N. 828 – 02 Giugno 2012

Sommario

345 - L'Arena di Pola 30/05/12 Impresa sempre ardua, lunga e coraggiosa il costruire ponti (Silvio Mazzaroli)

346 - La Nuova Voce Giuliana 16/05/12 Motivi di fiducia (Chiara Vigini)

347 - Il Piccolo 29/05/12 Tagli a Tv e Radio Capodistria, programmi italiani a rischio (Franco Babich)

348 - La Voce del Popolo 30/05/12 Dignano: Un nuovo tetto per la chiesa di San Martino (car)

349 – La Voce del Popolo 28/05/12 Una copia della Sacra Sindone a Canfanaro (Sandro Petruz)

350 – La Voce del Popolo 31/05/12 Fiume - Alla campionessa d'italiano Ana Sverko i complimenti del console Renato Cianfarani (pb)

351 - Il Piccolo 28/05/12 «Fuori Tito dalle scuole della Slovenia» (Mauro Manzin)

352 – Corriere della Sera Sette 25/05/12 Giovanardi e Toth replicano a Landi (Carlo Giovanardi – Lucio Toth)

353 - Corriere della Sera 26/05/12 Lettere a Sergio Romano - La Dalmazia veneta da Mazzini a Prezzolini (Alvise Zorzi)

354 - L'Arena Verona 02/06/12 Libro - Lasciare Parenzo e tornarvi solo per trovarla Porec (Vittorio Zambaldo)

355 – La Voce del Popolo 26/05/12 E & R - La Società Istriana di Archeologia e Storia Patria presenta i suoi volumi a Muggia (Roberto Palisca)

356 - Agenzia Italiana Stampa Estera 25/05/12 Nel 2013 in Italia e all'Estero le celebrazioni del 150° di Gabriele D'Annunzio (Aise)

357 – La Voce del Popolo 30/05/12 Cultura - La questione fiumana tra il '21 e il '24 nel mirino della Germania di Weimar (ir)

358 - Messaggero Veneto 29/05/12 Porzûs, l'omaggio ai morti che per anni hanno diviso (Domenico Pecile)

359 - Avvenire 29/05/12 Porzûs l'ora della pacificazione (Paolo Simoncelli)

360 - Messaggero Veneto 29/05/12 Porzûs: Quella semplice verità inquinata dalla politica (Sergio Gervasutti)

A cura di Stefano Bombardieri

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :

http://www.arcipelagoadriatico.it/

http://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

345 - L'Arena di Pola 30/05/12 Impresa sempre ardua, lunga e coraggiosa il costruire ponti

Impresa sempre ardua, lunga e coraggiosa il costruire ponti

Anche il nostro 2° Raduno "polesano" fa ormai parte del passato anzi, a detta di qualcuno, "della storia", quantomeno della nostra storia. Nonostante il programma fosse particolarmente impegnativo, tutto è "filato liscio". Insomma, è andato tutto bene e sarebbe andato anche meglio se tutti ne avessero colto appieno il messaggio, così come hanno fatto coloro che vi hanno partecipato.

Certamente, anche se ai "soliti noti" ciò dispiacerà, lo hanno colto e sostenuto, avendolo sin dalle prime battute condiviso, i vertici dell’Unione Italiana: Maurizio Tremul, che doverosamente ringraziamo per la fattiva e sincera collaborazione offertaci, e Furio Radin, soprattutto per il senso di responsabilità dimostratoci, avendo disertato un per lui importante impegno internazionale, per presenziare alle tappe "croate", forse le più difficili, del nostro percorso in omaggio alle vittime degli opposti totalitarismi ed alla successiva Messa domenicale. Lo hanno fatto, e lo si deduce dalle cronache degli avvenimenti riportate in altre pagine del giornale, anche altri connazionali d’oltreconfine.

Molto meno – e di questo sappiamo bene chi gongolerà, ma va comunque detto per obiettività d’informazione – sembra averlo capito Fabrizio Radin, Presidente della Comunità degli Italiani di Pola e Vicesindaco della Città che, collaborativo per talune iniziative, nei momenti topici del nostro raduno (il percorso del 12 maggio ed il convegno sul prof. Mirabella Roberti) ha palesato un evidente fastidio e, di fatto, ostacolato – lecito pensare che ciò possa essere dipeso dal "conflitto d’interessi" insito nelle sue cariche istituzionali – il corale incontro tra i due corpi separati (esuli e rimasti) della nostra originaria comunità polese. Tra i secondi, però, non sono mancati coloro che ci hanno espresso, in proposito, il proprio profondo rammarico.

È stata senz’altro questa la manifestazione più evidente della perdurante difficoltà di costruire un ponte tra le due "anime" dell’esodo e questo nonostante che, già agli inizi degli anni ’90, una "passerella" in tal senso fosse stata gettata ed afferrata dai presidenti di allora: Lino Vivoda, dell’LCPE, e Olga Milotti, della CI di Pola. Non ci ha, comunque, colti di sorpresa. Sappiamo tutti, infatti, che la solidità di un ponte dipende in primo luogo dalla robustezza e compattezza dei suoi appoggi su entrambe le sponde da collegare e siamo perfettamente consapevoli che gli stessi, ovvero le nostre comunità al di qua ed al di là dell’Adriatico, presentano non poche crepe. Quella manifestatasi, più che una difficoltà, è stata pertanto un’indicazione, per tutti coloro che la pensano come noi, di quanto e dove sia ancora necessario lavorare per aumentare il consenso per un’effettiva ricucitura delle lacerazioni del passato che risulti idonea a preservare l’italianità della nostra Istria se è questo, e per noi lo è, ciò che si vuole.

Obiettivamente parlando, ancorché soddisfatti, non possiamo parlare di un appagamento pieno delle nostre aspettative bensì della consapevolezza di aver fatto un passo importante; ce lo certifica la trattazione che dell’avvenimento hanno fatto i media nazionali e, in particolare, d’oltreconfine. A parte la significativa trasmissione messa in rete a raduno concluso, lunedì 21 maggio, da TV Capodistria (visionabile sul sito http://tvslo.si/predvajaj/meridiani/ava2.137012247/), in corso d’opera ne hanno parlato sia la "Voce del Popolo" che il quotidiano sloveno "Primorske novice". Lo hanno fatto, percependo le emozioni suscitate tra i partecipanti alle nostre iniziative, in termini sostanzialmente positivi anche se, alla fine, qualche commento, improntato a realismo più che a critica, ha fatto riemergere quel substrato di incomprensione e diffidenza che ancora serpeggia tra le nostre genti e che rende meno incisivo il dialogo che con l’impegno di tanti si sta cercando di avviare e consolidare. Silenzio pressoché assoluto ancorché gradito, invece, sulla stampa in lingua croata alla quale le nostre iniziative non hanno evidentemente offerto appigli polemici a cui potersi attaccare.

Da ultimo, alcune considerazioni personali sui due episodi che mi hanno particolarmente colpito nei cinque giorni di permanenza a Pola: l’omelia propostaci durante la Messa da Mons. Staver e quanto dettomi dalla signora Nelida Milani, co-autrice del libro Bora, in occasione della consegna, a lei ed a Anna Maria Mori, della benemerenza Istria, Terra amata.

Le parole rivolteci dall’amico Don Desiderio, quanto mai confacenti ai contenuti del nostro Raduno, erano in sintesi incentrate sul concetto del volersi bene ma anche sull’interrogativo del sino a dove sia lecito spingere il proprio sentimento senza che l’altro se ne approfitti. Il termine usato dall’officiante, "amore", è senz’altro, se rapportato alle circostanze, eccessivo ma può, senza perdere d’efficacia, essere tradotto in "propensione a porgere la mano". Ebbene, nel fare questo gesto di distensione ed amicizia, non ho personalmente alcun timore che "l’altro" ne approfitti; non vedo proprio che detrimento me ne potrebbe derivare. Vorrei anzi che i nostri connazionali ne approfittassero, a loro esclusivo beneficio, per riuscire finalmente, dopo aver avuto la forza di sopravvivere a 45 anni di opprimente regime titoista, a vivere con orgoglio la loro attuale condizione di minoranza; vorrei che lo facessero, magari prendendo ad esempio la prosopopea della minoranza slovena in Italia, anche se mi rendo perfettamente conto dell’enorme differenza che c’è tra il vivere la suddetta condizione in una democrazia, per quanto imperfetta, come quella italiana ed il farlo nelle neofite democrazie slovena e croata che, di certo, non hanno ancora rimosso i condizionamenti mentali, culturali e comportamentali imposti dal passato regime comunista. Spero, e mi auguro, che a volerlo siano anche loro.

Le testuali parole rivoltemi dalla signora Nelida sono state, invece, le seguenti: «Caro Generale, apprezzo quello che state facendo ed ammiro il suo personale coraggio ma mi permetta di dirle che è un illuso». Dette da una persona che sa certamente molto bene ciò di cui sta parlando, queste parole mi hanno fatto riflettere non poco; sono, però, giunto alla conclusione che preferisco essere un illuso piuttosto che un rinunciatario. Le illusioni, infatti, sono originate da idealità che, per quanto al momento non soddisfatte, spingono all’azione ed all’impegno; le rinunce, di contro, sono il risultato di rassegnazione, endogena od esogena che sia, che induce al disimpegno. È un qualcosa che non mi piace affatto, perché "ingessa", quand’anche non "cristallizza", una situazione che mi impedisce di godere in pieno della mia "Istrianità". Non è, pertanto, questo il momento di "tirare i remi in barca"!

Silvio Mazzaroli

 

346 - La Nuova Voce Giuliana 16/05/12 Motivi di fiducia

MOTIVI DI FIDUCIA

Il momento di crisi e di sconforto in cui ci si trova, in Europa come in buona parte di questo nostro mondo globalizzato, non ci può permettere di rimanere fermi nelle nostre difficoltà, ma deve spingerci a scorgere i segnali positivi, per caricarci di fiducia nell'attesa che il periodo più nero finisca e per mettere a frutto tutte le nostre risorse.

E segnali positivi ce ne sono anche nell'ambiente che ci circonda: vediamone alcuni, partendo da Trieste per allargarci un po'.

Nel capoluogo regionale motivi per ben sperare sono il bilancio di previsione e la relazione programmatica che pochi giorni fa sono stati presentati e approvati al Comune. Essi danno un nuovo slancio alle iniziative culturali e sembrano proprio un segnale in controtendenza rispetto al passato recente, quando pareva quasi che il pensiero dominante considerasse la cultura cosa che non riempie lo stomaco, perché l'importante sembrava fosse l'apparire, la forma più che la sostanza.

Si sta capendo forse che diverse volte la forma porta con sé la sostanza, in positivo e in negativo.

Ci aspettiamo quindi nuova linfa culturale, che significa nuova vita per Trieste: vanno in questa direzione il prolungamento degli orari di apertura delle biblioteche e dei musei, le collaborazioni da poco programmate con istituzioni culturali internazionali (si vocifera di una mostra proveniente da San Pietroburgo), i contributi destinati dal gabinetto del sindaco ai teatri cittadini, nel tentativo di tamponare almeno in parte i tagli dei contribuiti pubblici nel settore, e le indicazioni di una quota di bilancio per rinnovare la destinazione d'uso della sala Tripcovich, destinata a festival e concerti di richiamo per i giovani che ne manifestano l'urgenza.

Tutto questo rispondendo anche alla vocazione turistica della città in senso più ampio, collegandola agli itinerari europei collaudati da secoli alla quale la sua posizione la chiama. Senza dimenticare, ma anzi valorizzando la sua centralità sull'Adriatico, che la rende ponte di unione fra sponde e fra culture, pur senza perdere la propria specificità.

Per quanto riguarda più specificatamente la nostra storia, un segnale positivo ci viene dalla scuola, in cui gli studenti italiani sono sempre più coinvolti in attività che divulgano le vicende del secondo dopoguerra giuliano. Questo è quanto appare dalla risposta del 17 aprile scorso da parte del sottosegretario all'istruzione, Marco Rossi Doria, a due interrogazioni dell'on.

Menia, promotore della legge sul Giorno del Ricordo, che vigila sulla sua applicazione e giustamente segnala sbavature anche consistenti e preoccupanti.

Davanti a queste non resta che intensificare i contatti, da parte delle Associazioni degli esuli e degli operatori della scuola più avveduti con le scuole stesse e moltiplicare l'invito a fruire di materiali adatti. Anche grazie alle iniziative del Ministero dell'Istruzione, Università e Ricerca, prima fra tutte il Tavolo Esuli-Miur, le possibilità sono vaste.

E i giovani rispondono, e bene.

Nelle pagine interne di questo numero del giornale potremo leggere alcune delle loro risposte, ma è il loro atteggiamento quello che sorprende e che fa ben sperare. Forse dovuto alla preparazione più puntuale degli scorsi anni, l'atteggiamento sia di grande rispetto che gli studenti hanno manifestato nel corso delle visite ai luoghi della memoria sia di gratitudine nei confronti dei testimoni, a cui spesso sono stati fieri di poter stringere la mano, sono segnali della grande serietà con cui i ragazzi anche molto giovani si rivolgono alla Storia, non solo giuliana, poiché ne riconoscono i valori fondamentali e sono desiderosi di porli a base della loro formazione.

Perciò un segnale di fiducia viene anche dalla presenza nella nostra città di tanti anziani, volontari senza etichetta, che ancora sanno mettere a disposizione la loro esperienza e la cui pacatezza nei confronti del fluire della vita è molto apprezzata da chi si vede forse proiettato a una vita frenetica e travolgente.

Segnali di apertura ci sono pure fra esuli e rimasti, nei percorsi che in questi giorni vedono camminare fianco a fianco rappresentanti di entrambi i gruppi "in omaggio alle vittime degli opposti totalitarismi". Se ne riparlerà.

E infine è nata da poco la Consulta dei fedeli dell'Unione Italiana, volta a creare una rete organizzativa interparrocchiale di collegamento tra i fedeli dell'Unione Italiana per favorire la conoscenza tra i fedeli appartenenti alla CNI conservando anche i valori autentici tradizionali che si sono mantenuti vivi in condizioni talvolta molto problematiche. I suoi servizi andranno, è sperabile, non solo ai nostri connazionali residenti in Istria, ma anche ai numerosi turisti della penisola italiana che si apprestano a trascorrere periodi di vacanza più o meno lunghi sull'altra costa dell'Adriatico.

Ci pare che il fatto di lasciare uno spazio alla divulgazione di positività e dinamismi, invece di amplificare malumori, ma anche esprimere le perplessità nei luoghi adatti a risolverle, e non per uno sproloquio distruttivo, sia già di per sé un servizio che, nel nostro piccolo, pensiamo di rendere alla collettività.

Chiara Vigini

347 - Il Piccolo 29/05/12 Tagli a Tv e Radio Capodistria, programmi italiani a rischio

Tagli a Tv e Radio Capodistria, programmi italiani a rischio

di Franco Babich

CAPODISTRIA Il Comitato dei programmi italiani di Tv e Radio Capodistria ha espresso negli scorsi giorni forte preoccupazione per i possibili effetti sulle due testate delle misure di austerity decise dal governo sloveno per il settore pubblico. Con una delibera approvata l’8 marzo, l’esecutivo ha infatti imposto il divieto di stipulare nuovi contratti d’autore o anche prorogare quelli vecchi. Per diversi collaboratori di Tv e Radio Capodistria, questo significa che dalla fine di giugno non potranno più fare il loro lavoro. Le conseguenze si faranno subito sentire e già quest’estate, per fare un esempio, la redazione sportiva di Tv Capodistria sarà costretta a rinunciare ad alcuni telecronisti con i quali contava di coprire le Olimpiadi di Londra. I problemi più gravi arriverranno comunque in autunno. Con la ripresa del palinsesto autunnale, alcune tramissioni dovranno essere infatti tagliate o ridimensionate. Per "Istria e dintorni" non ci saranno più quattro ma tre appuntamenti al mese, la rubrica "La barca dei sapori" è stata già cancellata, sarà ridotto il numero di appuntamenti con "Artevisione" e con altre trasmissioni, per non parlare di tutta una serie di difficoltà dovute al fatto che i tagli delle collaborazioni interesseranno anche il comparto tecnico, con possibili ricadute negative sia sulle testate italiane che sui programmi sloveni. Un problema aggiuntivo, ha spiegato nel corso della riunione degli scorsi giorni l’aiuto direttore generale di Rtv Slovenia per i programmi italiani Antonio Rocco, sarà il pensionamento obbligatorio per chi avrà maturato le condizioni. In questo momento, non è ancora chiaro se e in quale misura sarà garantito il turn-over, ossia se i nuovi pensionati potranno essere rimpiazzati. Il Comitato dei programmi, presieduto da Alberto Scheriani, oltre a esprimere preoccupazione, ha ribadito l’importanza di fare il possibile – da parte della direzione dell’Ente radiotelevisivo pubblico, ma anche da parte del governo – per trovare una soluzione e non compromettere, con i tagli, il ruolo e la funzione dei programmi italiani, garantiti peraltro anche dalla Costituzione slovena.

348 - La Voce del Popolo 30/05/12 Dignano: Un nuovo tetto per la chiesa di San Martino

DIGNANO nel medio evo Fu sede del tribunale dell’Inquisizione per l’Istria
Un nuovo tetto per la chiesa di San Martino

DIGNANO – Operazione di salvataggio per la chiesa di San Martino (XIV secolo), nell’omonimo rione dignanese. Ha lanciato un accorato SOS il tetto, ridotto a colabrodo, che quindi mette in forse tutta la struttura. Infatti, l’acqua, infiltrandosi, ha rovinato il soffitto e con esso un importante affresco del Bilucaglia, pittore autodidatta dignanese, raffigurante l’Ascensione di Maria in cielo.
La chiesa è importante, seppure con un fascino alquanto sinistro. Sull’architrave dell’entrata si legge "ECCLESIA INQUISIT ISTRIAE", ed infatti, qui ebbe sede il tribunale dell’Inquisizione per l’Istria. Sembra che vi si siano celebrate ben 161 udienze. Qui venne condannato Andrea Cinei, colpevole di aver diffuso nella località il luteranesimo. Condanna a morte, ben s’intende. E va specificato che quasi i due terzi dei condannati erano luterani.
La chiesa ha un altare ligneo del XVII secolo con una pala della Madonna con bambino e i Ss. Nicola e Martino. Nel muro di sinistra ci sono i sarcofagi di Paolina Duodo e Giovanni Barocci, "sepolti" nel 1631. Sul lato destro, accanto alla porta laterale, una curiosa quanto decisamente brutta aggiunta alla struttura originaria: una nicchia in sassi che custodisce una statua della Madonna. Chissà, forse qualche ex voto. Purtroppo toglie luce e deturpa la chiesa. In cima alla pala dell’altare era posta una statua lignea di San Martin: purtroppo è stata rubata grossomodo una decina di anni fa.
Ma veniamo all’oggi e alla poco decorosa storia della chiesa, in funzione solo nel giorno di San Martino, l’11 novembre. Ieri le maestranze della giminese "Kapitel" hanno posizionato l’impalcatura e portato in loco il materiale necessario a rifare il tetto. Abbiamo contattato il parroco di Dignano, msgr. Marijan Jelenić, che ha commissionato i lavori. Stando alle sue parole sembra che il tetto abbia subito danni sette anni fa, quando erano stati fatti interventi edili su un edificio che affianca la chiesa. Probabilmente l’impalcatura avrà fatto cedere il tetto della chiesa. Viste le lesioni della struttura, il parroco ha avviato cinque anni fa una campagna di recupero della chiesa, ed è sempre per la solita questione di pecunia che si è arrivati ad oggi senza un niente di fatto. Il costo dei lavori? Bisognerà aspettare di finire tutto. Per ora il preventivo supera abbondantemente le 150mila kune. Scoperchiato il tetto si vedrà se bisognerà fare altre somme. Resta il cruccio dell’affresco: salvare il salvabile costerebbe 20mila kune. Che non ci sono. Ma questa è un’altra storia, da affrontare in futuro. Per ora ci si limiterà ai quindici giorni di recupero del tetto. (car)

349 – La Voce del Popolo 28/05/12 Una copia della Sacra Sindone a Canfanaro

Grazie alla famiglia degli esuli Del Treppo e all’Associazione «Amici delle chiese d'Oriente»
Una copia della Sacra Sindone a Canfanaro

CANFANARO – Numerosi fedeli si sono ritrovati nella chiesa parrocchiale di San Silvestro per assistere all’arrivo della prima copia autorizzata in Croazia della Sacra Sindone custodita nel dDuomo di Torino. A portare in dono una copia in grandezza naturale del sacro telo di lino, sono stati i membri dell’associazione "Amici delle chiese d’Oriente" (AMCOR), fondata nel capoluogo piemontese in seguito alla solenne ostensione della Sindone che si è tenuta nel 2000 in occasione del Giubileo. L’obiettivo dell’associazione è quello di portare la copia della sindone in tutti i Paesi dell’est europeo.

La coppia autentica in lino non è stata subito esposta nella chiesa, ma è stato utilizzato un altro doppione realizzato su carta, adatto per l’esposizione e il trasporto, ma con una resa di fedeltà minore. La copia autenticata è stata presentata solo nel pomeriggio dopo un video introduttivo sulla storia della Sindone della durata di 15 minuti. Nei due giorni precedenti, inoltre, la copia è stata presentata ai fedeli anche al Duomo di Pola e nella Basilica Eufrasiana di Parenzo.

L’idea di porterà una copia della sindone è nata grazie ai fratelli Grazia e Graziano Del Treppo, esuli originari di Canfanaro, che durante un concerto della figlia di Grazia, Chiara Bertoglio, pianista e scrittrice di fama internazionale, hanno proposto l’iniziativa a mnsg. Giuseppe Ghiberti, responsabile e fondatore dell’AMCOR, nonché presidente della commissione diocesana per la Sindone di Torino.

Prima dell’inizio della messa solenne nella chiesa di San Silvestro, il parroco locale, Antun Nižetić, ha spiegato ai presenti la particolarità della Sacra Sindone, della quale ha avuto l’onore di partecipare all’ultima ostensione avvenuta nel 2010. La Sindone rappresenta un lenzuolo di lino su cui è impressa l’immagine di un uomo che porta i segni delle torture compatibili con quelli descritti nella Passione di Gesù.

Il parroco ha ricordato che l’autenticità della Sindone, che avrebbe avvolto Gesù dopo la crocefissione, è stata messa in dubbio più volte anche da diversi credenti. Infatti, se da una parte ci sono prove che indicano che il sangue preso dal lino è del gruppo AB che è lo stesso del sudario di Gesù, custodito a Oviedo, e che la ferita al costato è stata inflitta dopo la morte rispetto alle altre ferite presenti sul lenzuolo di lino, c’è una prova realizzata con la tecnica del Carbonio 14, eseguita ancora nel 1988, che pone la data di creazione della stoffa del lenzuolo in un intervallo di tempo compreso tra il 1260 e il 1390 d.C.

Il parroco ha però aggiunto che l’autenticità della Sindone non cambia l’effetto che questa reliquia ha su ogni fedele cristiano, dato che rappresenta il sacrificio di Cristo che espia con la propria vita i peccati dell’intera umanità.

Subito dopo è iniziata la Santa messa celebrata da Antun Nižetić, con l’omelia di mons. Ghiberti, che hanno ricordato assieme, in lingua croata e italiana, la Resurrezione di Cristo, l’incontro con gli apostoli e il dono dello Spirito Santo.

Alla fine della Cerimonia è intervenuto anche il sindaco, Sandro Jurman che ha dichiarato che questo giorno entrerà nella storia del Comune di Canfanaro e ha ringraziato personalmente Grazia Del Treppo, mons. Ghiberti e tutta la delegazione di Torino per aver portato questo dono così prezioso.

A messa finita, la signora Del Treppo ha rilevato che questa iniziativa è nata per riunire i credenti che hanno dovuto lasciare queste terre nel dopoguerra e quelli che sono rimasti con un messaggio di pace anche in ricordo dei parroci Miroslav (Miro) Bulešić e Marko Zelko, che hanno perso la vita.

La Del Treppo ha ricordato che nel Natale del 1937, proprio nella chiesa di San Sivelstro, il parroco Marko Zelko e altri fedeli avevano visto in un’ostia l’immagine di Cristo, che spiega il motivo per cui la copia della Sindone sia esposta in questa chiesetta nel cuore dell’Istria. Alla cerimonia erano presenti anche i rappresentanti della nuova Consulta dei fedeli dell’Unione Italiana, con la presidente Zelinda Štrkalj, della CI di Pirano.

Sandro Petruz

350 – La Voce del Popolo 31/05/12 Fiume - Alla campionessa d'italiano Ana Sverko i complimenti del console Renato Cianfarani

Ricevimento per l'allieva della SMSI di fiume
Alla campionessa d’italiano Ana Šverko i complimenti del console Renato Cianfarani

FIUME – "Sono felice di congratularmi con questa studentessa, che con le sue capacità ed i suoi successi ha testimoniato della bravura degli alunni e della qualità dell’insegnamento presso la Scuola Media Superiore Italiana di Fiume". Lo ha affermato il console generale d’Italia a Fiume, Renato Cianfarani, in occasione del ricevimento organizzato in onore della campionessa di lingua italiana alle ultime "Olimpiadi di italiano", Ana Šverko.
La simpatica e timida allieva della IIIa classe dell’indirizzo ginnasio generale ha conseguito l’importante premio gareggiando tra tutte le scuole italiane all’estero. "È stata una grande e inaspettata soddisfazione, sia per me che per la scuola – ha detto Ana –. Il test era molto difficile e oltre a riassunti di vari testi era basato principalmente su esercizi grammaticali".

Il successo ottenuto alle "Olimpiadi di italiano" è certamente una grande soddisfazione per la giovane, ma anche per l’istituto scolastico che frequenta, in quanto si tratta della seconda volta che uno degli alunni della SMSI di Fiume vince quest’importante premio. "Per noi è una riconferma del successo avuto l’anno scorso – ha precisato Ingrid Sever, preside della SMSI –, un elogio ai nostri professori d’italiano, Emily Marion e Gianna Mazzieri-Sanković, un’occasione per rendere pubblica la qualità della nostra scuola. Andremo avanti così e speriamo di sfornare nuovi talenti". Nel corso dell’incontro presso la sede del Consolato Generale d’Italia a Fiume, il vicepresidente della "Veneto banka ", Fernando Zavatarelli, ha consegnato alla campionessa d’italiano un premio di riconoscimento per l’eccellente risultato ottenuto augurandole di continuare con lo stesso impegno anche i suoi futuri studi di medicina. (pb)

351 - Il Piccolo 28/05/12 «Fuori Tito dalle scuole della Slovenia»

«Fuori Tito dalle scuole della Slovenia»

Circolare del Ministero dell’Istruzione in occasione della Giornata della gioventù, vecchia festività in onore del Maresciallo

di Mauro Manzin

TRIESTE. Tito rimanga fuori dalle scuole slovene. L’«ukaze» è chiaro e porta la firma del ministero per l’Istruzione. Una risposta secca e senza appelli emanata a seguito di una circolare della rappresentante del Sindacato dei lavoratori dell’istruzione di Ptuj, in cui si invitava i membri del Consiglio scolastico dell’istituto "Mladika" a celebrare, nel loro incontro annuale, la Giornata della gioventù (il 25 maggio scorso data in cui nella ex Jugoslavia si ricordava la nascita di Tito) con la gioia e la partecipazione dei tempi andati sollecitando altresì a presentarsi alla festa con la bustina in testa, il foulard rosso al collo, la camicetta bianca e la gonna o i pantaloni blu (come si vestivano i pionieri del Maresciallo).

Apriti cielo. Immediata la reazione del Ministero dell’Istruzione che in una circolare inviata a tutte le scuole e gli asili della Slovenia ha invitato tutti a rispettare i valori della Costituzione. Nel documento si ricorda la recente sentenza della Corte costituzionale slovena sul caso relativo alla intitolazione di una via di Lubiana al defunto padre-padrone della Jugoslavia. In essa i giudici hanno ribadito che Tito è il simbolo di un regime totalitario per cui voler celebrare la sua figura titolandogli una strada è un atto incostituzionale. Valore, secondo il ministero, che deve essere rispettato soprattutto nelle scuole dove si formano i giovani sloveni nel nome del rispetto dei diritti umani e delle libertà democratiche.

«È uno scherzo innocente - ha replicato immediatamente e con toni sornioni il segretario generale del sindacato della scuola, Branimir Štrukelj - di una delle 850 scuole e centri educativi del Paese senza nessun complotto alle spalle, né un tentativo di attuare una qualsivoglia rivoluzione segreta». E la sindacalista che ha redatto l’invito vive da alcuni giorni sotto shock. Non si aspettava certo una reazione di tale portata e ha subito annullato l’incontro contestato. Ma subito dopo Štrukelj si è fatto serio. «Siamo di fronte a una risposta del tutto irrazionale da parte del ministero - ha affermato - che dimostra piuttosto un palese desiderio di trasformare questo episodio in un dramma. Non hanno trasformato una mosca in un elefante, hanno bensì tentato di sfruttare la questione per creare dal nulla un nemico che non c’è più, che vive solamente ancora nelle loro teste».

Sta di fatto che Tito rappresenta ancora un qualche cosa di ingombrante, di scomodo forse, certamente di molto sensibile per le coscienze del mondo istituzionale e politico della Slovenia. I fantasmi del passato non sono stati ancora esorcizzati. E restano là, nella soffitta del populismo, pronti a essere rievocati ogniqualvolta si vuole sfruttare l’’afflato della demagogia.

352 – Corriere della Sera Sette 25/05/12 Giovanardi e Toth replicano a Landi

Giovanardi e Toth replicano a Landi

Nell`articolo "Arcipelaghi e spiagge all`ombra della Serenissima" Stefano Landi fa finire, per quanto riguarda la toponomastica, i riferimenti a Venezia e alla lingua italiana a Spalato (scritto così nell`articolo). Dopo di che i lettori vengono accompagnati a visitare le bellezze di Hvar, Korkula, Brac, Dubrovnik, Tívat e Kotor. In realtà da secoli gli italiani hanno abitato e chiamato quelle località Lesina, Corzula, La Brazza, Ragusa, Teodo e Cattaro, come è possibile leggere in tutte le carte geografiche austro-ungariche, europee e italiane, sino a dopo la Prima guerra mondiale. Il rispetto per la storia, per la cultura, per i Dalmati italiani esodati e per quelli che
sono rimasti in quelle terre richiederebbe almeno che accanto al nome croato di quelle località si aggiungesse anche il nome italiano, per permettere a tanti lettori, e a tanti turisti che sono stati in quelle località, di capire di che cosa si parla. Cordiali saluti,
- Sen. Carlo Giovanardi

Se da un lato debbo elogiare il bell`articolo di Stefano Landi su Sette di alcune settimane fa che rende omaggio alle bellezze naturali e artistiche della mia Dalmazia, dove sono nato e cresciuto [...] e dell`Istria , dall`altro mi spiace che una firma nota del giornalismo italiano si sia affidata a guide croate recenti nel nominare città e località che hanno da secoli, nelle carte geografiche, nei libri di storia, nelle guide turistiche, anche bei nomi italiani di radice neolatina e veneta. Così Hvar era nota, fino a un secolo fa, solo come Lèsina, Korcula come Curzola, Brac come Brazza, Kotor come Cattaro. Perché rinunciare allora ai bei nomi italiani di quei luoghi a nomi che sono tanto più facili da pronunciare per labbra italiane anziché storpiare, per ignoranza dell`ortografia illirica, i rispettivi nomi croati? È giusto dare al lettore e al viaggiatore di oggi anche gli attuali nomi croati di quei luoghi - per non procurargli danno facendogli magari sbagliare strada o traghetto - ma accanto andrebbe sempre riportato il nome che quel luogo ha nella nostra lingua, che merita di essere difesa parlando tra noi e con gli altri. [...]
P.S. Una recente pubblicazione scientifica in due volumi La toponomastica in Istria
Fiume e Dalmazia è la fonte più attendibile al riguardo. È edita dall`Istituto Geografico Militare di Firenze nel 2009, con la collaborazione dell`Università di Bologna e di Coordinamento Adriatico, il cui sito web è ricco di riferimenti.

- Lucio Toth (Vicepresidente della Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani
Fiumani e Dalmati)

Gentile senatore, gentile Vicepresidente, tutto il rispetto per i dalmati esodati. E per la cultura della Serenissima che in un millennio ha lambito e plasmato buona parte dell`Oriente europeo affacciato sul Mediterraneo. Accogliamo il vostro suggerimento a utilizzare, la prossima volta, tra parentesi, anche il nome italiano di città che ora fanno parte di un`altra nazione europea. Europea, come l`Italia.

353 - Corriere della Sera 26/05/12 Lettere a Sergio Romano - La Dalmazia veneta da Mazzini a Prezzolini

LA DALMAZIA VENETA DA MAZZINI A PREZZOLINI

Mi riferisco alla sua risposta su Venezia e l’italianità della Dalmazia e dell’Istria. Secondo Prezzolini, essa avrebbe occupato le città della costa e le isole «per evitare che quei borghi diventassero fastidiosi concorrenti», e la sua funzione di sostegno all’italianità di quelle terre sarebbe stata «un’invenzione degli intellettuali del Risorgimento». È opinione più che affermata che quelle stesse città, che avevano invocato già nel Mille la protezione di Venezia contro gli slavi, si diedero poi a Venezia per la stessa ragione, e che Venezia assicurò la preservazione della loro civiltà, da sempre italiana. Chissà dove, poi, Prezzolini ha appreso che alla caduta della Repubblica la Dalmazia era «un Paese povero, malarico, barbaro, senza strade, senza scuole, senza giustizia». Nella sua documentatissima Storia della Dalmazia Giuseppe Praga scrive che nel 1795 gli abitanti non erano 25.000 come scrive Prezzolini, ma 288.320, che nel ’700 erano state attuate grandi bonifiche, costruite due importanti strade, la produzione agricola era molto cresciuta e così quella industriale, in tutti i centri maggiori c’erano scuole primarie, i rettori veneziani amministravano la giustizia col maggior rigore e «la terra era equamente distribuita fra i lavoratori». L’Istria invece faceva tutt’uno con Venezia fin dall’epoca romana e gli istriani fino ai nostri giorni erano rimasti legatissimi a Venezia. Migliaia di italiani dell’Istria hanno dovuto andarsene, e il trattato di Osimo rimane una ferita dolorosa e insanabile.

Alvise Zorzi

Caro Zorzi, La sua lettera è la prima fra quelle ricevute negli scorsi giorni. Altrettanto appassionate e documentate sono quelle di Franco Luxardo, Renzo de’ Vidovich e Lucio Toth, vice presidente della Federazione delle associazioni degli esuli istriani, giuliani e dalmati (che può essere letta sul sito dell’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia). Giuseppe Prezzolini fu certamente un «debunker», come gli inglesi e gli americani definiscono gli intellettuali quando si compiacciono di ridimensionare e smitizzare certe versioni storiche non sufficientemente verificate o troppo frequentemente ripetute. Il suo libro sulla Dalmazia fu influenzato dal clima sovreccitato del nazionalismo e dell’interventismo italiano tra l’inizio del Novecento e la Grande guerra. Non gli piaceva l’uso che una certa politica italiana stava facendo della questione dalmata e gettò sull’intera vicenda, a modo suo, un secchio di acqua fredda. La sua inchiesta, quindi, è certamente discutibile. Ma ebbe il merito, a mio avviso, di suggerire al lettore che la presenza veneziana nelle città dalmate era anche il risultato di calcoli politici, interessi economici ed equilibri regionali. Continuo a pensare che Venezia fu soltanto in parte uno Stato italiano e che la sua storia più importante è quella di un impero multietnico, proiettato su una regione che va dall’Adriatico al Mar Nero. Il concetto di «Venezia patriotticamente italiana » nasce dopo la morte della Repubblica, si rafforza durante l’occupazione austriaca e la sfortunata impresa di Daniele Manin ed è stato largamente usato per giustificare le rivendicazioni dalmate di quanti hanno costruito, dopo la Grande guerra, il mito della vittoria mutilata. Per Giuseppe Mazzini l’Italia, dopo l’Unità, non avrebbe dovuto aspirare alla «riconquista » dei possedimenti veneziani. Nei suoi scritti sul mondo slavo (ora raccolti in Lettere slave e altri scritti, a cura di Giovanni Brancaccio, Biblion edizioni), la missione dell’Italia era quella di accompagnare e favorire, come sorella maggiore, il Risorgimento slavo e in particolare quello degli slavi meridionali. In un saggio del 1866 (Missione italiana – Vita Internazionale) definì l’Istria «italiana» e la Dalmazia «italo-slava»; e nello stesso saggio immaginò una guerra comune contro l’Impero asburgico in cui gli Slavi meridionali avrebbero potuto tenere per sé Carlopago, Zara, Ragusa, Cattaro, Dulcigno. In uno scritto precedente (1857) aveva ricordato con ammirazione che nel 1845 un’Assemblea croata, a Zagabria, aveva chiesto «arditamente» all’Imperatore un governo locale indipendente per la Croazia e la Slavonia, e che «a siffata nuova amministrazione fossero riunite la Dalmazia, Zara e Ragusa». Mi sono spesso chiesto come Mazzini avrebbe giudicato gli accordi di Londra del 1915 con cui l’Italia chiese e ottenne tra l’altro, per entrare in guerra, la Dalmazia. Ma è una domanda impossibile, quindi irrilevante.

354 - L'Arena Verona 02/06/12 Libro - Lasciare Parenzo e tornarvi solo per trovarla Porec

Lasciare Parenzo e tornarvi solo per trovarla Porec

IL LIBRO. Esule rievoca i suoi primi 19 anni e l'esodo dalla terra natia. Ad Aulo Crisma i titini volevano cambiare il cognome in Crizmic. Lui, come tanti altri, preferì un'Italia spesso ingrata alla nativa Istria. Un affresco storico

«Questa xe bandiera 'taliana!» Il piglio del miliziano titino non dava spazio a molte repliche perché effettivamente Aulo Crisma, appena diplomato maestro a 19 anni, che sul pisspaiss, com'era chiamato in istriano il motopeschereccio, stava lasciando Parenzo nel maggio 1946 diretto a Trieste, ufficialmente per ragioni di studio, aveva effettivamente disegnato due rettangoli verde e rosso lasciando il bianco della pagina in mezzo, sul libro delle Satire e delle Epistole di Orazio.

«Macché bandiera italiana, non vede che non c'è il bianco in mezzo?»

Il sangue freddo del ragazzo e forse il rischio per il miliziano di essere buttato a mare dagli altri passeggeri, ha permesso al peschereccio di uscire dal porto. Era l'addio. Crisma non tornerà più a Parenzo: tornerà vent'anni dopo a Porec, cambiata non solo nel nome, come il suo cognome stava per cambiare in Crizmic.

Il libro Parenzo. Gente, luoghi, memoria, scritto dall'esule istriano Aulo Crisma — che è stato per molti anni insegnante elementare a Giazza e Selva di Progno, corrispondente per L'Arena dall'Alta Val d'Illasi e oggi vive, nonno felice, a Padova accanto ai figli e ai nipoti — è come un affresco storico, istantanee dei primi 19 anni di vita di Crisma, nato a Parenzo nel 1927, dodicesimo dei tredici figli di Pietro e Catina.

In 150 pagine si sfogliano immagini di vita di una piccola comunità di antichissima origine, cresciuta attorno al decumano massimo dell'accampamento romano e diventata Strada Granda nella solida tradizione veneta che ha permeato la cittadina, dal medioevo all'occupazione titina del 1945. Tutto si muove attorno a Strada Granda e porto: la vita di Parenzo è la vita dell'autore, che della città istriana conosce intimamente i luoghi del generare e del morire, sa di strade, angoli, botteghe, artigiani e pescatori, sa storie di vita e di fantasia, sa anche di estreme dimore, come nel finale malinconico del libro dove la tomba di famiglia è destinata a confluire nell'ossario comune:

«Anche i morti diventeranno profughi, senza patria e senza nome», perché, scrive Crisma, «anch'io, tutte le volte che tornavo a Parenzo, provavo un penoso, profondo senso di smarrimento. Non percepivo più l'anima del paese natio».

IL BISOGNO di raccontare la piccola patria perduta, di non permettere che la memoria andasse perduta per sempre, è alla base dello scritto di Aulo Crisma, che si legge d'un fiato, come ascoltare il racconto d'avventura di un figlio che torna a casa da un pomeriggio di libertà. Così erano stati quei primi vent'anni di vita a Parenzo, raccontati semestralmente dal 1970 sul periodico della Famiglia Parentina In Strada Granda e confluiti nel libro.

Ritratti di personaggi che fin da bambino lo avevano colpito, di gente semplice, una galleria di sconosciuti che non hanno fatto la storia ma la cronaca di Parenzo. A partire da suo padre, figlio di un cuoco della marina austriaca che aveva meritato alla discendenza il soprannome di Cogheto. E a Piero Cogheto, agricoltore, era toccato per i suoi sentimenti italiani finire arruolato dall'esercito imperiale austriaco in Ungheria e Galizia, a combattere e ad arrendersi ai russi che lo portarono prigioniero in Siberia a lavorare in miniera fino all'arrivo della rivoluzione sovietica del 1917.

Una volta liberato, impiegò altri due anni, andando da un capo all'altro dell'ex impero zarista, prima di trovare la possibilità di imbarcarsi e arrivare a Brindisi. Con la stessa forza con cui racconta del padre, Aulo parla dei luoghi e delle altre persone di Parenzo, aprendo un album fotografico che vorresti non finisse mai, che passi veloce solo nelle pagine più tristi dell'occupazione titina e delle foibe (con almeno 94 vittime parentine).

Ma anche qui, pur senza negare storia e responsabilità, il racconto si fa tenue, scevro di vendetta e di rivalsa: «Per noi giovani l'abbandono della nostra bella Parenzo, non più nostra e non più bella», scrive Crisma, «ha spalancato nuovi panorami e offerto avventurose prospettive di una vita nuova e per questo più interessante. Certamente per mia mamma e per mia nonna Tonina, "stramassera" di novant'anni, e per tutti quelli avanti in età, lasciare la propria casa era una pena indescrivibile».

Il libro, pubblicato dall'assessorato alle politiche educative del Comune di Venezia, nell'ambito del progetto «Itinerari educativi», è stato distribuito agli allievi degli istituti superiori veneziani nel Giorno del Ricordo.

Vittorio Zambaldo

355 – La Voce del Popolo 26/05/12 E & R - La Società Istriana di Archeologia e Storia Patria presenta i suoi volumi a Muggia

a cura di Roberto Palisca

L'appuntamento [ per martedì 29 maggio
La Società Istriana di Archeologia e Storia Patria presenta i suoi volumi a Muggia

La Società Istriana di Archeologia e Storia Patria, presieduta da Giuseppe Cuscito, e il Comune di Muggia, del quale è sindaco Nerio Nesladek, presenteranno martedì 29 maggio alle ore 18 a Muggia, nella Sala convegni del Centro culturale "Gastone Millo", in Piazza della Repubblica 4, i volumi Archeologia e urbanistica nelle città dell’Istria costiera, Atti della Giornata internazionale di studio svoltasi a Muggia il 26 marzo 2011, e La corrispondenza di Gian Paolo Polesini con Pietro Kandler.

Il volume Archeologia e urbanistica nelle città dell’Istria costiera, contiene gli articoli delle sessioni della Giornata di studio, organizzati secondo linee geografiche che da Trieste e Muggia, con l’importantissimo sito di Elleri sul Monte Castellir, conducono sino a Fianona, passando per Capodistria, Isola, Parenzo e Pola, con scritti di studiosi italiani, sloveni e croati, i quali hanno esaminato realtà storiche, archeologiche, architettoniche ed archivistiche. Il volume sarà presentato dal prof. Luigi Fozzati, Soprintendente per i Beni Archeologici del Friuli Venezia Giulia.

Nell’occasione verrà presentato anche il volume che conclude lo studio sulla nobile famiglia parentina dei Polesini. Dopo il vaglio e la trascrizione dell’Archivio privato, di proprietà della Società Istriana di Archeologia e Storia Patria, esso, nella fattispecie riguarda il carteggio intercorso tra Gian Paolo Polesini e Pietro Kandler, conservato nell’Archivio Diplomatico della Biblioteca Civica di Trieste "A. Hortis", che getta luci sorprendenti sulla temperie culturale e politica degli anni 1860-1871.

Il libro "La corrispondenza di Gian Paolo Polesini con Pietro Kandler", curato da Grazia Tatò ed edito dalla Società Istriana, con le trascrizioni delle epistole eseguite dalla Cooperativa degli Archivisti Paleografi di Triste, e saggi di commento storico-archeologico, verrà presentato da Pierpaolo Dorsi, Soprintendente per i Beni Archivistici del Friuli Venezia Giulia, e da Renata Da Nova, della Soprintendenza per i Beni Archivistici del Friuli Venezia Giulia. La presentazione dei due volumi è aperta a tutti gli interessati, studiosi, appassionati dell’antico, triestini, muggesani e non solo che vogliano conoscere le loro radici.

356 - Agenzia Italiana Stampa Estera 25/05/12 Nel 2013 in Italia e all'Estero le celebrazioni del 150° di Gabriele D'Annunzio

NEL 2013 IN ITALIA E ALL'ESTERO LE CELEBRAZIONI DEL 150° DI GABRIELE D’ANNUNZIO

PESCARA\ aise\ - Il 2013 sarà - per tutti gli amanti della cultura, della storia, della lingua e del gusto - l’occasione per celebrare uno dei maggiori poeti e personaggi italiani, Gabriele d’Annunzio, del quale si festeggeranno i 150 anni dalla nascita, avvenuta a Pescara nel 1863, e i 75 dalla morte.

Protagonista indiscusso della storia e della letteratura del XIX e del XX secolo, il Vate ha saputo fino a oggi mantenere vivo l’interesse su di sé, grazie alla sterminata e raffinatissima produzione letteraria e alla testimonianza che ha lasciato delle sue azioni eroiche e delle sue opere immortali attraverso la donazione agli Italiani del Monumento della sua vita inimitabile: la cittadella del Vittoriale, sul lago di Garda.

La Fondazione Il Vittoriale degli Italiani realizzerà, attraverso l’istituzione di un Comitato per le celebrazioni dannunziane, una serie di progetti per promuovere e valorizzare lo spirito fervente di un genio che, anche grazie alla sua lungimiranza, al respiro internazionale e all’amore per l’Italia, seppe imprimere un sigillo di modernità alla storia del nostro Paese.

Molti i grandi eventi in programma. La passione del Vate per i motori, il volo e la velocità sarà celebrata attraverso la preparazione al Vittoriale del Museo della "Automobile femmina", espressione con la quale d’Annunzio stabilì – in una lettera a Giovanni Agnelli – il "sesso" dell’automobile; la dedica a d’Annunzio dell’edizione 2013 delle Mille Miglia, con personalizzazione del percorso in omaggio ai luoghi dannunziani; e, ancora, sorvoli di aerei storici e Frecce Tricolori sul Vittoriale e su Pescara, in omaggio alla sua passione per il volo, e l’istituzione di una tappa gardonese del Giro d’Italia, a ricordare d’Annunzio "uomo sportivo dell’anno", come fu votato nel 1921 dai lettori della Gazzetta dello Sport.

Una produzione dannunziana porterà l’intensa vita del Vate su alcuni tra i palcoscenici più prestigiosi d’Italia, fra cui il Teatro Manzoni a Milano, il Festival dell’Anfiteatro del Vittoriale e il D’Annunzio Festival del capoluogo abruzzese. Dal Teatro alla Scala tornerà al Vittoriale, dopo un attento restauro, il pianoforte originale di Liszt per un grande concerto-evento.

Tra le iniziative culturali ed editoriali, Mondadori pubblicherà il Meridiano del Teatro di d’Annunzio, il saggio Casa d’Annunzio e realizzerà per la prima volta una collana di e-book dedicati all’opera del Vate.

Verrà inoltre prodotto un audio book, in cui alcuni tra i maggiori attori della scena teatrale italiana presteranno voce a d’Annunzio e ad alcuni dei suoi versi più belli. La storica rivista L’Illustrazione Italiana al Poeta dedicherà un numero speciale nel mese di marzo, in cui ne ricorrono l’anniversario di nascita e morte.

Il presidente del Vittoriale Giordano Bruno Guerri terrà numerose conferenze multimediali in molte città italiane ed estere. Saranno inoltre patrocinate e promosse giornate di studio in Atenei italiani e stranieri, oltre a due importanti convegni per rafforzare il nuovo impulso allo studio, alla ricerca e all’approfondimento storico-culturale e artistico dell’opera di d’Annunzio, con particolare attenzione alle nuove generazioni.

Mostre stabili e itineranti verranno organizzate in una grande città italiana e nelle città che avranno aderito al progetto dei Gemellaggi dannunziani. La risonanza degli eventi diventerà mondiale con l’allestimento di una mostra all’Università di Tokyo e l’organizzazione di un’esposizione virtuale itinerante nelle principali sedi della cultura italiana nel mondo.

Nel migliore spirito dannunziano, l’obiettivo di ravvivare l’interesse intorno al Poeta-Eroe sarà perseguito anche attraverso una serie di azioni promozionali, per esempio la collaborazione con grandi firme che possano lanciare una linea dedicata al Vate, padre del gusto italiano; lo studio del merchandising, un annullo filatelico in collaborazione con Poste Italiane e operazioni di promozione locale nei luoghi dannunziani.

Verrà inoltre rinsaldata la relazione di d’Annunzio con grandi marchi, con la cui storia si intrecciò l’eclettico spirito del Poeta (Pineider, Aurum, Parrozzo, Acqua Amerino, solo per citarne alcune), attraverso una serie di azioni, packaging e campagne di comunicazione.

Queste e altre iniziative si succederanno per l’intero corso dell’anno 2013 e, sostenute da una campagna pubblicitaria mirata e da un piano di comunicazione nazionale, contribuiranno a riportare la giusta attenzione sull’estro poliedrico e incontenibile di Gabriele d’Annunzio, al cui genio precursore dei tempi siamo debitori assai più di quanto spesso si creda.

La sua modernità ce lo restituirà, a un secolo e mezzo dalla nascita, più che mai vivo e vicino alla nostra sensibilità di cittadini del XXI secolo. (aise)

357 – La Voce del Popolo 30/05/12 Cultura - La questione fiumana tra il '21 e il '24 nel mirino della Germania di Weimar

Oggi a Trieste viene presentato il saggio di William Klinger basato su inediti documenti diplomatici tedeschi
La questione fiumana tra il ’21 e il ’24 nel mirino della Germania di Weimar

TRIESTE – Questo pomeriggio con inizio alle ore 17 nella Sala conferenze della Biblioteca Statale "Stelio Crise" di Trieste (Largo Papa Giovanni XXIII 6, secondo piano), in un incontro promosso dal Circolo della Cultura e delle Arti e curato dal prof. Giuseppe Trebbi, verrà presentato l’originale saggio scientifico del fiumano William Klinger "Germania e Fiume: la questione fiumana nella diplomazia tedesca (1921-1924)", edito nel 2011 dalla Deputazione. di Storia Patria per la Venezia Giulia (serie prima "Fonti", volume XIII, pp. 285).

Sono previsti gli interventi di Grazia Tatò, direttore dell’Archivio di Stato di Trieste, e dello storico Roberto Spazzali. Una ricerca storica che parte da una prospettiva insolita sarà dunque al centro della presentazione del volume di William Klinger.

UN’ANGOLAZIONE INCONSUETA Si è parlato molto della questione fiumana, soprattutto dell’impresa di Gabriele D’Annunzio, delle molte implicazioni, nelle relazioni adriatiche italo-jugoslave e internazionali, del mancato Stato libero. Come si diceva sopra, William Klinger, ricercatore del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, ha affrontato la materia da un’angolazione originale: la diplomazia della Repubblica di Weimar.

L’autore ha potuto esaminare importanti documenti diplomatici ancora inediti, recuperati alla fine della Seconda guerra mondiale in una miniera di salgemma a Berchtesgaden, che ha microfilmato a Londra e poi restituito. I materiali (tutti i documenti sono stati tradotti e pubblicati in appendice) risalgono al periodo (1921- 1924) in cui a Fiume si sta cercando di rendere esecutivo il Trattato di Rapallo, in vista della realizzazione dell’agognato Stato Libero.

CARLO HOFFMANN, UN PERSONAGGIO MISTERIOSO, I documenti riguardano l’attività del consolato tedesco a Fiume, rispettivamente Carl Hoffmann, cittadino tedesco, commerciante e residente da tempo a Trieste, per certi versi un uomo misterioso, pur se noto nel panorama economico locale nel settore particolare dell’import-export. Ciò gli permise di contare su un’ampia rete di amicizie e di relazioni, per informare puntualmente delle vicende fiumane il governo di Weimar.

Emerge così l’intenzione della repubblica di Germania, pur obbligata dal Trattato di Versailles a una posizione neutrale, di seguire da vicino le vicende adriatiche e il comportamento delle potenze straniere su territori contesi: in particolare quello della Francia e dell’Italia, nel difficile passaggio dagli ultimi governi liberali a Mussolini, senza trascurare il giovane stato jugoslavo, che esercita determinate pressioni nelle regioni di confine, per poi trattare da una posizione di vantaggio.

Una curiosità: Klinger ha voluto dedicare il libro a Fulvio Varljen, "un fiumano (medico, già docente della Scuola media superiore italiana di Fiume, frequentata dal nostro, presidente della Comunità degli Italiani di Fiume agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso ed esponente dell’Unione Italiana, ndr) nato in via Germania, che nell’oramai lontano ma fatidico 1989" lo "convinse a studiare seriamente la storia in generale e quella fiumana in particolare, tuttora arroccata su schemi interpretativi risalenti a un secolo prima".

In copertina il dipinto a olio di Carlo Sbisà, "La città deserta" (1929, collezione privata), riprodotto nel catalogo della mostra sul pittore e scultore triestino (1899 – 1964), a cura di Renato Barilli e Maria Masau Dan (Electa, Milano 1996, p. 84). La traduzione dal tedesco dei documenti è stata curata da Sebastiano Blancato. A detta del Klinger, il quadro di Sbisà "forse meglio di ogni resoconto narrativo descrive l’atmosfera di estraniazione tipica della fine di un’epoca che un tedesco come Carl Hoffmann doveva percepire a Fiume in quegli anni". (ir)

358 - Messaggero Veneto 29/05/12 Porzûs, l'omaggio ai morti che per anni hanno diviso

Porzûs, l’omaggio ai morti che per anni hanno diviso

La visita del Capo dello Stato vuole rappresentare il suggello alla definitiva riconciliazione L’Apo: un gesto di grande onestà intellettuale, un esempio costruttivo di rispetto per tutti

di Domenico Pecile

UDINE Una delle pagine più drammatiche della storia della Resistenza. La ferita lasciata quel 7 febbraio 1945 pareva destinata a non cicatrizzarsi, come avesse provocato un sanguinoso marchio emofiliaco. Quel giorno un centinaio di partigiani garibaldini appartenenti ai battaglioni Gap "Ardito", "Giotto", "Amor" e "Tremenda", capeggiati dal comunista Mario Toffanin detto "Giacca", raggiunse le malghe Topli Uork (in seguito Porzûs, dal nome della vicina frazione dove viveva il proprietario delle malghe stesse), disarmarono il comandante della Osoppo, Francesco De Gregori, chiamato "Bolla" e lo uccisero assieme al commissario politico del Partito D’Azione, Gastone Valente, al ventenne Giovanni Comin e a Elda Turchetti. I gappisti fecero poi prigionieri altri 16 partigiani della Osoppo tra cui Guido Pasolini, fratello dello scrittore Pierpaolo, portandoli nel bosco Romagno e nei giorni seguenti ne fucilarono 14. Le responsabilità politiche e materiali dell’eccidio di Porzûs rimasero per decenni al centro di un infuocato dibattito, sia politico sia storiografico, dibattito divampato negli anni ’60. Gli anni in cui il Pci inneggiava ancora all’invasione dell’Ungheria, quasi benedicendo la mattanza sovietica, salvo poi sbattere la faccia contro il socialismo dal volto umano di Alexander Dubcek che rinnegava la via sovietica, incrinando le ortodossie dei partiti comunisti europei. Porzûs era lì, come un spettro, come un corvaccio appollaiato sugli incipienti sensi di colpa di una sinistra ancora divisa tra la rimozione e il giustificazionismo. Anni di polemiche che proseguirono negli anni ’80 e ’90 e che ebbero l’apice nel corso della visita, tra il 7 e il 9 febbraio, dell’allora presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, che nel corso della sua tappa in Friuli e alle malghe dell’eccidio incontrò forse provocatoriamente anche un gruppo di ex appartenenti a "Gladio", l’organizzazione paramilitare segreta sorta in ambito Nato per controbattere un eventuale attacco comunista proveniente dall’Est e per "picconare"

nuovamente i partigiani comunisti. Anni, quelli, delle ultime, ruvide e talvolta feroci contrapposizioni proprio al tramonto della Cortina di ferro che per decenni aveva annaffiato con sostanze mortifere la diaspora e la divisione del mondo in due blocchi prima della nuova fase del dialogo senza pregiudizi, della revisione senza tabù, dell’ammissione delle responsabilità da parte di tutti. L’omaggio che il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, lui pure ex comunista degli anni infarciti dalla sbornia "confessional-ideologica", renderà alle vittime rappresenta quasi lo sbocco naturale atteso soprattutto dalle popolazioni che vivono a ridosso di quelle malghe. Una visita che consacra definitivamente lo storico abbraccio del perdono, nel febbraio 2001, tra "don Candido", nome di battaglia del prete partigiano, don Redento Bello, con Giovanni Padovan, detto "Vanni", il commissario politico della divisione partigiana comunista Garibaldi-Natisone e a questa faceva riferimento la squadra gappista di "Giacca". Napolitano con la sua visita a Porzûs vuole suggellare la riconciliazione nel quadro del superamento dei confini. Nel 2010 ai presidenti di Slovenia e Croazia parlando di confine orientale, fece ruotare l’incontro attorno alle ferite del confine orientale. Porzûs, ma anche le persecuzioni fasciste contro gli sloveni e le foibe e la Risiera di San Sabba. Una visita – come cita l’Associazione partigiani Osoppo Friuli - «di grande onestà intellettuale», che offre agli italiani «un esempio costruttivo di rispetto per tutti, capace di superare ogni polemica e di tacitarla».

359 - Avvenire 29/05/12 Porzûs l'ora della pacificazione

Porzûs l’ora della pacificazione

i conti con la storia

Oggi a Faedis il presidente Napolitano scoprirà una targa per ricordare i partigiani della brigata Osoppo, uccisi nel 1945 dai resistenti comunisti

18 combattenti «bianchi» martiri della violenza fratricida. Nel '92 Cossiga non potè compiere una visita ufficiale. Nel 2001 l'iniziativa di un prete superstite non ebbe esiti politici

di Paolo Simoncelli

Il presidente Napolitano oggi a Faedis rendendo omaggio ai martiri di Porzûs contribuirà in modo determinante a dissolvere un'antica e inaccettabile omertà politico-ideologica e a ricomporre istituzionalmente la memoria storica della Resistenza in Friuli; memoria andata in pezzi nella faziosità ideologica del dopoguerra. Alle malghe di Porzûs infatti, il 7 febbraio '45 iniziò il massacro a tradimento dei partigiani della "Osoppo" da parte dei partigiani comunisti, un massacro protrattosi ancora nelle settimane seguenti con crudeltà e cinismo. E che fece vittime tra i personaggi più eroici e più noti della Resistenza friulana: Francesco De Gregori, Gastone Valente, Guido Pasolini, fratello di Pier Paolo (che non riuscì a comporre il conflitto doloroso dei suoi sentimenti personali e politici) e altri coraggiosi ragazzi di varie regioni d'Italia. Storia fin troppo nota, ma impossibile da far circolare nell'epica resistenziale: «Benché mandante di tale eccidio sia stato il comando sloveno del IX Korpus, gli esecutori però, erano gappisti dipendenti anche militarmente dalla Federazione del Pci di Udine». A testimoniarlo, un loro esponente di spicco, Giovanni Padoan, "Vanni", poi protagonista dal 2001 con don Redento Bello, superstite della "Osoppo", di un percorso di pacificazione personale che non ebbe tuttavia seguito politico. Alla "Osoppo", impegnata nella lotta a fascismo e nazismo, veniva imputato di opporsi anche alla violenta penetrazione slavo-comunista, prevista fino al Tagliamento; sulla "Osoppo" piovvero così preventive e false accuse di tradimento, di complicità coi fascisti, con la X Mas di Borghese. Tanto avrebbe continuato a scrivere proprio a don Redento Bello, ancora nel 76, il comandante comunista responsabile dell'eccidio, Mario Toffanin, "Giacca", rifugiato nella Jugoslavia titina, mai pentito. Toffanin sarebbe stato graziato da Pertini appena eletto al Quirinale; una "grazia" che lasciò stupiti magistrati ed esponenti della stessa cultura di sinistra: ancora nel settembre '97 L'Espresso ricordando che, oltre la strage di Porzûs, gravavano su "Giacca" sentenze per capi d'imputazione gravissimi come estorsioni, rapine, omicidio senza alcuna motivazione politico-ideologica, non trovava altra spiegazione alla "grazia" che un simbolicamente concreto "grazie" di Pertini al Pci per averlo sostenuto nell'elezione al Quirinale. Toffanin non venne mai meno alla sua violenza ideologica, né mancò di estimatori pronti a rilanciarla ad ogni minimo progresso di pur difficili intenti di pacificazione. Nel febbraio 2005, ad esempio, venne ripubblicata da un collettivo comunista rivoluzionario una sua intervista apparsa già nel '98 su La verità di Porzûs, la cui introduzione redazionale interpreta la strage degli osovani come «espressione di fatto della contraddizione tra il campo proletario e il campo borghese», e vede la "Osoppo" all'origine d'una linea di sangue e stragi progettata dallo Stato borghese fino a piazza Fontana. Toffanin da par suo non recede dal contesto della violenza di classe (il comando della "Osoppo" era "il comando della borghesia della zona"), considera spie e traditori gli osovani cui quindi attribuisce l'assassinio di alcuni partigiani comunisti, auspicando ancora k di riorganizzarsi per la rivoluzione, «avere un partito comunista e anche un esercito, dei combattenti proletari». Frasario sinistramente sperimentato, noto e ancor oggi non desueto.

Emblematico di un clima di egemonia ideologica il fatto che, dopo che Pertini potè concedere la grazia a un tal personaggio, a un altro presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, non fu consentito rendere omaggio ufficiale, come nelle sue intenzioni, ai partigiani non comunisti trucidati a Porzùs dai partigiani comunisti. Anche questa è una storia nella storia riemersa solo dopo l'annuncio della visita ufficiale del presidente Napolitano in Friuli. Cossiga avrebbe voluto farlo nel febbraio '92, poco prima di finire il suo mandato presidenziale. Immediate le polemiche: il gesto venne considerato una "provocazione politica" obbligando Cossiga solo ad una personale visita privata. Il relativo carteggio con l'Associazione partigiana Osoppo documenta la persistenza inaccettabile del graffio subito: ancora il 22 gennaio 2004 Cossiga scriveva infatti al presidente dell'Associazione Osoppo esprimendogli la «piena solidarietà per la dolorosa situazione creatasi in relazione al ricordo dei valorosi vostri compagni e nostri comuni Eroi trucidati da mano fratricida a Malga Porzûs su ordine del IX Corpus Jugoslavo, a motivo delle loro limpide idealità democratiche e patriottiche; e che poi furono oggetto anche di un'infame campagna di calunnie da parte dei dirigenti del Friuli e della Venezia Giulia del Partito Comunista Italiano». Cossiga ricordava quindi di essersi recato «da presidente della Repubblica sul luogo del martirio, rompendo un pavido silenzio o-mertoso che aveva impedito alle autorità dello Stato di rendere omaggio a questi Eroi». Da presidente della Repubblica sì, ma in visita privata. Il tributo ufficiale al disseppellimento della memoria occultata sotto il macigno del monolite ideologico è ora offerto dal presidente Napolitano; terzo dei capi dello Stato testimoni della difficoltà di sciogliere quegli antichi e drammatici nodi, emblematizzati da lacerti ambigui e ipocriti di memoria marmorea come le lapidi apposte sul muro della tragica malga che ancora nascondono gli assassini e le cause della strage. La nuova, a Faedis, nell'apprezzamento degli "osovani" per la visita del presidente Napolitano, ricorderà almeno quel «sacrificio per la libertà del Friuli e dell'Italia intera».

360 - Messaggero Veneto 29/05/12 Porzûs: Quella semplice verità inquinata dalla politica

Quella semplice verità inquinata dalla politica

L’analisi del giornalista e storico Sergio Gervasutti: settant’anni non hanno lenito ferite morali che lasciano un’ombra ingombrante

di SERGIO GERVASUTTI *

Nell’itinerario che il presidente della Repubblica percorrerà oggi e domani in Friuli si possono cogliere molti significati e la folla certamente non farà mancare gli applausi per manifestare in ogni circostanza orgoglio e soddisfazione. Non è tuttavia un paradosso pensare che proprio laddove l’atmosfera imporrà un eloquente silenzio Giorgio Napolitano darà l’impronta più significativa alla sua visita, affidandola alle pagine della storia.

Sono trascorsi quasi 70 anni dal giorno nero di Porzûs, un tempo infinito che tuttavia non è stato sufficiente per lenire le ferite morali di una tragedia che ha lasciato un’ombra ingombrante sulla lotta di liberazione in quest’angolo del Paese. Come spesso accade per gli avvenimenti che danno una svolta alle piccole o grandi comunità, le interpretazioni di quanto era avvenuto nel febbraio 1945 presso le malghe sopra Faedis erano state differenti, e comunque spesso – meglio, quasi sempre – segnate da connotazioni ideologiche. La realtà dei fatti e la loro conseguente lettura si fermavano allo sterminio della pattuglia di partigiani della divisione Osoppo, che, trovandosi nella zona di confine, avvertiva la pressante minaccia dei partigiani sloveni intenzionati a seguire le direttive di Tito per annettere alla Jugoslavia il territorio esteso fino al Tagliamento.

Questo, e non altri, fu il motivo che indusse "Giacca" a eliminare quel nucleo di italianità che, attraverso sollecitazioni e denunce al Comitato di liberazione, ostacolava i piani dei partigiani della divisione Garibaldi. La politica aveva poi inquinato la verità: dapprima con il silenzio di chi aveva la responsabilità dell’accaduto, poi con la "copertura" di quanti lo consideravano un episodio di guerra come altri in molte regioni italiane.

L’indiziato principale era il partito comunista. "Giacca", che comandava il plotone di esecuzione, non poteva avere agito di sua iniziativa; qualcuno gli aveva prospettato il piano ed egli lo aveva eseguito, con la ferocia e la determinazione di chi ne condivideva gli obiettivi e se ne faceva paladino. Mezzo secolo dopo si era incominciato ad aprire qualche squarcio di luce nel tenebroso accavallarsi di minacce, denunce e accuse, emerse anche in procedimenti giudiziari che poco erano serviti al fine di un chiarimento inoppugnabile dell’infame vicenda. Alcuni anni fa, due esponenti delle formazioni partigiane – don Redento Bello, cappellano della Osoppo e Vanni Padoan, commissario della Garibaldi, superati da entrambi gli ottant’anni – avevano intrapreso il cammino della riconciliazione tra le due anime della Resistenza friulana, espressa anche con la fotografia del loro abbraccio e con l’ammissione delle responsabilità comuniste da parte del suo esponente. Dove è approdata questa iniziativa, che simbolicamente avrebbe dovuto passare con la spugna sulla lavagna dei ricordi più ingombranti? I ricordi non si cancellano e quanto più hanno inciso nell’animo, tanto più perdura il loro peso. Il presidente Napolitano non parlerà a Porzûs e neppure a Cargnacco, nel tempio dei caduti in Russia, dove si recherà domani. La sua silenziosa presenza, però, costituisce il messaggio di cui ancora oggi gli italiani hanno bisogno: guardiamo al domani che è già cominciato.
*già direttore del Messaggero Veneto

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