N. 827 – 26 Maggio 2012

Sommario

331 - La Voce del Popolo 19/05/12 E & R - Insieme per vivere: oggi e domani a Pisino appuntamento con la Mailing List Histria (Roberto Palisca)

332 – La Voce del Popolo 21/05/12 Pisino: Premiati i vincitori del concorso letterario di Mailing List Histria (rp)

333 - Corriere della Sera 17/05/12 Lettere a Sergio Romano - 1947: Punito il nostro paese un inutile trattato di Pace (Maria Angela Stivanello)

334 - CDM Arcipelago Adriatico 21/05/12 Lucio Toth risponde a Sergio Romano: la Dalmazia non si può definire "quattro pietre" (Lucio Toth)

335 - Il Piccolo 23/05/12 «Ritirate i due euro con l'effigie del titino» Quattro eurodeputati italiani contestano l'emissione della Slovenia con la testa di Rozman-Stane (Mauro Manzin)

336 - Messaggero Veneto 24/05/12 Un esule istriano con doppia identità fa causa allo Stato - La storia di Angelo Ive costretto ad avere due codici fiscali. (Alessandra Ceschia)

337 – La Voce del Popolo 22/05/12 Valle - Rosanna Bernè riconfermata presidente della Comunità (sp)

338 – La Voce del Popolo 22/05/12 Valle, riconoscimento al Consolato italiano, fondamentale il contributo per il restauro di Castel Bembo (Sandro Petruz)

339 – La Voce del Popolo 21/05/12 Cultura – Buie: I valori della nostra civiltà da tramandare tramite il dialetto / I premiati a «Speta che te conto...»

340 – La Voce del Popolo 19/05/12 E & R - Una copia della sacra Sindone in dono alla Diocesi di Pola e Parenzo (Roberto Palisca)

341 – La Voce del Popolo 24/05/12 Cultura - Gli attori di origine giuliana e dalmata sui grandi schermi di tutto il mondo

342 - Messaggero Veneto 20/05/12 Porzûs, è ancora polemica Kerservan contesta Mieli (Mario Brandolin)

343 - Il Piccolo 20/05/12 Gorizia: ''èStoria'', fioccano insulti nell'incontro sul caso Porzûs (Pietro Spirito)

344 - Rinascita 24/05/12 Tito , un dittatore del secolo scorso (Gianna Duda Marinelli)

A cura di Stefano Bombardieri

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :

http://www.arcipelagoadriatico.it/

http://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

331 - La Voce del Popolo 19/05/12 E & R - Insieme per vivere: oggi e domani a Pisino appuntamento con la Mailing List Histria

a cura di Roberto Palisca

I membri del gruppo di discussione in Internet saranno ospiti della locale Comunità degli Italiani

Insieme per vivere: oggi e domani a Pisino appuntamento con la Mailing List Histria

Oggi a Pisino si svolgerà il raduno annuale dei membri della Mailing List Histria, gruppo di discussione in Internet composto da esuli e rimasti e loro simpatizzanti, mentre domani avrà luogo la cerimonia di premiazione dell’ormai tradizionale concorso letterario che viene bandito ogni anno da quest’associazione. Il raduno è giunto alla sua tredicesima edizione, mentre il concorso, destinato ai bambini e ai ragazzi delle scuole elementari e medie con lingua d’insegnamento italiana della Croazia e della Slovenia e a quelli che studiano la lingua di Dante ai corsi promossi dalle Comunità degli Italiani delle località che non hanno scuole italiane (incluse la Dalmazia e il Montenegro), è alla sua decima edizione.

Il raduno avrà inizio alle ore 18 nella sede della Comunità degli Italiani di Pisino, in via Dinko Trinajstić 2. A dare il benvenuto agli ospiti sarà la presidente del sodalizio pisinese della nostra etnia, Gracijela Paulović. Nel corso della serata sarà presentata pure la collana di volumi "Chiudere il cerchio", iniziativa promossa dal docente e scrittore gradese Guido Rumici e da Olinto Mileta Mattiuz, entrambi membri di ML Histria. La presentazione sarà seguita da una performance pluridisciplinare nel corso della quale sono previste testimonianze di figli e nipoti di esuli e di rimasti. Oltre a Olinto Mileta Mattiuz interverranno il musicista Mario Fragiacomo, autore e performer di brani musicali, Lucia Kalac e Nensi Rabar, che leggeranno alcuni testi.

Domenica 20 maggio, invece, dopo la Santa messa in lingua italiana delle ore 8, che sarà officiata nella chiesa parrocchiale, nella sede dell’Università aperta di Pisino, situata nella Casa delle rimembranze, è prevista la cerimonia di premiazione dei vincitori della decima edizione del concorso letterario i cui nomi sono stati pubblicati sull’edizione di sabato scorso di questa nostra rubrica.

A salutare i presenti in apertura della manifestazione sarà nuovamente la presidente della locale Comunità degli Italiani. Quindi a esibirsi saranno il complesso vocale "Roženice", Mario Fragiacomo e Gianclaudio de Angelini che esguiranno uno stacco musicale poetico, e il piccolo coro dei Minicantanti della Comunità degli Italiani pisinese.

Dopo la cerimonia di premiazione dei vincitori della gara letteraria, a mezzogiorno l’incontro proseguirà con il tradizionale dibattito promosso dalla Mailing List Histra. Nel pomeriggio a salutare i convenuti interverrà il coordinatore della ML Histria, Axel Famiglini, nipote di esuli rovignesi, che presenterà una breve relazione sulle iniziative promosse e compiute dal gruppo nell’anno appena trascorso. La giornata si concluderà nel pomeriggio, con l’incontro intitolato "Insieme per vivere": idee per la creazione di nuove sinergie in seno alla comunità giuliano-dalmata all’indomani della caduta dell’ultimo confine con la Croazia".

332 – La Voce del Popolo 21/05/12 Pisino: Premiati i vincitori del concorso letterario di Mailing List Histria

Cerimonia alla Comunità di Pisino
Premiati i vincitori del concorso letterario di Mailing List Histria

PISINO – Si è svolta ieri a Pisino, ospitata dalla locale Comunità degli Italiani, la cerimonia di premiazione dei ragazzi delle scuole con lingua d’insegnamento italiana della Croazia e della Slovenia, nonché di quelli che la studiano ai corsi promossi dalle Comunità degli Italiani delle località che non hanno scuole italiane (incluse la Dalmazia e il Montenegro). Protagonisti dell’evento i ragazzi che hanno vinto la decima edizione del concorso letterario che viene bandito ogni anno da questo gruppo di discussione in Internet composto da esuli e rimasti e loro simpatizzanti.

Si tratta, ricordiamolo, di una gara letteraria che il gruppo organizza da dieci anni a questa parte in collaborazione con vari enti e organizzazioni, tra le quali pure i Liberi Comuni di Fiume e di Pola in esilio e con il patrocinio dell’Associazione per la cultura fiumana, istriana e dalmata nel Lazio e dell’Associazione dei dalmati italiani nel mondo. Un concorso che si fa valere ogni anno perché grazie alla collaborazione con le scuole e con le Comunità degli Italiani valorizza molto pure i dialetti veneti delle località di provenienza dei concorrenti.

321 ADESIONI Quest’anno alla competizione hanno partecipato 321 alunni, con ben 174 elaborati, 158 giunti dalle scuole elementari e 16 da quelle medie superiori, più un’altra decina di temi giunti dalle località del Montenegro. La commissione di valutazione presieduta da Gianclaudio de Angelini ere composta da Maria Luisa Botteri, Giuliana Eufemia Budicin, Adriana Ivanov Danieli, Antonio Fares, Ondina Lusa, Sandro Manzin, Mauro Mereghetti, Patrizia Pezzini, Mirella Tribioli, Walter Cnapich, Maria Rita Cosliani, Axel Famiglini e Giorgio Varisco.

A salutare i presenti in apertura della manifestazione è stato pure il presidente della Giunta esecutiva dell’Unione Italiana, Maurizio Tremul, che ha portato ai convenuti anche i saluti del presidente dell’UI e deputato al Sabor della CNI, Furio Radin e quelli del Console generale d’Italia a Fiume, Renato Cianfarani, entrambi purtroppo impossibilitati a venire ieri a Pisino. Tremul ha rilevato che quella promossa dalla MLHistria è una splendida tradizione, con tanta partecipazione e tanto coinvolgimento di giovani, che dimostra quanta volontà ci sia di conservare la nostra lingua e i nostri dialetti.

Prima dell’inizio della cerimonia di premiazione dei ragazzi che hanno vinto il concorso è stato letto un messaggio di saluto e di augurio per il successo dell’iniziativa giunto da parte del presidente del Senato, Renato Schifani. A salutare i partecipanti alla gara e tutti i graditi ospiti è stata pure la presidente della Comunità degli Italiani di Pisino, Gracijela Paulović. A esibirsi nello stacco artistico culturale sono stati il complesso vocale "Roženice" e i Minicantanti della CI nonché in un intervento musicale e poetico, Mario Fragiacomo e Gianclaudio de Angelini.

«INSIEME PER VIVERE» Dopo la premiazione dei ragazzi (i nomi di tutti i vincitori sono stati pubblicati sulla nostra edizione del 12 maggio) l’incontro è proseguito con un dibattito. Nel pomeriggio a salutare i convenuti è stato il coordinatore della MLHistria, Axel Famiglini, che ha presentato una breve relazione sulle ultime iniziative promosse dal gruppo. La giornata si è conclusa con l’incontro dedicato al tema "Insieme per vivere: idee per la creazione di nuove sinergie in seno alla comunità giuliano-dalmata all’indomani della caduta dell’ultimo confine con la Croazia".

Sabato nella sede della Comunità degli Italiani di Pisino, si è svolta invece la tredicesima edizione del Raduno dei membri della MLH, nel corso della quale è stata presentata anche la collana "Chiudere il cerchio", progetto promosso da Guido Rumici e Olinto Mileta Mattiuz per iniziare una più articolata ricerca sul tema della società giuliana e dalmata nella speranza che contribuisca a comprendere meglio il clima in cui si viveva prima dell’esodo. (rp)

333 - Corriere della Sera 17/05/12 Lettere a Sergio Romano - 1947: Punito il nostro paese un inutile trattato di Pace

1947: PUNITO IL NOSTRO PAESE UN INUTILE TRATTATO DI PACE

Come mai tra le tante ricorrenze ci si dimentica sistematicamente della firma del trattato di pace del 1947? Eppure è una data storica per il Paese. Oltre alla perdita delle colonie, cosa che sarebbe avvenuta comunque con la fine mondiale del colonialismo, delle migliori navi della nostra flotta militare e delle isole del Dodecaneso, con quel trattato abbiamo dovuto cedere alla Francia Briga e Tenda con le loro centrali idroelettriche e alcune vette alpine. Ma la cosa più dolorosa è stata la perdita di città come Pola e Fiume abitate in grande prevalenza da italiani, per non parlare della Dalmazia da secoli italianizzata dalla Repubblica di Venezia. Di tutto questo nessuno sembra più ricordarsi.

Maria Angela Stivanello ,

Cara Signora, Spero di non offendere i suoi sentimenti, ma il trattato del 1947, per un Paese sconfitto, fu molto meno severo di quelli che avevano punito gli imperi centrali e i loro alleati dopo la fine della Grande guerra. Le isole del Dodecaneso erano greche, erano state occupate temporaneamente durante la guerra italo- turca del 1911-1912 e furono attribuite all’Italia grazie alla sua vittoria nel primo conflitto mondiale. Dopo la disastrosa campagna di Grecia del 1940 e un successo militare dovuto esclusivamente all’intervento della Germania, era perfettamente comprensibile che quelle isole andassero al Paese che avevamo aggredito. La cessione di Briga e Tenda fu il risultato di un puntiglio francese, ma l’Italia aveva attaccato ingloriosamente la Francia, il 10 giugno 1940, mentre gran parte del suo esercito era impegnato a Nord contro le forze tedesche. Con quali argomenti morali avremmo potuto sottrarci a una rappresaglia che fu, tutto sommato, più simbolica che reale?

334 - CDM Arcipelago Adriatico 21/05/12 Lucio Toth risponde a Sergio Romano: la Dalmazia non si può definire "quattro pietre" (Lucio Toth)

Lucio Toth risponde a Sergio Romano: la Dalmazia non si può definire "quattro pietre"

L’on. Lucio Toth, VicePresidente della FederEsuli ha inviato una nota di risposta all’Ambasciatore Sergio Romano che in un editoriale sul «Corriere della Sera» ha espresso alcune considerazioni sulla Dalmazia che Toth contensta. Ecco il testo della risposta:

"Signor Ambasciatore, è con un senso di sconforto – originato dalla Sua autorevolezza mediatica – che ho letto le Sue ruvide osservazioni, al limite del disprezzo, sulla Dalmazia e sul ruolo storico della Repubblica di Venezia, riportando le parole di un uomo che più che studioso e conoscitore delle cose di cui parlava era soprattutto un feroce polemista che difendeva le sue idee. Mi hanno ricordato la nota espressione «quattro sassi» con cui tanti italiani hanno definito la mia terra natale, per giustificare a se stessi la vergogna di averci abbandonato più di una volta, noi, italiani di Dalmazia, in balìa dei nostri nemici. Venezia non lo aveva mai fatto.

È ovviamente vero – come lo è per ogni potere politico – che la Repubblica di San Marco perseguiva in Dalmazia, come in Istria in Grecia o in Cadore, i suoi interessi mercantili, politici, militari. Ma è anche vero che ha difeso per secoli quella lunga fascia costiera dalle ricorrenti ondate di barbarie balcanica, soprattutto dopo l’invasione islamica, che i cristiani d’Europa sembra non abbiano apprezzato molto. Nella memoria colletiva di greci, serbi, albanesi, bulgari, croati o spagnoli la liberazione da quel giogo è valutata positivamente. Naturalmente potrebbero anche sbagliarsi. Ma nell’anima popolare così è.

Così nella memoria dei dalmati, non solo italiani, il ricordo di Venezia resta un ricordo positivo, che le polemiche scioviniste slave e le nostre analoghe strumetalizzazioni non hanno offuscato. Le imponenti fortificazioni, gli acquedotti, le logge e i palazzi neogotici e rinascimentali ancora oggi richiamano nelle nostre cittadine turisti e amanti delle arti, così come i polittici e i teleri dei grandi pittori veneti che i ricchi dalmati potevano commissionare. Le nostre città avevano in epoca veneta pavimentazioni e fognature che non tutte le città europee potevano permettersi.

Neppure la più faziosa propaganda iugoslava aveva mai usato le parole di Prezzolini per descrivere una terra che – come altre regioni marginali d’Europa – era sì povera e in alcune plaghe barbara e devastata dalle continue guerre contro nemici comuni, ma era costellata di Roma, 20 maggio 2012città costiere che erano ben più di «borghi» se costituitavano diocesi contese tra Oriente e Occidente. Se Zara e Ragusa furono rivali di Venezia nei secoli del Medio Evo, quando erigevano le loro splendide cattedrali, qualcosa di più di miserabili borghi dovevano essere.

Né può essere vero che alla fine del Settecento, quando la Repubblica morì di vecchiaia e di inettitudine, la Dalmazia fosse così mal ridotta se l’Austria e Napoleone se la contesero e il generale Marmont, duca di Ragusa, tanto amava le sue proprietà dalmate da tradire il suo imperatore. I piccoli teatri «nobili» e i numerosi caffè che ornavano le città dalmate, pur minuscole su sottili lingue di terra, come gli opifici che patrizi locali o imprenditori forestieri vi impiantavano, erano il segno di una civiltà di costumi che il viaggatore straniero ammirava, stupito di trovare tanta grazia ai confini remoti d’Europa.

Se Prezzolini cento anni fa avesse letto di più o si fosse degnato di andarci si sarebbe fatto un’idea più obiettiva su ciò di cui parlava. Le ricerche di questi ultimi anni negli archivi di Venezia, di Vienna e delle stesse città della Dalmazia parlano di una realtà ben diversa, che Prezzolini certo non poteva conoscere e che comunque avrebbe ignorato pur di difendere le posizioni assunte nel 1915.

Se Venezia fosse stata così avida e odiata i dalmati non avrebbero compianto la sua fine come nel famoso discorso di Perasto del conte Viscovich o in quello che più sotto Le riporto. Il «partito marcolino» rimase vivo in Dalmazia per tutta la prima metà dell’Ottocento, per lasciare poi posto al fiero autonomismo degli italiani di Dalmazia e al finale irredentismo, che Prezzolini derideva. Due recenti volumi di Luciano Monzali, dell’Università di Bari, ne sono testimonianza documentata e obiettiva.

Credo che meriteremmo più rispetto, se non altro per i tanti dalmati che si sono sacrificati nelle guerre del Risorgimento e nei frequenti conflitti dell’Italia del Novecento, fino alla lotta di Liberazione.

Lei stesso, Signor Ambasciatore, aveva scritto anni fa: «L’Italia che all’alba della sua unità si chiedeva con tanto calore quale fosse la sua lingua era paradossalmente molto più grande del regno. Per l’influenza dei suoi Stati dall’alto Medioevo in poi e per le migrazioni dei suoi abitanti attraverso il bacino mediterraneo, l’italiano era parlato in Corsica, in Nord Africa, a Malta, nel Levante, in Dalmazia, nelle isole dell’Egeo, in Asia Minore. In taluni di questi paesi essa era lingua ufficiale [...]» (Storia d’Italia dal Risorgimento ai nostri giorni, Longanesi, Milano 1998).

Lei sa bene che l’italiano era lingua ufficiale in Dalmazia fino alla fine dell’impero austro-ungarico. Naturalmente – come osserva Tommaseo nel suo Dizionario della lingua italiana – la parziale italianità della Dalmazia non era di per sé titolo a dominazione.

Le offro ora, come «veneto di Terraferma», queste ultime righe:

«Staccate il primo di luglio le venete bandiere nella cittadella e nella piazza delle Erbe in Zara, venivano portate sopra due bacili da due capitani con accompagnamento di due schiere di militi, e a tamburo battente, alla piazza dei Signori, ov’erano attese da tutta la milizia veneta, che ancora vi si trovava. Presentate al sergente generale Antonio Stratico, questi tenne un affettuoso discorso sul doloroso motivo che quel giorno li convocava, e consegnandole ai colonnelli...furono portate in processione lungo la via Longa, fra il fragore dell’artiglieria, fino alla cattedrale e deposte sull’altar maggiore. Dopo il Te Deum e la orazione pel nuovo imperatore, lo Stratico, avanzatosi all’altare, baciava con fervore quelle bandiere lagrimando di commozione e l’esempio era seguito dagli altri ufficiali... e da numero immenso di popolo, tanto che esse n’erano veramente bagnate, esempio non che mirabile, unico di affettuosa sudditanza». (Samuele Romanin nella «Storia documentata di Venezia» del 1854) La data è il 1° luglio del 1797".

Con cordialità,

On. Lucio Toth

Vicepresidente Federazione delle Associazioni Esuli Istriani Fiumani Dalmati

335 - Il Piccolo 23/05/12 «Ritirate i due euro con l'effigie del titino» Quattro eurodeputati italiani contestano l'emissione della Slovenia con la testa di Rozman-Stane

«Ritirate i due euro con l'effigie del titino»

Quattro eurodeputati italiani contestano l'emissione della Slovenia con la testa di Rozman-Stane

di Mauro Manzin

TRIESTE Contestata in patria, la moneta da due euro coniata dalla Banca di Slovenia nel marzo dello scorso anno per celebrare i cento anni della nascita del generale titino Franc Rozman-Stane con l'effigie dell'alto ufficiale partigiano e la stella a cinque punte ora suscita polemiche anche a Bruxelles.

Quattro deputati italiani del Partito popolare (Forza Italia), Carlo Fidanza, Marco Scurria, Roberta Angelillo e Paolo Franco Silvestri hanno chiesto ufficialmente al Consiglio dell'Unione europea di ritirare dalla circolazione la moneta della discordia.

«Il generale Rozman-Stane - hanno scirtto i quattro deputati forzisti - faceva parte del IX Corpus dell'Esercito comunista di Tito che tra il 1943 e il 1945 ha messo in atto nell'area transfrontaliera un'operazione di pulizia etnica della popolazione italiana. Molti sono stati fucilati e gettati nelle foibe». Davanti al terrore dei titini, hanno proseguito gli eurodeputati, 350mila italiani hanno lasciato le proprie terre in Dalmazia, Istria e Fiume.

«Visto poi - hanno scritto ancora - che in Italia il 10 febbraio si celebra "Il giorno del ricordo" dedicato alle vittime delle foibe e dell'esodo e che l'emissione della moneta ha suscitato polemiche anche in Slovenia con la quale l'Italia è da anni impegnata a un miglioramento dei rapporti bilaterali, chiediamo che il conio da due euro con l'effigie in discussione venga ritirata dalla circolazione».

Agli eurodeputati italiani ha risposto il collega sloveno Ivo Vajgl del gruppo socialdemocratico (Zares) il quale ha sostenuto di non vedere alcuna ragione logica nella contrarietà espressa dagli italiani del Ppe. «Non esiste alcuna evidenza - ha replicato - che il generale partigiano si sia macchiato di efferatezze contro la popolazione civile italiana alla fine della Seconda guerra mondiale».

Ha ricordato anche che la Slovenia, in quel periodo, è stata vittima dei totalitarismi «quando migliaia di sloveni sono stati uccisi mentre in 25mila sono stati internati nei campi di concentramento ad Arbe, Gonars e Padova.

E - ha concluso - sono stati proprio gli sloveni del Friuli Venezia Giulia le vittime, dopo il primo conflitto mondiale, della prima pulizia etnica in quelle terre».

Dopo oltre 60 anni, dunque, parlare di riconciliazione sembra essere ancora tabù. Ognuno rinfaccia i crimini dell'altro che, sono considerati più atroci e più ingiustificati. Ma il crimine resta ingiustificabile qualsivoglia parte lo abbia commesso. E in Europa si dovrebbe ragionare più in termini di superamento delle contrapposizioni piuttosto che appigliarsi a qualsiasi motivo per crearle o esacerbarle. La pace tra gli uomini e i popoli si costruisce col tempo. Ma, purtroppo, il muro delle ideologie è ancora un ostacolo contro il quale è facilissimo e, a volte utilissimo politicamente, andare a cozzare.

336 - Messaggero Veneto 24/05/12 Un esule istriano con doppia identità fa causa allo Stato - La storia di Angelo Ive costretto ad avere due codici fiscali.

Un esule istriano con doppia identità fa causa allo Stato

La storia di Angelo Ive costretto ad avere due codici fiscali.

Preso per extracomunitario, chiede 100 mila euro di danni

di Alessandra Ceschia

UDINE. Per restare italiano ha rinunciato a tutto. In cambio lo Stato gli ha reso impossibile affermare la propria identità, condannandolo a una vita d’inferno fra sanzioni, contestazioni e accertamenti. Colpa dei due diversi codici fiscali che Angelo Ive, profugo istriano che vive da oltre un sessantennio fra Udine, Grado e Venezia, si porta appresso e che nessuno sembra in grado di ricondurre a uno. E così, dopo anni di battaglie, ha deciso di far causa al Ministero dell’interno, alla Farnesina e all’Agenzia delle entrare chiedendo 100 mila euro di risarcimento.

Sembra l’eroe pirandelliano di Uno nessuno centomila Angelo Ive, che ormai ha maturato un confusione tale sulla propria identità da cadere preda di una vera a propria ossessione. In effetti, è difficile dargli torto: la sua tessera sanitaria dice che è nato in Jugoslavia o in Croazia, a seconda dei casi, per tasse e canone Tv è un ex cittadino jugoslavo, mentre ai carabinieri, che insistono a chiedergli il permesso di soggiorno, di volta in volta risulta nato in Serbia, Montenegro, a Isola d’Istria o Jugoslavia. Insomma, ogni volta che viene fermato in auto è un giro di roulette, non si sa mai che numero esca. Va ancora peggio con la dichiarazione dei redditi: quando la presenta con un codice fiscale, l’altro risulta scoperto, e finisce per generare accertamenti e contestazioni. L’acquisto di un immobile poi è un autentico incubo, giacchè deve scegliere a quale dei suoi alter ego intestarlo.

Situazione kafkiana a parte, il signor Ive, dopo aver a lungo combattuto con funzionari ingessati dalla burocrazia ed essere naufragato fra i moduli da compilare, è finito in depressione. Finchè non ha incontrato l’avvocato Maurizio Causero, disposto a patrocinare la sua causa e a portarla fino in fondo, anche a nome degli altri quattro o cinque casi simili già segnalati in Italia.

La sua lunga e romanzesca storia comincia a Rovigno d’Istria, dove ebbe i natali da una facoltosa famiglia italiana. Il primo maggio del 1945 Rovigno passò alla Jugoslavia. Nell’agosto dell’anno successivo, a seguito della strage di Vergarolla, a Pola, iniziò l’esodo e 350.000 italiani abbandonarono i territori ceduti a seguito della politica titoista che vedeva nella comunità italiana un corpo estraneo e ostile allo stato jugoslavo. Rappresaglie, confische, processi sommari e infoibamenti sono ormai pagine di storia. Angelo Ive aveva poco più di un anno quando lasciò Rovigno d’Istria come cittadino indesiderato alla Repubblica, sbarcando come profugo a Trieste con i propri genitori che, ai sensi del trattato di pace con l’Italia, optarono per la cittadinanza italiana. E ha trascorso tutta la sua esistenza in Friuli, ottenendo fin da bambino un codice fiscale che indicava come luogo di nascita Rovigno. Dal 1989 sui suoi documenti apparve l’indicazione dello stato jugoslavo barrato.

E dal 2005 in seguito a un processo di allineamento dei dati con l’Agenzia delle entrate, gli venne assegnato un nuovo codice fiscale che gli regalava i natali in Jugoslavia. Non proprio insoddisfatto, ma rassegnato, ha chiesto di poterne sopprimere uno, per poter uniformare tutte le banche dati. Inutilmente. Sembra che nessuno abbia il potere di dargli un’unica identità. Da lì la causa che sarà depositata a giorni con la richiesta di risarcimento.

337 – La Voce del Popolo 22/05/12 Valle - Rosanna Bernè riconfermata presidente della Comunità

Al secondo mandato consecutivo
Rosanna Bernè riconfermata presidente della Comunità

VALLE – Domenica si sono svolte le elezioni nella Comunità degli Italiani di Valle che hanno visto la riconferma per il secondo mandato quadriennale consecutivo di Rosanna Bernè, unica candidata all’incarico. La Commissione elettorale, presieduta da Martina Poropat, ha confermato che nel corso della giornata hanno votato 145 persone su 411 aventi diritto, con una percentuale d’affluenza pari al 32,5 per cento. Allo scrutinio, 6 sono risultate le schede nulle e 139 i voti a favore della candidata. Da rilevare che il risultato dell’uscita alle urne di domenica è in linea con i voti ricevuti dalla Bernè alle elezioni di 4 anni fa, quando aveva riscosso 166 preferenze. La Commissione elettorale, formata dagli attivisti Roberta Barbieri, Moreno Piutti, Fabrizio Fioretti, Ilaria Poropat ed Elisabetta Pauletić, ha confermato che le elezioni si sono svolte nel pieno rispetto della legge elettorale e dei principi della democrazia.

Ieri Rosanna Berné ci ha dichiarato di essere molto soddisfatta di aver ottenuto nuovamente la fiducia dei suoi connazionali e concittadini. "Continuerò a lavorare con il massimo impegno per rispettare il voto e i desideri dei nostri attivisti e dei nostri soci. Il mio obiettivo – ha aggiunto – sarà completare il progetto di Castel Bembo, che abbiamo tanto atteso e che presto sarà pronto per diventare la nostra nuova sede". (sp)

Il console generale Renato Cianfarani si è detto molto soddisfatto del riconoscimento e del fatto che i lavori a Castel Bembo saranno presto conclusi e che la Comunità vallese avrà finalmente una sede adeguata. Inoltre, il console ha augurato al Comune di Valle che l’apertura di Castel Bembo sia d’aiuto per la promozione del Comune, che oltre a rappresentare un bellissimo esempio di convivenza e multiculturalità è un vero gioiello turistico da scoprire.

Il presidente dell’Unione Italiana e deputato della CNI al Sabor, Furio Radin, ha spiegato che questo riconoscimento è molto importante perché attesta che la popolazione riconosce il Consolato Italiano come un’istituzione vicina alle problematiche del territorio. La presidente della Comunità degli Italiani di Valle, Rossana Bernè ha ringraziato il console e il Governo italiano per il restauro del Castello che è stato recentemente definito come uno dei 30 monumenti più belli della Croazia. I presenti hanno poi visitato Castel Bembo in compagnia dell’architetto Marko Franković che ha spiegato che i lavori agli interni dovrebbero concludersi a fine giugno, mentre l’apertura della nuova sede della CI è prevista per i primi di settembre.

Sandro Petruz

338 – La Voce del Popolo 22/05/12 Valle, riconoscimento al Consolato italiano, fondamentale il contributo per il restauro di Castel Bembo

Fondamentale il contributo per il restauro di Castel Bembo
Valle, riconoscimento al Consolato italiano

VALLE – Nel pomeriggio di lunedì, il sindaco di Valle, Edi Pastrovicchio, e la presidente del Consiglio comunale, Karmen Ignoto, hanno consegnato un riconoscimento al console Renato Cianfarani per il contributo che il Consolato generale d’Italia a Fiume ha dato per la ristrutturazione di Castel Bembo, futura sede della locale Comunità degli Italiani. Il sindaco Pastrovicchio ha sottolineato che la Comunità degli Italiani è parte integrante della località e che se non fosse stato per l’apporto del Governo italiano e del Consolato con la prima fase dei lavori del 2001, Castel Bembo sarebbe crollato.

339 – La Voce del Popolo 21/05/12 Cultura – Buie: I valori della nostra civiltà da tramandare tramite il dialetto / I premiati a «Speta che te conto...»

Buie, due giornate dedicate all'idioma regionale, contrassegnate da proiezioni, tavole rotonde e incontri vari. Grande adesione di pubblico e partecipanti

I valori della nostra civiltà da tramandare tramite il dialetto
Le idee sono tante: creare una casa dedicata all'istroiveneto, porre l'idioma sotto tutela UNESCO, avviare un vocabolario online, insegnarlo a scuola

BUIE – È stata una vera e propria festa del dialetto. Mancava. Ci voleva un festival come questo, che riuscisse a riunire le menti della linguistica, gli esponenti degli organi decisionali di ogni ordine e grado, e la creatività, quella dei giovani e dei meno giovani, grazie alla quale il dialetto istroveneto, continua a mantenersi "vivo". Il "Festival dell’Istroveneto" ha messo le basi per continuare a lavorare. A Buie, città nella quale – come è stato fatto notare anche da chi è arrivato dall’esterno – si sente ancora parlare il dialetto nelle vie e nelle contrade, i progetti e le ambizioni sono tanti: dalla volontà di fare diventare il dialetto patrimonio dell’Unesco, fino all’istituzione di una casa del dialetto.
La manifestazione è nata in tandem tra Città di Buie, Unione Italiana, Università Popolare di Trieste, Regione Istriana e Regione Veneto, con la collaborazione dell’Università "Juraj Dobrila" di Pola e il Museo Etnografico dell’Istria. Mente ideatrice della kermesse è Marianna Jelcicih Buić, vicesindaco di Buie nonché responsabile Cultura della Giunta esecutiva dell’UI.

UNO STATUS DI AUTOCTONIA BEN RADICATO Gli spunti per i progetti futuri sono emersi in una tavola rotonda sabato mattina, quando il direttore dell’EDIT, Silvio Forza, ha moderato quelle che definiremo "testimonianze del dialetto e della sua tutela" nelle nostre terre. Ascoltando le parole del prof. Franco Crevatin, dell’Università degli Studi di Trieste, apprendiamo che "l’istroveneto che parliamo oggi è un ‘veneziano coloniale’, da non confondere con il veneto, come tanti vanno dicendo", e che c’è stata una fase proveneziana che rafforza lo status di autoctonia ed esonera Venezia dal titolo di "invasore". "Sono stati coloro che hanno perfezionato il nostro modo di parlare – è stato ribadito – ma senza stravolgere la parlata, tant’è che gli istriani comunicavano tranquillamente con i veneziani anche prima che questi si inserissero nel territorio".

UN’IMPORTANTE E NUTRITA PRODUZIONE LETTERARIA E DI RICERCA SCIENTIFICA Personaggi della letteratura locale come Ester Sardoz Barlessi, Libero Benussi, Ugo Vesselizza, Mario Schiavato e Vlado Benussi sono solo alcuni degli autori citati dalla prof.ssa Elis Deghenghi Olujić, docente presso l’Università "Juraj Dobrila" di Pola, presente all’incontro. Accanto a lei anche Sandro Cergna, che ha presentato la produzione del Centro Ricerche Storiche di Rovigno in materia di salvaguardia del dialetto. "Abbiamo pubblicato finora sette dizionari dialettali, quattro istroromanzi (Rovigno, Gallesano, Dignano e Valle) e 3 istroveneti (Pola, Capodistria e Buie)". A testimonianza di questa produzione sono intervenuti Ondina Lusa, con il suo "Le perle del nostro dialeto", contenente testimonianze, lemmi, conte e filastrocche del dialetto piranese e ben 500 soprannomi, frutto di un lungo lavoro di ricerca della Lusa, che l’ha portata a raccogliere talmente tanto materiale che sono in cantiere già altri due volumi che dovrebbero venir pubblicati quest’estate.

COINVOLGERE I GIOVANI NELLE NOSTRE ISTITUZIONI L’altro autore, che non poteva mancare vista la località del festival, è stato Marino Dussich, e il suo "Vocabolario della parlata di Buie d’Istria", pubblicato nel 2008. Marino Dussich, insegnante presso la SEI "Edmondo De Amicis" ha fatto un appello a tutte le istituzioni, nell’istituire un’ora di cultura locale e del dialetto in tutte le scuole della CNI, come avviene a Buie. "Alla scuola di Momiano stiamo realizzando un piccolo vocabolario con i disegni degli alunni, per il quale abbiamo lavorato tanto. Io ho avuto la fortuna – dice Dussich – di avere pieno sostegno dalla direttrice Giuseppina Rajko per questo progetto, mi piacerebbe che si sviluppasse anche nelle altre scuole".
È intervenuto pure il giornalista Flavio Forlani, illustrando le produzioni passate e presenti di Radio e TV Capodistria inerenti la salvaguardia del dialetto. Le splendide voci note di Elvia e Bruno Nacinovich, attori del Dramma Italiano, hanno letto alcune poesie in dialetto di autori istriani e fiumani.

Tra gli intervenuti nel dibattito seguente la tavola rotonda, spicca quello della presidente della CI di Buie, Lionella Pausin Acquavita, che ha proposto la fondazione di una "casa del dialetto istroveneto", un centro dedito alla sua salvaguardia e al suo sviluppo, sull’esempio della Casa dei letterati a Pisino e altri progetti simili. Presente anche l’assessore alla Cultura della Regione Istriana, Vladimir Torbica, al quale sembra essere subito piaciuta l’idea. Ha seguito tutte le manifestazioni anche l’assessore alle Finanze della Regione Veneto, Roberto Ciambetti.

PARLATO, SCRITTO, RECITATO, CANTATO... UNA SPLENDIDA MARATONA In due giornate si è cercato di rappresentare il dialetto con due veicoli fondamentali: la recitazione, con la rassegna teatrale "Su e xò pel palco" di venerdì al teatro cittadino, mentre sabato con i coristi che hanno preso parte della rassegna "Dimela cantando" in Piazza San Servolo. Nella prima giornata ben dieci gruppi filodrammatici delle CI di Dignano, Verteneglio, Isola ("Dante Alighieri"), Momiano, Umago, San Lorenzo – Babici, Pirano, Parenzo, Grisigana, della SAC "Fratellanza" di Fiume e dell’associazione "Persemprefioi" di Muggia, hanno formato una maratona teatrale condotta da Jessica Acquavita.
Storie di contadini, pescatori, mariti e mogli, rapporti con l’estero, con i "foresti", sono i temi che ritornano sempre nelle commedie e sketch dei gruppi dialettali, alcuni con qualche riferimento all’attualità, con un po’ di sana satira. Gli ospiti sono diventati i protagonisti subito dopo il lunghissimo spettacolo: i "Toca mi" di Mira e il "Teatro Club" di Mirano, gruppi di canto e ballo tradizionali della provincia di Venezia.


Il giorno dopo, invece, è stato il canto a padroneggiare, sul palcoscenico allestito nella riqualificata piazza San Servolo, con una cornice istroveneta naturale, costituita dalle chiare linee architettoniche e urbane di stampo veneziano. L’attrice del Dramma Italiano, nonché buiese, Rosanna Bubola ha condotto "Dimela cantando", la rassegna di ben quindici cori delle Comunità degli Italiani dell’Istria e di Fiume. Lo spettacolo è stato aperto dalla banda della CI di Buie, e dai minicantanti di quella di Visinada, poi via via i cori, per un totale di circa 300 elementi. A concludere la serata sono stati tre protagonisti della musica attuale in dialetto: i "Calegaria", "Preden Gato & Bosazzi quintet" e Goran Griff.

UN DOCUMENTARIO TRA PASSATO, PRESENTE E FUTURO In anteprima per il pubblico del festival, è stato proiettato il reportage documentaristico "Dialetti veneti d’Istria", di Monika Bertok, di TV Capodistria. Verrà mandato in onda dall’emittente la prossima settimana. Attraversando l’Istria, la giornalista è riuscita ad inquadrare lo stato del dialetto nelle varie località, incontrando vari personaggi. È un audiovisivo che rimarrà documento storico sociale, come lo rimarranno, forse in una chiave un po’ più goliardica e divertente, i video realizzati dai ragazzi per il concorso istituito per l’occasione, assieme al concorso letterario.
A detta degli organizzatori, i concorsi saranno sicuramente potenziati e migliorati l’anno prossimo, quando vedremo anche i risultati di una serie di azioni che il Festival dell’Istroveneto si è prefissato, tra cui tenere vivo il sito istroveneto.com, sul quale si vuole implementare un piccolo vocabolario online. La chiusura dell’edizione pilota è stata in effetti un punto di partenza verso grandi obiettivi da realizzare tutti assieme.

I premiati a «Speta che te conto...»

Due concorsi hanno caratterizzato l’edizione pilota del Festival dell’Istroveneto. Il primo dedicato alla scrittura in dialetto, e l’altro riservato alle produzioni audiovisive. Il concorso letterario è stato diviso in tre categorie: "Pici" (dai 6 ai 10 anni d’età) al quale sono pervenuti 85 lavori; "Medi" (dagli 11 ai 14 anni), con 20 opere in gara; e infine "Grandi" (dai 15 ai 18 anni), con 13 concorrenti. La giuria, composta dall’attrice del Dramma Italiano Rosanna Bubola, dall’autrice connazionale Roberta Dubac e dal vicesindaco di Buie, Marianna Jelicich Buić, ha decretato come segue:

Lavori letterari

Categoria "Pici": primo premio collettivo alla SEI "Edmndo De Amicics" di Buie (Sezione periferica di Momiano), per il lavoro di gruppo "Veci ordegni de Momian", per "la ricerca – si legge nella motivazione – atta a recuperare gli atrumenti da lavoro tradizionali, abbinando ai disegni un’accurata descrizione in dialetto istroveneto"; secondo premio a Marko Drandić di Pola per l’opera "I me ga imbroià", per "l’originalità del tema, la schiettezza, la capacità di sintesi e la sottile vena ironica"; terzo premio ad Alex Ćetojević di Umago per la poesia "Mia nona", per la tenerezza e la spontaneità dell’emozione espressa; menzione a Rocco Smoković di Buie per l’opera "Mio nono Fabio", per la trasposizione di uno spaccato di vita quotidiana dal sapore antico attraverso l’ottimo uso del dialetto, a Emili Morgan di Fiume per l’opera "Voio una maschera", per l’originalità del tema e la struttura poetica.
Categoria "Medi": primo premio non assegnato; secondo premio a Sara Romanello di Pirano per l’opera "El me bisnono", per il linguaggio scorrevole, la bellezza e la musicalità nell’uso del dialetto; terzo premio a Paola Mušković di Sissano per l’opera "Una casa de Sisan", per la scelta del dialogo mediante il quale si instaura un ponte tra il presente e il passato.
Categoria "Grandi": primo premio non assegnato; secondo premio ad Andrea Fatorić di Rovigno per la poesia "Tramonto", per l’armonia e le immagini pittoriche dei versi.

Lavori video

Pervenuti complessivamente solo 11 video; pochi, nonostante la semplicità nella realizzazione. Le categorie sono divise in "Under 18" e "Over 18", per le quali sono pervenuti rispettivamente 8 e 3 lavori. La giuria era composta da Matija Debeljuh, Walter Macovaz, Chiara Florio, Tamara Nikolić Đerić e Marianna Jelicich Buić.
Categoria "Under 18": primo premio al gruppo filmico della SEI "Bernardo Parentin" di Parenzo per i video "I pescadori de Parenso" e "Pescadori sfortunadi", per aver interpretato al meglio l’idea del concorso; menzione agli alunni della I e II classe della SEI "Galileo Galilei" di Umago (Sezione periferica di Bassania), per i video "Al museo dei veci mestieri", e agli alunni della SEI di Cittanova per la serie di quattro video-animazioni
Categoria "Over 18": primo premio a Tiziano Šuran di Rovigno per il video "Semi de pomo", per la completezza del video proposto; menzione a Franco Biloslavo di Muggia per il video "Karaoke, anzi... kaVraoke istrian".

340 – La Voce del Popolo 19/05/12 E & R - Una copia della sacra Sindone in dono alla Diocesi di Pola e Parenzo

a cura di Roberto Palisca

Iniziativa dell’associazione Amici delle chiese d’Oriente di Torino
Una copia della sacra Sindone in dono alla Diocesi di Pola e Parenzo

Venerdì prossimo, 25 maggio, i membri dell’associazione Amici delle chiese d’Oriente (AMCOR), fondata a Torino in seguito alla solenne ostensione della Sindone che si è tenuta nell’anno del Giubileo del 2000, porteranno in dono una copia in grandezza naturale del sacro telo di lino conservato nel Duomo di Torino alla Diocesi di Pola-Parenzo: la riproduzione, dopo essere stata solennemente esposta nel Duomo di Pola e nella Basilica Eufrasiana di Parenzo, resterà per sempre nella Chiesa parrocchiale di Canfanaro.

L’iniziativa è nata da un incontro tra il parroco di Canfanaro, don Antun Nizetić, e i fratelli Grazia e Graziano Del Treppo, originari di Canfanaro: al vivo interesse pregresso di don Nizetić per la Sindone, è venuta incontro la collaborazione dei fratelli Del Treppo, amici di monsignor Giuseppe Ghiberti, responsabile e fondatore dell’AMCOR oltreché delegato del Custode Pontificio della Sindone. L’auspicio degli organizzatori è che anche in Istria la venuta della copia della Sindone possa contribuire a creare momenti di intensa spiritualità, amicizia e creazione di relazioni fraterne e cordiali, offrendo in particolare consolazione e conforto alle persone sofferenti.

Nelle varie tappe che farà in Istria tra il 25 e il 27 maggio, il gruppo di Torino sarà sempre accompagnato dal professor Marino Baldini, profondo conoscitore della storia dell’arte ed esperto di archeologia, che illustrerà alla comitiva le bellezze artistiche dell’ Istria. Venerdì 25 maggio, dopo una breve visita a Rovigno e a Pola e un incontro con i rappresentanti delle rispettive Comunità degli Italiani, la copia della Sindone sarà esposta nel Duomo di Pola alle ore 18 con una breve spiegazione cui seguirà la Santa Messa, concelebrata dal parroco del Duomo, don Vilim Grrbac, da monsignor Staver e da monsignor Giuseppe Ghiberti. Alla celebrazione eucaristica parteciperà pure il coro della Società artistico culturale "Lino Mariani".

Sabato 26 maggio, dopo una visita a Visinada e l’incontro con le autorità e con il parroco di questa località, don Aloiso Baf, il gruppo si recherà a Parenzo dove in serata la copia della reliquia sarà esposta nella Basilica Eufrasiana.

Domenica 27 maggio, infine, alle ore 11 la copia del telo di lino verrà accolta solennemente a Canfanaro.

341 – La Voce del Popolo 24/05/12 Cultura - Gli attori di origine giuliana e dalmata sui grandi schermi di tutto il mondo

Il critico Alessandro Cuk restituisce alla nostra conoscenza anche personaggi oggi poco o affatto noti

Gli attori di origine giuliana e dalmata sui grandi schermi di tutto il mondo

Colma un’ingiusta lacuna l’accurata ricerca di Alessandro Cuk sugli attori cinematografici di origine giuliana e dalmata che hanno calcato il set – e talvolta anche le scene di prosa – nel corso del Novecento. A parte i nomi prestigiosi delle sorelle Gramatica, di Alida Valli e di Laura Antonelli, sono rimasti a lungo in ombra molti altri professionisti che con diversa fortuna sono transitati davanti alla cinepresa: su di loro Cuk – critico cinematografico particolarmente attento alla storia più riposta dello spettacolo – accende le luci di una ribalta da tempo lasciata, ma che ormai appartiene a buon diritto alla storia del cinema e del costume nazionali.

SUI SET DEL NOVECENTO Articolato in agili schede, il volume – "Guida agli attori giuliano-dalmati", Alcione Editore, Treviso 2012, pubblicato da ANVGD– Comitato provinciale di Venezia con il contributo ai sensi della L. 193/2004 e successive modifiche – restituisce alla nostra conoscenza anche personaggi oggi poco o affatto noti, ma che ebbero rinomanza in diversi momenti storici del secolo scorso, dagli anni Trenta a tutti gli anni Settanta, e ci rivela storie, esperienze e particolari di sicura curiosità: ma sorprende non di meno il numero di attori che Cuk è riuscito a reperire ricostruendone le rispettive biografie e filmografie.

IRMA GRAMATICA Non si può non menzionare anzitutto le sorelle Gramatica (la maggiore, Irma, nacque a Fiume nel 1870), nate nel teatro e per il teatro, ma prescelte per interpretare al meglio, in una storica pellicola, la trasposizione cinematografica delle "Sorelle Materassi" (1944), dal romanzo di Aldo Palazzeschi.

 

Irma, entrata agli inizi della sua carriera nella compagnia di Eleonora Duse, al termine degli anni Ottanta dell’Ottocento ne poté fondare una propria avendo in repertorio i massimi autori del tempo, da Giacosa a Verga, da Ibsen a d’Annunzio. Ritiratasi a vita privata già nel 1938 dopo essere stata docente dell’Accademia nazionale di arte drammatica, non disdegnò nel dopoguerra, ormai ottantenne, qualche ultima parte con nomi d’eccellenza come Cesare Zavattini e Mario Sequi.

LA DIVINA ALIDA VALLI Di Alida Valli è stato scritto tutto, ma Cuk recupera la sua interpretazione di una profuga istriana nel quasi dimenticato film di produzione italo-britannica "La mano dello straniero", tratto da un racconto di Graham Green e diretto da Mario Soldati nel 1954. Nel film l’attrice ha la parte di Roberta Gleukovich, impiegata in un albergo di Venezia, dove prende in cura un bambino inglese giunto per ritrovare il padre in forza ai servizi alleati.

LAURA ANTONELLI, UN’ICONA Allo stesso modo critica e pubblico hanno scritto ed ammirato il possibile di Laura Antonelli, polesana coma la Valli,e diretta da alcuni tra i migliori o più popolari registi degli anni Settanta, da Risi a Samperi, da Comencini a Visconti a Scola. La sua immagine resta un’icona del cinema e del costume italiani di quel decennio, a parte il sontuoso "L’Innocente" di Luchino Visconti (1976), dall’omonimo romanzo di Gabriele d’Annunzio.

TEDDY RENO Ma è sui molti nomi scivolati con il tempo in secondo piano ed oltre che l’Autore di questa Guida rivela la sua certosina ricognizione: come nel caso, comunque tra i più noti, di Teddy Reno, nato a Trieste da famiglia ebrea di origine austriaca e nobile. Dall’esordio canoro a Radio Trieste nel tempo dell’amministrazione anglo-americana, Ferruccio Merk (questo il suo nome, originariamente Merk von Merrkenstein) approdò con successo alla musica leggera e alla commedia musicale degli anni Cinquanta, ma anche al cinema brillante e alle prime trasmissioni di intrattenimento della Rai negli anni Sessanta, pur trovandosi a condividere la scena con artisti quali Totò immancabilmente accompagnato da Peppino De Filippo, Virna Lisi, Gino Cervi, Ugo Tognazzi, Romolo Valli e altri.

GIUSEPPE ADDOBBATI Desta invece una certa sorpresa scoprire quanti attori risultino nati e formatisi in Istria e in Dalmazia: come Giuseppe Addobbati (Macarsca, 1909), interprete tra l’altro del film "La ragazza di Trieste" (1951), ambientato a guerra appena terminata sul confine giulio attraversato dalle gravi tensioni e dagli opposti spionaggi delle potenze interessate a contendersi l’intera regione. Addobbati arriverà negli anni Settanta a lavorare in parti non secondarie con registi quali Bernardo Bertolucci e Liliana Cavani.

TULLIO CARMINATI Altro dalmato,Tullio Carminati (conte de Brambilla), presto approdato a Milano e nel 1921 entrato nella compagnia della Duse. "Interprete raffinato e sentimentale", come lo definisce Cuk, si trasferì nel 1928 negli Stati Uniti, dove il cinema muto si sarebbe tramutato presto in sonoro. Il suo nome figura in alcuni dei più apprezzati film degli anni Cinquanta, da "Vacanze Romane" di William Wyler (1953) a "Giovanna d’Arco al rogo" di Rossellini (1954), accanto a Ingrid Bergman, senza dimenticare il passaggio in teatro, per il quale interpreta a Napoli, nel 1955, "Santa Giovanna" di George Bernard Shaw.

PARENTINI, FIUMANI, ROVIGNESI, DALMATI... Citeremo ancora i nomi di Antonio Crast (Parenzo, 1911), che lavorò in teatro con Ermete Zacconi e al cinema con Alessandro Blasetti e Georg Wilhelm Pabst; di Oretta Fiume – pseudonimo di Claudia Scrobogna (Fiume, 1919) –, diretta da Alessandro Blasetti e Mario Bonnard; di Antonio Gandusio (Rovigno, 1873), il cui esordio cinematografico risale al tempo del muto e nel teatro poté vantare di essere diretto da Visconti, oltre ad aver avuto accanto attrici come Irma Gramatica, Alida Valli, Lilla Brignone, Anna Magnani; e, ancora, il nome di Gianni Garko (Giovanni Garkovic, Zara, 1937), che esordì in teatro con Lilla Brignone, diretti entrambi da Luchino Visconti e, più avanti nella carriera, da Giorgio Strehler e Luca Ronconi.

Sono alcuni dei 48 artisti dei quali Cuk ricostruisce la vita artistica: ai lettori, ai cinefili ed estimatori del teatro il gusto di scoprire gli altri, e attraverso loro, di ripercorrere l’evoluzione del cinema, della recitazione, dei gusti del pubblico: elementi che, opportunamente confrontati, ci restituiscono la storia di un secolo da un’angolatura tutta particolare, dalla quale riaffiorano peraltro i nomi e i paesaggi cari delle origini.

342 - Messaggero Veneto 20/05/12 Porzûs, è ancora polemica Kerservan contesta Mieli

Porzûs, è ancora polemica Kerservan contesta Mieli

La strage degli osovani continua a dividere: fischi e "pagliacci" contro i relatori

La replica dello storico: «Resta imperdonabile il lungo silenzio dei comunisti»

GORIZIA Che la tragica vicenda dell'eccidio di Malga Porzûs in cui nel febbraio del '45 diciassette partigiani osovani furono uccisi dai partigiani garibaldini filotitini, fosse ancora ferita aperta, questione storica assai dibattuta e oggetto di infuocate polemiche, questo Paolo Mieli - coordinatore per il festival èStoria dell'incontro di ieri - lo aveva messo in conto in apertura. Che la discussione, una volta terminati gli interventi dei relatori, sfociasse in un incandescente attacco allo stesso Mieli forse non se l'aspettava.

È stata Alessandra Kersevan, presente tra il pubblico, a innescare la polemica e la breve gazzarra che ne è seguita, contestando al giornalista e storico milanese l'affermazione che non esistono casi di partigiani comunisti uccisi da partigiani cattolici, ma solo il contrario.

Sono quindi volati dei pagliaccio e pagliacci alla volta dei relatori tra fischi, urla e battimani. Un atteggiamento subito respinto da Mieli che, dopo aver preso atto dei dati forniti dalla Kersevan (secondo i quali sono stati diversi invece gli episodi in cui partigiani comunisti furono vittime, oltre che delle uccisioni anche di delazioni ai nazisti da parte di

cattolici) e sui quali ha detto di volersi documentare ed eventualmente fare pubblica ammenda, ha ribadito che la discussione, nei termini ovviamente di un confronto civile, su Porzûs è sicuramente molto meglio del silenzio in cui è stato tenuto per oltre trent'anni.

Quasi che a raccontarlo si facesse spregio della Resistenza stessa, quando invece lo scandalo, cosí Mieli, non sta tanto in ciò che è accaduto (anche prevedibile e in qualche modo giustificabile data la situazione di guerra), quanto nel suo nascondimento; parlarne oggi, ha concluso, significa anche contribuire a sciogliere quei grumi di dolore e risentimento che ancora quell'episodio fomenta.

E sulle ragioni per le quali per quasi tutto il Novecento si è preferito soprassedere, arrivando anche a negare Porzûs, si erano precedentemente articolati gli interventi di Ugo Berti, editor del Mulino, del politologo Ernesto Galli Della Loggia e di Tommaso Piffer, autore di Porzûs. Violenza e Resistenza, spunto dell'incontro.

Berti ha sottolineato come solo a partire dagli anni '80 del secolo scorso la storiografia sulla Resistenza abbia cominciato a considerarne anche le pagine piú oscure e ambigue, uscendo cosí da tanta retorica cui era stata confinata e mettendo in luce la varietà di posizioni, di aspettative e obiettivi e di soggetti politici.

Varietà che ha intaccato l'unitarietà dell'azione partigiana, ha sottolineato Galli della Loggia, per il quale episodi come quelli di Porzûs si spiegano proprio nelle diverse posizioni ideologiche e differenti strategie e tattiche dei protagonisti della Resistenza: nel caso specifico l'atteggiamento filotitino per l'annessione alla Jugoslavia comunista, nonostante il Pci di Togliatti, dopo la svolta di Salerno, avesse condiviso con le altre forze partigiane l'idea dello sbocco della lotta resitenziale verso una repubblica parlamentare.

Infine lo storico Tommaso Piffer ha illustrato le linee sulle quali si sono sviluppate le ricerche presenti nel volume.

A placare gli animi poi le pacate testimonianze di due ex partigiani, uno osovano e l'altro garibaldino e di una signora ottantenne che ha perso molti affetti tra gli infoibati dell'immediato dopoguerra e che ha sottolineato come sia giunto il momento della pacificazione.

Quella invocata anche dal Presidente Napolitano, che, come ricordato nell'incontro goriziano, potrebbe andare anche a Porzûs nella sua prossima visita in Friuli.

Mario Brandolin

343 - Il Piccolo 20/05/12 Gorizia: ''èStoria'', fioccano insulti nell'incontro sul caso Porzûs

''èStoria'', fioccano insulti nell’incontro sul caso Porzûs


Paolo Mieli all’inizio l’aveva detto: «Questo è il dibattito più delicato dell’intera rassegna». E così è stato: l’incontro sotto la Tenda Erodoto dedicato a «Porzûs. Violenza e Resistenza», è stato al calor bianco, con forti intemperanze da parte del pubblico, insulti, accesi interventi, accorate testimonianze di ex partigiani. Del resto non occorreva essere grandi profeti - tanto per restare al tema di èStoria - per prevedere un dibattito veemente su uno dei nodi più difficili da sciogliere della storia italiana contemporanea, l’eccidio di Malga Porzûs, dove, tra il 7 e il 18 febbraio 1945, sedici o diciassette partigiani (più una loro ex prigioniera) della Brigata Osoppo, formazione di orientamento cattolico e laico-socialista, furono uccisi da un gruppo di partigiani - in buona parte gappisti - appartenenti al Partito comunista italiano.
È uno degli episodi più tragici e controversi della storia della Resistenza, che ha provocato a più riprese ondate di polemiche sui mandanti dell'eccidio e le sue motivazioni, e che, come si è visto ieri, è ancora lontano dal trovare la parola "fine".
Del resto, come ha osservato Ernesto Galli Della Loggia, sul palco assieme a Ugo Berti editor de "Il Mulino", Tommaso Piffer, che per il Mulino ha curato il libro "Porzûs. Violenza e Resistenza sul confine orientale", e Mieli, che ha condotto l’incontro, la strage dei partigiani osovani «è un problema politico e storico» a partire dal quale si comprende come la lotta partigiana «non abbia avuto carattere unitario», relegando nel mito l’idea di «un’Italia nata dalla Resistenza», e illuminando una delle ragioni per cui alla nostra giovane «Repubblica manca un epos condiviso comune». Ma, posto che, come ha citato Berti, «la storia comincia quando finisce la memoria», è ancora sull’analisi dei fatti, dopo tre sentenze di tribunale, trent’anni di silenzio e un recente fiorire di studi, che non si riesce a sciogliere il doloroso nodo di Porzûs.
È bastato che Mieli addossasse tutta intera la colpa dei regolamenti di conti interni alla Resistenza in Italia ai partigiani comunisti («ditemi un solo nome di partigiano cattolico che abbia ucciso un partigiano comunista») che sotto la Tenda Erodoto si scatenasse un finimondo di pro e di contro.
La ricercatrice Alessandra Kersevan, autrice del libro "Porzûs: dialoghi sopra un processo da rifare" (Kappa Vu), e che fra l’altro sostiene la tesi del complotto angloamericano vedendo nei fatti di Porzûs un prologo della Guerra Fredda, ha contestato i relatori, seguita da tutta una serie di interventi fra i quali quelli di due ex partigiani, l’osovano Villa e il garibaldino Silvino Poletto («Il delitto di Porzûs - ha detto - non trova giustificazione storica»), protagonisti di quei giorni. Un esempio di passato che non passa, a dispetto di qualsiasi profetismo.

Pietro Spirito

344 - Rinascita 24/05/12 Tito , un dittatore del secolo scorso

Tito, un dittatore del secolo scorso

Gianna Duda Marinelli

Mentre il regista Steven Spielberg e gli attori Robert De Niro e Sylvester Stallone stanno girando un film su Tito (la prima notizia era giunta in Italia il 4 dicembre dell’anno scorso), i pensieri si affollano ed esaltano l’immaginazione per scoprire come saranno lette e rappresentate la vita e le azioni del dittatore jugoslavo.
L’indubbia professionalità dei cineasti che stanno realizzando il film, dopo aver ripercorso la più che misteriosa formazione di Josip Broz e gli anni del comando indiscusso delle truppe partigiane con tutte le crudeltà proprie di una guerra fratricida, non potranno esimersi dal ricostruire i 35 anni di governo autocrate di Tito e dei 10 anni seguiti alla sua morte conclusisi con la dissoluzione della RSFJ (Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia).
Quanto accaduto insegna che in quei territori, nulla cambia e che la polveriera balcanica è sempre attiva. Là i popoli si aggregano e si dividono combattendo fino all’annientamento di una delle parti in lizza. La Storia è testimone che, da quando in queste regioni si sono insediati numerosi gruppi eterogenei di lingua slava ( VI – VII secolo) ci sono stati parecchi tentativi di aggregazione ma solo il Titoismo era riuscito a mantenere uno stato unitario per 45 anni poi, hanno avuto il sopravvento le guerre e le interessate intromissioni straniere.
La Storia abbastanza recente ci ha tramandato alcuni esempi. Mentre Napoleone aveva individuato il collante che avrebbe unito le popolazioni slave della Penisola Balcania nella ricerca di una lingua comune ("Archivio Napoleonico", Parigi). L’ astuto disegno del raffinato stratega sarebbe stato d’aiuto alla campagna progettata per sferrare il colpo mortale all’ormai esausto Impero Ottomano. Resta l’incognita di conoscere come sarebbe andata a finire se il generale non fosse stato distolto da questo disegno per intraprendere la disastrosa Campagna di Russia.
Trascorso poco più di un secolo, dopo la fine della Prima Guerra Mondiale e la cancellazione dell’Impero Asburgico, ecco nascere a Parigi nel 1919 il Regno dei Serbi, Croati e degli Sloveni, che ampliato con l’annessione di altre regioni storiche, nel giugno 1929 aveva mutato la denominazione di quello di Regno di Jugoslavia. Dopo neppure 12 anni, il 4 marzo 1941, considerata la pressione Tedesca, il re di Jugoslavia aveva firmato il Patto Tripartito (Germania – Italia - Jugoslavia) ma già il 27 dello stesso mese veniva disatteso con un colpo di stato del gen. Dušan Simonić che aveva imposto al re Pietro II di assumere i poteri regali causando la reazione tedesca. Ne era seguita la dissoluzione dello Stato deflagrato in una costellazione di sanguinari gruppi armati, tra i quali stava emergendo quello dei partigiani comunisti di Tito mentre i Cetnici, che pur rappresentavano il Governo legittimo in esilio erano considerati dei nemici perché anticomunisti.
Già da anni l’attività propagandistica di Tito cominciava a dare i suoi frutti, il misterioso Uomo del Kremlino, brillante allievo dell’alta scuola di Comunismo moscovita che, sapientemente divulgato, adattato ed applicato con rigore era riuscito a sbaragliare ogni opposizione (intellettuali e borghesi) ed a sedare le variegate turbolente popolazioni balcaniche, fondando uno Stato moderno capace di unire in pace: Serbi, Croati, Sloveni, Macedoni, Montenegrini, Bosniaco - Erzegovesi.
Già altri interessati si stavano affacciando allo scacchiere balcanico e da anni avevano individuato in Josip Broz Tito la persona utile da essere sostenuta, perciò finanziata dall’URSS e dagli USA.
In attesa di vedere distribuito il film su Tito è necessario ripercorrere le tappe degli eventi, dopo oltre 20 anni dalla seconda dissoluzione della Jugoslavia ed a quasi 70 anni dal nefasto 8 settembre 1943 che aveva spalancato la Porta Orientale d’Italia e sguarnito la cosata Orientale Adriatica frantumando per sempre il millenario equilibrio del "Gulfus Adriaticus", lasciando fino al 1945 il campo libero alle truppe del Terzo Reich ed alle lotte partigiane tra gli Slavi del sud mentre i pochi uomini della RSI erano i testimoni che quelli erano ancora territori Italiani. E’ doloroso ricordare che l’Esercito Italiano, orfano della dirigenza, sulle coste rocciose della Dalmazia ed anche negli inospitali montuosi territori interni, aveva favorito anch’esso il proliferare delle lotte tra i signori della guerra, lasciando a loro disposizione i magazzini colmi di armi ben oleate e di munizioni, dei cannoni delle batterie, dei mezzi pesanti con il residuo carburante. Dopo tanti anni perché non cercare di scoprire il motivo di tale abbandono in mani endemicamente nemiche, di preziose armi e mezzi che potevano essere rese facilmente inservibili?
Dopo l’ascesa al potere del monopartitismo del comunista Maresciallo Tito, come in tutti i regimi totalitari la propaganda era stata essenziale, perciò erano stati prodotti dei documentari ed alcuni film che esaltavano la figura del dittatore. Tra tutti, come non ricordarne due, il primo del 1964 intitolato "Una Rolls Royce gialla" con un episodio ambiento in Jugoslavia ed interpretato da Ingrid Bergman e Omar Sharif , il secondo girato nel 1969 è "La battaglia della Neretva" (Narenta), in cui Orson Welles aveva interpretato il ruolo del comandante dei Cetnici, che avevano rappresentato in Patria il Governo monarchico in esilio a Londra. In ambedue venivano esaltate le azioni dei partigiani di Tito mentre nessuna pietà o comprensione era riservata ai cetnici ed al loro comandante che presentavano "i cattivi", anticomunisti ed alleati degli Ustascia (Croati) e dei Tedeschi. "La battaglia della Neretva" realizzata con classico stile trionfalistico dal regista Veljko Bulajić, è una versione minore, evidentemente ispirata al famoso film storico di regime girato nel 1938, "Alexander Nevsky", diretto da S., M. Ejsenstejn e musicato da S. Prokofiev.
Anche il grande Charlie Chaplin attratto dall’ideologia comunista, aveva fatto trasparire il suo pensiero quando nel 1940 aveva girato il suo primo film sonoro. Dimenticando le "purghe" etnico – politiche si Stalin e dei suoi gerarchi sovietici, il grande attore e regista, nel film "The great dictator" (Il grande dittatore), aveva ridicolizzato esageratamente solo due dittature europee. E’ certo, l’ormai pellicola d’antiquariato va ricordata per "Il discorso all’umanità". Dodici anni dopo, nel 1952, in pieno Maccartismo, a Charlot non era stato rinnovato il visto d’ingresso negli Stati Uniti perché sospettato di comunismo e liberalismo.
Nel 2012 l’atmosfera dovrebbe essere cambiata ed è probabile che il film su sarà un capolavoro poiché è sperabile che, messi da parte gli antichi trionfalismi, saranno riservate molte sequenze alla fine di chi si era opposto al dittatore come, l’eccidio di Bleiburg, la colonizzazione dell’Istria, l’evidente spostamento di popoli, tutti crimini contro l’Umanità.
"C’era una volta un re, diranno subito i miei piccoli lettori" no, c’era una volta Josip Broz detto Tito (Kumrovec, 7 maggio 1892 – Lubiana, 4 maggio 1980) che, emulo del nostro Pinocchio aveva concluso il suo ciclo di studi a 12 anni, tenendo presente che in Austria la scuola dell’obbligo iniziava a 7 anni e terminava a 14. Eroe misterioso di un racconto epico di cui è impossibile ripercorrere tutte le tappe della sua vita di rivoluzionario in quanto, la sua ubiquità e le sue imprese, possono corrispondere a verità solo se avesse viaggiato sul razzo del barone di Münchhausen. Per questi motivi e per tante altre incongruenze, molti sono convinti che l’identità di Tito sia incerta e che di Tito ce ne siano stati più d’uno.
Settimo di 15 figli, una delle sue biografie tramanda che il padre Franjo era un croato proveniente dal Trentino, allora Welschtirol (nel Trentino non è raro il cognome Broz), trasferitosi in Croazia per motivi di lavoro, la madre Marija proveniva invece dalla Carniola (oggi Slovenia). Apprendista fabbro a Sisak, assunto dalla Mercedes Benz, pilota collaudatore alla Deimler di Wiener Neustadt, medaglia d’argento ad un torneo di spada a Budapest, soldato nell’Esercito A. U. ecc. Fa parte di questa saga anche il racconto dell’amputazione della prima falange dell’indice della mano destra avvenuta quando faceva il fabbro o il meccanico. Fatto smentito dal Tito dalle mani integre e curatissime dalle unghie non troppo corte limate a punta in modo da poter suonare il pianoforte. Sono tutti racconti rocamboleschi studiati per esaltare un dittatore.
Il Nostro nel 1917, fatto prigioniero in Galizia veniva portato in Russia ma riusciva a fuggire ed a sposare Pelagija Belousova. Il futuro Presidente della RSFJ, dopo aver partecipato a molte azioni, aveva organizzato il PKJ (Partito Comunista Jugoslavo). Ritornato in Russia, nel 1936 rientrava nel Regno di Jugoslavia con il nome di "Walter" per effettuare una "purga" di compagni. Benché, come sempre le motivazioni fossero controverse e piuttosto oscure, nel 1937, prima di fare rientrare nuovamente Josip Broz nella Jugoslavia monarchica, (Stalin ?) aveva fatto fucilare la moglie Pelagija Belousova, ormai divenuta scomoda.
Era di casa nella Russia sovietica, marxista leninista, creatura di Mosca, dirigente prima del Comintern (1919 – 1943), dal settembre 1947 del Cominform, strapagato dagli Usa, sostenuto dall’Italia, era riuscito a liberarsi di tutti gli oppositori al suo regime democratico usando uno smacchiatore che non aveva lasciato "alone". Tito non riteneva che nella sua Repubblica potesse essere applicato integralmente il sistema sovietico allora, cerca una via jugoslava per realizzare un socialismo particolare. L’autocrate in odore di deviazionismo, nel luglio del 1948 era stato indotto o forse aveva voluto rompere i rapporti con il Cominform. Isolato, ma in fondo fedele agli insegnamenti avuti era rimasto comunista abbandonando quelle espressioni come "comunismo e socialismo" divenute démodé, sicuramente non gradite ai suoi finanziatori. Era diventato il "Non Allineato" per eccellenza, termine probabilmente coniato dai suoi sostenitori esteri, che avevano individuato in lui l’ago della bilancia tra gli stati retti dal monopartitismo comunista estranei a quelli democratici. Tutti avevano guardato dall’altra parte per non indagare sul sistema usato da Tito per governare i suoi "sudditi". Personaggio pieno di fascino, già da vivo preparavano la sua "deificazione postuma", modello per statue equestri, busti, fotografie…quante fotografie (spesso fornite di batterie per illuminare l’augusta effige riprodotta a colori) esposte a Trieste nei negozi-bazar che per anni avevano proliferato nei pressi delle Stazioni, ferroviaria e delle corriere, tutti sorti per soddisfare le richieste degli acquirenti d’oltre confine. Nella Repubblica Federativa, era d’obbligo che le sue fotografie incorniciate facessero bella mostra sui muri dei locali pubblici d’ogni categoria. Da quei muri spesso sbrecciati, il volto espressivo e lo sguardo severo di Tito seguivano passo, passo il suo popolo. Personaggio televisivo, Tito era a volta cacciatore, alto ufficiale della Marina Militare o dell’Esercito, diportista sul suo yacht "Galeb", assiduo frequentatore dell’aborrita decadente ex alto borghese isola di Brioni dove, ospitava principescamente i capi di stato dell’Egitto, dell’India ecc. Da "Non allineato" aveva il compito di curare i rapporti con i "Non allineati". Era il trait d’unione ideale tra l’URSS e l’Occidente.
Alla Televisione aveva spesso a fianco la quarta o forse terza moglie Jovanka Budisavljević (dal 1952 alla morte del marito) negli incontri con i suoi gerarchi o con i rappresentanti dei Governi alleati. In quegli anni venivano proiettate le cene raffinate di Tito che ospitava dei commensali seduti intorno a tavole sontuosamente preparate con tovaglie di pizzo, porcellane pregiate, servizi d’argento e preziosi candelabri, tutte sequenze concordate precedentemente tra il Capo dello Stato ed i registi che avevano il compito di riprendere le immagini brillanti di uno degli Imperi colonialisti del Proletariato. Nell’ambito dei festeggiamenti per il trentennio dalla nascita della RSFJ e dell’ascesa al potere di Tito, veniva pubblicato anche un vecchio ritratto del dittatore datato ?.XII.1943, eseguito a Jajce (Bosnia) pochi mesi prima del 16.06.1944, data del compromesso con il Governo in esilio a Londra e dell’ 11.11.1945 data della fine ufficiale del regno di Jugoslavia. Nel ritratto, Josip Broz Tito indossava abiti da "eroe risorgimentale", aveva vinto e proprio a Jajce, il 29.XI.1943 veniva nominato Maresciallo dall’assemblea dell’AVNOJ. A malapena si legge la firma dell’autore del disegno eseguito a matita di colore terra di Siena bruciata (forse "Bjeker"), chiarissima invece la firma in corsivo "tito" che il dittatore apponeva raramente.
La Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia governata dal dittatore nasce ufficialmente il 29.11.1945, ma le truppe di Tito avevano avuto il via libera già prima. Zara era stata occupata il 19 aprile, Trieste il 1° maggio 1945, avevano già superato i confini dell’Italia occupando militarmente gran parte della Venezia Giulia e la Dalmazia. Era seguita la tanto agognata mattanza. La fuga del poglavnik Ante Pavelić e dei suoi 1000 gerarchi prima in Carinzia, poi a Roma ed infine in Argentina veniva forse parificata con la mattanza dei 12.000 domobranci (territoriali) di Bleiburg consegnati a Tito dal generale Alexander nel giugno 1945? L’"Associazione per i sepolcri nascosti" aveva pubblicato documenti e testimonianze su quei fatti in un volume in lingua slovena che tradotto in italiano da G. Deconi era stato intitolato "Anche noi siamo morti per la Patria". Qualcuno aveva tentato di opporsi al regime Titoista ma aveva fallito ed era stato eliminato dall’UDBA (polizia segreta, Amministrazione di Sicurezza dello Stato) o dall’ OZNA (Organ Zaštiti Narodna Armje, Sicurezza del Popolo) altri, erano stati rinchiusi nel campo di concentramento dell’Isola Calva e chi cadeva in disgrazia finiva in manicomio. Sono sufficienti questi pochi esempi per testimoniare che Josip Borz Tito si era macchiato di crimini contro l’umanità mentre l’Occidente, quando non era stato connivente era stato distratto.
Come sarà rappresentato Tito dal regista Steven Spielberg? In questo "Western" reale chi sarà il buono e chi il cattivo? Troppi sono gli scheletri negli armadi e questi armadi devono ancora essere aperti. Il soggetto è allettante ma molto difficile, gli spettatori attendono curiosi.

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