N. 821 – 14 Aprile 2012

Sommario

237 - La Voce del Popolo 13/04/12 È stato risolto finalmente il nodo dell'atto di costituzione dell'asilo italiano di Zara (Ilaria Rocchi)

238 - CDM Arcipelago Adriatico 12/04/12 - Trieste - Compie 120 anni la Lega Nazionale. Una mostra all'IRCI lo ricorda (Rosanna Turcinovich Giuricin)

239 – La Gazzetta del Mezzogiorno (Capitanata) 12/04/12 Un gemellaggio il 20 aprile con Trogir (Traù) città natale del beato Casotti di origini croate

240 - Primonumero 13/04/12 Casacalenda (CB) - Il Comune di Casacalenda intitolerà una strada ai Martiri delle Foibe

241 - Giornale di Monza 10/04/12 Monza: Esuli istriani beffati ancora dal Consiglio (Izm)

242 - Il Nautilus 13/04/12 Brindisi rinasce con il mare: la storia del Tommaseo (Abele Caruezzo)

243 - La Voce in più Dalmazia 14/04/12 Spalato - Una Comunità che vuole crescere (Erika Blecic)

244 – La Voce in piú Storia Ricerca 07/04/12 A Fiume soltanto Croati che parlavano l'italiano? (Kristjan Knez)

245 - La Voce del Popolo 07/04/12 Sissano - Vico Sisianum, dal passato turbolento, ma soprattutto orgoglioso (Carla Rota)

246 - La Voce del Popolo 07/04/12 CI di Sissano: Una Comunità che resiste anche in tempi di dura crisi (Marko Mrđenović)

247 - La Voce in più Dalmazia 14/04/12 Storia - Il cimitero di Zara resta a perenni e ricordo della città di una volta (3 e fine) (Caterina Fradelli Varisco)

248 - Il Gazzettino 08/04/12 Cittadella (PD) - Le città murate puntano alla tutela dell’Unesco, ma saranno coinvolte anche Istria, Dalmazia e Mitteleuropa (Sergio Frigo)

249 - Messaggero Veneto 14/04/12 Un gesto atteso dal 1945 Dove non riuscì Francesco "il picconatore", in maggio riuscirà Giorgio "il normalizzatore" - Due giornate di Napolitano in Friuli. (Antonio Simeoli – Cristian Rigo)

250 - Il Giornale di Vicenza 07/04/12 Libro - Boris Pahor: La contro memoria, una visione dichiaratamente di parte, «ma non nazionalista» - Le foibe? «Sì, però partiamo dagli anni Venti» (Paola Azzolini)

251 - Il Piccolo 13/04/12 Lettere - Bilinguismo due pesi due misure (Bruno Benevol)

A cura di Stefano Bombardieri

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :

http://www.arcipelagoadriatico.it/

http://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

237 - La Voce del Popolo 13/04/12 È stato risolto finalmente il nodo dell'atto di costituzione dell'asilo italiano di Zara

L'Unione Italiana incontra un team del Ministero della Scienza, dell'Istruzione e dello Sport
Scuola CNI, problemi sotto i riflettori
È stato risolto finalmente il nodo dell'atto di costituzione dell'asilo italiano di Zara

ZAGABRIA – Alcune questioni sono state già risolte, come ad esempio l’asilo italiano di Zara; altre invece sono state impostate su strade percorribili, che potrebbero avrebbe sbocchi positivi in termini relativamente brevi; altre ancora rimangono oggetto di discussione ed analisi. "Siamo fiduciosi": è il commento quasi unanime dei rappresentanti dell’Unione Italiana, reduci ieri da un incontro a Zagabria al ministero della Scienza, dell’Istruzione e dello Sport. Insieme al viceministro Marija Lugarić e al suo staff, sono stati passati in rassegna alcuni dei problemi che il mondo scuola della Comunità nazionale italiana in Croazia vive in questo momento.

INTENSA AZIONE POLITICA Si è trattato principalmente di un incontro operativo, praticamente ai massimi livelli, ben coordinato e molto professionale, preparato però – va detto anche questo – da un’intensa azione politica. È stato infatti richiesto dal deputato italiano al Sabor e presidente dell’Unione Italiana, Furio Radin; vi hanno partecipato ancora, a nome dell’UI, il presidente della Giunta esecutiva, Maurizio Tremul, e la titolare del Settore Educazione e Istruzione, Norma Zani. Una settimana fa l’UI aveva trasmesso al ministero un promemoria predisposto dalla Zani e comprendente una decina di punti. Gli esponenti della CNI sono stati ricevuti dalla viceministro Lugarić, alla presenza della sua consulente Maja Dodić Gruičić, della responsabile degli affari comuni, Ingrid Jurela Jarak, e dei titolari dei settori amministrativi competenti per l’istruzione media superiore (Vesna Šutalo), per le elementari e le istituzioni prescolari (Zdenka Čukelj), nonché dell’ufficio per le scuole della CNI (Mirko Marković).

ATMOSFERA POSITIVA E COSTRUTTIVA "Sono molto soddisfatto di come si sono svolti i lavori e dei risultati ottenuti – ha dichiarato Radin al termine dei colloqui, sottolineando la grande disponibilità dimostrata dal viceministro, che si è rivelato una persona molto aperta, giovane, ma con alle spalle una notevole esperienza come deputato parlamentare in ben tre mandati. Ma anche gli altri funzionari del Ministero si sono rivelati molto "motivati" a superare i vari impasse –. È stata una riunione molto concreta, pragmatica, in cui sono stati affrontati diversi punti. Alcuni aspetti della complessa problematica delle scuole e degli asili CNI si possono considerare assolti, altri sono vicini a una soluzione e per altri ancora sono state impostate delle possibilità".

Sull’asilo privato italiano di Zara, ad esempio, si può tirare finalmente un sospiro di sollievo: è stato rimosso, dopo un primo "no" e accogliendo l’esposto presentato dalla CI dalmata con l’appoggio dell’UI, ogni impedimento alla registrazione dell’istituzione. A giorni dovrebbe pervenire alla Comunità degli Italiani il via libera all’atto di costituzione.

ALTO LIVELLO DI PROFESSIONALITÀ Compiaciuto pure il presidente della GE, Maurizio Tremul, piacevolmente colpito dallo spirito cooperativo riscontrato presso gli interlocutori del ministero, la volontà di ragionare e riflettere – magari insieme con altre autorità, come nel caso dei criteri per l’iscrizione agli atenei croati –, la loro competenza in materia, merito forse anche del promemoria consegnato loro giovedì scorso. Un riconoscimento, questo di Tremul, all’operato di Norma Zani, che ha saputo cogliere e articolare le principali istanze dell’istruzione in lingua italiana in Croazia.
"Ci siamo trovati dinnanzi un’équipe preparatissima su tutti i punti da noi sollevati. Abbiamo ricevuto risposte precise e nel corso della riunione sono stati assegnati determinati incarichi ai responsabili del ministero. Anche se è stato un incontro di lavoro, operativo, non sarebbe stato possibile discutere di tutti questi problemi, a 360 gradi, senza l’apporto politico", ha rimarcato la Zani.

TEMI AFFRONTATI A 360 GRADI Come ci ha raccontato telefonicamente, si è parlato di piani e programmi didattici per le materie formative dell’identità nazionale per le elementari e per le medie superiori, di insegnamento di "Lingua e cultura italiane", Modello C (scuola di Pakrac); quindi del riconoscimento dei risultati dell’esame di maturità di Stato all’atto dell’iscrizione alle università in Croazia e del riconoscimento dei titoli di studio e della categoria professionale – sia in quanto a livello sia come scolarizzazione – di insegnanti e profili che si sono formati in Italia. E ancora: di esame di Stato per docenti di materia – da sostenere in lingua italiana –, di legge sull’ispettorato pedagogico, di traduzione di manuali e libri di testo, di modifica delle regole di Lidrano...

ESITI FAVOREVOLI Prospettati esiti favorevoli alle richieste dell’UI per quanto concerne la programmazione delle materie specifiche, i piani per l’insegnamento dell’italiano in Slavonia orientale, l’esame di stato per docenti di materia e i manuali. I rimanenti punti saranno oggetto di ulteriori riflessioni. "Ho notato grande comprensione delle questioni e volontà di risolverle. Spero che questo tipo di approccio diventi una continuità", ha concluso la titolare del Settore, che per la prossima seduta della Giunta esecutiva ha annunciato un resoconto dettagliato sui colloqui al ministero.

Ilaria Rocchi

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238 - CDM Arcipelago Adriatico 12/04/12 - Trieste - Compie 120 anni la Lega Nazionale. Una mostra all'IRCI lo ricorda

Compie 120 anni la Lega Nazionale. Una mostra all'IRCI lo ricorda

Un’altra mostra dedicata all’interazione storia-territorio al Civico Museo di via Torino a Trieste. L’inaugurazione dell’esposizione intitolata "Lega Nazionale 120. Dal Futurismo alla lega Nazionale in corpo 12" si svolgerà oggi, 13 aprile alle ore 18.00, presso il Civico Museo della Civiltà istriana, fiumana e dalmata. Realizzata dalla Lega Nazionale di Trieste in collaborazione con l'I.R.C.I. per celebrare i 120 anni dalla fondazione del sodalizio, nato nel 1891 e che da allora, ha sempre operato per il sostegno e la diffusione della cultura e della lingua italiana nelle nostre terre.
Medaglia d'Oro ai Benemeriti della Scuola, della Cultura e dell'Arte, ha come scopo statutario quello "di perpetuare e promuovere ovunque la conoscenza, lo studio, l'amore e la difesa della lingua e della civiltà italiana nella Venezia Giulia. A tal fine l'Associazione svolge, indipendente da qualsiasi partito od organizzazione di parte, attività soprattutto culturali, educative, assistenziali, ricreative".
Ad affermarlo il presidente, avv. Paolo Sardos Albertini che sottolinea: "Diciannovesimo, ventesimo, ventunesimo: sono i tre secoli che, in qualche modo, sono stati toccati dalla Lega Nazionale. Lo scenario nel quale si sono svolte le vicende di questa Associazione è stato dunque estremamente variegato: si va dall’ormai lontanissimo Impero Asburgico per arrivare all’attualità tecnologica del mondo di internet".

Quali attività l’hanno caratterizzata?
"Le attività messe in campo dalla Lega hanno coperto un ventaglio sicuramente composito: dal mondo della scuola a quello del sociale, dalle attività sportive alle iniziative strettamente culturali, dalla custodia delle memorie alla testimonianza dell’identità. Il tutto sotto il segno di una intrinseca coerenza, di una rigorosa fedeltà a quattro temi che ne costituiscono l’anima profonda: Identità e Nazione, Italia e Libertà".

Che cosa si sa della Lega fuori dal territorio di riferimento?
"Quella della Lega è una realtà sicuramente complessa e di non facile definizione. Sicchè fuori dall’area giuliana (ma non solo), ci si senta chiedere che cosa sia. Ecco perché è importante parlarne, lo facciamo con la mostra ma anche con una pubblicazione in grado di diffondere notizie sulla nostra storia ed evoluzione".

Come è strutturata la pubblicazione?
"Nella prima parte viene presentata un’analisi di tali vicende storiche, un approfondimento di come si siano articolati quei valori – Identità e Nazione, Italia e Libertà – che hanno costituito la colonna portante, il continuum della storia della Lega Nazionale. La seconda parte – la cronistoria – consta invece di una elencazione, forse un po’ arida, di date e di fatti, una elencazione che inizia nel 1891 (anno della fondazione) e procede fino al primo decennio del terzo millennio. L’ambizione è che, dall’insieme di tali due diverse prospettive, ne esca una sorta di ritratto della Lega Nazionale, quasi un identikit di questa Associazione che, superati i suoi centoventi anni di vita, persevera nel vezzo di autodefinirsi Sodalizio"
L'esposizione, ad ingresso libero, sarà aperta fino al 13 maggio, dal lunedì al sabato dalle 10.00 alle 12.30 e dalle 16.00 alle 18.30, la domenica dalle 10.00 alle 13.00.

Rosanna Turcinovich Giuricin

239 – La Gazzetta del Mezzogiorno (Capitanata) 12/04/12 Un gemellaggio il 20 aprile con Trogir (Traù) città natale del beato Casotti di origini croate

QUESTA LA PROPOSTA AVANZATA DALL`ASSESSORE AL TURISMO GIACOMO CAPOBIANCO

Un gemellaggio il 20 aprile con Trogir città natale del beato di origini croate

Agostino Casotti, già vescovo lucerino

LUCERA. Un gemellaggio con Trogir, città natale del beato Agostino Casotti, vescovo di Lucera dei primi anni del `300 seppellito nella Cattedrale, per rilanciare il turismo religioso cittadino. Questa la proposta avanzata dall`assessore al turismo Giacomo Capobianco. Per realizzare questo gemellaggio internazionale il prossimo 20 aprile a Lucera verrà anche l`ambasciatore della Croazia in Italia Filip Vucak. L`ambasciatore sarà a Lucera dal 19 al 21 aprile. La giornata più importante della visita sarà il 20 aprile, quando Vucak si recherà a Palazzo Mozzagrugno, dove incontrerà il sindaco Pasquale Dotoli ed il consiglio comunale. In quell`occasione l`ambasciatore Vucak darà lettura di una lettera del sindaco di Trogir, motivato alla realizzazione del gemellaggio. In maggio è prevista la visita delle autorità municipali di Trogir a Lucera per arrivare alla sottoscrizione del protocollo ufficiale per il gemellaggio. Sino a ora Lucera è stata gemellata con due città italiane - Jesi gemellaggio siglato il 21 giugno del 1970 dal compianto sindaco Vincenzo Scarano e San Cipirello Jato siglato il e 24 giugno 1989 dall`allora sindaco Giuseppe Melillo - ma mai con una città d`oltralpe. L`ambasciatore croato Vucak - il cui arrivo è stato reso possibile dalla collaborazione con Vito Grittani presidente dell`Osservatorio Internazionale - il 20 aprile visiterà il centro storico e si recherà al Palazzo Vescovile per incontrare il vescovo monsignor Domenica Cornacchia e renderà omaggio alle spoglie del beato Agostino Casotti ospitate nella Cattedrale. Il gemellaggio prevede la promozione dei rapporti di amicizia e delle comprensioni reciproche; lo scambio di esperienze sulle gestioni amministrative; cooperazione in materia culturale; promozione del commercio e del turismo in genere e quello religioso: stabilimento e sviluppo dei rapporti in materia di business e imprenditoria. Sulla scorta del gemellaggio in vista anche una visita del vescovo Cornacchia a Trogir ed una ripresa del cammino per santificare il beato Agostino Casotti, morto nell`esercizio delle sue funzioni pastorali perché colpito da un saraceno con un sasso.

240 - Primonumero 13/04/12 Casacalenda (CB) - Il Comune di Casacalenda intitolerà una strada ai Martiri delle Foibe

IN RICORDO DEI MARTIRI DELLE FOIBE: COMUNE INTITOLA UNA STRADA

Casacalenda. Lunedì 16 aprile il Comune di Casacalenda intitolerà una strada ai Martiri delle Foibe. La manifestazione, originariamente in programma il 10 febbraio (Giorno del Ricordo come istituito dalla Legge 92 del 20 marzo 2004) è stata rimandata a causa delle avverse condizioni meteorologiche. Il Comune di Casacalenda, con la collaborazione del Comitato 10 Febbraio, continua il suo processo di sensibilizzazione verso un tema che continua ad essere dimenticato o trattato in maniera superficiale dai libri scolastici di storia contemporanea. Ed è per questo che all’evento dell’intitolazione della strada sono stati invitati gli studenti dell’Istituto Omnicomprensivo di Casacalenda.

«Ogni anno – dice l’assessore alla Cultura e all’Istruzione del Comune di Casacalenda Marco Masciantonio – organizziamo un momento di ricordo con gli studenti delle scuole di Casacalenda in onore dei martiri delle foibe e degli esuli dell’Istria, della Dalmazia e della Venezia Giulia. Perché oltre al dramma delle migliaia di persone infoibate, l’Italia ha subìto anche quello dell’esilio di centinaia di migliaia di proprio connazionali che da un giorno all’altro hanno dovuto lasciare le loro case e la loro terra verso mete sconosciute. E’ per questo che abbiamo fortemente voluto la presenza nel corso della manifestazione di Angelo Tomasello, che durante quei terribili anni del dopo guerra ha dovuto lasciare la sua Pola.

Il signor Tomasello, che da circa 40 anni vive a Termoli, nel nostro Molise, è una testimonianza diretta e preziosissima di quei tragici accadimenti. Siamo onorati di ospitarlo nel nostro Comune e di intitolare insieme a lui una strada ai Martiri delle Foibe. Perché quello che è accaduto non si ripeta più e perché anche chi è stato in silenzio per 60 anni possa ricredersi sulla sterile ‘legge dei vincitori».

Questo il programma stilato dal Comune di Casacalenda per la giornata dedicata ai martiri delle foibe e agli esuli dell’Istria, della Dalmazia e dalla Venezia Giulia. Lunedì 16 aprile 2012, Istituto "De Gennaro", viale Kennedy, Casacalenda. Ore 10 – Saluti introduttivi: dirigente scolastico dell’Istituto Omnicomprensivo di Casacalenda prof. Antonio Vesce; responsabile Molise "Comitato 10 Febbraio" avv. Giuseppe Giglio; sindaco di Casacalenda Marco Gagliardi; consigliere regionale Nicola Eugenio Romagnuolo. Ore 10,30 – Proiezione documentario con immagini e testimonianze sull’esodo dalla Venezia Giulia, Istria e Dalmazia. 11 – Testimonianza diretta sull’esodo da parte dell’esule Angelo Tomasello. 12 – Intitolazione "Largo Martiri delle Foibe" con benedizione del parroco di Casacalenda don Michele Di Legge.

241 - Giornale di Monza 10/04/12 Monza: Esuli istriani beffati ancora dal Consiglio

IN ATTESA

Esuli istriani beffati ancora dal Consiglio

(Izm) Ennesima beffa per gli esuli istriani che vivono in città. «Per una serie veti incrociati tra forze politiche di maggioranza e di minoranza», salta a data da destinarsi il voto del Consiglio che avrebbe sancito la definitiva alienazione delle case comunali di via Luca della Robbia ai profughi istriano-giuliano-dalmati. Delusione e sconforto traspaiono dal consigliere Leonardo Caruz (Lega Nord), che si è da sempre battuto affinché i suoi conterranei potessero riscattare gli alloggi comunali (nei quali fino ad oggi hanno vissuto in affitto), che lo Stato aveva promesso loro già da diversi anni, posti in via Luca della Robbia, proprio di fronte al parcheggio interrato «Robbia park». «Il voto in Consiglio era l'ultimo passaggio burocratico, prima del rogito, alla presenza del notaio - ha ricordato Leonardo Caruz - Purtroppo, nutro dei forti dubbi sul fatto che venga nuovamente convocato il Consiglio prima delle elezioni. Di conseguenza, il voto potrebbe slittare alla fine dell'anno, con grosso disappunto dell'associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia e dei diretti interessati, che aspettano ormai da anni di prendere possesso di queste case, a loro promesse da tanto tempo».

242 - Il Nautilus 13/04/12 Brindisi rinasce con il mare: la storia del Tommaseo

Brindisi rinasce con il mare: la storia del Tommaseo

Nel corso del convegno che si è svolto stasera, presso l’Hotel Orientale di Brindisi, organizzato dal candidato a sindaco Giovanni Brigante, il nostro direttore scientifico, professor Abele Carruezzo, è intervenuto sulla storia e i possibili utilizzi dell’ex Collegio navale Tommaseo. Di seguito il suo intervento integrale.

Vi è un modo diverso di guardare le barche ormeggiate in attesa di guadagnare il largo; le onde frangersi sulla banchina; la distesa del mare in cui ci si imbarca e si naviga e per ore e ore guidati dalle stelle; lo spazio di un orientamento – cioè la ricerca del proprio "Oriri" che è poi la ricerca dell’Altro e, dunque, di se stessi; l’orizzonte che varia le coordinate della mia "nau" confondendo i nautes nel loro percorso odologico, faccio fatica a mantenere la "dracka"verso una verità, la Verità. Allora comprendo, "uno stato d’animo superiore alla vita, nel quale la gloria non varrebbe nulla e persino la felicità sarebbe inutile".

Il "mare" è innanzitutto scuola di limite e di philo-sophia. Il "mare" e la sua navigazione sono origine e vita per la conoscenza della téchne-nautiké, del marinaio-colonizzatore, del viaggio di colui che possiede metodo nel leggere la nautikè per giungere alla più alta techne nautikè; quella del "mare" tra la terra dell’oriente e quella dell’occidente che fa del mare un porto, un luogo di scambio e di passaggio, un margine, un varco, uno spazio dove gli uomini giungono e ripartono, arrivano e prendono congedo.

Recuperare "voci e immagini" della marineria di questa bellissima città significa dedicare del tempo e della passione al "mare". Le fonti orali di una storia mai scritta sono quelle delle tradizioni marinare impresse nell’animo di chi appartiene al "From sea" ed è impegnato con il suo modo di operare per tutto il "For sea". Una prima "finestra" che ha segnato la storia della marineria salentina (la salenthinìa- terra tra due mari) in generale, e di Brindisi in particolare, è stata "aperta" all’inizio del Novecento; epoca quasi romantica che ha scandito il passaggio dalla marineria velica a quella motorizzata; il passaggio di una civiltà ancorata in una "quotidianità" fatta con le mani, caratterizzata da alcuni sostanziali cardini strutturali, propri della realtà marittima del medio e basso Adriatico e più espressamente con i connotati di un’identità mediterranea.

Scene di mare: di pescatori, naviganti; scene di costruzioni navali, di carpentieri e di maestri d’ascia, di agenti marittimi che hanno svolto le loro attività a Brindisi e nelle località marittime vicine.

Sul campo dell’antropologia culturale e sulla storia più recente della marineria, Brindisi ha ora un forte bisogno di sistematizzare gli elementi fondanti di una simile tradizione; schifarieddi, sessole, scalmi, trincarini, coffe per sistemare il pesce, nasse, reti stese lungo la banchina ad asciugare, aghi, ami, bozzelli hanno bisogno di acquistare quel loro valore di documento e di fonte storica; hanno bisogno di uno "spazio" naturale, del luogo e del tempo; è la storia degli oggetti che racconta la storia degli uomini che li hanno costruiti, usati con tutte le relazioni umani e sociali di una città di mare.

Ed allora, non solo un quartiere marittimo e marinaro per eccellenza "Le sciabiche" ed il "Villaggio pescatori", ma anche un manufatto, il Collegio Navale, già Accademia Navale, di alto valore patrimoniale; "segno" con un senso e significato, di una storia a forte identità marittima marinara.

La gente del porto, impegnata un tempo nei mestieri legati alla pesca e al trasporto marittimo, era caratterizzata, nella produzione e nella vita quotidiana, da una particolare cultura del mare, da un originale e specifico rapporto con la natura e con la società della "terra", cioè una cultura urbana di una nuova "mobilità", si direbbe oggi, che ha sconvolto e in qualche modo ristrutturato.

I marittimi, i marinai, i pescatori, sono stati sempre evidenziati come un gruppo professionale itinerante, al di fuori dei confini di stretta appartenenza territoriale. Questo ha permesso nel tempo di connotarli, anche a carattere internazionale, appartenenti ad una sub-cultura, assolutamente diversa se messa a confronto con quella di pastori, di minatori, di artigiani.

E’ il praticare il mestiere sul mare che li accomuna, indipendentemente dall’area geografica di appartenenza; condividono i rischi di mare, l’orientering del mare, ed essendo un gruppo professionale, né rurale né urbano, ma itinerante, hanno perciò maggiori possibilità di scambi e comunicazioni rispetto ad altri gruppi sociali. Quasi una "globalizzazione perenne"con una certa mobilità capace di camminare sul mare.

Il Collegio Navale è stato ed è "storia della città e del porto di Brindisi"; legame autentico di una istituzione di Brindisi con il mare, con risvolti sociali ed economici. Una città di mare, nata come città porto, ospitando il Collegio Navale, ha dimostrato nei vari momenti storici un ruolo attivo nella panoramica delle economie marittime dell’Adriatico e più in generale del Mediterraneo. Stiamo parlando dei "profughi" istriani, fiumani, giuliani, del Golfo del Quarnero e della Dalmazia che trovarono in questa città antica accoglienza e fraternità cristiana.

La maggior parte di questi trovarono rifugio presso il R(egio) Collegio Navale – R(egia). Accademia Navale e poi rinominato Collegio Per Profughi Giuliani.
Perciò "… uno dei principali centri educativi delle nuove generazioni, specialmente ai giovani italiani nati sulle rive dei nostri mari e che dal mare intendono svolgere le loro attività di pace ." Diventa sede di altri giovani che dallo stesso mare (Adriatico) trovarono la forza per riprendere il cammino di pace.

Alla fine della seconda guerra mondiale, la "Conferenza dei ventuno"- luglio/ottobre 1946 – di Parigi per la sistemazione territoriale dei trattati con i paesi ex alleati della Germania (Italia, Romania, Finlandia, Jugoslavia e Bulgaria), obbliga l’Italia a cedere una parte della Venezia Giulia (Istria e Fiume) alla Jugoslavia e Trieste fu divisa in due zone dalla cosiddetta Linea Morgan.

Conseguenze disastrose! Per Brindisi significò ospitare profughi giuliani, istriani e dalmati. Così, il Professore Troili, docente presso il Liceo Scientifico "Antonio Grossich" di Fiume, ottiene il permesso dal Ministero dell’Assistenza post-bellica di ospitare 300 giovani a Brindisi, continuando l’attività educativa e culturale presso il Collegio Navale.

Poiché nel Collegio vi erano anche giovani di Zara, Pola e di Lussin Piccolo del Quarnero, si decise democraticamente di intitolare il Collegio Navale "Niccolò Tommaseo" in onore al letterato Dalmato sostenitore della fratellanza tra le popolazioni slave ed italiane, nato a Sebenico (Dalmazia) il 9 ottobre 1802. Morì a Firenze il 1 maggio del 1874 lasciando in eredità "Il Dizionario della lingua italiana" di otto volumi.

Nella cappella del Collegio Navale sarà accolta l’artistica e ricca statua lignea di "SAN VITO DEI FIUMANI" che il Sindaco di Brindisi , Vincenzo Guadalupi, durante le grandiose e indimenticabili manifestazioni del 23 settembre 1949, a nome della città, DONO’ alla grande famiglia degli esuli dall’"OLOCAUSTA" per meglio esprimere e più solennemente consacrare la fraterna riconoscenza e la sentita gratitudine della Popolazione al loro appassionato e determinato contributo dato per la rinascita, il progresso e il migliore avvenire di questa ospitale e generosa Terra. San Vito e’ il patrono della Citta’ di Fiume e la nuova parrocchia del rione commenda verrà dedicata a San Vito Martire.

Nel Collegio Tommaseo trovarono sede, per opera del Capitano Giuseppe Doldo, una sezione dell’Istituto Nautico, una sezione del Liceo Scientifico ed una Scuola Media. L’Istituto Tecnico Nautico prenderà il nome di "Quarnero" italianizzato "Carnaro" con un referendum fra studenti "interni" del Tommaseo; siamo nel 1951 e rettore era il Prof Pietro Mulè e tra i fondatori del Nautico vi era l’On. Carlo Scarascia Mugnozza. Il Collegio fu aperto ai brindisini che vi entravano alle 07.30 per l’alza bandiera; frequentavano il Nautico ed il pomeriggio alle ore 17.00 facevano ritorno a casa. La domenica il parco del Collegio Navale era aperto a tutta la cittadinanza, come pure l’uso dei campi sportivi e della palestra.

A Brindisi, il Comandante Doldo, docente di comunicazioni marittime, coordina il Comitato Fiume-Brindisi; realizza il "Punto Franco con possibilità Industriali" e "leggi ed agevolazioni particolari" per i profughi. Consigliere del Consorzio del Porto, Direttore responsabile del Centro Jonico Salentino dell’Organizzazione Internazionale "Catholic Relief Services N.C.W.C." (National Catholic Welfare Conference); Consigliere al Comune di Brindisi si impegna a far intitolare alcune vie del nuovo rione "commenda" ai profughi ( Pola, Istria, Sauro, D’Annunzio, Carnaro, Dalmazia, Fiume, Zara, ecc.) ed anche al primo Arcivescovo italiano di Zara, Mons. Pietro Doimo Munzani, eroico pastore di quella chiesa.

Era tradizione che il Cappellano del Tommaseo insegnasse "religione" presso il Nautico "Carnaro"; e così, dopo Mons. Giuseppe Galetta, e Mons Angelo Catarozzolo, divennero Cappellani giovani sacerdoti, come Don Raffaele Rocchetta e Don Antonio Fella, impegnati con iniziative meritevoli di apostolato, fra i giovani giuliani ed in tutta la comunità dei profughi che trovò residenza fra le vie nei pressi del carcere giudiziario. Oggi, un altro parroco, Don Pappino Apruzzi, ha realizzato la ristrutturazione della chiesa, dandogli una nuova "forma" con più senso e significato cristiano: una "nau" con le ordinate in alto che rappresenta la nave dei fedeli e l’arca dell’alleanza.

La "marineria" tutta, con la presenza di una "scuola marinara" del Comandante Massa, del Collegio Navale, nella vita sociale di Brindisi, ha giocato e gioca un ruolo molto importante, a cui però non ha corrisposto (e non so se corrisponde oggi) né una soddisfacente condizione economica, né un coinvolgimento nella gestione della cosa pubblica.

L. A. Seneca, nella sua Epistulae morales ad Lucilium, LXXI. scriveva: "Nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa verso quale porto andare".

La metafora di Seneca, ci introduce nel vivere il travaglio dell’animo umano: un marinaio con il dilemma della scelta del porto per la sua nave e della modalità per orientare tale scelta da parte della città portuale.

L’attitudine e la capacità di un porto di accogliere le navi rappresentano le ragioni, o meglio, l’orizzonte strategico all’interno del quale si inscrive l’evoluzione del lavoro in porto. Le caratteristiche fisiche delle imbarcazioni (cioè la loro costruzione navale), la loro frequenza di arrivo e di partenza (cioè la loro navigazione) e la tipologia di merci che caricano e/o scaricano (cioè stivatori ed operatori portuali) determinano la modalità, l’intensità e la continuità delle prestazioni degli addetti.

Il porto e la sua gente sono oggi chiamati a guardare oltre i "varchi" che li separano dal "resto del mondo" in ragione della loro esperienza maturata in secoli di storia nel corso dei quali sono stati in grado di superare passaggi complessi ed aspri, le cui tensioni hanno rischiato, in più occasioni, di schiacciare il sistema.

Oggi, gli italiani quando sentono parlare di vento e di mare, moltissimi pensano alle vacanze, al sentirsi indipendenti, luce, caldo e solo una parte di loro pensano alle opportunità di relazioni e di comunicazioni come un orizzonte ampio di lavoro.

Tutte le innovazioni che stiamo vivendo richiedono uno slancio ed una rinnovata coesione tra i soggetti che sostengono la scena portuale, al fine di salvaguardare non solo il lavoro degli addetti all’interno del porto, ma soprattutto per stimolare una rinnovata attenzione per tutto il mondo del lavoro logistico, lato mare e lato terra; valorizzando, oltre al lavoro, anche l’imprenditorialità e il know how accumulato.

Qualità del lavoro, competenza e spirito imprenditoriale rappresentano infatti il principale valore aggiunto che i porti garantiscono ai territori che li ospitano.

Ed il Collegio Navale questo rappresentava e questa forza imprimeva agli allievi che frequentavano l’Istituto Tecnico Nautico. Era uno spazio di relazione con la città, luogo scenografico di grande visibilità, ambito di interazione tra due diversi sistemi –terra e acqua– capace di esercitare sin dalla sua ideazione del sito un’attrazione particolare, non solo in termini di valore immobiliare, ma anche dal punto di vista socio-culturale e paesaggistico.

Tutti i soggetti che ruotano intorno all’economia del mare sono in qualche modo acquirenti/utilizzatori di "conoscenza", oltre a produrla e mi riferisco alle organizzazioni che ne hanno bisogno: Formazione dei mestieri del mare (scuole, centri di formazione e enti pubblici) che hanno il ruolo di indirizzo-programmazione e controllo; gestione ambiente e spazi portuali (organizzazioni pubbliche) che hanno come impegno prioritario la gestione delle aree portuali, in modo da garantire uno sviluppo economico del territorio e la tutela dell’ambiente; il sistema logistico-portuale (pubblico) che ha il compito di promuovere competitività ed innovazione; tecnologie del mare (organizzazioni pubbliche e private) che costituiscono il core-business di tutto un territorio.

Per questo è importante la ri-marittimizzazione di un tale manufatto per determinare innanzitutto una "ri-conquista" da parte della collettività dell’intera zona affacciante sul fronte d’acqua del "seno di ponente": "parte di città", stretta tra il tessuto urbano ed il mare, per divenire un tema centrale della pianificazione e elemento paradigmatico delle politiche per la trasformazione e la riqualificazione del tessuto urbano di Brindisi.

La presenza del mare di questo meraviglioso "seno", unitamente alla presenza del Collegio Tommaseo che guarda al Castello di Terra, offre una varietà di funzioni culturali, didattiche, ricreative, commerciali e insediative, se si è capaci di dare priorità ad una destinazione d’uso che sappia valorizzare la presenza dell’acqua; uno "spazio-pubblico" ri-costruito, in un’ottica di partnership tra pubblico e privato con livelli qualitativi alti per consentirne un uso intensivo.

Gli enti pubblici (Comune e Autorità portuale) chiamati a svolgere un ruolo di coordinamento delle politiche di intervento, nell’organizzazione e gestione, proprio a garanzia della "sostenibilità"; privati coinvolti per assicurare la conoscenza dei mercati e per accelerare l’intervento di ri-marittimizzazione del manufatto. Guardate il potenziamento del settore crocieristico, la ri-qualificazione a livello di nautica da diporto di tutto il seno di ponente, la costruzione di un polo sportivo e di un centro commerciale unico e di qualità, le banchine di luce, la nascita di nuove riserve naturali e il miglioramento dell’accessibilità pubblica con l’obiettivo di mettere in sinergia una molteplicità di funzioni e di rafforzare l’identità locale, il tutto ri-valutando l’acqua con eventi culturali unici, significa essere di nuovo "marittimi e marinai" del 21° secolo.

Abele Carruezzo

243 - La Voce in più Dalmazia 14/04/12 Spalato - Una Comunità che vuole crescere

SPALATO Riapertura in grande stile della sede del sodalizio nel Palazzo di Diocleziano

Una Comunità che vuole crescere

L'artista Gianpietro Vanin, il presidente della CI di Spalato, Damiano d'Ambra, il sindaco di Santa Maria di Sala, Paolo Bertoldo, il vicesindaco di Santa Maria di Sala, Tino Testolina, il console d'Italia a Spalato, Paola Cogliandro, e il viceconsole d'Italia a Spalato, Giuseppe De Luca

SPALATO - Subito dopo le elezioni per il rinnovo dei nuovi vertici della Comunità degli Italiani di Spalato, che hanno visto la nomina di Damiano Cosimo D'Ambra (presidente), Giovanna Asara (vicepresidente) e Antonella Tudor Tomas (segretaria), sono iniziati i lavori per rimettere in sesto la sede. Si è trattato per lo più di effettuare una cernita tra i libri della biblioteca, per individuare quelli ancora in buono stato, nonché di ridare una bella ripulita a tutti i vani. A operazione ultimata, per la quale i vertici stessi si sono rimboccati le maniche, è stato deciso che per prima cosa bisognava trasformare la riapertura della sede in un evento importante.

SANTA MARIA DI SALA In questo ambito è stata organizzata la visita dei rappresentanti del comune di Santa Maria di Sala, in provincia di Venezia. Così il presidente della CI, Damiano Cosimo D'Ambra, ha accolto la delegazione veneta, accompagnato dalla vicepresidente e dalla segretaria. Alla cerimonia erano anche presenti la console generale d'Italia a Spalato, Paola Coglian-dro, ed il viceconsole Giuseppe De Luca, sapienti organizzatori e promotori dell'incontro. Ospite è stata anche la presidente della CI di Lesina (Hvar), Alessandra Tudor.

LEGAME STORICO Davanti a un pubblico numeroso, nel suo discorso di benvenuto il presidente Damiano Cosimo D'Ambra ha sottolineato il legame storico e culturale fra la realtà e la storia dalmata e Venezia, nonché il profondo significato di questa visita, che sottolinea la necessità di ricercare le radici comuni e di coinvolgere i partner interessati del Veneto nei progetti per il futuro.

BASSORILIEVO Santa Maria di Sala è uno dei 504 comuni della Regione Veneto, si trova in una zona strategica tra Venezia, Padova e Treviso. Conta quasi 20 000 abitanti ed è suddiviso in sei frazioni. Si tratta di uno dei Comuni più sviluppati della provincia di Venezia, che è perfettamente riuscito a trasformarsi da zona agricola a zona industriale. Oggigiorno 10.000 abitanti del Comune lavorano nelle tre zone industriali limitrofe.

La delegazione che ha fatto visita alla CI di Spalato era guidata dal sindaco Paolo Bertoldo. Ne facevano parte pure il vicesindaco Tino Testolina, l'assessore al commercio e turismo Angelo Pegoraro, Matteo Tudor e l'artista Gianpietro Vanin. In occasione della loro visita hanno portato il bassorilievo in legno massiccio delle dimensioni di 90x105 cm del motivo del Palazzo di Diocleziano, opera del maestro Vanin. Quest'ultimo è un omaggio al consolato d'Italia di Spalato, ma per il momento rimane in affidamento alla Comunità.

LESINA Durante la visita presso la CI di Spalato altri omaggi hanno riguardato le stampe plastificate della Loggia di Lesina e del Leone di San Marco presso il teatro della stessa località. L'incontro si è svolto in un clima di grande interesse e cordialità con l'intenzione di approfondire la conoscenza reciproca e di collaborare fruttuosamente anche in futuro.

Erika Blecic

244 – La Voce in piú Storia Ricerca 07/04/12 A Fiume soltanto Croati che parlavano l'italiano?

Passioni nazionali di ieri e di oggi

A Fiume soltanto Croati che parlavano l’italiano?

di Kristjan Knez

Per alcuni studiosi, parlare degli Italiani di Fiume sarebbe fuori luogo o meglio ritengono rappresenti una questione controversa, molto discussa e non ancora risolta. È solo un problema interpretativo o ci troviamo di fronte a qualcos’altro? Da almeno un secolo e mezzo, cioè dall’età dei risorgimenti nazionali e delle contemporanee o successive spinte nazionalistiche, determinati ambienti politici e culturali cercano di proporre la tesi di un’italianità fiumana artificiale, giunta da altrove, quindi trapiantata, tanto da essere presentata come una sorta di "pianta esotica".

Per giustificare una presenza che ha plasmato concretamente la città sulla Fiumara, si tirano in ballo addirittura Venezia e i suoi commerci. Quest’ultima, grazie all’influenza esercitata e alla sua forza attrattiva, avrebbe "italianizzato", in un’accezione assolutamente negativa, la vita sociale dello scalo quarnerino. Gli Italiani residenti, di conseguenza, fin dall’inizio furono considerati estranei a quel contesto, oriundi, approdati colà soprattutto per motivi economici, per praticare i commerci.

Per sostenere una tesi claudicante e maldestra, era doveroso falsificare la vera natura del capoluogo liburnico, occultare le sue peculiarità e presentare la città come croata "ab initio".

La stessa stampa coeva diffondeva un’immagine contraffatta di Fiume e contribuiva a forgiare l’opinione pubblica, offrendole una messe di argomentazioni manipolate a sostegno delle rivendicazioni avanzate in sede politica. Non erano per niente inusuali le considerazioni sulla "Fiume edificata dai Croati", per esempio. Non vi era però spazio per la sua dimensione plurale, anche bilingue, non dimentichiamolo, in cui popolazioni romanze e slave nel corso dei secoli si erano intersecate e anche fuse. Tutto ciò era, ed è, volutamente ignorato, perché non giova a certe macchinazioni.

E per dare un’impronta un po’ più credibile, sempre nel periodo delle passioni nazionali, si ritenne opportuno dipingere la classe dirigente fiumana (italiana) come una sorta di sparuta minoranza. Quest’ultima sarebbe stata un corpo staccato, il quale, però, avrebbe fagocitato ogni potere e di conseguenza detenuto un’autorità e un prestigio capaci di piegare tutto e tutti alla sua volontà, "opprimendo" la componente croata che avrebbe costituito la maggioranza assoluta della popolazione. Allorché i Fiumani stanchi del dominio croato, iniziato nel 1848, ai primi anni Sessanta di quel secolo decisero di scalzarlo a favore dell’antica autonomia.

Per Ivan Kukuljević, membro della Dieta di Zagabria, lo stato di "anarchia" doveva terminare proprio come "il dominio sopra la nazione slava di alcuni italiani colà stabiliti". In altre parole essi erano visti come dei colonizzatori.

Gli Italiani, allora, avrebbero controllato e sfruttato quell’angolo adriatico nello stesso modo in cui gli Inglesi amministravano l’India. Nulla di più falso! Quel cliché, comunque, era stato accolto senza obiezioni e non pochi furono i sostenitori che alimentarono quell’idea. Erano veramente convinti delle asserzioni che andavano diffondendo o erano in malafede?

Nella Croazia banale può essere comprensibile non si conoscesse appieno la realtà fiumana e quindi fosse più facile diffondere artatamente un’immagine falsa.

Meno chiara è invece la posizione difesa da quanti avevano avuto modo di conoscere la specificità di quel centro urbano. In quel caso si tratta di una palese contraffazione. E come tale dobbiamo considerare le valutazioni dello sloveno Janez Trdina, docente, scrittore e giornalista, che al ginnasio fiumano aveva insegnato per una dozzina d’anni (1855-1867).

Ebbene, questi scrisse che Fiume era stata edificata "dai più puri croati" e che in essa si parlava principalmente il croato. I "signori" avrebbero appreso l’italiano soltanto a scuola e grazie ai rapporti, in primo luogo commerciali, con i Veneziani che dominavano sull’Istria, sulle isole del Quarnero e sulla Dalmazia, mentre successivamente nella città di San Vito si sarebbero trasferite anche numerose famiglie italiane. E alla fine si contraddice, giacché riconosce che "Fiume mai s’era riconosciuta come una città croata", malgrado fosse, a suo giudizio, "per origine e per sangue più croata di Zagabria".

Gli intellettuali italiani della regione erano consapevoli delle mistificazioni che sempre più si tentava di far passare per buone. L’istriano Carlo De Franceschi, proprio da Fiume, alla fine del 1860, scrisse all’amico Pietro Kandler: "La nostra storia viene dai Croati invalidata. Secondo loro, croato o slavo è tutto il paese di qua dall’Alpi sino all’Isonzo e più oltre. L’antica Venezia era occupata da Slavi, la moderna città fu fondata in massima parte da emigrati slavi della costa istriana".

Sembra proprio non siano trascorsi centocinquant’anni, poiché anche nel terzo millennio non è affatto inusitato imbattersi in affermazioni che attingono nientemeno che a tesi anacronistiche che dovrebbero costituire tutt’al più un oggetto di studio storiografico. E poi vi è il "noto" censimento del 1851 curato dalle autorità croate

Nella città liburnica su una popolazione di 12.667 anime, gli Italiani avrebbero costituito poco più del cinque per cento degli abitanti complessivi. I dati, fortemente ambigui, che non svelano, tra l’altro, i criteri utilizzati nel rilevamento, furono dapprima diffusi dalle "Narodne novine" di Zagabria del 1852, successivamente furono divulgati dallo storico Franjo Rački.

Come evidenzia lo storico Attilio Depoli quella percentuale non corrisponderebbe alla reale consistenza numerica della componente italiana, perché non si riferiva alla lingua materna, bensì all’appartenenza politica, per cui tutti i cittadini di Fiume, ivi nati, erano registrati semplicemente come croati, mentre coloro che erano giunti da contesti diversi furono annotati usando un altro parametro.

Depoli scrive, ancora, che il criterio usato fu quello della "natio" cioè della "narodnost", che corrispondeva all’appartenenza politica dei Fiumani, quindi anche gli Italiani, in quel periodo sudditi della Croazia, erano indicati come Croati, ma "non perché si sentano tali o perché si servano della lingua croata".

Che si tratti di un’incongruenza è più che evidente; e secondo questa interpretazione una modesta comunità italiana avrebbe detenuto una forza non indifferente e un’influenza notevolissima, in grado di monopolizzare la scena urbana in tutte le sue articolazioni. Successivamente, invece, essa sarebbe aumentata demograficamente conquistando una posizione preminente che avrebbe modificato il carattere slavo di quel territorio.

Il già ricordato Trdina scriveva sul "Pozor" di Zagabria che sino a quel momento, cioè gli anni Sessanta del XIX secolo, alla città di San Vito "era stata imposta la nazionalità italiana", che i tempi erano ormai cambiati e che la giustizia era prossima a riparare i torti, mentre la "nostra città croata", finalmente, non avrebbe più "danzato" secondo la "musica" di una ventina di "famiglie forestiere" e alcuni "infami traditori".

Sono solo fisime. Basti ricordare che il municipio di Fiume, orgoglioso della sua autonomia e difensore dell’italianità linguistica e culturale, intesa come elemento imprescindibile, da conservare in quanto patrimonio della sua specifica identità, mosse dura battaglia a coloro che erano intenti a croatizzare la città. Quella presa di posizione non passò inosservata e fu registrata anche dal barone du Règne, agente consolare francese nella città liburnica, in un rapporto a Touvenel, ministro degli esteri di Napoleone III.

La "Gazzetta di Fiume", il 17 gennaio 1861, caldeggiava l’autonomia cittadina nonché "(…) il bisogno lampante come la luce del sole di conservarle la lingua italica come quella che realmente prepondera nel paese; ed è egualmente naturale che il Pozor ed i suoi allucinanti corrispondenti, nei momenti di parossismo si facciano a bandire l’ostracismo contro la lingua italiana, ostracismo che vorrebbero estendere addirittura anche su tutti quelli che la parlano. Ma si calmino questi signori, ed apprendano che questa lingua è quella dei fiumani, che ereditarono dai loro padri, nonni, e bisavoli, e che nella stessa guisa che la parlano attualmente la parleranno e scriveranno anche in appresso, rispettando sempre come è di dovere la lingua slava in miglior modo che non facciano i loro avversari di contro all’idioma italico qui preponderante".

Da questo passo si evince altresì che la convivenza non era una parola vuota, ma qualcosa di concreto, un valore da rispettare. Anche di fronte all’evidenza si tende ancora ad occultare la verità storica, e recentemente lo storico dell’arte Igor Žic ha nuovamente ribadito che nel periodo austro-ungarico, Fiume sarebbe stata abitata solo da Croati i quali parlavano l’italiano.

Tante acrobazie pur di non ammettere l’esistenza concreta della collettività italiana autoctona su quei lidi. Vi erano certamente Fiumani croati che usavano correntemente e correttamente l’italiano, ma costituivano solo un tassello di quella società plurale che ancora non si vuole riconoscere e rappresentare com’era. Stendiamo un velo pietoso.

Kristjan Knez

245 - La Voce del Popolo 07/04/12 Sissano - Vico Sisianum, dal passato turbolento, ma soprattutto orgoglioso

a cura di Carla Rota

La storia della località rispecchia il percorso storico di tutta la Bassa Istria,
da secoli crocevia di lingue e culture


Vico Sisianum, dal passato turbolento, ma soprattutto orgoglioso

Deriva da Vico Sisianum de Sisium l’attuale denominazione di Sissano. La località fu sede della "sors" Sissanum. Scavi effettuati in loco portarono alla luce molte testimonianze di Roma e di Bisanzio. La storia della località rispecchia il percorso storico di tutta la Bassa Istria: nel 1150 firmò assieme a Pola l’atto di obbedienza a Venezia; per volere dei vescovi di Pola, tra il 1198 e 1199 passò a far parte del feudo Morosini. Nel 1252 il patriarca di Aquileia consegnò Sissano ai Sergi di Pola. Il diritto feudale su Sissano (ed altre località) venne tolto ai signori di Pola nel 1300. Facciamo un salto fino al 1587, quando dal territorio di Zara si insediarono in una contrada a est di Sissano alcune famiglie morlacche. Più avanti vennero sistemate nella località e sue contrade alcune famiglie slave.
Per dire della storia della località bisognerebbe raccontare le guerre tra Romani e Istri, bisognerebbe leggere i resti delle ville rustiche del suo territorio, bisognerebb (ri)leggere la storia dei Visigoti, di Bisanzio, dei Franchi, di Venezia, degli Uscocchi... Insomma, l’avvincente storia che fa dell’Istria intera un crocevia di culture e lingue. Momenti di crescita e di decadenza, epidemie, siccità... Ma il borgo ha risposto a tutte le sfide. E visitarlo, passeggiare per le sue viuzze è tuffarsi in un passato fiero, turbolento anche, ma soprattutto orgoglioso. Come è orgogliosa la gente che oggi lo abita, che ne custodisce il patrimonio storico, culturale, linguistico e identitario. Meriterebbero approfondimenti tutti i segmenti del suo vivere. Come parlare della sua architettura senza ripensare a chi l’ha disegnata? Come dire di chi l’ha disegnata senza parlare di chi a Sissano parla e mantiene vivo il suo melodioso idioma? E come trattare dell’idioma senza pensare al cuore del borgo, un cuore che parla di agricoltura, di lavoro duro, onesto. E di tradizioni. Ma ecco, forse il modo migliore per conoscere Sissano è visitare Sissano, intrattenersi con qualcuno del posto: si respirerà subito l’anima della gente e del luogo. Allora, prima di "leggere" Sissano nei libri, in rete o altrove, godetevi il luogo.
E quando deciderete per la passeggiata, visitate la chiesa intitolata ai Santi Felice e Fortunato: venne eretta nel 1527 e sorge sui resti di una chiesa più antica, costruita probabilmente sulle macerie di un tempio pagano.
Prospero Petronio la definiva "di honesta grandezza". Ha cinque altari ed ha conservato il suo carattere latino specie nelle iscrizioni lapidarie. Accanto a questa sorgeva probabilmente l’edificio dell’amministrazione dei Sergi. La località aveva anche altre chiese: quella della Ss. Trinità, la Madonna del Monte, la Madonna Nova o dell’Annunciata, S. Martino, S. Francesco, S. Eliseo.
Eppoi guardate alla campagna e al circondario. Scoprirete una dimensione nuova.

Di che famiglia sei? Nome, cognome e... soprannome

Non sempre nome e cognome bastano ad identificare la persona. Anche perché non pochi, nel tempo, sono stati i casi di omonimia, specialmente nelle famiglie numerose, dove al primogenito solitamente andava il nome del padre (che, in virtù della stessa regola, diventava anche quello del nonno). Allora, accanto al nome ed al cognome c’era il distintivo del soprannome. Spesso si trattava di soprannomi familiari, in alcuni casi venivano affibbiati "ad personam", per indicare una caratteristica propria dell’individuo. A volte si trattava di un appellativo scherzoso, a volte spregiativo.
Ecco di seguito cognomi e soprannomi famigliari (tratti da "La vita rustica di Sissano rispecchiata nel suo dialetto", Barbara Buršić Giudici, EDIT, 2009):
ARDESSI/RADEŠIĆ – Jež, BENČIĆ/BENCI – Bence (solo alcune donne della famiglia), BORINA – Borina, BOSUSCOVICH/BOŽUŠKOVIĆ – Belanda, BOSUSCOVICH/BOŽUŠKOVIĆ – Kolega, BULICH/BULIĆ – Sopoli, BUSLETTA – Toneti, BUSLETTA Ćulini, CERGLIENIZZA – Marčanci, CAPORALIN – Kapralin, CETTINA/CETINA – Tarafina, CLUNICH (senza soprannome), CNAPICH/KNAPIĆ – Župani, COSTESICH/KOSTEŠIĆ (senza soprannome), CVEK – Kučaja, DEMARIN – Mori, DETOFFI – Truki, DETOFFI – Maglisi, DETOFFI – Padovane, DIMINICH/DIMINIĆ – Magnapolenta, DIVISSICH/DIVŠIĆ – Nanerini, DIVISSICH/DIVŠIĆ – Sabatini, DOBRAN – Dusmani, DOBRAN – Baloci, DOBRAN – Belavici, DOBRAN – Zapalero, DOBRICH – Dodi, FEDEL – Filini, FONOVIĆ – Mulinki, FREZZA – Lisandri, FREZZA (senza soprannome), GHERBAZ/GRBAC – Kransi, GIADRESCO/JADREŠKO – Skopaciri, GIUDICI/ŽUDIĆ – Karić, GLAVINA – Dopio, GRABROVICH - Skarnoso, GREGORIĆ – Ruli, LABUD (senza soprannome), LIZZUL (senza soprannome), LORENZIN – Boduli, MANZIN – Pace, MARIČEVIĆ – Plaki, MATTIAS/MATIJAŠ – Kanseliri, MECOVICH/MEKOVIĆ (senza soprannome), MICOVILOVIH/MIHOVILOVIĆ – Belona, PACICH/PAČIĆ (senza soprannome), PETRICH/PETRIĆ – Rafaei, POPAZZI – Orkofora, RADETICCHIO – Moroni, RADETICCHIO – Zovaneri e Frane, RADETICCHIO – Mikalini, RADETICCHIO – Nincoli, RADOLOVIĆ (senza soprannome), SANDRI (Pikoli), SANDRI – Pusi, SOBER/ŠOBER – Scoferi, SPADA (senza soprannome), STEMBERGER (senza soprannome), SVERCO/SFERCO/ŠVERKO - Sipisi e Fiski, SVERCO/SFERCO/ŠVERKO – Munki, TOFFETTI – Meniguci, TOFFETTI – Filomeni, TOMICICH/TOMIČIĆ – Gospodici, TROMBA – Ciciari, TROMBA – Radeski, TROMBA – Guste, TROMBA – Furloki, TROMBA – Bugoni, TROMBA – Meri, TROMBA – Mariei, TROMBA – Nadai, TROMBA – piciupo, TROMBA – Zmisi, TROST (senza soprannome), VENERUZZO – Fiski, VENERUZZO – Jakomuti, ZATKOVICH/ZATKOVIĆ – Kaki, ZATKOVICH/ZATKOVIĆ – Madai, ŽEŽELICH/ŽEŽELIĆ (senza soprannome), ZIVOLICH/ŽIVOLIĆ – Karniei, ZOGOVICH – Pizdacia, ZUFICH/ŽUFIĆ – Ruci, ZUPANICH/ŽUPANIĆ – Balari.
Così i soprannomi familiari. Eppoi, come detto, c’erano quelli "personali": e lo scherzo e la fantasia davvero non avevano freni.

Tra morsi e sorsi

Le tradizioni nel piatto...
Parla come mangi – mangia come parli. Nel caso di Sissano vuole dire semplice, genuino, gustoso.
Si potrebbe dire che il mangiare è quello comune a tutte le contrade della Bassa Istria. Ma si sa, ogni cuoco, ogni chef ha il suo piccolo segreto, quello che fa la grande differenza. E conseguentemente, ogni località ha la sua specificità: l’aggiunta di una punta di alloro, un pizzico di zucchero in più, un po’ di cannella, un po’ di questo, un’aggiunta di quell’altro, il tempo di cottura... beh, insomma, ad ogni pentola i suoi ingredienti.
Vogliamo curiosare tra i fornelli e nella dispensa sissanesi alla ricerca di prelibatezze.
Ecco la minestra di mais, o, come la chiamano a Sissano, "manestra de formenton".
Ingredienti: ½ kg de formentòn fresko, 30 deka de fazoj, 3 patate, 1 savòla,
oso de prsuto, ojo, ajo, presemolo, sal e pevere.
Preparazione: Meti kuzinà ‘n tela pignata i fazoj kol oso de prsuto (prima falo boji ‘n akua), zonta al pesto, e kuando ke ze i fazoj skuazi kuzinaj, zontaghe al formanton zovino e le patate tajade a toketi. Kuando ke ze tuto kuzinà, tira fora ‘l oso del prsuto e struka le patate.
Gustosa, no? Come sarebbe a dire "non abbiamo capito"? È semplice. Allora: servono mezzo chilogrammo di mais novello, 30 decagrammi di fagioli, 3 patate, 1 cipolla, l’osso del prosciutto, olio, aglio, prezzemolo, sale e pepe. Raccolti gli ingredienti? Si? Procediamo. Mette rea bollire i fagioli con l’osso del prosciutto (fatto bollire precedentemente in acqua), aggiungere il pesto (un trito di aglio, prezzemolo e lardo/pancetta). Quando i fagioli sono quasi cotti aggiungere il mais e le patate tagliate a tocchetti. Quando tutto è cotto, togliere l’osso del prosciutto, schiacciare le patate e rimetterle in pentola.
Già che siamo sotto Pasqua ecco anche la ricetta (attuale) delle tradizionalissime "pinse".
Ingredienti: 7 zali e ‘n ovo ‘ntjero, 8 kuciari de sukaro, 7 deka de buro, 3 kuciari de ojo de olija, 12 deka de fesa (ki no veva fesa meteva metèva al levù – un toko de pan levà k se laseva "per dopo"), 1 kilo de farina, skorsa de una naransa e de un limon (gratàda), mezo otavo de rum o de grapa, 20 deka de ua pasa, un fja de sal, 3 bustine de sukaro vaniglià. Facciamo grazia della lavorazione, perché le pinze in questo sono molto delicate. Un tempo il dolce pasquale era rappresentato dalle "fugase", fatte con farina, uova e zucchero lavorati a bagnomaria, sale, lievito, grappa o rum, strutto oppure olio.

...e nel bicchiere

Anche i bicchieri parlavano della tradizione e della lavorazione artigianale. A cominciare dall’ottimo vino. Che con particolari accorgimenti poteva diventare medicamentoso: possiamo offrirvi (virtualmente) un goccio di vin brulè (ottimo contro il raffreddore e l’influenza), o un buon elisir, o un inebriante liquore di vino? O che dire della "supa istriana"? Il brulè vuole un quarto di buon rosso messo a bollire con un pizzico di cannella, pochi chiodi di garofano, pochi grani di pepe e scorza di limone. Zuccherare e bere caldo. Fa bene, come detto, contro raffreddori e influenza; ma non fa male nemmeno preso nelle fredde giornate invernali per... fare atmosfera.
Provate a fare l’elisir: mezzo litro di vino rosso e mezzo di bianco fatti bollire con 3 cucchiai di miele, 2 spicchi di limone e 2 di arancia, 7 chiodi garofano. Anche liquore e supa? Beh, non possiamo mica spifferare tutti i segreti.

Dalla terra la vita

Una volta il ritmo di vita del paese era scandito dal lavoro nei campi. Prima fra tutti, la viticoltura, ma poi anche la semina dei cereali. Dalla terra si ricavava tutto quello che serviva alla casa. Vino, farina, olio, farina di frumento e poi il "ripieno" per i materassi ottenuto dalle foglie del frumento (scarnosi). Quanto gli uomini erano bravi a ricavare sostentamento dalla terra, tanto le donne si industriavano a lavorare i prodotti. Con la parsimonia tipica della gente dell’Istria, beninteso.

Un lavoro, quello di curare la vigna, fatto rigorosamente a mano, si potrebbe dire: i trattori che oggi facilitano e sveltiscono il lavoro, non c’erano. Si andava in campagna col "caro", si usavano attrezzi che oggi è possibile vedere solo laddove chi li ha usati ha voluto conservarli e recuperarli, dando loro spesso carattere ornamentale, decorativo. Brente e brentole, cavici, buto, krijol, kofa, zerne, sezola (ma l’elenco potrebbe essere lungo) sono nomi dimenticati per arnesi più o meno a riposo. Quello che fa piacere è vedere che il "vedorno" sta cedendo il passo ai terreni lavorati, in una rinascita dell’agricoltura. Ma si sa, per chi ha la terra nel sangue, ritornare ai campi è un dovere.

Ci piace ricordare ancora alcuni lachi (stagni) per dire anche della toponomastica: Laco bon, Laco dei Marganki, Laco dei spini, Laco Ciubane, Lako Iacomo, Laco major, Laco moin, Laco montizela, Laco non, Laco peroza, Laco poses, Laco S. Lorenso, Lacuso. Oggi, purtroppo, questi stagni sono ormai prosciugati, laddove un tempo garantivano acqua agli animali.

246 - La Voce del Popolo 07/04/12 CI di Sissano: Una Comunità che resiste anche in tempi di dura crisi

Incontro con il presidente della Comunità degli Italiani di Sissano, Antonio Dobran
Una Comunità che resiste anche in tempi di dura crisi

All’estremo sudest della penisola istriana, a una decina di chilometri da Pola, si trova il piccolo ma suggestivo borgo di Sissano, sede di uno dei sodalizi storici di questo territorio: la Comunità degli Italiani di Sissano. Oggi più attiva che mai, ha attraversato, come la maggior parte delle Comunità dell’Istria, un periodo non facile, superato grazie all’impegno e alla tenacia dei suoi soci e dei suoi presidenti, che nonostante le mille avversità sono riusciti a salvaguardare la propria identità nazionale, etnica, linguistica e culturale. Identità che nell’immediato dopoguerra fu seriamente minacciata, prima dall’esodo (la maggior parte degli abitanti di nazionalità italiana decise di abbandonare i propri beni e lasciare Sissano), poi dalla chiusura della locale Scuola elementare italiana.
In quegli anni duri per tutti, nasceva nel 1948 il Circolo Italiano di Cultura. I meriti sono da attribuire a Marcello Tromba (primo presidente del CIC di Sissano), che con grande coraggio riuscì a portare avanti un progetto di fondamentale importanza per le poche centinaia di italiani rimasti.
Riuniti sotto un unico tetto, i sissanesi hanno iniziato a organizzarsi e hanno trovato nel Circolo locale il luogo ideale in cui svolgere numerose attività, prevalentemente orientate alla promozione, alla salvaguardia e alla tutela delle tradizioni, degli usi, dei costumi e della caratteristica parlata di questo piccolo borgo dell’Istria meridionale.

SENZA UNA SCUOLA ITALIANA "Il vuoto lasciato dalla chiusura d’autorità della scuola è stato però difficile da colmare" – racconta l’odierno presidente della Comunità degli Italiani di Sissano, Antonio Dobran, il quale, incontrato nei giorni scorsi, ha ricordato che da un giorno all’altro i bambini e i ragazzi di Sissano si erano trovati praticamente in strada, posti dinanzi a una scelta difficile: seguire le lezioni in una nuova lingua (il croato), o iscriversi nella più vicina scuola italiana, a Pola. Molti decisero di abbandonare gli studi. Gli effetti dell’inevitabile impoverimento della lingua italiana, di tutta una generazione, si fecero sentire qualche anno dopo, quando a Sissano era praticamente impossibile trovare attivisti "intellettuali". La carenza di quadri qualificati convinse l’allora dirigenza a intervenire. Lodovico Dobran, Luigi Ferri e Massimo Volghieri, supportati dal presidente dell’allora Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume, Antonio Borme, avviarono l’iniziativa che nel 1967 portò alla riapertura della Scuola italiana di Sissano. I primi alunni a entrare nei vani dell’appena ricostituito istituto scolastico furono Antonietta Benčić, Carmen Cvek, MarinoTromba e Augusto Dobran. Primo insegnante fu, invece, Simeone Krajcar.

IL RILANCIO La riapertura della scuola di Sissano rilanciò così anche il Circolo Italiano di Cultura. Nei primi anni Settanta viene formato il coro maschile che, guidato dal maestro Bruno Vian, cresce sia in numero che in qualità, arricchendo il proprio repertorio con musiche e canti liturgici e della tradizione sissanese. Con la scomparsa del maestro si scioglie anche il coro, che riprenderà la propria attività soltanto agli inizi degli anni Novanta, con la maestra Franca Moscarda, tuttora responsabile del complesso corale, del quale fa oggi parte anche una nutrita schiera di donne.
Il coro misto, che nel corso degli ultimi vent’anni ha partecipato a numerosi concerti, rassegne e altri appuntamenti, sia in Croazia che all’estero, diventa ben presto, assieme alla filodrammatica, uno dei punti forti della nuova Comunità degli Italiani di Sissano, che nel 1998 si trasferisce in una nuova sede, donata al sodalizio dal Comune di Lisignano e ristrutturata grazie ai mezzi concessi dal ministero degli Affari esteri della Repubblica d’Italia per tramite dell’Università Popolare di Trieste e dell’Unione Italiana.

LA NUOVA SEDE L’edificio di 700 metri quadrati ospita oggi alcuni uffici, una biblioteca, una cucina, una sala polivalente e un bar. Inoltre, la Comunità ha anche un campetto sportivo.
Come sottolineato, la filodrammatica "Xota el morer" guidata da Barbara Markulinčić, è uno dei punti di forza del sodalizio. Specializzatosi in commedie, il gruppo di recitazione propone sketch e rappresentazioni scenico teatrali basate sulla quotidianità degli abitanti di Sissano. Altri gruppi operanti in seno alla Comunità sono il coretto di voci bianche "Abracadabra", diretto da Anna Debeljuh, e il gruppo folcloristico, costituito poco più di quattro anni fa su iniziativa di Paolo Demarin e Claudio Grbac.
Seppure giovanissimo, il gruppo si è esibito diverse volte, portando le "mantignade", canti caratteristici e tradizionali di Sissano, in diverse comunità dell’Istria. La scorsa estate il folclore sissanese ha partecipato in qualità di ospite all’inaugurazione del Museo della cultura immateriale di Pedena.
Come tutte le Comunità, anche quella di Sissano sta attraversando un periodo di crisi finanziaria. La mancanza di fondi non ha, però, limitato le ambizioni dell’odierna dirigenza della CI.

IL GRANDE ORGOGLIO DEL PRESIDENTE "La voglia di fare dei nostri soci vale molto più dei soldi" – è stato il commento di Antonio Dobran che, interrogato in merito, ha dichiarato che la CI intrattiene rapporti di collaborazione sia col Comune di Lisignano che con le diverse associazioni presenti sul territorio, prima fra tutte l’associazione agricola "Agromladica". Proprio da quest’ultima collaborazione è nata la Fiera di San Felice e Fortunato, che quest’estate sarà riproposta per il quarto anno consecutivo.
"Sono davvero orgoglioso di essere il presidente di questa Comunità" – ha affermato Dobran, che ha colto l’occasione per ringraziare tutti i 480 soci del sodalizio, ma anche chi pur non essendo appartenente alla Comunità Nazionale Italiana, ha comunque deciso di frequentare la CI, partecipando attivamente a tutte le sue iniziative.

Marko Mrđenović

247 - La Voce in più Dalmazia 14/04/12 Storia - Il cimitero di Zara resta a perenni e ricordo della città di una volta (3 e fine)

STORIA II camposanto comunale ha una lunga storia. I sepolcri italiani sono una parte fondamentale dell'eredità storica del capoluogo della Dalmazia settentrionale (3 e fine)

Il cimitero di Zara resta a perenni e ricordo della città di una volta

Concludiamo la pubblicazione di alcune parti salienti del libro sul Madrinato di Zara edito dall'Associazione Dalmati nel Mondo, nel quale sono raccolti modi, tempi e risultati del grande impegno profuso dalle donne zaratine esuli, per la salvaguardia dei monumenti del cimitero della loro città. Ci soffermiamo sulla storia del cimitero dalla sua costruzione (1821) ai giorni nostri.

12 GIUGNO 1804

L'editto Napoleonico di Saint-Cloud ordinava che i morti venissero sepolti fuori dall'abitato. Il 18 gennaio 1808, in ottemperanza all'editto napoleonico, venne emanata l'ordinanza del Provveditore Generale della Dalmazia Vincenzo Dandolo. In conformità alle disposizioni vigenti anche il Comune di Zara dovette pensare a costruire un cimitero fuori delle mura della città. Per trovare l'area adatta si cercò lungo la strada che porta a Nona e anche dalla parte di Bellafusa.

TERRENI SASSOSI

Ma i terreni erano sassosi ("grebani") - tutta la Dalmazia è sassosa - difficile scavare le fosse per il seppellimento e inoltre era un lavoro dispendioso che il Comune non era in grado di sostenere. Decisero di costruire il cimitero sul terreno a ovest adiacente al fiume Recina, che percorrendo sotterraneo l'ultimo tratto, sfocia poi in mare. Così ebbe origine la sezione A del sacro recinto delimitata da un muro con in fondo, a est, una porzione di terreno per le sepolture dei greci-ortodossi che seppellivano i loro morti nella chiesa di Sant'Elia o sotto il campanile nell'attiguo campiello. Il reparto era diviso da quello cattolico da un muro, tanto che, prima che fossero fatti i lavori di ampliamento del nostro cimitero nel 1934, per entrare nel recinto grecoortodos-so bisognava uscire dal campo cattolico. Il 3 gennaio 1821 la benedizione dell'area cimiteriale fu fatta da Mons. Giovanni Giurovich, essendo la sede arcivescovile vacante. Venne alzata nel centro del recinto una croce di pietra con basamento che ancora si trova sul posto. In quell'epoca era podestà il conte Francesco San-fermo e governatore della Dalmazia Francesco Saverio Tomassich.

BENEDIZIONE

Con la benedizione del terreno ebbe inizio la vita dei nostro cimitero. L'area, in linea arretrata rispetto alla strada, fu circondata da un muro alto circa 2 metri. Sulla porta d'ingresso la scritta: "In lucem aeternam" si potrebbe leggere se non fosse coperta da rigogliosa vegetazione. Cominciarono le prime inumazioni. La prima morta, sepolta il 5 gennaio 1821, fu Elena Castanizza lvatkovich di anni 44, nativa di Seghetto (località presso Traù in Dalmazia), residente nel comune di Zara. Le sepolture in un primo tempo erano tumuli di terra contrassegnati da una croce di legno. In seguito usarono circondare il tumulo con una ringhiera di ferro. Alcune avevano una lapide o un cippo sormontato dalla croce con inciso il nome del defunto o anche soltanto le iniziali del nome e cognome. Ci sono ancora tombe con la ringhiera di ferro pur avendo la lastra tombale in pietra: la tomba Tommaso Ce-olin (campo II n. 30), la tomba Giuseppe Tamino (campo III n. 16) che anche dopo il recente restauro ha la ringhiera, così la tomba Bartolomeo Calebich (Calbiani) ha la ringhiera non posata per terra ma fissata sullo zoccolo, la tomba (campo I n. 25) della famiglia Persicalli, con una vistosa ringhiera dove è sepolto il dott. Vincenzo che negli ultimi anni dell'800 fu il direttore-cassiere della Scuola Dalmata dei SS. Giorgio e Trifone in Venezia. E altre ancora. Le prime tombe in pietra si trovano lungo il muro di cinta - campo perimetrale - e risalgono circa al 1830. Con l'andare degli anni le tombe divennero sempre più artisticamente belle, di fattura pregiata, costruite per lo più in pietra d'Istria o della cava dell'isola di Brazza, la stessa usata per la costruzione del palazzo di Diocleziano a Spalato. Tolte alcune vecchissime dell'800, che ancora resistono e che hanno la lastra tombale posata direttamente sulla fossa, le altre hanno uno zoccolo di pietra sul quale poggia la lastra tombale.

TOMBE MONUMENTALI

Tante si fregiano di un monumento con la croce e il nome della famiglia proprietaria o il nome del defunto sepolto. Poche hanno a copertura della fossa una lastra di cemento. Sei sono le cappelle nel nostro cimitero: le croate Bakmaz e Borelli e le italiane Mazzoni, Perlini, Manzin, Kirchmayer. Nel cimitero ci sono anche alcune tombe monumentali che potrebbero figurare in qualsiasi grande città.

Nel campo II spicca la tomba di Alessandro Gilardi con un angelo in marmo nell'atto di gettare una rosa. Sempre nel campo II la tomba di Domenico Gilardi (poi di proprietà della famiglia Dusic) ha un angelo, opera pregevole dello scultore Tantardini, che col braccio sinistro tiene stretta al petto una croce e ha lo sguardo volto al cielo. Durante l'occupazione tedesca nella Seconda guerra mondiale, due soldati volevano portarlo via, ma il custode Gherdovich si oppose pretendendo un'autorizzazione scritta. I soldati che ne erano sprovvisti desistettero dal loro proposito.

Nel campo III la grande tomba in marmo di Girolamo Luxardo ha tre angeli, anche opera dello scultore Tantardini. Campo IV: troviamo la tomba di Giovanni Battara con sulla lastra tombale una bara e la figura di una donna in atto di completo abbandono. Campo IV: la tomba di Roberto Vlahov ha un angelo di marmo che con la sinistra regge la figura di una donna e con la destra le addita il cielo. Campo IV: la tomba Antonio Maggiorato ha il busto di un aviere con la testa reclinata e l'ala del velivolo spezzata. Campo IV: la tomba Cergnar presenta la figura di una donna nell'atto di spargere fiori. Campo VII: sulla tomba di Domenico Vidotto spicca la figura in bronzo di un giovane aviere in tuta di servizio tra le ali del velivolo infranto. Campo VII: la tomba del conte Antonio Begna di Possedaria ha una donna in bronzo di fine fattura con le braccia aperte e la faccia volta al cielo.

UN GIRO TRA I SEPOLCRI

Queste sommarie notizie hanno lo scopo di allargare la conoscenza e aumentare l'interesse per il nostro cimitero. Un libro sul cimitero di Zara, a mio parere, può anche servire da guida a chi lo visita. Non ha, per la parte che mi riguarda, nessuna pretesa; solo la speranza (se è lecito ancora sperare) che interessi e venga letto dai nostri figli, dai nostri nipoti. Per meglio conoscere facciamo quindi un giro tra le tombe...

Entrando nella sezione A a sinistra troviamo la tomba Mazzoni con l'angelo e la scritta "A mia madre". Al n. 5 della fila c'è la tomba dove è sepolto il primo governatore civile e militare della Dalmazia, Francesco Saverio Tomassich, nato a Castua nel 1761 e morto a Zara nel 1832, insignito delle più alte onorificenze austriache. La tomba consiste in una grossa lastra di pietra bombata a schiena di cavallo con un solo particolare: il cognome senza titoli non è scritto orizzontalmente come si usa, ma verticalmente. Nel 1976 la tomba fu nazionalizzata e, a quanto mi è stato riferito, vollero aprirla. Trovarono sul fondo, murato, un contenitore di metallo con le ceneri del defunto e dei documenti. La tomba fu richiusa e credo la considerino tomba onoraria. Il contenitore con i documenti venne mandato a Zagabria per i relativi rilievi. Continuando lungo il campo perimetrale ci sono altre tombe che non posso elencare

una ad una, ma che potrete trovare nell'elenco generale al 31 dicembre 1979, accluso al volume, delle 830 tombe divise per campi, numerate secondo la nazionalità e le nazionalizzazioni fatte nei vari anni.

Potrete altresì trovare l'elenco alfabetico con i nomi di tutte le 408 riconosciute italiane in proprietà che, con l'aiuto della pianta del cimitero, si possono facilmente individuare.

FUNZIONI FUNEBRI

Continuando il nostro giro, ci fermeremo soltanto su qualche tomba che ha qualche particolare da ricordare che interessi la nostra storia. Sempre nel perimetrale, due arcate più che una cappella della famiglia Nakich d'Osljak dove è sepolto il tenente zaratino Oddone che morì nella guerra di Libia nel 1912, poi trasportato a Zara. Più avanti - girando a destra - al n. 61 c'è la cappella Manzin del 1896, "per sé e cari suoi". Continuando nella stessa direzione troviamo la cappella del cimitero costruita a spese del Comune, a forma di croce greca, consacrata l'8 novembre 1866 dall'arcivescovo Pietro Doimo Maupas. La cappella, denominata del suffragio, attualmente appartiene per territorio alla parrocchia della Beata Vergine di Loreto di Borgo Erizzo e alcune pie donne provvedono alla sua manutenzione. Anteriormente al 1866, non avendo il cimitero la sua chiesa, per le funzioni funebri veniva usata la chiesetta della Madonna dei Sette Dolori che si trova lungo la strada del cimitero. Essa era proprietà della famiglia Pecota Erco e aveva annesso un piccolo convento dei frati francescani. Ai due lati della chiesetta del cimitero in data posteriore, circa nel 1880, si costruirono due bracci ad arcate dove trovarono sepoltura al cune famiglie zaratine, i Reverendi Sacerdoti della Diocesi, le Reverende Madri Benedettine di Santa Maria.

Nell'arcata di destra al n. 71 si trova la tomba della famiglia Ghi-glianovich dove è sepolto l'avv. Roberto, nato a Zara nel 1863, morto a Gorizia nel 1930; deputato alla Dieta Dalmata, nel 1915 si arruolò nell'esercito italiano come volontario; dopo la vittoria svolse opera tenacissima in difesa della causa dalmata. Fu il capo del movimento irredentista in Dalmazia, senatore del Regno e consigliere di Cassazione.

OSSARIO

Arriviamo all'ossario dei caduti italiani nella guerra 191518. Le donne della sezione zaratina dell'Associazione donne cattoliche, unite in un pietoso Madrinato, in un primo tempo si occuparono dei tumuli dei soldati che si trovavano nella sezione C lungo il muro di cinta verso mezzogiorno, dove erano sepolti soldati italiani, austriaci, ungheresi, russi e croati, tutti morti a Zara o nei dintorni come prigionieri perché nella Prima guerra mondiale a Zara non ci furono

combattimenti o incursioni aeree, ma solo morti e tanta fame.

NOMI SCRITTI IN CIELO

Nel 1932 il Comune, per dare degna sepoltura ai soldati italiani morti nella Prima guerra mondiale che giacevano nella nuda terra, costruì il famedio, composto di novanta loculi sistemati a semicerchio con al centro l'altare e una croce. L'inaugurazione fu fatta dal cappellano militare con la partecipazione di quasi tutti gli zaratini. Novanta Signore, quanti sono i loculi, ne divennero le Madrine. Da quel giorno, 4 novembre 1922, tutti gli anni per la commemorazione dei defunti veniva celebrata una Santa Messa di suffragio con grande partecipazione di pubblico. Qui vorrei ricordare i nomi delle Madrine impegnate nell'umana opera di carità cristiana. Ne ricordo una dozzina ma, per non far torto alle altre i cui nomi non posso richiamare alla memoria, tralascio di farlo. I loro nomi saranno scritti certamente in cielo.

IMPEDIRE LA SNAZIONALIZZAZIONE

Cinquanta anni dopo, nel 1972, sull'esempio di quelle pie donne che per prime si occuparono del cimitero, le figlie e le nipoti istituirono il Madrinato Dalmatico con lo stesso spirito di carità cristiana e patriottismo, ma con compiti ben più difficili e impegnativi: impedire la snazionalizzazione delle tombe italiane.

Vicino all'ossario, al n. 77, c'è la tomba di Riccardo Vucassovich; studente nato a Spalato nel 1904, ardente patriota, si arruolò tra i legionari del battaglione Francesco Rismondo. Ferito gravemente il 26 dicembre 1920 - Natale di sangue - morì pochi giorni dopo. Segue la tomba monumentale del generale Corrado Tamajo, marchigiano, venuto come prefetto a Zara dove, alla sua morte, volle essere sepolto. Il Madrinato non è riuscito a mantenerne la proprietà benché avesse chiesto aiuto al console di Spalato. Le tasse cimiteriali sono state pagate dal Madrinato fino al '75 e, sempre a spese del Madrinato, la tomba è stata restaurata e rifatte in metallo le lettere che erano cadute: "Zara al suo benemerito concittadino". Speriamo che la tomba continui ad essere considerata onoraria.

Continuiamo la nostra pietosa visita negli altri campi del sacro recinto. Nel campo IV al n. 19, c'è la tomba Brunelli dove è sepolto il letterato e storico prof. Vitaliano, nato in Ancona nel 1848 e morto a Zara nel 1922. Visse sempre a Zara dove esercitò la professione di insegnante al ginnasio italiano. Pubblicò centinaia di articoli su Zara e la Dalmazia e nel 1913 la monumentale storia di Zara. Sempre a destra, nel campo V al n. 6, lungo il viale d'entrata, troviamo la massiccia tomba Trigari dove è sepolto Nicolò Trigari, patriota dalmata, deputato alla Dieta, podestà di Zara dal 1877 al 1900. Ancora nel campo V, vicino alla croce in pietra, spicca la tomba del secondo governatore della Dalmazia, Venceslao Lilinberg, morto nel 1840. Cambiando direzione da destra a sinistra, nel campo II al n. 81 troviamo la tomba del podestà Luigi Ziliotto, nato a Zara nel 1863 e morto nel 1922. Avvocato, patriota di nobili ideali, deputato alla Dieta Dalmata, senatore del Regno, fu il capo ufficialmente riconosciuto degli italiani di Zara, giurista ed economista apprezzato anche dagli avversari.

PROTESTA

Resta memorabile la sua protesta alla Dieta quando nel 1909 venne introdotta a Zara la polizia di Stato in sostituzione di quella comunale. In quella occasione affermò benché in regime poliziesco, che, se la polizia avesse leso i sentimenti dei cittadini, egli si sarebbe messo alla loro testa ed avrebbero dimostrato di essere fratelli di quei milanesi che divennero celebri nei secoli per le loro cinque giornate. Segue a sinistra, nel II campo al n. 23, la tomba della famiglia Krekich dove è sepolto l'avvocato Natale, nato a Scardona nel 1857 (località alle foci del Cherca), morto a Zara nel 1938, deputato alla Dieta Dalmata poi al Parlamento italiano e infine senatore del Regno. Di lui si ricorda il suo alto senso di umanità verso i più umili e i diseredati per i quali si prodigò generosamente. Nello stesso campo, più internamente rispetto al viale d'ingresso, la tomba dove è sepolto Giuseppe Sabalich nato a Zara nel 1856 e morto anche a Zara nel 1925, giornalista, rievocatore competente ed efficace delle memorie della città, patriota, apprezzato autore dialettale, autore del celebre inno "EI sì" che ancora cantiamo nel ricordo della patria perduta.

VITTIMI DELLA VENDETTA

Ma gli zaratini devono anche ricordare le vittime dell'odio e della vendetta che con sommari e superficiali processi vennero giudicati colpevoli e condannati alla pena capitale. Gli istriani hanno avuto le foibe per i loro martiri, noi zaratini il mare che diede sepoltura a tante vittime innocenti I poveri dispersi?

AMPLIAMENTO

Nel volgere degli anni 1925-30 l'area per le sepolture si esaurì e sorse la necessità di altro spazio, tanto più che nel 1926 venne soppresso il cimitero di Borgo Erizzo e i morti di quella frazione dovettero venire sepolti nel cimitero comunale. Nell'anno 193233 l'allora podestà avv. Giovanni Salghetti-Drioli deliberò l'ampliamento del cimitero portando l'ingresso direttamente sulla strada maestra, la costruzione del grande portale, gli uffici, la camera mortuaria, quella per le autopsie e la casa del custode. L'esecuzione di tale provvedimento fu affidato all'Ufficio Tecnico Comunale, per la spesa complessiva di L. 300.000 in opere murarie, costruzione di strade, viali e messa a dimora di alberi ornamentali. Nel 1934 il cimitero nuovissimo - sezione B - venne solennemente benedetto dall'arcivescovo Pietro Doimo Munzani, presenti le autorità civili e religiose con una larga partecipazione della cittadinanza. Nella nuova area venne iniziata la costruzione delle tombe. Le prime tumulazioni ebbero luogo di fronte al muro perimetrale della sezione A.

DESOLAZIONE E DOLORE

Nel 1943 cominciarono gli allarmi e seguirono i bombardamenti aerei che tanta desolazione e dolore portarono in città. Iniziò così l'esodo degli zaratini da prima nel retroterra che pensavano più sicuro; poi, continuando con maggior intensità i bombardamenti che distrussero la città per il 95 per cento, tale esodo si trasformò in esodo forzato verso la

penisola appenninica in cerca di salvezza. I bombardamenti colpirono case, strade, chiese, edifici pubblici facendo tante vittime che vennero raccolte in cimitero in una grande fossa dove i corpi che si potevano identificare furono composti nelle tombe di famiglia o in quelle di parenti o amici; gli altri, resi irriconoscibili dalle bombe, vennero sepolti in una fossa comune, chiusa da una lastra di cemento.

UNA GRANDE CROCE DI MARMO

Il Madrinato, a perpetuare il ricordo di tanti zaratini caduti in quella tremenda guerra, sistemò nel 1977 sulla fossa una grande croce di marmo con le date 1943-1945 e una lapide: A perenne ricordo dei concittadini ignoti caduti durante la guerra. La fossa si

trova nella sezione B, primo campo a sinistra in fondo, entrando dall'ingresso principale. In questi ultimi anni parecchi zaratini hanno voluto essere sepolti a Zara nella tomba di famiglia, nella terra che li vide nascere e che per dolorose circostanze dovettero abbandonare. Per concludere la storia del cimitero non posso dimenticare di segnalare l'opera altamente umanitaria delle donne di Borgo Erizzo che, con senso di pietà cristiana, onorano i nostri morti portando fiori sulle tombe. Pertanto, sicuri che il Signore ne ricompenserà la generosità, noi siamo loro riconoscenti e lusingati perché ci dimostrano che non abbiamo lasciato un cattivo ricordo.

Caterina Fradelli Varisco

248 - Il Gazzettino 08/04/12 Cittadella (PD) - Le città murate puntano alla tutela dell’Unesco, ma saranno coinvolte anche Istria, Dalmazia e Mitteleuropa

Presentato il dossier per la candidatura: 40 i siti veneti interessati, ma saranno coinvolte anche Istria, Dalmazia e Mitteleuropa

Le città murate puntano alla tutela dell’Unesco

Sergio Frigo

CITTADELLA (PD)

Cittadella, naturalmente; e poi Marostica e Montagnana, ma anche Castelfranco, Soave, Noale... Non c'è praticamente città medio-grande del Veneto che non presenti nel suo tessuto urbano tracce più o meno evidenti della sua antica cinta muraria, del suo secolare sistema di bastioni, delle vecchie porte monumentali: eredità di una storia di confine, della millenaria esposizione alle invasioni provenienti da est e da nord, ma anche della secolare vocazione delle nostre "contrade" (meglio: dei rispettivi padroni) a darsele di santa ragione.

Trascurate nei secoli come retaggio del passato, se non addirittura utilizzate come cave a cielo aperto di materiale per l'edilizia, da qualche anno le antiche mura sono diventate una chance in più per le città che hanno saputo valorizzarle, polmoni di verde per i cittadini, spazio per le passeggiate, mete turistiche. Ma adesso per le città murate del Veneto è venuto il tempo di tentare il salto di qualità, puntando ad entrare nel Patrimonio dell'Umanità dell'Unesco. L'idea, che circola a Cittadella da una quindicina d'anni, era stata lanciata ufficialmente nel dicembre del 2009 in un convegno; ma da allora si è consolidata e ha fatto molta strada. Nelle scorse settimane, per opera degli studiosi Gianni Perbellini e Flavio Rodeghiero è stato predisposto il dossier di candidatura, che ora arriva anche nelle librerie per i tipi della Cierre (pp. 170, € 24). Nelle prossime settimane l'Associazione Città Murate avrà un incontro al Ministero dei Beni Culturali, cui spetta il compito di coordinare le candidature italiane per l'entrate nella "tentative list" dell'Unesco, poi seguirà la riunione decisiva a Bruxelles. La "sorpresa" è che nel frattempo la lista dell'Associazione si è ampliata fino a raccogliere una quarantina di siti: oltre a quelle citate all'inizio ci sono, fra le altre, le cittadine sul Garda come Malcesine, Torri del Benaco, Bardolino, Lazise; Portobuffolè e Portogruaro come siti fluviali; Cotogna Veneta come sito di pianura; Bassano del Grappa, Conegliano, Este, Arzignano, Monselice, Asolo (come siti collinari), Villafranca Veronese, Va-leggio sul Mincio e Vittorio Veneto come siti di confine. Di tutte si riscostruisce la genesi e si definisce una classificazione storico-geografico-urbanistica, trascurando però le città-stato dominanti, avvertono gli autori, «sia perchè Verona e Vicenza (e Padova con l'Orto botanico) sono già siti Unesco, sia perchè Padova e Treviso, innovate dall'erezione delle cinte bastionate, con le relative mura hanno in gran

parte perso il loro carattere medioevale (vale anche per Peschiera)».

«La battaglia per la candidatura non si può limitare però alla valorizzazione dei siti - spiega Flavio Rodeghiero, che ha anche un passato di parlamentare nelle file leghiste - ma necessita di una strategia che tenga conto della filosofia dell'Unesco, che premia in genere i siti seriali e transnazionali: ecco perphè stiamo pensando di aggregare alle città murate del Veneto, in genere risalenti al 13-14. secolo, le città murate e bastionate veneziane del 15 secolo, con un'estensione della candidatura da Bergamo alla Dalmazia».

E non c'è solo l'Unesco: una candidatura parallela verrà infatti presentata al Consiglio d'Europa, per un itinerario in parte coincidente e in parte alternativo, che coinvolgerebbe anche le città murate della Mitteleuropa. «Bisogna anche tener presente che l'Unesco - conclude Rodeghiero - per concedere l'inserimento nella sua lista pretende che i siti interessati siano valorizzati e poi gestiti adeguatamente. Cittadella ha fatto la sua parte con le sue mura, ora tocca a Montagnana che deve recuperare il cammino di ronda, ma anche gli altri comuni devono promuovere il recupero e la valorizzazione delle loro opere di difesa».

PATRIMONIO DELL'UMANITA

In Veneto ci sono già altri cinque siti protetti

(S.F.) Le avversarie più pericolose per la candidatura delle Città Murate del Veneto all'entrata nella lista dell'Unesco sono Venezia, Vicenza, Verona. Si tratta, com'è noto, dei siti veneti già oggi Patrimonio dell'Umanità, una concentrazione (anche relativamente recente) che non favorisce certo un pronunciamento favorevole dell'Unesco, che deve fare i conti con equilibri planetari e gelosie di cortile. D'altronde già oggi l'Italia, con 47 località protette, è il paese più presente nel Patrimonio dell'Umanità, che conta 936 siti (725 beni culturali, 183 naturali e 28 misti) in 153 Paesi del mondo.

A sua volta il Veneto in Italia è secondo solo alla Toscana, con ben cinque siti protetti: Venezia e la sua laguna (iscritta nell'87), Vicenza e le Ville palladiane del Veneto (dal 1994), l'Orto botanico di Padova (dal 1997), Verona, le sue mura e il suo centro storico (dal 2000) e le Dolomiti, dal 2009, in condominio col Trentino Alto-Adige.

249 - Messaggero Veneto 14/04/12 Un gesto atteso dal 1945 Dove non riuscì Francesco "il picconatore", in maggio riuscirà Giorgio "il normalizzatore" Due giornate di Napolitano in Friuli.

Un gesto atteso dal 1945
Dove non riuscì Francesco "il picconatore", in maggio riuscirà Giorgio "il normalizzatore"

di ANTONIO SIMEOLI


Dove non riuscì Francesco "il picconatore", in maggio riuscirà Giorgio "il normalizzatore". Chissà, fra qualche anno forse sarà ricordato così il presidente Giorgio Napolitano, che percorrerà l’impervia strada che conduce alle malghe di Porzûs, quel viottolo di montagna sopra Canebola che Cossiga nel 1992 non se la sentì di attraversare in forma ufficiale. L’aveva annunciato Napolitano in occasione del Giorno del ricordo al Quirinale. «Sarò presto in Friuli per onorare le vittime di Porzûs».


E così sarà, salvo contrattempi dell’ultim’ora. Il "picconatore" fu fermato in extremis dai mugugni dell’allora Partito Comunista. Occhetto&C non digerivano che il capo dello Stato rendesse omaggio ai venti partigiani trucidati nel febbraio del 1945 da un gruppo di gappisti venuti dalla Jugoslavia con (e la cosa è stata dimostrata da fior di ricerche storiche) il via libera del Pci. Accadde esattamente vent’anni fa e le ferite di Porzûs, con i partigiani che combattevano uno stesso nemico, ma che vedevano un futuro diverso, erano ancora aperte. E oggi? Napolitano troverà terreno fertile per la pacificazione. Anche grazie a due personaggi come Vanni Padoan, che se n’è andato qualche anno fa, e don Redento Bello. I due all’inizio del Millennio coraggiosamente si strinsero la mano. Uno, ex commissario politico della Divisione Garibaldi-Natisone, l’altro ex cappellano della Divisione Osoppo, si abbracciarono davanti alle malghe e alla pietra con iscritti i nomi delle vittime, tra i quali il fratello di Pier Paolo Pasolini e lo zio di Francesco De Gregori. Quell’abbraccio causò mal di pancia, qualche imbarazzo, ma dimostrò che il tempo della pace era arrivato.
Mentre cadevano le frontiere, era giusto nascondere un massacro perpetrato da chi pensava di regalare una parte d’Italia a Tito? Vanni e don Redento l’avevano intuito, Napolitano, ex dirigente del Pci, chiuderà il cerchio della riappacificazione. «Per pacificare e guardare al futuro bisogna ricordare» ha detto il presidente. Che in Friuli compirà almeno un altro gesto importante. Perché a Gemona il presidente ricorderà le vittime del terremoto di 36 anni fa in quello che fu il cratere del sisma. Napolitano riceverà dal consiglio comunale del centro pedemontano la cittadinanza onoraria quale massimo rappresentante di uno Stato che profuse uno sforzo enorme per aiutare la regione a risollevarsi.
Gemona e il Friuli vogliono dire ancora una volta grazie ai migliaia di volontari, a rappresentanti delle forze dell’ordine e soccorritori. «Ricordare per pacificare il futuro» ha detto Napolitano annunciando la visita a Porzûs. Una frase attuale per Gemona e il Friuli. E se poi il presidente, come pare, salirà anche a Illegio per visitare la mostra organizzata dal Comitato di San Floriano e dedicata al tema "I bambini e il cielo, l’età divina dell’uomo", il cerchio sarà chiuso perché "il miracolo culturale" realizzato nel piccolo centro carnico è quanto di meglio il Friuli possa offrire a un’Europa senza barriere e con gli odi sotterrati.


Due giornate di Napolitano in Friuli
Il Capo dello Stato arriverà a Udine il 9 maggio e ripartirà l'11. Tra le mete del Presidente ci sono l'università, Gemona, Porzus e probabilmente anche la mostra di Illegio.

di Cristian Rigo

UDINE. Giorgio Napolitano torna in Friuli. Il Quirinale ha confermato che la visita è nell’agenda del presidente della Repubblica, ma il programma non è ancora ufficiale. Al momento l’ipotesi più accreditata è però che Napolitano arrivi a Udine mercoledì 9 maggio. Il giorno seguente dovrebbe fare tappa all’ateneo friulano per poi andare a Gemona e Porzûs e rientrare in serata nel capoluogo. Se gli impegni saranno confermati, Napolitano sarà ospite per due sere consecutive del prefetto Ivo Salemme. Il volo di ritorno a Roma infatti è previsto per venerdì 11.
A decidere nel dettaglio tutti gli appuntamenti sarà il comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica che si riunirà la prossima settimana. Inizialmente la visita era prevista per il 6 maggio, ma il "protocollo" impegna il Capo dello Stato a non essere presente nei giorni delle elezioni nelle regioni in cui si vota. L’election day per le amministrative ha quindi costretto il Quirinale a rivedere l’agenda e per adesso la visita è slittata al 9. Ad annunciare l’intenzione di tornare in Friuli, era stato lo stesso Napolitano in occasione delle cerimonie per il "Giorno del Ricordo". L’obiettivo della visita è quello di rafforzare il legame tra lo Stato e le terre friulane martoriate nel corso della seconda guerra mondiale e per aprire soprattutto una nuova fase storica. Dopo le contrapposizioni, gli odi, la visita nel 1992 in forma privata del presidente Cossiga e la "pace" tra Osovani e Garibaldini di dieci anni fa, Napolitano è infatti deciso a onorare i 22 partigiani uccisi a Porzûs.
Quasi sicuramente Napolitano farà tappa all’università friulana dove dovrebbe vedere il filmato sulla "Repubblica partigiana della Carnia e dell’Alto Friuli", relaizzato nel 2010. Poi, come detto, è atteso a Porzûs e a Gemona da dove don Alessio Geretti spera possa raggiungere anche Illegio per vedere la mostra «I bambini e il cielo - l’età divina dell’uomo». Tra le possibile tappe c’è anche il tempio di Cargnacco in memoria dei caduti in Russia.
Al momento però né la Prefettura né la Questura hanno ricevuto conferme definitive sul programma, ma il Friuli conta in un ritorno del presidente dopo la visita lampo di tre ore del 14 luglio 2010. In quella circostanza Napolitano aveva accolto l’appello del sindaco Furio Honsell impegnandosi in prima persona affinché lo Stato restituisca al Comune il castello (operazione che potrebbe sbloccarsi a breve) e aveva visitato la mostra dedicata alle incisioni del Tiepolo. Prima di ripartire verso Roma dall’aeroporto di Rivolto aveva anche fatto visita al Tempio ossario e incontrato l’arcivescovo, Andrea Bruno Mazzocato e il presidente della Provincia, Pietro Fontanini.
Tra le precedenti visite dei presidenti della Repubblica vanno poi ricordate quella di Sandro Pertini che percorse in lungo e in largo tutta la regione nell’ottobre dell’83 (partendo da Trieste toccò Monfalcone, Gorizia e Udine dove fu accolto da una grande folla davanti a palazzo Belgrado) e quella di Carlo Azeglio Ciampi che arrivò nel capoluogo friulano nel 2002. Accompagnato dalla signora Franca, l’allora capo dello Stato si fermò in città più giorni.
Dopo aver incontrato il sindaco Sergio Cecotti, gli studenti, il rettore e i rappresentati sindacali e del volontariato, Ciampi trovò anche il tempo per fare una passeggiata in centro stringendo la mano a decine di udinesi.

250 - Il Giornale di Vicenza 07/04/12 Libro - Boris Pahor: La contro memoria, una visione dichiaratamente di parte, «ma non nazionalista» - Le foibe? «Sì, però partiamo dagli anni Venti»

IL LIBRO. Una visione dichiaratamente di parte, «ma non nazionalista»

LA CONTRO MEMORIA

Boris Pahor scrive un'autobiografia che pare urticante fin dal titolo: «Figlio di nessuno», come dicevano i fascisti agli slavi. Farà male, «però ricordare si deve»

Paola Azzolini

Gli incontri con Boris Pahor sono sempre emozionanti, quest'ultimo di Udine non fa eccezione: è la regola. Il ricordo personale va a quel Teatro Nuovo di Verona, ottobre del 2010. Il folto uditorio aveva davanti non un vecchio quasi centenario (anno di nascita il 1913!), ma un uomo snello e vigoroso, dalla voce profonda e nitida che raccontava la sua vita, ma soprattutto le convinzioni, con la chiarezza di una mente onesta e creativa. Tut-t'altro che una «cimice» o un «figlio di nessuno»! Anche se nella sua recentissima autobiografia, scritta a quattro mani con Cristina Battocletti, {Figlio di nessuno, Rizzoli) sceglie di designarsi con gli insulti che venivano usati nei territori istriani in epoca fascista per indicare gli sloveni.

Scrittore fecondo — un vero poligrafo, con un numero notevolissimo di volumi al suo attivo, anche se in Italia sono stati pochissimi a parlare di lui e a scriverne; e fra i pochissimi, un triestino, Ferruccio Folkel, che lo paragonò a Kosovel — Pahor stende con una lingua chiara e talvolta perfino elementare la vicenda di questa sua esistenza. Una vita segnata dalla perdita della propria identità etnica e linguistica prima e poi dalla discesa agli inferi, l'internamento nel lager. Conserva nel ricordo un'intensità e una convinzione particolare, capace di sviluppare un fascino che è quello stesso che emana dalla personalità magnetica di Pahor. Da piccolo era un ragazzino sgaio, come si dice in triestino, cioè vivace, felice. Poi la vita lo modella in senso più cupo e riflessivo. La prima ferita indelebile è la visione dell'incendio del Narodni Dom, la casa della cultura slovena bruciata dai fascisti nel luglio del 1920. Poi le restrizioni verso gli sloveni si fanno più decise: sospese le scuole e l'uso della lingua, proibite molte associazioni ed espulsi gli intellettuali. Vengono italianizzati i cognomi sloveni. Il piccolo Boris si trova in una scuola italiana costretto ad esprimersi in una lingua estranea e il suo rendimento scolastico è pessimo. Questo disagio di Pahor bambino ha una radice dolente che dura tutta la vita: la privazione forzata della propria identità, privazione che sarà faticosissimo colmare e che in tutte le vicende successive si ripresenterà come una ferita infiammata che non rimargina.

DI TUTTI i suoi libri quello che gli ha dato la notorietà è stato Necropoli (Fazi, 2009), sulle sue vicende di deportato nel lager, ma solo dopo un'apparizione alla trasmissione di Fazio, Che tempo che fa. Potenza della televisione! Nell'autobiografia la vicenda del lager si intreccia con il lungo idillio, immediatamente successivo, con Arlette, l'infermiera francese che Pahor ebbe accanto nel sanatorio dove fu curato per la tisi. Sfilano altre figure intense di donne tra cui la bellissima Rada, la moglie, ma il tema che non abbandona neppure una pagina è sempre quello: la condizione slovena, la privazione violenta della lingua e dell'identità culturale. Sotto l'Austria non avevano autonomia politica, ma culturale e linguistica sì. Dopo la prima guerra mondiale, quando Trieste e l'Istria diventano italiane, comincia il calvario sloveno: Pahor non ha dubbi. E non ha dubbi nell'affermare che l'Italia dopo il secondo conflitto mondiale non ha parlato chiaramente di quello che fecero i fascisti agli slavi. Sull'antisemitismo abbiamo oggi moltissime informazioni, a tal punto che il quadro che precede e segue il 1938, anno delle leggi antiebraiche, è quasi del tutto chiaro. Poco sappiamo invece, dice Pahor, della slavofobia, che pure ha radici remote. Fra nazionalisti e irredentisti si era diffusa un'accesa ostilità di cui c'è traccia anche nelle opere di Svevo e Saba. Durante la seconda guerra mondiale verranno usati contro gli slavi metodi repressivi crudeli, come quelli usati contro gli ebrei: molti troveranno una morte orribile nelle varie «necropoli» sparse in mezza Europa

PAHOR quindi vorrebbe essere letto come si fa con le testimonianze di Primo Levi o di Kértesz. Ma tenendo presente che non tutti i genocidi o le stragi si assomigliano: sia per il numero delle vittime, sia per i metodi usati, sia per le ragioni politiche che sono state addotte. Un conto è la Shoah, un altro le foibe. Parlando di queste ultime —le cavità carsiche in cui furono gettati vivi gli italiani, vittime della pulizia etnica titina — Pahor scrive: «La volontà di ricordare tra le vittime delle foibe tutti i prelevati del 1945 e addirittura di aumentarne il numero, mi sembra un modo non accettabile di ricostruire la storia. In più legare questa tragedia alla sorte degli esuli istriani non serve a fare chiarezza sui fatti». Lo scrittore tocca qui un nodo ancora da sciogliere, su cui si accaniscono i discendenti delle vittime dalle due parti. Secondo lui si parla troppo poco dei crimini fascisti contro gli sloveni e manca comunque una volontà di chiarire, documenti alla mano, tutto questo nodo intricato, anche se nel 1993 la Commissione mista storico culturale italo-slovena ha accertato che a finire nelle foibe fu solo una parte, non troppo numerosa, degli arrestati; quelli che dimostrarono la loro estraneità alle accuse furono rilasciati. Secondo Cristina Battocletti l'incertezza nel numero delle vittime ha prodotto molti equivoci e confusione. Gli storici attingono ad archivi diversi e non viene fatta distinzione fra le vittime delle foibe, i morti in guerra, le persone arrestate e successivamente rilasciate. Bisogna dunque che gli storici, di varie nazionalità, lavorino ancora e meglio. Intanto, anche in queste pagine autobiografiche la voce di Pahor tuona piena di sdegno contro l'accusa di essere un nazionalista, perché punta il dito sui fascisti, difende gli slavi e ribadisce la sua indignazione verso i crimini del secolo ventesimo. Il suo non è, dice, nazionalismo, ma un atteggiamento che ha le sue origini nel personalismo cristiano di filosofi come Emmanuel Mounier, «perché la coscienza nazionale è ancora un potente aiuto contro l'egoismo vitale dell'individuo e delle famiglie, contro l'invadenza dello Stato e l'asservimento agli interessi economici cosmopoliti». Possiamo non essere del tutto d'accordo, ma bisogna pensarci su.

Le foibe? «Sì, però partiamo dagli anni Venti»

IL CASO. Lo scrittore triestino di lingua slovena e la sua verità sull'Istria: «La storia va narrata fino dal primo fascismo»

Polemica assicurata a ogni incontro con l'autore A 99 anni conserva lucidità e spirito battagliero

Bisogna scrivere e far sapere cosa era il fascismo a partire dagli anni Venti. Lo dice Boris Pahor a Udine, dove presenta la sua autobiografia (vedi l'articolo qui sotto): occorre togliere il velo a un pezzo di storia italiana, farla conoscere ai giovani. Per il novantanovenne scrittore, italiano di lingua slovena, questa è una ragione di vita. Battagliero ma con sarcasmo, lucido fino a risalire a dettagli dell'infanzia, Pahor artiglia il microfono e dosando parole, ricordi e riferimenti, mitraglia aneddoti e vicende togliendosi più di un sassolino e da entrambe le scarpe. Ma non lo fa con tigna da vecchio, nè con l'asprezza del rimpianto, piuttosto con l'insolita pacatezza e l'ironia di chi ha imboccato una strada che sapeva impegnativa e ne affronta le difficoltà. Parla con distacco e senza falsi eroismi di scudisciate naziste e delle pesanti ispezioni subite, con la moglie, dagli jugoslavi che cercavano la Zaliv, la sua rivista non ortodossa, sulla quale compariva il non desiderato Edvard Kocbek, reo di aver fatto conoscere il massacro di almeno 12mila prigionieri di guerra. Anzi, si schermisce davanti a chi lo definisce eroe: «Non era mica coraggioso pubblicare quella rivista a Trieste; fosse stato a Lubiana, ma a Trieste... Poi fui arrestato, con mia moglie, in Jugoslavia, ma non sono stato un rivoluzionario. Ho fatto due riviste, ma mai combattimenti». Gli anni della repressione fascista, il lager durante la guerra, un anno e mezzo di sanatorio in Francia hanno fatto di Pahor un irriducibile. «Ma non sono "duro" come dice il Corriere della Sera: "Pahor è troppo duro", scrive. No, io sono chiaro. Eppoi, Il Giornale. Dice che sono comunista, che sono bugiardo. Ma i fatti sono questi», e smonta riga per riga le critiche e le accuse, per rimontare la storia e collocare, a suo parere, tutti i pezzi al posto giusto. Il ricordo parte dalla festa di San Niccolò del 1920: mentre venivano distribuiti regali ai bambini, anche al piccolo Pahor, sette anni, nel Narodni Dom di Trieste (Casa della cultura slovena), fecero irruzione gli squadristi che distrussero e bruciarono tutto. «Lì comincia il fascismo enessuno sa cos'era il fascismo nella Venezia Giulia, quello antislavo. L'italianizzazione degli sloveni, anche nei cognomi, nella lingua, e poi le torture, i soprusi, gli uomini di Mussolini spediti nei Balcani a fare i dittatori. In tutta l'Itaia nel 1938 e a Trieste in piazza Unità vengono proclamate le leggi razziali per gli ebrei, ma quelle nei confronti degli sloveni già esistevano». Occorre una domanda specifica per cambiare binario, per snidare Pahor dalla trincea dei ricordi e delle sofferenze; in conferenza gliela pone uno psichiatra, quendo sostiene amaramente che Trieste non sembra mai la sua città. È quasi un colpo a sorpresa, per qualche istante il raziocinio indugia davanti all'emozione: «È una città amara ma amata, le sono attaccato fisicamente e con la mente». Dura solo qualche istante, poi riprende il sopravvento: «Non ha voluto aprirsi al retroterra e allora oggi abbiamo i cinesi e non gli slovacchi». Affollate le sue presentazioni e non solo di sloveni: persone che vogliono capire, tentare un approccio, ma le guerre hanno scavato un solco profondo e nessuno sembra accorgersi che le condizioni di allora non sono quelle di oggi, tra chi pensa di vantare ancora crediti e chi ha pagato più del dovuto.

251 - Il Piccolo 13/04/12 Lettere - Bilinguismo due pesi due misure

Bilinguismo Due pesi due misure

È da tempo ormai, forse fin dalla guerra in Bosnia, che non viaggio nei territori della cosiddetta "ex-Jugoslavia", tranne per qualche puntatina appena oltreconfine (ex zona B!). Da quando poi "loro" hanno introdotto quella specie di taglieggiamento della "vinjeta" come corredo all’esemplare atteggiamento "civile e disponibile", specie lungo le strade, delle Forze dell’ordine, abitualmente sprovviste di qualsiasi nozione di comunicazione linguistica specie in lingua italiana ho dovuto, a malincuore, ridurre quasi a zero le mie puntate automobilistiche.

Comunque, non mi risulta aver notato, oltre allo scempio perpetrato ai danni della costa istriana e relativo stretto entroterra, quella selva di cartelli bilingui vagheggiata da qualcuno per tutta la ex zona A!

E per "bilingui" intendo comprensivi dell’italiano; non inglese, serbo o croato, visto che di questo si discute parlando dei cartelli nostrani, situati in un territorio che, apprendo da una segnalazione visionaria, è "anche" italiano!

Perché: di chi altro sarebbe, vivaddio? Viceversa, mi risulta dalla doverose letture al riguardo, che i territori rivieraschi adriatici, alias "balcanici", sono stati a lungo territori italiani, per quanto controversi, o magari romani o per secoli "veneti" (o veneziani: Benetke, "Marko" Polo! Ma come si chiamerebbe, allora, la Riva degli Schiavoni?) con scuole, monumenti, amministrazione e lingua italiana; da Pola a Capodistria, Fiume e Zara, giù fino a Sebenico e Ragusa (Dubrovnik!).

Non mi risulta invece che a Trieste e dintorni "giuliani", men che meno veneziani, fosse mai esistita un’amministrazione "slava", visto che la Jugoslavia, come la sua lingua, se è mai esistita, è stata un’invenzione ultra-nazionalista di Tito, cancellata dalla sua morte. Oppure c’è forse qualcuno che può onestamente rimpiangere quei 40 giorni (anzi, 44, ognuno col peso che ebbe!) da sfrenato incubo criminale in cui Trieste fu lasciata inerme alla mercè delle colonne ("rughe") titine che la invasero, dirette all’Isonzo, piuttosto che al Piave o all’Adige, sotto il naso degli occupanti Neo-zelandesi, a guerra finita, al grido: Trst je nas?

Chi ha detto che le guerre (come i cartelli) non possono essere scritte da chi le ha perse? Ma nessuno ha niente da dire?

Bruno Benevol

La Mailing List Histria ha il piacere di inviarVi periodicamente una minirassegna stampa sugli avvenimenti più importanti che interessano gli Esuli e le C.I. dell' Istria, Fiume e Dalmazia, nonché le relazioni dell'Italia con la Croazia e Slovenia.

Si ringrazia per la collaborazione l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Gorizia e l’Università Popolare di Trieste

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :

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