N. 820 – 08 Aprile 2012

Sommario

220 – CDM Arcipelago Adriatico 05/04/2012 - A Montegrotto un Raduno all'insegna del Cinquantesimo per i Fiumani (rtg)

221 - Il Piccolo 05/04/12 Quadri istriani contesi, altolà alla Slovenia

222 - La Voce del Popolo 07/04/12 Capolavori istriani, richieste «incredibili»

223 – Il Piccolo 02/04/12 Scritte contro gli italiani di Rovigno (p.r.)

224 – La Voce del Popolo 04/04/12 L’italiano rimanga una ricchezza di Veglia (Krsto Babić)

225 - Il Piccolo 03/04/11 Parte il restauro del Castello di Pola pagano i veneti (p.r.)

226 - La Voce del Popolo 06/04/12 Valdarsa: Pure l'istroromeno ha diritto a sopravvivere (Tanja Škopac)

227 – Anvgd.it 06/04/12 ANVGD Verona, l'XI Premio ''Tanzella'' (F.Briani – L.Gioseffi)

228 – La Voce del Popolo 06/04/12 Cultura - Il «filo» nuovo dei rapporti italo-sloveni, Missoni a Maribor emblema d'Italia, del talento, della tenacia e della passione dei Dalmati (Ilaria Rocchi)

229 - Il Piccolo 04/04/12 Quando Tomizza raccontava l'innocenza perduta dell'Istria Marsilio propone una nuova edizione del romanzo "La quinta stagione" (Alessandro Mezzena Lona)

230 – La Voce del Popolo 02/04/12 Speciale - Valle, una Comunità degli Italiani che si distingue per entusiasmo, vitalità e cura delle tradizioni (Roberto Palisca – Sandro Petruz)

231 - La Voce del Popolo 07/04/12 L'araldica dell'arcipelogo lussignano - Simboli di autonomia, potere e ricchezza (Mariano L.Cherubini)

SPECIALE – 1992 SARAJEVO GUERRE BALCANICHE

232 - Agenzia Ansa 02/04/12 Sarajevo 1992-2012, per non dimenticare

233 – La Stampa 01/04/12 Nel 1992 la guerra fra serbi e croati che ha cambiato i Balcani (Enzo Bettiza)

234 - La Repubblica 05/04/12 Il racconto di Paolo Rumiz - Iniziava non una guerra, ma un imbroglio voluto da una cricca di politici ladri

235 - Il Giornale 05/04/12 Gli ex nemici di Sarajevo fanno la colletta per aiutarsi (Fausto Biloslavo)

236 - L'Unità 06/04/12 Intervista a Predrag Matvejevic: «L'Europa assistette in colpevole silenzio al martirio bosniaco»

A cura di Stefano Bombardieri

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :

http://www.arcipelagoadriatico.it/

http://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

220 – CDM Arcipelago Adriatico 05/04/2012 - A Montegrotto un Raduno all'insegna del Cinquantesimo per i Fiumani

A Montegrotto un Raduno all'insegna del Cinquantesimo per i Fiumani

Da un decennio i Fiumani s’incontrano a Montegrotto per il loro tradizionale Raduno che è operativo, con la riunione del Consiglio e dell’Assemblea ma anche culturale e conviviale. Un modo per stare insieme, verificare antiche amicizie e individuare nuove strategie per mantenere i legami tra persone che la storia ha sparso un po’ dappertutto in Italia e nel Mondo. Nel loro bagaglio storie di guerra fatte di sparizioni, infoibamenti, esodo, nel loro futuro la volontà di costruire nuovi legami, anche con i concittadini che vivono tutt’ora a Fiume non più italiana, di evolvere gli aspetti dell’associazionismo, di ribadire il contributo dato da queste genti allo sviluppo economico, sociale, politico e culturale dei luoghi in cui hanno stabilito la loro nuova residenza.
Ci sarà tutto questo a Montegrotto, il 21 e 22 aprile, quando la splendida località termale ospiterà la prima cerimonia del Cinquantesimo Raduno Fiumano con un programma ricco di momenti di agregazione e di spunti di riflessione.
Tema dell’evento che si svolgerà al Teatro del Palazzo del Turismo, grazie al patrocinio del Comune-Città di Montegrotto, sarà l’incontro tra il Libero Comune di Fiume in Esilio e la Comunità degli Italiani di Fiume. La cerimonia avrà inizio alle ore 16 con i saluti delle Autorità, tra cui il Sindaco di Montegrotto Terme Massimo Bordin e il Sindaco del Libero Comune di Fiume, Guido Brazzoduro. Seguirà la Lectio magistralis del prof. Gianni Stelli sulla "Fiumanità" intesa come retaggio storico di una società mistilingue e multiculturale ma anche patrimonio da spendere per il futuro. A darne un saggio il concerto del coro della Comunità degli Italiani di Fiume che presenterà un programma di musica sacra di vari autori. Il concerto sarà intervallato dalla lettura di versi in vernacolo per far sentire la dolcezza del dialetto fiumano e la grandezza dei suoi autori, scelti ed interpretati da Agnese Superina.
La manifestazione si concluderà con la consegna di riconoscimenti ai segretari del Libero Comune ed ai direttori del giornale "La Voce di Fiume" che ha accompagnato la comunità in tutti questi anni, fungendo spesso da collante e fonte preziosa di informazione su fatti, accadimenti, progetti, ricordi, iniziative.
Ma si sta già preparando l’appuntamento di giugno in concomitanza con San Vito, con la riunione a Fiume per la prima volta presso la Comunità degli Italiani di Fiume del Libero Comune. Per l’occasione, il Consigliere Marino Segnan (Bologna), su delega della Giunta, sarà a disposizione per la raccolta delle adesioni dei partecipanti. Sarà organizzato il trasporto (probabilmente da Venezia dove tutti convergeranno), il pernottamento all’Hotel Continental e il programma di visita della città e circondario, oltre alla partecipazione alle cerimonie per San Vito. Gli interessati possono rivolgersi, entro e non oltre il 15 maggio 2012, direttamente a Marino Segnan al numero 3462229494 o chiamare il segretario del Libero comune, Mario Stalzer, al numero 049 8759050 (dalle 15.30 alle 17.30). (rtg)

221 - Il Piccolo 05/04/12 Quadri istriani contesi, altolà alla Slovenia

Quadri istriani contesi, altolà alla Slovenia

«Il ministro degli Esteri sloveno, Karl Erjavec, ha chiesto a Giulio Terzi di Sant’Agata la restituzione dei quadri trafugati alla Slovenia dall’Italia prima e durante la Seconda guerra mondiale. Tale richiesta ha dell’incredibile e del grottesco. È necessario sapere quali siano le intenzioni del governo sulla questione, se si sia già posto un netto rifiuto alle richieste slovene».

È quanto si legge in un’interrogazione di Roberto Menia (foto), promotore della legge sul Giorno del Ricordo e coordinatore nazionale di Fli, firmata anche da Angelo Compagnon (Udc), Isidoro Gottardo (Pdl) e Alessandro Maran (Pd).

Nel ricordare che si tratta di capolavori della scuola veneta, attualmente conservati al museo Sartorio di Trieste, «spostati e non trafugati» tra il 1939 e il 1940, da Capodistria, Isola, Pirano a Roma, «per essere preservati dai pericoli dell’incipiente conflitto», Menia aggiunge che tali località «vennero cedute alla Jugoslavia solo con il trattato di Osimo del 1975 e che la Slovenia indipendente si è creata solo nel 1991».

222 - La Voce del Popolo 07/04/12 Capolavori istriani, richieste «incredibili»

Reazioni a certe «rivendicazioni» slovene
Capolavori istriani, richieste «incredibili»

ROMA – Al secondo piano del Civico Museo della Civiltà lstriana, Fiumana e Dalmata di via Torino a Trieste c’è una sala detta dei Capolavori (o anche dei Desideri e della Giusta Speranza) che accoglie le riproduzioni dei capolavori "istriani", conservati dal 1940 al 2002 nel Museo Nazionale di Palazzo Venezia, dove vennero trasferiti a titolo cautelativo da musei locali e da chiese e conventi dell’Istria settentrionale, in particolare da Pirano e Capodistria, all’inizio della Seconda guerra mondiale. Sono dipinti di Paolo Veneziano, Alvise Vivarini, Vittore e Benedetto Carpaccio, Matteo Ponzone, Giambattista Tiepolo e di altri maestri dell’arte veneta rinascimentale, nonché sculture di Alessandro Algardi, Tiziano Aspetti e della bottega di Niccolò Roccatagliata. Ogni tanto si presenta qualcuno, in Slovenia soprattutto, che parla di "opere trafugate" e ne reclama la "restituzione".
È quanto avrebbe fatto di recente – lo riporta la stampa italiana – il ministro degli Esteri sloveno, Karl Erjavec, al punto da spingere Roberto Menia, coordinatore nazionale di Fli, a presentare un’interrogazione parlamentare firmata anche da Angelo Compagnon (Udc), Isidoro Gottardo (Pdl) e Alessandro Maran (Pd). "Tale richiesta ha dell’incredibile e del grottesco sotto tutti i profili. È necessario sapere quali siano le intenzioni del Governo sulla questione, se si sia già posto un netto rifiuto alle richieste slovene e in che modo si intenda fornire rassicurazioni al mondo degli esuli italiani dell’Istria", sta scritto nell’interrogazione. Per i parlamentari, si tratta di capolavori che "furono spostati (non certo trafugati) tra il 1939 e il 1940, da Capodistria, Isola, Pirano a Roma, per preservarli dai pericoli dell’incipiente conflitto"; un provvedimento indispensabile a preservare i capolavori dell’arte italiana dai bombardamenti aerei alleati, dalle razzie tedesche e, nella Venezia Giulia, dai saccheggi e dalle devastazioni che seguirono all’occupazione delle truppe di Tito. "Va precisato che Isola, Pirano e Capodistria vennero cedute alla Jugoslavia solo con il trattato di Osimo del 1975 e che la Slovenia indipendente si è creata solo nel 1991. Le parole del ministro sloveno appaiono, dunque, contrastanti sia con la storia sia con la logica", concludono i parlamentari.
In un comunicato dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, firmato dal presidente Rodolfo Ziberna, si precisa che il trasferimento avvenne "da territorio italiano a territorio italiano", disposto dal Ministero dell’educazione nazionale – Direzione generale Antichità e Belle Arti, allo scopo specifico di proteggerle dai pericoli del conflitto". E si ricorda come nel 2002 "la Soprintendenza speciale per il polo museale romano, che le aveva in consegna, ricevette dall’allora sottosegretario di Stato per i Beni e le Attività Culturali, Vittorio Sgarbi, il permesso di aprire le casse istriane".
Le opere vennero quindi assegnate alla Soprintendenza per i Beni Architettonici, il Paesaggio e il Patrimonio storico, artistico ed etnoantropologico del Friuli Venezia Giulia, che ha provveduto al loro restauro con un finanziamento straordinario del Ministero. Il 22 giugno 2005 venne inaugurata a Trieste al Museo Rivoltella la Mostra "Histria. Opere d’arte restaurate: da Paolo Veneziano a Tiepolo", sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica, curata alla Soprintendenza per i Beni Architettonici, il Paesaggio e il Patrimonio storico, artistico ed etnoantropologico del Friuli Venezia Giulia, dal Comune di Trieste e dall’ANVGD e finanziata con i fondi attribuiti all’Associazione stessa dalla Legge n. 72/2001 (tutela del patrimonio storico e culturale delle comunità degli esuli italiani dall’Istria, Fiume e Dalmazia)".
"Sulla proprietà delle opere e sulla legittimità del loro originario trasferimento e ricovero non sussistono problemi di carattere giuridico-diplomatico, come hanno sottolineato a suo tempo i competenti Uffici del Ministero degli Esteri. Sarebbe grottesco e fonte sicura di reazioni negative dell’opinione pubblica giuliana, e italiana in generale, se si prestasse il benché minimo credito alla rinnovata pretesa di restituzione", come si ribadisce nel comunicato dell’ANVGD, la cui presidenza, insieme con la Federazione delle Associazioni degli Esuli, è ripetutamente intervenuta presso le competenti istituzioni italiane ogni qual volta i governi della Repubblica di Slovenia hanno avanzato richieste in tal senso.
Tornando alla Sala di cui in apertura, la sua esistenza sta a indicare una precisa volontà, vissuta almeno in certi ambienti di esuli, di ottenerne la collocazione nell’ambito del Museo di via Torino. In quanto parte integrante di una civiltà istriana, di cui si sente custode ed erede. L’unico in grado di valorizzare e preservare – dal rischio di (im)probabili scempi nel territorio da cui proviene – questo inestimabile patrimonio.

223 – Il Piccolo 02/04/12 Scritte contro gli italiani di Rovigno

Scritte contro gli italiani di Rovigno

Lordata con lo spray la sede della comunità. Il presidente Radin: «La polizia identifichi e denunci i responsabili»

ROVIGNO. Ci risiamo. A distanza di qualche tempo una nuova offesa indirizzata agli Italiani. Questa volta è accaduto nella città di Santa Eufemia, dove almeno finora la convivenza interetnica, il plurilinguismo e il multiculturalismo sono stati a livelli molto alti, insomma un modello da seguire. Qualcuno però ha voluto scalfire questa armonia che ci si augura ritorni immediatamente a far sentire le sue belle note dopo l'infausto episodio. Cos'è successo? Nella notte tra venerdi e sabato sono apparse scritte offensive sulle due porte laterali di servizio di Palazzo Milossa, sede della Comunità degli Italiani nella centralissima piazza Campitelli. Una scritta era "Fascisti", l'altra "Fuck Italy". Come comunicato dalla presidente della Giunta esecutiva della Comunità. Cinzia Russi Ivancic dopo il sopralluogo della polizia, le porte sono state ripulite e le brutte scritte cancellate. L'Unione italiana ha espresso ferma protesta e disgusto per l'accaduto. In un comunicato stampa firmato dal suo presidente Furio Radin, si afferma che «le scritte sono offensive per tutti i rovignesi e per tutta la Comunità nazionale italiana. Queste scritte non sono soltanto un atto vandalico, sono anche una provocazione e arrecano seria offesa alla convivenza e al multicuturalsimo ovvero a tutti i valori che contraddistinguono l'Istria antifascista. In passato - prosegue Radin, sono già successi atti di vilipendio alla bandiera italiana e i muri delle nostre Comunità degli Italiani sono stati già deturpati con altre scritte offensive. Gli organi inquirenti non hanno mai scoperto nulla. Pertanto, nell'esprimere la nostra seria preoccupazione - conclude Radin - voglio lanciare un allarme per quanto sta succedendo e unitamente esprimere la speranza che finalmente gli autori, a nostro avviso politicamente motivati, di queste provocazioni, vengano finalmente resi noti».

A proposito del vilipendio al tricolore, Radin si è presumibilmente riferito a quanto avvenuto nell'agosto 2006 a Parenzo dove di notte tre bandiere italiane erano state rimosse dalle facciate degli edifici pubblici e gettate per terra (una anche bruciata). L'episodio era avvenuto nei giorni successivi alla vittoria dell'Italia ai mondiali di calcio in Germania e qualcuno lo interpretò più come un gesto di rabbia contro gli Azzurri che come un'offesa contro gli Italiani. Non sono mai stati nemmeno resi noti i nomi dei vandali (sembra che comunque la polizia li abbia individuati) che nel gennaio del 2007 avevano provocato danni per 8.000 euro al Palazzo appena restaurato della Comunità degli Italiani di Sissano. (p.r.)

224 – La Voce del Popolo 04/04/12 L’italiano rimanga una ricchezza di Veglia

Renato Cianfarani ha esortato i connazionali a tutelare il proprio dialetto

L’italiano rimanga una ricchezza di Veglia

La Comunità di «Vegia» chiede l'apertura di un asilo e della scuola

VEGLIA - L’Italia è pronta a porgere la mano all’isola di Veglia sia in ambito culturale sia imprenditoriale. A dirlo è stato il Console generale d’Italia a Fiume, Renato Cianfarani, nel corso dell’incontro avuto con il sindaco della Città di Veglia, Darijo Vasilić. Il Console generale ha visitato ieri l’isola quarnerina, dove ha incontrato i connazionali riuniti nella Comunità degli Italiani di Veglia. Un sodalizio che conta un centinaio di soci e che gode di grande considerazione sull’isola.

Nel corso della riunione avuta con il sindaco, e alla quale hanno partecipato a nome della CI le sorelle Ana ed Elda Morich, il sindaco Vasilić ha rilevato l’importanza delle attività culturali promosse dalla CI, e in particolare dei corsi di lingua italiana. A tale proposito si è anche parlato della variante del dialetto veneto parlata sull’isola. È stata menzionata l’eventualità di creare corsi di dialetto affinché la parlata italofona di Veglia non vada persa come accaduto con il veglioto.

Il console Cianfarani ha espresso gratitudine al sindaco Vasilić per l’appoggio assicurato alla CI di Veglia. "Mi fa piacere notare che la CI non si limita solamente a tutelare le tradizioni dei propri soci, ma che si impegna anche a diffondere la cultura italiana nell’isola", ha dichiarato Cianfarani.

CULTURA ED ECONOMIA Parlando della collaborazione a livello culturale, Vasilić ha informato il Console generale in merito ai rapporti stretti tra Veglia città, il comune di Chioggia, la provincia di Pesaro-Urbino e la Regione del Veneto. "Rapporti che vorremmo rilanciare", ha affermato il primo cittadino di Veglia. Ha ricordato che grazie ai contributi stanziati dalla Regione del Veneto a Veglia è stato possibile, in anni recenti, restaurare il monumentale pozzo che si trova nella piazza centrale e che è caratterizzato da una lapide in dialetto veneto, nonché rivitalizzare una parte della vecchia cinta muraria. Due progetti del valore di circa 100mila euro ciascuno. "In futuro speriamo di poter proseguire la partnership e recuperare altre porzioni di mura medioevali", ha sottolineato Vasilić.

Il Console generale si è informato sulle possibilità d’investimento a Veglia per gli imprenditori italiani nei vari campi: turismo, agricoltura, pesca, energie rinnovabili. Dal canto suo Vasilić ha parlato a Cianfarani dei progetti infrastrutturali che le località dell’isola di Veglia ambiscono a varare attingendo ai fondi europei (ad esempio la realizzazione di un impianto di depurazione e l’ampliamento delle reti idrica e fognaria), come pure dei grandi successi ottenuti nella raccolta differenziata.

«VEZANI» La Comunità degli Italiani di Veglia è un ottimo esempio di come l’orgoglio di essere italiani in Croazia possa essere manifestato con dignità anche da gruppi non numerosissimi di connazionali. Il sodalizio di Veglia conta un centinaio di soci, che si ostinano a definirsi "vezani" e a coltivare il proprio dialetto (largamente parlato a Veglia città fino agli anni ‘60 del secolo scorso, nda). Un impegno che il Console generale Renato Cianfarani ha sottolineato di apprezzare molto. "Proprio dove gli italiani sono in pochi è importante impegnarsi al fine di mantenere le nostre tradizioni", ha affermato il Console generale alla quindicina di connazionali, alcuni dei quali giunti da Ponte (Punat), che lo hanno accolto nella sede della CI. A fare gli onori di casa è stata la professoressa Luciana Hlupar Trinajstić, che ha parlato al Console generale delle molteplici attività svolte dai soci e promosse dalla SAC "Milo Sorsich".

ASILO E SCUOLA La CI di Veglia, presieduta da Silvana Pavačić, è ospitata in un piccolo casolare a ridosso del centro storico messo a disposizione dalla municipalità e arredato con il contributo dell’Unione Italiana. "Non dobbiamo pagare l’affitto, ma ci sdebitiamo organizzando eventi e attività, tra le quali rileviamo i corsi di lingua italiana", ha spiegato la professoressa Trinajstić, ringraziando l’UI e l’UPT per il sostegno dato alla CI. "Siamo orgogliosi della nostra sede, ma in futuro speriamo di poter essere sistemati in spazi più consoni", ha spiegato Luciana Trinajstić, riferendosi all’assenza dei servizi igienici nello stabile. "Uno dei nostri desideri più grandi consiste, però, nel salvaguardare l’uso della nostra lingua e del nostro dialetto", ha spiegato la professoressa, ribadendo il desiderio dei connazionali di Veglia di poter disporre quanto prima di un asilo e di una scuola in lingua italiana.

Krsto Babić

225 - Il Piccolo 03/04/11 Parte il restauro del Castello di Pola pagano i veneti

Parte il restauro del Castello di Pola Pagano i veneti

Venezia cofinanzia il rifacimento del tetto e del torrione

All’interno il Museo navale che attira 55mila turisti all’anno

POLA È stata avviata un’altra importante tappa del restauro del Castello veneziano, sede del Museo storico navale dell’Istria. Questa volta i lavori, finanziati in buona parte dalla Regione Veneto tramite la famosa Legge Beggiato per il recupero del patrimonio culturale lasciato in queste terre dalla Serenissima, riguardano il risanamento del tetto sovrastante la cortina Sud-occidentale e del torrione. Il valore dell’intervento è pari a 240mila euro stanziati oltre che dal Veneto, dal museo stesso e dalla Regione istriana. L’inizio dei lavori è stato annunciato alla stampa dal direttore del museo, Gracijano Kesac, dall’assessore regionale alla cultura Vladimir Torbica e dal sindaco Boris Miletic. «La parte del tetto sovrastante gli spazi espositivi e gli uffici del museo, subito a destra dell’ingresso, è totalmente danneggiata - ha dichiarato Kesac - tanto che l’acqua piovana penetra molto facilmente provocando una grande concentrazione di umidità. Tenuto conto anche dello stato di degrado del torrione - ha proseguito il direttore - si è deciso di procedere con il progetto di restauro di comune accordo con la Sovrintendenza dell’Ufficio ministeriale per la tutela del patrimonio storico monumentale. Progetto - ha precisato Kesac - definito dall’"Atelier Arca"’ e quindi avvallato dagli esperti in materia. Sono già al lavoro le maestranze dell’azienda Kapitel di Gimino - ha spiegato Kesac - che ha vinto la gara d’appalto». Il Museo storico navale è ben inserito nella vita culturale di Pola e annualmente ospita una trentina di manifestazioni anche di spessore internazionale.

Inoltre è una tappa d’obbligo nel circuito del turismo culturale: l’anno scorso i visitatori sono stati circa 55mila. Grazie ai mezzi della Legge Beggiato varata nel 1994 sono stati salvati dal degrado numerosi edifici storici come Palazzo Bettica a Dignano, il Castello Morosini-Grimani a Sanvincenti, Palazzo Corner a Grisignana, la casa natale del compositore Antonio Smareglia a Pola, il campanile di Visinada e inoltre le cinte murarie di Cittanova cui seguiranno quelle di Montona. (p.r.)

226 - La Voce del Popolo 06/04/12 Valdarsa: Pure l'istroromeno ha diritto a sopravvivere

L'ambasciatore Cosmin Dinescu e la coordinatrice Louisa Vinton in visita a Valdarsa
Pure l’istroromeno ha diritto a sopravvivere
Sostegno al progetto a livello scolastico per salvaguardare una lingua che corre il pericolo di scomparire

VALDARSA – "È una tragedia quando una lingua muore. Perciò è bene che la lingua sia tramandata ai figli e non la si lasci scomparire". Ad affermarlo ieri a Valdarsa (Susgnevizza) è stato Emil Petru Raţiu, presidente dell’Associazione per la cultura istroromena di Trieste, nel corso di un incontro che si è svolto di fronte all’edificio che ospita la locale filiale della Scuola elementare "Ivan Goran Kovačić", con sede a Cepich. L’appuntamento è stato organizzato in occasione della visita di Louisa Vinton, coordinatrice delle organizzazioni dell’ONU in Croazia e rappresentante del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo in Croazia (UNDP), e dell’ambasciatore romeno a Zagabria, Cosmin Dinescu. Secondo quanto annunciato da Mirela Vidak, preside della scuola elementare, dopo l’incontro e il programma culturale occasionale in croato, inglese e istroromeno, i cui protagonisti sono stati gli alunni dell’elementare, è seguita una riunione a porte chiuse in cui si è parlato della collaborazione tra l’UNDP, l’ambasciata romena e la scuola, cioè la comunità locale, al progetto della salvaguardia dell’istroromeno, uno dei progetti che la SE di Cepich porta avanti da diversi anni e per il quale ha avuto finora solo il sostegno finanziario del Comune di Chersano. Frutto del progetto è, ad esempio, oltre alle lezioni cui gli alunni della SE imparano la lingua dei loro avi, pure un dizionario croato-romeno, realizzato negli anni scorsi. A giudicare da quanto hanno affermato di fronte a tutti i presenti l’ambasciatore Dinescu e la Vinton, la SE può ora aspettarsi nuovi sostegni per la conservazione della lingua e qualche aiuto per il rafforzamento della scuola da tutti i punti di vista. Innanzitutto, per il rinnovo dell’edificio a Susgnevizza, in cui frequentano la scuola sei alunni e dove, per le pessime condizioni della struttura, le lezioni si tengono solo al piano superiore. "Prima di tutto, bisognerebbe adattare l’aspetto di questo edificio ai bellissimi cuori di questi ragazzi", ha detto all’incontro Dinescu, dicendosi disposto a contribuire, assieme alle autorità locali, pure ai progetti finalizzati alla salvaguardia della lingua istroromena. "Sono molto impressionata dagli sforzi che investite nel preservare la lingua. Cercheremo di sostenere i vostri progetti in collaborazione con l’ambasciata della Romania", ha annunciato la Vinton. Presente all’incontro pure la vicepresidente della Regione Istriana, Viviana Benussi, che ha sottolineato l’importanza di continuare con il progetto della preservazione della diversità culturale di Susgnevizza. "Pure una lingua piccola, parlata da poca gente, ha il diritto alla vita", ha aggiunto il presidente dell’Associazione per la cultura istroromena di Trieste, secondo il quale, l’istroromeno è oggi in pericolo mortale. "Tuttavia, finché c’è vita c’è anche speranza. Speriamo nei miracoli, cioè che si salvi con l’aiuto di Dio, ma anche con quello degli uomini", ha detto augurando ai progetti della SE di Cepich vitalità e realizzazione. È comunque consapevole che "c’è molto da fare in quanto negli scorsi decenni, a partire dagli anni ’60, quando l’istroromeno era una lingua vitale, si è perduto molto".
Presenti all’incontro il vice della Vinton, Vitalie Vremis, e il viceambasciatore della Romania in Croazia, Florian Antohi. Tra i presenti pure Corrado Clagnaz, membro dell’associazione triestina, originario di Bardo (Brdo), nei pressi di Susgnevizza, da dove nel 1957 si è traferito a Trieste con i genitori. L’istroromeno non lo parla, ma capisce tutto. "Speriamo che tutti i miei desideri legati alla scuola e ai progetti incentrati sul tema della tutela dell’istroromeno saranno esauditi", ha dichiarato la preside Vidak, stando alla quale la scuola elementare intende continuare a lavorare insieme con gli esperti alla salvaguardia della lingua.

Tanja Škopac

227 – Anvgd.it 06/04/12 ANVGD Verona, l'XI Premio ''Tanzella''

ANVGD Verona, l’XI Premio ''Tanzella''

Il 30 marzo scorso, presso la prestigiosa sede della Sala Maffeiana in Verona, nella quale suonò Mozart il 5 gennaio 1770, si è svolta la Cerimonia di premiazione dell’ XI edizione del Premio letterario nazionale «Anvgd Verona - Gen. Loris Tanzella». Il consigliere Antonia Pavesi ha portato il saluto del Sindaco di Verona, Flavio Tosi, impossibilitato a presenziare alla cerimonia ed ha sottolineato come gli orrori delle foibe e il dramma dell’esodo giuliano dalmata siano stati a lungo taciuti per opportunismi politici e negazionismi di parte. A nome del sindaco e dell’Amministrazione comunale, ha espresso l’apprezzamento per l’attività svolta dal Comitato Anvgd veronese per promuovere la conoscenza delle tragiche e complesse vicende del confine orientale e la condivisione della causa giuliano dalmata.

La presidente del Comitato, avv. Francesca Briani, ha salutato il folto pubblico presente, i vincitori del Premio, i loro parenti ed accompagnatori e la cittadinanza veronese che non manca mai di dimostrare interesse ed attenzione alle vicende che hanno colpito le popolazioni giuliano dalmate durante il secondo conflitto mondiale e nell’immediato dopoguerra. Ha ringraziato i componenti della Giuria del Premio, la presidente, prof.ssa Loredana Gioseffi e i consiglieri Tullia Manzin, Donatella Stefani Veronesi, Dolores Ribaudo e Giuseppe Piro, da mesi impegnati nell’organizzazione dell’XI edizione, che anche quest’anno si è distinta per la qualità e l’elevato numero delle opere in concorso.

La presidente della Giuria Loredana Gioseffi ha aperto la cerimonia illustrando le finalità del Premio attraverso un excursus sulla sua storia. Ha quindi sottolineato che, nei primi anni dell’istituzione del Premio, partecipavano quasi esclusivamente esuli e loro discendenti e nelle opere presentate era preponderante il tema della memoria in riferimento ad un vissuto legato al dramma dell’esodo ed ai suoi tragici risvolti. Perché, come dice Mario Luzi, il grande poeta recentemente scomparso «Noi siamo quello che ricordiamo. Il racconto è ricordo. Il ricordo è vivere». E nel ricordo gli esuli trovano e ritrovano la loro identità.

In ogni edizione questa tipologia di opere testimonia in varie forme il vissuto dell’esule; sono opere sempre numerose, toccanti e coinvolgenti che costituiscono un patrimonio di memoria individuale preziosissimo, quello dei testimoni oculari, che si affianca alla memoria storica sulla causa giuliano dalmata. Nelle edizioni successive del premio hanno partecipato anche giovani autori fino alla terza generazione presentando, tra l’altro, anche interessanti tesi di laurea e la tipologia dei lavori pervenuti si è via via articolata in un numero sempre maggiore di sezioni. Un anno fa, in occasione del decennale del Premio, la Giuria si pose l’obiettivo per l’edizione 2012 di far partecipare al concorso gli studenti degli Istituti Superiori di Verona e provincia. Nel bando per le scuole furono fissate quattro tracce da sviluppare in un elaborato attinente al patrimonio culturale, storico, artistico e linguistico che contraddistingue la cultura delle genti istriane, fiumane e dalmate e alle vicende della causa giuliano dalmata.

Numerosissime anche quest’anno le opere in concorso che sono state suddivise nelle seguenti sezioni: Narrativa, Poesia, Ricerche, Saggi e Documenti, Testimonianze e la Sezione Scuole che rappresenta la novità di questa XI edizione.

L’edizione 2012 si è aperta con il conferimento del Primo Premio assoluto alla memoria ad un’opera ponderosa che sorprende per la sua compiutezza. Si tratta di una tesi di laurea discussa dal prof. Giuseppe Dorani nel 1929 presso la Facoltà di Lettere e Filosofia a Firenze dal titoloGirolamo Muzio Giustinopolitano e l’Istria. Giuseppe Dorani al tempo era cittadino di Pola.

Da alcuni anni il gen. Edgardo Pisani, che condivide profondamente gli ideali della nostra Associazione, è presente ad ogni edizione del Premio con il conferimento di una targa che viene assegnata ad un’opera in concorso nella Sezione Poesia in memoria della moglie Laura Manfredini Pisani, autrice di alcune significative e toccanti liriche sull’esodo giuliano dalmata. Quest’anno il Premio «Per non dimenticare» è stato assegnato a Italia Giacca, presidente del Comitato Anvgd di Padova che ha presentato una raccolta di poesie sul tema del ricordo.

La Sezione Scuole, quest’anno, ha visto la partecipazione degli studenti degli Istituti Superiori di Verona e provincia guidati dai loro insegnanti che hanno presentato degli elaborati sulle quattro tracce proposte nel bando. Il Comitato provinciale veronese è da numerosi anni impegnato nel far conoscere agli studenti la verità storica sulle vicende del confine orientale e da quest’anno, su proposta della presidente della Giuria del Premio, ha ritenuto di coinvolgerli anche con la stesura di un elaborato. Con grande soddisfazione pertanto la Giuria ha valutato le opere presentate dagli studenti apprezzando l’interesse per l’argomento e sicuramente lo sforzo della ricerca compiuto dai giovani partecipanti. Ha presenziato alla consegna dei premi agli studenti il prof. Mario Nogara dirigente scolastico del Liceo scientifico Roveggio di Cologna Veneta (Verona). La cerimonia si è conclusa con l’assegnazione di un riconoscimento speciale ad alcuni autori che hanno partecipato al premio con i loro scritti, in prosa o in poesia. Sono scritti che hanno un valore aggiunto incommensurabile perché i loro autori sono i testimoni oculari dell’esodo giuliano dalmata.

I premiati

Primo Premio Assoluto alla Memoria, Girolamo Muzio Giustinopolitano e l’Istria, Tesi di Laurea diGiuseppe Dorani (ottobre 1929). «L’autore in questo lavoro vuole illustrare la temperie culturale e le condizioni sociali dell’Istria nel Cinquecento esaminando la figura e l’opera di Girolamo Muzio ed i suoi rapporti con la società del tempo. Capodistria, definita l’Atene dell’Adriatico, ospitava una scuola umanistica che affiancava altre realtà simili presenti nel territorio italiano e Girolamo Muzio ne fu un rappresentante eccellente. Dai suoi scritti traspare non solo la profonda cultura dell’umanista, ma anche l’acceso amore per la sua terra che viene sottolineato ed esaltato dallo stesso Dorani creando così una Comunione di amorosi sensi tra il ricercatore e l’umanista».

Sezione Scuole

Primo Premio, Lavinia Pedrollo, alunna della classe 1 AR del Liceo Scientifico A. M. Roveggio di Cologna Veneta. Traccia n. 3, «Visitando le città e i luoghi della costa dell’Adriatico orientale, ritroviamo significativi monumenti e testimonianze della lingua italiana che ribadiscono la presenza bimillenaria della popolazione latina e veneta in quelle terre». Motivazione: «Disamina puntuale ed esauriente delle vicende storiche considerate. Equilibrata lettura degli avvenimenti più recenti limitata alle date più significative. Conclusione personale positiva che denota lo spirito giovane che guarda al futuro confidando nell’Europa unita».

Secondo Premio, Gregorio Zustovi, alunno della classe 4 BR del Liceo Scientifico A. M. Roveggio di Cologna Veneta. Traccia n. 4, «Istria, Fiume e Dalmazia: sotto la fredda data di eventi bellici si dipanano migliaia di storie di famiglie ed individui travolti da un destino tragico e dimenticato». Motivazione: «Testimonianza del nipote della vita vissuta dalle precedenti generazioni attraverso i racconti del nonno e della nonna. Parole scarne ed essenziali che quasi promettono un ulteriore approfondimento, ma conservano la forza incontrovertibile della testimonianza oculare».

Sezione Ricerche

Primo Premio, «Una riconciliazione tra esuli e rimasti nella Sebenico del 1412» di Paolo Radivo. «Il lavoro dell’autore presenta le caratteristiche di una ricerca puntuale in un periodo storico dove da tempo la Serenissima Repubblica di Venezia era la protagonista assoluta nell’Adriatico e non solo. Con meritevole impegno di studio specie nell’Archivio di Stato di Venezia, il Nostro riesce a cogliere con felice intuizione, nella riconciliazione del 1412 a Sebenico, sotto l’ala della Serenissima, un’anticipazione degli esuli e rimasti che facesse presagire una pace duratura nel tempo a venire»".

Primo Premio ex-aequo, «Cognomi del Comune di Pirano e dell’Istria» di Marino Bonifacio. «Un ponderoso lavoro di ricerca sui cognomi delle comunità di Pirano e dell’Istria dove l’autore con certosino impegno descrive la storia di ogni famiglia attraverso il cognome che è la carta d’identità del nostro passato».

Sezione Saggi e Documenti

Primo Premio, «Le foibe, l’esodo, la memoria» di Amleto Ballarini, Marino Micich, Giovanni Stelli, Emiliano Loria Associazione per la Cultura Fiumana Istriana e Dalmata nel Lazio. «Gli autori ricercano documenti, indagano avvenimenti ed antefatti comparano tesi diverse fornendo uno strumento di agile consultazione per chi si accinge ad affrontare l’argomento per la prima volta e per chi vuole approfondire i tragici eventi del secondo conflitto mondiale e del dopoguerra».

Secondo Premio, «Il falco e il leone. Soldati italiani al confine orientale 1941-1943» di Vincenzo Maria de Luca. «Contrariamente al sottotitolo dell’opera, de Luca, da vero storiografo, parte da avvenimenti precedenti la seconda guerra mondiale. L’autore esamina a 360 gradi il complesso scacchiere politico, militare, sociale, animato da molte potenze europee, dalle connessioni e dagli scontri tra i movimenti spontanei delle popolazioni italiane e croate. Presenta così al lettore uno scenario molto vasto, nel tempo e nello spazio, delle vicende poco conosciute che hanno portato alla seconda guerra mondiale e al suo tragico epilogo nelle terre dell’Istria, Fiume e Dalmazia».

Sezione Poesia

Primo Premio, raccolta di poesie «Ultimi raggi» di Isabella Massarotto. «La brevità del verso scandisce sequenze che evocano immagini lontane, ma sempre vive nella memoria. Si rinsalda ogni volta il legame indissolubile con la terra dei padri, ma non si placa il tormento dell’esule».

Secondo Premio, raccolta di poesie «Dialeto mio bel» di Annamaria Muiesan Gaspari. «L’autrice, esprimendosi nell’idioma della natia Pirano, mantiene vivo un patrimonio linguistico e culturale che viene così salvaguardato da un progressivo declino e fa rivivere un paesaggio naturale e umano, divenuto oggetto di struggente rimpianto dopo il tragico epilogo dell’esodo».

Targa Gen. Edgardo Pisani Per non dimenticare per l’opera «Nostalgia» a Italia Giacca.

Sezione Testimonianze

Primo Premio, «Uomini di mare Uomini di Fiume» di Reneo Lenski. «L’autore, esprimendosi nella "dolce parlata" della natia Fiume, fa rivivere un microcosmo in cui affiorano squarci di vita quotidiana che si anima con il brulichio delle vie, delle calli e delle piazze, con la vivacità della sua gente, intraprendente e laboriosa. Una comunità dalle radici cosmopolite, caratterizzata da una secolare civile pacifica convivenza tra le diverse etnie che la componevano, viene smembrata dall’esodo e dispersa nel mondo. Ma l’anima della città continua a palpitare nella testimonianza appassionata di uno dei suoi figli devoti»".

Sezione Narrativa

Primo Premio, «Chi ha paura dell’uomo nero?» di Graziella Fiorentin. «La prosa tersa, fluida e realisticamente efficace, costituisce una lettura avvincente del romanzo in cui la storia personale dell’autrice diventa l’emblema del dramma dell’esodo dei bambini giuliano dalmati. Viene alla luce un mondo infantile, strappato dalle proprie radici, violentato dagli orrori della guerra e dalla barbarie degli uomini, ma che continua a sperare».

Secondo Premio, «La casa natale nel paese perduto» di Romanita Rigo Gusso. «Nella narrazione, incisiva e coinvolgente, si delineano nitide immagini del luogo natio e si animano figure e vissuti familiari che fanno percepire al lettore la vitalità e l’armonia di un microcosmo in cui si intrecciano piccole e grandi storie travolte dal turbine della guerra e disperse dall’esodo».

Premio Speciale. «La Giuria vuole riconoscere un valore speciale alle opere dei testimoni oculari della vita quotidiana delle nostre genti e delle successive dolorose vicende e dell’esodo quale tragica conclusione della nostra storia spesso dimenticata o mistificata».

«Testimonianze e riflessioni storiche sull’esodo giuliano dalmata», di Giuseppe Gioseffi.«Testimonianze sull’esodo dalla città di Fiume e della vita nei campi profughi», di Mary Smaila Nacinovich. «Una svolta dolorosa», di Franca Dapas. «Ahi me, vedo doppio», di Guerrino Kotlar. «Se no i xe mati no li volemo», di Silvia Sizzi. «Raccolta di poesie», di Vittoria Diamadi.«Racconti», di Sergio Fantasma.

Menzioni d’Onore

Sezione ricerche: «Il confine orientale italiano: l’armistizio, le foibe e l’esodo», di Margherita Sulas. «Le donne virili di Arturo Colautti» di Enrica Mezzetta. «La festa di San Nicolò» di Oriana Iudici. «La lingua istriota nella letteratura istro-quarnerina: le liriche di Ligio Zanini» di Rita Muscardin. «La Cicceria» di Tullio Binaghi.

Sezione Narrativa:

«La vita xe ancora bela» di Roberto Stanich.

«Racconto breve» di Giorgio Tessarolo.

Sezione Testimonianze:

«"Nato a Fiume» di Francesco Gottardi.

«I Nascimbeni fiumani per Fiume italiana» di Rodolfo Decleva.

Francesca Briani - Loredana Gioseffi

228 – La Voce del Popolo 06/04/12 Cultura - Il «filo» nuovo dei rapporti italo-sloveni, Missoni a Maribor emblema d'Italia, del talento, della tenacia e della passione dei Dalmati

Missoni a Maribor emblema d'Italia, del talento, della tenacia e della passione dei dalmati
Il «filo» nuovo dei rapporti italo-sloveni
Olimpionico, stilista e artista, il suo è un «put-together» di colori, culture e genti

MARIBOR – "Dall’Italia: tradizione e modernità" a Maribor Capitale Europea della Cultura 2012: dopo "Ottavio Missoni. Il genio del colore" e "Imago Trieste", un’altra mostra del "Mese italiano" s’inaugura stasera (ore 18) a Villa Vetrinj, affascinante maniero e una delle più importanti tra le case borghesi (deve il suo nome ai monaci del monastero cistercense di Viktring, vicino a Klagenfurt). In esposizione da oggi alcune copie degli antichi mosaici di Ravenna, città famosa per il suo ricco patrimonio di arte paleocristiana e bizantina, capitale dell’Impero Romano d’Oriente del V e VI secolo.

Questa mostra, come le precedenti due, sarà visitabile fino al 30 aprile. Ieri sera, inoltre, nel Salone degli Specchi del Teatro popolare sloveno, un galà concertistico ha portato sul palcoscenico i grandi interpreti della Comunità nazionale italiana in Slovenia e Croazia: Camerata polensis, Ana Čuić Tanković, Goran Filipec, Francesco Squarcia, Marco Graziani, Manuel Šavron, Magic flutes, Eleonora Matijašić e Neven Stipanov.

SPUNTO PER INIZIATIVE FUTURE Qual è, dunque, il fil rouge che collega Missoni, Trieste, Ravenna, l’Istria e le altre manifestazioni di questo "Mese italiano" che segna, come rilevato l’altra sera alla sua apertura, una nuova epoca nelle relazioni tra Italia e Slovenia; un’epoca che fa leva su secolari rapporti di vicinato, di scambi, di radici comuni, che guarda all’orizzonte europeo e transatlantico? Sembra quasi che il team creativo e organizzativo del ventaglio di eventi dedicati alla civiltà del Bel Paese – in primis l’Ambasciata d’Italia in Slovenia, l’Unione Italiana, l’Università Popolare di Trieste, l’Istituto Italiano di Cultura a Lubiana, le Gallerie Costiere di Pirano, il Centro Italiano "Carlo Combi" e la Comunità degli Italiani "Santorio Santorio" di Capodistria, l’EDIT di Fiume ed altri soggetti – abbia voluto porre in rilievo proprio i tanti momenti, gli aspetti, le espressioni e i luoghi che fanno da ponte di collegamento tra mondi diversi ma comunicanti, i punti di contatto, un patrimonio storico, artistico e culturale condiviso, che veicola valori europei, che genera un clima di fiducia, comprensione, amicizia, cooperazione e reciproca stima. È un’occasione per dar inizio a nuove iniziative e per portare avanti quelle già promosse con successo.

OMAGGIO A UNA RICCA TRADIZIONE La Capitale Europea della Cultura ha dato il benvenuto ai dieci eventi del Mese della Cultura Italiana, promosso con l’alto patronato di Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica Italiana, accogliendo un personaggio italiano di fama mondiale: l’olimpionico, l’artista e lo stilista Ottavio Missoni. L’esposizione intitolata "Ottavio Missoni. Il genio del colore" è stata scelta dall’Ambasciata della Repubblica Italiana in omaggio alla ricca tradizione della manifattura italiana di alto rango conosciuta in tutto il mondo. La mostra si estende su due piani, si articola in tre sezioni e raffigura – attraverso oggetti, fotografie, documenti e filmati – la vita e il genio creativo di questa leggenda vivente delle arti visive, dello styling e dell’Italia stessa.
La rassegna, resa possibile anche grazie al coinvolgimento di Toni Biloslav, che guida le Gallerie Costiere di Pirano, è stata curata dal figlio Luca Missoni – mentre il capodistriano Mario Steffè ne ha firmato l’allestimento – ed è accompagnata da due cataloghi trilingui, uno italiano, sloveno e inglese, mentre l’altro italiano, croato e inglese, nonché dal libro "Aladino e la lampada meravigliosa", contenente le illustrazioni di Ottavio Missoni sul tema del celebre racconto "Mille e una notte", edito dalla "Papiro".

TAI, GRANDE ASSENTE, HA «PARLATO» ATTRAVERSO LA SUA OPERA Per motivi di salute, il novantunenne Ottavio Missoni non è potuto intervenire all’happening di Maribor. C’erano invece suo figlio Luca (accompagnato dalla moglie Judith), oggi a capo della maison internazionale, l’ambasciatrice d’Italia a Lubiana, Rossella Franchini Sherifis – che ha "tagliato il nastro" –, il presidente della Giunta esecutiva dell’Unione Italiana, Maurizio Tremul, la direttrice del Comitato organizzativo di Maribor Capitale Europea della Cultura, Suzana Žilić Fišer, il vicesindaco della città, Tomaž Kancler, mentre hanno inviato telegrammi il presidente sloveno Danilo Türk, il premier Janez Janša, il ministro per gli Sloveni nel mondo, Ljudmila Novak, e Franco Luxardo, presidente dell’Associazione Dalmati Italiani nel Mondo.

Sì, perché Ottavio – detto Tai – Missoni, oltre a esprimere al meglio il linguaggio universale del colore che accomuna popoli e culture, oltre a simboleggiare lo stile italiano – al di là degli schemi convenzionali –, rappresenta in modo esemplare il talento, la disciplina e la passione che contraddistinguono le genti dalmate, adriatiche, ma pure la capacità di "rigenerarsi" da un evento traumatico come lo è stato l’esodo, di attingere energia vitale dal dolore.

SPORTIVO DI RAZZA Come appunto fanno gli sportivi "di razza". Tai, nato l’11 febbraio 1921 a Ragusa (Dubrovnik) e cresciuto a Zara, nel 1937, a 16 anni, batte sui 400 metri piani, all’Arena di Milano, l’allora recordman del mondo delle 800 yards, l’americano Robinson (con un tempo che ancora oggi rimane la migliore prestazione italiana di un sedicenne). Chiamato a far parte della nazionale italiana di atletica leggera, con la maglia azzurra a Parigi vince i francesi sui 400 metri; nel 1939, campione italiano assoluto, corre la distanza dei 400 metri piani in 47"8 che vale il Record Europeo Juniores. Sarà poi campione mondiale universitario a Vienna, campione italiano dei 400 metri a ostacoli; parteciperà alle Olimpiadi di Londra, sarà quarto agli Europei di Atletica Leggera di Bruxelles sui 400 metri ostacoli e gareggerà per l’ultima volta in Nazionale nel 1953 a 32 anni.

«RADIOSA COMETA» Ventisette volte "azzurro" con otto vittorie individuali e sette nella staffetta 4x400, di lui Gianni Brera ha scritto in un articolo su "la Repubblica": "Ottavio Missoni è apparso nel cielo della nostra atletica come una radiosa cometa (…). Era un fratellino di Apollo (…). Correva con l’armonioso agio di Mercurio, Dio dei mercanti e dei ladri. (…) Il suo dramma di reduce era atroce: tuttavia, riuscì miracolosamente a sdoppiarsi, a vedere il proprio ectoplasma distendere passi di efficace e non frivolo vigore: seguendo quelli tornò vivo e atleta quando ormai il destino pareva averlo umiliato per sempre".

La sua attività nel campo della moda esordisce nel 1947 a Trieste, dove inizia un’attività di maglieria che produce tute per allenamento in lana, le "Venjulia" (saranno le tute adottate come divisa dalla nazionale italiana per le Olimpiadi del ‘48), ma sarà grazie a Rosita Jelmini che il genio e la creatività di Tai diventeranno "impresa", l’inconfondibile marchio Missoni, quello stile che gli americani battezzeranno "put-together". La mostra testimonia l’influenza della pittura e del tonalismo lagunare del Cinquecento sulle scelte cromatiche del grande stilista contemporaneo, che ha esercitato un’enorme influenza sull’evoluzione dell’estetica e del costume del nostro tempo, che era stato ed è amico di tanti maestri della pittura internazionale, che si è convertito da "pittor di fibre" a "pittor di carte", pure attraverso la serigrafia.

MODA CHE DIVENTA ARTE "La moda può diventare arte. Ne è la prova Ottavio Missoni, che ha raggiunto il successo mondiale coniugando sapientemente le sue poliedriche abilità e straordinarie capacità, declinando il proprio talento con l’arte, ottenendo nel contempo grande efficienza imprenditoriale e riconoscibilità universale del marchio all’origine di un vero e proprio impero internazionale della moda. Un percorso di tutto rispetto", come dice Danilo Türk nell’introduzione al catalogo.

ORIGINALE RAFFINATEZZA E INTELLIGENZA "Missoni con i colori della moda, con i suoi tessuti e disegni, trasforma il fatuo in bellezza, l’effimero in opera d’arte. Un percorso di vita, il suo, emblematico, che abbiamo voluto ripercorrere con questa mostra itinerante, quale omaggio a un illustre personaggio di queste terre, orgoglioso della propria identità ragusea e dalmata, perché la ‘fusione delle culture, non la loro separazione, è infatti alla base della grandezza di Ragusa’ come scrive nella sua autobiografia. Una grandezza, aggiungiamo noi, che Ottavio Missoni ha saputo interpretare con originale raffinatezza e intelligenza", dice Maurizio Tremul. Dopo Maribor, la rassegna approderà in maggio e giugno a Capodistria, in luglio a Pola, in agosto nella sua città natale, Ragusa, in ottobre a Rovigno, quindi a Zagabria per finire a Zara.

Ilaria Rocchi

229 - Il Piccolo 04/04/12 Quando Tomizza raccontava l'innocenza perduta dell'Istria Marsilio propone una nuova edizione del romanzo "La quinta stagione"

Quando Tomizza raccontava l’innocenza perduta dell’Istria

Marsilio propone una nuova edizione del romanzo "La quinta stagione"

di Alessandro Mezzena Lona

Non era tipo da cullare dentro di sé l’utopia del mondo perfetto, Fulvio Tomizza. Perché non amava illudersi, perché preferiva tenere i piedi ben piantati per terra. Eppure, quando ormai si era trasferito a Trieste e il mondo viveva ancora sotto sequestro della guerra fredda, andando a ritroso con la memoria si era convinto di avere visto da vicino un piccolo paradiso terrestre. Un mondo che, prima della Seconda guerra mondiale, prima di essere devastato dall’odio etnico, sembrava vivere in equilibrio. In armonia. Quel mondo era l’Istria della sua adolescenza. «La guerra era lontana, sui nostri fili si posavano le rondini» scriveva nel suo terzo romanzo intitolato "La quinta stagione", pubblicato da Mondadori nel 1965 dopo il successo di "Materada" e della "Ragazza di Petrovia".

Adesso a riproporre il libro, ormai introvabile da tempo, nella Biblioteca Novecento è Marsilio editore, che lo distribuisce nelle librerie domani. In una nuova edizione preceduta da un piccolo saggio di Helena Janeczek (pagg. 224, euro 12,50). Forse un po’ sottovalutato rispetto alla Trilogia istriana, "La quinta stagione" è il primo capitolo di una quadrilogia che ha per protagonista Stefano Markovic. L’alter ego narrativo di Tomizza. In seguito, il personaggio ritornerà ne "L’albero dei sogni", "La città di Miriam" e in quel libro in forma di lettera che è "Dove tornare". Apparentemente, potrebbe essere raggruppato tra i romanzi di formazione. In realtà Tomizza, che aveva già iniziato a lavorare a questa storia nel 1957, si spinge molto più in là. Il paese di Giurizzani che Tomizza ritrae con pennellate ruvide, coloratissime e assai efficaci, è sospeso in una sorta di equilibrio delicato. Dove c’è posto per i primi turbamenti carnali, per le sfide impossibili all’autorità degli adulti, per i riti sempre uguali della civiltà contadina.

Poi, all’improvviso, quel microcosmo dove vivono fianco a fianco italiani e slavi scopre il fascino del Male. Che si presenta nascosto sotto la divisa dei soldati nazisti, dei fascisti. Di chi porta impresso nella carne il Verbo della guerra, della violenza, dell’odio etnico.

L’adolescente Stefano Markovic attraversa, così, un’esperienza irripetibile. Perché al richiamo fortissimo della vita che scorre in lui, e che lo porterà proprio sul finire del romanzo alla partenza per il seminario di Capodistria, si contrappone la voce oscura di chi promette un futuro migliore. E porta avanti il suo progetto a suon di fucilate, bombe, devastazioni.

Sotto gli occhi del lettore, quell’atmosfera sonnachiosa, increspata solo da avvenimenti minimi che scandiscono le giornate d’Istria, viene stravolta dal terrore. Dalle incursioni dei soldati nazifascisti e dei partigiani che, contrapponendosi a loro, inneggiano a Tito. Come se fosse il nuovo salvatore. Tra ingenuità, piccole cattiverie e scontri con il mondo dei grandi, Stefano Markovic prende coscienza piano piano del fatto che la guerra sta condizionando il suo presente. E il futuro. Fino a spingerlo a provare un misto di rabbia e compassione, di odio e tenerezza nei confronti di chi si fa ammazzare eseguendo un ordine, inseguendo un ideale.

Emblematica, a questo proposito, è l’immagine del sangue che macchia il filo spinato posto attorno a una foiba. Premonizione di quello che accadrà agli italiani d’Istria sul finire della Seconda guerra mondiale. Perseguitati, gettati vivi nelle cavità carsiche, costretti ad abbandonare per sempre la propria terra.

Ma "La quinta stagione" ha anche la forza di fare di Stefano Markovic il messaggero tormentato di un mondo che stava cambiando per sempre. E in cui un adolescente, smarrito e confuso per quello che andava prendendo forma ai suoi occhi, poteva anche perdere il filo dei pensieri. Restando indifeso in balia degli eventi. «Dalla pancia di un apparecchio - scrive Tomizza - uscì una bomba. Sentì papà gridare "A terra!" e poi "Stefano". Quanto sarebbe stato bello morirgli lì tra le braccia in mezzo a tutto il suo rimorso».

Ecco, "La quinta stagione" è il romanzo dell’innocenza perduta. Che agli occhi di Tomizza, il mondo non riacquisterà più.

COMINCIA COSÌ

Cinque ragazzi di Giurizzani ancora ingnari della guerra

Da "La quinta stagione" di Fulvio Tomizza pubblichiamo l’inizio del primo capitolo per gentile concessione di Marsilio editore.

di FULVIO TOMIZZA Erano cinque sei ragazzi di Giurizzani. Nessuno di loro aveva ancora visto la guerra. Ne parlavano i grandi e i coscritti partivano – qualcuno tornato in licenza subito non lo si riconosceva, vestito in grigioverde tra le case – ma dai campi e dai boschi non venivano che i colpi dei fucili da caccia. Papà tornava stanco con una quaglia, una pernice, si faceva togliere gli stivali dalla Dina prima del buio perché doveva recarsi a Cipiani per ascoltare il comunicato. Ci andarono anche loro qualche volta, camminando al di là dalle siepi e attraversando d’improvviso la strada per far prendere paura.

Nel dopolavoro i grandi scattavano in piedi come al vangelo: era il vecchio Roz a controllarli, il diretto rivale di don Paolo, in camicia nera anche di settimana, che con il cine e il grammofono rovinava la gioventù. "Il Quartier Generale delle Forze Armate comunica". Subito dopo i velivoli, il fronte, il nemico; Malta. Papà diceva che con tanti bombardamenti doveva ormai essere ridotta a calcina e il Roz lo zittiva, rivolto però indistintamente a tutto il pubblico.

La voce un po’ rauca ma ferma proveniva direttamente dalla guerra, passando sui fili del telegrafo come le gocce della pioggia, fischiando con la bora lungo i pali, avanti, per boschi, paesi e altri stati. Finito il comunicato, invece di sedersi per vedere il cine, se ne tornavano a casa: la guerra era lontana, sui nostri fili si posavano le rondini. Avevano pensato anche loro a far spari, dapprima con le capocchie dei fiammiferi che però sfrigolavano. Stefano arse un’intera scatola di cerini e altro non ne uscì che una bella fiammata. Marco consigliava i colorati che servivano alla marina ed ardevano anche bagnati; ma Danilo tagliò corto e disse di volere gli zolfanelli che almeno facevano puzza. Erano sulla rodina di Stefano e se ne venne Valdo con le sue braghe a mezza asta. Guardava dall’alto come i tacchini, ma loro stavano attenti ricordando la volta precedente. Se la guerra scorreva sui fili, perché non buttavano giù un bicchiere del telegrafo e ne sfregavano i cocci?

230 – La Voce del Popolo 02/04/12 Speciale - Valle, una Comunità degli Italiani che si distingue per entusiasmo, vitalità e cura delle tradizioni

a cura di Roberto Palisca

A tu per tu, alla fine di un mandato di successo, con la presidente del sodalizio Rosanna Bernè
Valle, una Comunità degli Italiani che si distingue per entusiasmo, vitalità e cura delle tradizioni

La Comunità degli Italiani di Valle è stata fondata nel 1947 grazie a Giovanni Obrovac-Zaneto, Pasquale Cuccurin e Domenico Cernecca, tre connazionali che crearono con entusiasmo il primo gruppo di attivisti deciso a curare e tutelare la più che millenaria tradizione autoctona di questo piccolo borgo istriano. Alla fine della Seconda guerra mondiale Valle contava poco meno di 3mila abitanti che per la stragrande maggioranza erano italiani. A causa dell’esodo, tuttavia, in pochi anni sul territorio rimasero a vivere appena 500 connazionali.

Le famiglie rimaste non si persero d’animo, e nonostante i grandi cambiamenti politici, culturali e demografici, iniziarono a impegnarsi per preservare lingua, cultura, usi e costumi, canti e balli che avevano riecheggiato per secoli nel castro antico. Grazie all’instancabile lavoro del gruppo ritmico e di quello folcloristico, le tradizioni vallesi sono state tramandate da generazione a generazione, tanto che ancora oggi il dialetto vallese è un idioma vivo e a parlarlo è anche il sindaco di Valle, Edi Pastrovicchio, che quando si rivolge ai concittadini durante le cerimonie ufficiali, oltre che a utilizzare la lingua croata parla sempre anche in vallese.

L’ATTESA DI CASTEL BEMBO La CI di Valle è uno dei sodalizi storici della CNI, ma una delle sue peculiarità odierne è quella di avere oltre a tanti attivisti anziani, pure un folto numero di giovani molto legati alle attività del sodalizio, che si distinguono per talento e attaccamento alle tradizioni e al dialetto istro-romanzo locale. Una soddisfazione grande, se si tiene di conto che gli attivisti della CI di Valle non hanno ancora una sede adeguata a causa dei problemi legati alla ristrutturazione di Castel Bembo, che era stata avviata negli anni ‘90, ma che soltanto l’anno scorso è ripresa con l’avvio dell’ultima fase dei lavori di ristrutturazione degli ambienti interni. La Comunità si era trasferita da Castel Bembo nel 2000 per motivi di sicurezza, e da allora a oggi per le proprie attività è dovuta ricorrere per forza di cose a delle sedi temporanee, spesso non adatte al lavoro degli attivisti.

Tra le persone che hanno il maggior merito di aver sbloccato l’impasse burocratica legata a Castel Bembo, l’attuale presidente della Comunità, Rosanna Bernè, che oggi è impegnata anche nel ruolo di responsabile del Settore coordinamento e attività delle CI in seno alla Giunta esecutiva dell’Unione Italiana. Dedizione alla CNI che le è valsa lo scorso 10 ottobre anche il conferimento da parte del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dell’Ordine della Stella della Solidarietà Italiana.

BALLANDO… CON LE STELLE Oggi uno dei punti di forza del sodalizio vallese della nostra etnia sono i gruppi di danza ritmica, che l’anno scorso hanno festeggiato ben 20 anni di ininterrotta attività. Era, infatti, il 1991 quando il primo gruppo di ragazzi vallesi, di età compresa tra i 10 e 14 anni, spronato dall’instancabile insegnante Miriana Pauletić, fondò la prima sezione di danza della CI. A formarla erano Andrea Cuccurin, Mauro e Barbara Barbieri, Romana Pauletić, Eleonora Cergna, Manuela Floris, Daniele Zuanić e Alvaro Zanfabro, che ben presto furono in grado di tramandare la loro esperienza pure ai bambini più piccoli della comunità vallese. Così nel 1998 venne istituito il gruppo "Fire", e successivamente ne furono fondati altri due: gli "Adest" e le "Puffette". Dalla fusione di questi tre nuclei nacque poi la formazione "Extreme", che oggi vanta numerosi riconoscimenti a livello nazionale e internazionale, ed è l’orgoglio sia della Comunità vallese che dell’intera CNI.

Nel 2000 ad assumere le redini delle sezioni di danza della Comunità vallese è Elisabetta Pauletić. Oltre alle "Extreme", che non hanno un capogruppo, in ambito al sodalizio fanno attività oggi altri cinque gruppi di ballo: le "Minnie", le "Sisters" le "Fresh & Fire" e le "Shout", che fanno tutte capo alla citata giovane e spigliata coreografa, nonché i "Valley Genesis", che sono formati soltanto da ragazzi e che vengono seguiti da Fabio Forlani.

LO SHOW «DANCE NIGHT» Il gruppo "Extreme", composto da Elisabetta Pauletić, Dajana, Ilaria, Martina e Roberta Poropat, Ivana Perišić e Roberta Barbieri, organizza da due anni a questa parte lo show "Dance Night", una manifestazione dedicata alla danza che coinvolge numerosi gruppi ritmici provenienti da tutta l’Istria. All’edizione del 2011 ha partecipato anche il famoso coreografo italiano Fabrizio Santi, che da quando si sono incontrati per la prima volta al Concorso internazionale di danza al prestigioso teatro di Fiuggi nel 2009, ha instaurato un forte legame di amicizia con le ragazze del gruppo "Extreme".

Oltre al talento per la danza, alle giovani vallesi non manca il dono del canto. Diretto dal Maestro Nevio Ignoto, il gruppo delle Maxicantanti, con le eccezionali voci di Roberta Poropat e Elisabetta Pauletić, che hanno già al loro attivo un cd di successo intitolato "Là in me", è formato anche da nuove leve, come Maricha Piutti ed Ester Drandić e Dea Lordanić. Quest’ultima si occupa anche del gruppo di recitazione, che ha preparato quest’anno la terza edizione della Serata che la CI di Valle organizza ogni anno in memoria del compianto attivista Dean Drandić.

BOEMIN, DAMPASÈ E «JOVANOTTI» Lodevole e sempre molto apprezzato è anche il lavoro che viene svolto del Gruppo del folclore, la cui sezione di ballerini adulti è guidata da Gino Poropat, mentre quella dei piccoli fa capo all’instancabile maestra della sezione locale della scuola elementare italiana, Miriana Pauletić. Entrambe le formazioni mantengono in vita i tipici balli tradizionali vallesi, come il "Dampasè" e il "Boemin". Con una squadra femminile di pallavolo che ha elementi di primissimo livello, e con la squadra di calcetto maschile che porta il significativo nome "Jovanotti", che viene seguita da un allenatore esperto come Gino Poropat, e che ha ottenuto il terzo posto nella lega invernale di Rovigno, lo sport è un altro vanto della Comunità di Valle. Tra i giovani attivisti della Comunità c’è inoltre anche Marco Opšivač, campione del mondo juniores di kickboxing, e grande promessa del pugilato a livello nazionale.

DI PROSSIMA USCITA UN CD DEL CORO La Comunità ha pure un suo gruppo vocale, diretto dal Maestro Marino Floris, che spesso e volentieri si esibisce anche come solista. A farne parte sono Pietro e Giovanni (Nino) Cuccurin, Pietro e Mario (Villi) Poropat, Eligio Paretić, Giuseppe e Benito Mottica, Sergio Piutti. Attualmente il complesso canoro sta preparando un nuovo cd, con otto canzoni inedite, i cui testi sono stati scritti dal giornalista Valmer Cusma e dalla presidente Rosanna Bernè, mentre le musiche sono di Bruno Krajcar e Gianni Signorelli.

La CI ha poi un gruppo giornalistico, del quale è responsabile Fabrizio Fioretti, che sta per pubblicare un nuovo numero del periodico "El calego de Vale", che uscirà con 24 pagine dedicate all’attività della Comunità e alle storia di Castel Bembo. Il gruppo storico, che ha ricreato le bozze di 34 costumi d’epoca che rappresentano la famiglia dei podestà Bembo e quelli di altre figure di un tempo, come soldati, giullari, nobili e notai, è guidato invece da Edi Poropat. In base agli schizzi della sezione a realizzare i costumi che oggi vengono sfoggiati ogni anno all’ormai tradizionale sfilata del 1.mo maggio, giornata del Comune e del patrono San Giuliano, è stato, grazie ad un finanziamento congiunto UI-UPT, l’atelier "Marega" di Venezia.

L’AMICIZIA CON ROSTA Da rilevare infine che nel settembre del 2011, grazie agli ottimi rapporti che la Comunità mantiene con i membri della Consulta piemontese dell’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, il Comune di Valle ha firmato un patto di gemellaggio con il comune di Rosta, località delle vicinanze di Torino in cui risiedono numerosi esuli vallesi.

Durante il nostro incontro la presidente della CI Valle ha colto l’occasione per ringraziare anche per nostro tramite tutti gli attivisti e i tanti amici che contribuiscono a dare una mano al sodalizio.

"Le elezioni per il rinnovo del direttivo della Comunità si terranno il prossimo 20 aprile. Io sono giunta dunque alla fine del mio mandato" – ci ha dichiarato Rosanna Bernè –. In questi ultimi quattro anni, grazie a tutti gli attivisti e ai nostri collaboratori abbiamo realizzato innumerevoli uscite, sia Italia che in Croazia, abbiamo ricevuto tantissimi prestigiosi riconoscimenti, e io sono convinta che anche nel prossimo futuro continueremo su questa strada. Le soddisfazioni sono state tante, ma quella che più mi gratifica è la certezza che Palazzo Bembo sarà presto pronto per accoglierci in tutto il suo splendore".

Sandro Petruz

231 - La Voce del Popolo 07/04/12 L'araldica dell'arcipelogo lussignano - Simboli di autonomia, potere e ricchezza

Jasminka Ćus Rukonić ha studiato una materia finora poco valorizzata:
l'araldica dell'arcipelogo lussignano
Simboli di autonomia, potere e ricchezza
Censiti e mappati oltre quaranta stemmi: i più antichi risalgono al Seicento

LUSSINGRANDE – Al Museo di Lussingrande, situato nella Torre veneziana del 1445, di fronte a un pubblico d’elite, Jasminka Ćus Rukonić ha presentato il suo volume "Grbovi i znakovi Veloga Lošinja" ("Stemmi e simboli di Lussingrande"), una materia finora poco considerata, che l’istituzione museale cura da anni nell’ambito di un percorso specifico sullo studio e la valorizzazione dell’eredità araldica dell’arcipelago lussignano e della parte meridionale dell’isola di Cherso.
La cittadina di Lussingrande si trova nella parte sud-orientale dell’isola di Lussino e scende a raggiera dal colle di San Nicolò verso il mare. Si colloca nelle sue due baie naturali, quella di Lussingrande e di Rovenska, laddove in quest’ultima baia si diffonde un’aria da villaggio di pescatori, mentre nell’altra, più grande, si respira un’atmosfera che ricorda le cittadine marittime dell’Ottocento e Novecento. A Lussingrande si trovano molte ville sontuose, con giardini curati pieni di piante esotiche che appartenevano a ricchi artigiani, capitani, costruttori navali locali, ma anche a membri dell’élite borghese e nobile di Vienna (tra le residenze spicca quella dell’arciduca Carlo Stefano).
Sulle facciate delle case e sopra i loro ingressi, sui cippi funerari e sulle corone di pietra dei pozzi e delle fonti, si possono notare sia gli stemmi di Lussingrande sia quelli delle famiglie lussingrandesi, ovvero delle famiglie nobili austro-ungariche, mentre i simboli delle confraternite, degli artigiani e dei marinai venivano di solito intagliati sui cippi funerari nella chiesa e all’esterno di San Antonio Abate, nel cimitero e sulle cappellette.

Il confronto con realtà vicine

Stemmi e simboli testimoniano una struttura sociale importante per questa seppur piccola comunità culturale e stabiliscono un legame con varie realtà contemporanee, presenti nelle altre cittadine isolane dell’arcipelago di Lussino e Cherso e dell’intero Adriatico orientale. In complesso se ne possono contare quarantaquattro, di cui sei stemmi di Lussingrande, due stemmi famigliari di nobili locali, otto stemmi di nobili sconosciuti e ben ventotto simboli che rappresentano artigiani, armatori, oppure confraternite. La maggior parte (ventitrè) è fatta in calcare, uno in marmo, tre in legno, quattordici in cemento, due in intonaco e uno di terracotta. Gli stemmi più antichi, ben sei, sono del Seicento, quindi tre del Settecento, mentre la maggioranza è del XIX secolo; sette risalgono al secolo scorso, mentre dell’ultimo decennio sono soltanto due.
In confronto a Ossero, città principale dell’arcipelago nel passato – che ne vanta più di cento –, o Cherso con oltre duecento, potrebbe sembrare che a Lussingrande esistano veramente pochi esemplari, ma se prendiamo in considerazione che qui i primi stemmi apparvero solo alcuni secoli dopo quelli delle precedenti località, il numero attuale di quarantaquattro stemmi non è poi tanto insignificante. L’autrice Jasminka Ćus Rukonić rileva che ad ogni stemma e simbolo è assegnato un numero nel catalogo e sulla mappa di Lussingrande, in modo da poter fare un giro per il posto e riconoscerli e osservarli nella loro sistemazione originale.

Dietro le quinte della storia

Durante l’amministrazione veneta (1409 – 1797), Lussinpiccolo e Lussingrande facero parte del comune di Ossero, ovvero della Contea di Cherso e Ossero. Con la pace di Presburgo del 1805, firmata tra la Francia e l’Austria, le isole di Lussino e Cherso furono annesse all’Impero francese, rispettivamente al Regno francese d’Italia, ma nel 1809 la città di Lussingrande passò alle Province Illiriche istituite da Napoleone (con la pace di Schonbrunn del 1809, l’Austria dovette cedere alla Francia molte regioni e città (tra le quali anche Lussino e Cherso). Con la sconfitta dell’impertaore francese nel 1813, queste regioni passarono per i successivi cent’anni sotto il dominio austriaco, e ciò fino alla fine della Prima guerra mondiale.
Va riconosciuto che l’amministrazione francese consentì a Lussinpiccolo la separazione economica e politica dal Comune d’Ossero. Il 24 agosto 1806 venne così fondato il Consiglio comunale di Lussinpiccolo e Lussingrande, ma ben presto, l’11 febbraio 1808, quest’ultima divenne Comune indipendente e tale rimase fino al 1945. Per festeggiare quella tanto desiderata indipendenza economica e politica, i lussingrandesi eressero la "stolina", ovvero il palo per l’alzabandiera, che si trova nel porto. Sulla base della stolina è inciso l’anno 1808, data dell’istituzione del Comune e della concessione dello stemma cittadino. Come negli altri luoghi europei, lo stemma trae origine dal timbro comunale. Dopo la Seconda guerra mondiale lo stemma di Lussingrande non si userà più ufficialmente, anche se rimarrà sempre presente nei dépliant e materiali turistici, sui pannelli informativi e in vari siti del luogo stesso.

Uno scudo e la torre

Non esiste alcuna fonte scritta o materiale sull’esistenza dello stemma durante il periodo di dominio veneto, poiché in quell’epoca lo avevano (e potevano usarlo) solo Cherso e Ossero, sedi del potere politico. Il primo stemma di Lussingrande giunto a noi – osserva Jasminka Ćus Rukomić – è quello del 1818, che rappresenta un’imbarcazione sulla quale navigano la torre e i protettori del paese: Sant’Antonio Abate e San Gregorio di Spoleto. Dagli anni Trenta dell’Ottocento venne rappresentata soltanto la torre.
Lo stemma di Lussingrande è composto da uno scudo triangolare che ha, su uno sfondo chiaro, una torre circolare con merlatura, due finestre ed entrata arcuata, e il tutto si poggia su un muro di pietre regolari. La torre simboleggia l’importanza strategica che il luogo ebbe nella storia, quale punto d’incontro tra l’Austria, Venezia e l’impero Ottomano.

Nobili e borghesi

Con il tempo gli stemmi diventeranno simboli di riconoscimento di alcune famiglie, in particolare di quelle nobiliari, ma anche di stati, città e varie associazioni (nell’araldica lussingrandese ci sono pure delle rappresentazioni di stemmi dell’Istria e di quello storico croato). Durante la Repubblica di Venezia, i vari nobili sceglievano da soli i loro stemmi a livello locale e comunale, perché non era necessario il permesso del reggente (come avveniva invece nell’Impero austro-ungarico), per cui gli stemmi dell’epoca della Serenissima sono più delle improvvisazioni araldiche che delle vere e proprie rappresentazioni grafiche.
In tutti i momenti difficili della sua storia, la polazione di Lussingrande ha sempre trovato una via d’uscita volgendosi al mare e basando la propria economia sulla marineria e sulla costruzione navale. Verso la metà del Seicento cominciano inoltre a svilupparsi notevolmente la pesca e la navigazione sui velieri di legno. Con l’apertura del Canale di Suez nel 1869, l’Adriatico diventa la via più breve per le merci che dall’Europa dovevano arrivare a Oriente, in Asia, e i lussingrandesi colsero questo momento favorevole per contribuire notevolmente alla marineria e alla cantieristica.
La dott. Jasminka Ćus Rukonić ha fatto notare che il ceto borghese, arricchitosi con il commercio marittimo e con la cantieristica, cercò di evidenziare il proprio successo anche con dei "segni esterni": con la costruzione di belle ville, collezionando oggetti esotici e piante che ricordavano i luoghi lontani che visitavano durante i viaggi. All’interno adornavano le loro case con i dipinti di velieri e all’esterno con i loro stemmi. Nel caso non ne avessero uno, esponevano i simbli dei loro mestieri (ancore, navi, martelli, mazze, scalpelli, compassi, triangoli ecc.), oppure li incidevano sulle loro lapidi funerarie. I simboli erano usati anche dalle confraternite, associazioni pubbliche di fededi laici, strettamente collegate alla chiesa locale, che le confraternite sostenevano sia con preghiere e atti di fede che con concrete opere utili alla comunità. Da ricordare infine che oltre alle confraternite esistevano anche le "skule", società di artigiani e mercanti.

Mariano L. Cherubini

SPECIALE – 1992 SARAJEVO GUERRE BALCANICHE

232 - Agenzia Ansa 02/04/12 Sarajevo 1992-2012, per non dimenticare

Sarajevo 1992-2012, per non dimenticare

In 43 mesi sotto le bombe serbe 11.541 morti e 50 mila feriti

Non si poteva uscire né entrare, non c'era cibo, acqua, luce e gas, solo bombe: in quarantatré lunghi mesi di assedio, Sarajevo ha contato 20 anni fa i propri morti, 11.541, oltre a 50.000 feriti e mutilati, dilaniati dalle granate serbe cadute sulla città con una media di 330 al giorno, un macabro 'reality show' al quale tutto il mondo assisteva in diretta televisiva.

Le Nazioni Unite attuarono un ponte aereo per gli aiuti umanitari, durato più di quello di Berlino, dispiegando 24 mila caschi blu in tutta la Bosnia, ma la gente nella capitale e nel resto del Paese continuò a morire per tre anni e mezzo. Le prime vittime furono due giovani donne, Suada Dilberovic e Olga Sucic, uccise dai cecchini serbi sul ponte che oggi porta il loro nome, mentre manifestavano per la pace il 5 aprile 1992. Il giorno dopo la Comunità europea e gli Usa riconobbero l'indipendenza della Bosnia dalla Jugoslavia, e quel sei aprile divenne formalmente l'inizio dell'assedio di Sarajevo e della guerra in Bosnia. Quel giorno arrivò il primo bombardamento ad opera dell'artiglieria pesante dell'esercito federale, a grande maggioranza serba, che già da due mesi era dispiegata sulle colline tutt'intorno alla città: 1.600 bocche di fuoco, 100 carri armati, 180 blindati e 12.000 soldati stringevano la capitale in un cerchio di 62 chilometri. Un mese più tardi cambieranno solo le insegne per diventare l'esercito della 'Repubblica serba di Bosnia'.

Gli abitanti di Sarajevo riusciranno solo nell'estate del 1993 a fare una 'breccia' nel muro di sangue e di terrore, scavando un tunnel sotto la pista dell'aeroporto. Nel più lungo assedio della storia moderna le tecniche usate sembravano prese dalle cronache medievali: cibo, acqua, luce, gas, erano diventati strumenti di guerra.

Gli assedianti controllavano anche i convogli di aiuti umanitari scortati dai Caschi blu, cercando di prendere Sarajevo, oltre che per fame e freddo, seminando terrore: bombardavano ospedali, scuole e biblioteche, i cecchini sparavano anche sui bimbi di pochi anni e le granate colpivano i civili mentre prendevano un caffé, attraversavano una strada, raccoglievano legna o prendevano l'acqua, e anche mentre seppellivano i propri morti.

Ogni assembramento rischiava di diventare una strage, come quella del 27 maggio 1992, quando un colpo di mortaio uccise 23 persone in fila per comprare il pane, fino al massacro del mercato il 5 febbraio 1994 con 68 morti, e a quello del 28 agosto 1995, con 41 morti, che provocò la reazione della Nato e gli attacchi aerei contro le postazioni di artiglieria serbe.

La città ha resistito cercando in tutti i modi di mantenere in vita quello 'spirito di Sarajevo' dalle molte culture e molte religioni, e la memoria di una Bosnia in cui la tolleranza e la vita comune erano una tradizione secolare. "Se noi sarajevesi fossimo stati dichiarati un esperimento, le nostre conoscenze ora proverebbero scientificamente all'umanità che è possibile sopravvivere a una catastrofe e al terrore e rimanere nello stesso tempo esseri umani", dice Suada Kapic, autrice del progetto di un futuro Museo dell'assedio la cui porta virtuale verrà aperta al pubblico di Internet il 5 aprile. 'E' la storia della natura umana - osserva Kapic - sia di quelli che uccidono che di coloro che sanno di poter essere uccisi in ogni momento e ogni luogo e proprio per questo fanno teatro, organizzano mostre, scrivono libri, scavano tunnel, costruiscono stufe a legna, coltivano orti, realizzano festival del cinema, spettacoli per bambini.'

Molti protagonisti di quella resistenza oggi si sentono accerchiati come vent'anni fa, stretti come in una camicia di forza dall'accordo di pace di Dayton che ha suggellato la divisione etnica impedendo alla Bosnia di avere un futuro di normalità. Il 6 aprile Sarajevo commemorerà i morti dell'ultima guerra con un concerto davanti a 11.541 sedie vuote, ricordando come ogni anno anche un altro sei aprile, quello del 1945 quando i partigiani di Tito liberarono la città dall'occupazione nazista

233 – La Stampa 01/04/12 Nel 1992 la guerra fra serbi e croati che ha cambiato i Balcani

Esteri

Jugoslavia, quell'inferno venti anni fa

Nel 1992 la guerra fra serbi e croati che ha cambiato i Balcani

ENZO BETTIZA

L’ incubo cominciò nell’aprile del 1992. Incominciò d’un tratto dopo il referendum sull’indipendenza, riconosciuta a stento dall’Unione Europea, allarmata dai sussulti provocati dal crollo del muro berlinese sugli assetti e i confini tradizionali del vecchio continente.
Molti non vollero o finsero di non capire quello che stava accadendo nel cuore più antico dei Balcani. Cercarono di vedere ad ogni costo, in quella fatidica scelta plebiscitaria della BosniaErzegovina, la causa e l’inizio di un conflitto tra «milizie serbe» da una parte e «milizie musulmane e croate» dall’altra.
Nulla di più opinabile. L’ossessione della simmetria, fin dai primi massacri di Vukovar che la negavano, era stata poi quasi sempre costante e determinante nella passività delle capitali occidentali.
Queste, infatti, finirono per lavarsi le mani affidando alle risoluzioni dell’Onu e all’ambigua neutralità dei caschi blu dell’Unprofor (United Nations Protection Force) il compito di tutelare, senza spendere una cartuccia, la drammatica coesistenza tra aggrediti e aggressori.
Equanimità forzata, ma assai calcolata, con il male e il bene giudiziosamente spartiti fra tutti gli ex jugoslavi, tutti carnefici e vittime nello stes- L’ so istante, è stato il velo pilatesco con cui l’Occidente fino al genocidio di Srebrenica si è bendato gli occhi, onde evitare un’identificazione esatta e compromettente di chi aveva scagliato la prima pietra. Si parlò precipitosamente di «guerra», aggiungendovi magari il pietoso aggettivo «fratricida», senza spiegare chi l’avesse dichiarata e innescata. S’immaginò che musulmani e croati, al tempo disarmati, disponessero chissà come di contingenti capaci di contrapporsi alle addestrate milizie dei serbi bosniaci, spalleggiati dall’unica delle sei repubbliche ex jugoslave a consolidata struttura statale: la Serbia nazionalcomunista di Slobodan Miloševic. La sola che, dopo la scomparsa di Tito, potesse esibire un’armata vera e manovrare formazioni minori nelle enclave serbe in Bosnia e in Croazia. Belgrado riuscì perfino a creare uno staterello artificiale, la Republica Srpska di Pale, sovrastante con le sue colline fortificate la vallata sul cui fondo giaceva inerme Sarajevo.
«Guerra», si continuava a ripetere in Occidente, immaginando che laggiù dilagasse una guerra davvero. Invece dilagava nient’altro che un’aggressione unilaterale, terroristica, che aveva per mira soprattutto la popolazione civile. Cecchinaggi e bombardamenti sulle città, stupri ed espulsioni bibliche nelle campagne, il tutto eufemisticamente sublimato dai serbi col termine quasi forbito di «pulizia etnica». I media belgradesi, la televisione in particolare, non si risparmiavano nell’attizzare l’incendio. Alimentavano le paure e i rancori atavici di un pubblico in gran parte disinformato, isolato dal mondo, incitandolo a credere che era in corso un’azione difensiva contro i «turchi» usurpatori da secoli di un territorio slavo: «turchi» strani, geneticamente slavi essi stessi, i quali, proclamata l’indipendenza, avrebbero cominciato a sparare per primi sui serbi bosniaci. Nella Pale dei Mladic e dei Karadzic non si andava per il sottile.
L’assedio di Sarajevo, circa quattro anni dal ’92 al ’96, doveva diventare così il simbolo più tetro e più disumano di una guerra che di fatto non c’era. Per le strade semideserte della città, che io conoscevo fin da ragazzo, non si vedevano più nella loro stupefacente interezza e contiguità le moschee, i minareti, le sinagoghe, le cattedrali cattoliche, le chiese ortodosse, le austere biblioteche, i piccoli caffè, i bazar affollati che erano valsi alla città cosmopolita e multietnica il nome di Gerusalemme dei Balcani. Predominavano, ora, i vuoti con macerie divelte e carbonizzate dalle esplosioni. Tra una rovina e l’altra correvano in cerca di un riparo casuale, sotto il tiro di cecchini invisibili, figure umane spettrali, talora velocissime, che per un pezzo di carne e di pane si giocavano la vita come alla roulette russa.
Non c’era edificio che non fosse danneggiato. Non c’era riscaldamento nelle case e la popolazione dignitosa, la quale reagiva spesso alla disgrazia con amare battute di spirito, usava attenuare i geli dell’inverno bruciando mobili e libri con l’intero scaffale. Non c’era più l’acqua corrente e per trovarla, in qualche vano fuori delle abitazioni, preso di mira dai cecchini, si correva il rischio di farsi ammazzare. I morti e i feriti, che aumentavano di giorno in giorno, potevano suscitare a seconda dei casi e dei luoghi sentimenti di condivisa pietà, oppure risentimenti di opaca ostilità. L’assedio poteva suggerire a un pazzoide lirico come il «presidente» Karadzic l’idea di aver ottenuto con la violenza almeno un parziale successo: un inizio di disgregazione dell’amalgama interetnico e culturalmente tollerante della comunità di Sarajevo.
Nel mezzo dell’inferno, scatenato dai tiratori scelti annidati sulle colline, languiva la pieghevole neutralità della macchina di soccorso delle Nazioni Unite. La descriveva così il più attendibile dei testimoni, l’americano Richard Holbrooke, braccio destro del presidente Clinton nella crisi, poi protagonista e inventore degli accordi di Dayton che avrebbero salvato Sarajevo dalla distruzione completa: «Le agenzie umanitarie dell’Onu, truppe incluse, non fanno altro che negoziare con i posti di blocco serbi il contenuto e la quantità degli aiuti destinati al sollievo umanitario di Sarajevo. Le dogane serbobosniache consentono il passaggio soltanto della metà dei viveri e degli utensili necessari alla sopravvivenza: quel tanto che basta per evitare un più deciso intervento militare. Si direbbe che l’Onu stia negoziando con il carnefice se la vittima debba morire di fame o di freddo, lentamente o rapidamente. In effetti l’Onu si sta comportando come un complice involontario della politica serba». Si copriva l’incombenza omicida con l’etichetta di comodo «zona protetta».
La grande svolta della linea prudente seguita per alcuni anni dall’America, svolta dovuta soprattutto alla pressione di Holbrooke sul Pentagono e la Casa Bianca, avvenne dopo l’eccidio di più di ottomila musulmani maschi a Srebrenica. Oramai gli inarrestabili serbi militarizzati della Bosnia, sostenuti a Belgrado dal postcomunista Miloševic e dal semifascista Šešelj, stavano superando i limiti, già disumani, fino allora vergognosamente ignorati o subiti dall’Occidente. Srebrenica dove, dal 12 al 16 luglio 1995, si consumò il più feroce sterminio di massa perpetrato in Europa dopo l’ultima guerra mondiale, fu un tragico e beffardo inganno giocato da Ratko Mladic in più direzioni. Anzitutto contro i prigionieri islamici, ai quali era stato detto che sarebbero stati evacuati in un’altra località, poi ai danni dell’immagine internazionale dei contingenti Onu olandesi. Si videro i loro comandanti inebetiti, ignari di quello che stava per succedere di lì a poco, con un bicchiere in mano accanto al carnefice serbo sorridente che aveva già predisposto con camion, autobus e carriaggi l’invio dei musulmani ai luoghi del massacro.
Nel successivo mese di agosto, mentre gli americani tentavano di discutere con gli alleati atlantici e con i russi una proposta di tregua, si produsse un altro evento terribile, illustrato con riprese impressionanti dalle maggiori televisioni occidentali. Una granata, scagliata da un mortaio sul principale mercato di Sarajevo, aveva provocato la morte di trentacinque persone e moltissimi feriti. Gli americani considerarono il macabro incidente come un deliberato rifiuto serbo del loro piano di pacificazione. I dirigenti di Pale, una volta di più, accusarono invece i musulmani di aver ideato l’eccidio con lo scopo di coinvolgere la Nato e spingerla in una guerra antiserba.
Al cospetto di simili sfide sanguinarie, inimmaginabili quanto reiterate, l’amministrazione di Washington si vide costretta a seguire la linea Holbrooke, forzando e qua e là scavalcando il prolungato immobilismo delle cancellerie europee. La risposta alla strage di Srebrenica e alla carneficina del mercato non fu però istantanea. I tempi lunghi e scoordinati della diplomazia atlantica, con diversi governi contrari all’azione, obbligavano gli Stati Uniti, che desideravano aggirare l’Onu per muoversi in nome della Nato, ad una paziente tessitura politica che finalmente si concluse a settembre con un decisivo accordo di massima fra Clinton e il presidente francese Chirac. Favoriva simultaneamente le mosse americane la riscossa dei croati e dei musulmani, che partendo da zero erano riusciti a mettere in piedi nel 1995 due eserciti, infliggendo in Krajina e poi nella stessa Bosnia i primi rovesci militari alle truppe e soldataglie avventizie serbe. Stavolta Miloševic, allarmato dai preparativi americani, ormai predisposto a trattare una tregua seria, non era corso come al solito in aiuto dei confratelli della diaspora in difficoltà. Il quadro d’insieme, dal punto di vista sia strategico che politico, era insomma più che favorevole al lancio di un durissimo attacco dall’alto sulle postazioni dei serbi bosniaci. Il bombardamento missilistico, che doveva indurre alla trattativa dirimente con Holbrooke, fu quello effettuato nella prima decade di settembre contro le installazioni belliche di Banja Luka, la città più importante dell’autoproclamata Republika Srpska. I più temibili missili dell’epoca, i costosi Tomahawk, guidati per radar e fino allora usati soltanto nella guerra del Golfo, colpirono e distrussero gli arsenali di Banja con un colpo a sorpresa che ebbe immediate conseguenze anche psicologiche.
La disperazione s’impadronì di Karadzic e l’ira di Mladic, già indiziati dal Tribunale dell’Aja come criminali contro l’umanità. Mentre i bombardamenti erano ancora in corso, l’irremovibile Holbrooke li incontrò senza porgere loro la mano nella villa belgradese di Miloševic. Vale la pena di riassumere qualche aspetto dell’incontro evocato dal negoziatore americano nel suo libro «To End a War». La prima cosa che fece chiaramente capire ai tre serbi era che egli aveva accettato di vederli, a Belgrado, non per negoziare la cessazione dei bombardamenti bensì la fine dell’assedio di Sarajevo. Il punto che Stati Uniti e Nato intendevano discutere era uno solo: la sorte di Sarajevo. Finché durava l’assedio, sarebbero durati anche i colpi dei Tomahawk. Il cupo Mladic non aprì bocca: «Imponente nel fisico compatto, ingessato dalla collera, il generale adorato dalle milizie di Pale appariva, ai miei occhi, come una di quelle letali combinazioni tra il condottiero e l’assassino carismatico che la storia talora produce». Saltò invece in piedi un Karadzic disfatto da stanchezza isterica, con la criniera argentea come elettrizzata, che correndo verso un telefono gridava: «Se il signor ambasciatore non vuole dirci niente di più, io me lo farò dire dal presidente Carter. Io intrattengo un contatto regolare con lui». Il che era vero, ma Holbrooke, perfettamente informato dei superflui rapporti di Jimmy Carter con Pale, fermò con poche parole lo scatto di Karadzic verso il telefono: «Fu il presidente Carter a nominarmi assistente del Dipartimento di Stato e per quattro anni ho lavorato al suo fianco. Come tanti americani conservo molta ammirazione per lui. Ma Carter oggi è un privato cittadino. Noi oggi lavoriamo soltanto per il presidente Clinton. Noi prendiamo ordini soltanto dal presidente Clinton. Altro non ho da aggiungere».
Karadzic s’arrestò di colpo, tornò affranto alla sua sedia, mentre Miloševic, sottolineando il suo ruolo di padrino della causa serba, lo redarguiva in serbo per quella gaffe diplomatica degna di un politicante provinciale. Dopodichè la trattativa, limitata all’assedio di Sarajevo, decollò senza eccessivi intoppi, sotto la spinta scaltra e condiscendente del padrino. L’inevitabile conclusione fu lo schizzo di un impegnativo accordo di tregua, abbozzato lì per lì, sul tavolo della discussione, dagli assistenti di Holbrooke. In modo da evitare che il documento venisse siglato dai soli rappresentanti di Pale, e ottenerne la convalida soprattutto da parte dell’unico Stato serbo riconosciuto dall’America e dalla Nato, Holbrooke insistette perché lo sottoscrivesse anche Slobodan Miloševic. Questi alla fine acconsentì e tracciò il proprio nome accanto a quelli di Karadzic e Mladic.
Era il 13 settembre del 1995. Il frettoloso documento, frutto della dirompente ma lucida «shuttle diplomacy» del plenipotenziario di Clinton, preludeva al trattato di spartizione pacifica della Bosnia che il 21 novembre sarebbe stato annunciato da Dayton al mondo. Di lì a poco, il 29 febbraio 1996 doveva segnare la fine del martirio di Sarajevo.

234 - La Repubblica 05/04/12 Il racconto di Paolo Rumiz - Iniziava non una guerra, ma un imbroglio voluto da una cricca di politici ladri

Il racconto di Paolo Rumiz

Iniziava non una guerra, ma un imbroglio voluto da una cricca di politici ladri

Quella notte di neve e stelle in cui cominciò l´assedio

Ricordo molto bene quella sera, vent’anni fa. C’erano molte stelle e molta neve intorno. Giorni prima s’era sparato qualche colpo in aria, Sarajevo era inquieta, ma in un conflitto ancora non credeva. Era un’eventualità irreale, come se Roma potesse dichiarare guerra a Bologna. Con la presa di Vukovar in Croazia, la fiammata sembrava essersi esaurita, l’Europa aveva benedetto l’indipendenza della Bosnia, s’era fatta festa, e quelle raffiche sui monti erano sembrate la solita, vanagloriosa baraonda balcanica. Molti giornalisti se n’erano andati, il fiume spumeggiava, i caffè funzionavano, la primavera era nell’aria. Solo pochi s’erano resi conto che le alture brulicavano di armati, postazioni da mortaio, nidi di cecchini, trincee. La massa ancora ignorava che l’esercito jugoslavo si era concentrato in Bosnia per finire il suo lavoro. La città era piombata in uno stato di strana cecità collettiva.

Quella sera andai dunque a cena con la collega bosniaca Azra Nuhefendic sopra il quartiere di Vraca, nella taverna di un suo conoscente, il serbo Mladen Novakovic, che ci accolse con cordialità. Mangiammo e bevemmo, la città luccicava sotto di noi. Ma era tutto molto strano. La locanda era popolata di soli serbi maschi. Era come se le etnie si fossero spartite in base all´altimetria. Una massa di serbi era salita in alto, lasciando le loro case sul fiume, mentre i cosiddetti musulmani (tali di cultura più che di fede) erano rimasti in basso, ignari nella posizione più indifendibile. Poi squillò il telefono, Mladen rispose, parlò concitatamente, e l´aria cambiò. Noi non lo sapevamo, ma era arrivato l´ordine, l´assedio iniziava. Novakovic parlottò con gli altri serbi che si dispersero, poi si offrì di accompagnare noi due in città. Dissi che no, la notte era bella, volevo scendere a piedi, ma lui insistette che era meglio così. Guidò velocissimo fino oltre il fiume, ci sbarcò e tornò sgommando sul monte.

Il giorno dopo arrivarono i primi colpi di mortaio, e Sarajevo rimase ancora paralizzata nella sua incredulità. Alcuni ponti divennero intransitabili a causa dei cecchini e in pochi giorni il fronte che avrebbe diviso per tre anni la città divenne fatto compiuto, ma ancora ci fu chi scommise su "un fuoco di paglia". Solo a maggio, quando arrivarono notizie di stragi da altre zone, cominciammo a capire che c´era la guerra, constatammo che Mladen era diventato il nemico di Azra per un ordine venuto dall´alto, e ci adeguammo a cose ovvie come camminare rasente ai muri e dormire sui lati sicuri delle case. Capimmo soprattutto che l´assedio era stato preparato a lungo, e finalmente rileggemmo nel modo giusto i mille segnali della vigilia. E quando a luglio andai a Belgrado, ebbi l´oscena conferma. I mercatini dell´usato erano pieni di cose bosniache. Persino i settimanali rigurgitavano di inserzioni su automobili, stanze da bagno, bestiame, televisori. Un improvviso fiume di refurtiva macchiata di sangue arrivava dalla Bosnia ed ecco che la guerra si svelava per quello che era: una scusa per rendere possibile il saccheggio e assolvere patriotticamente l´assassinio. La banalità assoluta del male.

Ecco perché non l´avevamo sentita arrivare, la guerra. Non c´entravano niente la nazione, la religione, il sacro suolo. Lo scontro etnico e tribale era una fandonia per i giornali stranieri. La verità era che un´accolita di politici-ladri, di fronte alla bancarotta della Jugoslavia, aveva intuito di poter trovare nella guerra un´occasione unica: evitare la resa dei conti e persino di rubare di più, raschiare il barile fino in fondo. La pluralità culturale della Bosnia era perfetta allo scopo. Un ottimo materiale incendiario. Ero davanti a un´evidenza sconvolgente, un teorema del comportamento umano. Quanto accadeva nei Balcani non era una cosa balcanica, ma europea. Era la dimostrazione che qualsiasi potere cerca di trasformare in scontro etnico quello che altrimenti sarebbe un confronto politico-sociale che lo spazzerebbe via. Conclusione: avevano vinto i ladri. E difatti la guerra è finita solo quando non c´è stato più da rubare.

Per l´ultimo Bajram, il natale musulmano, sono tornato a Sarajevo - la mia città dell´anima - e ho provato a chiedere alla gente chi è oggi il "nemico". Nessuno ha evocato gli assedianti di ieri, i serbi. Uno ha detto: «Il nemico è la mafia al governo, i figli dei borsaneristi». Un altro: «La burocrazia parassitaria, passata allegramente dal comunismo al nazionalismo e poi al qualunquismo affarista». Il terzo ha risposto «Una banda di sanguisughe che taglieggia anche gli aiuti umanitari, fottendosene delle vedove di guerra e dei reduci». Su una cosa erano tutti d´accordo: il paese è allo stremo come se la guerra fosse finita ieri, e non nel 1995. E hanno concluso: «Voi non avete capito niente vent´anni fa e non capite niente oggi. Questa celebrazione non ha senso, serve al vostro pietismo, e a perpetuare l´idea di una Bosnia che non esiste più». Tutto come prima eccetto il sangue. Già, non può finire una guerra che non è mai stata guerra, ma imbroglio.

235 - Il Giornale 05/04/12 Gli ex nemici di Sarajevo fanno la colletta per aiutarsi

La storia

DALL'ODIO ALLA SOLIDARIETÀ Ventanni dopo la tragedia in Bosnia

Gli ex nemici di Sarajevo fanno la colletta per aiutarsi

I veterani croati e bosniaci raccolgono 5.000 euro per i serbi che nel 1992 gli sparavano addosso e sono rimasti senza pensione

GUERRA VERA - II dramma nel cuore dell'ex Jugoslavia costò oltre centomila morti

di Fausto Biloslavo da Sarajevo

Il palazzone bianco del Parlamento di Sarajevo era annerito dagli incendi provocati dalle granate. Nel 1992, alto e sventrato, venne trasformato in una trincea dei difensori bosniaci di fronte all'assedio. Fra le sue macerie un cecchino croato ci raccontò la storia dell'amico d'infanzia serbo. Vivevano nello stesso condominio e a scuola erano compagni di banco. Anche a pallone giocavano assieme e restarono amici per la pelle pure in polizia, dove diventarono entrambi tiratori scelti.

Con lo scoppio della guerra in Bosnia, costata centomila morti, si erano fulmineamente separati lungo le linee di divisione etnica. Dalle trincee del Parlamento i due cecchini avevano cominciato a darsi la caccia. Fino a quando i vecchi amici non si sono inquadrati nel mirino del fucile di precisione. Dopo un attimo di esitazione hanno tirato tutti e due il grilletto. Quello croato, che ci haraccontato la storia, era rimasto ferito di striscio alla testa vistosamente fasciata. Del serbo non si è più saputo nulla.

Forse è solo una leggenda di guerra, ma 20 anni dopo la tragedia di Sarajevo i nemici che si odiavano hanno cominciato a scrivere un piccolo, ma importante capitolo di solidarietà. I veterani del conflitto più fortunati, croati e bosniaci, che ricevono qualche soldo di pensione, hanno deciso di fare una colletta per aiutare chi ha combattuto ed è stato abbandonato dall'altra parte della barricata.

Lo scorso gennaio Slavko Rasevic, un ex soldato serbo bosniaco, è stato il primo a venir segnalato come beneficiario della colletta organizzata dai suoi ex nemici. Cinque euro ciascuno da parte di croati e bosniaci a favore di un fondo per i veterani serbi. Dei primi cinquemila euro raccolti Rasevic doveva riceverne 500 e altri 60 euro ciascuno sarebbero andati a 60 veterani serbi.

L'ex combattente fa parte dei 1750 militari mandati a casa con una legge del 2010 che serviva a ringiovanire le forze armate bosniache. Problemi politici e mancanza di fondi hanno congelato i pagamenti delle pensioni di molti militari di tutte le etnie. A tal punto che poche settimane fa gli ex combattenti bosniaci hanno sfilato a Sarajevo per protestare contro il governo e sono iniziati gli scioperi della fame.

Rasevic era stato arruolato a 20 anni all'inizio del conflitto etnico. Per sopravvivere dopo il pensionamento, senza assegno, è costretto a «rubare» la corrente elettrica ai vicini di casa e non ha i soldi neppure per pagare l'autobus ai tre figli per mandarli a scuola. Dopo la guerra aveva continuato a servire come militare di professione nella nuova Bosnia in cerca di un futuro.

I soldati croati e bosniaci, più fortunati, che ricevono la pensione hanno organizzato una colletta per aiutare lui e altri serbi. Quando Rasevic è stato informato della colletta ha espresso «grande rispetto» per gli ex nemici. La storia, rivelata dall'Associated press, è un piccolo segnale di superamento dell'odio scavato dalla guerra. Rade Dzeletovie che si è occupato del fondo serbo per i veterani è stato esplicito: «È incredibile. A16 anni i politici ci hanno aizzato a massacrarci e adesso la loro ignoranza e d incapacità ci porta ad aiutarci».

Sarajevo, da oggi fino a domenica, ricor-dai20 anni dall' inizio dell'assedio nell'aprile 1992. I giornalisti che lo hanno vissuto si ritrovano all'Holiday Inn, l'hotel simbolo della capitale bosniaca, che nonostante le cannonate era uno dei bivacchi della stampa internazionale nei tre anni di guerra. Il viale maresciallo Tito che porta all'albergo, dove si faceva slalom fra i tiri dei cecchini, ha mantenuto lo stesso nome.

Sarajevo e la Bosnia sono cambiate nascondendo le ferite del 1992 per guardare avanti, ma le braci di un odio etnico antico che ha provocato un conflitto terribile continuano a covare sotto le ceneri.

236 - L'Unità 06/04/12 Intervista a Predrag Matvejevic: «L'Europa assistette in colpevole silenzio al martirio bosniaco»

Intervista a Predrag Matvejevic

«L'Europa assistette in colpevole silenzio al martirio bosniaco»

Lo scrittore: «Una ferita ancora non rimarginata Non solo fu un massacro, ma anche la distruzione di un Islam laico. E l'Occidente è stato miope»

Il ricordo

«Non dimenticherò mai i corpi senza vita di anziani, donne e bambini uccisi mentre facevano la fila per il pane...»

UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Il suo percorso culturale e umano è quello di un intellettuale che ha cercato nel cuore dell'«inferno balcanico» di costruire «ponti» di dialogo tra identità etniche e religiose spesso violentemente contrapposte. Nato a Mostar (Bosnia-Erzegovina) da madre croata e padre russo, Predrag Matvejevic, saggista di fama internazionale, è emigrato all'inizio della guerra nella ex Jugoslavia scegliendo una posizione da «asilo ed esilio». Ora è tornato a vivere a Zagabria. E lì l'Unità l'ha raggiunto telefonicamente per ricordare quel tragico 6 aprile 1992.1 ricordi personali danno ulteriore spessore alle riflessioni storico-politiche: «Sono stato tre volte a Sarajevo - racconta Matvejevic -durante l'assedio, condividendo con i suoi cittadini un destino feroce. Venti anni dopo, Sarajevo e la Bosnia-Erzegovina non hanno ancora rimarginato quella ferita. Che continua a sanguinare nella memoria collettiva».

Cosa ha rappresentato Sarajevo, la sua storia, la sua tragedia?

«Le sue tragedie. Perché questa è la cifra storica, esistenziale di Sarajevo. I secoli non iniziano sempre con il primo dei suoi anni e non finiscono con l'ultimo. Il XX°secolo è iniziato forse con l'attentato di Sarajevo del 1914, e si conclude con Sarajevo come centro, tragico, dei conflitti balcanici. Il 6 aprile è una data "marchiata" nel calendario della memoria jugoslava. In questo giorno,

nel 1941, la precedente Jugoslavia fu attaccata e distrutta. La Bosnia-Erzegovina fu spaccata: Sarajevo rimase nella zona di occupazione tedesca, mentre Mostar finì in quella italiana. Nessuno di noi poteva immaginare, che il 6 Aprile del 1992 una guerra potesse scoppiare di nuovo e che questa volta non siamo stati attaccati dalle truppe straniere, ma da nostri cosiddetti "fratelli". Quel giorno ebbe inizio il più lungo assedio del secolo: 1350 giorni, che battè il triste, tragico record dei 900 giorni funesti di Leningrado. Quel 6 aprile di trent'anni fa ebbe inizio un nuovo conflitto nel cuore dell'Europa. A scoppiare fu una guerra nazionale e civile. E così, ogni tentativo di riflettere seriamente sulla tragedia jugoslava non può che riferirsi e rivolgersi a Sarajevo».

Quali ricordi personali ha di quei tragici eventi?

«Sono andato tre volte a Sarajevo durante l'assedio, condividendo con i suoi cittadini un destino feroce. Il pane mancava e a Sarajevo e nella città assediata cominciai a scrivere il mio libro, tradotto in italiano come Pane nostro. Ricordo le sagome delle case sventrate dai bombardamenti. Le immagini della Sarajevo in fiamme viste negli schermi televisivi in tutto il mondo avevano solo due dimensioni: ma gli eventi che si succedevano in una città trasformata in un mattatoio umano, avevano molte più sfaccettature. Non potrò mai cancellare dalla mia mente ciò che vidi nel mercato di Markale e nelle vie adiacenti. Non dimenticherò mai, mai, quel massacro: i corpi senza vita di uomini anziani, di donne e di bambini massacrati mentre facevano la coda per il pane quotidiano. Così come non dimenticherò mai un altro orribile crimine perpetrato contro Sarajevo...».

A cosa si riferisce?

«Alla distruzione della Biblioteca nazionale di Sarajevo. Centinaia di migliaia di libri, di manoscritti divorati dal fuoco. Di quella Biblioteca rimase solo lo scheletro annerito della sua facciata. Allora il mondo assistette in diretta al più grave "culturicidio" del XX° secolo. E in questo c'è anche un paradosso senza paragoni: colui che ordinò questo "culturicidio", Radovan Karadzic, oggi giudicato dal Tribunale dell'Aja, si faceva vanto di essere uno scrittore di poesie...».

Cos'altro racconta quella tragedia?

«Racconta e ricorda che sono stati i bosniaci musulmani a soffrire di più. Attaccati sia dai nazionalisti serbi che da quelli croati. Nel cuore dell'Europa esisteva un Islam moderato, laico, dialogante: era la Bosnia. Ebbene, l'Europa democratica, cristiana, tollerante, assistette in silenzio, un silenzio pesante, un silenzio complice, alla distruzione di quella esperienza. Assistette in silenzio, un silenzio imbelle, al martirio di Sarajevo e al massacro di ottomila musulmani bosniaci a Srebrenica da parte di "soldati cristiani" ortodossi. Ottomila vittime innocenti: quattro volte più che nelle Torri Gemelle. Allora la propaganda di Milosevic e di Tujman presentò agli Usa, all'Europa, all'Occidente quei musulmani di Bosnia come un cuneo islamico in Europa, come l'avamposto di una penetrazione islamica nel Vecchio continente, creano le premesse ideologiche per la loro distruzione. In questo avallo c'è la miopia dell'Occidente: una politica lungimirante avrebbe invece dovuto valorizzare l'Islam europeo, l'Islam laico contrapponendolo ai veri islamici fanatici. Questo dovevamo fare e invece abbiamo lasciato distruggere questa oasi dell'Islam europeo. L'Islam moderato esiste: io l'ho conosciuto in Bosnia, a Sarajevo».

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