N. 822 – 21 Aprile 2012

Sommario

252 - Il Tempo 15/04/12 Il Caso - Roma : Dimenticata la comunità dalmata istriana (S.N.)

253 - Il Piccolo 21/04/12 Esuli, Vigini eletta al vertice dell'Irci - La nuova presidente: «Un onore alla memoria di mio padre». (Fabio Dorigo)

254 - Gazzetta di Mantova 20/04/12 Mantova: Un giardino per ricordare tutti i martiri delle foibe

255 - Il Piccolo 17/04/12 Intervento di Caterina Martinoli - Gli indennizzi per gli esuli patrimoniale ante litteram

256 - Il Giornale 15/04/12 C'è chi specula sulla bufala degli infoibati «fantasma» (Fausto Biloslavo)

257 - La Voce del Popolo 18/04/12 Vincitori del concorso sull'esodo indetto dalla Regione Liguria in visita a Fiume - «Le generazioni cambiano, i ricordi restano» (Patrizia Brnčić - Tamara Tomić)

258 - La Nuova Voce Giuliana 01/04/12 I giovani conoscono sempre meno la Storia e ancora meno quella adriatico (Fulvio Salimbeni)

259 - La Voce del Popolo 16/04/12 C'è chi tenta di «cambiare i connotati» anche al vescovo di Arbe, Pietro Gaudenzio (Giacomo Scotti)

260 – La Voce del Popolo 20/04/12 Pisino - La Consulta dei fedeli dell'Unione Italiana punta a rilanciare la dimensione religiosa della CNI (nr)

261 - La Voce del Popolo 14/04/12 Del si', del da, dello ja - Contro lo sciovinismo - fino in fondo (Milan Rakovac)

262 - La Voce del Popolo 14/04/12 Laurana: Una Comunità che risente molto della mancanza di una scuola (Patrizia Brnčić)

263 - La Voce del Popolo 21/04/12 Visignano, un piccolo museo all'aperto circondato da verdi e fertili campagne (Roberto Palisca)

264 - Il Piccolo 16/04/12 Mirella Serri nel suo libro "Sorvegliati speciali" ricorda anche quando Gianni Bartoli si ribellò a Torino all'idea di Trieste liberata dai titini (Gianni Oliva)

265 - Agenzia Ansa 20/04/12 Zagabria - Maresciallo Tito : Non incarna valori libertà e democrazia (Ansa)

266 - Il Piccolo 21/04/12 E la gente spazzò via il Muro di Gorizia per un giorno nel 1950 (Roberto Covaz)

267 - Il Piccolo 19/04/12 Lettere - Gorizia - I piani di Tito nel 1944 (Guido Mondolfo)

A cura di Stefano Bombardieri

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :

http://www.arcipelagoadriatico.it/

http://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

252 - Il Tempo 15/04/12 Il Caso - Roma : Dimenticata la comunità dalmata istriana

Il caso

«Dimenticata» la comunità dalmata istriana

È una ferita ancora aperta, nonostante l`impegno degli ultimi anni che ha inserito nei
viaggi della memoria anche le foibe, quella della comunità fiumana, dalmata,istriana che vive all`Eur nell`omonimo quartiere dal `45. Una comunità che vive e ricorda in dignitoso silenzio una tragedia dagli aspetti ancora ombrosi e che proprio a Roma ha trovato quell`accoglienza e quel rispetto a lungo ricercati. Premessa importante questa per capire la delusione della comunità che ancora aspetta una sede per il museo, o meglo per una «casa dell`esule» chiesto, promesso ma ancora vano e per il
convegno sulla cultura croata al museo della Civiltà romana all`Eur promosso dalla consigliera capitolina aggiunta per l`Europa, Tetyana Kuzyk. Proprio in quella sede infatti era stato chiesto uno spazio per la casa dell`esule. Il convegno è stato dunque avvertito come una provocazione da p arte della comunità. Una delusione raccolta dai due consiglieri comunali del Pdl, Federico Guidi e Andrea D e Priamo, legati personalmente alla comunità. «Ricordiamo alla consigliera di nazionalità ucraina che ha pro mosso l`evento inserendolo in una serie di celebrazione dell`Europa
dell`Est che a poche centinaia di metri dal luogo del convegno, sorge il quartiere
Giuliano Dalmata dove è forte e ramificata la presenza degli esuli Fiumani, Istriani, e
Dalmati che scelsero di lasciare le loro terre pur di rimanere italiani, conferite ancora aperte e con una memoria ben presente sulle tragedie dell`esodo e delle foibe - ricordano i due esponenti Pdl -. Ad oggi rimangono purtroppo irrisolte una serie di questioni che impediscono di chiudere la vicenda dei risarcimenti, di beni abbandonati
e di restituzioni, di sedi e di sostegni perle iniziative degli esuli. Reputiamo pertanto inopportuna la scelta di far svolgere ad un chilometro di distanza dall`ex Villaggio
giuliano dalmata una manifestazione simile oltretutto senza che nessuno abbia coinvolto le associazioni degli esuli, almeno in uno dei temi del convegno».
Una "gaffe" alla quale supplire. Magari con una sede per la Casa dell`esule.

S.N.

253 - Il Piccolo 21/04/12 Esuli, Vigini eletta al vertice dell'Irci - La nuova presidente: «Un onore alla memoria di mio padre».

Esuli, Vigini eletta al vertice dell’Irci

La nuova presidente: «Un onore alla memoria di mio padre».

De’ Vidovich: «Ha vinto la partitocrazia. Merito di Codarin»

di Fabio Dorigo

Insegnante di italiano della scuola media Dante di Trieste batte 10 a 2 professore emerito della Facoltà di Lettere dell’Università di Milano.

All’Irci (Istituto regionale per la cultura istriano-fiumano-dalmata) succede anche questo. L’assemblea generale dei soci, tenutasi il 19 aprile, ha incoronato presidente con 10 voti Chiara Vigini che prende il posto dell’ex rettore Lucio Delcaro.

Rinnovato l’intero direttivo: l’unico sopravvissuto è Massimiliano Lacota, presidente dell’Unione degli istriani. Lo spettro "sinistro" di Stelio Spadaro, fin troppo evocato nelle scorse settimane, non si è materializzato.

A risolvere il rebus dell’Irci è stata la proposta di Lorenzo Rovis, presidente dell’Associazione Comunità istriane.

L’altro candidato in corsa, il professore Giorgio Baroni (ritornato a Trieste dopo una lunga docenza milanese), ha ottenuto solo due voti. A proporlo è stata l’architetto Gianna Duda Marinelli della Società istriana di archeologia. Un solo voto (quella della fondazione dalmata) a Giuseppe Cuscito, altro professore ma dell’Università di Trieste.

I vertici dell’istituzione culturale degli esuli si tinge così per la prima volta di "rosa shocking". Anche la vicepresidenza sarà al femminile. Di prassi spetta al vicesindaco di Trieste, quindi a Fabiana Martini, che però ha già fatto sapere che indicherà Maria Masau Dan, la superdirettrice dei musei cittadini.

Il motivo è chiaro: l’intenzione di portare avanti il progetto di integrazione del Civico Museo della Civiltà Istriana Fiumana e Dalmata gestito dall’Irci con le altre istituzioni cittadine. Segretario è stato nominato lo storico Raoul Pupo che prende il posto di Lorenzo Rovis.

Chiara Vigini, nata a Trieste il 1 gennaio del 1960, è figlia d’arte. Il padre Arturo, assessore comunale e consigliere regionale della Democrazia cristiana (variante morotea), è stato tra i promotori della legge regionale che ha portato alla nascita dell’Irci nel 1984 e poi il primo presidente dell’istituto dal 1988 al 2000. Chiara Vigini lo conosce bene avendovi collaborato dal 1994 al 2002 persino da segretaria. «È un grande onore per me e un omaggio alla memoria di mio padre» ha dichiarato ieri mattina mentre era con una scolaresca in visita alla Foiba di Basovizza. Un buon inizio. La nuova presidente ha parole di elogio per Spadaro di cui, in una lettera al Piccolo, aveva persino appoggiato la candidatura. «Conosco poche persone oneste come lui. Forse i tempi non erano maturi per lasciare spazio a lui». Che vista l’età di Spadaro, che resta nel direttivo delegato dalla Provincia, non matureranno mai. E lui, da signore di sinistra, ricambia: «Chiara Vigini è un’ottima scelta».

Non così la pensano tutti. Renzo de’ Vidovich, onorevole e presidente dei dalmati, mastica amaro. «Ha vinto la partitocrazia. Il Pd ha conquistato l’Irci. La Vigini era membro del comitato elettorale di Cosolini» tuona l’onorevole attaccando Renzo Codarin (che lascia il posto in direttivo a Livio Dorigo). Il presidente della Federazione degli esuli prima ha candidato Spadaro e poi si è rassegnato al colpo di coda moroteo della Dc (per de ’Vidovich la Balena Bianca non è mai morta). «E tutto per una poltrona di EstEnergy». Un tradimento. Pure incomprensibile visti i valori in campo. «Uno a dieci: c’era due professori universitari e abbiamo scelto un’insegnante di scuola media inferiore che si è laureata a 40 anni e la cui tesi è stata respinta dal professore Cuscito» dice impietoso de ’Vidovich. «Peccato che abbia messo al mondo tre figli» le fa da avvocato Lorenzo Rovis.

Il primo problema della nuova presidente sarà ricucire il rapporto con i volontari che attualmente garantiscono l’apertura del museo di via Torino e che hanno già fatto sapere di non volere lavorare con lei.

«Per quanto sappiamo bene che il volontariato sia meritevole, esso è poco opportuno o dev’essere temporaneo» ha scritto Chiara Vigini in una lettera al Piccolo. I volontari non hanno apprezzato. E neppure capito.

254 - Gazzetta di Mantova 20/04/12 Mantova: Un giardino per ricordare tutti i martiri delle foibe

Lungolago Mincio

Un giardino per ricordare tutti i martiri delle foibe

Un giardino intitolato ai martiri delle foibe e ai profughi istriani, fiumani e dalmati per riparare ad un torto della storia. «È un bel giorno per Mantova» sintetizza il sindaco Nicola Sodano dopo aver scoperto la targa che dedica lo spazio verde all’imbocco di via San Giorgio, all’inizio di lungolago Mincio, alle vittime della purga antitaliana nell’ex Jugoslavia a cavallo degli anni ‘40. Un gesto che rende onore a quei protagonisti, loro malgrado, dimenticati per lungo tempo dalla storia e dall’opinione pubblica. «Abbiamo mantenuto la promessa fatta nel 2011 in consiglio comunale» sottolinea il primo cittadino. «Ringrazio Sodano e il consiglio comunale - dice commosso Sergio Blasevich, uno della folta comunità di esuli arrivata a Mantova nel 1948 - per aver mantenuto una promessa disattesa da altre amministrazioni». Alla cerimonia sono intervenute le associazioni combattentistiche e d’armi (lagunari, marinai, alpini). Dopo l’inno di Mameli diffuso dalle altoparlanti e l’intervento del sindaco, Rosella Santoro, ex profuga da Lussino (Dalmazia), ha letto una straziante testimonianza di un’anonima esule istriana.

Sulla vicenda delle foibe è difficile trovare non solo una memoria condivisa ma anche la volontà di ricordare quella pagina buia: a testimoniarlo è l’assenza dei consiglieri comunali del centrosinistra e la sparuta presenza dei colleghi di centrodestra (c’erano solo Catia Badalucco del Pdl, peraltro figlia di esuli e il leghista Tiziano Comini con il suo assessore Chizzini). «Non c’è nulla di politico nella nostra assenza - dicono all’unisono Buvoli, capogruppo del Pd e Murari, segretario cittadino del partito - perché condividiamo il ricordo»; però, confessa, Murari, «non avevamo organizzato la nostra presenza». E così, non resta che raccogliere la commozione e l’orgoglio degli ex esuli. «Finalmente - dice Ennio Blasevich, 76 anni, fiumano - hanno reso omaggio a tutte le vittime di quei terribili giorni in Istria e a chi scelse di essere italiano». «È un piccolo risarcimento per le nostre sofferenze» afferma Rosella Santoro, il cui padre, finanziere a Lussino, fu preso dai titini: «Affondò con la nave finita su una mina, mentre veniva trasferito a Pola - ricorda - mia madre, sola e con 4 figli, ci portò in Italia. Il dopo è stato duro».

255 - Il Piccolo 17/04/12 Intervento di Caterina Martinoli - Gli indennizzi per gli esuli patrimoniale ante litteram

Gli indennizzi per gli esuli patrimoniale ante litteram

INTERVENTO DI CATERINA MARTINOLI

Egregio professor Monti, sono costretta a rivolgermi a lei, per pregarla di inserire nell’elenco, lunghissimo, dei disordini interni, il problema dimenticato (volutamente?) degli esuli giuliano-dalmati, dopo il trattato di pace Italia-Jugoslavia, firmato a Parigi il 10 febbraio 1947.

Si ha il dovere di ricordare senza rimaner ostaggi del passato, ha detto qualcuno. È vero! Ma siccome alcuni fatti del passato non sono stati mai rivelati né risolti, come le ingiustizie e gli abusi subiti dagli esuli per leggi inventate da maldestri o politicizzati ministri italiani e per leggi incostituzionali applicate da vinti e vincitori, oggi, dopo circa 60 anni devono venir rivelate e risolte, basta che ci sia la volontà di farlo, da ambo le parti, oramai tutti riuniti nella Comune casa Europea. Il che vorrebbe dire: per l’Italia, la restituzione del prestito imposto agli esuli meno gli importi ricevuti come indennizzo, più gli interessi maturati dalla prima legge a oggi.

Per Croazia e Slovenia, eredi dei pasticci jugoslavi, la restituzione dei beni confiscati.

Il Trattato di pace con la Jugoslavia di Tito, Parigi febbraio 1947, imponeva all’Italia, sconfitta, di pagare circa 120 milioni di dollari per riparazioni belliche. Non è noto come si sia arrivati, né con quali accordi o leggi, a barattare il valore dei beni degli esuli, e diffalcarli dal debito di guerra, senza interpellare i titolari di questi beni.

Comunque nel 1956 il Parlamento decise di varare una legge per indennizzare questi titolari di beni nazionalizzati dalla Jugoslavia e utilizzati dal governo italiano, partendo dal valore del bene al 1938 moltiplicato per coefficienti di rivalutazione scalari. Una patrimoniale estrema ante litteram con coefficienti di rivalutazione irrisori, confrontati con i calcoli Istat di quei tempi.

Sembrò un’attenzione generosa verso i meno abbienti, ma in realtà non c’era soldi sufficienti per coprire tutto il prestito forzato e così, malgrado i vari indennizzi successivi, i più abbienti di allora, oramai non molti i sopravvissuti e alcuni senza pensione, da 56 anni, aspettano il conguaglio giusto e definitivo. Assurdo e vergognoso perché è stato imposto questo sacrificio, la perdita del patrimonio di famiglia (case, terreni, aziende), solamente ad alcune centinaia di migliaia di persone al posto dell’intera nazione.

Ora certo il momento è difficile, ma da sessant’anni è sempre stato così; non è mai stato il momento di saldare il debito con gli esuli, manipolati da destra e da sinistra. Credo che essi abbiano diritto a una risposta concreta, non ideologica né pre-elettorale, prima che altri Paesi della ex Jugoslavia entrino in Europa senza aver prima risolto il problema dell’appropriazione indebita dei beni degli esuli, resa possibile da leggi incredibili come quelle sull’opzione e sulle confische.

Opzione: Tito nel 1947 firmando il trattato di pace con l’Italia, si impegnò a rispettare gli italiani residenti nelle terre occupate e i loro beni. Dichiarò poi, che tutti i cittadini residenti nelle terre conquistate, sarebbero diventati automaticamente cittadini jugoslavi, però con la facoltà di optare per mantenere la propria nazionalità. Nessuno all’epoca pensò che quella facoltà sarebbe diventata l’inizio di una immane tragedia (esodo, foibe, condanne, violenze) e tanti anni dopo, il principale ostacolo alla possibilità di ottenere la restituzione dei beni, secondo la legge croata, subdolamente varata nel 2002.

Confische: dopo il Trattato di Pace furono nazionalizzate le proprietà degli italiani che avevano scelto di uscire dalla Jugoslavia con l’opzione, e quelle della media e alta borghesia jugoslava, ma senza poter esser messe in vendita, per impegno sottoscritto. Fu l’élite di Tito che riuscì a risolvere il problema, avendo notata la stupenda costa da Capodistria all’Albania costellata di incantevoli isole. Scelta la casa o la villa o il palazzo di proprio gradimento, veniva inventata una denuncia contro l’intestatario del bene, seguita da una immediata condanna come nemico del popolo che portava alla confisca dei beni. E i beni confiscati potevano venir messi in vendita dai comuni di appartenenza, previa asta (fasulla). Ora, questi beni così comperati, secondo le leggi vigenti nei paesi eredi della ex Jugoslavia, non possono esser oggetto di riscatto perché all’attuale proprietario spetta sia riconosciuta la presunta buona fede nell’acquisto.

Prima che tutti i protagonisti di questa triste e tragica storia se ne siano andati (io ho 87 anni), amareggiati e delusi dal proprio paese, sarebbe bello veder la compagine etico–tecnica affrontare e risolvere questa importante e delicata questione, come esempio di vera democrazia, di diritti umani, di rispetto reciproco.

256 - Il Giornale 15/04/12 C'è chi specula sulla bufala degli infoibati «fantasma»

C’è chi specula sulla bufala degli infoibati «fantasma»

di
Fausto Biloslavo

L'ultima trovata dei negazionisti è l'accusa di «moltiplicazione degli infoibati» con le onorificenze concesse ai parenti delle vittime di Tito ogni 10 febbraio, Giorno del Ricordo dell'esodo istriano, fiumano e dalmato. Per fortuna, però, anche nelle ultime roccaforti di chi vuole ridurre a una bagatella il massacro delle foibe comincia a cambiare la musica.

Claudia Cernigoi, riduzionista delle violenze titine, ha pubblicato sul sito del Coordinamento nazionale per la Jugoslavia l'ennesima accusa: «Miracolosa moltiplicazione degli "infoibati" a Trieste».

Secondo lei nel corso delle celebrazioni del Giorno del Ricordo nel capoluogo giuliano almeno due delle cinque vittime dei titini «erano già stati insigniti» dell'onorificenza concessa dallo stato italiano. Cernigoi ne denuncia i nomi: «Antonini Antonino, avvocato, già insignito nel 2011 a Trieste. Sempre tramite la figlia Antonini Maria Novella - Ghersa Giulio, militare, già insignito a Trieste nel 2009 e nel 2011, nel 2011 tramite Ghersa Giulio, nel 2012 tramite le figlie Ghersa Onorina e Mirella e la nipote Beatrice.

Non è la prima volta che le onorificenze vengono conferite più volte alla stessa persona». Forse la Cernigoi non ha letto la legge del 2004 che prevede «a titolo onorifico senza assegni, una apposita insegna metallica con relativo diploma» ai parenti degli infoibati, trucidati o scomparsi per mano delle milizie titine «dall'8 settembre 1943 al 10 febbraio 1947 in Istria, in Dalmazia o nelle province dell'attuale confine orientale».
Non solo: nell'articolo 3, comma 1, si specifica che l'onorificenza si può concedere

«al coniuge superstite, ai figli, ai nipoti e, in loro mancanza ai congiunti fino al sesto grado». Non c'è moltiplicazione degli infoibati: si riconosce il ricordo, mancato per oltre mezzo secolo, a più familiari. «Dopo un lungo oblio questa onorificenza, che non ha alcun valore pecuniario, era stata concordata da tutti, ma ci sono ancora strumentalizzazioni - ribatte al Giornale Giulio Ghersa, uno dei parenti insigniti e chiamati in causa -. La vittima resta una. Semplicemente vengono riconosciuti diversi parenti, come prevede la legge».


Altri due «negazionisti» o riduzionisti delle foibe, Alessandra Kersevan e Davide Conti, invitati a Reggio Emilia in contrapposizione al Giorno del Ricordo, sono stati contestati dal loro pubblico. Dopo aver ascoltato solo le nefandezze compiute dagli italiani in Jugoslavia durante la seconda guerra mondiale, Ettore Borghi, ex partigiano, funzionario dell'Anpi, ricorda anche i connazionali della resistenza ammazzati dai titini.

La Kersevan si indispettisce sbottando: «Non so se sia valsa la pena fare 400 chilometri per venir contraddetta così».

La sala rumoreggia infastidita con i relatori e l'ex partigiano tenta di leggere versi di Biagio Marin sulla Venezia Giulia. Viene stoppato con la tesi che Marin aveva sposato la versione «italiana» del dramma delle foibe.

257 - La Voce del Popolo 18/04/12 Vincitori del concorso sull'esodo indetto dalla Regione Liguria in visita a Fiume - «Le generazioni cambiano, i ricordi restano»

Vincitori del concorso sull'esodo indetto dalla Regione Liguria in visita a Fiume
«Le generazioni cambiano, i ricordi restano»

Gli alunni liguri, vincitori dell’undicesima edizione del concorso indetto dal Consiglio regionale della Liguria "Gli italiani autoctoni di Venezia Giulia e Dalmazia; i diversi profili della tragedia dell’esodo; esuli e rimasti. Due diversi modi di essere ‘stranieri in patria’", in viaggio di studio per non dimenticare le radici e i percorsi storici degli italiani di queste terre, hanno fatto ieri tappa a Fiume. Il concorso, realizzato in collaborazione con l’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), è stato istituito nel 2004 con l’intento di mantenere vivo il ricordo delle vicissitudini avvenute nei territori dell’ex Jugoslavia e far comprendere, specialmente ai giovani, che l’odio etnico e politico non deve trovare spazio nella società moderna. Nella prima giornata del loro percorso formativo, la comitiva ha visitato i sacrari di Gorizia, per poi raggiungere Trieste e Monrupino, dove gli studenti hanno avuto modo di apprendere sulla storia delle foibe e della Risiera di San Sabba.


VISITA AL LICEO I ragazzi, che hanno raggiunto il capoluogo quarnerino accompagnati dalla loro professoressa e dai consiglieri regionali Roberto Bagnasco e Aldo Siri, dal fiumano esule Enrico Radmann e da Fulvio Mohoratz, presidente della sezione ligure dell’ANVGD, sono stati accolti in mattinata presso la Scuola Media Superiore Italiana di Fiume (SMSI) dalla preside Ingrid Sever. Nel corso della visita la preside ha illustrato ai graditi ospiti quello che fu l’esodo e l’importanza del mantenimento dell’identità nazionale, come pure la formazione di un nuovo spirito europeo.


CIANFARANI: «INIZIATIVA APPREZZATA» La visita è proseguita al Consolato generale d’Italia a Fiume, dove gli amici liguri hanno incontrato il console generale d’Italia a Fiume, Renato Cianfarani e la sua vice Perina Fabris. "La vostra è un’iniziativa molto apprezzata dal ministero degli Esteri – ha detto nel corso del ricevimento il console Cianfarani –. Bisogna coltivare costantemente la memoria e non dimenticare gli eventi, errori umani e politici, che hanno portato in queste terre ai cambi incessanti dei confini, perché le generazioni cambiano, ma i ricordi rimangono".


LA TAPPA A PALAZZO MODELLO Nel pomeriggio la delegazione ha fatto tappa a Palazzo Modello, dove la presidente della CI di Fiume, Agnese Superina, ha accolto nella sede della Comunità degli Italiani di Fiume i ragazzi ricordando che "la storia della nostra comunità vanta una lunga tradizione dato che siamo presenti sul territorio dal 1946. Siamo inoltre la Comunità degli Italiani più grande delle complessive 52 presenti in Croazia e Slovenia". Allo scopo di fare conoscere ai ragazzi liguri la realtà nella quale opera la minoranza italiana a Fiume, la presidente del sodalizio ha sottolineato l’importanza dello status che detiene la nostra comunità etnica, ossia quello di minoranza autoctona, dal momento che la Comunità Nazionale Italiana risulta presente da sempre su questo territorio. L’importanza di mantenere viva la lingua e la cultura italiane è il filo conduttore che anima tutte le istituzioni italiane presenti a Fiume e in particolare gli istituti di formazione in lingua italiana della città, che hanno il compito di istruire le nuove generazioni ma anche quello di trasmettere loro la storia dell’italianità a Fiume, che fa parte da sempre dello spirito multietnico della città. Agnese Superina ha ricordato poi il ruolo svolto dagli asili, dalle quattro scuole d’obbligo, dalla Scuola media superiore italiana di Fiume e dal Dipartimento di Italianistica dell’Università di Fiume che insieme contribuiscono con i propri programmi didattici al mantenimento della cultura italiana sul territorio.


TRILINGUISMO Agnese Superina non ha mancato di ricordare neppure le peculiarità di queste terre, tra cui il "trilinguismo", che per tanti rappresenta il modo di comunicare quotidiano. "Noi a Fiume non siamo soltanto bilingui, dato che accanto alla conoscenza dell’italiano e del croato parliamo anche il dialetto fiumano", ha sottolineato aggiungendo che "i matrimoni misti e l’incontro tra varie culture fanno parte della quotidianità fiumana". Al termine dell’incontro ha ricordato inoltre i programmi e le iniziative delle CI di Fiume, con un grande coinvolgimento dei giovani che puntano al mantenimento del dialetto italiano.
Nei giorni successivi la comitiva ligure raggiungerà le città di Pola, Parenzo e Rovigno. Il loro viaggio si concluderà questo fine settimana a Montegrotto Terme, in provincia di Padova, in occasione del Cinquantesimo raduno dei Fiumani.

Patrizia Brnčić
Tamara Tomić

258 - La Nuova Voce Giuliana 01/04/12 I giovani conoscono sempre meno la Storia e ancora meno quella adriatico

I GIOVANI CONOSCONO SEMPRE MENO LA STORIA E ANCORA MENO QUELLA ADRIATICA

Pregando il lettore ai credere che quanto segue è vero, ecco alcune scoperte fatte agli esami di storia contemporanea dall'autore di queste considerazioni:

Trieste confina con la Bosnia-Erzegovina;

dopo la Grande Guerra Trento e Trieste sono rimaste all'Austria-Ungheria perché l'Italia era stata sconfitta;

la "vittoria mutilata" del 1918 è stata definita tale perché all'Italia, pur vittoriosa, non furono assegnate né Trento né Trieste...

e si potrebbero riempire pagine e pagine di simili orrori anche relativamente alla storia generale, risultato del degrado inarrestabile della conoscenza storica tra i giovani.


Allora, piuttosto che perdere tempo a discutere su chi debba essere il nuovo presidente dell'IRCI - a nostro avviso nulla opponendosi alla candidatura d'una persona seria e rispettabile studioso quale Stelio Spadaro, che negli anni Ottanta da assessore alla cultura della Provincia varò una pregevole collana di monografie sulla storia delle diverse letterature compresenti nella Trieste moderna e contemporanea e ora sta pubblicando validi studi sulla cultura democratica ed europeista giuliana, l'ultimo dei quali recensito nel precedente fascicolo di questa rivista -, sarebbe bene che ci s'impegnasse a fondo a mettere l'Istituto, come a ragione ha suggerito Chiara Vigini in una segnalazione apparsa nel "Piccolo" del 25 marzo scorso, nelle condizioni migliori per dedicarsi al proprio compito istituzionale - com'era chiaro sin dall'inizio al suo fondatore, Arturo Vigini - di fare ricerca, corretta divulgazione verso l'opinione pubblica e rigorosa formazione verso il mondo della scuola, che ne ha estremo bisogno.

Il collasso del sapere storico negli ultimi decenni è stato provocato, infatti, un po' dal sempre più ridotto spazio riservato a tale disciplina nei programmi, un po' dal drastico ridimensionamento o dalla soppressione delle strutture concepite per la formazione e l'aggiornamento dei docenti e molto dal fatto che la cultura, ammesso la si possa definire tale, dominante, schiacciata sul presente, propone esclusivamente modelli di facile successo e ignora quelli che un tempo erano definiti i valori spirituali, donde la carenza di validi punti di riferimento tra gli studenti e l'incapacità, nella maggior parte dei casi, di pensare storicamente, scadendo troppo spesso in uno sterile nozionismo e nella vaga genericità della storia mondiale o World Hìstory, come oggi è di moda definirla.


Eppure i programmi di storia, del 1997, del ministro Berlinguer, pur con taluni limiti, prevedevano uno spazio specifico per la storia locale, concepita, se è lecito il gioco di parole non in termini angustamente localistici e in contrapposizione a quella generale, bensì come approfondimento in una prospettiva localizzata, vedendo i fenomeni macrostorici in un ben definito contesto spazio- temporale e valutando la risposta e la reazione a essi delle peculiari realtà microstoriche, cogliendo tale processo nelle sue dialettiche articolazioni e relazioni.

Avendo ciò presente, non sarebbe difficile svolgere un discorso del genere nel caso adriatico, che si presta magnificamente a ciò. Del resto, è da anni che il Comitato provinciale di Udine dell'ANVGD, per merito di Silvio Cattalini, organizza corsi annuali, pluridisciplinari, aperti a tutti, di storia della civiltà giuliana e dalmata concepiti in tale ottica, mentre dal prossimo anno accademico è previsto che essi divengano un vero e proprio corso libero universitario, indirizzato in primo luogo a docenti e studenti.


Qualche cosa del genere, d'altronde, era già prevista nella riforma Gentile della scuola, che riconosceva piena dignità - come s'è già avuto occasione di ricordare più volte nel passato - alla storia locale, pensata come introduzione a quella nazionale, essendo ritenuto assurdo che un giovane, almeno in teoria, sapesse tutto delle vicende generali, ignorando, invece, quelle dell'ambiente natio e le loro correlazioni con la storia patria, donde la stesura di specifici manuali come quello del Leicht per il Friuli e di Baccio Ziliotto per la Venezia Giulia. Che poi il fascismo abbia eliminato tali lungimiranti e innovative indicazioni metodologiche non è affatto casuale, ma oggi esse andrebbero riprese e valorizzate in pieno.


Taluni strumenti bibliografici, già ricordati in un precedente intervento, sono disponibili, mentre altri potrebbero essere presto e facilmente essere messi in cantiere. Senza contare che uno dei prossimi seminari nazionali annuali del MIUR potrebbe essere dedicato proprio all'analisi e discussione di questi aspetti teorici e alla storia della storiografia in materia, così da fornire una solida base concettuale a chi in concreto dovrà occuparsi di far comprendere agli allievi le intrinseche relazioni tra storia giulina, fiumana e dalmata, in una parola adriatica, e quella nazionale ed europea, che oggi deve essere il vero scenario in cui collocarla, se davvero la si voglia intendere e spiegare fuori da qualsiasi genere di forzature

Fulvio Salimbeni

259 - La Voce del Popolo 16/04/12 C'è chi tenta di «cambiare i connotati» anche al vescovo di Arbe, Pietro Gaudenzio

Nacque nel 1572 a Spalato dove fu canonico
e poi primicerio del capitolo della cattedrale fino al 1636
C’è chi tenta di «cambiare i connotati» anche al vescovo di Arbe, Pietro Gaudenzio

Pietro Gaudenzio è uno dei tanti dalmati dei quali si sa poco, e poco si fa per farlo conoscere meglio. È un personaggio da inserire nel novero degli uomini illustri della regione. Rampollo di una famiglia che diede alcuni eruditi ed ecclesiastici di rango superiore, nacque nel 1572 a Spalato dove fu canonico e poi primicerio del capitolo della cattedrale dal 1602 al 1636, anno in cui fu nominato vescovo di Arbe e trasferito nel capoluogo di quell’isola, dove si spegnerà nel 1663, dopo ventisette anni di servizio.
A fornirci queste notizie è la studiosa Lovorka Čoralić, dell’Istituto croato di storia, la quale – a giudicare anche da altri saggi da lei firmati negli ultimissimi anni – nelle sue ricerche privilegia personalità della costa orientale dell’Adriatico, soprattutto quelli di cultura veneto-italiana, con l’intento di trasferirli nella "cerchia culturale croata"; lo fa semplicemente cambiando loro i connotati: croatizza i nomi di battesimo e, quando le riesce, anche i cognomi. È successo anche nel caso di Pietro Gaudenzio, il cui nome viene sempre da lei scritto Petar e il cognome Gaudencije, mentre in un caso addirittura addita la possibilità (sia pure tra parentesi) di chiamarlo Petar Radovčić!
A parte questo, le siamo grati per aver messo insieme le notizie sparse in varie carte su Pietro Gaudenzio e di averne aggiunte altre tratte dagli archivi, rendendo noto il tutto nel fascicolo doppio XLIII-XLIV della pubblicazione "Vjesnik" dell’Archivio di Stato di Fiume. Dal quadro complessivo esce un personaggio che, secondo la Čoralić, si inserisce degnamente nel "passato ecclesiastico e culturale croato", mentre per noi quel personaggio si muove costantemente e interamente nel macrocosmo veneto-italiano di cui all’epoca faceva parte il microcosmo dalmata. E, diciamo subito, è un personaggio che potrebbe anche non piacere.
Dicevamo che oggi si sa poco o nulla del vescovo Gaudenzio. Non fu sempre così. Lo ricordarono Daniele Farlati, nel V volume (1775) del poderoso Illyricum sacrum, lo storico A. Ciccarelli, nel libro "Osservazioni sull’isola della Brazza e sopra quella nobiltà", edito nel 1802, e Simone Gliubich, nel "Dizionario biografico degli uomini illustri della Dalmazia", del 1856. In tempi successivi del personaggio si appropriarono gli studiosi croati per arricchire la galleria dei loro uomini illustri, e qui alludiamo soprattutto agli storici Grga Novak, Ivan Ostojić e Srečko Karaman. Quest’ultimo fu il primo, in uno scritto del 1890, a suggerire la forma Radovčić per il cognome Gaudenzio, intitolando un suo articolo, apparso quell’anno sul periodico "Narod", così: "Gaudenzio Petar (Radovčić)".
Nel 1602 Pietro Gaudenzio fa la sua prima comparsa a Roma, dove diventa subito socio della Confraternita di San Girolamo dell’Urbe. Ve lo ritroviamo nuovamente nel 1606-1607, quando vi fu mandato dal Capitolo spalatense, per chiarire certi contrasti con l’arcivescovo dalmata Marcantonio De Dominis, il grande filosofo e scrittore che proprio a Roma finirà tragicamente i suoi giorni accusato di eresia, nella prigione di Castel Sant’Angelo. Pare che Gaudenzio fosse uno zelante papista al servizio del Sant’Ufficio. Sta di fatto che nel 1619, a Spalato, fu testimone di accusa contro il concittadino Agostino Capogrosso, condannato dall’Inquisizione veneta per adesione al protestantesimo (il poveraccio avrebbe semplicemente confessato di non frequentare la Messa e che non gli piaceva troppo confessarsi, tutto qui). Quello stesso anno, nel 1619, Pietro Gaudenzio tornò a Roma dove si diede da fare per ricostituire il Collegium Illyricum di Loreto; vi andavano a studiare i futuri sacerdoti dalmati.
I successivi 23 anni trascorsi a Spalato non eccellono particolarmente nella vita di Gaudenzio, ma i buoni rapporti con Roma e con i prìncipi della Chiesa gli fruttarono dapprima la nomina a primicerio del Capitolo spalatense nel 1636 e, nello stesso anno, quella di vescovo con decreto di papa Urbano VIII del 3 marzo. Ad Arbe, alla testa della diocesi, rimarrà per 28 anni fino alla morte. Lasciò un testamento – che forse un giorno pubblicheremo - dettato, anzi scritto, in un perfetto italiano. E non si firmò certamente Radovčić, ma Gaudenzio!

Giacomo Scotti


260 – La Voce del Popolo 20/04/12 Pisino - La Consulta dei fedeli dell'Unione Italiana punta a rilanciare la dimensione religiosa della CNI

Prima riunione a Pisino: scelti i patroni e fissate le direttrici d'azione
La Consulta dei fedeli dell’Unione Italiana punta a rilanciare la dimensione religiosa della CNI

PISINO – Nucleo organizzativo dei fedeli dell’Unione Italiana: così è stata definita la Consulta dei fedeli dell’UI. L’iniziativa per giungere alla fondazione della Consulta, intesa quale organizzazione incentrata sulle problematiche religiose e dei fedeli della CNI, è stata approvata dall’Assemblea UI già nel 2008. La prima riunione di quest’organizzazione, il cui lavoro sarà di competenza dell’Assemblea dell’Unione Italiana, si è tenuta nella sede della Comunità degli Italiani di Pisino. I membri della Consulta sono tre: la fondatrice Zelinda Štrkalj, della Comunità degli Italiani di Pirano, Gianfranco Abrami della CI di Umago e Denis Visintin, della CI di Parenzo. L’organizzazione è sotto l’ingerenza di Rosanna Bernè, titolare del settore Rapporti con le CI e attività sociali, religiose e sanitarie della Giunta UI.

LA MADONNA DEL MONTE DEL CARMELO Il gruppo operativo della Consulta ha scelto come suoi patroni La Madonna del Monte del Carmelo, che ricorre il 16 luglio e corrisponde anche alla data di ricostituzione dell’Unione Italiana, avvenuta a Fiume nel 1991. Quindi il Beato Francesco Bonifacio, nato a Pirano, martoriato a Villa Radossi, tra Grisignana e Momiano e beatificato a Trieste il 4 ottobre del 2008.

RETE DI COLLEGAMENTO Compito principale della Consulta sarà quello di creare una rete organizzativa di collegamento tra i fedeli dell’Unione Italiana, indipendentemente dalle parrocchie a cui essi appartengono. Saranno organizzate messe in lingua italiana, celebrazioni dei due patroni della Consulta, altre celebrazioni patronali e diocesane e raduni, con il fine di fare incontrare e far conoscere i fedeli della CNI. Il compito fondamentale della Consulta sarà di far conoscere ai connazionali la problematica religiosa trattata, sensibilizzarli e soprattutto valorizzare i giovani e le famiglie, conservando così i valori autentici tradizionali.

CULTURA E TRADIZIONI La Consulta opererà affinchè i fedeli connazionali possano vivere in serenità la dimensione religiosa nella propria lingua, nella propria cultura e tradizione e opererà senza fini di lucro nei campi sociosanitario, dell’assistenza sociale, della beneficenza, dell’istruzione e della formazione e della tutela dei diritti civili e minoritari.

CASA PER L’ACCOGLIENZA DEL PELLEGRINO L’organizzazione si impegnerà pure nella promozione della cultura e dell’arte italiane, in studi e ricerche storiche, nell’organizzazione di manifestazioni, mostre, concerti e riunioni, nel promuovere e sostenere l’accoglienza di pellegrini con particolare attenzione ai disabili, nel promuovere iniziative tese alla realizzazione di una Casa per l’accoglienza del pellegrino e di un luogo di culto dedicato ai Santi locali, per poter valorizzare il luogo delle origini di questi, utilizzando i mezzi di comunicazione di massa per sensibilizzare l’opinione pubblica sui problemi religiosi dell’UI. La prima iniziativa sarà la pubblicazione del calendario delle messe in lingua italiana sul territorio e un’agenda giornaliera sulle pagine del nostro quotidiano. (nr)

261 - La Voce del Popolo 14/04/12 Del si', del da, dello ja - Contro lo sciovinismo - fino in fondo

Del si', del da, dello ja
Contro lo sciovinismo – fino in fondo

di Milan Rakovac

Fuck Italy!, Fašisti! Due graffiti comparsi a Rovigno che, almeno noi Istriani che non ammettiamo scherzi su questi temi, dobbiamo considerare con estrema serietà. Due graffiti che vanno condannati senza se e senza ma. Certo ci sono "miei" che non desiderano vedere l’insegna "Baderna-Mompaderno" – un’insegna che ancora non c’è! Ma dovrà esserci. È altrettanto chiaro che ci sono anche quelli che non gradiscono leggere "Villaggio del Pescatore – Ribiško naselje", ma dovranno leggerlo. QUESTA è l’Europa che da millenni portiamo nei nostri cuori e ora quando è giunto il momento per costruire con le nostre mani, almeno da Trieste a Pola, l’Europa come la intendiamo noi, LO FAREMO!
Ma perché dedicarci ad alcuni graffiti scritti sui muri istriani da una mano che non si vergogna di nulla e alle indicazioni stradali in lingua slovena cancellate con lo spray nei dintorni di Trieste? Perché questo approccio alla vita non prenda piede da queste parti. L’esempio dei dintorni di Trieste è altrettanto interessante, cioè è interessante la strana logica proposta in merito dal giornalista del Piccolo:
"La bretella che collega il Villaggio del Pescatore con la statale 14 è una provinciale, e quindi lì i cartelli li mette la Provincia. Che, sempre in ossequio alla sopracitata legge, ha pensato di far sapere ai profughi istriani e loro discendenti che per tornare a casa devono svoltare secondo la freccia che indica ‘Ribiško naselje’. Pare che non l’abbiano presa bene. E infatti di notte qualcuno con l’acido ha cancellato tutto". È interessante come vengono messi in correlazione fatti storici ed eventi attuali. O no? Ma l’autore non si ferma qui. Prosegue:
"Insomma, un frullato che serve (forse), ma che ha infastidito italiani, profughi e anche sloveni (di sicuro)". Una logica che non è "estranea" nemmeno in Istria; anche qui ce ne sono di estimatori tra noi, appartenenti alla maggioranza (e non soltanto tra i razzisti che scrivono i succitati graffiti!). A questa logica "patriottica" della "maggioranza" è estraneo, ovviamente, ogni "allontanamento" dall’idea portante: la tranquillità quotidiana è disturbata da tutte queste attenzioni per i diritti di alcune migliaia di appartenenti alle minoranze (gli Sloveni in Italia, gli Italiani in Slovenia e in Croazia) e ora dobbiamo sopportare questi loro "strani" nomi sulle insegne stradali! Perché come dice l’autore, pure in Italia queste insegne infastidiscono gli "italiani, profughi e anche sloveni" (????), così per gli autori dei succitati graffiti in Croazia ai "Croati, ai profughi e a mio nonno defunto… sicuramente danno fastidio tutti questi diritti "inutili" e questi problemi "marginali".
Un paio di sere fa a una bellissima cena dall’Ambasciatore d’Italia a Zagabria parlando con un alto ufficiale ci siamo trovati d’accordo sul fatto che mai dopo Venezia sull’Adriatico si sta creando un clima che contribuirà alla nascita di una nuova sana alleanza adriatica, a una sana alleanza slavo-latina sul Mediterraneo e a consolidare le basi europee per i nuovi rapporti in quest’area, rapporti senza in quali nessuna Europa è possibile.

Per questo noi sostenitori di una pura FRATELLANZA continuiamo a ripetere che questa ha per tutti noi un’importanza fondamentale. Spesso ripeto ai giovani dietini: Ragazzi, la Serenissima e l’antifascismo sono la base del mantenimento di questi popoli in Istria – degli Italiani, dei Croati, degli Sloveni e anche degli Austriaci che non ci riportano alla mente brutti pensieri! Convivenza veneziana e fratellanza antifascista: è la stessa storia. Del resto, FRATERNITÀ-bratstvo è l’anticipazione del SOCIALISMO SOSTENIBILE.

E lo dico pensando alle vecchie associazioni, alle CONFRATERNITE che erano permesse anche nella Serenissima da quella Venezia che a Capodistra aveva stabilito che gli studenti delle rinomate "12 accademie" dovevano imparare "ambe le due lingue slave", che vol dir sloven e croato. Altroché s’cinche. Ho esagerato ancora una volta, cari miei Istriani, soprattutto Italiani? Forse! Ma non vorrei che un giorno tornassimo a nasconderci gli uni dagli altri per poi ucciderci a vicenda soltanto perché il vicino è – L’ALTRO! È per questo che esagero, perché è pericoloso per tutti noi quando si sbeffeggia l’ALTRO, o quando si manipola con i suoi diritti; gli Sloveni in Italia, nei dintorni di Trieste e di Gorizia sono una "stirpe autoctona" come tutti gli altri, gli Italiani in Istria sono un POPOLO come i Croati e non una "minoranza".

Ma guarda un po’ (by Frassica)… finido ‘sto testo leggo che i turbofascisti croati i ga messo sul cimitero marittimo a Pola i fiori per l’anniversario della NDH. A adesso ‘speto che qualchedun prepari l’anniversario della Marcia su Roma o qualcosa del genere… Grazie al Cielo il Glas Istre ha smantellato questa compagine di matrice fascista, l’ha fatto su ben due pagine. Ed è proprio di questo che scrivo oggi: compagini simili devono essere smantellate… sempre…
E per chiudere una bella notizia: il governo croato ha vietato il raduno internazionale dei giovani fascisti che doveva tenersi a oggi a Zagabria

262 - La Voce del Popolo 14/04/12 Laurana: Una Comunità che risente molto della mancanza di una scuola

A colloquio con il presidente del sodalizio di Laurana della nostra etnia, Fausto Abram
Una Comunità che risente molto della mancanza di una scuola

I connazionali di Laurana hanno sempre costituito un gruppo importante nell’ambito delle Comunità degli Italiani di Abbazia e di Fiume, ma nel 1993, spinti dalla necessità di riunire nella loro cittadina tutti quei membri che fino ad allora gravitavano sugli altri due sodalizi del Quarnerino, sentirono il bisogno di promuovere l’istituzione di una sede tutta loro, un luogo dove incontrarsi e parlare dei problemi quotidiani.

GLI ESORDI A farsi promotore dell’iniziativa fu la prof.ssa Cecilia Zuani. All’epoca gli iscritti alla Comunità degli Italiani di Laurana erano oltre 200. Oggi, invece, il numero dei soci si è ridotto, arriva a malapena a 180, e per la maggior parte si tratta di persone anziane. Abbiamo cercato di capirne il motivo con il presidente del sodalizio lauranese, Fausto Abram, il quale ci ha accolto nella sede della CI: una stanzina di soli 16 metri quadrati, messa a disposizione dal Comune nella villa che ospita la locale Casa di cultura.

"Il nostro è un sodalizio che, vista la data di fondazione, si presenta giovane, ma è vecchio e senza prospettive se si considera l’età media dei suoi soci, che è piuttosto avanzata – ci spiega il presidente, non nascondendo una vena di pessimismo –. Purtroppo gli anziani muoiono, i giovani non arrivano e il perché della mancanza di un ricambio generazionale lo potete intuire da soli; tutto quello che abbiamo loro da offrire è quest’ufficio, tra l’altro difficile da raggiungere anche per i nostri anziani, perché è situato ai piani alti del palazzo e soprattutto perchè dista molto dal centro di Laurana. Anche se ci fosse più interesse tra la gioventù, dunque, non avremmo gli spazi adatti per riunirci. In quest’ambiente si sta al massimo in dieci persone. I nostri giovani sono pochissimi, non abbiamo una scuola elementare italiana e nessun contenuto da offrire alle nuove generazioni".

UN PASSATO DA DIMENTICARE Nel corso degli anni Cinquanta del secolo scorso, infatti, come in tante altre località dell’Istria e del Quarnerino, anche a Laurana la scuola elementare italiana fu chiusa. Per un breve periodo gli alunni lauranesi di madrelingua italiana poterono proseguire gli studi all’elementare abbaziana. Quando però anche la scuola italiana di questa cittadina chiuse i battenti, i ragazzi si trovarono automaticamente tagliati fuori dal programma di istruzione nella loro madrelingua. Pochi furono coloro che si poterono permettere di continuare la scuola a Fiume e anche adesso, nonostante i collegamenti stradali e i trasporti pubblici siano più moderni e veloci, impiegano comunque quasi un’ora per arrivarci.

La Comunità di Laurana risente dunque moltissimo della mancanza di una scuola in lingua italiana, che contribuirebbe sicuramente allo sviluppo culturale e linguistico degli associati. Nel 2002, nell’ambito della scuola d’infanzia di Laurana è stata aperta una sezione per l’apprendimento precoce della lingua italiana. Dalla sua apertura ad oggi, la struttura ha accolto numerosi bambini di madrelingua italiana, ma anche quelli della maggioranza desiderosi di apprendere la nostra lingua. Purtroppo tutto termina qua, perché anche se le condizioni primarie ci sarebbero, visto il numero di bimbi in età prescolare che frequentano l’asilo, pochi, data la lontananza, continuano gli studi elementari in una delle quattro scuole con lingua d’insegnamento italiana di Fiume.
Fausto Abram appartiene a quella generazione di connazionali che, a causa degli eventi dell’immediato dopoguerra, per forza di cose non potè proseguire gli studi nella sua madrelingua. Di conseguenza continuò a usarla solamente nell’ambito famigliare.

"Il mio italiano di conseguenza non è perfetto – ci dice quasi a sentirsi in obbligo di giustificarsi –, perché i miei genitori non poterono permettersi di finanziarmi il viaggio fino a Fiume per assicurarmi l’istruzione nella mia madrelingua. In questo senso devo anche ammettere – continua Abram –, che nei miei 11 anni di presidenza ho incontrato non poche difficoltà, specialmente nell’esplicare i miei compiti amministrativi all’interno della CI e nell’affrontare i contenuti dei plichi di materiali scritti che ricevo per le varie assemblee. Di mestiere faccio il falegname e la terminologia burocratica non mi è troppo familiare. Ecco, è proprio per questo che ritengo sia molto importante investire nei giovani, nella loro istruzione e formazione professionale".
Data la mancanza di una fascia generazionale più giovane di chiara identità nazionale e l’avanzata età dei suoi soci, fattori che obiettivamente limitano lo sviluppo di eventuali attività che contraddistinguono altre CI più grandi, la situazione della Comunità degli Italiani di Laurana è dunque molto difficile.


I CORSI DI LINGUA "Noi che frequentiamo il sodalizio, ci ritrovano solitamente in sede il venerdì sera, ma se per caso succede che allo stesso tempo ci sia qualche altro avvenimento, le riunioni settimanali vengono rinviate – spiega Fausto Abram –. Il problema più grande resta comunque lo spazio, troppo esiguo per avviare qualsiasi tipo di attività. Le uniche al momento presenti sono il gioco delle bocce e quello delle carte, che però svolgiamo fuori sede. Ogni anno prendiamo parte al Torneo dell’amicizia organizzato dalla CI di Abbazia e a quelli di briscola e tresette ai quali veniamo invitati dagli altri sodalizi e conseguiamo degli ottimi risultati. Laurana ha una Società bocciofila molto forte e ai vari incontri sportivi della Cni, mio figlio, che ricopre anche l’incarico di presidente, gioca spesso per la nostra CI. Non di rado alle gare a cui partecipiamo conquistiamo i primi posti. Inoltre, occasionalmente, allestiamo mostre artistiche dei lavori dei nostri connazionali, portiamo i soci in gita, in modo da poter incontrare altre Comunità; una volta all’anno i nostri soci hanno l’opportunità di imparare come si balla la ‘potresuljka’, che è una danza tipica di questi luoghi e, da un paio d’anni a questa parte, organizziamo un corso di italiano per il recupero della lingua. Per quest’ultima iniziativa, grazie alla disponibilità del Comune, abbiamo a nostra disposizione di tanto in tanto una sala della Casa di cultura e devo dire che l’interesse è notevole, poichè a frequentare le lezioni sono una trentina di persone".


UNA NUOVA SEDE "Ancora ai tempi in cui era presidente Loredana Bressan, quindi più di dieci anni fa, abbiamo avanzato la richiesta per una nuova sede, più adeguata alle nostre necessità – ci dice Abram –. Avevamo l’opportunità di entrare in possesso di un appartamento di circa 100 metri quadrati, in pieno centro, ma alla fine non se ne è fatto niente. Al momento stiamo aspettando il nullaosta da Roma, per un altro vano, più adatto alle nostre necessità. E allora sì che potremo organizzare le nostre attività. Non dobbiamo dimenticare che Laurana è conosciuta per la sua banda di ottoni e per il coro. In entrambi ci sono tanti connazionali che sarebbero ben felici di dare vita a nuovi gruppi all’interno della CI".
Fausto Abram è tuttavia convinto che i connazionali di Laurana riusciranno difficilmente a superare tutti gli scogli che incontrano sulla loro strada senza l’aiuto ed il sostegno dell’Unione Italiana.

Patrizia Brnčić



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263 - La Voce del Popolo 21/04/12 Visignano, un piccolo museo all'aperto circondato da verdi e fertili campagne

a cura di Roberto Palisca

Ha un lungo passato ricco di storia e un centro storico spettacolare,
che ha mantenuto integro l'aspetto medievale di un tempo
Visignano, un piccolo museo all’aperto circondato da verdi e fertili campagne

Visignano è un piccolo comune rurale dell’Istria occidentale, non lontano da Parenzo, che conta poco più di 2.200 abitanti, oggi dedito, come un tempo, soprattutto all’agricoltura. Ma come tante altre località della penisola, ha un lungo passato ricco di storia e un centro storico che, avendo mantenuto quasi integro l’aspetto medievale, sembra un piccolo museo all’aperto. Oltre che fortezza medioevale, fu in passato un grande centro commerciale e di scambio sul quale gravitavano tutti i villaggi circostanti. Abitata fin dalla preistoria, era un tempo, come molte altre cittadine fortificate dell’Istria, un castelliere. Dopo la conquista romana avvenuta nel II secolo a.C., Visignano e le campagne del suo circondario vennero assegnate ai veterani che qui fondarono una colonia agricola, il cui centro venne denominato Guissignanus o Vissignanum, da cui deriva il nome odierno del luogo. Non si hanno notizie storiche di Visignano risalenti ai tempi dei Goti, dei Bizantini, dei Longobardi e dei Franchi. Si sa tuttavia che rimase soggetta al municipio di Parenzo fino all’avvento di questi ultimi. Nel IX secolo fu soggetta al Margraviato d’Istria, ma già cent’anni dopo faceva parte dei beni della chiesa di Parenzo, che la concedeva in feudo ai nobili dell’epoca. Dopo il 1077 i vescovi parentini la donarono insieme a Visinada al marchese d’Istria Enrico, dell’illustre casato degli Eppenstein.

TRA PARENZO E MONTONA La prima documentazione scritta in cui Visignano viene citata è una disposizione del marchese d’Istria Volchero, che risale al 1203, ovvero l’atto di ricognizione dei confini delle Terre di San Mauro, come venivano chiamati a quei tempi i territori circostanti Parenzo. Più o meno in quel periodo, i conti di Gorizia e di Pisino, diventatti vassalli dei vescovi di Parenzo, ottennero però Visignano in feudo dalla Chiesa, e forse fu a quei tempi che il borgo entrò a far parte del territorio di Montona, che in quegli anni era assoggettato ai vassalli dei conti di Pisino. Da atti parrocchiali si sa ad esempio che nel luglio del 1475 si riunirono in chiesa a Visignano, per regolare questioni di confini da lungo tempo causa di violenze e danni fra gli abitanti dei due comuni, il Podestà di Parenzo, Pietro de Mula, e quello di Montona Nicolò de Pesaro. Un incontro al quale parteciparono anche, in rappresentanza di Domenico de Dionisio, Antonio de Facira, Nicolò Baliconi, Catarino degli Artizonti, e in rappresentanza del secondo, Bortolomeo Malaspina, Giacomo Polesini, Paolo Barbo e Michele Romagnino. Visignano era retta a quei tempi da un gastaldione vescovile, ovvero un funzionario amministrativo e giudiziario, che convocava il consiglio comunale o, in casi più importanti, riuniva l’assemblea dei cittadini per sentire le opinioni e faceva capo ai baroni che avevano in feudo il paese per conto del municipio di Montona.
Quando Montona si sottomise a Venezia, nel 1278, anche Visignano seguì la sua sorte e da allora il suo rapporto con Venezia durò fino al 1797, ovvero sino alla fine della Repubblica di San Marco. L’aria di quei tempi traspaare ancora dalla splendida architettura della piccola Visigano.

LA LOGGIA VENETA Vicino al campanile c’è la bella loggia veneta, costruita nel 1765, dalla quale si gode uno splendido panorama che nelle giornate di bel tempo si estende fino a Cervera e a Rovigno. È aperta su tre lati, con il tetto sorretto da pilastri e da sette colonne rotonde. Qui si tenevano un tempo le assemblee pubbliche e, dopo le funzioni religiose che si svolgevano nella vicina parrocchiale, un banditore leggeva le disposizioni comunali.

LA CHIESA PIÙ ANTICA DEL BORGO Posta quasi all’entrata del paese, la bellissima chiesina in stile gotico dedicata a Sant’Antonio Abate, con il tetto tutto in pietra di taglio e il campaniletto a vela biforo, che è la chiesa più antica di Visignano. Antonio Alisi la fa risalire intorno al 1320, Antonio De Colle, invece all’inizio del ‘400. La piccola porta ha una bella cornice ogivale. L’interno di questa costruzione sacra è abbellito da degli splendidi affreschi quattrocenteschi raffiguranti Gesù in procinto di consegnare le chiavi del paradiso a San Pietro. Ci sono poi altre pitture murali che rappresentano scene tratte dalla vita di Sant’Antonio Abate, che risalgono al 1565 e che vengono attribuite dagli esperti all’artista udinese Domenico Pozzoni, che all’epoca viveva in Istria, per l’esattezza a Dignano. Sull’unico altare, una statua policroma in legno raffigura Sant’Antonio Abate seduto. Da antichi scritti si sa che a Visignano esisteva un tempo anche una chiesa dedicata a San Raso. Il Caprin ricordò che in questa cappella una vaschetta con un’iscrizione romana era usata quale pila per l’acqua santa.


LA CISTERNA COMUNALE Sul lato occidentale della piazza centrale del borgo, sul belvedere rivolto verso il mare, c’è anche l’antica cisterna comunale di Visignano. Costruita nel 1842 ha la vera del pozzo in calcare bianco.

L’OSSERVATORIO ASTRONOMICO Oggi nei pressi di Visignano, diretto dal professor Korado Korlević, opera l’Osservatorio astronomico di Tizzano. La costruzione di un primo osservatorio iniziò qui nel 1977, su iniziativa dell’Associazione Astronomica. Verso la fine degli anni ‘90 del secolo scorso l’osservatorio fu dotato di un nuovo e più potente telescopio. Oggi é accreditato dal Minor Planet Center per la scoperta di ben 109 asteroidi. Presso l’osservatorio di Tizzano sono state compiute anche numerose scoperte di asteroidi accreditati ad altri astronomi, per un totale di 1398 scoperte tra il 1995 e il 2001.

264 - Il Piccolo 16/04/12 Mirella Serri nel suo libro "Sorvegliati speciali" ricorda anche quando Gianni Bartoli si ribellò a Torino all'idea di Trieste liberata dai titini

Quello strano manifesto a sostegno di Stalin ispirato da Italo Calvino

STORIA - IL SAGGIO

Mirella Serri nel suo libro "Sorvegliati speciali" ricorda anche quando Gianni Bartoli si ribellò a Torino all’idea di Trieste liberata dai titini

di GIANNI OLIVA

«Teste d’uovo» e «barbe finte», ovvero intellettuali organici al Partito comunista che esaltano le conquiste del socialismo reale e questurini che li controllano piu’ o meno discretamente, relazionando su convegni, iniziative editoriali, vite private. È questo il tema del volume di Mirella Serri "Sorvegliati speciali, Gli intellettuali spiati dai gendarmi (1945-1980)", appena pubblicato dall’editore Longanesi (pagg. 282, euro 18,00) e realizzato studiando un fondo d’archivio in cui sono raccolti i rapporti di polizia del periodo: si scoprono cosi’ le "barbe finte" infilate nelle riunioni dell’associazione Italia-Urss o nella Casa della cultura milanese, si leggono le relazioni di oscuri funzionari su conferenze in cui le "teste d’uovo" esaltano il modello scolastico della Bulgaria o la felicità interiore del popolo sovietico, emergono le misure d’emergenza prese per sorvegliare i personaggi più noti, da Vittorio Gassmann a Eduardo De Filippo, da Italo Calvino a Renato Guttuso, da Carlo Levi a Luchino Visconti.

È uno spaccato dell’Italia bipolare nel periodo della Guerra Fredda, quando la divisione dell’Europa in due blocchi si proietta pesantemente nel nostro Paese, stravolgendo il dibattito politico e rinchiudendolo in un intreccio oscuro di rimozioni, di silenzi, di celebrazioni. Tra la tanta documentazione riportata dall’autrice (con uno stile semplice ed accattivante, che rende il testo gradevolmente fruibile) non mancano i riferimenti alla questione del confine nordorientale.

Uno su tutti: il 10 ottobre 1965, a Torino si chiudono con solennità i lavori del Convegno nazionale dei Comitati di Liberazione nazionale e sul palco ci sono alcuni tra i maggiori esponenti politici del tempo, i senatori a vita Giovanni Gronchi e Ferruccio Parri, i deputati Ugo La Malfa, Giovanni Amendola, Giancarlo e Giuliano Pajetta, Leo Valiani. Dopo una giornata di relazioni, il comune di Torino organizza una serata per i congressisti in cui viene proiettato un documentario sulla fine della guerra, illustrato da un membro dell’Istituto storico del movimento operaio presso l’Università di Lubiana. Mentre scorrono le immagini del filmato, il commento spiega trionfalmente come la città di Trieste sia stata liberata dai partigiani jugoslavi di Tito. Una parte del pubblico (annota il solerte questurino) applaude convinta, ma tra i presenti c’è l’ex primo cittadino di Trieste Gianni Bartoli, che prima protesta con vigore, ricordando le violenze subite nella primavera 1945 durante l’occupazione jugoslava, quindi lascia la sala indignato, sbattendo la porta. Dal pubblico qualcuno (subito identificato in Paolo Gobetti, figlio di Piero) gli grida "fascista!" e l’insulto scatena i convegnisti: per mezz’ora in sala regna la confusione più totale, tra baruffe verbali, imprecazioni, reciproche accuse, spintoni.

Il giorno successivo il sindaco democrisitiano di Torino, il professor Giuseppe Grosso, si scusa pubblicamente con il collega triestino per le offese ricevute e per il "pistolotto propagandistico" arbitrariamente infilato nel commento del documentario; l’"Unità", per reazione, stigmatizza l’intervento di Bartoli per il suo "dannunziano nazionalismo" e accusa il sindaco di Torino di aver fatto «una precisazione fuori luogo».

Siamo nel 1965, la tensione della Guerra Fredda sta già sfumando nella cosiddetta "coesistenza pacifica", ma in Italia la contrapposizione ideologica non lascia spazio alla riflessione critica.

L’interesse scientifico del libro di Mirella Serri sta proprio in questo: attraverso i rapporti di polizia, si scopre non solo l’attenzione con cui il Partito comunista cerca consensi nel mondo dell’arte (c’è anche il friulano Giuseppe Zigaina) e dell’accademia e la premura con cui il ministero degli Interni lo controlla, ma anche che cosa gli intellettuali dicono nelle conferenze ai militanti e agli studenti, quale immagine dipingono dei Paesi d’oltrecortina, quali impressioni propongono al ritorno dai viaggi-studio (o viaggi-premio?) in Urss.

Emerge così la premura intempestiva di Italo Calvino, che redige un manifesto di sostegno all’esperienza dell’Urss di Stalin nel gennaio 1956, un mese prima che Kruscev denunci il culto della personalità e dia inizio alla destalinizzazione; o l’entusiasmo discutibile di Umberto Terracini, che rientrando da Tirana celebra la superiorità della società albanese rispetto a quella italiana; o le insistite pressioni di Rossana Rossanda su Giangiacomo Feltrinelli perchè rinunci alla pubblicazione dell’"eretico" "Dottor Zivago" di Boris Pasternak.

La domanda è d’obbligo: perchè gli intellettuali hanno taciuto? Perchè uomini di grande spessore culturale hanno visitato l’Unione Sovietica raccontando ciò che non hanno visto? Alcuni di loro hanno dato una risposta autoassolutoria, che Mirella Serri riporta nelle pagine iniziali del suo lavoro: nell’Italia repressiva e bigotta degli anni Cinquanta, il Partito comunista rappresentava un "rifugio di liberalismo" che garantiva spazio all’espressione artistica. In parte è vero: nella lunga stagione del dopoguerra e dello scelbismo, la democrazia italiana era frenata e il Pci costituiva un riferimento alternativo.

Ma probabilmente c’è un’altra spiegazione più pregnante: gli intellettuali hanno taciuto perchè non hanno fatto gli intellettuali; hanno taciuto perchè sono venuti meno alla loro missione; hanno taciuto perchè hanno dimenticato il loro dovere etico. Il vero uomo di cultura (come ha insegnato Norberto Bobbio) è colui che solleva dubbi e pone domande, per poi cercare le risposte. Troppi, in quegli anni, hanno invece venduto risposte senza mai porsi domande. Così come troppi, durante il Ventennio, avevano accettato di fare i megafoni del regime abdicando al proprio ruolo. È questo il limite e la responsabilità storica degli intellettuali di allora, anche di quelli che, disorientati dopo i fatti di Ungheria, si sono rifugiati in un letterario «siamo i reduci di mille naufragi» (Calvino) senza avere il coraggio andare oltre.

In fondo, nell’Italia degli anni Cinquanta non sarebbe stato così difficile "aprire gli occhi": bastava guardare al nordest, o ai tanti campi di profughi giuliano-dalmati sparpagliati per la penisola, e domandarsi "come mai?".

265 - Agenzia Ansa 20/04/12 Zagabria - Maresciallo Tito : Non incarna valori libertà e democrazia

'MARESCIALLO NON INCARNA VALORI LIBERTA' E DEMOCRAZIA' (ANSA) - ZAGABRIA,

20 APR - La sezione croata del Comitato di Helsinki per i diritti umani (Hho) ha espresso oggi il suo appoggio a una iniziativa civica per togliere il nome del maresciallo Tito a una piazza del centro di Zagabria.
''Noi chiediamo l'eliminazione del nome di una persona che non incarna gli ideali di liberta' e democrazia'', ha detto in una conferenza stampa il presidente di Hho Zvonimir Ivan Cicak, come riferito dall'agenzia Hina. Mantenere in luoghi pubblici i nomi di Josip Broz Tito o di altri dirigenti della vecchia dittatura comunista jugoslava - ha aggiunto Cicak - e' contrario a tutti i documenti del Consiglio d'Europa e dell'Unione europea.
Piazza Maresciallo Tito, ha sottolineato, deve essere ribattezzata in Piazza dell'Universita', il nome che ha portato a lungo in passato.
Una manifestazione a favore del cambio di nome si terra' in Piazza Maresciallo Tito il 5 maggio prossimo, all'indomani del 32/mo anniversario della sua morte, il 4 maggio 1980. (ANSA).

266 - Il Piccolo 21/04/12 E la gente spazzò via il Muro di Gorizia per un giorno nel 1950

E la gente spazzò via il Muro di Gorizia per un giorno nel 1950

Nel libro "La Domenica delle scope" Roberto Covaz rievoca l’episodio che cambiò i rapporti tra Italia e Jugoslavia

Da oggi in libreria pubblicato dalle edizioni Leg

Esce oggi in libreria "La domenica delle scope" dello scrittore e giornalista del "Piccolo" Roberto Covaz (foto), edito dalla Leg (pagg. 101, euro 14,00), che sarà presentato il 20 maggio nell'ambito del festival èStoria, alle 10.30, nella Tenda Apih, in un incontro con l'autore e i giornalisti Giulio Giustiniani e Giorgio Del'Arti. Il libro - che ha per sottotitolo "... e altre storie di confine" - racconta come a ridosso dell’impenetrabile confine tra Gorizia e la neonata Nova Gorica, domenica 13 agosto 1950, accade un evento straordinario. A migliaia, i goriziani rimasti in Jugoslavia dopo il 17 settembre 1947 superarono il confine per tornare ad abbracciare amici, parenti e fidanzate. Fu una giornata di festa interminabile, vissuta all’insegna dell’eccesso e degli acquisti da parte degli jugoslavi. Gli empori furono letteralmente svuotati perché al di là della frontiera, in una Nova Gorica ancora in fase di costruzione e nei paesi limitrofi, c’era poco o nulla da comprare. Nemmeno una semplice scopa di saggina, l’articolo che più di tutti verrà acquistato fino a divenire il simbolo di quel memorabile giorno a Gorizia.

Anticipiamo un brano dell’introduzione al libro di Roberto Covaz "La domenica delle scope", che esce oggi edito dalla Libreria Editrice Goriziana.

di ROBERTO COVAZ

Domenica 13 agosto 1950 a ridosso dell’impenetrabile confine tra Gorizia e la neonata Nova Gorica accade un evento straordinario. A migliaia, i goriziani rimasti in Jugoslavia dopo il 17 settembre 1947 abbattono il confine per tornare ad abbracciare amici, parenti e fidanzate, incuranti dei fucili dei soldati jugoslavi, i graniciari, implacabili controllori della frontiera tra l’Occidente democratico e la repubblica di Tito, avamposto dell’Est europeo. Durante la loro permanenza a Gorizia, gli jugoslavi si disperdono nei caffé cittadini, nelle osterie e nei negozi, rimasti aperti vista l’imminenza del Ferragosto. È una giornata di festa, di acquisti, di eccessi. Gli empori vengono letteralmente vuotati perché al di là della frontiera, in una Nova Gorica ancora in fase di costruzione e nei paesi limitrofi, non ci sono botteghe e c’è poco o nulla da comprare. Nemmeno una modesta e semplice scopa di saggina, l’articolo che più di tutti viene acquistato in quel memorabile giorno a Gorizia. In questo libro si narra di quella domenica, restituendo la Gorizia più autentica di una interminabile giornata dell’agosto del 1950 attraverso vicende, personaggi e curiosità capaci di riflettere il fascino e la complessità storica di questa intrigante città. L’"appuntamento" era stato fissato per domenica 6 agosto. L’avevano deciso le autorità italiane e jugoslave.

Altri "appuntamenti", clandestini però, c’erano stati nei giorni precedenti ma i partecipanti, in quelle occasioni, avevano corso il rischio di prendersi in mezzo alla fronte una pallottola sparata dai graniciari, i militari jugoslavi che sorvegliavano la frontiera. Non pareva vero a tanti goriziani di potersi avvicinare, senza correre rischi, al reticolato e ai cavalli di frisia posti al confine tra Gorizia e Nova Gorica, ovvero tra l’Occidente democratico e la Jugoslavia, avamposto del socialismo reale. Non un semplice confine, ma un baratro di cui non si vedeva la fine. La cortina di ferro era stato battezzato. Anche Gregorio aveva sentito parlare dell’"appuntamento". Del resto non si parlava d’altro in quei giorni. I suoi alunni erano tutti eccitati dalla prospettiva di poter incontrare quella domenica i nonni, gli zii, i cuginetti e gli amici rimasti dall’altra parte del confine. Gregorio era un maestro elementare e insegnava a Savogna. In quell’agosto del 1950 aveva organizzato una sorta di colonia. Aveva chiamato a raccolta i suoi ragazzi che volentieri trascorrevano l’estate accanto al loro maestro, buono e dallo sguardo immalinconito. A trent’anni suonati, Gregorio non era sposato, non aveva figli e nemmeno la fidanzata. O, meglio, la fidanzata ce l’aveva, ma pure quella era rimasta di là. Il maestro, sei anni prima, era giunto a Gorizia dalla sua terra d’origine, l’Abruzzo. Che il regime fascista declinava al plurale, gli Abruzzi, per la solita mania di grandezza imperiale. Forse per lo stesso motivo le regioni del Nordest venivano indicate come Venezia Euganea, Venezia Tridentina e Venezia Giulia. Slogan più che nomi.

Proprio nella Venezia Giulia il neo-maestro aveva trovato lavoro. Il regime agevolava l’invio di insegnanti da tutte le parti d’Italia in queste terre di confine. Meglio se provenivano dal Meridione. Il loro compito era di italianizzarle, come si diceva allora. Semplicemente, si voleva cancellare ogni elemento non italiano. Così, decine e decine di maestri avevano trovato una cattedra nei paesi della valle del Vipacco, nell’alta valle dell’Isonzo, territori allora in provincia di Gorizia e dove la componente slovena, e di conseguenza la lingua, era maggioritaria da sempre. Senza costituire una minaccia per nessuno. Anzi, era un arricchimento la commistione di tante culture e tradizioni: l’italiana, la slovena, la tedesca e la friulana.

L’impero austro-ungarico l’aveva ben compreso e aveva governato a lungo e senza tanti problemi. I maestri italiani, come li avevano astiosamente battezzati le popolazioni slovene, erano stati incentivati ad accettare destinazioni lontane con l’attribuzione gratuita da parte dello Stato di un anno di contribuzione ogni cinque effettivamente svolti. Sarebbero andati in pensione molto prima degli altri colleghi. Quando giunse a destinazione, il maestrino Gregorio ignorava ovviamente dove si trovasse esattamente Savogna. Era il settembre del 1944 e, nonostante il tepore estivo, aveva avvertito un’accoglienza molto fredda. C’era la guerra e, come non bastasse quella già immane tragedia, italiani e sloveni del Goriziano si erano incamminati lungo la strada dell’inimicizia che avrebbe causato, nel dopoguerra, più lacerazioni e lutti che non nel periodo bellico.

267 - Il Piccolo 19/04/12 Lettere - Gorizia - I piani di Tito nel 1944

Gorizia

I piani di Tito nel 1944

È in atto in questi giorni una pesante polemica per quanto riguarda la "Battaglia di Gorizia" del 1943. Non intendo esacerbare gli animi, ma portare un modesto contributo sulla questione. Fu l'inizio di una liberazione o i primi segnale di un'altra occupazione straniera?

Alcuni fatti: Smodlaka allora ministro degli Esteri di Tito su "La questione delle frontiere fra Italia e Iugoslavia - Nuova Jugoslavia giugno-luglio 1944" dice: «Tutta la Venezia Giulia per diritto di nazionalità, Fiume per motivi economici e Trieste per ragioni geografiche ed economiche appartengono alla parte iugoslava dell’Adriatico».

Tito appoggiava il ministro e il 14 settembre reclamava alla radio l'Istria e il Litorale sloveno.

Palmiro Togliatti, 7 febbraio 1945: «Non solo noi non vogliamo nessun conflitto con le forze di Tito e con le popolazioni iugoslave, ma riteniamo che la sola direttiva da darsi è che le nostre unità partigiane e gli italiani di Trieste e della Venezia Giulia collaborino nel modo più stretto con le unità di Tito».

Federazione comunista di Udine, 6 aprile 1945: «Friulani, dovete comprendere che il diritto dei nostri fratelli sloveni a raggiungere il sacro confine del Tagliamento è pienamente giustificato da ragioni storiche, geografiche ed etniche».

Testo del manifesto affisso sulle mura delle case di Gorizia in data 2 maggio 1945: «Goriziani! Dalle piccole formazioni partigiane si è venuto a formare un regolare esercito iugoslavo di cui la IV armata in collaborazione del IX Corpus che ha dato prova di sè in tante battaglie, ha liberato Gorizia, Monfalcone e Trieste le quali vogliono vivere nella Iugoslavia di Tito federativa e democratica».

Non credo servano commenti: fu una vera liberazione conoscendo già nel lontano 1944 quali erano le mire di Tito? Iugoslavia federativa e democratica. Si prevedeva un plebiscito per conoscere il parere delle popolazioni liberate?

Guido Mondolfo


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