N. 829 – 10 Giugno 2012

Sommario

361 - La Gazzetta Iblea 07/06/12 Una delegazione dell'Istria avvia iniziativa con una scuola di Vittoria: Gemellaggio Rovigno-Vittoria (Francesca Cabibbo)

362 - Bollettino Trieste 30/05/12 La Provincia di Trieste abbandona nel degrado il monumento all'esodo

363 - La Voce in più Storia e Ricerca 02/06/12 Italiani dell'Adriatico Orientale: quale futuro? (Kristjan Knez)

364 – Anvgd.it 08/06/12 - Ziberna scrive a '' La Repubblica'': studiate meglio la storia (Rodolfo Ziberna)

365 – L’Arena di Pola 30/05/12 Alpini ed esuli: un messaggio di fede (Laura Brussi)

366 – CDM Arcipelago Adriatico 08/06/12 A Fiume Settimana culturale in onore di San Vito - Partecipano agli incontri anche il Libero Comune e la Società di Studi Fiumani

367 - La Voce del Popolo 05/06/12 Valle: Presentati i risultati di una meticolosa ricerca sui propri avi che ha ricevuto il premio speciale al concorso Mailing List Histria (Sandro Petruz)

368 - Coordinamento Adriatico 01/06/12 Venezia e la Dalmazia: come si scrive un giudizio storico (Giuseppe de Vergottini)

369 - La Voce del Popolo 06/06/12 Isola, 5 giugno 1797: un'insurrezione contro lo straniero, in territorio italiano (Ilaria Rocchi)

370 - Anvgd.it 05/06/12 Vittoriale a nuovo in vista dei 150 anni dalla nascita di d'Annunzio (Anvgd nazionale)

371 - La Voce del Popolo 09/06/12 Gallignana, dall'alto del colle (Mario Schiavato)

372 - La Voce del Popolo 09/06/12 Il Centro di Ricerche storiche di Rovigno ieri a Gallesano con i XLI «Atti» e la XIII «Etnia» (Ilaria Rocchi)

373 - Corriere della Sera 30/05/12 Lettere a Sergio Romano - Repubblica di Venezia (Marino Zorzi)

374 - Corriere della Sera 03/06/12 Lettere a Sergio Romano - La svolta alleata del 1948 sulla questione di Trieste (Sergio Vascotto)

A cura di Stefano Bombardieri

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :

http://www.arcipelagoadriatico.it/

http://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

361 - La Gazzetta Iblea 07/06/12 Una delegazione dell'Istria avvia iniziativa con una scuola di Vittoria: Gemellaggio Rovigno-Vittoria

Una delegazione dell'Istria avvia iniziativa con una scuola di Vittoria

Gemellaggio Rovigno-Vittoria

Francesca Cabibbo

Una delegazione della regione Istria, un tempo italiana, poi annessa alla Jugoslavia, oggi facente parte della Croazia, in questi giorni a Vittoria (regiona Sicilia) per un’iniziativa di gemellaggio con la scuola elementare Giovanni XXIII di Vittoria.

Questa mattina, grande festa di accoglienza nella scuola, alla presenza del sindaco Giuseppe Nicosia, dell’assessore Piero Gurrieri. La delegazione istriana è composta da Gianfranca Blandini, dirigente della scuola di Rovigno e da Viviana Benussi, vicepresidente della regione Istria.

Nell’Istria la presenza etnica italiana, maggioranza dopo la seconda guerra mondiale, è oggi sensibilmente ridotta, ma è molto attiva, soprattutto nelle zone di confine.

Per la scuola vittoriese, un’opportunità che permette ai giovani alunni di conoscere altre scuole ed altre culture, ma soprattutto di conoscere altri ragazzi italiani che, per ragioni storiche diverse, vivono ormai in uno stato straniero.

362 - Bollettino Trieste 30/05/12 La Provincia di Trieste abbandona nel degrado il monumento all'esodo

La Provincia di Trieste abbandona nel degrado il monumento all’esodo: la dignità degli esuli sommersa dalle erbacce….. e il RICORDO diventa un’ OFFESA.

Il Sindaco Cosolini l’aveva definita inutile (la Provincia di Ts), trovandoci d’accordo. Ma più passa il tempo e più, oltre alla sua sostanziale inutilità, si associa anche un’incapacità di gestire le poche e semplici cose che fanno capo a questo microbico ente. Pensiamo ad esempio al taglio dell’erba, un’operazione che non dovrebbe presentare particolari complessità e che invece per l’inutile Provincia Triestina diventa impossibile. Basta guardare alle condizioni in cui viene lasciato il monumento dedicato all’esodo istriano e dalmato sito in quel di Rabuiese e ridotto ad un campo di patate, con buona pace della dignità che il luogo invece meriterebbe.

"Sono convinta che tra i compiti di chi è chiamato a governare una comunità – disse la presidente della Provincia Maria Teresa Bassa Poropat in occasione dell’inaugurazione – c’è anche il dovere di ricordare la storia, la cultura, i valori collettivi nei quali la società si riconosce…" ; ma soprattutto – aggiungiamo noi – ci sarebbe anche il dovere, meno aulico, ma non per questo meno importante, di mantenere il decoro dell’opera, perché altrimenti il "ricordo" diventa – come in questo caso – un’offesa…

363 - La Voce in più Storia e Ricerca 02/06/12 Italiani dell'Adriatico Orientale: quale futuro?

RIFLESSIONI

Una storia complessa, un percorso tortuoso della memoria e della riconciliazione

ITALIANI DELL'ADRIATICO ORIENTALE: QUALE FUTURO?

di Kristjan Knez

Vae victis - Guai ai vinti", credo non vi sia locuzione migliore per indicare lo stato in cui si trovarono gli Italiani dell'Adriatico orientale al termine della seconda guerra mondiale. Precipitati in una sorta di limbo, erano destinati a subire le nefaste conseguenze della politica scellerata del fascismo, che per due decenni aveva seminato vento nella Venezia Giulia, e dalla primavera del 1941 anche nello scacchiere balcanico, commettendo non poche nefandezze. Ma a differenza dei connazionali residenti in altre parti dello Stivale, che, dopo la stagione plumbea della guerra civile, dei bombardamenti alleati o delle dure rappresaglie naziste, poterono avviarsi a una vita nuova, contraddistinta dalla ricostruzione e da una volontà di rinascita in senso lato, al confine orientale ci fu un corso diverso degli eventi.

La cosa fu evidente già all'indomani dell'8 settembre. Dopo l'armistizio, le Nuove Province cessarono d'appartenere al Regno. Se Trieste, a seguito delle articolate vicende diplomatiche, durate quasi un decennio, ritornò all'Italia, a oriente di Muggia la cesura fu completa e un ambiente umano, sociale, linguistico e culturale sarebbe scomparso per sempre. Quella metamorfosi che produsse un dramma, che si consumò con modalità e in tempi diversi a seconda della località interessata, ha diritto di entrare nel ricordo della Nazione italiana? E la sua popolazione può interrogarsi su quanto accadde in quella parte del Paese? Oppure si dovrebbe stendere, nuovamente, il velo del silenzio e fare finta che nulla accadde, ossia considerare quegli accadimenti come la giusta conseguenza della precedente politica fascista, che aveva portato un intero popolo sull'orlo del baratro?

Sono domande che a distanza di tanti decenni fanno ancora discutere animatamente e, nonostante il tramonto delle ideologie, questi argomenti suscitano ancora polemiche e sollevano vespai. Almeno tra le nostre contrade. Non è inusuale individuare dei circoli che argomentano quei problemi usando schemi fossilizzati, che ormai dovrebbero essere tutt'al più oggetto di indagine storiografica in quando superati, ma significativi per cogliere i nessi di determinate scelte e prese di posizione nell'immediato dopoguerra e negli anni successivi.


È doveroso riconoscere tutto
Come andare avanti? Nel terzo millennio è ormai anacronistico guardare ai processi storici secondo una visione manichea, che non tiene conto delle complesse vicende del confine orientale e delle peculiarità di una regione plurale in cui s'intersecavano interessi e posizioni diverse, anche all'interno delle stesse componenti nazionali.
E invece, l'era fascista per taluni costituisce l'unico metro per misurare gli avvenimenti della storia recente delle nostre terre, per additare colpe, per evidenziare gli sbagli compiuti (a senso unico) dal nazionalismo italiano, che avrebbe oppresso gli Slavi già in epoca asburgica, aprendo così la strada alla successiva snazionalizzazione fascista. Nella stagione in cui in tutta l'Europa sbocciava il sentimento nazionale, che poi, inevitabilmente avrebbe portato al nazionalismo, ha senso parlare di un nazionalismo "buono" in quanto difensivo e di uno "malvagio" data la sua natura aggressiva?

Nell'Impero austro-ungarico, anche grazie alla politica del "divide et impera" caldeggiata da Vienna, le contrapposizioni nazionali erano all'ordine del giorno. Attilio Tamaro, attento osservatore degli avvenimenti del suo tempo entro i confini della duplice monarchia, aveva colto perfettamente i problemi che la attanagliavano e nel primo dopoguerra, in uno dei suoi innumerevoli scritti, molto opportunamente rammentava che in realtà in quella compagine tutti erano sia oppressi sia oppressori.

Riteniamo non abbia alcun senso soppesare il dolore, caso mai è doveroso riconoscere tutto, senza censure, escludendo le minimizzazioni o le mezze verità, perché non giovano a nessuno. Bisogna avere l'onestà intellettuale e riconoscere i torti, non è però assolutamente condivisibile il ragionamento del chiodo schiaccia chiodo, per cui ciò che accadde dopo dev'essere visto solo e soltanto come la giusta reazione, mentre il male è riconducibile esclusivamente a ciò che era accaduto precedentemente.


Le indubbie colpe del fascismo
Se l'Italia di Mussolini non avesse occupato il Regno di Jugoslavia, i confini, forse, sarebbero rimasti immutati. E invece, nella primavera del 1941, i venti di guerra si spostarono sulla "creatura voluta a Versailles", il regio esercito occupò e annesse quei territori che l'Italia liberale non ricevette con i trattati di pace del primo dopoguerra e che furono uno dei simboli della "vittoria mutilata"; il confine si dilatò anche all'interno e porzioni territoriali, come la cosiddetta Provincia di Lubiana, divennero parte integrante dell'Impero.


Negli anni del conflitto il comportamento italiano non fu certo irreprensibile, ampie zone furono messe a ferro e fuoco e non pochi furono gli atti di barbarie nei confronti della popolazione civile. Sono episodi documentati che non si possono confutare. Devono essere conosciuti, celarli non avrebbe alcun senso, altrimenti sarebbe inutile auspicare che le brutture successive siano riconosciute in Slovenia e Croazia. Bisogna altresì evitare anche il perverso ragionamento secondo il quale proprio quegli atti perpetrati dal regime avrebbero portato alle foibe e all'esodo.


Ma siamo sicuri che quegli episodi sono riconducibili esclusivamente al "prima". Sono solo il macabro epilogo, la brutta eredità della dittatura fascista? Se ci addentriamo nelle cose ci rendiamo conto che la questione è molto complessa, e allora l'impalcatura crolla al primo scossone. Se nel resto della penisola la capitolazione e la firma dell'armistizio rappresentavano la fine delle ostilità sui vari fronti, e qualcuno, ingenuamente, intravide la pace, nelle terre di recente acquisizione lo scenario fu alquanto diverso.
Per la componente slava, che il regime aveva conculcato mettendo in atto un genocidio culturale che avrebbe dovuto cancellare la presenza slovena e croata, quella data fu vista come lo schiudere di una nuova epoca.
Lo Stato italiano con la sua azione illiberale aveva certamente esacerbato gli animi e giunse il momento della resa dei conti. Arrivò il momento in cui si iniziò a raccogliere tempesta. Il progetto politico messo in atto non era estemporaneo bensì preparato nella fase finale del conflitto (già accolto con le dichiarazioni del 1943 a Pisino, a Kocevje, a Jajce), perciò le armate con il loro potenziale bellico furono impegnate in due distinte corse: a
occidente in direzione di Trieste e a settentrione verso Klagenfurt, che raggiunsero a costo di grosse perdite.

Le chiare mire annessionistiche jugoslave
L'ordine era chiaro, d'altra parte fu lo stesso Edvard Kardelj, nel settembre 1944, a sostenere che "diventerà nostro territorio tutto ciò che si troverà nelle mani del nostro esercito", pertanto non vi era grande premura a liberare Zagabria o Lubiana, né puntare immediatamente contro i forti nuclei della Wehrmacht ancora presenti sul territorio oppure colpire le forze collaborazioniste, cioè gli acerrimi nemici con i quali i comunisti avevano lottato per quattro anni in una guerra civile cruentissima. Erano incombenze che potevano attendere, era solo questione di tempo.
Non era ammissibile, invece, che gli Alleati mettessero piede per primi in due luoghi simbolici. Ma non erano emblemi del 1945, erano due città "perse" dopo la Grande Guerra, ma mai dimenticate. Che si dovessero pareggiare i conti era pressoché inevitabile e alla violenza si rispose con altrettanta durezza. Fu una costante registrata praticamente ovunque. Ma dalle nostre parti il disegno era un altro: non furono colpiti solo quanti avevano avuto un ruolo decisivo all'interno del regime del littorio oppure si erano macchiati con crimini di vario genere.
Finirono nel vortice tutti coloro che venivano classificati come "nemici del popolo", come pure coloro che non volevano il comunismo o osteggiavano la politica annessionistica jugoslava. Era la cosiddetta "epurazione preventiva". Ogni discordanza o critica rappresentava un pretesto per percuotere l'"eversione fascista".
L'antifascismo divenne un alibi per colpire tutto ciò che si discostava dalla linea del regime jugoslavo. Gli Italiani dei lidi orientali dell'Adriatico erano dipinti per lo più come i carnefici, non mancavano poi i riferimenti a una presunta connivenza con il regime mussoliniano. L'opposizione a quest'ultimo e il contribuito dato dagli Italiani alla Resistenza erano dettagli insignificanti. "Noi pagavamo lì tutte le colpe del fascismo e della guerra perduta, ed insieme della leggerezza e della superficialità italiane", scrive Guido Miglia, esule da Pola, nell'introduzione al suo volume "Dentro l'Istria. Diario 1945-1947", edito nel 1973.

Una minoranza discriminata
Il terrore e la politica discriminatoria nei confronti degli Italiani non fu una costante solo al termine delle ostilità e nel frangente antecedente la firma del Trattato di pace, continuarono per oltre un decennio e, sebbene con dinamiche diverse, sarebbero continuati ancora per decenni contro ciò che rimaneva della popolazione italiana, ridotta a sparuta minoranza, controllata dal regime in ogni sua espressione e "ammonita", ma anche pesantemente colpita, ogniqualvolta osava sollevare il capo.
Il Ventesimo secolo con le sue devianze dovrebbe essere inteso come uno scrigno di tragedie perché andò a colpire tutti, in primis la popolazione comune. Le divisioni nette non sono d'aiuto, a meno che non si vogliano far passare delle "verità" imposte, quelle cioè che per essere credibili dovevano, per forza di cose, poggiare sulla menzogna. I regimi totalitari con il loro utilizzo del terrore di massa come prassi quotidiana, sotto la regia dell'ideologia, colpirono a prescindere dall'appartenenza nazionale. Perciò tra le vittime del fascismo annoveriamo anche tanti Italiani, ed è assolutamente falso ritenere fossero solo gli Sloveni e i Croati (nel caso di questi due popoli inclusi entro i confini di Rapallo alla discriminazione generale si aggiunse quella nazionale, particolarmente dura), così come quest'ultimi furono pure perseguitati dal comunismo.

L'offesa maggiore: l'assenza di rispetto
Nelle aree eterogenee come le nostre, le ideologie, impregnate di nazionalismo, ebbero conseguenze devastanti. L'eliminazione del "diverso", secondo programmi particolari, studiati a tavolino, fu una pratica comune a tutti e mostra palesemente l'incapacità di gestire aree così peculiari. Quell'assenza di rispetto è forse l'offesa maggiore che ancora oggi brucia nelle vittime e nei discendenti di queste. Quei torti andrebbero riconosciuti senza distinzioni. Meritano rispetto sia coloro che furono insultati negli anni Venti e Trenta perché parlavano in "slavo" o non poterono ricevere un'istruzione nella propria madre lingua, sia verso chi fu dichiarato d'ufficio "sloveno" o "croato" e perciò finì in una classe la cui lingua gli era sconosciuta, o chi dovette abbandonare il luogo natio troncando in tal modo i legami secolari con la propria terra.
Guido Miglia ricorda che, appena diciottenne, fu mandato come insegnante in uno sperduto villaggio croato fra Gimino e la valle dell'Arsa - Milojski Brig (Montemilotti) -, il suo racconto riassume meglio di tanti ragionamenti l'insensatezza umana. "Poveri bambini, io parlo nell'unica lingua che conosco, e comprendo che i più piccoli non mi capiscono; durante la ricreazione li sento parlare piano tra loro, nel dialetto croato, e credo allora che il mio dovere sia quello di rimproverarli e di farli parlare italiano. Solo a mie spese, da adulto, fatto pensoso dalle sciagure vissute dalla mia terra, capirò l'aberrazione di voler impedire all'altro gruppo etnico di manifestarsi liberamente nella lingua materna. Ma quando lo capirò, nulla potrà essere modificato nel destino della penisola, e la vendetta travolgerà la mia gente, che conosceva soltanto la lingua veneta".

Ricordare le ingiustizie compiute e subite da tutti e comprendere il dolore degli altri sono i primi passi da compiere per fare un salto di qualità. La memoria non può essere condivisa, può essere però appresa e riconosciuta. È questo l'obiettivo tanto auspicato. Ma la strada è ancora tortuosa, sebbene si scorgano dei momenti che fanno ben sperare, e, non meno importante, contribuiscono alla riflessione. Per superare i luoghi comuni.

Kristjan Knez

364 – Anvgd.it 08/06/12 - Ziberna scrive a '' La Repubblica'': studiate meglio la storia

Ziberna scrive a ''Repubblica'': studiate meglio la storia

Leggiamo su "la Repubblica" del 6 giugno c. m. il servizio di Lucio Luca Croazia a nudo, quando il costume resta in valigia, nel quale sono citate diverse località dell’Istria e della Dalmazia nella sola versione croata, quando le denominazioni storiche sono inconfutabilmente italiane, e come tali furono rispettate per secoli dall’Austria-Ungheria nei documenti ufficiali e nell’uso comune.

Non è certamente la prima volta che si rileva la scarsa o nulla conoscenza del territorio sul quale si scrivono gli articoli, ma corre sempre l’obbligo di stigmatizzare la superficialità delle descrizioni: in questo caso, ad esempio, si segnala appena l’esistenza del toponimo italiano per Dubrovnik, quando la città dalmata di Ragusa, repubblica indipendente per secoli, si fregiava di tale denominazione o, in alternativa, di «Repubblica di San Biagio», e come tale è indicata nelle carte nautiche europee: il nome croato è di epoca relativamente recente (XIX secolo).

Analoghe considerazioni possiamo fare su Rab (Arbe), su Zadar, della quale – leggiamo con stupore – l’ignaro articolista scrive «che gli italiani continuano a chiamare Zara», quando la città, veneziana per secoli e italiana per volontà e trattati internazionali (al pari dell’Istria e di Fiume), è appartenuta allo Stato italiano sino al 1947, quando venne ceduta, con la quasi totalità della Venezia Giulia, alla Jugoslavia di Tito.

Ci pare evidente la carenza di informazione dell’articolista, al quale sembra sfugga del tutto la storia, anche recente, di quei territori, nel quale peraltro sono presenti oggi numerose comunità di connazionali autoctoni, un’antica maggioranza divenuta, con il trattato di pace del ’47, «minoranza» ma testimone sui luoghi dell’antica presenza italiana, dopo l’esodo massiccio e irreversibile della popolazione istriana, fiumana e dalmata verso la Madrepatria a seguito dell’occupazione jugoslava.

Una migliore conoscenza della storia, oltre a fornire migliori informazioni turistiche, rispetta anche la memoria dei luoghi e delle comunità che li hanno abitati e configurati a propria immagine. Infine, richiamiamo la Vostra attenzione sul primo Concorso Touring Club «Classe Turistica» edizione 2011-2012 indirizzata a tutte le scuole superiori d’ Italia come nelle edizioni precedenti, nonché alle scuole appartenenti alle minoranze italiane di Istria, Fiume e Dalmazia. Un’edizione speciale emersa dall’attività del Tavolo di lavoro fra Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e Associazioni degli esuli istriani-fiumani-dalmati che si avvale in particolare del contributo di questa Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia e che è dedicata alla storia del confine orientale italiano.

Chiediamo la pubblicazione della nostra lettera su "la Repubblica".

Rodolfo Ziberna

Presidente nazionale ANVGD

365 – L’Arena di Pola 30/05/12 Alpini ed esuli: un messaggio di fede

Alpini ed esuli: un messaggio di fede


Un’Adunata Alpina è sempre un avvenimento emozionante e di grande significato patriottico, anzitutto per l’interminabile sfilata di Medaglie d’Oro sui Labari delle Sezioni, a testimonianza del Valore che ha caratterizzato il Corpo nei suoi 140 anni di storia all’insegna del sacrificio e dell’amore patrio, e che trova corrispettivo nelle centinaia di massimi riconoscimenti al Valore posti sul Medagliere nazionale.


Quest’anno, in occasione della LXXXV Adunata Nazionale di Bolzano, la regola ha trovato conferme particolarmente sentite, con una partecipazione che ha commosso e talvolta sorpreso: basti ricordare con quali manifestazioni di affetto sono stati salutati l’Alpino Cristiano Dal Pozzo, reduce dall’Abissinia, che non manca mai di sfilare nonostante i suoi 99 anni, e l’Alpino Luca Barisonzi, grande Invalido di 21 anni a seguito di un vile attentato in Afghanistan, ma consapevole di avere operato per la giustizia, come testimonia nel suo bellissimo e coinvolgente libro.


Straordinaria commozione è stata avvertita, poi, nel grande abbraccio tributato alla Sezione Esule di Zara, Fiume e Pola che per vecchia tradizione apre la sfilata Alpina con lo striscione composto da Don Luigi Stefani (Cappellano della "Julia" ed Esule dal capoluogo dalmata) in occasione dell’Adunata di Firenze del 1957: "Gli Alpini dell’Istria, della Dalmazia e del Carnaro, vivi e morti, sono qui".

Come ha scritto "Alto Adige" – il quotidiano cittadino di espressione italiana – a commento della manifestazione, quella degli Alpini Esuli è una "minoranza" particolarmente significativa, anzitutto sul piano morale, che proprio a Bolzano, città interetnica, è stato possibile apprezzare in modo specifico ed a più forte ragione gradito. Gli Alpini Esuli ed i loro amici, non a caso, hanno voluto esprimere un ringraziamento di vero cuore a tutta la città per l’affetto e l’entusiasmo con cui sono stati accolti, a conferma dell’attenzione testimoniata dal Cippo a suo tempo collocato in Lungo Talvera a cura del Comune.


A proposito di "Alto Adige" si deve sottolineare che il Direttore Alberto Faustini, rispondendo subito, ha voluto aggiungere una chiosa personale in cui, dopo avere a sua volta ringraziato, ha scritto che il nostro messaggio costituisce la «metafora di una manifestazione che sa unire al di là delle divisioni e sa cogliere nella storia lo spirito della vera solidarietà » il cui ricordo «ha un significato che nemmeno l’inchiostro può fermare sulla carta; ma l’emozione sì».


Il ringraziamento degli Esuli è stato naturalmente esteso all’organizzazione della Santa Messa in memoria dei Caduti e dei Martiri delle Foibe celebrata nella Chiesa di Maria Vergine "Regina Militum" da Don Gino Da Monte, che ha rivolto ai tantissimi presenti (oltre un centinaio) parole di cristiana e paterna comprensione; assieme all’infaticabile Luigi D’Agostini, Esule da Capodistria, che ha esortato a non dimenticare il sacrificio della nostra gente e che alla fine, dopo la lettura della Preghiera dell’Alpino, ha intonato un commovente coro del "Nabucco" condiviso da tutti con partecipe emozione.


Espressioni di grata simpatia debbono essere rivolte a tutti gli Alpini, non soltanto Esuli, che hanno presenziato al sacro rito con i gagliardetti dei propri Gruppi; ed in modo particolare a Matteo Duiella, Esule da Fiume, intervenuto con i tradizionali vessilli istriani, fiumani e dalmati, ed al Presidente del Comitato atesino della ANVGD, Giovanni Benussi, cui si deve la meritoria iniziativa. Si unisce nel corale elogio la Sezione Alpina di Trieste, protagonista di un grande e sentito applauso al manifesto collocato davanti alla tribuna principale –
"MARTIRI DELLE FOIBE: PRESENTI!" – ed al suo immancabile alfiere, Francesco Gabrielli, figlio di Esuli.

Bolzano è una città alpina come poche. Ebbene, grazie a Bolzano, perché ne siamo certamente tornati con rinnovata fede ed immutabili speranze.

Laura Brussi (Trieste)

366 – CDM Arcipelago Adriatico 08/06/12 A Fiume Settimana culturale in onore di San Vito - Partecipano agli incontri anche il Libero Comune e la Società di Studi Fiumani

A Fiume Settimana culturale in onore di San Vito

Partecipano agli incontri anche il Libero Comune e la Società di Studi Fiumani Sarà ricca di avvenimenti la SETTIMANA DELLA CULTURA FIUMANA 2012 promossa dalla Comunità degli Italiani di Fiume in occasione dei S.S. Vito, Modesto e Crescenzia, patroni della città. Le Giornate diventano anche un contenitore per le iniziative del Libro Comune di Fiume e della Società di Studi Fiumani in un calendario fitto d’incontri come segue:

LUNEDÌ 11 GIUGNO

Comunità degli Italiani (Sala mostre), ore 18.30: apertura della mostra dei ceramisti della Sezione d’arte figurativa "Romolo Venucci" ispirata ai reperti conservati nel Lapidario di Fiume.

Salone delle feste, ore 19: presentazione del n.22 della rivista "La Tore". Concerto dell’Orchestra mandolinistica della SAC "Fratellanza".

Presentazione del CD di cartoline fiumane d’epoca "El spuntin", a cura di Roberto Palisca; parole e musica di Sergio Siberna, Mulo del Tommaseo

MARTEDÌ 12 GIUGNO

Comunità degli Italiani, ore 18: presentazione del libro "Ci sarebbe bastato" (Epika edizioni), della scrittrice Silvia Cuttin di Bologna: un viaggio nella storia di una famiglia ebrea duramente colpita dalle leggi razziali, un intreccio di nomi e accadimenti destinati a dare vita ai ricordi di un Novecento tragico passando attraverso un luogo felice, Fiume. Con l’autrice anche la storica Silva Bon e la giornalista Rosanna Turcinovich Giuricin.

La serata letteraria si concluderà con un concerto da camera sostenuto dal complesso operistico dei Virtuosi fiumani.

MERCOLEDÌ 13 GIUGNO

Comunità degli Italiani, ore 18: "Fioi come noi", spettacolo con protagonisti i connazionali più giovani. Si esibiranno gli alunni delle quattro scuole elementari italiane, gli studenti della SMSI e il coretto della Sezione Minicantanti. Presenta la serata l’attrice del Dramma Italiano Rosanna Bubola.

Teatro "Ivan de Zajc", ore 19.30: sessione celebrativa del Consiglio municipale e consegna dei Premi Città di Fiume. Nel corso della cerimonia sarà assegnata allo scrittore connazionale Mario Schiavato la Targa d’oro della Città di Fiume

GIOVEDÌ 14 GIUGNO

Ore 10, Aula magna della Scuola media superiore italiana: cerimonia di premiazione dei vincitori del tradizionale Premio letterario "San Vito", promosso dalla Società di Studi Fiumani di Roma e dal Libero Comune di Fiume in esilio In Municipio, ore 13.30: tradizionale Ricevimento dal sindaco Vojko Obesnel per gli esponenti del Libero Comune di Fiume in Esilio e delle associazioni di esuli e per i rappresentanti della Comunità degli Italiani di Fiume, in presenza del Console Generale d’Italia a Fiume, Renato Cianfarani.

Comunità degli Italiani (Sala mostre), ore 17: inaugurazione dell’esposizione di opere di pittura della Sezione pittori e batik della Comunità degli Italiani.

Comunità degli Italiani (Salone delle feste), ore 17.30: serata in omaggio al Maestro Nino Serdoz e presentazione del libro "Nino Serdoz e l’Orchestra Tartini", in collaborazione con la Società di Studi Fiumani in Roma. Interverranno alla serata il presidente della Società di Studi Fiumani, dott. Amleto Ballarini, il segretario dott. Marino Micich e il figlio del grande maestro, Roberto Serdoz, con "Un ricordo di mio padre Nino Serdoz e la sua "Tartini". Nella parte musicale il Duo viola & piano Francesco Squarcia e Nina Kovačić interpreterà musiche di Tartini, Piazzolla, Rossini e Monti.

Cattedrale di San Vito, ore 20.30: concerto dell’organista Giulio Mercati organizzato dal Consolato Generale d’Italia a Fiume in collaborazione con la Comunità degli Italiani

VENERDÌ 15 GIUGNO

Cattedrale di San Vito, ore 9.30: Santa Messa solenne in onore dei patroni SS. Vito Modesto e Crescenzia con la partecipazione del Coro Fedeli Fiumani e dei bambini delle scuole. Officerà la messa Sua eccellenza mons. Eugenio Ravignani, vescovo emerito di Trieste e altri sacerdoti concelebranti – Il violista fiumano Francesco Squarcia eseguirà l’Ave Maria di Zajc e Schubert.

Comunità degli Italiani: pomeriggio riservato alla riunione del Consiglio del Libero Comune di Fiume in Esilio.

Comunità degli Italiani (Salone delle feste), ore 19: grande concerto dei Cori della Società artistico culturale "Fratellanza".

Nel corso della serata saranno offerti in degustazione dolci di ciliegie. Tutti coloro che intendono partecipare nella preparazione dei dolci di ciliegie sono invitati a consegnare i dolci entro le ore 18 nell'ala del Salone delle feste adiacente il bar della CI.

SABATO 16 GIUGNO

Società bocciofila "Mario Gennari", alle ore 10: gare qualificatorie nelle categorie maschile e femminile del tradizionale Torneo di San Vito di briscola e tressette.

Comunità degli Italiani (Salone delle feste), ore 19: Spettacolo d’arte varia con la partecipazione di Carleto e Franzelin, le Mule di Fiume e l’orchestra "Attenti a quei quattro". Farà seguito la tradizionale serata sociale "Quattro salti in onor de San Vito".

DOMENICA 17 GIUGNO

Cattedrale di San Vito, ore 9.45: Santa Messa domenicale.

Comunità degli Italiani (Salone delle feste), ore 11: finali del tradizionale Torneo di San Vito in briscola e tressette e cerimonia di premiazione dei vincitori

367 - La Voce del Popolo 05/06/12 Valle: Presentati i risultati di una meticolosa ricerca sui propri avi che ha ricevuto il premio speciale al concorso Mailing List Histria

VALLE Presentati i risultati di una meticolosa ricerca sui propri avi
«Amà sta tera come che i la jo amada i bisnoni»

VALLE – I piccoli vallesi hanno eseguito una meticolosa ricerca sugli usi e i costumi locali, allestendo quindi uno spettacolo dedicato ai nonni e bisnonni, per non dimenticare le tradizioni, i balli e la parlata della propria terra natia. Infatti, come recita l’ultima frase della ricerca realizzata dai ragazzi sui lavori dei propri avi: "sarao bel continuà a laorà le vide, i ulii e amà sta tera come che i la jo amada i nustri bisnoni"(sarebbe bello continuare a lavorare le viti e gli ulivi e amare questa terra come l’hanno amata i nostri bisnonni).

I ragazzi hanno presentato la ricerca davanti ad un folto pubblico che si è riunito nella sala dell’ex cinema di Valle.

Un lavoro comune, scritto nel dialetto istroromanzo tipico di Valle con il supporto degli insegnati Miriana Pauletić e Boris Brussich, che ha ricevuto il premio speciale alla nona edizione del concorso "Mailing List Histria". Ricordare le fatiche e il grande amore dei propri nonni e bisnonni ha avuto un forte impatto emotivo e molti occhi si sono riempiti di lacrime nel ricordare i propri cari.

Gaja Paljuh, Erika Vošten, Tara Bernè, Dorotea Cerin, Luka Zonta, Martin Popović, Michele Mottica, Matteo di Lornardo, Antonio Macan, Andrew Cuccurin, Anna Ceru e Mihaela Petrić hanno inoltre presentato i balli tipici della tradizione locale, come il "Dampasè", il "Boemin" e "I sette passi" ma anche la "Manfrina", ballata a Rovigno, Dignano e Gallesano.


Non potevano mancare i giochi, le filastrocche e i canti tipici, come "Picchia picchia" e "Me compare Giacometto".

La serata è stata presentata dalla bravissima Dea Lordanić, che ha ricordato a tutti i presenti che bisogna continuare a parlare in vallese per tramandare questo incredibile bagaglio culturale alle nuove generazioni, che stanno dimostrando di amare la propria terra natia come l’hanno amata i loro nonni. L’atmosfera è stata resa ancora più densa di emozioni dalla lettura delle poesie dialettali di Sandro Cergna, Rosanna Bernè e Romina Floris e dall’arrivo sul palco di Miriana Pauletić, l’insegnante che in questi anni ha dato anima e corpo per far conoscere ai ragazzi gli usi e i costumi di Valle.

Sandro Petruz

368 - Coordinamento Adriatico 01/06/12 Venezia e la Dalmazia: come si scrive un giudizio storico

Venezia e la Dalmazia: come si scrive un giudizio storico

Scritto da Giuseppe de Vergottini

Il 17 maggio sul «Corriere della Sera» uno scrittore del calibro di Sergio Romano si è lasciato andare ad affermazioni particolarmente dure sulla italianità della Dalmazia. Il suo giudizio riguardava il passato veneziano delle città della costa dalmata ed era formulato in un modo piuttosto sbrigativo giungendo a dire senza mezzi termini che la Dalmazia storica, la Dalmazia delle cattedrali, la Dalmazia degli statuti cittadini vergati per secoli nella lingua italiana, la Dalmazia che ha mandato per quattro secoli i suoi ingegni migliori a formarsi nella università di Padova, la Dalmazia del discorso di Viscovich e dei volontari schiavoni che difesero Venezia al suo scomparire come repubblica aristocratica, la Dalmazia di Tommaseo che si era schierata con la repubblica di Manin - altro non era che una terra abbandonata da Dio priva di mezzi di sussistenza, sottoposta al dominio gretto e sfruttatore di una Venezia rapace profittatrice degli slavi e dei poveri popoli arrivati sulla costa dalla Balcania islamizzata come pure di greci e asiatici. A suffragio di tutto questo Romano porta l’opinione di Prezzolini che nel 1915 per ragioni di polemica politica era intervenuto per sostenere l’inutilità delle aspirazioni italiane miranti alla annessione dei territori adriatici sotto dominio austriaco. Francamente da un personaggio come Romano, uno dei migliori diplomatici della storia della Repubblica e quindi brillante autore di ottimi saggi storici, ci si poteva aspettare di meglio.

Fino a prova contraria Prezzolini manifestava unicamente proprie opinioni e non dava certo spessore di analisi storica e documentale alle sua estemporanee affermazioni. Come tale non meritava di essere preso a fonte di riferimento per un giudizio storicamente sbilanciato che comprensibilmente provocava smarrimento e stupore nel mondo dell’associazionismo dalmata. Di qui lettere di protesta, fra gli altri, di Alvise Zorzi, Lucio Toth, Franco Luxardo, Renzo de Vidovich e una rettifica (26 maggio) dello stesso Romano. Rettifica che a dire il vero non muta di molto il primo giudizio dato sul significato del ruolo svolto da Venezia prima della sua scomparsa come potere politico sovrano. Romano ha quindi offerto un inconsapevole aiuto a quella pseudo storiografia croata che da tempo fa acrobazie per sostenere che il dominio veneziano altro non fu che una occupazione della costa dalmata per fini biecamente utilitaristici e quindi che la presenza veneziana fosse una sorta di occupazione di un territorio slavo mentre i veneziani non sarebbero stati altro che immigrati dediti nel tempo a denazionalizzare le popolazioni locali.

Chiunque abbia un minimo di conoscenza della letteratura più attenta sa che le cose andarono in modo ben diverso. Fermo restando che nessuno pensa che il governo dello Stato da mar della Repubblica di San Marco non fosse mosso da ambizioni di potenza commerciale, non si può ignorare che le comunità della costa dalmata erano in larga misura comunità di lingua e cultura italiana fin dall’Alto medioevo e che in questo clima culturale sopravvenne il dominio veneziano. Venezia si è comportata in Istria e Dalmazia con gli stessi criteri e gli stessi obiettivi che seguiva nei domini di terra nella Penisola e nel Levante. Certa letteratura demolitrice del mito veneziano ignora la logica di uno Stato territoriale e marittimo come quello della Repubblica prima dell’avvento dello Stato nazionale ottocentesco e dello sviluppo dei nazionalismi, italiano e slavo compresi. Sulla realtà della Dalmazia storica esistono studi tranquillizzanti circa il ruolo che gli italiani hanno svolto, Venezia in testa. Oggi. Dopo le varie ondate di abbandoni, l’ultima quella seguita agli eccidi del 1943, sappiamo bene come stanno le cose. Quello che è scorretto politicamente e del tutto errato e fuori posto storicamente è ricostruire a ritroso un passato da cui verrebbe espunta la presenza italiana e dove forse inevitabile prendere atto che, se qualcosa ha significato, questo sarebbe solo in chiave di abusiva occupazione di spazi altrui.

369 - La Voce del Popolo 06/06/12 Isola, 5 giugno 1797: un'insurrezione contro lo straniero, in territorio italiano

Ultimi giorni della Serenissima in una città dell'Istria che fece fuori il suo podestà accusato di ordire per l'Austria
Isola, 5 giugno 1797: un’insurrezione contro lo straniero, in territorio italiano

TRIESTE – Il caso dell’insurrezione popolare di Isola del 5 giugno 1797, contro l’oligarchia locale, starebbe a confutare clamorosamente il cliché dell’italiano-padrone che, in Istria, avrebbe vessato per secoli lo slavo-servo, sostenuto da certa storiografia croata e slovena, quasi a giustificare la necessità degli stravolgimenti, anche violenti, che avranno luogo nella seconda metà del Novecento. Emerge invece che il popolo della cittadina, all’epoca a forte maggioranza italiana, era di idee "progressiste", votato al principio della giustizia sociale, anche a costo di doverla perseguire con le proprie mani, visto che erano venute meno le istituzioni dello Stato (leggi il podestà veneto Niccolò Pizzamano).

Appuntamento coinvolgente e di richiamo

È una delle letture cui si presta quest’episodio finora poco indagato dalla storiografia. L’autore dell’ipotesi? Un collega di Trieste, attento studioso delle questioni giuliano-dalmate, avuto al fianco (occasione quanto mai propizia per scambi di vedute) durante la presentazione a Trieste del volume "Gli ultimi giorni della Serenissima in Istria – L’insurrezione popolare di Isola del 1797" (Edizioni "Il mandracchio" della Comunità degli Italiani "Pasquale Besenghi degli Ughi" di Isola, con il sostegno della Regione Veneto e della CAN di Isola nell’ambito dei programmi culturali sostenuti dal Comune e dal Ministero della Cultura della Repubblica di Slovenia, 2010, pp. 555). Al tavolo dei relatori, oltre al promotore dell’evento, Marino Vocci (Civico Museo del Mare), tre degli autori: Franco Degrassi, Kristjan Knez e Silvano Sau.

I «rimasti» danno senso al progetto dell’unità d’Italia

Sarà stato per l’argomento – piuttosto che il fatto che si trattava dell’ultimo appuntamento, prima di lasciare spazio a "Marestate 2012, navigando nella scienza", con "Trieste, una storia scritta sull’acqua – i lunedì marinari dei Civici Musei Scientifici" –, ma sta di fatto che lo splendido ambiente del Civico Museo del Mare, in cui si è tenuto l’incontro, era gremitissimo: si cercava, letteralmente, una sedia in più. Un’ulteriore conferma della bontà dell’iniziativa, un’ulteriore conferma dei legami profondi tra le diverse sponde del "mare nostrum", tra le stesse cittadine di quest’area. "Avrà senso parlare del progetto di unità d’Italia finché esisteremo noi rimasti, che stiamo a testimonare tale unificazione mancata", ha fatto notare Silvano Sau, presidente della Comunità Autogestita della Nazionalità Italiana di Isola, che ama parlare della rivolta isolana di 215 anni fa – e la promozione dell’opera succitata si è svolta proprio in concomitanza con l’anniversario – come della "prima sollevazione popolare italiana contro lo straniero in territorio italiano".

Contributi per capire il prima, il fatto e il dopo

Il volume (corredato da numerose illustrazioni di documenti del periodo) ripercorre i fatti che precedettero l’uccisione del podestà Nicolò Pizzamano – perché sospettato di intelligenza con gli Austriaci –, la sommossa devastatrice, li contestualizza e ne spiega le conseguenze, fornendo al contempo un ritratto di Isola e di parte dell’Istria a fine Settecento-inizi Ottocento. Anche se parliamo di un unico tomo, in realtà racchiude ben quattro saggi – preceduti dalla prefazione di Astrid Brenko e dai cenni introduttivi di Silvano Sau – che potrebbero benissimo reggersi autonomamente.
Eccoli nell’ordine: "Napoleone e la campagna d’Italia", di Corinne Brenko e Alessandra Rigotti (pp. 13-56); il poderoso ed esaustivo "La Municipalità provvisoria di Venezia e l’Adriatico orientale", di Kristjan Knez, che ha preso in esame gli articolati rapporti che nella regione sono seguiti alla fine della Dominante e i processi e i fenomeni complessi che hanno coinvolto tutto l’Adriatico orientale, oltre che la stessa Venezia (pp. 57-272); "L’insurrezione popolare di Isola del 1797", di Franco Degrassi, che approfondisce concretamente il capitolo dei rapporti sociali ed economici di Isola alla fine del XVIII secolo e i motivi che probabilmente contribuirono alla tragica fine del podestà Pizzamano nel corso della rivolta popolare del 5 giugno 1797 (pp. 273-454); "La famiglia Pizzamano" di Paola Pizzamano, una delle lontane discendenti del podestà assassinato, storica dell’arte del Museo di Rovereto, che per il volume ha voluto scrivere una bella storia dell’antica e potente famiglia veneziana (pp. 455-492); infine Silvano Sau che ha curato la parte dei documenti e delle testimonianze che partono dal 1253, a quando risale la prima traccia scritta dell’esistenza di un’organizzazione comunale e si conclude con una delle famiglie più in vista della città, i nobili Besenghi degli Ughi (pp. 493-555).

Contesto complesso

Sorvolando (per motivi di spazio) sui vari aspetti dell’intricata situazione politica, militare, economica e sociale di tutto lo scacchiere centro-europeo – un quadro è stato brillantemente tratteggiato l’altro giorno a Trieste da Kristjan Knez –, diremo in estrema sintesi che questo nostro lembo di terra di confine venne a trovarsi, agli ultimi sgoccioli del Settecento, tra la minaccia della Grande Armée napoleonica, la caduta di Venezia, la cui classe dirigente, appartenente alla nobiltà, non era stata in grado di introdurre le tanto auspicate riforme che avrebbero dovuto ridare uno slancio alla Dominante, a costituire una Municipalità democratica, e l’imminente passaggio all’amministrazione asburgica.
A partire dal 10 giugno, infatti, le truppe imperiali iniziarono la calata in direzione dell’Istria e del Quarnero, dopodiché puntarono sulla Dalmazia. Ma prima dell’occupazione militare, nelle cittadine dell’Istria settentrionale (soprattutto a Isola, a Capodistria e a Muggia) si verificarono delle insurrezioni popolari contro l’oligarchia nobile-notabile, sospettata di aver venduto i centri urbani nientemeno che agli Austriaci.

Un amministratore corrotto

A Isola, borgo di pescatori e contadini, ma anche di contrabbandieri e di personaggi dediti ai più loschi commerci, non si andò molto per il sottile; la reazione fu brusca. Lo sventurato podestà Nicolò Pizzamano, appartenente a un casato nobile e potente, incapace di assicurare al popolo ciò che questi si aspettava da un reggitore veneziano – equità e rispetto dello Statuto –, ma che, viceversa, gestiva male lo Stato (non si atteneva alle norme che regolavano l’amministrazione del fondaco e una lettera anonima lo dava per corrotto da una schiera di notabili che avevano il potere economico in città). A questo si aggiunsero voci che mormoravano che la cittadina sarebbe stata venduta alla Casa d’Austria da parte dei notabili del luogo, con il concorso e l’assenso del podestà, aggiungendo che all’interno delle mura urbane vi sarebbe stata già la bandiera imperiale...

Esplode un malcontento di fondo

I popolani furibondi manifestarono una carica di collera che, evidentemente, non era dovuta solo a quel fatto specifico, ma rifletteva un malcontento e una rabbia che, specie negli strati più bassi di quella comunità, aveva avuto già modo di esplodere e di manifestarsi con tutta la sua intensità nel corso della seconda metà del XVIII secolo. Il tumulto terminò tragicamente con l’efferata uccisione del Pizzamano: la folla furente entrò nella sua abitazione sfondando il portone d’entrata, insultò la moglie e la figlia, che da pochi giorni aveva messo al mondo la sua creatura, quindi passò a saccheggiare gli averi nonché a gettare fuori dalle finestre quanto trovava.
Il podestà prese il largo, scappando di casa attraverso i tetti. Gli isolani inferociti lo rincorsero e contro il malcapitato fu sparata addirittura un’archibugiata, che però non lo colpì. La speranza di eludere gli inseguitori svanì in un istante, perché questi riuscirono a scaraventarlo e a malmenarlo. Nonostante Pizzamano implorasse la grazia, davanti alla casa del notabile Giuseppe Moratti fu pestato con violenza da uno dei turbolenti, un certo Zuanne d’Udine (detto Salmestrin); poi partì l’ordine di freddarlo e Bastian Perentin (soprannominato Bastianella) premette il grilletto. E si continuò; il podestà trovandosi accasciato al suolo ma non ancora privo di vita fu finito con una pugnalata nel fianco per opera di Zorzi Mandich.

Vergogna, «castigo» e oblio

Chi erano i rivoltosi? Persone scontente, giovani attorno ai 20 anni, moltissimi appartenenti a famiglie che formavano il Consiglio comunale. Gran parte dei responsabili dell’episodio vennero processati (si posseggono le sentenze) e condannati, anche se alcuni riuscirono darsela a gambe; il popolo tutto si pentì dell’accaduto e si vergognò di questo atto, tanto che... cadde l’oblio, nessuno volle più parlarne.
E difatti, su questa pagina di storia non sono stati compiuti molti studi: per sollevare il velo del silenzio che era calato sulla vicenda bisognerà attendere la fine dell’Ottocento, con i contributi di Giovanni Quarantotti, e soprattutto il secolo scorso, con quelli di Almerigo Apollonio, ma è appena il volume presente, "Gli ultimi giorni della Serenissima in Istria – L’insurrezione popolare di Isola del 1797", a fornirne un ritratto più nitido, anche se non ancora del tutto completo.
Tornando ai nostri insorti e alle conseguenze della loro azione, per ironia della sorte, fornirono all’Austria un pretesto concreto per procedere con l’occupazione, per... metter ordine! Per tre anni fu cancellata ogni forma di carica elettiva, anche in ambito ecclesiastico.
Il cruento episodio pose fine a un certo tipo di potere durato secoli. Isola sottoscrisse l’atto di sottomissione al Leone di San Marco nel 1280, anche se il primo documento che attesti i rapporti con Venezia risale al 14 gennaio 932. Oggi della ex Dominante rimangono i monumenti e usanze che testimoniano una storia dai trascorsi comuni, una grande civiltà, ancor sempre presente nella popolazione di queste terre, in primis di quella italiana. Basti pensare al dialetto di queste terre che, come ha rilevato l’altro giorno Knez, non è una parlata derivata dall’occupazione veneta, ma autoctona, antecedente a questa, come del resto confermato a Buie, allo scorso Festival dell’Istroveneto.
Un retaggio civile e culturale da recuperare, conservare, tutelare e soprattutto promuovere. E, perché no, magari anche nella stessa Venezia, presentando proprio questo volume.

Ilaria Rocchi

370 – Anvgd.it 05/06/12 Vittoriale a nuovo in vista dei 150 anni dalla nascita di d'Annunzio

Vittoriale a nuovo in vista dei 150 anni dalla nascita di d’Annunzio

A quasi 150 anni dalla nascita di Gabriele d’Annunzio, avvenuta a Pescara nel 1863, e 75 dalla morte, a Gardone Riviera nel 1938, il Vittoriale si rimette a nuovo, in vista delle imminenti, grandiose celebrazioni del 2013. Proprio in questi giorni è in corso il ciclo di pulitura e restauro conservativo del biplano Sva 10 utilizzato da Gabriele d’Annunzio per guidare l’87° Squadriglia nel volo su Vienna del 9 agosto 1918.

Nel corso del precedente intervento, che risale al 1989, la sezione di Torino del Gruppo Amici Velivoli Storici aveva smontato e portato a Torino il serbatoio supplementare in rame ("nourrice") presente sopra l’ala superiore, per il quale è stato necessario un complesso processo di ripristino della forma originale. […] «Lo Sva di d’Annunzio è un prezioso cimelio di importanza mondiale» dichiara Giordano Bruno Guerri, presidente della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani, «tanto più importante alla vigilia dell’anniversario dannunziano ma anche e soprattutto delle celebrazioni per i 100 anni della Prima Guerra Mondiale, che inizieranno nel 2015. Non a caso in Auditorium il velivolo, che d’Annunzio utilizzò per il celebre volo su Vienna, viene sospeso con la prua orientata non verso la capitale austriaca ma verso Gardone Riviera, in segno di pace».

Nonostante la sua catalogazione nella corrente novecentesca del «decadentismo», considerata lontanissima dallo spirito contemporaneo, e nonostante la sua frettolosa assimilazione ad una cultura per così dire «di destra» in lunghi anni di letture ideologiche della cultura letteraria, d’Annunzio rimane protagonista indubbio della letteratura italiana del XIX e XX secolo, ma anche della storia e del costume. Senza naturalmente dimenticare l’Impresa di Fiume, sulla quale si sono esercitati nei decenni innumerevoli storici di chiara fama ed ancora continua a fornire materia di approfondimento e di comparazione con altri fenomeni del Novecento europeo.

Tra i molti programmi in via di predisposizione per il 2013, la Fondazione Il Vittoriale degli Italiani realizzerà, attraverso l’istituzione di un Comitato per le celebrazioni dannunziane, una serie di progetti per promuovere e valorizzare la figura e le opere di d’Annunzio. Alcuni degli eventi riguarderanno la passione del Vate per i motori, il volo e la velocità, mentre una produzione tutta dannunziana porterà in tournée la sua vita in alcuni dei più noti teatri italiani. Dal Teatro alla Scala tornerà al Vittoriale, restaurato, il pianoforte originale di Liszt per un grande concerto-evento. Lo stesso Vittoriale degli Italiani patrocinerà e promuoverà giornate di studio in Atenei italiani e stranieri, ed organizzerà due importanti convegni.

Mostre stabili e itineranti verranno organizzate in una grande città italiana e nelle città che avranno aderito al progetto dei «Gemellaggi dannunziani». Un evento mondiale sarà costituito dalla mostra all’Università di Tokyo e dall’organizzazione di un’esposizione virtuale itinerante nelle principali sedi della cultura italiana nel mondo.

Nel Vittoriale è conservata anche la bellissima Fiat «4» con la quale il Poeta entrò a Fiume, il 12 settembre 1919.

371 - La Voce del Popolo 09/06/12 Gallignana, dall'alto del colle

di Mario Schiavato

A forma di castelliere, il paese è ora in uno stato di quasi completo abbandono
Gallignana, dall’alto del colle

Eravamo sulla strada che da Pisino va verso Pedena quando ad un tratto, dissoltesi le tante nubi che durante la mattinata per fortuna avevano portato un po’ di pioggia sull’assetata campagna, la Valdarsa ci apparve in tutta la sua vastità, in tutti i suoi colori con, allineata sullo sfondo, la muraglia calcarea che in un alternarsi di gobbe e di roccioni va dal Monte Maggiore fino al Sissol e quindi scende a Fianona. Il paese di Gallignana ci apparve improvvisamente alto sul colle e quando lo raggiungemmo su per la ripida salita, ci stupì per la grande quantità di edifici antichi, però piuttosto mal conservati, molti completamente abbandonati. Le case intorno, quelle più povere – anche parecchie di queste in cattivo stato e disabitate (basta vedere i recinti di pali piantati attorno ad alcune onde impedire ad eventuali vandali di avvicinarsi) – sono tuttora unite le une alle altre e con la loro "schiena" formano una muraglia di difesa, mentre gli ingressi agli edifici si aprono tutti nella zona interna del borgo. Dalla parte opposta, il costone roccioso precipita giù a picco offrendo indubbiamente, con i suoi paretoni lisci, un’ottima difesa.

«Serrato in forma di fortezza...»

Il piccolo nucleo cittadino che, come afferma lo storico Giuseppe Caprin, "serrato da tre gironi in forma di fortezza si pretende avesse rango di città", possiede numerosi palazzi del Quattrocento e del Cinquecento, spesso begli edifici signorili con balconi ed eleganti ingressi, soltanto pochi restaurati di recente, mentre le abitazioni dei contadini e degli artigiani sorgono a parte, disposte sul ciglio del costone verso oriente e constano di piccole costruzioni con annessi stallette e laboratori. Erano qui che operavano i battilana, i tessitori, i fabbri, i carrai, i falegnami, i bottai...
Paese dalle forme di castelliere, probabilmente abbandonato già in epoca romana e ristrutturato nell’epoca tardo-gotica come fortezza atta alla protezione dei suoi abitanti in tempi piuttosto irrequieti, venne nominato per la prima volta nel 1119 come Gallinianum e con Lindaro era possedimento feudale dei soliti patriarchi di Aquileia; passò quindi ai principi di Gorizia per entrare a far parte, nel 1374, del Principato di Pisino. Apparteneva comunque alla diocesi di Pedena (fino alla sua abolizione avvenuta nel 1788) e nel registro dei beni pubblici del 1498 porta il nome di Gallinan mentre in quello successivo (cioè dal 1578), prende il nome di "cittadina", meglio Städtl. In questo periodo era uno dei paesi più importanti del Principato, addirittura superiore alla stessa Pisino sia per numero di abitanti che per la potenza economica.

Assalti, assedi e... isolamento

Varie volte il borgo-castello subì gli assalti e gli assedi delle milizie venete, che sempre provocarono gravi guasti. Alla fine del XVII secolo, infatti, come si ricava da una stampa del Valvasor, l’edificio della porta era semidistrutto. Restava in piedi soltanto la parete interna e l’adiacente torre con l’immutata struttura attuale: vale a dire una finestra al piano basso e due al primo e al secondo. A proposito di danni, c’è da aggiungere che i suoi abitanti ne subirono ulteriori e molto più gravi quando si ribellarono e protestarono contro i signori feudali (1636). Purtroppo, nei secolo XIX e XX – e così arriviamo praticamente alla storia dei nostri giorni – la località venne messa da parte, esclusa dalle viabili principali, e tale rimase fino ai nostri giorni.

La città-castello

Gallignana, quale città-castello, ha avuto sempre una sola porta d’ingresso la quale corrispondeva a quella attuale. Non si conosce con precisione l’epoca della sua costruzione, ma una data scolpita sopra il portale interno, che ricorda l’anno 1549, potrebbe stabilire la sua effettiva età. Alcuni decenni dopo vennero aperte nelle sue mura alcune finestre costruite con stipiti e architravi recuperati dalle macerie del demolito palazzo vescovile (come diremo più innanzi). Oltrepassando il portale ad arco ribassato, si entra nel caseggiato; una scala di pietra conduce al piano alto situato, ora, a livello leggermente superiore rispetto all’originario. Una panca di pietra circonda lo stanzone.
In gran parte, le mura medioevali sono rimaste conservate nel lato orientale e occidentale, comprendendo la porta cittadina e la torre circolare a est risalente al 1500, torre questa che sormonta di qualche metro la casa portaia. Attraverso il passaggio dalla porta cittadina si entra nella loggia del 1549, accanto alla quale si trovava il fontico (magazzino medioevale e deposito delle derrate alimentari destinate all’amministrazione della Contea e agli abitanti del borgo quando ne fosse sorta la necessità, derrate che sempre venivano raccolte con la decima obbligatoria) e lo spazio dove una volta si trovava la guardia di difesa (oggi vi hanno sede i servizi comunali).

Palazzo Salamon, antico splendore

Appena oltrepassata la porta cittadina subito a destra si trova il palazzo Salamon a due piani, appartenuto a una famiglia veneziana abitante a Pisino fin dal ‘500, palazzo questo in stile veneziano con stupende bifore gotiche profilate al primo piano e finestre rinascimentali arrotondate al secondo. L’edificio venne costruito, a quanto riferiscono vari documenti, con i materiali da ricupero dopo che l’amministratore luogotenente Nicolò Arardi della antagonista Contea di Pisino, in uno dei suoi soliti attacchi proditori fece distruggere, nel 1570, la dimora di villeggiatura dei vescovi di Pedena. Purtroppo, anche palazzo Salamon è in un completo abbandono, le finestre senza ante sono aperte alle intemperie, dalle porte socchiuse si possono scorgere all’interno mucchi di rifiuti e se non si provvederà a tempo, a nostro avviso, anche tale costruzione rischierà di crollare e sarebbe davvero un gran peccato.

Chiese e chiesette...

Al centro della piazzetta adiacente al palazzo Salamon sorge una graziosa chiesetta con portico a colonnine, dedicata a Santa Maria e risalente al 1425. Costruita da Dente su commissione di Pietro Beracich, ha una struttura semplice, a pianta quadrata coperta da una volta a sesto acuto. In essa sono conservati degli affreschi di autore ignoto (L’adorazione dei Magi e l’Assunzione) del 1430. Sulla facciata si erge un campanile a vela davanti al quale è stato successivamente aggiunto il portico con un soffitto a cassettoni.
Altre chiese si possono ammirare nel borgo: quella gotica di Santa Eufemia, basilica a tre navate del 1383, la quale sorge direttamente sull’orlo del precipizio e dove si può anche vedere un famoso Crocifisso romanico del XIII secolo; c’è quindi la chiesa ormai cadente di San Pancrazio con resti di affreschi del XV secolo e infine la chiesa parrocchiale dei Santi Vito, Modesto e Crescenza, basilica a tre navate con una facciata barocca, ricostruita nel 1769 al posto di una precedente molto più piccola, e che possiede una cantoria e parecchi altari di pregiato legno intarsiato.

I misuratori delle decime

Per il visitatore è interessante notare una strana grossa pietra addossata alla parete esterna della chiesetta di Santa Maria, con incise cavità di diverse dimensioni le quali non erano altro che le misure per calcolare l’entità della decima. Misuratori identici li abbiamo notati anche in parecchi altri borghi istriani. Una volta che la merce portata dai poveri contadini del contado veniva misurata, si toglieva il tappo al disotto della corrispondente cavità della pietra e così la stessa poteva scorrere nei sacchi o nei barili dei più abbienti, vale a dire dello zupano (sindaco), del satnik (diciamo il capo della... polizia locale), nonché dei vescovi e della chiesa. La parte nord della piazzetta in cui si trova questa curiosa pietra, è chiusa dai resti del castello vescovile con la cappella gotica, unico resto della distrutta residenza estiva dei vescovi di Pedena.

Le bellezze naturali

Ancora una curiosità: presso la cappella episcopale si nota uno stemma di pietra sormontato dalla mitra vescovile e contenente una croce latina sorgente da tre monti, simbolo generalmente proprio dei Monti di Pietà, istituiti anche nei maggiori centri istriani. Uno simile si trova anche a Rovigno. Purtroppo la scritta a caratteri gotici, perciò non posteriore al XV secolo, che accompagna lo stemma è illeggibile. Forse anche a Gallignana fu presente una di queste congregazioni, diciamo caritatevoli, favorita da prelati di Pedena.
Tra le altre curiosità di questa località c’è ancora da ricordare la grotta Bregi che viene considerata, con i suoi 2045 metri, l’obiettivo speleologico più lungo dell’Istria e la passeggiata di San Simone, lunga ben 11 chilometri, che sfiora tutte le bellezze naturali più importanti del territorio (laghetti, torrenti, flora endemica ecc.).

Le lacrime della fata

Fatto un riscontro sommario della località di Gallignana, non potevamo chiudere senza ricordare alcune leggende che fanno parte della sua storia e che ancora, nonostante l’invadente televisione, pare che le nonne raccontino ancora ai nipotini. Si narra, ad esempio, che sul dirupo che domina il paese vivesse una bellissima fata la quale indossava sempre una veste candida trapunta di gemme scintillanti. Se un cacciatore o un qualche giovanotto s’inerpicava per il sentiero e si fermava a guardarla ammaliato dalla sua grazia, la salutava o magari cercava di offrirle il suo amore, un’improvvisa frana di rocce lo scaraventava giù per il crepaccio. Sconvolta, piena di nostalgia per un vero amore fedele, piena di dolore per ciò che le era sempre negato, la fata piangeva. Incessantemente le lacrime le scorrevano dalle guance, giù, giù, cadevano sul terreno gelido ai piedi del dirupo su cui ancor oggi in primavera spuntano dei bei fiori bianchi: i bucaneve.

L’oca e il diavolo

Un’altra leggenda è legata alla chiesetta di Santa Maria. Si narra che un giorno all’interno si sentirono delle strane grida, dei rumori che impressionarono tutte le "basabanchi" del posto le quali prontamente accorsero pensando che dentro si fosse rinchiuso nientemeno che un satanasso. Venne avvisato anche il parroco il quale accorse subito munito di aspersorio con l’acqua santa nonché del turibolo con l’incenso fumante. Quando finalmente, dopo tanto pregare, venne aperta la porta, una grande sorpresa attendeva tutti: il diavolaccio non era altro che un’oca la quale era entrata probabilmente mentre le beghine pulivano il pavimento della chiesetta.
L’oca-diavolo toccò al parroco che, dalla sua perpetua, se la fece cucinare al forno condita con salvia e rosmarino...

372 - La Voce del Popolo 09/06/12 Il Centro di Ricerche storiche di Rovigno ieri a Gallesano con i XLI «Atti» e la XIII «Etnia»

Il Centro di Ricerche storiche di Rovigno ieri a Gallesano con i XLI «Atti» e la XIII «Etnia»
Tra memorie, documenti e analisi sociolinguistica

GALLESANO – Se la vitalità della nostra Comunità Nazionale si misura (anche) con la mole delle sue pubblicazioni, allora il Centro di Ricerche Storiche di Rovigno è un faro. La presentazione del 40.esimo volume degli "Atti", ieri sera, nella sede della CI "Armando Capolicchio" di Gallesano, giunge a coronamento di un periodo particolarmente intenso e fecondo, che ha visto l’uscita dei Quaderni n.o 22, delle Ricerche sociali n.o 58, del Bollettino "La Ricerca", dello studio sulla questione di Fiume nel diritto internazionale, di Silverio Annibale, del corposo lavoro sulla tradizione liturgica, musicale e religiosa di Rovigno, di David Di Paoli Paulovich, e soprattutto dell’edizione slovena del manuale di storia regionale "Istria nel tempo" licenziato nell’ambito di Maribor - capitale della cultura europea 2012, nell’aprile scorso. Alla serata, in cui è stato promosso anche il n.o 13 della collana "Etnia", sono intervenute autorità, i membri della redazione, gli autori e un pubblico numerosissimo. L’evento è stato aperto con l’esecuzione di alcuni brani del coro misto della CI, diretto dalla maestra Maria Grazia Crnčić Brajković; in sala due coppie vestite con gli affascinanti abiti della tradizione gallesanese. Alla serata, moderata dalla ricercatrice del CRS Orietta Moscarda Oblak, hanno voluto porgere i loro saluti la giovane presidente del sodalizio Moira Drandić, il presidente del consiglio cittadino di Dignano, Corrado Ghiraldo, la presidente dell’Assemblea dell’UI, Floriana Bassanese Radin, e Ferdinando Parlato, in rappresentanza dell’UPT; tra il pubblico il presidente dell’UI, Furio Radin, e il vicesindaco di Dignano, Sergio Delton.
Prima di parlare degli "Atti" David Di Paoli Paulovich ha ricordato la figura del professor Roberto Starec, etnomusicologo recentemente scomparso, che ha esplorato, riscoperto, studiato e promosso gran parte della tradizione istriana, compresa quella gallesanese. Il vicedirettore del CRS, Marino Budicin, ha invece sottolineato il ritorno dell’istituzione a Gallesano dopo diversi anni di assenza, memori della splendida accoglienza ricevuta in occasione della presentazione del "Vocabolario del dialetto di Galessano d’Istria" di Maria Baldi e Maria Moscarda Budić. Inoltre a Gallesano sono stati dedicati diversi studi, fatti sempre dal CRS, e alla cittadina si riferisce pure un saggio contenuto nel presente volume degli "Atti". Un volume che continua un discorso culturale scientifico che va avanti da quattro decenni con l’obiettivo di interpretare il passato per capire meglio non solo lo sviluppo storico di una regione che ha un retaggio ricchissimo, ma anche "quale modo specifico per indicare il remoto radicamento della nostra civiltà", ha dichiarato Budicin. La pubblicazione è stata analizzata e proposta al pubblico in modo esauriente ma allo stesso tempo piacevole e coinvolgente dal professor Fulvio Salimbeni, la cui capacità di sintesi e di cogliere gli aspetti più significativi di un lavoro o di una questione, come pure di contestualizzarla in un ambito più ampio, è bene nota e apprezzata dal pubblico delle nostre Comunità degli Italiani.
Il tredicesimo numero della monografia "Etnia" è stato, infine, introdotto da Nicolò Sponza, che l’ha illustrato esaurientemente.

Le «Memorie»

La sezione "Memorie" comprende undici saggi di autori, collaboratori vecchi e nuovi del CRS. Partendo "dalla notte dei tempi", come si dice a proposito delle epoche più remote del nostro passato, inaugura le pagine il lavoro di Emmanuel Billia, "Siti paleontologici a ‘Rinoceronte di Merck’, Stephanorhinus Kirchbergensis (Jägaer, 1839) (Mammalia, Perisodactyla), in Istria, Quarnero e Dalmazia". Passando dalla Preistoria all’antichità, segue "La scoperta dei resti d’una strada romana tra Lavarigo e Gallesano", di cui ci parla Ivan Milotić, mentre Tin Turković e Ivan Basić illustrano le "Nuove conoscenze sulla Liburnia Tarsaticensis nel contesto dello studio delle fonti geografiche". Maurizio Levak ci fa fare, invece, un’incursione nel Medioevo, analizzando "Cause e fini della colonizzazione slava dell’Istria in epoca franca alla fine dell’VIII secolo". La figura e l’opera di un grande capodistriano, il vescovo riformatore Pier Paolo Vergerio il Giovane (1498-1565), sono state studiate a fondo da Slaven Bertoša; sempre in ambito ecclesiastico, ma con un approccio affatto diverso, con un taglio storico-politico, Marino Budicin affronta l’iniziativa di restauro della chiesa matrice di Villanova al Quieto e la colloca nel contesto socio-economico della seconda metà del secolo XVIII. Continuando a esplorare un filone valorizzato qualche anno fa, quello della sanità e delle politiche sanitario-previdenziali, Rino Cigui ci fa scoprire il progetto della costruzione di un Lazzaretto e porto contumaciale nell’Istria del primo Ottocento. Il percorso continua con "La Dalmazia nelle ‘Iskrice’ del Tommaseo", di Egidio Ivetic, il "Contributo alla conoscenza delle misure adottate nei territori altoadriatici orientali per debellare l’oidio, la peronospora e la fillossera", di Denis Visintin e "L’Istria Nobilissima di Giuseppe Caprin. Retaggio del passato e patrimonio artistico-culturale della penisola istriana (parte I)", di Kristjan Knez. Chiude la sezione "Canto patriarchino di tradizione orale; percorsi di crisi e ultime sopravvivenze nella regione adriatica-orientale", di David Di Paoli Paulovich.

«Fonti documenti»

Il capitolo "Fonti documenti" riporta invece nove contributi. Gaetano Benčić fa cenno alla prima menzione di Umago, "ovvero sull’isola S[...]omaia" nella Tabula Peutingeriana; Tullio Vorano si sofferma su "criminalità e giustizia nei regesti del Volume Criminale del podestà di Albona, Pier Antonio Bembo (1753-1756)", mentre Moreno Zagato ripercorre le avventure dell’Istria analizzando il processo a Domenico Zannona (1758-1767). Giovanni Radossi prende in esame e dà rilievo a dodici lettere di Felice Glezer, notaio, storico e verseggiatore, preside dell’I.R. Giudizio di Prima Istanza di Rovigno, scritte a Tomaso Luciani (1884-1893), di Albona, tra i principali storici istriani della seconda metà del XIX secolo, collaboratore di Pietro Kandler, nonché di Theodor Mommsen. Molto "estivo" l’intervento di William Klinger, che sta a ricordarci – quasi a mo’ di monito della loro presenza, vista l’imminente stagione dei bagni in mare – le catture di squalo bianco (Carcharodon Carcharias, Linnaeus, 1758) nel Quarnero nel periodo dal 1872 al 1909"; Claudio Pericin parla di "Catene, guinzagli, musoliere, scorticatori, tasse e multe, precauzioni contro la minaccia della rabbia canina nel Litorale austriaco tra ‘800 e ‘900"; Enver Ljubović fa riemergere tre stemmi lapidei in bassorilievo nella fortezza Nehaj e Segna e Marino Bonifacio rispolvera e recupera le origini storiche di quindici casati istriani e dei loro rami slavizzati e italianizzati. Infine, Ferruccio Delise si ocupa di voci veneto-italiane nella parlata della città di Lesina, citando soprannomi, detti e proverbi.

L’italiano in Istria

Come si diceva, questo tredicesimo numero della collana "Etnia" – serie che risale al 1990 – contiene lo studio di Federico Simcic, "L’italiano in Istria: strutture comunicative". Anche se si parla di Istria, il presente lavoro si dedica esclusivamente alla zona racchiusa entro i confini croati e non tiene conto della fascia di territorio inclusa nello Stato sloveno (scelta dettata essenzialmente da un motivo, e cioè che nei due Paesi la minoranza italiana si trova in situazioni demografiche, sociali, legislative, economiche profondamente diverse: basti pensare al fatto che la Slovenia, diversamente dalla Croazia, fa già parte dell’Unione Europea).
Simcic riprende e aggiorna la sua tesi di laurea (Scienze della comunicazione, Facoltà di Lettere e Filosofia, Padova), arricchita con un’introduzione di Flavia Ursini (professoressa associata di Glottologia e Linguistica, docente di sociolinguistica ai corsi di laurea e master all’Università di Padova).
Si tratta di un’indagine sociolinguistica che vuole cogliere lo stato di salute della lingua italiana in Istria e a Fiume, studiando le pratiche attuate a sua difesa, tutela e promozione, ossia presentando e analizzando tutte le strutture che la minoranza italiana si è data. Dato essenziale che si tiene presente e ricorda, è che l’italiano in Istria e a Fiume non è una lingua di minoranza propriamente detta, bensì, più correttamente, una "lingua in situazione di minoranza", vale a dire una lingua di grande diffusione internazionale, ma che si trova a essere oggettivamente in minoranza demografica o legislativa all’interno di particolari compagini statali, nella fattispecie in Croazia e in Slovenia.
Dopo avere analizzato le azioni intraprese dal 1945 a oggi, oltre che la struttura comunicativa della minoranza italiana nelle sue componenti della comunicazione interpersonale, culturale e di massa, il Simcic conclude che l’italiano in Istria e a Fiume si trova in una situazione più che positiva, e sostiene inoltre che i prossimi anni saranno decisivi per la minoranza, che dovrà non solo adattarsi ai nuovi scenari, ma anche essere in grado di sfruttarli. L’autore rileva che se si vuole che la minoranza italiana continui ad esistere e che l’italiano continui a essere parlato in Istria e nel Quarnero è necessaria una crescita che porti con sé aspettative, obiettivi e consapevolezze nuove.

Ilaria Rocchi

373 - Corriere della Sera 30/05/12 Lettere a Sergio Romano - Repubblica di Venezia

Repubblica di Venezia

Caro Romano, sono il presidente della Società dalmata di storia patria di Roma (ce ne sono due, una a Venezia e una, appunto, a Roma). Se la Dalmazia fosse stata così mal governata come scrisse Giuseppe Prezzolini, non si spiegherebbe il fatto che dal 1420 al 1797 non vi è stata una sola rivolta contro il governo veneto, che anzi era amato da tutti, non soltanto dai «latini» ma anche dagli slavi. E ciò perché Venezia assicurava due beni fondamentali: l’afflusso di alimenti (non vi furono mai carestie) e di merci e la difesa militare, soprattutto contro i turchi, che dominavano un immenso retroterra e disponevano di una flotta formidabile. Senza Venezia la Dalmazia sarebbe stata fagocitata dall’Impero ottomano, come era accaduto alla Bosnia, alla Croazia, all’Ungheria, a tutti i Balcani. E i sudditi dalmati della Repubblica Veneta, e anche i croati, lo sapevano bene, tanto che il loro attaccamento a Venezia non venne mai meno. Mi sembra un aspetto importante che sarebbe giusto ricordare.

Marino Zorzi, Venezia

Lo ricordo volentieri anche perché mi sembra confermare che la Repubblica di Venezia fu anzitutto un piccolo impero dell’Adriatico, del Peloponneso e del Mediterraneo orientale. Come tutti gli imperi aveva alleati, sudditi, amici e clienti che l’aiutavano in diversi modi a esercitare la propria influenza sull’intera regione.

374 - Corriere della Sera 03/06/12 Lettere a Sergio Romano - La svolta alleata del 1948 sulla questione di Trieste

LA SVOLTA ALLEATA DEL 1948 SULLA QUESTIONE DI TRIESTE

Penso anch’io che purtroppo le clausole punitive per l’Italia del trattato di pace del 1947 per quanto riguarda la Dalmazia e l’Istria fossero difficilmente evitabili, considerando il peso dell’Unione Sovietica in appoggio alla Jugoslavia. Non sono però d’accordo sulla sua conclusione, secondo cui il protrarsi del negoziato al 1948 ci avrebbe in qualche modo favorito. Anzi in quell’anno, rompendo con Stalin in piena Guerra fredda, Tito divenne per gli anglo-americani un prezioso alleato. O perlomeno un leader in grado di riequilibrare gli assetti dell’area balcanicodanubiana, altrimenti tutta sbilanciata in senso filo-sovietico. E così il destino delle città italiane dell’Istria e poi di tutta la Zona B divenne un «piccolo prezzo» da pagare alle esigenze della «realpolitik» internazionale. Credo dunque che nel 1947, sul tavolo del negoziato di pace, il nostro Paese avrebbe potuto giocare soltanto la carta del referendum per affermare al proprio confine orientale il principio allora tanto sbandierato della autodeterminazione dei popoli. Ma contro questa soluzione evidente, i dubbi di Alcide De Gasperi sulla libertà di espressione del voto nelle zone già controllate dai titini, si sommarono all’atteggiamento «internazionalista» dei comunisti, convinti che la partita della via italiana al socialismo si sarebbe vinta a Roma e non a Fiume, a Pola o a Capodistria.

Sergio Vascotto

Caro Vascotto, non siamo in disaccordo. Mi sono limitato a osservare che se i negoziati per il Trattato di pace si fossero protratti sino agli inizi del 1948 e soprattutto sino al colpo di Stato comunista a Praga, le clausole sarebbero state diverse e forse l’intera operazione diplomatica sarebbe stata diversamente impostata. È certamente vero tuttavia che la bolla di scomunica lanciata da Stalin contro Tito nel marzo del 1948 ebbe l’effetto di modificare la posizione degli Alleati sui rapporti con la Jugoslavia e, quindi, sulla questione di Trieste. Le cose andarono così. Nelle settimane che precedettero le prime elezioni politiche italiane dopo l’approvazione della Costituzione, fissate per il 18 aprile 1948, gli inglesi, i francesi e gli americani decisero di fare un gesto che il governo De Gasperi avrebbe potuto esibire agli italiani come una prova della sua rispettabilità internazionale. Al presidente del Consiglio fu chiesto di scegliere fra due formule: la restituzione all’Italia della zona A del Territorio libero di Trieste (quella presidiata dagli Alleati) o una dichiarazione tripartita sulla necessità di attribuire all’Italia l’intero territorio. De Gasperi ritenne che l’accettazione della prima formula sarebbe stata interpretata come una rinuncia alla zona B (presidiata dalle truppe jugoslave) e preferì la dichiarazione. Ero allora a Parigi e ricordo bene che i giornali francesi dettero molta importanza alla notizia e uscirono il 20 marzo con grandi titoli di prima pagina. Malauguratamente, tuttavia, la promessa alleata giunse nelle redazioni e nei ministeri degli Esteri mentre da Mosca e Belgrado cominciavano ad arrivare le prime notizie sulla rottura che si era consumata fra i due Paesi. Il 18 marzo l’Urss richiamò i propri istruttori militari in Jugoslavia (una presenza comunque molto sgradita a Tito), e il 27 marzo giunse a Belgrado una lettera minacciosa di Stalin e Molotov. Dopo queste schermaglie venne un processo alla Jugoslavia che si celebrò a Bucarest e si concluse con la sua espulsione dal Kominform. Da quel momento Tito, per l’Occidente, cessò di essere un nemico e divenne il capo di un regime nazional-comunista inviso all’Unione Sovietica. Prevalse da allora il vecchio detto secondo cui «i nemici dei miei nemici sono miei amici».

La Mailing List Histria ha il piacere di inviarVi periodicamente una minirassegna stampa sugli avvenimenti più importanti che interessano gli Esuli e le C.I. dell' Istria, Fiume e Dalmazia, nonché le relazioni dell'Italia con la Croazia e Slovenia.

Si ringrazia per la collaborazione l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Gorizia e l’Università Popolare di Trieste

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