero dell'Istruzione: Il Saluto delle Associazioni degli Esuli istriani, fiumani e dalmati

155 – La Voce in più Storia e ricerca 03/03/12 Non sole foibe ed esodo - Riflessioni per ribadire che la realtà del popolo giuliano-dalmata è molto di più (Nicolò Giraldi)

156 – La Voce del Popolo 03/03/12 Speciale - Comunità degli Italiani di Rovigno una delle più belle realtà della CNI (Sandro Petruz)

157 – Corriere della Sera 07/03/12 Anna Maria Mori: Il ricordo dell'infanzia in un sacchetto di bottoni (Isabella Bossi Fedrigotti)

158 - Il Giornale 09/03/12 Pahor negazionista sulle foibe e l'esodo La storia gli dà torto (Riccardo Pelliccetti)

159 - Left Avvenimenti 09/03/12 La verità sui profughi dalmati (Filippo La Porta)

160 - Osservatorio Balcani 09/03/12 - Onorato Bonić: Goli Otok e le due isole (Loris Brunello)

161 - Il Piccolo 09/03/12 Lettere - Beni abbandonati, il dietrofront croato sugli indennizzi (Pino Podgornik)

162 - La Voce di Mantova 09/03/12 Lettere - Sulle foibe un'informazione non corretta (Angelo Zenti)

163 - Secolo d'Italia 03/03/12 L'Esodo fiumano in un graphic novel, "Palacinche", racconto commovente e delicato di una ragazzina esiliata (Roberto Alfatti Appetiti)

164 - Il Piccolo 06/03/12 Le vittime titine nel pozzo degli orrori, all’interno della miniera di Huda jama giacciono dimenticati i cadaveri di 2.500 "domobranci" liquidati su ordine dell’Ozna (Mauro Manzin)

165 - La Voce in più Storia e Ricerca 03/03/12 Recensione - Parenzo: Emergono passato, cultura e umanità di un angolo d'Istria illuminato dalla luce dei ricordi (Kristjan Knez)

166 – La Voce del Popolo 10/03/12 Cultura - Zara - Un teatro «nobile» all'altezza di una città ricca di spirito (Danijela Berišić Antić)

167 – La Voce del Popolo 10/03/12 Cultura - Tiziana Dabovic vince tra donne, esuli e rimasti (Ardea Stanišić)

168 - Il Piccolo 07/03/12 Gorizia - L'affascinante storia di Lyduska: riuscì a impedire che la sua villa finisse in Jugoslavia (Paola Prizzi Merljak)

169 – Corriere della Sera 05/03/12 Trieste, la bella «dimenticata» Crocevia di tre mondi, al confine tra Mediterraneo e Mitteleuropa, punta sulla scienza per tornare importante (Aldo Cazzullo)

A cura di Stefano Bombardieri

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :

http://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

153 – Avvenire 06/03/12 La ratifica italiana - Adesione della Croazia alla Ue: evento silenziato

La ratifica italiana

Adesione della Croazia alla Ue: evento silenziato

Siamo notoriamente un Paese allegro, tutto spettacolo e velinismo (anche culturale), in cui persino le situazioni più serie diventano comodamente grottesche; e ciononostante ancora capace di stupire. Nella distrazione generale il Parlamento (il 15 febbraio la Camera e il 28 il Senato) ha votato pressoché all’unanimità la ratifica italiana dell’adesione della Croazia alla Ue. Un comunicato del Quirinale del 1° marzo ha diffuso la notizia di una telefonata del presidente croato Josipovic al nostro presidente Napolitano all’indomani della ratifica, rinnovando «sentimenti di gratitudine e di amicizia verso l’Italia». Silenzio della grande stampa nazionale. Nel corso della breve discussione in Senato, alcuni esponenti di diversi gruppi parlamentari hanno lamentato questo silenzio; altri avrebbero vanamente voluto che nell’occasione il Senato tenesse una seduta solenne; per giunta era presente in aula il presidente del Parlamento croato. Macché. E sì che nel corso della breve discussione non erano mancati rilievi ai problemi tuttora aperti con la Croazia e già oggetto di costante attenzione della stampa nazionale: Giovanardi, ad esempio, ha ricordato la medaglia d’oro al valor militare a Zara concessa da Ciampi nel 2001, ma mai conferita per le proteste croate. Mantica, oltre a lamentare le condizioni dei cimiteri italiani in Croazia, ha evidenziato ben altri problemi pratici come i mancati indennizzi agli esuli e la restituzione dei beni nazionalizzati: «La Croazia – ha detto – deve all’Italia 35 milioni e 300.000 dollari da più di 15 anni. Nel bilancio croato non esiste un atto scritto al riguardo». Verrebbe da chiedere perché questo contenzioso, denunciato da molti parlamentari intervenuti nella discussione, non sia stato chiuso pregiudizialmente prima. Ma non è questo il problema. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, D’Andrea, ha vantato in aula l’eccezionale rapidità («vero e proprio record») dell’iter di questa legge di ratifica, approvata dal Consiglio dei ministri il 3 febbraio, dalla Camera il 15 e dal Senato il 28. Straordinario. Attenzione alle date: in occasione del Giorno del ricordo (10 febbraio), la puntata di Porta a porta condotta da Bruno Vespa il 13, dedicata ai drammi delle popolazioni italiane istriane e giuliano-dalmate – infoibamenti, sevizie, espropri, esilio forzato –, ha provocato un vespaio di legittime polemiche per la presenza in studio di «negazionisti» come Alessandra Kersevan (chissà cosa sarebbe occorso se in occasione del ricordo della Shoah fossero stati invitati in tv Faurisson o Irving). La stampa italiana per settimane ha seguito il caso, tra polemiche d’ogni genere (cui si sono aggiunte iniziative locali, come in Toscana, con la distribuzione in alcune scuole di pamphlet "riduzionisti"). Polemiche in corso anche nel giorno in cui, nella distrazione generale, la Camera approvava la legge di ratifica. Poi, malgrado la conclusiva approvazione da parte del Senato, il comunicato della Presidenza della Repubblica, ecc., l’argomento è rimasto silenziato.

Paolo Simoncelli

154 – CDM Arcipelago Adriatico 04/03/2012 Seminario del Ministero dell'Istruzione: Il Saluto delle Associazioni degli Esuli istriani, fiumani e dalmati

SALUTO DELLE ASSOCIAZIONI DEGLI ESULI ISTRIANI, FIUMANI E DALMATI

al III° Seminario organizzato dal Ministero per l’Istruzione, l’Università e la Ricerca organizzato a Trieste il 22/23 febbraio 2012

di Silvio Mazzaroli

È con grande piacere che, a nome di tutte le Associazioni degli esuli, rivolgo a voi Docenti e Studenti, convenuti qui a Trieste, capitale morale dell’esodo, per questo III Seminario organizzato dal Ministero per l’Istruzione, l’Università e la Ricerca, alle Autorità ed a tutti i presenti in sala il più cordiale benvenuto e l’augurio per un proficuo incontro. Un sentito ringraziamento ai Ministri e ai Direttori Generali che si sono succeduti agli Ordinamenti scolastici, da ultimo la Dott.ssa Carmela Palumbo, che hanno voluto questi seminari ed agli Uffici del Ministero che, negli anni, vi hanno provveduto, in particolare al Dr. Antonio Lo Bello ed alla Prof.ssa Caterina Spezzano, nonché a tutti coloro che in vario modo hanno reso possibile l’attuazione di questa edizione con un solerte e capillare lavoro organizzativo.

Esprimo vivo apprezzamento per la scelta di Trieste come luogo d’incontro poiché qui, più che in qualsiasi altra parte d’Italia, è possibile percepire la misura della tragedia che ha colpito il nostro popolo. Penso ve ne siate resi conto di persona visitando poc’anzi la Foiba di Basovizza, oggi Monumento nazionale gestito dal Comitato Onoranze per le Vittime delle Foibe facente capo alla Lega Nazionale, ed il Campo Raccolta Profughi di Padriciano, unico superstite dei 120 similari a suo tempo allestiti su tutto il territorio nazionale, definitivamente chiuso solo alla metà degli anni ’70 ed oggi curato, avendolo ricevuto in concessione dalla Provincia di Trieste, dall’Unione degli Istriani che vi ha allestito, con materiali residuali dell’esodo, una mostra permanente oggetto di visita, anche da parte di numerosissime scolaresche, nel corso dell’intero anno. Auspico, pertanto, che la scelta di Trieste possa ripetersi anche in futuro.

La citazione delle suddette località, toccando due dei temi – foibe ed esodo – contenuti nella Legge 30 marzo 2004 n. 92 con cui "La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale Giorno del Ricordo al fine di conservare e rinnovare la memoria degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra…" consente, pur lasciando al momento in sospeso il terzo che recita "e delle più complesse vicende del confine orientale", di entrare immediatamente nello spirito di questo nostro seminario che ad essa si ispira.

Foibe ed esodo sono evidentemente gli argomenti di maggiore impatto emotivo; quelli che richiamano immediatamente alla mente le violenze e le sofferenze che hanno coinvolto le nostre genti. Per decenni, quasi in sordina, ne abbiamo parlato solo noi e solo in circoli ristretti. Su di essi era sceso un assordante silenzio, che li ha così esclusi dalla storia nazionale; soprattutto non ne parlavano i libri di testo scolastici lasciando nell’ignoranza generazioni di italiani. Doveroso e giusto, dunque, che oggi noi se ne possa parlare liberamente – non senza qualche difficoltà – ad un pubblico molto più vasto; che noi si abbia accesso al mondo della scuola e, soprattutto, che siano anche altri a farlo, a studiare e ad approfondire questi aspetti, senza più i condizionamenti ideologici di un tempo, alla ricerca di verità che non potranno non essere benefiche ed educative per tutti, non frenare il ripetersi delle aberrazioni del passato e non relegare nell’ipotetico, peraltro sempre immanente, il pericolo del ripetersi di simili tragedie. Sono concetti espressi anche nel discorso pronunciato dal Presidente Napolitano in occasione del recente Giorno del Ricordo in cui, tra l’altro, ha dichiarato che "si è posto fine ad ogni residua congiura del silenzio, a ogni forma di rimozione diplomatica o ingiustificabile dimenticanza rispetto a così tragiche esperienze".

Se ci chiedete se di tutto questo siamo oggi soddisfatti la risposta è un poco convinto sì. Infatti, quanto ancora si avverte nel nostro paese, soprattutto in questo periodo dell’anno, è che, se da un lato l’oblio che gravava su di noi e che spesso si concretizzava in un assurdo "negazionismo", oggi fortunatamente non più sostenibile, è stato parzialmente rimosso, dall’altro non lo sono le tesi "giustificazioniste" che ancora ci affliggono.

Venendo ora al terzo tema della succitata legge, è evidente che la nostra storia non comincia con le foibe, evento tragico e traumatico e che ci ha profondamente segnati ma ormai, fortunatamente, lontano nel tempo, né finisce con l’esodo che, di contro, conserva per chi l’ha vissuto una sua pregnante attualità e non solo perché quella dell’esilio è una condizione dell’anima che non si esaurisce, ma anche perché tanti sono i problemi materiali e, soprattutto, morali che ne sono derivati e che ancora sono in attesa di soluzione. Doveroso, dunque, senza trascurare il dopo che è poi il nostro oggi, studiare ed approfondire tutto ciò che ha preceduto queste vicende perché entrambe non possono essere capite se non inserendole nel contesto globale della storia italiana ed europea del Novecento. Ma di tutto questo, come risulta dai titoli degli interventi in programma, si parlerà nel presente seminario. Non entro, pertanto, nel merito della "storia" che sarà diffusamente trattata da ben più prestigiosi e ferrati relatori; accennerò, invece, a quello che da parte di noi esuli si è fatto e si continua a fare nel "dopo" di dette vicende; lo farò presentando, sommariamente, le nostre Associazioni e delineando il loro impegno.

Il nostro mondo associativo costituisce una piccola galassia in cui sono presenti diversi soggetti; mi limito a citare, in ordine di costituzione, quelli – e sono i meno, anche se i più significativi – ammessi al tavolo di lavoro MIUR/Associazioni degli Esuli: Associazione delle Comunità Istriane, erede diretta del CLN dell’Istria, ed Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (nate negli anni ’45-’47, a cavallo, dunque, del primo esodo), Unione degli Istriani (sorta nel 1954, subito dopo il ritorno di Trieste all’Italia e la definitiva, di fatto, cessione della Zona B del Territorio Libero di Trieste, all’ex Jugoslavia e, pertanto, a seguito del secondo esodo), i Liberi Comuni in Esilio di Fiume, Pola e Zara (che hanno mossi i loro primi passi negli anni ’60) e da ultimo il Coordinamento Adriatico (istituito nel 1993). Tutti agiscono su base volontaria, non hanno finalità di lucro, non connotazione politica né, tanto meno, partitica; hanno bensì in comune uno spiccato carattere patriottico volto ad affermare e valorizzare l’italianità delle genti istriane, fiumane e dalmate che le ha indotte, nella stragrande maggioranza, a tutto abbandonare pur di rimanere italiane e fatto sì che il grande Indro Montanelli le definisse "doppiamente italiane, per nascita e per scelta".

Le loro finalità, convergenti, sono sintetizzabili in: mantenere, per quanto possibile, vivi il senso civico, i vincoli d’affetto e la reciproca solidarietà delle originarie comunità; difenderne l’identità culturale e storica, attraverso il mantenimento ed il trasferimento ai propri discendenti degli antichi valori e delle tradizioni civili, culturali e religiose; diffondere la conoscenza della storia delle nostre terre e contrastare i tentativi di scippo in atto da parte dei paesi viciniori volti a privare il nostro popolo dei suoi meriti storici, culturali, artistici e, in definitiva, delle proprie radici; approfondire e diffondere la verità storica degli accadimenti a noi più vicini, opponendosi alle strumentalizzazioni politiche ed adoperandosi affinché diventino patrimonio comune della nazione; tutelare i diritti vitali, morali e materiali degli esuli. Il tutto trova attuazione attraverso la pubblicazione di numerosi giornali, l’attivazione di siti e pagine web, l’istituzione di centri di studio come l’Istituto Regionale di Cultura Istriana e relativo Museo, la Società di Studi Fiumani e lo stesso Coordinamento Adriatico, di una significativa attività editoriale a carattere storico, memorialistico, letterario, artistico nonché teatrale, volte anche a preservare i nostri dialetti ed un’intensa attività associativa fatta di convegni, seminari, celebrazioni di santi e patroni, manifestazioni in memoria delle nostre vittime e dei nostri morti, incontri e raduni, accompagnamento di scolaresche sui luoghi della memoria in Italia ed in Istria cercando il coinvolgimento anche di chi, non strettamente legato alle problematiche dell’esodo, dimostra vicinanza ai nostri valori e sentimenti di solidarietà umana e sociale per la nostra scelta di vita.

A fronte di tale comunanza di finalità, problematiche ed impegni, che ha consentito anche l’istituzione di una Federazione delle Associazioni degli Esuli, ciascun nostro sodalizio è, peraltro, portatore di specifiche esperienze. Infatti:

- i dalmati sono passati, in un ampio lasso di tempo, attraverso ben tre esodi. Il primo, a partire dal 1848 e protrattosi sino ai primi anni del ‘900, provocato dalle persecuzioni austro-ungariche nei confronti dei patrioti sostenitori del processo risorgimentale italiano; il secondo al termine del primo conflitto mondiale per l’annessione della Dalmazia, ad esclusione delle isole di Lagosta, Lussino e Cherso e della città di Zara, al Regno di Jugoslavia; il terzo a seguito del terrore delle foibe;

- gli zaratini hanno vissuto il proprio esodo in un tempo più diluito, perché preceduto dallo sfollamento dalla città a seguito dei 52 pesanti bombardamenti alleati che dal novembre ’43 all’ottobre ’44 rasero praticamente al suolo la loro città e siano, tra l’altro, oggi amareggiati per la mancata attribuzione al Gonfalone dell’ultima Amministrazione di Zara italiana della Medaglia d’Oro al Valor Militare, concessa nel 2001 dall’allora Presidente Ciampi ma mai consegnata per un’indebita, ingiustificata e per noi inaccettabile interferenza dello Stato croato;

- gli istriani, tutti indotti all’esilio dalle violenze e vessazioni subite, hanno affrontato l’esodo in contesti diversi: la maggioranza, negli anni imme-diatamente successivi al ’45, dopo aver esercitato il diritto di opzione per la cittadinanza italiana, non sempre accolto favorevolmente dalle autorità jugoslave e sovente concesso con pretestuosi ritardi, dovendo abbandonare tutti i propri beni quando non costretti a disperate fughe dagli esiti spesso tragici; altri, gli abitanti della succitata Zona B, dopo il ’54, avendo dovuto sopportare per quasi un decennio il pesante tallone comunista ed aver poi cullato, sino al Trattato di Osimo del ’75, la speranza di poter fare ritorno alle proprie case;

- i polesani, andata delusa con il Diktat di Parigi la loro speranza di rimanere italiani, hanno, i soli, beneficiato di un esodo organizzato via mare – nel giro di due mesi svuotò la città – che permise loro di portare al seguito parte dei propri beni mobili e di affidare allo stato italiano, dietro promessa d’indennizzo, quelli immobili. Privilegio, peraltro, pesantemente pagato dopo l’approdo in Italia con la dispersione su tutto il territorio nazionale;

- i fiumani si sono portati al seguito nell’esilio, dopo le esperienze vissute nel corso della Reggenza del Carnaro di dannunziana memoria e dello Stato Libero, le aspirazioni autonomiste a lungo coltivate ed i cui ispiratori furono i primi ad essere perseguitati e fisicamente eliminati dai partigiani comunisti.

Quanto precede si pone, altresì, a base delle diverse sensibilità con cui le singole associazioni fissano le priorità del loro impegno ed individuano modalità magari diverse con cui perseguire uno stesso obiettivo. È, dunque, in un contesto di pluralità d’iniziative ed attività che, a fronte del comune impegno a sostegno dei provvedimenti legislativi adottati nei decenni dal Parlamento italiano a favore dei profughi nei settori dell’assistenza giovanile e dell’edilizia riservata – in cui negli anni dell’emergenza post esodo si è particolarmente distinta l’ANVGD avvalendosi di un proprio Ufficio nell’ambito dell’Opera Nazionale Assistenza ai Profughi –, dell’anagrafe, delle previdenze e degli indennizzi per i beni perduti talune associazioni, in virtù di una loro più capillare organizzazione, si sono contraddistinte per un’intensa, purtroppo non sempre proficua, attività ispiratrice e propositrice di articolati legislativi nonché di patronato a sostegno dei propri associati assistendoli nell’istruzione delle diverse pratiche burocratiche. Il riferimento va ancora all’ANVGD, all’Unione degli Istriani ed alle Comunità Istriane.

In tempi recenti, nel quadro dei nuovi scenari internazionali europei, per le nostre Associazioni si sono aperti nuovi orizzonti e campi di attività. Così è stato per l’Unione degli Istriani che ha avviato un’iniziativa avente finalità storica ma anche di tutela dei diritti degli esuli, volta a collocare il nostro vissuto nel più ampio contesto degli esodi europei. Tale iniziativa è basata sul presupposto che difficilmente un diritto, senza la forza dei numeri, può essere esercitato con successo. Gli esuli istriani, fiumani e dalmati sono in Europa gli unici portatori di diritti, quale il mantenimento della proprietà privata, loro riconosciuti dal Trattato di Pace di Parigi; gli esuli europei, a fronte dei nostri 350.000, superano abbondantemente i 12 milioni. Nel 2007, la stessa ha, pertanto, promosso la costituzione dell’Unione Europea degli Esuli e degli Espulsi (UESE), riconosciuta dalla Commissione Europea e che conta oggi 14 organizzazioni nazionali riconosciute nei rispettivi Paesi.

Così, ancora, i tre Liberi Comuni di Fiume, Pola e Zara, in considerazione dei rapporti parentali ed amicali conservati con esponenti delle Comunità Italiane delle rispettive città d’origine e dei migliorati rapporti bilaterali oggi esistenti con la vicina Repubblica di Croazia, ma anche di Slovenia, hanno dato nuovo e maggior vigore al dialogo con i cosiddetti "rimasti" per cercare di ricucire lo strappo verificatosi nelle rispettive comunità d’origine, volto anche a conseguire una loro maggiore collaborazione e diretta partecipazione su argomenti particolari quali la tutela delle tombe italiane nei cimiteri cittadini e, relativamente, alle foibe, nel cercare finalmente di scoprire "chi giace dove".

Ho voluto citare da ultimi questi aspetti perché essi mi consentono di rientrare, avviandomi a conclusione, nello spirito del dettato della Legge istitutiva del "Giorno del Ricordo", riaccennando a foibe, esodo e, più in generale, alla storia del Confine orientale. Ebbene, un recentissimo sondaggio ha rilevato che solo il 44% degli italiani ha una discreta informazione sulle foibe, con una netta prevalenza di giovani a ciò interessati perché aspetto storico "più lampante e cruento", ma che detta percentuale scende ad un appannato 23% relativamente all’esodo la cui conoscenza è relegata, di contro, alla memoria dei più anziani. È la dimostrazione evidente che parecchio rimane ancora da fare e che, se relativamente agli aspetti connessi alla tutela dei diritti violati degli esuli ed ai problemi concreti ad essi legati le responsabilità fanno capo essenzialmente alle Associazioni degli esuli ed al Governo italiano, relativamente alla conoscenza storica ed all’approfondimento delle particolari vicende che lo connotano il compito spetta sì ancora alle nostre Associazioni ma anche, e forse soprattutto, al mondo della scuola con la sua finalità di formazione culturale delle giovani generazioni e, non ultimo, quello di educare al sentimento nazionale. Tutti noi esuli confidiamo, quindi, sull’apporto che il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca ed, in particolare, voi Docenti vorrete e saprete dare alla nostra causa proprio partendo, oltre che dai due che l’hanno preceduto, da quest’ultimo seminario.

155 – La Voce in più Storia e ricerca 03/03/12 Non sole foibe ed esodo - Riflessioni per ribadire che la realtà del popolo giuliano-dalmata è molto di più

RIFLESSIONI Per ribadire che la realtà del popolo giuliano-dalmata è molto di più

Non solo foibe ed esodo

di Nicolò Giraldi


Quanto difficile è riuscire a staccarsi da idee che, per motivi eterogenei e soprattutto storico-politici, fino a ieri rappresentavano la verità ed oggi nella contemporaneità sono lo specchio di una potenziale operazione critica? E se si capisce che la strada che porta alla rivalutazione critica della storia di un popolo è quella giusta, allora quali sono gli strumenti per seppellire l'analisi ideologica?
All'interno del panorama dell'associazionismo degli esuli ci sono alcune realtà che da anni non perseguono più quell'obiettivo politico di innalzare candidati a ruoli di potere; un tempo si promettevano risoluzioni di controversie, rappresentanze forti, battaglie legali che dovevano portare alle restituzioni dei beni abbandonati o all'equivalente indennizzo - la cui equità sarebbe tuttavia da analizzare a fondo.

La paura di scomparire

Queste realtà lavorano costantemente anche nell'ombra e perseguono da anni l'obiettivo di tracciare nuovi itinerari e nuovi sentieri. In seguito al crollo del muro di Berlino gli esuli sono rimasti bacino elettorale forte, quantomeno Trieste. Tuttavia, il panorama che si apre davanti ai nostri occhi quando siamo in presenza di manifestazioni, convegni o semplici legami di qualche associazione degli esuli con avvenimenti particolari, è un panorama che vive nella paura di scomparire avendo il timore di non aver tramandato niente.

Trasmettere identità

Qualcuno, come il Circolo di Cultura istro-veneta"Istria", l'Associazione delle Comunità degli Istriani, il Centro di Documentazione Multimediale e alcuni singoli esponenti, è impegnato nel lavorare a nuove vie di comunicazione e di trasmissione dell'identità istriana. Non possiamo prescindere dal Ricordo dell'Esodo - che rappresenta la vera tragedia del popolo istriano - e non possiamo dimenticare le vittime innocenti che sono state uccise e gettate nelle foibe. Ma non basta. Non ci può essere solo questo. Le associazioni degli esuli - non tutte, come abbiamo già detto - lo stanno capendo.


Ammissione tardiva di colpevolezza

L'istituzione del Giorno del Ricordo rischia di divenire un'ammissione di colpevolezza troppo tardiva da parte dello stato italiano e una data obbligata. È importante, ma le intitolazioni di vie e piazze o ancora, i labari e le poesie lette ogni 10 Febbraio rischiano di rimanere elementi intrappolati nella nostra stessa storia. In parole povere, elementi senza vita.
La storia del popolo istriano è molto di più. Secoli di civiltà veneta non possono venir sopraffatti dalle vicende tristi che hanno sconvolto la penisola perché sarebbe riduttivo e irrispettoso nei confronti della stessa storia, quella con la s maiuscola. Secoli di sedimentazione linguistica con la conseguente forma dei dialetti che oggi vanno scomparendo; secoli di tradizioni rurali e marinare; secoli di rapporti tra le genti diverse della penisola.


Tornare a scuola

La storia del popolo istriano è questo ma molto di più. Un popolo che non conosce la sua storia è in grado di perseverare. Un popolo che la conosce potrebbe evitare di farlo. Sappiamo che la storia la si impara a scuola.
Sappiamo che la scuola oggi è in crisi ma che proprio per questo motivo deve ridisegnare le sue linee guida. Ed è proprio qui che alcune associazioni degli esuli hanno trovato quell'itinerario nuovo e certamente riconoscente nei confronti del popolo istriano.


Nella sede dell'Associazione delle Comunità Istriane di Trieste alcune settimane fa si è tenuta una tavola rotonda che ha visto presenti quelle realtà associative a cui accennavamo prima. Si è parlato proprio di come la storia del popolo istriano possa entrare a scuola, di problemi legati alla condivisione e soprattutto delle nuove linee guida da prendere in considerazione per fare in modo che il dibattito locale, ma soprattutto nazionale, prenda una piega distante dai rancori del passato.


Siamo o no storia d'Italia?


Roberto Spazzali ha cominciato il suo intervento con una provocazione. "Quando andiamo a parlare della storia del confine orientale in giro per l'Italia tutti si stupiscono. Allora viene da porsi una domanda: siamo o non siamo storia d'Italia?". "A mio avviso l'Italia non è convinta che noi facciamo parte di quella storia. Abbiamo istituito le cerimonie ma la gente non sa cosa sia successo. I giovani meno che meno. Le redazioni giornalistiche non parliamone. Proprio per il Giorno del Ricordo sono stato contattato all'ultimo momento dalla redazione del programma di Bruno Vespa 'Porta a Porta', la quale era impreparata sotto ogni punto di vista. Ero a Firenze e ho dato loro il numero di Raoul Pupo. Trovandosi a Roma avrebbe potuto partecipare con competenza alla registrazione del programma. Il risultato ben visibile è stato che in fondo le vicende del confine orientale sono state per l'ennesima volta strumentali a logiche ideologiche. La ricerca della polemica da parte di Bruno Vespa e il suo continuo dividere lo studio in approssimazioni di intelligenza ha fatto in modo che restino solo le macerie. Come è successo qui e che evidentemente continua a succedere".


Percorsi comuni


Livio Dorigo ha parlato di "come la nostra storia non debba essere cronaca lasciata alla critica e basta. La memoria è un fatto anche personale perché la storia la fanno gli uomini e quegli stessi uomini conservano vicende diverse e difficilmente interpretabili sotto un'unica lente. La commissione italo - slovena per la redazione di un percorso comunemente accettato è la direzione giusta affinché la storia converga. La nostra storia non deve lasciare spazio alle divergenze ideologiche".


Europa ancorata su posizioni di comodo


Biagio Magnino, politologo, si è soffermato sui motivi del disinteresse storico che le giovani generazioni o la stessa classe politica hanno nei confronti delle vicende del confine orientale. "C'è scollamento nella contemporaneità anche per il fatto che viviamo un periodo in cui istituzioni come l'Unione Europea vogliono unire dimensioni che storicamente sono sempre state divise. Una sovranità europea non esiste e rimangono le sovranità nazionali. L'imposizione europea nel pareggio di bilancio ha messo in evidenza che l'Europa vuole essere più sovrana. Il popolo allora vede nell'Europa lo stato di riferimento e non più i singoli governi.


Ciò che tuttavia dobbiamo domandarci è se esiste un cittadino europeo o se esiste una storia d'Europa. Ci sono troppe differenze e arduo è il riconoscimento. Perché i bisogni, le tradizioni, la cultura, le etnie, sono diverse tra loro e i ricordi sono difficili da superare. Questo porta al rimanere ancorati sulle proprie posizioni ricevendo in contropartita il riconoscimento formale delle vicende particolari. Perché il tutto riporterebbe a galla nuovi rancori e nuovi problemi".

Siamo stati un «problema»


Paolo Radivo ha sottolineato come "il Risorgimento italiano sia basato su un'estensione della giurisdizione del Regno di Sardegna al resto della penisola. Abbiamo festeggiato i centocinquanta anni ma la struttura politica è stata obbligata a parlare dell'anniversario. Si è parlato poco del Trentino, poco della Venezia Giulia e della Dalmazia. Perché fin da quegli anni, l'Italia, come Regno prima e come repubblica successivamente, ha intravisto in noi un problema. Il Regno d'Italia doveva completare solo ciò che la madrina Francia aveva voluto. E la Repubblica italiana doveva mettere la pietra sopra a un argomento scomodo per l'intero arco politico".


Patria e nazione


Gaetano Bencich ha ragionato sopra i concetti di patria e nazione. "Per patria s'intende il luogo natio. Per nazione quel luogo dove ognuno ha il diritto alla libertà e alla giustizia. Ciò che gli italiani dell'Istria di oggi vivono è un territorio dove sentire il sentimento d'italianità. E questo sentimento è dato soprattutto dalla somiglianza dei linguaggi che si parlano. Il particolarismo è un qualcosa che ci porta al livellamento che altro non è che lo spettro della globalizzazione. È la stessa malattia. Dobbiamo saper trasmettere l'interiorità della dimensione. Dobbiamo cominciare a credere fortemente che la Terra non è di nessuno e che proprio questo possa indicare, a chi non sa o non vuol sapere, la direzione giusta per far rinascere un pensiero".


Accomunati dall'istrianità


Stelio Spadaro ha parlato di senso comune. "È il sentirsi istriano ciò che ci accomuna. Questo è indipendente da quale sia la nazionalità. La tradizione di un autonomismo particolare che ha sempre contraddistinto queste zone deve rimanere tale perché rappresenta l'elemento costitutivo dell'Adriatico del futuro. Certe singole esternazioni o prese di posizione ideologizzate come quella di Boris Pahor sulla presunta assenza d'italianità nel suo pensiero sono da considerarsi anacronistici capricci".


Scenari diversi


Il Circolo "Istria", l'Associazione delle Comunità Istriane e il Centro di Documentazione Multimediale hanno voluto fortemente questa tavola rotonda. I ragionamenti espressi sul Giorno del Ricordo, sull'idea del Risorgimento italiano o sul futuro della storia orientale d'Italia sono le basi da cui partire per trovare assieme un modo per trasmettere. La trasmissione delle idee e del concreto passa attraverso questi scenari. Iniziative volte al dialogo e alla condivisione delle scelte orientate al futuro possono aprire spiragli di luce, affinché quell'Esodo buio possa lasciar spazio al Ricordo di una civiltà più forte della strumentalizzazione che l'ha isolata.

Nicolò Giraldi

156 – La Voce del Popolo 03/03/12 Speciale - Comunità degli Italiani di Rovigno una delle più belle realtà della CNI

SpeciALE

Un sodalizio che si distingue soprattutto per il grande rispetto e le iniziative di tutela delle tradizioni locali
Comunità degli Italiani di Rovigno una delle più belle realtà della CNI

ROVIGNO – La Comunità degli Italiani di Rovigno è uno dei sodalizi storici della Comunità nazionale italiana, che si distingue soprattutto per la qualità e il numero di programmi realizzati e per il rispetto e la tutela delle tradizioni locali. Cinzia Russi Ivančić, presidente dell’esecutivo rovignese, ha spiegato che nel corso del 2011 la Comunità ha organizzato ben 83 manifestazioni. Tra gli eventi estivi più importanti ci sono le Serate del cinema italiano, che la Comunità organizza in collaborazione con il "Circolo Lumière" di Trieste, il Circolo del cinema di Adria e tutti gli affiliati alla FICC (Federazione Italiana Circoli del Cinema). Questo festival, che è arrivato all’11.esima edizione consecutiva, vanta un pubblico di appassionati che è formato non soltanto da cittadini rovignesi, ma anche da tantissimi turisti italiani che ogni anno ritornano volentieri nella sede della Comunità per assistere alle proiezioni di film italiani accuratamente selezionati. Nel 2011 la Comunità rovignese ha anche ospitato le presentazioni delle pubblicazioni di Vladimir Luxuria e di Cinzia Lacalamita, con la partecipazione di ospiti del calibro di Margherita Hack. Non manca l’organizzazione di numerosi spettacoli, sia a Palazzo Milossa, sede storica della Comunità, che nell’ambito delle manifestazioni che vengono organizzate in collaborazione con l’Unione Italiana, la Città, l’Ente turistico locale e l’ecomuseo "Casa della Batana".

LA «MARCO GARBIN» La sezione più longeva e sicuramente una delle più prestigiose della Comunità rovignese è la Società artistico culturale "Marco Garbin", oggi guidata dal maestro Giorgio Sugar. La SAC conta cinque sezioni, ovvero il coro femminile e maschile, quello misto, il gruppo dei bitinadori e quello del folclore, ed ha in totale 40 attivisti. La SAC della CI porta il nome del combattente partigiano Marco Garbin, un rovignese che nonostante gli orrori della Seconda geurra mondiale, neanche durante la guerra non perse mai l’amore per la musica. Fu, infatti, maestro del primo coro partigiano italiano che si formò nell’estate del 1944 nell’area di Gorski Kotar. A causa di una polmonite, fu costretto a lasciare le file partigiane per fare ritorno a Rovigno e curarsi. Dopo essersi ristabilito, s’impegnò per attivare un coro partigiano locale, ma fu denunciato alle autorità e picchiato selvaggiamente dai fascisti. L’accanimento nei suoi confronti fu tra i più efferati,anche perché Garbin aveva composto diversi canti di lotta in italiano, tra cui l’Inno dei partigiani istriani. Purtroppo venne a mancare, il 22 luglio 1945, prima della liberazione di Rovigno, all’età di soli 27 anni. Da quel coro che Marco Garbin costituì durante la sua militanza partigiana, il 13 dicembre del 1947 si formò la Società artistico-culturale-operaia (SACO) "Marco Garbin", divenuta poi SAC, che da allora a oggi, e dunque per più di 60 anni, ha operato e si è impegnata nella tutela dei canti, della parlata e del folclore rovignesi.

FUCINE DI TALENTI Oltre alla "Marco Garbin", in seno alla Comunità di Rovigno operano diverse sezioni di canto per i bambini e i ragazzi connazionali e in seno a questi gruppi nel corso degli anni sono stati individuati tantissimi giovani talenti musicali. Si parte con il coretto "Batanola" e il gruppo dei "Minicantanti", diretti da Vlado Benussi. Dei Midicantanti e dei solisti si prende cura Biba Benussi. Inoltre, da 6 anni è attivo il gruppo della Filodrammatica giovani, diretto da Nives Giuricin, che ha ottenuto un grandissimo successo di pubblico e il quale, assieme al gruppo del folclore della SAC, ha riproposto, dopo una pausa durata ben 30 anni, il bozzetto folcloristico "…e Rovigno Cantava". La CI di Rovigno ha anche una redazione giornalistica, composta da Eleonora Brezovečki e Maria Tamburini, che si occupa della trasmissione "Quatro ciacole in famia", che va in onda ogni 15 giorni sull’emittente radiofonica locale. Nel corso del 2011 la redazione ha preparato 25 trasmissioni della durata di un ora ciascuna, presentando i programmi e le attività del sodalizio, ma anche proponendo agli ascoltatori argomenti d’interesse legati alla storia e alle tradizioni di Rovigno. La trasmissione informativa della Comunità è disponibile anche su ClubradioUPT, la webradio ufficiale dell’Università Popolare di Trieste.

INIZIATIVE UMANITARIE In questi ultimi anni la Comunità si è impegnata moltissimo anche in iniziative di carattere umanitario, dimostrando grande sensibilità. È già da 4 anni che il sodalizio organizza un Mercatino di Natale per raccogliere fondi a favore di progetti socialmente utili, come l’acquisto di apparecchiature medico-sanitarie o il finanziamento degli insegnanti di sostegno per i bambini con difficoltà, che lavorano nelle scuole elementari. Molto attiva è anche la sezione sportiva della CI, che porta il nome dell’eroe partigiano "Pino Budicin" e della quale fanno parte due squadre di calcetto, una di pallavolo femminile e una maschile, i giocatori di tennis e tennis tavolo, quelli di briscola e tressette e di scacchi, e una sezione ricreativa femminile.

COLLABORAZIONE CON GLI ESULI La presidente dell’esecutivo, Cinzia Russi Ivančić ha ricordato che negli ultimi anni la Comunità ha anche rafforzato la collaborazione con le Associazioni degli esuli, come la "Famia Ruvigni
ʃa" e l’ANGVD di Roma. Da questo riavvicinamento è nato un programma comune che vede l’esibizione degli attivisti locali assieme agli esuli e che si svolge per le festività di Sant’Eufemia, patrona della Città. La Comunità degli Italiani e il Comitato provinciale dell’ANGVD di Roma hanno fatto da ponte anche nei contatti tra i rappresentanti della Città di Roma e della Regione Lazio con la Città di Rovigno e la Regione Istriana.

Un’altra sezione della CI è quella storico-etnografica ed editoriale, che ha organizzato nel 2010 un convegno sulla grafia del dialetto rovignese con la partecipazione di scrittori di origini rovignesi provenienti da tutto il mondo, con l’obiettivo di convenzionare la scrittura dialettale autoctona e permettere di ampliare il bacino d’utenza e lo scambio di pubblicazioni in rovignese. Questa sezione ha ormai completato anche la prima parte della raccolta dedicata alle opere dialettali di Giusto Curto.

LE PROSSIME PRIORITÀ La presidente dell’esecutivo ha sottolineato che tra le priorità per il futuro della Comunità rovignese c’è la pubblicazione di un dizionario italiano-rovignese, con annessa una grammatica, che faciliti la scrittura e la divulgazione della parlata locale e la ripresa del corso di dialetto per adulti diretto da Libero Benussi che era iniziato nel 2010, ma che è stato sospeso per mancanza di finanziamenti.

Dal 2010, presidente della Comunità rovignese è l’ing. Gianclaudio Pellizzer, che a poco più di un anno e mezzo dalle elezioni ha voluto ribadire di essere onorato e orgoglioso di aver ricevuto la fiducia dei suoi connazionali e concittadini, e che nel suo mandato darà continuità al lavoro svolto finora. Pellizzer ha ricordato che tra i progetti futuri della Comunità rovignese ci sono i lavori di ristrutturazione del tetto di Palazzo Milossa e dello spazio estivo che si trova a ridosso della sede e per i quali l’esecutivo della CI ha già fatto richiesta all’Unione Italiana. Inoltre, sono necessari dei fondi per l’acquisto degli arredi e delle attrezzature per le nuove sale del primo e secondo piano, create con l’annessione di Casa Muzić a Palazzo Milossa. Il presidente ha aggiunto anche che ci sono diverse idee per attirare l’interesse dei giovani, quali la creazione di una radio in streaming, di una sezione dedicata alla fotografia e una al modellismo. Sui tagli ai finanziamenti dovuti alla crisi, Pellizzer ha dichiarato che a suo parere andrebbe rivisto il modello di ripartizione dei fondi UI verso le Comunità. Modello che si dovrebbe basare sul supporto e la valorizzazione di quelle attività che sono più in linea con gli indirizzi programmatici dell’UI e della CNI di Croazia e Slovenia.

Sandro Petruz

157 – Corriere della Sera 07/03/12 Anna Maria Mori: Il ricordo dell'infanzia in un sacchetto di bottoni

Il ricordo dell'infanzia in un sacchetto di bottoni

di ISABELLA BOSSI FEDRIGOTTI

Le case e le cose: accessori caduchi — si sa — delle vite degli uomini e delle donne. E chi si attacca alle case e alle cose viene facilmente bollato come sciocco se va bene, altrimenti come avido e gretto. E se l'amore per le case riesce ancora a trovare più facile comprensione, quello per le cose è quasi imperdonabile. Ma c'è attaccamento e attaccamento, s'intende leggendo il nuovo libro di Anna Maria Mori, L'anima altrove, nel quale la scrittrice rinnova il ricordo della sua infanzia in Istria, della sua fuga assieme alla famiglia, del destino simile di molti amici e parenti, della perdita irreparabile che ha segnato l'anima di tutti quanti.
Case abbandonate, espropriate, requisite, rovinate, spesso distrutte, e cose — mobili, soprammobili, tappeti, lampade, abiti e giocattoli — a volte lasciate indietro, a volte portate con sé nella fuga ma poi sparite, rubate, volatilizzate, diventano nella memoria di chi è costretto a prendere l'amara strada dell'esilio, parti essenziali di un'esistenza, componenti dell'anima, per così dire, senza le quali si rischia di perdere identità. O si ha la sensazione di perderla, il che si equivale.
Né importa che altrove poi si finisca, bene o male, per trovare una nuova sistemazione, magari più bella e funzionale, e che le suppellettili siano impeccabili: resterà sempre il lutto per le cose scomparse che avevano arredato il tempo dell'oro, della speranza, della fiducia. Si può definire questo lutto, questa inestinguibile nostalgia per una vita migliore, nel luogo degli affetti e delle radici come vile, avido attaccamento alle cose? Anche chi non ha vissuto l'esperienza dell'esilio può comprendere che là dove tutte le certezze sono perdute una cassapanca, una poltrona, un lume, un vaso, perfino le federa di un cuscino possono aiutarci a definire almeno un poco chi eravamo e chi siamo.
Non è il culto degli oggetti: è il bisogno che l'uomo ha di non strappare il filo della memoria, di poter vedere e toccare un manufatto, pur senza alcun valore commerciale, riconoscendolo come parte di una vita che non si può e non si vuole dimenticare, pena, a volte, l'incapacità di adattarsi a una nuova esistenza. Ma non ci possono essere le fotografie per questo? Ci vuole proprio una poltrona, un quadro, un — brutto — vaso di cristallo? Sì, ci vogliono — le foto, si sa, sconsolano — e il benefico talismano può essere anche molto meno di un vaso o della federa di un cuscino. Un sacchetto pieno di bottoni, per esempio, come quello che ha accompagnato l'esilio della famiglia Mori, dove ciascuno, di osso, di stoffa, di metallo, di cuoio o di madreperla, rievoca un abito, l'occasione per la quale è stato fatto e la persona che l'ha indossato; e dove tutti insieme riflettono un barlume dei beati anni di quando il mondo era ancora in ordine.
Il libro: Anna Maria Mori, «L'anima altrove», Rizzoli editore, pagine 215, 17,50

158 - Il Giornale 09/03/12 Pahor negazionista sulle foibe e l'esodo La storia gli dà torto

Pahor negazionista sulle foibe e l’esodo La storia gli dà torto


Lo scrittore sloveno di cittadinanza italiana sminuisce la tragedia e critica i capi di Stato da Ciampi a Napolitano. Una lunghissima serie di errori dettati dall'ultranazionalismo


di Riccardo Pelliccetti –

Un affresco affascinante del Novecento sui confini orientali dell’Italia, in cui episodi storici, vicende personali e fonti di parte sono gli ingredienti abilmente mescolati per un minestrone di sentimento anti italiano. Non ci sorprende più di tanto Boris Pahor né il suo ultimo libro Figlio di nessuno (con Cristina Battocletti, Rizzoli), un’autobiografia a tratti romanzata e a tratti forzosamente piegata proprio a quel sentimento che gli fa dipingere quasi con orrore un secolo d’Italia a Trieste. A partire da quel 4 novembre del 1918, giorno del ricongiungimento della città giuliana alla madrepatria, che l’autore, sloveno di Trieste, legge come una condanna per il suo popolo, tanto da tessere gli elogi di tutti coloro che combatterono nelle file dell’esercito austriaco contro l’Italia.


Nazionalismo esasperato. Questo sarà il leit motiv di tutte le pagine, anche le più drammatiche, che lo vedono detenuto come prigioniero politico nei campi di concentramento nazisti in Germania. Anche se è lui stesso a ricordare che, grazie alla conoscenza delle lingue, diventò un interprete e non patì la fame e i maltrattamenti riservati agli altri internati. D’altronde dopo l’8 settembre ’43 militò nel Fronte di liberazione nazionale jugoslavo ed entrò in contatto con diversi esponenti comunisti d'oltreconfine.


Ma è particolarmente interessante la sua descrizione di Trieste «liberata il 1° maggio 1945 dall’esercito jugoslavo». La città, scrive Pahor, ha sentimenti opposti: «Noi sloveni eravamo felici, gli italiani erano divisi». Peccato che l’autore non avesse vissuto quei giorni nel capoluogo giuliano, ma ben lontano dalla città: in un sanatorio a pochi chilometri da Parigi.


Nel 1954, dopo nove anni di occupazione militare alleata, Trieste viene restituita all’Italia e Pahor racconta con risentimento le manifestazioni di giubilo in città e quando nelle strade la gente canta «le ragazze di Trieste» si sente offeso, minacciato. Lui, comunista non allineato, che ha abbracciato con ardore le mire di Tito, prima fra tutte fare di Trieste la settima repubblica jugoslava. Una ferita che non si rimargina, tanto da spingerlo a diventare un negazionista sulle foibe. E nell’ultimo capitolo del libro, assunto a testamento spirituale, Pahor si trasforma in un ultrà nazionalista. «Qualcosa ancora non quadra - scrive - se il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in occasione del Giorno del Ricordo del 2007, ha lamentato che la Conferenza di pace del 1947 ha commesso un’ingiustizia a rendere questi territori alla Jugoslavia. Ha dimenticato, il capo dello Stato, che in questi territori vivevano soltanto sloveni e che quindi la Conferenza di pace non ha fatto altro che ridare alla Jugoslavia, oggi Slovenia, i territori in cui hanno sempre abitato?». Vorremmo rispondere che è male informato, ma sappiamo invece che mente sapendo di mentire. Da dove sono scappati allora 350mila profughi? Nelle città costiere, da Fiume a Pola, da Zara a Capodistria, gli italiani erano addirittura maggioranza, ci sono gli atti ufficiali (che l’autore si guarda bene dal citare). E poi, dare del bugiardo a un capo dello Stato, per di più ex comunista…


Ma nella sua corsa a stravolgere i fatti Pahor non risparmia neppure Ciampi. «La volontà di contare tra le vittime delle foibe tutti i prelevati nel 1945 e addirittura di aumentarne il numero, come fece il presidente Ciampi nel 2002, che definì gli infoibamenti un Olocausto mi sembra un modo non accettabile di ricostruire la storia. In più, legare questa tragedia alla sorte degli esuli istriani non serve a fare chiarezza sui fatti». E poi si lancia a sostenere le tesi negazioniste. «Si cerca di tenere sempre alto il ricordo delle foibe, la tragica e disgraziata conclusione della Seconda guerra mondiale a Trieste, quando fu prelevato un numero non ancora certo di persone dall’esercito jugoslavo che aveva liberato Trieste nella primavera del '45 (…). Alcuni sostengono si tratti di cinquemila prigionieri, altri quattromila, mentre gli ultimi dati storicamente accertati parlano di tremilacinquecento persone, di cui solo una parte fu gettata nelle caverne carsiche».

Secondo Pahor, che abbraccia le tesi della storica negazionista Alessandra Kersevan, furono poche centinaia. «Poiché molti dei fermati, dopo un interrogatorio che aveva accertato la loro estraneità alle accuse, furono rilasciati». Anche qui viene allo scoperto il furbetto, che circoscrive la tragedia delle foibe e delle stragi a Trieste. Nel 1945, solo nel capoluogo giuliano e a Gorizia, i desaparecidos sono 5.700 (la lista completa dei nomi è contenuta nel volume Genocidio, curato dallo studioso Marco Pirina). Ma i massacri di italiani cominciano già dopo l’8 settembre 1943, quando con lo sbandamento del nostro esercito, i partigiani di Tito conquistano gran parte degli ex territori italiani in Istria e Dalmazia: le vittime sono tra 10 e 15mila.


L’autore poi cita il libro Borovnica ’45, in cui il campo di concentramento vicino a Lubiana sembra l’ufficio di un tribunale in cui i deportati, «se venivano riconosciuti incolpevoli erano lasciati in libertà». La verità è ben diversa, come dimostra un rapporto del 5 ottobre 1945 dei Servizi Speciali del Ministero della Marina italiana, che raccoglie le testimonianze dei sopravvissuti. Il vitto era composto da due mestoli di acqua calda con bucce di patata; bastonate, torture, fucilazioni per motivi futili sono la normalità quotidiana.

«Il 15 maggio 1945, due italiani lombardi, per essersi allontanati circa 200 metri dal campo, furono richiamati e subito martorizzati col seguente sistema: presi i due e avvicinati gomito a gomito, li legarono con un filo di ferro fissato per i lobi delle orecchie precedentemente bucato a mezzo di un filo arroventato. Dopo averli in questo senso assicurati, li caricavano di calci e pugni, fino a che i due si strapparono le orecchie. Come se ciò non bastasse a pagare il fallo, furono adoperati quali bersagli per allenare il comandante e le drugarize (partigiane titine ndr), colpirono i due con molti colpi di pistola, lasciandoli freddi sul posto...»: è una delle testimonianze sulle violenze nel lager. Su tremila internati, solo un migliaio sono tornati in Italia.


Tutto questo non incrina le certezze del nostro Pahor che, dopo aver espresso una sorta di ribrezzo per il Giorno del Ricordo, invita tutti a dare una ripassata alla storia, alla sua storia naturalmente. «Dimentichiamo, ricostruiamo una nuova vita comune, ma solo dopo aver spiegato come è andata la storia dal 1918 al 1945». In poche parole: i criminali siamo noi italiani.

159 - Left Avvenimenti 09/03/12 La verità sui profughi dalmati

Vitali invita a non lasciare alle destre lo scavo di passi bui della nostra storia

LA VERITÀ SUI PROFUGHI DALMATI

di Filippo La Porta

Dotato di una visionarietà quasi dantesca, è un romanzo potente, I morti non serbano rancore. Parliamo di foibe e dell' avventurosa storia del Capitano Goretti (pubblicata da Gaffi) di Nando Vitali, napoletano. Due sono i "fuochi" della narrazione: la storia del Capitano Goretti che combatté, dopo essere stato in Etiopia, contro i partigiani di Tito per un ponte fra Trieste e la Jugoslavia (e il suo ritorno avventuroso a casa), e poi Napoli, città porosa, vulcanica, terminale. La storia del Capitano è raccontata dal di lui figlio, ora cin-quantatreenne, ma come ispirato e segretamente guidato dalla sorella Marianeve, morta di malattia piccolissima. E sarà lei a raccontargli, dalla cornice di una foto sul mirro, l'esperienza picaresca del padre (tra la spietatezza della guerra e l'amore per Ivan-ka, tra desiderio di vendetta e voglia di oblio, con quella figura di "nemico", Erick il Rosso) e l'avventura delle foibe, il «mistero italiano di cui non riuscivano a parlare nemmeno i protagonisti». In quella «orrida caverna, nella crepatura della terra, i morti respiravano ancora...», con la loro «nostalgia della luce». Questa parte può essere utilmente letta come un reportage accurato intorno a una realtà «troppo a lungo negata», come si è espresso recentemente il Presidente della Repubblica Napolitano. Le cifre sono impressionanti: quattromilacinquecento morti a Trieste, settecento a Gorizia, cinquecento a Fiume, e tanti altri... (con il silenzioso assenso di Palmiro Togliatti, allora segretario del Pci, che invitò i triestini a trattare i profughi dalmati poco meno che come criminali). E aggiungo che mi sembra scandaloso aver lasciato da allora il "monopolio" di quegli eventi a una destra totalitaria, anti democratica e perlopiù becera (dai partigiani titoisti venne ucciso, tra gli altri, anche il fratello di Pasolini, partigiano azionista contrario all'annessione alla Jugoslavia della Venezia Giulia). Ma affrontiamo l'altro grande tema del romanzo, o se volete l'altra nekuia (la discesa nel regno dei morti), e cioè Napoli, che raramente è stata ritratta, nella narrativa recente, con tale forza espressiva e intelligenza antropologica. Quando Goretti torna nella sua città prova paura per le «zoccole», per i topi dilaganti: «Resistevano a tutto. Freddi e pensierosi. Riempivano lo spazio in un prodigio di atomi...». Memorabile il capitolo sui combattimenti dei cani (pitbull), nell'androne di un palazzo abbandonato dopo il terremoto del 1980, dove si susseguono cortili, stanze, cornicioni, balconi con i fiori di basilico. Così descrive la scena Nando Vitali: «Desolazione e una certa allegria improvvisata e millenaria. Napoli mi appariva così bella e affollata di miseria e canaglieria... ». In un'altra pagina l'io narrante confessa il suo amore-odio per quella città che «si prestava bene alla finta grandezza». Dove si coglie benissimo la verità indicibile e quasi nascosta in superficie di Napoli: e cioè il fatto che la radice della vitalità e della corruzione, della miseria e dell'allegria, è esattamente la stessa. Il che non dovrebbe evidentemente indurci al fatalismo. Il problema è allora capire in che modo quella energia tellurica, barbarica, possa essere tanto non governata (impresa impossibile) quanto alchemicamente trasformata in energia civile, in una creatività virtuosa.

160 - Osservatorio Balcani 09/03/12 - Onorato Bonić: Goli Otok e le due isole

Goli Otok e le due isole

Loris Brunello

Le memorie di un internato nel campo di concentramento titino divengono tesi di laurea e racconto del Novecento europeo. La storia di Onorato Bonić, tra Goli Otok e Lussino

Un’isola spoglia e sassosa colpiva la fantasia di un ragazzo che, negli anni cinquanta e sessanta del Novecento, frequentava quei luoghi. Era Goli Otok, poco al largo della costa dalmata, tra l’isola di Veglia (Krk) e quella di Arbe (Rab).

Dopo mezzo secolo, il ragazzo di allora incontra Onorato Bonić, un uomo che in quell’isola è stato recluso e costretto ai lavori forzati, alle umilianti pratiche della "rieducazione" e alle angoscianti esperienze di brutalità, violenza e morte che hanno colpito un'estesa area del dissenso politico nei confronti del partito comunista jugoslavo e della sua guida carismatica, il maresciallo Tito.

Dalle memorie scritte e orali di Onorato nasce la tesi di laurea che, leggermente rimaneggiata, trovate qui riproposta nel testo "Le due isole".

Goli Otok e Lussino

Le due isole sono rispettivamente Goli Otok e l’isola di Lussino, nella quale si trova Nerezine, paese natale di Onorato Bonić.

Il lavoro non si sofferma molto sui fatti storici nazionali ed internazionali che hanno dato luogo alla rottura tra la Jugoslavia titina e il Cominform, il movimento comunista internazionale egemonizzato da Stalin. La narrazione si occupa più della "piccola storia", quella delle persone comuni che vivono sulla propria pelle le conseguenze delle scelte altrui e pagano, spesso con un prezzo molto alto, per ciò che altri decidono e fanno.

Le due isole

Leggi il testo di Loris Brunello Le due isole

Le due isole sono anche simbolo rispettivamente del bene e del male. Queste due isole infatti, opposte e complementari, nella loro lotta e vicendevole negazione si affermano come simboli possibili del comportamento umano: Lussino, la terra della nascita, degli affetti, dell’amicizia e del lavoro e Goli, inferno concentrazionario, isola dell’infamia e dell’arbitrio.

Lo studio inizia con alcuni spunti di storia, e in particolare di storia sociale ed economica, che servono a descrivere l’ambiente paesano ed insulare di Nerezine e di Lussino. Non poteva mancare una analisi del ruolo avuto dalla dominazione italiana tra le due guerre sulle isole quarnerine. "C’era stata un’azione preordinata di lacerazione d’antichi rapporti, una rottura degli equilibri ad unico supporto dell’elemento italiano nella sua veste arrogante e oppressiva mettendo prima in discussione e poi al bando caratteristiche che appartenevano alle identità stesse di quelle popolazioni."

La vita di Onorato Bonić

Nel dopoguerra, e nella nuova Jugoslavia, Onorato si iscrive e milita nel partito comunista e attraverso complesse vicende finisce come dissidente a Goli Otok. L’esperienza, che lo segna per tutta la vita, viene comunque acquisita come un grande insegnamento.

Afferma Onorato: "La mia vita non sarebbe stata così bella ed interessante se io non fossi stato a Goli Otok. E’ proprio perché sono stato lì che ho imparato a ricercare i sentimenti umani, l’amore reciproco tra le persone e a non odiare. Intendo dire non odiare le persone e quindi anche le persone che mi hanno fatto da guardiani e da aguzzini.

Ho imparato ad odiare solo il sistema, quello sì, e per odio intendo la volontà di combatterlo ed impedirlo. Tutto ciò non significa sopraffazione delle persone, ma solo il rifiuto di un sistema e la determinazione a contrastarlo per il bene proprio e degli altri."

Il desiderio di Onorato Bonić che le sue memorie fossero in qualche modo conosciute e divulgate è stato dunque raccolto, con la convinzione che "se i ricordi non vogliono essere vani devono continuare a vivere nelle generazioni e negli intelletti".

161 - Il Piccolo 09/03/12 Lettere - Beni abbandonati, il dietrofront croato sugli indennizzi

Beni abbandonati, il dietrofront croato sugli indennizzi

LA LETTERA DEL GIORNO

Non posso e non voglio credere che una lettera su segnalazioni possa in parte compromettere gli ottimi rapporti tra Croazia ed Italia, e quindi fuori il rospo. Nella vicina Croazia, da quello che ho letto ultimamente, stanno pensando di cambiare la loro legge sulle proprietà immobiliari. Complimenti, sono ancora in tempo! Veniamo al nostro caso.

Un mio amico, originario di quelle parti, aveva presentato domanda di indennizzo dei beni abbandonati già nel lontano 2002 , facendo tutto quello che andava fatto : tribunale, uffici, file interminabili ed incartamenti necessari. Pareva che il "dossier" fosse completo. Nessuna lamentela od osservazione negativa da parte degli impiegati dei molteplici uffici e del tribunale, per possibili carenze ed inesattezze; così mi ha assicurato.

A fine gennaio del corrente anno gli è caduta sul capo la classica tegola. Una raccomandata non del contenuto sperato, attesa da tempo , vorrei dire da diversi anni, del governo croato gli annunciava il respingimento della sua domanda di risarcimento, con delle motivazioni che rasentano l’assurdo.

Dopo una telefonata all’Unione Istriani, è venuto a conoscenza che il governo croato sta mandando una miriade di queste lettere ai futuri "mancati beneficiari" dei loro beni confiscati. Analizzando quello che sta accadendo si può evincere che il comportamento del governo biancorosso scudettato sia quanto meno discutibile, e non voglio andare oltre.

Cosa è successo recentemente ? È stato confermato che la Croazia dal 2013 farà parte dell’Unione Europea e così i loro responsabili, forti di questo autorevole e definitivo consenso dato anche dopo le rassicurazioni necessarie, hanno fatto retromarcia sul tema dei beni abbandonati. Avranno bellamente pensato: l’Ue, per un simile problema, non può certamente rimangiarsi l’ok alla nostra entrata nel club europeo! Procediamo unilateralmente e cominciamo a tagliare , prima di entrare nell’Ue, gli interessi degli stranieri italiani, poi si vedrà!

Mi pare che questo comportamento dei croati sia di una disonestà disarmante e che le scuse adottate per negare i risarcimenti siano frutto di uno studio mirato, partorito da lungo tempo e pensato di renderlo operativo dopo aver avuto la conferma di essere stati ammessi nell’unione europea. Indietro non si può tornare e cambiare le carte in tavola si può ancora fare, avranno supposto, alla faccia di coloro che saranno prossimamente loro partner nel sempre più vasto "stato unionista europeo". Complimenti per queste "sagge " decisioni, ed ai miei si uniscono anche quelli del mio amico mancato beneficiario dei " suoi beni immobili" in Croazia, che ha minacciato, velatamente, di ricorrere in un prossimo futuro alla suprema corte dei diritti civili di Strasburgo, per avere ciò che gli spetta per "diritto" e non per regalo.

Pino Podgornik

162 - La Voce di Mantova 09/03/12 Lettere - Sulle foibe un'informazione non corretta

Tito in Trieste rimase 40 giorni compiendo omicidi efferati e infoibamenti di inermi italiani, non solo fascisti

Sulle foibe un'informazione non corretta

Signor Direttore, il problema di una corretta informazione sul dramma delle foibe, a mio parere, non può e non deve prescindere da una valutazione dei precedenti storici nei rapporti fra Italia e Jugoslavia e, pertanto, risulta riduttivo fondare il tutto per una rivalsa politica e militare degli slavi rossi sui neri italiani. Già l'Italia, alla fine della prima guerra mondiale, fra le nazioni vincitrici, aveva capito di riscuotere minori simpatie della Jugoslavia perchè accusata di scarso impegno militare e di "cieca ingordigia", insistendo sulla pressante richiesta di Fiume che l'accordo di Londra aveva assegnato alla Croazia. La questione di Fiume assunse un'importanza simbolica assai maggiore di quella intrinseca per l'Italia, quando il poeta D'Annunzio se ne impadronì con una spedizione il 12 settembre 1919. Dopo molte polemiche la soluzione del problema fu lasciata ad un accordo diretto fra Italia e Jugoslavia, le quali trascinarono la questione fino al 1924, anno in cui gran parte della città di Fiume andò all'Italia, che precedentemente si era aggiudicata anche Zara e Lagosta, rinunciando così alle più ampie aspirazioni alla Dalmazia, a cui si riferiva il trattato di Londra.

Da questi precedenti si può intuire che, al termine della seconda guerra mondiale, che vide l'Italia sconfitta, nella Conferenza dei ministri degli esteri tenutasi a Parigi nel maggio/giugno del 1946, nel Trattato di pace italiano il punto che doveva condizionare tutti gli altri era senza dubbio quello del confine orientale tra Italia e Jugoslavia. In sostanza, la Conferenza di Parigi costituì il passaggio dalla "Grande Alleanza" (USA, URSS, Gran Bretagna, Francia) alla "guerra fredda": gli opposti schieramenti {USA-GJJ.-Francia da una parte e URSS dall'altra) cercarono di precostituirsi le migliori posizioni per lo scontro finale. In questa ottica va interpretato lo svolgimento di una risoluzione definitiva fra il comunista

Tito vincitore e la debolissima Italia, tenuto conto che Tito, alla fine del conflitto, era un alleato fedele di Stalin, il quale, nell'aprile del 1945, secondo un'attendibile testimonianza, avrebbe detto a Tito che la guerra appena conclusa era diversa da tutte quelle del passato: "Chiunque occupa un territorio gli impone anche il suo sistema sociale, fin dove riesce ad arrivare il suo esercito" (da Milovan Gilas-"Conversazioni con Stalin"-Milano 1962). Infatti Tito riuscì ad entrare in Trieste e rimanervi per 40 giorni, compiendo omicidi efferati ed ininfoibamenti contro inermi italiani, non solo fascisti. È doveroso dire che partigiani italiani, in accordo con quelli slavi, tendevano alla soluzione staliniana. L'eccidio della brigata "Osoppo-Friuli", composta da partigiani non comunisti italiani, da parte di partigiani comunisti italiani, agli ordini dell'XI corpus sloveno, è ben noto come eccidio della malga Porzus. Ma in tutto questo giocava certamente il ruolo della Resistenza che, anche se fu un movimento molto attivo, era una presenza minoritaria. La stessa Repubblica Sociale di Salò riuscì a trovare consensi, soprattutto nei settori della borghesia urbana. Lo storico Canapini documenta il successo del prestito pubblico lanciato dalle autorità repubblicane nella città di Milano, al punto che di esso dovette poi essere riconosciuta la validità dai governi dell'Italia democratica. Occorre dire che il tracollo dell'esercito italiano dopo l'8 settembre '43 e di quello tedesco non favorì certo una difesa sia pur minima della popolazione istriana e dalmata. Molti comandanti, fra i quali il potentissimo gen. Wolff, generale della polizia tedesca per l'Alta Italia, che accompagnò Mussolini in uno storico viaggio a Cavriana l'11 marzo 1945 per l'inaugurazione di una cooperativa di consumo, era già in contatto, in Svizzera, con i servizi inglesi, per una resa indolore. Infine si può dire che il Trattato di pace con l'Italia costituiva una preziosa occasione, da parte dell'Unione Sovietica, di sfondamento verso Occidente, ma il ministro Molotov, che avanzò richieste assai pesanti, si accontentò poi di soluzioni più modeste: ci si accorse che per i sovietici nessun punto del trattato italiano rivestiva un interesse fondamentale. Secondo alcuni studiosi, ogni considerazione che vedesse la soluzione della questione giuliana connessa al successivo contrasto fra URSS e Jugoslavia, è poco attendibile. Nella impossibilità di un accordo fra le tesi americane, favorevoli all'Italia e fondate sul confine etnico e quelle sovietiche che ri-conducevano i confini italiani al 1S66, si giunse ad un compromesso, consistente nella creazione del Territorio libero di Trieste. L'opinione pubblica italiana e la classe politica erano poco convinte di questa soluzione che, però, non accoglieva integralmente le richieste jugoslave.

Il governo italiano, retto da De Gasperi, non volle intavolare trattative col governo jugoslavo; solo Togliatti, non ancora impegnato politicamente nell'esecutivo, nel novembre 1946, andò a Belgrado, ma le sue tesi risultarono piuttosto lacunose, soprattutto per la cessione di Gorizia. D10 febbraio 1947 venne firmato il Trattato di pace a Parigi e De Gasperi ottenne solo di rinviare la questione giuliana. Gli Stati Uniti, per chiudere provvisoriamente la questione, fecero sapere che accordi diretti fra Italia e Jugoslavia, non avrebbero modificato i termini raggiunti dalle grandi potenze. Era iniziata la "guerra fredda" ed era già calata la "cortina di ferro": l'Italia da una parte e la Jugoslavia dall'altra.

Iniziò così l'esodo dei profughi giuliani e dalmati verso un'Italia che non sapeva o non voleva accettare una sconfitta, che non era solo militare ma era soprattutto morale. Non derivò un silenzio "tombale" che, dal punto di vista storico, e non solo, lascia ancora oggi una ferita aperta.

Angelo Zenti

163 - Secolo d'Italia 03/03/12 L'Esodo fiumano in un graphic novel, "Palacinche", racconto commovente e delicato di una ragazzina esiliata

L'ESODO FIUMANO IN UN GRAPHIC NOVEL

"Palacinche", racconto commovente e delicato di una ragazzina esiliata

Roberto Alfatti Appetiti

Può un viaggio durare dodici anni? E soprattutto può definirsi "viaggio" la migrazione forzata, l'essere costretti ad abbandonare casa, luoghi e affetti con una macchina da cucire e qualche coperta come bagaglio? A queste ed altre domande prova a rispondere Palacinche. Storia di un'esule fiumana (Fandango, pp. 186, € 18), diario personale immerso in una tragedia collettiva, raccontato attraverso un'originale patchwork di disegni e immagini che mescola con risultati sorprendenti il linguaggio del fumetto con quello della fotografia. Le matite sono di Alessandro Tota, trentenne barese "emigrato" a Parigi, artista con all'attivo due notevoli graphic novel, Yeti e Fratelli, entrambi editi in Italia da Coconino. A scattare le foto è Caterina Sansone, fiorentina di un anno più giovane, sua compagna di vita e figlia di Elena, la vera protagonista della storia, la cui testimonianza rappresenta il "timone" del libro. Nata a Fiume nel 1942 da madre croata e padre italiano, Elena ha appena otto anni quando lascia la città che, dopo la seconda guerra mondiale, è stata annessa alla ex Jugoslavia. Il suo nuovo nome croato, Rijeka, altro non significa che fiume.

È

il 27 dicembre del 1950 e l'insofferenza dei comunisti slavi nei confronti degli italiani non accenna a dirmnuire. La pulizia etnica continua. Cresce il numero degli assassinati, di coloro che spariscono improvvisamente nel nulla. Una condizione insostenibile: «Non ti volevano e allo stesso tempo non ti lasciavano partire». Non c'è da mangiare, Elena si ammala, non rimane che partire con passaporto valido - si badi bene - solo per l'andata. Come ha detto Ottavio Missoni, sindaco "onorario" del Ubero Comune di Zara, nato a Ragusa da padre di origine giuliana e madre dalmata, «siamo diventati esuli permanenti perché l'emigrante almeno può consolarsi sognando di tornare nel suo paese, mentre a noi anche questo sogno ci è stato tolto».

La prima tappa è Trieste, poi il campo smistamento profughi di Udine, Palermo, il Parco di Capodimonte, Bagnoli, Napoli e infine Firenze, attuale luogo di residenza di Elena. I due autori hanno compiuto questo tragitto a ritroso, procedendo da nord a sud. Seguendo le tracce della memoria di Elena hanno visitato, fotografato e disegnato i

luoghi dove, oltre mezzo secolo prima, erano stati allestiti i campi profughi. Se il racconto a fumetti di questa sofferta e colpevolmente rimossa pagina di storia italiana è senz'altro unico, lo è ancor di più l'indagine da loro svolta sull'esperienza umana dell'esilio, con cui hanno messo a nudo stati d'animo, momenti d'mtimità, pensieri e sensazioni di una famiglia come migliaia d'altre. Lo hanno fatto senza tacere nulla ma con commuovente delicatezza, conciliando il rigore documentaristico con una sdrammatizzante ironia che ricorda quella con cui John Fante ha celebrato le "epiche" vicissitudini degli italiani d'America. Tota non a caso è un "fantiano" e, per quanto si esprima col fumetto, non nasconde di puntare dritto al pubblico dei lettori di romanzi.

«Non volevamo fare un drammone strappalacrime ma qualcosa di leggero e piacevole - ha spiegato il disegnatore pugliese - perché questa gente ha saputo reagire alla propria situazione, non si sono lasciati andare». Più indigenti che poveri, relegati in baracche fatiscenti, sradicati dalle proprie terre, costretti a cambiare abitudini sociali e persino alimentari, hanno accettato rinunce di ogni genere ma mai hanno rinunciato alla dignità, proprio come i nostri emigrati d'oltreoceano raccontati. «Le donne non vestivano mai di nero - rivela Elena - perché dicevano: già stiamo in una situazione difficile, dobbiamo pure noi vestirci di tristezza? Allegria, piuttosto».

Ed è questo anche l'approccio degli autori, evidente già nel titolo scelto per il graphic novel. Le palacinche sono frittelle il cui nome si pronuncia allo stesso modo da entrambi i lati del confine. «Si tratta di un piatto - sottolinea la Sansone nelle prime pagine del libro - che insieme a canti, proverbi e ricordi ha attraversato la frontiera come parte del bagaglio culturale di un popolo in esilio. Meglio partire da qui, da un gioioso ricordo d'infanzia, per attraversare la memoria dell'esodo».

Ricordi non sempre piacevoli. Che neanche il tempo e il sudato benessere, raggiunto decenni dopo, può cancellare. «Quando a casa a Firenze si staccava il lampadario per pulirlo, mamma non riusciva a sopportare la vista della lampadina nuda, penzolante dal soffitto, perche le ricordava la baracca». Perché di baracche parliamo, quelle del campo profughi del bosco di Capodimonte. Per oltre dieci anni fu la loro casa. Il campo era stato costruito nel 1947 utilizzando le baracche servite come alloggi alle truppe del comando militare inglese e furono assegnate all'associazione profughi giuliani. Senza gas e con i fili elettrici che volano tra i rami provocando spesso incendi. Sfidano le fiamme per salvare i documenti: se avessero perso quelli attestanti la sia pur precaria qualifica di profugo sarebbero diventati semplicemente nessuno. E siccome nel nostro paese non c'è niente di più definitivo del provvisorio, il campo è stato smantellato solo nel 1991 e demolito nel giugno dell'anno successivo. A loro è andata meglio: «Entrarono nel bosco nel 1951 e fecero domanda per una casa popolare, ma la ottennero solo dieci anni dopo». L'accoglienza non è sempre delle migliori, i pregiudizi non favoriscono l'integrazione e il loro tenore di vita - come riferiscono disegni e fotografie - è men che modesto. E poi non sembrano neanche italiani, non mangiano pizza, mischiano la pasta con le minestre e persino la lingua sembra diversa. A Napoli - dice Elena - quando uno è straniero è considerato francese e loro, per i più, rimangono francesi. Ciononostante cercano di mantenere vive le tradizioni. Dal campanile della Chiesa del campo rintoccano "le campane di Fiume", organizzano gare di tiro alla fune, balli campestri e persino l'elezione della reginetta. E non c'è festa senza torta, sia pure solo di cartone. Certo non si può mangiare ma almeno avrebbero avuto la foto ricordo. Poto che sono arrivate agli autori ben custodite in una scatola di latta su cui c'è scritto: "Foto Elena".

La prima curiosità di Tota, nell'intervistare la suocera, è tesa a sfatare un consolidato luogo comune: gli italiani erano fascisti e, come tali, andavano eliminati. Lo era Guerrino, il padre di Elena? «No, anzi: da giovane leggeva Marx, ma cambiò idea quando vide i comunisti e in Italia votava Saragat, cioè i socialisti che, nel 1947, rifiutarono l'alleanza col Pei». La sua unica "colpa", pertanto, era di essere italiano. Nel 1962 ebbe un malore, ma il dottore arrivò solo dopo un giorno e mezzo. Troppo tardi. Quando dispose il ricovero d'urgenza, l'ulcera l'aveva già ucciso: aveva 47 anni Elena conoscerà il futuro marito Vittorio a Napoli nel 1963. Cinque anni dopo sono marito e moglie. Lui, ingegnere partenopeo, vince il concorso all'Anas di Firenze e insieme compiono l'ultimo tratto di strada: questo sì un viaggio, quello che li porterà verso una riconquistata "normalità". Il lieto fine non risarcirà Elena, anche se quest'opera a fumetti segna un'importante passo in avanti verso per la ricomposizione di un immaginario condiviso tra generazioni. Che si tratti delle sorti a tinte fantastiche di un gruppo di immigrati a Parigi, come in Yeti, o dei giovani sbandati e senza valori della Bari iper-realistica di fine anni Novanta ritratta in Fratelli, Tota non cede alla retorica e alla tentazione di veicolare un messaggio politico. Si limita a raccontare storie che, per quanto crude, non rinunciano a far intravedere spiragli di luce. Il che, in tempi bui come i nostri, non è poco.

164 - Il Piccolo 06/03/12 Le vittime titine nel pozzo degli orrori, all’interno della miniera di Huda jama giacciono dimenticati i cadaveri di 2.500 "domobranci" liquidati su ordine dell’Ozna

Le vittime titine nel pozzo degli orrori

All’interno della miniera di Huda jama giacciono dimenticati i cadaveri di 2.500 "domobranci" liquidati su ordine dell’Ozna

di Mauro Manzin

TRIESTE
La Slovenia ha scoperchiato un altro sarcofago della sua storia, ma ha lasciato il lavoro a metà. Sono passati tre anni, infatti, da quando i minatori di Trbovlje-Hrastnik hanno abbattuto l’undicesima intercapedine in cemento armato che sigillava il pozzo Santa Barbara della miniera di Huda jama nei pressi di Laško nel Nordest del Paese. Davanti ai loro occhi si è spalancato l’orrore: 432 cadaveri mummificati ammassati nell’enorme buco che hanno scosso anche le menti degli allenati medici legali presenti sul posto. Sono i resti dei "domobranci" massacrati nell’immediato dopoguerra dalle truppe di Tito. Ma tutto è finito qui. Un’esumazione scomoda che è stata bloccata.
Degli eccidi perpetrati a Huda jama finora esistevano solo alcune testimonianze (anche se tutti coloro i quali vivevano nei dintorni sapevano bene che cosa era successo). Una di queste è quella di un autista di camion che all’apposita Commissione governativa ha dichiarato di aver preso parte nel giugno del 1945 al trasporto dei "domobranci" dal campo di concentramento di Teharje alla miniera di Laško dove sono stati sommariamente fucilati. I camion hanno trasportato per sette notti consecutive i prigionieri davanti alla miniera, fino a quando questa non si è riempita di cadaveri.
Un conto sommario parla di 2.500 vittime. Solo nel 2008 l’apposita Commissione governativa ottenne le necessarie autorizzazioni per iniziare a scavare nel pozzo Santa Barbara. I lavori iniziarono a luglio ma dopo aver abbattuto il primo muro gli operai si sono trovati davanti a un ammasso di materiali inerti che ricoprivano il pozzo. Si misero a scavare e finalmente ora, dopo aver bucato ben undici suolette di cemento armato che sigillavano il "buco" si sono trovati davanti alla macabra scoperta. «Ho visto tante cose nella mia carriera - ha dichiarato il medico dell’Istituto di medicina legale di Lubiana, Jože Balažic - ma quello che ho visto nella miniera ha sconvolto la mia coscienza».
I medici legali hanno accertato la presenza di almeno 346 scheletri mummificati, ma effettuati i sondaggi del pozzo che è profondo 45 metri hanno chiarito che in tutto i cadaveri presenti sono 2.500. I cadaveri, soprattutto di maschi, presentano fori alla testa e sul corpo. Gli esperti ritengono che i prigionieri o sono stati ammazzati davanti alla miniera e poi buttati dentro, oppure gettati nel "buco" ancora vivi e poi ammazzati sistematicamente. Una tecnica che ricorda molto da vicino quella usata nelle foibe. Le ossa dei 346 cadaveri sono state raccolte e inumate in una fossa comune scavata davanti alla miniera di Huda jama.

E ora il governo Janša deve concludere le operazioni di recupero delle salme

Di fronte al pozzo della morte ora si chiede che il governo Janša (foto) concluda l’opera di estrazione di tutti e 2.500 cadaveri ancora presenti nel pozzo della miniera. Fino al 2010 la polizia ha svolto anche accurate indagini per sentire le testimonianze dei sopravvissuti e per vedere se fosse ancora in vita qualcuno che ha preso parte attiva nell’eccidio. Sono state interrogate 139 persone ma nessuna ha fornito una testimoninaza precisa relativa agli autori della strage. Non esiste neppure una documentazione della vicenda. È comunque provato che all’esecutzione sommaria ha preso parte il 1° battaglione della treza brigata Knoj sotto la diretta supervisione degli uomini dell’Ozna, pla polizia politica di Tito. Nella Huda jama ci sono i cadaveri anche di prigionieri croati e oltre ai detenuti di Teharje in essa vi sono stati gettati anche quelli del campo di prigionia di Stari piskr di Celje. Ma su quei morti dal 2010 è calato il silenzio. Ora la parola passa al nuovo governo.(m. man.)

165 - La Voce in più Storia e Ricerca 03/03/12 Recensione - Parenzo: Emergono passato, cultura e umanità di un angolo d'Istria illuminato dalla luce dei ricordi

Recensione: Guido Rumici, studioso dell'Adriatico orientale nel Novecento ha raccolto le memorie di Mario Grabar Garbari su Parenzo

"Parenzo nei ricordi"

Emergono passato, cultura e umanità di un angolo d’Istria illuminato dalla luce dei ricordi

di Kristjan Knez

Nella feconda attività di ricerca e pubblicistica di Guido Rumici, incentrata soprattutto sulle vicende meno note dell’Adriatico orientale nel Novecento, segnaliamo il volume "Parenzo nei ricordi. Memorie istriane di Mario Grabar Garbari" (A.N.V.G.D., Gorizia 2010, pp. 220). Si tratta di un insieme di interventi, note e memorie che portano il lettore a ritroso nel tempo nella città eufrasiana. Una parte dei contributi raccolti furono già pubblicati sul periodico semestrale dei parentini in esilio "In Strada Granda". Gli altri testi furono o preparati o abbozzati in previsione di elaborarli. Furono sviluppati grazie a Rumici che prese in mano i materiali e contemporaneamente iniziò ad intervistare Grabar Garbari in modo da ottenere quante più informazioni, specie sulla situazione durante l’occupazione tedesca e nel corso della liberazione-occupazione jugoslava nonché sulle motivazioni del suo esodo. Assieme iniziarono a confezionare il volume. L’autore però scomparve proprio nel corso della stesura. Rumici volle dare alle stampe quel corpo di memorie, in piena autonomia, confidando di interpretare correttamente quanto avevano convenuto a voce. Decise opportuno inserire in apertura una sintesi di alcune interviste fatte nel corso dei vari incontri in modo da colmare le eventuali lacune. Gli altri testi, invece, non hanno subito alcuna modifica, salvo piccoli interventi redazionali, e sono stati inseriti proprio quelli previsti da chi li aveva vergati.

Rumici che da sempre predilige le testimonianze orali e/o dirette delle persone coinvolte in un determinato periodo storico, ha accolto volentieri il compito di riunire e di preparare per la stampa i vari scritti di Grabar Garbari. A quest’ultimo era altresì legato da una lunga amicizia, pertanto la cura di questo libro è stata anche un omaggio alla sua memoria.

Una profonda cesura

Parenzo, proprio come altre località istriane, subì un cambiamento radicale. Nel secondo dopoguerra fu scossa alla base, per trasformarsi completamente nel giro di qualche anno. La città anche nei secoli passati aveva conosciuto delle cesure, si pensi solo ai flagelli della peste che nel XVII secolo l’avevano ridotta a una manciata di anime, la cui ripresa fu possibile solo grazie al successivo ripopolamento da parte della Repubblica di San Marco con genti di varia provenienza. Quanto avvenne sessant’anni or sono, però, ebbe delle conseguenze diverse e profonde. Oltre al venir meno della comunità ivi residente fu messo in atto un processo che rivoluzionò lo stato delle cose, che interessò sia le istituzioni sia i singoli individui, introducendo un sistema diverso, valori differenti, ma anche un idioma che non apparteneva a quel centro urbano e al contempo entrarono usi e costumi tipici di altri contesti. Per la prima volta nella secolare storia parentina i nuovi venuti non sarebbero stati assorbiti e attratti dalle consuetudini e da quell’insieme di caratteristiche – sebbene in minima parte quel fenomeno non venne meno, a riprova della forza rappresentata da un’identità specifica abbarbicata a quel suolo – che nel corso della storia aveva forgiato chiunque fosse giunto entro il perimetro cittadino, a prescindere dalla provenienza geografica.

L'assotigliamento degli autoctoni

E la popolazione autoctona, quella istro-veneta, assottigliatasi ai minimi termini con l’esodo, si trovò sempre più sola e per giunta guardata con sospetto e osteggiata dalle nuove autorità, almeno negli anni bui del lungo dopoguerra.

Negli scritti che presentiamo non si parla di quella condizione, dato che la famiglia dell’autore abbandonò Parenzo, bensì si propone un insieme di tasselli sulla città sino al termine del secondo conflitto mondiale, storie minime, di ogni giorno, che sono senz’altro importanti in quanto fanno rivivere, almeno virtualmente, i momenti vissuti da Mario Grabar Garbari e dagli altri suoi concittadini in quella località della penisola. Lo evidenzia lo stesso curatore nella prefazione, ricordando che "tali fonti possono peraltro rappresentare, come nel caso di Parenzo, uno strumento utile per iniziare una più articolata ricerca sul tema della società giuliana, nella convinzione che anche questi pochi tasselli possano aiutare, pur nella loro brevità e nella semplicità degli episodi descritti, a comprendere meglio il clima in cui questi uomini e queste donne vissero (e forse il più ampio mosaico delle vicende di un popolo successivamente lacerato e diviso dalla portata dei grandi eventi storici del Novecento).

Il volume contiene sia foto d’epoca, innumerevoli provenienti dall’archivio familiare, e cartoline messe a disposizione da varie persone sia immagini realizzate da Rumici le quali propongono scorci di Parenzo che lo arricchiscono e accompagnano il lettore attraverso le varie zone della città.

Origini e background dell'autore

La figlia Cristiana ha curato una nota biografica, riportiamo qualche elemento per meglio inquadrare Mario Grabar Garbari. Questi nacque a Trieste il 13 luglio 1927 da Luigi, originario di Pola, e da Evelina Sabatti di Parenzo. Trascorse l’infanzia nel capoluogo giuliano in cui i genitori gestivano una drogheria, successivamente si trasferì nella città istriana nella casa del nonno di via Marco Tamaro. Lì si diplomò all’Istituto magistrale (1945) e iniziò le prime collaborazioni con i giornali. L’anno dopo l’esodo aveva portato la famiglia a Palmanova. Qui sposò Emilia Bert e da quella unione nacquero i figli Cristiana e Francesco. Fu maestro elementare nella Bassa Friulana e ricoperse pure il ruolo di caposettore degli Affari Generali al Comune di Palmanova, con mansioni di responsabilità nei settori di commercio, economato e cultura, dal 1960 sino al pensionamento avvenuto nel 1989. Fu cronista per vari fogli: "Il Piccolo", il "Messaggero Veneto", la "Gazzetta dello Sport", "Stadio"; per le cronache sportive collaborò con varie emittenti locali e nazionali, tra cui la Rai.

Fu direttore responsabile della rivista "La Plume", organo della sezione del mandamento palmarino degli alpini, e di "Stare insieme", dedicata alle attività comunali per gli anziani. E scrisse parecchio per "In Strada Granda" il periodico dei parentini in esilio in cui mise nero su bianco i ricordi legati alla cittadina abbandonata. Appassionato di sport, fu tra i fondatori della sezione "Veterani sportivi". Per le sue molteplici attività ricevette, nel 1989, il premio "Palma" e successivamente il "Triario dello Sport"; fu premiato anche per i cinquant’anni di attività giornalistica dall’Ordine regionale dei giornalisti del Friuli Venezia Giulia, fu insignito della carica di cavaliere della Repubblica Italiana, di quella di Cavaliere Ufficiale e di quella di Commendatore. Fu colpito da una grave malattia e in breve tempo si spense (6 febbraio 2009).

Liberazione o "liberazione"?

Particolarmente interessante è l’intervista proposta da Rumici la quale funge quasi da introduzione ai vari capitoli che compongono il libro. Come fu accolta la "liberazione" nella città eufrasiana? Mario Grabar Garbari rammenta che i partigiani jugoslavi entrarono in fila indiana in un completo silenzio, la gente, infatti, era chiusa in casa e non osava muoversi. Quella fu l’accoglienza riservata ai vincitori, che immediatamente avrebbero dato vita a una ferrea occupazione, con metodi illiberali sia nel periodo compreso tra la fine delle ostilità e il Trattato di pace del 10 febbraio 1947 sia negli anni successivi, che furono una delle cause prime dell’esodo che ridussero la componente italiana al lumicino. "Tutti noi si guardava da dietro le imposte delle case – così l’intervistato – e c’era un clima di terrore e paura generalizzato. I partigiani occuparono la città in poco tempo e riempirono le mura delle case di scritte inneggianti a Tito e alla Jugoslavia. Mio nonno si lamentò che gli stavano pitturando la casa e mandò via in malo modo il giovane partigiano pittore. Il nonno rischiò molto per il suo gesto e mio padre dovette andare a scusarsi con le autorità inventandosi che il nonno non era più completamente a posto con la testa. Era ovviamente una bugia per salvarlo" (p. 15).

Tinte forti e sfumature

Un clima di sospetto contraddistinse la vita di quel periodo, basti ricordare che anche nella squadra di calcio del Parenzo ad un certo punto entrò un croato di Zagabria, molto bravo con il pallone, l’unico in mezzo a soli italiani, soprannominato "Dinamo" come l’omonima squadra zagabrese; quei giovani scoprirono solo successivamente che quel nuovo compagno era in realtà una spia dell’Ozna. Nonostante il ruolo svolto non volle tradire quelli che nel frattempo erano diventati degli amici. "(…) un giorno "Dinamo" mi chiamò in disparte e mi disse a voce bassa che il mio nome figurava in un elenco di persone che sarebbero state arrestate per cui mi consigliava di scappare quanto prima in Italia" (p. 16). La sua "colpa" era riconducibile a una rimostranza evidentemente non gradita. Da questo episodio emerge palesemente come sia difficile dipingere tutto e tutti con tinte fosche, come spesso e volentieri accade. D’altra parte in quei frangenti non era inusuale trovarsi di fronte a situazioni di ogni tenore. Lo stesso Grabar Garbari ricorda che nel momento in cui si precipitò al Municipio di Parenzo per chiedere il lasciapassare per Trieste il funzionario altro non era "(….) che il mio istruttore ai tempi degli avanguardisti e che da Capomanipolo della Milizia era diventato poi uno zelante esecutore di ordini del nuovo regime di Tito" (p. 16). Ma anche questi sarebbe stato vittima di quel sistema.

Sull'isola Calva

Con l’incrinarsi dei rapporti tra l’Unione Sovietica e la Jugoslavia il medesimo fu accusato di essere un "cominformista" e come tanti altri finì a Goli otok. Fece ritorno a casa ma in condizioni pietose, colpito nel fisico e nell’animo.

Una testimonianza rilevante è anche quella relativa al passaggio della Commissione alleata. Le manifestazioni pro Jugoslavia e inneggianti a Tito, sotto la magistrale regia del regime comunista, dovevano fornire l’immagine di una popolazione schierata compattamente a favore dello Stato del maresciallo. Erano dimostrazioni pubbliche orchestrate, in cui si utilizzavano persone trasportate colà intenzionalmente, mentre gruppi di italiani "assistevano in silenzio per paura di conseguenze personali". A riprova della difficile situazione in cui vennero a trovarsi i connazionali, alla mercé di un potere oppressivo, riportiamo quanto il Nostro raccontò a Rumici. "Era quasi impossibile esternare in quel periodo in alcun modo la nostra volontà a favore dell’Italia. Guai a farsi beccare. Alcuni coraggiosi si erano dipinti le mani con il tricolore bianco, rosso e verde e aprivano le mani solo al passaggio dei membri della Commissione per far vedere che erano per l’Italia. Era proibito sventolare bandiere italiane a meno che non avessero avuto sopra la stella rossa come simbolo di adesione al regime di Tito. Sarebbe stata molto pericolosa qualsiasi altra forma di manifestazione filo italiana. Saremmo stati subito chiamati al comando dell’O.Z.N.A. che aveva il suo ufficio in Strada Granda e avremmo rischiato conseguenze inimmaginabili" (p. 17). Era un’ulteriore prova difficile sopportata da quella comunità, toccata profondamente dai primi infoibamenti dell’autunno del 1943 e dai successivi funerali avvenuti in Basilica il 13 dicembre di quell’anno, dopo la riesumazione avvenuta a Vines. "La gente era completamente affranta". Vi fu poi la dura occupazione nazista ("rammento con angoscia la volta che i tedeschi, dopo aver catturato e fucilato due partigiani istriani, decisero di lasciare esposti i loro cadaveri appesi ad alcuni lampioni di Parenzo, come monito alla popolazione" (p. 19)) ed i bombardamenti aerei anglo-americani, mentre dalla primavera del 1945 in poi una nuova stagione plumbea avvolse quella cittadina: deportazioni, sparizioni, uccisioni nelle voragini carsiche e un clima di terrore generale "furono fattori che alimentarono in seguito, a guerra finita, la volontà di molti parentini nel voler fuggire via dall’Istria" (p. 18).

Prima e Seconda guerra mondiale

Il primo capitolo, "Dalla prima alla seconda guerra mondiale", propone degli interessanti contributi storici che mettono a fuoco taluni aspetti della storia di Parenzo o legati a questa località che offrono elementi rilevanti anche per gli studiosi. Lo scritto dedicato all’idroscalo si sofferma sulla situazione nel corso della Grande guerra. Durante i primi giorni delle ostilità, le incursioni italiane dal cielo colpirono Pola, seguirono quelle austriache su Venezia e su Ancona. Dopo un attacco sulla città lagunare, un idroplano colpito dalla contraerea italiana con non poche difficoltà raggiunse Parenzo; il pilota che chiedeva della benzina per ripartire non poté ottenere alcun aiuto, alla fine il giovane ufficiale e l’aereo furono dirottati verso il porto militare dell’Impero al rimorchio di un natante. Per dare un riparo alle unità impegnate nelle azioni, fu deciso di erigere un hangar, contemporaneamente mutò la situazione della città la quale divenne strategicamente importante: furono collocate delle batterie di cannoni sull’isola di San Nicolò, un posto di radiotelegrafisti, un potentissimo riflettore e un cannone da 75 mm.

L’area entrò pertanto negli obiettivi militari, vari furono i raids da parte della regia marina, tra cui le incursioni dal mare di Nazario Sauro (1916) e quella della squadriglia ai comandi di Gabriele d’Annunzio (1917). Quegli attacchi misero a dura prova la popolazione civile la quale non disponeva di rifugi, tranne uno piccolo alle Tre Ville ma riservato per lo più alla guarnigione dell’idroporto. Intanto si giunse all’agonia dell’Austria-Ungheria. Il Consigliere aulico Lasciac abbandonava la città per Trieste a bordo dell’automobile della Dieta provinciale, inseguito dagli insulti e dalle sassate della popolazione furibonda. Gli ufficiali della guarnigione parentina non vollero sparare sui dimostranti, anche perché in buona parte erano boemi e quindi erano decisi a difendere la città con le armi. Al teatro Verdi i Parenzani si riunirono a consiglio, l’avvocato Tomaso de Vergottini chiese la nomina di un Comitato di Salute Pubblica e l’istituzione della Guardia nazionale. Le caserme furono saccheggiate degli stessi soldati della duplice monarchia e anche l’hangar delle Tre Ville fu abbandonato (31 ottobre 1918), nemmeno un mese più tardi, il 28 novembre, un incendio lo distruggeva completamente.

La rivolta di Cattaro e altre pagine

"Il parentino Antonio Grabar e la rivolta di Cattaro (1918)" propone le vicende dello zio dell’autore, uno dei quattro marinai dell’imperial regia marina che quell’anno furono fucilati in quanto capi della sommossa scoppiata l’1 febbraio e sedata grazie all’uso massiccio di forze di terra e di mare. Durante il processo tenutosi a Cattaro dal 7 al 10 febbraio 1918 da quell’I.R. Giudizio di guerra, divenuto Corte marziale, emerse che Grabar, presente sulla "Sankt George", aveva gridato all’ammiraglio Oscar Hansa: "Vogliamo la pace, non restiamo più qui, a bordo dobbiamo crepare, abbiamo troppo servizio senza ottener mai licenza, così non va più avanti. Non ci sono più rapporti. Qui siamo tutti eguali. A casa mia sono anch’io ammiraglio!". Non possiamo soffermarci su tutte le parti, ricordiamo che il volume propone anche i seguenti contenuti: "La Deutsche Torpedoboote S-63", "L’ultimo imperatore d’Austria-Ungheria eletto agli altari", "Le strane invenzioni di nonno Checo".

Le incursioni aeree

Grabar e Rumici si soffermano pure sulla "Storia dei bombardamenti di Parenzo". Il 9 giugno 1944 si registrò la prima incursione dal cielo e sino alla primavera del 1945 i bombardamenti furono complessivamente trentacinque i quali danneggiarono o rasero al suolo almeno 260 stabili. Parenzo era un obiettivo strategico perché colà arrivava la terra rossa ricca di bauxite che poi veniva caricata sulle navi per Marghera e da lì prendeva la via per gli altiforni dell’Italia settentrionale e della Ruhr. Il 25 aprile 1945 "(…) ci fu l’ultima incursione aerea su Parenzo, in cui ben undici quadrimotori, pilotati da esperti aviatori sudafricani, colpirono la città. Ricordo che in perfetta formazione da battaglia si divisero in due boxes a 10 mila piedi (circa 3200 metri d’altezza), colpendo praticamente il porto e buona parte della città vecchia. Dalla testa della Squadriglia lanciarono un enorme razzo bianco, segnale dell’attacco, poi piovvero le bombe e gli spezzoni in una tremenda serie di boati che sorpresero i parentini ancor rimasti in città. Venne distrutto il palazzo della Pretura in via Dante, dove si produsse un enorme cratere, e molte case furono letteralmente rase al suolo. Era di mercoledì e quel disastro si aggiungeva ai tanti delle precedenti incursioni. Disastro inutile dato che si trattava del 25 aprile ’45 e la guerra si stava concludendo con la vittoria degli Alleati" (p. 67).

Momenti indimenticabili

I contributi concernenti l’ultima fase del conflitto e l’immediato dopoguerra sono trattati anche in "Era di maggio quando gli Alleati si fermarono per non entrare in Istria" e "La vigilia di Natale del 1945: una brutta vicenda".

Il secondo capitolo, "Parenzo mia cara", propone i ricordi più personali, legati alla fanciullezza e alla gioventù trascorse nella città di San Mauro ma anche alla vita di quella collettività: "Via Tamaro, strada della nostra breve gioventù", "Ricordi del Circo ‘Zavatta’", "Carnevale, Pasqua e Pasquetta", "Ricordando quando si era fra i banchi delle elementari", "La battana con la croce uncinata", "La clapa de scojo", "I sapussi a scojo", "Un antico clan sparso ai quattro venti", "Ricordi del calcio parentino", "Non solo calcio e nautica a Parenzo", "Breve storia del canotaggio a Parenzo", "Dal ricreatorio alla grande boa", "La ‘cara Parenzana"’, "‘Amarcord’ con Marco", "Una giornata indimenticabile a Parenzo fra esuli e ‘rimasti’". Ci soffermeremo su questo scritto. Grabar Garbari ricorda il piacevole incontro avuto con l’archeologo Marino Baldini che illustrò alla sessantina di istriani residenti per lo più a Trieste e nel Friuli Venezia Giulia in generale gli ultimi scavi nel centro storico e con l’ingegner Musizza il quale portò il gruppo davanti all’Istituto magistrale nonché alla chiesa sconsacrata di San Francesco già sede della Dieta provinciale dell’Istria. Significativo il seguente passo che riproduciamo: "Ma al di là dei convenevoli, dei cròstoli e della malvasia, del pranzo a Fontane c’è stato quel contatto, magari piuttosto breve e temporaneo, che ha lasciato certamente in ciascuno di noi un segno profondo. Abbiamo capito, io credo, quanto bisogno ha quella gente di un sostegno morale, di un incoraggiamento a sostenere i diritti degli italiani in queste terre, per evitare un eventuale, secondo esodo degli elementi italiani, affinché non scompaiano per sempre dall’Istria, da Parenzo i segni di quell’italianità che il Sommo Poeta indicava nella Divina Commedia (…). Ora tocca a noi della diaspora dei 350mila esuli stendere una mano verso questi giovani, cresciuti in tempi terribili ma capaci di conservare intatte in più di mezzo secolo di persecuzioni la parlata istriana, la lingua e la cultura del nostro Paese". L’autore dello scritto evidenzia che per molti esuli queste posizioni sono difficili da accettare perché tra i persecutori vi erano anche persone che parlavano la stessa lingua, "eppure un giorno dovremo stendere quella mano, se si vorrà che quel lembo di terra istriana che non è più nostra, parli ancora il veneto, l’italiano dei nostri padri" (pp. 142-143).

Note e curiosità

Il capitolo terzo, "Storie antiche", propone alcune note sul passato della città e non solo: "Ricerche alla torre pentagona del Decumano", "A Marafor trovato il Cardo Maximus", "Il parco archeologico del ‘Loron’", "Quanti erano in Istria i leoni di San Marco?", "Il ‘sacco’ di Parenzo del 1354". Il capitolo quarto è dedicato invece ai personaggi: "Lucio Visintini, eroe dell’impresa di Gibilterra", "Albano Albanese, un azzurro dell’atletica", "Alida Valli, una star istriana", "Due spiriti eletti: Lina Galli e Biagio Marin", "Padre Flaminio Rocchi", "I Cuzzi di Parenzo", "Marco Tamaro, un giornalista che precorreva i tempi", "L’ingegner Gianpiero Musizza", "Ghigo Zanfrognini: maestro d’arte e di civiltà", "Un comandante con i ‘fiocchi’: Mario Di Giovanni", "Enea Marin, un grande amico ‘andato avanti’", "Il marchese Benedetto Polesini".

Una valenza mitologica

In appendice la figlia Cristiana sottolinea che "nei ricordi leggeri, in punta di penna, di mio padre, Parenzo ha sempre assunto una valenza mitologica. Depurata dai calcinacci dello scorrere quotidiano degli eventi, è diventata un’idea incorruttibile, una forma poetica velata dalla malinconia" e ancora "ci ha insegnato ad amare il nostro luogo d’origine, ad essere curiosi compartecipi degli avvenimenti belli o brutti che vi accadono, a studiare, ad indagare ogni angolo ed ogni pietra perché nascondono sempre tracce della nostra storia sconosciuta".

Una messe di notizie, di considerazioni, di appunti e di riflessioni grazie al lavoro certosino di Guido Rumici e al suo impegno ha trovato spazio in un volume che contribuisce alla divulgazione della storia, della cultura e dell’umanità di quell’angolo d’Istria.

166 – La Voce del Popolo 10/03/12 Cultura - Zara - Un teatro «nobile» all'altezza di una città ricca di spirito

ZARA, SULLE ORME DI UN'EREDITÀ ARTISTICA E CULTURALE PLURISECOLARE,
FRUTTO DI UN'AUTENTICA PASSIONE
Un teatro «nobile» all’altezza di una città ricca di spirito

ZARA – Fin dai tempi più remoti Zara è stata sempre una città di grande spirito artistico, improntata all’elevazione culturale e ciò perché i suoi cittadini sono stati degli autentici appassionati d’arte e di cultura. Tanto che, oltre un secolo fa, il periodico "Scintille", riportava: "A Zara non si frequenta il teatro soltanto per convinzione o per abitudine: lo si frequenta per passione". Non stupisce, pertanto, che gli inizi dell’arte teatrale siano collegati proprio con il capoluogo dalmata, come testimoniano già in epoca medievale i primi drammi liturgici e i giochi rituali dell’XI secolo, in lingua latina, mentre in seguito per le rappresentazioni si useranno sia il croato sia l’italiano.

COSTRUITO IL 10 MARZO 1783 La prima vera "casa" fu il Teatro Nobile, ovvero il "Plemićko (Plemenito) kazalište", costruito il 10 marzo 1783 in contrada Sant’Andrea, venuto a costare 3.000 zecchini. L’interno era lussuoso: dall’atrio due scale di pietra portavano verso le logge in cui c’erano 74 posti divisi in 4 file, da dove il pubblico guardava con entusiasmo drammi, commedie, performance musicali e opere, in maggior parte di artisti italiani, meno di quelli francesi o tedeschi. Il pubblico preferiva le opere liriche e quelle buffe, specialmente del Cimarosa, di Bellini, del Donizetti, del Rossini, del Mercadante, che arrivavano a Zara solo uno o due anni dopo la loro prima assoluta a Venezia o a Milano. Il pubblico zaratino dell’epoca non rispettava le regole di (buon) comportamento che vigevano negli altri teatri: era sfrenato, spesso si sentivano bestemmie, e tutto derivava dal temperamento dei cittadini e dal contesto sociale e politico.

REPERTORIO RICCO E VARIO Non si può fare a meno dal ricordare che il repertorio del Teatro Nobile consisteva in lavori di conosciuti musicisti italiani fra cui: Pietro Alessandro Guglielmi, i cui lavori eseguiti a Zara nel 1790 erano pieni di umorismo e naturalezza, come "La pastorella nobile"; di Domenico Cimarosa, che seppe introdurre una bella semplicità nei caratteri dei suoi protagonisti, ed è proprio questo che il pubblico del teatro applaudì nelle opere "La ballerina amante" (1791) e "I baroni di rocca azzurra" (1792/1793); di Giovanni Paisiello, artista di stile semplice e diretto, con un forte spirito, che nel 1794 eseguì l’opera "Nina" o "La pazza per amore"; di Gioachino Rossini, il cui "Il barbiere di Siviglia" fu proposto nel 1818, seguito due anni dopo da "Il Turco in Italia" e "L’Italiana in Algeri" e "Tancredi"; poi ancora Vincenzo Bellini, Giuseppe Gazzaninga, Giuseppe Sorti, Valentino Fioravanti, Gaetano Donizetti e tanti altri.

INIZI TUTTI IN ITALIANO Tutto ciò ci rammenta che in questo primo periodo gli spettacoli venivano eseguiti solo in lingua italiana, con un numero trascurabile di rappresentazioni in quella slava. Nell’anno 1821 il Teatro Nobile aveva in repertorio anche 55 drammi e opere, tra cui quelle di compositori locali come Antonio Strmić, Jerolim Alesani, Juraj Kraljić, Antun Sorkočević, Josip Rafaelli, nonché di autori stranieri con residenza in Croazia.


DIVINI INTERPRETI Vi calcarono le scene Ernesto Rossi, attore belloccio (per quei tempi) ed esuberante, con un repertorio super-eclettico come tutti i grandi divi del momento, ma apprezzato soprattutto come interprete shakespeariano; la cantante Giuseppa Canavega, apparsa da "prima buffa"; quindi il celebre caratterista zaratino Antonio Papadopoli, un giovanissimo Ermete Novelli e anche il cantante Angelo Bonifazi, meritevole organizzatore della vita musicale di Dalmazia. Nella storia del teatro di Zara si annovera la prima apparizione sulle scene della divina Eleonora Duse.

VITA INTENSA INTERROTTA 130 ANNI FA La vita del Teatro Nobile – che nel frattempo era diventato teatro della Società Filodrammatica Paravia – si spense nel 1882: dopo il disastroso incendio del Ring Theatar viennese, l’amministrazione austriaca ne decretò la chiusura per le carenze nel sistema di protezione antincendio. Nel 1919 lo spazio fu convertito in magazzino, per poi essere ricostruito in cinema varietà denominato Teatro Nazionale (1924), in cui venivano organizzati spettacoli, concerti e opere. Nel 1936 si svolse un concerto sinfonico diretto da Pietro Mascagni. Il nuovo teatro risplendeva nel suo colore, era spazioso, con più di 1.100 posti. La modifica dell’interno e la nuova facciata, che guardava sulla Callelarga, furono progettate nel 1936 e realizzate nel 1943.

LA MONOGRAFIA DI GIUSEPPE SABALICH Il ricordo del Teatro Nobile è ancora vivo nella monografia dello zaratino Giuseppe Sabalich (1856 – 1928), denominata "Cronostoria aneddotica del Nobile Teatro di Zara", uscita a puntate nella città dalmata e a Fiume dal 1904 al 1922. Sabalich, collaboratore della rivista storico-letteraria "La Palestra" e del periodico "Scintille", studiò a fondo il patrimonio monumentale e l’eredità culturale di Zara, teatro compreso. Sabalich pubblicò sillogi in dialetto zaratino e veneziano perché aveva frequentato gli studi a Venezia, e molti dei drammi da lui scritti furono eseguiti in tutta Europa.
Sabalich dimostrò notevole interesse per la vicenda del Teatro Nobile; i testi da lui scritti per la monografia si basano su manteriali raccolti negli archivi di Zara e in Italia. Purtroppo, la stragande maggioranza della documentazione scritta è andata distrutta durante la guerra, oppure è sparita.

LAVORO DA VALORIZZARE Il volume di Sabalich contiene poster con titoli di opere, libretti, fotografie del circolo artistico, descrizioni di concerti internazionali e programmi di opere, della vita culturale e sociale di Zara. È un lavoro di grande valore e importanza, che oggi dovrebbe essere debitamente valorizzato; ma sfortunatamente il nome di Giuseppe Sabalich e la sua opera, unica testimonianza del primo teatro di Zara, sono poco conosciuti.
Occorre dire che furono proprio gli artisti italiani i veri motori della vita culturale e artistica zaratina. Quello che va rilevato è che il repertorio dell’odierno Teatro nazionale croato è da anni molto ricco e vario, e la partecipazione ai numerosi spettacoli è a un livello invidiabile. Il tutto dà forza agli attori e ai gruppi musicali di casa e stranieri, che così arrivano a dare il proprio massimo, portando la loro performance a un livello che il pubblico di Zara riconosce e saluta con entusiasmo.

Danijela Berišić Antić

167 – La Voce del Popolo 10/03/12 Cultura - Tiziana Dabovic vince tra donne, esuli e rimasti

SCRITTURA FEMMINILE, PREMIO DELLA CONSULTA DI TRIESTE
Tiziana Dabović vince tra donne, esuli e rimasti

FIUME – C’è anche il nome di una connazionale fiumana tra le vincitrici dell’VIII Concorso Internazionale di Scrittura femminile "Città di Trieste: racconti di pace e di guerra", la cui premiazione si è tenuta nella Sala del Consiglio Comunale di Trieste in occasione della Giornata internazionale della donna. Tiziana Dabović, caporedattrice del mensile per ragazzi "Arcobaleno" (EDIT), ha vinto il Premio della Consulta di Trieste con il racconto "Il silenzio dei rimasti".
Il Concorso, organizzato dalla Consulta femminile di Trieste con il contributo della Banca di Cividale, della Provincia e della Camera di Commercio, è stato segnato dalla partecipazione di donne di diverse età provenienti da Italia, Croazia, Slovenia, Germania, che attraverso i loro scritti hanno toccato i temi più disparati.

La Giuria, presieduta da Cristina Benussi e composta da Carla Mocavero (presidente del Concorso), Patrizia Andolfatto, Maria Teresa Bassa Poropat, Arianna Boria, Gioia Meloni ed Ester Pacor (presidente della Consulta), ha promosso: Fiorella Borin (Pen Club Trieste), Arianna Lanzolla (Casa della Letteratura), Chiara De Mancini Himmrich (Giuliani nel Mondo), Liliana Weinberg (riconoscimento della Rai), Luisella Pacco (Associazione contro il dolore), Rossella Fiore ("Il Piccolo"), Mara Bomben (premio delle Coop), Nicoletta Nuzzo (premio della Provincia) e Tiziana Dabović.

Ricordiamo che lo scorso anno si era affermata al concorso la scrittrice istriana Roberta Dubac, che qualche giorno fa ha presentato il suo primo libro di racconti ("Chiesa di nessuno", EDIT, Collana "Lo scampo gigante")

Come hai vissuto il premio?


"È stato un momento veramente emozionante. Ricevere un riconoscimento è sempre un piacere, soprattutto quando non te l’aspetti. Questo premio rappresenta per me una grande soddisfazione. Anche perché non è che mi dedichi alla scrittura regolarmente. La scrittura è per me una specie di sfogo; lo faccio saltuariamente, quanto si accumulano problemi, qualche delusione, quando mi sento scoraggiata e sento che in quel momento scrivere mi ‘risolleverà’".


"Il silenzio dei rimasti", un titolo molto impegnativo, che riassume un tema che oggi si può analizzare da diversi punti di vista, contrariamente a quanto avveniva diversi decenni fa. Come mai questa scelta?


"Parlare di esuli e rimasti non è stato un tema che ho voluto sviluppare per forza. Il fatto è che mi sono resa conto che ormai, dopo ben tre generazioni, si continua ancor sempre con confronti, contrasti e polemiche intorno a questo sofferto capitolo della nostra storia. E ho sentito il bisogno e il dovere di scrivere e di dare il mio contributo. L’opportunità mi si è presentata in seguito agli inviti che mi vengono regolarmente recapitati dalla Consulta femminile di Trieste, per partecipare al Concorso indetto già da diversi anni, competizione a cui ho già aderito in una delle scorse edizioni".


Com’è impostato il racconto?


"In questo scritto ho voluto esprimere le mie riflessioni attraverso un confronto tra i rimasti e quelli che negli anni ’50 hanno scelto (o dovuto scegliere) di andare via. L’ho fatto attraverso i ricordi familiari che mi sono stati tramandati, persone rimaste, che hanno vissuto quei momenti difficili, sicuramente non meno penosi di quelli che hanno abbandonato questi territori. Il tema è stato ispirato pure dal Giorno del Ricordo, che ricorre il 10 febbraio".


Il premi del Concorso vengono consegnati tradizionalmente nella Giornata internazionale della donna. Che cosa rappresenta per te oggi questa ricorrenza?

"Ormai questa ‘festa’ non ha per me alcun significato. Quando la celebrazione fu istituita più di un secolo fa, allora sì che era sentita, aveva un significato molto profondo e aveva ragione di esistere. Oggi è diventata un fattore di marketing, un motivo commerciale in più per riempire le tasche di chi opera nel settore".

Ardea Stanišić

168 - Il Piccolo 07/03/12 Gorizia - L'affascinante storia di Lyduska: riuscì a impedire che la sua villa finisse in Jugoslavia

La contessa che amava i cavalli e l’Africa

L’affascinante storia di Lyduska: riuscì a impedire che la sua villa finisse in Jugoslavia

L’INIZIATIVA
In occasione della festa della donna in programma domani la redazione di Gorizia-Monfalcone de Il Piccolo inaugura una nuova rubrica intitolata "Gorizia in rosa". Di volta in volta Paola Prizzi Merljak proporrà il ritratto di donne goriziane e isontine che si sono particolarmente distinte nelle varie epoche. Un modo per rendere omaggio alle signore in questione, ma anche per ricordare vicende e personaggi ingiustamente dimenticati o sottovalutati. Come prima puntata non si poteva scegliere di meglio. La contessa Lyduska è ancora ben presente nella memoria di molti goriziani. Incarna per dinamicità, fascino e intraprendenza quello che ogni donna vorrebbe essere. È nota soprattutto per aver salvato la sua villa destinata nel settembre del 1947 alla Jugoslavia: un capolavoro di "diplomazia".


Lyduska de Nordis Hornik è stata una vera business woman goriziana della metà del secolo scorso, capace di avviare e gestire un’azienda agricola in Africa per più di 50 anni. Volitiva, carismatica, bella, la contessa Lyduska era figlia della nobile Lidia de Nordis e dell’ufficiale boemo Ferdinando Hornik. Passava abitualmente le vacanze a Gorizia nella villa di famiglia, che il nonno paterno Antonio de Nordis aveva fatto costruire nel 1830 sulle rive dell’Isonzo, a Salcano. Pochi sanno di questa villa che esiste ancora tra le stradine bianche in fondo via degli Scogli, dove finisce Gorizia e comincia Salcano. Era una abilissima amazzone.

Cavalcava in ogni momento della giornata e sempre a piedi nudi, imperterrita, nonostante una caduta da bambina le avesse procurato una osteomielite cronica. Conosceva 6-7 lingue, il che le permetteva di avere amici di varia nazionalità. A 24 anni, allo scoppio della Seconda guerra mondiale, si propone come consulente di equitazione per il Comando Alleato di stanza a Gorizia.

Villa de Nordis diviene in quegli anni punto di riferimento del jet set internazionale. Si dice che Lyduska avesse uno stuolo di ammiratori, ma lei scelse l’amore. Contro tutti sposa Nanni Piotto, un giovane non nobile né ricco. Come regalo di nozze riceve dallo zio Francesco Dolfin (della nobile famiglia veneziana dei Dolfin) una tenuta in Kenya. Fu l’inizio della sua vita da imprenditrice. Si trasferisce in Kenya per seguire in prima persona il lavoro nelle piantagioni di prodotti tropicali, tentando anche delle sperimentazioni, che oggi chiameremmo biologiche. Entra nel giro esclusivo della comunità britannica di Nairobi e diviene amica di Sarah Churchill (terzogenita dello statista inglese), che sarà spesso sua ospite a Gorizia.

A guerra finita, viene a sapere che si stanno ridisegnando i confini tra l’Italia e la Jugoslavia. Si precipita a Gorizia per seguire la sorte della sua villa posta proprio sulla linea del futuro confine. Le mappe catastali dell’epoca mostrano in modo inequivocabile che all’altezza di villa de Nordis il tracciato forma uno strano angolo acuto per inglobare tutta la tenuta al di qua del confine. Lyduska de Nordis Hornik riusciva a deviare due confini di Stato. Non male per una donna! Successivamente la sua vita continuò al 90% in Africa. Nulla la legava a Gorizia, se non i ricordi di una splendida infanzia e adolescenza. Tornerà di tanto in tanto col suo entourage (ovviamente di colore), ma le accoglienze dei goriziani non erano mai affettuose. Era molto chiacchierata in città, ma lei se ne curava poco. Per una donna che affrontava quotidianamente le difficoltà di una occidentale in Africa, i pregiudizi di Gorizia nei suoi confronti erano solo provincialismi di cui non tener conto.

Nel 1963 il Kenya riesce ad ottenere l’indipendenza dal Regno Unito. Anche le piantagioni della contessa vengono nazionalizzate. Ciononostante, non getta la spugna. Riparte da zero, acquistando una azienda più piccola sempre in Kenya, a Karen il paesino che prese il nome da Karen Blixen, la scrittrice de "La mia Africa".

Anche la storia della contessa goriziana, se ci fate caso, assomiglia molto a quella della danese Blixen. Nel 1970 Lyduska perde il suo caro Nanni in un banale incidente stradale a Latisana. E non avevano avuto figli. La sua casa è sempre più l’ Africa. Riparte per Karen, dove continuerà a fare l’imprenditrice per altri trent’anni, da sola e in terra straniera.

Nel 2006 muore in una clinica di Nairobi e, come aveva stabilito, le sue ceneri tornano a Gorizia. Si trovano nella tomba di famiglia nel santuario di Montesanto. (1.a segue)

Paola Prizzi Merljak

169 – Corriere della Sera 05/03/12 Trieste, la bella «dimenticata» Crocevia di tre mondi, al confine tra Mediterraneo e Mitteleuropa, punta sulla scienza per tornare importante

Trieste, la bella «dimenticata»

Crocevia di tre mondi, al confine tra Mediterraneo e Mitteleuropa, punta sulla scienza per tornare importante

Siamo tutti in debito con Trieste. Conquistata al prezzo di 650 mila vite, perduta nel disastro della guerra e dell'esodo istriano, ripresa dopo 18 mesi di crimini nazisti, 40 giorni di massacri titini e nove anni di occupazione angloamericana, e poi dimenticata. Trieste che ha dato all'Italia Saba e Svevo, Strehler e Magris, Kezich e Dorfles, Trieste crocevia di tre mondi, latino tedesco slavo, Trieste la città più settentrionale del Mediterraneo e più meridionale della Mitteleuropa; eppure Trieste è in un angolo, anche oggi che a cinque chilometri non c'è più il comunismo ma l'Europa di domani, non la cortina di ferro ma l'Est entrato nella sfera d'influenza tedesca. Di questa opportunità, il Paese non si è accorto: alla sua unica grande città di confine l'Italia volge le spalle; l'Italia finisce a Mestre.

A Mestre - signori, si scende - la ferrovia rallenta, ferma in ogni stazione, si inerpica in salita, passa su viadotti ottocenteschi. Eppure si è scelto di non costruire la linea ad Alta velocità insieme con la terza corsia dell'autostrada; prima o poi bisognerà farla, ma a costi doppi. Un secolo fa, da Trieste partivano treni diretti per Fiume, Lubiana, Ragusa, Mostar, Belgrado, Budapest; ora (anche a causa dei ritardi sloveni) non si va più neppure a Vienna. In vagone letto si arrivava a Belgrado e a Parigi; ora si va solo a Lecce. Per Roma bisogna cambiare: «Ci si mette più tempo ad andare in treno da Trieste a Roma che in aereo da Roma a New York» ha scritto Giovanna Botteri sul Piccolo, che sta raccogliendo le testimonianze di triestini indignati (il giorno prima toccava a Margherita Hack, toscana che lavora qui dal '64: «A Mestre si perde sempre la coincidenza, non ci aspettano mai...»).

L'antico porto dell'Impero adesso è più piccolo di quello di Capodistria. L'Adriatico davanti a Trieste pare un lago, a occhio nudo si vedono le sponde slovene e quelle croate, potrebbe diventare un mare urbano, una piazza d'acqua solcata dalle navi. Ma il traffico passeggeri langue, non si trova l'accordo per nominare i dirigenti del Terminal tra gli investitori privati e la presidente dell'autorità portuale, Marina Monassi, casualmente compagna del controverso capo locale del Pdl Giulio Camber, detto il Castellano per la sua signorile dimora. Il porto vecchio voluto da Maria Teresa è in rovina. Le Generali volevano farne la sede delle attività italiane; il Comune si oppose, le Generali si spostarono a Mogliano Veneto (a Trieste resta la sede della holding internazionale, oltre a decine di insegne sui palazzi più belli, come un marchio sulla città). Poi si è fatta avanti la Evergreen, colosso cinese, che però avrebbe abbattuto i magazzini storici; altro rifiuto, stavolta giustificato. Ora dovrebbero finalmente cominciare i lavori per restituire il mare alla città, com'è accaduto a Genova, e spostare le ultime attività nel porto nuovo, che boccheggia chiuso com'è dalla ferriera, in mano ai russi, e poco più in là dalla Grandi Motori, comprata dai finlandesi.

Trieste ha poco di Nord Est, e meno ancora di italiano. Non è città di piccoli imprenditori ma di mercanti cosmopoliti: sette cimiteri - cattolico, ebraico, islamico, greco-ortodosso, serbo-ortodosso, evangelico, più quello militare con tombe di ogni religione - e neppure un ghetto. Ci sono chiese luterane, valdesi, metodiste, anglicane, oltre a una sinagoga tra le più grandi d'Europa e una chiesa ortodossa di commovente bellezza, San Spiridione, con le cupole e l'iconostasi dorata come al Cremlino. Cose che esistono solo qui: i buffet dove servono le carni affumicate con il kren, i ricreatori - oratori laici per i ragazzi, aperti dai tempi degli Asburgo -, i caffè che servirono la Sachertorte a Joyce e a Rilke: perché, spiega Claudio Magris, «quando una città non sa dov'è, di chi è, che cos'è, allora si affida alla letteratura».

Magris sorride del revival austriacante. Il sindaco pd Roberto Cosolini, appena vinte le elezioni, si è portato a Vienna a incontrare il borgomastro: il 2014, anniversario della Grande Guerra scatenata dall'Austria, sarà celebrato a Trieste con mostre e concerti in memoria della buona amministrazione asburgica; ma non è nostalgia per cose passate, è solo un modo per ricordare all'Italia che Trieste esiste.

Certo, arrivando da Roma o da Milano (il volo da Linate è stato ripristinato), pare quasi di essere in un altro Paese. Di solito in Italia si dice sempre di sì, e poi non si fa nulla. I triestini dicono sempre di no - «No se pol!» -, e poi fanno tutto. Si può andare in Slovenia con l'auto noleggiata? «No se pol, ci vogliono le catene!»; in realtà le catene sono già a bordo. Avete una cartina? «No, sono finite!»; ma a bordo ci sono anche le cartine. Un minaccioso cartello avverte che «se il veicolo sarà restituito particolarmente sporco saranno addebitati euro 71 di lavaggio». Per avere un antibiotico senza ricetta si viene - giustamente - rimproverati da quattro farmacisti prima di essere accontentati dal quinto. Di solito alla vista di una telecamera gli italiani si fiondano facendo ampi gesti di saluto; i triestini cambiano marciapiede, «grazie ma preferirei non comparire». Le macchine si fermano sulle strisce e non parcheggiano (quasi mai) in doppia fila. Si trovano i taxi. Le pizzerie invece sono rare, più facile trovare la porcina con i crauti che una margherita.

La Bella Addormentata, come qualche triestino chiama la sua piccola patria, si sveglia con il buio. La città ha angoli metafisici ed episodi surreali: d'un tratto si sente un coro notturno, una canzone goliardica, un suono di campane, che battono implacabili tutte le ore, anche le tre del mattino. Mai visti tanti autovelox e tanta polizia, anche la sera, in una città italiana. La settimana scorsa poi c'erano in giro un sacco di scozzesi in kilt: tifosi dell'Aberdeen. Si giocava in Slovenia ma loro sono scesi in albergo qui, dopo aver letto la classifica della Lonely Planet che colloca Trieste in testa tra le città belle e poco conosciute (Aberdeen è quinta). I giovani triestini, che raccontano di sentirsi talora allo stretto, quasi al confino, fanno il percorso inverso e vanno a Lubiana, che per bellezza non regge il confronto con la loro città ma è pur sempre una capitale. Si pagano 15 euro per la «vignetta», il pedaggio autostradale, e si risparmia il 30% sulla benzina, la metà sul dentista, due terzi sui centri benessere. Chi ha soldi da gettare punta invece verso la costa, su Portorose e i suoi casinò; oppure porta qui la barca, per sfuggire alle tasse del nuovo governo.

Le terre slave fino a qualche anno fa suscitavano ancora diffidenza, se non odio e timore. Spiega Magris che nel giro delle generazioni si sono sciolte rivalità ataviche, superati rancori di guerre e occupazioni: «Fra i miei studenti, ad esempio, il problema non esiste. La celebrazione - voluta da un sindaco di centrodestra, Roberto Dipiazza - di Boris Pahor quale nostro scrittore, scrittore di tutta la nostra Trieste, avvenuta nel Teatro Verdi, simbolo del patriottismo italiano, è stata significativa. Non si tratta di scordare i morti né le violenze, ma di non usarli per riattizzare odi». Sono ancora pieni di dolore e rabbia, però, i familiari delle vittime. Raccontano l'angoscia di bambini che videro uscire di casa il padre senza mai vederlo tornare, senza sapere dove fosse finito, senza avere un corpo da seppellire, una tomba su cui piangere. Andiamo a Basovizza con Paolo Sardos Albertini, presidente del comitato onoranze caduti delle foibe, e con Anna Maria Muiesan Gaspàri, l'autrice della poesia incisa accanto al pozzo, storia di sua madre che va alla ricerca del marito nei campi di prigionia con una foto in mano, «co' tuti i so recordi/che i xe deventadi mii». C'è anche Nicolò Molea, l'uomo che ha passato la vita a chiedere una lapide con l'elenco dei finanzieri assassinati, e dieci anni per far correggere il nome di suo padre: maresciallo Domenico Molea, non Moleo, come avevano scritto. I primi a sparire erano stati i poliziotti: gli uomini di Tito andarono a prenderli il primo maggio, appena entrati a Trieste. Poi toccò a chiunque portasse una divisa, pure ai bidelli. Quindi agli impiegati comunali e anche ai capi antifascisti contrari all'annessione alla Jugoslavia.

Basovizza non è una foiba ma un pozzo, scavato da un minatore che cercava la bauxite, la leggenda dice che non avendola trovata si sia gettato dentro. Quanti corpi ci siano con il suo, non si saprà mai. Gli inglesi occupanti provarono a recuperarli con l'argano, ma rinunciarono quando s'imbatterono in granate inesplose e - raccontano i vecchi triestini - nella carcassa di un cane nero, che i titini gettavano insieme con gli odiati italiani per dannarne l'anima per l'eternità. I morti di Basovizza si calcolano a cubatura: siccome la fossa è piena per 500 metri cubi, e in un metro cubo ci stanno quattro corpi fracassati, i morti dovrebbero essere duemila. Qui vicino, nel bosco, c'è invece una foiba vera, la Plutone, con la bocca spalancata come la porta dell'Ade. Non ci si può avvicinare, il terreno sdrucciolevole ti trascina dentro. A gettare un sasso, lo si sente risuonare a lungo, prima di toccare il fondo.

La cosa che più indigna i familiari delle vittime è far notare che prima delle foibe ci furono la politica antislava del fascismo e l'occupazione della Jugoslavia. È l'obiezione che si sentono fare sempre. Sempre replicano che gli italiani del confine orientale non erano più o meno fascisti dei connazionali, ma hanno pagato il prezzo più alto. Negli stessi giorni del maggio 1945 cominciava l'esodo di 300 mila istriani, sistemati a Trieste in 109 campi profughi, compreso quello allestito nella Risiera di San Sabba. Un nome insolito - uno stabilimento per la lavorazione del riso, un santo sconosciuto - per indicare l'unico lager tedesco in territorio italiano dotato di forno crematorio, che bruciò i corpi di 2 o 3 mila antinazisti. La Risiera era un lager di città, accanto c'era già lo stadio, oggi intitolato a un altro grande triestino, Nereo Rocco.

I profughi di Pola - su 34 mila abitanti partirono in 30 mila, portandosi dietro la bara di Nazario Sauro - e di Fiume, sfuggiti al comunismo e alla vendetta titina, si trovarono distesi sulle stesse panche che due anni prima avevano accolto i settecento ebrei triestini, in viaggio verso Auschwitz: tornarono in venti. Racconta Magris che quando, dopo il liceo, andò a Torino per l'università, tutto gli appariva più semplice e chiaro: i giusti e gli ingiusti, i perseguitati e i persecutori. A Trieste era diverso: tutti contro tutti; si era diviso persino il Cln. Non è vero, dice Magris, che delle foibe non si è mai parlato, lui stesso ne scrisse sul Corriere , con cui collabora dal '67; «ma non importava nulla a nessuno. Non serviva politicamente. E la città aveva rimosso anche la Risiera, capitava che il boia Lerch si facesse rivedere a Trieste, accolto da famiglie perbene». Ora è cambiato tutto, Basovizza e la Risiera sono monumenti visitati da decine di migliaia di studenti, e Roberto Menia - anima della destra, figlio di una profuga istriana -, che da capo del Fronte della Gioventù si scontrava con la Fgci guidata proprio da Cosolini, ora si ritrova con il sindaco a sostenere il governo Monti, cercando di portare qualcosa in città.

Dice Magris che il futuro di Trieste è legato al polo della scienza, in particolare alla Sissa, Scuola internazionale di studi superiori avanzati, dove lo scrittore ha tenuto per quattro anni un corso sui rapporti tra le due culture, l'umanistica e la scientifica. È d'accordo Riccardo Illy, per otto anni sindaco della città, per cinque presidente della Regione, ora tornato in azienda. Trieste ha un'antica storia di contaminazioni tra i saperi, la psicanalisi e la medicina, la letteratura e la fisica. Qui venne Franco Basaglia a rivoluzionare la psichiatria italiana, i padiglioni ottocenteschi del vecchio manicomio - per «tranquilli», «semiagitati», «agitati» - oggi ospitano asili nido e istituti universitari. Qui sul Carso Rubbia impiantò il sincrotrone che fotografa le molecole; ora hanno inventato anche il laser a elettroni liberi che fissa le immagini in movimento, si potranno vedere eventi infinitamente piccoli, come le molecole di un antibiotico che aggrediscono i batteri. Oggi in città ci sono settemila ricercatori, non estranei al primato dell'università - la prima italiana nella World Top Universities - e alla nascita di piccole imprese ad alto tasso tecnologico, come la Ital Tbs, ramo software medicali, e la Kropf, che fa i test per la celiachia. Illy coltiva invece un altro ramo dell'eccellenza triestina: il caffè, il tè, il cioccolato, le confetture e altre delikatessen di una città golosa. Suo nonno paterno, ungherese di Timisoara (oggi in Romania, allora nell'Impero), sposò una donna metà irlandese metà tedesca; i nonni materni erano istriani, lui di Pola lei di Rovigno. Ora Riccardo Illy e suo fratello Andrea hanno aperto nel mondo 230 caffè con il loro marchio, per combattere sia pure in ritardo il fenomeno mortificante delle catene internazionali che offrono menu in italiano - ristretto, macchiato, cappuccino - ma non sono italiane.

È il destino di Trieste, esportare idee e uomini. Quando vi sbarcò l'Audace, il 3 novembre 1918, i triestini erano 230 mila; ora sono 25 mila in meno. La città contende a Bolzano il primato nelle classifiche di qualità della vita, e a Genova quello della città più anziana d'Italia. Sono sopra la media nazionale sia i depositi bancari sia, in teoria, i reati: ma questo perché i reati qui vengono denunciati tutti. Sarebbe sbagliato però presentarla come una città asburgica, il tratto latino e mediterraneo alla lunga prevale, persino la bora - che a febbraio ha imperversato con raffiche a 168 chilometri l'ora - cede il posto ai venti del Sud: in un secolo la frequenza della bora e in genere dei venti orientali è diminuita di 28 giorni l'anno, quella dello scirocco e dei venti meridionali è aumentata di 18 giorni.

Trieste insomma è nostra, appartiene più che mai all'Italia, e l'Italia le appartiene; anche se spesso se ne dimentica. Invece dobbiamo sempre ricordare il «barbaro sognante» Slataper e il genio suicida Michelstaedter, il passaggio di Tommaseo e quello di Tomizza; gli irredentisti impiccati dagli austriaci e i duemila volontari che disertarono dall'esercito imperiale per combattere accanto agli altri italiani; i triestini perseguitati dai nazisti e quelli infoibati dai comunisti, e anche i sei ragazzi uccisi dagli inglesi nel '53 mentre manifestavano per il ritorno della città all'Italia; il più giovane, Piero Addobbati, aveva solo 14 anni. Per tutto questo, e per molto altro ancora, dobbiamo sempre ricordarci di Trieste.
http://blog.aldocazzullo.it

Aldo Cazzullo

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