La Gazeta Istriana a cura di Stefano Bombardieri

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Aprile 2012 – Num. 25

30 - Dalmazia - Marzo 1943 n° 1 - Dalmazia, Dolce e Amaro (Leone Concato)

31 – La Voce del Popolo 21/03/012 Ciceria, un mondo da recuperar nel volume di Ettore Tomasi (Nicolò Giraldi)

32 – La Voce del Popolo 17/03/12 Speciale - Fiume : Ex Zuccherificio, uno dei più begli esempi di barocco in Croazia (Helena Labus Bačić)

33 - La Nuova Voce Giuliana 01/03/12 - Letteratura - Giuliani e Dalmati (Elvio Guagnini)

34 – Il Foglio 08/03/12 La rotta di Luigi Dallapiccola verso una dodecafonia screziata dal colore strumentale ed emotivo (Mario Bortolotto)

35 - Corriere della Sera 17/10/1989 Le mani degli zingari sui tesori istriani (Gian Antonio Stella)

36 - Il Mulino 01/01/2012 Vent'anni dopo nella ex Jugoslavia (Roberto BelIoni - Francesco Strazzari)

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30 - Dalmazia - Marzo 1943 n° 1 - Dalmazia, Dolce e Amaro

DALMAZIA, DOLCE E AMARO

LEONE CONCATO

Quando avrai ben bene visitato uno di codesti paesini delle isole della Dalmazia — e a visitarlo non impiegherai più di mezz'ora, la chiesa, il campanile, il breve molo di calcestruzzo, le poche stradette battute in cemento e percorse da piccoli somari dal muso cogitabondo e filosofale, tutti con un sacco di traverso sulla schiena, tutti che cercan l'ombra radendo il muro delle case e lasciando il padrone al sole — quando avrai ben visitato uno di codesti pacsini,"e visto uno son visti tutti, ti avverrà senza fallo di capitare al cimitero.

Non spinto da residui di romanticheria, nè a cercarvi malsane e lagrimose emozioni, ma perchè è quello, di solito, il posto più fresco e più verde e più accogliente del villaggio. I dalmati delle isole amati le case disadorne, i muri nudi, la vita concepita in secchezza e povertà come è dura arida e arcigna la pietra della loro terra che non si lascia modellare dall'acqua, che non si lascia scalfire, che solo si spezza per superfici piane e per angoli retti, lasciando intatti e duri gli spigoli all'offesa.

Solo per i morti ha cercato un posto ameno gentile e pittoresco.

Vero è che a far pittoresco un luogo in Dalmazia ci vuol poco, basta uno speronano proteso sul mare, un muro a secco di cinta, un cipresso ad ombrello che con il tronco e i rami tagli una fetta di mare e una fetta di cielo: l'azzurro ce lo mette gratis il buon Dio, che con la Dalmazia sarà stato avaro d'ogni altra cosa fuor che di pietre e di color turchino, e una vela o una barca di pescatori capiterà sempre a dar l'ultimo tocco al quadro.

L'azzurro, fra queste isole, va veramente a spreco, c'è anche dove non lo cerchi o dove non dovrebbe essere, riflesso sulle roccie delle montagne o stampato sul bianco delle nubi: come un paese dipinto all'acquarello su carta umida e soffice che lasci camminare il colore oltre i limiti e le intenzioni del pittore.

Ed eccoci qui con i morti, in confidenza. Il cimitero è un balcone affacciato sul mare. Tutta la placida vita del placido villaggio si svolge davanti a codesto balcone, serenamente. L'orizzonte è chiuso dalle gobbe tortuose d'altre isole, il mare, fra isola e isola, ha la sonnolenza bonacciona dei laghi.

La vita d'uno di questi villaggi non è davvero gran che. Cosa volete che sia ? Quattrocento abitanti, cinquecento abitanti, mille qualche volta, tanto per esser larghi di mano. Il prete la domenica, prima del sermone, ha l'abitudine di legger l'elenco dei morti, non ho ben capito se di un lustro o di un decennio 0 di una generazione innanzi.

I morti di un' intera generazione potranno essere quaranta o cinquanta. Il prete si può permettere il lusso di rammemorarli ogni sette giorni ai figli, ai nipoti, ai pronipoti, ai cugini, ai parenti d'ogni grado. Se anche qui s'applica il principio i moglie e buoi de' paesi tuoi è facile immaginare che, per un verso o per l'altro, tutti qua dentro han da essere parenti.

Davanti al cimitero passano di tanto in tanto lentamente le vele che vanno o che tornano dalla pesca, le gaete a sei remi in piedi e i piccoli caicci che vanno ad arpionar di fiocina il polipo e la seppia. Polipi e seppie son stesi al sole a seccare: serviranno per l'inverno quando soflìerà gelida e irosa la bora e i pescatori non potranno andar fuori a pesca e non sapranno cosa mangiare. Niente telegrafo telefono acquedotto luce elettrica, niente giornali, pochissime e rare le comunicazioni con le altre isole; qui un podestà si deve sentire poco meno che un capo di Stato e il prete un metropolita.

Le lapidi nel cimitero son come soldati in fila: ce n'è di vecchie e di giovani, di bianche e di scure e d'inverdite dal muschio, come in tutti i cimiteri del mondo. Dalle sbavature del muschio potrai suppergiù stabilire l'età, anche se la cifra manca. E se neppur dal colore della pietra ti riuscisse agevole indovinare in quale anno è stata posta la lapide, potrai far caso al colore dell'iscrizione slavato dall'acqua piovana e dal salso. Ma se ne color d'iscrizione ne color della pietra, dove la cifra manca, ti dovessero suggerire l'anno in cui avvenne il decesso non disperare, c'è un altro mezzo ancor più sicuro ed esatto. Fa caso alle kappa e agli j lunghi dei nomi e alle c terminali : t'accorgerai che le vecchie lapidi non hanno kappa ne c terminali no j lunghi nei nomi ilei pescatori che vogliono ricordare. Vecchie, ma non tanto: in qualcuna c'è anche la cifra e potrai vedere come le lettere estranee alla lingua italiana vengan tutte dopo il millenovecento; quaranta, trenta, venti anni or sono, niente di più. C'era forse qualcuno che credesse che vent'anni di governo iugoslavo, di snaturalizzazione iugoslava contassero proprio per nulla ? Almeno ad imbastardire la placida dolcezza dei nomi veneti con la durezza di lettere gutturali, almeno a questo in vent'anni di malgoverno dovevan pur riuscire. Ma poco male, in dieci anni tutto tornerà come prima.

Passan le vele bianche davanti al cimitero, lentamente e fan manovra per imboccare il porto. Stanche vele che tornano da una notte di pesca.

Io non so qual linguaggio parlino fra loro i poveri morti. Padre e figlio, trent'anni di differenza, nonno e nipote, cinquant'anni di differenza. Parlan lingue diverse, il padre si chiamava Rasi, il figlio Rasic, il figlio del figlio tornerà a chiamarsi Rasi e riparlerà il veneto. Il medico, l'avvocato o, che so io, l'ingegnere, hanno una tradizione di famiglia, ma il povero pescatore vive alla giornata, come tira il vento, si contenta di campare.

Le vele bianche hanno tutte sul sommo del pennone una piccola bandiera tricolore. Tornan dalla pesca, imboccano il piccolo porto, è questo il più grosso avvenimento della giornata che assorbe tutta la curiosità del villaggio. Chi ha fatto buona pesca e chi cattiva ? Era pur questo che si domandavano poco fa le tre bimbette ritte sopra un terrazzo in attesa delle barche e i due vecchi che guardavano annoiati verso il porto.

Il pescatore ha l'abito mentale di un giocatore di ruletta: rumina congetture e calcoli delle probabilità tutta la notte — sul transito del banco di pesce, sulle abitudini del banco di pesce, sul corso delle correnti calde o fredde, sull'andamento delle stagioni — gioca la sua posta e per tre quarti s'affida alla fortuna, trepida tutti i giorni nell'attesa del grosso colpo, vince o perde, s'annota sul libriccino della memoria il giorno il luogo l'ora la serie, come certe donnette sui tappeti verdi di San Remo e Montecarlo notan meticolosamente i numeri che sono usciti. E chi non esce a pesca, pur si nutre di pesca e parteggia per la pesca. Donne vecchi bambini trepidano, quando s'avvicina l'ora del ritorno delle barche, come spettatori ad una partita di calcio.

Io non so proprio in quale lingua s'intendati fra loro i poveri morti, ma credo che questa lingua sia il veneto marinaresco. Un vecchio di sessantanni, ma robusto, che andava ancora alla pesca del tonno, mi raccontava giorni or sono di quand'era a Pola della marineria austriaca e, più tardi, a Cattaro della marhìarnga iugoslava, di quando fu in America a scavar gallerie sotto i fiumi e poi cameriere di un transantlatico italiano. Diceva ho cambiato, in mia vita, quattro re ». Forse la memoria lo tradiva e i re, in realtà, erano cinque. Diceva anche: « pecca diventar veci», la stessa frase che dicono i vecchiotti ancor in ghingheri quando vedono passare una bella figliola. Ma a lui non dispiaceva diventar vecchio per uno di questi motivi sibariti. Tutt'altro. Gli dispiaceva invecchiare per non vedere le novità che l'Italia avrebbe senza fallo portato nelle isole della Dalmazia : le strade con l'asfalto, la luce elettrica, l'acquedotto, i medici.

Ma, già che son qui, sarei pur curioso di conoscere cosa ne pensano i poveri morti che dormono nel placido cimitero sotto l'ombra di questi strani cipressi dalle lunghe braccia che per un verso ricordano la spinosa arcigna desolazione delle gaggie del deserto etiopico e per l'altro verso denunciano una stretta parentela con quei cipressi di razza nobile e antica che s'incontrano sul Gebel presso le rovine di Cirene. In questi cimiteri, più tardi possibile, non ci si dovrebbe star male, se è vero che tutti tornan qua a morire, camerieri di piroscafo, emigranti in America, pescatori dalmati che han tentato in loro vita di evadere dal monachismo insulare. Durante il giorno c'è il volo dei gabbiani e il transito delle barche e l'azzurro del mare, codesto inesauribile lusingatore d'avventure favolose, che tengon compagnia. E di notte il rimescolio della risacca sul brecciame della riva. Ed ogni domenica la consolazione d'essere ricordati, nome e cognome, senza aver scritto poemi nè trattati di filosofia, nè aver ammazzato molta gente in battaglia, insomma senz'essere eroi.

L'umile gente un poco la conosco: quei contadini che, quando incontrano sulla terra del loro duro lavoro un villeggiante in estasi davanti ad una formica o ad un tramonto, scrollan le spalle, guardati con diffidenza, spalancano gli occhi come ad avvertire i signore; infine, si tratta soltanto di una formica e di un tramonto»».

Questa gente un poco la conosco e ad essi non andrei mai a dire che la Dalmazia è bella, e non lo vado a dire ai morti, soprattutto. Mi guarderebbero con diffidenza, scrollerebbero le spalle, forse mi direbbero, in quella strana lingua impastata di veneto e di slavo, di gergo di pesca e di gergo da camerieri di piroscafo internazionale, mi direbbero quel ch'io già so e ho indovinato.

« Vieni in Dalmazia, ma non ti lasciare afferrare dalla placida sonnolenza del mare, dal tenue specchiarsi del cielo fra isola e isola, dall'ombra capovolta delle bianche vele che camminano senza fatica nell'acqua tarda. Vieni in Dalmazia, ma non prestar subito credito al cielo alle nubi al mare della primavera. Codesta è la prima osteria, quella del luogo comune, quella del filisteo in vacanza che confonde il bello con il pittoresco, il buono con il lezioso, il sapido con il dolciastro, è la tecnica delle cartoline illustrate e delle educande che dipingon marine e paesi per il saggio di fine d'anno.

Per comprendere i dalmati, e prima di affermare ch'essi son duri e taccagni e restii, prima di condannarli per la loro insulare musoneria, occorrerebbe fare il calcolo delle pedate nel sedere, dei pugni nello stomaco, delle randellate sul capo, delle delusioni e dei dispetti che han subito per opera di vecchi padroni, e il conto sarebbe lungo. Non c'è soltanto la brezza e la bonaccia, c'è anche la bora e lo scirocco, non c'è soltanto il turchino del mare, ma anche il sasso. E quello dei tramonti è sempre un divertimento da stomachi pieni e da ventri ben pasciuti.

Vieni in Dalmazia e non prestar fede al tiepido vento, al segreto delle piccole baie, delle piccole isole, dei piccoli campanili, alle vette dei cipressi, all'azzurro del cielo. Andrà a finire che te ne innamorerai e, come sempre accade a chi s'innamora, non capirai più niente. La Dalmazia è anche pepe, è anche sasso, è anche vita dura e faticata. Nessuna terra come questa conferma le opinioni dei manichei che dicono il mondo creato in collaborazione da una divinità benigna e da una divinità maligna. Qui le bestemmie e le benedizioni si bilanciano, si danno la mano, si fondono in armonia, come la tetra disperazione delle pietre annega beatamente nella serenità del mare «.

31 – La Voce del Popolo 21/03/012 Ciceria, un mondo da recuperar nel volume di Ettore Tomasi

Presentato a Trieste da Paolo Rumiz un interessante volume di Ettore Tomasi
Ciceria, un mondo da recuperare

TRIESTE – È di pochi giorni fa la notizia della pubblicazione, da parte della Casa Editrice Transalpina, dell’ultimo lavoro di Ettore Tomasi dal titolo "Ciceria e Monte Maggiore". Il volume, presentato presso il Palazzo della Regione FVG di Trieste, raccoglie la conoscenza approfondita del territorio che va dal Monte Carso fino al Monte Maggiore attraverso la condivisione di itinerari, passeggiate nel verde e la diffusione di elementi paesaggistici così vicini alle nostre zone, eppure così poco conosciuti.

A presentare il volume è stato il giornalista Paolo Rumiz. "Dopo aver fatto la camminata in una settimana da casa mia fino a Promontore mi è venuta una gran voglia di camminare ancora. Dentro alla mia testa mi era venuto in mente di provare a intraprendere la via che da Trieste porta a Fiume, nell’idea di apertura e di collegamento che la nostra città deve porsi come obiettivo. Attraverso la Ciceria avrei percorso quei chilometri che mi avrebbero portato fino al Quarnero. Poi sono venuto a conoscenza che Tomasi stava per pubblicare una raccolta di itinerari a piedi proprio su questo magnifico territorio. Il tutto mi faciliterà il viaggio, perché è un libro metodico, pieno di dettagli e di spiegazioni minuziose".

Paolo Rumiz si è poi concentrato sulla bellezza dei paesaggi che Tomasi ha esplorato e descritto nel volume. "La Ciceria è un mondo continentale così vicino al mare. Nella lettura di questo libro mi sono emozionato perché ho rivissuto esperienze che avevo fatto da giovane, assieme a mio padre. In Ciceria c’è ancora contiguità con il treno, con l’elemento ferroviario, come con l’elemento sonoro del trasporto. È come se il fischio del treno ti accompagnasse continuamente senza smettere mai.

Il Monte Maggiore poi è come un’isola, è come se fosse l’appendice di Cherso e Cherso fosse l’appendice del Monte Maggiore. È un mondo silvano, con le scarpate erbose investite dal vento perennemente, un territorio ancora bianco dove l’assenza di guide e di mappe fa in modo che sopravvivano fortissimi richiami verso lo stesso".

Per Ettore Tomasi "Ciceria e Monte Maggiore" rappresenta l’ennesima pubblicazione. "La Ciceria è un mondo diviso in tre parti. Una parte italiana, una parte slovena e la terza croata. Slovenia e Croazia stanno facendo un grande lavoro di recupero del territorio in questo momento. Le Università di Fiume e Zagabria hanno collaborato a un progetto per la valorizzazione di siti archeologici scoperti proprio in Ciceria. Hanno trovato delle tracce di insediamenti umani risalenti alla Preistoria.

Qualcosa si muove nella direzione giusta anche per il fatto che tutta l’area ha grande bisogno di attrarre. Ci sono zone in Ciceria dove abitano non più di sette abitanti per chilometro quadrato che ad esempio potrebbero svolgere funzioni gestionali di aree protette, invece di emigrare altrove".

"La Ciceria – ha continuato Tomasi – è un territorio composto da tre elementi principali. Le valli, la foresta di faggio e le creste erbose. L’ambiente si mantiene benissimo, tuttavia ci sono pochissime tracce di insediamenti umani stanziali. E se da un lato possiamo pensare a questo elemento come un qualcosa di singolare, dobbiamo confrontarci con l’importanza che i nostri vicini danno all’ambiente.

Sul versante orientale del Monte Maggiore, nei primi 500 metri dal livello del mare, ci sono alcuni paesi che, nel corso dei secoli, hanno espanso il loro raggio d’azione. Tuttavia, nella creazione del Parco naturale del Monte Maggiore, il governo ha tenuto conto dei vecchi boschi di tradizione (quelli destinati agli usi civici, nda) e li ha voluti inserire all’interno del perimetro. Così facendo hanno dimostrato ancora una volta come l’ambiente sia realmente una risorsa da tutelare".

Il volume di Ettore Tomasi è disponibile nelle librerie triestine al prezzo di 27 euro.

Nicolò Giraldi

32 – La Voce del Popolo 17/03/12 Speciale - Fiume : Ex Zuccherificio, uno dei più begli esempi di barocco in Croazia

Speciale

Servizio di Helena Labus Bačić

IL PALAZZO DELLA DIREZIONE DELLO STABILIMENTO INDUSTRIALE, UN TEMPO ANCHE FABBRICA TABACCHI, È SOTTOPOSTO A RESTAURO DA DIVERSI ANNI
Ex Zuccherificio, uno dei più begli esempi di barocco in Croazia

FIUME – Il palazzo della direzione dell’ex Zuccherificio (in seguito Fabbrica Tabacchi e ancora Fabbrica macchinari "Rikard Benčić") è un monumento storico-culturale di valore inestimabile la cui ricca storia e imponenza sono una delle tante testimonianze del glorioso passato di Fiume. Il palazzo, considerato uno dei più begli esempi di barocco in Croazia, è uno dei più grandi nel bacino adriatico ed è inserito fin dal 1970 nel Registro nazionale dei beni storico-culturali.

L’edificazione dello stabile ebbe inizio nel 1782 e venne ultimata nel 1786. All’epoca in cui venne costruito, il palazzo si rispecchiava nel mare, mentre alle sue spalle c’era una distesa di verde. L’edificio è caratterizzato da una facciata relativamente semplice, accentuata da un sontuoso balcone ondeggiante e da pochi elementi decorativi, tra cui spiccano i mascheroni con i pani di zucchero nei capelli, sistemati sugli stipiti dei portali d’ingresso. All’interno del palazzo si trova una magnifica scalinata, sita al centro della struttura e sostenuta da colonne sulle quali si alternano capitelli ionici e corinzi.

Proprio grazie alla produzione di zucchero – che ebbe inizio a Fiume nel 1754 –, il capoluogo del Quarnero divenne conosciuto nel mondo del commercio e dell’industria nella seconda metà del XVIII secolo. La fondazione dello stabilimento sancì l’inizio della produzione di zucchero nell’Impero austriaco e fin da subito la quantità di zucchero prodotta negli stabilimenti di Fiume fu sufficiente per soddisfare i bisogni di tutte le terre sotto il dominio austriaco.

Originariamente, nello stabile si svolgevano funzioni amministrative e d’affari, mentre alcuni vani erano adibiti a residenza. Il palazzo era situato al centro del vasto complesso dello Zuccherificio, amministrato dalla "Privilegiata compagnia di Trieste e Fiume".

Da più di quattro anni il palazzo della direzione è sottoposto a una sistematica e minuziosa opera di restauro e conservazione, portata avanti dagli esperti dell’Istituto croato di restauro (HRZ) e finanziata in gran parte dalla Città di Fiume.

Su iniziativa della Città di Fiume, che nel 2000 ha acquistato il complesso, l’Istituto croato di restauro ha avviato nel 2003 delle ricerche estensive sull’edificio principale, ricerche storiche e d’archivio, esami dello stato fisico e statico del palazzo, ricerche di restauro e di conservazione degli elementi architettonici, delle decorazioni in stucco, dei dipinti murali, delle colorazioni delle stanze, delle stufe in maiolica, della ceramica, degli oggetti di legno, pietra e metallo.

Inoltre, nell’ambito del progetto di ristrutturazione del palazzo verrà rinnovato il tetto, la struttura portante dei piani, aperto lo scantinato e abbassato il livello del pianterreno. Verranno restaurati pure gli infissi di legno di cui molti risalgono al XVIII secolo. Una volta restaurato, il palazzo dovrebbe ospitare eventi culturali, come mostre e concerti, nonché servizi amministrativi.

Nel corso di quattro anni, il team di restauratori ha fatto una serie di interessanti scoperte, riportando alla luce e ripulendo dipinti murali, nonché soffitti decorati a stucchi di notevole valore. Finora sono stati scoperti e ripuliti i dipinti murali e gli stucchi nelle stanze 21 (il cosiddetto Salone delle vedute, una delle stanze più rappresentative del palazzo, sita al cosiddetto "piano nobile" della struttura), 22 (il cosiddetto "Budoir"), il soffitto decorato a stucchi della stanza 13 (la "stanza delle vedute da caccia") e i dipinti murali nella stanza 27 (la "stanza dell’architettura").

Tutte le pareti decorate da dipinti murali sono state protette per mezzo di una struttura particolare onde evitare che vengano danneggiate nel corso dell’opera di risanamento edile dell’edificio, intervento indispensabile che dovrebbe essere svolto nei prossimi anni.

Gli stucchi del palazzo della direzione dell’ex Zuccherificio sono di eccellente qualità. Si tratta di decorazioni di estrema delicatezza, ricche di squisiti dettagli e caratterizzate da colori tenui, che rappresentano uno degli elementi di maggior valore all’interno del palazzo. Gli esperti sono stati piacevolmente sorpresi dalla scoperta di decorazioni di tale livello di qualità.

L’anno scorso sono iniziati i lavori agli stucchi che decorano il soffitto della stanza 18, ovvero del grande salone al secondo piano del palazzo, che, si stima, dovrebbero concludersi l’anno prossimo. Altri due anni durerà, invece, l’opera di restauro delle pareti del salone. Entro l’autunno di quest’anno, dovrebbero concludersi i lavori nella stanza 7, anche questa completamente decorata da dipinti murali.

Nei prossimi anni si pianifica un complesso intervento di risanamento edile del palazzo, nell’ambito del quale dovrebbe venir assicurata la statica della struttura. L’anno scorso, infatti, l’Istituto croato di restauro ha commissionato un progetto di consolidamento statico del palazzo che, poggiando in parte su terreno imbonito, è staticamente instabile. La verifica statica dell’edificio ha dimostrato che la facciata principale, quella rivolta verso la strada, sta progressivamente "affondando", come pure l’angolo nord-est del palazzo, per cui è molto importante che questo problema venga risolto quanto prima. L’opera di risanamento dovrebbe procedere in fasi, in collaborazione con la Città di Fiume.

Al termine dell’intervento si procederà con il riassetto della scalinata interna e con la presentazione al pubblico dell’ala ovest, ovvero quella nella quale si trovano le stanze finora sottoposte a restauro.

33 - La Nuova Voce Giuliana 01/03/12 - Letteratura - Giuliani e Dalmati

Giuliani e Dalmati - letteratura

Le indicazioni geografiche relative a diversi àmbiti di produzione letteraria (p.es.: linea lombarda, letteratura ligure, triestina, friulana ecc.) pongono sempre problemi di non poco conto allo storico e al critico: quando, e in che contesto si sviluppano i singoli fatti, testi, autori considerati relativamente a un territorio? Sono tutte questioni sottolineate autorevolmente dai classici saggi di Carlo Dionisotti su Geografia e storia della letteratura italiana (1967) e su Regioni e letteratura (1972).

Certo, vi sono saggisti che adottano una prospettiva che abbraccia testi e contesti diversi proiettandoli sul presente di chi scrive: Scrittori italiani d’oltre confine (1914); Scrittori dell’Italia redenta (1919); Storia letteraria di Trieste e dell’Istria (1923). Così può avvenire anche quando parliamo di scrittori dell’Adriatico orientale o di quelli giuliani e dalmati. Giustamente, Bruno Maier, in alcune importanti pagine della sua Letteratura italiana dell’Istria dalle origini al Novecento (1996), ha posto non pochi problemi di metodo anche in questa direzione: sia per quanto riguarda le varietà di espressioni linguistiche, sia per quanto riguarda le vicende diverse di scrittori – in tempi recenti – del territorio considerato (esuli, rimasti, immigrati).

C’è poi, in ogni caso, una volta stabilito il periodo che interessa valutare (per es. il Novecento, in tutte le sue complesse articolazioni, o una di queste articolazioni), il problema della qualità e della dignità letteraria dei contributi. Chi, tra i tanti scrittori dell’area considerata, è entrato nel "cànone" della letteratura italiana moderna e contemporanea, magari considerandolo in una sua relativa ampiezza? I nomi riguardano un gruppo certo ristretto ma significativo di autori: per esempio, quelli che si trovano presenti nelle pagine della rivista fiorentina "Solaria" (1926-1936), soprattutto Enrico Morovich e Pier Antonio Quarantotti Gambini. Oppure scrittori più recenti: la cui fama è legata a problemi che riguardano la letteratura di frontiera (come Tomizza), esperienze multiculturali, l’esodo, la complessità storica e culturale di un territorio che è stato protagonista di vicende difficili e drammatiche (Bettiza, Madieri, Milani, Mori). Autori di pagine (e sono da ricordare anche Belci e Miglia) il cui valore documentario e testimoniale non è affidato solo ai fatti e alle vicende presentate ma anche alla qualità della scrittura e allo sguardo lucido dell’osservatore: sicché la "letteratura", come ha ricordato Enzensberger (1967), diventa un necessario complemento e supporto di ogni discorso storiografico.

Elvio Guagnini

34 – Il Foglio 08/03/12 La rotta di Luigi Dallapiccola verso una dodecafonia screziata dal colore strumentale ed emotivo

IN VOLO SUL NOVECENTO

La rotta di Luigi Dallapiccola verso una dodecafonia screziata dal colore strumentale ed emotivo

di Mario Bortolotto

Non sempre i casi della vita sono forieri di disgrazie, ma non ci sentiremmo ad ogni modo di affrontare una théologie du malheur, men che mai lasciando Simone Weil per Offenbach. Il professor Pio Dallapiccola, suddito austro-ungarico, insegnava latino e greco presso il Liceo di

lingua italiana in Pisino d`Istria, di cui divenne poi preside. Ma il tollerantissimo governo pensò, attorno a11916, di chiudere baracca e burattini, convinto (probabilmente non a torto) che fosse quello un covo di irredentisti, come si diceva allora: ed in realtà le vicende avrebbero mantenuto tali sospetti: cittadina dell`Impero, passata all`Italia, poi alla Croazia, e forse ancora irrequieta. Risultato spiacevole per il probo docente; non altrettanto, diremmo, per il figlio Luigi che, con l`esilio ad Innsbruck, ci guadagnò parecchio. Il cambio di un paesetto istriano con la bella città consentì al ragazzo (dodicenne) dì avere insegnanti migliori, e di frequentare un rispettabile teatro d`opera, ove, in tre anni, vide rappresentare Mozart e Verdí, Wagner e Puccini: sorte ammirevole, dunque, per il futuro compositore, anche se di quei sommi non doveva, diciamolo subito, ereditare granché. Imparò certo a conoscerli, e ad adorarli; ma, come si diceva, rimaneva la distanza, proprio sul piano teatrale (si pensi solo alla "parola scenica") invalicabile affatto. Venne la pace, e con essa altro trasloco: ma in Italia, a Firenze, ove il musicista insegnò per anni, precisamente pianoforte complementare: incarico modesto certo, ma assai poco impegnativo, e tale da permettergli anche un eterno piagnisteo: quello del genio maltrattato. In realtà, la sua casa di via Romana gli apportò allievi, ascoltatori e ammiratori a non finire: divenne in breve una sorta di piccola Bayreuth, un centro, per meglio dire, di attuazione del Moderno: almeno finché il furioso vento di Darmstadt non cominciò a turbare tale equilibrio ed idillio. Dallapiccola peraltro era perfettamente in grado di ascoltarne i precetti, e i rigori: e noi eravamo presenti a una sua serata, in cui, dopo averne detto peste e corna, il Maestro si era seduto al pianoforte, improvvisando un à la manière de Boulez che dimostrava, accanto al fiele verdissimo, una anche più palmare musicalità. Ancor più evidente era il suo coraggio: la relazione con il governo italiano fu eccellente fino alla promulgazione delle leggi razziali, cosiddette (aveva sposato una Luttazzi di Trieste), e si dovette preoccupare dei vigenti rigori. Restava l`uomo di sempre, devoto alla miglior letteratura; nonché alla musica, anche se non sempre di inappellabile giudizio: basti la sua sufficienza verso Brahms, eajkovskij, Strauss e Strawinsky. Ma succede assai spesso, con i compositori: sono capaci di offendersi se li paragoni a Schumann o Liszt. Dallapiccola apparteneva ai cultori dell`Eccelso; Beethoven può andar bene, è accettabile, Chopin mai. Era lettore di Dante, ma riteneva di respingere Gianfranco Contini (così in un nostro colloquio), in quanto "freddo". Gli abbiamo peraltro sentito affermazioni critiche di assoluta precisione. Gli /dota restavano Mann, il Mann della saga di Giuseppe (oh, quel pozzo dell`esordio!), e segnatamente Proust e Joyce. Ritroviamo entrambi in un articolo,

realmente memorabile, edito nella rivista di Enzo Paci, "Aut aut". Era convinto come da quelli avesse appreso più che da tanti trattati: a tradurre, semplicemente, in strutture musicali alcuni luoghi sublimi dei due narratori. L`uso di una parola inglese o di un latino insolente: divenuti, inoltre, mezzi per ricordare quanto altrimenti poteva essere sfuggito al più attento e paziente dei lettori. Si sarà già compreso come, dei tre scrittori, lo conquistasse l`idea di temporalità: fino al tempo ritrovato, s`intende. Il saggio in questione s`intitola "Sulla strada della dodecafonia", e pone appunto il problema che fu centrale poi per tutta la sua opera: il rapporto, di capitale importanza, fra la tradizione diatonica e il presente (o se si preferisce il futuro) pancromatico, e finalmente seriale. Dallapiccola considerò la serie come evento decisivo, anche prima di intenderne più di qualche conseguenza. In verità, l`adozione, piuttosto lenta, in ogni caso meditativa, doveva affrontare la radicale estraneità alla sensibilità viennese: i tentativi di ricalco erano assaggi nach ita/ienischen Gusto (come avrebbe affermato padre Bach); e riguardavano in primo piano la melodia: che, fin dalle primissime prove, rimase appello inestirpabile. Ci riferiamo a composizioni vocali della più giovane età, non escluse talune financo di gusto folclorico, senz`altro dialettale: così i Fiuri de topo su grazioso testo di Biagio Marin: poeta gradese, e dunque assai vicino all`Istriano. Altre volte l`accostamento avviene con la tradizione più antica: così nelle Due laudi di Fra Jacopone da Todi (1929) e infine, ormai sicuro del proprio giuoco sulle altezze, fino a Tre laudi (193637) in cui la definizione "orizzontale", e dunque in scrittura dodecafonica, è ormai inevitabile, pur se limitata ad un solo parametro.Ecco dunque il Dallapiccola della piena maturità: per la quale anche ascoltatori abitualmente severi ebbero la sicurezza di poter riportare tutto ad una tradizione estranea, anche se non ostile, e dunque piuttosto a Berg che al suo maestro: quel Berg che, appunto nei confronti di Schoenberg, arrivò ad alcuni, lecitissimi imbrogli. Dallapiccola sapeva, come Petrassi, ben avvertire l`ostilità: così a Praga, al festival della S.LM.C., 1936, ove i due intrepidi giovanotti evitarono di stretta osservanza d`essere malmenati da un violento gruppo di "antifascisti", turbati evidentemente dalla visione del distintivo all`occhiello dei due stranieri: non sa che cosa possa essere la comicità, chi non ne abbia ascoltato la narrazione da Petrassi stesso. Tre cicli di poeti classici greci (Saffo, Alceo, Anacreonte) per voce e orchestra il primo, il secondo e il terzo per gruppo strumentale;

indicato nell`Alceo come "una voce canenda, nonnullis comitantibus musicis": in esso l`autore rende omaggio al padre letterato, senza peraltro convincere i suoi amici d`Oltralpe, cui tanto deve la sua fama, Qui la serie è esposta con solenne sostenutezza, e si ha cura d`indicare come l`unica acciaccatura debba essere cantata con espressione, sì da contare quale (nona) nota della serie vocalissima, ebbra di canto: decisamente un esempio di serialità, come non si mancò di dire, mediterranea: horresco referens. E intanto, si consideri come

esempio il secondo numero dei Cinque frammenti di Sc o: fra i pentagrammi s`indica "dolcissimo", "sostenendo il canto", "lascia vibrare", "glissando", ed altre squisitezze, si affaccia il Puccini di Butterfly. Occorre, in ogni caso, stare bene accorti: l`imperativo è la fedeltà ad un metodo che non Io riguarda, ma di cui avverte il fascino.

Se per caso la melodia affermata risultasse di nove, dieci, undici note, nessuna paura: le assenti si possono sempre confinare in altro strumento, o farle in qualche modo sfumare, svanire. Leibowitz intervenne nella diatriba scatenatasi, parlando appunto di "còté puccinien". Peraltro, non fu facile dapprima comprendere questa situazione, che Dallapiccola stesso ritenne di essere per il momento priva d`armonia. Rinsaldandosi il mestiere, che era all`origine piuttosto insicuro su quel versante, il compositore giunse presto ad esiti di alta, commossa liricità. Le sue cose migliori: altri Cinque canti, sempre sulle traduzioni (o rifacimenti) di Salvatore Quasimodo, e poi, Goethe-Lieder, gli splendidi Tre poemi per voce e orchestra da camera, da Joyce, Michelangelo, Machado, Quattro

liriche ancora di Machado, e, con vibrantissima emotività, Rencesvals.

La religiosità del cattolico induce, proprio derivandole dal metodo schoenberghiano, ad accogliere maniere decisamente sacrali, in una sequela di composizioni rigorose, seppur non sempre ispirate, e tuttavia ricche di, spunti che, prima o tardi, hanno poi trovato la soluzione e, anzitutto, la sede legittima. Rencesvals, per voce e pianoforte, è una riuscita di sbalorditiva intensità, dal tono commosso dell`attacco, con quei ritmi di marcia che evocano l`"emperere" e quel grido d`epica violenza (A-o-i!) desunto pacificamente dall`altro delle raveliane Madécasses; ma con una prevalenza decisa del valore, ormai indiscusso, dell`invenzione sonora: ritmi, timbri, disegni pianistici e, caso unico, pensato da cima à fondo (incluse le formule dedotte dall`antico francese) per evocare la religiosa gloria di una sconfitta. Forse la gioia di ascoltare questi Tre frammenti della "Chanson de Rotane nell`esecuzione di Pierre Bernac e Francis Poulenc potrà suscitare altri entusiasmi, ma ne dubitiamo perché la stessa reazione non si dà per opere decisamente religiose, se non sacre (Dallapiccola non ha mai composto musica liturgica). Al limite fra tradizionalità armonica e serialità si collocano i Canti di prigionia (193841), con il sorprendente effetto dell`inserzione gregoriana, il Dies irae: esito invero sorprendente, che i successivi Canti di liberazione non raggiungono; sibbene il poco apprezzato (almeno dagli ascoltatori italiani), Concerto per la notte di Natale dell`anno 1956 (ma misteriosamente composto nel `57); scialbe le Parole di San Paolo e lo stesso Commiato (1972); da rifiutare integralmente le Preghiere, che sfiorano il verismo vocale. Altre buone letture (Heine, Jiménez) offrono occasioni di non dissimile aggressività. Affatto diverso, il discorso da proporre con la debita cautela per il teatro. Le due opere più significative risalgono al 1939 (Volo di notte) e al 1947 (Il prigioniero). Sono anni senz`altro essenziali nella carriera del musicista: potremmo dire insieme del compositore essenzialmente diatonico e il deciso accolito dello Schoenbergkreis, con tutte le sfumature e le riserve e i sotterfugi del caso. Volo di notte è, fra diatonismo e cromatismo (financo con punte seriali), un`opera diaframma: in `questo, accostabile, alle debite distanze, al primo Berg piuttosto che al grande maestro. Non a caso, vi vengono introdotti frammenti non irrilevanti d`una musica precedente: le Tre laudi, che, presentate alla Biennale veneziana, rilevarono più delle precedenti opere l`ingegno dell`allievo di Antonio Illersberg e, attraverso questi, di Giuseppe Martucci. Basterebbe citare l`incipit della composizione, "Altissima luce con gran splendore": la serie di dodici note viene per così dire assorbita in un`orbita estranea, dovuta all`accordo perfetto di si maggiore. A batt. 14 è evidente il profumo di Suor Angelica, il còté che a Parigi gli rimproverarono, laddove esso è organicamente costitutivo dello stile di Dallapiccola, assai meglio dei canoni di varia fattura (anche cancrizantes, a specchio e via discorrendo) che assai spesso testimoniano più della cultura (e dell`impronta estetizzante venutagli da Gabriele d`Annunzio) che dell`invenzione sorgiva quale ricerchiamo sempre nel Maestro.

La riserva che gli si è mossa parte da una premessa inaccettabile. Il Volo manifesta tendenze, impulsi diversi; in effetti vi succedono forme musicali che nulla hanno a spartire con il metodo seriale: in fondo una riserva analoga a quella del famoso saggio di Boulez, Schoenberg is dead. Qui ascoltiamo un blues (indiscutibile lascito della Sonata per violino e pianoforte di Ravel, tante volte eseguita con Sandro Materassi, una canzonetta, un pezzo ritmico, un inno, un corale con variazioni: forme ben chiuse, ma poi sapientemente legate a un colore strumentale ed emotivo che è la ragione poetica fondamentale di quest`atto unico, desunto abilmente dal racconto di Antoine de Saint-Exupéry. Da cima a fondo la vocalità si avvale, ove occorra, del suo svincolarsi dalle convenzioni della condotta seriale, che qui appunto è costantemente un aspetto, e non una totalità. La tensione drammatica, l`angoscioso seguire da terra un volo che si concluderà con la morte del pilota, si mantiene inalterata attraverso le diverse, ma non divergenti, maniere stilistiche, in virtù di un`inventiva che va al di là dei singoli morfemi. Non riusciamo invece ad ammettere la riuscita fusione degli elementi decisamente spuri alla lettura, o all`ascolto del Prigioniero. Vi è almeno una zona, quella epica dei Pezzenti nel canto del carceriere-inquisitore, che risulta enfatica e persino vacua, anche perché quell`unico momento che avrebbe arricchito la figura del supposto protagonista è passato al suo torturatore, dí lui ben più vitale. Che sappiamo infatti del prigioniero nell`orrido Official di Saragozza? Ben poco, forse fiammingo, forse eretico, ma magari cattolico della schiera eternamente opposta alla Chiesa, cui in fondo apparteneva anche il savonaroliano compositore. Come ogni prigioniero (eroe o ladro di polli, o delinquente recidivo) questi

vuole fuggire, ed è in quest`unico piano che si esaurisce la sua unità d`azione. Chi compie il diabolico trucco, la torture par l`espérance del ben più maligno racconto di Villiers de l`Isle-Adam, è l`antagonista, che finisce col richiamare su di sé tutto l`interesse, e sui due sacerdoti, che forse fanno parte dell`orribile inganno, e frattanto hanno tempo per discutere amabilmente su un punto arduo di teologia.

Il meglio dell`opera è nella fuga dalla cella: nel colore atono-dei clarinetti che sembrano dipanare una ragnatela attorno a una speranza rivelatasi illusoria ben presto. L`ultimo quadro, con altri inserti desunti dai Canti di prigionia, non diremmo regga il confronto con il protratto incubo che lo precede, anche se l`invocazione alle stelle, che collega le due opere fra loro

(e con il notturno finale dell`Ulisse) ha ben altra potenza rappresentativa che l`uso del Leitmotiv: purtroppo radicalmente adottato; a cominciare dai tre accordi che aprono stridendo la scena, e da cui sembra sogghignare il barone Scarpia: "Mais, c`est la 7bsca" era stato il commento, ben noto, di Darius Milhaud, ascoltando un`esecuzione al pianoforte dell`opera in manoscritto. Forse gli saranno piaciute di più le composizioni più leggere (Piccolo concerto per Marie` Couvreux, Quaderno musicale di Annalibera, Sonatina canonica su Capricci di Paganini...): discr& a bijouterie.

La casa fiorentina divenne una piccola Bayreuth, un centro di attuazione del Moderno, Finché il vento non cambiò Volo di notte, dal racconto di Saint-Exupéry, è un diaframma fra diatonismo e cromatiselo, con punte seriali I suoi idola letterari erano il Mann della saga di Giuseppe e, soprattutto, Proust e Joyce con la loro idea di temporalità Rencesvals è una riuscita di sbalorditiva intensità, pensato da cima a fondo per evocare la religiosa gloria di una sconfitta

35 - Corriere della Sera 17/10/1989 Le mani degli zingari sui tesori istriani

Nomadi e immigrati hanno occupato il patrimonio architettonico della terra che negli anni 40 era italiana

Le mani degli zingari sui tesori istriani

Assalto ai vecchi palazzi abbandonati, per la Jugoslavia il restauro è un lusso

Il parroco di Dignano: «Sta andando tutto in malora, per ritelare 15 quadri mi hanno chiesto 24 miliardi di dinari; dove li trovo?» - La crisi economica è grave, inarrestabile il degrado delle città storiche - SOS a Roma

DAL SOSTRO INVIATO DIGNANO (Istria) -«Foto? Da, da.». La zingara vanesia allunga il collo come una pavoncella, gonfia spavalda il petto generoso, posa il gomito sulla balaustra alla Greta Garbo, si accende una sigaretta e ride soddisfatta. Vorrei vedere: dopo anni di nomadismo dal Montenegro all'Erzegovina, di campi di periferia, di roulotte scalcagnate, di fango e di candele, ha preso possesso di un pezzo di palazzo Bettica, il palazzetto veneziano più bello di Dignano. Ha messo un cellophan per tappare l'arco decorato tutto sesto, un tendone di traverso, due palmette In Un palo di bidoni di latta sul davanzale e dopo questi ritocchi personalizzati si sente proprio a casa sua.

Come le sue amiche del resto, che con mariti e figliolanza si sono accampate abusivamente in questo e quell'edificio abbandonato e ora ciabattano vocianti, in braghe con lo sbuffo e babbucce, per il centro del paese. Le case evacuate dagli italiani in fuga durante il grande esodo alla fine degli anni Quaranta e oggi abbandonate dai croati che le avevano allora occupate sono parecchie.

Troppe spese, troppo impegno, troppa manutenzione: meglio un appartamento popolare seminuovo alla periferia o meglio ancora un alloggio sulla costa, dove ci sono i turisti, c'è lavoro, girano i marchi e le lire.

Nelle antiche dimore di pietra della città medievale, nei palazzetti veneziani, negli edifici eleganti lungo la bellissima e decadente Calle Nova, oggi ribattezzata via Boris Kldric, si sono accasati immigrati montenegrini, albanesi, macedoni. E soprattutto zingari. Decine e decine di zingari del tutto indifferenti al cornicioni che si staccano, agli stucchi che si scrostano, al rubinetti che perdono, alle fogne a cielo aperto e al cessi intasati per l'eternità.

Amputata quarant'annl fa della presenza italiana, l'Istria sta subendo una seconda, quotidiana, inesorabile mutilazione. Tutto l'interno della penisola, tagliato fuori dalle discoteche, dai bazar e dal vacanzifici dei centri balneari, sta letteralmente cadendo in pezzi.

Paesi splendidi come Valle, Sanvincentl, Montona, Grisignana, o soprattutto Dignano, rimasto Il centro con più italiani (uno ogni quattro abitanti), continuano a spopolarsi e a perdere la loro memoria storica. «Un degrado che pare inarrestabile-, denuncia la professoressa Anita Forlani, tra gli intellettuali più combattivi della nostra comunità. Un patrimonio architettonico e monumentale accumulato in secoli e secoli di civiltà romana, bizantina, veneziana e austroungarica viene giorno dopo giorno violentato e scippato dal tempo e dagli uomini.

La Jugoslavia, tormentata dalla drammatica crisi economica, non ha un dinaro e soprattutto non ha un dinaro per i restauri, le catalogazioni, gli interventi di manutenzione. «E' un disastro — sospira Il professor Robert Matyasic, del museo archeologico di Pola —. CI sono monasteri stupendi come quello di San Pietro crollati per l'incuria».

«Sta andando tutto In malora — denuncia don Mario Jelevich, il parroco di Dignano, che nella sua chiesa custodisce una delle più straordinarie collezioni esistenti di arte sacra, il "Tesoro di Dignano" —. Per ritelare quindici quadri mi hanno chiesto 24 miliardi di dinari, un miliardo di lire. Ma dove vado a trovarli?».

E' veramente un peccato — dice il professor Miloslav Bertossa, docente di storia medievale -. Qui si sono bloccate anche le indagini archivistiche».

Tutta colpa dell'autogestione? No, ma quasi. In base al principio che ogni comunità amministra quello che ha, 1 paesi della costa come Rovigno o Parenzo, grazie alla valuta che incassano con i villeggianti, i soldi per la manutenzione delle loro ricchezze artistiche riescono sia pure faticosamente a trovarli. E hanno tutto l'interesse a tenere In buono stato almeno le gemme più preziose.

Ma i centri dell'Istria interna tagliati fuori dal turismo, per i loro tesori non hanno un dinaro. La comunità del nostri connazionali rimasti in Jugoslavia lancia un Sos a Roma: aiutateci a salvare la nostra memoria storica, il governo, finora, non è stato insensibile. «Entro pochi mesi dovrebbe nascere a Isola un grande centro per il restauro finanziato principalmente dall'Italia — spiega Silvano Sau, presidente dell'Unione degli italiani di Istria e di Fiume —. E ci sembra di notare un sempre maggiore interessamento. Il patrimonio Istriano, del resto, appartiene a tutti . Occorre fare in fretta, prima che le torri si sgretolino e le basiliche vengano scoperchiate. Aprendo il portafogli, però, è meglio che Roma fissi regole precise».

Che non succeda come a Pola. dove la bellissima Arena romana ha i conti in attivo e fa gongolare i locali funzionari di partito, ma è stata profanata da un restauro che grida vendetta a Dio. La prima fila di arcate è stata infatti sfondata per far posto a una gelateria, a una bottega d'anticaglie e a un ristorante battezzato pacchianamente -Taberna romana», dove a luci soffuse si mangiano grassi e untuosi civapcici di montone. Onestamente: meglio le rovine coperte di rovi.

Gian Antonio Stella

36 - Il Mulino 01/01/2012 Vent'anni dopo nella ex Jugoslavia

Roberto BelIoni e Francesco Strazzari

Vent'anni dopo nella ex Jugoslavia

Un pessimismo diffuso, talvolta accompagnato da sentimenti euroscettìci

La ex Jugoslavia vent'anni dopo, fra sicurezza e geopolitica

Quanto è difficile fare i conti con il passato

Fra gli ultimi mesi del 1991 e la primavera del 1992 la guerra dilagava nel cuore dell'ormai agonizzante federazione jugoslava, estendendosi dai confini della Croazia alle montagne e alle città della Bosnia Erzegovina. Una lunga serie di conflitti armati sanguinosi, alimentati da un intreccio perverso di nazionalismo e interessi predatori e combattuti da un numero instabile di eserciti e bande criminali, avrebbe sconvolto la penisola balcanica. La diffìcile strada della transizione politica ed economica era deragliata; l'Europa e il mondo faticavano a capire. Nonostante la sicumera esibita dai tanti che, imbevuti di cliché balcanisti, trovavano nelle violenze la prova dell'artificialità della Jugoslavia, o dell'ipotesi di coesistenza fra comunità (e persino civiltà!), ci sarebbero voluti più di dieci anni perché la violenza separasse ciò che era stato unito, quando non intimamente mescolato, facendo risorgere su un fondale di intimidazione e pulizia etnica Stati-nazione che, visti da vicino, assomigliavano molto di più a etnocrazie sorte dal saccheggio dei cittadini. Spenti gli incendi principali grazie anche all'intervento militare iniziato dagli Stati Uniti, il decennio che sarebbe seguito sarebbe stato segnato dalla ricostruzione e dalla nascita di un nuovo ordine regionale rivolto all'Europa. I «Balcani occidentali» hanno compiuto notevoli progressi in campo economico, politico e sociale da quando, dandosi convegno a Zagabria nel 2000, l'Unione europea (Ue) ha iniziato ad articolare l'idea che il futuro di questa regione risieda nell'integrazione con le istituzioni europee, e che questa integrazione passi per nuove forme di cooperazione fra vicini che da poco hanno deposto le armi. Questo riconoscimento è coinciso con importanti cambiamenti avvenuti nella regione: su tutti, determinante l'uscita di scena degli artefici del disegno di Grande Serbia e Grande Croazia: il fautore della «guerra patriottica», nonché presidente della Croazia, Franjo Tudjman (deceduto nel 1999) e il leader serbo Slobodan Milosevic (caduto a Belgrado nel 2000 e deceduto a l'Aia in una cella del Tribunale per i crimini di guerra).

Se comparata ai foschi scenari dipinti dalla gran parte degli osservatori all'indomani delle guerre, la regione ex jugoslava potrebbe essere vista oggi come in fase di piena rinascita. Le istituzioni democratiche locali sono riconosciute come legittime sia dai cittadini sia dalle numerose organizzazioni internazionali che ancora operano nella regione, con compiti di assistenza, monitoraggio e, talvolta, con poteri di intervento. A molti i Balcani richiamano alla memoria i termini drammatici della questione umanitaria. Oggi, in termini aggregati, i livelli di sviluppo appaiono accettabili: se si presta attenzione ail'«indice di sviluppo umano» -che combina reddito prò capite, livello d'istruzione e aspettativa di vita - se ne deduce che per lo più i Paesi ex jugoslavi possono essere considerati come «altamente sviluppati».

Ciò premesso, alcuni seri problemi in ambito economico, politico e di sicurezza continuano a costituire una fonte di preoccupazione sia per le istituzioni politiche locali sia per gli attori internazionali che più si sono impegnati a sostenere un complesso processo di stabilizzazione e transizione della regione, l'Ue in primo luogo.

Dal 2000 in avanti i Balcani occidentali hanno vissuto un periodo di crescita economica nominale considerevole. Il dato aggregato relativo alla regione mostra infatti, per esempio, una crescita media superiore a quella dei Paesi che sono diventati membri dell' Ue nel 2004. Fino al 2009, il tasso di crescita annuo non è mai calato sotto il 4,7%, con un picco del 7% nel 2004.

Lo schiarirsi degli orizzonti politici nazionali, pur costellato di contraddizioni e incertezze, ha certamente contribuito a rendere questo trend possibile. Nel 2000 Serbia e Croazia si sono avviate lungo un processo di transizione e di consolidamento delle istituzioni democratiche nel segno della «europeiz-zazione»; la crisi macedone del 2001 è stata affrontata e risolta, almeno parzialmente, prima che potesse evolversi in un conflitto armato su larga scala; l'indipendenza del Montenegro nel 2006 e quella del Kosovo nel 2008 non hanno innescato nuovi conflitti armati e - sia pure fra numerose ombre e incognite - hanno fornito una risposta a perduranti richieste di autodetenninazione nazionale, creando la base per nuove forme di relazione con la comunità internazionale.

Forse è eccessivo considerare lo spazio ex jugoslavo come una prova del funzionamento dell'ipotesi di «pace liberale». Tuttavia, è innegabile che il decennio di ricostruzione assistita e State-building che è seguito al «decennio delle guerre* (e degli interventi militari Nato) abbia visto all'opera i tre elementi-chiave che caratterizzano tale ipotesi (istituzioni internazionali, democrazia e mercato), e che questo secondo decennio abbia registrato un progressivo miglioramento del quadro di stabilità politica generale. L'Ue ha garantito un trattamento preferenziale alla regione, eliminando le tariffe per quasi tutti i prodotti, e promuovendo un mercato unico dell'energia. Sempre in ambito commerciale, un ruolo di crescente importanza è svolto dal Cefta, accordo di libero scambio firmato nel dicembre del 2006 da Albania, Bosnia, Croazia, Kosovo, Macedonia, Moldavia, Montenegro e Serbia, il quale ha liberalizzato il commercio intra-regionale. Larga parte del commercio estero dei Paesi Certa si svolge oggi con l'Ue: quest'ultima ha incluso tra le richieste sottoposte agli aspiranti membri il requisito di creare aree di libero scambio. Gli Stati membri si sono impegnati alla progressiva liberalizzazione del settore dei servizi, a migliorare il coordinamento delle politiche per gli investimenti, ad assicurare maggiore trasparenza ed equità negli approvvigionamenti statali (government procurement) e a garantire la protezione dei diritti di proprietà intellettuale. In generale, la necessità di riforme strutturali volte a favorire la transizione verso un modello di economia liberale non è oggetto di discussione da parte delle elite locali, che invece riconoscono gli effetti positivi di tali iniziative. Tali effetti sono stati confermati anche dalla Banca europea per la Ricostruzione e lo sviluppo (Ebrd), che ha assistito e monitorato il processo di transizione all'economia di mercato, certificando una chiara correlazione tra le riforme richieste e la crescita economica. Ma occorre in primo luogo considerare il punto di partenza estremamente basso. Il quadro economico di vent'anni fa, alla vigilia della guerra, era quello di un Paese sprofondato nella crisi economica più dura vista in Europa dal dopoguerra. Le distruzioni belliche diedero 0 colpo di grazia alla produzione, e disarticolarono uno spazio economico integrato. Nonostante i risultati raggiunti, alcuni Paesi (Bosnia, Macedonia, Montenegro e Serbia) non hanno ancora recuperato il Pil del 1990. Le economie della regione rimangono poco competitive sul piano internazionale. Il World Economie Forum ha valutato la Bosnia al 100" posto nella graduatoria globale sulla competitività per il 2011-2012 (su 142 Paesi considerati); la Macedonia si trova al 79", la Serbia al 95J, il Montenegro al 60° e la Croazia al 76". Nel 2008 le Nazioni Unite stimavano che, sulla base dei trend di crescita degli ultimi anni, e immaginando una rapida conclusione della crisi finanziaria globale, sarebbero occorsi circa 50 anni per i Balcani occidentali per raggiungere i livelli di sviluppo dell'Europa occidentale.

Questi dati riflettono la persistenza di problemi strutturali. Lo spazio ex jugoslavo si caratterizza per forti deficit commerciali dovuti alle importazioni massicce e alla difficoltà a competere, e dunque a esportare. Corruzione e procedure burocratiche inefficienti ostacolano gli investimenti esteri, soprattutto in Bosnia, Macedonia e Serbia. Particolarmente preoccupante è l'alto livello di disoccupazione, che - secondo le stime ufficiali - varia dal 9% della Croazia, al 45% del Kosovo, passando per il 20% della Serbia, il 25% del Montenegro, il 30% della Bosnia, il 35% della Macedonia. In questo contesto il Kosovo è il fanalino di coda, con il poco invidiabile record di essere oggi il Paese più povero d'Europa (inoltre, l'Fmi è fortemente critico verso il mancato rispetto dei patti in tema di conti pubblici). Secondo la Banca mondiale, il 45% di questa popolazione vive sotto la soglia della povertà e il 14% ha difficoltà a soddisfare i propri bisogni nutrizionali. Il salario medio in Kosovo è di appena 200 euro al mese, contro i 750 della Croazia.

Sia pure con gradi e modalità differenti da caso a caso, in tutti i Paesi della regione l'economia informale svolge un ruolo fondamentale ed è legata a dinamiche tanto di sopravvivenza dei molti quanto di arricchimento dei pochi. In Bosnia, ad esempio, il settore informale, letteralmente esploso fra guerra e dopoguerra, è solitamente stimato come ancora rappresentativo del 50% dell'economia. Nonostante il contributo dato al sostegno economico di individui e famiglie, l'economia informale priva gli Stati interessati di ingenti risorse e margini di manovra sulle politiche economiche. Essa inoltre si accompagna tipicamente al fiorire di nuovi modelli di ascesa sociale, che talvolta confinano con pratiche illecite e criminali. A fianco delle economie extralegali, la piaga della corruzione non accenna a guarire, secondo Transparency International, che punta il dito soprattutto su Macedonia, Serbia, Montenegro e Bosnia. I Paesi post-jugoslavi sono stati colpiti duramente dalla crisi finanziaria globale. Dal 2008 in avanti la produzione industriale in Serbia è crollata del 12%, in Montenegro del 31, in Croazia del 9. Solo Bosnia e Macedonia non hanno registrato forti riduzioni, ma solo per il momento. Drastiche misure di austerità e crescenti livelli di disoccupazione, povertà e diseguaglianza hanno inasprito un po' ovunque il clima sociale. Gli analisti prevedono per il prossimo futuro che questi Paesi dovranno affrontare un lungo periodo di crescita lenta fronteggiando diffìcili problemi dovuti all'esclusione sociale di una parte significativa della popolazione. Per rispondere alla crisi, nel 2009 le istituzioni economiche e finanziarie hanno lanciato un'iniziativa ad hoc, conosciuta come «Vienna Initiative»: Ebrd e Imf si sono impegnati a far sì che le banche estere nella regione continuino a ricevere sostegno dalle proprie filiali in Europa occidentale, così da garantire investimenti e credito a livello locale. Difficoltà economiche strutturali, forte disoccupazione e alti livelli di corruzione costituiscono fondati motivi di preoccupazione. Non sorprende, quindi, il persistere tra i cittadini delle repubbliche ex jugoslave di forme di pessimismo diffuso, talvolta accompagnato a crescenti sentimenti euroscettìci. Nel 2006 e nel 2011 Ebrd e Banca mondiale hanno condotto un'interessante ricerca sulla «Vita in Transizione», somministrando ai cittadini di 28 Paesi, tra i quali quelli post-jugoslavi, una serie di quesiti relativi alla loro esperienza quotidiana; fra questi, domande circa l'attitudine nei confronti dell'economia di mercato e della democrazia, e giudizi sulle istituzioni e sui servizi pubblici. L'aspetto più sorprendente che emerge è forse il grado di insoddisfazione diffuso tra i cittadini, molti dei quali si mostrano fermi nel ritenere che le loro condizioni di vita fossero migliori nel 1990. Un atteggiamento che riflette, per un verso, la consapevolezza rispetto ai problemi che ancora affliggono la regione, e, per l'altro, la nostalgia per un tempo in cui le guide turistiche dell'Europa occidentale includevano le regioni jugoslave, e lo stesso accadeva per i tour dei più famosi gruppi rock. Allo stesso tempo, tuttavia, il pessimismo si riverbera negativamente sulle istituzioni emerse in seguito ai conflitti degli anni Novanta. In Bosnia, Croazia e Serbia, meno del 30% degli intervistati si dichiara favorevole alle istituzioni democratiche e all'economia di mercato e, anzi, si esprime a favore del ritorno a forme di governo autoritarie.

Le guerre jugoslave hanno mietuto decine di migliaia di vittime, e portato la distruzione di infrastrutture e abitazioni, oltre all'ispessirsi di un clima di odio e sospetto tra i diversi gruppi etno-nazionali che a diverso titolo convivevano nelle strutture federate. Dall'inizio del processo di dissoluzione di queste strutture per mano di un vasto apparato di milizie ed eserciti più o meno regolari, la questione sicurezza, declinata tanto in termini militari tradizionali così come di soft-security issues, ha dominato l'agenda politica tanto nella regione quanto in Europa. Le guerre sono state accompagnale da flussi più o meno manipolati di milioni di rifugiati, di migranti e di commerci illegali che hanno fatto la fortuna di quelle cerchie affaristico-criminali che hanno pesantemente condizionato i processi di formazione dei nuovi Stati. L'eredità di questi intrecci, spesso coperti dalle fanfare dell'eroismo patriottico, si è dimostrata difficile da provare. Persino nella Croazia di oggi privatizzazioni manovrate, manipolazioni bancarie e scandali legati a corruzione e malversazione hanno avuto un peso determinante nell'orientare il dibattito pubblico, e nel condannare - in occasione delle elezioni tenute lo scorso dicembre - il partito nazional-conservatore Hdz all'opposizione di un governo saldamente in mano a una coalizione di centrosinistra. Ombre legate alla collusione con mafie e interessi criminali non hanno certo aiutato la reputazione del governo montenegrino e, più in particolare, quella della cerchia di potere vicina all'ex presidente Milo Djukanovic, già incorso in guai giudiziari anche con la magistratura italiana. Infine, volendo spostare lo sguardo sul Kosovo, va segnalato come gli apparati di intelligence occidentali continuino ad allertare circa la pervasività di intrecci fra organizzazioni criminali e potere politico, in questo caso formato in gran parte da ex combattenti, «protetti» da reti di sicurezza più o meno formalizzate. Non deve sorprendere il fatto che l'Ue, nell'attrezzare per il Kosovo la propria più importante missione di politica estera comune, abbia deciso di definirne nome (Eulex) e funzioni attorno a mie of law e standard di legalità.

A ben guardare, non è per pura coincidenza che le contraddizioni europee su come gestire la crisi jugoslava si siano rese ben visibili durante il vertice di Maastricht di fine 1991, quando la Germania puntò i piedi e di fatto impose ai partner il riconoscimento delle secessioni di Slovenia e Croazia, contro le stesse raccomandazioni del comitato appositamente nominato da Bruxelles, che vedeva condizioni favorevoli in Slovenia e Macedonia. L'intero decennio di violenza che ne seguì ha visto l'Ue in posizione marginale sull'agenda degli interventi in materia di sicurezza e stabilità regionale, agenda che è stata egemonizzata dalla Nato, su diretto impulso statunitense. La presa in carico dello spazio post-jugoslavo da parte di Bruxelles avviene con gradualità, a partire da iniziative di ricostruzione e amministrazione civile in Bosnia, per poi allargarsi a missioni di polizia.

È solo nel 1999, dopo la guerra del Kosovo, che l'Ue, oltre a sviluppare la propria politica estera anche in settori di difesa e sicurezza, concepisce una strategia regionale complessiva, architettando il Processo di stabilizzazione e associazione e - a partire dal Consiglio europeo di Salonicco del 2003 - dischiudendo esplicitamente la prospettiva dell'allargamento e della membership a tutti i Paesi ex jugoslavi. Il processo si basa sulla convinzione che stabilizzazione regionale e integrazione europea debbano procedere di pari passo, rafforzandosi vicendevolmente. In realtà, stabilizzazione e integrazione riflettono logiche differenti, e possono trovarsi in conflitto. La stabilizzazione si incardina sulla dimensione regionale, dal momento che i problemi della sicurezza hanno importanti aspetti transfrontalieri che non possono essere affrontati e risolti individualmente da ciascun Paese ex jugoslavo. Per contrasto, il processo d'integrazione si sviluppa in maniera bilaterale tra l'Unione e gli aspiranti Stati membri. In questo processo, fortemente segnato dalla logica della condìzionalità, alcuni Paesi partono da migliori condizioni iniziali oppure avanzano più velocemente. Di conseguenza, stabilizzazione e integrazione sono obiettivi difficilmente raggiungibili simultaneamente. In sostanza, anziché migliorare la cooperazione tra ex nemici, l'approccio regionale ha spesso alimentato tensioni e divisioni tra gli Stati coinvolti. Di fatto, tutti gli Stati ex jugoslavi hanno espresso riserve su questo approccio, esprimendo il timore che il processo di integrazione possa essere ostacolato e ritardato dalla presenza di Paesi inadempienti rispetto alle richieste europee.

È comunque un fatto che, dai tempi delle guerre, in cui aveva guadagnato spazio l'immagine secondo cui «nei Balcani gli Stati Uniti cucinano, e gli europei lavano i piatti», l'influenza politica europea è cresciuta notevolmente in tutta l'area ex jugoslava. La Slovenia è entrata nella Ue già nel maggio del 2004; il Consiglio europeo di Bruxelles di dicembre 2011 ha deciso che la Croazia seguirà nel luglio 2013. Tutti gli altri Paesi restano uno o due passi indietro lungo il processo che porta ai negoziati di adesione. Tre sono le questioni di natura geopolitica parzialmente irrisolte attorno alle quali si avvita il futuro del processo di allargamento. In primo luogo, lo stato comatoso delle istituzioni bosniache. In secondo luogo, il continuo rinfocolarsi della disputa sul nome della Repubblica di Macedonia, che vede Atene e Skopjc protagoniste di una acrimoniosa quanto apparentemente insensata querelle archeologico-simbolica che, dopo averne soffocato i commerci, ha bloccato l'accesso della piccola Repubblica ex jugoslava alla Nato nel 2008, e che dal 2005 tiene di fatto i macedoni inchiodati allo status di «candidati Ue», senza consentire di aprire i negoziati.

Una recente sentenza della Corte Internazionale di Giustizia segna un punto a favore di Skopje; tuttavia, l'ostinazione con cui i nazionalisti al governo in Macedonia non perdono occasione per provocazioni simboliche è figlia di un calcolo che fa leva sull'intransigenza greca a fini elettorali interni e non promette nulla di buono in prospettiva europea. La seconda questione riguarda le relazioni Serbia-Kosovo, a partire dal recente riattizzarsi di tensioni nei distretti settentrionali del neo-Stato a maggioranza albanese: in questa zona confinante con la Serbia la stragrande maggioranza della popolazione è serba, parla serbo e rifiuta di essere separata da Belgrado da un confine statale che non è mai esistito e da guardie di frontiera il cui arrivo equivarrebbe a riconoscere la sovranità di Pristina. Per parte sua il governo filo-europeo del leader democratico serbo Boris Tadic si trova in serie difficoltà, non riconoscendo l'indipendenza del Kosovo (come del resto 5 Stati membri dell'Ue), e dunque faticando a disconoscere le ragioni dei serbi del Kosovo settentrionale, i quali nel frattempo hanno provocatoriamente chiesto aiuto a Putin e cittadinanza alla Russia, L'escalation di violenze fra l'estate e l'inverno 2011, culminata in scontri che hanno visto, fra l'altro, il ferimento di decine di militari tedeschi e austriaci, ha indotto Tadic a parole di condanna, all'invito alla smobilitazione e ad accettare infine la presenza di doganieri e poliziotti albanesi al confine quali «osservatori».

Da un punto di vista politico, le conseguenze delle guerre degli anni Novanta sono ancora ben visibili. Il Tribunale Penale per la ex Jugoslavia, con sede all'Aia, ha faticato non poco ad assicurarsi un livello minimo di cooperazione, indispensabile per arrivare all'arresto e all'espatrio dei presunti criminali di guerra.

Nonostante la fine dei regimi autoritari in Croazia e Serbia, la cooperazione di questi Paesi non è mai stata completa. Solo il progressivo indebolimento dei network di sostegno politico ai maggiori responsabili dei crimini degli anni di guerra ha consentilo il raggiungimento di importanti risultati. Nel dicembre del 2005, il generale croato Ante Gotovina è stato arrestato a Tenerife ed estradato all'Aia per rispondere dell'accusa di crimini di guerra e contro l'umanità perpetrati durante l'Operazione Tempesta, nell'agosto del 1995, durante la quale più di 200.000 serbi vennero espulsi dalla regione croata della Krajina. Nel luglio del 2008 Radovan Karadizic, il leader politico dei serbo-bosniaci, è stato arrestato a Belgrado e subito estradato all'Aia. Nel maggio del 2011, stessa sorte è toccata a Ratko Mladic, il generale serbo responsabile, tra l'altro, dell'uccisione a sangue freddo di circa 8.000 uomini in seguito alla caduta dell'enclave musulmana di Srebrenica, nel luglio del 1995. Da alcuni anni il tribunale dell'Aia ha comunque iniziato a ridurre le proprie attività, concentrandosi sui casi più eclatanti, quali i processi a Karadzic e Mladic (Gotovina è stato condannato in primo grado, nell'aprile del 2011, a 24 anni di reclusione), e trasferendo gradualmente le proprie competenze ai tribunali locali, dove però il panorama legislativo per consentire il processo degli indiziati è spesso lontano dall'incontrare condizioni ideali. In molti casi vittime, testimoni e indiziati vivono in Paesi differenti della penisola balcanica. La cooperazione regionale, indispensabile, risulta spesso essere ancora inadeguata. A questo quadro si aggiunga che, secondo l'Alto Commissariato per i Rifugiati, circa 450.000 persone risultano ancora essere rifugiate o sfollate. Con la Dichiarazione di Sarajevo del febbraio 1998, Bosnia, Croazia, Serbia e Montenegro si sono impegnati a risolvere questo problema, ma molte scadenze sono state disattese. Due incontri recenti, tenuti a giugno e settembre 2011, hanno tentato di rilanciare il processo, ma, con l'esaurirsi delle risorse economiche destinate a favorire i ritorni, la risoluzione definitiva del problema appare ancora distante. Una domanda interessante (e una questione politica spinosa) riguarda la possibilità che la Repubblica serba di Bosnia possa legittimamente usufruire di un diritto all'autodeterminazione che, se esercitato, la porterebbe alla secessione dalla Bosnia. Da quando il Montenegro ha dichiarato l'indipendenza, nel 2006, e ancor più di fronte alla secessione del Kosovo, l'elite politica serbobosniaca ha chiesto a gran voce un referendum per determinare il futuro della propria Repubblica, attualmente una entità semiautonoma all'interno dei confini della Repubblica di Bosnia Erzegovina. Per tutta risposta, la leadership bosniaca bosgnacca (musulmana), che da sempre favorisce il rafforzamento delle istituzioni centrali a Sarajevo, dove i bosgnacchi sono maggioritari, ha richiesto l'abolizione dell'autonomia serbo-bosniaca. Nel frattempo, entrambe le parti si stanno riarmando. Secondo fonti di intelligence occidentale acquartierate a Sarajevo, associazioni di veterani, compagnie di sicurezza privata, e «gruppi di cacciatori» starebbero da tempo ammassando munizioni e armi. Per molti analisti il Paese è sull'orlo del collasso. Da un lato vanno riconosciuti i progressi formali compiuti. Le competenze dello Stato sono cresciute in maniera significativa. Ai tre ministeri creati dall'Accordo di Dayton, che pose fine alle ostilità nel 1995, altri sei si sono aggiunti nel corso degli

anni, migliorando le capacità dello Stato bosniaco. Dopo un lungo braccio di ferro si è in qualche modo arrivati a una controversa riforma della polizia, cosa che in Bosnia significa parlare del monopolio della forza sul territorio. Questi passi avanti, tuttavia, nascondono una preoccupante paralisi politica. Richard Holbrooke, il principale artefice di Dayton, e Faddy Ashdwon, l'Alto Rappresentante della comunità internazionale in Bosnia tra il 2002 e il 2006, già nell'autunno del 2008 suonavano un campanello d'allarme circa la «polveriera bosniaca». Un anno dopo, «Foreign Affairs» pubblicava un lungo articolo sulla «morte di Dayton». Significativamente, dopo le elezioni dell'ottobre 2010, ancora dominate dai nazionalisti, sono stati necessari 14 mesi di negoziazioni e pressioni internazionali per formare un nuovo governo. Nel complesso, gli allarmi su un imminente, nuovo inizio delle ostilità causati dai passi dei serbo-bosniaci verso il referendum e l'indipendenza sono probabilmente da considerarsi esagerati. La Repubblica serba di Bosnia è composta da due territori non contigui pressoché impossibili da difendere militarmente senza aiuto estero. La Serbia, tuttavia, non ha oggi alcun interesse a sostenere cambiamenti allo status quo territoriale, in particolare da quando la sua candidatura all'Ue ha cominciato a riscuotere forte interesse e simpatia nelle capitali del vecchio continente. Ci sono poi altri aspetti che inducono a una certa freddezza rispetto a ipotesi di indipendenza della Repubblica serba di Bosnia. Mentre per Montenegro e Kosovo si possono rintracciare radici storiche, riconosciute - sia pure in forme diverse - anche dalle diverse costituzioni jugoslave, la Repubblica serbo-bosniaca è l'unica a essere sopravvissuta con un qualche profilo di formalità fra le tante entità autoproclamatesi Stato, che sorsero negli anni Novanta a seguito di campagne di pulizia etnica. La legittimità della richiesta serbo-bosniaca dell'indipendenza è oscurata da queste origini. Se per il Kosovo si può argomentare sull'autodeterminazione a partire dalla repressione che Belgrado ha esercitato sulla popolazione albanese, altrettanto non può dirsi circa la situazione dei serbi di Bosnia, i quali sono semmai tacciabili di aver cacciato la popolazione non-serba che abitava in questi territori.

L'Ue si è trovata impreparata ad affrontare i focolai di crisi e guerra nei Balcani degli anni Novanta. Come anche per la serie di conflitti che lacerarono le altre federazioni socialiste, il processo di disintegrazione jugoslava fu speculare rispetto a importanti passi avanti nell'integrazione europea. L'implosione violenta dell'eterodossia jugoslava fu una «crisi nel momento sbagliato» - deflagrata mentre l'attenzione della comunità internazionale era rivolta alla fine dell'Unione Sovietica, all'unificazione tedesca, alla prima guerra del Golfo; essa fu anche una crisi nel luogo sbagliato» - ovvero una serie di scontri che spazzarono da Nord a Sud una regione che con la fine della Guerra Fredda aveva perso il proprio valore strategico. Sperimentata la tragica inutilità degli strumenti tradizionali di intervento, e una sostanziale sconfitta anche del peacekeeping su mandato umanitario delle Nazioni Unite, l;Ue vent'an-ni dopo pare aver messo insieme sia la volontà politica sia gli strumenti operativi per sostenere il molo da più importante attore internazionale nella regione, e offrire una prospettiva di integrazione a tutti ì Paesi di cui si compone lo spazio post-jugoslavo. Allo stesso tempo, tuttavia, la strategia europea d'inclusione presenta significative debolezze. La promessa di un futuro accesso all'Europa è indebolita sia dalla mancanza di un chiaro punto di arrivo temporale sia dalle preoccupanti dichiarazioni di importanti esponenti politici europei. Angela Mcrkcl c Nicolas Sarkozy hanno ripetutamente sostenuto l'opportunità di sviluppare una partnership «privilegiata» o «strategica» tra Ue e aspiranti Stati membri. Anche se tutti gli osservatori sono unanimi nel ritenere che queste dichiarazioni siano state volte a rallentare o impedire la possibilità d'ingresso della Turchia nell'Unione, esse non hanno certo rassicurato gli Stati ex jugoslavi circa la saldezza della propria «prospettiva europea». Ne hanno tratto giovamento, al contrario, le tante voci anti-europei-ste e nazionaliste. Se, in parallelo all'approfondirsi della «crisi esistenziale» dell'Ue davanti alla crisi economica odierna, l'allargamento della Ue a Sud Est e il completamento dell'integrazione della penisola balcanica vengono posti più nelle mani di mutevoli volontà politiche interne all'Unione che in quelle dello zelo riformista dei Paesi della regione, quest'ultimo si ritrova in fuorigioco. Con l'eccezione della Croazia, l'ingresso in Europa non è -per domani», ma parecchio distante nel tempo. Questa situazione crea un problema politico considerevole: mentre alle élite politiche locali viene richiesto di adottare riforme impopolari, che verosimilmente andranno a erodere le basi del sostegno interno, i vantaggi delle riforme, se arriveranno, saranno visìbili solo a lunga distanza. Questo vero e proprio gap temporale è difficilmente compatibile con le scadenze elettorali domestiche. Non sorprende, quindi, che l'atteggiamento dei politici nella regione sia talvolta riassunto dalla frase «voi fate finta di essere seri rispetto alla vostra volontà di includerci nell'Unione, e noi facciamo finta di adottare le riforme richieste». Il dato forse più rassicurante va trovato nel corso democratico imboccato con relativa convinzione da Croazia e Serbia, i due principali protagonisti, per divergenza politica e caratura economica, dello scontro che lacerò la Jugoslavia, trascinando tutti in una guerra civile costellata di pulizie etniche, saccheggi e campagne di aggressione. Uno spazio post-jugoslavo ancorato a due democrazie consolidate, promotrici di cooperazione regionale, e vincolate alla prospettiva europea, disegna uno scenario nel quale il veleno di cui sono portatrici le molteplici questioni nazionali può essere riassorbito in una visione supranazionale, nella quale territori e confini, eserciti e milìzie acquistano un valore sempre più relativo. Il martirio di Sarajevo, animato dallo scontro fra la campagna e la città etnicamente impura, può essere superato nella ridefinizione delle comunità nazionali in un fìtto reticolo di città e comunicazioni: sul superamento delle ostilità nazionali l’Ue e ha per parte sua una storia importante da raccontare.

In questa luce, lo scenario più inquietante che può prospettarsi oggi è forse quello che vede una Serbia rancorosa, le cui legittime aspirazioni europee, concretizzatesi in riforme e scelte piuttosto chiare, finiscano per essere frustrate dall'impaludarsi delle volontà di una Ue sempre più esitante. Il rinvio di qualche mese della decisione sul conferimento dello status di candidato a Belgrado, motivato con le difficoltà al tavolo delle relazioni con il Kosovo da parte del Consiglio europeo dell'8 e 9 dicembre, stride con il fatto che il governo serbo si fosse allineato in extremis alle condizioni che gli erano state imposte dai 27, ancora una volta sotto dettatura della Germania. In assenza di interlocutori migliori, è davvero difficile pensare che uno scenario del genere - che vedrebbe una Serbia fuori binario, ma pur sempre attore principale in uno spazio ex jugoslavo che arranca, e una Croazia che entra nell'Unione - sia nell'interesse di qualcuno, se non delle forze nazionaliste, che hanno ritrovato fiato e ottenuto la testa del vice-premier serbo. Ancora una volta, anche per i Balcani passa la credibilità internazionale dell'Europa.

Roberto Belfoni insegna Relazioni internazionali al Di parti mento dì Sociologia e Ricerca sociale dell'Università di Trento, dove coordina il Centro dì ricerca su Democrazia e Governance globale. È autore, tra l'altro, di State Building and International Intervention in Bosnia (Routledge, 2007).

Francesco Strazzari insegna Teoria delle relazioni internazionali alla Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa. Con il Mulino ha pubblicato Notte balcanica. Guerre, crimine, Stati falliti alle soglie d'Europa (2008).

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