N. 832 – 30 Giugno 2012

 

404 - La Voce del Popolo 30/06/12 Zara, l’ambasciatore D’Alessandro in visita al futuro asilo della CNI (erb)

405 - La Voce del Popolo 28/06/12 Zara, l’asilo «Pinocchio» attende l’apertura (Erika Ble
čić)

406 - La Voce del Popolo 28/06/12 Zara, 23 bambini all’asilo italiano «Pinocchio» (Erika Blečić)

407 - Il Piccolo 27/06/12 Slovenia condannata per i "cancellati" (Mauro Manzin)

408 - Il Piccolo 28/06/12 Dall'Istria a Zagabria in treno, un'odissea di sette ore (p.r.)

409 – la Voce del Popolo 23/06/12 Fiume - I bimbi della CNI rischiano il posto all'asilo (Stella Defranza)

410 - L'Arena di Pola 27/06/12 Se ne deve ancora parlare, eccome! (Silvio Mazzaroli)

411 – Avvenire 24/06/12 Le Storie - Sulle tracce delle foibe dimenticate, fra slavi e italiani la ricerca di una riconciliazione (Lucia Bellaspiga)

412 - La Nuova Voce Giuliana 16/06/12 Vento in poppa - Miur e le Associazioni degli Esuli istriani-fiumani-dalmati per le scuole un seminario due concorsi (Chiara Vigini)

413 - La Voce del Popolo 26/06/12 Per capire gli italiani dell'Istria bisogna leggere le loro opere (Franco Sodomaco)

414 – La Voce del Popolo 28/06/12 Mattuglie, una «cartolina» indimenticabile (Mario Simonovich)

415 – La Voce del Popolo 23/06/12 Speciale - Visinada, sull'antica via Flavia (Mario Schiavato)

416 - Corriere della Sera 25/06/12 Jugoslavia 1947 Storie di esilio e pulizia etnica (Dario Fertilio)

417 - Il Piccolo 16/06/12 Il mio Carso da salvare con lo spirito di Spacal Slataper e Kosovel (Boris Pahor)

418 - Agenzia Italiana Stampa Estera - Aise 26/06/12 Pola: Tre nuove tappe in Croazia per la mostra itinerante "Ottavio Missoni" il genio del colore

419 - Il Piccolo 26/06/12 Stelle rosse "bandite" alla festa della Slovenia (Franco Babich)

 

A cura di Stefano Bombardieri

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :

http://www.arenadipola.it/

http://www.arcipelagoadriatico.it/

http://10febbraiodetroit.wordpress.com/

404 - La Voce del Popolo 30/06/12 Zara, l’ambasciatore D’Alessandro in visita al futuro asilo della CNI

Durante l'estate i lavori di ristrutturazione

Zara, l’ambasciatore D’Alessandro in visita al futuro asilo della CNI

ZARA – L’ambasciatore d’Italia a Zagabria, Emanuela D’Alessandro, si
è recata ieri in visita ufficiale alla Comunità degli Italiani di Zara, accompagnata dal Console d’Italia a Spalato, Paola Cogliandro. A fare gli onori di casa sono stati la presidente della CI Rina Villani, nonché Maurizio Tremul, presidente della Giunta esecutiva dell’Unione Italiana, e Norma Zani, vicepresidente dell’Esecutivo UI con delega all’"Educazione e Istruzione". All’incontro erano presenti pure il vicesindaco di Zara, la direttrice dell’asilo in costituzione, Ivana Aničić, e i rappresentanti di tutte le ditte esecutrici dei lavori di ristrutturazione.Dopo la riunione, definita da Norma Zani “operativa, bellissima, molto chiara e molto decisa”, si sono recati a visitare la villetta che ospiterà l’asilo acquistata dall’UI con i fondi messi a disposizione dal governo italiano. Come ha sottolineato Norma Zani, durante la riunione sono stati determinati i tempi, le modalità e le procedure amministrative da portare a termine per consentire l’inaugurazione del nuovo asilo. "La struttura subirà durante l’estate tutti gli interventi di adeguamento indispensabili per assicurare ai bambini un soggiorno piacevole e sicuro", ha concluso Zani. (erb)

405 - La Voce del Popolo 28/06/12 Zara, l’asilo «Pinocchio» attende l’apertura

Il ministero ha rilasciato l'Atto di costituzione dell'istituzione prescolare a Zara

Zara, l’asilo «Pinocchio» attende l’apertura

FIUME – Il 20 giugno alla Comunità degli Italiani di Zara è stato recapitato il decreto di conformità all’ordinamento giuridico croato dell’Atto di costituzione del Talijanski dje
či vrtić “Pinokio” - Scuola italiana dell’infanzia “Pinocchio”, firmato dal ministro della Scienza, dell’Istruzione e dello Sport ,Željko Jovanović. Un atto che, dopo più di un decennio, "chiude" la parte burocratica inerente all’istituzione dell’asilo d’infanzia per i bambini della CNI di Zara.

Norma Zani, vicepresidente della Giunta Esecutiva dell’UI con delega all’"Educazione e Istruzione", ha spiegato la dinamica di questo percorso molto sofferto. Il tutto richiedeva l’approvazione, da parte dell’Agenzia per l’educazione e l’istruzione della Croazia, del programma di lavoro specifico per l’insegnamento della lingua italiana come lingua materna (L1), nonché l’ottenimento del rilascio del decreto del ministero della conformità dell’Atto di costituzione dell’istituzione prescolare alle disposizioni giuridiche in vigore in Croazia.

«STOP AND GO» "Per il programma di lavoro non abbiamo avuto alcun problema, l’approvazione è giunta in tempi regolari, a febbraio. Per l’Atto di conformità, invece, ci sono stati degli intoppi. Infatti, il ministero della Scienza, dell’Istruzione e dello Sport ha contestato alla CI di Zara (cioè ad un’associazione di cittadini) il diritto di fondare un’istituzione con programmi pedagogico-didattici per la minoranza. Di conseguenza, è stato negato l’assenso alla denominazione bilingue". L’UI ha fatto ricorso, poi il ministero della Scienza, dell’Istruzione e dello Sport ha richiesto il parere del ministero dell’Amministrazione, il quale il 29 maggio ha espresso il proprio parere favorevole.

SOVRAPPOSIZIONE DI LEGGI "C’è stata una sovrapposizione delle leggi: quella speciale che prevede che le istituzioni educativo-istruttive per le minoranze hanno il diritto di recare la dicitura bilingue e di applicare i programmi specifici, e quella sull’uso della lingua delle minoranze. Quest’ultima stabilisce i territori nei quali è possibile avere diciture bilingui (ad esempio, in Istria sì, a Fiume no). Poi, il 6 giugno il ministro Jovanovi
ć ha sottoscritto il decreto, che è giunto alla CI di Zara il 20 giugno. Questa ha subito informato l’UI, accludendo la copia della richiesta di registrazione dell’istituzione prescolare presso il Tribunale di Zara".

COPERTURA DEI COSTI Norma Zani ha ricordato che "alla copertura dei costi di costituzione parteciperà anche la municipalità di Zara. È stata una battaglia della CI di Zara, della sua attuale presidente Rina Villani, degli esuli zaratini, ma a portare avanti il tutto è stata l’UI." Per ciò che concerne i quadri, Zani ha rilevato che già due educatrici del futuro asilo hanno partecipato alla loro prima forma di aggiornamento linguistico-culturale alla Ca’ Foscari di Venezia, organizzato nell’ambito della collaborazione UI-UPT. Per la presidente della CI, Rina Villani, Zani ha sottolineato che "è molto attiva, vigile, insistente, ha fatto tutto ciò che le è stato richiesto. Ha contattato tutti, dall’amministrazione cittadina a chi deve eseguire gli ultimi ritocchi all’edificio, in maniera che ora, dopo che il è documento giunto da Zagabria, le carte amministrative saranno pronte in brevissimo tempo".

IL RUOLO DELLA CITTÀ L’asilo sarà sistemato in una villetta, acquistata dall’UI, nella quale i lavori di riassetto sono veramente minimi (adeguamento dei bagni all’età dei bambini, tinteggiatura e simili). Rina Villani ha messo in evidenza che sono a disposizione 4 maestre d’asilo, che sono già iscritti 23 bambini e che le iscrizioni si concluderanno il 20 di agosto. "Abbiamo l’opportunità di aprire due sezioni, una per i bimbi da 1 a 3 anni, l’altra per quelli da 3 a 6. Le quattro insegnanti saranno finanziate dalla Città, per il resto dobbiamo autofinanziarci. Voglio sottolineare che la Città di Zara non ha mai osteggiato questo asilo d’infanzia, anzi. Lo vuole quasi quanto noi". Villani ha concluso con la speranza che da venerdì le cose andranno più veloci. Infatti, per il 29 giugno è prevista la prima visita ufficiale a Zara dell’Ambasciatore d’Italia a Zagabria, Emanuela D’Alessandro, che presso la CI di Zara incontrerà la presidente Rina Villani, il console italiano a Spalato, Paola Cogliandro, il presidente della Giunta esecutiva dell’UI, Maurizio Tremul, e Norma Zani.

Erika Ble
čić

406 - La Voce del Popolo 28/06/12 Zara, 23 bambini all’asilo italiano «Pinocchio»

Venerd
ì una riunione operativa nella città dalmata

Zara, 23 bambini all’asilo italiano «Pinocchio»

Alla Comunità degli Italiani di Zara è stato recapitato il decreto di conformità all’ordinamento giuridico croato dell’Atto di costituzione della Scuola italiana dell’infanzia "Pinocchio", firmato dal ministro della Scienza, dell’Istruzione e dello Sport Željko Jovanovi
ć. Un atto che, dopo più di un decennio, "chiude" la parte burocratica inerente all’istituzione dell’asilo d’infanzia per i bambini della CNI di Zara.Norma Zani, vicepresidente della Giunta Esecutiva dell’UI con delega all’"Educazione e Istruzione", ha spiegato la dinamica di questo percorso molto lungo e sofferto, che si è concluso il 6 giugno quando il ministro Jovanović ha sottoscritto il decreto, che è giunto alla CI di Zara il 20 giugno. Questa ha subito informato l’UI, accludendo la copia della richiesta di registrazione dell’istituzione prescolare presso il Tribunale di Zara.

L’asilo sarà sistemato in una villetta, acquistata dall’Unione Italiana. La presidente della Comunità degli Italiani di Zara, Rina Villani, ha messo in evidenza che sono a disposizione 4 maestre d’asilo, che sono già iscritti 23 bambini e che le iscrizioni si concluderanno il 20 di agosto. Il 29 giugno è prevista una visita a Zara dell’Ambasciatore d’Italia a Zagabria, Emanuela D’Alessandro, che presso la CI di Zara incontrerà la presidente Rina Villani, il console italiano a Spalato, Paola Cogliandro, il presidente della Giunta esecutiva dell’UI, Maurizio Tremul e Norma Zani.

Erika Ble
čić

407 - Il Piccolo 27/06/12 Slovenia condannata per i "cancellati", I “magnifici otto” che hanno resistito

Slovenia condannata per i “cancellati”

La Corte europea: «Ha violato i diritti dell’uomo». Lubiana dovr
à risarcire i 25.600 ex jugoslavi privati della cittadinanza

di Mauro Manzin

TRIESTE Colpevole. La Grande camera della Corte europea per i diritti umani (una sorta di Corte d’appello) ha condannato la Slovenia relativamente alla vicenda dei cosiddetti "cancellati". La sentenza si articola in due parti.

La prima prevede un indennizzo di 20mila euro ciascuno a sei degli otto proponenti la causa contro Lubiana per danni morali, più 30mila euro per le spese processuali. Ma la parte più "interessante" è quella in cui la Corte sancisce un anno di tempo alle parti, ossia Stato sloveno da una parte e legali delle parti offese assieme alle organizzazioni non governative coinvolte dall’altra, per trovare un accordo relativo al risarcimento dei danni patrimoniali. E questo non solo ai sei vincitori della cuasa, ma a tutti i 25.671 "cancellati". «Dovremo metterci attorno a un tavolo - spiega l’avvocato Andrea Saccucci che ha patrocinato i "cancellati" - e ragionare assieme per elaborare criteri uniformi e standardizzati ma che prevedano comunque una gradualizzazione a seconda dei singoli casi. È chiaro che si dovranno trovare criteri generali come l’età, o il fatto che molti sono stati addirittura espulsi dalla Slovenia». Il vero problema però è che attualmente le cause (179 secondo gli ultimi dati ufficiali) aperte nei tribunali sloveni venivano cassate in quanto secondo la legge il "reato" è caduto in prescrizione (si parla di una vicenda avvenuta 21 anni fa). Ora però la Corte europea ha stabilito che tale principio non può essere più valido imponendo il risarcimento alla Slovenia. Il cui Parlamento dovrà ora "inventarsi" una legge ad hoc che renda esecutiva la sentenza di Strasburgo.

Tutto ha avuto orgine dopo l’avvenuta proclamazione dell’indipendenza della Slovenia (25 giugno 1991). In quel momento è entrato in vigore il cosiddetto "Citizenship Act" ossia la legge sull’ottenimento della cittadinanza del nuovo Stato indipendente. Il termine previsto dalla norma era di sei mesi e venne in scadenza il 25 dicembre del 1991. Un Natale amaro per molti.

Infatti alla data dell’indipendenza vivevano e lavoravano in Slovenia 200mila persone cittadine degli altri Paesi della ex Jugoslavia. Entro il termine di legge del 25 dicembre 1991, 171.132 hanno legalizzato la propria posizione ottenendo la cittadinanza slovena. Per gli altri iniziò l’inferno.

Il 26 febbraio del 1992 i loro nomi furono cancellati dai registri anagrafici della Slovenia. Loro non erano nessuno. Il fatto è che il tutto è avvenuto senza avvisare gli interessati, molti dei quali vennero a scoprire del loro status di "dannati" per esempio al momento del rinnovo di un documento. Chi aveva lavorato anche 30-40 anni nel Paese veniva privato dei contributi per la pensione. Altri persero la casa e le proprietà, non potevano più lavorare o viaggiare, e hanno vissuto per anni da homeless in quel Paese che nel 2004 è diventato una stella d’Europa. A partire dal 26 febbraio 1992, 25.671 cittadini della ex Jugoslavia hanno perso il loro status di residenti. Gradualmente il loro numero è diminuito in quanto molti hanno abbandonato la Slovenia ottenendo la cittadinanza negli altri Stati ex jugoslavi, altri furono espulsi mentre 7.899 hanno ottenuto la cittadinanza slovena anche grazie ad alcune sentenze della Corte costituzionale. Nel 2009

13.426 dei "cancellati" non avevano alcuna posizione regolare in Slovenia e la loro residenza era sconosciuta. Intanto, nel 2006, undici "cancellati"

ricorse alla Corte europea per i diritti dell’uomo. Nel luglio del 2010 la Corte sancì la colpevolezza della Slovenia, la quale però ricorse in appello. Ieri la sentenza definitiva della Grande camera con la quale si chiude un’altra tragica pagina legata alla morte della Repubblica federativa socialista di Jugoslavia. Una pagina che, secondo i giudici di Strasburgo, ha visto porre in essere «una pulizia etnica amministrativa». Non meno cruenta di quella imposta sul terreno dalle milizie armate.

I "magnifici otto" che hanno resistito

Un fatale 25 dicembre Il termine entro cui richiedere la cittadinanza è scaduto nel Natale 1991 Più di 200mila le persone interessate la sentenza di Strasburgo I giudici hanno definito la vicenda «una pulizia etnica amministrativa» Inutile il ricorso in appello da parte dello Stato

"Caso Kuric e altri contro la Slovenia (protocollo n° 26828/06)": così recita il fascicolo relativo alla causa dei "cancellati" davanti alla Corte europea per id iritti dell’uomo di Strasburgo. A denunciare Lubiana sono stati inizialmente in undici, poi rimasti in otto, e i loro nomi sono:

Mustafa Kuric e Velimir Dabetic, entrambi persone senza Stato (stateless persons); Ana Mezga di nazionalità croata, Tripun Ristanovic, cittadino della Bosnia-Erzegovina; Ljubenka Ristanovic, Ali Berisha e Zoran Minic tutti di nazionalità serba secondo il governo sloveno e Ilfan Sadik Ademi ora cittadino della Macedonia. Tutti e otto sono cittadini dell’ex Repubblica federativa socialista di Jugoslavia che avevano la loro residenza permanente in Slovenia. In seguito alla dichiarazione di indipendenza della Slovenia (giugno 1991) non hanno rispettato i termini temporali previsti dalla legge (entro il 25 dicembre 1991) per presentare la domanda per acquisire la cittadinanza slovena. Quindi il 26 febbraio del 1992 i loro nomi furono cancellati dall’anagrafe e dai registri pubblici della Slovenia.

Loro però non si sono arresi e ieri la Corte di Strasburgo ha dato loro ragione. (m. man.)

408 - Il Piccolo 28/06/12 Dall'Istria a Zagabria in treno, un'odissea di sette ore

Dall’Istria a Zagabria in treno, un’odissea di sette ore

POLA L'Istria non sembra trovarsi in Croazia, almeno dal punto di vista dei collegamenti ferroviari. Viaggiare in treno fino a Zagabria equivale a un'odissea in quanto ci vogliono 7 ore con due cambi, mentre il viaggio in auto dura 3 ore e in pullman 4. L'odissea diventa via crucis per i malati che dall'Istria devono recarsi per le cure e visite mediche specialistiche nella capitale croata. Perchè l'assicurazione sanitaria rimborsa solo la spesa per il trasporto più conveniente, il treno appunto. Chi vuole viaggiare più comodamente, deve pagare la differenza di tasca propria. A richiamare l'attenzione su una situazione insostenibile è Bozo Bencic di Bagnole, invalido al 100% che dopo aver vissuto il martirio in prima persona ha scritto una lettera a diversi ministri, ai deputati istriani e ad altri esponenti politici in cui narra la sua avventura. Partenza in treno da Pola alle 14.27, arrivo a Lupogliano alle 16.09, con trasferimento in autobus a Fiume dove si arriva alle 16.55. Da qui altro treno alle 17.10 per Zagabria con arrivo nella capitale alle 21.30. Per tornare a Pola bisogna aspettare il giorno dopo. Dunque partenza in treno da Zagabria alle 6.30 con arrivo a Fiume alle 10.34, da qui sull'autobus per Lupogliano con arrivo alle 11.25.

Poi altro treno per Pola che arriva a destinazione alle 13.15. Per la visita medica dunque ci vogliono tre giorni: il primo per arrivare a Zagabria, il secondo per andare dal dottore e il terzo per il ritorno. Il viaggio dunque comporta due pernottamenti che l'assicurazione sanitaria non riconosce. Il paziente deve pagare di tasca propria e arriva alla conclusione che invece di pagare l'albergo per due notti, gli conviene comunque viaggiare in pullman anche se quello descritto da Bencic è il modo di viaggiare considerato dalla mutua. L' Istria dunque non ha un collegamento ferroviario diretto con l'interno del Paese. Ce l'aveva ai tempi della Jugoslavia, quando per arrivare a Zagabria si passava attraverso la Slovenia. Ma l'intera rete ferroviaria croata sarebbe da ristrutturare in quanto da troppo tempo non si è investito nulla per la sua manutenzione. Ed è cosi che si spiegano anche i frequenti incidenti, alcuni con morti. (p.r.)

 

409 – la Voce del Popolo 23/06/12 Fiume - I bimbi della CNI rischiano il posto all'asilo

NESSUN DIRITTO DI PRECEDENZA ALL’ISCRIZIONE NEGLI ISTITUTI CON LINGUA D'INSEGNAMENTO ITALIANA

I bimbi della CNI rischiano il posto all’asilo

Con la fine dell’anno scolastico sono iniziate le iscrizioni alle scuole e agli asili italiani di Fiume, e sono venuti subito alla luce determinati problemi legati al numero di bimbi e ragazzi e ai criteri applicati nella scelta di coloro che frequenteranno le istituzioni. All’ultima seduta del Consiglio della minoranza della Città di Fiume prima della pausa estiva, organo presieduto da Irene Mestrovich, sono stati discussi alcuni importanti punti dell’ordine del giorno, legati, appunto, ai criteri di selezione dei candidati agli asili italiani.

L’INTERESSE NON MANCA Viviana Cesarec, educatrice all’asilo "Topolino", ha presentato le cifre registrate finora, in quanto a interessati all’iscrizione. Al centro prescolare "Gardelin" di Zamet sono pervenute 31 domande, delle quali sette sono state respinte, per un totale di 24 bambini iscritti. All’asilo "Mirta" sono pervenute 37 domande e gli iscritti sono 26, mentre al nido "Mirta" le domande sono 17 e gli iscritti 14. All’asilo "Belvedere" sono stati accettati tutti e 18 i candidati. Il centro prescolare "Maestral", ovvero l’asilo "Gabbiano", ha registrato 24 domande, di cui 21 iscritti. L’asilo "Zvonimir Cviji
ć” ha iscritto tutti e 22 i candidati, mentre l’asilo “Topolino” ne ha respinto soltanto uno, per un totale di 23 iscritti. Le iscrizioni rimarranno aperte fino al 6 luglio, ma i numeri non dovrebbero subire cambiamenti significativi.DISCRIMINAZIONE POSITIVA La precedenza all’iscrizione è data ai bimbi di famiglie con più di tre figli minorenni, ai bimbi disabili o figli di disabili, ai figli di combattenti, ai bimbi i cui genitori lavorano entrambi o ai figli di famiglie a genitore unico.

Cesarec ha ricordato che non esiste un documento che decreti la precedenza dei bambini di nazionalità italiana, italofoni o figli di italofoni. "Le educatrici dell’asilo ‘Topolino’ – ha spiegato Cesarec – decisero già nel 1967 di introdurre una discriminazione positiva al momento dell’iscrizione all’asilo.

I bimbi della CNI, quindi, anche se non sempre adempievano alle altre condizioni, sono stati favoriti e abbiamo sempre cercato di inserirli nell’asilo, indirizzando i bambini croati verso altre istituzioni.

Ultimamente, però, sono nati dei contrasti con il nido e l’asilo ‘Mirta’, che sembrano ignorare questa regola. I genitori dei bimbi che hanno frequentato il nido, infatti, insistono per far passare i bimbi direttamente all’asilo e le educatrici, nonché la pedagogista, li assecondano a scapito dei bimbi della minoranza".

IL BENESTARE DELLA DIREZIONE Viviana Cesarec ha proposto ai consiglieri, dunque, di inoltrare al dipartimento cittadino per l’educazione e l’istruzione, con a capo Sanda Sušanj, e al sindaco della Città di Fiume, proprietaria degli asili, una richiesta di legittimazione della selezione in base alla lingua e all’appartenenza nazionale.

Gordana Rena, direttrice degli asili fiumani, in via ufficiosa ha già dato il proprio benestare all’iniziativa e alle decisioni prese all’attivo delle educatrici degli asili in lingua italiana, tenutosi il 27 aprile del 2010 riguardo alla discriminazione positiva.

Irene Mestrovich ha messo al voto la proposta, sostenuta all’unanimità dai presenti. La decisione verrà inoltrata per conoscenza a Patrizia Pitacco, dell’Agenzia per l’educazione e l’istruzione.

UN CONTRIBUTO PER IL MENABÒ Un altro punto dell’ordine del giorno ha riguardato il finanziamento del giornalino scolastico dell’ex-Liceo che, vista la riduzione delle sovvenzioni da parte dell’Unione Italiana, ha incontrato degli ostacoli. Il Consiglio ha approvato il versamento di duemila kune per saldare il debito nei confronti della tipografia.

Stella Defranza

410 - L'Arena di Pola 27/06/12 Se ne deve ancora parlare, eccome!

Se ne deve ancora parlare, eccome!

Avevamo scritto, definendolo un buon segno, che la stampa croata aveva ignorato il nostro raduno. Sbagliato! Come risulta dall'articolo pubblicato a pagina 4, sia pure con lieve ritardo, lo ha preso in considerazione trattandolo con obiettività, con toni leggermente critici ma, comunque, non negativi. Di detto articolo due, in particolare, sono i punti meritevoli di commento. Il primo riguarda il quasi rimprovero rivoltoci per aver aspettato 20 anni, dopo l'implosione dell'ex Jugoslavia, per ritornare nella nostra Città, delineando anche una - non la sola - ragione per detto ritardo: la necessità che intercorresse un ricambio generazionale o, quantomeno, una maturazione nell'ambito della vecchia nomenclatura dell'Unione degli Italiani. In effetti, però, i nostri primi contatti con i "rimasti" di Pola, come più volte evidenziato, sono iniziati sin dal 1991 e sono andati consolidandosi con il tempo sino a consentirci di realizzare i nostri due ultimi raduni nella Città natale, ancorché né l'uno né l'altro dei predetti processi possa dirsi testé concluso. Il secondo, invece, concerne il dubbio espresso dall'autore che il nostro attuale impegno, volto alla "ricucitura", possa risultare anacronistico, superato e che pochi siano oggi disposti a seguirci sulla strada intrapresa od anche solo a prestarci attenzione.

È un dubbio dal quale rifiutiamo di farci influenzare, convinti come siamo dell'assoluta necessità di perseverare, nella speranza che, o prima o poi, se ne possano raccogliere i frutti. Infatti, se da un lato il nostro attuale impegno è volto a conservare e consolidare, nei limiti più ampi possibili, l'italianità di quell'Istria a cui ci sentiamo indissolubilmente legati, dall'altro esso è mirato ad instaurare un clima di reciproco rispetto idoneo a consentire un dialogo più sereno ed obiettivo in merito a ciò che è stato e che ha determinato la lacerazione delle nostre originarie comunità. E che non si tratti di una speranza priva di prospettive lo dimostra il fatto - e ci si perdoni la presunzione di ritenere che siano stati proprio i nostri ultimi raduni ad aprire una nuova via - che anche gli esuli da Fiume si stanno apprestando per il loro tradizionale raduno a ritornare nel 2013 ufficialmente nella loro Città e che lo faranno su specifico invito del locale sindaco croato Vojko Ober-snel. È un qualcosa sino ad oggi di pressoché impensabile e che ci si augura possa costituire un esempio, un precedente da seguire anche da parte di altri sindaci, non ultimo, sperabilmente, quello della nostra Pola.

Non è, peraltro, questo il solo motivo per cui è ancora necessario parlare del nostro passato; un passato relativamente al quale ancora poco si sa o si crede di sapere; un poco, tra l'altro, che spesso si discosta alquanto dalla verità.

Da un recente scritto di un "rimasto" (ben noto a noi polesani) si può evincere che "l'ignoranza" di quanto è stato sarebbe dovuta, per quanto li riguarda, al fatto che in famiglia i padri per «per non oberare i figli con le paure ed i fantasmi del passato» non ne abbiano parlato a sufficienza; vi si legge ancora: «ma senza l'ausilio di questa rimozione, del resto, come si fa a rimanere a casa propria restando comunque italiani e, nel contempo, aprire le porte a questa speranza che oggi si chiama convivenza?». Premesso che anche la "non conoscenza" tra gli esuli di più recente generazione, ancorché su scala minore, per paure e fantasmi certamente diversi e per motivi solo in minima parte coincidenti, può essere fatta risalire alla stessa ragione, siamo convinti che l'apertura alla convivenza, più che dalla rimozione - che di per sé non ha mai risolto, ma solo procrastinato, la risoluzione di qual si voglia problema - possa e debba essere favorita da una riconsiderazione, scevra da preconcetti, strumentalizzazioni ed ipocrisie da entrambe le parti, della nostra storia.

Che non sia cosa facile da fare lo dimostra, tra l'altro, una recente affermazione della stessa persona che, in un davvero poco felice tentativo di avvalorare la propria apertura mentale, ha affermato: «Quando si parla di morti assassinati di Vergarolla siamo fuori binario e la deviazione è di destra [ovvero, Ndr, italiana]; quando si dice che fra gli infoibati non vi sono innocenti (posizione a suo tempo espressa dai partigiani istriani), siamo di nuovo fuori binario e la deviazione è di stampo vetero-bolscevico-stalinista [perché, Ndr, non chiamarlo semplicemente slavo-comunista, comprendendo nel termine anche non pochi italiani?]».

Evidentemente non è questo l'approccio corretto all'auspicato dialogo perché se al riguardo è fuori discussione la veridicità della seconda affermazione - ed il nostro omaggio alle vittime della foiba di Terli ha inteso, appunto, sottolinearlo - la NON veridicità della prima è, invece, tutta da dimostrare. Circa Vergarolla, infatti, sussistono tutti i presupposti per poter definire quel fatto un CRIMINE: c'è il mandante (Tito), il movente (la volontà di attuare una pulizia etnica preventiva) e

persino un'illuminante ammissione di colpa (Milovan Gilas: «Io e Kardelij fummo mandati da Tito in Istria per convincere con tutti i mezzi gli italiani ad andarsene e così fu fatto»); che di crimine si sia trattato lo attesterebbero, altresì, documenti di recente desecretati dagli archivi inglesi di Kew Garden che ne indicano anche il probabile autore (Giuseppe Kovacich) e ci sarebbe persino (e qui il condizionale è d'obbligo in carenza dell'evidenza del fatto) chi, co-reo, per crisi di coscienza si è suicidato. Il tutto appare più che sufficiente a suffragare la nostra convinzione di sempre che di un vile attentato si sia trattato e se così non dovesse essere non sta certo a noi il dimostrarlo. Oggi, infatti, è prassi processuale ricorrente che, più che la colpa, sia la "presunzione d'innocenza" a dover essere dimostrata.

Questo di Vergarolla non è che un aspetto particolare, un piccolo tassello di quel puzzle assai complesso che è la nostra storia e su cui è ancora necessario fare chiarezza; un punto che a noi esuli da Pola sta particolarmente a cuore, che sin dalle prime battute ha motivato il nostro ritorno e la cui condivisione costituisce una sorta di "cartina di tornasole", non solo dell'effettiva ricucitura tra esuli e rimasti ma, altresì, della possibilità di una reale riconciliazione, ancora da venire, tra italiani e croati. Il nostro auspicio è, pertanto, che finalmente si trovi la volontà e la forza di affrontare in serenità l'argomento e che_ chi sa, ed indubbiamente qualcuno c'è, si decida a parlare. È un qualcosa su cui - specie all'approssimarsi dell'anniversario di quella tragedia - non possiamo e vogliamo transigere nell'assoluta convinzione che solo un definitivo chiarimento potrà fare di detto episodio, anziché un contenzioso di tipo politico, quel semplice motivo di pietas che tutti, a distanza di tanti anni, dovremmo volere.

Passando dal particolare al generale è, quindi, assolutamente necessario continuare a parlare del passato, non fosse altro perché condiziona tuttora il nostro presente, e tutti dovremmo avvertire l'esigenza di farlo in tempi brevi. La storia, tutte le storie - come noi, più di altri, ben sappiamo - si lasciano scrivere ma solo chi le ha realmente vissute è in grado di confutare e, se del caso, correggere quanto viene scritto. A poterlo ancora fare, con cognizione di causa, siamo rimasti in pochi; poi, chi verrà non potrà fare altro che leggere quanto di noi altri hanno scritto. Di questo tutti, esuli e rimasti, italiani e slavi dovremmo farcene una ragione e darci tutti assieme da fare.

Silvio Mazzaroli

411 – Avvenire 24/06/12 Le Storie - Sulle tracce delle foibe dimenticate, fra slavi e italiani la ricerca di una riconciliazione

LE STORIE A Barbana, tra Pola e Fiume, La voragine di Terli è il simbolo di una memoria rimossa.

Qui nel 1943 i partigiani jugoslavi massacrarono decine di inermi anche donne, anche ragazzini colpevoli solo di essere italiani.

Da allora sull'eccidio calò il silenzio, spezzato soltanto oggi

dal nostro inviato in Slovenia e Croazia

Lucia Bellaspiga

Sulle tracce delle foibe dimenticate

Qualche giorno dopo la strage, nonostante le minacce dei titini, i Vigili del Fuoco di Pola recuperarono i resti di ventisei persone: solo una parte di quelle che giacevano là sotto. Dopo di allora la voragine non fu più ispezionata e nessuno indagò sui colpevoli del massacro

Eccola la nera voragine. Si spalanca all'improvviso in mezzo alla campagna incolta, nessun cartello, nessun sentiero. Di una Croce nemmeno parlarne. Solo un vecchio fil di ferro, sfondato da anni, delimita la foiba di Terli, comune di Barbana, Croazia. Il rischio che qualcuno ci precipiti dentro, evidentemente, è considerato minore del rischio di ricordare quel luogo. Perché è lì, in quell'orrido, che nella notte del 5 ottobre 1943 i partigiani comunisti di Tito gettarono decine di italiani, tutti civili innocenti: nessun gerarca fascista, nessun "nemico del popolo", solo manovali, contadini, fuochisti, un oste, un commerciante (Giacomo Zuccon, nonno materno dell'amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne)... Persino quattro donne, e tre ragazzini. Qualche giorno dopo l'eccidio, nonostante le minacce e gli agguati dei titini, i Vigili del Fuoco di Pola coordinati dal maresciallo Arnaldo Harzarich si calarono nella foiba e recuperarono i resti straziati di ventisei persone: solo una parte di quelle che giacevano là sotto, a centinaia di metri. Dopo di allora, silenzio: la foiba di Terli non fu più ispezionata e nessuno indagò sui colpevoli del massacro, sebbene la gente ne conoscesse nome e cognome. Il luogo fu dimenticato. Giugno 2012. Silenziose, con un macigno sul cuore, duecento persone ripercorrono lo stesso cammino che settantun anni prima in una notte di terrore uomini, donne e ragazzini, legati tra loro con il filo di ferro, fecero sapendo che sarebbero «finiti in foiba». Sono gli esuli istriani del Libero Comune di Pola in Esilio (Lcpe), tornati qualche giorno nelle loro terre per un "Percorso della memoria e della riconciliazione", e con loro ci sono anche gli "altri" italiani, quelli che all'epoca non scelsero la via dell'esodo ma restarono nonostante il regime di Tito. I "rimasti", insomma. Dopo decenni di incomprensioni reciproche, si ritrovano sull'orlo di quella foiba. «Ci abbiamo messo mesi a rintracciarla, occultata com'era, si sapeva solo che esisteva, si conoscevano persino i nomi e le storie delle vittime, ma non dove fosse di preciso», spiega Silvio Mazzaroli, direttore dell'"Arena di Pola", il mensile che in tutto il mondo raggiunge i

polesani della diaspora. E lui che, tenendo per mano Sara, la nipote del maresciallo Harzarich, si sporge sul buio, proprio nel punto in cui gli italiani furono gettati dentro, e lascia cadere una corona con nastro tricolore, «Gli italiani d'Istria, Fiume e Dalmazia». Don Miro Paranaik, parroco di Barbana, benedice con l'acqua santa e guida la preghiera. Molti piangono, il pensiero a un padre, un fratello, un amico sparito nel nulla.

Abbiamo scelto Terli come simbolo degli eccidi compiuti fra il 1943 e il 1945 in Istria perché è una delle poche foibe su cui si hanno certezze inoppugnabili, storicamente importanti per smentire le teorie giustificazioniste o assolutorie», dice Paolo Radivo, storico e giovane consigliere del Lcpe. Ecco infatti cosa avvenne: il 2 ottobre i partigiani con la stella rossa rastrellarono decine di italiani nei paesi intorno a Pola, perché ormai «sapevano troppo» degli eccidi, andavano tacitati prima dell'arrivo dei tedeschi. «Quelli di Marzana subirono una gogna pubblica -continua Radivo, citando le minuziose indagini condotte all'epoca da Harzarich per conto della Procura di Stato provinciale -, costretti a bere nafta davanti alla popolazione impotente». Per tre giorni tutti gli arrestati furono seviziati in un edifìcio di Barbana, poi, all'arrivo dei tedeschi, furono condotti di notte alla foiba di Terli. Nella relazione che Harzarich consegnò nel 1945 al governo militare alleato (Pola restò fino al 1947 sotto l'occupazione e quindi la tutela degli anglo-americani) si legge che su molti corpi c'erano colpi di arma da fuoco in testa, e all'imboccatura della foiba c'erano numerose tracce di proiettile, «segno che gli assassini gli sparavano anche mentre precipitavano».

na foto d'epoca mostra i corpi delle quattro donne. Tre sono le sorelle Radecchi, la più grande delle quali, Albina, era prossima al parto. Rapite da casa subito dopo l'8 settembre, per giorni furono stuprate, poi precipitate in foiba ancora vive. Irriferibili le parole del referto. La quarta donna, Amalia Ardossi, tentato invano di impedire l'arresto del marito, volle seguirlo fino alla morte. I due corpi furono ritrovati legati insieme dal fil di ferro. «E poi c'era Pierto Gonan, commerciante di 52 anni, infoibato col fratello - aggiunge Mazzaroli - per vendetta personale: sei anni prima sua figlia Matilde, diciassettenne, era stata violentata e uccisa da tre jugoslavi poi condannati al carcere. Ecco perché si infoibava, ecco chi erano le vittime, altro che fascisti». Pietro Gonan era addirittura un antifascista, così come i due scalpellini Del Bianco, che per un certo tempo avevano anche militato nel movimento di liberazione jugoslavo ma poi se n'erano distaccati, o Nicolò Carmignani, vecchio comunista di Gallesano. La banalità del male vuole che in foiba si finisse semplicemente per vendetta, per ritorsioni, per invidie, per questioni di cattivo vicinato. E perché si era italiani. Terli, sacrario a cielo aperto. È lì che esuli e rimasti hanno pregato insieme dopo decenni di ostile silenzio, recitando le parole che nel 1959 scrisse Antonio Santin, vescovo di Trieste, "in suffragio delle anime degli infoibati": «Ci rivolgiamo a Te perché tu hai raccolto l'ultimo loro grido. Questo calvario, col vertice sprofondato nelle viscere della terra -hanno detto, lo sguardo al baratro dove ancora riposano chissà quante salme -indica le vie della giustizia e dell'amore». Per i trapassati, «morti senza nome, ma da Te conosciuti e amati», un pensiero di pace. Per i vivi un monito: «Fa' che gli uomini, spaventati dalle conseguenze terribili dell'odio, ritornino nella Tua casa. Per amarsi tutti come figli dello stesso Padre».

LE INIZIATIVE

Fra slavi e italiani la ricerca di una riconciliazione

Questa è la prima manifestazione pubblica mai avvenuta su una foiba. Nemmeno voi vi rendete conto del passo che è stato fatto oggi, dopo sette decenni. Vuol dire che i tempi sono cambiati, ora cambino le persone». Parola di Furio Radin, deputato al Parlamento croato per la minoranza italiana, con gli esuli sulla foiba di Terli. «Tra qualche anno metteremo una croce, ora è troppo presto». Era stato il parroco polacco di Barbana, poco prima, a chiedere un segno sulla foiba: «Da molti anni vivo qui eppure non ne sapevo nulla». Il "Percorso della riconciliazione" ha toccato altri importanti luoghi in cui italiani, ma anche croati e sloveni, furono «vittime degli opposti totalitarismi del '900», nazifascismo e comunismo. Interessante soprattutto la tappa a Capodistria, dove lo stesso governo sloveno nel 2005 ha eretto un monumento con epigrafe bilingue, "Cavità carsiche - Vittime della guerra e delle esecuzioni nel dopoguerra - nazionalità sconosciuta". Vi sono sepolti metà dei 130 cadaveri rinvenuti nel 1991 da una commissione di storici e speleologi in undici foibe, esplorate su mandato del Comune dopo che a Capodistria erano stati notati alcuni ragazzi che sul fanale del motorino avevano montato teschi umani. «Nelle undici cavità furono trovati scheletri, tonache di sacerdoti, uniformi di Carabinieri, di tutto. Il mandato era identificare le salme e dar loro sepoltura, ma appena emersero le responsabilità il caso fu insabbiato e le foibe riempite di immondizia», racconta Mazzaroli. I membri della commissione furono licenziati, ma riuscirono a pubblicare il tutto su una rivista speleologica italiana. In tutta l'Istria si ha notizia ufficiale di venticinque foibe, ma molte di più sono quelle di cui non resta traccia, se non nella memoria di chi, però, non parla.

(LBell.)

 

412 - La Nuova Voce Giuliana 16/06/12 Vento in poppa - Miur e le Associazioni degli Esuli istriani-fiumani-dalmati per le scuole un seminario due concorsi

VENTO IN POPPA

PER LE SCUOLE UN SEMINARIO E DUE CONCORSI

Spira ancora vento in poppa al Tavolo di lavoro fra Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca e le Associazioni degli Esuli istriani-fiumani-dalmati e spinge verso il porto di Trieste anche il quarto seminario nazionale per docenti sulle "Vicende del confine orientale e il Giorno del Ricordo", programmato a grandi linee nella seduta romana del 12 giugno u.s.

Un buon refolo è arrivato anche questa volta, come e più dello scorso anno, dall’Ufficio Scolastico Regionale del Friuli Venezia Giulia, che era presente alla riunione con il Direttore generale Daniela Beltrame, che ha caldeggiato, subito all’inizio della riunione, che il seminario si svolgesse nuovamente nel capoluogo giuliano, dopo il successo riscontrato lo scorso anno.

Il Direttore si è impegnato in solido quindi anche questa volta, mettendo ancora a disposizione tutto il suo staff, che si era mostrato efficiente e generoso, oltre a un contributo finanziario.

L’impegno dell’USR si è prodigato nell’anno appena trascorso anche con il coinvolgimento dei sessantacinque neoassunti, che nell’ambito delle loro quaranta ore di formazione sono stati aggiornati anche sulla storia e le vicende della Venezia Giulia.

Il seminario, dunque, si terrà a Trieste, con il titolo abbozzato "La storia del confine orientale nell’insegnamento scolastico: prospettive future".

Nella prossima riunione si stabiliranno gli interventi degli esperti che verteranno, appunto, sulle modalità dell’insegna-mento della storia nel nostro territorio, a partire dalle carenze dei libri di testo, colmate dalle competenze dei docenti – quando competenze ci sono…! –. Potranno essere sfruttati in questa occasione i lavori di ricerca già svolti da diversi gruppi di docenti sui testi scolastici, quello di Maria Ballarin, Raoul Pupo, Roberto Spazzali, Fabio Todero e altri. Si tratterà poi delle nuove tecnologie a scuola, anche perché ormai i testi classici sono affiancati e talvolta

soppiantati dai sussidi multimediali.

Infatti in classe si fa lezione sempre più spesso con le moderne LIM, lavagne interattive multimediali, una via di mezzo tra la lavagna tradizionale e il maxischermo computerizzato, che sempre più numerose appaiono nelle aule scolastiche e permettono una docenza quanto mai vivace e partecipata agli studenti.

L’ultima parte del seminari, infine, sarà dedicata alle "buone pratiche" della didattica, ovvero agli interventi di docenti che già hanno attuato nelle loro classi un insegnamento della storia che va al di là della classica lezione frontale, affrontando invece, insieme ai ragazzi, gli snodi più importanti che riguardano le nostre vicende. Gli insegnanti in questione, che dovrebbero illustrare i lavori svolti nell’ambito di una ricerca-azione, sarebbero quelli che nell’anno scolastico appena concluso hanno già lavorato con gli studenti per un progetto denominato "Europa dell’Istruzione", che ha visto protagonisti nella nostra regione FVG alcuni docenti tutor e un bel gruppo di insegnanti interessati.

Il progetto, a cui si era già accennato in queste pagine, fa parte del Piano interregionale "Esperienze e speranze della Regione Euromeditterranea.

Scuole e territorio per comunità inclusive nella società della conoscenza" e l’azione diretta dalla nostra Regione è quella riguardante "Gli esuli istriani sfollati dopo la guerra presenti nelle Comunità delle quattro regioni ed altrove nell’area adriatico-mediterranea".

Gli esiti verranno "esportati" nei prossimi mesi alle altre tre regioni che vi hanno aderito: Veneto, Marche e Sardegna, interessando così a cascata un ulteriore folto numero di docenti e di ragazzi. I docenti tutor sono lo storico Roberto Spazzali, Franco Cecotti e la sottoscritta; la partecipazione al progetto si deve all’iniziativa di Valentina Feletti, insegnante distaccata all’USR del FVG, sensibile alle nostre vicende.

Il Concorso per le scuole che esce dal Tavolo di lavoro, giunto alla terza edizione, avrà come titolo "Cultura e vita materiale tra terra mare nell’Adriatico orientale" e sarà un invito alle classi di ogni ordine e grado ed investigare per

cercare l’impronta dei mestieri tradizionali legati agli elementi naturali nelle arti figurative e nella letteratura.

Nel seminario di febbraio probabilmente non troverà posto la premiazione di questo concorso, diversamente da come era stato per il passato. Questa scelta è stata operata sia per dare il giusto spazio ai ragazzi, che nel seminario per docenti stavano ovviamente un po’ a disagio, sia per non togliere tempo alle relazioni degli esperti

che sono seguite dagli insegnanti sempre con molta attenzione. Nei prossimi giorni si definiranno il luogo e le modalità di premiazione dei ragazzi, che potrebbero essere un altro trampolino di lancio per la conoscenza della nostra storia e cultura in tutta Italia. Senza voler anticipare troppo, se un’ambita proposta formulata dal Tavolo andrà in porto, come è sperabile, ne daremo tempestiva notizia anche sulle pagine dei quotidiani locali.

A metà strada tra oggi e il seminario del 22-23 febbraio c’è poi la premiazione del Concorso "Classe turistica" promosso dal Touring Club Italiano che vedrà il soggiorno a Grado, dal 17 al 20 ottobre prossimi, di circa duecento

ragazzi premiati della secondaria di secondo grado con i loro accompagnatori (una cinquantina tra professori

e altri). Gli elaborati giunti al TCI e partecipanti al concorso sono stati oltre cinquecento e gli studenti che in qualche modo si sono interessati di storia, geografia, arte, letteratura, tradizioni… di Istria, Fiume e Dalmazia sono un numero altissimo, difficilmente raggiungibile con mezzi diversi dal Concorso Touring. Alcune delle scuole che

hanno partecipato sono state in gita (pardon: viaggio di istruzione) in qualche località dell’Adriatico orientale e ci andranno in ottobre i vincitori, durante questa tre giorni che li vedrà salutati dalle Autorità regionali e visitare le nostre belle località giuliane tra Grado e Pirano, oltre, ovviamente, ai Luoghi della memoria ma anche a cene di Gala, tuffi in piscina termale, visione di film storici sul confine orientale, esposizione dei loro elaborati e altre coinvolgenti attività.

Nei prossimi giorni si definirà maggiormente il programma e poi appuntamento a fine luglio al Ministero perché il Concorso sia pronto alla riapertura delle scuole e per gli ultimi dettagli del Seminario.

Poi si spera in un po’ di tregua… e impegni solo famigliari!

Chiara Vigini

413 - La Voce del Popolo 26/06/12 Per capire gli italiani dell'Istria bisogna leggere le loro opere

Fa tappa a Cittanova «Residenze estive», evento transfrontaliero

Per capire gli italiani dell’Istria bisogna leggere le loro opere

CITTANOVA – "Bisogna leggere le nostre opere per capire gli italiani dell’Istria - così Silvio Forza, direttore della Casa editrice EDIT di Fiume, alla 13esima edizione di "Residenze estive", tappa di Cittanova, che si è tenuta alla locale Comunità degli Italiani -, anche perché oggi viviamo in un ambiente di estrema convivenza, a differenza di prima, quando all’epoca dell’ex Jugoslavia non poteva nascere una letteratura che raccontasse il disagio.

"Residenze estive", è un festival di poesia e laboratorio culturale organizzato a cura dell’Associazione & Rivista "Almanacco del Ramo d’Oro", in collaborazione con Il Ramo d’Oro Editore e il Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico. È un progetto che comprende varie espressioni ed esperienze artistiche e attraverso contaminazioni di linguaggi, visioni e prospettive differenti, crea occasioni di confronto e scambio fra poeti, scrittori e artisti di diverse tendenze, mediante rapporti formali e non.

DEDICATO A FULVIO TOMIZZA L’omaggio letterario dell’edizione 2012 è stato dedicato a Fulvio Tomizza, protagonista del documentario proiettato durante l’apertura della manifestazione, giovedì 21 giugno, cui sono seguiti commenti e letture poetiche, con molti protagonisti noti: Sanja Roic, dell’Università di Zagabria, Livio Dorigo, Presidente del Circolo "Istria", e i poeti Marko Kravos, Enzo Santese, Adriana Giacchetti, Gianluca Paciucci, Roberto Dedenaro, Mary Barbara Tolusso, Marina Moretti, Luigi Nacci, Claudio Grisancich. Il giorno seguente, venerdì, l’evento si è trasferito in Croazia, a Matterada, nella casa e nei luoghi della creazione letteraria di Tomizza, e a Cittanova per un incontro con la Comunità italiana e con l’Associazione Donne d’Europa.

NON ESISTE ALCUN «ISSIMO» Silvio Forza ha spiegato agli ospiti quella che è stata la storia passata e recente degli italiani di queste terre, di tante storie diverse, dei due irredentismi - croato e italiano - del fatto di essere un’area di confine ma anche del fatto che "Non esiste un’Istria italianissima o croatissima". Perché questo discorso? Principalmente perché Forza ha voluto spiegare il teatro nel quale la gente dell’Istria ha imbastito il proprio destino, cosa ha scritto nel corso degli anni, e come l’ha fatto.

Ha parlato un gran bene di Liglio Zanini, Loredana Bogliun, Ester Barlessi, Nelida Milani e tanti altri ancora, come Roberta Dubac. E, bisogna dirlo, Forza l’ha fatto in modo chiaro, semplice, istruttivo, in modo da far capire chi siamo veramente, come abbiamo vissuto con gente che non parlava l’italiano dopo la II Guerra, e anche dopo, con l’esodo. Ha detto chiaramente che per conoscerci bisogna leggere. E ha aggiunto che la libreria della CNI è ben rifornita, con tante opere che vanno conosciute. Una tappa, quella cittanovese, senz’altro interessante. L’ha sottolineato anche Gabriella Musetti, ideatrice della manifestazione: "Ogni anno ‘Residenze estive’ si tiene in una località diversa proprio perché la tappa istriana ha sempre molto da dire, come oggi a Cittanova".

Franco Sodomaco

414 – La Voce del Popolo 28/06/12 Mattuglie, una «cartolina» indimenticabile

RICORDATO IL TRANSITO DEL PRIMO TRENO DELLA NEOCOSTRUITA FERROVIA, AVVENUTO IL 25 GIUGNO 1873

Mattuglie, una «cartolina» indimenticabile

Cartolina di Mattuglie, nome che indica non l’usuale rettangolo di carta da affrancare e affidare alle poste, ma una "cartolina su ruote di ferro" che una volta all’anno, nella seconda metà di giugno, fa muovere una comitiva di turisti sulla tratta da Mattuglie a Sappiane a ricordo di quel 25 giugno 1873 quando transitò qui il primo treno delle neocostruita ferrovia San Pietro del Carso-Fiume. La città portuale non era però l’unica destinazione. Con uno sguardo proiettato acutamente al futuro, già alla concezione dell’opera i finanziatori la inserirono in un’ottica di valorizzazione immediata della costa sottostante per trasformarla in un’area turistica d’eccellenza.

A ricordo di quei giorni, in collaborazione con vari altri enti ed associazioni – in larga parte volontarie –, la Comunità turistica di Mattuglie, diretta dalla dinamica direttrice Marijana Kal
čić Grlaš, la quale già da cinque anni promuove da queste parti un’escursione ricreativa fra ciclisti, nell’ultimo biennio ha allestito questa "Matujska kartulina", ovvero un’escursione in treno fino a Sappiane con visita del posto e pranzo in un locale, rustico sì, ma con una cucina da... leccarsi veramente i baffi, come si è visto lunedì scorso, ultima giornata del ponte festivo.

La partenza da Mattuglie è avvenuta poco dopo mezzogiorno, decisamente ora degli amanti di lunghe dormite, ma imposta giocoforza dall’orario ferroviario. A Sappiane, alla discesa dal convoglio, il primo attestato d’accoglienza con il rinfresco – parola da prendere proprio alla lettera, data l’ostinazione del termometro a mantenersi, sia pure di poco, al di sopra dei trenta gradi – e un gruppetto di flessuose damine in costume d’epoca. Belle quanto artisticamente dotate come scopriremo dopo, in quanto da tempo attive nel complesso tutto femminile, dal nome "Rožice". Su tutto però dominano le fisarmoniche tanto che, calura a parte, c’è subito chi si cimenta in qualche passo di danza.

La prima tappa è al centro d’istruzione dei vigili del fuoco volontari, che si eseguono due operazioni dimostrative di spegnimento e salvataggio, mentre la tappa successiva è alla vecchia officina del fabbro di Franko Sim
čić, universalmente noto come Pice. Più che un’officina è un’esposizione permanente di attrezzi usati da fabbri, maniscalchi, scalpellini, e poi arredi, finimenti, parti di carri e aratri, gerle, ecc. Un ambiente, insomma, che appagherebbe anche un docente universitario della materia. Peccato che, pur affacciato sulla strada che conduce al confine, non fruisca di un maggior numero di visitatori.

Poi il momento più atteso, con il lauto pasto (a un prezzo più che contenuto) all’ombra riposante degli ippocastani, nell’attesa del treno del ritorno. Una giornata distensiva e appagante, se si esclude la pesantezza derivante dal ripetuto uso della forchetta e dall’apprensione nel dover affrontare la strada che porta alla stazione che, manco a dirlo, è tutta in forte salita...

Mario Simonovich

415 – La Voce del Popolo 23/06/12 Speciale - Visinada, sull'antica via Flavia

di Mario Schiavato

VISITA A UN PAESE INTERESSANTE CHE SIGNOREGGIA UN TERRITORIO FORMATO DA TERRA PARTICOLARMENTE GENEROSA

Visinada, sull’antica via Flavia

Visinada – come cita una guida turistica che annota pure i vari agriturismo sparsi nella sua campagna – è una località che si trova sul tracciato dell’antica via Flavia lungo il fianco meridionale della Valle del Quieto ed è dominato dalla chiesa di San Gironimo rifatta, nelle forme attuali, nella prima metà del secolo diciannovesimo. Da questo paese si gode un panorama davvero eccezionale, signoreggia un territorio formato da terra generosa mentre la profonda valle sottostante è dominata dal colle sul quale sorge l’antica Montona.

«Case sparse come alveari...»

Giuseppe Caprin nel suo volume più volte citato "Alpi Giulie" (Trieste, 1895), afferma: "... Visinada sorride a tutta quella natura obbediente che inghirlanda il lavoro, a tutti quei villaggi e a quelle case sparse tra i campi come alveari d’api presso a pascoli di fiori. Scioltasi dalla soggezione patriarcale, serbò in vita per lunghissimo tempo le istituzioni religiose fuse con le costumanze paesane.

Ancora al principio del secolo scorso contava nel suo non troppo vasto contado (aggiungo che era una baronia minore) ben venti chiese dipendenti dalla collegiata". E più avanti aggiunge: "Le rogazioni che ci ricordano le feste romane della primavera, a Visinada conservavano molte particolarità delle processioni campestri descritte da Virgilio. Narra infatti un cronista che ‘benedette le campagne’, nel ritorno dalla processione, il primo giorno dalle finestre delle case si gettavano sopra gli stendardi ed i devoti grani di frumento e le croci erano inghirlandate di spighe novelle; che nel secondo si gettava dell’uva secca e le croci avevano attorno corone di pampini verdi; che il terzo giorno gettavansi olive e si accerchiavano le croci con tanti ramoscelli di olivi".

«Indipendenza domestica»

"Gli abitanti del luogo – scriveva D.A. Facchinetti nel 1847 sulla rivista "L’Istria" del noto storico Kandler – amano la loro indipendenza domestica e vogliono vivere in case proprie e col frutto delle loro fatiche e dei loro sudori sparsi nelle campagne. Non vogliono esercitare arti o mestieri di sorta. Vogliono essere solo agricoltori e pastori. Nelle case dei più ricchi trovasi anche orologi da muro. Dessi non hanno più bisogno di tali macchine, perché nella misura del tempo, di giorno servonsi del sole e di notte del giro delle stelle; e di poco s’ingannano. Ed alle stelle danno nomi tratti dagli oggetti che li circondano e di cui più sono occupati.

Le vesti, tranne la camicia, sono tutte della loro sargia (lana) domestica, anche nell’estate. Il portare vesti di tela lo terrebbero per disonore e come trasgressione imperdonabile degli usi antichi. Quelli che non hanno alterato i loro costumi ed usi, non vestono mai, neppur d’inverno, il braccio destro che è coperto dalla sola manica della camicia. Sembrano perciò sempre in procinto di fuga o di lotta.

Quando vanno in viaggio, gli uomini cavalcano e le donne fanno loro da pedoni. Una donna crederebbe di vilipendere il proprio marito, facendolo fare da pedone e massime, a vista del popolo! (...)

Sono è vero amichevoli ed ospitali, ma non posseggono un carattere aperto; nell’animo loro si annida la diffidenza, perché sono avvezzi a considerare la vita sempre dal lato peggiore. Vendicativi, anche orgogliosi, talvolta intrattabili, mai succede però che uccidano uno della propria comunità...".

In sito di buon’aria...

Visinada, venne invece così descritta da Prospero Petronio nelle sue note e più volte citate "Memorie dell’Istria sacre e profane": "Visinada o Visinà, è posto in sito di buon’aria, con buonissimo territorio che produce ottimi vini in quantità, formenti et altre biade. Può far la sua terra circa 800 anime. (...) Quella parte del territorio posta a tramontana et a levante è fertilissima, per essere terreni grassi; l’altra verso mezzogiorno e ponente è sterile per essere il territorio rosso e arenoso.

Comincia sovra le costiere de’ monti che fanno sponda alla valle del Quieto sopra l’acque salse e le paludi miste. Sin qui il fiume è stato sinora navigabile, ma al presente si lavora, per ordine pubblico, alla gagliarda, perché si possa navigarlo sin sotto Montona".

Più avanti lo stesso Petronio continua annotando: "... giace la terra di Visinada posta in gentilissime colline piene di buone habitationi, con una bella chiesa dedicata a San Gerolamo, governata da un pievano e da due cappellani e fornita assai bene di sacre suppellettili; è lontana da Bastia (sul Quieto) da tre miglia dalla quale riceve grandi utili per caricar di tutte le cose per Venetia. (…) Venduti poscia l’anno 1530, questi castelli con le loro ville nonché giurisdizione ed entrate, alle illustrissime famiglie dei Contarini e dei Grimani, Visinada toccò agli signori Grimani...".

Gente onorevole ma furiosa...

Più avanti, a sua volta Prospero Petronio descrive gli abitanti e le regole del loro quotidiano vivere: "... Qui la gente è onorevole ma furiosa. Ma si vedono pure molti vecchi et bell’aria nelle persone. Tutto quello che qui si vende e si compra è senza dazio, eccettuate le legna che sono dei Grimani ai quali si paga un certo censo. Tengono ivi questi signori un gentil’huomo il quale giudica ogni causa civile et alcuni casi anche un criminale con quattro giudici fatti dalla Comunità". (...)

Nel luogo ci sono altre cinque chiese assai ben governate dalle confraternite ed altre nove soggette alla Parochiale. Longe un miglio, vi è un bel convento de’ Padri di San Francesco nel quale vi stanno sei sacerdoti. Hanno una chiesa detta della B.V. di Campo molto miracolosa et in devozione a tutta la provincia; si fanno pure quattro fiere franche. Cavano da questo luoco li signori Grimani d’entrata all’anno circa 2000 ducati cavati dalle decime dei vini, delle biade ed ogli".

Annota ancora Prospero Petronio: "In Visinada vi sono della mobilissima famiglia Gavardi, un Colonnello, li Ragucci gentil’huomini di Parenzo con altre buone casade ed è notabile che sovra il suo tenimento vi nascono 17 fontanili...".

Nel seguito della sua descrizione l’autore ricorda le foibe, i laghi, le sorgenti e non si dimentica di annotare anche che "... la maggioranza delle genti del territorio di Visinada sono schiavone". (...) "La comunanza d’origine e di linguaggio era un vincolo che piegava gli uni et gli altri a benevolenza scambievole".

Le fiabe dell’amico Fiore

Quand’ero ragazzo e studiavo a Parenzo, in convitto avevo un amico di Visinada del quale ricordo solo il nome: Fiore. Come me era figlio di contadini e con l’esodo chissà dove sarà finito. Noi due eravamo i più poveri e spesso, dal momento che non disponevamo neppure di scarpe adeguate, venivamo esclusi dalle passeggiate nei dintorni del sabato pomeriggio. Era allora che seduti sotto il grande ippocastano del cortile ci facevamo le confidenze, ci raccontavamo tante cose.

Anche le leggende dei nostri paesi. Fiore quelle degli scoiattoli e delle fate ad esempio, leggende che non ho mai dimenticato e che mi si sono affiorate nella memoria quando, in uno dei miei ultimi peregrinare per l’Istria, nei pressi di Visinada vidi una donna con un grande cappello di paglia in testa, un vestito con un grembiule nero e una zappa in spalla e poco più avanti, su un albero, due scoiattoli che, rapidi, s’arrampicavano sul tronco.

Tre pei del diavolo in te la coda...

Ed ecco dunque alcune di quelle leggende.

Il territorio di Visinada era una volta ricco di foreste di querce che, appunto, ospitavano anche moltissimi scoiattoli. Gli abitanti li ritenevano spiriti buoni dei boschi anche se essendo molto irrequieti dicevano che "i ga tre pei del diavolo in te la coda".

Una volta un taglialegna cadde in una foiba. A dire la verità non si fece molto male, ma non riuscì a uscirne. In fondo alla voragine trovò parecchi di quegli animaletti che svernavano dormendo della grossa su mucchi di foglie secche. Finì col rassegnarsi al suo destino e cercò di sopravvivere leccando, come del resto facevano gli scoiattoli quando ogni tanto si svegliavano, una pietra che era dolce e salata allo stesso tempo.

Finalmente in primavera, quando le bestiole affamate si prepararono a uscire dal loro covo, l’uomo appiccicò ai tre pei de diavolo dela coda un brandello del suo vestito. Questo brandello fu riconosciuto dai parenti che seguirono le bestiole fino al dirupo. E fu lì che udirono le invocazioni del malcapitato e quindi lo poterono trarre in salvo.

Il grembiule delle lacrime

Il grembiule delle lacrime è una leggenda un po’ più triste.

A Visinada una volta viveva una madre che aveva perso l’unica figlia. La poveretta non riusciva a trovar conforto e piangeva e piangeva, asciugandosi le lacrime che le colavano copiose dagli occhi, con il suo grembiule. Una notte le apparve in sogno la figlia la quale la implorò di non piangere più, di recarsi nella chiesa della Madonna del Campo dove doveva lasciare ciò che le fosse capitato di perdere.

La mattina dopo l’infelice madre si recò lesta nella chiesa, pregò a lungo inginocchiata. Quando si alzò per andarsene, le cadde il grembiule col quale tante volte si era asciugate le lacrime. Ricordando la raccomandazione della figlia non lo raccolse e, incredibile a dirsi, da allora non pianse più.

La danza delle fate

La terza leggenda ricorda che nei pressi di Visinada nel buio della notte d’inverno talvolta si alza un vento freddo per annunciare gli spiriti. È allora che, danzando, dal cielo scendono anche le fate. I loro abiti trasparenti fatti di nuvole leggere brillano come se fossero trapunti di diamanti. Quando arrivano sui campi si prendono per mano per una danza ora lenta ora allegra che termina sul far dell’alba. Al sorgere del sole gli abiti fluttuanti perdono i loro gioielli: uno dopo l’altro i diamanti si staccano, cadono e si trasformano nella brina che si stende sull’erba dei campi e dei prati.

Ecco dunque presentato anche questo paese istriano che oggi prospera soprattutto grazie all’agricoltura: grano, vino, olio... e, come abbiamo già detto all’inizio, anche grazie all’agriturismo.

 

416 - Corriere della Sera 25/06/12 Jugoslavia 1947 Storie di esilio e pulizia etnica

Jugoslavia 1947 Storie di esilio e pulizia etnica

U na «pulizia etnica» crudele fu riservata dopo il 1947 a dalmati e istriani di lingua e cultura italiane, costretti ad emigrare per non assoggettarsi al regime di Tito.

Quei profughi furono accolti in parte a Padova, nel campo di Chiesanuova: le loro storie, sul punto d'essere ingoiate dal tempo, sono state recuperate dalla ricercatrice Stellia Pappalardo ne "L'accoglienza dei profughi giuliano dalmati a Padova 1945-47" (Alcione, pp. 206, 10) in cui si rende loro giustizia.

Vite trascurate sia dal ministero italiano che dalle autorità alleate, e osteggiate dal pregiudizio ideologico della sinistra comunista, ricevettero aiuto dalle autorità padovane e dalla popolazione comune, «gemellaggio» ideale che si prolunga attraverso le generazioni.

Dario Fertilio

__._,_.___

417 - Il Piccolo 16/06/12 Il mio Carso da salvare con lo spirito di Spacal Slataper e Kosovel

Il mio Carso da salvare con lo spirito di Spacal Slataper e Kosovel

 

L’ARTICOLO - DI BORIS PAHOR

 

La difesa del territorio originale senza pregiudizi nazionalistici, ma ricordando le pagine dei due grandi scrittori e le tele dell’artista

 

di BORIS PAHOR

Mi rincresce che causa molteplici assenze molta corrispondenza e molta stampa resti in attesa e, specialmente quest’ultima, senza commento, quando è necessario. Così c’è il caso dell’intervento uscito sul "Piccolo" il 24 aprile firmato da Giuseppe Ieraci del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Trieste. Purtroppo già all’inizio l’autore estirpa da un mio scritto riguardante le foibe una frase: «Il male cominciò un quarto di secolo prima», una frase che non era solitaria ma unita alla chiara esigenza che per parlare di foibe bisogna dire di tutto il complesso storico.

Di ciò scrissi su "Il Piccolo" il 17 aprile scorso commentando un molto appropriato articolo di Pietro Spirito. Quindi il signor Giuseppe Ieraci si ebbe una indiretta esposizione di come era sta completata la mia frase che lui toglieva dal contesto e – ciò che è ancor peggio – faceva seguire da supposizioni tutte sue. Diceva, per esempio, che la mia frase si poteva interpretare che le foibe erano state la vendetta per i crimini fascisti, «vendetta comunque comprensibile e scusabile». Non solo rifiuto in modo assoluto le sue considerazioni ma mi meraviglio che si possa lealmente fare delle disquisizioni sulla legge "dell’occhio per occhio" e dare lezione di etica su un’affermazione decontestualizzata.

Affermazione la mia, che per altro non è per niente una "regressione ad infinitum" ma la richiesta di una documentazione storica totale, quale è stata già la proposta dei due governi, italiano e sloveno, con la costituzione della Commissione storico-culturale italo-slovena che doveva esaminare le relazioni delle due nazioni dal 1880 al 1965. I lavori, che erano oltremodo difficili, sono durati più di sei anni, da molti anni però la dichiarazione congiunta esiste – ma è rimasta a Roma nel cassetto. Perché? Ecco la "regressio ad infinitum", signor Ieracci. Ma nonostante tutto egli s’immagina una «comunità di destino», che, per conto mio, già esiste e ci sono già famiglie italiane che «condividono esperienze e problemi quotidiani comuni», ma invece no perché Pahor «ha recentemente attaccato polemicamente gli italiani che si stabiliscono in Slovenia, acquistando immobili, e parlato a tal riguardo di un "colonialismo economico". Ci ha accusato inoltre di essere responsabili dell’aumento dei prezzi delle case nella vicina Slovenia». Come già constatato, anche qui Ieraci cita a modo suo. Nella autobiografia compilata con la giornalista de "Il Sole 24 Ore" Cristina Battocletti io affermo, non polemicamente ma realisticamente, che siamo un po’ più di due milioni accanto a colossi come la Germania e l’Italia, che quando vogliono possono impadronirsi della nostra economia slovena, ciò che da parte italiana già avviene con l’economia, il commercio, acquistando case e terreni. Quindi non c’è attacco di sorta ma una constatazione della Slovenia esposta ad una possibile colonizzazione interna. Perciò quando la Slovenia faceva le pratiche per entrare nell’Unione Europea ero con coloro che sostenevano di agire come aveva fatto la Danimarca, di ottenere cioè una condizione speciale per garantire la propria identità. Non se ne fece niente, nemmeno quando, cadute le frontiere, il popolo carsico si organizzò chiedendo a Lubiana di presentare a Bruxelles il problema dell’identità specifica del Carso.

In Comitato non fu ascoltato e si rivolse a Bruxelles per conto proprio. Allora mi si invitò a partecipare e in quell’occasione dissi che era una mozione gretta, egoistica, protestare adducendo il prezzo del terreno accresciuto con la vendita agli acquirenti italiani. Bisognava invece salvare il Carso come territorio originale, il Carso del grande lirico Kosovel, quello dei quadri di Spacal, quello di Slataper che riconosceva al "bifolco sloveno" il merito di aver trasformato il regno del calcare in territorio delle vigne e dei campi di granturco nelle doline, parola questa di uso internazionale! Sostenni che bisognava salvare l’architettura carsica, perciò chi comperava terreno poteva costruire per uso proprio ma senza intaccare ostentatamente la tradizione, come avviene con la costruzione di case a schiera, che purtroppo già ci sono a deturpare l’ambiente per incompetenza o calcolo dei sindaci e anche dello Stato che prima lascia il potere al sindaco, dopo le proteste della gente decide che avrebbe preso in mano la questione e si sarebbe interessato al già esistente progetto di un parco.

Ma cade il governo e quindi si deve ricominciare tutto da capo. Non mi sono quindi interessato di prezzi né di case né di terreni come tali, ma della regione, e se ho usato il termine colonialismo è stato anche perché pensavo, e in questo ero sì polemico, solo che nell’autobiografia non volevo dilungarmi, pensavo alla dichiarazione che il vicesindaco di Trieste Paris Lippi fece al quotidiano sloveno "Primorski dnevnik" il 14 gennaio 2005 riguardo alle terre cedute alla Jugoslavia: «Noi pensiamo sempre che quella terra è nostra, e ancora sempre pensiamo che sarebbe giusto che dovremmo chiederla alla Slovenia e alla Croazia. Il mondo si evolve, ma siamo coscienti di non poter ottenere tutto ciò che vogliamo. Quantunque per questo combattiamo». Detto in plurale, quel combattiamo, mi fa perciò pensare alla forma, la più adatta, che è l’economica.

L’articolo si chiude, comunque, ancora con il Carso. Che non è né sloveno né italiano, dice Ieraci, e sono contento, perché una volta noi sloveni non avremmo dovuto essere cittadini ma restare solo sul Carso, là è il vostro posto, dicevano molti anche di quelli che nonostante tutto accettavano la nostra esistenza; poi per dare un domicilio agli esuli il Carso è stato nobilitato, come meritava, bene. Ma se io cerco di difendere il Carso tradizionale, che per fortuna ancora esiste, per Ieraci cerco di «attribuirgli identità fittizia» e sono perciò malato del «morbo che si chiama nazionalismo» e «stupisce che avendo in passato sofferto le azioni del nazionalismo fascista, Boris Pahor oggi proponga contro gli italiani nel ‘Carso sloveno’ soluzioni analoghe». Siccome di soluzioni analoghe non si possono trovare né nei miei scritti né nelle mie dichiarazioni pubbliche, l’intervento di Giuseppe Ieraci, in toto accuratamente prolisso, è stato concepito per tentare, senza peraltro riuscirci, di intaccare la mia persona.

 

418 - Agenzia Italiana Stampa Estera - Aise 26/06/12 Pola: Tre nuove tappe in Croazia per la mostra itinerante "Ottavio Missoni" il genio del colore

TRE NUOVE TAPPE IN CROAZIA PER LA MOSTRA ITINERANTE "OTTAVIO MISSONI. IL GENIO DEL COLORE

 

POLA\ aise\ - La Croazia torna ad accogliere un evento espositivo dedicato allo stilista Ottavio Missoni, reso icona dell’eccellenza italiana nel mondo dal proprio inconfondibile segno cromatico.

Sarà infatti inaugurata venerdì prossimo, 29 giugno, alle ore 20.00, presso il Museo d’Arte Contemporanea dell’Istria a Pola la mostra itinerante "Ottavio Missoni. Il Genio del Colore", che ne ripercorre la storia di successo, illustrando alcuni aspetti che rivelano le profonde radici culturali insite nella produzione manifatturiera di alta gamma del made in Italy. Al tempo stesso entro il percorso espositivo si dipana la narrazione a tutto tondo di un intero percorso di vita che ha preso le mosse proprio sulle rive della costa dalmata.

La mostra si articola attraverso tre aree tematiche: la carriera dello Sportivo condotta ad altissimi livelli, l’attività del Creativo capace di costruire solide realtà produttive e la pura e gioiosa avventura dell’Artista.

Nell’evoluzione dei motivi iconografici e del caleidoscopio coloristico di Missoni si rivela al visitatore una straordinaria alchimia di talento, disciplina e passione, che traspone la creatività artistica in un marchio prestigioso e universalmente noto.

La fulgida carriera atletica di Missoni ha inizio nel 1935 per raggiungere l’apice nel 1948 con la sua partecipazione alle Olimpiadi di Londra nella disciplina dei 400 metri ad ostacoli. Dopo aver aperto il suo primo laboratorio di maglieria a Trieste, è introdotto nel mondo dei tessuti e della moda dalla moglie Rosita Jelmini, la cui famiglia possiede una fabbrica di scialli e tessuti ricamati. Negli anni ‘60 le creazioni Missoni appaiono per la prima volta nelle sfilate di moda. L’11 febbraio 2011 la famiglia Missoni festeggia i novanta anni di Ottavio, mentre il marchio si appresta a celebrare il sessantesimo anniversario di attività. Le sue creazioni sono state esposte nei più prestigiosi musei e gallerie d’arte del mondo, diventando anche parte della collezione permanente del Costume Institute del Metropolitan Museum di New York.

Oltre ad essere uno dei più prestigiosi stilisti contemporanei, Ottavio Missoni ha traslato con esiti felici le sue geniali invenzioni cromatiche anche nel campo dell’arte, ricalcando alcuni stilemi chiave delle proprie intuizioni estetiche.

La mostra "Ottavio Missoni. Il Genio del Colore" sarà a Pola sino al 22 luglio, per poi trasferirsi dal 9 agosto al 9 settembre alla Galerija Dulcic Masle Pulitika di Dubrovnik e, successivamente, dall'8 al 22 ottobre alla Galerija Kortil di Fiume. (aise)

 

419 - Il Piccolo 26/06/12 Stelle rosse "bandite" alla festa della Slovenia

LA POLEMICA

 

Stelle rosse "bandite" alla festa della Slovenia

 

di Franco Babich

LUBIANA Doveva essere la festa di tutti, la serata simbolo dell'unità nazionale, ma si è trasformata in una celebrazione per pochi e teatro di scontro ideologico: una festa da dimenticare. La Slovenia ha ricordato ieri il 21.mo anniversario della proclamazione dell'indipendenza – era il 25 giugno del 1991 - ma la manifestazione centrale in occasione dell'importante ricorrenza, che si è svolta venerdì sera davanti al Parlamento, ha provocato più polemiche che consensi. A differenza degli altri anni, per la prima volta alla festa non sono state invitate tutte le organizzazioni di veterani. In particolare, sono stati snobbati i rappresentanti dei combattenti antifascisti della Seconda guerra mondiale.

La loro colpa? Avere la stella rossa sulla propria bandiera, la stessa stella rossa che nel 1991 era il simbolo dell'Armata jugoslava. La presenza sul palco di un vessillo con quel simbolo totalitario – secondo il testo assai poco protocollare letto dal conduttore della serata, l'attore Jernej Kuntner – sarebbe stato offensiva per le vittime della guerra per l'indipendenza della Slovenia.

Il mancato invito alle associazioni dei combattenti partigiani e l'intervento di Kuntner non sono piaciuti all'opposizione di centrosinistra, ma nemmeno ad alcuni dei partiti di governo: Popolari, Desus e Lista civica. Per il presidente del Parlamento Gregor Virant (Lista Civica), il Partito democratico ha organizzato la manifestazione di testa propria, ed ha commesso un grave errore: «Qualcuno ha usurpato la festa, e questo è inaccettabile, è un gesto quasi totalitario».

L'ultima cosa di cui la Slovenia ha oggi bisogno, secondo Virant, «è aprire questioni ideologiche legate al passato». In quest'atmosfera tutt'altro che festiva, è passato praticamente in secondo piano il discorso celebrativo pronunciato dal presidente della Repubblica Danilo Türk, che ha sottolineato l'importanza, in questo periodo di crisi, di unire le forze, ma non soltanto a parole, bensì dimostrando solidarietà sociale ed essendo capaci di impostare un autentico dialogo con tutti per sfruttare appieno le potenzialità del Paese.

----------------------------------------------------------------------------------------------------

La Mailing List Histria ha il piacere di inviarVi periodicamente una minirassegna stampa sugli avvenimenti più importanti che interessano gli Esuli e le C.I. dell' Istria, Fiume e Dalmazia, nonché le relazioni dell'Italia con la Croazia e Slovenia.

Si ringrazia per la collaborazione l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Gorizia e l’Università Popolare di Trieste

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :

http://www.mlhistria.it

http://www.adriaticounisce.it/

http://www.arupinum.it

 

scrivi a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.