N. 833 – 07 Luglio 2012
Sommario
420 - Il Piccolo 04/07/12 Napolitano va in Slovenia e incontra la comunità italiana - Visita di Stato a Lubiana il prossimo 10 e 11 luglio. (Franco Babich)
421 - Il Piccolo 03/07/12 Fasana pensa alla scuola elementare italiana (p.r.)
422 – Anvgd.it 05/07/12 Bandiera a mezza-asta per i "Muli del Tommaseo" (Rudi Decleva)
423 - Il Piccolo 01/07/12 I lavori dell'Ipsilon riprenderanno agli inizi del 2013 (p.r.)
424 - La Voce del Popolo 06/07/12 La Giunta esecutiva dell'UI al centro dell'attenzione i problemi scolastici, a Zara il futuro asilo Pinocchio potrà avere due sezioni (R.Palisca- K. Babić)
425 - Il Piccolo 05/07/12 La Croazia entra nell'Ue con le casse vuote (Mauro Manzin)
426 - Il Piccolo 04/07/12 E Lubiana sarà costretta all'aiuto internazionale (Stefano Giantin)
427 - La Voce del Popolo 05/07/12 «Unire i porti di Trieste, Capodistria e Fiume» (dk)
428 - La Voce del Popolo 06/07/12 Intervista a Lucio Toth: «Ho voluto recuperare tutto il fascino dei Domini da Mar della Serenissima» (Gianfranco Miksa)
429 - La Voce del popolo 30/06/12 Speciale - Duecastelli, una città morta ma lucente (Mario Schiavato)
430 – CDM Arcipelago Adriatico 06/07/2012 - IRCI e CDM possibili iniziative culturali sinergiche
431 - Il Piccolo 02/07/12 Reportage - Da Spalato a Ragusa in kayak sulla rotta delle isole e della storia (Emilio Rigatti)
432 – La Voce del Popolo 02/07/12 Cultura - Dignano, Istria Nobilissima: Testimone della produzione culturale CNI (Daria Deghenghi)
433 – CDM Arcipelago Adriatico 02/07/2012 - Spadaro: gli Italiani dell'Adriatico orientale, una nuova impostazione (Stelio Spadaro)
434 - Corriere della Sera 05/07/12 «Agli islamici stessi diritti dei cristiani» Così volle Cecco Beppe 100 anni fa (Giorgio Pressburger)

 

A cura di Stefano Bombardieri
Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :
http://www.arcipelagoadriatico.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.arenadipola.it/

 

420 - Il Piccolo 04/07/12 Napolitano va in Slovenia e incontra la comunità italiana - Visita di Stato a Lubiana il prossimo 10 e 11 luglio.
Napolitano va in Slovenia e incontra la comunità italiana
L’annuncio del presidente Türk Programma ancora da definire. Viaggio nello spirito della nuova fratellanza
di Franco Babich
LUBIANA. Il Presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano sarà il 10 e 11 luglio in visita ufficiale alla Slovenia. L'annuncio è stato fatto nel corso dell'incontro che il presidente sloveno Türk ha avuto ieri con gli esponenti della minoranza slovena in Italia e di quella italiana in Slovenia, che per la prima volta hanno incontrato insieme il capo dello Stato sloveno. I dettagli della visita di Napolitano a Lubiana saranno definiti nei prossimi giorni, ma si sa fin d'ora che oltre ai colloqui ufficiali con Türk, il presidente Napolitano incontrerà anche una delegazione della Comunità nazionale italiana.
La visita di Napolitano è la conferma dei rapporti di buon vicinato e rientra in quel percorso di riconciliazione avviato insieme ai presidenti sloveno Türk e croato Ivo Josipovi„ proprio a Trieste, il 13 luglio del 2010, quando i capi di Stato di Italia, Slovenia e Croazia, prima di partecipare al Concerto dell'Amicizia in Piazza Unità, diretto dal mestro Riccardo Muti, visitarono insieme alcuni luoghi della memoria, come l'ex Narodni Dom e il Monumento all'esodo degli istriani, fiumani e damati, per chiudere simbolicamente le ferite della storia in modo da poter dedicarsi a un futuro di collaborazione nel contesto dell'Unione europea, di cui, a partire dal luglio del 2013, farà parte anche la Croazia.
Lo stesso spirito e la stessa volontà di aprire un nuovo capitolo nella storia di queste terre è stato manifestato il 3 settembre del 2011 a Pola, quando ci fu l'incontro tra Napolitano e Josipovi„. Che tiri ormai da tempo aria nuova, nei rapporti tra Italia e Slovenia, è stato confermato anche ieri nel corso dell'incontro dei rappresentanti delle due minoranze - guidati dal presidenti dell'Unione Culturale Economica Slovena, Rudi Pavši›, e dal presidente della Giunta dell'Unione italiana, Maurizio Tremul - con il capo dello stato sloveno.
A Türk, la delegazione congiunta degli sloveni in Italia e degli italiani in Slovenia, ha presentato i risultati del progetto “Jezik-Lingua”, finanziato nell'ambito del programma per la Cooperazione transfrontaliera Italia–Slovenia 2007-2013 e promosso dalle due minoranze per valorizzare la loro presenza, lingua e cultura nell'area transfrontaliera. «Questa nuova solidarietà tra le minoranze – ha rilevato Türk – ha dato un impulso non solo alla cooperazione a cavallo del confine ma anche ai rapporti bilaterali». L'incontro delle minoranze con Türk è servito pure a fare il punto sui problemi delle due comunità. In questo momento, una delle questioni più scottanti sono gli effetti della crisi sui finanziamenti, che subiscono tagli da entrambe le parti, e rischiano di risentirne in particolare i mezzi d'informazione delle due minoranze: i programmi italiani di Tv e Radio Capodistria e il quotidiano sloveno Primorski Dnevnik.
421 - Il Piccolo 03/07/12 Fasana pensa alla scuola elementare italiana
Fasana pensa alla scuola elementare italiana
Dopo i tempi bui della Jugoslavia di Tito la Comunità nazionale è rinata e può contare su 600 iscritti
POLA Fasana è tra le località istriane che maggiormente hanno corso il rischio di perdere la loro identità italiana. Dopo la seconda guerra mondiale, in pieno esodo, il regime di Tito fece sopprimere la scuola italiana e il Circolo italiano di cultura per cui fino al 1992 l'italiano o meglio la parlata istroveneta rimase relegata all'uso tra le mura domestiche o tra amici. Intervenendo alla celebrazione per i 20 anni della ricostituzione della Comunità, il deputato italiano Furio Radin ha ringraziato i connazionali del posto «per aver continuato a parlare italiano in questa cittadina difficile,politicamente sempre sotto i riflettori delle Isole Brioni e del protocollo di stato jugoslavo». Un ventennio fa in seguito alle aperture democratiche alcuni connazionali del luogo hanno rifondata la Comunità che oggi conta oltre 600 iscritti. Nel 2.000 è stata inaugurata la bella sede comunitaria costruita con il contributo di Roma. La fiammella dell'italianità ha così ripreso vigore tanto che oggi il Comune di Fasana è ufficialmente bilingue e il sindaco Ada Damjanac è molto ben disposta verso gli italiani del luogo, al punto da appoggiare l'iniziativa per la riapertura della scuola italiana. Al momento esiste una sezione d'asilo italiana con 25 bambini. Nella scuola elementare croata l'italiano si studia come lingua straniera. Esiste anche un gruppo di 15 alunni iscritti alla scuola italiana di Dignano che dista 5 km. Se ci fosse una scuola sul posto il numero sarebbe sicuramente maggiore. Alla festa per l'anniversario la presidente Claudia Valente Novak ha ringraziato i suoi predecessori Antonio Devescovi e Giancarlo Moscarda ricordando la realtà comunitaria: due balletti di bambini e ragazzi, la filodrammatica, i minicantanti, il gruppo artistico, i corsi di italiano e il coro misto che hanno dato vita a uno squisito spettacolo. Alla celebrazione sono intervenuti il Console Generale d'Italia a Fiume Renato Cianfarani, il direttore amministrativo dell'Università popolare di Trieste Alessandro Rossit, il vice presidente dell'Assemblea Ui Paolo Demarin e Rosanna Bernè che per l'Ui cura il coordinamento con le Comunità degli italiani. Il Comune di Fasana era rappresentato dall'assessore alle Attività sociali Nataša Novak. (p.r.)
422 – Anvgd.it 05/07/12 Bandiera a mezza-asta per i "Muli del Tommaseo"
Bandiera a mezza-asta per i "Muli del Tommaseo"
Il Com.te Ervio Dobosz – già Segretario Generale dell’Associazione, fondata dagli Allievi formatisi nel Collegio brindisino per profughi giuliano-dalmati – è mancato improvvisamente a Roma nei primi giorni di luglio all’età di 82 anni, lasciando nel dolore la moglie Grazia Tuchtan e i figli Enrico, Elisabetta e Marina.
Dopo aver terminato i suoi studi a Brindisi e conseguito il diploma di Capitano di Lungo Corso, Ervio aveva trovato imbarco sulle navi della “Genepesca”, grande impresa armatrice di navi da pesca d’altura oceanica appartenente al gruppo Fiat, dapprima come ufficiale e poi al comando. Era una vita dura che lo teneva lontano dalla famiglia per mesi, ma al tempo stesso esaltante dato che si trattava di un settore alimentare, quello del pesce congelato e preconfezionato, che piano piano stava passando dalla diffidenza dei consumatori al suo meritato apprezzamento.
Dopo 15 anni di quella vita di grandi sacrifici, decise di partecipare ad un concorso per Pilota di Porto a Livorno e correttamente informò l’azienda, che – per non perderlo – lo promosse a incarichi dirigenziali nella funzione di Capitano d’Armamento prima e di Direttore dello stabilimento di Livorno in un secondo tempo.
Alla fine degli anni Sessanta Genepesca venne acquistata dalla azienda Sages del Gruppo Unilever le quale gli assegnò incarichi dirigenziali nella sede di Roma. Successivamente Ervio scelse di lavorare per un’altra azienda primaria del settore: la «Tontini Pesca» di Anzio dove il Titolare lo valorizzò ulteriormente sfruttando le sue tre lingue estere parlate e la sua esperienza di pesca e di marketing ormai grandemente acquisita.
Quando andò in pensione da Dirigente Ervio scelse di continuare la sua attività nel settore della pesca come consulente e così passò da convegno a convegno fino a diventare presidente di FederPesca - Federazione Italiana della Pesca, associazione che raggruppa 2000 imprese armatoriali e 2500 navi da pesca. Poi sarebbe divenuto presidente dell’Osservatorio Nazionale della Pesca e infine il massimo: presidente di Europèche, l’associazione delle organizzazioni nazionali delle imprese di pesca dell’Unione Europea alla cui guida rimase per ben 16 anni: dal 1986 al 2002. Un record, ed attualmente ne era il Presidente Onorario.
Nel libro Ricordi dei Muli del Tommaseo di Ennio Milanese, Ervio Dobosz così descriveva – con la semplicità e la modestia che lo contraddistinguevano – le radici del suo successo: «[…] l’ambiente del “Tommaseo” mi ha forgiato e modellato per compiere degnamente il mio dovere di cittadino». La nostra Fiume perde un altro fiumano che la ha ben onorato.
Rudi Decleva
423 - Il Piccolo 01/07/12 I lavori dell'Ipsilon riprenderanno agli inizi del 2013
I lavori dell’Ipsilon riprenderanno agli inizi del 2013
POLA Nonostante la crisi finanziaria che sta bloccando numerosi progetti e investimenti, il raddoppio di corsie sull’Ipsilon istriana dovrebbero riprendere in tempi relativamente brevi, per la precisione agli inizi del 2013. E subito si procederà alla perforazione della seconda canna del Traforo del Monte Maggiore, a 31 anni di distanza dall'inaugurazione della galleria che all'epoca veniva giudicata una delle più grandi conquiste del lavoro nell'allora Jugoslavia. La riapertura dei cantieri è stata annunciata alla Tv pubblica dai vertici della società concessionaria Bina–Istra precisando che al momento si stanno sbrigando le ultime formalità burocratiche tra cui l'esproprio dei terreni mentre tutti i necessari permessi dovrebbero venir rilasciati entro l'estate in corso. Il costo dei lavori da completarsi nell'arco di 5 anni, viene stimato sui 500 milioni di euro. Su questo segmento il transito medio giornaliero è di 8.500 veicoli che nei mesi estivi viene raddoppiato. Per quel che riguarda il finanziamento, ancora una volta si farà affidamento sui crediti e la Bina-Istra ha avviato contatti con le banche e fondi d’investimento. Qualche ostacolo su questo percorso non manca tenuto conto che ultimamente i tassi d'interesse sui crediti sono aumentati. Un solo punto percentuale in più dicono i vertici della Bina-Istra, si “mangia” la bellezza di 10 milioni di euro. Nella fase successiva si procederà al raddoppio dei due grandi viadotti, quello di Leme e quello sul Quieto. Poi i lavori saranno veramente ultimati, l’Istria avrà così 145 chilometri di autostrada. Intanto il governo croato non si è ancora pronunciato sulla richiesta del periodo di concessione, che all'attuale stato di cose scade nel 2027. La Bina-Istra spinge per allungarlo fino al 2035 spiegando che altrimenti non riuscirebbe a recuperare l'investimento che alla fine risulterà pari a un miliardo e mezzo di euro. L'Ipsilon istriana è diventata una delle viabili più trafficate nel paese. Annualmente vi circolano 10 milioni di veicoli, fino a 60 mila al giorno d'estate e 15 mila nei mesi invernali.( p.r.)
424 - La Voce del Popolo 06/07/12 La Giunta esecutiva dell'UI al centro dell'attenzione i problemi scolastici, a Zara il futuro asilo Pinocchio potrà avere due sezioni
a cura di Roberto Palisca
La Giunta esecutiva dell'UI si è riunita a Fiume con al centro dell'attenzione i problemi scolastici
Piccola maturità, evitare nuovi disagi
A Zara il futuro asilo Pinocchio potrà avere due sezioni: ciascuna potrà accogliere fino a 25 bimbi
FIUME – Il croato è la lingua ufficiale della Repubblica di Croazia e di conseguenza il voto di questa materia scolastica non può essere escluso in nessun modo dalla valutazione del punteggio per l’iscrizione degli alunni nelle scuole medie superiori, comprese quelle delle minoranze nazionali. Tuttavia, considerata la peculiarità delle scuole della minoranza, il ministero della Scienza, dell’Istruzione e dello Sport ha acconsentito a valutare anche il voto della lingua italiana ai fini delle iscrizioni nelle SMSI nell’anno scolastico 2012/13. È questa, in sintesi, la risposta fornita dal ministero all’Unione Italiana, dopo che quest’ultima si è rivolta al dicastero guidato da Željko Jovanović al fine di informarsi in relazione ai criteri d’iscrizione degli alunni alle prime classi delle SMSI dell’Istria. L’informazione in questione è stata trasmessa da Norma Zani ai membri della Giunta esecutiva dell’UI riunitasi ieri l’altro a Fiume. All’incontro di Palazzo Modello, oltre alla professoressa Zani, erano presenti pure il presidente della Giunta esecutiva dell’UI, Maurizio Tremul, Marianna Jelicich Buić, Rosanna Bernè, Daniele Suman e il segretario generale dell’Ufficio dell’Assemblea e della Giunta esecutiva dell’UI, Christiana Babić.

VOTO DI ITALIANO Illustrando l’argomento, Norma Zani, vicepresidente della GE dell’UI con deleghe all’“Educazione e Istruzione” ha notato che, in seguito all’interessamento dell’UI, il ministero ha acconsentito a reintegrare nella valutazione il voto di lingua italiana. Tuttavia da Zagabria non sono state fornite indicazioni precise su come procedere alla valutazione di quest’ultima materia, creando perplessità alle autorità istriane competenti. Norma Zani ha informato i membri della GE dell’UI di essere stata rassicurata, sebbene solo telefonicamente, da un’importante funzionaria istriana, che per quanto compete l’iscrizione delle matricole nelle SMSI si procederà con le modalità in vigore negli anni scorsi.
Deliberando in materia la GE ha espresso rammarico per l’accaduto. La spiegazione fornita da Zagabria sulla distinzione tra lingua ufficiale e lingua materna non ha soddisfatto i membri della GE, che hanno stabilito di rivolgersi alle autorità competenti invitandole a rispettare le disposizioni dell’Accordo italo-croato sui diritti delle minoranze nazionali sottoscritto il 5 novembre 1996 e ratificato dal Sabor il 19 settembre 1997. Un documento stando al quale Zagabria si è assunta l’obbligo di garantire il rispetto dei diritti acquisiti dalla minoranza italiana in Croazia.

PICCOLA MATURITÀ L’istruzione e l’educazione sono i due temi che hanno occupato la maggior parte dell’incontro di mercoledì scorso. Difatti, Norma Zani ha fatto presente che il prossimo anno scolastico in Croazia partirà il progetto pilota relativo alla reintroduzione in Croazia della cosiddetta “piccola maturità” al termine della scuola dell’obbligo. La vicepresidente della GE dell’UI ha osservato che persiste il rischio che si ripeta il problema insorto a suo tempo con la maturità di stato, che inizialmente non sembrava prevedere testi nelle lingue delle minoranze nazionali. L’ex preside del Liceo di Fiume ha suggerito pertanto di accogliere l’invito rivolto dagli uffici competenti e collaborare alla stesura dei programmi in questione. Secondo Norma Zani si tratta del modo più opportuno per scongiurare il pericolo che si ripetano i disagi legati all’esame della maturità di stato e soprattutto per tutelare gli interessi degli alunni delle scuole elementari italiane, che una volta licenziati dalle scuole dell’obbligo devono poter scegliere liberamente come e dove proseguire il proprio ciclo formativo.

EQUIPOLLENZA Rimanendo in tema di esami di maturità, la GE dell’UI ha preso atto con grande soddisfazione del riconoscimento dei risultati conseguiti all’esame di maturità di stato in Croazia all’atto dell’immatricolazione agli Atenei italiani. Per farla semplice, ciò significa che il diploma rilasciato dalle SMSI in Croazia sarà sostanzialmente equiparato ai diplomi di maturità conseguiti negli istituti scolastici in Italia. La notizia è stata confermata il 12 giugno scorso con la pubblicazione sul sito Internet dell’Ambasciata italiana a Zagabria dell’informazione che per il rilascio della dichiarazione di valore del titolo di studio ai fini dell’immatricolazione presso Università italiane, gli interessati dovranno dimostrare di aver superato la sola parte obbligatoria dell’esame di maturità di Stato in Croazia. Non è più necessario il superamento di ulteriori prove facoltative. Commentando la notizia, Maurizio Tremul ha espresso sinceri ringraziamenti alle autorità diplomatiche italiane in Croazia, che con il loro cortese interessamento hanno valutato, a seguito delle richieste dell’UI, le possibilità giuridico istituzionali di riconoscere alle pagelle dell’esame di maturità conseguite presso le SMSI operanti in Croazia la validità in loco, interessando all’argomento nel non semplice iter attutivo sia la Farnesina sia il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.

L’ASILO DI ZARA Altre buone notizie giungono pure sul fronte della creazione dell’Asilo italiano a Zara. La GE dell’UI ha espresso compiacimento per l’avvenuto rilascio, in data 6 giugno 2012, del decreto del ministero della Scienza, dell’Istruzione e dello Sport, con il quale si approva la costruzione della scuola materna della CI di Zara. Illustrando l’argomento, Norma Zani ha spiegato che il futuro asilo Pinocchio potrà avere due sezioni, ciascuna delle quali in grado di accogliere fino a 25 bambini di età compresa tra i 3 e i 7 anni. Il maggior ostacolo all’inaugurazione dell’impianto è rappresentato attualmente da problemi di tipo logistico. È necessario, infatti, rendere idoneo il villino acquistato a Zara a ospitare un asilo infantile. Un procedimento che richiede il rilascio di numerosi documenti da parte della autorità e risorse economiche non irrilevanti. Ad ogni modo il presidente della GE dell’UI ha espresso soddisfazione per il lavoro svolto.

AUTOFINANZIAMENTO Esprimendo ringraziamento all’ambasciatrice Emanuela d’Alessandro e al console italiano a Spalato, Paula Cogliandro, per il loro contributo al progetto, Tremul ha rilevato l’importanza di salvaguardare e valorizzare la lingua e la cultura italiane a Zara e in Dalmazia. Facendo presente che l’asilo sarà un ente privato, ha ricordato che Roma ha fatto intendere che a partire dal secondo anno d’attività la scuola materna dovrà riuscire ad autofinanziarsi.

VILLA PERLA Rimanendo in tema di asili, la GE ha accolto la richiesta della Città di Lussinpiccolo di usare un ambiente degli spazi concessi dall’UI in uso all’istituzione prescolare Cvrčak nell’ambito degli spazi di Villa Perla per una sezione di asilo nido nell’anno pedagogico 2012/2013. Di conseguenza le autorità di Lussino sono state invitate ad assicurare ad ambedue le sezioni prescolari situate a Villa Perla tutte le condizioni di sicurezza che vengono applicate per l’istruzione prescolare Cvrčak nel suo complesso.

MEZZI DIDATTICI Per quanto concerne il finanziamento dell’acquisto di attrezzature e mezzi didattici destinati alle scuole e degli asili italiani della CNI in Croazia e Slovenia, nel corso della riunione è stato fatto presente che l’UI destinerà nel corso del 2012 la somma di 241mila euro. Un importo che su decisione dell’Assemblea UI è stato inserito nella programmazione dei mezzi della legge 193/04 dello Stato italiano a favore della CNI per l’annualità 2012. Inoltre, i membri della GE dell’UI hanno deciso di accogliere la richiesta avanzata dalla SEI di Cittanova per un finanziamento legato all’ampliamento di un’aula. Il contributo riconosciuto dall’UI ammonta a 1.000 euro a fronte di un preventivo di spesa di 23.781 kune e servirà ad assicurare le condizioni affinché l’istituto possa accogliere i 12 alunni che quest’anno si sono iscritti alla prima classe.

BORSE DI STUDIO La GE dell’UI ha dato il via libera pure alla pubblicazione dei bandi di concorso per l’assegnazione di 32 borse di studio presso università italiane, croate e slovene. Il professor Daniele Suman, membro della Giunta con deleghe all’“Università e Ricerca scientifica”, ha presentato un rapporto sulle 143 borse di studio assegnate agli studenti universitari dal 2005 al 2011. A seguito dell’analisi, Suman ha suggerito di vagliare la possibilità di ridurre in futuro il numero delle borse di studio, aumentandone contemporaneamente gli importi, privilegiando possibilmente quelle vincolate. Nel corso del dibattito è stata menzionata la possibilità di vincolare le borse di studio non più agli istituti scolastici, bensì all’UI. Tale proposta è stata motivata dal fatto che i finanziamenti in questione non devono essere necessariamente erogati a fronte delle esigenze degli istituti scolastici, ma anche in relazione ai bisogni delle altre istituzioni della CNI.

RICONCILIAZIONE Nel corso dell’incontro Maurizio Tremul ha informato i membri della GE dell’UI in merito al contributo e al ruolo di primo piano avuto dalla CNI nell’ambito degli eventi di Maribor 2012 – Capitale europea della cultura. Un contributo, quello della CNI, che è culminato con l’organizzazione, congiuntamente all’Ambasciata italiana a Lubiana, della mostra “Ottavio Missoni. Il genio del colore”, dedicata al celebre stilista di origini dalmate. La GE ha approvato anche l’informazione relativa allo svolgimento del Percorso della memoria e della riconciliazione. Una manifestazione che a detta di Tremul ha rappresentato un momento altamente significativo sotto il profilo etico e morale della comune espressione di volontà degli esuli istriani, fiumani e dalmati e degli italiani di Croazia e di Slovenia di riflettere sulle tragiche vicende storiche del ‘900 e di costruire assieme un comune futuro di pace e collaborazione nel ritrovato spirito europeo che la piena adesione della Croazia e della Slovenia porteranno con sé.
Krsto Babić
425 - Il Piccolo 05/07/12 La Croazia entra nell'Ue con le casse vuote
La Croazia entra nell’Ue con le casse vuote
Niente soldi per la paga di dicembre e la tredicesima degli statali.
Verso un nuovo indebitamento. Ministeri sotto accusa
di Mauro Manzin
TRIESTE Alla Croazia non tornano più i conti. Nei primi cinque mesi di quest’anno sono stai spesi 160 milioni di kune in più per le paghe dei pubblici dipendenti rispetto allo stesso periodo del 2011. Ma secondo i calcoli del ministro delle Finanze Slavko Lini„ la spesa avrebbe dovuto essere a oggi di 600 milioni di kune più bassa. Risultato? Per i 240mila dipendenti pubblici croati non ci saranno i soldi per pagare il mese di dicembre e tantomeno la tredicesima a Natale. Uno scenario, dicono gli analisti, improponibile che il governo Milanovi„ non può permettersi. Ma l’attuale congiuntura internazionale, la situazione del Paese e l’equilibrio delle forze dimostra che l’esecutivo non ha molte opzioni disponibili: o deve immediatamente ridurre i salari, oppure deve aumentare il proprio deficit aprendo una nuova linea di crediti per coprire il “buco”. E il tutto a un anno esatto dall’adesione all’Unione europea dove i conti, si sa, devono tornare. Eccome.
La Croazia ha cercato di mantenere il rating del credito dello Stato fino a marzo di quest’anno sulla base di una riduzione di 4 miliardi di kune (530 milioni di euro) della spesa pubblica, metà della quale si sarebbe dovuta ottenere con i tagli agli stipendi. La manovra varata dal governo prevede di mantenere le spese complessive a 118,8 miliardi di kune. Manovra fortemente criticata dagli economisti croati i quali hanno immediatamente messo sul chi vive il ministro delle Finanze Lini„ sostenendo che, conti alla mano, per attuare la manovra era indispensabile effettuare tagli pari a 2 milioni di kune da reperire con un’adeguata riforma del mercato de lavoro. Se ora si provvederà con una politica di tagli degli stipendi i dipendenti pubblici potrebbero, a fine anno, perdere una cifra pari a una mensilità. Quindi siamo un po’ di fronte alla situazione del cane che si morde la coda. Le prospettive non sono chiare. Il ministro Lini„ sostiene che nella prossima manovra supelttiva non ci sarà alcun riequilibrio dei fondi destinati alle spese pubbliche in quanto il governo dovrà ripianare i costi relativi al settore della cantieristica navale. I sindacati sperano che il “buco” possa essere colmato dal postivio trend della congiuntura, ma gli economisti avvertono che la crescita del fatturato più elevata del previsto nei primi quattro mesi del 2012 è destinata ad arrestarsi come evidenziano già i primi dati di maggio.
È previsto, invece, un forte calo dei consumi e un aumento della disoccupazione con un calo del gettito fiscale nelle casse dello Stato. Il Ministero delle Finanze sostiene che l’aumento della spesa per gli stipendi del settore pubblico è dovuto al fatto che molti ministeri non hanno attuato alcuna “spending review”, anzi, soprattutto il Ministero della Sanità ha accresciuto in un anno il proprio organico con nuovi 3500 dipendenti. I dicasteri meno virtuosi sono, oltre a quello della Sanità, il Ministero dell’Istruzione e quello degli Interni. I ministri “sotto accusa” rimandano a loro volta la “palla” al governo reo, a loro detta, di non accelerare un accordo con le forze sindacali visto che sia l’istruzione che la sanità godono di un’ampio decentramento in base al quale gli organici vengono stabiliti in sede locale. Insomma se la testa pensa alla dieta lo stomaco continua a digerire proteine. Come nel settore della giustizia dove sono previsti tagli pari a 120 milioni di kune relativi alle paghe dei magistrati, ma dove il governo non è in grado di svolgere un controllo diretto sulle altre spese. E, ciliegina sulla torta, il Comune di Zagabria rischia addirittura la bancarotta vista l’enorme mole di debiti nei confronti dello Stato
426 - Il Piccolo 04/07/12 E Lubiana sarà costretta all'aiuto internazionale
E Lubiana sarà costretta all’aiuto internazionale

Per l’Economist la crisi della Grecia e i prelievi effettuati nelle banche affligge i mercati dell’area balcanica.
Ungheria, Romania e Bulgaria in ripresa nel 2013

I tagli di Orban per rilanciare l’economia magiara

SLOVENIA a rischio Potrebbe essere una nuova Madrid con lo spettro del “bailout”
bond spazzatura Il debito ungherese ha quasi raggiunto l’80% del Pil
”Ossigeno” bloccato Fondi stanziati de Ue e Fmi sono stati stoppati da una norma


Mentre Budapest attende l’ossigeno del prestito miliardario dell’Fmi, il premier Viktor Orban non resta fermo. Lunedì ha annunciato una sorta di “decalogo” per promuovere l’occupazione. La “via magiara” allo sviluppo, costosa per le magre casse pubbliche (1,3 miliardi di euro), prevede tagli del 50% ai contributi delle imprese per i lavoratori under 25, per quelli over 55 e quelli non qualificati. Secondo il premier solo queste misure contribuiranno alla creazione di 250mila posti di lavoro. La “Bibbia” di Orban prevede anche una “flat tax” semplificata per le Pmi e ritocchi all’Iva. Le imprese non dovranno versarla allo Stato finché non saranno state pagate per i servizi erogati.

di Stefano Giantin
BELGRADO Mentre i Grandi d’Europa, Monti in testa, assicurano di avere trovato una soluzione ai problemi economici dell’Unione, cosa sta succedendo alla periferia dell’impero? Come stanno rispondendo alla crisi i Paesi Ue del “limes” sudorientale, dalla Slovenia all’Ungheria, dalla Romania alla Bulgaria? Per capire, la via migliore è affidarsi ai più recenti e autorevoli studi sulle economie di quella che è stata definita “Emerging Europe”. Che da emergente, almeno stando ai numeri, si è trasformata in sofferente. A partire da Romania e Bulgaria.

Nel rapporto “Balkan vulnerability” dell’Economist Intelligence Unit (Eiu), pubblicato a metà giugno, Bucarest e Sofia vengono inserite in un ampio gruppo di Stati «vulnerabili» (Albania, Serbia, Croazia, Macedonia, Montenegro) che condividono difficoltà e sfide simili. Queste «economie in transizione sono tra quelle che più hanno patito la recessione globale», illustra il settore analisi del settimanale “The Economist”. Il Pil dell’area è sceso del 5,2% nel 2009 «e la recessione è continuata nel 2010, perché la più grande economia dell’area, quella rumena, ha sperimentato un declino di produzione». Se il 2011 è stato di leggera ripresa, con un prodotto interno lordo «in crescita media dell’1,9%», il 2012 sarà di nuovo un anno di vacche magre: un modesto +0,7% di Pil “balcanico”. Segno che Bulgaria e Romania in testa sono ancora impantanate «a livelli pre-crisi».

Il perché del rinnovato rallentamento? Per l’Eiu la colpa è ancora una volta in gran parte della Grecia e del prosciugamento del credito. Le banche di Atene, che controllano il 20% del settore nei Balcani, sono infatti «una significativa fonte di contagio poiché stanno ritirando i propri fondi dagli Stati vicini». Drammatici i numeri del prelievo: «-25% in Romania e Bulgaria e -18% in Serbia», in soli due anni. Meno cupo invece il quadro dipinto dalla Banca mondiale (Bm) nel recente documento “Affrontare i venti contrari”.

Venti contrari che in Bulgaria e Romania e in molti Stati della “Nuova Europa”, come Polonia e Paesi Baltici ma con l’eccezione di Slovenia e Ungheria, hanno soffiato con meno irruenza nel 2011. Quest’anno la regione ha però di nuovo risentito «dell’impatto del rallentamento economico globale, delle sofferenze sui debiti sovrani e dell’impennata dei prezzi del carburante». Se il 2012 sarà dunque periodo di stasi, il 2013 segnerà la rinascita, almeno per una parte dell’Est, promette la Banca mondiale. Che riporta una tabella interessante che ben descrive lo stato di salute dei “compagni di viaggio” orientali. Il Pil della Romania dal +2,5% del 2011 scenderà a +1,2% quest’anno, per poi risalire a +2,8% nel 2013. Stesso discorso per la Bulgaria: +1,7% l’anno scorso, 0,6% nel 2012 e poi +2,5% nel 2013. Spostandosi verso Nord, gli accenti cambiano. Budapest, a esempio, ancora preoccupa. I bond magiari sono stati declassati al livello “spazzatura”, mentre il debito ungherese ha quasi raggiunto l’80% del Pil. Pil segnalato di nuovo in calo nel 2012: -1% secondo proiezioni del think-tank magiaro “Kopint-Tarki”. Per stabilizzare il sistema servirebbero nuovi fondi da parte di Ue e Fmi, finora bloccati a causa di una legge che ha minato l’indipendenza della Banca centrale. Ma la modifica alla norma è all’orizzonte. Si aprirà così il rubinetto di un nuovo maxi-prestito “salva Ungheria” di 15 miliardi di euro.

E la Slovenia? La Banca mondiale, dopo il -0,2% del 2011, indica in un -1,2% il calo del Pil sloveno nel 2012. Secondo la Bm, Lubiana paga «la contrazione del settore edile dopo il boom del periodo pre-crisi ma anche i ritardi nelle riforme strutturali e la fragile situazione del settore finanziario». E malgrado le previsioni di un Pil di nuovo leggermente positivo nel 2013, per Lubiana si avvicina lo spettro di un “bailout” in stile spagnolo. L’allerta è arrivata ieri proprio dall’Economist Intelligence Unit che ha avvisato: «La Slovenia potrebbe diventare il sesto membro dell’Ue ad aver bisogno di aiuti internazionali, poiché il governo è in difficoltà a trovare denaro per ricapitalizzare le sue banche», in primis Nova Ljubljanska Banka. «Sarà dura» per una Lubiana stretta tra crisi e austerità, chiosa l’Eiu, «evitare di chiedere aiuto».
427 - La Voce del Popolo 05/07/12 «Unire i porti di Trieste, Capodistria e Fiume»
LA COLLABORAZIONE TRILATERALE UN BUON PASSO PER COMBATTERE LA CRISI
«Unire i porti di Trieste, Capodistria e Fiume»
Unire i porti di Trieste, Capodistria e Fiume in una collaborazione trilaterale potrebbe essere un buon passo per combattere la crisi in ambito portuale e non solo. È quanto emerso a margine del convegno della World Free Zone Convention, tenutosi lunedì e martedì a Trieste.

DIALOGO “Attendo un riscontro dai colleghi di Capodistria e Fiume – ha detto la presidente dell’Autorità Portuale triestina, Marina Monassi – perché io ho già espresso la volontà di aprire un dialogo volto alla collaborazione. L’unione fa la forza. In questo campo, purtroppo o per fortuna, vincono i più forti. Non decidiamo noi di far venire le merci, ma – rammenta la Monassi – sono le merci che vanno dove trovano più convenienza, servizi, velocità, sicurezza. In tre potremmo farcela meglio che da soli”.

FONDALI L’intento andrebbe a concretizzare ed ampliare un discorso che già portano avanti Trieste e Capodistria. Il capoluogo giuliano, ad esempio, ha il pregio di possedere fondali di 18 metri naturali di profondità, che consentono anche alle navi con carico superiore di attraccare. Quelle navi che non riescono ad entrare nel porto della vicina Capodistria, scaricano parte delle merci a Trieste, per poi completare le operazioni alla “Luka Koper”.
Se venissero sfruttati i punti franchi dei tre porti, si avrebbero ancora più vantaggi. “Fiume – ha ricordato il vertice dell’Authority triestina – ha il porto franco dal 1719, voluto da Carlo VI. Ed è esattamente nel 1719 che anche Trieste acquisisce la zona franca”.
PROGETTO PAROVEL In questo senso c’è qualcuno che già nel 1983 aveva pensato ad un possibile collegamento tra i porti della nostra area. Paolo G. Parovel, giornalista investigativo, direttore del settimanale “La Voce di Trieste”, racconta come il suo progetto di condivisione con Capodistria del regime dei punti franchi, collegando e coordinando i due scali, fosse stato bocciato “a causa delle allora personalità politiche di stampo nazionalista”.

ACCORDI DI OSIMO Allora Parovel era consigliere del Comune di Trieste con una propria lista indipendente. “Con una mozione – racconta – chiedeva lo spostamento e la conversione della zona franca industriale mista a cavallo del confine, istituita dagli Accordi di Osimo (in relazione al Trattato di Parigi del 1947), sul Carso. Venne subito osteggiata dalla popolazione ed inattuata. Si proponeva di trasformarla in due semizone di cooperazione e collegamento ferroviario tra i porti di Trieste e Capodistria, rispettivamente nelle valli terminali dell’Ospo e del Risano”.
L’iniziativa venne presentata e discussa da Parovel a Roma nell’ambito del convegno del Centro per le relazioni italo-jugoslave presieduto dall’ambasciatore Walter Maccotta, sul tema “L’Europa di fronte alla difficile situazione economica in Jugoslavia” con l’ambasciatore Ludovico Carducci d’Aragona per l’Ufficio Osimo del ministero degli Esteri, e con l’allora ambasciatore di Jugoslavia, Marko Kosin.

CONSENSO DELLA POPOLAZIONE “Roma – rimembra Parovel – ritenne particolarmente critico il problema del consenso della popolazione triestina attraverso le amministrazioni locali, dove poco dopo la mozione venne approvata senza problemi dai consigli provinciale e regionale, mentre al Comune la sua discussione rimase bloccata all’ordine del giorno da ambienti politici nazionalisti”.
Nell’84 Parovel riuscì a far approvare dal Consiglio una mozione che sbloccava politicamente il problema, chiedendo la ridiscussione degli aspetti controversi di Osimo sulla base di nuove proposte economiche concrete per il rilancio dell’economia triestina e della collaborazione internazionale. “Ora il progetto andrebbe rilanciato – auspica il giornalista – soprattutto grazie alle prospettive di entrata nell’UE della Croazia, per rafforzare l’asse di traffico che dai porti di Amburgo e Danzica ha come terminali naturali Trieste, Capodistria e Fiume”. (dk)
428 - La Voce del Popolo 06/07/12 Intervista a Lucio Toth: «Ho voluto recuperare tutto il fascino dei Domini da Mar della Serenissima»
Intervista a Lucio Toth, sullo sfondo del suo secondo romanzo,
incentrato su Spiridione Lascarich
«Ho voluto recuperare tutto il fascino dei Domini da Mar della Serenissima
ROMA – Una ricca carriera da magistrato della Corte di Cassazione e senatore della Repubblica Italiana, e adesso anche da scrittore. È la “nuova” vita dell’esule zaratino Lucio Toth, classe 1934, che nell’arte letteraria ha trovato il meccanismo più adatto per trasmettere tanto la sua ricchezza interiore quanto la richezza delle terre di provenienza. In verità, Toth – punto di riferimento dell’associazionismo dell’esodo – per anni è stato alla guida dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, di cui è oggi presidente onorario – non è nuovo a questo tipo di percorso, che lo ha portato già nel 2008 alla pubblicazione del suo primo romanzo, “La casa di calle San Zorzi” (Sovera Editore), che narra l’odissea delle genti dalmate attraverso le tempeste del ’900. “Spiridione Lascarich – Alfiere della Serenissima”, edito nella collana Parole d’Acqua da “La Musa Talìa” di Venezia, è il suo secondo lavoro. Nel libro l’autore ha ripercorso le avventure di un dalmata di Curzola, ufficiale di Venezia che combattè in Dalmazia e in Grecia. Siamo sul finire del XVII secolo, mentre l’Europa si trova a fronteggiare l’avanzata dell’Impero ottomano nella penisola balcanica, che minaccia il cuore del Continente...
“La Dalmazia è stata teatro per secoli delle guerre che la Repubblica di Venezia e gli altri stati europei hanno condotto contro l’invasione ottomana dei Balcani e per il dominio del Mediterraneo – esordisce Lucio Toth alla domanda di com’è scaturita l’idea per il romanzo –. Nessuno ne ha mai tratto un racconto. Così ho voluto ricostruire le vicende di un nobile dalmata di Curzola, ufficiale dei reggimenti Oltremarini della Serenissima. Una specie di D’Artagnan adriatico, coinvolto in amori, intrighi e battaglie tra la frontiera dalmata, i palazzi di Venezia e la conquista veneziana del Peloponneso agli ordini di Francesco Morosini. Lascarich è un giovane avventuroso che diventa un comandante avveduto e prudente. Ma incorre in un incerto del mestiere. Ne viene fuori grazie alla sua rettitudine e a un po’ di fortuna. Però il suo carattere ne resta segnato. Il finale sorprende il lettore per l’esito inatteso di tante peripezie, attraverso le quali ho voluto restituire al presente la memoria di un mondo affascinante e multietnico, quali erano i Domini da Mar della Repubblica di San Marco”.

La stesura del romanzo ha richiesto particolari ricerche?

“Ho letto epistolari privati, relazioni militari dell’epoca, epigrafi rinvenute qua e là in chiese e monasteri della Dalmazia, di Venezia, delle Marche, della Grecia. Poi ho consultato trattati di storia e ordinamenti militari del tempo (fine del ’700), insieme alle cartografie che danno notizia degli eventi bellici che si sono svolti nei vari luoghi tra le Dinariche e le contrade della Morea e dell’Attica”.

Il personaggio di Spiridione Lascarich è un mito oppure una realtà storica?

“Spiro è un personaggio di fantasia, che si muove tra mito e realtà. Lo lascio in quest’atmosfera sfumata di sogno. Ma sono esistite in Dalmazia personalità del tutto simili alla sua: uomini audaci e irruenti, ma anche militari e governatori di grande valore, leali verso gli ideali in cui credevano. L’Ordine di San Marco era la massima onorificenza della Repubblica Veneta. Tra gli insigniti i dalmati sono più di tutti, prima dei bresciani, dei veronesi, dei friulani”.

Che difficoltà ha incontrato nello scrivere il libro. Quanto tempo ci ha messo per ultimarlo?

“Un paio d’anni, lavorando specie durante le vacanze estive o natalizie, in una mia casetta in riva all’Adriatico, sulla costa abruzzese di fronte alla Dalmazia, che immaginavo di vedere oltre la veranda nelle notti di luna o nei giorni di burrasca. La scrittura comincia sempre in maniera un po’ tormentosa, poi si risolve in un piacere e scorre via da sola, creando fatti e personaggi quasi senza volerlo”.

Ha intenzione di presentare il libro anche in Croazia, magari a Zara, sua città natia?

“Mi piacerebbe presentare il nuovo libro a Spalato o a Zara, com’è avvenuto nel novembre scorso all’Università zaratina per il primo romanzo ‘La casa di Calle San Zorzi’, con gli amici i professori Živko Nišić e Tonko Maroević”.

Torna spesso a Zara?

“Non ci torno molto spesso, ogni qualche anno. È sempre un po’ traumatico, nel senso più proprio della parola ‘nostalgia’, che in greco non vuol dire dolore della lontananza o del ricordo, ma ‘dolore del ritorno’. Zara di oggi, Zadar, è molto più diversa dalla città di sessant’anni fa di quanto non lo siano Rovigno o la stessa Pola. Devo però confessare che ogni volta che vi torno l’attrito con la realtà è meno duro. Sento la città più mia, al di là delle differenze. È come se la sua essenza più intima e antica riemergesse da una profondità di prospettiva più autentica. C’è un Genius Loci che aleggia nell’aria, tra le pietre delle case e delle chiese, le colonne e i selciati romani, che fa sì che il mio amore per la città si estenda alla gente che oggi vi abita, anche se non parla più la mia lingua”.

Ha alle spalle una carriera da magistrato di Cassazione e parlamentare. Com’è arrivato alla scrittura?

“Non saprei dirlo. Certo, l’esperienza di magistrato e poi di parlamentare, a contatto con i problemi concreti delle persone, dà un’ampia messe di materiale mnemonico, d’impressioni, di emozioni, dal quale si attinge a piene mani. E poi il trauma dell’esodo, della perdita della terra natale si trasforma in ricchezza interiore. Si ha bisogno di ritornare indietro nello spazio e nel tempo. Un dono che solo la scrittura può dare”.

La sua prossima fatica letteraria?

“Sto lavorando a un racconto lungo che si rifà a un personaggio reale, uno dei numerosi dalmati che parteciparono volontari al Risorgimento italiano. Ci sono dentro i suoi contrasti con il padre legittimista, le sue illusioni rivoluzionarie al seguito di Garibaldi, le delusioni di fronte alla realtà del nuovo Regno d’Italia, i rapporti con gli Autonomisti rimasti in patria, visti dalla sua prospettiva d’italiano pienamente integrato nella vita politica e amministrativa della Penisola. Ma sono ancora indietro. Non trovo il tempo”.
Leggiamo spesso di suoi interventi contro l’appropriazione “indebita”, da parte della storiografia croata, di illustri personaggi e città che appartengono alla storia italiana dell’Adriatico Orientale, ma anche di polemiche con la stampa italiana sulla forzatura della dicitura croata dei nomi delle città dalmate e dell’Istria. Ricordo poi la sua reazione alle affermazioni, sul “Corriere della Sera”, di uno scrittore del calibro di Sergio Romano, che si è lasciato andare a giudizi particolarmente duri sull’italianità della Dalmazia.
“I nomi dei luoghi variano nel tempo, a volte spontaneamente, per l’uso che ne fa chi ci vive (ad esempio Jadera – Jadra – Giadra – Zadra – Zara – Zadar), a volte per imposizioni politiche, come avvenne nel Novecento per motivi nazionalistici (e citerò il caso di Illyrisch Feistritz – Ilirska Bistrica – Bisterza – Villa del Nevoso). Tutte le località della Dalmazia, dell’Istria e del Quarnaro avevano però nella cartografia, nei carteggi privati e negli atti pubblici dei secoli passati, fino all’epoca austro-ungarica, nomi italiani, derivati dagli antichi idiomi romanzi della regione o adattati dal croato, come Meleda da Melita, Ragusa dal greco-bizantino Ragusi, Sebenico da Šibenik. Ma nell’uso corrente è ovvio che avessero anche nomi croati, o comunque slavi, dato che la gente che li abitava era anche o prevalentemente croata o serba o slovena. Negli ultimi decenni dell’amministrazione austriaca, come già in epoca veneta e napoleonica, esistevano anche atti e carte geografiche redatti in lingua croata, serba o slovena, e ovviamente in francese o in tedesco. Ma nei comuni costieri erano piuttosto rari. Tutto il catasto della Repubblica di Ragusa, ad esempio, era redatto in italiano, come in italiano erano redatte fin dal Quattrocento le delibere del Senato raguseo.
Niente di scandaloso quindi che i croati chiamassero Arbe Rab, come viceversa gli italiani la chiamassero Arbe da tempi immemorabili, dato che gli uni e gli altri ci vivevano. Era un loro diritto chiamare come volevano la propria città e la propria isola. Quello che è scandaloso è la cancellazione dalla memoria del nome italiano. Ma nessun croato o serbo o tedesco di qualche cultura lo fa. Lo fanno giornalisti italiani pigri e ignoranti, o semplicemente servili, per ingraziarsi goffamente non si sa chi. Quanto alle persone, il discorso è più delicato, dato che queste persone si facevano chiamare con nomi italiani, vivendo in ambienti culturali, artistici o scientifici italiani o comunque dell’Europa occidentale, come avveniva ad altri umanisti o artisti che italiani non erano. Ruggero Boscovich ci teneva a questa grafia del suo cognome e, da vero dalmata, si infuriava se gli veniva cambiata. Questo non vuol dire che non parlasse anche in croato o che in questa lingua non scrivesse a parenti o ad amici. Trecento anni prima Luciano e Francesco Laurana si facevano chiamare così. Non so che dialetto parlassero da bambini nella natia Vrana. Sta di fatto che appartengono alla storia dell’arte italiana, anzi ne sono protagonisti, ai vertici dell’architettura e della scultura del Rinascimento. A Luciano viene attribuita ‘La Città Ideale’ del Museo regionale delle Marche, simbolo della perfezione rinascimentale. Disputare sulla loro etnicità mi sembra una tentazione vagamente razzista e affibbiare loro nomi e cognomi che non si trovano da nessuna parte è un’operazione grottesca che non fa onore a nessuno. I dalmati, a qualsiasi nazionalità ritengano di appartenere, hanno motivo di esserne orgogliosi, perché i due artisti esprimono una particolare sensibilità estetica, comune ad altri conterranei, come Giovanni Dalmata o Giorgio Orsini”.
Gianfranco Miksa
429 - La Voce del popolo 30/06/12 Speciale - Duecastelli, una città morta ma lucente
Speciale
di Mario Schiavato
UNO SCENARIO INCREDIBILE DI ROVINE SPETTACOLARI CHE TESTIMONIANO DI UNA BELLEZZA ANTICA
Duecastelli, una città morta ma lucente
Ci siamo arrivati in un bel mattino pieno di luce, che metteva ancora di più in evidenza l’infinito distendersi del verde intenso, cupo, dell’enorme vallone. Oltrepassato il paese di Canfanaro, proseguimmo giù per la stradina solitaria tutta un alternarsi di ripide curve finché, quasi d’incanto, ecco apparire sullo sfondo uno scenario mozzafiato, incredibile, che ci fece rimanere davvero a bocca aperta. Ci sembrò, d’un tratto, di veder uscire dalle spettrali ma lucenti rovine un coro impaludato e osannante di una qualche celebre opera lirica e di sentire, col canto degli uccelli che prepotente lo accompagnava, lo sfiatare acuto delle trombe che accompagnavano un cantico quasi di disperazione per una città una volta tanto bella e, definitivamente, perduta (anche perché non è poi che chi dovrebbe curarla e salvaguardarla faccia molto: le rovine, purtroppo, franano, crollano da tutte le parti…).
Il «Vallone di Canfanaro»
Qui, il morbido ripiano calcareo dell’“Istria Rossa” è tagliato, da Pisino sino al mare, da un profondo solco vallivo – oggi pressoché privo di idrografia superficiale –, solco che s’allunga per oltre 25 chilometri e finisce nel Canale di Leme, con fianchi per lo più ripidissimi, spesso di oltre 100 metri. La letteratura geografica lo conosce col nome di “Vallone di Canfanaro” o anche “Draga di Corridico”. Esistono due versioni sulle sue origini. Alcuni sostengono sia il risultato di una frattura tettonica, mentre altri ritengono sia stato creato dal corso di un grosso fiume.
Comunque sulla punta della lingua di terra che scende verso il tortuoso vallone (una volta ricoperto di rigogliosi querceti i cui tronchi finirono nelle fondamenta degli edifici di Venezia) sorse la città medioevale fortificata di Duecastelli (o Docastelli, come ancora la definisce la maggioranza degli storici). Uno era Moncastello, l’altro Monparentin (o Castelparentino): in coppia dominavano il luogo strategico a forma di esse della “Draga”, il che permetteva un rigoroso controllo della strada verso il porto di Leme da una parte e, rispettivamente, verso l’interno della terraferma dall’altra.
Con la scomparsa di Moncastello, Monparentin, l’abitato che praticamente sorse sulle rovine prese ufficialmente il nome di Duecastelli e nella località la vita si svolse intensa praticamente fin dall’età del bronzo, per poi con l’avanzare dei secoli pian piano scemare finché, per le guerre e le epidemie, alla metà del XVII secolo il posto venne definitivamente abbandonato. Oggi, con un’area di 16 mila metri quadrati, è la maggior città morta dell’Istria.
Le ultime iniquità degli Uscocchi
Dice Giuseppe Caprin nelle sue note “Alpi Giulie”: “Nove chilometri da Sanvincenti sorgevano nel vallone che va al porto di Leme, Castelparentino e Moncastello, su due lingue di terra, una contrapposta all’altra, simili a sproni innalzati tumultuariamente per difficoltare il passo. Compresi questi due luoghi fortificati nelle prime donazioni fatte dagli imperatori ai vescovi di Parenzo, Castelparentino sparì nelle onde delle brutte turbolenze del Medioevo, mentre Moncastello, che assunse il nome di Duecastelli, chiuso in un precinto turrito, fu destinato a narrare le ultime iniquità degli Uscocchi.
Le viuzze s’intrecciano tra case smantellate. Lo spettacolo che si presenta fa credere che il terremoto, scrollate le fondamenta, squarciate le mura, rovesciati i tetti, le scale, i veroni, gli archi, abbia lasciato sussistere solo il nudo scheletro della borgata morta”.
Quindi così l’autore ricorda l’assalto degli Uscocchi: “Nel 1616 costoro corsero l’Istria e Duecastelli è rimasto a far prova delle distruzioni compiuti da quei saccheggiatori odiati sin nella memoria. Appena una borgata cedeva al loro assalto, davano mano ad un terribile guasto. Senza disciplina, seguivano però ciecamente i loro feroci capitani. (...) Capelli lunghi divisi in trecce, mustacchi selvaggi, orecchini di ferro o d’argento, falci lunate e coltelli alla cintura. Braccia e petto ignudi, erano avvezzi a tutte le fatiche; scivolavano giù dalle rupi come gatti; dormivano a cielo aperto; di solito preferivano la tattica delle sorprese; non pensando che a saziare la propria cupidità. Spogliavano le case, derubavano le chiese; vivevano di carne e al caso di sole ghiande; s’ubriacavano nelle cantine e durante le marce bevevano l’acqua putrida degli stagni. Furono costoro a distruggere Duecastelli”.
Erede spirituale del gemello scomparso
Luigi Foscan, nella sua opera Porte e mura delle città e i castelli dell’Istria tra l’altro annota: “I due fortilizi appartennero in successione e in epoche diverse, dapprima ai vescovi di Parenzo, poi ai loro vassalli Castropola. (...) Assaltato e dato alle fiamme, Castel Parentino non venne più ricostruito. Sopravvisse il secondo, intorno al quale, ritornata la quiete, iniziarono a crescere le umili abitazioni di contadini e di pescatori e così Moncastello, erede spirituale del suo gemino scomparso, perse il suo nome soppiantato da quello che ricordava la presenza in quella plaga di “due castelli”. (...) Duecastelli era stato munito di efficaci difese lungo tutto il perimetro delle sue mura. Particolarmente venne curato il settore di accesso, che comportava il transito attraverso quattro principali varchi disposti a distanze calcolate. In previsione di un imminente conflitto che la Serenissima avrebbe dovuto sostenere contro l’Austria, le difese di Duecastelli vennero rimesse in efficienza nel 1615, con l’innalzamento di alcune possenti torri. (...) La seconda porta, che ha resistito meglio delle altre all’usura del tempo, è guardata da una torre quadrangolare, che raggiunge l’altezza di circa 25 metri...”.
Tra calamità ed epidemie
Nel corso dei millenni comunque la località ha diviso le sorti degli altri abitati analoghi dell’Istria. Dal tempo del dominio romano, allorché le venne assegnato lo stato di comune, si trovò sempre ai margini del territorio e per questo motivo fu oggetto di continue contese. Si trovava infatti al limite dell’agro di Pola con quello di Parenzo, mentre più tardi, praticamente nel Medio Evo, quando ormai Venezia aveva esteso il suo potere sulla costa istriana, Duecastelli divenne prima – lo abbiamo già annotato – parte del Patriarcato di Aquileia e poi (nel 1413) dominio della città lagunare, tanto che il doge Tomaso Mocenigo ordinò che il podestà le venisse inviato da Capodistria.
Nel corso del dominio seguente, cioè degli Asburgo, rimase ancora una volta su un vacillante confine, quello della Contea di Pisino. In tale lungo periodo la città subì numerose calamità ed epidemie. Una rovina totale la distrusse allorché nell’anno 1354 si scontrarono Genova e Venezia. L’ammiraglio genovese Paganino Doria la attaccò e la rase al suolo e una sorte analoga la colpì neanche trent’anni dopo. Tutte queste distruzioni belliche e le frequenti epidemie di peste influirono non poco sulla struttura della popolazione, in quanto Venezia, a ogni sventura, provvedeva al ripopolamento con genti provenienti dalla Dalmazia allo scopo di riattivare la coltivazione delle terre abbandonate. Duecastelli condusse una sua ultima battaglia nel 1615 nel corso di una delle tante guerre tra Venezia e l’Austria. Un anno dopo arrivarono gli Uscocchi e fu la fine.
Un’atmosfera di tempi antichi
La fine, certo a causa delle guerre, ma anche a causa della malaria che ne decimò la popolazione e che costrinse i superstiti ad abbandonarla. Gli abitanti si rifugiarono nei villaggi circostanti, soprattutto a Canfanaro, e oggi la cinta muraria, le torri, i resti della basilica di Santa Sofia suscitano senz’altro nei visitatori un’atmosfera di quei tempi antichi. Ancor oggi è possibile individuare all’incirca duecento case, strade, piazze, chiese, torri e cinta murarie. In effetti bisogna dire che non fu completamente distrutta solo dai conquistatori, ma in special modo dalle malattie tipiche del Medio Evo, peste e malaria. E pensare che a quel tempo era la città istriana più importante e contava verosimilmente alcune migliaia di abitanti.
Canfanaro, il rifugio
Monsignor Giacomo Filippo Tommasini, vescovo di Cittanova, nei suoi Commentari storici geografici dell’Istria scrive: “Al presente (siamo alla fine del XVII secolo) Duecastelli è solo abitato da tre poveri contadini. È in esso la chiesa di S.ta Sofia, antichissima e grande di tre navate, e sovra la volta di quella di mezzo si vedono pitture antiche e cose longobarde, quali rappresentano la città di Gerusalemme combattuta, e vi si vede un’armata di mare con forma di stravaganti galere. Vi sono altre pitture del Testamento vecchio con la vita e passione di Cristo dipinti all’uso greco; dalla parte opposta li dodici apostoli. Nell’altar maggiore la Beatissima Vergine con figure di bassorilievo antico ed è mirabile che questa chiesa vien conservata bene caduto il resto del castello e il palazzo del rettore...”. Naturalmente di quanto descritto dal Tommasini non è rimasto nulla: solo mura decrepite che si elevano nude a cielo aperto. L’autore comunque aggiunge: “Gli abitanti rifugiatisi in Canfanaro, vi trasportarono oltre agli arredi sacri, anche il pulpito, che è probabilmente lavoro del XIII secolo. Al sommo della valle, verso mezzogiorno, esiste un lembo di muro, unico avanzo dell’insigne abbazia di S.ta Petronilla, che una pia tradizione vuol fondata da San Romualdo” (che sarebbe quel santo – questo lo aggiungiamo noi – che da eremita visse per lungo tempo in una grotta che sovrasta il Canale di Leme).
Il tesoro del pirata Morgan
Tra le molte leggende che si narrano in queste contrade, certo la più singolare è quella legata al “tesoro del capitano Morgan”, che si dice sia nascosto a Duecastelli ma che finora nessuno è riuscito a ritrovare. Chi fu in realtà questo Morgan? Si tratta del pirata inglese nato nel Galles nel 1637 e deceduto di morte naturale in Giamaica nel 1690 e che riuscì a riunire la più grande flotta pirata, con ben 37 navi e 2.200 uomini! Con la stessa compagnia riuscì a conquistare anche Panama, che derubò di ben 160 mila chilogrammi d’argento, d’oro e pietre preziose.
Narra la leggenda che una volta, sfuggendo all’incalzare della flotta inglese, fu costretto ad arrivare nell’Alto Adriatico. Trovò un ottimo rifugio nel Canale di Leme e nascose il suo tesoro nei pressi di Duecastelli. Ciò dovette accadere verso la seconda metà del XVII secolo, allorché nel posto vi vivevano soltanto le tre ultime famiglie. La leggenda sembra più verosimile se si pensa che nelle vicinanze della città morta esiste il villaggio di Mrgani (dal nome originario di Morgan come confermato da vecchie carte geografiche) dove appunto pare vivesse un ramo, ormai spento, della famiglia Morgan...
A detta degli abitanti dei paesini vicini, sembra che Duecastelli sia ancor oggi la meta di qualcuno che cerca il favoloso tesoro...
430 – CDM Arcipelago Adriatico 06/07/2012 - IRCI e CDM possibili iniziative culturali sinergiche
IRCI e CDM possibili iniziative culturali sinergiche
La visibilità che la Bancarella è riuscita a dare alla cultura giuliano-dalmata di ieri e di oggi, è uno dei volani di una possibile e futura collaborazione tra il CDM e l’IRCI. Due realtà che si muovono su binari paralleli ma che possono trovare delle “stazioni” di contatto. Questo quanto emerso dall’incontro tra Renzo Codarin e Chiara Vigini, alla presenza di altri collaboratori, svoltosi presso la sede del CDM, Centro di documentazione che si occupa del sito www.arcipelagoadriatico.it e che organizza eventi ed appuntamenti culturali per promuovere la cultura italiana dell’Adriatico orientale.
Il Presidente dell’IRCI, Chiara Vigini, ha illustrato i suoi progetti che riguardano l’ente ma che non escludono la possibilità di organizzare alcuni momenti congiunti. Renzo Codarin, Presidente del CDM ha voluto soffermarsi sulle iniziative nel calendario del Centro nelle quali c’è spazio per sinergie che coinvolgano l’IRCI ma anche altre associazioni.

L’IRCI ha ospitato alcune edizioni della Bancarella ma si è trattato di occasioni episodiche alle quali si vorrebbe dare una continuità nel rispetto delle singole competenze. Nel mondo adriatico c’è spazio per proposte di diversa ampiezza e portata, una collaborazione, anche con altri soggetti che si occupano delle medesime tematiche, non può che portare ad una maggiore ricchezza di contributi e ad una visibilità che superi il pubblico già coinvolto per provenienza e scelte culturali, così come previsto dalla Legge sul Giorno del Ricordo e da quella che assegna finanziamenti ad enti ed associazioni per il mantenimento e lo sviluppo della cultura di un popolo sparso.
431 - Il Piccolo 02/07/12 Reportage - Da Spalato a Ragusa in kayak sulla rotta delle isole e della storia
Da Spalato a Ragusa in kayak sulla rotta delle isole e della storia

Una barca piena di cibo e una tenda per bivaccare Emilio Rigatti riprende il mare a bordo del suo kayak, assieme a Mariano Storti, insegnante, alpinista, navigatore di pagaia. Le modalità saranno quelle dell'anno scorso: la barca riempita di tutto il necessario – acqua, cibo, tenda, pagaia di riserva e strumentazione, cartografia, bussola, radio di bordo, pronto soccorso e, ovviamente, la moka per il caffè mattutino. L'itinerario non è definito nei particolari, ma solo per quanto riguarda la partenza e l'arrivo. I due metteranno le barche in acqua a Spalato/Split, traverseranno verso La Brazza/Brac, e poi da lì proseguiranno passando da isola in isola. E, come l'anno scorso, ci saranno le cronache marinare del viaggio.

Una nuova avventura estiva per l’insegnante e scrittore che prosegue idealmente lungo la Dalmazia il viaggio iniziato l’anno scorso

di EMILIO RIGATTI
Tutti quelli che hanno navigato lungo la Dalmazia sanno che che dopo la prima dose di rocce bianche e mare blu è difficile smettere e tornare a essere quelli di prima. E infatti ci sono ricaduto: l'imbarazzo della scelta è sempre notevole, ma la sicurezza di finire irrimediabilmente in luoghi incantevoli rende piacevole le tempeste dell'indecisione, navigate tra carte geografiche e Google Earth. Ma sono più sicuro dell'anno scorso, durante la pagaiata tra Duino e Zara del 2011 qualcosa ho imparato. Ad esempio, adesso so cosa portar via e cosa lasciare a casa, ho sperimentato che con una condotta prudente si può navigare riducendo drasticamente i rischi.
Quest'anno i “che fare” dell'anno scorso sono diventati “su, facciamo”. Anche se ho imparato almeno un po' come funziona il trio mare - uomo – kayak, per non avere sorprese ho preferito ripassare il rosario di gesti e devozioni marinare che costituiranno la mia quotidianità per due settimane. Ho inventato una specie di protocollo pre-parto: finita la scuola, durante il mese di giugno, mi sono imbarcato più volte a pieno carico, a caccia di un posto in Costiera dove piantare la tenda per passare la notte. Ma, se il meteo è favorevole e inequivocabile, dormo sotto le stelle, con sacco a pelo e materassino. Smanetto con Vhf, col Gps, provo il portatile, scrivo questo articolo, mi faccio qualcosa da mangiare. Così ho passato diverse notti nel mio igloo di tela, lavorando col notebook che mi hanno regalato i ragazzi della mia classe. Con gli occhi che ogni tanto navigavano seguendo le luci giallognole del Golfo, quasi una saldatura dorata tra il buio scintillante del mare e quello del cielo. In alto, la fettina di luna crescente da mettere sul bordo di un bicchiere di un cocktail siderale. E in basso il suo riflesso marinato e spruzzato di argento sporco zigrinato dal borino. Sarà piena in navigazione, che bello.
L'alba è la sveglia del navigante, ma alle cinque anche il vecchio Ivo è già sceso in costiera a muovere le sue pietre, non prima di avermi deposto davanti alla tenda una brioche. Lui è così, se gli sei simpatico è una finestra aperta, altrimenti è meglio che cambi posto. Quando sono sbarcato davanti alla sua postazione abbiamo parlato, gli ho detto del kayak, del mio progetto di dormire qui un po' di notti per rifarmi i calli del vagabondo. E, ovviamente, gli ho parlato del mio viaggio. «La tenda la puoi mettere qui», mi ha detto mostrandomi una piazzola livellata e coperta di ghiaia fina. È un litomane dai tempi della sua giovinezza. Dato che soffre d'insonnia, di notte si arrovella con le pietre: come sistemarle, quali utilizzare e così via, da cinquant'anni. Di giorno scende in costiera da Sistiana, sposta masegne, innalza terrazzamenti, pianta pali e arbusti, piccona, spacca sassi. Pare di essere in un centro neolitico per la produzione di punte di freccia: tic, clak, tic. Qualcuno si lamenta, ma il pezzo di Costiera su cui imperversa è un giardino zen di calcari. La prossima mareggiata lo cancellerà, ma Ivo tornerà a sistemare tutto. Una metafora? Un personaggio inventato per un racconto? Vedete voi. Ma Ivo esiste, anche se parla poco, si appoggia alla pala, nudo e con un corpo forte e cotto come il cuoio, e medita pietre. Occhi azzurri e barba bianca, è uno strano capitano carsomarittimo di questa piccola società anarchica che alligna sulla costiera da decenni. Mi è simpatico e mi incuriosisce, quest'uomo dedito in maniera quasi religiosa all'arte non codificata del muovere e sistemare i sassi. Scusate, e il viaggio? Dove vai? chiederà qualcuno. Il viaggio, quest'anno, mi pare sia già cominciato con queste nottate e navigazioni preparatorie. Questo posto potrebbe essere già una meta, visto che, come l'anno scorso, anche quest'anno non ne ho nessuna. Voglio solo viaggiare. Di nuovo in acqua. Di nuovo con le pietre tormentate a pochi metri, come circumnavigando la Luna dal mare.
Volevo riprendere il viaggio da Zara, ma la scolasticità del progetto - cioè riannodarlo da dove l'avevo finito l'anno scorso - è stata affondata dalla mancanza di traghetti Fiume-Zara. La Brazza, Lesina, Spalato, Curzola, Ragusa, Meleda – cioè Brac, Hvar, Split, Korcula, Dubrovnik, per quelli che non sanno più i nomi venexiani - le conosco bene dalle due ruote, le ho viaggiate a pedali molte volte. E se le facessi dal basso, dalla prospettiva rovesciata di chi naviga con questa specie di costume da bagno galleggiante, con le scogliere che si aprono sul cielo? Se riscrivessi a colpi di pagaia il mio “Dalmazia Dalmazia”, uno dei miei diari della bicicletta? L'area da navigare potrebbe essere proprio la Dalmazia meridionale, da Spalato a Ragusa. La rotta non la dico al millimetro, semplicemente perché non la so e non la voglio sapere. L'itinerario di massima è Spalato-Ragusa via isole, ma ogni variazione è possibile. Non mettiamo limiti agli sprovveduti del viaggio organizzato.
Viaggio con un kayak nuovo, un Skd 536, Starbuck III, più capiente e marino del 526. Ci sta un sacco di roba, nella sua pancia, e ho constatato che riesco a girarmi – cioè a fare l'eskimo - anche col k. carico. L'ho sistemato e adattato alle mie esigenze: ho trovato una buona bussola da appiccicare sul ponte, ho fatto riparare la pinna dello skeg, ho sistemato una retina portaoggetti, utilissima per metterci le cose indispensabili quando si sta per ore e ore in acqua, senza sbarcare: acqua, un po' di cibo, il cellulare. Viaggerò con Mariano Storti, vicentino, che non ho mai visto e che ho incontrato navigando, ma sul web. Nel 2011 ha pagaiato da Fiume a Spalato, so che ha fatto un 8000 sull'Himalaya, che ha attraversato l'Islanda a piedi. Ci conosceremo in navigazione. Il viaggio vero e proprio inizia proprio oggi, quando il traghetto Fiume Spalato scioglierà gli ormeggi. Proseguirà la mattina del tre quando, meteo permettendo, traverseremo il braccio di mare tra Spalato/Split e la Brazza/Brac. Chissà se il vecchio Vanja Ilich abita sempre il mulino cilindrico di Sutivan, trasformato in una casa che sembra un faro. Chissà se troveremo il modo di risalire dalla costa al monastero di Blaca, che sorge alla roccia come un cristallo grigio dalle cime della Brazza. Chissà se la Nona, a Bol, è ancora lì che soffrigge aglio e pesce nella sua immensa gonna a campana. Piuttosto che partire con alle spalle una bella organizzazione turistica, è meglio farlo con il gavone pieno di domande e di curiosità. E una cronaca marinara troverà il porto anche quest'anno su “Il Piccolo”, giornale che si affaccia sul mare e sulla nostra bella costiera.
432 – La Voce del Popolo 02/07/12 Cultura - Dignano, Istria Nobilissima: Testimone della produzione culturale CNI
DIGNANO, PRESENTATA L'ANTOLOGIA DELLE OPERE PREMIATE ALLA 42.ESIMA «ISTRIA NOBILISSIMA»
Testimone della produzione culturale CNI
DIGNANO – Si sfoglia con grande piacere l’antologia delle opere premiate al 42.esimo Concorso d’arte e di cultura “Istria Nobilissima”, da poco presentata a Palazzo Bradamante, sede della Comunità degli Italiani di Dignano. Sobrio nelle vesti grafiche, rigoroso nelle presentazioni, ma soprattutto fedele testimone di una produzione culturale di considerevole fervore, il volume presenta tuttavia alcuni errori tipografici contro i quali il comitato di redazione ha messo giustamente in guardia il lettore accorto. Ma veniamo al sodo. Per Elvio Guagnini, presidente del Comitato, il nuovo numero dell’Antologia si fregia di una Sezione Prosa di lusso, che oltre a due rinomate penne quali Nelida Milani Kruljac e Silvio Forza, primo e secondo premio, conta anche due validissime menzioni onorevoli (Roberta Dubac e Mario Schiavato), per ribadire che “a volte i premi non vengono assegnati, ma altre volte non bastano proprio”.
Nelida Milani compare nell’antologia nella doppia veste di vincitrice ed autrice della lunga prefazione. Ingrato, però, il compito di autopresentarsi, ma anche in questo caso il discorso della scrittrice non ha fatto una grinza. “La neve” e “La casa”, i due racconti che sono valsi a Nelida Milani Kruljac il primo premio, sono “pagine narrative a tratti analitiche e a tratti portatrici di suspance”: nel primo l’autrice “rappresenta con sottile introspezione psicologica le difficoltà di crescere, amplificata dalla difficoltà di riconoscersi in un mondo (…) dove il gonfiarsi improvviso dell’onda immigratoria di genti slave lacera il tessuto connettivo della vita sociale”. L’altro scende nell’intimità familiare di marito e moglie, “due figure emblematiche sospese tra la ripetitività di gesti quotidiani e il mistero che esse si portano dentro e che si svelerà a poco a poco”. “Storia d’istriana isteria” (Forza) ha “un’ambientazione conosciuta e credibile su uno sfondo ricostruito sul passato e sulla vita contemporanea di Pola, offesa dalla sovrapposizione di una nuova cultura, attraversata da eventi politici cruciali tra grandi scelte socialiste e logiche autoritarie, tra feste kusturiciane e capitalismo cavernicolo”...
Anche la poesia si distingue per opere di grande bellezza, per numero e qualità che hanno reso tutt’altro che facili le scelte scalari della giuria. Domina la scena Laura Marchig con i suoi “Colours”, una sorta di canzoniere – sostiene Guagnini – che si distingue per la singolare composizione tecnico-formale, il linguaggio maturo e i temi di oggi e di sempre: vita, morte, eros, paura, mistero, tensioni e bipolarità esistenziale. Giacomo Scotti (secondo premio), la voce della tradizione della CNI, torna con “Viaggiando, vagabondando” e ribadisce l’ininterrotta fedeltà alle radici, ora però, in una “coraggiosa rimodulazione che esibisce i primi indizi tematici e formali di una nuova, imprevedibile stagione che apre sui grandi temi storici, esistenziali, sui rapporti fra gli esseri umani, e sulla relazione dell’uomo con l’energia cosmica e la trascendenza” (Nelida Milani). Due, anche in questo caso, le menzioni onorevoli: a Claudio Geissa e a Šandor Slacki.
Ricco a sua volta il filone della poesia dialettale istroveneta ed istriota, che hanno “pari dignità espressiva” della lingua letteraria e trovano di edizione in edizione nuovo slancio poetico. Ritroviamo tra le pagine dell’antologia il rovignese Libero Benussi con “Par quanto ancùra” (Per quanto ancora) e l’inarrestabile Lidia Delton con “Faleische” (Scintille). Perché rievocare il passato della propria terra e perché farlo in dialetto, l’unica lingua che quel passato conosce? “Il culto degli antenati – scrive Nelida Milani Kruljac – è il più legittimo di tutti i culti: i nostri predecessori hanno fatto di noi ciò che siamo”. Anche qui, guarda caso, due menzioni onorevoli, segno di fecondità letteraria e buona padronanza linguistica: a Romina Floris per la silloge in istrioto vallese “‘L limedo oltra i nui” (Il sentiero oltre le nuvole) e alla poetessa polese Ester Sardoz Barlessi, per una raccolta di poesie senza titolo.E veniamo alle arti visive (Premio Romolo Venucci). L’articolo di introduzione porta la firma dello scomparso Sergio Molesi, che ha giustamente rievocato la lunga battaglia per l’autonomia della categoria in seno al concorso, e ne ha messo in evidenza il difetto maggiore e cioè “la qualità sottotono, a parte alcune emergenze, della sezione Pittura, Scultura e grafica” contro la vastissima e ottima produzione della Sezione Fotografia, ma anche la “cronica scarsa partecipazione dei giovani fino ai 18 anni”. L’antologia riporta così il primo premio della Sezione Pittura, Scultura e Grafica, il il polittico (tecnica mista su carta) “Segni Simboli Babilonesi” di Bruno Paladin, nonché “Scultura bidimensionale” di Luka Stojnić, il secondo classificato della sezione. Quasi a volere fare da contrappeso, tra gli autori in concorrenza nella Sezione Design, Arti applicate e Illustrazione, i premi vanno a due donne: Daria Vlahov Horvat, per le vesti grafiche del volume “Il moretto fiumano” di Erna Toncinich, e a Miriam Monica, per l’esplosione di colorismo nel vivace acquerello a inchiostro di china con pennello “Carnevale di Fiume” (seconda). Magnifici, infine, gli scatti di Egon Hreljanović e Ivor Hreljanović (“La nuova dimora”), primo e secondo premio della Sezione Fotografia, e interessanti i lavori dei due premiati nella Categoria Giovani (Premio Adelia Biasiol): l’acrilico su tela “Il faro” di Dorian Mataija e la fotografia di una Rovigno che si specchia nelle acque del porto di Roberta Venier.
Daria Deghenghi
433 – CDM Arcipelago Adriatico 02/07/2012 - Spadaro: gli Italiani dell'Adriatico orientale, una nuova impostazione
Spadaro: gli Italiani dell’Adriatico orientale, una nuova impostazione
In un recente dibattito, all’Università di Bari, sul volume”Gli italiani dell’Adriatico orientale”, dopo aver sentito un commento al capitolo su Fiume - scritto da Patrizia Hansen - due anziane signore, esuli da Fiume, hanno esclamato: “Finalmente dopo tanti anni si parla di Fiume, sembrava che a Fiume ci fossero solo i dannunziani, mentre la storia, l’identità, di Fiume è molto più complessa e ricca di suggestioni civili e culturali.”
Cito l’episodio perché illustra bene una inveterata abitudine a presentare il profilo di queste nostre regioni secondo lo schema degli estremismi nazionalistici. Non è così, è proprio la storia di Fiume ce lo insegna.
Questo vale per tutte le parti del confine orientale: vicende che sono state a lungo rimosse – come ormai risulta chiaro - e in seguito trattate solo in relazione ai drammatici avvenimenti che riguardano l’esodo e le brutalità subite dagli istriani, fiumani e dalmati. E’ andata così smarrita la vicenda degli italiani dell’Adriatico orientale, con le esperienze civili e politiche che li hanno connotati: capitolo rilevante della storia e dell’identità degli italiani. Oltre che di rimozione, si trattò dunque anche di una vera e propria ignoranza.

Il libro tratta delle esperienze degli italiani di queste regioni, nei secoli, per arrivare alla drammatica fase dell’esodo a cui furono costretti, ma guarda anche alle riposte che, dopo, essi sono stati capaci di dare, in situazioni difficilissime proprio grazie al retroterra storico da cui provenivano.

Un altro punto che l’impostazione del volume esplicitamente coglie è quello della distinzione fra nazionalismo e patriottismo. Si fa fatica a capire le “nostre” vicende se non si ha chiara la distinzione e si mescolano nazionalisti e patrioti. La prof.ssa Anna Millo in un saggio che appare nel volume coglie bene questa distinzione e lo fa a proposito di Gabriele Foschiatti e di Carlo Schriffer, figure che si richiamano alla lunga tradizione del patriottismo democratico, di derivazione risorgimentale mazziniana, contro il nazionalismo prevaricatore. E questo che vale per Trieste, vale per tante contrade dell’Istria di Fiume e della Dalmazia.

Si chiarisce così il senso del volume, che non si limita a Trieste, perché vuole cogliere l’insieme, il tessuto civile complessivo, i tratti di una secolare civiltà adriatica, che va fino alla Dalmazia e alle Bocche di Cattaro. Una civiltà non imposta e importata dal fascismo ma che affonda nella storia adriatica con una feconda articolazione e con profondi legami con la cultura e la lingua italiana: un’esperienza per lo più ignorata dall’opinione pubblica italiana. Una civiltà che ha connotato queste terre e questo mare di senso comune, di riferimenti culturali, di riflessioni e di modi di stare al mondo quotidianamente, nell’alimentazione, nelle espressioni religiose, nelle forme dell’arte. Sappiamo che non è l’unica civiltà dell’Adriatico, ma non è neppure una invenzione, anzi è un rilevante patrimonio storico e culturale di queste terre, e un capitolo specifico dell’identità degli italiani.

Dunque un’esperienza civile e culturale da valorizzare per capire l’identità adriatica. Basti pensare allo sviluppo dell’istruzione nautica, che partiva da Trieste e da Lussino; basti pensare alle tradizioni mazziniane e garibaldine, a quelle socialiste e popolari. Sono esperienze fortemente legate all’Italia e all’Europa: Eugenio Colorni, il grande europeista, ebbe modo, più volte, di ricordare che era stato proprio Umberto Saba a indicargli le vie di una federazione europea. Si trattava, dunque, di un’esperienza e di una cultura politica a cui era estranea, in larga misura, l’idea di uno Stato fondato sull’esclusivismo etnico. Se si pensa ai danni provocati proprio in regioni a noi vicine da un impostazione etnocentrica del rapporto fra Stato e cittadini, si comprenderà immediatamente il valore e la modernità di tale cultura politica.

Un altro elemento da valorizzare è proprio quello dell’identità come scelta personale e non come un dato biologico. Questo atteggiamento mentale derivava dalla tradizione dell’impero asburgico, ma si concretizzava nelle esperienze quotidiane degli italiani dell’Istria, Fiume e della Dalmazia.

Ho detto che per un lungo periodo di tempo si è trattato della rimozione di tutto ciò: si pensi che appena nel 2004 fu istituito per legge il “Giorno del Ricordo”: da allora, anche a livello nazionale si celebra, nelle giornate attorno al 10 febbraio, la storia dell’esodo. Ma ancora in molte parti del nostro Paese, e ancora di più in Slovenia e Croazia, l’attenzione e la tematica scivolano sulle responsabilità del fascismo e ci si sofferma poco e superficialmente sul complesso della civiltà, storicamente elaborata, degli italiani dell’Adriatico orientale.

Dico questo non solo per dovere di memoria e per ricordare la presenza di una significativa Resistenza patriottica italiana in Istria, ma anche perché dopo l’esodo gli uomini che guidarono, con grande senso di responsabilità, si rifacevano proprio alla profonda, storica esperienza di un popolo costretto ad abbandonare i propri luoghi.
Non aver colto e resi espliciti i tratti di quella civiltà adriatica rendeva precaria, difensiva, legata solo al momento della tragedia dell’esodo, la riflessione sul confine orientale.

Ma non si tratta solo di ricordare – come era doveroso fare! – ma di valorizzare quella civiltà adriatica.
Franco Cassano nell’introduzione al numero 109 della rivista “Lettera Internazionale” ricorda che finalmente questo Adriatico plurale può non essere più conflittuale, anzi si apre ad una prospettiva in cui i popoli che lo abitano possono tutti operare per una necessaria integrazione regionale: si tratta di costruire anche qui, lungo un mare segnato dagli scontri drammatici del ‘900, un pezzo di Unione Europea. Gli italiani dell’Adriatico orientale sono in grado di dare, ancora oggi, per ragioni storiche, per ragioni culturali, per un antica abitudine ai collegamenti, un rilevante contributo a tale processo di unificazione. L’Europa adriatica deve vedere gli italiani protagonisti di una prospettiva di cui – ne sono convinto – i giovani potranno trovare una ragione e una reale possibilità di futuro.


Stelio Spadaro
434 - Corriere della Sera 05/07/12 «Agli islamici stessi diritti dei cristiani» Così volle Cecco Beppe 100 anni fa
La Storia
Un modello di tolleranza religiosa che risale al 1912, dopo l'annessione della Bosnia-Erzegovina da parte dell'Impero asburgico
«Agli islamici stessi diritti dei cristiani» Così volle Cecco Beppe 100 anni fa
Celebrato a Vienna l’anniversario di una legge che resta all'avanguardia
Il regno austro-ungarico era un crogiuolo multietnico. In tredici lingue si cantava il suo inno, il famoso «Gott erhalte»
di GIORGIO PRESSBURGER
Austria, Austria!
Il razzismo più feroce si aggira in Europa da varie centinaia di anni. Ne è diventato uno dei più orribili fantasmi al principio del Novecento. Eppure proprio in Austria dove è na­to il fautore più orrendo del razzi­smo etnico-religioso, Adolf Hitler, esattamente cento anni fa, nel 1912, è stata emanata una Imperial-Regia Legge, che dava ai cittadini di religio­ne musulmana gli stessi diritti dei cattolici, dei protestanti, degli ebrei, dei buddisti. I cittadini musulmani dell'Austria hanno celebrato in mas­sa, pacificamente e allegramente la ricorrenza dei primi cento anni di questo evento. Il vecchio Impero au­stro-ungarico era un crogiuolo multietnico. In tredici lingue si cantava il suo inno, il famoso «Gott erhalte» o «Serbidiola» come si chiamava in Istria e a Trieste (serbi Dio l'austria­co regno). La tradizione di quel tipo di armonizzazione dei rapporti tra re­ligioni e popoli risale alla fine del Set­tecento, al regno dell'imperatore Giuseppe II d'Austria e al suo cele­bre Editto di tolleranza. Brutto termi­ne questo, di «tolleranza» ma dietro a esso c'era forse qualcosa di più no­bile di una semplice sopportazione di chi fino ad allora era stato conside­rato un estraneo, se non un essere in­feriore e un nemico. I rapporti di quell'impero con l'Islam, ma special­mente con la Turchia musulmana, fi­no al 1683 erano stati pessimi. Guerre, stragi, esecuzioni atroci ne mar­chiavano la storia, fino appunto al 14 luglio 1683, data d'inizio del fa­moso assedio di Vienna da parte di un esercito turco di 140 mila soldati. L'assedio terminò con la sconfitta dell'esercito di Mustafa Pascià. Nel luglio del 1912, più di duecento anni dopo venne emanata la Legge di Francesco Giuseppe, Cecco Beppe per gli italiani, che dava pieno4irit-to di culto e di istruzione islamica ai cittadini di origine musulmana. Na­turalmente c'era anche dell'interes­se dietro a questa azione. L'imperato­re contava di inglobare nell'esercito austriaco i soldati della Bosnia-Erze­govina musulmana. Ma in quegli an­ni si trattava della legge più avanza­ta in Europa. Due anni più tardi scop­piò la Prima guerra mondiale, un esempio pauroso per chi vede nel­l'Europa moderna ancora un grande potenziale per una buona politica, una convivenza fraterna tra i popoli. La base per questa possibilità ci sa­rebbe. Per quanto si voglia infanga­re e demolire, l'Unione Europea ha ancora questa prospettiva. Se si fos­sero ascoltati i grandi europeisti ita­liani come Eugenio Colorni e Altiero Spinelli non saremmo a queste in­sensate risse e rivalità. Ma quando si pensa a ciò che l'Impero austro-un­garico era riuscito a costruire e ai no­stri europeisti che hanno a volte pa­gato con la vita (come Colorni) que­sta loro fede e amore per un grande stato federalista europeo, beh, non si mettono ancora da parte le speran­ze. Se i turchi dell'Austria ancora oggi, come informa la Bbc britannica, vanno in giro per il mondo dichia­randosi con orgoglio cittadini au­striaci, vuol dire che le orrende vol­garità risuonate in Italia meno di un anno fa possono essere rintuzzate. In Italia come altrove. Nel 2000 c'era Haider il razzista antisemita in Au­stria, l'Europa era allarmata, oggi quel movimento è scomparso. Altri movimenti simili sono sorti altrove e sono pure tramontati. Questa san­guinosa stupida e pericolosa comme­dia dovrebbe essere tolta dal cartello­ne per sempre e chiunque voglia nu­trire un po' di fiducia nell'umanità deve fare qualcosa perché questo succeda.
Anche nel nostro Paese ci sono an­tichi esempi di «tolleranza» — chie­derei l'invenzione di un termine mi­gliore —per esempio a Trieste, dove il primo cimitero musulmano (tur­co) risale al Trecento. Pure Trieste è una città con molte popolazioni di­verse, sempre vissute insieme in pa­ce, salvo il periodo del fascismo. Mussolini andò proprio in quella cit­tà ad annunciare l'avvento delle leg­gi razziali, nel 1938. Ecco dove porta il nazionalismo.
Ma vorrei chiudere con una picco­la nota di colore, n primo cornetto, o brioche o «croissant» (crescente, lu­na crescente) in francese, è stato cot­to in un forno di Vienna, al termine dell'assedio turco, nel 1683. In tede­sco si chiama «Kipferl». I malevoli pensano che sia il simbolo del voler mangiare i turchi e i benevoli — io do ragione a loro — che sia un se­gno di pacificazione.
La legge dell’Islam del 1912
«Gli aderenti all'Islam devono essere riconosciuti come comunità religiosa nei Regni e nelle Terre rappresentate nel Consiglio Imperiale secondo la legge costituzionale del 21 dicembre 1867»
«Le dottrine dell'Islam, le sue istituzioni e i suoi costumi godranno della stessa protezione (delle altre comunità legalmente riconosciute, ndr), a meno che non siano in contraddizione con la legge dello Stato»
La Mailing List Histria ha il piacere di inviarVi periodicamente una minirassegna stampa sugli avvenimenti più importanti che interessano gli Esuli e le C.I. dell' Istria, Fiume e Dalmazia, nonché le relazioni dell'Italia con la Croazia e Slovenia.
Si ringrazia per la collaborazione l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Gorizia e l’Università Popolare di Trieste
Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
http://www.arupinum.it
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