La Gazeta Istriana a cura di Stefano Bombardieri

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Maggio 2012 – Num. 26

37 - Il Piccolo 27/04/12 Come la diplomazia tedesca trattò la questione di Fiume (Roberto Spazzali)

38 - La Voce in più Dalmazia 14/04/12 Recensione - Cristiano Caracci: Storie di avventure, guerre e scorri bande all'ombra della Serenissima

39 - La Voce di Fiume Marzo-Aprile 2012 Una sfida: leggere il Dizionario fiumano come un romanzo avvincente (Eneo Baborsky)

40 - La Voce del Popolo 28/04/12 La nostra «Voce», per molti ormai un’irrinunciabile abitudine quotidiana (Ilaria Rocchi)

41 - El Boletin Club Giuliano-Dalmato di Toronto n° 149 Marzo 2012 - Un ricordo di Altamura (Ida Vodaric Marinzoli)

42 - Panorama Edit 15/04/12 Rivive il mito della Parenzana(Mario Simonovich)

43 - La Voce di Fiume Marzo-Aprile 2012 - 1966 : Il Raduno di Venezia

44 - Il Piccolo 23/04/12 Ritratto di Magris uomo di frontiera e voce dell'epica (Roberto Dedenaro)

45 - Il Piccolo 28/04/12 E Trieste si illuse di veder spuntare il sol dell'avvenire, tradotto in tedesco, tredici anni dopo l’uscita "Socialismo adriatico" di Marina Cattaruzza (Renate Lunzer)

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37 - Il Piccolo 27/04/12 Come la diplomazia tedesca trattò la questione di Fiume

Come la diplomazia tedesca trattò la questione di Fiume
La monografia di William Klinger, che ha potuto esaminare tutta una serie di importanti documenti, riapre un capitolo delle vicende fra 1921 e 1924

di ROBERTO SPAZZALI

Di certo non manca la letteratura sulla questione di Fiume, sull’impresa di D’Annunzio, sui molti risvolti intorno al mancato Stato libero e sulle relative implicazioni internazionali nel quadro delle relazioni adriatiche italo-jugoslave. L’originalità della recente monografia di William Klinger, giovane studioso nato a Fiume ma residente in Italia, "Germania e Fiume. La questione fiumana nella diplomazia tedesca 1921-1924" (pagg. 280, euro 30), pubblicato dalla Deputazione di Storia Patria per la Venezia Giulia, sta invece nell’esame da un punto di vista finora trascurato: la diplomazia della Repubblica di Weimar. L’autore ha potuto esaminare importanti documenti recuperati alla fine della seconda guerra mondiale in una miniera di salgemma a Berchtesgaden, che ha microfilmato a Londra e poi restituiti: oggi le copie sono consultabili nei National Archives. Riguardano l’attività del consolato tedesco a Fiume nel triennio 1921-’24. Tutti i documenti sono stati tradotti dal Klinger e qui pubblicati in appendice. La Germania, obbligata dal Trattato di Versailles a una posizione neutrale, guardava con interesse l’evoluzione politica intorno a Fiume, per comprendere in primo luogo l’atteggiamento della Francia che in quel momento stava proiettando i suoi interessi sull’Adriatico. William Klinger inserisce la prima soluzione data alla questione di Fiume in un’ampia cornice internazionale, dalla crisi austro-jugoslava sulla Carinzia (1920) a quella greco-albanese fino alle tensioni su Corfù tra Italia e Grecia, con l’intervento militare e diplomatico di Mussolini, in seguito al noto incidente di Giannina costata la vita agli uomini della colonna Tellini, inviata per definire i confini tra Albania e Grecia e culminata, appunto, con il bombardamento e la breve occupazione italiana dell’isola ionica (1923). Proprio la soluzione ottenuta da Mussolini su Corfù, costata però la condanna italiana da parte della Società delle Nazioni, permise di trovare il successivo compromesso italo-jugoslavo su Fiume, minacciando, con spregiudicata abilità, un conflitto con Francia, Gran Bretagna e regno dei Serbi Croati e Sloveni, e trattando al tempo stesso con i serbi jugoslavi nella certezza che essi non coltivavano le rivendicazioni invece espresse su Fiume dai croati. La documentazione tedesca è molto utile, come detto, per comprendere il ruolo della Germania, anche se debole per la sconfitta, che si avvicinava all’Italia per sgravare il diktat francese sulla Renania. Iniziava lì, o meglio riprendeva, un’alleanza tra italiani e tedeschi funzionale ad entrambi: la Germania per un attimo sarebbe stata pure disposta ad un’azione militare sul Reno, se ciò poteva impegnare la Francia, qualora l’Italia avesse deciso per la guerra. E in quel momento la Gran Bretagna era ben disposta soprassedere all’aggressività di Mussolini pur di consolidarlo al potere e allontanare così dall’Italia la minaccia di una rivoluzione comunista. Quante cose stavano dietro la questione fiumana! In codesta cornice, Klinger – con quel pizzico di provocazione alla storiografia più consolidata che gli va riconosciuto - ricostruisce pure gli interessi jugoslavi lungo i suoi incerti e giovani confini, caratterizzati da una tendenza a sostenere comitati nazionali e strani movimenti autonomisti, che si palesarono pure a Fiume e nella Venezia Giulia, con lo scopo di porre le premesse per future rivendicazioni territoriali. Gli interessi della Repubblica di Weimar a Fiume erano rappresentati da un commerciante triestino, di nazionalità e cittadinanza tedesche, Carl Hoffmann, presente in città da un paio di generazioni e titolare di un impresa per il commercio di prodotti coloniali e di olii eterei, con un magazzino in Punto Franco e un mulino per la macinatura delle spezie. Era stato ufficiale nell’esercito del Reich e alla fine della guerra era rientrato in città: figura non di primo piano nel panorama economico locale ma ben inserita in un settore particolare dell’import-export e quindi dotato di un’ampia rete di amicizie e di relazioni. Per certi versi, un uomo misterioso di cui si sa veramente poco e non si conosce nemmeno una sua fotografia. Eppure, pur senza particolare esperienza diplomatica, egli rappresenta gli interessi germanici a Fiume, entrando subito in relazione con gli ambienti cittadini e facendosi intimo tanto di Michele Castelli, uomo di Badoglio e commissario civile italiano a Fiume, quanto di Riccardo Zanella, indiscusso capo degli autonomisti e presidente dell’effimero Libero Stato. Carl Hoffmann si muove con grande abilità, cogliendo le sfumature della complessa situazione locale perché alla base delle sue osservazioni, puntualmente recapitate al ministero degli Esteri, c’è sempre la situazione economica: le potenzialità di Fiume, gli interessi effettivi delle Potenze sul progetto del Libero Stato e non ultimo quelle intorno alla raffineria petroli, una delle più grandi del Mediterraneo, che faceva gola a più di un concorrente. Hoffmann probabilmente aveva capito molte cose, come il convergente interesse/disinteresse italiano e jugoslavo perché Fiume non assumesse propria sovranità: il decollo della città come off-shore emporiale avrebbe danneggiato sicuramente Trieste, dove gli ambienti irredentisti non si attendevano che la sua annessione per eliminare una concorrente, mentre da parte jugoslava, con l’esclusione dei croati, prevaleva invece una dimensione economica continentale con la centralità del Danubio, ma l’annessione di Fiume al regno jugoslavo sarebbe stata catastrofica per le sorti del porto di Trieste. Per cui la città era posta in duplice assedio con la finalità di impedire la realizzazione di quanto deciso con il trattato di Rapallo, sostenuta invece dalla Francia. Così il governo tedesco era regolarmente informato della crisi fiumana, pur senza esprimere una propria politica sulle sorti della città, ma inserendo le proprie valutazioni all’interno di una partita europea più complessa in cui la Germania non aveva rinunciata alla propria parte.

38 - La Voce in più Dalmazia 14/04/12 Recensione - Cristiano Caracci: Storie di avventure, guerre e scorri bande all'ombra della Serenissima

RECENSIONE In «Levante veneto» (SBC Edizioni) Cristiano Caracci torna a viaggia e attraverso secoli e territori nell'inquieto Mediterraneo orientale

Storie di avventure, guerre e scorri bande all'ombra della Serenissima

Non c'è dubbio che la nobile e fiera Ragusa-Dubrovnik eserciti su Cristiano Caracci un'attrazione eterna - verrebbe quasi da parafrasare il detto popolare "Vedi Napoli e poi muori" -, fonte continua d'ispirazione e del desiderio d'inabissarsi nelle sue viscere, di perdersi tra le sue calli strette, tra case alte, palazzi dal sapore veneziano e preziose chiese, nelle sue piazze animate dal calore e dall'allegria delle sue genti, risultato di un incrocio di culture ed etnie diverse, fin dalle sue origini.

Pertanto in questa sua ultima scorazzata attraverso secoli e territori del Mediterraneo orientale, non potevano mancare alcune tappe nella "città di pietra e di luce", incassata su una penisola a picco sul mare, il cui porto rimanda a un tempo in cui trovavano rifugio le "caracche", i vascelli ragusei che contribuirono alla fortuna di questa piccola repubblica marinara che sopravvisse all'avanzata turca e rivaleggiò con Venezia per i traffici sul "mare nostrum". Sullo sfondo, appunto la Serenissima, il cui Arsenale (visto dal Canaletto in un dipinto del 1732) fa da "copertina" al libro "Levante veneto" (SBC Edizioni, Perugia-Ravenna, 2011, pp. 199, euro 15), premio speciale della giuria al Concorso Letterario Internazionale

Città di Cattolica 2012.

Tra realtà e fiction

È una raccolta di nove racconti - "Tempi lontani", "Veneziani", "Sfranze", "Sant'Elmo", "Il pozzo delle teste", "Russi", "31 gennaio 1808", "Anzac" e "Spinalonga" -,

con prefazione di Pietro Spirito, ordinati cronologicamente uno per secolo a cominciare dal XIII e fino alle guerre russo-turche, quindi alla Campagna dei Dardanelli (dove l'autore segue un giovane arruolato nell'An-zac, l'Australian and New Zealand Army Corps, il Corpo di spedizione australiano e neozelandese), tutti i riferiti a fatti rilevanti o di minore importanza in cui, naturalmente, prevale la costruzione di personaggi e avvenimenti di fantasia. A ogni periodo corrisponde un evento realmente accaduto a cui si affianca una vicenda, narrata spesso in prima persona, quasi a voler rimarcare una sorta di autoidentificazione con i personaggi. Un modo davvero originale, accattivante, per avvicinare i lettori alla storia di queste regioni dell'Est toccate dal Leone di San Marco.

Visione pessimistica

Uno dei fil rouge che percorre tutto il romanzo è la guerra e la descrizione di un'umanità spesso sofferente, ma sono pessimisti, senza speranza (se in apertura del primo racconto fa pronunciare al suo personaggio: "Si diceva fosse il nuovo secolo e, certo, si parlava di speranza; ma io credo sia sempre stato così, ali 'inizio di un nuovo secolo, perché gli uomini, alla fine di tutto, contano di migliorare e, anzi, a ben considerare, sperano all'inizio di ogni stagione e addritittura tutte le mattine", alla fine ci propone una visione triste, sconsolata, disincantata, il pianto e la solitudine di un vecchio). E Caracci fa emergere i destini dei piccoli - pescatori, soldati, preti -, piuttosto che quelli dei grandi protagonisti - generali, diplomatici -, i sentimenti, gli affetti familiari e le suggestioni della letteratura, con riferimento esplicito al poema omerico, con l'idea dei ritorni, dei lunghi viaggi e degli abbandoni.

Una vicenda per secolo

Non a caso il primo episodio, ambientato durante la Quarta Crociata, parla di un povero pescatore della laguna veneta, costretto a lasciare la sua famiglia e obbligato a vogare fino a Costantinopoli. Si facco cenni all'assedio e alla conquista di Zara (chiamata, come avveniva all'epoca, con il nome di Zarra) da parte dei crociati, si menzionano alcune località dell'Istria "di passaggio" verso la metà delle spedizioni cristiane. Al suo ritorno, dieci anni dopo, non troverà che il silenzio: nessuno dei suoi cari c'era più. Località istriane e dalmate (Ragusa, Almissa) tornano in scena, indirettamente, nella seconda metà del Trecento, tra le scorribande e le avvenutre dell'ammiraglio Carlo Zen, il vincitore della guerra di Chioggia contro i genovesi.

Nel XV secolo, Caracci dedica pagine a Giorgio Sfranze o Giorgio Sphrantzes (Costantinopoli, 1401 -Corfù, 1477), generale, storico, protovestiario dell'imperatore bizantino Costantino XI Paleologo e mega logoteta bizantino. Durante l'assedio di Costantinopoli da parte degli Ottomani nel 1453, egli rimase alla difesa della città, al fianco del suo sovrano, che però morì. Come rileva Pietro Spirto nella prefazione, questa straordinaria vicenda - in particolare la lunga marcia dell'uomo per liberare la famiglia imprigionata in un harem -, rievocata alternando i punti di vista dello Sfranze e della moglie Elena, "è il paradigma di un'esistenza spesa sì al servizio della politica e del potere", visti non nei termini (odierni) di "corruzione e povertà di spirito", ma di riscatto, perché "qualche volta, una vita onesta è riconosciuta e pagata, Dio lo volesse".

Altra epoca, ricorre però il tema dell'assedio, questa volta tocca a Malta, nel 1565: il lettore lo rivive attraverso le paure e le illusioni di un cavaliere ferito. Nel 1620-21 la Guerra polacco-ottomana segnò il riaccendersi della contesa tra la Confederazione Polacco-Lituana e la Sublime Porta per il controllo sulla Moldavia e sull'Ucraina, che era stata congelata nel 1617 con il Trattato di Busza. Il conflitto non portò ad alcun mutamento dello status quo. Nel 1621 il sultano Osman II giudò un'armata di oltre 100.000 uomini verso le terre della Confederazione, deciso a chiudere il capitolo. I polacco-lituani affidarono la guida dell'esercito all'anziano hetman Jan Karol Chodkiewicz, che attraversò il Dniester al comando di una forza di 25.000 polacchi e 20.000 cosacchi per poi trincerarsi nella rocca di Hotin, in attesa del nemico. Per un mese, dal 2 settembre al 9 ottobre, le forze della Confederazione ressero all'assalto dei turchi. Il 24 settembre Chodkiewicz morì ed il comando passò a Stanislaw Lubo-mirski. Il 9 ottobre, con l'arrivo delle prime bufere invernali, il sultano si convinse a desistere dall'attacco, ma nel 1622 Osman II venne assassinato da una rivolta dei giannizzeri, scontenti per la sua conduzione degli affari di stato. La congiura viene ripercorsa attraverso "la voce" di uno dei sostenitori e collaboratori di Osman, l'unico sultano mai ucciso dai giannizzeri.

La caduta della quinta repubblica marinara italiana

Se il 1700 è contraddistinto dall'ingresso della flotta russa nel Mediterraneo, mentre a segnare il XIX secolo è la fine della "quinta repubblica marinara italiana", Ragusa, già ferita dal terribile terremoto, che fece tremare e vacillare le sue fondamenta nel 1667. Nel 1806 il territorio della Repubblica fu occupato dai francesi e il 31 gennaio 1808 il Maresciallo Marmont annunciò la fine del secolare stato. Così com'era scomparsa Bianca, vittima di un amore improbabile, maledetto - lei, il cui padre aveva respinto tanti pretendenti - con un ufficiale di Napoleone, svanivano secoli di "libertas". Caracci fa parlare una sua amica, Maria. Si ritroveranno vecchie. E Bianca spiegherà: "Non fu soltanto amarezza, dolore, vergogna e l'amore umiliato,

ma in quegli anni di follia della nostra felice convivenza, sogni di libertà ed eguaglianza presero anche me, piccola ragugina, per poi vederli traditi. Accorrevo dove la nostra bandiera di San Biagio tornava a sventolare alla brezza dell'Adriatico; mio padre, lui solo, sapeva e mi raggiungeva [...]. Ora tutto è finito senza speranza, la libertà e la vita, a così vorrei rimanere accanto a te, Ragusa, gli ultimi anni. Dolorosamente, senza rimpianti, forse potremo, sottovoce, cantare le antiche canzoni del mare."

Il penultimo racconto ci porta nel 1915, alla disfatta di australiani e neozelandesi a Gallipoli. Invece l'ultimo è senza tempo. Si svolge a Creta e unisce la difesa veneziana contro i Turchi nel 1600 alla chiusura dell'ultimo lebbrosario nel 1950, con la storia di due fantasmi che s'incontrano.

"Trascorro almeno due mesi l'anno fra la Dalmazia, la Grecia, Malta e la Turchia e conosco bene questi posti, che sono descritti il più fedelmente possibile", afferma Caracci. E si vede, potremmo aggiungere. L'autore conosce benissimo i paesaggi in cui ambienta le sue narrazioni e le consuetudini locali, le rotte e gli approdi, le isole e le città (poche invece le datazioni o le denominazioni dei fatti, e nessuna nota). Ne esce un ambiente che doveva essere sicuramente di enorme fascino, quando ancora cioè, il Mediterraneo era il centro del mondo, e il Levante, veneto. Un mondo in cui gli uomini si regolavano tra ordini, dovere, sacrificio e onore.

Ilaria Rocchi

Per le strade di Ragusa una particolare lingua veneta

[...] A Ragusa non comandavano Imperatori o Sultani o Dogi, padroni per la vita dei propri sudditi. Sua Serenità, il Rettore, rimaneva sei mesi soltanto e il conte Giorgi, adempiuto il mandato, sedeva in Senato, tra gli uomini più esperti della Repubblica.

Incontravo veramente Ragusa per la prima volta e, infatti, quando ero venuto a domandare soccorso ero solo, mentre con Elena vicino ogni cosa si mostrava pienamente; appena lasciato il porto, lei disse di come quella città fosse allegra; allora vidi come tutti sorridessero, vestissero sgargianti e parlavano senza sosta, agli angoli dei quartieri, una lingua veneta simile a quella dei mercanti di Galata. [...]

La Ragusa che finalmente vedevo con gli occhi di Elena, era [...] una piccola città ricca e popolosa; il porto sempre fitto di ogni tipo di nave, vivace di approdi e partenze, fiancate si sfioravano nelle manovre, cavi di ancore strizzati, attorcigliati l'uno sugli altri, baruffe di marinai e, seduti sul molo come ragazzini, vecchi a consigliare. [... ]

Crociati alla presa di «Zarra»: atrocità senza rispetto

L'autore ci dà un assaggio del suo stile fin dal primo capitolo, "Tempi lontani", dedicato alla Quarta Crociata, detta anche "Crociata dei Veneziani". Infatti, protagonista assoluta in questa spedizione fu la Repubblica di San Marco.

Il 29 novembre 1199, durante un torneo, un gruppo di nobili francesi raccolse l'appello di Papa Innocenzo III, emanato il 15 agosto 1198, dopo tre Crociate fallite. A capo di questa Crociata venne designato il marchese Bonifacio I di Monferrato. A causa della mancanza di fondi, egli cercò degli alleati e nel 1202 fece un compromesso con la Serenissima, retta all'epoca dal doge Enrico Dandolo. Il novantaseienne Dandolo si mise a capo della spedizione, che partì l'8 novembre del 1202.

Nel frattempo accadde qualcosa di grave nell'Impero Bizantino. Il basileus (imperatore) Isacco II Angelo fu detronizzato, accecato e imprigionato dal fratello Alessio III. Dopo varie peripezie il figlio d'Isacco, il pincipe Alessio, riuscì a liberarsi e chiese aiuto proprio ai crociati, che nel frattempo avevano conquistato e saccheggiato Zara, il 15 novembre 1202. Proprio nella città dalmata avvenne l'incontro tra i crociati e l'ambasciata di Alessio, che promise aiuti militari, accordi mercantili favorevoli a Venezia e la riunificazione delle Chiese cattolica ed ortodossa (che dal 1054 erano separate) in cambio dell'aiuto crociato per rimettere sul trono suo padre. Da Zara la spedizione partì e il 24 giugno 1203 raggiunse la capitale bizantina, scacciò l'usurpatore e rimise sul trono Isacco II, che però abdicò in favore di Alessio, che salì al trono con il nome di Alessio IV. Purtroppo, il basileus non fu in grado di mantenere la parola data e dovette tergiversare, facendo molti regali ai crociati, per tenerli buoni, e a causa della mancanza di soldi confiscò i candelabri delle chiese. Inoltre, la popolazione ebbe un forte malcontento verso i crociati che erano accampati vicino alla città e che per avere viveri arrivarono a saccheggiare i sobborghi. Isacco II morì, forse debilitato dalla prigionia. Il nuovo usurpatore, che salì con il nome di Alessio V Murzuflo, ordinò ai crociati di lasciare Costantinopoli e non volle dare quanto promesso dai suoi predecessori.

I crociati e i Veneziani risposero occupando militarmente la città, con un accordo firmato nel marzo 1204. Il 9 aprile 1204 Alessio V respinse il loro primo attacco. Il 12 aprile dello stesso anno i crociati ed i Veneziani riuscirono ad entrare nella capitale bizantina, la occuparono e la saccheggiarono. Vennero portati via l'oro e le reliquie dalle chiese, torturati i cittadini (accusati di nascondere le richezze) e nei conventi vennero stuprate le monache. Morirono donne, vecchi e bambini. In quel caos (durato 14 giorni) il basileus Alessio V fuggì e al suo posto fu eletto Costantino XI Lascaris che morì poco dopo ed il suo successore e fratello Teodoro si ritirò a Nicea, ove istituì un nuovo impero. Stando all'accordo, a Costantinopoli si scelse un imperatore latino, che se fosse stato crociato, avrebbe dato ai Veneziani il Patriarcato di Costantinopoli e viceversa. Fu scelto il doge Enrico Dandolo, ma rifiutò e così diventò imperatore Baldovino di Fiandra. Al posto dell'Impero Bizantino, venne creato l'Impero Latino d'Oriente, che di fatto era uno stato fantoccio assoggettato a Venezia che prese l'isola di Candia, i porti sul Mare di Marmara, varie isole greche, la Morea, Gallipoli (oggi in Turchia), Adrianopoli, tre ottavi di Costantinopoli e parte del bottino. Nel 1261 AD, grazie all' aiuto dei Genovesi, da Nicea il basileus Michele VIII Paleologo fece una spedizione che lo riportò a Costantinopoli (ove eresse la chiesa di San Salvatore in Chora, poi Kariye Camii e oggi museo) restaurando l'Impero Bizantino; ma il declino di quest' ultimo fu oramai inarrestabile. Sotto il regno del successore Andronico II scoppiò una guerra civile e i Turchi Ottomani iniziarono ad espandersi. Il 29 maggio 1453, capeggiati dal sultano Mehmet II Fatih, presero Costantinopoli e posero fine al millenario Impero Bizantino.

Nei passaggi sotto riportati, la conoscenza che Caracci ha dei fattori politici e storici delle vicende, nonché dei luoghi che furono teatro di questi ultimi, si accompagna a una velata condanna dell'inutilità della spedizione - l'impresa disgustò perfino Papa Innocenzo III, che per i fatti di Zara scomunicò i Veneziani - e della miseria che ogni guerra porta con sé, soprattutto per i più umili. Non da meno, infine ma non per ultimo, una godibile lettura soggettiva, quasi intimistica, dei paesaggi e dei protagonisti.

[...] Poveri pescatori eravamo e non si capiva subito cosa il Signor Dio potesse volere se non le nostre vite, cosa il Papa se non preghiere e quale gabella il Doge pretendesse da noi, miseri tra i miseri.

E per l'intera estate, con le lacrime agli occhi, ci dissero della terra promessa e profanata, del piangere straziante del Santo Padre, di chissà quali impegni assunti da Venezia traverso la parole del grande vecchio Doge il quale, seppure cieco, bene vedeva il nostro fututo di fortune; e che la parola era stata data, l'arsenale, tutti gli squeri e i maestri d'ascia ormai lavoravano notte e giorno; che grande per tutti, sarebbe stato il compenso in questo mondo e nell'altro, assolto tutti i peccati chi avesse preso la Croce. [... ]

Tutte le barche ripartirono vuote, leggere, ben equilibrate lasciandoci un ricordo strano e grato di quell'Assunzione irripetibile dell'anno del Signore 1202; e magari la speranza di godere ancora delle immense ricchezze di Venezia. [...]

Quell'autunno del 1202 vidi più del mondo che in tutta la mia vita pregressa; fui a Venezia, poi nelle città di Pirano e di Pola; e un giorno di novembre eravamo, dissero, di fronte alla grande città di Zarra, traditrice, ripetevano, di San Marco. Infine, a Costantinopoli.

A noi, poveri vogatori, era chiesto di vogare, tacere e ubbidire; nessuno ci spiegò gli incontri notturni, nel mare d'Istria con navi bizantine; il saccheggio della città ungherese di Zarra, difesa soltanto dalle croci che la circondavano; la lotta furibonda tra i crociati e la rinuncia di molti alla spedizione; neppure ci dissero perché approdavamo a Costantinopoli e non in Terra Santa.

Ma quando chiesero a tutti i marinai di Venezia di sbarcare all'assedio della Città imperiale, nessuno si alzò dai banchi e afferrò la spada.

Soltanto gli ordini urlati dai comandanti e le prime frustate a cadere sulle schiene muovevano un'aria di silenziosa attesa, muti i marinai a guardare con meraviglia e spavento quelle enormi mura da scalare; in alto sugli spalti gli elmi dei difensori greci, le croci, i preti, le bandiere di un rosso cupo dall'aquila nera. [...]

Un anno di vita avevano preteso il Papa e il Doge per la liberazione del Santo Sepolcro, l'eterno compenso, mai più fame e freddo in terra.

Dieci anni sono trascorsi dalla partenza da Venezia durante i quali, in nome della croce, ho assistito a tutte le atrocità e spero di dimenticare: mi prende il rimpianto, mentre, ormai vecchio, vestito di stracci, mendico una mela e un passaggio dai pescatori che navigano verso nord, da isola a isola; remo per loro se interessa, racconto verità cui non credono.

Quante onde, quanta fame da Santa Maura, Durazzo, Ragusa; scongiurando gli imbarchi a primavera per trascorrere l'inverno alla carità di un convento o al duro servizio di una casa ricca, misero viandante di stracci buono per i servizi peggiori.

Lentamente mi riavvicino alla grande città di Zarra, assediata, presa e saccheggiata dieci anni prima, senza rispetto alcuno per le croci con cui si era cinta, mai immaginando di dovere tanto patire dai crociati.

Con gioia ritrovo, vicino al mare, la grande chiesa rotonda che pare volerti sollevare in cielo, mentre le sue pietre confortano amiche; un luogo di silenzio e consolazione dove la luce certo non è di questo mondo.

Da tempo non ho più ritegno a stendere la mano per un pezzo di pane, ogni giorno sono costretto a farlo sotto ogni cielo, in tutte le lingue; ma qui, davanti la porta di questa chiesa, qualcosa di mio è reso; non le ricchezze promesse, né la famiglia perduta [...].

Non oso rimanere troppo: la città mi somiglia, come me derelitta dai potenti che ci hanno abbattuto, ma tempo ad essre riconosciuto perfino come vogatore dei crociati, seppure anche io vittima della loro ambizione [...]

Un avvocato appassionato di Ragusa-Dubrovnik

CRISTIANO CARACCI è nato a Udine il 24 agosto 1948. Dopo la laurea in giurisprudenza all'Università di Trieste, ha intrapreso la professione di avvocato civilista, con studio nella capitale del Friuli. Appassionato di storia del diritto mediterraneo, storico e narratore per (un'altra) vocazione, è innamorato particolarmente della storia di Ragusa (Dubrovnik), la piccola-grande repubblica marinara adriatica. Nel 2004 ha pubblicato "Né Turchi né Ebrei ma Nobili Ragusei", Edizioni della Laguna (120 pagine), un breve excursus storico-giuridico sulla singolare città-stato di Ragusa. Oltre al volume citato e a quest'ultimo, "Levante veneto", Caracci è inoltre autore di "Due racconti ottomani" (SBC Edizioni, 2009, pp. 160) e il romanzo "La luce di Ragusa" (Santi Quaranta, 2005, pp. 176), nonché di articoli storici e giuridici.

39 - La Voce di Fiume Marzo-Aprile 2012 Una sfida: leggere il Dizionario fiumano come un romanzo avvincente

Una sfida: leggere il Dizionario come un romanzo avvincente

di Eneo Baborsky

Negli ultimi numeri della Voce si è giustamente dato rilievo alla recente meritevole pubblicazione del Dizionario Fiumano. Desidero scrivere a riguardo una testimonianza sulla mia esperienza singolare, quella di aver voluto usare il Dizionario non per saltuaria consultazione ma per leggerne ogni parola e ogni risvolto, come se fosse un avvincente libro, non da sfogliare ma da scavare nel profondo.

Esperienza davvero unica, che consiglio soprattutto ai discendenti meno attempati desiderosi di capire le proprie origini. Appartengo a quella generazione di mezzo che ha sentito tanto parlare in fiumano i propri genitori e parenti, ma che non ha praticato sistematicamente la lingua pur capendone bene i termini più correnti.

Per tale generazione la lettura è magicamente in grado di rievocare termini finiti in un angolo riposto della memoria, termini che riemergono associati alle persone care che li pronunciavano. Sapeste ad esempio quanta storia, quante situazioni ed emozioni hanno portato a me personalmente parole come strafanici, cioravo, pisdina, cragna, in cimberli, caziol, bieco, nicacovo, niscorista, sbrodigar, gace, plozcar, landize, falsùtina, palentar, fersora, slambreciado, rolò, saiba, basda, tampagno, trubaz, subioto, strucapatate.

Ognuno sottolineerà le parole sue, legate a ricordi personali quasi persi, rievocando situazioni, profumi, sensazioni, e ritrovando un pezzo di sé.

Qualche commento dal punto di vista linguistico. Varie interpretazioni sono diverse da quelle che mi porto dentro: ad esempio, "avà" è riportato come interiezione che significa "ahimè", "perdinci", mentre mio padre lo diceva sempre quando beveva un buon bicchiere di acqua fresca per dire "che buono!".

Oppure il significato della parola "basgàibar": per noi era sinonimo di delinquente, poco di buono; nel dizionario invece questo significato si trova associato alla parola "masgàibar", mentre "basgàibar" viene riportato come zoticone, grossolano.

Oppure ancora, "Dolfo" e "Elfi" significano "Adolfo", ma da noi lo zio materno lo chiamavamo "Dolfi". Inoltre a casa dicevamo "zia Milci" e "zio Vence", ma nel dizionario non trovo né l'una né l'altro. (A proposito di nomi, io mi chiamo Eneo, ma sono sorpreso di leggere nel dizionario che Enea sia il femminile di Eneo, cosa forse vera a Fiume ma non in assoluto).

0 ancora, "dietroman" per noi voleva dire "spesso" e non "a mano a mano" o "contemporaneamente".

O "far sfirit", espressione che non ho trovato nel vocabolario ma che sentivo spesso da mia madre (per indicare il pendere del capo all'atto di addormentarsi da seduto).

Tutti segni, secondo me, della stupenda duttilità e vivacità del nostro dialetto, che non si riuscirà mai ad imparare da un dizionario. Che bella è ad esempio l'espressione "Ziga pian!" che mi ricordo si diceva in casa, un vero e proprio simpatico ossimoro, oppure "La se senti, che con il sedere si ragiona meglio"...

Le frasi esplicative riportate nel dizionario sono molto ricche e belle. Una si riferisce addirittura a mio zio materno Roberto Sternissa, centrattacco del Milan dal 1929 al 1932: alla parola "ciapà", si dice: "El Berto, quel co la maja del Milan, era un poco ciapà de fumo"...

Ho trovato davvero deliziose alcune spiegazioni, degne del miglior dizionario di lingua italiana, come ad esempio quella di "carampana", da Ca' Rampani, contrada di Venezia dove vivevano le donne di malaffare; o, alla voce "marangòn" (falegname), perché la campana maggiore di San Marco si chiami "marangona" (dai marangóni de 'l Arsenal che quando la sonava i lassava l' lavor); o la derivazione di "marenda", dal latino "merenda", gerundio che significa "ciò che si deve meritare" (parola oggi ahimè rovinata da altre associazioni di significato che si son fatte strada nei tempi recenti come "compagni di merenda"...).

Che dire poi della splendida serie di accezioni e sfumature diverse relative alle singole voci (nella parola "persona" arrivano ad essere addirittura quasi cento!), che danno una misura della ricchezza nell'articolazione della lingua.

Il libro ha inoltre il pregio di riportare le piantine dei vari rioni di Fiume, dove si dà finalmente la possibilità di identificare facilmente luoghi e piazze a chi ne ha sempre sentito parlare ma, non avendovi vissuto, non le sa localizzare.

Tutte cosa da scoprire con pazienza con un lavoro di lettura meticoloso, regali preziosi fatti a ciascuno di noi dagli estensori dell'opera a cui deve andare il nostro ringraziamento più sentito, sperando che ognuno di noi apprezzi il vero valore di questo lavoro, non come semplice Dizionario ma come ricupero culturale di un intero complesso mondo. ■

AVVISO IMPORTANTE

Per chi volesse ricevere il DIZIONARIO FIUMANO-ITALIANO / ITALIANO-FIUMANO edito dal LCDF, a cura di Nicola Pafundi, ricordiamo che può richiederlo alla nostra Segreteria, telefonando al Segretario MARIO STALZER, ( +39.049..8759050)

dal lunedì al venerdì (orario dalle 15.30 alle 17.30). Verrà inviato via posta con un minimo contributo di 15 €.

40 - La Voce del Popolo 28/04/12 La nostra «Voce», per molti ormai un’irrinunciabile abitudine quotidiana

Dagli studenti della Scuola media superiore italiana di Fiume una serie di opinioni, riflessioni, suggerimenti e possibilità

La nostra «Voce», per molti ormai un’irrinunciabile abitudine quotidiana

FIUME – Un’iniziativa che, giorno dopo giorno, sta riscuotendo sempre più successo, tanto da diventare – tutto sommato in poco tempo – quasi un’abitudine quotidiana. E difatti, dopo le prime ore di lezione, quando sanno che ormai il "pacco" dovrebbe essere stato recapitato "a domicilio", si catapultano in biblioteca e chiedono la loro copia. Qualcuno la legge sul posto, altri lo fanno nei corridoi, altri ancora la portano a casa. Parliamo del "rapporto" che gli studenti della Scuola media superiore italiana di Fiume hanno stretto con il nostro quotidiano, ovvero del progetto "‘La Voce’ nelle scuole".

L’iniziativa è stata avviata dalla storica testata, rispettivamente dalla casa editrice EDIT di Fiume, nel 2005, e ciò grazie al sostegno finanziario del Governo italiano, nell’ambito dei fondi destinati alla Comunità nazionale italiana in Croazia e Slovenia e alle sue istituzioni. Il tutto per il tramite dell’Unione italiana che, e questo va detto, fin dall’inizio ha riconosciuto la validità del progetto, ha creduto nella sua utilità e finora lo ha appoggiato.

Sono, dunque, circa sette anni che "La Voce del Popolo" è presente – anche se con qualche interruzione – nelle scuole della CNI, a disposizione (gratuitamente) degli allievi – ma non solo –, che sono e rimangono il destinatario principale di questa "campagna" di diffusione della stampa italiana tra le giovani generazioni.

Finalità educative e formative

Un percorso con chiare finalità educative e formative, volto a suscitare interesse e motivazione alla lettura (del quotidiano) in un momento, come quello attuale, in cui le cifre dell’editoria documentano un rapporto di estraneità dei cittadini verso i giornali (oltre che i libri) e vedono il dilagare di una cultura fondata sull’apparenza e sull’immagine veloce. I nuovi linguaggi multimediali e tecnologici vengono spesso fruiti in modo superficiale e meccanico, e ciò porta non di rado al fraintendimento del loro senso culturale, alla progressiva perdita di alcune capacità che proprio l’abitudine alla lettura sviluppa, come quella di concentrazione, di immaginazione e di attenzione all’altro da sé, ostacolando lo sviluppo della logica, del rigore intellettuale, della capacità conoscitiva e dell’esperienza esplorativa. Tutte qualità che costituiscono presupposti fondamentali per progredire, per crescere, per comprendere il mondo che ci sta intorno. Insomma, come scrisse già Marcel Proust per la lettura del libro (e di cui prendiamo in prestito la frase da "Il tempo ritrovato" per applicarla al giornale): "Ogni lettore, quando legge, legge sé stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in sé stesso".

Sinergia tra istituzioni... e famiglie

Ma "‘La voce’ nelle scuole" fa (o meglio si propone di fare) anche di più: promuove la collaborazione fra quotidiano-EDIT, scuola e famiglie (che stanno dietro ai ragazzi). Il giornale viene sfogliato, letto, commentato; alcuni, una volta letto, lo restituiscono in biblioteca piuttosto che farlo finire nei cestini dei rifiuti (dimostrando così coscienza ecologica), altri se lo portano a casa e altri ancora prendono delle copie rimaste per darle poi ai vicini, vecchi fiumani che, visti i tempi che corrono e con le loro pensioni, il giornale non se lo possono permettere sempre. Sono osservazioni fatte da chi ogni giorno segue l’andirivieni di ragazzi e giornali, ossia la professoressa Dolores Močinić, bibliotecaria della Smsi.

È infatti la biblioteca il luogo in cui l’EDIT lascia "La Voce del Popolo" (e il quindicinale "Panorama"), già verso le 9 del mattino, per farla arrivare ai lettori dell’ex Liceo italiano. "I ragazzi lo sanno e poco dopo (durante il piccolo intervallo tra la prima e la seconda ora di lezione, nda) vengono a prelevare il giornale. Se non c’è ancora chiedono il perché, s’informano, domandano se e quando ci sarà. Sì, per loro è diventata proprio un’abitudine", ci dice la prof. Močinić, che "registra" comportamenti e atteggiamenti. "Io stessa e anche i ragazzi notiamo i cambiamenti e i progressi che in tutti questi anni il giornale ha fatto, e l’opinione condivisa è che è migliorato".

Amano leggere di sé

Ci sono classi che sono più "disciplinate" e più affezionate alla lettura rispetto ad altre? "Le prime due classi sono molto diligenti in questo senso. C’è una, in particolare, in cui lo prendono davvero tutti, ogni giorno. Ed è una classe molto particolare – spiega –, la prima del liceo scientifico-matematico. Non è molto numerosa, ci sono diversi maschietti, ma ciò che la rende speciale è che è davvero un esempio di multiculturalità. Non solo perché ci sono connazionali e croati, cosa ormai di regola, ma dove ci sono pure un cinese e un albanese".

"Ci sono però momenti in cui il giornale va letteralmente ‘a ruba’ – rileva ancora la bibliotecaria –. Ed è quando vengono pubblicati articoli e soprattutto foto che li riguardano direttamente. Ciò avviene quando ci sono balli di maturità, gare sportive, scambi con altri istituti, concorsi a premi, manifestazioni culturali... in cui trovano sé stessi o i propri compagni di scuola. Si divertono a commentare, a confrontare le opinioni. È senz’altro un progetto da continuare", conclude la prof.ssa.

Pagine da confezionare a loro misura

Quali sono – e veniamo al dunque – le opinioni dei diretti interessati? Ne parliamo con alcuni allievi delle ultime classi, che hanno alle spalle un po’ di esperienza da lettori, provenienti dai vari indirizzi di studio aperti presso la SMSI fiumana: ginnasio generale, liceo scientifio-matematico, tecnico alberghiero-turistico. Salvo piacevoli sfumature, è un coro di voci che risponde all’unisono. Il giornale piace, si legge – anche se non sempre assiduamente –, si usa per le ricerche a scuola.

Ce lo confermano le signorine della IV a (ginnasio generale), forse lievemente distratte perché in questi (e nei prossimi) giorni c’è un chiodo fisso che le tormenta: terminare con il profitto più alto possibile l’ultimo anno di scuola media superiore e contemporaneamente prepararsi adeguatamente, per sostenere nel miglior modo possibile, l’esame di maturità statale. Le lezioni si concludono venerdì 18 e le prove della maturità iniziano nella settimana del 20 maggio. I tempi sono strettissimi.

Unico giornale italiano

Karla Ferk, 19 anni: "Trovo molti divertenti le ultime pagine, che riportano una serie di curiosità dal Paese e dal mondo, con tanto di gossip, aforismi e notizie strane. Amo leggere le barzellette, il sabato, e altri contenuti di intrattenimento. Sono i più vicini a noi, al nostro modo di essere. Ciò non significa che non guardiamo il resto. Tra l’altro, il professore di Etica (Ċ½eljko Maurović, nda) ci chiede di trovare e raccogliere da giornali italiani articoli su cui poi riflettere e discutere in classe durante la sua ora. E ‘La Voce del Popolo’ è l’unico giornale italiano".

Ivona Bakarčić, 19 anni: "Concordo pienamente con Karla per quanto riguarda i temi di nostro interesse. Ecco, sarebbe opportuno poter leggere di più argomenti legati alla maturità di stato, poter esprimere i nostri pareri, perché questo è un aspetto che ci tocca molto. Siamo insoddisfatti e contrariati per i termini così vicini alla fine delle lezioni, non ce la facciamo a studiare su ‘due piani’". Altre proposte? "Ecco, ‘La Voce’ potrebbe, ad esempio, pubblicare le domande degli esami di maturità dello scorso anno, come fanno altri quotidiani croati, e così facilitarci il tutto. Perché attualmente non ce ne sono di esempi di test disponibili in italiano. Inoltre, mi piacerebbe avere l’applicazione per lo smartphone. Sì, sarebbe bello poter avere l’icona sul mio iPhone, la cliccherei e così leggerei il giornale".

Parlare e discutere dei loro problemi

Arianna Dundara, 18 anni: "Più musica di oggi, ma non quella mainstream, spettacoli contemporanei, curiosità, giochi, oroscopo... Insomma, contenuti che divertano. Non ci va di leggere le notizie di politica e di cronaca, tanto lo sappiamo che la vita è difficile e pesante". "Secondo me mancano notizie di politica che riguardano Paesi extra-europei. Ci sono tante guerre in corso e situazioni critiche di cui sappiamo poco, ma anche culture e civiltà che non conosciamo a sufficienza e di cui non siamo informati", le fa eco Oretta Bressan, 18 anni.

"Forse dovremmo esprimere più spesso i nostri pareri, dare voce al nostro malcontento, in primo luogo per questo sistema di maturità di stato che, vada come vada, ci costringe a fare un esame in più rispetto ai nostri colleghi croati, se vogliamo iscriverci a un’università in Croazia. Infatti, l’esame di lingua e letteratura italiana non ci viene riconosciuto come punteggio (gli alunni delle SMSI in Croazia portano alla prova finale lingua e letteratura italiana, lingua croata e, a scelta, matematica o inglese, nda), e gli atenei croati chiedono tassativamente croato, inglese e matematica, per cui alla fin fine dobbiamo fare come minimo quattro di esami", conclude Oretta.

Sarebbero disposte a collaborare con il giornale, a scrivere, a intraprendere la carriera giornalistica e magari un giorno trovare uno sbocco lavorativo alla "Voce"? "È un’idea, non dispiacerebbe. Ci faremo un pensierino", rispondono Karla, Oretta e Ivona.

L’imperativo è: intrattenimento

A questo punto, agli altri non è rimasto granché da aggiungere. Sabrina Baričević, 18 anni, e Christian Baković, 17 anni, entrambi della III liceo scientifico-matematico, cercano nel giornale gli argomenti tipici dei giovani, come la musica moderna, gli spettacoli contemporanei, pagine di gossip o di scandali, che stuzzicano. Ma non dispiacerebbe leggere anche cose di scienza, tecnologia, oppure consigli per una corretta alimentazione. E a scrivere, ci pensano? "Sì, ma solo di cose di cui m’intendo, ossia musica giovane", precisa Sabrina. "È un buon giornale", conclude invece Christian. "Trovo che il quotidiano sia migliorato", aggiunge Astrid Pibernik, 17 anni, della III t (indirizzo alberghiero-turistico). "Lo sfoglio anche durante alcune ore di lezione, quando mi annoio, così mi tengo informata. E poi leggere l’oroscopo, che è una delle mie rubriche preferite, è anche una forma di intrattenimento", confessa allegramente la sua compagna di classe Sara Superina, 17 anni. "Non sono un grande lettore, in generale dei quotidiani – ammette il collega Stefano Luketić, 17 anni –. Se ci fosse più musica, più sport e, perché no, anche moda, mi invoglierebbe di più. Come pure se i titoli e l’impaginazione fossero maggiormente intriganti".

Ilaria Rocchi

41 - El Boletin Club Giuliano-Dalmato di Toronto n° 149 Marzo 2012 - Un ricordo di Altamura

Un ricordo di Altamura

Altamura, nella regione di Puglia, è ricordata per il buon pane reso celebre dagli abili artigiani dei panifici locali. Per me, però, come per migliaia di profughi delle terre ex- italiane, l’Istria, le isole del Quarnero e la Dalmazia, Altamura ricorda il campo profughi, un crucivia di transito, un periodo di ansiose speranze, aspettative e delusioni.

Gli anni continuano a sgretolare i frammenti sul filo della nostra memoria, ma mentre i ricordi sbiadiscono la vita continua. Capita spesso che i figli o nipoti chiedono della nostra storia personale del nostro esodo che sono legati alla storia d’Italia. Dopo circa un mezzo secolo, io ho voluto rivedere assieme ai miei familiari il luogo dove per diciasette mesi sono stata rinchiusa assieme ai miei genitori nel lontano 1956-1957 nel Campo Profughi di Altamura.

Ricordavo che il campo era situato su un terreno di circa 27 ettari sulla statale nº 96, a metà strada tra Altamura e Gravina, e che la zona rassomiglia ad una steppa che rende un senso di isolamento e spazio vuoto. Il campo era stato costruito sul sito che raccoglieva i prigionieri di guerra e l’area, parzialmente circondata di recinzioni di ferro spinato e arruginito, aveva i resti di quattro torrette per le sentinelle. Ricordavo bene che il campo era composto da padiglioni, divisi in "box"e alcuni separati da coperte. Di igiene ci si preoccupava ben poco benché i servizi erano divisi per donne e uomini.

I profughi venivano via Bari scortati dalle forze dell’ordine e poi schedati dall’impiegata dell’ufficio amministrazione e muniti con una tessera, una gavetta per il ritiro del cibo della mensa, una branda e coperta per l’alloggio ed il numero del padiglione. Il cancello si chiudeva dietro il profugo senza casa e patria che lasciava dietro la propria libertà chiedendo asilo alle autorità italiane.

Il mio ritorno dal New Jersey (USA) ad Altamura il 21 novembre 2011 fu un’esperienza dantesca. Visitare i luoghi del passato può essere una delusione perché il passato non si recupera mai e poi perché con il mio ritorno ho sigillato i miei anni giovanili che ora sono sepolti nelle macerie del ex-campo profughi. Il Campo Profughi di Altamura non esiste più. È stato chiuso nel 1963.

Il mio viaggio, fatto insieme a mio marito Gino e figlio Roger, iniziò a Bari a bordo di un tassì. L’ abile autista Giusepppe ci fornì delle informazioni sul sito del ex-campo profughi, patrimonio della memoria storica collettiva e sul programma per la costruzione di un Parco della Pace. Il conflitto urbanistico, però, dovuto a vari interessi dei speculatori dell’edilizia, sembra stia creando un ostaccolo alla realizzazione di un parco sul sito storico.

Giungemmo all’antica porta di Altanura nel tardo pomeriggio quando già il buio la faceva apparire dantesca. Non conoscendo la strada giusta per il campo profughi ci sentivamo "smariti", ma grazie all’intervento di due vigili urbani, gli agenti Domenico Francalvieri e Paolo Popolizio, che ci fecero strada, raggiungemmo il desolato sito.

Nel buio appariva più pauroso e scarno.

La famosa palazzina, dove a soli 17 anni io prestavo servizio come impiegata-tradutrice, e dove migliaia di profughi furono schedati, era lì abbandonata, un rudere senza voce, visibile solo nella luce dei fari abbaglianti della macchina dei vigili. Tutto sembrava una scena da discesa agli inferi, eccetto che i gentili vigili non solo capirono l’emozione e il dolore mio, ma il dolore nel profondo senso dell’ umanità che il tutto rappresentava. Il loro contributo sarà sempre apprezzato.

Questo campo profughi è un pezzo della storia d’Italia – una storia della tragedia di tanti esuli giuliani-dalmati. Il campo, ora vuoto e freddo, riposa nella sua desolazione ed abbandono. I suoi profughi sparsi nel mondo ricordano ancora un tempo remoto, un tempo di sospensione quando il futuro poteva essere solo un sogno.

Forse un Parco della Pace sarebbe la sua ideale, ultima ri-incarnazione ed un sospiro di sollievo per un’umanità stanca e travolta dalla storia.

Ida Vodaric Marinzoli

Old Bridge, N. J.

42 - Panorama Edit 15/04/12 Rivive il mito della Parenzana

Anniversari nell'arte-

Esposti quadri e ««modellini» frutto della passione di Giulio Ruzzier

Rivive il mito della Parenzana

Giulio Ruzzier alla cerimonia di inaugurazione all'Auditorio di Portorose

di Mario Simonovich

Ha cominciato lo scorso dicembre costruendo in circa quindici giorni la prima locomotiva in miniatura. Poi ne ha costruito una seconda, più grande e di altro tipo e due vagoni.

Questi i termini con cui Giulio Ruzzier ha sintetizzato una delle due categorie essenziali con cui si è presentato al giudizio dei connazionali e del pubblico in genere all'Auditorium di Portorose. L'altra sono stati i suoi quadri. Comune alle due categorie il tema: la Parenzana, la - si direbbe quasi mitica - ferrovia a scartamento ridotto che per quasi tre decenni e mezzo ha unito Trieste a Buie e Parenzo. Più vecchia la genesi di questa seconda categoria. Ha iniziato i primi quadri tre-quattro anni fa riproducendo l'immagine della stazione di Santa Lucia che meglio conosceva ed a cui era maggiormente legato. Ha continuato riproducendo tutte le altre, i viadotti i ponti, il tracciato. Uno degli ostacoli maggiori nell'opera è derivato dalle difficoltà di reperimento delle immagini, sicché è ricorso a vecchie cartoline, libri d'epoca e all'aiuto del computer. In taluni casi l'opera è stata resa più difficoltosa dal fatto che talune stazioni sono state demolite, sicché si è recato sul posto per identificare le fondamenta ed effettuate i dovuti controlli. L'unica di cui non esiste più alcuna traccia è proprio quella di Santa Lucia che, ha detto con rimpianto, vorrebbe fosse degnamente ricordata: "Bisognerebbe fare qualcosa per ricordare questa stazione". Egli stesso ritiene di poter offrire un progetto ideale in cui coinvolgere il comune, le comunità locali e le persone competenti, che si potrebbe realizzare in breve tempo, senza troppa spesa e con benefici anche per il turismo.

I dipinti, frutto anche della sua pluriennale frequentazione della sezione artistica preso la Comunità degli Italiani "Giuseppe Tartini" di Pirano, presentano scorci salienti della linea, in primo piano ovviamente le stazioni raffiguranti quasi tutte le stazioni. Oggi, come detto, in gran parte demolite o inglobate in altre costruzioni più moderne, sono rare, sicché la sua opera si presenta come unica nel riproporre l'Istria (e le sue comunicazioni) come erano negli anni dall'inizio del secolo scorso a quell'ultimo giorno dell'agosto 1935 in cui transitò l'ultimo treno.

Vista dalla prospettiva odierna, la linea può essere tranquillamente oggetto di critiche che però si ridimensionano immediatamente quando si inseriscono nel contesto dell'epoca. Va ricordato infatti che essa fu voluta in particolare dai comuni dell'Istria occidentale per motivi dichiaratamente economici ma implicitamente anche politici. Basti pensare ad esempio che quando entrò in funzione, il primo aprile 1902 (!), era ormai attiva da un quarto di secolo la ferrovia istriana a scartamento normale. La quale però - con l'ottima scusante di dover doverosamente favorire il decollo economico dell'Istria interna e d'evitare d'essere esposta alla gittata delle artiglierie italiane - era stata fatta passare in aree che oltre ad essere palesemente fra le più depresse, erano anche abitate da popolazioni slave, molto più fedeli all'impero degli italiani. A loro volta questi, massicciamente presenti nei comuni costieri o nell'immediato retroterra, insistevano per una via di comunicazione che permettesse un'affluenza più facile delle merci sul mercato triestino (eloquente a proposito il dato che, nella sola area di Pirano, il 70 per cento delle aree coltivabili era occupato da ortaggi, soprattutto primizie, che affluivano sul mercato triestino). Non meno innegabile, ma certamente molto meno messa in evidenza dati i tempi, era l'idea che il treno avrebbe favorito l'affermazione di tutti i valori che facevano capo ad un'italianità palesemente qui molto sentita. Che lo scontro politico fosse piuttosto avanzato si può vedere anche dai conflitti (anche quella volta) nati in merito alle lingue da usare per le tabelle con i nomi delle stazioni.

Stretta fra interessi (e pressioni contrapposte) Vienna alfine optò per una linea a scartamento ridotto che, dipartendosi da Trieste, si sarebbe collegata in un primo momento con Buie, successivamente con Parenzo (cosa che avvenne circa sei mesi più tardi, ossia in tempi piuttosto contenuti) e più tardi con Canfanaro, sulla Divaccia-Pola da cui si dipartiva anche l'allacciamento con Rovigno.

Arrivata con difficoltà a Parenzo, però, la linea non ebbe mai questo terzo tronco.

Lo scartamento ridotto significava in primo luogo spese di costruzione più contenute: basti pensare alle gallerie più piccole o ai raggi di curvatura minori rispetto alle linee normali. In quest'ultimo caso però anche la velocità dei convogli era più ridotta: infatti i treni si muovevano al massimo a 30 Km all'ora. Anche il volume di carico, trattandosi di vagoni più piccoli rispetto ai normali, era minore, il che in ultima analisi significava che larga parte dei risparmi nella costruzione si riversarono nella gestione, che infatti fu costantemente in rosso, fino a imporre - peraltro in concomitanza con altri fattori nuovi, in primo luogo lo sviluppo del trasporto su gomma - la chiusura della linea e la rimozione degli impianti. Va detto anche che la subentrata amministrazione italiana - di contro a quanto talvolta si sente dire - cercò di migliorare il servizio fra l'altro introducendo anche sei nuove locomotive. Alcune di queste, adattate allo scartamento metrico, furono poi utilizzate in Sicilia dove prestarono servizio fino alla metà degli Anni Cinquanta. •

43 - La Voce di Fiume Marzo-Aprile 2012 - 1966 : Il Raduno di Venezia

IL CINQUANTESIMO.... COME ERAVAMO

1966: Il Raduno di Venezia

Nel 1966 si tenne il Raduno dei Fiumani a Venezia, riportiamo in queste pagine il saluto del Sindaco del Libero Comune e quello del Sindaco di Venezia ma vi proponiamo anche alcuni messaggi di saluto giunti in quell'occasione agli organizzatori che riportano all'attenzione il ruolo di alcuni personaggi storici dell'associazionismo e comunque legati alle tematiche dell'esodo che avevano voluto inviare un attestato della propria stima per il lavoro che i Fiumani stavano facendo.

La data del 30 ottobre 1966 era stata scelta per celebrare il 48.esimo anniversario del plebiscito che consacrò, per volontà del popolo, l'appartenenza di Fiume all'Italia.

Si tenne la riunione del Consiglio e ci fu lo spoglio delle schede elettorali che riconfermarono Gherbaz nel ruolo di Presidente, seguito dal prof. Devescovi e dal dott. Spetz Quarnari. La Giunta era composta da Tuchtan, Descovich, Raimondi Cominesi, Bilà, Venutti, Andreanelli, Gecele, Sardi, Spetz, Di Pasquale.

I testi e notizie sono tratte dal numero 4 de La Voce di Fiume del 1966, allora il Notiziario era composto da 8 pagine con il resoconto del raduno, il discorso del Sindaco di Zara, note storiche in merito al "Proclama" a cura di Annibale Blau ed una nota curiosa: dopo il raduno di Venezia un anonimo fiumano aveva voluto regalare al Libero Comune un armadio metallico nel quale custodire gli schedari... anche questa è storia.

Saluto del Sindaco Venezia, 30 ottobre 1966

Concittadini, Fiume vi è grata. La manifestazione svoltasi a Palazzo Ducale ha assunto per la solennità che, accorsi così numerosi avete saputo imprimerle, deciso valore storico. Nell'ottobre 1918 il nostro popolo, forte del diritto di autodecisione riconosciuto alle genti, insorse deciso di infrangere le maglie di iniqui trattati che, oltre a sacrificare Fiume allo straniero, soffocavano la libertà dell'Italia nei suoi mari.

Non paventò il popolo di Fiume l'avversità delle grandi potenze, non disarmò di fronte alle mene dei rinunciatari. Oggi, nel celebrare la ricorrenza di quel fatidico Plebiscito, la volontà da voi manifestata nel ribadire che Fiume insorgeva ancora una volta fieramente ed era decisa, è stata non meno ferma e non meno decisa, quando invocando il rispetto al diritto violato, affermaste di voler infrangere le maglie di ogni nuovo intrigo politico.

Lo faceste guardando, dopo le ricordate millenarie glorie del nostro Comune, al fulgido esempio dei nostri Maggiori, dei nostri Caduti, dei nostri Martiri, che tutti avemmo presenti. Eravate quegli stessi, ed erano con voi ora i vostri figli e nipoti, che nel 1918 scesero nelle vie e nelle piazze di Fiume, invocando l'annessione all'Italia e giustizia per tutte le terre adriatiche sacrificate.

E vi è stata nella appassionata parola del Sindaco di Venezia il riconoscimento ufficiale del valore storico della data del 30 ottobre, così consacrato:

E' stato il vostro un atto di grande, sublime amore che la Nazione non dimentica e che è stato registrato nella storia del nostro Paese; un atto di volontà che testimonia la vostra italianità e che vi ha legati a noi per sempre. Fiumani, ci attende una poderosa mole di lavoro: riallacciare tutte le fila aggiornando e completando nei minimi dettagli l'Anagrafe del ricostituito Libero Comune; intensificare la raccolta di ogni sacra testimonianza ed ogni memoria; promuovere lo studio ed il culto amoroso del nostro passato; curare il nostro Medagliere; agitare entro ed oltre i confini quell'ideale di giustizia, obbedendo al quale senza errate ambizioni intendiamo tenere alto, nella luce d'Italia, il vessillo di Fiume. Fiumani, negli anni della trepida vigilia era inciso nei cuori ed alimentava le nostre speranze il motto dantesco: «Non sbigottir ch'io vincerò la prova...». Confidiamo, non sbigottiti dalle molte avversità, nel futuro di Fiume nostra, nel futuro dell'Italia Madre.

IL SINDACO Avv.to RUGGERO GHERBAZ

L'Avv. Gherbaz ha così risposto il Sindaco di Venezia ing. Favaretto Fisca:

Cari Amici Fiumani, grato del vostro gentile invito, sono venuto qui per recarvi il fraterno, cordiale saluto di Venezia ed assicurarvi che noi tutti nutriamo per voi una affettuosa sincera simpatia. Voi oggi, come ho sentito, ricordate con commozione il Plebiscito del 30 ottobre 1918 con il quale il vostro Consiglio Nazionale, presieduto da Antonio Grossich, proclamava l'unione di Fiume all'Italia. E' stato il vostro un atto di grande, sublime amore che la Nazione non dimenticherà mai. Ed è stato registrato nella Storia del nostro Paese. La volontà che avete espresso allora testimonia della vostra italianità ed unisce idealmente, a noi i Fiumani presenti ed i Fiumani assenti. Conosco non da oggi ma da tanti anni la fede che vi sorregge e che vi unisce in una sola famiglia come oggi. Ed io, consentitemi che ve lo dica, vi ammiro e vi auguro ogni bene; e soprattutto unione, serenità e tranquillità nella ricordanza della vostra amata Città. Vi ringrazio tutti ma particolarmente il vostro Sindaco della pergamena ricordo che con tanta amabilità avete deciso di offrirmi. La terrò certamente molto cara fra le cose più care, perché essa è l'espressione, della vostra gentilezza d'animo, della vostra gentilezza di cuore, e quello che è più importante di pensiero.

TELEGRAMMI E MESSAGGI

Moltissimi sono stati i telegrammi ed i messaggi pervenuti in occasione del IV raduno degli esuli fiumani agli organizzatori dello stesso. Nell'impossibilità materiale di trascriverli tutti diamo notizia di quelli più significativi:

S.E. ANTONIO SANTIN, Arcivescovo di Trieste e Capodistria, già Vescovo di Fiume, ha scritto: «Il periodo passato a Fiume fu per me di grande fatica ma anche di viva gioia. Ho conosciuto un popolo buono e generoso, che porto nel cuore. Ho sempre avanti al mio spirito la bella città, fervida di opere, linda e chiara, ricca di cortesia sincera, salda, decisa. E penso ai cari fiumani sparsi dovunque; ma sempre gli stessi, fedeli al vecchio e caro S. Vito. Sono con voi con il mio cuore e la mia benedizione».

S.E. UGO CAMOZZO, Arcivescovo di Pisa e ultimo Vescovo di Fiume, ha telegrafato cosi :

«Ai diletti figli esuli fiumani riuniti Venezia per raduno nazionale giunga affettuoso paterno saluto loro antico pastore impossibilitato presenziare. Con ! profondo sentito augurio che iniziative raduno servano sempre più radicare coscienza storici valori in tutti, sostenuti da genuina fede e confortati da affettuoso ricordo e pastorale benedizione».

PADRE FLAMINIO ROCCHI, che da anni presta la sua fattiva collaborazione all'A.N.V.G.D. per la tutela degli interessi degli esuli giuliani e dalmati, ha telegrafato: «Auguro che Fiume, oggi deturpata presenza 140.000 abusivi balcanici, riviva gloriosamente olocausta nell'unità comunale dei suoi cittadini e nella bellezza del suo volto italiano».

IL Dott. MANLIO CACE, Presidente dell'Associazione Dalmata, ha telegrafato:

«Associazione Nazionale Dalmata invia sua fraterna adesione e voti augurali per costituzione ufficiale Libero Comune di Fiume ricorrenza storico plebiscito città olocausta».

L'avv. FOSCO, a nome dell'«ESULE»: «Redazione e collaboratori Esule salutano nascita Libero Cumune che riconferma plebiscito 30 ottobre e condanna diktat contrario volontà popolo fiumano».

Il Dott. DELLA SANTA da Trieste:

«Unione Istriani porge affettuoso caloroso saluto nuovo Comune fiumano in esilio e saluta nuovo Sindaco Libero Comune».

Il Dott. BENEDETTI, Sindaco di Trento:

«Impossibilitato intervenire significativa cerimonia invio adesione cittadinanza trentina a commemorazione storica ricorrenza».

Il Comm. FULVIO BRACCO, a nome del Circolo Giuliano Dalmata di Milano:

«Il Circolo giuliano dalmata plaude costituzione Libero Comune Fiume Esilio e porge fraterni auspici per sua affermazione».

LAvv. MOSCATI, a nome dell' Associazione Amici del Vittoriale:

«Amici Vittoriale, idealmente schierati tolda nave Puglia, salutano alla voce eroico gonfalone Fiume italiana auspicando avverarsi intramontabili ideali al Comune oggi risorto libero nel significativo splendore della Serenissima».

Il Prof. GIORGIO DEL VECCHIO, già Magnifico Rettore dell'Università di Roma:

«Prego accogliere mia fervida adesione raduno fiumani nel nome immortale di Gabriele d'Annunzio».

Il Dott. GIANNI BARTOLI, già Sindaco di Trieste, ha telegrafato cosi: «Mai dimenticherò fratelli fiumani cui sacrificio reclama equa revisione trattato di Parigi imposto contro diritto naturale autodecisione popoli. Con animo istriano anelante pace nella giustizia saluto tutti caramente».

Il Dott. ANNIBALE BLAU, ultimo superstite dei firmatari dello storico proclama del XXX ottobre, da Rapallo ha scritto:

« Il mio spirito e la mia volontà saranno con Voi ed auspicheranno di vero cuore che la celebrazione del 30 ottobre dia ai convenuti il senso dell'amore e dell'abnegazione, della speranza e del tormento con i quali gli iniziatori - e poi tutta la città - hanno guardato fiduciosi alla gran Madre comune, all'Italia amata».

Un significativo telegramma, è quello pervenutoci da UMBERTO DI SAVOIA da Cascais. II nostro Comune non può entrare nel merito della questione istituzionale; comunque sta il fatto che Umberto di Savoia ha ritenuto opportuno, in occasione del raduno e dell'insediamento degli Organi del Libero Comune di Fiume in Esilio, inviarci il seguente telegramma:

«Partecipo spiritualmente con plauso proclamazione Libero Comune di Fiume in Esilio, solenne manifestazione di speranza e di fede di quanti si sentono indissolubilmente uniti alla Patria comune».

44 - Il Piccolo 23/04/12 Ritratto di Magris uomo di frontiera e voce dell'epica

Ritratto di Magris uomo di frontiera e voce dell’epica

Primo volume, curato da Ernestina Pellegrini, sulla sua opera saggistica, narrativa e teatrale

Scrittori - nei "meridiani"

Il libro si apre con il saggio sul "Il mito asburgico", pubblicato nel 1963 da Einaudi, con cui il giovanissimo germanista triestino si impose all’attenzione della critica È stato un lavoro di gruppo. E devo ringraziare la generosità di Claudio Magris che ha messo a mia disposizione per anni il suo incredibile archivio personale

di Roberto Dedenaro

Esce domani in libreria il primo dei due Meridiani Mondadori dedicati a Claudio Magris. Curatrice dei volumi è Ernestina Pellegrini, docente all'Università di Firenze che si occupa da sempre di letteratura triestina e in particolare dell'opera narrativa di Claudio Magris. Alla professoressa Pellegrini abbiamo chiesto di descriverci il progetto e i criteri che ha adottato per la compilazione di un’opera destinata a divenire un vero e proprio punto di riferimento per studiosi e appassionati dello scrittore triestino. «Il progetto editoriale prevede l’uscita di due Meridiani che presentano un’ampia selezione dell’intera opera saggistica, narrativa e teatrale di Claudio Magris. Il secondo volume dovrebbe seguire nel 2014. La struttura generale dell’opera segue un criterio cronologico: dal "Mito absburgico" del 1963 fino alle recentissime raccolte di saggi ("Livelli di guardia" del 2011) e altre probabili e auspicabili sorprese narrative. Si è preferito non dividere l’opera complessiva in sezioni e per generi artistici, mostrando il continuo intersecarsi dei linguaggi e degli stili, in un percorso evolutivo che rivela la loro fertile contaminazione, senza perdere mai di vista la fisonomia complessiva di quest’uomo di frontiera, di questo intellettuale di fama internazionale, cercando di modellare un ritratto – come dire - mercuriale e "cubista", un ritratto in continuo divenire. C’è il germanista, c’è il saggista, c’è il giornalista, c’è il narratore, c’è lo scrittore di teatro, c’è il viaggiatore, c’è l’intellettuale impegnato in battaglie morali e politiche. È ciò che chiamerei la voce dell’epica, della sabiana "calda vita"». In questo primo libro ritroviamo, dunque, il percorso che conduce a "Danubio", forse il capolavoro di Magris, una vera pietra miliare... «Il libro si apre con i due saggi monumentali, che hanno inaugurato la sua carriera di studioso, capace di diffondere in Italia la conoscenza della cultura mitteleuropea e della civiltà ebraico-orientale, "Il mito absburgico nella letteratura austriaca moderna" (1963) e "Lontano da dove. Joseph Roth e la tradizione ebraico-orientale" (1971), in cui è possibile vedere in controluce la presenza clandestina di un "romanziere refoulé". Segue "Illazioni su una sciabola" (1984), il libro che ha segnato il passaggio alla narrativa - uscito in sincronia con "L’Anello di Clarisse", il grande viaggio dentro la letteratura del nichilismo - un racconto filosofico, una specie di favola morale che narra la bizzarra odissea cosacca, quella del generale bianco Piotr Krasnov, alleato dei nazisti. C’è poi, naturalmente "Danubio" (1986), il libro più noto a livello internazionale (ha avuto finora 24 traduzioni e

6 sono attualmente in corso), un inconsueto baedeker e viaggio sentimentale verso l’altra Europa, che è stato paragonato a un’Odissea contemporanea, a un "romanzo sommerso" – come lo definisce l’autore stesso – che ha ispirato un buon numero di parodie e imitazioni. Credo si possa sostenere che quel grande romanzo sovranazionale che il giovane Magris aveva invano sollecitato agli austriaci, un romanzo capace di afferrare nella sua duttile vivacità spirituale quanta più realtà storica possibile, alla fine l’ha scritto lui stesso – come sostiene acutamente Renate Lunzer – "lui il flaneur e l’erudito uniti nella stessa persona"». Ci sono anche altri apporti e apparati davvero interessanti. Ce li può descrivere? «È stato un lavoro di gruppo, una sinergia straordinaria. Non potrò mai ringraziare abbastanza la generosità di Claudio Magris che ha messo a mia disposizione per anni il suo incredibile archivio personale. Grazie anche alla sua collaborazione e alla sua amicizia, ho potuto avere a disposizione tutto ciò che mi occorreva.

Maddalena Longo e Rossella Pacor, che collaborano con lui, sono state talvolta dei veri e propri angeli soccorritori, premurose nel fornirmi carte e consigli. Accanto alla mia introduzione molto generale, nel volume c’è un bel saggio specifico di Maria Fancelli, che illumina la produzione di Magris studioso delle letterature in lingua tedesca, e documenta il suo interesse per alcuni prediletti autori delle letterature scandinave. Per la stesura delle "Notizie sui testi", che sono quasi delle tessere saggistiche autonome, ho attinto ai documenti inediti conservati in archivio, e ho potuto così fornire informazioni dettagliate sulla genesi delle opere, nonché ricostruire per ciascun libro un’amplissima rassegna della ricezione critica non solo in Italia ma anche all’estero, e specialmente nei Paesi di area germanica e nord-europea che, fin dai tempi de "Il Mito absburgico", hanno individuato in Magris un interlocutore autorevole non solo in campo letterario. L’Archivio Magris è stato una risorsa fondamentale anche per la preparazione della Bibliografia, a cura di Luca Bani, bibliografia in sé sterminata, ma qui proposta in forma essenziale sia nella sezione delle opere di Magris, sia in quella che registra i principali titoli della bibliografia secondaria – quest’ultima relativa soltanto ai libri raccolti nel Meridiano». C’è poi l’apparato della Cronologia... «Che presenta delle vere e proprie sorprese al lettore. È qui, soprattutto sotto il profilo biografico, che il contributo di Magris si è rivelato più diretto e indispensabile. Siamo davanti a una specie di autobiografia obliqua, che comunque non è stato facile ricostruire, visto la rocambolesca vita dell’autore, fra viaggi, premi e collaborazioni internazionali. Mi sembrava di essere la tartaruga che insegue Achille. Grazie a queste inedite testimonianze autoriali la storia familiare di Magris, ma anche le sue vicende personali – che spesso si intrecciano con momenti e personaggi cruciali della cultura del nostro tempo (Singer, Canetti, Borges, Glissant, Vargas Llosa, Marin, Saramago, etc) – sono ricostruite con ampiezza di aneddoti e di dettagli». Comporre un "Meridiano" è un punto d'arrivo per uno studioso, ancor di più nel caso di un grande autore italiano vivente?

«Innanzitutto vorrei ringraziare Renata Colorni, perchè senza la sua guida, la sua sicurezza nel determinare l’impianto editoriale, il libro non avrebbe visto la luce. Renata Colorni, Elisabetta Risari e Chiara Pontoglio hanno contato moltissimo nella realizzazione di questo volume, non solo, come è ovvio, come "guida" editoriale, ma coi loro consigli, le loro integrazioni, la loro passione e competenza, la loro "forza", grazie a cui questa impresa non facile e entusiasmante è arrivata in porto. Dicevo giorni fa scherzando ad alcuni miei colleghi dell’Università di Firenze che mi sembra di aver partorito un minotauro, a sembrare, se non diventare, la studiosa diametralmente opposta a quella che sono… Ma c’è anche un pizzico di verità.

Si sa che lavorare alla curatela di un "Meridiano", di un autore poi così importante e complesso, e amato e universalmente noto, come Magris, è la meta di tanti studiosi. È come per uno scalatore raggiungere la vetta. Ci ho riso su con Magris, che mi diceva sullo stesso tono: "ora che tu stai costruendo il mio cenotafio…". In realtà, i Meridiani non sono per fortuna una collana celebrativa e imbalsamatoria del canone occidentale. Formano anche una collana viva, che ha cantieri aperti, veri e propri work in progress. Penso alla trilogia sugli scrittori ebrei americani, Philip Roth, Saul Bellow e Bernard Malamud. Penso al volume dedicato a Vargas Llosa.

Quando guardo alla libreria più importante di casa mia e guardo i tanti scaffali pieni di Meridiani, non riesco a pensare (o meglio ci riesco, un po’ con orgoglio e molto con incredulità) che presto ci sarà anche quello di Magris curato da me».

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Una grande avventura iniziata nel 1963 con "Il mito asburgico"

biografia

Claudio Magris nato a Trieste nel 1939, ha insegnato letteratura tedesca prima all'Università di Torino poi a Trieste. Impostosi giovanissimo all'attenzione della critica con il saggio "Il mito asburgico nella letteratura austriaca moderna" (pubblicato da Einaudi nel 1963, più volte ristampato e tradotto in 7 lingue), è stato fra i primi a rivalutare il filone letterario di matrice ebraica all'interno della letteratura mitteleuropea. "Danubio" (1986), forse il suo capolavoro, lo consacra come uno dei massimi scrittori italiani contemporanei. Autore di una trentina di libri fra saggi, romanzi e opere teatrali, collaboratore del "Corriere della Sera", è ricevuto numerosi premi in Italia e all'estero e il suo nome ricorre fra i possibili destinatari del premio Nobel. Per due anni è stato anche senatore della Repubblica.

45 - Il Piccolo 28/04/12 E Trieste si illuse di veder spuntare il sol dell'avvenire, tradotto in tedesco, tredici anni dopo l’uscita "Socialismo adriatico" di Marina Cattaruzza

E Trieste si illuse di veder spuntare il sol dell’avvenire

Tradotto in tedesco, tredici anni dopo l’uscita "Socialismo adriatico" di Marina Cattaruzza
STORIA - IL SAGGIO

La storica triestina, che insegna all’Università di Berna, traccia un ritratto lucido e preciso della situazione del Litorale sotto l’Impero austrounagrico
Lo scoppio della Prima guerra mondiale e il cedimento della socialdemocrazia austriaca provocarono choc e smarrimento tra i leader triestini

di RENATE LUNZER

Tredici anni dopo l’originale italiano è uscita ora la versione tedesca dell’opera standard di Marina Cattaruzza sul "Socialismo adriatico" ("Sozialisten an der Adria. Plurinationale Arbeiterbewegung in der Habsburgermonarchie", traduzione di Karin Krieg, Duncker&Humblot), ma il fatidico numero in questo caso porta fortuna per i lettori ignari della lingua italiana, i quali possono finalmente accedere a questo importante capitolo della storia del "Litorale" asburgico, finora piuttosto trascurato – se ne rammarica l’autrice stessa nell’introduzione - dalla ricerca tedesca e anglosassone sulla Duplice monarchia. A parte lievi modifiche e aggiornamenti dovuti al passare del tempo e alla considerazione per i destinatari germanofoni, il testo è anche arricchito di un capitolo conclusivo che serve ottimamente da sintesi. Per chi scrive, la traduzione tedesca rappresenta la gradita occasione di una rilettura di quest’opera che costituisce una tappa importante nell’itinerario storiografico della cattedratica bernese, rivolto a ricostruire – al di là delle forzature unilaterali della storiografia nazionalista oppure localista a lungo in auge – la realtà assai complessa della società giuliana, in particolare quella del mondo del lavoro di Trieste centro portuale, fino alla dissoluzione della compagine absburgica. "Sozialisten an der Adria" è la sobria, ricca, magistrale narrazione di una grandiosa utopia politico-umanitaria finita tragicamente: nascita, imponente sviluppo e naufragio eteronomo della Sezione adriatica del Partito operaio socialista in Austria. Dopo l’iniziale rassegna dell’associazionismo e mutualismo operaio dal 1867 (riforma costituzionale in Austria-Ungheria) in poi, si passa alla Società Operaia Triestina di estrazione liberalnazionale-democratica, aperta a diverse categorie professionali, libera di esclusivismo nazionale, "culla" politica di personaggi come Pittoni, la Martinuzzi e Vivante, "convertitisi" dopo all’austromarxismo. La Confederazione operaia, fondata nel 1888, si distingue dalla Sot non solo per gli organici legami con il movimento socialista in Austria, ma anche per il suo carattere univoco di associazione di lavoratori salariati; il suo trilinguismo si intende come «comandamento di carità fraterna». Quando nel 1891 la Confederazione viene sciolta dalle assai prudenti autorità statali, uno dei suoi uomini guida, «l’immensamente amato dirigente operaio» Carlo Ucekar fonda nel 1894 la Lega socialdemocratica che irrobustendosi prende nel 1897 il nome del Partito sociale-democratico del Litorale e della Dalmazia, la cui Sezione Adriatica nord, sempre etnicamente mista, comprende i distretti Trieste, Istria e Gorizia. La neonata sezione viene subito travagliata dagli intrighi dei suoi leader che causano la caduta del segretario Gerin e la cooptazione nella segreteria di Valentino Pittoni, pronto a prodigarsi al partito «come un amante all’amore» (A. Cambrini). Nel 1902 nasce la sezione italiana per il Litorale, denominata Partito operaio socialista in Austria. Sezione italiana-adriatica di cui Pittoni, dopo la morte di Ucekar, diventa capo indiscusso. Mentre Ucekar, amico di Oberdan, rappresentava la prima fase del socialismo adriatico, una commistione di valori autenticamente socialisti e repubblicani di derivazione italiana, Pittoni omologa il programma della Sezione adriatica con quello della socialdemocrazia austriaca di Victor Adler, Karl Renner e Otto Bauer, partito gradualista e riformista, fautore della progressiva emancipazione-autoeducazione del proletariato. Come presidente delle Cooperative operaie, responsabile del quotidiano "Il Lavoratore" e deputato al Reichsrat, Pittoni «guida il partito con pugno di ferro», come constata la Cattaruzza, e lo porta alla grandiosa vittoria elettorale del 1907, quando i socialisti guadagnano tutti e quattro i mandati della città per il Reichsrat. Rigorosamente internazionalisti, i compagni triestini si riconoscevano a tutti gli effetti nel "programma delle nazionalità" della socialdemocrazia dell’Impero, votato nel 1899 a Brno, che avrebbe potuto risolvere «il cannibalismo delle lotte di razza» (Pittoni) nello Stato plurinazionale, se si fosse fatta strada «una concezione dell’identità nazionale basata su fondamenti culturali, depotenziata delle implicazioni politiche». È questo concetto culturale di nazione che affascinò il giovane Stuparich, lucido corrispondente centroeuropeo de "La Voce", ed ispirò – mediatore Angelo Vivante – il progetto dell’«irredentismo culturale» che Slataper opponeva all’irredentismo politico considerandolo pericoloso per la vita economica di Trieste come «la scure sulle radici». Molto opportunamente la Cattaruzza mette in rilievo l’egualitarismo umanistico di una donna straordinaria, Giuseppina Martinuzzi, dirigente di spicco del socialismo adriatico, figlia di proprietari terrieri albonesi, proveniente da posizioni irredentiste di sinistra. Facendo la maestra a Trieste conosce tutta la miseria e l’abbrutimento morale del proletariato (confronta il suo opuscolo "Fra gli irredenti", 1899) e diventa attivissima partigiana dell’educazione operaia come strumento di emancipazione non solo economica, ma culturale ed etica. Sorprendentemente immune dagli stereotipi nazionali del suo tempo, la Martinuzzi rifiuta la tesi del rapporto asimmetrico tra i popoli cristallizzatosi nella storia e sostiene la pari dignità delle diverse culture nazionali. Quanto alla natia Istria, la Martinuzzi si impegna per l’affratellamento dei due proletariati (italiano e croato) nel reciproco rispetto linguistico-culturale che le sembra – realisticamente! - la sola possibilità di sopravvivenza della cultura italiana «sull’orlo di un abisso». Soffermandosi sulla questione nazionale Cattaruzza sottolinea che la causa fondamentale dei successi elettorali del partito sia stata la convergenza tra la sua ideologia internazionalista e gli interessi materiali della base, delle masse operaie etnicamente miste. Trieste non era soltanto uno dei maggiori centri economici dell’impero, era anche più di ogni altra città legata al suo retroterra statale. In questo senso non apparteneva davvero ad una determinata nazionalità, ma alla monarchia nel suo complesso, come osservò il luogotenente Hohenlohe nel 1913. Questo stato dei fatti venne analizzato da Angelo Vivante, l’unico grande teorico italiano socialista del Litorale, nel suo saggio Irredentismo adriatico (1912). Smascherando il dualismo della borghesia triestina oscillante tra utilitarismo austriacante e patriottismo italianizzante, egli criticò la "menzogna nazionale" dell’irredentismo in un’area etnicamente composta e la "menzogna economica" ai danni del florido porto centroeuropeo che l’agognata Italia non avrebbe potuto valorizzare. Per questi socialisti triestini, dirigenti e militanti, che «ritenevano possibile mantenere la propria identità culturale nell’ambito dello Stato absburgico» (Cattaruzza) lo scoppio della guerra ed il pusillanime cedimento della socialdemocrazia austriaca di Adler all’opzione del conflitto armato fu uno choc e uno smarrimento senza fine. Visto l’allineamento dei socialdemocratici austriaci con gli obiettivi del militarismo tedesco, «i bravi compagni triestini» erano in effetti i soli socialisti internazionalisti dell’Austria, come scrisse causticamente Antonio Labriola. L’entrata dell’Italia in guerra colmava per loro, rigorosamente pacifisti, sia la tragedia dell’Europa per la quale avevano intravvisto l’evoluzione verso una federazione democratica dei popoli, sia la tragedia delle loro esistenze individuali: l’"anazionale" Angelo Vivante che considerava "l’assassinio collettivo" in guerra la negazione più radicale dell’umanità, si suicidò nel 1915. Valentino Pittoni dopo la vittoria dell’ala massimalista del partito nel 1919 lasciò la politica è finì a Vienna, amministratore del quotidiano "Arbeiter Zeitung". Michele Susmel, meritevole organizzatore del glorioso "Circolo di Studi Sociali", si suicidò nel 1924. Davanti a tale tramonto di un’utopia umanitaria, davanti all’esecrabile momento, quando «la chiave per la storia del XX secolo» si è messa a girare dalla parte sbagliata, chi scrive rimane incerta se si deve preferire l’utilissima sinossi che conclude la versione tedesca del saggio di Marina Cattaruzza o il drammatico compianto che chiude l’originale italiano: «Perché tanto odio di cittadino contro cittadino, di italiano contro italiano?", chiede ai lettori l’anonimo articolista del "Lavoratore" dopo l’assalto alle "Sedi Riunite" da parte dei nazionalisti nell’agosto 1919, "Che fare? Eccoci qui, soli, soli, come mai, a cercare una risposta».

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