N. 817 – 17 Marzo 2012

Sommario

170 - CDM Arcipelago Adriatico 11/03/2012 - La Rassegna stampa della MLHistria n. 816

171 - Il Piccolo 17/03/12 Grisignana spopolata, il sindaco chiede aiuto al console (p.r.)

172 – La Voce del Popolo 10/03/12 Cultura - Ivan Golub: «Sisto V era croato» (ir)

173 – La Voce del Popolo 13/03/12 Cultura - Raffaele Tassotti : Colpevole ottusità di pseudo-storici croati nei pressi di San Girolamo degli Schiavoni (Raffaele Tassotti)

174 – La Voce del Popolo 15/03/12 L’Intervento - Artisti, navigatori, papi, scienziati... croati (Kristjan Knez)

175 - Famiglia Cristiana 18/03/12 E ora l'Istria parla italiano, a Lussinpiccolo ha aperto l'ultima di una trentina di scuole materne in cui si insegna la lingua di Dante (Alberto Laggia)

176 - La Voce del Popolo 12/03/12 Croazia - Censimento del 2011, la CNI attende i dati con apprensione (chb)

177 - L'Alpino - Marzo 2012: Le foibe ancora aperte nei cuori (Dario Burresi)

178 - Il Piccolo 15/03/12 Viaggio nei luoghi perduti - Sul Carso, a Padriciano le memorie e i cimeli della guerra e dell'esodo (3) (Federica Manzon)

179 - La Voce in più Dalmazia 10/03/12 Zara - Quella medaglia che vorrebbe uscire dal cassetto (Barbara Rosi)

180 - Corriere della Sera Economia 13/03/12 Quel maraschino nei cocktail della Storia - La saga dei Luxardo, che Tito cacciò da Zara (Caterina Ruggi d’Aragona)

181 - La Voce in più Dalmazia 10/03/12 Gli zaratini del passato sepolti nelle nei sagrati e nei chiostri dei conventi, omaggio a Caterina Fradelli Varisco (Giorgio Varisco)

182 – CDM Arcipelago Adriatico 14/03/12 Tutta l'arte di chiamarsi Lorenzo Fonda, il nonno riconsegnò la motonave "Pola" all'Italia (Rosanna Turcinovich Giuricin)

183 – La Voce del Popolo 14/03/12 Cultura - Il Festival dell'istroveneto unisce tre realtà (Ardea Stanišić)

184 – La Voce del Popolo 10/03/12 Speciale - Pirano, un tempo capitale del sale oggi accogliente località turistica (Roberto Palisca)

185 – La Voce del Popolo 10/03/12 Speciale - Pirano: Giuseppe Tartini: una Comunità bene inserita nella realtà locale (Jana Belcijan)

186 - Il Piccolo 11/03/12 «Ridateci la Jugoslavia, un Paese unito» - Un sondaggio conferma la nostalgia, tranne nel Kosovo e in parte della Croazia (Stefano Giantin)

A cura di Stefano Bombardieri

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :

http://www.arcipelagoadriatico.it/

http://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

170 - CDM Arcipelago Adriatico 11/03/2012 - La Rassegna stampa della MLHistria n. 816

La Rassegna stampa della MLHistria n. 816

Riprendiamo la pubblicazione della Rassegna stampa curata dalla MLHistria, dopo un'interruzione dettata da questioni di carattere tecnico. E lo facciamo nella sezione NOTIZIE per l'attinenza degli argomenti e la loro attualità. Vi ricordiamo che anche quest'anno la MLH terrà il suo annuale incontro in Istria, a Pisino, per le consuete premiazioni dei vincitori del Concorso indetto dal Gruppo di Dibattito che è diventato un appuntamento da non perdere nel panorama delle iniziative esuli-rimasti.

171 - Il Piccolo 17/03/12 Grisignana spopolata, il sindaco chiede aiuto al console

Grisignana spopolata, il sindaco chiede aiuto al console

GRISIGNANA Per la prima volta il presidente di una comunità degli italiani, in questo caso Mauro Gorjan, ha parlato ufficialmente, davanti alla stampa e al console generale d'Italia a Fiume Renato Cianfarani, di un problema presente in quasi tutte le località istriane dove vivono italiani: la graduale e in certi casi totale scomparsa della lingua italiana in chiesa. La risposta del console non è stata di grande conforto. Purtroppo, ha spiegato, non abbiamo le facoltà istituzionali per intervenire in questo campo. Per il resto la visita del console a quella comunità che conta 300 soci è filata sui binari già noti: conoscenza della Comunità fondata nel 1992 che svolge un’intensa attività per la salvaguardia dell’identità italiana. Ci sono vari gruppi filodrammatici, la sezione sportiva, i minicantanti, il corso di musica, l’ex tempore di pittura e altre iniziative. Alla constatazione che l’evasione delle pratiche per la cittadinanza italiana va per le lunghe, il console ha precisato che sono state inoltrate 6mila richieste e che ne rimangono da evadere 2.100. Le cose a Roma vanno per le lunghe, ha detto, noi comunque stiamo dando un’accelerazione all’ iter. Il console è stato quindi ricevuto dal sindaco Rino Dunis nell’ufficio dei podestà veneti. «L’ esodo ha spopolato il buiese - ha ricordato Dunis - e dato che qui in maggioranza siamo italiani sarebbe auspicabile un intervento dell’Ui-Upt per sviluppare contenuti imprenditoriali e artigianali in modo da trattenere i giovani sul posto». Dunis ha quindi esposto un altro grave problema, l’isolamento sanitario. In caso di emergenza ha spiegato, i più vicini ospedali, Fiume e Pola, distano almeno un’ora di viaggio. «Noi vorremmo poter usufruire gli ospedali di Isola o Trieste, però ci sono di mezzo i confini. Speriamo - ha concluso - che con l'entrata della Crroazia nell’Ue, le cose migliorino». (p.r.)

172 – La Voce del Popolo 10/03/12 Cultura - Ivan Golub: «Sisto V era croato»

SCAMBI TRA LE DUE SPONDE DELL'ADRIATICO
Ivan Golub: «Sisto V era croato»

ZAGABRIA – "Negli archivi segreti del Vaticano ho trovato dei documenti che testimoniano le origini croate di papa Sisto V". Una dichiarazione che rimbalza subito su tutti i media croati resa ieri l’altro sera dal teologo, scrittore e ricercatore Ivan Golub alla tavola rotonda dell’Accademia croata delle Scienze e delle Arti (HAZU) su "La cupola di San Pietro a Roma".

"Suo padre – aggiunge Golub – dalla costa croata si trasferì in Italia. Qui sposò un’italiana dalla quale ebbe un figlio, Felice Peretti". Gli fanno eco gli altri accademici: lo "spirito croato" di Sisto V "è percepibile pure nella fondazione dell’Istituto di San Girolamo (degli Illirici e degli Schiavoni in Roma, ndr), di cui poteva diventare membro solo colui che conosceva la lingua illirica ed era di origini croate".

LAURANA E GIORGIO DA SEBENICO L’incontro all’HAZU è stato tutto un "inno" all’ingegno e al genio "croato" (presunto o realmente tale?): così Andrija Mutnjaković rileva che nella costruzione della Basilica di San Pietro abbia preso parte, "oltre al papa croato Sisto V, anche l’architetto croato Lucijan Vranjanin (Luciano Laurana o, in latino, Lutiano Dellaurana, nato a La Vrana, nei pressi di Zara, nel 1420 e morto a Pesaro nel 1479, ndr) e suo fratello (Francesco, La Vrana, 1430 – Avignone, 1502, scultore e architetto che ebbe un ruolo di primo piano nella diffusione dell’estetica rinascimentale a Napoli, in Sicilia e in Francia, ndr), che si ispirarono alle scuola di Juraj Dalmatinac (Giorgio Orsini, o Giorgio da Sebenico, Zara, inizi XV secolo – Sebenico, 1473/75, ndr), il costruttore della cattedrale di Sebenico".

L’IMMANCABILE BOSCOVICH A questi ultimi, sempre a sentire un accademico croato, Žarko Dadić, si unì lo "scienziato croato", la cui influenza fu decisiva nella ricostruzione della monumentale cupola di Michelangelo, consolidata e terminata per evidenti lacune di statica, da Giacomo della Porta. "All’epoca insorsero delle controversie tra i costruttori che si basavano sull’esperienza e coloro che invece prendevano come punto di partenza le conoscenze dei matematici e la statica", ha spiegato Dadić. Alla fine prevalsero questi ultimi e le "valutazioni dello scienziato croato Ruđer Bošković".

DALL’ANTEMURALE AL CUORE DELLA CHIESA ROMANA I croati, dunque, già Antemurale Christianitatis, "salvarono" anche la Cupola della Basilica di San Pietro, uno dei simboli della Chiesa di Roma. A riguardo di Sisto V, il Papa Tosto come viene anche detto, sappiamo che sulle origini del pontefice si sta speculando da tempo, o meglio si cerca di dimostrarne le discendenze croate. Ma finora nella storia ufficiale del Papato non si registra alcun pontefice di "nazionalità croata". Casomai, secondo numerose e documentate indagini, è approvato che papa Sisto V, al secolo Felice Peretti (Grottammare, 13 dicembre 1520/1521 – Roma, 27 agosto 1590), ebbe un legame rilevante con la Dalmazia croata.

DA KRUŠĆICA O KRUŠEVICA A PERETTI Gli antenati di Sisto V sarebbero originari di Kruševica, Krušćica o Kruševo. Secondo alcuni testi dell’Università di Cambridge e le ricerche di storici come Božidar Vidov, Bazilije Pandžić, Stjepan Krasić, Ivica Mlivončić, nello stemma pontificio di Sisto V si possono "leggere" riferimenti importanti sulle sue origini: si vede, infatti, un leone, tre pere d’oro, un castello e una stella. Si pensa che le tre pere d’oro, in alto, sotto la striscia che raffigura una stella a sei punte e un castello stilizzato, siano un’allusione al luogo d’origine (da "kruška", in italiano "pero" e da qui il cognome "Peretti").

Il perastino, arcivescovo, Andrija Zmajević scrisse in una sua "Cronica" che il padre di Sisto V, conosciuto col nome italianizzato di "Piergentile", era nato nel villaggio di Bjelske Kruševice, nelle vicinanze di Cattaro, come membro della famiglia Šišić.

Il soprannome di questo Piergentile era "Peretto", e da qui sarebbe quindi nato il cognome "Peretti", adottato dal futuro papa solo all’età di 31 anni, nel 1551. Fino a quel periodo era chiamato "Felice di Montalto", dal nome della località nelle Marche (Montalto, in provincia di Ascoli Piceno) – dove peraltro vive tutt’oggi una comunità croata – nella quale crebbe da ragazzino e dove i suoi antenati erano giunti scappando dalle invasioni turche, come molti altri dalmati. Da Montalto, la famiglia poi si trasferì a Grottamare per scampare alle angherie del Duca di Urbino, e qui nacque il futuro papa.

Felice da fanciullo entrò nell’Ordine dei francescani, fu notato dal cardinal Rodolfo Pio da Carpi, protettore del suo ordine, da Ghislieri (in seguito Papa Pio V) e da Caraffa (futuro Papa Paolo IV) e salì infine sul soglio pontificio il 24 aprile 1585.

IL PAPA TOSTO Sisto aggiustò le finanze, promosse opere pubbliche – tra cui appunto il completamento della cupola di San Pietro – ma nelle sue ampie relazioni politiche si mostrò visionario e vacillante. Nutriva ambizioni fantastiche, come l’annientamento dei turchi, la conquista dell’Egitto, il trasporto del Santo Sepolcro in Italia, e l’ascensione di suo nipote al trono di Francia. Morì il 27 agosto 1590, e i posteri lo riconoscono come uno dei più grandi pontefici: sebbene impulsivo, ostinato, severo e autocratico, la sua mente era aperta e di larghe vedute, e si dedicò alle sue imprese con una energia e una determinazione che lo portarono spesso al successo.

Golub non ha detto molto, non almeno in quest’occasione, della natura delle fonti rinvenute negli archivi del Vaticano. Resta anche da vedere se l’aggettivo "croato" si riferisca prettamente alla provenienza da una regione che oggi appartiene alla Croazia – ricordiamo il caso del Bronzo di Lussino, l’Atleta della Croazia, statua greca – oppure indichi una provenienza di "stirpe", e quindi di sangue. In ogni caso attendiamo "lumi". (ir)

173 – La Voce del Popolo 13/03/12 Cultura - Raffaele Tassotti : Colpevole ottusità di pseudo-storici croati nei pressi di San Girolamo degli Schiavoni

L'INTERVENTO di Raffaele Tassotti* Circa l’infondata origine croata di Sisto V e dei Peretti
Colpevole ottusità di pseudo-storici croati nei pressi di San Girolamo degli Schiavoni

MONTALTO – Già dal 1987 – ero sindaco da circa due anni a Montalto, patria di Sisto V e dei Peretti ab immemorabili, anno in cui fu pubblicato il volume di Marijan Zugaj "Sisto V tra Oriente ed Occidente" – ci si accorse della faziosità e della supponenza di certi "storici" che, per dimostrare una tesi preconcetta, sono pronti a commettere ogni sorta di delitto di critica storica. Lo Zugaj pretendeva con il suo libro di dimostrare l’origine croata dei Peretti e quindi di Sisto V, e che suo padre Piergentile, detto Peretto, era il croato migrante.

Il tentativo, alquanto furbesco, fu totalmente demolito, mattone dopo mattone, nel 1990 da Isidoro Gatti OFMConv. Con una poderosa ricerca di oltre 600 pagine, basata su minuziose e capillari indagini negli archivi di Montalto (mai nessuno "storico" croato è venuto a Montalto a verificare), di Venezia, del Vaticano e di S. Girolamo degli Schiavoni. Pensavamo che fosse sufficiente, ci sbagliavamo.

Lo Zugaj, furibondo per essere stato sbugiardato, rivede la sua tesi dell’arrivo di Peretto padre di Felice/Sisto V dalle coste croate a quelle picene, ammette di essersi sbagliato, ma rilancia la tesi delle origini croate con un opuscolo intitolato "Antenati di Sisto V a Montalto non documentate oltre quattro generazioni" (Roma, 1999), cioè ammette già che per almeno quattro generazioni i Perettti erano montaltesi.

Rispondiamo a questo virulento e offensivo opuscolo dello Zugaj con una ricerca a quattro mani (Isidoro Gatti - Raffaele Tassotti, "Ancora su Sisto V papa piceno – commento a un recente opuscolo", Acquaviva Picena, 1999. Ancora una volta pensavamo che la storia documentata fosse sufficiente a sfatare il mito. Purtroppo no.

Oggi leggiamo che un certo Ivan Golub afferma di aver "trovato negli archivi segreti del Vaticano dei documenti che testimoniano le origini croate di papa Sisto V" e che addirittura suo padre Peretto fosse il croato venuto nel Piceno, ritornando alla tesi rinnegata dallo stesso Zugaj. Di fronte a tale ottusità non c’è più voglia di essere gentili ed educati.

È stato dimostrato in modo incontrovertibile che i documenti dell’archivio di S. Girolamo dei Croati erano stati falsificati dal frate imbroglione croato Jeronim Paštrić nella metà del ‘600, il quale costruì anche la falsa genealogia sistina servita allo sprovveduto Bartolomeo Piazza, autore della "Hierarchia Cardinalizia", perché la pubblicasse, e risultata inventata al confronto con i documenti autentici dell’archivio notarile e storico di Montalto, documenti che coprono diversi secoli, scritti da notai e scrivani diversi, unanimi nel testimoniare la verità.

Ora Golub ha trovato cosa? Altri falsi costruiti per dimostrare l’indimostrabile? E nemmeno li cita, li annuncia e basta!

Allora facciamo una cosa seria: sia Padre Isidoro Gatti (credo di poter parlare a suo nome) che il sottoscritto siamo pronti a un confronto su tale materia in un pubblico convegno a Roma, a S. Girolamo, al Vaticano, ovunque sia. Ripeto siamo pronti, li sfidiamo con la classica sberla sulla guancia, rispondano e vedremo come stanno le cose.

* Storico, sindaco di Montalto dal 1985 al 2004

174 – La Voce del Popolo 15/03/12 L’Intervento - Artisti, navigatori, papi, scienziati... croati

L'INTERVENTO DI KRISTIJAN KNEZ
Artisti, navigatori, papi, scienziati... croati

Ci risiamo. L’elenco degli illustri personaggi distintisi nei campi più diversi dello scibile umano spacciati per croati aumenta. La brigata dei grandi nomi comprende: l’esploratore Marko Polo (Marco Polo), l’architetto Juraj Dalmatinac (Giorgio Orsini), il filosofo Frane/Franjo Petrić, Petrišević o Petrišić (Francesco Patrizio) – i contraffattori non si sono ancora accordati sulla versione definitiva –, lo scienziato Ruđer Bošković (Ruggiero Giuseppe Boscovich), l’uomo d’affari Andrija Ljudevit Adamić (Andrea Lodovico Adamich) e tantissimi altri ancora. Compreso un pontefice: Sisto V!

I rimanenti – che in questa sede non menzioneremo perché potremmo riempire pagine –, proprio come i sopraelencati, sono stati croatizzati d’ufficio, senza troppi imbarazzi.

RAGIONAMENTI A SENSO UNICO D’altra parte la carta si lascia scrivere. È sufficiente che una persona sia nata sul suolo oggi appartenente alla Croazia, o, in alcuni casi, sia semplicemente approdata da altri lidi, ed è spacciata per croata. Non c’è imbarazzo, ormai ci troviamo di fronte a una sfacciataggine che non conosce limiti. Anche chi si è battuto per l’italianità, in alcuni casi, è diventato, grottescamente, croato, specie se il cognome non è proprio "toscano".

Oppure si usa l’etichetta di "talijanaš", vale a dire un rinnegato della Patria passato alla controparte. Questa formula serve anche a sminuire l’apporto della componente italiana autoctona di questi territori. Il ragionamento bislacco, però, vale solo a senso unico.

Nessuno, ad esempio, si sognerebbe di definire "austriaco" o "tedesco" un esponente ottocentesco di rilievo come il vescovo di Ðakovo, mons. Josip Juraj Strossmayer, considerato uno dei padri della nazione croata. Gli studiosi degli altri Paesi si occupano di ben altri problemi storiografici anziché di queste fesserie.

SCEMPI E SACCHEGGI: IL CASO BAJAMONTI L’area adriatica, per sua natura eterogenea, non può essere classificata "sic et simpliciter" croata: è antistorico, non ha alcun fondamento. I falsificatori di turno però non si pongono il problema: l’onomastica cognominale viene stravolta, quella di "nuovo conio" è uno scempio compiuto da chi disprezza e letteralmente saccheggia un retaggio che non gli appartiene, facendolo passare per suo.

Giulio Bajamonti, diventato nel frattempo Julije, è presentato come un enciclopedista croato. Con quale diritto ci si arroga la facoltà di attribuire un’identità a un personaggio che in primo luogo era uno spalatino di cultura italiana?

Nella seconda metà del XIX secolo un altro grande della città di Diocleziano, il podestà Antonio Bajamonti, alla Dieta di Zara, di fronte agli attacchi di coloro che si proponevano di decapitare il partito autonomista dalmata, affermò: "Slavi anche domani, Croati giammai".

.IDENTITÀ DEFINITE A PRIORI Con ciò vogliamo dire che non ha alcun senso attribuire a priori l’identità dei personaggi del passato. Essi appartengono a una dimensione che non è la nostra e di conseguenza, per coglierla, dobbiamo immergerci nel contesto di una determinata età storica. Altrimenti dovremmo parlare dello storico "turco" Erodoto e del filosofo "russo" Immanuel Kant, perché nati rispettivamente ad Alicarnasso (oggi in Turchia) e a Königsberg, già Prussia orientale (oggi Kaliningrad, città della Federazione russa).

Solo qualche anno fa a Nafpaktos (Lepanto) si tenne una cerimonia e fu affissa una targa – in croato, greco e inglese, affinché "si conosca" – in onore di quella che, sottovoce, qualcuno identifica come una "vittoria croata" e in ricordo dei morti croati per l’appunto. La questione era stata proposta e affrontata già qualche decennio prima, addirittura in ambito accademico, in occasione del 400.esimo anniversario dello scontro navale del 1571 nelle acque del golfo di Patrasso.

LA VITTORIA DI LEPANTO Che nell’imponente schieramento militare della Lega Santa vi fossero anche soldati, rematori e marinai croati è innegabile; la Repubblica di Venezia aveva reclutato migliaia di uomini in ogni angolo dei suoi possedimenti. Parlare però di galee croate capitanate da croati – nomi storpiati, ovviamente – è semplicemente assurdo.

L’omaggio era rivolto alle migliaia di Dalmati, Bocchesi e Istriani coinvolti e/o caduti. Secondo una logica nazionalistica, quest’ultimi sarebbero stati tutti croati, senza distinzione; nemmeno un cenno sulla partecipazione degli Italiani di quelle stesse regioni. Non esistono.

SISTO V Ora c’è un gran parlare circa un’improbabile origine croata di papa Sisto V, al secolo Felice Peretti. Gli studiosi che hanno lavorato seriamente sulle fonti d’archivio hanno da tempo dimostrato l’inconsistenza della tesi.

Nonostante questo ci sono ancora determinati ambienti, sia religiosi, nell’ambito dell’Istituto di San Girolamo degli Illirici o degli Schiavoni, sia culturali, come l’Accademia croata delle Scienze e delle Arti, che non demordono. Si annunciano scoperte sensazionali e si sbandiera l’esistenza di documenti, che, naturalmente né si presentano né si pubblicano.

SANTORIO, QUANDO MAI SVETINA Quest’ennesima singolare trovata assomiglia molto a un’altra corbelleria: quella della presunta origine slovena di Santorio Santorio, da alcuni ribattezzato Svetina, che penne immaginose cercano goffamente di far passare. Ma non riuscendo nella maldestra operazione, senza uno straccio di prova, furbescamente sfuggono o si nascondono dietro a generiche e patetiche affermazioni. Adesso nel "Pantheon croato" si vuole sistemare un Santo Padre. Attendiamo la prossima fanfaronata.

175 - Famiglia Cristiana 18/03/12 E ora l'Istria parla italiano, a Lussinpiccolo ha aperto l'ultima di una trentina di scuole materne in cui si insegna la lingua di Dante

E ora l'Istria parla italiano

A Lussinpiccolo ha aperto l'ultima di una trentina di scuole materne in cui si insegna la lingua di Dante. Segno di un nuovo interesse per la nostra cultura che si sta diffondendo in tutto il Paese, che nel 2013 entrerà nella Ue.

di ALBERTO LAGGIA

Fino a pochi decenni fa la presidiavano ancora gli uomini in divisa della Milicja, la polizia di Tito. Oggi, dietro i vetri delle sue finestre spuntano solo le più rassicuranti facce di bambini che giocano. Al civico 17 di via Losinjskih brodograditelja sorge Villa Perla, elegante residenza liberty bianca e beige che s'affaccia sul molo di Mali Losinj (Lussinpiccolo), proprio a due passi da dove, d'estate, attraccano i traghetti che arrivano dall'Italia. È il segno che su quest'isola croata la storia, oggi, ha voltato definitivamente pagina.

Lo scorso 18 giugno la villa è diventata ufficialmente la sede della Comunità italiana di quest'incantevole isola che sorge a Sudest dell'Istria. E il primo di settembre vi è stata inaugurata la sezione italiana dell'asilo Zarzuaco ("cicala"): a 63 anni dalla chiusura delle scuole italiane, i lussignani autoctoni hanno nuovamente una materna dove si insegna la lingua di Dante.

Al primo piano dell'edificio sono ospitati gli sgargianti locali della scuola materna. Pareti tappezzate da cartelloni in italiano, collage, lavori in cartapesta e disegni. Tra i banchi, giochi e bidoni per i colori. E, in mezzo, ci sono loro: Lorena, Niko, Diana, Gala, Lucha, Mia e gli altri sei bimbi dai tre ai cinque anni iscritti alla sezione italiana dell'asilo, assieme alle loro maestre, Adriana e Tonka, due giovani educatrici croate che per cinque giorni alla settimana impartiscono l'abc della nostra lingua.

«Questa scuola, nella nostra nuova sede, è la realizzazione di un sogno e il coronamento di un lavoro avviato tanti anni fa dai miei predecessori, non privo di ostacoli, e non solo burocratici», afferma la vulcanica presidente della Comunità degli italiani (CI) di Lussino, Anna Maria Saganic.

Lussino conta 8.300 abitanti e gli iscritti alla CI sono 525, di cui 170 di origini italiane. L'asilo non è l'unica iniziativa di promozione della lingua italiana sull'isola: «Oltre alle attività del coro e del balletto, nella nostra sede, che è stata ristrutturata con i fondi dello Stato italiano (oltre un milione di euro) destinati alla minoranza italiana, si svolgono corsi di italiano tenuti da due insegnanti, di cui una di madre lingua, con 130 iscritti».

«Conosco l'italiano perché mia nonna lo parlava. Poi sono andata a Fiume a frequentare un corso», racconta Adriana Kucic, una delle due maestre di Villa Perla che il Comune di Mali Losinj stipendia. Il servizio di mensa invece è garantito dall'Unione italiana.

«La scuola è sempre stata il mio pallino», spiega la novantenne ex presidente della Comunità italiana lussignana, Noyes Piccini Abramic. «Prima degli anni Novanta una sede per la Comunità era semplicemente impensabile. Poi, con la caduta del Muro, tutto è cambiato. Ora il prossimo passo sarà quello di ottenere le insegnanti di madre lingua».

Quello di Lussinpiccolo è l'ultimo di una trentina di asili in lingua italiana aperti di recente in Croazia e in Slovenia. Si aggiungono a una rete di scuole pubbliche che conta già 14 realtà tra le elementari, 11 in Croazia e tre in Slovenia, e sette (quattro in Croazia e tre in Slovenia) istituti superiori di lingua italiana inseriti nel sistema scolastico pubblico dei due Paesi ex jugoslavi.

«In questi ultimi anni stiamo riscontrando un grande interesse nei confronti della nostra cultura. Oltre a Lussino ci sono giunte richieste da Abbazia, da un centro vicino ad Al-bona e dall'interno dell'Istria. Anche sull'isola di Cherso se ne sta ragionando. A Zara, infine, è in progetto l'apertura di un asilo privato», spiega Maurizio Tremul, presidente della giunta esecutiva dell'Unione italiana (Cni), l'organizzazione che raccoglie gli italiani di Croazia e Slovenia e che conta 52 comunità (sei in Slovenia e 46 in Croazia), la stragrande maggioranza delle quali in Istria.

«A frequentare queste scuole non sono soltanto i figli di famiglie italiane, ma anche giovani provenienti da matrimoni misti. C'è chi lo fa, invece, per puro stimolo culturale o per interesse verso l'Italia, o perché intravede nell'italiano un buon investimento nel settore turistico». La Croazia, che con il referendum del 22 gennaio ha detto sì all'ingresso nell'Unione europea nel 2013, ci entrerà parlando un po' più italiano.

Alberto Laggia

176 - La Voce del Popolo 12/03/12 Croazia - Censimento del 2011, la CNI attende i dati con apprensione

Numerosi i temi affrontati all'incontro tra l'onorevole Furio Radin e l'ambasciatore francese, Jérôme Pasquier
Censimento del 2011, la CNI attende i dati con apprensione

ZAGABRIA – Rapporti bilaterali, percorso europeo della Croazia, formazione dei quadri, ma soprattutto status delle minoranze e, di conseguenza, il livello dei diritti riconosciuti alle etnie. Questi, in sintesi, i temi affrontati nel corso del cordiale colloquio svoltosi nella sede del Sabor tra Furio Radin, deputato della CNI e presidente della Commissione parlamentare per i diritti dell’Uomo e delle minoranze nazionali e l’ambasciatore della Repubblica francese, Jérôme Pasquier. Comune la valutazione sullo stato dell’arte dei rapporti tra Zagabria e Parigi definiti dagli intelocutori "avviati a un costante miglioramento", anche in considerazione del fatto, è stato sottolineato, che "la Francia ha contribuito alla chiusura dei negoziati tra la Croazia e Bruxelles". Questo ha consentito il via libera all’accesso del Paese nell’UE il 1.mo luglio 2013.
COLLABORAZIONE I campi nei quali espletare la collaborazione di certo non mancano, è stato ricordato. Basti pensare al necessario completamento della riforma della Giustizia, settore nel quale la Croazia ha adottato diverse soluzioni tipiche del cosiddetto modello francese, ma anche al comparto eterogeneo degli Affari europei. E una prima misura volta a rafforzare le sinergie è già stata messa in atto. Infatti, nell’ambito del programma volto a sostenere la formazione dei giovani diplomatici con borse studio mirate attualmente una borsista croata sta svolgendo uno stage presso il ministero degli Esteri francese. Inoltre, in vista della possibile riforma dell’assetto amministrativo dello Stato, la Croazia potrebbe trarre vantaggio dall’analisi del modello francese.
ETNIE Come si diceva, comunque, il tema centrale dei colloqui è stato incentrato sui diritti e sullo status riconosciuto agli appartenenti alle minoranze nazionali. In tale contesto Radin ha ribadito i significativi passi avanti registrati, dagli anni ‘90 ad oggi, in materia di tutela dei diritti dell’Uomo e delle etnie "I miglioramenti più significativi – ha detto Radin – sono stati registrati dopo il 2000, anno in cui la Croazia ha avviato con impegno il lavoro preparatorio all’adesione nell’UE. In particolare – ha aggiunto – si sono registrati significativi miglioramenti in tema di bilinguismo, diritto all’istruzione nelle lingue delle minoranze nazionali, per quanto attiene al rientro della popolazione di etnia serba sul territorio della Repubblica di Croazia e in generale per quanto riguarda il rispetto e la tutela dei diritti dell’Uomo".
ANCORA MOLTO DA FARE "Certamente – ha osservato Radin – il lavoro non può essere considerato concluso. C’è ancora molto da fare, soprattutto in alcuni settori. Ad esempio gli spazi di miglioramento sono ancora tanti per quanto attiene alla tutela dei diritti specifici per la minoranza Rom, ma questi – ha precisato – sono problemi che si manifestano anche in altri Paesi dell’UE e quindi vanno affrontati nell’ambito di una strategia comune".
CENSIMENTO L’incontro tra Radin e l’ambasciatore Pasquier è stato anche l’occasione per soffermarsi sulle attese degli appartenenti alle etnie per quanto riguarda i risultati che scaturiranno dall’analisi dei dati raccolti in occasione del censimento della popolazione. "Per quanto riguarda la Comunità Nazionale Italiana – ha detto Radin, che è anche presidente dell’Unione Italiana - aspettiamo i dati con grande apprensione sia perché è trascorso parecchio tempo dal rilevamemento e i dati non sono stati ancora resi pubblici, sia perché la nostra è una popolazione prevalentemente anziana e quindi ragioni demografiche rendono possibili eventuali flessioni".
Va comunque tenuto presente – ha detto Radin – che per quanto riguarda la dichiarazione di appartenenza nazionale (dato che i cittadini non erano obbligati a esprimere in occasione del Censimento, nel rispetto del diritto alla privacy, ndr) in "Istria si registra una significativa ‘mobilità’ che riflette le tendenze sociali e politiche del momento. Un fatto da non sottovalutare considerato che in situazioni di stabilità le minoranze sono maggiormente soggette ai fenomeni di assimilazione e di integrazione e questo potrebbe determinare delle differenze tra i dati che scaturiranno dal Censimento 2011 rispetto a quelli datati 2001, quando la situazione era comunque diversa".
DOPPIO VOTO Inevitabile, in tema di diritti delle etnie, un riferimento da parte di Radin alla questione del cosiddetto "voto aggiuntivo", ovvero l’espressione del suo malcontento per la decisione della Corte costituzionale che ha cassato le disposizioni della Legge costituzionale sui diritti delle minoranze nazionali che introducevano questo istituto nella legislazione croata e che avrebbero consentito agli appartenenti alle etnie di votare sia per il seggio specifico sia per le liste partitiche o indipendenti in corsa alle Parlamentari.
GIUSTIZIA Da aggiungere che Radin ha invitato l’ambasciatore Pasquier ad assistere a una riunione della Commissione parlamentare per i diritti dell’Uomo e delle minoranze nazionali, ricordando che ulteriori sforzi vanno profusi per debellare la corruzione, riformare la Giustizia e la Pubblica Amministrazione, perché – ha concluso Radin – "i cittadini devono essere messi nella condizione di poter far valere i propri diritti non soltanto nelle aule dei tribunali, ma anche negli Uffici pubblici". (chb)

177 - L'Alpino - Marzo 2012: Le foibe ancora aperte nei cuori

Le foibe ancora aperte nei cuori

Sessantacinque anni fa, il 10 febbraio 1947, a Parigi veniva firmato il trattato che toglieva all’Italia ed assegnava alla Jugoslavia Fiume, il territorio di Zara, le isole Lagosta e Pelagosa, gran parte dell’Istria, del Carso triestino e goriziano e l’alta valle dell’Isonzo. Trieste, con il suo entroterra giuliano ed istriano, entrò a far parte del neo costituito Territorio Libero di Trieste, diviso in Zona A, sotto amministrazione angloamericana e Zona B, sotto amministrazione jugoslava.

L’opera di snazionalizzazione era iniziata con gli infoibamenti del settembre 1943 in Istria e poi con i ripetuti bombardamenti terroristici angloamericani (ma voluti da Tito) che distrussero quasi completamente Zara, città interamente italiana. L’esodo degli italiani, cominciato nel maggio del 1945, dal 10 febbraio del 1947 diventò massiccio: l’esperienza del settembre 1943 aveva chiaramente dimostrato quale sarebbe stata la loro sorte con l’arrivo dei partigiani di Tito. Furono oltre 250.000 gli esuli di quei tragici giorni, circa 300.000 se si calcola lo stillicidio di partenze precedenti e successive.

Sembrano numeri piccoli, ma sono enormi se messi in relazione alla popolazione di quelle zone. Dalla città di Pola partì il 98% della popolazione. Analoga sorte toccò a Fiume, Zara, Parenzo, Umago, Capodistria che si svuotarono dei loro abitanti italiani, per essere rimpiazzati da Tito con serbi, bosniaci e montenegrini, ma soprattutto croati e sloveni (questa mescolanza si rivelò poi foriera di nuove sventure con la dissoluzione della Jugoslavia nel 1991).

L’Italia mise a disposizione alcune navi per il trasporto dei profughi, ma fu il piroscafo Toscana quello che venne utilizzato maggiormente, con 12 partenze da Pola. Furono poche cose gli effetti personali che i profughi riuscirono a portare via. Qualcuno riuscì ad imbarcare sul Toscana qualche baule, qualche mobile, ritratti di cari estinti che però furono costretti ad abbandonare nei porti di sbarco, prima della loro diaspora in Italia e soprattutto all’estero ed oltreoceano.

Come nel febbraio 1947, faceva freddo anche il 10 febbraio 2012 nello spiazzo antistante la foiba di Basovizza (Trieste) dove si commemorava il Giorno del Ricordo dell’Esodo e delle Foibe.

Erano presenti il sindaco di Trieste Roberto Cosolini con le altre autorità militari e civili, il vescovo mons. Giampaolo Crepaldi, un picchetto armato, i gonfaloni dei Comuni di Trieste e di Muggia, un folto pubblico, le associazioni degli esuli e dei familiari delle vittime delle foibe, le Associazioni d’Arma coi loro stendardi. Ma, quella che si notava di più per la sua consistenza, era la nostra Associazione, con oltre 300 alpini, il Labaro scortato dal presidente nazionale Corrado Perona e alcuni consiglieri nazionali, una ventina di vessilli e una cinquantina di gagliardetti. Freddo e bora forte al punto che si stentava a stare in piedi e gli alfieri faticavano a tenere in posizione i vessilli.

Gli organizzatori hanno deciso di ridurre la durata della cerimonia: schieramento, ingresso del presidente Perona e del Labaro degli alpini salutato dal picchetto militare e da tutti gli astanti, ingresso dei gonfaloni municipali, alzabandiera, deposizione delle corone d’alloro, pochi e brevi discorsi. Per l’inclemenza del tempo, non è stato possibile celebrare la Messa.

Ma bisogna attendere il presidente del Senato on. Schifani che, sebbene un po’ in ritardo è arrivato e ha deposto una corona d’alloro ai piedi del monumento che copre la foiba di Basovizza. Oramai tanti esuli che hanno vissuto questo dramma non ci sono più: molti di loro sono morti con la tristezza nel cuore per una Patria che, finché erano in vita, non ha capito il loro desiderio di sentirsi italiani.

Noi alpini giuliani siamo sempre stati in prima linea per ricordare questi tragici eventi ed onorare le vittime. Nel vedere la partecipazione di tanta gente a questa cerimonia, proviamo una strana commozione, che è amarezza e gioia nello stesso tempo, per il sacrificio negato e dopo tanti anni riconosciuto.

Dario Burresi

178 - Il Piccolo 15/03/12 Viaggio nei luoghi perduti - Sul Carso, a Padriciano le memorie e i cimeli della guerra e dell'esodo (3)

Sul Carso, a Padriciano le memorie e i cimeli della guerra e dell’esodo

VIAGGIO NEI LUOGHI PERDUTI - 3

Un salto nel 2023 con la scrittrice Federica Manzon per immaginare come cambieranno le aree urbane che adesso sono abbandonate

di FEDERICA MANZON

Il Carso risplende in quel modo ventoso e solitario che prende in certe giornate d’inverno, dopo la bora forte, quando il cielo diventa azzurro chiaro e c’è un silenzio da confine mobile, da straniero alle porte, e un uccello che fa schioccare un ramo spaventa. «Pensite ti» dice il mio amico mentre saliamo sul mio motorino elettrico lungo la strada di Basovizza, «semo nel 2023, e xe quarant’ani boni che no vegno quassù». Percepisco senza voltarmi la sua leggera tensione. Non ha creduto alle mie parole, quando ieri sera ho provato a descrivergli come i vecchi spazi che da anni stavano appollaiati qua sopra abbandonati, abbiano ripreso vita. Una vita migliore, discreta e solare, per niente chiassosa e molto apprezzata dai cittadini. Non mi ha creduto, e ora vuole vedere con i suoi occhi. Ci fermiamo al parcheggio dell’Obelisco, dove parte la Napoleonica. Due ragazzi passeggiano con il cane, un gruppo di anziani si gode il sole invernale. Ci fermiamo per un attimo a rimirare la città: a guardarla da quassù si può tirare un sospiro di sollievo, nessuno squarcio evidente è stato aperto nella sua pianta e nemmeno si vedono svettare ecomostri dalle parti del porto.

Il mio amico si volta e guarda il parcheggio affollato. «Come mai xe tute ‘ste auto? Tuti a rampigarse per la Napoleonica?». Fa ancora troppo freddo per le ondate dei rocciatori. Gli indico l’albergo di fronte, si intravede il suo profilo immacolato e asburgico tra i rami dei pini che lo proteggono. Non se n’era nemmeno accorto. E d’altra parte, per anni, decine di triestini sono saliti lungo questa strada senza curarsi dei resti di quell’albergo fastoso come una reggia per le vacanze di un sovrano minore, che svettava decadente ma ancora altero.

Andiamo, ti faccio vedere. Indico il sottopassaggio e in un istante siamo dall’altra parte della strada. Avvicinandoci all’albergo ne cogliamo tutta la bellezza da colonia per intellettuali tedeschi malati ai polmoni, invece dentro l’atmosfera è sana e allegra. Il vecchio Park Hotel Obelisco è diventato un centro sportivo che funziona come punto di partenza per gite in bicicletta e sentieri per la corsa: ci sono gli spogliatoi e le docce ai quali si può accedere con una simbolica tessera associativa annuale, c’è il bar con le bibite energetiche e la cioccolata calda dove tutti si rifugiano al ritorno dalle passeggiate invernali. Al piano di sopra ha trovato posto una palestra, diverse società ci tengono i corsi di yoga, ginnastica, pilates. Una sala riunioni è periodicamente occupata da boyscout e associazioni giovanili grazie agli affitti ragionevolmente bassi. E non manca uno spazio gioco dove nel fine settimana è possibile lasciare i bambini nelle mani di esperti animatori, mentre i genitori vanno a correre, in bicicletta o anche solo a fare due passi tra i sentieri che partono dietro il campeggio.

Decidiamo di curiosare un po’ ed esploriamo anche il giardino dove ci sono gli ecogiochi per i bambini, qualche attrezzo da sentiero salute e, con mia sorpresa, anche una tettoia che protegge una decina di biciclette. Un signore anziano con gli occhi azzurri e l’abbronzatura da Barcola anche se siamo in marzo, ci viene incontro e ci spiega che da poco è stato aperto un noleggio, che fornisce tanto di caschetti e giacche catarifrangenti. Naturalmente ci facciamo contagiare dall’idea e noleggiamo due bici per continuare l’esplorazione in modo più ecologico. Pedaliamo lungo strade sterrate e sentieri segnalati con chip che mandano informazioni naturalistiche ai nostri smartphone. Sbuchiamo a pochi metri dal Sincrotrone.

«Forsi dovessimo andar a veder le Foibe?» mi domanda il mio amico con lo spirito di un milanese in gita. Glielo faccio notare e scoppia a ridere senza prendersela, e per sottolineare che tra i due quello che a Trieste c’è nato è lui, mi apostrofa: «Bon ciò, ’ndemo! Cos’ te speti?». Mi viene in mente che c’è una cosa che vorrei fargli vedere, e giro la bici puntando in direzione dell’ex campo profughi istriani. Pedaliamo contro vento, ma ci impieghiamo pochi minuti a raggiungere lo spazio immenso che per anni, quando le ferite dell’esodo iniziavano a rimarginarsi e le famiglie trovavano una sistemazione stabile, è rimasto abbandonato.

Fino a poco tempo fa, venirci significava fare un salto indietro nel tempo: era un luogo spettrale, con gli edifici vuoti o con ancora qualche resto del passaggio dei profughi, uno spazio immenso che suggeriva paura e vento freddo, fughe precipitose e orfani. Non so se si possa dire davvero, ma all’inizio degli anni 2000, a venire da queste parti si respirava aria di confine, di guerra imminente. E poi il silenzio, c’era sempre silenzio. Dopo qualche apertura sporadica, ora gli edifici sono stabilmente animati. Rimessi a nuovo, sono in gran parte adibiti a residenza per i ricercatori e i gli studenti dell’Area di Ricerca, del Sincrotrone, che da qui si spostano in bicicletta e infatti non siamo i soli a girare qui dentro sulle due ruote. Qualcuno, incrociandoci, ci fa un cenno di saluto.

Ma il vero motivo per cui ci siamo trascinati fino a qui, si trova all’estremità orientale di questo campus, dove gli edifici si alternano al bosco e ai prati ariosi. Qui ha trovato sede l’immenso museo de Henriquez, con il suo titolo suggestivo: Museo della Guerra per la Pace. E non poteva trovare posto migliore, viene da pensare: un luogo di confine, dove le identità si confrontano e si mescolano, passano da una parte all’altra, si scontrano nei più sanguinosi dei conflitti eppure imparano a conoscersi. Appoggiamo le bici a una colonna con le indicazioni dei siti e ci avviciniamo a piedi. Il museo ha preso vita e ha ritrovato i suoi luoghi: mentre negli edifici si conservano i volumi, i documenti e i diari relativi al XXV settore di copertura "Timavo", le migliaia di fotografie, nello spazio aperto si nascondono, più o meno visibili, i pezzi d’artiglieria pesante, le uniformi, le armi leggere.

Camminarci in mezzo, respirare quell’aria che sa di conflitti e rivolgimenti di confine, significa davvero entrare in un pezzo di storia, e fa di questo museo un unicum. Guardo il mio amico che si avvicina commosso ai reperti più impressionanti, vuole entrare a vedere le foto. Mentre camminiamo davanti alle pareti di un edificio che conserva testimonianze di prima mano, lo so che entrambi ci stiamo interrogando sul tragico destino di Diego de Henriquez, su quella sua fine così sospetta, sui documenti e le fotografie andati bruciati. «Anca questa xè Trieste» gli esce tra le labbra, quasi a commento dei nostri pensieri comuni. E io vorrei dirgli che le cose sono cambiate, che stanno cambiando ancora e quello che abbiamo visto in questi giorni ne è la prova. Ma forse invece questo viaggio ce lo siamo solo immaginati, e un futuro simile è ancora molto lontano. Gli sorrido: «È tempo di andar via. Vieni, ci aspettano in osmiza».

(3 - Fine. Le puntate precedenti sono state pubblicate domenica 11 e martedì 13 marzo)

179 - La Voce in più Dalmazia 10/03/12 Zara - Quella medaglia che vorrebbe uscire dal cassetto

STORIA L'amara vicenda del riconoscimento al gonfalone dell'ultima amministrazione italiana di Zara fatica ad avere un epilogo

Quella medaglia che vorrebbe uscire dal cassetto

di Barbara Rosi

Più o meno un mese fa, riprendendo un'ipotesi filtrata da Roma, il collega Silvio Maranzana scriveva, sul "Piccolo" di Trieste, che nell'imminenza del Giorno del Ricordo 2012 era ripartito l'iter per il conferimento di una medaglia d'oro al valor civile "al merito delle popolazioni di Fiume, Pola e Zara". La scritta incisa su un lato della nuova fantasiosa medaglia sarà "L'Italia ricorda". Una soluzione di compromesso, che agli esuli dalmati non va giù. "Abbiamo avuto effettivamente notizia che si stanno facendo passi avanti importanti in questa direzione - gli aveva detto a proposito Renzo Codarin, presidente della Federazione degli esuli - ma se si tratta di un contentino per sostituire la medaglia d'oro al valor militare già decretata a favore di Zara e mai consegnata a causa delle proteste del governo croato non ci stiamo".

"Due cose diverse - aveva precisato Renzo de' Vidovich, presidente dei Dalmati del capoluogo giuliano -, le due medaglie non solo possono, ma devono coesistere". Si aprono, dunque, degli spiragli alla luce degli importanti eventi con i concerti e i discorsi di riconciliazione in piazza dell'Unità d'Italia a Trieste e all'Arena di Pola con la presenza congiunta dei Capi di Stato di Italia e Croazia, Giorgio Napolitano e Ivo Josipovic? "Si consegni finalmente quella medaglia d'oro al valor militare già conferita - afferma Codarin -, perché ormai i rapporti con la Croazia sono ottimi e Zagabria nulla può dire su ciò che Roma fa a favore dei cittadini italiani". Gli esuli, e in primis i dalmati; le loro posizioni sono ben chiare a Roma, al Quirinale come alla Farnesina. "Di certo non molliamo e continuiamo ad affermare il nostro dovere-diritto a celebrare i nostri morti, tutti, quelli fucilati dai tedeschi, caduti sotto i bombardamenti angloamericani e degli uccisi dai partigiani dopo il 1.mo novembre 1944, oltre alla morte di una città che che non esiste più e vive solo del cuore degli esuli", come ci dice Giorgio Varisco, noto esule di Zara, esponente dell'Associazione dei Dalmati Italiani nel Mondo.


Il duplice martirio
Quella della medaglia al valor militare al gonfalone dell'ultima amministrazione italiana di Zara già conferita, con decreto dell'allora presidente della Repubblica italiana, Carlo Azeglio Ciampi, il 21 settembre 2001, è la vicenda di un'onorificenza mai assegnata dall'Italia per non creare conflitti inutili con Zagabria. Ricordiamo che era già stata fissata la data per la solenne cerimonia, che avrebbe dovuto svolgersi al Quirinale il 13 novembre dello stesso anno, in presenza di Ottavio Missoni, sindaco della libera municipalità di Zara in esilio, se non fosse stato di per quella nota di protesta, inviata il 25 ottobre di anni fa dal governo croato. Il conferimento non è così mai avvenuto, anche se nel frattempo vi sono stati gli importanti eventi con i concerti e i discorsi di riconciliazione. Una vicenda complessa, che risale però a diversi anni addietro.
Nel corso degli anni Quaranta, Zara, quando era ancora italiana, fu il capoluogo di provincia più colpito dalla guerra: l'85 per cento delle abitazioni fu distrutto o seriamente danneggiato e un decimo della popolazione fu ucciso nei massicci bombardamenti angloamericani, in esecuzioni sommarie, con l'annegamento o nei campi di concentra-mento a seguito di una duplice occupazione, quella nazista, tra il settembre del 1943 e la fine di ottobre del 1944, e, dopo il novembre del '44 dei partigiani comunisti jugoslavi.


Barbi, Amato, Toth, Lauro, Scalfaro
Negli anni Settanta, il parlamentare triestino Paolo Barbi reputò che tale supplizio zaratino meritasse un riconoscimento da parte dello Stato italiano e si rivolse in tal senso all'allora ministro della Difesa, Attilio Ruffini. Quest'ultimo, però, gli rispose allargando le braccia per l'"incresciosa impossibilità" di far fronte a quella richiesta dal momento che si sarebbe corso il rischio di turbare i rapporti con la Jugoslavia, alla quale Zara apparteneva dal 1947. Della questione non si sarebbe più parlato fino all'intervento, nel febbraio del 1993, dell'allora presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro.
Già sottosegretario alla presidenza del Consiglio ai tempi del governo Scelba (10 febbraio 1954 - 22 giugno 1955), quando la questione del confine orientale era incandescente, nel '93, dopo una visita a Trieste e un incontro con il senatore Lucio Toth, scrisse una lettera al presidente del Consiglio, Giuliano Amato, esortandolo a far "luce sulle circostanze che portarono all'eliminazione di alcune migliaia di cittadini italiani originari di quelle zone da parte delle formazioni partigiane jugoslave".
Poi nel febbraio del '98, il presidente del gruppo medaglie d'oro al valor militare, Furio Lauri, inviò ai colleghi delle 34 associazioni nazionali combattentistiche e d'arma, comprese ovviamente quelle partigiane, la richiesta di adesione alla proposta di conferire la decorazione a Zara, i cui militari - a riprova dell' eroismo della città negli anni della Seconda guerra mondiale - avevano già meritato 7 medaglie d'oro e 22 d' argento. Il 3 giugno del 1998 venne consegnato a Scalfaro un dossier con la proposta per la concessione di una medaglia d'oro al valor militare al gonfalone della città di Zara, dossier che il presidente accolse con grande soddisfazione. Ma era il momento della guerra del Kosovo e lo stesso Scalfaro, agli sgoccioli del suo settennato, propose una pausa di riflessione.


Il coraggio di Ciampi
La questione viene ripresa con il suo successore, Carlo Azeglio Ciampi, eletto presidente il 13 maggio del 1999, che prende a cuore la "causa zaratina". Il 21 settembre 2001, Ciampi, con un gesto ardimentoso taglia il nodo e conferisce motu proprio la tanto sospirata medaglia d'oro al valor militare all' ultimo gonfalone italiano della città di Zara. Ma la decisione, quel giorno e quelli immediatamente successivi, deve rimanere segreta per non turbare la visita che il presidente compirà in Croazia il 9 e 10 ottobre. Si dovrà pazientare per poco meno di due mesi (sarà lo stesso ufficio di Ciampi ad annunciare che il 13 novembre la medaglia avrebbe dovuto essere appuntata al gonfalone zaratino in una pubblica cerimonia appositamente convocata al Quirinale in presenza di Ottavio Missoni).

Ostaggi delle diplomazie?
La notizia arriverà a Zagabria e il 25 ottobre il governo croato presenterà una nota di protesta.
Per di più, gli stessi politici italiani si divideranno e in questo clima il 27 ottobre gli uffici del Quirinale faranno sapere che la cerimonia del 13 novembre verrà rinviata "per impegni istituzionali del presidente della Repubblica". Qualche tempo dopo la lettera firmata da Ciampi di conferimento della medaglia d' oro a Zara (il libro ne riproduce copia) scomparirà dal sito del Quirinale. E l'iter per il conferimento, anzi per la registrazione pubblica dell'avvenuto conferimento della medaglia, si inabisserà nuovamente.
Nel 2006 al Quirinale ci sarà un nuovo cambio di inquilino: Giorgio Napolitano. Il 10 febbraio 2007, Giorgio Napolitano, al suo primo Giorno del Ricordo da presidente della Repubblica, riceverà al Quirinale Franco Luxardo e Paolo Barbi in rappresentanza delle associazioni di esuli istriani, fiumani e dalmati.


Esecrabile congiura del silenzio
Nell'occasione il Capo dello Stato pronuncerà parole di grande coraggio rievocando quelle "miriadi di tragedie e di orrori" dirette a sradicare la presenza italiana "da quella che era e cessò di essere la Venezia Giulia" per "un disegno annessionistico slavo che prevalse innanzitutto nel trattato di pace del 1947 e che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica". Napolitano condannerà la "congiura del silenzio" su foibe ed esodo, a fronte della quale richiamerà all'assunzione di "responsabilità dell'aver negato, o teso ad ignorare, la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica, e dell'averla rimossa per calcoli diplomatici e convenienze internazionali". Però sul gonfalone di Zara continuerà a non essere appuntata quella medaglia d'oro conferita nel 2001.


La soluzione di compromesso
Risale al 10 febbraio del 2010 la soluzione di compromesso - il problema di un'onorificenza ufficiale si aggira istituendo una medaglia da assegnare al valore di una persona singola e o di intere popolazioni -, di cui si fa cenno in apertura, discussa in quella data dalla IV Commissione (Difesa): l'istituzione di una nuova medaglia intitolata "al merito delle popolazioni di Fiume, Pola e Zara" per il "contributo da esse reso nella storia a beneficio dell'Italia", inteso non solo "per le vicende legate alla Seconda guerra mondiale", ma per epoche anteriori, "si pensi ad esempio alla Grande guerra, e che testimonia l'esistenza di un profondo legame di quelle popolazioni con la comunità italiana". Si attende l'epilogo di una storia molto italiana. Già vista in precedenza, con il francobollo commemorativo di Fiume.

La motivazione
Medaglia d'Oro al Valor Militare concessa dalla Repubblica Italiana
Data del conferimento: 21 settembre 2001
Motivo del conferimento:

"Zara, città italiana per lingua, cultura e storia, ha dato alla patria nell'ultimo conflitto, tra morti e dispersi militari e civili, un decimo della sua popolazione. 7 Medaglie d'Oro, 22Medaglie d'Argento e molte altre medaglie al valor militare stanno a testimoniare la valorosa determinazione del suo popolo nei momenti supremi. Dal settembre 1943 in avanti la città ha continuato a battersi per mantenere la sua identità. I fanti, bersaglieri, alpini, marinai e avieri, tra cui molti zaratini del neo costituito battaglione partigiano italiano Mameli furono i primi ad affrontare l'invasore tedesco. Le molte decine di caduti in combattimento e le centinaia di italiani vittime di esecuzioni sommarie o morti nei lager, annegati, sono stati il prezzo della resistenza. Sottoposta a violenti bombardamenti aerei a tappeto, distrutto più di ogni altro capoluogo di provincia del nostro Paese, per l'eroica lotta Zara ha aggiunto alla sua storia altre pagine di grande coraggio. Al fine della guerra Zara desistette solo quando ogni ulteriore resistenza era materialmente impossibile. Le vestigia veneto-romane e le rovine dell'ultimo combattuto periodo restano a memoria della presenza della nostra gente. Il Gonfalone del Comune di Zara, fortunosamente riportato in Patria, testimonia un glorioso passato e quanto sia, comunque, rimasto forte nella gente di Zara l'amore per la Patria comune e la fiducia nei valori che uniscono tutti gli italiani. Fulgido esempio di attaccamento alla Patria e delle più elevate virtù militari, Zara: giugno 1940 — aprile 1945".

Un intricato puzzle di rapporti interstatali

L'intricato puzzle dell'onorificenza al gonfalone dell'ultima amministrazione italiana dell'antico capoluogo dalmata è stato ricostruito un paio d'anni fa dal professor Paolo Simoncelli nel suo saggio "Zara. Due e più facce di una medaglia" (Le Lettere, Collana "La Nuova Meridiana", Firenze, 2010, 146 pagine, con postfazione di Ottavo Missoni, sindaco onorario del Libero Comune di Zara in esilio).

È un libricino di immediata e agevole lettura, che ricostruisce la vicenda in maniera esaustiva e completa, se non fosse per un'unica "manchevolezza", non attribuibile però all'autore: l'assenza della parola fine, a distanza di ben undici anni dalla firma del decreto di concessione della medaglia da parte del presidente italiano Carlo Azeglio Ciampi e dalla convocazione di una solenne cerimonia politico-militare al Quirinale, per la mattina del 13 novembre, improvvisamente rinviata con una serie di pretesti e che poi mai si tenne né in quella ne in qualsiasi altra data.

Fermo anche il decreto, che sebbene mai revocato, comunque non ebbe più seguito.

Simoncelli sviluppa una vicenda nascosta che ha il sapore - e purtroppo non solo quello - di un giallo politico -diplomatico, corredandola con una importante documentazione, che esamina già le intenzioni di altri esponenti politico-militari e di presidenti della Repubblica Italiana di onorare il tragico destino patito dalla "Dresda adriatica" nel corso dell'ultimo conflitto mondiale e nel suo travagliato dopoguerra. Un giallo che affronta i difficili rapporti con la Jugoslavia prima e la Croazia poi, le angosce diplomatiche italiane. Simoncelli fa notare come da una parte il rapporto conflittuale e ipocrita - tra celebrazioni enfatiche e sconsolanti reticenze - con la propria memoria che l'Italia ha avuto (ha ancora?) per tanto tempo e che l'ha portata spesso a situazioni di impasse nei rapporti con gli Stati vicini, dall'altra parte come sia la Jugoslavia prima sia Croazia e Slovenia dopo abbiano spesso usato nei confronti di Roma l'arma della contropartita morale.
Paolo Simoncelli è professore ordinario di Storia moderna presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Roma "La Sapienza". Oltre volumi e saggi sulla Riforma e la Controriforma, su Galilei, sul repubblicanesimo antimediceo del '500, sulla Normale di Pisa durante il fascismo, e la biografia letteraria di Sergio Maldini. Ha pubblicato sempre presso la casa editrice Le Lettere di Firenze i Carteggi di Gentile con Chiavacci e con Donati, la biografia intellettuale di Renzo De Felice, gli inediti di Cantimori sul movimento nazionalsocialista e "L'epurazione antifascista all'Accademia del Licei. Cronache di una controversa 'ricostituzione'".

180 - Corriere della Sera Economia 13/03/12 Quel maraschino nei cocktail della Storia - La saga dei Luxardo, che Tito cacciò da Zara

Quel maraschino nei cocktail della Storia

La saga degli istriani Luxardo, che Tito cacciò da Zara, ha incrociato Fogazzaro e d’Annunzio

Questa vicenda nasce sulle coste della Dalmazia e ricomincia — quando tutto era perduto — a Torreglia, in provincia di Padova. Odora di marasche, varietà di amarene da cui dal 1821 la famiglia Luxardo ricava un liquore noto in tutto il mondo, il maraschino, ingrediente principale per cocktail internazionali come il Singapore Sling. Ma porta con sé anche l’odore del sangue versato, dopo la distruzione della distilleria sotto i bombardamenti anglo- americani, dai fratelli Pietro e Nicolò Luxardo, scomparsi quando Tito occupò Zara, per sette secoli parte della Serenissima, poi capitale del Regno di Dalmazia sotto l’impero austro- ungarico. Per dieci anni la famiglia non seppe niente di loro, annegati dai partigiani. E non ne ha mai riavuto i corpi. «L’unico superstite tra i tre fratelli, Giorgio, che era in congedo militare a Bologna, ricominciò tutto daccapo insieme al figlio Nicolò, oggi 84enne, con un nuovo stabilimento a Torreglia», ricorda Piero Luxardo, presidente e membro della sesta generazione dell’impresa familiare.

Imprenditore o umanista? Piero Luxardo è indissolubilmente e costruttivamente l’uno e l’altro. Fino a pochi mesi fa docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università di Padova, ha appena pubblicato con l’allieva Viviana Bertoldo il «Carteggio (1887-1909)» tra Antonio Fogazzaro e la giovane padovana Yole Biaggini Moschini, che ispirò la Jeanne Dessalle di «Piccolo mondo moderno». Ora lavora a una raccolta di saggi sulla narrativa del primo Novecento. E, a suggello della sua duplice natura, è stato nominato presidente del comitato di gestione del premio Campiello, la struttura organizzativa della competizione letteraria di Confindustria Veneto che quest’anno festeggia i 50 anni. Come? «Con un libro celebrativo — dice il professore Luxardo — e valorizzando le origini veneziane del premio, tanto che abbiamo scelto come presidente di giuria Massimo Cacciari. Vorrei enfatizzare il carattere culturale del premio, un’occasione mondana che è soprattutto un evento letterario».

Sarà questa la sua impronta. Quello delle lettere è un antico «vizio» di famiglia. Il padre di Piero ha scritto la storia della dinastia. Molto prima, nel 1919, il comandante Gabriele d’Annunzio annotava su un taccuino il ricordo di una serata con i suoi legionari: «Il sangue di marasca nei bicchieri... la passione delle donne... il ritorno alla caserma... il sangue di Morlacco». Tra di loro c’era Pietro Luxardo. Dopo la presa di Fiume del 2 settembre, il poeta commissionò al suo xilografo un’etichetta con motivo di pugnali e ilmotto dantesco «Cosa fatta capo ha» per il liquore Sangue Morlacco della ditta Luxardo. Così il Ratafià di marasche, varietà di cherry- brandy, fu ribattezzato in ricordo dell’impresa di Fiume (morlacca era la popolazione dell’entroterra dalmata). E si suggellava l’amicizia tra il poeta abruzzese e la quarta generazione della privilegiata fabbrica Luxardo. Privilegiata, sì. Un appellativo ancora presente nella ragione sociale, a indicare il privilegio concesso nel 1829 dall’imperatore d’Austria per la produzione esclusiva del maraschino per 15 anni.

Azienda internazionale nel suo dna, Luxardo SpA esporta il 60% della produzione in 70 Paesi. Con 44 dipendenti genera un fatturato di 16,4 milioni di euro. Innovazione è la parola chiave introdotta dalla sesta generazione. «Stiamo preparando l’ampliamento dei capannoni produttivi. E i prodotti (Maraschino e Sangue Morlacco, anche sambuche aromatizzate, liquori dolci, grappe, confetture, bagne e prodotti per pasticceria) sono in continua evoluzione», sottolinea il presidente. Ora si attende la settima generazione.

Caterina Ruggi d’Aragona

181 - La Voce in più Dalmazia 10/03/12 Gli zaratini del passato sepolti nelle nei sagrati e nei chiostri dei conventi, omaggio a Caterina Fradelli Varisco

Cenni storici sui primi cimiteri esistenti nel capoluogo della Dalmazia settentrionale prima della costituzione del camposanto comunale fuori delle mura nel 1821 ( 2 e continua)

Gli zaratini del passato sepolti nelle chiese nei sagrati e nei chiostri dei conventi

Riprendiamo il discorso sulla conservazione della memoria storica zaratina, che passa pure attraverso la cura dei sepolcri del passato. Prima della costruzione del cimitero comunale fuori delle mura di Zara nel 1821, vigeva l'usanza di seppellire i morti nelle chiese, nei sagrati e nei chiostri dei conventi. Ma tumuli sepolcrali esistevano già nell'antichità.

Secondo antiche testimonianze, tra i più importanti cimiteri intesi come estensione di terreno adibito a sepoltura dentro e fuori le mura della città con fosse e tumuli, sono da ricordare: 1) il più esteso, chiamato cimitero "della grotta", si trovava vicino alla chiesa di San Francesco, ove ora sorge la casa di ricovero per anziani e arrivava fino alla Madonna della Salute chiamata anche Madonna del Castello, tra calle Calogerà e calle Paravia. 2) il cimitero di San Nicolò che si crede sia esistito nel perimetro della palazzina Mulo, nella zona dell'ex ospedale militare. 3) il cimitero di San Luca si trovava tra la chiesa di San Donato, il palazzo Arcivescovile e piazza delle Erbe. 4) il cimitero di San Michele che, partendo dal convento dei frati francescani conventuali, si estendeva fino alla civica loggia. (Biblioteca Paravia). In epoca anteriore, nella località Val de' Ghisi fuori delle mura, zona che, prima del 1900 era disabitata, c'era un cimitero denominato di San Gio-vanin, dal nome della chiesetta che esiste ancora. Tutti questi cimiteri, e forse ce n'erano anche altri più piccoli, già nel 1800 sotto la dominazione austriaca non c'erano più. La loro ubicazione è incerta, si sa che c'erano, ma non si sa dov'erano.

NUOVI INSEDIAMENTI
Con le incursioni ottomane del 1600-1700 e la necessità di nuovi insediamenti urbani per l'aumento della popolazione, cessarono di esistere e non c'è più nessun segno che li possa ricordare se non il fatto che scavando il terreno si trovano resti di ossa umane. Nel canale di Zara dalla parte dell'isola di Ugliano, di fronte alla località chiamata Oltre (Preko), si trova un isolotto chiamato Galovac anticamente chiamato di San Paolo, proprietà dei frati francescani conventuali dove dagli ultimi anni del XVIII secolo, sotto la dominazione austriaca, esiste un cimitero privato ancora agibile curato dai frati. In questo camposanto numerose famiglie zaratine hanno la loro tomba. Il piccolo cimitero è situato sul punto più alto dell'isolotto vicino alla chiesa dei frati che una volta avevano anche un convento. È stato nazionalizzato all'epoca del comunismo e ai frati è rimasta una piccola parte dell'isolotto. Di circa sessanta tombe del cimitero, trentadue sono tombe di famiglie zaratine italiane.

CHIESE E CONVENTI
Attenendoci alle testimonianze raccolte nel polimetro "le campane zaratine" dello storico Giuseppe Sabalich apprendiamo la storia delle chiese che sono esistite nei secoli a Zara, dotta testimonianza della reale esistenza di chiese ormai in parte scomparse ma che restano nelle cronache e nella memoria di noi zaratini che le ricordiamo con nostalgia, amore e dolore per averle con l'esodo forzatamente abbandonate. Chiese e campanili le cui campane scandivano la vita della città sia nelle circostanze tristi che allegre... e ora sentiamo ancora il loro suono attraverso il mare. Carlo Federico Bianchi, accurato studioso zaratino dedicatosi particolarmente alla storia ecclesiastica della città, nel trattato "Zara cristiana" annovera le chiese esistenti dai primi tempi del cristianesimo. Chiese grandi o piccole, costruite, crollate, demolite, trasformate per altri usi come caserme, ospedali, ricoveri per vecchi indigenti, ridotte a magazzini, ricorda che sono state trecento. Naturalmente per il numero così rilevante si deve intendere chiese, chiesette, cappelle, oratori, luoghi dedicati al culto. Possiamo segnalarne alcune che nei secoli hanno dato sepoltura a tanti poveri morti. Chiese di cui non si sa l'esatta ubicazione. San Vito, San Domenico, San Pietro, Santa Marcella, San Giovanni, San Silvestro, Santa Barbara. Sant'Antonio abate, San Nicolò, Sant'Andrea, San Giorgio. San Tommaso, San Martino, San Virgilio, San Matteo, Santi Cosma e Damiano, Santa Rufina, Santo Spirito, Santa Maria, San Marco, Sant'Agata, ecc.

MISSIONE APOSTOLICA
Ci sono però anche chiese che hanno resistito alle incursioni nemiche nei vari secoli, ai bombardamenti della Seconda guerra mondiale e che continuano a svolgere la loro missione apostolica per la quale sono state costruite e che, secondo l'usanza di un tempo, prima dell'editto napoleonico del 1804, diedero asilo e pace eterna a tanti poveri morti. Lo attestano le lapidi, i sigilli tombali, le tombe che ancora ci sono e che hanno resistito a rifacimenti, a necessari restauri, all'usura del tempo.

SAN GRISOGONO

San Grisogono, chiamata una volta di Sant'Antonio abate, è la più antica chiesa di Zara. Eretta nel secolo quinto, venne anticamente officiata da monaci egiziani. Riedificata verso la metà del secolo decimosecondo, passò in proprietà dei frati benedettini con attiguo convento. Prese il nome attuale quando, nel primo medioevo, fu trasportato da Aquileia il corpo del martire San Grisogono (649). Nella chiesa trovarono sepoltura personaggi notevoli della città, nobili per lignaggio, cultura e censo. Di tombe e di simulacri nella chiesa se ne contano un'ottantina. San Grisogono è il patrono ufficiale del municipio. Sullo stemma di Zara campeggia la figura del Santo a cavallo. Il Duomo Cattedrale - basilica metropolitana. In origine dedicata a San Pietro, prese il nome della Santa Martire Anastasia quando nel IX secolo le ceneri della Santa furono traslate dalla vicina chiesa della SS. Trinità che poi si chiamò di San Donato dal nome del vescovo suo fondatore. Le ceneri della Santa sono racchiuse in un'urna nella cappella in fondo a sinistra entrando dalla porta principale. Nella basilica molte sono le tombe che custodiscono i resti mortali di illustri zaratini, vescovi, arcivescovi.

NELLA CRIPTA FU SEPOLTO IL GONFALONE DI SAN MARCO

Zara divenne sede arcivescovile nel 1154. Ai piedi dell'altare maggiore, a destra del presbiterio ci sono le tombe della famiglia Salghetti e di Francesco Drioli. Il 7 luglio 1797, alla caduta della Repubblica veneta, gli zaratini assieme al conte Antonio Stratico seppellirono nella cripta dell'altare maggiore il gonfalone di San Marco tra il dolore e le lacrime di tutta la popolazione. Fino al 1944 esisteva, attiguo alla chiesa, il battistero con la vasca esagonale di stile romanico usato nei primi secoli per i battesimi ad immersione, distrutto completamente da un bombardamento nell'ultima guerra.
La chiesa di San Donato, privata delle reliquie di Santa Anastasia, divenne ai tempi dell'Italia Museo Nazionale. Era un complesso interessante sia per gli oggetti antichi che conteneva quanto per la singolarità dell'edilizio dove erano esposti. Ora è vuoto: all'epoca dell'ex Jugoslavia è stato realizzato un nuovo museo accanto al convento di Santa Maria dove sono esposti i reperti archeologici che erano nel museo di San Donato.

SAN SIMEONE

Un tempo era chiamato Santo Stefano, poi Madonna della pace, dal 1632 chiesa di San Simeone. La navata a destra è tutta lastricata di tombe, quasi tutte senza nome con inciso soltanto l'anno di sepoltura e sono per lo più tombe del 1700. Sempre a destra in fondo alla chiesa c'è la tomba Armanini. Nella navata sinistra troviamo la tomba gentilizia dei fratelli Simeone e Pasquale de Stermich, il monumento funerario dell'ingegnere militare Rossini e, in fondo alla navata, nella cappella con l'altare della Vergine, la grande tomba Luxardo. Non credo di confondere il sacro con il profano se ricordo con venerazione che nella navata centrale la chiesa custodisce dal 1632 le spoglie mortali del nostro "San Simon" giusto e profeta, non sepolto in terra come i miseri mortali destinati a ritornare in cenere, ma esposto alla venerazione dei fedeli sull'altare maggiore in una bara di cristallo racchiusa in un'arca d'argento. Quel San Simeone che ha avuto la grazia di tenere in braccio il bambino Gesù quando Maria e Giuseppe lo portarono al tempio.

San Francesco
I frati francescani continuano nei secoli l'opera di evangelizzazione come missione principale della regola di San Francesco. I frati francescani sono a Zara dal 1200. La chiesa a una navata di stile francescano è molto semplice con attiguo un chiostro a forma quadrata con al centro un pozzo. Per tanti secoli si seppellì nella chiesa e nel sagrato. Tutto il pavimento era lastricato di lastre tombali. In seguito resasi necessaria una nuova pavimentazione della chiesa, le ossa che erano sepolte vennero raccolte in una fossa comune, alcuni sigilli tombali, i meglio conservati e i più artistici murati nel chiostro.

SANTA MARIA

Secondo antiche cronache e la tradizione che ci è stata tramandata attraverso i secoli, il convento di Santa Maria fu fondato nel 906 dai frati benedettini di San Grisogono. Si crede che la prima abbadessa del novello monastero nel 920 si chiamasse Lampredia. Nel 1066 Cicca, imparentata con la nobile famiglia zaratina dei Madii, rimasta vedova, vestì l'abito monacale ed ottenne dall'abate di San Grisogono, dal quale il monastero dipendeva, una chiesetta dedicata a Santa Maria. Chiesetta e monastero, che a quanto riferisce il prof. de Bersa nella "Guida storico-artistica di Zara", furono ampliati e abbelliti tra il 1066 e il 1091 nello stesso posto dove oggi si trovano, sempre entro le mura della città. Nel corso della Seconda guerra mondiale chiesa e monastero furono colpiti in pieno dalle bombe il 16 dicembre 1943 e distrutti ancora di più nei successivi bombardamenti della città. Con tanto lavoro e sacrificio il convento venne ricostruito nel 1970, mentre la chiesa potè essere aperta al culto dieci anni più tardi nel 1980.


CONTRIBUTO DEGLI ESULI

La ricostruzione, sia della chiesa che del convento, è stata possibile per la generosità dei fedeli - in modo determinante dei cittadini tedeschi -e soprattutto per l'opera intelligente, preziosa e infaticabile della abbadessa Maria Benedetta Braun che chiese aiuto a tutti i conventi benedettini dell'Italia e dell'estero. Un contributo alla riedificazione venne anche dato dagli esuli zaratini, mentre il contributo statale jugoslavo fu quello ricevuto dall'Istituto delle Belle Arti. Durante il rifacimento del pavimento della chiesa si trovarono ossa umane, una necropoli, segno evidente che anche a S. Maria si seppellivano i morti. Con l'annessione di Zara alla Jugoslavia le monache non abbandonarono la città distrutta, ma continuano la loro opera di apostolato che per tanti secoli hanno dato in favore della città. Molte furono e sono ancora le attività svolte dalle monache. La più importante e la più cara a noi zaratini fu la direzione della scuola elementare femminile per le fanciulle zaratine di nazionalità italiana. Le scuole elementari a quel tempo si chiamavano scuole normali. La scuola funzionò sotto la dominazione austriaca e seguitò a funzionare anche al tempo dell'Italia fino alla distruzione della città. Ricordo con affetto riconoscente tutte le Madri con un particolare pensiero, che credo condiviso da tutte le mie amiche, per le sorelle Hein, Madre Placida e Madre Carmela che furono nostre maestre. Ora le nostre Madri sono ancora a Zara, nel luogo che la Provvidenza ha loro assegnato per continuare l'opera di apostolato secondo la regola benedettina "ora et labora".


SAN MICHELE E SANT'ELIA

San Michele: Chiesa e convento retto dai frati francescani conventuali (da noi chiamati Micelini). Sant'Elia: Chiesa dei greci ortodossi che nella chiesa e nel sagrato, dove c'era un piccolo cimitero, seppellivano i loro fedeli.
A completare la breve storia dei cimiteri, delle chiese e dei conventi della nostra Zara credo sia interessante fermare l'attenzione su alcuni conventi che da anni non esistono più ma che sono ricordati nelle cronache antiche e recenti: 1) il convento di San Domenico dei padri domenicani diventato con l'Italia caserma dei carabinieri nella via omonima (via che dalla chiesa di San Michele conduce alla porta Terraferma). 2) Convento delle suore di San Demetrio (da non confondere con l'Istituto San Demetrio in Riva Nuova) che si trovava in via Angelo Diedo (dove c'era il palazzo della Provincia) chiamata via San Demetrio che fu distrutto da un furioso incendio negli ultimi anni del 1700 e che a suo tempo aveva anche un cimitero, probabilmente per la sepoltura delle suore. 3) Convento, chiesa e cimitero delle suore di Santa Caterina nell'area dove nel 1891 costruirono il caffè Centrale. Gli zaratini sempre arguti e spiritosi dicevano: "Fazeva panza i muri de Santa Caterina e per paura de tanto mal xe nato el cafè Central". 4) li piccolo convento dei frati cappuccini, attiguo alla chiesa della Madonna del Castello che in seguito, secondo l'esempio dei veneziani, venne chiamata Madonna della Salute. Convento distrutto da un bombardamento della città nella Seconda guerra mondiale. 5) Con lo stesso bombardamento fu distrutta anche la chiesa della Madonna della Salute, tanto cara agli zaratini, che aveva protetto nei secoli la città dalle pestilenze e dal colera. È rimasta in piedi soltanto l'abside dell'altare, chiuso da un cancello in ferro battuto che esisteva anche prima della distruzione della chiesa.

TANGIBILE TESTIMONIANZA

Questi brevi cenni storici sui cimiteri e sulle sepolture nelle chiese di un tempo non hanno la pretesa di scrivere la storia di Zara. Altri più dotti scrittori dalmati lo hanno fatto con cultura e perizia superiore alla mia. Devono servire soltanto come introduzione alla storia e alla visita del nostro cimitero che rimane, tra i pochi luoghi risparmiati dalle bombe, la tangibile testimonianza dell'esistenza di una città chiamata Zara che ora vive soltanto nella memoria e nel cuore degli zaratini. Sulle fumanti rovine dei bombardamenti della Seconda guerra mondiale è sorta un'altra città chiamata Zadar che non ha nulla a che fare con la Zara di una volta.

Caterina Fradelli Varisco

OMAGGIO A UN GRANDE IMPEGNO

Mia madre, Caterina Fradelli Varisco

Abbiamo iniziato a pubblicare alcuni capitoli del libro sul Madrinato di Zara edito dall'Associazione Dalmati nel Mondo, nel quale sono raccolti modi, tempi e risultati di un impegno delle donne zaratine esuli, per la salvaguardia dei monumenti del cimitero della loro città.

Giorgio Varisco, figlio della fondatrice del Madrinato Dalmatico, qui ricorda con grande tenerezza sua madre, ma anche un'attività emblematica che non è mai cessata.

Lasciando Zara il 2 gennaio 1947 per Rina Fradelli si fermò il tempo. In famiglia le tradizioni erano prassi di vita, fritole de magro la vigilia de Nadal, pinza a Pasqua, a tavola spesso pesce e carne d'agnello con strudel o paradiseto. Ma non solo, l'affettuosa devozione a San Simeone, la simpatia riservata ai frati di San Francesco, le minuziose descrizioni di case, calli e botteghe, il ricordo degli amici...amava il mare e il vento, ma soprattutto amava la gente della sua terra.

Nei primi anni '80 in famiglia s'iniziò a parlare d'un argomento inusuale: i morti. Non quelli di famiglia, ma di una particolare generalità di morti, quelli che riposano nel cimitero di Zara. Gran parte dei rapporti degli italiani con Zara allora si sviluppavano attorno al cimitero. Le visite alla Città erano soprattutto pellegrinaggi per pregare sulle tombe dei propri cari, pagare le tasse cimiteriali, incontrare i pochi amici rimasti e visitare le chiese e i monumenti che si erano salvati dalla furia dei bombardamenti. Numerose tombe si trovavano in cattivo stato di conservazione e la loro proprietà era a rischio, non pagando le tasse molti rischiavano l'esproprio del bene. Le oltre quattrocento tombe italiane del recinto antico nel cimitero di Zara erano in serio pericolo. La pietà cristiana, l'aiuto delle amiche con cui aveva frequentato il Collegio San Demetrio, l'amore per la sua gente e la sensibilità, unita alla collaborazione delle autorità locali, furono altrettanti motivi che la videro svolgere per alcuni anni un'intensa attività a favore del cimitero. Bisognava fare presto e bene.

Nel 1982 nacque il Madrinato Dalmatico per la Conservazione del Cimitero degli Italiani di Zara fondato dalle donne dalmate che decisero di occuparsi delle tombe. I loro nomi restano scolpiti nella storia del cimitero: Daria Machiedo Politeo, Carmen Matzenik Cronia, Elisa Perlotti, Maria e Lidia Hunger, Gina Zauner, Nora Millich Marsan, Nora Raccamato Fekeza, Didi Salghetti Drioli Caldana, Orietta Politeo Vidale, Annina Krekich Croce, Giulia Luxardo, Gioia Calussi Gabaldo, Maria Schittarellich, Maria Vittoria Barone Rolli e ancora molte altre contribuirono e continuano l'opera con immutato entusiasmo. La nostra casa divenne un ufficio anagrafe a ritroso dei decessi avvenuti a Zara dall'inizio del secolo ai giorni dell'esilio. In qualche modo una derivazione del cimitero, per ricostruire la mappa delle tombe, lo schedario dei proprietari, trovare i nomi e gli indirizzi degli eredi, incassare le tasse e pagarle alla direzione
del cimitero. La vita famigliare si svolgeva simpaticamente tra morti a pranzo e tombe a cena; "come sta la
tombarola" - "Fradelich, de che morti volemo parlar" - "signora funebretti, quanti morti ogi" - "la me dovaria dir se la tomba..... xe sul perimetrale a destra entrando o nel primo campo a sinistra...", scherzavamo noi figli al rientro da scuola o dal lavoro.

Mamma Rina sorridendo chiedeva di non essere presa in giro. Per l'arcinota "simpatia" per i numeri, la "tombarola" talvolta mi invitava a fare un controllo di cassa; a mano, non avevamo la calcolatrice. Con beata innocenza venivo informato che "mancavano o crescevano" anche somme importanti. Capita a chi non mette i numeri bene in colonna; alla fine naturalmente tutto quadrava, ringraziandomi diceva, "ti me ga proprio cavà un peso dal stomego".

Fu un lavoro non facile e di notevole spessore morale oltre che organizzativo affidato alla lucida memoria di mamma Rina. Si evitò la collaborazione con le autorità diplomatiche italiane, al tempo poco efficienti. Avrebbero potuto solo ritardare l'azione intrapresa, si decise di privilegiare il rapporto diretto con la Città. Le donne di Zara si attrezzarono al meglio documentandosi sugli strumenti giuridici consentiti nei rapporti bilaterali tra Italia e Jugoslavia per la trasmissione di documenti tra privati, studiarono un testo per il riconoscimento dell'usufrutto perpetuo delle tombe e raccolsero dagli eredi ogni documento necessario per mantenere la proprietà delle tombe.

Una notevole mole di lavoro, ben ordinate in casa c'erano carte dovunque. Le difficoltà naturalmente non mancarono, ma dopo alcuni anni lo scopo fu raggiunto. Le proprietà furono riconosciute, consentendo anche oggi a molti di tumulare i propri cari a Zara nella tomba di famiglia. L'ultimo ritorno, finalmente a casa per riposare per sempre all'ombra dei pini, vicino al mare. Quando l'obiettivo fu raggiunto a chi la interrogava la Signora Fradelli rispondeva: "Mi lasci dire una verità che è sfuggita ai più, non saremmo riuscite a nulla se non ci avessero aiutato i nostri morti".

Giorgio Varisco

182 – CDM Arcipelago Adriatico 14/03/12 Tutta l'arte di chiamarsi Lorenzo Fonda, il nonno riconsegnò la motonave "Pola" all'Italia

Tutta l'arte di chiamarsi Lorenzo Fonda...

Il nonno riconsegnò la motonave "Pola" all'Italia

"Lorenzo Fonda, quello della nave. Ma no, quello era mio nonno…Ma Peter Fonda iera piranese. Certo, tutti i Fonda xe de Piran. Ma va là, quando che se parla de istriani vien sempre fora una Maldobrìa…".
Scampoli di conversazione a Trieste, dove spesso il teatro è vita e la vita fa spettacolo. Ed è proprio tra scene …e quinte che incontriamo Lorenzo Fonda, non il capitano, ma suo nipote che vive a Perugia dove ha fatto il medico ma è anche un artista affermato. Ecco, proprio lui che a Trieste, appunto, al teatro Verdi sta curando le scene de "L’amico Fritz" la commedia lirica in tre atti di Pietro Mascagni musicata su libretto di Nicola Daspuro (sotto lo pseudonimo di P. Suardon) a sua volta basato sulla commedia L'ami Fritz del 1876 della coppia Erckmann-Chatrian. La prima rappresentazione si tenne al Teatro Costanzi di Roma (l'attuale Teatro dell'Opera) il 31 ottobre 1891. A Trieste è in calendario per il mese di maggio 2012. In quell’occasione avremo modo di scrivere più ampiamente del lavoro che si sta svolgendo in questi giorni in cui Lorenzo, al Verdi con maestranze, cantanti e regista, cura le scene mettendo al servizio del teatro la sua esperienza in campo artistico, teatrale, di uomo. Ed è l’uomo che, passeggiando per Trieste, tra un bicchiere di Malvasia e una portata "de sarboni panai" si concede qualche aneddoto tratto dalle vicende della sua famiglia. Riguarda proprio il nonno, Lorenzo Fonda.


Questa è la storia: nel 1939, rispondendo alle necessità derivanti dalle disposizioni governative riguardanti le linee marittime convenzionate, la S.A.N.Istria-Trieste passava al Cantiere San Marco di Trieste la commessa di due motonavi gemelle che venivano consegnate nel settembre del 1941 con un certo ritardo dovuto allo stato di guerra nel frattempo scoppiata. Due belle navi a doppia elica di ben avviate linee, di 451 tonnellate di stazza lorda con una lunghezza di 63 metri fuori tutto, alle quali veniva dato il nome di "Pola" e di "Rovigno". Ma poco durava la loro pacifica presenza nelle acque giuliane perché dopo pochi mesi venivano requisite dalla R.Marina e iscritte nel registro del naviglio ausiliario per ben altri impieghi.


La motonave "Pola", requisita il 9 gennaio 1942, veniva armata come incrociatore ausiliario ed assegnata dapprima alla base di Brindisi, spostata poi a Prevesa. Compiva 231 missioni finché l’11 settembre 1943 sorpresa a Saseno dalle conseguenze dell’armistizio, cadeva sotto il controllo tedesco con l’imbarco di un picchetto armato ma mantenendo il proprio equipaggio, in servizio di scorta di piroscafi con militari italiani prigionieri. All’uscita dalla base di Cattaro, il 20 settembre, succedeva ad un certo momento un fatto incredibile: si amava raccontare che una batteria tedesca apriva per errore il fuoco creando molta confusione della quale approfittava l’equipaggio italiano che, pur disarmato ma animato dal comandante in seconda Lorenzo Fonda, sopraffaceva il picchetto tedesco, lo rinchiudeva in una stiva e riusciva a prendere il largo rientrando a Brindisi nei ranghi della R.Marina.

Nel settembre del 1945 troviamo la motonave a Venezia dove, dimessa, veniva riconsegnata alla S.A.N. Istria-Trieste. L’unità ritornava l’anno dopo a Trieste, dove la situazione era ormai radicalmente cambiata per cui passava in disarmo. Con il trattato di pace del 1947 la città di Pola, abbandonata dagli Anglo Americani, si svuotava di tutti i suoi abitanti in gran parte per via di mare col piroscafo "Toscana" e ad affiancare la triste difficile operazione troviamo anche la motonave "Pola" che ha fatto l’ultimo viaggio, quello dell’addio alla città della quale portava il nome.

Erano le ore 0,30 del 16 settembre 1947.
"Ecco, questo era mio nonno, un Fonda, Lorenzo come me". C’è orgoglio, e perché no!

Rosanna Turcinovich Giuricin

183 – La Voce del Popolo 14/03/12 Cultura - Il Festival dell'istroveneto unisce tre realtà

Promosso dalla Città di Buie, con il coinvolgimento di numerosi enti, un progetto a tutela del dialetto
Il Festival dell’istroveneto unisce tre realtà
Si inizia da un Concorso per opere in poesia, prosa e video per terminare con una festa culinaria

BUIE – Una nuova importante iniziativa è stata promossa dalla Città di Buie, con il sostegno della Regione istriana, dell’Unione Italiana e con il patrocinio della Regione Veneto e del Ministero della Cultura della Croazia: un progetto per la salvaguardia del dialetto istroveneto attraverso un concorso letterario e un concorso video, ambedue organizzati nell’ambito della manifestazione Festival dell’istroveneto. Lo scopo è quello di promuovere e valorizzare quella che rappresenta un’espressione rilevante e significativa che unisce la realtà di tre stati, Italia, Croazia e Slovenia.

MARIANNA JELICICH BUIĆ RACCONTA COM’È NATA L’IDEA "L’idea – come ci spiega Marianna Jelicich Buić, vicesindaco di Buie –, è cresciuta in seguito ad un’offerta di collaborazione da parte della Regione Veneto. Il fulcro intorno a cui si evolve il progetto è, dunque, il dialetto, il bisogno di conservarlo e tramandarlo alle generazioni future". La prima tappa è il Concorso di prosa e poesia per opere scritte in istroveneto, che comprende la categoria junior, giovani e adulti. I lavori, a tema libero, devono essere scritti esclusivamente in dialetto. Ogni partecipante può inviare solamente un’opera, originale e inedita, nella forma che desidera, in forma anonima, insieme alla scheda di partecipazione, scaricabile dal sito www.istroveneto.com, entro e non oltre il 20 aprile 2012, all’indirizzo: Città di Buie, Concorso "Festival dell’istroveneto", Via dell’Istria, 2, 52460 BUIE.

«SPETA CHE TE CONTO... » Le stesse proposizioni sono valide per il Concorso video, denominato "Speta che te conto…", le cui opere, a tema libero, possono variare tra documentario, intervista, fiction e altro genere. Ogni partecipante può concorrere con un massimo di tre video. Da compilare il modulo di adesione che si trova sul sito ufficiale del Festival www.istroveneto.com, e caricare i video su Youtube.
In uso in tutta la penisola istriana e nella regione quarnerina due dialetti di derivazione romanza: l’istro-veneto e l’istrioto, un "tema", quello delle "parlate", a cui non si pensa quasi mai. Nonostante sia una lingua viva, in quanto attivamente parlata, col tempo, in seguito ai naturali mutamenti sociali, alcune parole cadono in disuso, altre vengono contaminate e "adeguate" alle "necessità".

UNA PARLATA VIVA L’istroveneto rappresenta la lingua della comunicazione per la maggioranza degli italiani che vivono in regione, ma è compreso e usato anche dagli appartenenti alla maggioranza. Nonostante le sue varianti (buiese, polese ecc.), funziona come "lingua franca" perché parlato anche da chi usa il dignanese e il rovignese (dialetti istrioti). Lo Stato riconosce nella cultura veneta dell’Istria e ne favorisce la conservazione e la valorizzazione promuovendo iniziative che mirino all’integrazione dell’area di insediamento storico della popolazione istroveneta, tanto sul territorio italiano quanto su quelli di Slovenia e Croazia, nell’affermazione dei valori di amicizia e di collaborazione transfrontaliera.


"È su questa scia che è stato varato il nuovo progetto – illustra la Jelicich Buić –, che si presenta come una prima tappa di un programma più vasto, che ha come fine il recupero del dialetto. Con la speranza che il numero di adesioni al concorso sia alto e la qualità dei lavori sia soddisfacente, si spera di poter pubblicare e proiettare le opere di tutti i partecipanti in sedi diverse".
In piano pure la compilazione di un dizionario istroveneto online, concepito come un lavoro ‘in progress’, in continuo aggiornamento, in cui includere i ragazzi delle scuole. Dovrebbe consistere in una sorta di consultazione, in cui i vari termini vengono ‘tradotti’ nelle diverse parlate della regione. In proposito pure un incontro canoro, una rassegna di canzoni della tradizione popolare istroveneta e di canzoni di autori contemporanei composte in istroveneto, nonché una rassegna dei gruppi teatrali amatoriali che mettono in scena spettacoli dialettali. Previsto, inoltre, un incontro letterario dedicato agli autori che scrivono in dialetto istroveneto. Il tutto a concludersi (18 – 19 maggio) con una festa culinaria con la preparazione di piatti tradizionalI e rievocazioni del passato nel centro storico di Buie.

UN WORK IN PROGRESS "La bozza del progetto è, quindi, molto ricca e varia – conclude la vicesindaco –, aperta alla collaborazione di soggetti di tutte le età, che può evolversi nel corso di tutto l’anno. C’è, però, bisogno di un lavoro di gruppo per portare avanti un impegno così consistente ma, per ora, mi ritrovo ancora da sola. È importante sottolineare, però, che da tutte le istituzioni a cui mi sono rivolta per avere un qualunque tipo di sostegno ho ottenuto pieno appoggio. Un segnale positivo, in quanto considero che abbiano riconosciuto l’importanza del progetto volto alla tutela di un ‘prodotto’ che rappresenta uno dei simboli della nostra cultura".
Partner del progetto – sponsorizzato da "La Voce del Popolo" (EDIT, Fiume), Radio e TV Capodistria – sono il Centro Italiano "Carlo Combi" di Capodistria, il Centro di Ricerche storiche di Rovigno, il Circolo di cultura istro-veneta "Istria" e il Dipartimento di italianistica dell’Università di Pola.

Ardea Stanišić

184 – La Voce del Popolo 10/03/12 Speciale - Pirano, un tempo capitale del sale oggi accogliente località turistica

Speciale di Roberto Palisca

STRETTE VIUZZE E PICCOLE CASE ADDOSSATE L'UNA ALL'ALTRA, DONANO ALLA CITTÀ UN FASCINO DEL TUTTO PARTICOLARE: NEGOZIETTI, GALLERIE D'ARTE, BAR, RISTORANTI E ACCOGLIENTI CAFFETTERIE FANNO IL RESTO

Pirano, un tempo capitale del sale oggi accogliente località turistica

Città marinara, la cui popolazione era un tempo dedita alla navigazione, alla pesca, all’olivicoltura e soprattutto al lavoro nelle saline, oggi Pirano vive quasi esclusivamente di turismo. Accogliente e radiosa, affacciata sul mare, dall’aspetto a tutt’oggi particolarmente suggestivo, questa che è una delle poche cittadine costiere dell’Istria che ha mantenuto intatte nel corso dei secoli le sue antiche mura medievali, viene citata per la prima volta dal geografo noto come l’Anonimo Ravennate nel VII secolo d.C., con il nome greco Piranòn (Πιρανòν). I navigatori ellenici conoscevano il luogo fin dal lontanissimo IV secolo a. C.

E a conferma di tanto ci sono delle descrizioni di Teompompo di Chios, storico noto come la lingua più maligna e pettegola dell’antichità e di Floro Lucio Anneo, autore di una esposizione in due libri delle guerre esterne e delle discordie interne di Roma. Si presume che l’insediamento urbano di Pirano non abbia avuto origini romane, ma probabilmente celtiche. Sarebbe sorto infatti soltanto alla fine dell’impero romano, come rifugio delle popolazioni che fuggivano dinanzi alle invasioni barbariche. Un’ipotesi, questa, che troverebbe conferma pure nell’origine celtica del nome, che deriverebbe dalla radice "pyrn", termine questo che starebbe a significare "monte alto". Secondo la tradizione, tuttavia, a fondare Pirano sarebbero stati i profughi aquileiesi in fuga di fronte alle invasioni degli Unni. Tanto più che, per la sua particolare e favorevole posizione geografica, essendo sorta su una penisola, Pirano non fu mai sfiorata dalle invasioni dei barbari.

Ai tempi dell’impero bizantino Pirano accettò, come tutto il resto dell’Istria, le forme di governo disposte dall’Esarcato di Ravenna. La situazione peggiorò all’epoca della dominazione carolingia instaurata nel 788. Dall’830 fino al 935, Pirano fu soggetta al Regno d’Italia. In seguito divenne possedimento bavarese, per passare, nel 976 fino al 1040 sotto la Carinzia. Per Pirano i due secoli successivi furono molto turbolenti: la cittadina passò da un dominatore all’altro, iniziando ad intrecciare proprio a quei tempi i rapporti commerciali e politici con Venezia, alla quale si assoggettò del tutto nel 1283 per rimanere sotto l’influenza della Repubblica di San Marco fino al 1797, ovvero alla caduta della Serenissima.

Dotata di Statuto fin dal 1270, Pirano si resse tuttavia anche durante il periodo veneziano in maniera quasi del tutto autonoma: a capo del territorio era preposto un delegato del doge, che abbinava le funzioni giurisdizionali a quelle di governo vero e proprio, ma al suo fianco c’era un consiglio dei nobili locali che ne condivideva e ne indirizzava le scelte. Nel corso dei secoli e soprattutto ai tempi di Venezia, che ne deteneva l’assoluto monopolio e ne regolava il commercio con norme precise e rigorose, l’economia locale fu legata comunque e soprattutto al commercio del sale. Commercio che contribuì non poco allo sviluppo della cittadina, come documentato anche in una ricca raccolta di documenti trascritti e pubblicati in un volume dallo storico Flavio Bonin. Quando Trieste divenne il porto principale dei dominii degli Asburgo, il declino di Venezia segnò pure il regresso dell’industria salinaria, e per Pirano, che passò a sua volta sotto il dominio austriaco, iniziò una lenta parabola discendente. L’attività nelle saline riprese vigore soltanto nei primi decenni del XVIII secolo.

Il centro storico di Pirano che si è formato su una penisola ha mantenuto fino ai giorni nostri il suo carattere medievale. È a tutt’oggi circondato, come dicevamo, da una possente cerchia di fortificazioni merlate. Mura che nel corso dei secoli salvarono la cittadina da innumerevoli attacchi di pirateria. Pirano, grazie alle sue possenti muraglie, riuscì a resistere anche a due assedi genovesi, la prima volta nel 1354 e la seconda nel 1379. Ma ciò che non riuscirono a fare nel corso dei secoli le guerre, riuscirono a farlo le epidemie di peste. Quella del 1558, l’ultima della serie, ridusse gli abitanti di due terzi.

Il complesso barocco della chiesa parrocchiale di San Giorgio è del 1637 e comprende anche il campanile staccato dalla chiesa, eretto nel 1608, e il battistero dedicato a San Giovanni Battista, che risale al 1605. Il versante meridionale e quello settentrionale dell’alto promontorio sul quale sorge la parrocchiale, sono stati rinforzati tra la metà del XVIII e l’inizio del XIX secolo, con dei piloni di sostegno. La costruzione della chiesa barocca attuale, ultimata nel 1637, iniziò dopo il 1595 sulle strutture di una chiesa preesistente del 1344, che aveva caratteristiche gotiche. La facciata della chiesa odierna è opera del maestro Bonfante Torre. Al suo interno, caratterizzato da un’archiettura molto semplice ma da arredi particolarmente ricchi, molti dei quali del XVII secolo, la costruzione si presenta a una navata che si conclude con un lungo presbiterio e un’abside seimicircolare. Il soffitto della navata è ligneo ed è suddiviso in campi contenenti dei preziosi dipinti su tela.

A completare il tutto, un prezioso organo barocco, opera del maestro Pietro Nacchini, nato a Scardona nel 1694 e morto a Conegliano nel 1769, autore di circa 500 strumenti di questo tipo, molti dei quali impreziosiscono altre chiese a Venezia, a Padova, Udine e in Dalmazia (quella di San Filippo Neri a Spalato, San Simeone, San Girolamo e la Chiesa di Santa Maria delle Benedettine a Zara). L’organo del Duomo di Pirano è stato installato nella chiesa nel 1746. Da vedere all’interno della chiesa, sono senz’altro l’argentea scultura di San Giorgio e le numerose tele di una certa importanza, tra cui San Giorgio che protegge Pirano, opera del 1706 di Angelo de Coster.

Tante sono tuttavia le chiese di particolare interesse storico e architettonico a Pirano: quella di San Pietro, quella della Madonna della Neve, la chiesa di San Francesco con il suo convento dei Minoriti, con un dipinto di Vittore Carpaccio raffigurante la Madonna con tutti i santi; la chiesa della Madonna della Salute e quella della Madonna della Consolazione. Tra le costruzioni di particolare interesse artistico, storico e architettonico, c’è poi il Battistero ottagonale di San Giovanni Battista, di cui già dicevamo. Ma a imperare sull’intera cittadina è lo splendido campanile del Duomo, di 46 metri di altezza, sulla cui sommità troneggia la statua di San Michele. Da lassù si gode di un panorama unico che spazia su tutto il centro storico, fino a raggiungere l’orizzonte sull’Adriatico e nelle giornate limpide, Trieste e le Alpi Giulie. Ma anche dalle vicine mura medioevali costellate da sette massicce torri tutte ancora molto ben conservate, si apre una vista eccezionale sulla città. Un tratto della cinta muraria originaria è stato demolito, ma l’aspetto che avevano le cinte in passato si può osservare in alcuni preziosi dipinti, come l’imponente Madonna con il Bambino e i Padri piranesi di Giacomo e Domenico Tintoretto, opera del 1578 oggi conservata nella sala delle riunioni del Palazzo comunale.

Nella seconda metà del XIX secolo, come nella vicina Portorose, che insieme ad Abbazia divenne uno dei luoghi di maggior richiamo dell’intero Impero austroungarico, anche a Pirano iniziarono a svilupparsi il turismo e l’alberghiera, ancora oggi settori portanti dell’economia locale. Strette viuzze e piccole case addossate l’una all’altra, donano alla città un fascino del tutto particolare.
L’abitato si divide in due storici rioni, divisi dall’insenatura del porto e dallo spazio che fu dell’antico mandracchio: quello di Punta e quello di Marzana. Chiese e palazzi ricchi di storia attirano i visitatori della cittadina in ogni suo angolo. Negozietti, gallerie d’arte, bar, ristoranti e accoglienti caffetterie fanno il resto.

Ai voti e all’abito talare preferì... il Trillo del diavolo


Pirano è la città natale del compositore e violinista Giuseppe Tartini, al quale è dedicata la piazza principale della cittadina. Nato l’8 aprile del 1692, fi glio di Giovanni Antonio Tartini, "scrivano dei Sali" della Serenissima di origine fi orentina, e della piranese Caterina Zangrandi, Tartini è una fi gura di prim’ordine nella storia della musica strumentale italiana.


Fondatore della celebre scuola di violino di Padova, istituita nel 1728, è celebre soprattutto perchè è a lui che viene attribuita la scoperta del terzo suono, detto in musica anche suono di combinazione per differenza o suono di Tartini. Nella sua imponente produzione strumentale, in parte ancora inedita, spicca la sonata postuma in sol minore detta "Trillo del diavolo".

I genitori lo destinarono a intraprendere la carriera ecclesiastica, facendogli frequentare in gioventù il Collegio dei Padri delle Scuole
Pie di Capodistria, dove sembra abbia anche appreso i primi rudimenti di violino. Indossato già l’abito talare, nel 1708 Tartini si trasferì a Padova dove, sempre per volere del padre, frequentò all’Università i corsi di legge. La sua attività preferita a quei tempi doveva essere tuttavia la scherma. La sua abilità in questo campo è testimoniata infatti in diverse fonti come ineguagliabile.

Nel 1710, pochi mesi dopo la morte del padre, Tartini si ribellò al destino ecclesiastico impostogli dalla famiglia e, nonostante la contrarietà di sua madre, il 29 luglio di quell’anno si unì in matrimonio con la padovana Elisabetta Premazore. Per fuggire alle continue pressioni e minacce della famiglia materna, da Padova Tartini si trasferì ad Assisi, dove nel convento di San Francesco intraprese lo studio del violino.

Iniziò a suonare nelle orchestre di alcuni teatri. Nel 1714, ad esempio, prestava servizio nell’orchestra dell’Opera di Ancona. Tornato in Veneto con la moglie, visse per qualche tempo tra Padova e Venezia. Nel 1716 durante una festa in onore del Principe elettore di Sassonia, Federico Augusto III, a Venezia incontra Francesco Maria Veracini. La tecnica violinistica del maestro toscano colpì a tal punto Tartini che lo spinse a ritirarsi ad Ancona per perfezionare, attraverso uno studio assiduo, l’uso dell’arco e mettere a punto una sua propria tecnica.

La sua fama di ottimo esecutore gli permise di ottenere anni dopo, a Padova, il posto di primo violino e capo concerto nella basilica di Sant’Antonio. Dal 1723 al 1726 Tartini soggiornò a Praga, punto d’incontro della cultura viennese e della scuola musicale tedesca e come tale dunque, ambiente estremamente stimolante, dove completò la sua formazione come strumentista e come compositore. Al suo ritorno da Praga, Tartini raggiunge la fama internazionale. La sua eccellente tecnica virtuosistica lo fa diventare un punto di riferimento per molti violinisti e la sua Scuola delle Nazioni, istituita a Padova, viene frequentata da musicisti provenienti da tutta Europa. Tartini continua a esibirsi a Parma, Bologna, Camerino e Ferrara, ma all’attività concertistica subordina progressivamente gli
impegni relativi alla sua attività didattica e compositiva e al contratto di primo violino che lo tiene legato alla basilica padovana fi no alla sua morte.

La sua arte è tra quelle che sviluppano, intorno alla metà del 18º sec., uno stile puramente strumentale, nel quale già si affermano spiriti drammatici che prefigurano la sonata romantica. All’interno della produzione musicale tartiniana si distinguono due generi nettamente predominanti: il concerto per violino solo e archi, e la sonata per violino con accompagnamento opzionale del basso continuo. A questi due generi si aggiungono le sonate a tre e a quattro, per archi, e pochissime composizioni vocali.

Da compositore Tartini ci ha lasciato oltre 200 manoscritti strumentali, circa 80 pubblicazioni, fra cui 18 concerti per violino, 12 sonate per violino con violoncello e basso, 12 per violino e basso, 6 per 2 violini e basso e tante altre. Rimangono però di lui anche moltissimi altri studi: 25 manoscritti conservati a Pirano e altri pubblicati nel trattato "De’ principi dell’armonia musicale" uscito nel 1767

185 – La Voce del Popolo 10/03/12 Speciale - Pirano: Giuseppe Tartini: una Comunità bene inserita nella realtà locale

INCONTRO CON LA PRESIDENTE DEL SODALIZIO, MANUELA ROJEC, E LA COORDINATRICE CULTURALE FULVIA ZUDIČ
Giuseppe Tartini: una Comunità bene inserita nella realtà locale

PIRANO – Per presentare la Comunità degli Italiani "Giuseppe Tartini" di Pirano abbiamo incontrato la presidente, Manuela Rojec e la coordinatrice culturale, Fulvia Zudič. Il 2012 si preannuncia per il sodalizio estremamente denso di appuntamenti, legati ad importanti anniversari del territorio, ai quali come sempre la comunità italiana partecipa in prima fila.
"Siamo molto aperti ad ogni tipo di collaborazione e credo che ci possiamo considerare veramente parte integrante di questo Comune" - ci spiega la presidente. "Di conseguenza l’intera Comunità è in costante fermento perchè si lavora incessantemente e durante tutto l’anno. Poichè in seno al sodalizio operano gruppi che mantengono in vita tradizioni e usanze del territorio, veniamo invitati e partecipiamo sempre volentieri a tantissime manifestazioni".

DEDICATO A TARTINI Uno dei prossimi eventi che coinvolgeranno gli attivisti sarà una nuova edizione della tradizionale manifestazione "Dedicato a Tartini". Si tratta di una serie di appuntamenti che vengono programmati nel periodo in cui ricorre l’anniversario del compleanno di Giuseppe Tartini, che era nato l’8 aprile del 1692, che solitamente coinvolgono i ragazzi in corsi di musica e in concerti mirati. Quest’anno, in occasione del 320.esi- mo anniversario della nascita del grande compositore, il sodalizio ha deciso di fare le cose in grande. Il programma, infatti, si protrarrà per più mesi. S’inizierà con i laboratori mirati per i bambini, intitolati "Auguri Tartini" e curati da Miriam Monica, previsti ogni mercoledì dal 14 marzo all’11 aprile. L’8 aprile, invece, ci sarà l’inaugurazione della mostra "Doni a Tartini", organizzata dalla CI e dalla CAN in collaborazione con l’Archivio regionale di Capodistria, che per l’occasione metterà a disposizione molti degli oggetti esposti. La giornata si chiuderà con un concerto nella Chiesa di San Francesco, dove si esibiranno il gruppo vocale della Comunità, guidato da Milada Monica, il violista Francesco Squarcia e Bojan Glavina all’organo.


Nei mesi a venire sono stati inoltre programmati una conferenza della studiosa Margherita Canale e l’allestimento di una mostra con alcuni preziosi artefatti provenienti dall’esposizione permanente dedicata a Tartini a Venezia, dove sono custoditi strumenti musicali costruiti da maestri liutai contemporanei di Tartini. Non mancherà il laboratorio del metodo Suzuki, al quale parteciperanno diversi strumentisti che alla fine del seminario proporranno un concerto a teatro. In tale occasione sarà pure proiettato un documentario sulla passata edizione della manifestazione, realizzato da un piranese esule il cui nipote l’anno scorso aveva partecipato ai laboratori musicali. Tra le altre iniziative che saranno realizzate dal sodalizio, se si disporrà di sufficienti mezzi finanziari, un concerto estivo a teatro, del corso Masterclass della scuola New virtuosi, previsto per il mese di agosto, che proporrà al pubblico dei giovani musicisti di estremo talento provenienti da tutto il mondo.

UNA COMUNITÀ POLIEDRICA Le numerose sezioni della CI coinvolgono in svariate attività almeno 300 soci del sodalizio. Alla "Giuseppe Tartini" ci si può dedicare alla pittura, alla ceramica, alla recitazione e alla musica. I talenti più piccoli fanno parte del gruppo dei Minicantanti, gli adulti che hanno passione per il canto fanno parte dei vari cori. Ci sono poi la sezione della Mandolinistica, quella che si dedica alla fotografia, la Filodrammatica, il gruppo di pandolo, e nella sede dislocata di Santa Lucia, due gruppi di taglio e cucito e di lavori a maglia e ad uncinetto. Da rilevare pure i corsi di chitarra, pianoforte e, la novità di quest’anno alla quale il direttivo del sodalizio teneva tantissimo (e come potrebbe essere altrimenti per una CI che porta il nome di un virtuoso come Tartni), i corsi di violino.


Tra i progetti promossi dal sodalizio vanno ricordati tra gli altri, "Odori e gusti di casa nostra", la "Tombola in piranese" di Ondina Lusa, "Lo Spillo" (una new entry promossa quest’anno nell’ambito della quale si stanno elaborando dei costumi ispirati al Settecento veneziano, da indossare in occasioni specifiche) e la "Famea dei salineri", quest’ultima senza ombra di dubbio il gruppo più gettonato e richiesto sia a livello locale che al di fuori dei confini comunali, in quanto unico e caratteristico (viene invitato infatti a incontri folcloristici sloveni e internazionali proprio per la particolarità di essere legato alla storia delle saline e partecipa ogni anno alla Festa dedicata a San Giorgio, patrono di Pirano).
"Molte di queste iniziative, che coinvolgono tanti volonterosi connazionali sempre pronti a mettersi a disposizione della Comunità" -, osserva la presidente del sodalizio -, "si sono dimostrate talmente originali e interessanti che ben presto ci siamo praticamente visti obbligati a riproporle anche più volte all’anno".

EDITORIA Sul piano delle attività editoriali che vengono promosse dalla CI c’è una bella novità. Da aprile, grazie al sostegno della CAN, il foglio mensile della Comunità "Il Trillo" diventerà bimestrale. Ci sono poi le pubblicazioni che il sodalizio propone nella collana "Lassa pur dir" promossa e curata da Ondina Lusa; preziosi volumi che trattano argomenti tematici e scritti che sono frutto di lunghe ricerche realizzate assieme a collaboratori del calibro di Marino Bonifacio e Kristjan Knez. Tra le pubblicazioni di successo promosse dal sodalizio pure quella su Davide Filipas realizzata in collaborazione con il Museo del mare, in versione trilingue.

PROGETTI "Anche quest’anno il nostro calendario sarà ricco di eventi" - spiega la presidente Manuela Rojec. - "Già il 17 marzo inaugureremo presso l’Auditorio la mostra dedicata ai 110 anni della Parenzana. Per ricordare l’ultimo ventennio della longeva attività del gruppo filodrammatico. Stiamo pure preparando una pubblicazione che uscirà in occasione del ventesimo anniversario di attività della Filodrammatica e che presenteremo il 6 ottobre e in collaborazione con il locale Museo. Stiamo lavorando a una splendida monografia sulla Famiglia dei salineri. Il 20 luglio, con uno spettacolo in piazza, ricorderemo i cent’anni del tram di Pirano e i 500 anni dalla visione della Madonna di Strugnano. Quest’ultimo evento prevede una serie di manifestazioni, tutte coordinate dalla parrocchia di Strugnano, che sono iniziate già a gennaio. A metà giugno parteciperemo alla manifestazione battezzata "Tesori dell’Istria". Per il 19 maggio è prevista inoltre la prima di "Mare mostrum", un nuovo spettacolo della nostra Sezione di filodrammatica".

LA BOTTEGA DEI SAPORI È da sei anni a questa parte che la Comunità degli Italiani "Giuseppe Tartini" ambisce a sfruttare gli spazi del pianterreno della propria sede per aprire un piccolo ristorante tipico.
Gli spazi della cucina del locale sono già stati attrezzati e si dispone pure delle licenze necessarie per utilizzare lo spiazzo esterno. Si è tuttavia ancora in attesa dei finanziamenti necessari per l’acquisto degli arredi. Purtroppo, con i tempi che corrono, è difficile poter contare sui finanziamenti necessari per completare il progetto, ma il direttivo del sodalizio si augura di riuscire comunque a realizzarlo. Se non quest’anno almeno quello venturo.

Jana Belcijan

186 - Il Piccolo 11/03/12 «Ridateci la Jugoslavia, un Paese unito» - Un sondaggio conferma la nostalgia, tranne nel Kosovo e in parte della Croazia (Stefano Giantin)

«Ridateci la Jugoslavia, un Paese unito»

Un sondaggio conferma la nostalgia, tranne nel Kosovo e in parte della Croazia.

La colpa della dissoluzione? I nemici esterni

E l’Unione europea fa gli scongiuri
L’Ue finirà come la Jugoslavia? Quesito stuzzicante e risposta altrettanto interessante, soprattutto se data da persone che hanno vissuto sulla propria pelle la drammatica implosione di uno Stato-Federazione. Risponde «probabilmente/molto probabilmente» il 58,1% dei croati, a un passo dall’ingresso nell’Unione, il 51,8% dei serbi, a cui Bruxelles ha appena concesso lo status di Paese candidato a diventare membro Ue, e il 38,6% dei montenegrini. Nei Paesi dove più lontana è la prospettiva d’integrazione europea, le percentuali calano significativamente: dal 43% della Macedonia al 28,1% del Kosovo e al 27,9% della Bosnia.


di Stefano Giantin

BELGRADO Sono passati vent’anni dalla dissoluzione della Jugoslavia. Due decenni che hanno lasciato profonde ferite nella gente dei Balcani, generato milioni di pagine di analisi che hanno tentato di sviscerare il problema-chiave. Perché un grande Paese è imploso? Le risposte, tante, ma mai conclusive. Una domanda è tuttavia sempre stata lasciata senza risposta dagli esperti: qual è stata la «dimensione umana della disintegrazione» della Federazione? Quanto mancano Tito e la vecchia Jugoslavia ai giovani di oggi, a quelli che ne hanno vissuto i suoi ultimi giorni e a quelli che ne hanno solo sentito parlare?

Generazioni 1971-1991

Al quesito ha cercato di rispondere un’analisi-sondaggio commissionato dal think tank European Fund for the Balkans e condotto da IPSOS-Strategic Marketing. «Vent’anni dopo il 1991, la storia di due generazioni», s’intitola il ponderoso rapporto presentato venerdì a Belgrado. L’ipotesi di base era stimolante: «L’ultima generazione jugoslava, nata nel 1971, viveva gli anni della formazione quando i conflitti iniziarono e i primi 20 anni della sua vita adulta furono condizionati dalla guerra». I nati nel 1991, al contrario, «sono troppo giovani per ricordare il conflitto e la caduta del vecchio sistema. Isolati gli uni dagli altri», nei nuovi Stati indipendenti, «ora stanno raggiungendo l’età in cui possono plasmare il futuro delle proprie nazioni». Quali sono le «percezioni» di queste due generazioni rispetto al passato? Che cosa pensano della vecchia Jugoslavia e della vita di oggi, nei tanti più o meno minuscoli Stati sorti dopo la sua dissoluzione? Le risposte fornite da un campione di 2500 ragazzi ed ex ragazzi delle generazioni 1971, «quella che ha sopportato il peso della transizione», e quella del 1991, «la generazione del domani», sono illuminanti.

Differenze regionali

Nei Balcani «le differenze generazionali» sono minime, prevalgono invece «quelle tra Paese e Paese», a riprova che i nuovi contesti nazionali «hanno formato le opinioni individuali», mentre il fattore-lingua ha rafforzato due grandi gruppi, «la Jugosfera» e la «Sfera albanese».

Difficile, chiariscono gli estensori del rapporto, trattare i nati nel 1971 e quelli del 1991 di questi Paesi come un unicum, data l’importanza dei corsi diversi presi dalle nazioni considerate – Croazia, Bosnia-Erzegovina, Serbia, Macedonia, Kosovo, Montenegro, Albania –, dopo il 1990. Più utile dunque studiare le differenze a livello regionale, raggruppando le opinioni dei due gruppi analizzati.

Nostalgia del passato

I dati dimostrano che «la stragrande maggioranza delle persone nella regione ancora rimpiangono la perdita di un Paese unito», con la sola eccezione della Croazia (solo 30%) e del Kosovo (25%). Si starebbe meglio se la Jugoslavia esistesse ancora, pensano il 69% dei serbi, 6 montenegrini su 10, il 56,3% dei bosniaci (con una punta dell’81% in Republika Srpska) e il 62% dei macedoni. Solo il 27,8% degli albanesi ha nostalgia invece del regime e dell’assoluto isolamento del Paese delle Aquile voluto da Enver Hoxha.

La colpa del collasso

Tra Zagabria e Belgrado, tra Sarajevo e Pristina, spesso aleggia la domanda: a chi imputare la responsabilità della disgregazione della Federazione?

«La maggior parte degli intervistati percepisce la comunità internazionale come il colpevole numero uno», con l’acme in Serbia e Macedonia, la risposta a sorpresa. E i Milosevic? E i Tudjman? Nessuna colpa? Se la gente, con l’eccezione della Croazia (64%: il colpevole vero è Milosevic) e del Kosovo (45%: colpa collettiva delle vecchie generazioni), non considera responsabili le proprie o altrui élite politiche ciò avviene a causa delle manipolazioni delle proprie classi dirigenti riguardo le posizioni europee e internazionali sui Balcani.

Scarsa fiducia nei "vicini"

Certo, a molti manca la Jugoslavia, ma è venuta meno anche la fiducia negli ex connazionali, ormai sentiti come stranieri. «La sfiducia prevale tra la gente della regione, e in alcuni Paesi», Albania e Serbia in primis, «le giovani generazioni sono ancora più sospettose» dell’"altro" di quelle che hanno provato l’esperienza della guerra. Ancora più preoccupante il fatto - «non ce l’aspettavamo», ammettono gli analisti -, che un numero estremamente basso di persone colga i Balcani «come una singola regione culturale».

Nota positiva: sono in molti, soprattutto in Montenegro (62%), Kosovo (58%) e Macedonia (81%) ad aver espresso il desiderio di viaggiare di più per conoscere gli "ex nemici" e per capire, forse, quanti elementi ancora li uniscano ai "vicini lontani".

Europa, Europa

I giovani balcanici «sono scettici ma ancora nutrono speranza in un futuro migliore». E mentre pensano, a grande maggioranza, «di vivere in un mondo peggiore di quello dei propri genitori», ancora dimostrano un discreto livello di «soddisfazione per la vita in generale», con l’eccezione dei serbi (solo il 25% ritiene buono il proprio standard di vita). E poi l’Ue. Mentre i ragazzi del ‘71 vedono Bruxelles come un’entità «fragile e vulnerabile», i più giovani sono più aperti verso l’integrazione europea. Anche perché un giorno riunirà, almeno sulla carta, quello che con la forza è stato separato.

La Mailing List Histria ha il piacere di inviarVi periodicamente una minirassegna stampa sugli avvenimenti più importanti che interessano gli Esuli e le C.I. dell' Istria, Fiume e Dalmazia, nonché le relazioni dell'Italia con la Croazia e Slovenia.

Si ringrazia per la collaborazione l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Gorizia e l’Università Popolare di Trieste

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :

http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/

http://www.arupinum.it