N. 831 – 23 Giugno 2012

Sommario

389 – CDM Arcipelago Adriatico 16/06/12 Obersnel invita i Fiumani a tenere il prossimo Raduno a Fiume

390 - Giornale di Monza 12/06/12 Monza - Addio ad Antonia Bonifacio, istriana e nonna da record (cdi)

391 – la Voce del Popolo 16/06/12 - L'intervento - La storia delle terre adriatiche e i suoi tabù (Kristjan Knez)

392 – Difesa Adriatica – Giugno 2012 Ancora sulle restituzioni. Ad oggi nessun accordo tra Italia e Croazia (Vipsania Andreicich)

393 - Il Piccolo 23/06/12 Lubiana fa la conta delle minoranze ungherese e italiana

394 – La Voce del Popolo 19/06/12 Verso la nuova ferrovia Fiume-Trieste (Monica Kajin Benussi)

395 - La Voce del Popolo (diocesi di Torino) 17/06/12 La Sindone in Croazia, l'Amcor ha donato una copia fotografica

396 - Agenzia Italiana Stampa Estera (Aise) 18/06/12 L'Unione degli Istriani ha commemorato il 67° della liberazione di Trieste dall'occupazione titina (Aise)

397 – CDM Arcipelago Adriatico 20/06/2012 - Il confine orientale di Siboni a Trieste e Gorizia

398 - Difesa Adriatica Giugno 2012 - Cattaro, il Montenegro e la Comunità degli Italiani (Elio Ricciardi)

399 - La Voce in più Cultura 16/06/12 A Buie il primo festival del dialetto istroveneto offre alcuni spunti per capire le nostre peculiarità linguistiche e culturali. (Mario Simonovich)

400 - La Voce di Romagna 18/06/12 Alla scoperta del paradiso di Tito, il ricordo di una gita scolastica a Gorizia nel periodo della "Guerra Fredda" (Aldo Viroli)

401 - Corriere di Novara 16/06/12 Tutta la produzione in un libro. I versi del polesano Otello Soiatti (e.gr.)

402 - La Voce del Popolo 16/06/12 Cultura - Furio Radin: L'anima segreta dell'uomo dà corpo alla cultura

403 - Corriere della Sera 19/06/12 Lettere a Sergio Romano - Frontiera con la Jugoslavia la gaffe di Woodrow Wilson (Mario Moscatelli)

A cura di Stefano Bombardieri

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :

http://www.arenadipola.it/

http://www.arcipelagoadriatico.it/

http://10febbraiodetroit.wordpress.com/

389 – CDM Arcipelago Adriatico 16/06/12 Obersnel invita i Fiumani a tenere il prossimo Raduno a Fiume

Obersnel invita i Fiumani a tenere il prossimo Raduno a Fiume

L'incontro con Brazzoduro e Ballarini si è svolto in occasione di San Vito

San Vito apre le porte ad un’iniziativa attesa da tanto tempo. Ad annunciarlo il sindaco di Fiume Vojko Obersnel, durante il tradizionale incontro con gli esuli, nel corso del quale si è detto "pronto ed onorato ad ospitare il prossimo anno in città l’annuale Raduno dei Fiumani nel Mondo". Anzi, s’informa a che punto sono i preparativi che auspica di poter supportare anche in collaborazione con la Comunità degli Italiani. Ora bisognerà costruire i contorni di un incontro che dovrà essere all’altezza della aspettative, e le idee certo non mancheranno.
All’incontro, oltre al console generale d’Italia a Fiume, Renato Cianfarani, erano presenti Guido Brazzoduro, Mario Stalzer e Laura Calci a nome del Libero Comune di Fiume in Esilio, Amleto Ballarini e Marino Micich della Società di studi fiumani, nonché Agnese Superina e Roberto Palisca, rispettivamente presidente della Comunità degli Italiani di Fiume e presidente del Comitato esecutivo del sodalizio di Palazzo Modello.

Per ora ci si concentra sulla data che dovrebbe essere quella della prima decade di settembre 2013 anche se è tutto ancora da confermare.
Durante l’incontro si è parlato anche del restauro delle tombe monumentali di Cosala intrapreso dal Libero Comune e di altre iniziative che vedono ogni anno coinvolti gli esuli fiumani. Così Amleto Ballarini ha portato il saluto della Società di Studi Fiumani che da tanti anni ripete il rito dell’incontro con il Sindaco per ribadire il reciproco impegno alla salvaguradia di un importante partimonio civile, umano e culturale.
Il Sindaco Obersnel, come poi sottolineato anche dalla Superina, si è soffermato sull’importanza della creazione dell’asilo nido per i bimbi della CNI e la biblioteca scolastica della SEI San Nicolò. Si è rivolto poi al console generale, ringraziandolo di essersi impegnato per presentare alcuni progetti della Città a investitori italiani, ricordando che tra breve ci sarà la sottoscrizione di un contratto con un’agenzia finanziaria italiana, un obiettivo raggiunto grazie appunto all’intervento di Cianfarani.

Il console generale Cianfarani ha rivelato che "anch’io, seppur non fiumano, mi sento a casa mia, a Fiume" sottolineando l’importanza di questo incontro con gli esuli, "che dimostra quanto la città sia aperta e lavorando tutti insieme si possa attuare facilmente il benessere di tutti i cittadini".

A tanti anni dall’inizio dei contatti degli esuli con Fiume, le iniziative che si stanno portando avanti sono un completamento. Ma, come ha ricordato in mattina nel corso della cerimonia al Liceo, Amleto Ballarini, il cammino non è sempre stato facile ed oggi cogliamo i frutti di una dedizione reciproca.

390 - Giornale di Monza 12/06/12 Monza - Addio ad Antonia Bonifacio, istriana e nonna da record

LUTTO Aveva spento ad aprile le sue 103 candeline alla casa di riposo Cambiaghi. E' morta martedì

Addio ad Antonia Bonifacio, nonna da record

Autonoma fino a un paio d'anni fa, era nata sotto l'Impero Austro-ungarico

(cdi) Grintosa e ancora lucida, ad aprile aveva spento con entusiasmo le sue 103 candeline. E il giorno prima di salire in Cielo, aveva chiesto all'amata figlia

Letizia Capozzelli: «Che facciamo di bello domani?».

Antonia Bonifacio era così, «piena di vita» dopo oltre un secolo passato su questa terra. Si è addormentata lunedì sera e non si è più svegliata più martedì mattina. Un addio dolce. Come dolce era stata la sua vita. «Ha vissuto intensamente, è arrivata a 103 anni con qualche acciacco, ma lucidissima: per come era lei, se non avesse potuto alzarsi dal letto o ragionare ancora bene, sarebbe impazzita - ha spiegato la figlia - Ha vissuto bene, godendo di cose semplici e normali, come la sua famiglia».

Antonia aveva abitato ad Arcore per parecchio tempo, poi nel 2004 per stare vicina alla figlia, era arrivata in città. Autonoma fino a due anni fa, adesso era ospite della casa di riposo «Cambiaghi» in via Arnaldo da Brescia.

Dove condivideva la sua longevità «da record» con l'amica di 105 anni Lucia Radaelli che si è spenta l'altra settimana e la 104 enne, unica rimasta del gruppo, Enrica Marchesi che ha festeggiato il compleanno supercentenario il 31 maggio.

Antonia Bonifacio era quella che si può definire un'arzilla vecchietta, con una prontezza di spirito invidiabile. Nata in Istria nel 1909, quando la penisola era ancora un marchesato dell'Impero Austro-ungarico, sin da piccola dava una mano, con le sorelle, nel negozio di alimentari della famiglia a

Trieste. Intorno ai trent'anni arriva in Lombardia, dove incontra Emilio Capozzelli che diventerà suo marito. Da quel momento Antonia diventa casalinga. Ma resta una donna curiosa, che ama viaggiare e coltivare interessi.

«A me è sempre piaciuto stare in compagnia, in mezzo alla gente, ho sempre voluto essere amica di tutti», così aveva detto Antonia Bonifacio nel giorno del suo compleanno. E con commozione hanno appreso della sua scomparsa gli amici, vecchi e nuovi, quando hanno scoperto che se n'era andata quella centenaria che nel cuore si sentiva ancora una ragazzina.

391 – la Voce del Popolo 16/06/12 - L'intervento - La storia delle terre adriatiche e i suoi tabù

L'intervento
La storia delle terre adriatiche e i suoi tabù

Con un certo ritardo ho letto l’intervento di Lucijan Pelicon di Capodistria, pubblicato sul quotidiano "Primorske novice", relativo alla storia recente delle nostre terre, affrontata in due recenti puntate della trasmissione di TV Capodistria "Meridiani".

Il ragionamento potrebbe essere ignorato, riprende l’ormai nota tesi del nazionalismo e dell’irredentismo italiani la cui strategia sarebbe quella di provocare uno stato di tensione lungo il suo confine orientale (sic).

Ma siamo proprio sicuri? Se ci allontaniamo da Trieste ci accorgiamo quanto le nostre beghe non interessino al resto del Bel Paese. Però fa comodo vedere complotti dietro ad ogni angolo, non è cosi?

Il tenore della lettera in questione, estrinseca, in realtà, una visione manichea della storia di queste nostre terre plurali. Perciò, replicando a chi ha levato gli scudi contro coloro che desiderano, invece, discutere del difficile Novecento nell’area Altoadriatica, senza paraocchi, mi trovo nella situazione di dover "parlare a nuora, perché suocera intenda".

Infatti non sono pochi che continuano a interpretare in modo bislacco il passato recente di queste contrade. Secondo questo ragionamento le brutture del Novecento, provenienti da una certa direzione, dovrebbero essere archiviate per non "suscitare" gli animi, o meglio si dovrebbe accogliere una sorta di versione ufficiale dei fatti.

Siccome il sottoscritto è particolarmente preso di mira, forse perché ragiono prendendo in considerazione il passato in tutta la sua complessità e non seguendo populistiche asserzioni, in certi ambienti la cosa, evidentemente, non è stata digerita.

È opportuno far notare che è terminata l’epoca in cui esistevano le verità assolute, che hanno dato origine a tante vulgate. Perciò qualcuno non ha gradito la discussione sulla Lega Nazionale, proposta in un appuntamento specifico, curato dalla giornalista Silvia Stern, adducendo che l’associazione aveva lo scopo precipuo di snazionalizzare (leggi italianizzare) gli Sloveni e i Croati.

È un’interpretazione di comodo, è un luogo comune che dalla fine dell’Ottocento qualcuno cerca di far passare e che oggi leggiamo anche in certi manuali di storia istriana. usati dalle nostre parti a livello universitario. Essa fu solo questo? Nel corso della puntata qualche elemento è emerso; le sue strutture scolastiche operavano, tra l’altro, nelle aree plurali e lungo il confine linguistico. E in regioni in cui le popolazioni s’intersecavano, dove poteva essere fissato questo limite?

Era proprio in quelle zone indefinite e mistilingui – anche dal punto di vista nazionale, perché l’identità non era e non è dettata dal sangue e dal suolo – che si giocava la partita più grossa, entrando in competizione con gli istituti della Società dei SS. Cirillo e Metodio (Družba svetega Cirila in Metoda), impegnati in un’opera simile: dopotutto anch’essa era un’associazione di difesa nazionale (sorta a Lubiana nel 1885).

La Lega operava anche laddove agli Italiani non si riconosceva alcun diritto e non si concedevano loro le scuole (sì proprio così, i Croati facevano questo, sono pagine di storia che non si riconoscono). Ci sarebbero poi tanti altri punti sui quali non possiamo soffermarci in questa sede.

Sulla puntata dedicata alla memoria e alla riconciliazione, curata da Ezio Giuricin, diremo solo che l’intento era commentare l’iniziativa promossa dall’Unione Italiana e dal Libero Comune di Pola in Esilio, tesa a commemorare le vittime italiane di tutti i totalitarismi che lasciarono il loro strascico di dolore nella Venezia Giulia (si noti bene).

Le commemorazioni, in cui non vi era spazio per la retorica, desideravano solo rammentare il male provocato dalle dittature, di qualsiasi colore, e quindi le vittime di quelle politiche scellerate, iniziando dal fascismo. Il regime mussoliniano, e ancor prima lo squadrismo, colpì senza distinzione nazionale.

Ciò non significa affatto sminuire il dramma subito dagli Sloveni e dai Croati inclusi entro i confini di Rapallo (in studio abbiamo sottolineato che fu attuato un genocidio culturale, il cui fine era la cancellazione di quelle presenze, mediante una forzata assimilazione, ma sembra un dettaglio; è proprio vero che non c’è più sordo di chi non vuol sentire), vuole, semmai, andare oltre certi luoghi comuni.

Se la trasmissione non è stata proprio esemplare – siamo i primi a riconoscerlo, ma i punti che si desideravano trattare, in realtà, erano altri e decisamente più costruttivi – lo dobbiamo a Franc Malečkar che ha "virato" in acque che non erano oggetto di trattazione, con argomentazioni poco felici e considerazioni che poteva risparmiarsele (una per tutte quella relativa allo "sloveno" Giuseppe Cobolli Gigli, segretario federale fascista a Trieste e dal 1935 al 1939 Ministro dei Lavori Pubblici, a suo dire addirittura una sorta di "teorico degli infoibamenti", stendiamo un velo pietoso).

Di fronte a sciocchezze di questa portata la replica era d’obbligo, o forse era preferibile fare finta di niente e rimanere zitti? L’Italia, eccetto certi ambienti minoritari, checché si dica e scriva, ha fatto i conti con il passato, il fascismo e il regime instaurato è oggetto d’indagine; certe questioni dovrebbero essere ancora approfondite, è vero, però il dibattito storiografico è maturo ed è giunto a più di un punto fermo, cosa che non possiamo dire per quello sloveno, anche perché determinate questioni erano dei divieti sacrali prima della democratizzazione del Paese.

Dal signor Pelicon, che mi ha definito lo "storico universale" che ha approfittato del tempo a disposizione per parlare incontrastato, gradirei sapere quali sarebbero i punti "contesi". L’attacco, infatti, è molto generico e mi fa tanto pensare derivi dal fatto non si voglia che determinati argomenti siano toccati.

In estrema sintesi, dai miei ragionamenti è emerso:

- l’auspicio di accantonare l’interpretazione secondo la quale sarebbero esclusivamente gli Italiani i "cattivi", mentre gli Sloveni non avrebbero sviluppato una forma di nazionalismo;

- che il fascismo non aveva fatto vittime solo tra gli Sloveni e i Croati, ma anche tra gli stessi Italiani (e il medesimo discorso vale pure per le successive repressioni messe in atto dal regime comunista). Come esempi citai quanto era accaduto al socialista piranese Antonio Sema e la distruzione della Casa del Popolo a Isola, nonché la stessa scarica di proiettili contro i ragazzi di Strugnano che provocò due morti (marzo 1921);

- che ancora prima dell’avvento al potere del fascismo esistevano squadre di camicie nere formate esclusivamente da Sloveni e Croati. Una pagina "scomoda", evidentemente;

- che nelle foibe non finirono solo quanti si erano macchiati durante il ventennio, ma anche tanti innocenti, vittime dell’"epurazione preventiva". Per sottolineare che le soppressioni non erano solo una forma di vendetta, ho citato la sorte degli autonomisti fiumani, che non volevano né l’Italia né la Jugoslavia. Furono eliminati ugualmente, con una precisione chirurgica.

Quali cose non quadrano, allora? O il problema sono gli argomenti affrontati, considerati ancora dei tabù e come tali da evitare?

Si dovrebbe lasciar stare e far passare tutto senza muover ciglio, per una sorta di "politicamente corretto", per non giungere a quelle "discussioni" che, a detta dell’autore della lettera, ci "allontanano dalla convivenza e dalla riconciliazione"?

Che invece si otterrebbero con le menzogne e le mezze verità, più o meno emerge questo fra le righe. Scoperchiare certi vasi ben tappati per quasi mezzo secolo può essere imbarazzante, perciò si continua a coprire tutto con una bella cappa.

Ma questo gioco non lo condivido.

Kristjan Knez

392 – Difesa Adriatica – Giugno 2012 Ancora sulle restituzioni. Ad oggi nessun accordo tra Italia e Croazia

Ancora sulle restituzioni.

Ad oggi nessun accordo tra Italia e Croazia.

A cura dell'Avv. Vipsania Andreicich

Nel 2002 a seguito di una modifica della legge sulla denazionalizzazione degli immobili in Croazia, che prevedeva una riapertura dei termini per la presentazione della domanda di restituzione, ho provveduto ad inoltrare la predetta domanda per la restituzione dei beni che i miei genitori avevano abbandonato nella ex Jugoslavia.

Pochi giorni fa ho ricevuto una lettera da parte delle amministrazioni croate nella quale mi veniva chiesto di integrare la mia domanda con una serie di documenti, concedendomi 15 giorni per provvedere a tale integrazione. I giorni che mi vengono concessi sono troppo pochi per riuscire a recuperare la documentazione richiestami, cosa potrebbe succedere nel caso in cui non riuscissi a provvedere a quanto richiestomi?

Lettera firmata

La legge croata 5 luglio 2002 n. 81 ha integrato e modificato la precedente normativa che prevedeva la restituzione dei beni nazionalizzati solamente ai cittadini croati. Tale modifica della precedente legge di denazionalizzazione dei beni in Croazia si è resa necessaria a seguito di una sentenza della Corte Costituzionale di Zagabria che ha previsto la restituzione o l’indennizzo dei beni nazionalizzati durante il periodo socialista anche a cittadini stranieri.

La legge n. 81 del 2002 ha solo in parte disposto la restituzione anche a quanti non siano in possesso della cittadinanza croata, in quanto l’articolo di legge che ha esteso il diritto alla restituzione ai cittadini esteri precisamente così dispone:

«I diritti prescritti da questa legge (ovvero diritto alla restituzione/risarcimento) possono essere acquisiti anche dalle persone fisiche e giuridiche straniere se ciò viene stabilito con accordi interstatali » [il corsivo è nostro].

La necessità di un accordo interstatale ha impedito la totale equiparazione degli esuli italiani agli attuali cittadini croati.

In seguito alla emanazione della Legge 81/02 e alla richiesta di un «accordo interstatale» il Governo italiano ha preso contatti con il Governo croato al fine di iniziare un negoziato per il raggiungimento di una intesa. È stata, a tal fine istituita una Commissione mista italo-croata composta da due delegazioni di cinque membri per parte.

I lavori di tale Commissione sono iniziati nell’ottobre del 2002, ma ad oggi, nonostante vi siano stati diversi incontri, non è stata raggiunta ancora nessuna intesa.

A seguito delle domande presentate da parte di cittadini italiani, alcune amministrazioni croate stanno oggi (dopo ben 9 anni) rispondendo con la richiesta di inviare ulteriore documentazione ed indicando brevissimi tempi per provvedervi.

Molto spesso la documentazione richiesta è molto difficile e costosa da ottenere ed i tempi brevi rendono quasi impossibile una risposta tempestiva.

Tale comportamento da parte delle amministrazioni croate ci fa mal pensare, in quanto la mancata risposta nei termini indicati determina la definizione della pratica di restituzione con il respingimento della domanda.

"GARANTITO" IL RIGETTO DELLE DOMANDE

��urtroppo però, anche nel caso di invio di tutta la documentazione nei termini indicati, si rischia di vedere respinta la propria domanda in quanto la legge prevede che nel caso in cui non si è in possesso della cittadinanza croata, l’accoglimento della domanda di denazionalizzazione è subordinata ad un «accordo interstatale», accordo che ancora l’Italia non ha raggiunto con la Croazia.

Si rileva però che attualmente non sono ancora stati chiusi i negoziati tra l’Italia e la Croazia.

In seguito alle numerose richieste che ho ricevuto, di chiarimenti su come rispondere alla richiesta di invio di documentazione da parte delle amministrazioni Croate, ho interpellato il Ministero degli Esteri al fine di avere notizie più precise su quella che è la questione della restituzione a livello di rapporti governativi tra l’Italia e la Croazia, ma la situazione è decisamente poco chiara anche a livello istituzionale.

Sulla base delle mie esperienze, ad oggi, tutte le domande di restituzione presentate da cittadini italiani si sono concluse con un rigetto della domanda, in quanto nessuna restituzione può essere riconosciuta ai cittadini italiani da parte del Governo croato.

393 - Il Piccolo 23/06/12 Lubiana fa la conta delle minoranze ungherese e italiana

Lubiana fa la conta delle minoranze ungherese e italiana

L’ultimo censimento nel 2002 aveva rilevato un forte calo Il parlamento: necessario per calibrare le politiche di tutela

di Franco Babich

LUBIANA Quanti sono oggi gli italiani in Slovenia? E gli ungheresi? E quanti sono i cittadini sloveni per i quali l’italiano – oppure l'ungherese - è la lingua madre? Sono dati che durante l’ultimo censimento della popolazione, nel 2011, non sono stati raccolti, ma conoscerli potrebbe aiutare coloro che impostano le politiche per le minoranze. Per questo motivo, la Commissione per le nazionalità del Parlamento sloveno ha deciso di sollecitare il governo affinché provveda a commissionare uno studio, un sondaggio o un’indagine – la forma del rilevamento è ancora da definire – che faccia emergere il dato sul numero degli appartenenti alla comunità nazionale italiana – e ungherese – residenti oggi in Slovenia. Nel 2011, ha ricordato il presidente della Commissione, il deputato della minoranza ungherese Laszlo Göncz, la Slovenia per il suo censimento non ha adottato il metodo tradizionale, ma ha usato i dati dei registri amministrativi, dunque senza il dato "sensibile" sull’appartenenza nazionale. L’ultimo rilevamento statistico sulle minoranze risale pertanto al Censimento della popolazione del 2002, e quella volta, ha sottolineato ancora Göncz, era emerso un dato estremamente preoccupante, ossia il numero delle persone che si erano dichiarate appartenenti alle comunità minoritarie autoctone – italiana e ungherese – era di più del 20% inferiore rispetto al Censimento precedente, quello del 1991. Gli italiani, ricordiamo, da 3.064 del 1991, undici anni più tardi erano diventati 2.258. L’idea di uno studio che riveli il numero degli appartenenti alle minoranze italiana e ungherese è stato approvato all’unanimità dai membri della Commissione, così come dagli esperti, che lo ritengono metodologicamente più adatto rispetto al censimento classico, nel quale la stessa formulazione delle domande sull'appartenenza etnica può portare a delle distorsioni rispetto alla situazione reale sul territorio. Che la conoscenza del numero esatto degli italiani e degli ungheresi possa contribuire a impostare meglio le politiche a favore delle minoranze è convinto anche il presidente della Comunità autogestita costiera della nazionalità italiana, Alberto Scheriani, che ha però ricordato come i problemi delle comunità minoritarie – in primo luogo il divario tra le leggi e la loro attuazione -sono comunque già ben noti. In ogni caso, secondo diversi attori del campo, poter avere le proporzioni delle minoranze presenti sul territorio della repubblica slovena aiuterebbe a calibrare politiche di sostegno adeguate. Per fare il punto sulla situazione, la Commissione ha chiesto inoltre ai Comuni delle aree bilingui (per gli italiani si tratta di Capodistria, Isola e Pirano) di preparare, entro la fine di agosto, una relazione sul rispetto delle norme che regolano lo status delle minoranze – in primo luogo sul rispetto del bilinguismo – a livello di amministrazioni locali.

394 – La Voce del Popolo 19/06/12 Verso la nuova ferrovia Fiume-Trieste

Approvato il progetto della Piattaforma multimodale Adriatico-Danubio-Mar Nero
Verso la nuova ferrovia Fiume-Trieste

Buone notizie per il progetto "ADB Multiplatform: Piattaforma multimodale Adriatico-Danubio-Mar Nero", nel quale è coinvolta la nostra Regione nell’ambito del Programma transnazionale di cooperazione "Europa Sud Orientale" (SEE). Infatti, come ha reso noto ieri Gerhard Lempl, capodipartimento regionale per la marineria e il traffico, durante la consueta conferenza stampa settimanale in Regione, verso la fine dello scorso maggio, il progetto è stato approvato e prossimamente verrà firmato l’accordo per il suo finanziamento.

L’obiettivo è quello di realizzare un collegamento intermodale tra i porti dell’Alto Adriatico (Fiume, Capodistria, Trieste e Venezia) e il Mar Nero, favorendo il trasporto ferroviario e via mare. Il valore complessivo del progetto, il cui partner principale è la Regione autonoma Friuli Venezia Giulia, è di 5,6 milioni di euro. La Regione dovrà assicurare 268 mila kune, mentre il resto verrà coperto attingendo ai fondi europei (il valore totale è di 1,7 milioni di kune).

Come ha precisato Lempl, le attività regionali riguarderanno l’analisi delle opportunità di costruzione della ferrovia Fiume-Trieste per il trasporto di merci e passeggeri, l’analisi dei possibili assi ferroviari e la scelta dell’asse con il minore impatto ambientale. La suddetta ferrovia è ritenuta d’importanza strategica, in quanto collegherà la Croazia alla rete ferroviaria italiana e servirà per promuovere la futura linea Trieste-Fiume-Budapest.

AGRICOLTURA MONTANA Nel prosieguo dell’incontro, il direttore del Centro per l’agricoltura montana di Stara Sušica, Dalibor Šoštarić, si è soffermato sui programmi realizzati nell’ultimo periodo, tra cui l’abilitazione, nell’ambito della quale 13 persone hanno ottenuto il certificato per la produzione di latte e formaggi e altre 29 per il mestiere di viticoltore, nonché lo sviluppo dell’allevamento, della frutticoltura, della viticoltura, del turismo rurale, dell’apicoltura e dell’olivicoltura. Tra gli altri progetti interessanti, la Casa del vino nel castello dei Francopani di Kraljevica, che avrà come obiettivo unire la tradizione vinicola al turismo. Il Centro per l’agricoltura montana è impegnato nella preparazione della documentazione progettuale, al termine della quale si cercherà un investitore.

Monica Kajin Benussi

395 - La Voce del Popolo (diocesi di Torino) 17/06/12 La Sindone in Croazia, l'Amcor ha donato una copia fotografica

AMCOR – Ha donato una copia fotografica

La Sindone in Croazia

Nell’autunno del 1947 giunse nel seminario di Pisino un nuovo professore. Chiese del Rettore e gli fu detto che non c’era, perché si trovava in carcere. Cercò allora del Vicerettore, e seppe che era stato ucciso. "Povero me, dove sono mai venuto?" esclamò il nuovo professore.

Accadeva sessantacinque anni fa in Istria, la più vicina delle "chiese d’Oriente", una terra martoriata, che ha visto il succedersi di un’infinità di signorie: una storia gloriosa è stata scritta all’epoca dei Romani e nelle prime età del Cristianesimo, che lasciò tracce rilevanti di architettura paleocristiana. Presto giunse la dominazione veneziana che, dopo decenni di scontri con le flotte genovesi, conquistò una supremazia che dal mare si spingeva anche nell’entroterra. Anche ora, chi parla italiano lo condisce con un delizioso accento veneziano e di rado si trovano istriani che non abbiano nessuna conoscenza di espressioni venete.

La pressione turca non giunse tanto in alto, ma spinse gli Asburgo austriaci a stabilire in modo ferreo la loro sovranità in quelle terre. L’italianizzazione forzata operata dal fascismo (che allontanò centinaia di maestri croati) non procedette con rispetto agli equilibri che si erano creati in decenni di pacifica convivenza tra etnie e culture. L’ultima guerra peggiorò la situazione, perché vide alternarsi un breve periodo di domino dei partigiani ad uno più lungo dell’occupazione nazista. I partigiani titini (sostenuti dagli Alleati) ripresero il potere e da allora si stabilì la tirannia di Josip Broz Tito, che, all’obbedienza moscovita, fece seguire una forma di equilibrismo antistalinista, altrettanto vezzeggiato dall’Occidente quanto totalitario e persecutorio all’intero. Era il tempo in cui si incensava il dittatore con la cantilena "Sei stati, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti ed un solo Tito". La componente nazionalista fu fatale per gli italiani, che dovettero lasciare il paese in gran numero (parecchie centinaia di migliaia); la componente atea operò una politica persecutoria, che mirava a soffocare l’eredità e la pratica cristiana.

Per i governanti attuali è molto difficile venire a capo del proprio passato: nella Piazza di Rovigno è ancora presente un grande monumento con una scritta in italiano e in croato (dove le scritte bilingui non sono così frequenti) "ai martiri del fascismo"; in nessuno posto si è visto l’equivalente per i martiri del comunismo, che certamente non furono meno numerosi.

Portare l’immagine sindonica e il messaggio di questa commovente icona in quelle terre è impresa bella, ma non esente da incognite. L’ha vissuta l’associazione AMCOR (Amici delle Chiese d’Oriente) nell’ultima settimana di maggio, limitandosi alla diocesi di Pola e Parenzo. L’iniziativa si inseriva in un’esperienza iniziata subito dopo l’Ostensione del 2000 e realizzata in numerose Chiese dell’Est, a cominciare dalla Slovacchia, Lituania, per continuare in Romania, Ucraina, Turchia, Armenia, Libano, Albania. A ognuna di queste Chiese viene fatto dono di una copia fotografica sindonica in grandezza naturale e assieme si vivono momenti di preghiera e di riflessione ispirate da quella presenza. Lo schema è semplice e si ripete sostanzialmente, pur lasciando posto ogni volta a novità non piccole.

La prima è quella del rito che si incontra: in Slovacchia, Romania e Ucraina, fummo ospiti di Chiese cattoliche di rito bizantino, in Armenia e Libano di cattolici di rito armeno, nelle altre terre di cattolici di rito latino. Ma anche il rito latino (quello che viviamo in casa nostra) riserva sorprese, perché l’albanese è notoriamente diverso dal lituano, dal turco e dal croato, e tutte insieme queste lingue sono tabù per noi italiani. La differenza l’avvertiamo già nel canto, che qualche volta si serve di melodie universali, ma spesso prende tonalità di tradizioni locali, come accadeva ora con i canti croati che evocavano effetti melodiosi di sentore slavo.

Una novità gradevole l’abbiamo trovata nella condizione di vita dei nostri ospiti: a differenza della maggioranza delle precedenti esperienze, il livello economico di vita era decisamente alto. In passato erano giunte segnalazioni di necessità anche materiali delle Chiese che ci avrebbero ospitato, perché i residui dell’eredità bolscevica avevano lasciato le organizzazioni ecclesiastiche (soprattutto quelle greco-cattoliche) in condizioni di vera indigenza, sia per le loro opere assistenziali sia per gli impegni catechistici.

L’Istria ha certamente i suoi poveri, ma l’istituzione ecclesiale sembra aver raggiunto una ripresa anche organizzativa efficiente. Il riscontro negativo si nota in una pratica religiosa meno fervorosa che in altri Paesi e in una scarsità di vocazioni sacerdotali e religiose paragonabile alla nostra.

Ovunque però ci sono venuti incontro i ricordi dei martiri: è forse la costante più comune che supera in trasversale tutte le differenze dei riti. Forse è questo uno dei motivi per cui la presenza della Sindone è accolta con tanta accorata attenzione. I parrocchiani di Campanaro (sic!) osservavano la ferita del costato del crocifisso della Sindone e le orme della tortura della flagellazione e pensavano al loro parroco, don Miro, che era stato pugnalato più volte e poi sgozzato; altri ricordavano i loro cari scomparsi nelle foibe, dove erano stati gettati non si sapeva bene se dopo la tortura mortale o prima ancora di essere finiti.

La crudeltà non trova mai spiegazione, ma la contemplazione della sofferenza di Gesù aiuta a trovare meno inaccettabile tanta malvagità. L’esperienza di questi momenti ha efficacia evangelizzatrice anzitutto per chi la intraprende.

396 - Agenzia Italiana Stampa Estera (Aise) 18/06/12 L'Unione degli Istriani ha commemorato il 67° della liberazione di Trieste dall'occupazione titina

L'UNIONE DEGLI ISTRIANI HA COMMEMORATO IL 67^ DELLA LIBERAZIONE DI TRIESTE DALL’OCCUPAZIONE TITINA

TRIESTE\ aise\ - Si sono svolte nella mattinata di sabato, 16 giugno, le commemorazioni del 67° Anniversario della Liberazione di Trieste dall’occupazione Jugoslava (12 giugno 1945-12 giugno 2012), rinviate causa maltempo dopo la deposizione di corone nel Famedio della Questura lo scorso martedì.

Le cerimonie, curate dall’Unione degli Istriani e dalla Lega Nazionale, hanno visto la partecipazione ufficiale dell’assessore Antonella Grimm in rappresentanza del Comune di Trieste, dell’assessore Roberta Tarlao per la Provincia di Trieste e dell’assessore Angela Brandi per la Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia. Hanno preso parte alla cerimonia anche numerosi altri consiglieri ed esponenti del mondo politico cittadino, tra i quali il consigliere regionale Alessia Rosolen, Franco Bandelli e Michele Lobianco.

Presenti sul luogo della cerimonia - che si è articolata in tre appuntamenti consecutivi con relative deposizioni di corone presso il Monumento agli Infoibati del Parco della Rimembranza, al Monumento ai Caduti del colle di San Giusto e nell’ex Scuola Allievi Agenti di Pubblica Sicurezza di San Giovanni - il Labaro dell’Unione degli Istriani e quelli delle associazioni aderenti, nonché i labari delle associazioni combattentistiche e d’Arma della Federazione Grigioverde di Trieste ed il Coro Arupinum dell’Unione degli Istriani, che ha accompagnato le deposizioni delle corone.

Nel corso della sua prolusione, il presidente dell’Unione degli Istriani, Massimiliano Lacota, ha ricordato le fasi salienti dei sanguinosi quaranta giorni di occupazione Jugoslava ed ha richiamato con forza la proposta di intitolazione di una via cittadina al 12 giugno, "per ricordare degnamente l’unica vera data che celebri la Liberazione della città dalle violenze della guerra e dei totalitarismi".

Più volte negli ultimi anni l’Unione degli Istriani, con l’appoggio di variegati settori della società civile e culturale del capoluogo giuliano, aveva avanzato la richiesta di intitolazione di una via del centro, proponendo di ridenominare una parte dell’attuale via XXX Ottobre - che a sua volta ricorda la destituzione del Luogotenente austriaco del 1918 e, quindi, il passaggio della città all’amministrazione italiana - dedicandola al 12 giugno 1945 e trasformando la zona in una sorta di monumento toponomastico alla memoria civica cittadina.

"L'Unione degli Istriani", ha rilanciato sabato Lacota, "si aspetta da questa amministrazione comunale, con il supporto anche di quella della Provincia, un atto tangibile in questa direzione, che completi un percorso della memoria collettiva che non può e non deve essere lasciato alla mercé di finte o, quantomeno, poco credibili contrapposizioni ideologiche". (aise)

397 – CDM Arcipelago Adriatico 20/06/2012 - Il confine orientale di Siboni a Trieste e Gorizia

Il confine orientale di Siboni a Trieste e Gorizia

Appuntamento rispettivamente al 2 e 3 luglio

Il CDM, Centro di Documentazione Multimediale della Cultura Giuliana Istriana Fiumana e Dalmata, presenta a Trieste ed a Gorizia il nuovo libro di Giorgio Federico Siboni intitolato "Il confine orientale. Da Campoformio all’approdo europeo" Sestri Levante, Oltre edizioni, 2012, pp. 133. Gli incontri si svolgeranno rispettivamente a TRIESTE, Lunedì 2 luglio 2012 alle ore 18 alla Libreria Internazionale "La Fenice", via Cesare Battisti 6. Ad introdurre l’autore sarà Renzo Codarin, Presidente del CDM. Seguirà l’intervento del prof. RAOUL PUPO.


A GORIZIA, Martedì 3 luglio ore 17.30 alla Libreria Editrice Goriziana, corso Giuseppe Verdi 67. La presentazione è a cura del Dott. Rodolfo Ziberna, Assessore alla Cultura del Comune di Gorizia. Interviene il prof. Davide ROSSI.


IL VOLUME. Dalla pace di Campoformio ai fermenti irredentisti di fine Ottocento, dalle rivendiazioni seguite alla Grande guerra sino alla politica fascista e all’esodo giuliano, il saggio approfondisce lo scenario diplomatico internazionale con le sue implicazioni – prima e dopo – la Seconda guerra mondiale per seguire (grazie a una ricca messe di riferimenti bibliografici italiani e stranieri) l’evolversi delle contese per la definizione confinaria. L’autore considera i molti aspetti endogeni ed esogeni in costante azione nell’area considerata, giungendo all’epoca più recente, dopo la crisi della Jugoslavia, ed esaminando i rapporti con l’Unione europea, la cooperazione interstatale e la politica culturale in atto fra Italia, Slovenia e Croazia.


L’AUTORE. Giorgio Federico Siboni è laureato cum laude in Storia dell’Età dell’illuminismo (2003), European Master’s Degree e Título de Estudios Avanzados in Storia delle istituzioni giuridiche e politiche (2004), dottore di ricerca in Società europea (2009), è archivista-paleografo diplomato (2009). Collabora con l’Università degli Studi di Milano (Cattedra di Archivistica). Senior editor del trimestrale «Coordinamento Adriatico», consigliere internazionale del periodico «Nueva Ilustración», è curatore della Collana di studi «Téxnes» per Leone Editore. Vicepresidente dell’Associazione Magna Carta Verona - Scipione Maffei, coordinatore di LiMes Club Verona (area storica), è socio ordinario della Società Storica Lombarda e della Società Italiana di Storia Militare. Ricopre il ruolo di commissario scientifico per il progetto nazionale Genesi e mutamenti delle strutture del potere territoriale in Adriatico e di delegato presso il MIUR-Gruppo di lavoro sulla storia degli esuli giuliano-dalmati. Autore di due monografie, ha pubblicato saggi e approfondimenti in Italia e all’estero. Le sue ricerche vertono in prevalenza sul XVIII secolo e sull’Età rivoluzionaria e napoleonica. Info: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

398 - Difesa Adriatica Giugno 2012 - Cattaro, il Montenegro e la Comunità degli Italiani

Cattaro, il Montenegro e la Comunità degli Italiani

La storia del Montenegro ha sempre risentito della sua posizione posta tra il mondo orientale, balcanico ed ortodosso, ed il mondo mediterraneo e, quindi, tra la Serbia e l'Italia. Non è casuale che l'identità del Montenegro si sia sviluppata intorno a Cettigne, posta a soli 14 km dall'allora veneta Cattaro. Peraltro Cattaro, le sue Bocche ed un breve tratto di costa che arriva fino a comprendere Spizza (Spic), alla periferia nord di Antivari, costituiscono la parte mon-tenegrina della Dalmazia storica e fino al 1918 non appartenevano al Montenegro ma prima alla Repubblica di Venezia e, dopo la parentesi napoleonica, al Regno di Dalmazia austriaco.

L'appartenenza a Stati diversi era naturale, date le grandi difficoltà esistenti per superare i monti che dividono la costa dall'interno. Attualmente le nuove strade hanno radicalmente cambiato la situazione e la Dalmazia mon-tenegrina è logicamente e felicemente inserita nello Stato del Montenegro. La geografia conserva comunque il suo peso ed è logico che i contatti tra Italia e Montenegro continuino principalmente attraverso i porti, di Antivari e anche di Cattaro.

Cattaro, cittadina con una vivace vita culturale, sta riprendendo il suo ruolo nei rapporti tra le due sponde dell'Adriatico. I limiti della Dalmazia storica sono attualmente conservati dalla diocesi cattolica di Cattaro. La componente cattolica peraltro nell'ultimo secolo si è notevolmente ridotta per il calo della componente croata, la maggiore, ed ancor più di quella italiana. Nelle Bocche di Cattaro, dove costituiva circa l'80% della popolazione, è attualmente poco più del 10%.

Il ricordo di Venezia è vivo ed ottimo. L'italiano è ormai poco parlato anche dagli stessi Italiani. La sua conoscenza è la rimanenza di una conoscenza generalizzata, per la quale nei secoli scorsi erano scritti nella nostra lingua tanto gli ex-voto dei marinai, quanto la maggioranza delle opere dei tanti scrittori locali. Grande è comunque il desiderio di apprenderlo.

La «Comunità degli Italiani di Montenegro», con sede a Cattaro, ha ricevuto il riconoscimento ufficiale il 14 gennaio 2004, un giorno dopo di aver presentato domanda. Accoglie per statuto tutti gli Italiani residenti in Montenegro. Questi, come nelle analoghe Comunità della Croazia e della Slovenia, possono essere italiani per nazionalità, per lingua o per cultura. La Comunità, nata fra gli Italiani autoctoni della Dalmazia storica, grazie all'ambiente favorevole è cresciuta rapidamente. Attualmente comprende più di 500 soci, nella maggior parte residenti a Cattaro e nelle relative Bocche.

Si sperava che lo Stato italiano assicurasse il sostegno attraverso l'Unione Italiana, come per le altre Comunità dell'Adriatico orientale e comunque in tempi non troppo lunghi. Purtroppo tale aiuto è arrivato solo dopo diversi anni ed in misura molto limitata. L'ostacolo è che lo Statuto dell'Unione Italiana, peraltro modificabile, prevede solo l'attività in Croazia e Slovenia. La Comunità è quindi cresciuta essenzialmente grazie alla collaborazione dell'associazionismo della diaspora dalmata italiana e al sostegno ed alla sensibilità della Regione Veneto.

Attualmente, grazie a quest'ultima Regione, sta realizzando corsi di italiano in diverse località della costa, ma anche a Cettigne e a Podgorica. Ha iniziato anche il restauro di un leone marciano sulle mura di Cattaro e subito dopo provvederà per un altro su colonna a Perasto. Alla Regione Veneto si è affiancata l'Associazione Veneziani nel Mondo con corsi di merletto tenuti a Burano e con altri a Venezia sulla realizzazione di maschere di Carnevale. Più recentemente la Regione Friuli Venezia Giulia sta coinvolgendo la Comunità nelle numerose iniziative che intraprende in Montenegro. È in atto, con insegnanti provenienti da Gorizia, un corso di merletto che si conclude a giugno con una mostra a Trieste.

L'insegnamento proveniente da Venezia e da Gorizia sta quindi riportando in vita il tradizionale merletto, di scuola veneta, di Dobrota, sobborgo di Cattaro. È in corso da parte dell'UNESCO la procedura per dichiarare tale merletto patrimonio dell'umanità. La Comunità, come tutte quelle in Croazia ed in Slovenia, usufruisce

0 Un Leone marciano scolpito su una porta d'ingresso della Fortezza dei viaggi in Italia e delle conferenze organizzati dall'Università Popolare di Trieste.

L'Unione Italiana, non avendo ancora modificato il proprio Statuto, riesce solo ad assicurare l'affitto e le altre spese per la sede che, con un unico locale, è ormai insufficiente per le numerose attività della Comunità.

La Comunità, in buona collaborazione con le nostre autorità diplomatiche, sta quindi svolgendo in modo esemplare il compito di riavvicinare le due rive dell'Adriatico a vantaggio dell'Italia e del Montenegro. Dimostra così quello che potrebbe avvenire nella Dalmazia croata, con reciproco vantaggio italiano e croato, se nonostante innegabili miglioramenti non vi persistessero anacronistici pregiudizi e complessi psicologici.

Sembra indispensabile che lo Stato italiano e l'Unione italiana assicurino la stessa assistenza che assicurano alla minoranza italiana dell'Adriatico orientale anche a quella della Dalmazia montenegrina, che ne costituisce parte integrante. Se comunque la «Comunità degli Italiani di Montenegro» ha raggiunto grandi risultati dipende senz'altro dall'ambiente particolarmente favorevole, ma soprattutto dall'entusiasmo dei suoi soci, cominciando dal presidente, Paolo Perugini, e dalla vicepresidente, Maria Grego Radulovic, con il loro impegno e le loro capacità eccezionali.

Elio Ricciardi

399 - La Voce in più Cultura 16/06/12 A Buie il primo festival del dialetto istroveneto offre alcuni spunti per capire le nostre peculiarità linguistiche e culturali.

QUANDO LA PARLATA SIGNIFICA PRESENZA SUL TERRITORIO E CIVILTA'

A Buie il primo festival del dialetto istroveneto offre alcuni spunti per capire le nostre peculiarità linguistiche e culturali.

di Mario Simonovich

Ognuno abita la propria lingua", afferma Tullio De Mauro. Pienamente d'accordo con il linguista precisiamo solo che da noi si usa chiamarla dialetto, identificato come "istroveneto".

Concordi o meno sul nome, affermiamo che questo ci qualifica come comunità di parlanti (oltre che nazionale) e che, fattori molteplici, che vanno dalla nostra consistenza numerica alla globalizzazione che ci regala valanghe di orridi neologismi, minacciano ad ogni giorno che passa non solo quello che si usa definire il suo sviluppo, ma anche la semplice sopravvivenza.

Per sostenere e promuovere questa nostra "abitazione", la Città di Buie e l'Assessorato alla Cultura della Regione Istriana, con il sostegno finanziario dell'Unione Italiana e della Regione Veneto, hanno organizzato nella seconda metà di maggio il Primo festival del dialetto istroveneto.

È stata una giornata di rara intensità, iniziata con una tavola rotonda, proseguita con la consegna di premi agli alunni partecipanti a un concorso e il visionamento di un documentario e conclusa con una fantasmagorica serata di musica e canti nella piazza su cui si affaccia il Duomo, a cui hanno presenziato alcune centinaia di persone.

Riportiamo qui di seguito gli interventi della prof. Elis Deghenghi Olujic e del prof. Franco Crevatin alla tavola rotonda.

La conferma in versi di grande sentimento
La presenza di uno o più dialetti è stata definita da Elis Deghenghi Olujic un bene prezioso, da conservare, si direbbe, come una chiesa o un monumento, in quanto saldamente legato al territorio e garanzia della conservazione delle sue risorse umani e culturali. Da respingere pertanto la tesi secondo cui non sarebbe altro che una deformazione della lingua letteraria e - subordinatamente o in parallelo - espressione di chiusura e autarchia culturale, emblema di esasperati particolarismi, nonché - e questo appare come una valutazione molto sottile - strumento di rivalsa di una minoranza che si considera elitaria rispetto al modello linguistico dominante. La docente peraltro non ha negato che oggi il dialetto sia "usato" anche come arma di difesa per proteggere e preservare la cultura locale da aggressioni e compressioni talvolta violente, ma questa, afferma, è da considerarsi una difesa legittima, un atto di resistenza "pacifica" come quello praticato, per esempio, dai poeti, che si ostinano a scrivere nei dialetti locali.

Quale tesi di partenza, l'espressione dialettale dovrebbe essere pertanto riconosciuta come fattore comunicativo e culturale, vivo nella misura in cui è viva la comunità che lo usa, che vi si riconosce e, per suo tramite, identifica se stessa. E se il suo futuro non è prevedibile giova sperare che quel progresso, essenzialmente tecnologico che appare come la direttrice più probabile, non annulli la pluralità delle espressioni né schiacci la diversità espressiva e culturale che sta alle loro spalle, ma che il dialetto continui ad essere usato nell'ambito di un consapevole e maturo plurilinguismo.

Il triangolo geografico delimitato da Fiume, Capodistria e Pola, rappresenta un ambiente linguistico particolarmente complesso in cui i dialetti istroveneto e istrioto o istroromanzo (ambedue di derivazione romanza) e il ciacavo (origine slava) sono tuttora il veicolo espressivo più spontaneo per un elevato numero di parlanti, costituiscono un'esperienza plurisecolare unica e irripetibile, sono una ricchezza psicologica e sociologica insostituibile, un bene di consumo personale e comunitario, un àmbito di identificazione e di individuazione, riconducibili per certi aspetti alle cellule ed al codice genetico, responsabile della trasmissione e dello sviluppo della specie. Pertanto, lungi dall'essere solo strumenti di differenziazione etnolinguistica, rivelano il passato della penisola e le sue multiformi vicende culturali e storiche.

Nell'Istro-quarnerino i dialetti sono usati anche per una cospicua produzione letteraria, lirica e narrativa che non si sostituisce a quella in lingua, ma la integra. Quali sono le spinte preletterarie che contribuiscono a orientare gli autori nella loro direzione? I poeti dialettali istro-quarnerini, specialmente quelli che hanno vivificato il dialetto con contenuti e una consapevolezza formale del tutto lontani dagli stereotipi folcloristici, riconoscono nell'istroveneto e nell'istrioto (come anche nel ciacavo) la materna locutio, una lingua ancora vergine e rassicurante, che permette loro di porsi in un modo tutto particolare dinanzi alle cose e ai sentimenti e di esprimere la specificità istriana caratterizzata dalla presenza di civiltà e culture compenetrate e armonizzate.

Trattando in specifico dell'elemento italiano, Elis Deghenghi ha rilevato che la sua umorosa poesia dialettale si offre quale realtà che integra la tradizione poetica in lingua, di cui rappresenta la faccia complementare. Chi vi accosti infatti si trova di fronte non ad esercizi isolati di qualche estensore di versi nostalgico, conservatore e un po' anche provinciale, ma a una consolidata tradizione della lingua prima, la più naturale possibile, la "lingua privata" della poesia, come avevano teorizzato Mallarmé e Valéry.

Nel prosieguo il critico ha esaminato la produzione dialettale di alcune nostre autrici perché, con modalità diverse, fondano il loro lavoro contemperando l'immediatezza pragmatica del dialetto, la sua freschezza, duttilità e forza nativa con il carattere di riflessività e di permanenza che pertiene al linguaggio poetico, sfidando da un lato il rischio di una resa naturalistica, appiattita sul parlato, dall'altro quello del sussiegoso archeologismo. La lirica di Loredana Bogliun, Gianna Dalle-mule, Lidia Delton, Romina Floris e Licia Micovillovich va guardata con occhio di riguardo sia per gli esiti cui è pervenuta sia perché, pur essendo strettamente connessa all'ambiente del locus natio e immersa nell'humus istro-quarnerino, travalica i limiti della dialettalità non solo per la forza espressiva insita nel mezzo linguistico, bensì per la ragione stessa dei motivi e temi universali che la animano. L'analisi della lirica delle autrici sopra nominate mirerà a illuminare il senso profondo della scrittura dialettale, ma anche i limiti e le contraddizioni cui essa è esposta a suffragare la nostra convinzione che il dialetto, con tutta la fecondità delle sue implicazioni etiche e civili legate a situazioni concrete e inconfondibili, non è soltanto una serie di parole o di locuzioni, ma prima ancora lo spirito che le lega, l'atmosfera che le ha fatte nascere nel suo grembo, la sapienza che le dispone in successioni argute o sentenziose, la spontaneità che congiunge pensiero ed espressione senza bisogno di tracimare attraverso acrobazie ermeneutiche, la familiarità nei rapporti tra persone che si conoscono come i componenti di una famiglia, il contatto con la terra che rende il pensiero concreto, effervescente d'immagini e ancora plastico nella propria creatività.

La docente si è quindi soffermata più da vicino su due poetesse di Pola, Gianna Dallemulle Ausenak e Ester Sardoz Barlessi. Dallemulle, nata nel 1938 e purtroppo scomparsa nel 2009, vanta una produzione molto ampia, segnata tanto dal ricorso al dialetto che alla lingua. Ma è con questo che inizia, affermandosi all'edizione del 1982 di Istria Nobilissima dimostrando - sotto questo aspetto - la grande duttilità del polesano in cui, fin dall'infanzia, ha espresso il suo pensiero e le prime parole. Il suo uso fa affiorare anche il rapporto di consanguineità con i parlanti l'idioma della sua città, con quei polesani che sono i primi destinatari della poesia. Già nella prima silloge non mancano liriche nelle quali il sentimento della poetessa è sollecitato dal paesaggio e dalla natura. In altre composizioni emerge la tensione e la vis polemica verso un mondo e un'umanità nei quali stenta a riconoscersi. C'è dunque sia lo spazio per l'urlo e per le ferite che non si rimargineranno per tutta una vita sia per un suggestivo intimismo paesaggistico.

Per il mare, tema privilegiato per tradizione dal colloquio lirico, ha in serbo uno sguardo speciale, come dichiara nella lirica Un sguardo special :

Co me tocio
el mar me brassa per darme conforto
mi lo traverso a tape pice
sensa peso de anima e de corpo
in lui molo mente e memoria e
ogni solita roba che disturba 'l mio giorno
Nudo
e anche mi son mar e iossa
dela sua scaia piena de morbin
che la me sala el viso e la me schissa la gola
Also brassade de celeste che presto smarissi e
ricasca e se infiama causa 'l sol che respira de l'alto
Poca xe la spiuma 'pena un segno la scia
che ingrespa l'utero marin materno
Stago cussi ben che quasi me disfo me perdo
nel corso del nostro andar drio ritmo...
Mi
per el mar go in salvo un sguardo special.

E se per, dire con la poetessa, la poesia serve solo a giogar co 'leparole,...a schersar coi sentimenti... solo a sognar a tenpo perso non c'è dubbio che il tutto sia assicurato e nobilitato dal ricorso al dialetto.

Ester Sardoz Barlessi (Pola, 1936), pur usando anche la lingua, pratica con maggior frequenza il dialetto, che maneggia con garbo e passione. Il risultato è un profluvio di rime e ritmi cullanti, ma anche una prosodia capricciosa e irregolare che scardina la tradizione. Nella folla di visi offuscati dalla nebbia del tempo, affiorano, pallidi, i volti di Nirvana, Loretta, Marina, le amiche della giovinezza ora sparnissade pel mondo, strascico dell'esodo dalla città natale e dall'Istria. Per orgolio, per la lingua/o per ideal/chi se ga trova de qua/e chi de là de la baricada/ma tuti ga a le spale/una famiglia sbregada dicono nella loro semplicità versi in cui è contenuta tutta la tragedia della popolazione italiana.

Nonostante le prove però, lo sguardo deve volgersi al futuro. Nella lirica Voio vardar in avanti attesta: Ogi me go infasado el colo/per no' voltarme indrio. Palese è qui la presenza di un'immediatezza assente nella lingua in cui sarebbe impossibile riprodurre l'effetto del dialettale ogi me go infasado el colo.
Nella sua produzione lirica rinveniamo ancora due temi costanti: le tradizioni istriane e l'Istria, terra magica per i suoi paesaggi, le atmosfere, i colori, gli odori, in un dialetto che -ancora - esalta le proprie qualità espressive nel lessico, nella sintassi, oltre che nei timbri fonici. Tratteggiando i particolari di un paesaggio a lei particolarmente familiare, nella cui contemplazione la sua anima trova appagamento per tutte le ansie e i dolori della vita, e si ricarica di energie vitali, come dice la lirica Sera a Verudela, Ester Barlessi implicitamente fornisce un'attestazione di prim'ordine a chiunque intenda confermare la vitalità e validità del dialetto:

Co el sol se tocia in mar
a Punta Verudela
e a l'orizonte sbrissa
una vela bianca
in alto, sora i pini,
pigra passa
la caressa del vento.
Sona alora un'orchestra
de strani strumenti:
taca i grili
le graie rispondi.
Canta l'aqua che sbati
sui sassi
con sento rumori che nassi che mori
rinassi più forti de prima
e de novo i mori in sordina
sul stanco bordesar
de vece batanele.
Sui pini, le grote
e le grespe del'onda
passa legero un brivido
che par voler fermar el tempo.
Tuto dura un momento
po' cala l'ombra
e l'aria vien violeta
in un colpo de man
e se impissa una lanterna.
Lontan.

ISTROVENETO? L'ESPRESSIONE NON MI VA PROPRIO A GENIO

Istroveneto? Un'espressione che non gli andava a genio, ha esordito il prof. Crevatin. Posto che tutto quel che si registra a livello di storia nasce, appunto, dalla storia, ossia non viene "dal mondo della luna", da dove viene l'espressione? Da quello che è stato uno dei "rottami" della seconda guerra mondiale. Quando, negli Anni Trenta dello scorso secolo, al pari altri paesi europei, l'Italia fu percorsa da movimenti nazionalisti, si fece avanti a dire "È mio questo, questo e anche quello" con modi che certamente non si potevano definire rispettosi, ma erano anzi prepotenti, talvolta anche violentemente prepotenti. Coloro che potremmo definire patrioti croati, replicarono che questa era un'ingiustizia. E da certi punti di vista avevano indubbiamente ragione, come l'avevano gli austriaci in relazione al Sud Tirolo, definito Alto Adige.


Uno studioso croato particolarmente pervaso di un patriottismo inteso come sopra, Petar Skok, disse che in realtà l'Istria non era italiana dal punto di vista della storia linguistica perché andando a scavare sotto i dialetti si sarebbe trovata una realtà non italiana, ma un mondo a se stante, molto simile piuttosto a quello liburnico e dalmatico.


Era ovviamente un ragionamento sbagliato, ma comunque indicativo per farci capire come il patriottismo così inteso potesse indurre a errori. Dopo Skok altri suoi allievi quali Mirko Deanovic, Pavao Tekavcic sostennero le stesse tesi, altrettanto erronee, e l'affermazione era da considerarsi più grave in quanto nel frattempo era passato parecchio tempo. Essi definivano questa realtà "istro-romanzo". Come a dire che nel mondo delle parlate derivate dal latino, una cosa erano quelle della Francia, e tutt'altre quelle della Spagna, dell'Italia, o, se si vuole, dell'Istria.


Ci vorrebbero spiegazioni più circostanziate per far capire dove stava l'errore. Il fatto è che l'istroromanzo riguardava la parte sud dell'Istria, ossia le parlate di Rovigno, Dignano, Gallesano, Sissano e della stessa Pola.

Allora, come differenziare nella terminologia i dialetti dell'Istria meridionale da quelli delle aree a nord?

Definendo gli uni istroromanzi, gli altri istroveneti.


Questo spiega comunque solo il concetto di "istro", ovvero la prima parte del termine.

Perché è sbagliato dire "veneto"? Perché anche Belluno, per fare un esempio, è "veneto", eppure parte della sua parlata risulta a noi incomprensibile. La realtà è che noi parliamo un "veneziano coloniale". Tutto qui. E la spiegazione è questa: Venezia diventa potenza di riferimento - e non si tratta di una valutazione campata in aria in quanto essa era riferimento per tutto il Mediterraneo ed anche parte dell'Europa continentale - anche per questa Istria che era un francobollo sulla carta geografica, una terra piccola ed anche povera, abitata da gente umile che si guadagnava duramente la vita. Un fatto del genere non dovrebbe destare meraviglia. Se erano i tempi in cui si veniva fin dall'Inghilterra a conoscere qui, da vicino, le espressioni più significative della cultura internazionale, perché non avrebbero dovuto farlo gli istriani che da essa dipendevano tanto sotto l'aspetto politico che economico?


Negli Atti Settanta, va ricordato, circolavano articoli in cui si diceva che in Istria Venezia non aveva portato che la peste. Ora, sulla presenza di questo flagello anche in epoca veneziana non ci sono dubbi. Il giudizio però andrebbe rettificato dicendo che essa aveva ospitato decine di migliaia di profughi croati costretti a fuggire per scampare di fronte al pericolo turco. Il ripopolamento dell'Istria rimasta semideserta in parte in seguito alle guerre con gli uscocchi e con gli arciducali, in parte per la malaria e la peste, avvenne proprio con l'immigrazione croata. A quel nazionalista che allora scriveva che Venezia aveva portato la peste si sarebbe dovuto rispondere che era verissimo, così come era vero che l'avevano portata anche i croati.

Posto che è innegabile che non tutti parlano allo stesso modo, la domanda è: in base a che cosa si differenziano le diverse parlate?

In primo luogo perché non tutti i centri dell'Istria erano legati allo stesso modo a Venezia. Uno è il legame con le cittadine in cui vi erano i suoi rappresentanti politici o economici, altro è quello con le campagne. Nel primo caso per dire braccio, gente o cento si usa in prevalenza braso, xente e sento. Basta spostarsi di un paio di chilometri e si sente dire brazo, xente, zento. Motivo: nel Seicento circa Venezia passa da z a s, il fenomeno passa in Istria, le cittadine lo accettano, la campagna no.

Esemplare il caso di Trieste, dove si sente dire zento e brazo. Il fatto è che nel Settecento, diventata porto franco, la città guadagna in autostima e non vuol più copiare Venezia. Il nuovo linguaggio però arriva pure qui, però, proprio per questo motivo, non arriva ai ceti borghesi ma viene bloccato e circoscritto agli strati più bassi, che si riducono ad essere i soli che usano espressioni come Go speso sento lire.
In secondo luogo va posto il sostrato, ovvero la parlata precedente - espressa con una serie di dialetti di tipo italiano-nordorientale - e dunque diversa da quella invalsa a Venezia, che sopravvive alla lingua nuova.

400 - La Voce di Romagna 18/06/12 Alla scoperta del paradiso di Tito, il ricordo di una gita scolastica a Gorizia nel periodo della "Guerra Fredda"

Alla scoperta del paradiso di Tito

FINE ANNI'50

Un professore di Cesena aveva pensato di portare i suoi studenti a toccare con mano il socialismo reale: andrà incontro a una curiosa disavventura

Sul cartello con l'itinerario del pullman Gorizia era diventata Gorica; qualcuno di notte taglierà le gomme del mezzo

La gita aveva come meta anche Trieste, per poi raggiungere, attraverso l'Istria, Fiume. Covaz scrive che il preside aveva tentato, invano, di convincere il professore a scegliere altre destinazioni meno delicate dal punto di vista didattico e politico. Niente da fare, il docente avrebbe portato ad ogni costo i suoi studenti a Gorizia, nei cui dintorni, durante la Grande guerra avevano combattuto e perso la vita tanti romagnoli. Una lapide sulla facciata della stazione del capoluogo isontino ricorda il sottotenente della Brigata Pavia, Aurelio Baruzzi da Lugo di Romagna, entrato per primo in città l'8 agosto 1916. Ma il professore non intendeva condurre i suoi ragazzi sui luoghi della Grande guerra e magari ai sacrari di Oslavia e Redipuglia; l'obiettivo era un'escursione a Nova Gorica, la città creata ex novo da Tito come risposta alla mancata assegnazione dell'intera città isontina alla Jugoslavia. Il Piccolo racconta: "Sosta a Gorizia una allegra brigata di studenti. L'automezzo è fermo in piazza Vittoria. Dai bianchi stampati affissi diretta in Jugoslavia. Gli organizzatori nel riportare nei predetti stampati bilingui l'itinerario della 'gita d'istruzione' hanno dimostrato di saper istruire assai male i giovani partecipanti, quantomeno per quanto ha attinenza con la storia e la geografia. Nella traduzione dell'itinerario, meta Lijubliana, abbiamo visto non solo Fiume trasformato in Rijeka ma addirittura le città di Trieste e di Gorizia ridotte rispettivamente in Gorica e Trst. È stato un vero peccato che i sapienti e zelanti traduttori non abbiano fatto altrettanto per Cesena, ricavandone una Cesnuc o Cesanaz, tanto per rendersi più grati ai loro amici ospitanti. Con tali assurdi linguistici gli organizzatori forse hanno pensato di rendersi più simpatici". Covaz racconta che il viaggio era stato piuttosto tormentato sia per la nebbia incontrata su parte del tragitto sia per il baccano dei partecipanti a bordo del pullman. Giunta a Gorizia, la comitiva aveva raggiunto l'hotel Tre Corone, oggi chiuso che si trovava in via Carducci; il professore, lasciati i ragazzi in albergo, si era incamminato a piedi verso il valico della Casa Rossa con destinazione una locanda segnalatagli da un camionista di Forlì, come lui fervente comunista, che si recava spesso in Jugoslavia per caricare il legname da portare in Romagna. La locanda è rinomata per la cucina con specialità slovene, che il professore apprezza senza mezzi termini. Il menù è decisamente appetitoso, si va dalla juta, minestra di crauti, fagioli e pezzi di maiale, alla lubian-ska, una sorta di cotoletta slovena, al dolce con marmellata di fichi. Il tutto annaffiato dal vino denominato ribolla, dal caratteristico colore giallo. Il professore rientra in albergo frastornato, dove viene assalito dal portiere che si lamenta per il baccano degli studenti. Ed è l'indomani che si verifica il fatto all'origine delle attenzioni del cronista del Piccolo. Alle 9 la comitiva si raduna davanti al pullman e si trova di fronte al misfatto: durante le notte qualcuno aveva tagliato le gomme del mezzo. Resosi conto dell'accaduto, il professore che non aveva ancora del tutto digerito l'abbondante degustazione di specialità slovene, si abbandona a una serie di imprecazioni. Attorno al bus targato Forlì, si raduna una piccola folla di curiosi, arrivano anche le forze dell'ordine, precisamente i carabinieri. Un maresciallo che veniva dalla Sicilia, riesce a placare la collera del docente romagnolo. Se c'era un colpevole di quella sorta di attentato, aveva detto il sottufficiale dell'Arma, quello era proprio il professore. Sì, aveva precisato il maresciallo, come si poteva pensare di non suscitare reazioni a Gorizia girando con un torpedone tappezzato di cartelloni in cui i nomi delle città italiane erano scritti in sloveno o in croato? La notizia del pullman romagnolo "bucato" per rappresaglia aveva raggiunto immediatamente la locale redazione del Piccolo, che nell'edizione del giorno seguente criticherà senza mezzi termini il comportamento della scolaresca romagnola, definendola ignorante e trasformando in Censuc e Cesanaz la località di provenienza. Dopo qualche giorno, il giornale pubblica una lettera del preside dell'Istituto di Cesena che accusa il giornale di "scalmanato ed esasperato nazionalismo". Riconosce però che "la scritta bilingue venne poi tolta al passaggio del valico della Casa Rossa essendo risultata, frutto di frettolosa imprevidenza". Oggi, leggendo il racconto della disavventura capitata a quella comitiva di studenti romagnoli, viene da sorridere. Grazie all'adesione dello Slovenia all'Unione europea, alla Nato e infine al trattato di Schengen, ci si trova di fronte a un confine quasi invisibile. Il piazzale della stazione di Montesanto, assegnata dal trattato di pace del 1947 all'allora Jugoslavia assieme alla quasi totalità della linea ferroviaria Transalpina, tagliato in due dai reticolati e successivamente da una recinzione, oggi è praticamente tornato quello di una volta ed è diventato meta delle comitive turistiche che passano da Gorizia e approfittano anche per visitare il Museo del confine, allestito all'interno dell'ex stazione di Monte-santo, oggi Nova Gorica, dall'elegante architettura dell'epoca asburgica. Quel confine, studiato sulla carta, aveva provocato divisioni assurde fino a riguardare abitazioni e terreni agricoli. A vigilarlo erano i graniciari, militari provenienti da altre zone della Jugoslavia, che non conoscevano nemmeno la lingua slovena e non esitavano a mitragliare chi tentava di oltrepassare i reticolati. Chi abitava a ridosso della linea di confine non si azzardava ad aprire le persiane e a guardare di fuori. Ogni clandestino arrestato mentre cercava di entrare in Italia significava per i graniciari una licenza per raggiungere le famiglie lontane. Anche loro, commenta Covaz, erano di fatto prigionieri della nuova Jugoslavia del maresciallo Tito. Covaz riferisce anche le testimonianze di alcuni residenti nei pressi dell'oramai ex valico della Casa Rossa: nei campi circostanti sarebbero stati sepolti diversi clandestini che avevano tentato senza successo di entrare in Italia. Poi con il progressivo miglioramento dei rapporti tra Italia e Jugoslavia, quel confine diventerà la via di fuga per i cittadini di vari paesi dell'ex Europa orientale, che potevano entrare in Jugoslavia senza richiedere il visto. Una delle testimonianze più evidenti del confine all'epoca della cortina di ferro è la torre di controllo dei graniciari in località Vertoiba, in sloveno Vrtojba, oggi ugualmente meta dei turisti. All'epoca della gita degli studenti di Cesena però il clima era ben diverso.

Aldo Viroli

401 - Corriere di Novara 16/06/12 Tutta la produzione in un libro. I versi del polesano Otello Soiatti

Tutta la produzione in un libro. I versi di Otello Soiatti

Due anni fa un convegno per festeggiare i suoi 80 anni. Ora un volume che raccoglie la sua quarantennale produzione poetica. Per Lampi di Stampa esce "Traversando la poesia (come corso d'acqua)": è Paolo Rigo il curatore della pubblicazione dedicata a Otèlo, al secolo Otello Soiatti, uno dei poeti più rappresentativi del nostro tempo. Nato a Pola nel 1930, esule, da oltre 50 anni vive a Novara. Soiatti "Pur tra mille difficoltà, - si legge nella presentazione del libro - ha sempre cercato di mantenere viva la fiammella della sua poetica speranza". Il testo sarà presentato venerdì 22 giugno nel corso dell'incontro in programma alle 18 nell'auditorium Torgano dell'Istituto Brera a Novara (con ingresso libero), incontro promosso da Lampi di Stampa insieme a Comune e Brera. Scrive Rigo nell'introduzione che Soiatti "con i suoi versi ha attraversato almeno quarant'anni di storia. Cercare di definire, restringere o identificare la sua poetica in una sola categoria diventa impresa ardua. I temi, i motivi della sua poesia si ripetono negli anni, ritornano, si esauriscono e risorgono a nuova linfa espressiva (...) Lo scopo di questo libro, di questa edizione, è di raccogliere la totalità, sebbene ancora vi sia una produzione in itinere, delle composizioni in versi di Otello Soiatti". La presentazione del libro sarà affidata a Paolo Rigo e a Silvano Crepaldi, curatore della collana "Asinochilegge" di Lampi di Stampa. La poesia di Otèlo si intreccerà con la musica proposta dagli allievi dell'istituto musicale che ospita la presentazione.

e.gr.

402 - La Voce del Popolo 16/06/12 Cultura Furio Radin: L'anima segreta dell'uomo dà corpo alla cultura

L'INTERVENTO DEL PRESIDENTE DELL'UNIONE ITALIANA, FURIO RADIN
L’anima segreta dell’uomo dà corpo alla cultura

La cultura, e soprattutto l’evoluzione del suo concetto dalla greca paideia, alla ciceroniana cultura animi, fino ad arrivare alle definizioni moderne illuministe, romantiche e antropologiche, contraddistingue la progressiva acquisizione, da parte dell’uomo, degli elementi distintivi della propria umanità.

Da qui bisogna partire per comprendere l’importanza di un premio culturale, che non è soltanto una corsa a chi scrive le poesie più belle o chi si esprime meglio in istro-veneto, con una macchina fotografica, un pennello o uno strumento musicale. Già queste pratiche sarebbero importanti, anche prese separatamente, perché l’eccelso è un valore assoluto e l’arte lo esprime meglio di qualsiasi altra pratica umana.

La cultura, però, non è una gara e l’importanza del chi fa meglio, che ovviamente esiste in una società fondata sulla competizione, è ampiamente superata dal ruolo che la cultura ha ed ha avuto nelle società, soprattutto se intesa nel suo significato moderno, e cioè di patrimonio di usanze e costumi di un popolo, considerato come un sistema strutturato e retto da regole informali, cioè una comunità.

È dunque la comunità in cui si organizza il popolo, che sopravvive nell’individuo sotto forma di appartenenza ad un gruppo anche quando a questo vengono negati i diritti politici e giuridici, anche quando viene repressa, discriminata, anche quando il gruppo viene frantumato dalle vicende della storia, o quando viene ridotto nella sua entità fino a farlo quasi scomparire, è dunque quest’anima segreta dell’uomo e dei popoli a dare corpo al concetto di cultura, e a farci capire chi siamo e perché, tanti anni fa, è stato istituito un concorso come "Istria Nobilissima".

Noi rimasti siamo un popolo numericamente piccolo, eppure riusciamo, non solo a produrre, ma ad essere cultura. La cultura differisce dal prodotto culturale: per fare un esempio, i prodotti culturali romani, la stessa lingua esistono, ma la componente culturale che l’ha prodotta è andata persa, la cultura romana non esiste più, non sappiamo esattamente come si pronunciava il latino, come si parlava e come si viveva la romanità.

"Istria Nobilissima", le nostre scuole e i nostri asili infantili, il Centro di ricerche storiche di Rovigno, l’Edit e la "Voce del Popolo", le nostre compagnie teatrali, professioniste e amatoriali, i nostri cori, le nostre orchestrine, il nostro sport, e le altre innumerevoli attività delle nostre comunità, sono la nostra cultura e vogliono significare come si vive oggi la nostra italianità.

Quando, in un mercato cittadino o nella piazza di uno dei nostri paesi, si discute o si litiga in istro-veneto, questa è cultura; non tanto il vino o l’olio di oliva, ma il genio del nostro contadino che li produce sono cultura; il "va’ pensiero" dei nostri cori riuniti in Arena era italiano perché eseguito da connazionali, cantato dal coro dell’Opera di Vienna o di Lubiana o di Zagabria sarebbe rimasto verdiano, ma nessuno avrebbe sentito la sua italianità.

La stessa Arena di Pola, in quella bellissima serata di settembre, era italiana perché questo era lo spirito che si sentiva in quell’aria leggera e piena di ricordi. Perché questo era il popolo dell’Arena.

Questo spirito, carissimi amici, va coltivato, e al di là di qualsiasi gara, dobbiamo ringraziare chi lo mantiene, tutti i partecipanti a questo concorso, tutte le istituzioni che ne stanno a monte, rimasti ed esuli, italiani ma anche croati o sloveni che vi hanno partecipato con spirito italiano.

Se sopravviviamo, è per la nostra cultura, se ci siamo ancora è per la nostra comunità, viva come quando eravamo in trecentomila, grande come la nostra identità italiana. Grazie e auguri.

403 - Corriere della Sera 19/06/12 Lettere a Sergio Romano - Frontiera con la Jugoslavia la gaffe di Woodrow Wilson

FRONTIERA CON LA JUGOSLAVIA LA GAFFE DI WOODROW WILSON

Com’è noto, al termine del primo conflitto mondiale l’Italia si presentò al tavolo della pace esibendo gli accordi segreti stipulati con gli alleati prima di entrare in guerra: il nostro Paese avrebbe ottenuto, in caso di vittoria, l'Istria, la Dalmazia, il Dodecaneso e altro. La nostra richiesta incontrò l’opposizione del presidente Wilson che era all’oscuro di tali accordi in quanto gli Stati Uniti erano entrati in guerra due anni dopo. Di fronte alla forte reazione italiana il presidente chiese a una commissione di studiosi di individuare, nei territori da noi rivendicati, le zone a prevalente presenza italiana, sia demografica sia economica, da assegnare al nostro Paese e quelle a prevalente presenza slava da assegnare alla Jugoslavia. Venne disegnata sulle carte geografiche la «linea Wilson» che purtroppo l'Italia non accettò. Ho scritto purtroppo perché quando questa soluzione fu avanzata dai nostri rappresentanti al tavolo della pace del 1947, la risposta delle potenze che avevano vinto il secondo conflitto mondiale fu un netto «troppo tardi». Le cose andarono effettivamente così?

Mario Moscatelli

Caro Moscatelli, qualche parola, anzitutto, sulla «linea Wilson ». In un libro scritto nel 1938 e sinora inedito (Il problema italiano alla conclusione della pace dopo la Prima guerra mondiale) un diplomatico, Mario Luciolli, ha descritto bene il clima dei rapporti fra il presidente del Consiglio italiano Vittorio Emanuele Orlando e il presidente degli Stati Uniti nei primi mesi del 1919. Woodrow Wilson aveva riconosciuto all’Italia il Trentino e il Tirolo meridionale sino al Brennero, ma aveva scoperto tardi, con una certa sorpresa, che nella provincia di Bolzano vivevano 245.000 persone di lingua tedesca. «Volete dire che sono protedeschi, proaustriaci? », aveva chiesto a un diplomatico inglese, Harold Nicolson, alla fine di una riunione angloamericana. E Nicolson gli aveva risposto: «Ebbene, direi protirolesi, soprattutto a Bolzano».

Fu questa probabilmente la principale ragione per cui decise di richiamarsi fermamente, nel caso dell’Istria e di Fiume, al nono dei suoi quattordici punti: «Le modifiche della frontiera italiana dovranno essere decise sulla base di criteri nazionali, chiaramente riconoscibili ». Affidò lo studio della questione a un gruppo di esperti e presentò, nell’aprile del 1919, una carta geografica in cui il confine correva da nord a sud attraverso l’Istria orientale lasciando al nuovo Stato jugoslavo Sorica, Idria, Postumia, San Pietro del Carso, Ternavo, Villa del Nevoso, Castelnuovo, Bergut e, naturalmente, Fiume. Accettò più tardi che a Fiume venisse conferito uno statuto speciale, sotto l’egida della Società delle Nazioni, ma avanzò la sua proposto nel peggiore dei modi possibili. Anziché presentarla nel corso di una riunione, s’indirizzò direttamente all’opinione pubblica italiana con un messaggio in cui si diceva, tra l’altro: «Solo su questi principi » l’America «spera e confida che il popolo italiano le chiederà di fare la pace».

Vittorio Emanuele Orlando decise allora di abbandonare la conferenza e di tornare in Italia. Commise un errore, probabilmente. Non capì che un uomo di Stato può permettersi di uscire dalla sala delle trattative soltanto se è certo che la sua assenza costringerà gli altri a interrompere i lavori. Ma il suo risentimento era giustificato. Con la sua pubblica dichiarazione Wilson aveva dimostrato che il principio della «open diplomacy» (la diplomazia alla luce del sole), enunciato nel primo dei quattordici punti, poteva fare, se male impiegato, molti guasti. Come lei ricorda, caro Moscatelli, la «linea Wilson» uscì dagli archivi alla conferenza di Londra del settembre 1945, quando il ministro degli Esteri italiano e il rappresentante della Jugoslavia — Alcide De Gasperi e Edvard Kardelj—furono chiamati a esporre la posizione dei loro Paesi sul problema della frontiera. De Gasperi, in quella occasione, propose la linea Wilson. Troppo tardi.

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La Mailing List Histria ha il piacere di inviarVi periodicamente una minirassegna stampa sugli avvenimenti più importanti che interessano gli Esuli e le C.I. dell' Istria, Fiume e Dalmazia, nonché le relazioni dell'Italia con la Croazia e Slovenia.

Si ringrazia per la collaborazione l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Gorizia e l’Università Popolare di Trieste

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