La Gazeta Istriana  a cura di Stefano Bombardieri

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Giugno / Luglio   2012 – Num. 27

 

 

 

45 - La Nuova Voce Giuliana 01/05/12 Le identità plurime: Niccolò Tommaseo antesignano della convivenza (Ulderico Bernardi)
46 - L'Arena di Pola 30/05/12 Celebrato a Pola il prof. Mario Mirabella Roberti (Paolo Radivo)

47 - La Voce del Popolo  09/06/12  Atlante storico dell'Adriatico nord-orientale e antologia sulla questione adriatica tra '800 e primi '900 (Ilaria Rocchi)

48 -  La Voce di Fiume Marzo-Aprile 2012  Tuffo nelle radici . . . a Busalla (Rudi Decleva)

49 - Il Piccolo 11/05/12 Storia - Così Massimiliano d'Asburgo sparava a zero sull'Austria con l'ambasciatore britannico, a Trieste prendeva forma un malcontento assai diffuso

 (Fabio Amodeo)

50 - Il Piccolo 28/04/12 E Trieste si illuse di veder spuntare il sol dell'avvenire, tradotto in tedesco, tredici anni dopo l’uscita “Socialismo adriatico” (Marina Cattaruzza)

 

 

 

 


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 45 – La Nuova Voce Giuliana 01/05/12 Le identità plurime: Niccolò Tommaseo antesignano della convivenza

 

LE IDENTITA' PLURIME: NICCOLO' TOMMASEO ANTESIGNANO DELLA CONVIVENZA

di Ulderico Bernardi

In questo tempo afflitto da preca­rietà morale, economica e sociale, diventa un dovere per ogni educato­re rivisitare e riproporre alle nuove generazioni il pensiero di quanti nel passato hanno meditato su problemi che oggi ancora domandano risposte certe. Nel nostro caso, almeno a mio parere, le opere di Niccolò Tomma­seo tornano assai utili riguardo alla riflessione sulla multiculturalità e sulle identità multiple.

La nascita a Sebenico nel 1802, entro un ambiente di convivenza plu­rietnica, fa di Niccolò Tommaseo un autore naturalmente attento alle re­lazioni fra popoli e culture diverse. Ne farà oggetto di studi ed esperien­ze che si propongono tuttora come vantaggiose fonti di stimoli su questi temi. In particolare, va sottolineata la sua attualità riguardo ad almeno cinque ambiti: il valore della memo­ria, la fecondità delle ibridazioni cul­turali, le considerazioni sulla varietà delle culture italiane, l'educazione interculturale, e i rapporti fra etica ed economia.

L'uomo può governare la sua me­moria. È questa la ricchezza e la fra­gilità della sua condizione. L'animale si muove con l'istinto. Un bagaglio di informazioni che fanno parte del suo innato, gli garantiscono i modi per provvedere, spesso spontaneamente, al suo sostentamento fin dalla nasci­ta. Il cucciolo d'uomo invece dipen­de in tutto e per tutto dal gruppo so­ciale. Saranno la famiglia, la società organizzata, a fornirlo di ciò che gli è necessario. Compreso il senso del­la sua appartenenza. Educazione e istruzione concorrono a formare la sua identità personale, entro la com­plessa identità collettiva, mentre gli insegnano le forme delle relazioni con l'altro da sé.

Per quanto si spalanchino i confi­ni del mondo, la persona avrà sempre bisogno di un suo riferimento prima­rio. E il suo respiro mentale sarà vin­colato ai due polmoni culturali: del radicamento locale e della proiezione planetaria. Da entrambi gli orizzonti ricava l'aria che nutre la sua umanità. Quando "dimentica" questa sua du­plice appartenenza, sprofonda nella disumanità, si abbandona agli istin­ti animali, perde la sua dimensione autentica.


Il senso della nazione, sostene­va Niccolò Tommaseo, non è che memoria. Quando i governanti pre­tendono di educare i popoli alla di­menticanza e alla dissuetudine, insi­steva, li inducono a disumanarsi e a disfarsi. E ne concludeva: guai alle nazioni e alle anime che il proprio passato non sanno, o, che è peggio, lo falsano con ignoranze erudite o con superbie tracotanti (14).

La lungimiranza del dalmato, partecipe di due culture, quella sla­va, avvinta di profonda spiritualità, e quella latina con la sua tradizione romana di razionalità, prefigurava i pericoli dei nazionalismi a venire. La dimenticanza dell'umanità condi­visa, pur nella specificità di ciascuna nazione, ha prodotto gli spaventosi genocidi del Novecento. L'etnicità,
il  riferimento radicale alla specifica appartenenza, antropologica e culturale, sono un naturale diritto per tutti i popoli. Ma quando diventano motivi di chiusura verso gli altri degenerano in razzismo, xenofobia, violenza totalitaria contro il diverso, di lingua, di cultura, di religione.

Il Novecento, il peggior secolo che l'Europa abbia mai vissuto, se­condo Harold Isaac, ancora prima dei massacri della Grande Guerra, ha conosciuto il genocidio armeno. Il Metz Yeghérn, il grande male, che nel 1915 vide lo sterminio di un mi­lione e più di armeni da parte dei tur­chi, impegnati in una crudelissima pulizia etnica. Poi basta sfogliare le pagine insanguinate degli eventi, per ritrovare orribili conferme alla disu­manità, cresciuta sulla dimenticanza dell'originaria comunione degli esse­ri umani. Lenin, Stalin, Hitler, Ceausescu, e Pol Pot, e Saddam Hussein, e le stragi in Ruanda, e i più modesti invasati d'ogni parte del mondo, alla ricerca della società pura e perfetta, disseminata di fosse comuni, foibe e lager, dall'Africa ai Balcani, da Oriente a Occidente, fino al blasfemo fanatismo di chi pretende di uccide­re migliaia di innocenti "nel nome di Dio", della razza, dell'etnia o dell'i­deologia.

Se si crede fanaticamente nella possibilità di realizzare il paradiso in terra, per una parte degli uomini - si tratti di un gruppo etnico, di una classe sociale o di una casta - nes­sun prezzo di vite altrui, ha scritto Isaiah Berlin, potrà sembrare troppo alto. Eppure, in un modo o nell'altro, in nome dell'ideologia o della "scien­za", paesi per altri aspetti civilissi­mi sono stati marchiati con il sigil­lo dell'infamia per azioni contrarie all'essenza umana. Come dimen­ticare che in Svezia, paese a lungo considerato un modello di assistenza sociale, diecine di migliaia di esseri umani, nella stragrande maggioran­za donne, finirono sterilizzati per la colpa d'essere nati con handicap psi­chici, per l'accusa d'essere asociali o di sangue misto? Sessantamila tra il 1935 e il 1976. In un'epoca che già respira le arie del nostro presente. Poca cosa rispetto ai dettami nazisti sulla razza. In Scandinavia si pratica­vano gli insegnamenti "scientifici" di sir Francis Galton, teorico massimo dell'eugenica, disciplina che mirava, attraverso la manipolazione dell'ere­ditarietà, a migliorare la razza. Una premessa ai campi di sterminio.

In tempi di manipolazioni bioge­netiche rifiorenti, vale la pena di ri­trovare memoria di questi fatti. Una scienza spietata (il Prometeo scate­nato di Jonas) può rincorrere l'idea che le innovazioni tecniche e scien­tifiche siano comunque a vantag­gio dell'uomo. Dimenticando la sua umanità. Cioè il suo essere fatto in tanti modi, in un insieme di perso­ne deboli e forti, sane e malate, in­telligenti e non tanto, d'ogni colore e d'ogni cultura. Ma tutte, una per una, di insostituibile valore. Per qualsia­si agnostico o laico dotato di uma­na consapevolezza, intangibili come la sua stessa carne. Per un credente, fatte a immagine e somiglianza del loro Creatore. Mezzo secolo fa, dopo un'altra strage definita seconda guer­ra mondiale, il mondo sottoscriveva la Dichiarazione universale dei di­ritti dell'uomo. La memoria si è per­sa presto. E in questi decenni ultimi, in questi anni recenti, e nel presente d'ogni giorno, continuano le stragi, i linciaggi, le soppressioni, le torture, gli imprigionamenti ingiusti. La di­menticanza incombe sempre sull'u­manità, con l'oscuramento delle sue fondamenta. Ma anche con aspetti all'apparenza meno estremi. Come quelli legati ai tentativi di omologa­zione delle culture, snaturate della loro feconda diversità.


Ancora Tommaseo: quale ori­ginalità mai resta a un popolo che sconosce le origini proprie? Tutte, è vero, le società si somigliano, co­me tutti i visi umani, ma quanta mai varietà di razze, di stirpi, d'ordini di famiglie!... ciascheddun popolo, quanto a sé, dovrebbe delle proprie singolarità essere osservatore, per tenere quel che in esse è da natura, e spogliarsi di quanto è da abuso (15).

Lo smemorato, l'indifferente alla storia sua e della nazione - nel senso proprio del termine, che rinvia alla nascita in seno a un gruppo cultu­ralmente identificabile - non ha futu­ro come essere umano. E quel che è peggio tende pericolosamente a ne­garlo agli altri, originando tensioni e conflitti. In questi nostri tempi, di maggiore e più diffusa consapevo­lezza comparativa, è certamente più facile comprendere quanto la storia dell'umanità costituisca un accumu­lo di scambi, di apporti e di stimoli prodotti da culture diverse, prossi­me o lontane fra loro. In poco più di mezzo secolo, a partire dalla metà del Novecento, nella palude dei con­flitti ideologici e d'ogni altro genere sono pur fioriti elementi di coscien­za planetaria. La creazione dell'Or­ganizzazione delle Nazioni Unite ha posto in luce un insieme di valori essenziali condivisi; le preoccupa­zioni ecologiche si sono diffuse in tutti i ceti e continenti, come moni­to per la salvaguardia del patrimonio ereditario da trasmettere alle suc­cessive generazioni; la sensibilità ri­guardo ai diritti umani, e l'attenzione critica sui temi dello sviluppo econo­mico, della mondializzazione, dell'o­mologazione culturale, coinvolge ovunque uomini e donne d'ogni età e condizione.


Riguardo alle culture, si va fa­cendo chiara l'idea che i processi di mondializzazione non possono e non devono cancellare le specificità loca­li. Al contrario, quanto più si procede nella globalizzazione, tanto più di­venta necessario rafforzarle. Perché solo chi conosce la propria cultura e in grado di comprendere le altre. Di avvertire, attraverso il proprio senti­mento d'appartenenza, il valore che ogni altro porta al suo. Di valutare l'importanza della diversità nel ren­dere fecondo il dialogo, accrescendo il patrimonio complessivo dell'uma­nità.


Niccolò Tommaseo richiamò que­sti aspetti nel contesto straordinaria­mente innovativo della città di Vene­zia, fondata e cresciuta nel concorso di tanti. Così, infatti, ebbe a scrivere: A fondare la gente veneziana tutte o quasi le genti d'Italia convenne­ro, Romani e Toscani, Napoletani e Parmigiani, Triestini e Friulani, de' quali non pochi forse erano Slavi; e oltre a Greci e Dalmati, rammentasi Fiamminghi, Alemanni, Ungheresi (16).

 

Non va dimenticato che que­sto aspetto della convivenza di mol­te provenienze era richiamato espli­citamente dagli osservatori arabi e turchi, che denominavano la città Al Bunduqija, il luogo delle genti diver­se.

La storia della civiltà veneziana ha dimostrato che cosa sia stato in grado di realizzare tanto concorso d'intelligenze e di appartenenze.
Considerava Tommaseo nella me­desima pagina: Dio accosta per forza le cose lontane, accioché il parago­ne faccia meglio conoscere e amare le prossime mal note o aborrite; e fa delle dissonanze violente avviamen­to a concordia (17).


Dunque la disponibilità alle ibri­dazioni culturali era ben presente all'epoca, e trovava concordi per­sonalità tra loro molto diverse nella visione del mondo. Infatti, troviamo sulla linea di Tommaseo anche quel Cesare Lombroso, fondatore della scuola di criminologia positivista, nei confronti del quale il dalmata non era stato tenero nei giudizi. N

 

Nel suo Dizionario, al lemma Antropolo­gia, Tommaseo considera l'empietà materialista del Lombroso e lo accu­sa di ridurre questa scienza a consi­derazioni animalesche su schiatte e razze. Va detto, a onor del vero, che Cesare Lombroso sosteneva, riguar­do alla fecondità delle ibridazioni culturali, che l'innesto etnico è il più grande fattore del progresso di un paese. A suo parere, Venezia doveva la sua geniale civiltà alla confluenza di elementi ellenici, slavi, romani, etruschi, euganei, umbri, siriaci e so­prattutto greco-bizantini.


Altrettanta valenza positiva Lom­broso sosteneva anche per Trieste, dove il sangue slavo si mescola al tedesco, ebreo, latino, mentre il me­ticciamento aveva il suo esito più al­to nel Regno Unito. Nelle conside­razioni dell'antropologo Lombroso, il popolo più evoluto d'Europa che ha dato i più grandi genii dell'epoca nostra è quello inglese, sorto dalla mistura di celti, germani e latini (18).
 
Note:
14.N. TOMMASEO, Del presente e dell'avvenire, (inedito a cura di T. Lodi), Tomo I, Firenze, Sansoni Edi­tore, 1968, p. 9. Le presenti conside­razioni sull'apporto di Tommaseo all'idea di multiculturalità sono già state esposte, con qualche piccola variante, nel volume: F. BRUNI (a cura di), Niccolò Tommaseo: Popolo e Nazioni, Editrice Antenore, Roma - Padova, MMIV, pp. 363-370; Atti del Convegno Internazionale di Stu­di nel bicentenario della nascita di Niccolò Tommaseo, Venezia, 23-25 gennaio 2003.
15.Ibid., pp. 8-9.
16.N. TOMMASEO, Scritti editi e ine­diti sulla Dalmazia e sui Popoli Sla­vi, (a cura di R. Ciampini), Tomo I, Firenze, Sansoni Editore, p. 230.
17.Ivi.
18.Cfr. L. BULFERETTI, Lombroso, UTET, Torino, 1975, pp. 362-363.

 

46 - L'Arena di Pola 30/05/12 Celebrato a Pola il prof. Mario Mirabella Roberti

Celebrato a Pola il prof. Mario Mirabella Roberti

 

di Paolo Radivo

 

Si è svolta la mattina di lunedì 14 maggio nel salone della Comunità degli Italiani di Pola la giornata di studio in onore dell’archeologo Mario Mirabella Roberti promossa dall’LCPE e dalla stessa CI con il patrocinio del Comune di Trieste - Assessorato alla Cultura, delle Soprintendenze per i Beni Archeologici della Lombardia e del Friuli Venezia Giulia e dell’Università degli studi di Trieste, oltre che con il sostegno della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia. Erano presenti fra il pubblico la vedova del professore, la polese Lia De Antonellis, e il vice-console onorario d’Italia Tiziano Sošić.

Pola ha così finalmente celebrato, a dieci anni dalla morte, un uomo che le ha dato tanto. Nato a Venezia il 1º marzo 1909, si trasferì all’ombra dell’Arena da bambino con la famiglia. Nel 1932 si laureò con lode in Lettere e Filosofia all’Università Cattolica di Milano. Tornato a Pola, dal 1935 al 1947 diresse il Museo dell’Istria e gli scavi istriani.

Nel 1935-36 scavò la sede paleocristiana di Orsera, esplorò presso Parenzo un tratto dell’acquedotto romano sotterraneo, trovò presso Dignano resti di una basilichetta paleocristiana-altomedievale, consolidò a Nesazio alcuni tratti delle mura urbane e a Brioni i muri della basilica di Santa Maria in Val Madonna, e ripulì dagli arbusti la villa di Val Catena e il Castrum. A Pola lavorò all’Arena, al Foro e al teatro minore, trovò un tratto della strada romana presso porta Ercole, una rete fognaria e pavimentazione romana da clivo San Francesco a via Cristoforo Colombo, tombe romane lungo la via Dignano, nonché cocci e rilievi romani lungo la strada Liburnica, e sistemò cinque rocchi di colonne scanalate presso l’unico ulivo conservato sullo Scoglio Ulivi.

Fra il 1937 e il 1939 registrò la presenza di due siti rurali vicino a Valle e Canfanaro, visitò punta Barbariga e continuò l’indagine presso Dignano. A Pola trovò in piazza San Giovanni la stratigrafia di una porta cittadina, ricostruì una delle scale in legno dell’Arena e continuò lo scavo del teatro minore, di cui ricostruì e rafforzò alcuni muri. Segnalò rinvenimenti in clivo Grion, in piazza Alighieri, all’incrocio di via dell’Arena e via Carducci, nonché tra viale Carrara e via Carducci.

Fra il 1940 e il 1947 fece rinvenimenti casuali o collegati alle attività antiaeree, continuò gli scavi del teatro minore ritrovando anche importanti rilievi, effettuò saggi di scavo sul Foro e sul tempio di Augusto, restaurò un tratto delle mura in largo Oberdan, scoprì di fronte a porta Gemina i ruderi di un mausoleo ottagonale romano e, tra porta Ercole e la torre poligonale, ulteriori reperti della necropoli preistorica. A Nesazio lavorò nella zona della Porta Polese e nell’area dei templi forensi. Nel 1943 scrisse due piccole guide: una sull’anfiteatro e l’altra sul duomo, che in occasione di questo convegno il vice-sindaco dell’LCPE Tito Lucilio Sidari ha ristampato e distribuito. Nel periodo bellico protesse i monumenti polesi con impalcature e sacchetti di sabbia. Finita la guerra, coordinò la ricostruzione del tempio di Augusto, del duomo e del chiostro della chiesa di S. Francesco semi-distrutti dai bombardamenti angloamericani. Dopo il mortale attentato al generale de Winton compiuto il 10 febbraio 1947, a Mirabella Roberti, che si trovava a Trieste, fu impedito fino al maggio successivo di tornare a Pola in quanto aveva conosciuto Maria Pasquinelli, attiva nel restauro del tempio di Augusto. Il 14 settembre 1947 lasciò definitivamente Pola.

Esule a Trieste, insegnò presso la locale università prima Archeologia e Storia dell’Arte greca e romana (1943-1951), poi Archeologia cristiana (1951-1979), lasciando un ricordo indelebile in tanti studenti. Dal 1947 al 1953 fu ispettore alla Soprintendenza ai Monumenti, Gallerie e Antichità di Trieste, dove continuò a interessarsi dell’Istria, tanto che nel 1951 diede alle stampe la Pianta archeologica di Pola. Dal 1953 al 1973 resse la Soprintendenza alle Antichità della Lombardia. Ad Aquileia fondò nel 1968 e diresse poi per lunghi anni il Centro di Antichità Altoadriatiche pubblicando più di 50 volumi e organizzando prestigiosi incontri scientifici. Notevole è stata anche la sua produzione pubblicistica. Morì il 13 novembre 2002.

Introducendo i lavori Fabrizio Radin ha spiegato come da tanto tempo si volesse far «tornare a casa» il prof. Mirabella Roberti e farlo conoscere all’opinione pubblica locale. Ed ha aggiunto: «I suoi meriti, soprattutto quelli riguardanti la salvaguardia del patrimonio monumentale romano a Pola danneggiato dai bombardamenti, sono enormi. Io penso che sia come CI di Pola, sia come organizzazione che raggruppa tutti i polesani esuli, sia come Città di Pola dovremmo rendere omaggio ufficiale a questo grande personaggio della nostra storia perché senza la sua opera oggi molto probabilmente non avremmo il tempio di Augusto».

«Da anni – ha spiegato Argeo Benco – il LCPE insieme con la CI ha in programma di ricordare le opere di restauro dei monumenti di Pola danneggiati dalle vicende belliche con una targa ricordo del prof. Mirabella Roberti».

La moderatrice Lucia Bellaspiga ha evidenziato il ruolo di Mirabella Roberti nella creazione del Parco naturale delle incisioni rupestri in Val Camonica e ne ha lodato l’apertura mentale e la lungimiranza, che ne fanno un precursore del dialogo scientifico transfrontaliero e del “ritorno” a Pola.

Piero Tarticchio ha ricordato i restauri diretti da Mirabella Roberti nella chiesa cimiteriale di Gallesano nei primi anni ’40 ed ha aggiunto un aneddoto: «Amava a tal punto le “pietre antiche”, mute testimoni della nostra storia, da portare i suoi alunni – nelle soleggiate mattine di primavera – a visitare le vestigia romane disseminate nell’agro polese. Dopo aver fatto lezione e spiegato gli argomenti di storia, filosofia e arte, poneva ai ragazzi delle domande, ma pretendeva che gli rispondessero in latino». Nei colloqui interpersonali «parlava con la pacatezza propria delle persone colte che possiedono il raro merito di saper ascoltare senza interferire».

«L’attività del prof. Mario Mirabella Roberti a Pola – ha dichiarato Robert Matijašić – è stata interrotta dalle conseguenze politiche della Seconda guerra mondiale. Ciononostante, la traccia fisica ed intellettuale da lui lasciata in Istria è molto più profonda di quello che può apparire ad un osservatore superficiale e durerà anche oltre il nostro tempo. Le conoscenze sull’antichità classica senza il suo apporto sarebbero totalmente diverse. I suoi scritti erano e rimangono lettura obbligatoria per la storia antica e paleocristiana, per l’archeologia di Pola e dell’Istria». «Il prof. Mirabella Roberti – ha aggiunto Matijašić – ha continuato a seguire da lontano i risultati delle ricerche a Pola ed in Istria, aspettando pazientemente il momento, venuto diversi decenni dopo l’esodo, del ripristino dei contatti tra archeologi italiani e croati, ovvero sloveni. Egli contribuì alla ricomposizione della spaccatura tra la scienza storico-archeologica “al di qua e al di là del confine”. L’archeologia croata dell’Istria e quella italiana del Friuli-Venezia Giulia procedevano in parallelo, quasi senza alcun contatto, fino all’inizio degli anni Settanta. Forse le Settimane di Studi Aquileiesi sono state il primo impulso ad un ricongiungimento, e qui il suo merito è inestimabile».

Giuseppe Cuscito ha definito Mirabella Roberti una «figura straordinaria per umanità, limpida e cristallina, come non capita spesso di trovare nelle università italiane». Riguardo all’insula episcopalis di Pola ha rilevato come egli avesse per primo messo «scientificamente in rapporto tra loro i depositi archeologici e le strutture ancora oggi conservate in elevato, riconoscendovi l’unico esempio vivo di basilica paleocristiana a pianta rettangolare senz’abside». «La sua lettura del monumento – ha sottolineato – è ancora la più persuasiva e completa». Più in generale, «i risultati delle sue indagini trovavano ampia eco nelle relazioni congressuali e nelle lezioni straordinariamente dense di notizie di prima mano e di osservazioni personali, che il compianto Maestro metteva generosamente a disposizione degli allievi».

Gino Pavan ha illustrato alcuni documenti consultati nell’Archivio della Soprintendenza ai Monumenti di Trieste sui restauri degli edifici storici eseguiti a Pola fra il luglio 1945 e il settembre 1947: in particolare il tempio di Augusto, il duomo, il chiostro e la chiesa di San Francesco, il museo, le mura romane, l’anfiteatro e la casa del provveditore veneto. In una lettera del 1° settembre 1945 Mirabella sollecitava l’assistente Renato Grimani a «una sommaria recinzione della ristretta zona della rovina» del tempio. In una relazione della metà di gennaio del 1947 lo stesso Pavan spiegava che i ritardi nelle opere dipendevano sia da ragioni tecniche, logistiche ed atmosferiche, sia dal morale delle maestranze per l’incertezza della sorte della città. Il 15 marzo 1947, da Trieste, Mirabella raccomandava a Pavan di «guardare all’avvenire dei lavori come se avessimo del tempo illimitato davanti, ma sempre pronti a chiudere il cantiere domani». Erano necessarie «previdenza e celerità». Pavan, che partì da Pola il 9 settembre 1947, ha infine citato una ad una le maestranze che avevano lavorato nel cantiere del tempio d’Augusto.

Grazia Bravar ha messo in luce la preoccupazione del professor Mirabella Roberti affinché la porta del tempio di Augusto venisse riposizionata prima della consegna di Pola alle autorità jugoslave. Nel maggio 1958, quando tornò per la prima volta nella città fantasma con alcuni suoi studenti, si premurò subito di verificare se tutto era a posto.

Darko Komšo ha parlato del Museo archeologico dell’Istria con sede a Pola, istituito quale Museo civico nel 1902, trasferito nell’attuale edificio nel 1925 e aperto al pubblico nel 1930. Durante il periodo di chiusura, nell’immediato dopoguerra, alcuni reperti furono trasferiti nei territori rimasti all’Italia, da dove fecero parzialmente ritorno nel 1961.

«Se non ci fossero state – ha detto Ðeni Gobić Bravar – persone come il prof. Mirabella Roberti, oggi forse non avremmo più tanti monumenti. Lui sapeva sia guardarli che vederli come storico, archeologo, artista e conservatore e sapeva mettere assieme tutte queste conoscenze per poi salvaguardarli: forse una cosa che ai nostri tempi si sta perdendo con questa moda della specializzazione nel proprio campo ristretto». L’archeologa ha lodato le modalità del restauro del tempio di Augusto disposte dal prof. Mirabella Roberti. Allora tuttavia l’arch. Pavan non fu ascoltato quando chiese di mettere dei rinforzi in ottone sull’architrave sopra i capitelli, perché il ferro si sarebbe corroso, come è in effetti avvenuto. I pezzi che stavano per cadere si trovano oggi al Museo archeologico. Nei successivi restauri e lavori all’anfiteatro Mirabella fu contrario all’uso del cemento, alla chiusura delle arcate e alla foratura delle strutture portanti a scopo turistico. Il Museo archeologico ha iniziato la mappatura del degrado dei monumenti polesi, che presentano fratturazioni, alghe, piante, licheni, alveolizzazione (buchi), croste nere, abbassamento dei rilievi, blocchi spostati, rifacimenti in malta cementizia, crepature, graffiti e perni in acciaio o ferro.

Vesna Girardi Jurkić ha lodato Mario Mirabella Roberti per non aver mai interrotto i rapporti con l’Istria e per aver invitato gli archeologi croati alle Giornate di studio di Aquileia, consentendo loro di creare un contatto con gli scienziati italiani ed europei. Nel 1972 partecipò a Ragusa e Zara a un convegno scientifico. Nel 1983 a Pola tenne una relazione a un convegno organizzato dal Museo archeologico dell’Istria e partecipò all’apertura della collezione del museo e del sito archeologico di Nesazio. A Brioni visitò i resti della basilica di Santa Maria. La Società Storica Istriana gli consegnò una targa bronzea raffigurante la testa bifronte di Nesazio e il tempio di Augusto. A Pola nel 1988 egli relazionò al primo convegno scientifico internazionale dal titolo Tre Arene: Pola, Verona, Roma, ma nel 1998 non poté partecipare a quello svoltosi sempre a Pola sul tema Il Foro romano centro economico, culturale e di culto. Nei primi anni ’90 Vesna Girardi Jurkić quale ministro della Cultura adottò, per la protezione dei monumenti in Croazia durante il conflitto contro i serbi, il modello seguito da Mirabella Roberti in Istria durante la Seconda guerra mondiale. Questo il giudizio finale della studiosa sul professore: «Con il suo comportamento distinto, la disponibilità e un alto livello di coscienza per i beni culturali può servire da esempio a molti oggi che non sanno distinguere la vanità dalla decenza, la prepotenza dalla modestia, l’odio dalla professionalità e dal sano ragionamento. Il prof. Mirabella è stato sempre in grado di farlo, benché le condizioni politiche vigenti dopo la Seconda guerra mondiale lo avessero colpito fortemente. Nonostante il dolore e il disappunto per i nuovi rapporti creatisi nella storia, come storico classico e umanista accettava la realtà e costruiva rapporti interpersonali e collegiali con i suoi collaboratori da entrambe le parti del confine dimostrando in questo modo la sua grandezza. Ha lasciato a noi e a Pola numerosi reperti archeologici e interventi di restauro rilevanti. Un sentito grazie a lui e alla sua consorte per aver lasciato un’impronta che rimarrà per sempre nei nostri ricordi insieme a un sentimento di riconoscenza e di dovuta stima».

Tullio Canevari ha rammentato una conferenza del prof. Mirabella Roberti da lui organizzata a Padova e letto un eloquente brano di un’intervista fatta al prof. Matijašić, il quale disse: «Io sono croato, mi sento croato. Gli italiani si sentono italiani. Insieme ci sentiamo istriani. Io parlo l’italiano, gli italiani parlano il croato e ci capiamo benissimo. C’è un reale bilinguismo attivo. Pur con qualche cautela posso dire di sentirmi più vicino agli italiani d’Istria che ai croati di più lontane regioni». Ha concluso Canevari: «Io, istriano italiano, posso dire, pur con qualche cautela, che mi sento più vicino ai croati dell’Istria che agli italiani di altre regioni».

«A questo punto – ha osservato Lucia Bellaspiga – credo che nessuno possa più avere nulla in contrario al posizionamento della targa già da tempo proposta in onore di Mario Mirabella Roberti, un uomo che ha unito tutti i cuori, gli animi, le etnie, le lingue, le religioni».

Silvio Mazzaroli ha fatto presente che la targa con testo bilingue concordato era pronta quando, nel giugno 2006, fu bloccata dalla burocrazia poco prima del suo posizionamento. «Oggi – ha detto – ho sentito parlare da tutti gli oratori del prof. Mirabella Roberti in termini entusiastici e di grandissimo apprezzamento per tutto quello che ha fatto per l’Istria, per Pola, per l’Italia, per la comunità intera. Quindi mi auguro che non vi sia più alcuna opposizione alla messa in sito della targa commemorativa dell’opera di restauro condotta dal prof. Mirabella Roberti, dall’arch. Gino Pavan, dall’ing. Fausto Franco e dall’ing. Luigi Peteani, o a un altro riconoscimento ufficiale alla figura del professore, che potrebbe essere l’elemento centrale, focale di un nostro futuro raduno a Pola».

Argeo Benco, nel ringraziare tutti i relatori per l’alto livello scientifico dei loro interventi, ha fatto presente che la proposta della targa, avanzata dall’LCPE nel 2004, è stata rinnovata nel 2011 fungendo da stimolo all’organizzazione del convegno. Ha quindi letto una bozza di lettera da inviare alle autorità preposte per la collocazione di una nuova targa o nel tempio di Augusto o nel duomo. Il testo è stato poi discusso con i relatori in vista della stesura definitiva.

Lucia Bellaspiga ha concluso il convegno auspicando che anche la burocrazia cada assieme ai muri. (p.rad.)

 

 47 - La Voce del Popolo  09/06/12  Atlante storico dell'Adriatico nord-orientale e antologia sulla questione adriatica tra '800 e primi '900

Atlante storico dell’Adriatico nord-orientale e antologia sulla questione adriatica tra ’800 e primi ’900
Strumenti per capire il tempo dei confini

Due volumi, pubblicati dall'Irsml di Trieste, che non dovrebbero mancare nelle biblioteche scolastiche

CAPODISTRIA – Confini che hanno segnato, diviso e sconvolto, con i loro spostamenti decisi “a tavolino”, equilibri etnici, politici e culturali di un territorio; una storia che accomuna diversi Stati, che è stata e continua ad essere oggetto di dibattito, di un’attenzione che si è espressa con differenti modalità nelle diverse epoche e circostanze. Una materia delicata, alla quale, in un’area così complessa come lo è quella dell’Adriatico orientale – dove nel Ventesimo secolo si sono alternate almeno sei formazioni statali e un numero maggiore di regimi politici – guarda con particolare interesse e coinvolgimento tanto lo studioso quanto l’uomo della strada. Anche perché non è stata ancora messa la parola fine e una certa mobilità è destinata a continuare, in prospettiva dell’allargamento della famiglia europea. Una constatazione che induce a riflettere sul paradigma dei confini, sulla loro intrinseca mutevolezza e transitorietà.

Per capire come e perché

Ma come si è articolato e che cosa ha comportato sul piano politico, economico, sociale e demografico o semplicemente umano il frequente e spesso repentino, drammatico, spostamento e ridefinimento dei confini? Cerca di tracciare un quadro esaustivo e, soprattutto, molto chiaro e sintetico “Il tempo dei confini. Atlante storico dell’Adriatico nord-orientale nel contesto europeo e mediterraneo 1748-2008”, di Franco Cecotti (che si è avvalso della collaborazione di Dragan Umek), da leggere insieme – e non a caso sono offerti in cofanetto – con “Un’epoca senza rispetto. Antologia sulla questione adriatica tra ’800 e primi ’900”, a cura di Fulvio Papuccia, entrambi pubblicati dall’Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia (Irsml) con sede a Trieste.

Cavalcata di quattro secoli

Sfogliarli è intraprendere una cavalcata di quattro secoli attraverso la configurazione dei confini, per capire come e perché sono cambiati. È quanto ha proposto l’altra sera con successo la Sezione italiana della Biblioteca centrale capodistriana “Srečko Vilhar”, che in collaborazione con l’Irsml, la Società di studi storici e geografici di Pirano e la Società “Histria” di Capodistria, ha organizzato la presentazione dei due volumi. Una serata intensa, in cui l’argomento è stato brillantemente esposto e discusso dagli esperti, in primis dai due autori, Ceccotti (che ha spiegato l’evoluzione dei confini dal Settecento a oggi, soffermandosi sugli aspetti più significativi e curiosi) e Papuccia (quest’ultimo si è riservato lo spazio delle risposte alle domende del pubblico), e da due giovani ma già affermati storici connazionali, il piranese Kristjan Knez (Società di studi storici e geografici di Pirano) e il capodistriano Dean Krmac (Società “Histria”).

Con il pensiero rivolto a Tomizza

Tanti i presenti all’evento – tra cui ovviamente la “padrona di casa”, Amalia Petronio, e il direttore dell’Irsml, Sergio Zucca (un esule capodistriano) –, alcuni giunti apposta da Trieste e dintorni (come, ad esempio, la professoressa Edda Serra, del Centro Studi “Biagio Marin”, già consulente pedagogico del Governo italiano in Istria); non sono mancati storici e ricercatori locali.
I manifesti appesi alle pareti richiamavano alla mente un obiettivo, condiviso da tutti: il definitivo abbattimento dei confini. Come, del resto, aveva sognato il nostro scrittore di frontiera per eccellenza, Fulvio Tomizza, matteradese trapiantato a Trieste, cui è dedicata la sala in cui si è svolto l’incontro.

Quanti morti, troppe sofferenze

Kristjan Knez nel suo intervento ha ricordato ciò che i confini, i “limiti”, hanno comportato nelle vicende delle genti separate da una linea di demarcazione, a partire dall’episodio del “pomerio” che contrappose due fratelli-gemelli, Romolo e Remo. “Dall’antichità a oggi quanti sarebbero stati i morti successivi; la storia ne registra centinaia di milioni; guerre; esodi... che sono tutt’ora provocati dalle divergenze, dai dissidi confinari che poi inevitabilmente portano allo scontro”, ha rammentato Knez, riferendosi alle tante “zone calde” di oggi e di ieri nel mondo e nel nostro territorio.

Utili strumenti di orientamento

”Sono pubblicazioni molto utili, adatte sia agli specialisti sia a un pubblico più vasto, da tenere sempre a portata di mano per consultarle quando insorgono dei dubbi o per capire meglio com’è mutata la cartografia di queste zone”, ha premesso Krmac. Risultato di una ricerca pluriennale di Franco Cecotti, con alcuni contributi del geografo Dragan Umek, il progetto dell’atlante è stato concepito fondamentalmente per assolvere a una funzione didattica, cioè illustrare in modo chiaro e ordinato le variazioni dei confini nella Venezia Giulia e nel Friuli, ma confrontando tale mobilità con gli eventi dell’Europa centrale e orientale, fino agli Stati del Mediterraneo meridionale, del Vicino oriente e del Caucaso.

Carte da confrontare

La struttura del volume di Ceccotti si fonda su una serie di carte base che rappresentano tre aree geografiche di diversa estensione e scala (Europa centro-orientale; Dalmazia e Balcani occidentali; Alto Adriatico) collocate in sei momenti distinti dal 1748 al 2008. Altre carte geografiche (senza indicazione di scala) illustrano situazioni particolari (locali e internazionali) che interessano le ripartizioni territoriali rappresentate nelle carte base, tra queste la spartizione della Polonia tra ’700 e ’800, il confine militare austriaco del secolo XIX, le Zone di Operazione Litorale Adriatico e Prealpi (1943-1945), la recente contesa sul confine marittimo tra Slovenia e Croazia, e molte altre.
I testi che accompagnano le carte geografiche sono concepiti come ampie didascalie: contengono sostanzialmente informazioni sugli eventi che precedono la formazione dei confini rappresentati (dal 1748 al 2008), i trattati che li hanno determinati e l’evoluzione successiva. L’atlante si conclude con sei appendici di complemento, tra cui un Dizionario tematico e geografico, una Scheda demografica e una Scheda con toponimi plurilingui.

«Un’epoca senza rispetto»

L’Atlante si configura, dunque, come un indispensabile strumento didattico e divulgativo, utilissimo alle scuole – in fatto di cartine i manuali sono carentissimi – come ai giornalisti italiani che in tema spesso brancolano nel buio, tanto da arrivare a confondere Slavonia e Slovenia; si accompagna, come dicevamo sopra, a un altro libro, “Un’epoca senza rispetto”, che in forma antologica propone una selezione di scritti di autori impegnati, nel primo Novecento, nel dibattito politico sull’Adriatico orientale (Litorale austriaco, o Venezia Giulia; e Dalmazia), protagonisti gli scritti di triestini Ruggero Timeus, Angelo Vivante, Henrik Tuma, Giani Stuparich e Scipio Slataper.
Infatti, quando si parla e si scrive sulla storia dell’Adriatico orientale tra ’800 e prima quindicina del ’900 emergono spesso due immagini: la prima in cui prevalgono un lungo e radicale scontro etnico “tra italiani e slavi” e una polarizzazione tra “due nazionalismi”; la seconda, opposta, che accredita una lunga tradizione – almeno in alcuni luoghi – di convivenza, multiculturalità e plurilinguismo fra tre “civiltà”, l’italiana, la germanica e la slava, e tra più religioni (fra cui la cattolica, l’ortodossa e l’ebraica). Queste immagini riflettono in parte la realtà, ma ne danno anche una versione unilaterale.

Visione panoramica

La parte antologica, curata da Fulvio Pappucia, ha lo scopo di evidenziare come i cambiamenti di confine e la formazione degli stati-nazione, siano stati accompagnati da un dibattito intenso all’epoca in cui stavano tramontando gli imperi sopranazionali, come l’Austria-Ungheria o quello Ottomano, ma anche da riflessioni storiografiche che si sono snodate per tutto il “secolo breve”. Papuccia ha messo insieme uno straordinario corollario di testi, letture, analisi, riferimenti storiografici e bibliografici per comprendere meglio l’epoca dei nazionalismi e dei conflitti nazionali, degli esclusivismi etnici ed ideologici, dei totalitarismi, dell’ascesa e della parabola degli Stati-nazione.
In conclusione, l’atlante e l’antologia – primo importante progetto storico-geografico sulle trasformazioni e gli spostamenti delle frontiere – ci offrono una lettura agile, ma al contempo completa, del nostro denso passato, così come delle possibili chiavi per la comprensione di un presente fluttuante. Sono altresì, come già rilevato, dei testi ausiliari molto utili alle scuole (in particolare quelle medie superiori), pensati proprio per queste – con la possibilità di fotocopiare le cartine e gli altri materiali –, su cui far lavorare e ragionare i ragazzi; due titoli da memorizzare in previsione delle future ordinazioni di manuali, sussidi didattici e altri materiali di supporto.

Ilaria Rocchi

 
48 -  La Voce di Fiume Marzo-Aprile 2012  Tuffo nelle radici . . . a Busalla

TUFFO NELLE RADICI... A  BUSALLA

 

di  RUDI DECLEVA

 

Assistere a Busalla alla Celebrazione del "Giorno del Ricordo" significa vive­re una mattinata densa di appartenen­za alle nostre radici stando in mezzo ad Autorità e studenti busallesi, orgo­gliosi di aver dimostrato nei momenti difficili del dopoguerra la loro uma­na e calorosa accoglienza ai fiumani e lussignani, che qui approdarono in mancanza di alloggi a Genova.

 

E ne passarono per Busalla: in pochi anni quasi 3.000 profughi! LAmministrazione di allora (1946-1948), Sindaco Antonio Cervetto (PCI) e Commissario agli Alloggi Paolo Martignone (PSI) - quando a Bologna, Venezia e altre città del Nord sputava­no ai profughi al grido di "Fascisti" -tappezzarono la cittadina di manifesti murali per invitare i busallesi ad aprire le case, le ville, le villette chiuse e darle ai diseredati che arrivavano dalla Ve­nezia Giulia.

 

Fu una toccante pagina degna del Libro "Cuore", che l'attuale Sindaco di Busalla Valerio Mauro Pastorino descrisse nel volumetto "Fiumani" nel 1999 e che fu pubblicato a puntate su "El Fiuman", bi­mensile in dialetto fiumano che si pub­blica a Newport (Australia). Aveva scritto allora il Dr. Pastorino e oggi - davanti ad un pubblico di 150 persone - lo ha riletto: "

 

Arrivarono - i fiumani - non con le valigie di cartone come fu l'emigrazio­ne dal Sud al Nord, ma con indumenti che si vedeva che non erano straccioni e questi fiumani non avevano gli occhi spalancati per ciò che vedevano perché avevano lasciato meglio di ciò che tro­vavano. Essi erano finiti In un posto che era indietro nel tempo e non II contrario; e gli stracci che avevano dentro ai bauli erano più uguali a quelli che vestivano I villeggianti genovesi in estate che non a quelli dismessi della gente del paese".

 

 

Ecco, in questo ambiente di cordiale amicizia, si è svolta la VII Edizione-dei nostro "Giorno" sotto l'egida del Comune e con il patrocinio della Regione Liguria, che ha inviato il proprio Gonfalone, scortato da due Guardie in Grande Uniforme.

In primo piano - nell'ampio e gremito Salone della locale Società di Mutuo Soccorso - una cinquantina di studenti delle medie e docenti che hanno seguito con la massima attenzione le relazioni, aperte dal rappresentante regio­nale Prof. Nicolò Scialfa, storico del Medio Evo, ma molto ben preparato sulla nostra storia. I nostri esponenti ANVGD Emerico Radmann e Fulvio Mohoratz hanno esposto il tema del Ricordo con molta efficacia e delicatezza, mentre le esposizioni del Rev. Marco Granara e del Dr. Valerio Pa­storino, allora bambini, hanno suscitato intensa emozione per i loro ricordi di giovinetti, quando vennero a trovarsi in immediato contatto con le diverse abitudini della "mularia" profuga approdata a Busalla.

 

In chiusura, il giornalista-musicologo Sergio Di Tonno ha ricordato la sfavillante carriera di Sergio Endrigo, poeta e cantante, ed è toccato anche a me parlarne - in quanto ero stato suo Istitutore al Collegio "N. Tommaseo" di Brindisi. La sequela degli interventi e l'organizzazione è stata curata dallo speaker in persona Antonello Barbieri, Consigliere del Comune di Busalla.

 

Last but not least, i nostri fiumani di Busalla hanno offerto in chiusura un ricco pranzo prepa­rato dalle signore con in testa l'infaticabile Fernanda Celli, a base di jota, goulasch con la paprica ungherese e i vari nostri dolci (oresgnazza, strudel, presnitz, etc). ■

 

 49 - Il Piccolo 11/05/12 Storia - Così Massimiliano d'Asburgo sparava a zero sull'Austria con l'ambasciatore britannico, a Trieste prendeva forma un malcontento assai diffuso

 

Così Massimiliano d’Asburgo sparava a zero sull’Austria con l’ambasciatore britannico

 

Dai documenti degli Archivi di Kew Gardens riemergono le conversazioni private al Castello di Miramare dell’Arciduca con Alexander Graham Dunlop

 
STORIA - IL PERSONAGGIO

Un ritratto inedito del fratello dell’imperatore Francesco Giuseppe nelle carte selezionate dal ricercatore Mario J. Cereghino

 di Fabio Amodeo

 

L’occhio inglese su Massimiliano d’Asburgo. Così si può riassumere un rapporto che il diplomatico britannico Alexander Graham Dunlop inviò al Foreign Office nel settembre del 1861, e che dopo un secolo e mezzo riemerge dagli archivi inglesi. Il diplomatico era stato grande viaggiatore nelle Americhe in gioventù e nell’anno del suo rapporto rappresentava la Corona britannica tra Vienna, Budapest e il Litorale. Ebbe un lungo colloquio con Massimiliano al castello di Miramare (che allora aveva il nome originale di

Miramar) il 9 settembre 1861. I due si conoscevano, e l’invito era partito dallo stesso Massimiliano. «Mi ha condotto nei suoi appartamenti privati

dicendo: qui possiamo parlare liberamente, nessuno ci disturberà», si legge nel rapporto. Il documento ci rivela un Massimiliano inedito, che stupisce anche il suo ospite, il quale, appena tornato alla sua residenza, si affretta a mettere su carta il resoconto dell’incontro. L’Austria ha appena perso la Lombardia e teme per il futuro del Veneto e di Venezia (che perderà pochi anni dopo, nel 1866). I documenti su Massimiliano sono stati selezionati da Mario J. Cereghino negli Archivi nazionali britannici di Kew Gardens, nel Surrey. The National Archives/Public Record Office: PRO 30/22/43; PRO 30/22/44. «Presto arriverà il momento in cui dovremo seriamente considerare la perdita di Venezia come inevitabile. Una volta che il Regno d’Italia si sarà consolidato, Venezia dovrà essere ceduta. Per noi, a quel punto la grande questione sarà quella dei confini, e se questi saranno delimitati dal Tagliamento o dall’Isonzo» confessa l’arciduca a un basito Dunlop. Il quale sottolinea nel suo rapporto: «Sono rimasto spiazzato dalla sua franchezza». Massimiliano tuttavia ha altri sassolini nella scarpa. Il più ingombrante è Napoleone III, imperatore di Francia:

l’arciduca lo accusa di tramare nei Balcani e nel basso Adriatico, di riempire di spie Valona e Ragusa. «Non fanno che complottare e organizzare intrighi con la Russia in merito al futuro del Litorale» aggiunge. Il paradosso vuole che tre anni più tardi sarà proprio con l’appoggio di Napoleone III (e malgrado gli inviti inglesi alla prudenza) che Massimiliano riceverà la fatale corona messicana. Un altro sassolino: la resistenza del governo austriaco a qualunque processo federativo. «Sono contrario a questa germanizzazione statica di tutte le nostre province. Schmerling (Anton von Schmerling, al tempo ministro dell’interno, n.d.r.) è sincero ed entusiasta, ma sta giocando una partita pericolosa. Punta tutto su un’unica carta, l’accentramento. È saltato in sella a un puledro che ha battezzato ‘Unità’ e ha scommesso la sua fortuna e la nostra sul suo cavallo favorito. Accidenti!

Siamo decisamente a corto sia di amici che di ministri». E infine l’ultimo groppo sullo stomaco dell’arciduca: l’incapacità austriaca di concepirsi come potenza navale. «Che posso farci? Vienna non ha soldi nemmeno per le necessità più urgenti e voi non potete immaginare quanto sia difficile persuadere le popolazioni dell’interno a guardare al mare con occhi diversi.

Se possedessimo una flotta potente, saremmo in grado di difendere l’Europa dall’aggressione della Francia. Io deploro con forza la debolezza finanziaria dell’Austria!». Questo punto porta la conversazione sull’argomento più dolente, la totale assenza di credibilità dell’Austria sui mercati finanziari internazionali. Nota Dunlop: «Sua altezza reale è apparso ansioso per il fatto che i capitalisti inglesi non rivolgono la loro attenzione all’Austria, e ha aggiunto: ‘In Europa noi siamo l’unica potenza in grado di sostenere la politica inglese, sia in Est sia a Levante. Ma non possediamo una flotta’ Da parte mia –conclude il rapporto –ho sottolineato che, a prescindere da politiche del governo britannico, i capitalisti londinesi giudicano gli investimenti seguendo solo il parametro del valore materiale delle cose. Dubito, quindi, che l’Austria sia al momento in grado di chiedere a Londra prestiti in danaro». Il che lascia intravvedere un argomento non toccato, le precarie finanze dello stesso Massimiliano.

Miramar, la Schönbrunn sul mare, è costato una cifra spropositata, che neppure l’ingente dote di Carlotta è riuscita a colmare. Tre anni più tardi, al momento della partenza per il Messico, l’ambasciatore britannico scrive in una nota a Londra: «La speranza è che Massimiliano riesca a trovare un po’di soldi in Messico. SI ritiene che in Europa i suoi debiti ammontino a sei milioni di fiorini austriaci».

 

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IL RAPPORTO

E a Trieste prendeva forma un malcontento assai diffuso

 
I rapporti a Londra di Alexander Grahan Dunlop non riguardano solo la figura di Massimiliano. Il 19 giugno 1861 il diplomatico scrive a Londra, all’ammiraglio sir George Elliot, il rapporto “Gli umori di Trieste”. Ne emerge un’inedito ritratto di una città stanca della disattenzione asburgica

per le necessità del commercio e della politica marittima. e interessata agli sviluppi del neonato regno italiano. «Si è verificato – si legge – un grosso cambiamento da quando, in passato, ho visitato il Litorale adriatico.

La persistenza delle forti imposte municipali – applicate dal governo imperiale alla città e al distretto di Trieste – ha provocato sentimenti crescenti di malcontento e di doppiezza nei confronti del governo austriaco». Il testo prosegue: «Si tratta di emozioni che, apparentemente, si sono diffuse negli ultimi tempi tra i membri della comunità mercantile, che è agiata e influente. Tra costoro, molti provengono da Milano e da Bologna. I commercianti non nascondono la speranza che, prima o poi, Trieste sia affrancata dal dominio austriaco. Da uomini d’affari concreti quali essi

sono, ritengono di essere certi che l’Austria dovrà necessariamente attraversare una lunga fase di depressione finanziaria, ben più disastrosa e marcata di quella attuale. Ciò è dovuto all’evidente insuccesso del modello accentratore messo in campo dal Parlamento di Vienna. Ma vi è anche il

sospetto che la nuova “Costituzione”sia amministrata da personalità che vedrebbero con piacere il suo totale fallimento». Il rapporto prosegue sottolineando l’attivismo della presenza diplomatica francese. «Si dice che, privatamente, il console eseciti un’influenza notevole sulle opinioni dei

mercanti italiani e greci». Dubbi sulla fedeltà del ceto mercantile triestino il diplomatico li aveva sentiti nella stessa Vienna. «Ritenevo che tali informazioni fossero esagerate», aggiunge. E conclude: «In ogni modo, e con mia grande sorpresa, ora sono sicuro che non siano state gonfiate ad arte. Qui a Trieste prevale un generale malcontento verso il governo di Vienna, che va di pari passo con la disaffezione della maggioranza della popolazione e con la speranza ultima di un distacco dal dominio germanico».

 

(f.amo.)

 
50 - Il Piccolo 28/04/12 E Trieste si illuse di veder spuntare il sol dell'avvenire, tradotto in tedesco, tredici anni dopo l’uscita “Socialismo adriatico”

E Trieste si illuse di veder spuntare il sol dell’avvenire
Tradotto in tedesco, tredici anni dopo l’uscita “Socialismo adriatico”

 di Marina Cattaruzza

STORIA - IL SAGGIO

La storica triestina, che insegna all’Università di Berna, traccia un ritratto lucido e preciso della situazione del Litorale sotto l’Impero austroungarico
Lo scoppio della Prima guerra mondiale e il cedimento della socialdemocrazia austriaca provocarono choc e smarrimento tra i leader triestini

di RENATE LUNZER

 Tredici anni dopo l’originale italiano è uscita ora la versione tedesca dell’opera standard di Marina Cattaruzza sul “Socialismo adriatico” (“Sozialisten an der Adria. Plurinationale Arbeiterbewegung in der Habsburgermonarchie”, traduzione di Karin Krieg, Duncker&Humblot), ma il fatidico numero in questo caso porta fortuna per i lettori ignari della lingua italiana, i quali possono finalmente accedere a questo importante capitolo della storia del “Litorale” asburgico, finora piuttosto trascurato – se ne rammarica l’autrice stessa nell’introduzione - dalla ricerca tedesca e anglosassone sulla Duplice monarchia. A parte lievi modifiche e aggiornamenti dovuti al passare del tempo e alla considerazione per i destinatari germanofoni, il testo è anche arricchito di un capitolo conclusivo che serve ottimamente da sintesi. Per chi scrive, la traduzione tedesca rappresenta la gradita occasione di una rilettura di quest’opera che costituisce una tappa importante nell’itinerario storiografico della cattedratica bernese, rivolto a ricostruire – al di là delle forzature unilaterali della storiografia nazionalista oppure localista a lungo in auge – la realtà assai complessa della società giuliana, in particolare quella del mondo del lavoro di Trieste centro portuale, fino alla dissoluzione della compagine absburgica. “Sozialisten an der Adria” è la sobria, ricca, magistrale narrazione di una grandiosa utopia politico-umanitaria finita tragicamente: nascita, imponente sviluppo e naufragio eteronomo della Sezione adriatica del Partito operaio socialista in Austria. Dopo l’iniziale rassegna dell’associazionismo e mutualismo operaio dal 1867 (riforma costituzionale in Austria-Ungheria) in poi, si passa alla Società Operaia Triestina di estrazione liberalnazionale-democratica, aperta a diverse categorie professionali, libera di esclusivismo nazionale, “culla” politica di personaggi come Pittoni, la Martinuzzi e Vivante, “convertitisi” dopo all’austromarxismo. La Confederazione operaia, fondata nel 1888, si distingue dalla Sot non solo per gli organici legami con il movimento socialista in Austria, ma anche per il suo carattere univoco di associazione di lavoratori salariati; il suo trilinguismo si intende come «comandamento di carità fraterna». Quando nel 1891 la Confederazione viene sciolta dalle assai prudenti autorità statali, uno dei suoi uomini guida, «l’immensamente amato dirigente operaio» Carlo Ucekar fonda nel 1894 la Lega socialdemocratica che irrobustendosi prende nel 1897 il nome del Partito sociale-democratico del Litorale e della Dalmazia, la cui Sezione Adriatica nord, sempre etnicamente mista, comprende i distretti Trieste, Istria e Gorizia. La neonata sezione viene subito travagliata dagli intrighi dei suoi leader che causano la caduta del segretario Gerin e la cooptazione nella segreteria di Valentino Pittoni, pronto a prodigarsi al partito «come un amante all’amore» (A. Cambrini). Nel 1902 nasce la sezione italiana per il Litorale, denominata Partito operaio socialista in Austria. Sezione italiana-adriatica di cui Pittoni, dopo la morte di Ucekar, diventa capo indiscusso. Mentre Ucekar, amico di Oberdan, rappresentava la prima fase del socialismo adriatico, una commistione di valori autenticamente socialisti e repubblicani di derivazione italiana, Pittoni omologa il programma della Sezione adriatica con quello della socialdemocrazia austriaca di Victor Adler, Karl Renner e Otto Bauer, partito gradualista e riformista, fautore della progressiva emancipazione-autoeducazione del proletariato. Come presidente delle Cooperative operaie, responsabile del quotidiano “Il Lavoratore” e deputato al Reichsrat, Pittoni «guida il partito con pugno di ferro», come constata la Cattaruzza, e lo porta alla grandiosa vittoria elettorale del 1907, quando i socialisti guadagnano tutti e quattro i mandati della città per il Reichsrat. Rigorosamente internazionalisti, i compagni triestini si riconoscevano a tutti gli effetti nel “programma delle nazionalità” della socialdemocrazia dell’Impero, votato nel 1899 a Brno, che avrebbe potuto risolvere «il cannibalismo delle lotte di razza» (Pittoni) nello Stato plurinazionale, se si fosse fatta strada «una concezione dell’identità nazionale basata su fondamenti culturali, depotenziata delle implicazioni politiche». È questo concetto culturale di nazione che affascinò il giovane Stuparich, lucido corrispondente centroeuropeo de “La Voce”, ed ispirò – mediatore Angelo Vivante – il progetto dell’«irredentismo culturale» che Slataper opponeva all’irredentismo politico considerandolo pericoloso per la vita economica di Trieste come «la scure sulle radici». Molto opportunamente la Cattaruzza mette in rilievo l’egualitarismo umanistico di una donna straordinaria, Giuseppina Martinuzzi, dirigente di spicco del socialismo adriatico, figlia di proprietari terrieri albonesi, proveniente da posizioni irredentiste di sinistra. Facendo la maestra a Trieste conosce tutta la miseria e l’abbrutimento morale del proletariato (confronta il suo opuscolo “Fra gli irredenti”, 1899) e diventa attivissima partigiana dell’educazione operaia come strumento di emancipazione non solo economica, ma culturale ed etica. Sorprendentemente immune dagli stereotipi nazionali del suo tempo, la Martinuzzi rifiuta la tesi del rapporto asimmetrico tra i popoli cristallizzatosi nella storia e sostiene la pari dignità delle diverse culture nazionali. Quanto alla natia Istria, la Martinuzzi si impegna per l’affratellamento dei due proletariati (italiano e croato) nel reciproco rispetto linguistico-culturale che le sembra – realisticamente! - la sola possibilità di sopravvivenza della cultura italiana «sull’orlo di un abisso». Soffermandosi sulla questione nazionale Cattaruzza sottolinea che la causa fondamentale dei successi elettorali del partito sia stata la convergenza tra la sua ideologia internazionalista e gli interessi materiali della base, delle masse operaie etnicamente miste. Trieste non era soltanto uno dei maggiori centri economici dell’impero, era anche più di ogni altra città legata al suo retroterra statale. In questo senso non apparteneva davvero ad una determinata nazionalità, ma alla monarchia nel suo complesso, come osservò il luogotenente Hohenlohe nel 1913. Questo stato dei fatti venne analizzato da Angelo Vivante, l’unico grande teorico italiano socialista del Litorale, nel suo saggio Irredentismo adriatico (1912). Smascherando il dualismo della borghesia triestina oscillante tra utilitarismo austriacante e patriottismo italianizzante, egli criticò la “menzogna nazionale” dell’irredentismo in un’area etnicamente composta e la “menzogna economica” ai danni del florido porto centroeuropeo che l’agognata Italia non avrebbe potuto valorizzare. Per questi socialisti triestini, dirigenti e militanti, che «ritenevano possibile mantenere la propria identità culturale nell’ambito dello Stato absburgico» (Cattaruzza) lo scoppio della guerra ed il pusillanime cedimento della socialdemocrazia austriaca di Adler all’opzione del conflitto armato fu uno choc e uno smarrimento senza fine. Visto l’allineamento dei socialdemocratici austriaci con gli obiettivi del militarismo tedesco, «i bravi compagni triestini» erano in effetti i soli socialisti internazionalisti dell’Austria, come scrisse causticamente Antonio Labriola. L’entrata dell’Italia in guerra colmava per loro, rigorosamente pacifisti, sia la tragedia dell’Europa per la quale avevano intravvisto l’evoluzione verso una federazione democratica dei popoli, sia la tragedia delle loro esistenze individuali: l’“anazionale” Angelo Vivante che considerava “l’assassinio collettivo” in guerra la negazione più radicale dell’umanità, si suicidò nel 1915. Valentino Pittoni dopo la vittoria dell’ala massimalista del partito nel 1919 lasciò la politica è finì a Vienna, amministratore del quotidiano “Arbeiter Zeitung”. Michele Susmel, meritevole organizzatore del glorioso “Circolo di Studi Sociali”, si suicidò nel 1924. Davanti a tale tramonto di un’utopia umanitaria, davanti all’esecrabile momento, quando «la chiave per la storia del XX secolo» si è messa a girare dalla parte sbagliata, chi scrive rimane incerta se si deve preferire l’utilissima sinossi che conclude la versione tedesca del saggio di Marina Cattaruzza o il drammatico compianto che chiude l’originale italiano: «Perché tanto odio di cittadino contro cittadino, di italiano contro italiano?”, chiede ai lettori l’anonimo articolista del “Lavoratore” dopo l’assalto alle “Sedi Riunite” da parte dei nazionalisti nell’agosto 1919, “Che fare? Eccoci qui, soli, soli, come mai, a cercare una risposta».

 

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